Libro Quarto
V. Sopraffazione
Il furto, intanto, non era possibile, almeno lí per lí. Non
sapevo dove stessero quelle carte. L'ultimo dei subalterni di
Quantorzo o di Firbo era in quella banca piú padrone di me.
Quando vi entravo, invitato per la firma, gl'impiegati non
alzavano nemmeno gli occhi dai loro registri, e se qualcuno mi
guardava, chiarissimamente con lo sguardo dimostrava di non
tenermi in nessun conto.
Eppure lí lavoravano tutti con tanto zelo per me, per ribadire
sempre piú con quel loro assiduo lavoro il tristo concetto che
in paese si aveva di me, ch’io fossi un usurajo. E a nessuno
passava per il capo ch’io potessi di quel loro zelo, non che
esser grato e disposto a compiacerli della mia lode, sentirmi
offeso.
Ah che rigido e attediato squallore in quella banca! Tutti quei
tramezzi vetrati che correvano lungo i tre stanzoni in fila,
tramezzi di vetro diacciato, con cinque sportellini gialli in
ciascuno, come gialla era la cornice e gialla l'intelaiatura
delle ampie lastre; e qua e là macchie d'inchiostro, qua e là
qualche striscia di carta incollata sulla rottura d'una lastra;
e il pavimento di vecchi mattoni di terracotta, strusciato in
mezzo, lungo la fila dei tre stanzoni; strusciato davanti a ogni
sportellino: triste corridojo, con quei vetri dei tramezzi di
qua e i vetri delle due ampie finestre di là, per ogni stanzone,
impolverati; e quelle filze di cifre nei muri, a penna, a lapis,
sopra i tavolini sporchi d'inchiostro, tra una finestra e
l'altra, sotto le cornici scrostate di certe telacce affumicate
qua e là gonfie e polverose, appese lí; e un tanfo di vecchio da
per tutto, misto con quello acre della carta dei registri e con
quell’alido esalante da un forno giú a pianterreno. E la
malinconia disperata di quelle poche seggiole d'antica foggia,
presso i tavolini, su cui nessuno sedeva, che tutti scostavano e
lasciavano lí, fuori di posto, dove e come per quelle povere
seggiole inutili era certo un'offesa e una pena esser lasciate.
Tante volte, entrando, m'era venuto di far notare:
«Ma perché queste seggiole? Che condanna è la loro, di stare
qua, se nessuno se ne serve?
Me n'ero trattenuto, non già perché avessi avvertito a tempo che
in un luogo come quello la pietà per le seggiole avrebbe fatto
strabiliare tutti e rischiavo fors’anche d'apparir cinico: me
n'ero trattenuto, avvertendo invece che avrei fatto ridere di me
per quel badare a una cosa che certamente sarebbe sembrata
stravagante a chi sapeva quanto poco badassi agli affari.
Quel giorno, entrando, trovai i commessi affollati nell'ultimo
stanzone, che si squaccheravano di tanto in tanto in risate
assistendo a un diverbio tra Stefano Firbo e un certo Turolla,
burlato da tutti anche per il modo con cui si vestiva.
Una giacca lunga, diceva quel povero Turolla, a lui cosí corto,
lo avrebbe fatto sembrare piú corto. E diceva bene. Ma non
s’accorgeva intanto, cosí tracagnotto e serio serio, con quei
mustacchioni da brigadiere, come gli stava ridicola di dietro la
giacchettina accorciata, che gli scopriva le natiche sode.
Ora lí lí per piangere, avvilito, congestionato, frustato dalle
risate dei colleghi, alzava un braccino e badava a dire a Firbo:
«Oh Dio, come le piglia lei le parole!»
Firbo gli era sopra e gli gridava in faccia, scrollandolo
furiosamente per quel braccio levato:
«Ma che conosci? che conosci? tu neanche lo conosci; eppure ti
somiglia!»
Come venni a sapere che si trattava di un tale che aveva chiesto
un prestito alla banca, presentato appunto dal Turolla che
diceva di conoscerlo per un brav'uomo, mentre Firbo sosteneva il
contrario, mi sentii stravolgere da un impeto di ribellione.
Ignorando la tortura segreta del mio spirito, nessuno poté
intenderne la ragione, e tutti restarono quasi basiti quand'io,
strappando indietro due o tre di quei commessi:
«E tu?» gridai a Firbo, «che conosci tu? con qual diritto vuoi
importi cosí a un altro?»
Firbo si voltò sbalordito a guardarmi e, quasi non credendo a se
stesso nel vedermi cosí addosso, gridò:
«Sei pazzo?»
Mi venne, non so come, di buttargli in faccia una risposta
ingegnosa, che agghiacciò tutti:
«Sí; come tua moglie, che ti conviene tener chiusa al
manicomio!»
Mi si parò davanti pallido e convulso:
«Com'hai detto? Mi conviene?»
Diedi una spallata e seccato dello sgomento che teneva tutti e,
nello stesso tempo, entro di me come improvvisamente assordito
dalla coscienza dell'inopportunità di quella mia intromissione,
gli risposi piano, per troncare:
«Ma sí, lo sai bene.»
