Libro Quinto
II. Il riso di Dida
M'ero, mogio mogio, rinchioccito tra le gonnelle di Dida dentro
la sorda tranquilla e oziosa stupidità del suo Gengè, perché
apparisse chiaro non pure a lei ma a tutti che, se si voleva
proprio tenere in conto di pazzia l'atto da me commesso, fosse
ritenuto come una pazzia di quel Gengè là, vale a dire piuttosto
un vaporoso e momentaneo capriccio da innocuo sciocco.
E intanto alle sgridate ch’ella gli dava, a quel suo Gengè, io
mi sentivo ora finir lo stomaco da un avvilimento che non so
ridire, ora crepare in corpo da certe risate che non sapevo come
trattenere, per l'aspetto che pur dovevo conservare a lui, non
già compunto, Dio liberi! ma anzi da cocciuto che non si voleva
dare al tutto per vinto, anche riconoscendo che, sí, l'aveva
fatta un pò troppo grossa. E la paura, nello stesso tempo, che
all'improvviso, non piú contenuta, s’affacciasse da quegli occhi
a spiarla di traverso, o prorompesse da quella bocca in qualche
orribile grido l'atroce disperazione della mia angoscia segreta
e inconfessabile.
Ah, inconfessabile, inconfessabile, perché solo del mio spirito,
quell'angoscia, fuori d'ogni forma che potessi fingermi e
riconoscere per mia oltre questa qua, per esempio, che mia
moglie dava, vera e tangibile in me, a quel suo Gengè che le
stava davanti e che non ero io; anche se non potevo piú dire chi
fossi io allora, e di chi e dove, fuori di lui, quell’angoscia
atroce che mi soffocava.
E tanto ormai, fisso in questo tormento, m'ero alienato da me
stesso, che come un cieco davo il mio corpo in mano agli altri,
perché ciascuno si prendesse di tutti quegli estranei
inseparabili che portavo in me quell'uno che ero per lui e, se
voleva, lo bastonasse; se voleva, se lo baciasse; o anche
andasse a chiuderlo in un manicomio.
«Qua, Gengè. Siedi qua. Qua, cosí. Guardami bene negli occhi.
Come no? Non vuoi guardarmi?»
Ah che tentazione di prenderle il viso tra le mani per
costringerla a guardare nell'abisso di due occhi ben altri da
quelli da cui voleva essere guardata!
Era lí davanti a me; m'acciuffava con una mano i capelli; mi si
metteva a sedere sulle ginocchia; sentivo il peso del suo corpo.
Chi era?
Nessun dubbio in lei ch’io lo sapessi, chi era.
E io avevo intanto orrore dei suoi occhi che mi guardavano
ridenti e sicuri; orrore di quelle sue fresche mani che mi
toccavano certe ch’io fossi come quei suoi occhi mi vedevano;
orrore di tutto quel suo corpo che mi pesava sulle ginocchia,
fiducioso nell'abbandono che mi faceva di sé, senza il piú
lontano sospetto che non si désse realmente a me, quel suo
corpo, e che io, stringendomelo tra le braccia, non mi
stringessi con quel suo corpo una che m'apparteneva totalmente,
e non un'estranea, alla quale non potevo dire in alcun modo
com'era, perché era per me qual'io appunto la vedevo e la
toccavo questa – cosí - con questi capelli - e questi occhi - e
questa bocca, come nel fuoco del mio amore gliela baciavo;
mentre lei la mia, nel suo fuoco cosí diverso dal mio,
incommensurabilmente lontano, se tutto per lei, sesso, natura,
immagine e senso delle cose, pensieri e affetti che le
componevano lo spirito, ricordi, gusti e il contatto stesso
della mia ruvida guancia sulla sua delicata, tutto, tutto era
diverso; due estranei, stretti cosí - orrore - estranei, non
solo l'uno per l'altra, ma ciascuno a se stesso, in quel corpo
che l'altro si stringeva.
Voi non lo avete mai provato, quest'orrore, lo so; perché avete
sempre e soltanto stretto fra le braccia tutto il vostro mondo
nella donna vostra, senza il minimo avvertimento ch’ella intanto
si stringe in voi il suo, che è un altro, impenetrabile. Eppure
basterebbe, per sentirlo, quest'orrore, che voi pensaste un
momento, che so! a un'inezia qualunque, a una cosa che a voi
piace e a lei no: un colore, un sapore, un giudizio su una tal
cosa; che non vi facessero soltanto pensare superficialmente a
una diversità di gusti, di sensazioni o d'opinioni; che gli
occhi di lei, mentre voi la guardate, non vedono in voi, e come
i vostri, le cose quali voi le vedete, e che il mondo, la vita,
la realtà delle cose qual'è per voi, come voi la toccate, non
sono per lei che vede e tocca un'altra realtà nelle stesse cose
e in voi stesso e in sé, senza che vi possa dire come sia,
perché per lei è quella e non può figurarsi che possa essere
un'altra per voi.
Mi costò molto dissimulare la freddezza d'un rancore che mi
sinduriva nell'animo sempre piú, vedendo che Dida, in fondo, per
quanto si sforzasse di far viso fermo, rideva di quello spasso
brutale che il suo Gengè s’era preso, evidentemente senza
riflettere che non tutti come lei avrebbero compreso ch’egli
aveva voluto fare una burla e niente piú.
«Ma guarda un pò, se sono scherzi da fare! Lo sfratto sotto la
pioggia; e assistervi, provocando l'indignazione di tutti,
scioccone! A momenti t'accoppavano!»
Cosí mi diceva, e voltava la faccia per nascondere il riso che
intanto le provocava la vista di quel mio rancore, il quale
naturalmente nell'aspetto del suo Gengè, come se lo vedeva ora
davanti e come s'immaginava che dovesse essere in quel momento
dello sfratto tra l'indignazione di tutti, le appariva dispetto,
nient'altro che un buffo dispetto di quel suo "scioccone" a
causa della burla mancata e mal compresa.
«Ma che ti figuravi? Ti figuravi che dovessero ridere delle
furie di quel pazzo mentre tu gli facevi buttare in mezzo alla
strada i suoi cenci sotto la pioggia? E intanto lui - guardàtelo
là - si teneva in corpo la sorpresa della donazione! Oh bada che
ha ragione il signor Firbo, sai! Cosa da manicomio, uno scherzo
di cosí cattivo genere, pagarlo a un cosí caro prezzo. Và là, và
là! Pigliati qua Bibí, e pòrtala un pò fuori.»
Mi vedevo mettere in mano il laccetto rosso della cagnolina;
vedevo ch’ella si chinava, con la facilità con cui sulle loro
anche si chinano le donne, per aggiustare al musetto di Bibí la
museruola senza farle male, e restavo lí come un insensato.
«Che fai? Non vai?»
«Vado...»
Chiusa la porta alle mie spalle, m'appoggiavo al muro del
pianerottolo con una voglia di mettermi a sedere sul primo
scalino, per non rialzarmene mai piú.
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