Libro Primo
VII. Filo d’aria
Prima volli ricompormi, aspettare che mi scomparisse dal volto
ogni traccia d'ansia e di gioja e che, dentro, mi s’arrestasse
ogni moto di sentimento e di pensiero, cosí che potessi condurre
davanti allo specchio il mio corpo come estraneo a me e, come
tale, pormelo davanti.
«Su,» dissi, «andiamo!»
Andai, con gli occhi chiusi, le mani avanti, a tentoni. Quando
toccai la lastra dell'armadio, ristetti ad aspettare, ancora con
gli occhi chiusi, la piú assoluta calma interiore, la piú
assoluta indifferenza.
Ma una maledetta voce mi diceva dentro, che era là anche lui,
l'estraneo, di fronte a me, nello specchio. In attesa come me,
con gli occhi chiusi.
C'era, e io non lo vedevo.
Non mi vedeva neanche lui, perché aveva, come me, gli occhi
chiusi. Ma in attesa di che, lui? Di vedermi? No. Egli poteva
esser veduto, non vedermi. Era per me quel che io ero per gli
altri, che potevo esser veduto e non vedermi. Aprendo gli occhi
però, lo avrei veduto cosí come un altro?
Qui era il punto.
M'era accaduto tante volte d'infrontar gli occhi per caso nello
specchio con qualcuno che stava a guardarmi nello specchio
stesso. Io nello specchio non mi vedevo ed ero veduto; cosí
l'altro, non si vedeva, ma vedeva il mio viso e si vedeva
guardato da me. Se mi fossi sporto a vedermi anch’io nello
specchio, avrei forse potuto esser visto ancora dall'altro, ma
io no, non avrei piú potuto vederlo. Non si può a un tempo
vedersi e vedere che un altro sta a guardarci nello stesso
specchio.
Stando a pensare cosí, sempre con gli occhi chiusi, mi domandai:
«È diverso ora il mio caso, o è lo stesso? Finché tengo gli
occhi chiusi, siamo due: io qua e lui nello specchio. Debbo
impedire che, aprendo gli occhi, egli diventi me e io lui. Io
debbo vederlo e non essere veduto. È possibile? Subito com'io lo
vedrò, egli mi vedrà, e ci riconosceremo. Ma grazie tante! Io
non voglio riconoscermi; io voglio conoscere lui fuori di me. È
possibile? Il mio sforzo supremo deve consistere in questo: di
non vedermi in me, ma d'essere veduto da me, con gli occhi miei
stessi ma come se fossi un altro: quell'altro che tutti vedono e
io no. Su, dunque, calma, arresto d'ogni vita e attenzione!
Aprii gli occhi. Che vidi?
Niente. Mi vidi. Ero io, là, aggrondato, carico del mio stesso
pensiero, con un viso molto disgustato.
M'assalí una fierissima stizza e mi sorse la tentazione di
tirarmi uno sputo in faccia. Mi trattenni. Spianai le rughe;
cercai di smorzare l'acume dello sguardo; ed ecco, a mano a mano
che lo smorzavo, la mia immagine smoriva e quasi sallontanava da
me; ma smorivo anch’io di qua e quasi cascavo; e sentii che,
seguitando, mi sarei addormentato. Mi tenni con gli occhi.
Cercai d'impedire che mi sentissi anch’io tenuto da quegli occhi
che mi stavano di fronte; che quegli occhi, cioè, entrassero nei
miei. Non vi riuscii. Io mi sentivo quegli occhi. Me li vedevo
di fronte, ma li sentivo anche di qua, in me; li sentivo miei;
non già fissi su me, ma in se stessi. E se per poco riuscivo a
non sentirmeli, non li vedevo piú. Ahimè, era proprio cosí: io
potevo vedermeli, non già vederli.
Ed ecco: come compreso di questa verità che riduceva a un giuoco
il mio esperimento, a un tratto il mio volto tentò nello
specchio uno squallido sorriso.
«Sta' serio, imbecille!» gli gridai allora. «Non c'è niente da
ridere!»
Fu cosí istantaneo, per la spontaneità della stizza, il
cangiamento dell'espressione nella mia immagine, e cosí subito
seguí a questo cambiamento un'attonita apatia in essa, ch’io
riuscii a vedere staccato dal mio spirito imperioso il mio
corpo, là, davanti a me, nello specchio.
Ah, finalmente! Eccolo là!
Chi era?
Niente era. Nessuno. Un povero corpo mortificato, in attesa che
qualcuno se lo prendesse.
«Moscarda...» mormorai, dopo un lungo silenzio.
Non si mosse; rimase a guardarmi attonito.
Poteva anche chiamarsi altrimenti.
Era là, come un cane sperduto, senza padrone e senza nome, che
uno poteva chiamar Flik, e un altro Flok, a piacere. Non
conosceva nulla, né si conosceva; viveva per vivere, e non
sapeva di vivere; gli batteva il cuore, e non lo sapeva;
respirava, e non lo sapeva; moveva le palpebre, e non se
n'accorgeva.
