da Biblioteca dei Classici Italiani
I. Mia moglie e il mio naso.
«Che fai?» mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo
specchio.
«Niente,» le risposi, «mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice.
Premendo, avverto un certo dolorino.»
Mia moglie sorrise e disse:
«Credevo ti guardassi da che parte ti pende.»
Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
«Mi pende? A me? Il naso?»
E mia moglie, placidamente:
«Ma sì, caro. Guàrdatelo bene: ti pende verso destra.»
|
Avevo ventotto anni e sempre fin
allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come
insieme tutte le altre parti della mia persona. Per cui m'era stato facile
ammettere e sostenere quel che di solito ammettono e sostengono tutti coloro che
non hanno avuto la sciagura di sortire un corpo deforme: che cioè sia da
sciocchi invanire per le proprie fattezze.
La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto
perciò mi stizzì come un immeritato castigo.
Vide forse mia moglie molto più addentro di me in quella mia stizza e aggiunse
subito che, se riposavo nella certezza d'essere in tutto senza mende, me ne
levassi pure, perché, come il naso mi pendeva verso destra, così...
|
|
«Che altro?»
Eh, altro! altro! Le mie sopracciglia parevano sugli occhi due accenti
circonflessi, ^ ^, le mie orecchie erano attaccate male, una più
sporgente dell'altra; e altri difetti...
«Ancora?»
Eh sì, ancora: nelle mani, al dito mignolo; e nelle gambe (no, storte no!), la
destra, un pochino più arcuata dell'altra: verso il ginocchio, un pochino.
Dopo un attento esame dovetti riconoscere veri tutti questi difetti. E solo
allora, scambiando certo per dolore e avvilimento, la maraviglia che ne provai
subito dopo la stizza, mia moglie per consolarmi m'esortò a non affliggermene
poi tanto, ché anche con essi, tutto sommato, rimanevo un bell'uomo.
Sfido a non irritarsi, ricevendo come generosa concessione ciò che come diritto
ci è stato prima negato. Schizzai un velenosissimo "grazie" e, sicuro di non
aver motivo né d'addolorarmi né d'avvilirmi, non diedi alcuna importanza a quei
lievi difetti, ma una grandissima e straordinaria al fatto che tant'anni ero
vissuto senza mai cambiar di naso, sempre con quello, e con quelle sopracciglia
e quelle orecchie, quelle mani e quelle gambe; e dovevo aspettare di prender
moglie per aver conto che li avevo difettosi.
«Uh che maraviglia! E non si sa, le mogli? Fatte apposta per scoprire i difetti
del marito.»
Ecco, già - le mogli, non nego. Ma anch’io, se permettete, di quei tempi ero
fatto per sprofondare, a ogni parola che mi fosse detta, o mosca che vedessi
volare, in abissi di riflessioni e considerazioni che mi scavavano dentro e
bucheravano giù per torto e su per traverso lo spirito, come una tana di talpa;
senza che di fuori ne paresse nulla.
«Si vede,» - voi dite, «che avevate molto tempo da perdere.»
No, ecco. Per l'animo in cui mi trovavo. Ma del resto sì, anche per l'ozio, non
nego. Ricco, due fidati amici, Sebastiano Quantorzo e Stefano Firbo, badavano ai
miei affari dopo la morte di mio padre; il quale, per quanto ci si fosse
adoperato con le buone e con le cattive, non era riuscito a farmi concludere mai
nulla; tranne di prender moglie, questo sì, giovanissimo; forse con la speranza
che almeno avessi presto un figliuolo che non mi somigliasse punto; e,
pover'uomo, neppur questo aveva potuto ottenere da me.
E non già, badiamo, ch’io opponessi volontà a prendere la via per cui mio padre
m'incamminava. Tutte le prendevo. Ma camminarci, non ci camminavo. Mi fermavo a
ogni passo; mi mettevo prima alla lontana, poi sempre più da vicino a girare
attorno a ogni sassolino che incontravo, e mi maravigliavo assai che gli altri
potessero passarmi avanti senza fare alcun caso di quel sassolino che per me
intanto aveva assunto le proporzioni d'una montagna insormontabile, anzi d'un
mondo in cui avrei potuto senz'altro domiciliarmi.
Ero rimasto così, fermo ai primi passi di tante vie, con lo spirito pieno di
mondi, o di sassolini, che fa lo stesso. Ma non mi pareva affatto che quelli che
m'erano passati avanti e avevano percorso tutta la via, ne sapessero in sostanza
più di me. M'erano passati avanti, non si mette in dubbio, e tutti braveggiando
come tanti cavallini; ma poi, in fondo alla via, avevano trovato un carro: il
loro carro; vi erano stati attaccati con molta pazienza, e ora se lo tiravano
dietro. Non tiravo nessun carro, io; e non avevo perciò né briglie né paraocchi;
vedevo certamente più li loro; ma andare, non sapevo dove andare.
Ora, ritornando alla scoperta di quei lievi difetti, sprofondai tutto, subito,
nella riflessione che dunque possibile? non conoscevo bene neppure il mio stesso
corpo, le cose mie che più intimamente m'appartenevano: il naso le orecchie, le
mani, le gambe. E tornavo a guardarmele per rifarne l'esame.
Cominciò da questo il mio male. Quel male che doveva ridurmi in breve in
condizioni di spirito e di corpo così misere e disperate che certo ne sarei
morto o impazzito, ove in esso medesimo non avessi trovato (come dirò) il
rimedio che doveva guarirmene.
II. E il vostro naso?
Già subito mi figurai che tutti, avendone fatta mia moglie la scoperta,
dovessero accorgersi di quei miei difetti corporali e altro non notare in me.
«Mi guardi il naso?» domandai tutt'a un tratto quel giorno stesso a un amico che
mi s'era accostato per parlarmi di non so che affare che forse gli stava a
cuore.
«No, perché?» mi disse quello.
E io, sorridendo nervosamente:
«Mi pende verso destra, non vedi?
E glielo imposi a una ferma e attenta osservazione, come quel difetto del mio
naso fosse un irreparabile guasto sopravvenuto al congegno dell'universo.
L'amico mi guardò in prima un po' stordito; poi, certo sospettando che avessi
così all'improvviso e fuor di luogo cacciato fuori il discorso del mio naso
perché non stimavo degno né d'attenzione, né di risposta l'affare di cui mi
parlava, diede una spallata e si mosse per lasciarmi in asso. Lo acchiappai per
un braccio, e:
«No, sai,» gli dissi, «sono disposto a trattare con te codest'affare. Ma in
questo momento tu devi scusarmi.»
«Pensi al tuo naso?»
«Non m'ero mai accorto che mi pendesse verso desta. Me n'ha fatto accorgere,
questa mattina, mia moglie.»
«Ah, davvero?» mi domandò allora l'amico; e gli occhi gli risero d'una
incredulità ch'era anche derisione.
Restai a guardarlo come già mia moglie la mattina, cioè con un misto
d'avvilimento, di stizza e di maraviglia. Anche lui dunque da un pezzo se n'era
accorto? E chi sa quant'altri con lui! E io non lo sapevo e, non sapendolo,
credevo d'essere per tutti un Moscarda col naso dritto, mentr'ero invece per
tutti un Moscarda col naso storto; e chi sa quante volte m'era avvenuto di
parlare, senz'alcun sospetto, del naso difettoso di Tizio o di Caio e quante
volte perciò non avevo fatto ridere di me e pensare:
«Ma guarda un po' questo pover'uomo che parla dei difetti del naso altrui!»
Avrei potuto, è vero, consolarmi con la riflessione che, alla fin fine, era
ovvio e comune il mio caso, il quale provava ancora una volta un fatto
risaputissimo, cioè che notiamo facilmente i difetti altrui e non ci accorgiamo
dei nostri. Ma il primo germe del male aveva cominciato a metter radice nel mio
spirito e non potei consolarmi con questa riflessione.
Mi si fissò invece il pensiero ch'io non ero per gli altri quel che finora,
dentro di me, m'ero figurato d'essere.
Per il momento pensai al corpo soltanto e, siccome quel mio amico seguitava a
starmi davanti con quell'aria d'incredulità derisoria, per vendicarmi gli
domandai se egli, dal canto suo, sapesse d'aver nel mento una fossetta che
glielo divideva in due parti non del tutto eguali: una più rilevata di qua, una
più scempia di là.
«Io? Ma che!» esclamò l'amico. «Ci ho la fossetta, lo so, ma non come tu dici.»
«Entriamo là da quel barbiere, e vedrai,» gli proposi subito.
Quando l'amico, entrato dal barbiere, s'accorse con maraviglia del difetto e
riconobbe ch'era vero, non volle mostrarne stizza; disse che, in fin dei conti,
era una piccolezza.
Eh sì, senza dubbio, una piccolezza; vidi però, seguendolo da lontano, che si
fermò una prima volta a una vetrina di bottega, e poi una seconda volta, più là,
davanti a un'altra; e più là ancora e più a lungo, una terza volta, allo
specchio d'uno sporto per osservarsi il mento; e son sicuro che, appena
rincasato, sarà corso all'armadio per far con più agio a quell'altro specchio la
nuova conoscenza di sé con quel difetto. E non ho il minimo dubbio che, per
vendicarsi a sua volta, o per seguitare uno scherzo che gli parve meritasse una
larga diffusione in paese, dopo aver domandato a qualche suo amico (come già io
a lui) se mai avesse notato quel suo difetto al mento, qualche altro difetto
avrà scoperto lui o nella fronte o nella bocca di questo suo amico, il quale, a
sua volta... - ma sì! ma sì! - potrei giurare che per parecchi giorni di fila
nella nobile città di Richieri io vidi (se non fu proprio tutta mia
immaginazione) un numero considerevolissimo di miei concittadini passare da una
vetrina di bottega all'altra e fermarsi davanti a ciascuna a osservarsi nella
faccia chi uno zigomo e chi la coda d'un occhio, chi un lobo d'orecchio e chi
una pinna di naso. E ancora dopo una settimana un certo tale mi s’accostò con
aria smarrita per domandarmi se era vero che, ogni qual volta si metteva a
parlare, contraeva inavvertitamente la palpebra dell'occhio sinistro.
«Sì, caro,» gli dissi a precipizio. «E io, vedi? il naso mi pende verso destra;
ma lo so da me; non c'è bisogno che me lo dica tu; e le sopracciglia? ad accento
circonflesso! le orecchie, qua, guarda, una più sporgente dell'altra; e qua, le
mani: piatte, eh? e la giuntura storpia di questo mignolo; e le gambe? qua,
questa qua, ti pare che sia come quest'altra? no, eh? Ma lo so da me e non c'è
bisogno che me lo dica tu. Statti bene.»
Lo piantai lì, e via. Fatti pochi passi, mi sentii richiamare.
«Ps!»
Placido placido, col dito, colui m'attirava a sé per domandarmi:
«Scusa, dopo di te, tua madre non partorì altri figliuoli?
«No: né prima né dopo,» gli risposi. «Figlio unico. Perché?»
«Perché,» mi disse, «se tua madre avesse partorito un'altra volta, avrebbe avuto
di certo un altro maschio.»
«Ah sì? Come lo sai?»
«Ecco: dicono le donne del popolo che quando a un nato i capelli terminano sulla
nuca in un codiniccio come codesto che tu hai costì, sarà maschio il nato
appresso.»
Mi portai una mano alla nuca e con un sogghignetto frigido gli domandai:
«Ah, ci ho un... com'hai detto?»
E lui:
«Codiniccio, caro, lo chiamano a Richieri.»
«Oh, ma quest'è niente!» esclamai. «Me lo posso ritagliare.
Negò prima col dito, poi disse:
«Ti resta sempre il segno, caro, anche se te lo fai radere.»
E questa volta mi piantò lui.
III. Bel modo di essere soli
Desiderai da quel giorno ardentissimamente d'esser solo, almeno per un'ora. Ma
veramente, più che desiderio, era bisogno: bisogno acuto urgente smanioso, che
la presenza o la vicinanza di mia moglie esasperavano fino alla rabbia.
