Libro Quinto
VIII. Il punto vivo
Quantorzo, difatti, cominciò presto a turbarsi, non appena i
suoi occhi s’infrontarono coi miei; a smarrirsi, parlando; tanto
che senza volerlo accennava di tratto in tratto di levare una
mano, come per dire: "No, aspetta".
Ma non tardai a scoprire l'inganno.
Si smarriva cosí, non già perché il mio sguardo gli facesse
vacillare la sicurezza di sé, ma perché gli era parso di
leggermi negli occhi che io avessi già compreso la ragione
riposta per cui era venuto a farmi quella visita: che era di
legarmi mani e piedi, d'intesa con Firbo, protestando che non
avrebbe potuto piú fare il direttore della banca, se io
intendevo d'arrogarmi il diritto di compiere altri atti
improvvisi e arbitrarii, di cui né lui né Firbo avrebbero potuto
assumersi la responsabilità.
Allora, certo di questo, mi proposi di sconcertarlo, non però
subitaneamente come avevo fatto l'altra volta parlando e
gestendo come un pazzo davanti a lui e a Firbo, ma al contrario;
per il gusto di vedere come se ne sarebbe andato via, dopo
essere venuto cosí fermo in quel proposito; il gusto, dico, che
poteva darmi quella sua guerriera fermezza di dimostrarmi ancora
una volta, senza che n'avessi piú bisogno, come un nonnulla
sarebbe bastato a fargliela crollare: una parola che avrei
detta, il tono con cui l'avrei detta, tale da frastornarlo e da
fargli cangiar l'animo, e con l'animo, per forza, tutta quella
sua solidissima realtà, come ora dentro di sé se la sentiva, e
fuori se la vedeva e se la toccava.
Appena mi disse che Firbo specialmente non si poteva dar pace di
quanto avevo fatto, gli domandai con un sorriso fatuo, per farlo
stizzire:
«Ancora?»
Difatti si stizzí:
«Ancora? caro mio! Ci hai fatto trovare tutti gl'incartamenti
dello scaffale in tale scompiglio che gli ci vorranno a dir poco
due mesi per rimetterli in ordine.
Mi feci allora molto serio e, rivolto a Dida:
«Vedi, cara, tu che credevi una burla?»
Dida mi guardò subito incerta; poi guardò Quantorzo; poi di
nuovo me; e infine domandò, con apprensione:
«Ma insomma, che hai fatto?»
Con la mano le feci segno d'aspettare. Ancora piú serio mi
rivolsi a Quantorzo e gli dissi:
«Ha trovato lo scompiglio nello scaffale il signor Firbo? E
perché non ti provi ora a domandare, tu a me, che cosa ci ho
trovato io?»
Ed ecco che Quantorzo s'agitò sul divano e una ventina di volte
batté le pàlpebre come per richiamarsi istintivamente
all'attenzione dallo sbalordimento in cui cadeva, piú che per la
domanda, per il tono di sfida con cui l'avevo proferita.
«Che... che vi hai trovato?» balbettò.
Risposi subito, accompagnando le parole col gesto:
«Un palmo di polvere: cosí!»
Si guardarono negli occhi, storditi; perché quel tono escludeva
che per sciocchezza avessi detto quella cosa in sé sciocca: e
nello stordimento Quantorzo ripeté:
«Un palmo di polvere? che significa?»
«Significa, oh bella, che dormivano tutti quegli incartamenti.
Da anni! Un palmo, dico un palmo di polvere. E difatti, una casa
sfitta; e di quell'altra là, chi sa da quanto tempo non si
riscoteva piú la pigione!
Quantorzo - non me l'aspettavo - finse lui questa volta di
trasecolare piú che mai:
«Ah,» fece, «e tu allora le svegli cosí, le case: regalandole?»