Gli guardai i capelli rossigni; la fronte immobile, dura,
pallida; quelle sopracciglia ad accento circonflesso; gli occhi
verdastri, quasi forati qua e là nella còrnea da macchioline
giallognole; attoniti, senza sguardo; quel naso che pendeva
verso destra, ma di bel taglio aquilino; i baffi rossicci che
nascondevano la bocca; il mento solido, un po' rilevato:
Ecco: era cosí: lo avevano fatto cosí, di quel pelame; non
dipendeva da lui essere altrimenti, avere un'altra statura,
poteva sí alterare in parte il suo aspetto: radersi quei baffi,
per esempio, ma adesso era cosí; col tempo sarebbe stato calvo o
canuto, rugoso e floscio, sdentato; qualche sciagura avrebbe
potuto anche svisarlo, fargli un occhio di vetro o una gamba di
legno; ma adesso era cosí.
Chi era? Ero io? Ma poteva anche essere un altro! Chiunque
poteva essere, quello lí. Poteva avere quei capelli rossigni,
quelle sopracciglia ad accento circonflesso e quel naso che
pendeva verso destra, non soltanto per me, ma anche per un altro
che non fossi io. Perché dovevo esser io, questo, cosí?
Vivendo, io non rappresentavo a me stesso nessuna immagine di
me. Perché dovevo dunque vedermi in quel corpo lí come in
un'immagine di me necessaria?
Mi stava lí davanti, quasi inesistente, come un'apparizione di
sogno, quell'immagine. E io potevo benissimo non conoscermi cosí.
Se non mi fossi mai veduto in uno specchio, per esempio? Non
avrei forse per questo seguitato ad avere dentro quella testa lí
sconosciuta i miei stessi pensieri? Ma sí, e tant'altri. Che
avevano da vedere i miei pensieri con quei capelli, di quel
colore, i quali avrebbero potuto non esserci piú o essere
bianchi o neri o biondi; e con quegli occhi lí verdastri, che
avrebbero potuto anche essere neri o azzurri; e con quel naso
che avrebbe potuto essere diritto o camuso? Potevo benissimo
sentire anche una profonda antipatia per quel corpo lí; e la
sentivo.
Eppure, io ero per tutti, sommariamente, quei capelli rossigni,
quegli occhi verdastri e quel naso; tutto quel corpo lí che per
me era niente; eccolo: niente! Ciascuno se lo poteva prendere,
quel corpo lí, per farsene quel Moscarda che gli pareva e
piaceva, oggi in un modo e domani in un altro, secondo i casi e
gli umori. E anch'io... Ma sí! Lo conoscevo io forse? Che potevo
conoscere di lui? Il momento in cui lo fissavo, e basta. Se non
mi volevo o non mi sentivo cosí come mi vedevo, colui era anche
per me un estraneo, che aveva quelle fattezze, ma avrebbe potuto
averne anche altre. Passato il momento in cui lo fissavo, egli
era già un altro; tanto vero che non era piú qual era stato da
ragazzo, e non era ancora quale sarebbe stato da vecchio; e io
oggi cercavo di riconoscerlo in quello di jeri, e cosí via. E in
quella testa lí, immobile e dura, potevo mettere tutti i
pensieri che volevo, accendere le piú svariate visioni: ecco:
d'un bosco che nereggiava placido e misterioso sotto il lume
delle stelle; di una rada solitaria, malata di nebbia, da cui
salpava lenta spettrale una nave all'alba; d'una via cittadina
brulicante di vita sotto un nembo sfolgorante di sole che
accendeva di riflessi purpurei i volti e faceva guizzar di luci
variopinte i vetri delle finestre, gli specchi, i cristalli
delle botteghe. Spengevo a un tratto la visione, e quella testa
restava lí di nuovo immobile e dura nell'apatico attonimento.
Chi era colui? Nessuno. Un povero corpo, senza nome, in attesa
che qualcuno se lo prendesse.
Ma, all'improvviso, mentre cosí pensavo, avvenne tal cosa che mi
riempí di spavento più che di stupore.
Vidi davanti a me, non per mia volontà, l’apatica attonita
faccia di quel povero corpo mortificato scomporsi pietosamente,
arricciare il naso, arrovesciare gli occhi all'indietro,
contrarre le labbra in su e provarsi ad aggrottar le ciglia,
come per piangere; restare cosí un attimo sospeso e poi crollar
due volte a scatto per lo scoppio d'una coppia di sternuti.
S’era commosso da sé, per conto suo, a un filo d'aria entrato
chi sa donde, quel povero corpo mortificato, senza dirmene nulla
e fuori della mia volontà.
«Salute!» gli dissi.
E guardai nello specchio il mio primo riso da matto.
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