E non potei udire, come se dopo queste parole fossi diventato
subito, non so, di pietra, ciò che Firbo mi gridò tra i denti
prima di scappar via sulle furie. So che sorridevo mentre
Quantorzo, sopravvenuto all'alterco, mi trascinava via con sé
nella stanzetta della direzione. Sorridevo per dimostrare che di
quella violenza non c'era piú bisogno e che tutto era finito,
quantunque sentissi bene in me, che in quel momento, pur mentre
sorridevo, avrei potuto uccidere qualcuno, tanto la concitata
severità di Quantorzo mi irritava. Nella stanzetta della
direzione mi misi a guardare intorno, stupito io stesso che lo
strano stordimento in cui ero cosí di colpo caduto non
m'impedisse di percepire lucidamente e precisamente le cose, fin
quasi ad avere la tentazione di riderne, uscendo apposta, tra
quella fiera riprensione che Quantorzo mi dava, in qualche
domanda di curiosità infantile su questo o quell'oggetto della
stanza. E intanto, non so, quasi automaticamente pensavo che a
Stefano Firbo, da piccolo, avevano dato i bottoni alla schiena e
che sebbene la gobba non gli si vedesse, tutta la cassa del
corpo era però da gobbo: eh sí, su quelle esili e lunghe zampe
da uccello: ma elegante; sí sí: un falso gobbo elegante; ben
riuscito.
E, cosí pensando, mi parve chiaro tutt'a un tratto ch’egli
dovesse valersi della sua non comune intelligenza per vendicarsi
contro tutti coloro che, da piccoli, non avevano avuto come lui
i bottoni alla schiena.
Pensavo queste cose, ripeto, come se le pensasse un altro in me,
quello che d'improvviso era diventato cosí stranamente freddo e
svagato, non tanto per opporre a difesa, se occorresse, quella
freddezza, quanto per rappresentare una parte, dietro la quale
mi conveniva tenere ancora nascosto ciò che della spaventosa
verità, che già mi s’era chiarita, m'avveniva sempre piú di
scoprire:
"Ma sí! è qui tutto," pensavo, "in questa sopraffazione.
Ciascuno vuole imporre agli altri quel mondo che ha dentro, come
se fosse fuori, e che tutti debbano vederlo a suo modo, e che
gli altri non possano esservi se non come li vede lui."
Mi ritornavano davanti agli occhi le stupide facce di tutti quei
commessi, e seguitavo a pensare:
"Ma sí! Ma sí! Che realtà può essere quella che la maggioranza
degli uomini riesce a costituire in sé? Misera, labile, incerta.
E i sopraffattori, ecco, ne approfittano! O piuttosto,
s’illudono di poterne profittare, facendo subire o accettare
quel senso e quel valore ch’essi dànno a se stessi, agli altri,
alle cose, per modo che tutti vedano e sentano, pensino e
parlino a modo loro."
Mi levai da sedere; m'avvicinai alla finestra con un gran
refrigerio; poi mi voltai verso Quantorzo che, interrotto nel
meglio del suo discorso, stava a guardarmi con tanto d'occhi; e,
seguitando il pensiero che mi torturava, dissi:
«Ma che! ma che! s’illudono!»
«Chi s’illude?»
«Quelli che vogliono sopraffare il signor Firbo, per esempio!
S’illudono perché in verità poi, caro mio, non riescono a
imporre altro che parole. Parole, capisci. parole che ciascuno
intende e ripete a suo modo. Eh, ma si formano pure cosí le
cosiddette opinioni correnti! E guai a chi un bel giorno si
trovi bollato da una di queste parole che tutti ripetono. Per
esempio: usurajo! Per esempio: pazzo! Ma di’ un po': come si può
star quieti a pensare che c'è uno che s’affanna a persuadere
agli altri che tu sei come ti vede lui, e a fissarti nella stima
degli altri secondo il giudizio che ha fatto di te e ad impedire
che gli altri ti vedano e ti giudichino altrimenti?
Ebbi appena il tempo di notare lo sbalordimento di Quantorzo,
che mi rividi davanti Stefano Firbo. Gli scorsi subito negli
occhi che m'era diventato in pochi istanti nemico. E nemico
subito anch’io, allora; nemico, perché non capiva che, se crude
erano state le mie parole, il sentimento che poc'anzi aveva
fatto impeto in me, non era contro di lui direttamente; tanto
vero che di quelle parole ero pronto a chiedergli scusa. Già
come ubriaco, feci di piú. Com'egli, venendomi a petto, torbido
e minaccioso, mi disse:
«Voglio che tu mi renda conto di ciò che hai detto per mia
moglie!»
M'inginocchiai.
«Ma sí! Guarda!» gli gridai, «cosí!»
E toccai con la fronte il pavimento.