«No, caro mio,» gli gridai subito, riscaldandomi, un pò, sí, ad
arte, ma anche sul serio un pò. «No, caro mio! Per dimostrarvi
che v’ingannate di molto ma di molto sul conto mio, tu, Firbo,
tutti quanti siete! Parlo, parlo, dico sciocchezze, faccio lo
svagato; ma non è vero, sai? perché osservo tutto io, invece;
osservo tutto!»
Quantorzo - questa volta sí, come m'aspettavo - tentò di reagire
ed esclamò:
«Ma che osservi? Ma fa’ il piacere! La polvere dello scaffale
osservi!»
«E le mie mani,» mi venne d'aggiungere subito, non so perché,
presentandole: con un tal tono di voce che destò all'improvviso
in me stesso un brivido, rivedendomi col pensiero in quello
stanzino dello scaffale nell'atto di sollevar le mani per rubare
a me stesso l'incartamento, dopo avere immaginato là dentro
quelle di mio padre, bianche, grasse, piene di anelli e coi peli
rossi sul dorso della dita.
«Vengo alla banca,» seguitai, stanco tutt'a un tratto e
nauseato, tra il crescente sbalordimento dell'una e dell'altro,
«vengo alla banca solo quando mi chiamate a firmare; ma state
attenti che non ho neanche bisogno di venirci, io, alla banca,
per sapere tutto ciò che vi si fa.» Guardai di traverso
Quantorzo; mi parve pallidissimo. (Ma oh, badiamo, dico sempre
quello mio; perché forse il Quantorzo di Dida, no, che seppure
anche a Dida sarà parso che il suo impallidisse, avrà forse
creduto per isdegno e non per paura, com'io del mio avrei potuto
giurare.) A ogni modo, le mani se le portò subito al petto per
davvero; e gli occhi, tanto d'occhi sgranò nel domandarmi:
«Che ci tieni dunque le spie? Ah dunque tu diffidi di noi?»
«Non diffido, non diffido; non tengo spie,» m'affrettai a
rassicurarlo. «Osservo, fuori, gli effetti delle vostre
operazioni; e mi basta. Rispondi a me: tu e Firbo, è vero?
seguite nel trattare gli affari le norme di mio padre?»
«Punto per punto!»
«Non ne dubito. Ma siete riparati, voi, dico per la vostra
parte, dall'ufficio che tenete: l’uno di direttore, l’altro di
consulente legale. Mio padre, per disgrazia, non c'è piú. Vorrei
sapere chi risponde degli atti della banca davanti al paese.
«Come, chi risponde?» fece Quantorzo. «Ma noi, noi! E appunto
perché ne rispondiamo noi, vorremmo essere sicuri che tu non
abbia ancora a immischiartene, intervenendo con certi atti;
senti, dico inconsulti per non dire altro!»
Negai prima col dito; poi dissi, placido:
«Non è vero. Voi no; se seguite punto per punto le norme di mio
padre. Davanti a me, tutt'al piú, potreste risponderne voi, se
non le seguiste e io ve ne domandassi conto e ragione. Ora dico
davanti al paese: chi ne risponde? Ne rispondo io che firmo i
vostri atti: io! io! E mi devo veder questa: che voi la mia
firma sí, la volete sotto tutti gli atti che fate voi; e mi
negate poi la vostra per quell'uno che faccio io.»
Doveva essersi impaurito ben bene, perché a questo punto gli
vidi dare tre allegri balzi sul divano, esclamando:
«Oh bella! oh bella! oh bella! Ma perché noi, i nostri, sono
quelli normali della banca! Mentre il tuo, scusa, me lo fai dire
tu, è stato proprio da pazzo! da pazzo!»
Scattai in piedi; gli appuntai l'indice d'una mano contro il
petto, come un'arma.
«E tu mi credi pazzo?»
«Ma no!» fece, smorendo subito sotto la minaccia di quel dito.
«No, eh?» gli gridai tenendolo fermo con gli occhi. «Resta
intanto assodato questo tra noi, bada!»
