Libro Settimo
IV. La spiegazione
La notizia di quello strano accidente alla Badía Grande e di me
che ne uscivo a precipizio reggendo sulle braccia Anna Rosa
ferita, si propagò per Richieri in un baleno, dando subito
pretesto a malignazioni che per la loro assurdità mi parvero in
prima perfino ridicole. Tanto ero lontano dal supporre che
potessero non solo parer verosimili, ma addirittura essere
tenute per vere; e non già da coloro a cui tornava conto
metterle in giro e fomentarle, ma finanche da colei che reggevo
ferita sulle braccia.
Proprio cosí.
Perché Gengè, signori miei, quello stupidissimo Gengè di mia
moglie Dida, covava, senza ch’io ne sapessi nulla, una bruciante
simpatia per Anna Rosa. Se l'era messo in testa Dida; Dida che
se n'era accorta. Non ne aveva detto mai nulla a Gengè; ma lo
aveva confidato, sorridendone, alla sua amichetta, per farle
piacere e fors’anche per spiegarle che c'era il suo motivo, se
Gengè la schivava, quand'ella veniva in visita; la paura
d'innamorarsene.
Non mi riconosco nessun diritto di smentire codesta simpatia di
Gengè per Anna Rosa. Potrei al piú sostenere che non era vera
per me; ma non sarebbe giusto neppure questo, perché
effettivamente non m'ero mai curato di sapere se sentissi
antipatia o simpatia per quell'amichetta di mia moglie.
Mi pare d'aver dimostrato a sufficienza che la realtà di Gengè
non apparteneva a me, ma a mia moglie Dida che gliel'aveva data.
Se Dida dunque attribuiva quella segreta simpatia al suo Gengè,
importa poco ch’essa non fosse vera per me: era tanto vera per
Dida, che vi trovava la ragione per cui mi tenevo lontano da
Anna Rosa; e tanto vera anche per Anna, che le occhiate che
qualche volta io le avevo rivolte di sfuggita erano state anzi
interpretate da lei come qualche cosa di piú, per cui io non ero
quel carino sciocchino Gengè che mia moglie Dida si figurava, ma
un infelicissimo Signor Gengè che doveva soffrire chi sa che
strazii in corpo a essere stimato e amato cosí dalla propria
moglie.
Perché, se ci pensate bene, questo è il meno che possa seguire
dalle tante realtà insospettate che gli altri ci dànno.
Superficialmente, noi sogliamo chiamarle false supposizioni,
erronei giudizii, gratuite attribuzioni. Ma tutto ciò che di noi
si può immaginare è realmente possibile, ancorché non sia vero
per noi. Che per noi non sia vero, gli altri se ne ridono. È
vero per loro. Tanto vero, che può anche capitare che gli altri,
se non vi tenete forte alla realtà che per vostro conto vi siete
data, possono indurvi a riconoscere che piú vera della vostra
stessa realtà è quella che vi dànno loro. Nessuno piú di me ha
potuto farne esperienza.
Io mi trovai dunque, senza che ne sapessi nulla, innamoratissimo
di Anna Rosa, e per questa ragione impigliato nell’accidente di
quello sparo nella Badía come non mi sarei mai e poi mai
immaginato.
Assistendo Anna Rosa, dopo averla trasportata a casa sulle
braccia e adagiata sul suo letto, corso per un medico, per
un'infermiera, e prestato le prime cure del caso, sentii subito
anch’io piú che possibile, vero, ciò che ella aveva immaginato
di me in seguito alle confidenze di Dida; la mia simpatia per
lei. E potei avere dalla sua bocca, stando a sedere a piè del
letto nell'intimità color di rosa della sua cameretta offesa dal
cattivo odore dei medicinali, tutte le spiegazioni. E, prima,
quella della rivoltella nella borsetta, causa dell'accidente.
Come rise di cuore immaginando che qualcuno potesse supporre
ch’ella l'avesse portata per me nel darmi convegno alla Badía!
La portava sempre con sé, nella borsetta, quella rivoltella,
dacché l'aveva trovata nel taschino d'un panciotto del padre,
morto improvvisamente da sei anni. Piccolissima, con
l'impugnatura di madreperla e tutta lucida e viva, le era parsa
un gingillo, tanto piú carino in quanto nel suo grazioso
congegno racchiudeva il potere di dare la morte. E piú d'una
volta, mi confidò, in qualche non raro momento che il mondo
tutt'intorno, per certi strani sgomenti dell'anima, le si faceva
come attonito e vano, aveva avuto la tentazione di farne la
prova, giocando con essa, provando nelle dita sul liscio lucido
dell'acciaio e della madreperla la delizia del tatto. Ora, che
essa, invece che alla tempia o nel cuore per volontà di lei,
avesse potuto per caso morderla a un piede, e anche col rischio
- come si temeva - di farla restar zoppa, le cagionava uno
stranissimo dispiacere. Credeva d'essersela appropriata tanto,
che non dovesse avere piú per sé quel potere. La vedeva cattiva,
adesso. La traeva dal cassetto del comodino accanto al letto, la
mirava e le diceva:
«Cattiva!»
