Libro Primo
IV. Com’io volevo esser solo
Io volevo esser solo in un modo affatto insolito, nuovo. Tutt'al
contrario di quel che pensate voi: cioè senza me e appunto con
un estraneo attorno.
Vi sembra già questo un primo segno di pazzia?
Forse perché non riflettete bene.
Poteva già essere in me la pazzia, non nego, ma vi prego di
credere che l'unico modo d'esser soli veramente è questo che vi
dico io.
La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, è
soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che
sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate,
cosí che la vostra volontà e il vostro sentimento restino
sospesi e smarriti in un'incertezza angosciosa e, cessando ogni
affermazione di voi, cessi l'intimità stessa della vostra
coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sé e
che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l'estraneo
siete voi.
Cosí volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel me
ch’io già conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un
certo estraneo, che già sentivo oscuramente di non poter piú
levarmi di torno e ch'ero io stesso: estraneo inseparabile da
me.
Ne avvertivo uno solo, allora! E già quest'uno, o il bisogno che
sentivo di restar solo con esso, di mettermelo davanti per
conoscerlo bene e conversare un po' con lui, mi turbava tanto,
con un senso tra di ribrezzo e di sgomento.
Se per gli altri non ero quel che ora avevo creduto d'essere per
me, chi ero io?
Vivendo, non avevo mai pensato alla forma del mio naso; al
taglio, se piccolo o grande, o al colore dei miei occhi;
all'angustia o all'ampiezza della mia fronte, e via dicendo.
Quello era il mio naso, quelli i miei occhi, quella la mia
fronte: cose inseparabili da me, a cui, dedito ai miei affari,
preso dalle mie idee, abbandonato ai miei sentimenti, non potevo
pensare.
Ma ora pensavo:
"E gli altri? Gli altri non sono mica dentro di me. Per gli
altri che guardano da fuori, le mie idee, i miei sentimenti
hanno un naso. Il mio naso. E hanno un pajo d'occhi, i miei
occhi, ch’io non vedo e ch’essi vedono. Che relazione c'è tra le
mie idee e il mio naso? Per me, nessuna. Io non penso col naso,
né bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? gli altri che non
possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio
naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta
relazione, che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo
per la sua forma molto buffo, si metterebbero a ridere."
Cosí, seguitando, sprofondai in quest'altra ambascia: che non
potevo, vivendo, rappresentarmi a me stesso negli atti della mia
vita; vedermi come gli altri mi vedevano; pormi davanti il mio
corpo e vederlo vivere come quello d'un altro. Quando mi ponevo
davanti a uno specchio, avveniva come un arresto in me; ogni
spontaneità era finita, ogni mio gesto appariva a me stesso
fittizio o rifatto.
Io non potevo vedermi vivere.
Potei averne la prova nell'impressione dalla quale fui per cosí
dire assaltato, allorché, alcuni giorni dopo, camminando e
parlando col mio amico Stefano Firbo, mi accadde di sorprendermi
all'improvviso in uno specchio per via, di cui non m'ero prima
accorto. Non poté durare piú d'un attimo quell'impressione, ché
subito seguí quel tale arresto e finí la spontaneità e cominciò
lo studio. Non riconobbi in prima me stesso. Ebbi l'impressione
d'un estraneo che passasse per via conversando. Mi fermai.
Dovevo esser molto pallido. Firbo mi domandò:
«Che hai?»
«Niente,» dissi. E tra me, invaso da uno strano sgomento ch'era
insieme ribrezzo, pensavo:
"Era proprio la mia quell'immagine intravista in un lampo? Sono
proprio cosí, io, di fuori, quando – vivendo - non mi penso?
Dunque per gli altri sono quell'estraneo sorpreso nello
specchio: quello, e non già io quale mi conosco: quell'uno lí
che io stesso in prima, scorgendolo, non ho riconosciuto. Sono
quell'estraneo che non posso veder vivere se non cosí, in un
attimo impensato. Un estraneo che possono vedere e conoscere
solamente gli altri, e io no."
E mi fissai d'allora in poi in questo proposito disperato:
d'andare inseguendo quell'estraneo ch’era in me e che mi
sfuggiva; che non potevo fermare davanti a uno specchio perché
subito diventava me quale io mi conoscevo; quell'uno che viveva
per gli altri e che io non potevo conoscere; che gli altri
vedevano vivere e io no. Lo volevo vedere e conoscere anch’io
cosí come gli altri lo vedevano e conoscevano.
Ripeto, credevo ancora che fosse uno solo questo estraneo: uno
solo per tutti, come uno solo credevo d'esser io per me. Ma
presto l'atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei
centomila Moscarda ch'io ero non solo per gli altri ma anche per
me, tutti con questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla
crudeltà, tutti dentro questo mio povero corpo ch’era uno
anch'esso, uno e nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo
specchio e me lo guardavo fisso e immobile negli occhi, abolendo
in esso ogni sentimento e ogni volontà.
Quando cosí il mio dramma si complicò, cominciarono le mie
incredibili pazzie.
Inizio pagina