Libro Quarto
VI. Il furto
Quello scaffale, appena fui solo, mi occupò subito, come un
incubo. Proprio come viva per sé ne avvertii la presenza
ingombrante, d'antico inviolato custode di tutti gli
incartamenti di cui era gravido, cosí vecchio, pesante e
tarlato.
Lo guardai, e subito mi guardai attorno, con gli occhi bassi.
La finestra; una vecchia seggiola impagliata; un tavolino ancora
piú vecchio, nudo, nero e coperto di polvere; non c'era altro lí
dentro.
E la luce filtrava squallida dai vetri cosí intonacati di
ruggine e polverosi, che lasciavano trasparire appena le sbarre
dell'inferriata e i primi tegoli sanguigni d'un tetto, su cui la
finestra guardava i tegoli di quel tetto, il legno verniciato di
quelle imposte di finestra, quei vetri per quanto sudici:
immobile calma delle cose inanimate.
E pensai all'improvviso che le mani di mio padre s’erano levate
cariche d'anelli lí dentro a prendere gl'incartamenti dai
palchetti di quello scaffale; e le vidi, come di cera, bianche,
grasse, con tutti quegli anelli e i peli rossi sul dorso delle
dita; e vidi gli occhi di lui, come di vetro, azzurri e
maliziosi, intenti a cercare in quei fascicoli.
Allora, con raccapriccio, a cancellare lo spettro di quelle
mani, emerse ai miei occhi e si impose lí, solido, il volume del
mio corpo vestito di nero; sentii il respiro affrettato di
questo corpo entrato lí per rubare; e la vista delle mie mani
che aprivano gli sportelli di quello scaffale mi diede un
brivido alla schiena. Serrai i denti; mi scrollai; pensai con
rabbia:
«Dove sarà, tra tanti incartamenti, quello che mi serve?»
E tanto per far subito qualche cosa, cominciai a tirar giú a
bracciate i fascicoli e a buttarli sul tavolino. A un certo
punto le braccia mi s’indolenzirono, e non seppi se dovessi
piangerne o riderne. Non era uno scherzo quel rubare a me
stesso?
Tornai a guardarmi intorno, perché improvvisamente non mi sentii
piú, là dentro, sicuro di me. Stavo per compiere un atto. Ma ero
io? Mi risalí l'idea che fossero entrati lí tutti gli estranei
inseparabili da me, e che stéssi a commettere quel furto con
mani non mie.
Me le guardai.
Sí: erano quelle che io mi conoscevo. Ma appartenevano forse
soltanto a me?
Me le nascosi subito dietro la schiena; e poi, come se non
bastasse, serrai gli occhi.
Mi sentii in quel bujo una volontà che si smarriva fuori d'ogni
precisa consistenza; e n'ebbi un tale orrore, che fui per venir
meno anche col corpo; protesi istintivamente una mano per
sorreggermi al tavolino; sbarrai gli occhi:
«Ma sí! ma sí!» dissi. «Senza nessuna logica! senza nessuna
logica! cosí!»
E mi diedi a cercare tra quelle carte.
Quanto cercai? Non so. So che quella rabbia di nuovo cedette a
un certo punto, e che una piú disperata stanchezza mi vinse,
ritrovandomi seduto sulla seggiola davanti a quel tavolino,
tutto ormai ingombro di carte ammonticchiate, e con un'altra
pila di carte io stesso qua sulle ginocchia, che mi schiacciava.
Vi abbandonai la testa e desiderai desderai proprio di morire,
se questa disperazione era entrata in me da non poter piú
lasciare di condurre a fine quell'impresa inaudita.
E ricordo che lí, con la testa appoggiata sulle carte, tenendo
gli occhi chiusi forse a frenar le lagrime, udivo come da una
infinita lontananza, nel vento che doveva essersi levato fuori,
il lamentoso chioccolare d'una gallina che aveva fatto l'uovo e
che quel chioccolío mi richiamò a una mia campagna, dove non ero
piú stato fin dall'infanzia; se non che, vicino, di tratto in
tratto, m'irritava lo scricchiolío dell'imposta della finestra
urtata dal vento. Finché due picchi all'uscio inattesi non mi
fecero sobbalzare. Gridai con furore:
«Non mi seccate!»
E subito mi ridiedi a cercare accanitamente.
Quando alla fine trovai il fascicolo con tutti gl'incartamenti
di quella casa, mi sentii come liberato; balzai in piedi
esultante, ma subito dopo mi voltai a guardar l'uscio. Fu cosí
rapido questo cangiamento dall'esultanza al sospetto, che mi
vidi - e n'ebbi un brivido. Ladro! Rubavo. Rubavo veramente.
Andavo a mettermi con le spalle contro quell'uscio; mi
sbottonavo il panciotto; mi sbottonavo il petto della camicia e
vi cacciavo dentro quel fascicolo ch’era abbastanza voluminoso.
Uno scarafaggio non ben sicuro sulle zampe sbucò in quel punto
di sotto lo scaffale, diretto verso la finestra. Vi fui subito
sopra col piede e lo schiacciai.
Col volto strizzato dallo schifo, rimisi alla rinfusa tutti gli
altri incartamenti dentro lo scaffale, e uscii dallo stanzino.
Per fortuna Quantorzo, Firbo e tutti i commessi erano già andati
via; c'era solo il vecchio custode, che non poteva sospettare di
nulla.
Provai nondimeno il bisogno di dirgli qualche cosa:
«Pulite per terra là dentro: ho schiacciato uno scarafaggio.»
E corsi in Via del Crocefisso allo studio del notaro Stampa.
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