Libro Quarto
VII. Lo scoppio
Ho ancora negli orecchi lo scroscio dell'acqua che cade da una
grondaia presso il fanale non ancora acceso, davanti alla
catapecchia di Marco di Dio, nel vicolo già bujo prima del
tramonto; e vedo lí ferma lungo i muri, per ripararsi dalla
pioggia, la gente che assiste allo sfratto e altra gente che,
sotto gli ombrelli, s’arresta per curiosità vedendo quella ressa
e il mucchio delle misere suppellettili sgomberate a forza ed
esposte alla pioggia lí davanti alla porta tra le strida della
signora Diamante che, di tratto in tratto, scarmigliata, viene
anche alla finestra a scagliare certe sue strane imprecazioni
accolte con fischi e altri rumori sguaiati dai monellacci scalzi
i quali senza curarsi della pioggia, ballano attorno a quel
mucchio di miseria, facendo schizzar l'acqua delle pozze addosso
ai piú curiosi, che ne bestemmiano. E i commenti:
«Piú schifoso del padre!»
«Sotto la pioggia, signori miei! Non ha voluto aspettare neanche
domani!»
«Accanirsi cosí contro un povero pazzo!»
«Usurajo! usurajo!»
Perché io sono lí, presente, apposta, allo sfratto, protetto da
un delegato e da due guardie.
«Usurajo! usurajo!»
E ne sorrido. Forse, sí, un pò pallido. Ma pure con una voluttà
che mi tiene sospese le viscere e mi solletica l'ugola e mi fa
inghiottire. Solo che, di tanto in tanto, sento il bisogno
d'attaccarmi con gli occhi a qualche cosa, e guardo quasi con
indolenza smemorata l'architrave della porta di quella
catapecchia, per isolarmi un po' in quella vista, sicuro che a
nessuno, in un momento come quello, potrebbe venire in mente
d'alzar gli occhi per il piacere d'accertarsi che quello è un
malinconico architrave, a cui non importa proprio nulla dei
rumori della strada: grigio intonaco scrostato, con qualche
sforacchiatura qua e là, che non prova come me il bisogno
d'arrossire quasi per un'offesa al pudore per conto d'un vecchio
orinale sgomberato con gli altri oggetti dalla catapecchia ed
esposto lí alla vista di tutti, su un comodino in mezzo alla
strada.
Ma per poco non mi costò caro questo piacere di alienarmi.
Finito lo sgombero forzato, Marco di Dio, uscendo con sua moglie
Diamante dalla catapecchia e scorgendomi nel vicolo tra il
delegato e le due guardie, non poté tenersi, e mentre stavo a
fissar quell'architrave, mi scagliò contro il suo vecchio
mazzuolo di sbozzatore. M'avrebbe certo accoppato, se il
delegato non fosse stato pronto a tirarmi a sé. Tra le grida e
la confusione, le due guardie si lanciarono per trarre in
arresto quello sciagurato messo in furore dalla mia vista; ma la
folla cresciuta lo proteggeva e stava per rivoltarsi contro me,
allorché un nero omiciattolo, malandato ma d'aspetto feroce,
giovine di studio del notaro Stampa, montato su di un tavolino
là tra il mucchio delle suppellettili sgomberate in mezzo al
vicolo, quasi saltando e con furiosi gesticolamenti, si mise a
urlare:
«Fermi! Fermi! State a sentire! Vengo a nome del notaro Stampa!
State a sentire! Marco di Dio! Dov'è Marco di Dio? Vengo a nome
del notaro Stampa ad avvertirlo che c'è una donazione per lui!
Quest'usurajo Moscarda...»
Ero, non saprei dir come, tutto un fremito, in attesa del
miracolo: la mia trasfigurazione, da un istante all'altro, agli
occhi di tutti. Ma all'improvviso quel mio fremito fu come
tagliuzzato in mille parti e tutto il mio essere come
scaraventato e disperso di qua e di là a un'esplosione di fischi
acutissimi, misti a urla incomposte e a ingiurie di tutta quella
folla al mio nome, non potendosi capire che la donazione
l'avessi fatta io, dopo la feroce crudeltà dello sgombero
forzato.
«Morte! Abbasso!» urlava la folla. «Usurajo! usurajo!»
Istintivamente, avevo alzato le braccia per far segno
d'aspettare - ma mi vidi come in un atto d'implorazione e le
riabbassai subito, mentre quel giovine di studio sul tavolino,
sbracciandosi per imporre silenzio, seguitava a gridare:
«No! No! State a sentire! L'ha fatta lui, L'ha fatta lui, presso
il notaro Stampa, la donazione! La donazione d'una casa a Marco
di Dio!
Tutta la folla, allora, trasecolò. Ma io ero quasi lontano,
disilluso, avvilito. Quel silenzio della folla, nondimeno,
m'attrasse, come quando s’appicca il fuoco a un mucchio di
legna, che per un momento non si vede e non si ode nulla, e poi
qua un tútolo, là una stipa scattano, schizzano, e infine tutta
la fascina crèpita lingueggiando di fiamme tra il fumo:
«Lui?» «Una casa?» «Come?» «Che casa?» «Silenzio!» «Che dice?»
Queste e altrettali domande cominciarono a scattar dalla folla,
propagando rapidamente un vocío sempre piú fitto e confuso,
mentre quel giovane di studio confermava:
«Sí, sí, una casa! la sua casa in Via dei Santi 15. E non basta!
Anche la donazione di diecimila lire per l'impianto e gli
attrezzi d'un laboratorio!
Non potei vedere quel che seguí; mi tolsi di goderne, perché mi
premeva in quel momento di correre altrove. Ma seppi di lí a
poco qual godimento avrei avuto, se fossi rimasto.
M'ero nascosto nell'àndito di quella casa in Via dei Santi, in
attesa che Marco di Dio venisse a pigliarne possesso. Arrivava
appena, in quell'àndito, il lume della scala. Quando, seguíto
ancora da tutta la folla, egli aprí la porta di strada con la
chiave consegnatagli dal notaro, e mi scorse lí addossato al
muro come uno spettro, per un attimo si scontraffece,
arretrando; mi lanciò con gli occhi atroci uno sguardo, che non
dimenticherò mai piú; poi, con un arrangolío da bestia, che
pareva fatto insieme di singhiozzi e di risa, mi saltò addosso
frenetico, e prese a gridarmi, non so se per esaltarmi o per
uccidermi, sbattendomi contro al muro:
«Pazzo! Pazzo! Pazzo!»
Era lo stesso grido dl tutta la folla lí davanti la porta:
«Pazzo! Pazzo! Pazzo!»
Perché avevo voluto dimostrare, che potevo, anche per gli altri
non essere quello che mi si credeva.
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