«Hai sentito, Gengè, che ha detto jeri Michelina? Quantorzo ha da parlarti
d'urgenza.»
«Guarda, Gengè, se a tenermi così la veste mi paiono le gambe.»
«S'è fermata la pèndola, Gengè.»
«Gengè, e la cagnolina non la porti più fuori? Poi ti sporca i tappeti e la
sgridi. Ma dovrà pure, povera bestiolina... dico... non pretenderai che... Non
esce da iersera.»
«Non temi, Gengè, che Anna Rosa possa esser malata? Non si fa più vedere da tre
giorni, e l'ultima volta le faceva male la gola.»
«È venuto il signor Firbo, Gengè. Dice che ritornerà più tardi. Non potresti
vederlo fuori? Dio, che noioso!»
Oppure la sentivo cantare:
E se mi dici di no,
caro il mio bene, domàn non verrò;
domàn non verrò ...
domàn non verrò....
Ma perché non vi chiudevate in camera, magari con due turaccioli negli orecchi?
Signori, vuol dire che non capite come volevo esser solo.
Chiudermi potevo soltanto nel mio scrittoio, ma anche lì senza poterci mettere
il paletto, per non far nascere tristi sospetti in mia moglie ch'era, non dirò
trista, ma sospettosissima. E se, aprendo l'uscio all'improvviso, m'avesse
scoperto?
No. E poi, sarebbe stato inutile. Nel mio scrittoio non c'erano specchi. Io
avevo bisogno d'uno specchio. D'altra parte, il solo pensiero che mia moglie era
in casa bastava a tenermi presente a me stesso, e proprio questo io non volevo.
Per voi, esser soli, che vuol dire?
Restare in compagnia di voi stessi, senza alcun estraneo attorno.
Ah sì, v'assicuro ch’è un bel modo, codesto, d'esser soli. Vi s’apre nella
memoria una cara finestretta, da cui s’affaccia sorridente, tra un vaso di
garofani e un altro di gelsomini, la Titti che lavora all'uncinetto una fascia
rossa di lana, oh Dio, come quella che ha al collo quel vecchio insopportabile
signor Giacomino, a cui ancora non avete fatto il biglietto di raccomandazione
per il presidente della Congregazione di carità, vostro buon amico, ma
seccantissimo anche lui, specie se si mette a parlare delle marachelle del suo
segretario particolare, il quale jeri... no, quando fu? l'altro jeri che pioveva
e pareva un lago la piazza con tutto quel brillìo di stille a un allegro sprazzo
di sole, e nella corsa, Dio che guazzabuglio di cose, la vasca, quel chiosco da
giornali, il tram che infilava lo scambio e strideva spietatamente alla girata,
quel cane che scappava: basta, vi ficcaste in una sala di bigliardo, dove c'era
lui, il segretario del presidente della Congregazione di carità; e che risatine
si faceva sotto i baffoni pelosi per la vostra disdetta allorché vi siete messo
a giocare con l'amico Carlino detto Qintadecima. E poi? Che avvenne poi, uscendo
dalla sala del bigliardo? Sotto un languido fanale, nella via umida deserta, un
povero ubriaco malinconico tentava di cantare una vecchia canzonetta di Napoli,
che tant'anni fa, quasi tutte le sere udivate cantare in quel borgo montano tra
i castagni, ov'eravate andato a villeggiare per star vicino a quella cara Mimì,
che poi sposò il vecchio commendator Della Venera, e morì un anno dopo. Oh, cara
Mimì! Eccola, eccola a un'altra finestra che vi s'apre nella memoria...
Sì, sì, cari miei, v'assicuro che è un bel modo d'esser soli, codesto!
IV. Com’io volevo esser solo
Io volevo esser solo in un modo affatto insolito, nuovo. Tutt'al contrario di
quel che pensate voi: cioè senza me e appunto con un estraneo attorno.
Vi sembra già questo un primo segno di pazzia?
Forse perché non riflettete bene.
Poteva già essere in me la pazzia, non nego, ma vi prego di credere che l'unico
modo d'esser soli veramente è questo che vi dico io.
La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, è soltanto possibile con
un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del
tutto voi ignoriate, così che la vostra volontà e il vostro sentimento restino
sospesi e smarriti in un'incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di
voi, cessi l'intimità stessa della vostra coscienza. La vera solitudine è in un
luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque
l'estraneo siete voi.
Così volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel me ch’io già
conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo, che già
sentivo oscuramente di non poter più levarmi di torno e ch'ero io stesso:
estraneo inseparabile da me.
Ne avvertivo uno solo, allora! E già quest'uno, o il bisogno che sentivo di
restar solo con esso, di mettermelo davanti per conoscerlo bene e conversare un
po' con lui, mi turbava tanto, con un senso tra di ribrezzo e di sgomento.
Se per gli altri non ero quel che ora avevo creduto d'essere per me, chi ero io?
Vivendo, non avevo mai pensato alla forma del mio naso; al taglio, se piccolo o
grande, o al colore dei miei occhi; all'angustia o all'ampiezza della mia
fronte, e via dicendo. Quello era il mio naso, quelli i miei occhi, quella la
mia fronte: cose inseparabili da me, a cui, dedito ai miei affari, preso dalle
mie idee, abbandonato ai miei sentimenti, non potevo pensare.
Ma ora pensavo:
"E gli altri? Gli altri non sono mica dentro di me. Per gli altri che guardano
da fuori, le mie idee, i miei sentimenti hanno un naso. Il mio naso. E hanno un
pajo d'occhi, i miei occhi, ch’io non vedo e ch’essi vedono. Che relazione c'è
tra le mie idee e il mio naso? Per me, nessuna. Io non penso col naso, né bado
al mio naso, pensando. Ma gli altri? gli altri che non possono vedere dentro di
me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio
naso hanno tanta relazione, che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo
per la sua forma molto buffo, si metterebbero a ridere."
Così, seguitando, sprofondai in quest'altra ambascia: che non potevo, vivendo,
rappresentarmi a me stesso negli atti della mia vita; vedermi come gli altri mi
vedevano; pormi davanti il mio corpo e vederlo vivere come quello d'un altro.
Quando mi ponevo davanti a uno specchio, avveniva come un arresto in me; ogni
spontaneità era finita, ogni mio gesto appariva a me stesso fittizio o rifatto.
Io non potevo vedermi vivere.
Potei averne la prova nell'impressione dalla quale fui per così dire assaltato,
allorché, alcuni giorni dopo, camminando e parlando col mio amico Stefano Firbo,
mi accadde di sorprendermi all'improvviso in uno specchio per via, di cui non
m'ero prima accorto. Non poté durare più d'un attimo quell'impressione, ché
subito seguì quel tale arresto e finì la spontaneità e cominciò lo studio. Non
riconobbi in prima me stesso. Ebbi l'impressione d'un estraneo che passasse per
via conversando. Mi fermai. Dovevo esser molto pallido. Firbo mi domandò:
«Che hai?»
«Niente,» dissi. E tra me, invaso da uno strano sgomento ch'era insieme
ribrezzo, pensavo:
"Era proprio la mia quell'immagine intravista in un lampo? Sono proprio così,
io, di fuori, quando – vivendo - non mi penso? Dunque per gli altri sono
quell'estraneo sorpreso nello specchio: quello, e non già io quale mi conosco:
quell'uno lì che io stesso in prima, scorgendolo, non ho riconosciuto. Sono
quell'estraneo che non posso veder vivere se non così, in un attimo impensato.
Un estraneo che possono vedere e conoscere solamente gli altri, e io no."
E mi fissai d'allora in poi in questo proposito disperato: d'andare inseguendo
quell'estraneo ch’era in me e che mi sfuggiva; che non potevo fermare davanti a
uno specchio perché subito diventava me quale io mi conoscevo; quell'uno che
viveva per gli altri e che io non potevo conoscere; che gli altri vedevano
vivere e io no. Lo volevo vedere e conoscere anch’io così come gli altri lo
vedevano e conoscevano.
Ripeto, credevo ancora che fosse uno solo questo estraneo: uno solo per tutti,
come uno solo credevo d'esser io per me. Ma presto l'atroce mio dramma si
complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch'io ero non solo per gli
altri ma anche per me, tutti con questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla
crudeltà, tutti dentro questo mio povero corpo ch’era uno anch'esso, uno e
nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo specchio e me lo guardavo fisso e
immobile negli occhi, abolendo in esso ogni sentimento e ogni volontà.
Quando così il mio dramma si complicò, cominciarono le mie incredibili pazzie.
V. Inseguimento dell’estraneo
Dirò per ora di quelle piccole che cominciai a fare in forma di pantomime, nella
vispa infanzia della mia follia, davanti a tutti gli specchi di casa,
guardandomi davanti e dietro per non essere scorto da mia moglie, nell'attesa
smaniosa ch'ella, uscendo per qualche visita o compera, mi lasciasse solo
finalmente per un buon pezzo.
Non volevo già come un commediante studiar le mie mosse, compormi la faccia
all'espressione dei varii sentimenti e moti dell'animo; al contrario: volevo
sorprendermi nella naturalezza dei miei atti, nelle subitanee alterazioni del
volto per ogni moto dell'animo; per un'improvvisa maraviglia, ad esempio (e
sbalzavo per ogni nonnulla le sopracciglia fino all’attaccatura dei capelli e
spalancavo gli occhi e la bocca, allungando il volto come se un filo interno me
lo tirasse); per un profondo cordoglio (e aggrottavo la fronte, immaginando la
morte di mia moglie, e socchiudevo cupamente le pàlpebre quasi a covar quel
cordoglio); per una rabbia feroce (e digrignavo i denti, pensando che qualcuno
m'avesse schiaffeggiato, e arricciavo il naso, stirando la mandibola e
fulminando con lo sguardo).
Ma, prima di tutto, quella maraviglia, quel cordoglio, quella rabbia erano
finte, e non potevano esser vere, perché, se vere, non avrei potuto vederle, ché
subito sarebbero cessate per il solo fatto ch'io le vedevo; in secondo luogo, le
maraviglie da cui potevo esser preso erano tante e diversissime, e imprevedibili
anche le espressioni, senza fine variabili anche secondo i momenti e le
condizioni del mio animo; e così per tutti i cordogli e così per tutte le
rabbie. E infine, anche ammesso che per una sola e determinata maraviglia, per
un solo e determinato cordoglio, per una sola e determinata rabbia io avessi
veramente assunto quelle espressioni, esse erano come le vedevo io, non già come
le avrebbero vedute gli altri. L'espressione di quella mia rabbia, ad esempio,
non sarebbe stata la stessa per uno che l'avesse temuta, per un altro disposto a
scusarla, per un terzo disposto a riderne, e così via.
Ah! tanto bel senno avevo ancora per intendere tutto questo, e non poté servirmi
a tirare dalla riconosciuta inattuabilità di quel mio folle proposito la
conseguenza naturale di rinunciare all'impresa disperata e starmi contento a
vivere per me, senza vedermi e senza darmi pensiero degli altri.
L'idea che gli altri vedevano in me uno che non ero io quale mi conoscevo; uno
che essi soltanto potevano conoscere guardandomi da fuori con occhi che non
erano i miei e che mi davano un aspetto destinato a restarmi sempre estraneo,
pur essendo in me, pur essendo il mio per loro (un "mio" dunque che non era per
me!); una vita nella quale, pur essendo la mia per loro, io non potevo
penetrare, quest'idea non mi diede più requie.
Come sopportare in me quest'estraneo? quest'estraneo che ero io stesso per me?
come non vederlo? come non conoscerlo? come restare per sempre condannato a
portarmelo con me, in me, alla vista degli altri e fuori intanto della mia?
VI. Finalmente
«Sai che ti dico, Gengè? Sono passati altri quattro giorni. Non c'è più dubbio:
Anna Rosa dev'esser malata. Andrò io a vederla.»
«Dida mia, che fai? Ma ti pare! Con questo tempaccio? Manda Diego; manda Nina a
domandar notizie. Vuoi rischiare di prendere un malanno? Non voglio, non voglio
assolutamente.»
Quando voi non volete assolutamente una cosa, che fa vostra moglie?