Ebbi subito orrore del mio atto, o meglio, ch’egli potesse
credere con Quantorzo che mi fossi inginocchiato per lui. Li
guardai ridendo, e tónfete, tónfete, ancora due volte a terra,
la fronte.
«Tu, non io, capisci? davanti a tua moglie, capisci? dovresti
star cosí! E io, e lui, e tutti quanti, davanti ai cosí detti
pazzi, cosí!»
Balzai in piedi, friggendo. I due si guardarono negli occhi,
spaventati. L'uno domandò all'altro:
«Ma che dice?»
«Parole nuove!» gridai. «Volete ascoltarle? Andate, andate là,
dove li tenete chiusi: andate, andate a sentirli parlare! Li
tenete chiusi perché cosí vi conviene!»
Afferrai Firbo per il bavero della giacca e lo scrollai,
ridendo:
«Capisci, Stefano? Non ce l'ho mica soltanto con te! Tu ti sei
offeso. No, caro mio! Che diceva di te tua moglie? Che sei un
libertino, un ladro, un falsario, un impostore, e che non fai
altro che dire bugie! Non è vero. Nessuno può crederlo. Ma prima
che tu la chiudessi, eh? stavamo tutti ad ascoltarla,
spaventati. Vorrei sapere perché!»
Firbo mi guardò appena, si voltò a Quantorzo come a chiedergli
consiglio con scimunita angustia e disse:
«Oh bella! Ma appunto perché nessuno poteva crederlo!»
«Ah no, caro!» gli gridai. «Guardami bene negli occhi!»
«Che intendi dire?»
«Guardami negli occhi!» gli ripetei. «Non dico che sia vero!
Stai tranquillo.»
Si sforzò a guardarmi, smorendo.
«Lo vedi?» gli gridai allora, «lo vedi? tu stesso! lo hai anche
tu, ora, lo spavento negli occhi!»
«Ma perché mi stai sembrando pazzo!» mi urlò in faccia,
esasperato.
Scoppiai a ridere, e risi a lungo, a lungo, senza potermi
frenare, notando la paura, lo scompiglio che quella mia risata
cagionava a tutt'e due.
M'arrestai d'un tratto, spaventato a mia volta dagli occhi con
cui mi guardavano. Quel che avevo fatto, quel che dicevo non
aveva certo né ragione né senso per loro. Per ripigliarmi, dissi
bruscamente:
«Alle corte. Ero venuto qua, oggi, per domandarvi conto d'un
certo Marco di Dio. Vorrei sapere com'è che costui da anni non
paga piú la pigione, e ancora non gli si fanno gli atti per
cacciarlo via. »
Non m'aspettavo di vederli cascare, a questa domanda, in un piú
grande stupore. Si guardarono come per trovare ciascuno nella
vista dell'altro un sostegno che li aiutasse a sorreggere
l'impressione che ricevevano di me, o piuttosto, d'un essere
sconosciuto che insospettatamente scoprivano in me
all'improvviso.
«Ma che dici? che discorsi fai?» domandò Quantorzo.»
«Non vi raccapezzate? Marco di Dio. Paga o non paga la pigione?»
Seguitarono a guardarsi a bocca aperta. Scoppiai di nuovo a
ridere; poi d'un tratto mi feci serio e dissi come a un altro
che mi stésse di fronte, spuntato lí per lí davanti a loro:
«Quando mai tu ti sei occupato di codeste cose?»
Piú che mai stupiti, quasi atterriti, rivolsero gli occhi a
cercare in me chi aveva proferito le parole ch’essi avevano
pensato e che stavano per dirmi. Ma come! Le avevo dette io?
«Sí» seguitai, serio. «Tu sai bene che tuo padre lo lasciò lí
per tanti anni senza molestarlo, questo Marco di Dio. Come t'è
venuto in mente, adesso?»
Posai una mano su la spalla di Quantorzo e con un'altr'aria, non
meno seria, ma gravata d'un'angosciosa stanchezza, soggiunsi:
«T'avverto, caro mio, che non sono mio padre.»
Poi mi voltai a Firbo e, posandogli l'altra mano sulla spalla:
«Voglio che tu gli faccia subito gli atti. Lo sfratto immediato.
Il padrone sono io, e comando io. Voglio poi l'elenco delle mie
case con gli incartamenti di ciascuna. Dove sono?» Parole
chiare. Domande precise. Marco di Dio. Lo sfratto. L'elenco
delle case. Gl'incartamenti. Ebbene, non mi capivano. Mi
guardavano come due insensati. E dovetti ripetere piú volte quel
che volevo e farmi condurre allo scaffale dove si trovava
l'incartamento di quella casa che bisognava al notaro Stampa.
Quando fui nello stanzino ov'era quello scaffale, presi per le
braccia Firbo e Quantorzo, che mi avevano condotto lí come due
automi, e li misi fuori, richiudendo l'uscio alle loro spalle.
Sono sicuro che dietro quell'uscio rimasero ancora un pezzo a
guardarsi negli occhi, istupiditi, e che poi uno disse
all'altro:
«Dev'essersi impazzito!»
Inizio pagina