Libro Secondo
II. E allora?
Sapete invece su che poggia tutto? Ve lo dico io. Su una
presunzione che Dio vi conservi sempre. La presunzione che la
realtà, qual'è per voi, debba essere e sia ugualmente per tutti
gli altri.
Ci vivete dentro; ci camminate fuori, sicuri. La vedete, la
toccate; e dentro anche, se vi piace, ci fumate un sigaro (la
pipa? la pipa), e beatamente state a guardare le spire di fumo a
poco a poco vanire nell'aria. Senza il minimo sospetto che tutta
la realtà che vi sta attorno non ha per gli altri maggiore
consistenza di quel fumo.
Dite di no? Guardate. Io abitavo con mia moglie la casa che mio
padre s’era fatta costruire dopo la morte immatura di mia madre,
per levarsi da quella dov'era vissuto con lei, piena di
cocentissimi ricordi. Ero allora ragazzo, e soltanto piú tardi
potei rendermi conto che proprio all'ultimo quella casa era
stata lasciata da mio padre non finita e quasi aperta a chiunque
volesse entrarvi.
Quell'arco di porta senza la porta che supera di tutta la
cèntina da una parte e dall'altra i muri di cinta della vasta
corte davanti, non finiti; con la soglia sotto distrutta e
scortecciati agli spigoli i pilastri; mi fa ora pensare che mio
padre lo lasciò cosí quasi in aria e vuoto, forse perché pensò
che la casa, dopo la sua morte, doveva restare a me, vale a dire
a tutti e a nessuno; e che le fosse inutile perciò il riparo
d'una porta.
Finché visse mio padre, nessuno s’attentò a entrare in quella
corte. Erano rimaste per terra tante pietre intagliate; e chi
passava, vedendole, poté dapprima pensare che la fabbrica, per
poco interrotta, sarebbe stata presto ripresa. Ma appena l'erba
cominciò a crescere tra i ciottoli e lungo i muri, quelle pietre
inutili sembrarono subito come crollate e vecchie. Col tempo,
morto mio padre, divennero i sedili delle comari del vicinato,
le quali, titubanti in principio, ora l'una ora l'altra,
s’arrischiarono a varcare la soglia, come in cerca d'un posto
riparato dove ci si potesse mettere seduti bene all'ombra e in
silenzio; e poi, visto che nessuno diceva nulla, lasciarono alle
loro galline la titubanza ancora per poco, e presero a
considerare quella corte come loro, come loro l'acqua della
cisterna che vi sorgeva in mezzo; e vi lavavano e vi stendevano
i panni ad asciugare; e infine, col sole che abbarbagliava
allegro da tutto quel bianco di lenzuoli e di camice svolazzanti
dai cordini tesi, si scioglievano sulle spalle i capelli lustri
d'olio per "cercarsi" in capo, come fanno le scimmie tra loro.
Non diedi mai a vedere né fastidio né piacere di quella loro
invasione, benché m'irritasse specialmente la vista d'una
vecchina sempre pigolante, dagli occhi risecchi e la gobba
dietro ben segnata da un giubbino verde scolorito, e mi désse
allo stomaco una lezzona grassa squarciata, con un'orrenda
cioccia sempre fuori del busto e in grembo un bimbo sudicio
dalla testa grossa schifosamente piena di croste di lattime tra
la peluria rossiccia. Mia moglie aveva forse il suo tornaconto a
lasciarle lí, perché se ne serviva a un bisogno, dando poi loro
in compenso o gli avanzi di cucina o qualche abito smesso.
Acciottolata come la strada, questa corte è tutta in pendío. Mi
rivedo ragazzo, uscito per le vacanze dal collegio, affacciato
di sera tardi a uno dei balconi della casa allora nuova. Che
pena infinita mi dava il vasto biancore illividito di tutti quei
ciottoli in pendío con quella grande cisterna in mezzo,
misteriosamente sonora! La ruggine s’era quasi mangiata fin
d'allora la vernice rossigna del gambo di ferro che in cima
regge la carrucola dove scorre la fune della secchia; e come mi
sembrava triste quello sbiadito color di vernice su quel gambo
di ferro che ne pareva malato! Malato forsanche per la
malinconia dei cigolíi della carrucola quando il vento, di
notte, moveva la fune; e su la corte deserta era la chiarità del
cielo stellato ma velato, che in quella chiarità vana, di
polvere, sembrava fissato là sopra, per sempre.
