Libro Primo
III. Bel modo di essere soli
Desiderai da quel giorno ardentissimamente d'esser solo, almeno
per un'ora. Ma veramente, piú che desiderio, era bisogno:
bisogno acuto urgente smanioso, che la presenza o la vicinanza
di mia moglie esasperavano fino alla rabbia.
«Hai sentito, Gengè, che ha detto jeri Michelina? Quantorzo ha
da parlarti d'urgenza.»
«Guarda, Gengè, se a tenermi cosí la veste mi paiono le gambe.»
«S'è fermata la pèndola, Gengè.»
«Gengè, e la cagnolina non la porti piú fuori? Poi ti sporca i
tappeti e la sgridi. Ma dovrà pure, povera bestiolina... dico...
non pretenderai che... Non esce da iersera.»
«Non temi, Gengè, che Anna Rosa possa esser malata? Non si fa
piú vedere da tre giorni, e l'ultima volta le faceva male la
gola.»
«È venuto il signor Firbo, Gengè. Dice che ritornerà piú tardi.
Non potresti vederlo fuori? Dio, che noioso!»
Oppure la sentivo cantare:
E se mi dici di no,
caro il mio bene, domàn non verrò;
domàn non verrò ...
domàn non verrò....
Ma perché non vi chiudevate in camera, magari con due turaccioli
negli orecchi?
Signori, vuol dire che non capite come volevo esser solo.
Chiudermi potevo soltanto nel mio scrittoio, ma anche lí senza
poterci mettere il paletto, per non far nascere tristi sospetti
in mia moglie ch'era, non dirò trista, ma sospettosissima. E se,
aprendo l'uscio all'improvviso, m'avesse scoperto?
No. E poi, sarebbe stato inutile. Nel mio scrittoio non c'erano
specchi. Io avevo bisogno d'uno specchio. D'altra parte, il solo
pensiero che mia moglie era in casa bastava a tenermi presente a
me stesso, e proprio questo io non volevo.
Per voi, esser soli, che vuol dire?
Restare in compagnia di voi stessi, senza alcun estraneo
attorno.
Ah sí, v'assicuro ch’è un bel modo, codesto, d'esser soli. Vi
s’apre nella memoria una cara finestretta, da cui s’affaccia
sorridente, tra un vaso di garofani e un altro di gelsomini, la
Titti che lavora all'uncinetto una fascia rossa di lana, oh Dio,
come quella che ha al collo quel vecchio insopportabile signor
Giacomino, a cui ancora non avete fatto il biglietto di
raccomandazione per il presidente della Congregazione di carità,
vostro buon amico, ma seccantissimo anche lui, specie se si
mette a parlare delle marachelle del suo segretario particolare,
il quale jeri... no, quando fu? l'altro jeri che pioveva e
pareva un lago la piazza con tutto quel brillío di stille a un
allegro sprazzo di sole, e nella corsa, Dio che guazzabuglio di
cose, la vasca, quel chiosco da giornali, il tram che infilava
lo scambio e strideva spietatamente alla girata, quel cane che
scappava: basta, vi ficcaste in una sala di bigliardo, dove
c'era lui, il segretario del presidente della Congregazione di
carità; e che risatine si faceva sotto i baffoni pelosi per la
vostra disdetta allorché vi siete messo a giocare con l'amico
Carlino detto Qintadecima. E poi? Che avvenne poi, uscendo dalla
sala del bigliardo? Sotto un languido fanale, nella via umida
deserta, un povero ubriaco malinconico tentava di cantare una
vecchia canzonetta di Napoli, che tant'anni fa, quasi tutte le
sere udivate cantare in quel borgo montano tra i castagni, ov'eravate
andato a villeggiare per star vicino a quella cara Mimí, che poi
sposò il vecchio commendator Della Venera, e morí un anno dopo.
Oh, cara Mimí! Eccola, eccola a un'altra finestra che vi sapre
nella memoria...
Sí, sí, cari miei, v'assicuro che è un bel modo d'esser soli,
codesto!
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