Quantorzo, allora, rimasto come a mezz'aria, vagellò; non già
perché gli nascesse lí per lí di nuovo il dubbio ch’io potessi
anche esser pazzo per davvero, no; ma perché, non comprendendo
la ragione per cui mi premeva d'assodare ch’egli non m'aveva per
tale, nell'incertezza, temendo un'insidia da parte mia, quasi
quasi si pentiva d'aver detto di no cosí in prima, e tentò di
disdirsi con un mezzo sorriso.
«No, aspetta... ma devi convenire...»
Che bella cosa! ah che bella cosa! Ora Dida, seguitando a
guardare accigliata un pò me e un pò Quartorzo, dava a vedere
chiaramente che non sapeva piú che pensare cosí di lui come di
me. Quel mio scatto, quella mia domanda a bruciapelo, che per
lei – s’intende - erano stati uno scatto e una domanda del suo
Gengè; e del tutto incomprensibili come di lui, se non a patto
che Quantorzo lí presente e il signor Firbo avessero commesso
qualche mancanza cosí enorme da renderlo ora, Dio mio, proprio
irriconoscibile il suo Gengè, di fronte al momentaneo
smarrimento di Quantorzo; quello scatto, dico, e quella domanda
avevano avuto l'effetto di farla dubitare piú che mai della
posata assennatezza di quel suo rispettabile Quantorzo. E cosí
palesemente esprimeva con gli occhi questo dubbio, che Quantorzo,
appena pensò di rivolgersi anche a lei, in quel tentativo di
disdirsi col suo mezzo sorriso, piú che piú si smarrí,
avvertendo subito che gli mancava accanto una certezza di
consenso, su cui finora aveva creduto di potersi fidare.
Scoppiai a ridere; ma né l'uno né l'altra ne indovinarono la
ragione; fui tentato di gridargliela in faccia, scrollandoli:
"Ma vedete? vedete? E come potete essere allora cosí sicuri se
da un minuto all'altro una minima impressione basta a farvi
dubitare di voi stessi e degli altri?".
«Lascia andare!» troncai con un atto di sdegno, per
significargli che la stima che poteva essersi fatta di me, della
mia sanità mentale, non aveva piú, almeno per il momento, alcuna
importanza. «Rispondi a me. Ho visto alla banca bilance e
bilancine. Vi servono per pesare i pegni, è vero? Ma tu, dimmi
un pò: tu, tu, sulla tua coscienza, li hai mai pesati, tu, col
peso che possono avere per gli altri, codesti che chiami gli
atti normali della banca?
A questa domanda Quantorzo si guardò di nuovo attorno, quasi che
da altri, oltre che da me, si sentisse ancora, proditoriamente,
tirare fuor di strada.
«Come, sulla mia coscienza?»
«Credi che non c'entri?» ribattei subito. «Eh, lo so! E forse
credi che non c'entri neppure la mia, perché ve l'ho lasciata
per tanti anni alla banca, con tutto l'altro patrimonio, ad
amministrare secondo le norme di mio padre.
«Ma la banca...»si provò a obiettare Quantorzo.
Scattai di nuovo:
«La banca... la banca... Non sai veder altro che la banca, tu.
Ma tocca a me poi, fuori, a sentirmi dare dell'usurajo!»
A questa uscita inattesa Quantorzo balzò in piedi a sua volta,
come se avessi detto la piú fiera delle bestemmie o la piú
madornale delle bestialità; e, fingendo di scapparsene: «Uh, Dio
benedetto!» esclamò con le braccia levate; e, di nuovo: «Uh, Dio
benedetto!» ritornando indietro, con la testa tra le mani e
guardando mia moglie, come per dirle: "Ma sente, ma sente che
bambinate? E io che supponevo che avesse da dirmi una cosa
seria!". M'afferrò per le braccia, forse per scuotermi dallo
sbalordimento che a mia volta m'aveva cagionato istintivamente
quella sua mimica furiosa e mi gridò:
«Ma ti dai sul serio pensiero di questo? Eh via! eh via!»
