Libro Primo
V. Inseguimento dell’estraneo
Dirò per ora di quelle piccole che cominciai a fare in forma di
pantomime, nella vispa infanzia della mia follia, davanti a
tutti gli specchi di casa, guardandomi davanti e dietro per non
essere scorto da mia moglie, nell'attesa smaniosa ch'ella,
uscendo per qualche visita o compera, mi lasciasse solo
finalmente per un buon pezzo.
Non volevo già come un commediante studiar le mie mosse,
compormi la faccia all'espressione dei varii sentimenti e moti
dell'animo; al contrario: volevo sorprendermi nella naturalezza
dei miei atti, nelle subitanee alterazioni del volto per ogni
moto dell'animo; per un'improvvisa maraviglia, ad esempio (e
sbalzavo per ogni nonnulla le sopracciglia fino all’attaccatura
dei capelli e spalancavo gli occhi e la bocca, allungando il
volto come se un filo interno me lo tirasse); per un profondo
cordoglio (e aggrottavo la fronte, immaginando la morte di mia
moglie, e socchiudevo cupamente le pàlpebre quasi a covar quel
cordoglio); per una rabbia feroce (e digrignavo i denti,
pensando che qualcuno m'avesse schiaffeggiato, e arricciavo il
naso, stirando la mandibola e fulminando con lo sguardo).
Ma, prima di tutto, quella maraviglia, quel cordoglio, quella
rabbia erano finte, e non potevano esser vere, perché, se vere,
non avrei potuto vederle, ché subito sarebbero cessate per il
solo fatto ch'io le vedevo; in secondo luogo, le maraviglie da
cui potevo esser preso erano tante e diversissime, e
imprevedibili anche le espressioni, senza fine variabili anche
secondo i momenti e le condizioni del mio animo; e cosí per
tutti i cordogli e cosí per tutte le rabbie. E infine, anche
ammesso che per una sola e determinata maraviglia, per un solo e
determinato cordoglio, per una sola e determinata rabbia io
avessi veramente assunto quelle espressioni, esse erano come le
vedevo io, non già come le avrebbero vedute gli altri.
L'espressione di quella mia rabbia, ad esempio, non sarebbe
stata la stessa per uno che l'avesse temuta, per un altro
disposto a scusarla, per un terzo disposto a riderne, e cosí
via.
Ah! tanto bel senno avevo ancora per intendere tutto questo, e
non poté servirmi a tirare dalla riconosciuta inattuabilità di
quel mio folle proposito la conseguenza naturale di rinunciare
all'impresa disperata e starmi contento a vivere per me, senza
vedermi e senza darmi pensiero degli altri.
L'idea che gli altri vedevano in me uno che non ero io quale mi
conoscevo; uno che essi soltanto potevano conoscere guardandomi
da fuori con occhi che non erano i miei e che mi davano un
aspetto destinato a restarmi sempre estraneo, pur essendo in me,
pur essendo il mio per loro (un "mio" dunque che non era per
me!); una vita nella quale, pur essendo la mia per loro, io non
potevo penetrare, quest'idea non mi diede piú requie.
Come sopportare in me quest'estraneo? quest'estraneo che ero io
stesso per me? come non vederlo? come non conoscerlo? come
restare per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla
vista degli altri e fuori intanto della mia?
Inizio pagina