Dopo la morte di mio padre, Quantorzo, incaricato di badare ai
miei affari, pensò di chiudere con un tramezzo le stanze che mio
padre s’era riservate per sua abitazione e di farne un
quartjerino da affittare. Mia moglie non s’era opposta. E in
quel quartjerino era venuto, poco dopo, ad abitare un vecchio
silenziosissimo pensionato, sempre vestito bene, di pulita
semplicità, piccolino ma con un che di marziale nell'esile
personcina impettorita e anche nella faccina energica, sebbene
un po' sciupata, da colonnello a riposo. Di qua e di là, come
scritti calligraficamente, aveva due esemplari occhi di pesce, e
tutte segnate le guance d'una fitta trama di venuzze violette.
Non avevo mai badato a lui, né m'ero curato di sapere chi fosse,
come vivesse. Parecchie volte lo avevo incontrato per le scale,
e sentendomi dire con molto garbo: "Buon giorno" o "Buona sera",
senz'altro m'ero fatta l'idea che quel mio vicino di casa fosse
molto garbato.
Nessun sospetto mi aveva destato un suo lamento per le zanzare
che lo molestavano la notte e che, a suo credere, provenivano
dai grandi magazzini a destra della casa ridotti da Quantorzo,
sempre dopo la morte di mio padre, a sudice rimesse d'affitto.
«Ah, già!» avevo esclamato, quella volta, in risposta al suo
lamento.
Ma ricordo perfettamente che in quella mia esclamazione c'era il
dispiacere, non già delle zanzare che molestavano il mio
inquilino, ma di quegli ariosi puliti magazzini che da ragazzo
avevo veduto costruire e dove correvo, stranamente esaltato
dalla bianchezza abbarbagliante dell'intonaco e come ubriacato
dall'umido della fabbrica fresca, sul mattonato rintronante,
ancora tutto spruzzato di calce. Al sole ch’entrava dalle grandi
finestre ferrate, bisognava chiudere gli occhi da come quei muri
accecavano.
Tuttavia, quelle rimesse con quei vecchi landò d'affitto, con
l'attacco a tre, per quanto impregnate di tutto il lezzo delle
lettiere marcite e del nero delle risciacquature che stagnava lí
davanti, mi facevano anche pensare all'allegria delle corse in
carrozza, da ragazzo, quando si andava in villeggiatura, per lo
stradone, tra le campagne aperte che mi parevano fatte per
accogliere e diffondere la festività delle sonagliere. E in
grazia di quel ricordo mi pareva si potesse sopportare la
vicinanza delle rimesse; tanto piú che, anche senza questa
vicinanza, era noto a tutti che a Richieri si soffriva il
fastidio delle zanzare, da cui comunemente in ogni casa ci si
difendeva con l'uso delle zanzariere.
Chi sa che impressione dovette fare al mio vicino di casa la
vista d'un sorriso sulle mie labbra, quando egli con la faccina
fiera mi gridò che non aveva mai potuto sopportare le
zanzariere, perché se ne sentiva soffocare. Quel mio sorriso
esprimeva di certo maraviglia e compatimento. Non poter
sopportare la zanzariera, ch’io avrei seguitato sempre a usare
anche se tutte le zanzare fossero sparite da Richieri, per la
delizia che mi dava, tenuta alta di cielo com'io la tenevo e
drizzata tutt'intorno al letto senza una piega. La camera che si
vede e non si vede traverso a quella miriade di forellini del
tulle lieve; il letto isolato; l'impressione d'esser come
avvolto in una bianca nuvola.
Non mi feci caso di ciò che egli potesse pensare di me dopo
quell'incontro. Seguitai a vederlo per le scale, e sentendomi
dire come prima "Buon giorno" o "Buona sera", rimasi con l'idea
ch’egli fosse molto garbato.
Vi assicuro invece ch'egli, nello stesso momento che fuori
garbatamente mi diceva per le scale "Buon giorno" o "Buona
sera", dentro di sé mi faceva vivere come un perfetto imbecille
perché là nella corte tolleravo quell'invasione di comari e quel
puzzo ardente di lavatoio e le zanzare.
Chiaro che non avrei piú pensato: "Oh Dio com'è garbato il mio
vicino di casa, se avessi potuto vedermi dentro di lui che,
viceversa, mi vedeva com'io non avrei potuto vedermi mai, voglio
dire da fuori, per me, ma dentro la visione che anche lui aveva
poi per suo conto delle cose e degli uomini, e nella quale mi
faceva vivere a suo modo: da perfetto imbecille. Non lo sapevo e
seguitavo a pensare: "Oh Dio com'è garbato il mio vicino di
casa".
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