E per prendersi la rivincita m'additò in prova a mia moglie che
rideva, ah rideva, si buttava via dalle risa, certo per quello
che avevo detto, ma fors’anche per l'effetto di quelle mie
parole su Quantorzo, nonché per lo sbalordimento che n'era
seguito in me e che senza dubbio ridestava in lei finalmente la
piú lampante immagine della nota e cara sciocchezza del suo
Gengè.»
Ebbene, da quella risata mi sentii ferire all'improvviso come
non mi sarei mai aspettato che potesse accadermi in quel
momento, nell'animo con cui un pò m'ero messo e un pò lasciato
andare a quella discussione: ferire addentro in un punto vivo di
me che non avrei saputo dire né che né dove fosse; tanto finora
m'era apparso chiaro ch’io alla presenza di quei due, io come
io, non ci fossi, e ci fossero invece il "Gengè" dell'una e il
"caro Vitangelo"dell'altro; nei quali non potevo sentirmi vivo.
Fuori d'ogni immagine in cui potessi rappresentarmi vivo a me
stesso, come qualcuno anche per me, fuori d'ogni immagine di me
quale mi figuravo potesse essere per gli altri; un "punto vivo"
in me s'era sentito ferire cosí addentro, che perdetti il lume
degli occhi.
«Finiscila di ridere!» gridai, ma con tal voce, a mia moglie,
che questa, guardandomi (e chi sa che viso dovette vedermi) d'un
tratto ammutolí, scontraffacendosi tutta.
«E tu stai bene attento a quello che ti dico,» soggiunsi subito,
rivolto a Quantorzo. «Voglio che la banca sia chiusa questa sera
stessa.»
«Chiusa? Che dici?»
«Chiusa! chiusa!» ribattei, facendomegli addosso. «Voglio che
sia chiusa. Sono il padrone, sí o no?»
«No, caro! Che padrone!» insorse. «Non sei mica tu solo il
padrone.»
«E chi altri? tu? il signor Firbo?»
«Ma tuo suocero, ma tanti altri!»
«Però la banca porta soltanto il mio nome.»
«No, di tuo padre che la fondò!»
«Ebbene, voglio che sia levato!»
«Ma che levato! Non è possibile!»
«Oh guarda un pò. Non sono padrone del mio nome? del nome di mio
padre?»
«No, perché è negli atti di costituzione della banca, quel nome;
è il nome della banca: creatura di tuo padre, tal quale come te!
E ne porta il nome con lo stesso stessissimo tuo diritto!»
«Ah è cosí.»
«Cosí, cosí!»
«E il danaro? Quello che mio padre ci mise, di suo?»
«Ha investito nelle operazioni della banca.»
«E se io non voglio piú? Se voglio ritirarlo per investirlo
altrimenti, a piacer mio, non sono padrone?»
«Ma tu cosí butti all'aria la banca!»
«E che vuoi che me n'importi? Non voglio più saperne, ti dico!»
«Ma importa agli altri, se permetti! Tu rovini gli interessi
degli altri, i tuoi stessi, quelli di tua moglie, di tuo
suocero!»
«Nient'affatto! Gli altri facciano quello che vogliono:
séguitino a tenerci il loro: io ritiro il mio.»
«Vorresti mettere dunque in liquidazione la banca?»
«So un corno io di queste cose! So che voglio, "voglio" capisci?
voglio ritirare i miei denari, e basta cosí!»
Vedo bene adesso che questi violenti diverbii, cosí a botta e
risposta, sono veri e proprii pugilati tra due avverse volontà
che cercano d'accopparsi a vicenda, colpendo, parando,
ribattendo, sicura ciascuna che il colpo assestato debba
atterrare l'altra; fin tanto che all'una e all'altra non venga
dalla resistente durezza d'ogni ribattuta avversaria la prova
sempre piú convincente che inutile è insistere poiché l'altra
non cede. E la piú ridicola figura l'hanno fatta intanto i pugni
veri levandosi istintivamente ad accompagnare irosi quelli
parlati, o meglio, urlati, proprio fino all'altezza del grugno
avversario ma senza toccarlo, e i denti che si serrano e i nasi
che s’arricciano e le ciglia che s’aggrottano e tutta la persona
che freme.
