Libro Sesto
V. Io dico, poi, perché?
Il tono era di scherzo, non nego, per via di quel maledetto
estro. E poteva anche parere ch’io parlassi con molta fatuità:
lo riconosco. Ma le proposte di un Gengè medico o avvocato o
professore e perfino deputato, se potevano far ridere me,
avrebbero potuto imporre a lui, io dico, almeno quella
considerazione e quel rispetto che di solito si hanno in
provincia per queste nobili professioni cosí comunemente
esercitate anche da tanti mediocri coi quali, poi poi, non mi
sarebbe stato difficile competere.
La ragione era un'altra, lo so bene. Non mi ci vedeva neanche
lui, mio suocero. Per motivi ben altri dai miei.
Non poteva ammettere, lui, ch’io gli levassi il genero (quel suo
Gengè ch’egli vedeva in me, chi sa come) dalle condizioni in cui
se n'era stato finora, cioè da quella comoda consistenza di
marionetta che lui da un canto e la figlia dall'altro, e dal
canto loro tutti i socii della banca gli avevano dato.
Dovevo lasciarlo cosí com'era, quel buon figliuolo feroce di
Gengè, a vivere senza pensarci dell'usura di quella banca non
amministrata da lui.
E io vi giuro che l'avrei lasciato lí, per non turbare quella
mia povera bambola, il cui amore mi era pur cosí caro, e per non
cagionare un cosí grave scompiglio a tanta brava gente che mi
voleva bene, se, lasciandolo lí per gli altri, io poi per mio
conto me ne fossi potuto andare altrove con un altro corpo e un
altro nome.
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