Libro Terzo
II. Scoperte
Il nome, sia: brutto fino alla crudeltà. Moscarda. La mosca, e
il dispetto del suo aspro fastidio ronzante.
Non aveva mica un nome per sé il mio spirito, né uno stato
civile: aveva tutto un suo mondo dentro; e io non bollavo ogni
volta di quel mio nome, a cui non pensavo affatto, tutte le cose
che mi vedevo dentro e intorno. Ebbene, ma per gli altri io non
ero quel mondo che portavo dentro di me senza nome, tutto
intero, indiviso e pur vario. Ero invece, fuori, nel loro mondo,
uno - staccato - che si chiamava Moscarda, un piccolo e
determinato aspetto di realtà non mia, incluso fuori di me nella
realtà degli altri e chiamato Moscarda.
Parlavo con un amico: niente di strano: mi rispondeva; lo vedevo
gestire; aveva la sua solita voce, riconoscevo i suoi soliti
gesti; e anch’egli, standomi a sentire se gli parlavo,
riconosceva la mia voce e i miei gesti. Nulla di strano, sí, ma
finché io non pensavo che il tono che aveva per me la voce del
mio amico non era affatto lo stesso di quella ch’egli si
conosceva, perché forse il tono della sua voce egli non se lo
conosceva nemmeno, essendo quella, per lui, la sua voce; e che
il suo aspetto era quale io lo vedevo, cioè quello che gli davo
io, guardandolo da fuori, mentre lui, parlando, non aveva
davanti alla mente, certo, nessuna immagine di se stesso, neppur
quella che si dava e si riconosceva guardandosi allo specchio.
Oh Dio, e che avveniva allora di me? avveniva lo stesso della
mia voce? del mio aspetto? Io non ero piú un indistinto io che
parlava e guardava gli altri, ma uno che gli altri invece
guardavano, fuori di loro, e che aveva un tono di voce e un
aspetto ch’io non mi conoscevo. Ero per il mio amico quello che
egli era per me: un corpo impenetrabile che gli stava davanti e
ch’egli si rappresentava con lineamenti a lui ben noti, i quali
per me non significavano nulla; tanto vero che non ci pensavo
nemmeno, parlando, né potevo vedermeli né saper come fossero;
mentre per lui erano tutto, in quanto gli rappresentavano me
quale ero per lui, uno tra tanti: Moscarda. Possibile? E
Moscarda era tutto ciò che esso diceva e faceva in quel mondo a
me ignoto; Moscarda era anche la mia ombra; Moscarda se lo
vedevano mangiare; Moscarda, se lo vedevano fumare; Moscarda, se
andava a spasso; Moscarda, se si soffiava il naso.
Non lo sapevo, non ci pensavo, ma nel mio aspetto, cioè in
quello che essi mi davano, in ogni mia parola che sonava per
loro con una voce ch’io non potevo sapere, in ogni mio atto
interpretato da ciascuno a suo modo, sempre c'erano per gli
altri impliciti il mio nome e il mio corpo.
Se non che, ormai, per quanto potesse parermi stupido e odioso
essere bollato cosí per sempre e non potermi dare un altro nome,
tanti altri a piacere, che s’accordassero a volta a volta col
vario atteggiarsi de’ miei sentimenti e delle mie azioni; pure
ormai, ripeto, abituato com'ero a portar quello fin dalla
nascita, potevo non farne gran caso, e pensare che io infine non
ero quel nome; che quel nome era per gli altri un modo di
chiamarmi, non bello ma che avrebbe potuto tuttavia essere anche
piú brutto. Non c'era forse un Sardo a Richieri che si chiamava
Porcu? Sí.
«Signor Porcu...»
E non rispondeva mica con un grugnito.
«Eccomi, a servirla...»
Pulito pulito e sorridente rispondeva. Tanto che uno quasi si
vergognava di doverlo chiamare cosí.
Lasciamo dunque il nome, e lasciamo anche le fattezze, benché
pure - ora che davanti allo specchio mi s’era duramente chiarita
la necessità di non poter dare a me stesso un'immagine di me
diversa da quella con cui mi rappresentavo - anche queste
fattezze sentivo estranee alla mia volontà e contrarie
dispettosamente a qualunque desiderio potesse nascermi d'averne
altre, che non fossero queste, cioè questi capelli cosí, di
questo colore, questi occhi cosí, verdastri, e questo naso e
questa bocca; lasciamo, dico, anche le fattezze, perché alla fin
fine dovevo riconoscere che avrebbero potuto essere anche
mostruose e avrei dovuto tenermele e rassegnarmi a esse, volendo
vivere; non erano, e dunque via, dopo tutto, potevo anche
accontentarmene.
Ma le condizioni? dico le condizioni mie che non dipendevano da
me? le condizioni che mi determinavano, fuori di me, fuori
d'ogni mia volontà? le condizioni della mia nascita, della mia
famiglia? Non me l'ero mai poste davanti, io, per valutarle come
potevano valutarle gli altri, ciascuno a suo modo, s'intende,
con una sua particolar bilancia, a peso d'invidia, a peso d'odio
o di sdegno o che so io.
M'ero creduto finora un uomo nella vita. Un uomo, cosí, e basta.
Nella vita. Come se in tutto mi fossi fatto da me. Ma come quel
corpo non me l'ero fatto io, come non me l'ero dato io quel
nome, e nella vita ero stato messo da altri senza mia volontà;
cosí, senza mia volontà, tant'altre cose m'erano venute sopra
dentro intorno, da altri; tant'altre cose m'erano state fatte,
date da altri, a cui effettivamente io non avevo mai pensato,
mai dato immagine, l'immagine strana, nemica, con cui mi
s’avventavano adesso.
La storia della mia famiglia! La storia della mia famiglia nel
mio paese: non ci pensavo; ma era in me, questa storia, per gli
altri; io ero uno, l'ultimo di questa famiglia; e ne avevo in
me, nel corpo, lo stampo e chi sa in quante abitudini d'atti e
di pensieri, a cui non avevo mai riflettuto, ma che gli altri
riconoscevano chiaramente in me, nel mio modo di camminare, di
ridere, di salutare. Mi credevo un uomo nella vita, un uomo
qualunque, che vivesse cosí alla giornata una scioperata vita in
fondo, benché piena di curiosi pensieri vagabondi; e no, e no:
potevo essere per me uno qualunque, ma per gli altri no; per gli
altri avevo tante sommarie determinazioni, ch’io non m'ero date
né fatte e a cui non avevo mai badato; e quel mio poter credermi
un uomo qualunque voglio dire quel mio stesso ozio, che credevo
proprio mio, non era neanche mio per gli altri: m'era stato dato
da mio padre, dipendeva dalla ricchezza di mio padre; ed era un
ozio feroce, perché mio padre...
Ah, che scoperta Mio padre... La vita di mio padre...
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