Libro Terzo
VI. Il buon figliuolo feroce
Con gli occhi pieni dell'orrore di questa scoperta, ma velato
l'orrore da un avvilimento, da una tristezza che pur mi
atteggiavano le labbra a un sorriso vano, nel sospetto che
nessuno potesse crederli e ammetterli in me davvero, io allora
mi presentai davanti a Dida mia moglie.
Se ne stava – ricordo - in una stanza luminosa, vestita di
bianco e tutta avvolta entro un fulgore di sole, a disporre nel
grande armadio laccato bianco e dorato a tre luci i suoi nuovi
abiti primaverili.
Facendo uno sforzo, acre d'onta segreta, per trovarmi in gola
una voce che non paresse troppo strana, le domandai:
«Tu lo sai, eh Dida, qual è la mia professione?»
Dida, con una gruccia in mano da cui pendeva un abito di velo
color isabella, si voltò a guardarmi dapprima, come se non mi
riconoscesse. Stordita, ripeté:
«La tua professione?»
E dovetti riassaporar l'agro di quell'onta per riprendere, quasi
da un dilaceramento del mio spirito, la domanda che ne pendeva.
Ma questa volta mi si sfece in bocca:
«Già,» dissi «che cosa faccio io?»
Dida, allora, stette un poco a mirarmi, poi scoppiò in una gran
risata:
«Ma che dici, Gengè?»
Si fracassò d'un tratto allo scoppio di quella risata il mio
orrore, l'incubo di quelle necessità cieche in cui il mio
spirito, nella profondità delle sue indagini, s’era urtato
poc'anzi, rabbrividendo.
Ah, ecco - un usurajo, per gli altri; uno stupido qua, per Dida
mia moglie. Gengè io ero; uno qua, nell'animo e davanti agli
occhi di mia moglie; e chi sa quant'altri Gengè, fuori,
nell'animo o solamente negli occhi della gente di Richieri. Non
si trattava del mio spirito, che si sentiva dentro di me libero
e immune, nella sua intimità originaria, di tutte quelle
considerazioni delle cose che m'erano venute, che mi erano state
fatte e date dagli altri, e principalmente di questa del danaro
e della professione di mio padre.
No? E di chi si trattava dunque? Se potevo non riconoscer mia
questa realtà spregevole che mi davano gli altri, ahimè dovevo
pur riconoscere che se anche me ne fossi data una, io, per me,
questa non sarebbe stata piú vera, come realtà, di quella che mi
davano gli altri, di quella in cui gli altri mi facevano
consistere con quel corpo che ora, davanti a mia moglie, non
poteva neanch’esso parermi mio, giacché se l'era appropriato
quel Gengè suo, che or ora aveva detto una nuova sciocchezza per
cui tanto ella aveva riso. Voler sapere la sua professione E che
non si sapeva?
«Lusso di bontà...» feci, quasi tra me, staccando la voce da un
silenzio che mi parve fuori della vita, perché, ombra davanti a
mia moglie, non sapevo piú donde io - io come io - le parlassi.
«Che dici?» ripeté lei, dalla solidità certa della sua vita, con
quell'abito color isabella sul braccio.
E com'io non risposi, mi venne avanti, mi prese per le braccia e
mi soffiò sugli occhi, come a cancellarvi uno sguardo che non
era piú di Gengè, di quel Gengè il quale ella sapeva che al pari
di lei doveva fingere di non conoscere come in paese si
traducesse il nome della professione di mio padre.
Ma non ero peggio di mio padre, io? Ah Mio padre almeno
lavorava... Ma io! Che facevo io? Il buon figliuolo feroce. Il
buon figliuolo che parlava di cose aliene (bizzarre anche):
della scoperta del naso che mi pendeva verso destra: oppure
dell'altra faccia della luna; mentre la cosí detta banca di mio
padre, per opera dei due fidati amici Firbo e Quantorzo,
seguitava a lavorare, prosperava. C'erano anche socii minori,
nella banca, e anche i due fidati amici vi erano - come si dice
- cointeressati, e tutto andava a gonfie vele senza ch’io me
n'impicciassi punto, voluto bene da tutti quei consocii, da
Quantorzo, come un figliuolo, da Firbo come un fratello; i quali
tutti sapevano che con me era inutile parlar d'affari e che
bastava di tanto in tanto chiamarmi a firmare; firmavo e
quest'era tutto. Non tutto, perché anche di tanto in tanto
qualcuno veniva a pregarmi d'accompagnarlo a Firbo o a Quantorzo
con un bigliettino di raccomandazione; già e io allora gli
scoprivo sul mento una fossetta che glielo divideva in due parti
non perfettamente uguali, una piú rilevata di qua, una piú
scempia di là.
Come non m'avevano finora accoppato? Eh, non m'accoppavano,
signori, perché, com'io non m'ero finora staccato da me per
vedermi, e vivevo come un cieco nelle condizioni in cui ero
stato messo, senza considerare quali fossero, perché in esse ero
nato e cresciuto e m'erano perciò naturali; cosí anche per gli
altri era naturale ch’io fossi cosí; mi conoscevano cosí; non
potevano pensarmi altrimenti, e tutti potevano ormai guardarmi
quasi senz'odio e anche sorridere a questo buon figliuolo
feroce.
Tutti?
Mi sentii a un tratto confitti nell'anima due paja d'occhi come
quattro pugnali avvelenati: gli occhi di Marco di Dio e di sua
moglie Diamante, che incontravo ogni giorno sulla mia strada,
rincasando.
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