Dida, mia moglie, si piantò il cappellino in capo. Poi mi porse la pelliccia
perché gliela reggessi.
Gongolai. Ma Dida scorse nello specchio il mio sorriso.
«Ah, ridi?»
«Cara, mi vedo obbedito così...»
E allora la pregai che, almeno, non si trattenesse tanto dalla sua amichetta, se
davvero era ammalata di gola:
«Un quarto d'ora, non più. Te ne scongiuro.»
M'assicurai così che fino a sera non sarebbe rincasata.
Appena uscita, mi girai dalla gioja su un calcagno, stropicciandomi le mani.
«Finalmente!»
VII. Filo d’aria
Prima volli ricompormi, aspettare che mi scomparisse dal volto ogni traccia
d'ansia e di gioja e che, dentro, mi s’arrestasse ogni moto di sentimento e di
pensiero, così che potessi condurre davanti allo specchio il mio corpo come
estraneo a me e, come tale, pormelo davanti.
«Su,» dissi, «andiamo!»
Andai, con gli occhi chiusi, le mani avanti, a tentoni. Quando toccai la lastra
dell'armadio, ristetti ad aspettare, ancora con gli occhi chiusi, la più
assoluta calma interiore, la più assoluta indifferenza.
Ma una maledetta voce mi diceva dentro, che era là anche lui, l'estraneo, di
fronte a me, nello specchio. In attesa come me, con gli occhi chiusi.
C'era, e io non lo vedevo.
Non mi vedeva neanche lui, perché aveva, come me, gli occhi chiusi. Ma in attesa
di che, lui? Di vedermi? No. Egli poteva esser veduto, non vedermi. Era per me
quel che io ero per gli altri, che potevo esser veduto e non vedermi. Aprendo
gli occhi però, lo avrei veduto così come un altro?
Qui era il punto.
M'era accaduto tante volte d'infrontar gli occhi per caso nello specchio con
qualcuno che stava a guardarmi nello specchio stesso. Io nello specchio non mi
vedevo ed ero veduto; così l'altro, non si vedeva, ma vedeva il mio viso e si
vedeva guardato da me. Se mi fossi sporto a vedermi anch’io nello specchio,
avrei forse potuto esser visto ancora dall'altro, ma io no, non avrei più potuto
vederlo. Non si può a un tempo vedersi e vedere che un altro sta a guardarci
nello stesso specchio.
Stando a pensare così, sempre con gli occhi chiusi, mi domandai:
«È diverso ora il mio caso, o è lo stesso? Finché tengo gli occhi chiusi, siamo
due: io qua e lui nello specchio. Debbo impedire che, aprendo gli occhi, egli
diventi me e io lui. Io debbo vederlo e non essere veduto. È possibile? Subito
com'io lo vedrò, egli mi vedrà, e ci riconosceremo. Ma grazie tante! Io non
voglio riconoscermi; io voglio conoscere lui fuori di me. È possibile? Il mio
sforzo supremo deve consistere in questo: di non vedermi in me, ma d'essere
veduto da me, con gli occhi miei stessi ma come se fossi un altro: quell'altro
che tutti vedono e io no. Su, dunque, calma, arresto d'ogni vita e attenzione!
Aprii gli occhi. Che vidi?
Niente. Mi vidi. Ero io, là, aggrondato, carico del mio stesso pensiero, con un
viso molto disgustato.
M'assalì una fierissima stizza e mi sorse la tentazione di tirarmi uno sputo in
faccia. Mi trattenni. Spianai le rughe; cercai di smorzare l'acume dello
sguardo; ed ecco, a mano a mano che lo smorzavo, la mia immagine smoriva e quasi
s'allontanava da me; ma smorivo anch’io di qua e quasi cascavo; e sentii che,
seguitando, mi sarei addormentato. Mi tenni con gli occhi. Cercai d'impedire che
mi sentissi anch’io tenuto da quegli occhi che mi stavano di fronte; che quegli
occhi, cioè, entrassero nei miei. Non vi riuscii. Io mi sentivo quegli occhi. Me
li vedevo di fronte, ma li sentivo anche di qua, in me; li sentivo miei; non già
fissi su me, ma in se stessi. E se per poco riuscivo a non sentirmeli, non li
vedevo più. Ahimè, era proprio così: io potevo vedermeli, non già vederli.
Ed ecco: come compreso di questa verità che riduceva a un giuoco il mio
esperimento, a un tratto il mio volto tentò nello specchio uno squallido
sorriso.
«Sta' serio, imbecille!» gli gridai allora. «Non c'è niente da ridere!»
Fu così istantaneo, per la spontaneità della stizza, il cangiamento
dell'espressione nella mia immagine, e così subito seguì a questo cambiamento
un'attonita apatia in essa, ch’io riuscii a vedere staccato dal mio spirito
imperioso il mio corpo, là, davanti a me, nello specchio.
Ah, finalmente! Eccolo là!
Chi era?
Niente era. Nessuno. Un povero corpo mortificato, in attesa che qualcuno se lo
prendesse.
«Moscarda...» mormorai, dopo un lungo silenzio.
Non si mosse; rimase a guardarmi attonito.
Poteva anche chiamarsi altrimenti.
Era là, come un cane sperduto, senza padrone e senza nome, che uno poteva
chiamar Flik, e un altro Flok, a piacere. Non conosceva nulla, né si conosceva;
viveva per vivere, e non sapeva di vivere; gli batteva il cuore, e non lo
sapeva; respirava, e non lo sapeva; moveva le palpebre, e non se n'accorgeva.
Gli guardai i capelli rossigni; la fronte immobile, dura, pallida; quelle
sopracciglia ad accento circonflesso; gli occhi verdastri, quasi forati qua e là
nella còrnea da macchioline giallognole; attoniti, senza sguardo; quel naso che
pendeva verso destra, ma di bel taglio aquilino; i baffi rossicci che
nascondevano la bocca; il mento solido, un po' rilevato:
Ecco: era così: lo avevano fatto così, di quel pelame; non dipendeva da lui
essere altrimenti, avere un'altra statura, poteva sì alterare in parte il suo
aspetto: radersi quei baffi, per esempio, ma adesso era così; col tempo sarebbe
stato calvo o canuto, rugoso e floscio, sdentato; qualche sciagura avrebbe
potuto anche svisarlo, fargli un occhio di vetro o una gamba di legno; ma adesso
era così.
Chi era? Ero io? Ma poteva anche essere un altro! Chiunque poteva essere, quello
lì. Poteva avere quei capelli rossigni, quelle sopracciglia ad accento
circonflesso e quel naso che pendeva verso destra, non soltanto per me, ma anche
per un altro che non fossi io. Perché dovevo esser io, questo, così?
Vivendo, io non rappresentavo a me stesso nessuna immagine di me. Perché dovevo
dunque vedermi in quel corpo lì come in un'immagine di me necessaria?
Mi stava lì davanti, quasi inesistente, come un'apparizione di sogno,
quell'immagine. E io potevo benissimo non conoscermi così. Se non mi fossi mai
veduto in uno specchio, per esempio? Non avrei forse per questo seguitato ad
avere dentro quella testa lì sconosciuta i miei stessi pensieri? Ma sì, e
tant'altri. Che avevano da vedere i miei pensieri con quei capelli, di quel
colore, i quali avrebbero potuto non esserci più o essere bianchi o neri o
biondi; e con quegli occhi lì verdastri, che avrebbero potuto anche essere neri
o azzurri; e con quel naso che avrebbe potuto essere diritto o camuso? Potevo
benissimo sentire anche una profonda antipatia per quel corpo lì; e la sentivo.
Eppure, io ero per tutti, sommariamente, quei capelli rossigni, quegli occhi
verdastri e quel naso; tutto quel corpo lì che per me era niente; eccolo:
niente! Ciascuno se lo poteva prendere, quel corpo lì, per farsene quel Moscarda
che gli pareva e piaceva, oggi in un modo e domani in un altro, secondo i casi e
gli umori. E anch'io... Ma sì! Lo conoscevo io forse? Che potevo conoscere di
lui? Il momento in cui lo fissavo, e basta. Se non mi volevo o non mi sentivo
così come mi vedevo, colui era anche per me un estraneo, che aveva quelle
fattezze, ma avrebbe potuto averne anche altre. Passato il momento in cui lo
fissavo, egli era già un altro; tanto vero che non era più qual era stato da
ragazzo, e non era ancora quale sarebbe stato da vecchio; e io oggi cercavo di
riconoscerlo in quello di jeri, e così via. E in quella testa lì, immobile e
dura, potevo mettere tutti i pensieri che volevo, accendere le più svariate
visioni: ecco: d'un bosco che nereggiava placido e misterioso sotto il lume
delle stelle; di una rada solitaria, malata di nebbia, da cui salpava lenta
spettrale una nave all'alba; d'una via cittadina brulicante di vita sotto un
nembo sfolgorante di sole che accendeva di riflessi purpurei i volti e faceva
guizzar di luci variopinte i vetri delle finestre, gli specchi, i cristalli
delle botteghe. Spengevo a un tratto la visione, e quella testa restava lì di
nuovo immobile e dura nell'apatico attonimento.
Chi era colui? Nessuno. Un povero corpo, senza nome, in attesa che qualcuno se
lo prendesse.
Ma, all'improvviso, mentre così pensavo, avvenne tal cosa che mi riempì di
spavento più che di stupore.
Vidi davanti a me, non per mia volontà, l’apatica attonita faccia di quel povero
corpo mortificato scomporsi pietosamente, arricciare il naso, arrovesciare gli
occhi all'indietro, contrarre le labbra in su e provarsi ad aggrottar le ciglia,
come per piangere; restare così un attimo sospeso e poi crollar due volte a
scatto per lo scoppio d'una coppia di sternuti.
S’era commosso da sé, per conto suo, a un filo d'aria entrato chi sa donde, quel
povero corpo mortificato, senza dirmene nulla e fuori della mia volontà.
«Salute!» gli dissi.
E guardai nello specchio il mio primo riso da matto.
VIII. E dunque?
Dunque, niente: questo. Se vi par poco! Ecco una prima lista delle riflessioni
rovinose e delle terribili conclusioni derivate dall'innocente momentaneo
piacere che Dida mia moglie aveva voluto prendersi. Dico, di farmi notare che il
naso mi pendeva verso destra.
Riflessioni:
1a - che io non ero per gli altri quel che finora avevo creduto di essere per
me;
2a - che non potevo vedermi vivere;
3a - che non potendo vedermi vivere, restavo estraneo a me stesso, cioè uno
che gli altri potevano vedere e conoscere; ciascuno a suo modo; e io no;
4a - che era impossibile pormi davanti questo estraneo per vederlo e
conoscerlo; io potevo vedermi, non già vederlo;
5a - che il mio corpo, se io considerato da fuori, era per me come
un’apparizione di sogno, una cosa che non sapeva di vivere e che restava lì, in
attesa che qualcuno se la prendesse;
6a - che, come me lo prendevo io, questo mio corpo, per essere a volta a
volta quale mi volevo e mi sentivo, così se lo poteva prendere qualunque altro
per dargli una realtà a modo suo;
7a - che infine quel corpo per se stesso era tanto niente e tanto nessuno, che
un filo d'aria poteva farlo starnutire, oggi, e domani portarselo via.
Conclusioni:
Queste due per il momento:
1a - che cominciai finalmente a capire perché Dida mia moglie mi chiamava
Gengè;
2a - che mi proposi di scoprire chi ero io almeno per quelli che mi stavano
più vicini, così detti conoscenti, e di spassarmi a scomporre dispettosamente
quell'io che ero per loro.
I. Ci sono io e ci siete voi
Mi si può opporre:
«Ma come mai non ti venne in mente, povero Moscarda, che a tutti gli altri
avveniva come a te, di non vedersi vivere; e che se tu non eri per gli altri
quale finora t'eri creduto, allo stesso modo gli altri potevano non essere quali
tu li vedevi?»
Rispondo:
Mi venne in mente. Ma scusate, è proprio vero che sia venuto in mente anche a
voi?
