Libro Secondo
IV. Scusate ancora
Lasciatemi dire un'altra cosa, e poi basta.
Non voglio offendervi. La vostra coscienza, voi dite. Non volete
che sia messa in dubbio. Me n'ero scordato, scusate. Ma
riconosco, riconosco che per voi stesso, dentro di voi, non
siete quale io, di fuori, vi vedo. Non per cattiva volontà.
Vorrei che foste almeno persuaso di questo. Voi vi conoscete, vi
sentite, vi volete in un modo che non è il mio, ma il vostro; e
credete ancora una volta che il vostro sia giusto e il mio
sbagliato. Sarà, non nego. Ma può il vostro modo essere il mio e
viceversa?
Ecco che torniamo daccapo!
Io posso credere a tutto ciò che voi mi dite. Ci credo. Vi offro
una sedia: sedete; e vediamo di metterci d'accordo.
Dopo una buona oretta di conversazione, ci siamo intesi
perfettamente.
Domani mi venite con le mani in faccia, gridando:
«Ma come? Che avete inteso? Non mi avevate detto cosí e cosí?»
Cosí e cosí, perfettamente. Ma il guajo è che voi, caro, non
saprete mai, né io vi potrò mai comunicare come si traduca in me
quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo
usato, io e voi la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa
abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro
mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io
nell'accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio.
Abbiamo creduto d'intenderci, non ci siamo intesi affatto.
Eh, storia vecchia anche questa, si sa. E io non pretendo dir
niente di nuovo. Solo torno a domandarvi:
«Ma perché allora, santo Dio, seguitate a fare come se non si
sapesse? A parlarmi di voi, se sapete che per essere per me
quale siete per voi stesso, e io per voi quale sono per me, ci
vorrebbe che io, dentro di me, vi déssi quella stessa realtà che
voi vi date, e viceversa; e questo non è possibile?»
Ahimè, caro, per quanto facciate, voi mi darete sempre una
realtà a modo vostro, anche credendo in buona fede che sia a
modo mio; e sarà, non dico; magari sarà; ma a un "modo mio" che
io non so né potrò mai sapere; che saprete soltanto voi che mi
vedete da fuori: dunque un "modo mio" per voi, non un "modo mio"
per me.
Ci fosse fuori di noi, per voi e per me, ci fosse una signora
realtà mia e una signora realtà vostra, dico per se stesse, e
uguali, immutabili. Non c'è. C'è in me e per me una realtà mia:
quella che io mi do; una realtà vostra in voi e per voi: quella
che voi vi date; le quali non saranno mai le stesse né per voi
né per me.
E allora?
Allora, amico mio, bisogna consolarci con questo: che non è piú
vera la mia che la vostra, e che durano un momento cosí la
vostra come la mia.
Vi gira un po' il capo? Dunque dunque... concludiamo.
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