Ma quel convegno su alla Badía, nel parlatorietto della zia
monaca, perché? E quelle sette suore che, invece di darsi
pensiero di lei ferita, mi parlavano, quasi oppresse, della
visita di non so qual Monsignore?
Ebbi la spiegazione anche di questo mistero.
Ella sapeva che quella mattina monsignor Partanna, vescovo di
Richieri, sarebbe andato a far visita alle vecchie suore della
Badía Grande, come soleva ogni mese. Per quelle vecchie suore
quella visita era come un'anticipazione della beatitudine
celeste: rischiare d'averla guastata da quell'accidente era
stato perciò per loro la costernazione piú grave. Mi aveva fatto
venire su alla Badía perché voleva ch’io parlassi subito, quella
mattina stessa, col vescovo.
«Io, col vescovo? E perché?»
Per ovviare a tempo ciò che si stava tramando contro di me.
Mi volevano proprio interdire, denunziandomi come alterato di
mente. Dida le aveva annunziato che già erano state raccolte e
ordinate tutte le prove, da Firbo, da Quantorzo, da suo padre e
da lei stessa, per dimostrare la mia lampante alterazione
mentale. Tanti erano pronti a farne testimonianza finanche quel
Turolla che avevo difeso contro Firbo e tutti i commessi della
banca; finanche Marco di Dio a cui avevo fatto donazione d'una
casa.
«Ma la perderà,» non potei tenermi dal fare osservare ad Anna
Rosa. «Se sono dichiarato alterato di mente, l'atto della
donazione diventerà nullo!»
Anna Rosa scoppiò a ridermi in faccia per la mia ingenuità. A
Marco di Dio dovevano aver promesso che, se testimoniava come
volevano loro, non avrebbe perduto la casa. E del resto, poteva,
anche secondo coscienza, testimoniarlo.
Guardai sospeso Anna Rosa che rideva. Ella se n'accorse e si
mise a gridare:
«Ma sí, pazzie! tutte pazzie! tutte pazzie!»
Se non che, lei ne godeva, le approvava, e piú che piú se con
esse volevo arrivare veramente a quella piú grande di tutte:
cioè di buttare all'aria la banca e d'allontanare da me una
donna che m'era stata sempre nemica.
«Dida?»
«Non crede?»
«Nemica, sí, adesso.»
«No, sempre! sempre!»
E m'informò che da tempo cercava di fare intendere a mia moglie
ch’io non ero quello sciocco che lei simmaginava, in lunghe
discussioni che le erano costate una fatica infinita per frenare
il dispetto che le cagionava l'ostinazione di quella donna a
voler vedere in tanti miei atti o parole una sciocchezza che non
c'era o un male che soltanto un animo deliberatamente nemico vi
poteva vedere.
Strabiliai. D'un tratto, per quelle confidenze d'Anna Rosa vidi
una Dida cosí diversa dalla mia e pur cosí ugualmente vera, che
provai - in quel punto, piú che mai - tutto l'orrore della mia
scoperta. Una Dida che parlava di me come assolutamente non mi
sarei mai immaginato ch’ella ne potesse parlare, nemica anche
della mia carne. Tutti i ricordi della nostra intimità comune,
separati e traditi cosí indegnamente che, per riconoscerli,
dovevo superarne con dispetto il ridicolo che prima non avevo
avvertito, riparare una vergogna che prima, in segreto, non
m'era parso di dover sentire. Come se a tradimento, dopo avermi
indotto confidente a denudarmi, spalancata la porta m'avesse
esposto alla derisione di chiunque avesse voluto entrare a
vedermi cosí nudo e senza riparo. E apprezzamenti sulla mia
famiglia e giudizii sulle mie piú naturali aitudini, che non mi
sarei mai aspettati da lei. Insomma un'altra Dida; una Dida
veramente nemica.
Eppure, sono certo certissimo che col suo Gengè ella non
fingeva: era col suo Gengè quale poteva essere per lui,
perfettamente intera e sincera. Fuori poi della vita che poteva
avere con lui, diventava un'altra: quell'altra che ora le
conveniva o le piaceva o veramente sentiva di essere per Anna
Rosa.
Ma di che mi maravigliavo? Non potevo io lasciarle intero il suo
Gengè, cosí com'ella se l'era foggiato, ed essere poi un altro
per conto mio?
Cosí era di me, come di tutti.
Non dovevo rivelare il segreto della mia scoperta ad Anna Rosa.
Fui tentato da lei stessa, per ciò che ella mi fece sapere, cosí
improvvisamente, di mia moglie. E non mi sarei mai immaginato
che la rivelazione le avrebbe prodotto nello spirito il
turbamento che le produsse, fino a farle commettere la follia
che commise.
Ma dirò prima della mia visita a Monsignore, a cui ella stessa
mi spinse con gran premura, come a cosa che non comportasse piú
altro indugio.
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