Ho voluto supporlo, ma non ci credo. Io credo anzi che se in realtà un tal
pensiero vi venisse in mente e vi si radicasse come si radicò in me, ciascuno di
voi commetterebbe le stesse pazzie che commisi io.
Siate sinceri: a voi non è mai passato per il capo di volervi veder vivere.
Attendete a vivere per voi, e fate bene, senza darvi pensiero di ciò che intanto
possiate essere per gli altri; non già perché dell'altrui giudizio non v'importi
nulla, ché anzi ve ne importa moltissimo; ma perché siete nella beata illusione
che gli altri, da fuori, vi debbano rappresentare in sé come voi a voi stessi vi
rappresentate.
Che se poi qualcuno vi fa notare che il naso vi pende un pochino verso destra...
no? che jeri avete detto una bugia... nemmeno? piccola piccola, via, senza
conseguenze... Insomma, se qualche volta appena appena avvertite di non essere
per gli altri quello stesso che per voi; che fate? (Siate sinceri). Nulla fate,
o ben poco. Ritenete al più al più, con bella e intera sicurezza di voi stessi,
che gli altri vi hanno mal compreso, mal giudicato; e basta. Se vi preme,
cercherete magari di raddrizzare quel giudizio, dando schiarimenti, spiegazioni;
se non vi preme, lascerete correre, scrollerete le spalle esclamando: "Oh
infine, ho la mia coscienza e mi basta."
Non è così?
Signori miei, scusate. Poiché vi è venuta in bocca una così grossa parola,
permettete ch'io vi faccia entrare in mente un magro magro pensiero. Questo: che
la vostra coscienza, qua, non ci ha che vedere. Non vi dirò che non val nulla,
se per voi è proprio tutto; dirò, per farvi piacere, che allo stesso modo ho
anch'io la mia e so che non val nulla. Sapete perché? Perché so che c'è anche la
vostra. Ma sì. Tanto diversa dalla mia.
Scusatemi se parlo un momento a modo dei filosofi. Ma è forse la coscienza
qualcosa d'assoluto che possa bastare a se stessa? Se fossimo soli, forse sì. Ma
allora, belli miei, non ci sarebbe coscienza. Purtroppo, ci sono io, e ci siete
voi. Purtroppo.
E che vuol dunque dire che avete la vostra coscienza e che vi basta? Che gli
altri possono pensare di voi e giudicarvi come piace a loro, cioè ingiustamente,
ché voi siete intanto sicuro e confortato di non aver fatto male?
Oh di grazia, e se non sono gli altri, chi ve la dà codesta sicurezza? codesto
conforto chi ve lo dà?
Voi stesso? E come?
Ah, io lo so, come: ostinandovi a credere che se gli altri fossero stati al
vostro posto e fosse loro capitato il vostro stesso caso, tutti avrebbero agito
come voi, né più né meno.
Bravo! Ma su che lo affermate?
Eh, so anche questo: su certi principii astratti e generali, in cui,
astrattamente e generalmente, vuol dire fuori dei casi concreti e particolari
della vita, si può essere tutti d'accordo (costa poco).
Ma come va che tutti intanto vi condannano o non vi approvano o anche vi
deridono? é chiaro che non sanno riconoscere, come voi, quei principii generali
nel caso particolare che v'è capitato, e se stessi nell'azione che avete
commessa.
O a che vi basta dunque la coscienza? A sentirvi solo? No, perdio. La solitudine
vi spaventa. E che fate allora? V'immaginate tante teste. Tutte come la vostra.
Tante teste che sono anzi la vostra stessa. Le quali a un dato cenno, tirate da
voi come per un filo invisibile, vi dicono sì e no, e no e sì; come volete voi.
E questo vi conforta e vi fa sicuri. Andate là che è un giuoco magnifico,
codesto della vostra coscienza che vi basta.
II. E allora?
Sapete invece su che poggia tutto? Ve lo dico io. Su una presunzione che Dio vi
conservi sempre. La presunzione che la realtà, qual è per voi, debba essere e
sia ugualmente per tutti gli altri.
Ci vivete dentro; ci camminate fuori, sicuri. La vedete, la toccate; e dentro
anche, se vi piace, ci fumate un sigaro (la pipa? la pipa), e beatamente state a
guardare le spire di fumo a poco a poco vanire nell'aria. Senza il minimo
sospetto che tutta la realtà che vi sta attorno non ha per gli altri maggiore
consistenza di quel fumo.
Dite di no? Guardate. Io abitavo con mia moglie la casa che mio padre s’era
fatta costruire dopo la morte immatura di mia madre, per levarsi da quella
dov'era vissuto con lei, piena di cocentissimi ricordi. Ero allora ragazzo, e
soltanto più tardi potei rendermi conto che proprio all'ultimo quella casa era
stata lasciata da mio padre non finita e quasi aperta a chiunque volesse
entrarvi.
Quell'arco di porta senza la porta che supera di tutta la cèntina da una parte e
dall'altra i muri di cinta della vasta corte davanti, non finiti; con la soglia
sotto distrutta e scortecciati agli spigoli i pilastri; mi fa ora pensare che
mio padre lo lasciò così quasi in aria e vuoto, forse perché pensò che la casa,
dopo la sua morte, doveva restare a me, vale a dire a tutti e a nessuno; e che
le fosse inutile perciò il riparo d'una porta.
Finché visse mio padre, nessuno s’attentò a entrare in quella corte. Erano
rimaste per terra tante pietre intagliate; e chi passava, vedendole, poté
dapprima pensare che la fabbrica, per poco interrotta, sarebbe stata presto
ripresa. Ma appena l'erba cominciò a crescere tra i ciottoli e lungo i muri,
quelle pietre inutili sembrarono subito come crollate e vecchie. Col tempo,
morto mio padre, divennero i sedili delle comari del vicinato, le quali,
titubanti in principio, ora l'una ora l'altra, s’arrischiarono a varcare la
soglia, come in cerca d'un posto riparato dove ci si potesse mettere seduti bene
all'ombra e in silenzio; e poi, visto che nessuno diceva nulla, lasciarono alle
loro galline la titubanza ancora per poco, e presero a considerare quella corte
come loro, come loro l'acqua della cisterna che vi sorgeva in mezzo; e vi
lavavano e vi stendevano i panni ad asciugare; e infine, col sole che
abbarbagliava allegro da tutto quel bianco di lenzuoli e di camice svolazzanti
dai cordini tesi, si scioglievano sulle spalle i capelli lustri d'olio per
"cercarsi" in capo, come fanno le scimmie tra loro.
Non diedi mai a vedere né fastidio né piacere di quella loro invasione, benché
m'irritasse specialmente la vista d'una vecchina sempre pigolante, dagli occhi
risecchi e la gobba dietro ben segnata da un giubbino verde scolorito, e mi
désse allo stomaco una lezzona grassa squarciata, con un'orrenda cioccia sempre
fuori del busto e in grembo un bimbo sudicio dalla testa grossa schifosamente
piena di croste di lattime tra la peluria rossiccia. Mia moglie aveva forse il
suo tornaconto a lasciarle lì, perché se ne serviva a un bisogno, dando poi loro
in compenso o gli avanzi di cucina o qualche abito smesso.
Acciottolata come la strada, questa corte è tutta in pendìo. Mi rivedo ragazzo,
uscito per le vacanze dal collegio, affacciato di sera tardi a uno dei balconi
della casa allora nuova. Che pena infinita mi dava il vasto biancore illividito
di tutti quei ciottoli in pendìo con quella grande cisterna in mezzo,
misteriosamente sonora! La ruggine s’era quasi mangiata fin d'allora la vernice
rossigna del gambo di ferro che in cima regge la carrucola dove scorre la fune
della secchia; e come mi sembrava triste quello sbiadito color di vernice su
quel gambo di ferro che ne pareva malato! Malato forsanche per la malinconia dei
cigolìi della carrucola quando il vento, di notte, moveva la fune; e su la corte
deserta era la chiarità del cielo stellato ma velato, che in quella chiarità
vana, di polvere, sembrava fissato là sopra, per sempre.
Dopo la morte di mio padre, Quantorzo, incaricato di badare ai miei affari,
pensò di chiudere con un tramezzo le stanze che mio padre s’era riservate per
sua abitazione e di farne un quartjerino da affittare. Mia moglie non s’era
opposta. E in quel quartjerino era venuto, poco dopo, ad abitare un vecchio
silenziosissimo pensionato, sempre vestito bene, di pulita semplicità, piccolino
ma con un che di marziale nell'esile personcina impettorita e anche nella
faccina energica, sebbene un po' sciupata, da colonnello a riposo. Di qua e di
là, come scritti calligraficamente, aveva due esemplari occhi di pesce, e tutte
segnate le guance d'una fitta trama di venuzze violette.
Non avevo mai badato a lui, né m'ero curato di sapere chi fosse, come vivesse.
Parecchie volte lo avevo incontrato per le scale, e sentendomi dire con molto
garbo: "Buon giorno" o "Buona sera", senz'altro m'ero fatta l'idea che quel mio
vicino di casa fosse molto garbato.
Nessun sospetto mi aveva destato un suo lamento per le zanzare che lo
molestavano la notte e che, a suo credere, provenivano dai grandi magazzini a
destra della casa ridotti da Quantorzo, sempre dopo la morte di mio padre, a
sudice rimesse d'affitto.
«Ah, già!» avevo esclamato, quella volta, in risposta al suo lamento.
Ma ricordo perfettamente che in quella mia esclamazione c'era il dispiacere, non
già delle zanzare che molestavano il mio inquilino, ma di quegli ariosi puliti
magazzini che da ragazzo avevo veduto costruire e dove correvo, stranamente
esaltato dalla bianchezza abbarbagliante dell'intonaco e come ubriacato
dall'umido della fabbrica fresca, sul mattonato rintronante, ancora tutto
spruzzato di calce. Al sole ch’entrava dalle grandi finestre ferrate, bisognava
chiudere gli occhi da come quei muri accecavano.
Tuttavia, quelle rimesse con quei vecchi landò d'affitto, con l'attacco a tre,
per quanto impregnate di tutto il lezzo delle lettiere marcite e del nero delle
risciacquature che stagnava lì davanti, mi facevano anche pensare all'allegria
delle corse in carrozza, da ragazzo, quando si andava in villeggiatura, per lo
stradone, tra le campagne aperte che mi parevano fatte per accogliere e
diffondere la festività delle sonagliere. E in grazia di quel ricordo mi pareva
si potesse sopportare la vicinanza delle rimesse; tanto più che, anche senza
questa vicinanza, era noto a tutti che a Richieri si soffriva il fastidio delle
zanzare, da cui comunemente in ogni casa ci si difendeva con l'uso delle
zanzariere.
Chi sa che impressione dovette fare al mio vicino di casa la vista d'un sorriso
sulle mie labbra, quando egli con la faccina fiera mi gridò che non aveva mai
potuto sopportare le zanzariere, perché se ne sentiva soffocare. Quel mio
sorriso esprimeva di certo maraviglia e compatimento. Non poter sopportare la
zanzariera, ch’io avrei seguitato sempre a usare anche se tutte le zanzare
fossero sparite da Richieri, per la delizia che mi dava, tenuta alta di cielo
com'io la tenevo e drizzata tutt'intorno al letto senza una piega. La camera che
si vede e non si vede traverso a quella miriade di forellini del tulle lieve; il
letto isolato; l'impressione d'esser come avvolto in una bianca nuvola.
Non mi feci caso di ciò che egli potesse pensare di me dopo quell'incontro.
Seguitai a vederlo per le scale, e sentendomi dire come prima "Buon giorno" o
"Buona sera", rimasi con l'idea ch’egli fosse molto garbato.
Vi assicuro invece ch'egli, nello stesso momento che fuori garbatamente mi
diceva per le scale "Buon giorno" o "Buona sera", dentro di sé mi faceva vivere
come un perfetto imbecille perché là nella corte tolleravo quell'invasione di
comari e quel puzzo ardente di lavatoio e le zanzare.
