Libro Quarto
I. Com'erano per me Marco di Dio
e sua moglie Diamante
Dico "erano"; ma forse sono in vita ancora. Dove? Qua
ancora, forse, che potrei vederli domani. Ma qua, dove? Non ho
piú mondo per me; nulla posso sapere del loro, dov'essi si
fingono d'essere. So di certo che vanno per via, se domani li
incontro per via. Potrei domandare a lui:
«Tu sei Marco di Dio?»
E lui mi risponderebbe:
«Sí. Marco di Dio.»
«E cammini per questa via?
«Sí. Per questa via.»
«E codesta è tua moglie Diamante?»
«Sí. Mia moglie Diamante.»
«E questa via si chiama cosí e cosí?»
«Cosí e cosí. E ha tante case, tante traverse, tanti lampioni,e
via discorrendo.»
Come in una grammatica d'Orlendorf.
Ebbene, questo mi bastava allora, come adesso a voi, per
stabilire la realtà di Marco di Dio e di sua moglie Diamante e
della via per cui potrei ancora incontrarli, come allora li
incontravo. Quando? Oh, non molti anni fa. Che bella precisione
di spazio e di tempo! La via, cinque anni fa.
L'eternità s’è sprofondata per me, non tra questi cinque anni
solamente, ma tra un minuto e l'altro. E il mondo in cui vivevo
allora mi pare piú lontano della piú lontana stella del cielo.
Marco di Dio e sua moglie Diamante mi sembravano due sciagurati,
a cui però la miseria, se da un canto pareva avesse persuaso
essere inutile ormai che si lavassero la faccia ogni mattina,
certo dall'altro poi persuadeva ancora di non lasciare nessun
mezzo intentato, non già per guadagnare quel poco ogni giorno
che bastasse almeno a sfamarli, ma per diventare dall'oggi al
domani milionarii: mi-lio-na-ri-i come diceva lui sillabando,
con gli occhi truci, sbarrati.
Ridevo allora, e tutti con me ridevano nel sentirgli dire cosí.
Ora ne provo raccapriccio, considerando che potevo riderne solo
perché non m'era ancora avvenuto di dubitare di quella
corroborante provvidenzialissima cosa che si chiama la
regolarità delle esperienze; per cui potevo stimare un sogno
buffo che si potesse diventare milionari dall'oggi al domani. Ma
se questo, ch’è stato già dimostrato un sottilissimo filo,
voglio dire della regolarità delle esperienze, si fosse spezzato
in me? se per il ripetersi di due o tre volte avesse acquistato
invece regolarità per me questo sogno buffo? Anche a me allora
sarebbe riuscito impossibile dubitare che realmente si possa da
un giorno all'altro diventare milionarii. Quanti conservano la
beata regolarità delle esperienze non possono immaginare quali
cose possono essere reali o verosimili per chi viva fuori d'ogni
regola, come appunto quell'uomo lí.
Si credeva inventore.
E un inventore, signori miei, un bel giorno, apre gli occhi,
inventa una cosa, e là: diventa milionario!
Tanti ancora lo ricordano come un selvaggio, appena venuto dalla
campagna a Richieri. Ricordano che fu accolto allora nello
studio d'uno dei nostri piú reputati artisti, ora morto; e che
in poco tempo vi aveva imparato a lavorare con molta perizia il
marmo. Se non che il maestro, un giorno, volle prenderlo a
modello per un suo gruppo che, esposto in gesso in una mostra
d'arte, divenne famoso sotto il titolo Satiro e fanciullo.
Aveva potuto l'artista tradurre senza danno nella creta una
visione fantastica, non certo castigata ma bellissima, e
compiacersene e averne lode.
Il delitto era nella creta.
Non sospettò il maestro che in quel suo scolaro potesse sorgere
la tentazione di tradurre a sua volta quella visione fantastica,
dalla creta ov'era lodevolmente fissata per sempre, in un
movimento momentaneo e non piú lodevole, mentre, oppresso
dall'afa d'un pomeriggio estivo, sudava nello studio a sbozzare
nel marmo quel gruppo.
Il fanciullo vero non volle avere la sorridente docilità che il
finto dava a vedere nella creta; gridò aiuto; accorse gente; e
Marco di Dio fu sorpreso in un atto che era della bestia sorta
in lui d'improvviso in quel momento d'afa.
Ora, siamo giusti: bestia, sí; schifosissima, in quell'atto; ma
per tanti altri atti onestamente attestati, non era piú forse
Marco di Dio anche quel buon giovine che il suo maestro dichiarò
d'aver sempre conosciuto nel suo sbozzatore?
So che offendo con questa domanda la vostra moralità. Difatti mi
rispondete che se in Marco di Dio poté sorgere una tale
tentazione è segno evidente ch’egli non era quel buon giovine
che il suo maestro diceva. Potrei farvi osservare intanto, che
di simili tentazioni (e anche di piú turpi) sono pur piene le
vite dei santi. I santi le attribuivano alle demonia e con
l'aiuto di Dio, potevano vincerle. Cosí anche i freni che
abitualmente imponete a voi stessi impediscono di solito a
quelle tentazioni di nascere in voi, o che in voi scappi fuori
all'improvviso il ladro o l'assassino. L'oppressione dell'afa
d'un pomeriggio estivo non è mai riuscita a liquefare la crosta
della vostra abituale probità né ad accendere in voi
momentaneamente la bestia originaria. Potete condannare.
Ma se io ora mi metto a parlarvi di Giulio Cesare, la cui gloria
imperiale vi riempie di tanta ammirazione?
«Volgarità!» esclamate. «Non era piú, allora, Giulio Cesare. Lo
ammiriamo là dove Giulio Cesare era veramente lui.»
