Libro Settimo
II. Primo avvertimento
Conoscevo poco Anna Rosa. L'avevo veduta parecchie volte in casa
mia, ma essendomi sempre tenuto lontano, piú per istinto che di
proposito, dalle amiche di mia moglie, avevo scambiato con lei
pochissime parole. Certi mezzi sorrisi, per caso sorpresi sulle
sue labbra mentre mi guardava di sfuggita, mi erano sembrati
cosí chiaramente rivolti a quella sciocca immagine di me che il
Gengè di mia moglie Dida le aveva dovuto far nascere nella
mente, che nessun desiderio m'era mai sorto d'intrattenermi a
parlare con lei.
Non ero mai stato a casa sua.
Orfana di padre e di madre, abitava con una vecchia zia in
quella casa che pare schiacciata dalle mura altissime della
Badía Grande: mura d'antico castello, dalle finestre con le
grate inginocchiate da cui sul tramonto s’affacciano ancora le
poche vecchie suore che vi sono rimaste. Una di quelle suore, la
meno vecchia, era zia anch’essa di Anna Rosa, sorella del padre;
ed era, dicono, mezza matta. Ma ci vuol poco a fare ammattire
una donna, chiudendola in un monastero. Da mia moglie, che fu
per tre anni educanda nel convento di San Vincenzo, so che tutte
le suore, cosí le vecchie come le giovani, erano, chi per un
verso chi per un altro, mezze matte.
Non trovai in casa Anna Rosa. La vecchia serva che m'aveva
recato il bigliettino, parlandomi misteriosamente dalla spia
della porta senza aprirla, mi disse che la padroncina era su
alla Badía, dalla zia monaca, e che andassi pure a trovarla là,
chiedendo alla suora portinaja d'essere introdotto nel
parlatorietto di Suor Celestina.
Tutto questo mistero mi stupí. E sul principio, anziché
accrescere la mia curiosità, mi trattenne d'andare. Per quanto
mi fosse possibile in quello stupore, avvertii il bisogno di
riflettere prima sulla stranezza di quel convegno lassu alla
Badía in un parlatorietto di suora.
Ogni nesso tra la mia futile disavventura coniugale e
quell'invito mi parve rotto, e subito rimasi apprensionito come
per un'imprevista complicazione che avrebbe recato chi sa quali
conseguenze alla mia vita.
Come tutti sanno a Richieri, poco mancò non mi recasse la morte.
Ma qui mi piace ripetere cio che già dissi davanti ai giudici,
perché per sempre sia cancellato dall'animo di tutti il sospetto
che allora la mia deposizione fosse fatta per salvare e mandare
assolta d'ogni colpa Anna Rosa. Nessuna colpa da parte sua. Fui
io, o piuttosto ciò che finora è stato materia di queste mie
tormentose considerazioni, se l'improvvisa e inopinata avventura
a cui quasi senza volerlo mi lasciai andare per un ultimo
disperatissimo esperimento, rischio d'avere una tal fine.
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