Chiaro che non avrei più pensato: "Oh Dio com'è garbato il mio vicino di casa,
se avessi potuto vedermi dentro di lui che, viceversa, mi vedeva com'io non
avrei potuto vedermi mai, voglio dire da fuori, per me, ma dentro la visione che
anche lui aveva poi per suo conto delle cose e degli uomini, e nella quale mi
faceva vivere a suo modo: da perfetto imbecille. Non lo sapevo e seguitavo a
pensare: "Oh Dio com'è garbato il mio vicino di casa".
III. Con permesso
Picchio all'uscio della vostra stanza.
State, state pure sdraiato comodamente su la vostra greppina. Io seggo qua. Dite
di no?
«Perché?»
Ah, è la poltrona su cui, tant'anni or sono, morì la vostra povera mamma.
Scusate, non avrei dato un soldo per essa, mentre voi non la vendereste per
tutto l'oro del mondo, lo credo bene. Chi la vede, intanto, nella vostra stanza
così ben mobigliata, certo, non sapendo, si domanda con maraviglia come la
possiate tenere qua, vecchia scolorita e strappata com'è.
Queste sono le vostre seggiole. E questo è un tavolino, che più tavolino di così
non potrebbe essere. Quella è una finestra che dà sul giardino. E là fuori, quei
pini, quei cipressi.
Lo so. Ore deliziose passate in questa stanza che vi par tanto bella, con quei
cipressi che si vedono là. Ma per essa intanto vi siete guastato con l'amico che
prima veniva a visitarvi quasi ogni giorno e ora non solo non viene più ma va
dicendo a tutti che siete pazzo, proprio pazzo ad abitare in una casa come
questa.
«Con tutti quei cipressi lì davanti in fila,» va dicendo. «Signori miei, più di
venti cipressi, che pare un camposanto.»
Non se ne sa dar pace.
Voi socchiudete gli occhi; vi stringete nelle spalle; sospirate:
«Gusti.»
Perché vi pare che sia propriamente questione di gusti, o d'opinioni, o
d'abitudine; e non dubitate minimamente della realtà delle care cose, quale con
piacere ora la vedete e la toccate.
Andate via da codesta casa; ripassate fra tre o quattr'anni a rivederla con un
altro animo da questo d'oggi; vedrete che ne sarà più di codesta cara realtà.
«Uh guarda, questa la stanza? questo il giardino?»
E speriamo per amor di Dio, che non vi sia morto qualche altro parente prossimo,
perché vediate anche voi come un camposanto tutti quei cari cipressi là.
Ora dite che questo si sa, che l'animo muta e che ciascuno può sbagliare.
Già storia vecchia, difatti.
Ma io non ho la pretesa di dirvi niente di nuovo. Solo vi domando:
«E perché allora, santo Dio, fate come se non si sapesse? Perché seguitate a
credere che la sola realtà sia la vostra, questa d'oggi, e vi maravigliate, vi
stizzite, gridate che sbaglia il vostro amico, il quale, per quanto faccia, non
potrà mai avere in sé, poverino, lo stesso animo vostro?
IV. Scusate ancora
Lasciatemi dire un'altra cosa, e poi basta.
Non voglio offendervi. La vostra coscienza, voi dite. Non volete che sia messa
in dubbio. Me n'ero scordato, scusate. Ma riconosco, riconosco che per voi
stesso, dentro di voi, non siete quale io, di fuori, vi vedo. Non per cattiva
volontà. Vorrei che foste almeno persuaso di questo. Voi vi conoscete, vi
sentite, vi volete in un modo che non è il mio, ma il vostro; e credete ancora
una volta che il vostro sia giusto e il mio sbagliato. Sarà, non nego. Ma può il
vostro modo essere il mio e viceversa?
Ecco che torniamo daccapo!
Io posso credere a tutto ciò che voi mi dite. Ci credo. Vi offro una sedia:
sedete; e vediamo di metterci d'accordo.
Dopo una buona oretta di conversazione, ci siamo intesi perfettamente.
Domani mi venite con le mani in faccia, gridando:
«Ma come? Che avete inteso? Non mi avevate detto così e così?»
Così e così, perfettamente. Ma il guajo è che voi, caro, non saprete mai, né io
vi potrò mai comunicare come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete
parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi la stessa lingua, le stesse parole.
Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro
mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell'accoglierle,
inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d'intenderci, non ci
siamo intesi affatto.
Eh, storia vecchia anche questa, si sa. E io non pretendo dir niente di nuovo.
Solo torno a domandarvi:
«Ma perché allora, santo Dio, seguitate a fare come se non si sapesse? A
parlarmi di voi, se sapete che per essere per me quale siete per voi stesso, e
io per voi quale sono per me, ci vorrebbe che io, dentro di me, vi déssi quella
stessa realtà che voi vi date, e viceversa; e questo non è possibile?»
Ahimè, caro, per quanto facciate, voi mi darete sempre una realtà a modo vostro,
anche credendo in buona fede che sia a modo mio; e sarà, non dico; magari sarà;
ma a un "modo mio" che io non so né potrò mai sapere; che saprete soltanto voi
che mi vedete da fuori: dunque un "modo mio" per voi, non un "modo mio" per me.
Ci fosse fuori di noi, per voi e per me, ci fosse una signora realtà mia e una
signora realtà vostra, dico per se stesse, e uguali, immutabili. Non c'è. C'è in
me e per me una realtà mia: quella che io mi do; una realtà vostra in voi e per
voi: quella che voi vi date; le quali non saranno mai le stesse né per voi né
per me.
E allora?
Allora, amico mio, bisogna consolarci con questo: che non è più vera la mia che
la vostra, e che durano un momento così la vostra come la mia.
Vi gira un po' il capo? Dunque dunque... concludiamo.
V. Fissazioni
Ecco, dunque, volevo venire a questo, che non dovete dirlo più, non lo dovete
dire che avete la vostra coscienza e che vi basta.
Quando avete agito così? Jeri, oggi, un minuto fa? E ora? Ah, ora voi stesso
siete disposto ad ammettere che forse avreste agito altrimenti. E perché? Oh
Dio, voi impallidite. Riconoscete forse anche voi ora, che un minuto fa voi
eravate un altro.
Ma sì, ma sì, mio caro, pensateci bene: un minuto fa, prima che vi capitasse
questo caso, voi eravate un altro; non solo, ma voi eravate anche cento altri,
centomila altri. E non c'è da farne, credete a me, nessuna maraviglia. Vedete
piuttosto se vi sembra di poter essere così sicuro che di qui a domani sarete
quel che assumete di essere oggi.
Caro mio, la verità è questa: che sono tutte fissazioni. Oggi vi fissate un un
modo e domani in un altro.
Vi dirò poi come e perché.
VI. Anzi ve lo dico adesso
Avete mai veduto costruire una casa? Io, tante, qua a Richieri. E ho pensato:
"Ma guarda un po' l'uomo, che è capace di fare! Mutila la montagna; ne cava
pietre; le squadra; le dispone le une sulle altre e, che è che non è, quello che
era un pezzo di montagna è diventato una casa."
«Io» dice la montagna «sono montagna e non mi muovo.»
Non ti muovi, cara? E guarda là quei carri tirati da buoi. Sono carichi di te,
di pietre tue. Ti portano in carretta, cara mia! Credi di startene costì? E già
mezza sei due miglia lontano, nella pianura. Dove? Ma in quelle case là, non ti
vedi? una gialla, una rossa, una bianca; a due, a tre, a quattro piani.
E i tuoi faggi, i tuoi noci, i tuoi abeti?
Eccoli qua, a casa mia. Vedi come li abbiamo lavorati bene? Chi li
riconoscerebbe più in queste sedie, in questi armadi; in questi scaffali?
Tu montagna. sei tanto più grande dell'uomo; anche tu faggio, e tu noce e tu
abete; ma l'uomo è una bestiolina piccola, sì, che ha però in sé qualche cosa
che voi non avete.
A star sempre in piedi, vale a dire ritta su due zampe soltanto, si stancava; a
sdraiarsi per terra come le altre bestie non stava comoda e si faceva male,
anche perché, perduto il pelo, la pelle eh! la pelle le è diventata più fina.
Vide allora l'albero e pensò che se ne poteva trar fuori qualche cosa per sedere
più comodamente. E poi sentì che non era comodo neppure il legno nudo e lo
imbottì; scorticò le bestie soggette, altre ne tosò e vestì il legno di cuoio e
tra il cuoio e il legno mise la lana; ci si sdraiò sopra, beato:
«Ah, come si sta bene così!»
Il cardellino canta nella gabbietta sospesa tra le tende al palchetto della
finestra. Sente forse la primavera che s’approssima? Ahimè, forse la sente
anch’esso l'antico ramo del noce da cui fu tratta la mia seggiola, che al canto
del cardellino ora scrìcchiola.
Forse s’intendono, con quel canto e con questo scricchiolìo, l'uccello
imprigionato e il noce ridotto seggiola.
VII. Che c’entra la casa?
Pare a voi che non c'entri questo discorso della casa, perché adesso la vedete
come è, la vostra casa, tra le altre che formano la città. Vi vedete attorno i
vostri mobili che sono quali voi secondo il vostro gusto e i vostri mezzi li
avete voluti per i comodi vostri. Ed essi vi spirano attorno il dolce conforto
familiare, animati come sono da tutti i vostri ricordi; non più cose, ma quasi
intime parti di voi stessi, nelle quali potete toccarla e sentirla quella che vi
sembra la realtà sicura della vostra esistenza.
Siano di faggio o di noce o d'abete, i vostri mobili sono, come i ricordi della
vostra intimità domestica, insaporati di quel particolare alito che cova in ogni
casa e che dà alla nostra vita quasi un odore che più s’avverte quando ci vien
meno, appena cioè, entrando in un'altra casa, vi avvertiamo un alito diverso. E
vi secca, lo vedo, ch’io v'abbia richiamato ai faggi, ai noci, agli abeti della
montagna.
Come se già cominciaste a compenetrarvi un poco della mia pazzia, subito, d'ogni
cosa che vi dico, vi adombrate; domandate:
«Perché? Che c'entra questo?»
VIII. Fuori all’aperto
No, via, non abbiate paura che vi guasti i mobili, la pace, l'amore della casa.
Aria! aria! Lasciamo la casa, lasciamo la città. Non dico che possiate fidarvi
molto di me; ma, via, non temete. Fin dove la strada con quelle case sbocca
nella campagna potete seguirmi.
Sì, strada, questa. Temete sul serio che possa dirvi di no? Strada strada.
Strada brecciata; e attenti alle scaglie. E quelli sono fanali. Venite avanti
sicuri.
Ah, quei monti azzurri lontani! Dico azzurri ; anche voi dite azzurri, non è
vero? D'accordo. E questo qua vicino, col bosco di castagni: castagni, no?
vedete, vedete come c'intendiamo? della famiglia delle cupulifere, d'alto fusto.
Castagno marrone. Che vasta pianura davanti ("verde" eh? per voi e per me
"verde": diciamo così, che c'intendiamo a maraviglia); e in quei prati là,
guardate guardate che bruciare di rossi papaveri al sole! - Ah, come? cappottini
rossi di bimbi? - Già, che cieco! Cappottini di lana rossa, avete ragione. M'eran
sembrati papaveri. E codesta vostra cravatta pure rossa... Che gioja in questa
vana frescura, azzurra e verde, d'aria chiara di sole! Vi levate il cappellaccio
grigio di feltro? Siete già sudato? Eh, bello grasso, voi, Dio vi benedica! Se
vedeste i quadratini bianchi e neri dei calzoni sul vostro deretano... Giù, giù
la giacca! Pare troppo.
La campagna! Che altra pace, eh? Vi sentite sciogliere. Sì ma se mi sapeste dire
dov'è? Dico la pace. No, non temete non temete! Vi sembra propriamente che ci
sia pace qua? Intendiamoci, per carità! Non rompiamo il nostro perfetto accordo.
Io qua vedo soltanto, con licenza vostra, ciò che avverto in me in questo
momento, un'immensa stupidità, che rende la vostra faccia, e certo anche la mia,
di beati idioti, ma che noi pure attribuiamo alla terra e alle piante, le quali
ci sembra che vivano per vivere, così soltanto come in questa stupidità possono
vivere.
