Libro Terzo
VII. Parentesi necessaria, una per tutti
Marco di Dio e sua moglie Diamante ebbero la ventura d'essere
(se ben ricordo) le prime mie vittime. Voglio dire, le prime
designate all'esperimento della distruzione d'un Moscarda.
Ma con qual diritto ne parlo? con qual diritto do qui aspetto e
voce ad altri fuori di me? Che ne so io? Come posso parlarne? Li
vedo da fuori, e naturalmente quali sono per me cioè in una
forma nella quale certo essi non si riconoscerebbero. E non
faccio dunque agli altri lo stesso torto di cui tanto mi lamento
io?
Sí, certo; ma con la piccola differenza delle fissazioni, di cui
ho già parlato in principio; di quel certo modo in cui ciascuno
si vuole, costruendosi cosí o cosí, secondo come si vede e
sinceramente crede di essere, non solo per sé, ma anche per gli
altri. Presunzione, comunque, di cui bisogna pagar la pena.
Ma voi, lo so, non vi volete ancora arrendere ed esclamate:
«E i fatti? Oh, perdio, e non ci sono i dati di fatto?»
«Sí, che ci sono.»
Nascere è un fatto. Nascere in un tempo anziché in un altro ve
l'ho già detto; e da questo o da quel padre, e in questa o
quella condizione; nascere maschio o femmina; in Lapponia o nel
centro dell'Africa; e bello o brutto; con la gobba o senza
gobba: fatti. E anche se perdete un occhio, è un fatto e potete
anche perderli tutti e due, e se siete pittore è il peggior
fatto che vi possa capitare.
Tempo, spazio, necessità. Sorte, fortuna, casi: trappole tutte
della vita. Volete essere? C'è questo. In astratto non si è.
Bisogna che s’intrappoli l'essere in una forma, e per alcun
tempo si finisca in essa, qua o là, cosí o cosí. E ogni cosa,
finché dura, porta con sé la pena della sua forma, la pena
d'esser cosí e di non poter piú essere altrimenti. Quello
sbiobbo là, pare una burla, uno scherzo compatibile sí e no per
un minuto solo e poi basta; poi dritto, su, svelto, agile,
alto.... ma che! sempre cosí, per tutta la vita che è una sola;
e bisogna che si rassegni a passarla tutta tutta cosí.
E come le forme, gli atti.
Quando un atto è compiuto, è quello; non si cangia piú. Quando
uno, comunque, abbia agito, anche senza che poi si senta e si
ritrovi negli atti compiuti, ciò che ha fatto, resta: come una
prigione per lui. Se avete preso moglie, o anche materialmente,
se avete rubato e siete stato scoperto; se avete ucciso, come
spire e tentacoli vi avviluppano le conseguenze delle vostre
azioni; e vi grava sopra, attorno, come un'aria densa,
irrespirabile, la responsabilità che per quelle azioni e le
conseguenze di esse, non volute o non previste, vi siete
assunta. E come potete piú liberarvi?
Già. Ma che intendete dire con questo? Che gli atti come le
forme determinano la realtà mia o la vostra? E come? perché? Che
siano una prigione, nessuno può negare. Ma se volete affermar
questo soltanto, state in guardia che non affermate nulla contro
di me, perché io dico appunto e sostengo anzi questo che sono
una prigione e la piú ingiusta che si possa immaginare.
Mi pareva, santo Dio, d'avervelo dimostrato! Conosco Tizio.
Secondo la conoscenza che ne ho, gli do una realtà: per me. Ma
Tizio lo conoscete anche voi, e certo quello che conoscete voi
non è quello stesso che conosco io perché ciascuno di noi lo
conosce a suo modo e gli dà a suo modo una realtà. Ora anche per
se stesso Tizio ha tante realtà per quanti di noi conosce,
perché in un modo si conosce con me e in un altro con voi e con
un terzo, con un quarto e via dicendo. Il che vuol dire che
Tizio è realmente uno con me, uno con voi, un altro con un
terzo, un altro con un quarto e via dicendo, pur avendo
l'illusione anche lui, anzi lui specialmente, d'esser uno per
tutti. Il guajo è questo; o lo scherzo, se vi piace meglio
chiamarlo cosí. Compiamo un atto. Crediamo in buona fede d'esser
tutti in quell'atto. Ci accorgiamo purtroppo che non è cosí, e
che l'atto è invece sempre e solamente dell'uno dei tanti che
siamo o che possiamo essere, quando, per un caso
sciaguratissimo, all'improvviso vi restiamo come agganciati e
sospesi: ci accorgiamo, voglio dire, di non essere tutti in
quell'atto, e che dunque un'atroce ingiustizia sarebbe
giudicarci da quello solo, tenerci agganciati e sospesi a esso,
alla gogna, per un'intera esistenza, come se questa fosse tutta
assommata in quell'atto solo.
«Ma io sono anche questo, e quest'altro, e poi quest'altro!» ci
mettiamo a gridare.
Tanti, eh già; tanti ch’erano fuori dell'atto di quell'uno, e
che non avevano nulla o ben poco da vedere con esso. Non solo;
ma quell'uno stesso, cioè quella realtà che in un momento ci
siamo data e che in quel momento ha compiuto l'atto, spesso poco
dopo è sparito del tutto; tanto vero che il ricordo dell'atto
resta in noi, se pure resta, come un sogno angoscioso,
inesplicabile. Un altro, dieci altri, tutti quegli altri che noi
siamo o possiamo essere, sorgono a uno a uno in noi a domandarci
come abbiamo potuto far questo; e non ce lo sappiamo piú
spiegare.
Realtà passate.
Se i fatti non son tanto gravi, queste realtà passate le
chiamiamo inganni. Sí, va bene; perché veramente ogni realtà è
un inganno. Proprio quell'inganno per cui ora dico a voi che
n'avete un altro davanti.
«Voi sbagliate!»
Siamo molto superficiali, io e voi. Non andiamo ben addentro
allo scherzo, che è piú profondo e radicale, cari miei. E
consiste in questo: che l'essere agisce necessariamente per
forme, che sono le apparenze ch’esso si crea, e a cui noi diamo
valore di realtà. Un valore che cangia, naturalmente, secondo
l'essere in quella forma e in quell'atto ci appare.
E ci deve sembrare per forza che gli altri hanno sbagliato; che
una data forma, un dato atto non è questo e non è cosí. Ma
inevitabilmente, poco dopo, se ci spostiamo d'un punto, ci
accorgiamo che abbiamo sbagliato anche noi, e che non è questo e
non è cosí; sicché alla fine siamo costretti a riconoscere che
non sarà mai né questo né cosí in nessun modo stabile e sicuro;
ma ora in un modo ora in un altro, che tutti a un certo punto ci
parranno sbagliati, o tutti veri, che è lo stesso; perché una
realtà non ci fu data e non c'è, ma dobbiamo farcela noi, se
vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre,
ma di continuo e infinitamente mutabile. La facoltà d'illuderci
che la realtà d'oggi sia la sola vera, se da un canto ci
sostiene, dall'altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché
la realtà d'oggi é destinata a scoprire l'illusione domani. E la
vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è
finita.
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