Libro Quinto
III. Parlo con Bibì
E mi vedo, rasente ai muri, per via, che non so piú come né dove
guardare, con quella cagnolina dietro, che pare me lo faccia
apposta di dare a vedere che, com'io non vorrei andare, cosí non
vorrebbe venire con me neanche lei, e si fa tirare pontando le
zampine, finché stizzito non le do uno strattone, a rischio di
spezzare quel laccetto rosso.
Vado a nascondermi a pochi passi da casa, dentro il recinto d'un
terreno venduto per una casa che vi doveva sorgere, grande e chi
sa come brutta, a giudicare dalle altre vicine. Il terreno è
scavato in parte per le fondamenta; ma i mucchi di terra non
sono stati portati via; e qua e là sono sparse tra l'erba
ricresciuta folta, le pietre per la fabbrica, come crollate e
vecchie prima d'essere usate.
Seggo su una di queste pietre; guardo il muro che para, alto,
bianco, stagliato nell'azzurro, della casa accanto. Rimasto
scoperto, senza una finestra, tutto cosí bianco e liscio, quel
muro, col sole che ci batte sopra, acceca. Abbasso gli occhi qua
nell'ombra di quest'erba vana, che respira grassa e calda nel
silenzio immobile, tra un brusío d'insetti minuti; c'è un
moscone fosco che mi dà addosso, ronzando, irritato dalla mia
presenza; vedo Bibí che mi s’è acculata davanti con le orecchie
ritte, delusa e sorpresa, come per domandarmi perché siamo
venuti qua, in un luogo che non s’aspettava, ove tra l'altro...
ma sí, di notte, qualcuno, passando...
«Sí, Bibí,» le dico. «Questo puzzo... Lo sento. Ma mi pare il
meno, sai? che possa ormai venirmi dagli uomini. E di corpo.
Peggio, quello che esala dai bisogni dell'anima, Bibí. E
veramente sei da invidiare, tu che non puoi averne sentore.
La tiro a me per le due zampine davanti, e seguito a parlare
cosí.
«Vuoi sapere perché sia venuto a nascondermi qua? Eh, Bibí,
perché la gente mi guarda. Ha questo vizio, la gente, e non se
lo può levare. Ci dovremmo allora levare tutti quelli di
portarci per via, a spasso, un corpo soggetto a essere guardato.
Ah, Bibí, Bibí, come faccio? Io non posso piú vedermi guardato
neanche da te. Nessuno dubita di quel che vede, e va ciascuno
tra le cose, sicuro ch’esse appaiano agli altri quali sono per
lui; figuriamoci poi se c'è chi pensa che ci siete anche voi
bestie che guardate uomini e cose con codesti occhi silenziosi e
chi sa come li vedete, e che ve ne pare. Io ho perduto, perduto
per sempre la realtà mia e quella di tutte le cose negli occhi
degli altri, Bibí! Appena mi tocco, mi manco. Perché sotto il
mio stesso tatto suppongo la realtà che gli altri mi dànno e
ch’io non so né potrò mai sapere. Cosicché, vedi? io - questo
che ora ti parla - questo che ora ti tiene cosí sollevate da
terra queste due zampine - le parole che ti dico, non so, non so
proprio, Bibí, chi te le dica.»
Ebbe a questo punto un soprassalto improvviso, la povera
bestiolina, e volle sguizzarmi dalle mani che le reggevano le
due zampine. Senza indugiarmi a riflettere se quel soprassalto
fosse per lo spavento di quel che le avevo detto, per non
spezzargliele, gliele lasciai, e subito allora essa si sfogò
abbaiando contro un gatto bianco intravisto tra l'erba in fondo
al recinto: se non che il laccetto rosso trascinato tra i piedi
in corsa a un tratto le s’impigliò in uno sterpo e le diede un
tale strappo, che la fece arrovesciare all'indietro e rotolare
come un batuffolo. Friggendo di rabbia si raddrizzò, ma restò
puntata su le quattro zampe, non sapendo piú dove avventare la
sua furia interrotta: guardò di qua, di là: il gatto non c'era
piú.
Starnutò.
Io potei ridere di quella sua corsa, prima, poi di quel
capitombolo all'indietro, e ora di vederla restar cosí;
tentennai il capo e la richiamai a me. Se ne venne leggera
leggera, quasi ballando sulle esili zampine; quando mi fu
davanti, levò da sé le due anteriori per appoggiarsi a un mio
ginocchio, quasi volesse seguitare il discorso rimasto a mezzo,
che invece le piaceva. Eh sí, perché, parlando, io le grattavo
la testa dietro le orecchie.
«No no, basta, Bibí» le dissi. «Chiudiamo gli occhi piuttosto.»
E le presi tra le mani la testina. Ma la bestiola si scrollò,
per liberarsi; e la lasciai.
Poco dopo, sdraiata ai miei piedi, col musino allungato sulle
due zampette davanti, la udii sospirare forte, come se non ne
potesse piú dalla stanchezza e dalla noia, che pesavano tanto
anche sulla sua vita di povera cagnetta bellina e vezzeggiata.
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