Diciamo dunque che è in noi ciò che chiamiamo pace. Non vi pare? E sapete da che
proviene? Dal semplicissimo fatto che siamo usciti or ora dalla città; cioè, sì,
da un mondo costruito: case, vie, chiese, piazze; non per questo soltanto, però,
costruito, ma anche perché non ci si vive più così per vivere, come queste
piante, senza saper di vivere; bensì per qualche cosa che non c'è e che vi
mettiamo noi; per qualche cosa che dia senso e valore alla vita: un senso, un
valore che qua almeno in parte, riuscite a perdere, o di cui riconoscete
l'affliggente vanità. E vi vien languore, ecco, e malinconia.
Capisco, capisco. Rilascio di nervi. Accorato bisogno d'abbandonarvi. Vi sentite
sciogliere, vi abbandonate.
IX. Nuvole e vento
Ah, non aver più coscienza d'essere, come una pietra, come una pianta! Non
ricordarsi più neanche del proprio nome! Sdraiati qua sull'erba, con le mani
intrecciate alla nuca, guardare nel cielo azzurro le bianche nuvole
abbarbaglianti che veleggiano gonfie di sole; udire il vento che fa lassù, tra i
castagni del bosco, come un fragor di mare.
Nuvole e vento.
Che avete detto? Ahimè, ahimè. Nuvole? Vento? E non vi sembra già tutto,
avvertire e riconoscere che quelle che veleggiano luminose per la sterminata
azzurra vacuità sono nuvole? Sa forse d'essere la nuvola? Né sanno di lei
l'albero e la pietra, che ignorano anche se stessi; e sono soli.
Avvertendo e riconoscendo la nuvola, voi potete, cari miei, pensare anche alla
vicenda dell'acqua (e perché no) che divien nuvola per divenir poi acqua di
nuovo. Bella cosa, sì. E basta a spiegarvi questa vicenda un povero
professoruccio di fisica. Ma a spiegarvi il perché del perché?
X. L’uccellino
Sentite, sentite: su nel bosco dei castagni, picchi d'accetta. Giù nella cava,
picchi di piccone.
Mutilare la montagna, atterrare alberi per costruire case. Là, nella vecchia
città, altre case. Stenti, affanni, fatiche d'ogni sorta; perché? Ma per
arrivare a un comignolo, signori miei; e per fare uscir poi da questo comignolo
un po' di fumo, subito disperso nella vanità dello spazio.
E come quel fumo, ogni pensiero, ogni memoria degli uomini.
Siamo in campagna qua; il languore ci ha sciolto le membra; è naturale che
illusioni e disinganni, dolori e gioie, speranze e desiderii ci appaiano vani e
transitorii, di fronte al sentimento che spira dalle cose che restano e
sopravanzano ad essi, impassibili. Basta guardare là quelle alte montagne oltre
valle, lontane lontane, sfumanti all'orizzonte, lievi nel tramonto, entro rosei
vapori.
Ecco: sdraiato, voi buttate all'aria il cappellaccio di feltro: diventate quasi
tragico; esclamate:
«Oh ambizioni degli uomini!»
Già. Per esempio, che grida di vittoria perché l'uomo, come quel vostro
cappellaccio, s’è messo a volare, a far l'uccellino! Ecco intanto qua un vero
uccellino come vola. L'avete visto? La facilità più schietta e lieve, che
s’accompagna spontanea a un trillo di gioja. Pensare adesso al goffo apparecchio
rombante e allo sgomento, all'ansia, all'angoscia mortale dell'uomo che vuol
fare l'uccellino! Qua un frullo e un trillo; là un motore strepitoso e
puzzolente, e la morte davanti. Il motore si guasta; il motore s'arresta; addio
uccellino!
«Uomo,» dite voi, sdrajati qua sull'erba, «lascia di volare! Perché vuoi volare?
E quando hai volato?»
Bravi. Lo dite qua, per ora, questo; perché siete in campagna, sdrajati
sull'erba. Alzatevi, rientrate in città e, appena rientrati, lo intenderete
subito perché l'uomo voglia volare. Qua, cari miei, avete veduto l'uccellino
vero, che vola davvero, e avete smarrito il senso e il valore delle ali finte e
del volo meccanico. Lo riacquisterete subito là, dove tutto è finto e meccanico,
riduzione e costruzione: un altro mondo nel mondo: mondo manifatturato,
combinato, congegnato; mondo d'artificio, di stortura, d'adattamento, di
finzione, di vanità; mondo che ha senso e valore soltanto per l'uomo che ne è
l'artefice.
Via, via, aspettate che vi dia una mano per tirarvi sù. Siete grasso, voi.
Aspettate: su la schiena vè rimasto qualche filo d'erba... Ecco andiamo via.
XI. Rientrando in città
Guardatemi ora questi alberi che scortano di qua e di là, in fila lungo i
marciapiedi, questo nostro Corso di Porta Vecchia, che aria smarrita, poveri
alberi cittadini, tosati e pettinati!
Probabilmente non pensano, gli alberi; le bestie, probabilmente, non ragionano.
Ma se gli alberi pensassero, Dio mio, e potessero parlare, chi sa che direbbero
questi poverelli che, per farci ombra, facciamo crescere in mezzo alla città
Pare che chiedano, nel vedersi così specchiati in queste vetrine di botteghe,
che stiano a farci qua, tra tanta gente affaccendata, in mezzo al fragoroso
tramestìo della vita cittadina. Piantati da tanti anni, sono rimasti miseri e
squallidi alberelli. Orecchi, non mostrano d'averne. Ma chi sa, forse gli
alberi, per crescere, hanno bisogno di silenzio.
Siete mai stati nella piazzetta dell'Olivella, fuori le mura? al conventino
antico dei Trinitarii bianchi? Che aria di sogno e d'abbandono, quella
piazzetta, e che silenzio strano, quando dalle tegole nere e muschiose di quel
convento vecchio, s’affaccia bambino, azzurro azzurro, il riso della mattina!
Ebbene, ogni anno la terra, lì, nella sua stupida materna ingenuità, cerca
d'approfittare di quel silenzio. Forse crede che lì non sia più città; che gli
uomini abbiano disertato quella piazzetta; e tenta di riprendersela, allungando
zitta zitta, pian pianino, di tra il selciato, tanti fili d'erba. Nulla è più
fresco e tenero di quegli esili timidi fili d'erba di cui verzica in breve tutta
la piazzetta. Ma ahimè non durano più d'un mese. È città lì; e non è permesso ai
fli d'erba di spuntare. Vengono ogni anno quattro o cinque spazzini;
s’accosciano in terra e con certi loro ferruzzi li strappano via.
Io vidi l'altr'anno, lì, due uccellini che, udendo lo stridore di quei ferruzzi
sui grigi scabri quadratini del selciato, volavano dalla siepe alla grondaia del
Convento, di qua alla siepe di nuovo, e scotevano il capino e guardavano di
traverso, quasi chiedessero, angosciati, che cosa stéssero a fare quegli uomini
là.
«E non lo vedete, uccellini?» io dissi loro. «Non lo vedete che fanno? Fanno la
barba a questo vecchio selciato.»
Scapparono via inorriditi quei due uccellini.
Beati loro che hanno le ali e possono scappare! Quant'altre bestie non possono,
e sono prese e imprigionate e addomesticate in città e anche nelle campagne; e
com'è triste la loro forzata obbedienza agli strani bisogni degli uomini! Che ne
capiscono? Tirano il carro, tirano l'aratro.
Ma forse anch’esse le bestie, le piante e tutte le cose, hanno poi un senso e un
valore per sé, che l'uomo non può intendere, chiuso com'è in quelli che egli per
conto suo dà alle une e alle altre, e che la natura spesso, dal canto suo mostra
di non riconoscere e d'ignorare.
Ci vorrebbe un po' più d'intesa tra l'uomo e la natura. Troppo spesso la natura
si diverte a buttare all'aria tutte le nostre ingegnose costruzioni. Cicloni,
terremoti... Ma l'uomo non si dà per vinto. Ricostruisce, ricostruisce,
bestiolina pervicace. E tutto è per lui materia di ricostruzione. Perché ha in
sé quella tal cosa che non si sa che sia, per cui deve per forza costruire,
trasformare a suo modo la materia che gli offre la natura ignara, forse e,
almeno quando vuole, paziente. Ma si contentasse soltanto delle cose, di cui,
fino a prova contraria, non si conosce che abbiano in sé facoltà di sentire lo
strazio a causa dei nostri adattamenti e delle nostre costruzioni! Nossignori.
L'uomo piglia a materia anche se stesso, e si costruisce, sissignori, come una
casa.
Voi credete di conoscervi se non vi costruite in qualche modo? E ch’io possa
conoscervi, se non vi costruisco a modo mio? E voi me, se non mi costruite a
modo vostro? Possiamo conoscere soltanto quello a cui riusciamo a dar forma. Ma
che conoscenza può essere? E forse questa forma la cosa stessa? Sì, tanto per
me, quanto per voi; ma non così per me come per voi: tanto vero che io non mi
riconosco nella forma che mi date voi, né voi in quella che vi do io; e la
stessa cosa non è uguale per tutti e anche per ciascuno di noi può di continuo
cangiare, e difatti cangia di continuo.
Eppure, non c'è altra realtà fuori di questa, se non cioè nella forma momentanea
che riusciamo a dare a noi stessi, agli altri, alle cose. La realtà che ho io
per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la
realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non
per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a
darmi. E come? Ma costruendomi, appunto.
Ah, voi credete che si costruiscano soltanto le case? Io mi costruisco di
continuo e vi costruisco, e voi fate altrettanto. E la costruzione dura finché
non si sgretoli il materiale dei nostri sentimenti e finché duri il cemento
della nostra volontà. E perché credete che vi si raccomandi tanto la fermezza
della volontà e la costanza dei sentimenti? Basta che quella vacilli un poco, e
che questi si alterino d'un punto o cangino minimamente, e addio realtà nostra!
Ci accorgiamo subito che non era altro che una nostra illusione.
Fermezza di volontà, dunque. Costanza nei sentimenti. Tenetevi forte, tenetevi
forte per non dare di questi tuffi nel vuoto, per non andare incontro a queste
ingrate sorprese.
Ma che belle costruzioni vengono fuori!
XII. Quel caro Gengè
«No no, bello mio, statti zitto! Vuoi che non sappia quel che ti piace e quel
che non ti piace? Conosco bene i tuoi gusti, io, e come tu la pensi.»
Quante volte non m'aveva detto così Dida mia moglie? E io, imbecille, non ci
avevo fatto mai caso.
Ma sfido ch’ella conosceva quel suo Gengè più che non lo conoscessi io! Se l'era
costruito lei! E non era mica un fantoccio. Se mai, il fantoccio ero io.
Sopraffazione? Sostituzione?
Ma che!
Per sopraffare uno, bisogna che questo uno esista: e per sostituirlo, bisogna
che esista ugualmente e che si possa prendere per le spalle e strappare indietro
per mettere un altro al suo posto.
Dida mia moglie non m'aveva né sopraffatto né sostituito. Sarebbe sembrata a lei
al contrario una sopraffazione e una sostituzione se io ribellandomi e armando
comunque una volontà d'essere a mio modo mi fossi tolto dai piedi quel Suo
Gengè.
Perché quel suo Gengè esisteva, mentre io per lei non esistevo affatto, non ero
mai esistito.
La realtà mia era per lei in quel suo Gengè che ella s'era formato, che aveva
pensieri sentimenti e gusti che non eran i miei e che io non avrei potuto
minimamente alterare, senza correre il rischio di diventar subito un altro che
ella non avrebbe più riconosciuto, un estraneo che ella non avrebbe più potuto
né comprendere né amare.
