Libro Sesto
III. Seguito a compromettermi
Venne a trovarmi, la mattina dopo, mio suocero.
Dovrei dir prima (ma non dirò) fin dov'ero arrivato con
l'immaginazione, farneticando per gran parte della notte, a
furia di trar conseguenze dalle condizioni in cui m'ero messo di
fronte agli altri, non solo, ma anche rispetto a me stesso.
M'ero sottratto affannato a un breve sonno di piombo, con la
sensazione dell'ostile gravezza di tutte le cose, anche
dell'acqua raccolta nel cavo delle mani, per lavarmi, anche
dell'asciugamani di cui dopo m'ero servito; quando, all'annunzio
della visita, improvvisamente mi sentii tutto alleggerire da un
pronto risveglio di quell'estro gaio che per fortuna come un
benefico vento m'arieggia ancora a tratti lo spirito.
Feci volar l'asciugamani e dissi a Nina:
«Bene bene. Fallo accomodare nel salotto, e digli che vengo
subito.»
Mi guardai allo specchio dell'armadio con irresistibile
confidenza fino a strizzare un occhio per significare a quel
Moscarda là che noi due intanto c'intendevamo a maraviglia. E
anche lui, per dire la verità, subito mi strizzò l'occhio, a
confermare l'intesa.
(Voi mi direte, lo so, che questo dipendeva perché quel Moscarda
là nello specchio ero io; e ancora una volta dimostrerete di non
aver capito niente. Non ero io, ve lo posso assicurare. Tant'è
vero che, un istante dopo, prima d'uscire, appena voltai un pò
la testa per riguardarlo in quello specchio era già un altro,
anche per me, con un sorriso diabolico negli occhi aguzzi e
lucidissimi. Voi ve ne sareste spaventati; io no; perché già lo
sapevo; e lo salutai con la mano. Mi salutò con la mano anche
lui, per dire la verità).
Tutto questo, per cominciare. La commedia seguitò poi nel
salotto con mio suocero.
In quattro?
No.
Vedrete in quanti svariati Moscarda, dacché c'ero, mi spassai a
produrmi quella mattina.
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