Libro Quarto
IV. La strada maestra
Mi toccò dunque andare al banco per quelle carte della casa di
cui aveva bisogno il signor notaro.
Erano mie quelle carte, senza dubbio, poiché mia era la casa, e
potevo disporne. Ma se ci pensate bene, quelle carte, benché
mie, non avrei potuto averle se non di furto o strappandole di
mano con violenza pazzesca a un altro che agli occhi di tutti
n'era il legittimo proprietario: voglio dire al signor usurajo
Vitangelo Moscarda.
Per me, questo, era evidente, perché io lo vedevo bene fuori,
vivo negli altri e non in me, quel signor usurajo Vitangelo
Moscarda. Ma per gli altri che in me non vedevano invece se non
quell'usurajo per gli altri io, là al banco, andavo a rubarle a
me stesso quelle carte o a strapparmele di mano pazzescamente.
Potevo dir forse che non ero io? o che io ero un altro? Né era
in nessun modo da ragionare un atto che agli occhi di tutti
voleva appunto apparire contrario a me stesso e incoerente.
Seguitavo a camminare, come vedete, con perfetta coscienza su la
strada maestra della pazzia, che era la strada appunto della mia
realtà, quale mi s'era ormai lucidissimamente aperta davanti,
con tutte le immagini di me, vive, specchiate e procedenti meco.
Ma io ero pazzo perché ne avevo appunto questa precisa e
specchiante coscienza, voi che pur camminate per questa medesima
strada senza volervene accorgere, voi siete savii, e tanto piú
quanto piú forte gridate a chi vi cammina accanto:
«Io, questo? io, cosí? Tu sei cieco! tu sei pazzo!»
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