Libro Quarto
II. Ma fu totale
Totale, perché bastò muovere in me appena appena, cosí per
giuoco, la volontà di rappresentarmi diverso a uno dei centomila
in cui vivevo, perché s’alterassero in centomila modi diversi
tutte le altre mie realtà.
E per forza questo giuoco, se considerate bene, doveva fruttarmi
la pazzia. O per dir meglio, quest'orrore: la coscienza della
pazzia, fresca e chiara, signori, fresca e chiara come una
mattinata d'aprile, e lucida e precisa come uno specchio.
Perché, incamminandomi verso quel primo esperimento, andavo a
pórre graziosamente la mia volontà fuori di me, come un
fazzoletto che mi cavassi di tasca. Volevo compiere un atto che
non doveva esser mio, ma di quell'ombra di me che viveva realtà
in un altro; cosí solida e vera che avrei potuto togliermi il
cappello e salutarla, se per dannata necessità non avessi dovuto
incontrarla e salutarla viva, non propriamente in me, ma nel mio
stesso corpo, il quale, non essendo per sé nessuno, poteva esser
mio ed era mio in quanto rappresentava me a me stesso, ma poteva
anche essere ed era di quell'ombra, di quelle centomila ombre
che mi rappresentavano in centomila modi vivo e diverso ai
centomila altri.
Difatti, non andavo forse incontro al signor Vitangelo Moscarda
per giocargli un brutto tiro? Eh! signori, sí, un brutto tiro
(scusatemi tutti questi ammiccamenti; ma ho bisogno di
ammiccare, d'ammiccare cosí, perché, non potendo sapere come
v'appaio in questo momento, tiro anche, con questi ammiccamenti,
a indovinare) cioè, a fargli compiere un atto del tutto
contrario a lui e incoerente: un atto che, distruggendo di colpo
la logica della sua realtà, lo annientasse cosí agli occhi di
Marco di Dio come di tanti altri?
Senza intendere, sciagurato! che la conseguenza d'un simile atto
non poteva esser quella che m'immaginavo: di presentarmi cioè a
domandare a tutti, dopo:
«Vedete adesso, signori, che non è vero niente che io sia quell'usurajo
che voi volete vedere in me?»
Ma quest'altra, invece: che tutti dovessero esclamare,
sbigottiti:
«O oh! sapete? l'usurajo Moscarda è impazzito!»
Perché l'usurajo Moscarda poteva sí impazzire, ma non si poteva
distruggere cosí d'un colpo, con un atto contrario a lui e
incoerente. Non era un'ombra da giocarci e da pigliare a gabbo,
l'usurajo Moscarda: un signore era da trattare coi dovuti
riguardi, alto un metro e sessantotto, rosso di pelo come papà,
il fondatore della banca, con le sopracciglia, sí, ad accento
circonflesso e quel naso che gli pendeva verso destra come a
quel caro stupido Gengè di mia moglie Dida: un signore, insomma,
che Dio liberi, impazzendo, rischiava di trascinarsi al
manicomio con sé tutti gli altri Moscarda ch’io ero per gli
altri e anche, oh Dio, quel povero innocuo Gengè di mia moglie
Dida; e, se permettete, anche me che, leggero e sorridente, ci
avevo giocato.
Rischiai, cioè, rischiammo tutti quanti, come vedrete, il
manicomio, questa prima volta; e non ci bastò. Dovevamo anche
rischiar la vita, perché io mi riprendessi e trovassi alla fine
(uno, nessuno e centomila) la via della salute.
Ma non anticipiamo.
Inizio pagina