Purtroppo non avevo mai saputo dare una qualche forma alla mia vita; non mi ero
mai voluto fermamente in un modo mio, proprio e particolare, per non avere mai
incontrato ostacoli che suscitassero in me la volontà di resistere e di
affermarmi comunque davanti agli altri e a me stesso, sia per questo mio animo
disposto a pensare e sentire anche il contrario di ciò che poc'anzi pensava e
sentiva, cioè a scomporre e a disgregare in me con assidue e spesso opposte
riflessioni di derivazione mentale e sentimentale; sia infine per la mia natura
così inchinevole a cedere, ad abbandonarsi alla discrezione altrui non tanto per
debolezza, quanto per noncuranza e anticipata rassegnazione ai dispiaceri che me
ne potessero venire.
Ed ecco intanto, che me n'era venuto! Non mi conoscevo affatto, non avevo per me
alcuna realtà mia propria, ero in uno stato come di illusione continua, quasi
fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la
realtà che m'avevano data; cioé vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero
io non essendo io propriamente nessuno per me: tanti Moscarda quanti essi erano.
Gengè, sì, viveva, per mia moglie Dida. Ma non potevo in nessun modo
consolarmene perché v'assicuro che difficilmente potrebbe immaginarsi una
creatura più sciocca di questo caro Gengè di mia moglie Dida.
E il bello, intanto, era questo: che non era mica senza difetti per lei quel suo
Gengè. Ma ella glieli compativa tutti! Tante cose di lui non le piacevano,
perché non se l'era costruito in tutto a suo modo, secondo il suo gusto e il suo
capriccio: no.
Ma a modo di chi allora?
Non certo a modo mio, perché io, ripeto, non riuscivo davvero a riconoscere per
miei i pensieri, i sentimenti, i gusti che ella attribuiva al suo Gengè. Si vede
dunque chiaramente che glieli attribuiva perché, secondo lei, Gengè aveva quei
gusti e pensava e sentiva così, a modo suo, c'è poco da dire, propriamente suo,
secondo la sua realtà che non era affatto la mia.
La vedevo piangere qualche volta per certe amarezze ch’egli, Gengè, le
cagionava. Egli, sissignori! E se le domandavo:
«Ma perché, cara?»
Mi rispondeva:
«Ah, me lo domandi? Ah, non ti basta quello che m'hai detto or ora?»
«Io?»
«Tu, tu, sì!»
«Ma quando mai? Che cosa?»
Trasecolavo.
Era manifesto che il senso che io davo alle mie parole era un senso per me;
quello che poi esse assumevano per lei, quali parole di Gengè, era tutt'altro.
Certe parole che, dette da me o da un altro, non le avrebbero dato dolore, dette
da Gengè, la facevano piangere, perché in bocca di Gengè assumevano chi sa quale
altro valore; e la facevano piangere, sissignori.
Io dunque parlavo per me solo. Ella parlava col suo Gengè. E questi le
rispondeva per bocca mia in un modo che a me restava al tutto ignoto. E non è
credibile, come diventassero sciocche, false, senza costrutto tutte le cose
ch’io le dicevo e che ella mi ripeteva.
«Ma come?» le domandavo. «Io ho detto così?»
«Sì, Gengè mio, proprio così!»
Ecco: erano di Gengè suo quelle sciocchezze; ma non erano sciocchezze:
tutt'altro! Era il modo di pensare di Gengè, quello.
E io, ah come lo avrei schiaffeggiato, bastonato, sbranato! Ma non lo potevo
toccare. Perché, nonostante i dispiaceri che le cagionava, le sciocchezze che
diceva, Gengè era molto amato da mia moglie Dida; rispondeva per lei, così
com'era, all'ideale del buon marito, a cui qualche lieve difetto si perdona in
grazia di tant'altre buone qualità.
Se io non volevo che Dida mia moglie andasse a cercare in un altro il suo
ideale, non dovevo toccare quel suo Gengè.
In principio pensavo che forse i miei sentimenti erano troppo complicati; i miei
pensieri, troppo astrusi; i miei gusti, troppo insoliti; e che perciò mia
moglie, spesso, non intendendoli, li travisava. Pensavo, insomma, che le mie
idee e i miei sentimenti non potessero capire, se non così ridotti e
rimpiccoliti, nel cervellino e nel coricino di lei; e che i miei gusti non si
potessero accordare con la sua semplicità.
Ma che! ma che! Non li travisava lei, non li rimpiccoliva lei i miei pensieri e
i miei sentimenti. No, no. Così travisati, così rimpiccoliti come le arrivavano
dalla bocca di Gengè, mia moglie Dida li stimava sciocchi; anche lei, capite?
E chi dunque li travisava e li rimpiccoliva così? Ma la realtà di Gengè, signori
miei! Gengè, quale ella se l'era foggiato, non poteva avere se non di quei
pensieri, di quei sentimenti, di quei gusti. Sciocchino ma carino. Ah sì, tanto
carino per lei! Lo amava così: carino sciocchino. E lo amava davvero.
Potrei recar tante prove. Basterà quest'una: la prima che mi viene a mente.
Dida, da ragazza, si pettinava in un certo modo che piaceva non soltanto a lei,
ma anche a me, moltissimo. Appena sposata, cangiò pettinatura. Per lasciarla
fare a suo modo io non le dissi che questa nuova pettinatura non mi piaceva
affatto. Quand'ecco, una mattina, m'apparve all'improvviso, in accappatoio, col
pettine ancora in mano, acconciata al modo antico e tutt'accesa in volto.
«Gengè!» mi gridò, spalancando l'uscio, mostrandosi e rompendo in una risata.
Io restai ammirato, quasi abbagliato.
«Oh,»esclamai, «finalmente!»
Ma subito ella si cacciò le mani nei capelli, ne trasse le forcinelle e disfece
in un attimo la pettinatura.
«Va’ là!» mi disse. «Ho voluto farti uno scherzo. So bene, signorino, che non ti
piaccio pettinata così!»
Protestai, di scatto:
«Ma chi te l'ha detto, Dida mia? Io ti giuro, anzi, che...»
Mi tappò la bocca con la mano.
«Va’ là!» ripeté. «Tu me lo dici per farmi piacere. Ma io non debbo piacere a
me, caro mio. Vuoi che non sappia come piaccio meglio al mio Gengè?»
E scappò via.
Capite? Era certa, certissima che al suo Gengè piaceva meglio pettinata in
quell'altro modo, e si pettinava in quell'altro modo che non piaceva né a lei né
a me. Ma piaceva al suo Gengè; e lei si sacrificava. Vi par poco? Non sono veri
e proprii sacrifici, questi, per una donna?
Tanto lo amava!
E io - ora che tutto alla fine mi s'era chiarito - cominciai a divenire
terribilmente geloso - non di me stesso, vi prego di credere: voi avete voglia
di ridere! - non di me stesso, signori, ma di uno che non ero io, di un
imbecille che s'era cacciato tra me e mia moglie; non come un'ombra vana, no, -
vi prego di credere - perché egli anzi rendeva me ombra vana, me, me,
appropriandosi del mio corpo per farsi amare da lei.
Considerate bene. Non baciava forse mia moglie, su le mie labbra, uno che non
ero io? Su le mie labbra? No! Che mie! In quanto erano mie, propriamente mie le
labbra ch'ella baciava? Aveva ella forse tra le braccia il mio corpo? Ma in
quanto realmente poteva esser mio, quel corpo, in quanto realmente appartenere a
me, se non ero io colui ch’ella abbracciava e amava?
Considerate bene. Non vi sentireste traditi da vostra moglie con la più
raffinata delle perfidie, se poteste conoscere che ella, stringendovi tra le
braccia, assapora e si gode per mezzo del vostro corpo l’amplesso d'un altro che
lei ha in mente e nel cuore?
Ebbene, in che era diverso dal mio questo caso?
Il mio caso era anche peggiore! Perché, in quello, vostra moglie - scusate - nel
vostro amplesso si finge soltanto l'amplesso d'un altro; mentre, nel mio caso,
mia moglie si stringeva tra le braccia la realtà di uno che non ero io!
Ed era tanto realtà quest'uno, che quando io alla fine, esasperato, lo volli
distruggere imponendo, invece della sua, una mia realtà, mia moglie, che non era
stata mai mia moglie ma la moglie di colui, si ritrovò subito, inorridita, come
in braccio a un estraneo, a uno sconosciuto; e dichiarò di non potermi più
amare, di non poter più convivere con me neanche un minuto e scappò via.
Sissignori, come vedrete, scappò via.
I.
Pazzie per forza
Ma voglio dirvi prima, almeno in succinto, le pazzie che cominciai a fare per
scoprire tutti quegli altri Moscarda che vivevano nei miei più vicini
conoscenti, e distruggerli a uno a uno.
Pazzie per forza. Perché, non avendo mai pensato finora a costruire di me stesso
un Moscarda che consistesse ai miei occhi e per mio conto in un modo d'essere
che mi paresse da distinguere come a me proprio e particolare, sintende che non
mi era possibile agire con una qualche logica coerenza. Dovevo a volta a volta
dimostrarmi il contrario di quel che ero o supponevo d'essere in questo e in
quello dei miei conoscenti, dopo essermi sforzato di comprendere la realtà che
m'avevano data: meschina, per forza, labile, volubile e quasi inconsistente.
Però ecco: un certo aspetto, un certo senso, un certo valore dovevo pur averlo
per gli altri, oltre che per le mie fattezze fuori della veduta mia e della mia
estimativa, anche per tante cose a cui finora non avevo mai pensato.
Pensarci e sentire un impeto di feroce ribellione fu tutt'uno.
II. Scoperte
Il nome, sia: brutto fino alla crudeltà. Moscarda. La mosca, e il dispetto del
suo aspro fastidio ronzante.
Non aveva mica un nome per sé il mio spirito, né uno stato civile: aveva tutto
un suo mondo dentro; e io non bollavo ogni volta di quel mio nome, a cui non
pensavo affatto, tutte le cose che mi vedevo dentro e intorno. Ebbene, ma per
gli altri io non ero quel mondo che portavo dentro di me senza nome, tutto
intero, indiviso e pur vario. Ero invece, fuori, nel loro mondo, uno - staccato
- che si chiamava Moscarda, un piccolo e determinato aspetto di realtà non mia,
incluso fuori di me nella realtà degli altri e chiamato Moscarda.
Parlavo con un amico: niente di strano: mi rispondeva; lo vedevo gestire; aveva
la sua solita voce, riconoscevo i suoi soliti gesti; e anch’egli, standomi a
sentire se gli parlavo, riconosceva la mia voce e i miei gesti. Nulla di strano,
sì, ma finché io non pensavo che il tono che aveva per me la voce del mio amico
non era affatto lo stesso di quella ch’egli si conosceva, perché forse il tono
della sua voce egli non se lo conosceva nemmeno, essendo quella, per lui, la sua
voce; e che il suo aspetto era quale io lo vedevo, cioè quello che gli davo io,
guardandolo da fuori, mentre lui, parlando, non aveva davanti alla mente, certo,
nessuna immagine di se stesso, neppur quella che si dava e si riconosceva
guardandosi allo specchio.
Oh Dio, e che avveniva allora di me? avveniva lo stesso della mia voce? del mio
aspetto? Io non ero più un indistinto io che parlava e guardava gli altri, ma
uno che gli altri invece guardavano, fuori di loro, e che aveva un tono di voce
e un aspetto ch’io non mi conoscevo. Ero per il mio amico quello che egli era
per me: un corpo impenetrabile che gli stava davanti e ch’egli si rappresentava
con lineamenti a lui ben noti, i quali per me non significavano nulla; tanto
vero che non ci pensavo nemmeno, parlando, né potevo vedermeli né saper come
fossero; mentre per lui erano tutto, in quanto gli rappresentavano me quale ero
per lui, uno tra tanti: Moscarda. Possibile? E Moscarda era tutto ciò che esso
diceva e faceva in quel mondo a me ignoto; Moscarda era anche la mia ombra;
Moscarda se lo vedevano mangiare; Moscarda, se lo vedevano fumare; Moscarda, se
andava a spasso; Moscarda, se si soffiava il naso.
Non lo sapevo, non ci pensavo, ma nel mio aspetto, cioè in quello che essi mi
davano, in ogni mia parola che sonava per loro con una voce ch’io non potevo
sapere, in ogni mio atto interpretato da ciascuno a suo modo, sempre c'erano per
gli altri impliciti il mio nome e il mio corpo.