Con l'ultima scarica di quei tre "voglio", "voglio", "voglio"
dovevo aver bene ammaccata la resistenza di Quantorzo. Gli vidi
congiungere le mani in atto di preghiera:
«Ma si può sapere almeno perché? Cosí da un momento all'altro?»
Ebbi, vedendolo in quell'atto, come una vertigine. D'improvviso
avvertii che spiegare lí per lí a lui e a mia moglie che
pendevano da me, l’uno supplichevole e l'altra ansiosa e
spaventata, i motivi di quella mia testarda risoluzione, di
tanta gravità per tutti, non mi sarebbe stato possibile. Quei
motivi, che pur sentivo in me aggrovigliati in quel momento e
sottili e contorti dai lunghi spasimi delle mie tante
meditazioni, non erano piú chiari del resto neanche a me stesso,
strappato dalla concitazione dell'ira a quella terribile fissità
di luce che folgorava tetra da quanto avevo cosí solitariamente
scoperto: tenebra per tutti gli altri che vivevano ciechi e
sicuri nella pienezza abituale dei loro sentimenti. Avvertii
subito che, a svelarne appena appena uno solo, sarei parso
irremissibilmente pazzo all'uno e all'altra: che, per esempio,
non m’ero mai veduto fino a poco tempo addietro com'essi mi
avevano sempre veduto, cioè uno che vivesse tranquillo e svagato
sull'usura di quella banca, pur senza doverla riconoscere
apertamente. L'avevo appena appena riconosciuto in loro
presenza, ed ecco che all'uno e all'altra era sembrata
un'ingenuità cosí inverosimile da suscitare nell'uno quella
comica furiosa mimica e nell'altra quell'interminabile risata. E
come dunque dir loro che su questa "ingenuità" appunto, ai loro
occhi quasi incredibile, io fondavo tutto il peso di quella
risoluzione? Ma se usurajo ero sempre stato, sempre, da prima
ancora che nascessi? Non m'ero visto io stesso sulla strada
maestra della pazzia incamminato a compiere un atto che agli
occhi di tutti doveva apparire appunto contrario a me stesso e
incoerente, ponendo fuori di me la mia volontà, come un
fazzoletto che mi cavassi di tasca? Non avevo io stesso
riconosciuto che il signor usurajo Vitangelo Moscarda poteva sí
impazzire, ma non si poteva in alcun modo distruggere?
Ebbene, ma questo, proprio questo, era il "punto vivo" ferito in
me, che m'accecava e mi toglieva in quel momento la comprensione
di tutto: che usurajo no, quell'usurajo che non ero mai stato
per me, ora non volevo piú essere neanche per gli altri e non
sarei piú stato, anche a costo della rovina di tutte le
condizioni della mia vita. Ed era finalmente in me un
sentimento, questo, ben cementato dalla volontà che mi dava
(benché lo avvertissi fin d'allora con una certa apprensione e
diffidenza) la stessa consistente solidità degli altri sorda e
chiusa in sé come una pietra. Sicché bastò che mia moglie,
approfittando del mio improvviso smarrimento, scattasse,
imponendo al suo Gengè di finirla una buona volta con quella
ridicola aria di comando che voleva darsi, e mi venisse, cosí
dicendo, quasi con le mani in faccia, bastò questo perché io
perdessi di nuovo il lume degli occhi e le afferrassi i polsi e
scrollandola e respingendola indietro la ributtassi a sedere
sulla poltrona:
«Finiscila tu, col tuo Gengè che non sono io, non sono io, non
sono io! Basta con codesta marionetta! Voglio quello che voglio;
e come voglio sarà fatto!»
Mi voltai a Quantorzo.
«Hai capito?»
E uscii, furioso, dal salotto.
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