Libro Settimo
I. Complicazione
Fui invitato la mattina dopo con un bigliettino recato a mano ad
andar subito in casa di Anna Rosa, l'amichetta di mia moglie che
ho nominato una o due volte in principio, cosí di passata.
M'aspettavo che qualcuno cercasse di mettersi di mezzo per
tentare la riconciliazione tra me e Dida; ma questo qualcuno
nelle mie supposizioni doveva venire da parte di mio suocero e
degli altri socii della banca, non direttamente da parte di mia
moglie; già che l'unico ostacolo da rimuovere era la mia
intenzione di liquidare la banca. Tra me e mia moglie non era
avvenuto quasi nulla. Bastava ch’io dicessi ad Anna Rosa d'esser
pentito sinceramente dello sgarbo fatto a Dida scrollandola e
buttandola a sedere sulla poltrona del salotto, e la
riconciliazione sarebbe avvenuta senz'altro.
Che Anna Rosa si fosse preso l'incarico di farmi recedere da
quella intenzione, ponendolo come patto per il ritorno di mia
moglie in casa, non mi parve in alcun modo ammissibile.
Sapevo da Dida che la sua amichetta aveva rifiutato parecchi
matrimonii cosí detti vantaggiosi per disprezzo del danaro,
attirandosi la riprovazione della gente assennata e anche di
Dida che certo, sposando me (voglio dire il figlio d'un usurajo),
aveva dovuto lasciare intendere alle sue amiche che lo faceva
perché alla fin fine era un matrimonio "vantaggioso".
Per questo "vantaggio" da salvare Anna Rosa non poteva esser
dunque l'avvocato piú adatto.
Era da ammettere piuttosto il contrario: che Dida avesse ricorso
a lei per aiuto, cioè per farmi sapere che il padre, d'accordo
con gli altri soci, la tratteneva in casa e le impediva di
ritornare a me se io non recedevo dall'intenzione di liquidare
la banca. Ma conoscendo bene mia moglie, non mi parve
ammissiblle neppur questo.
Andai pertanto a quell'invito con una grande curiosità. Non
riuscivo a indovinarne la ragione.
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