Benissimo. Lui. Ma vedete? Se Giulio Cesare era lui soltanto là
dove voi l'ammirate, quando non era piú là, dov'era? chi era?
nessuno, uno qualunque? e chi?
Bisognerà domandarlo a Calpurnia sua moglie, o a Nicomede re di
Bitinia.
Batti e batti, alla fine v'è entrato in mente anche questo: che
Giulio Cesare, uno, non esisteva. Esisteva, sí, un Giulio Cesare
qual egli, in tanta parte della sua vita, si rappresentava;
questo aveva senza dubbio un valore incomparabilmente più grande
degli altri; non però quanto a realtà, vi prego di credere
perché non meno reale di questo Giulio Cesare imperiale era quel
lezioso fastidioso tutto raso e discinto e infedelissimo di sua
moglie Calpurnia: o quello impudicissimo di Nicomede re di
Bitinia.
Il guajo è questo, sempre, signori: che dovevano tutti quanti
esser chiamati con quel nome solo di Giulio Cesare, e che in un
solo corpo di sesso maschile dovevano coabitare tanti e anche
una femmina; la quale, volendo esser femmina e non trovandone il
modo in quel corpo maschile, dove e come poté, innaturalmente lo
fu, e impudicissima e anche piú volte recidiva.
Il satiro in quel povero Marco di Dio scappò fuori, a buon
conto, una volta sola e tentato da quel gruppo del suo maestro.
Sorpreso in quell'atto d'un momento, fu condannato per sempre.
Non trovò nessuno che volesse avere considerazione di lui; e,
uscito dal carcere, si diede ad almanaccare i piú bislacchi
disegni per sollevarsi dall'ignominiosa miseria in cui era
caduto, a braccetto con una donna, la quale un bel giorno era
venuta a lui, nessuno sapeva come né da che parte.
Diceva da una decina d'anni che sarebbe partito per
l'Inghilterra la settimana ventura. Ma erano forse passati per
lui questi dieci anni? Erano passati per coloro che glielo
sentivano dire. Egli era sempre deciso a partire per
l'Inghilterra la settimana ventura. E studiava l'inglese. O
almeno, da anni teneva sotto il braccio una grammatica inglese,
aperta e ripiegata sempre allo stesso punto, sicché quelle due
pagine dell'apertura con lo strusciare del braccio e il sudicio
della giacca erano ridotte ormai illeggibili, mentre le seguenti
erano rimaste incredibilmente pulite. Ma fin dove era il sudicio
egli sapeva. E di tratto in tratto, andando per via, rivolgeva
di sorpresa, aggrondato, qualche domanda alla moglie, come a
saggiarne la prontezza e la maturità:
«Is Jane a happy child?»
E la moglie rispondeva pronta e seria:
«Yes, Jane is a happy child.»
Perché anche la moglie la settimana ventura sarebbe partita per
l'Inghilterra con lui.
Era uno sgomento, e insieme una pietà, questo spettacolo d'una
donna, com'egli fosse riuscito ad attirarla, e farla vivere da
cagna fedele in quel suo sogno buffo, di diventar milionario
dall'oggi al domani con un'invenzione, per esempio, di "cessi
inodori per paesi senz'acqua nelle case". Ridete? La loro
serietà era cosí truce per questo; dico, perché tutti ne
ridevano. Era anzi feroce. E tanto piú feroce diventava quanto
piú crescevano, attorno ad essa, le risa.
E ormai erano arrivati a tal punto, che se qualcuno per caso si
fermava ad ascoltare i loro disegni senza riderne, essi, anziché
compiacersene, gli lanciavano oblique occhiatacce, non pur di
sospetto, anche d'odio. Perché la derisione degli altri era
ormai l'aria in cui quel loro sogno respirava. Tolta la
derisione, rischiavano di soffocare.
Mi spiego perciò come per loro il peggior nemico fosse stato mio
padre.
Non si permetteva infatti solamente con me mio padre quel lusso
di bontà di cui ho parlato piú sú. Si compiaceva anche
d'agevolare, con munificenza che non si stancava, e ridendo di
quel suo particolar sorriso, le stolide illusioni di certuni
che, come Marco di Dio, venivano a piangere davanti a lui la
loro infelicità di non aver tanto da ridurre a effetto i loro
disegni, il loro sogno: la ricchezza!
«Quanto?» domandava mio padre.
Oh, poco. Perché era sempe poco ciò che bastava a costoro per
diventar ricchi: mi-lio-na-ri-i. E mio padre dava.
«Ma come! dicevi che ci voleva cosí poco...»
«Già. Non avevo calcolato bene. Ma adesso, proprio...»
«Quanto?»
«Oh, poco!»
E mio padre dava, dava. Ma poi, a un certo punto, basta. E
quelli allora, com'è facile intendere, non gli restavano grati
del non aver voluto godere beffardamente fin all'ultimo della
loro totale disillusione e del potere attribuire a lui invece,
senza rimorso, il fallimento, sul meglio, delle loro illusioni.
E nessuno con più accanimento di costoro si vendicava chiamando
mio padre usurajo.
Il piú accanito di tutti era stato questo Marco di Dio. Il quale
ora, morto mio padre, rovesciava su me, e non senza ragione, il
suo odio feroce. Non senza ragione, perché anch’io, quasi a mia
insaputa, seguitavo a beneficarlo. Lo tenevo alloggiato in una
catapecchia di mia proprietà, di cui né Firbo né Quantorzo gli
avevano mai richiesto la pigione. Ora questa catapecchia appunto
mi diede il mezzo di tentare su lui il mio primo esperimento.
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