Libro Quinto
IV. La vista degli altri
Perché, quand'uno pensa d'uccidersi, s'immagina morto, non piú
per sé, ma per gli altri?
Tumido e livido, come il cadavere d'un annegato, rivenne a galla
il mio tormento con questa domanda, dopo essermi sprofondato per
piú d'un'ora nella meditazione, là in quel recinto, se non
sarebbe stato quello il momento di farla finita, non tanto per
liberarmi di esso tormento, quanto per fare una bella sorpresa
all'invidia che molti mi portavano o anche per dare una prova
dell'imbecillità che molti altri m'attribuivano.
E allora, tra le diverse immagini della mia morte violenta, come
potevo supporre balzassero improvvise, tra la costernazione e lo
sbalordimento, in mia moglie, in Quantorzo, in Firbo, in tanti e
tanti altri miei conoscenti; costringendomi a rispondere a
quella domanda, mi sentii piú che mai mancare, perché dovetti
riconoscere che nei miei occhi non c'era veramente una vista per
me, da poter dire in qualche modo come mi vedevo senza la vista
degli altri, per il mio stesso corpo e per ogni altra cosa come
potevo figurarmi che dovessero vederli; e che dunque i miei
occhi, per sé, fuori di questa vista degli altri, non avrebbero
piú saputo veramente quello che vedevano.
Mi corse per la schiena il brivido d'un ricordo lontano: di
quand'ero ragazzo, che andando sopra pensiero per la campagna
m'ero visto a un tratto smarrito, fuori di ogni traccia, in una
remota solitudine tetra di sole e attonita; lo sgomento che ne
avevo avuto e che allora non avevo saputo chiarirmi. Era questo:
l'orrore di qualche cosa che da un momento all’altro potesse
scoprirsi a me solo, fuori della vista degli altri.
Sempre che ci avvenga di scoprire qualcosa che gli altri
supponiamo non abbiano mai veduta, non corriamo a chiamare
qualcuno perché subito la veda con noi?
«Oh Dio, che è?
Ove la vista degli altri non ci soccorra a costituire comunque
in noi la realtà di ciò che vediamo, i nostri occhi non sanno
più quello che vedono; la nostra coscienza si smarrisce, perché
questa che crediamo la cosa più intima nostra, la coscienza,
vuol dire gli altri in noi; e non possiamo sentirci soli.
Balzai in piedi, esterrefatto. Sapevo, sapevo la mia solitudine;
ma ora soltanto ne sentivo e toccavo veramente l'orrore, davanti
a me stesso, per ogni cosa che vedevo, se alzavo una mano e me
la guardavo. Perché la vista degli altri non è e non può essere
nei nostri occhi se non per un'illusione a cui non potevo piú
credere; e, in un totale smarrimento, parendomi di vedere quel
mio stesso orrore negli occhi della cagnetta che s’era levata
anche lei di scatto e mi guardava, per togliermela davanti,
quell'orrore, le allungai un calcio; ma subito ai guaiti
laceranti della bestiola, mi presi disperatamente la testa tra
le mani, gridando:
«Impazzisco! impazzisco!»
Se non che, non so come, in quel gesto di disperazione tornai a
vedermi, e allora il pianto che stava per prorompermi dal petto
mi si mutò d'improvviso in uno scoppio di riso, e chiamai quella
povera Bibí ch’era mezza azzoppata, mi misi a zoppicare anch’io
per burla, e tutto in preda a una gaia smania feroce, le dissi
che avevo giocato, giocato, e che volevo seguitare a giocare. La
bestiolina starnutiva, come per dirmi:
«Rifiuto! rifiuto!»
«Ah sí? Rifiuti, Bibí, rifiuti?
E allora mi misi a starnutire anch’io per rifarle il verso,
ripetendo a ogni starnuto:
«Rifiuto! rifiuto!»
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