Libro Sesto
IV. Medico? Avvocato?
Professore? Deputato?
Senza dubbio era mio suocero la cagione dell'insperato risveglio
del mio estro, per quella (sí, Dio mio) forse irrispettosa
realtà che io finora gli avevo dato, di stupidissimo uomo sempre
soddisfatto di sé.
Molto curato, non pur nei panni, anche nell'acconciatura dei
capelli e dei baffi fino all'ultimo pelo; biondo biondo, e
d'aspetto, non dirò volgare ma comune a ogni modo; tutte quelle
cure avrebbe potuto risparmiarsele, perché gli abiti addosso a
lui, di fattura inappuntabile, restavano come non suoi, del
sarto che glieli aveva cuciti; e anche quella sua testa cosí ben
ravviata e quelle sue mani cosí tornite e levigate, anziché
attaccate vive e di carne al suo solino e alle sue maniche,
potevano figurare senza alcuno scàpito esposte mozze e di cera
nelle vetrine d'un parrucchiere e d'un guantaio. Sentirlo
parlare, vedergli socchiudere gli occhi cilestri smaltati nella
beatitudine d'un perenne sorriso per tutto ciò che gli usciva
dalle labbra coralline; vedergli poi riaprire quegli occhi e la
pàlpebra del destro restargli un pò tirata e appiccicata, quasi
non riuscisse a distaccarsi cosí presto dal prelibato sapore di
un'intima soddisfazione che nessuno avrebbe mai supposto in lui;
non poteva non fare una stranissima impressione, tanto pareva
finto, ripeto: fantoccio da sarto e testa da vetrina di
barbiere.
Ora, mentre me l'aspettavo cosí, la sorpresa di trovarmelo
davanti tutto scomposto e agitato serví soltanto a stuzzicare in
me d'improvviso il desiderio di provare quel rischio squisito
con cui uno muove inerme e sorridente contro un nemico che lo
minacci armato, dopo avergli intimato di non muoversi d'un
passo.
L'estro riacceso in me m'imponeva difatti sulle labbra un
sorriso di sfida e sulla fronte un'aria di smemorataggine per il
giuoco che voleva seguitare, pericolosissimo, mentre erano in
ballo cosí gravi interessi e per quell'uomo là e per tanti
altri: le sorti della banca; le sorti della mia famiglia: avere
altre prove di quella terribile cosa che già sapevo: cioè, che
sarei inevitabilmente sembrato pazzo, ancora e piú di prima, coi
discorsi che mi disponevo a fare, giú a rotta di collo per la
china di quell'incredibile e inverosimile ingenuità che aveva
fatto strabiliare Quantorzo e buttar via dalle risa mia moglie.
Difatti, anche per me ormai, se consideravo bene a fondo le cose
non poteva esser valida scusa la coscienza a cui volevo
appigliarmi. Potevo sentirmi rimordere sul serio di quell'usura
che non m'ero mai inteso di esercitare? Avevo sí firmato per
formalità gli atti di quella banca; ero vissuto fino a quel
momento dei guadagni di essa senza mai pensarci; ma ora che
finalmente me ne rendevo conto, avrei ritirato i danari dalla
banca, e presto, per mettermi del tutto a posto, me ne sarei
liberato come che fosse, istituendo un'opera di carità o
qualcosa di simile.
«Come! E ti par niente tutto questo? Ma Dio mio, ma dunque è
vero?»
«Vero, che cosa?»
«Che ti sei impazzito! E di mia figlia che vorresti farne? Come
vorresti vivere? di che?»
«Ecco, questo sí: questo mi pare importante. Da studiare.»
«Rovinare per sempre la tua posizione? Ciascuno ha sempre fatto
i suoi affari da che mondo è mondo.»
«Benissimo. E dunque, d'ora in poi, anch’io i miei.»
«Ma come, i tuoi, se butti via i danari guadagnati da tuo padre
in tanti anni di lavoro?»
«Ho sei anni d'Università.»
«Ah! Vorresti tornare all'Università?»
«Potrei.»
Accennò d'alzarsi. Lo trattenni, domandandogli:
«Scusi: prima di venire alla liquidazione della banca, ci sarà
tempo, non è vero?»
S’alzò furente, con le braccia per aria.
«Ma che liquidazione! che liquidazione! che liquidazione!»
«Se non vuol lasciarmi dire...»
Si voltò di scatto.
«Ma che vuoi dire. Tu farnetichi!»
«Sono calmissimo,» gli feci notare. «Le volevo dire che ho tante
materie di studio già a buon punto e lasciate lí.»
Mi guardò stordito.
«Materie di studio? Che significa?»
«Che potrei, anche presto, prendere una laurea di medico, per
esempio, o di dottore in lettere e filosofia.»
«Tu?»
«Non crede? Sí. M'ero messo anche per medico. Tre anni. E mi
piaceva. Domandi, domandi a Dida come vedrebbe meglio il suo
Gengè. Se medico o professore. Ho la parola facile: potrei
anche, volendo, far l'avvocato.»
Si scrollò violentemente.
«Ma se non hai voluto fare mai niente!»
«Già. Ma non per leggerezza, veda. Anzi, al contrario! Mi ci
affondavo troppo. E non si riesce a nulla, creda, affondandosi
troppo in qualsiasi cosa. Si vengono a fare certe scoperte!
Leggermente però, le assicuro che il medico, l'avvocato o, se
Dida preferisce, il professore, potrei farlo benissimo. Basta
che mi ci metta.»
Paonazzo dalla violenza che faceva su se stesso per starmi a
sentire, a questo punto scappò via. O schiattava. Gli corsi
dietro, gridando:
«Ma no, ma senta, ma dando via i danari di mio padre ma sa che
popolarità! Mi potrebbero anche eleggere deputato: ci pensi! Se
a Dida piacesse, e anche a lei: il genero deputato... Non mi ci
vede? non mi ci vede?»
Se n'era già scappato via, urlando a ogni mia parola:
«Pazzo! Pazzo! Pazzo!»
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