Se non che, ormai, per quanto potesse parermi stupido e odioso essere bollato
così per sempre e non potermi dare un altro nome, tanti altri a piacere, che
s’accordassero a volta a volta col vario atteggiarsi de’ miei sentimenti e delle
mie azioni; pure ormai, ripeto, abituato com'ero a portar quello fin dalla
nascita, potevo non farne gran caso, e pensare che io infine non ero quel nome;
che quel nome era per gli altri un modo di chiamarmi, non bello ma che avrebbe
potuto tuttavia essere anche più brutto. Non c'era forse un Sardo a Richieri che
si chiamava Porcu? Sì.
«Signor Porcu...»
E non rispondeva mica con un grugnito.
«Eccomi, a servirla...»
Pulito pulito e sorridente rispondeva. Tanto che uno quasi si vergognava di
doverlo chiamare così.
Lasciamo dunque il nome, e lasciamo anche le fattezze, benché pure - ora che
davanti allo specchio mi s’era duramente chiarita la necessità di non poter dare
a me stesso un'immagine di me diversa da quella con cui mi rappresentavo - anche
queste fattezze sentivo estranee alla mia volontà e contrarie dispettosamente a
qualunque desiderio potesse nascermi d'averne altre, che non fossero queste,
cioè questi capelli così, di questo colore, questi occhi così, verdastri, e
questo naso e questa bocca; lasciamo, dico, anche le fattezze, perché alla fin
fine dovevo riconoscere che avrebbero potuto essere anche mostruose e avrei
dovuto tenermele e rassegnarmi a esse, volendo vivere; non erano, e dunque via,
dopo tutto, potevo anche accontentarmene.
Ma le condizioni? dico le condizioni mie che non dipendevano da me? le
condizioni che mi determinavano, fuori di me, fuori d'ogni mia volontà? le
condizioni della mia nascita, della mia famiglia? Non me l'ero mai poste
davanti, io, per valutarle come potevano valutarle gli altri, ciascuno a suo
modo, s'intende, con una sua particolar bilancia, a peso d'invidia, a peso
d'odio o di sdegno o che so io.
M'ero creduto finora un uomo nella vita. Un uomo, così, e basta. Nella vita.
Come se in tutto mi fossi fatto da me. Ma come quel corpo non me l'ero fatto io,
come non me l'ero dato io quel nome, e nella vita ero stato messo da altri senza
mia volontà; così, senza mia volontà, tant'altre cose m'erano venute sopra
dentro intorno, da altri; tant'altre cose m'erano state fatte, date da altri, a
cui effettivamente io non avevo mai pensato, mai dato immagine, l'immagine
strana, nemica, con cui mi s’avventavano adesso.
La storia della mia famiglia! La storia della mia famiglia nel mio paese: non ci
pensavo; ma era in me, questa storia, per gli altri; io ero uno, l'ultimo di
questa famiglia; e ne avevo in me, nel corpo, lo stampo e chi sa in quante
abitudini d'atti e di pensieri, a cui non avevo mai riflettuto, ma che gli altri
riconoscevano chiaramente in me, nel mio modo di camminare, di ridere, di
salutare. Mi credevo un uomo nella vita, un uomo qualunque, che vivesse così
alla giornata una scioperata vita in fondo, benché piena di curiosi pensieri
vagabondi; e no, e no: potevo essere per me uno qualunque, ma per gli altri no;
per gli altri avevo tante sommarie determinazioni, ch’io non m'ero date né fatte
e a cui non avevo mai badato; e quel mio poter credermi un uomo qualunque voglio
dire quel mio stesso ozio, che credevo proprio mio, non era neanche mio per gli
altri: m'era stato dato da mio padre, dipendeva dalla ricchezza di mio padre; ed
era un ozio feroce, perché mio padre...
Ah, che scoperta Mio padre... La vita di mio padre...
III. Le radici
M'apparve. Alto, grasso, calvo. E nei limpidi quasi vitrei occhi azzurrini il
solito sorriso gli brillava per me, d'una strana tenerezza, ch’era un po'
compatimento, un po' derisione anche, ma affettuosa, come se in fondo gli
piacesse ch’io fossi tale da meritarmela, quella sua derisione, considerandomi
quasi un lusso di bontà che impunemente egli si potesse permettere.
Se non che, questo sorriso, nella barba folta, così rossa e così fortemente
radicata che gli scoloriva le gote, questo sorriso sotto i grossi baffi un po'
ingialliti nel mezzo, era a tradimento, ora, una specie di ghigno muto e
frigido, lì nascosto; a cui non avevo mai badato. E quella tenerezza per me
affiorando e brillando negli occhi da quel ghigno nascosto m'appariva ora
orribilmente maliziosa: tante cose mi svelava a un tratto che mi fendevano di
brividi la schiena. Ed ecco lo sguardo di quegli occhi vitrei mi teneva, mi
teneva affascinato per impedirmi di pensare a queste cose, di cui pure era fatta
la sua tenerezza per me, ma che pure erano orribili.
«Ma se tu eri e sei ancora uno sciocco... sì, un povero ingenuo sventato, che te
ne vai appresso ai tuoi pensieri, senza mai fermarne uno per fermarti; e mai un
proposito non ti sorge, che tu non ti ci metta a girare attorno, e tanto te lo
guardi che infine ti ci addormenti, e il giorno appresso apri gli occhi, te lo
vedi davanti e non sai più come ti sia potuto sorgere se jeri c'era quest'aria e
questo sole; per forza, vedi, io ti dovevo voler bene così. Le mani? che mi
guardi? ah, questi peli rossi qua, anche sul dorso delle dita? gli anelli...
troppi? e questa grossa spilla alla cravatta, e anche la catena dell'orologio...
Troppo oro? che mi guardi?
Vedevo stranamente la mia angoscia distrarsi con sforzo da quegli occhi, da
tutto quell'oro e affiggersi in certe venicciuole azzurrognole che gli
trasparivano serpeggianti su su per la pallida fronte con pena, sul lucido
cranio contornato dai capelli rossi, rossi come i miei - cioè, i miei come i
suoi - e che miei dunque, se così chiaramente m'erano venuti da lui? E quel
lucido cranio a poco a poco, ecco, mi svaniva davanti come ingoiato nel vano
dell'aria.
Mio padre!
Nel vano, ora, un silenzio esterrefatto, grave di tutte le cose insensate e
informi, che stanno nell'inerzia mute e impenetrabili allo spirito.
Fu un attimo, ma l'eternità. Vi sentii dentro tutto lo sgomento delle necessità
cieche, delle cose che non si possono mutare: la prigione del tempo; il nascere
ora, e non prima e non poi; il nome e il corpo che ci è dato; la catena delle
cause; il seme gettato da quell'uomo: mio padre senza volerlo; il mio venire al
mondo, da quel seme; involontario frutto di quell'uomo; legato a quel ramo;
espresso da quelle radici.
IV. Il seme
Vidi allora per la prima volta mio padre come non lo avevo mai veduto: fuori,
nella sua vita; ma non com'era per sé come in sé si sentiva, ch’io non potevo
saperlo; ma come estraneo a me del tutto, nella realtà che, tal quale egli ora
m'appariva, potevo supporre gli dessero gli altri.
A tutti i figli sarà forse avvenuto. Notare com'alcunché d'osceno che ci
mortifica, laddove è il padre per noi che si rispetta. Notare, dico, che gli
altri non dànno e non possono dare a questo padre quella stessa realtà che noi
gli diamo. Scoprire com'egli vive ed è uomo fuori di noi, per sé, nelle sue
relazioni con gli altri, se questi altri, parlando con lui o spingendolo a
parlare, a ridere, a guardare, per un momento si dimentichino che noi siamo
presenti, e così ci lascino intravedere l'uomo ch’essi conoscono in lui, l'uomo
ch’egli è per loro. Un altro. E come? Non si può sapere. Subito nostro padre ha
fatto un cenno, con la mano o con gli occhi, che ci siamo noi. E quel piccolo
cenno furtivo, ecco, ci ha scavato in un attimo un abisso dentro. Quello che ci
stava tanto vicino, eccolo balzato lontano e intravisto là come un estraneo. E
sentiamo la nostra vita come lacerata tutta, meno che in un punto per cui resta
attaccata ancora a quell'uomo. E questo punto è vergognoso. La nostra nascita
staccata, recisa da lui, come un caso comune, forse previsto, ma involontario
nella vita di quell'estraneo, prova d'un gesto, frutto d'un atto, alcunché
insomma che ora, sì, ci fa vergogna, ci suscita sdegno e quasi odio. E se non
propriamente odio, un certo acuto dispetto notiamo anche negli occhi di nostro
padre, che in quell'attimo si sono scontrati nei nostri. Siamo per lui, lì ritti
in piedi, e con due vigili occhi ostili, ciò che egli dallo sfogo d'un suo
momentaneo bisogno o piacere, non si aspettava: quel seme gettato ch’egli non
sapeva, ritto ora in piedi e con due occhi fuoruscenti di lumaca che guardano a
tentoni e giudicano e gl'impediscono d'essere ancora in tutto a piacer suo,
libero, un altro anche rispetto a noi.
V. Traduzione d’un titolo
Non l'avevo mai finora staccato così da me mio padre. Sempre l'avevo pensato,
ricordato come padre, qual era per me; ben poco veramente, ché morta
giovanissima mia madre, fui messo in un collegio lontano da Richieri, e poi in
un altro, e poi in un terzo ove rimasi fino ai diciott'anni, e andai poi
all'università e vi passai per sei anni da un ordine di studii all'altro, senza
cavare un pratico profitto da nessuno; ragion per cui alla fine fui richiamato a
Richieri e subito, non so se in premio o per castigo, ammogliato. Due anni dopo
mio padre morì senza lasciarmi di sé, del suo affetto altro ricordo più vivo che
quel sorriso di tenerezza, che era - com'ho detto - un pò compatimento, un pò
derisione.
Ma ciò che era stato per sé? Moriva ora, mio padre, del tutto. Ciò che era stato
per gli altri... E così poco per me! E gli veniva anche dagli altri, certo,
dalla realtà che gli altri gli davano e ch’egli sospettava, quel sorriso per
me... Ora l'intendevo e ne intendevo il perché, orribilmente.
«Che cos’è tuo padre?» mi avevano tante volte domandato in collegio i miei
compagni.
E io:
«Banchiere.»
Perché mio padre, per me, era banchiere.
Se vostro padre fosse boia, come si tradurrebbe nella vostra famiglia questo
titolo per accordarlo con l'amore che voi avete per lui e ch’egli ha per voi?
oh, egli tanto tanto buono per voi, oh, io lo so, non c'è bisogno che me lo
diciate; me lo immagino perfettamente l'amore d'un tal padre per il suo
figliuolo, la tremante delicatezza delle sue grosse mani nell'abbottonargli la
camicina bianca attorno al collo. E poi, feroci domani, all'alba, quelle sue
mani, sul palco. Perché anche un banchiere, me lo immagino perfettamente, passa
dal dieci al venti e dal venti al quaranta per cento, man mano che cresce in
paese con la disistima altrui la fama della sua usura, la quale peserà domani
come un'onta sul suo figliuolo che ora non sa e si svaga dietro a strani
pensieri, povero lusso di bontà, che davvero se lo meritava, ve lo dico io, quel
sorriso di tenerezza, mezzo compatimento e mezzo derisione.
VI. Il buon figliuolo feroce
Con gli occhi pieni dell'orrore di questa scoperta, ma velato l'orrore da un
avvilimento, da una tristezza che pur mi atteggiavano le labbra a un sorriso
vano, nel sospetto che nessuno potesse crederli e ammetterli in me davvero, io
allora mi presentai davanti a Dida mia moglie.
Se ne stava – ricordo - in una stanza luminosa, vestita di bianco e tutta
avvolta entro un fulgore di sole, a disporre nel grande armadio laccato bianco e
dorato a tre luci i suoi nuovi abiti primaverili.
Facendo uno sforzo, acre d'onta segreta, per trovarmi in gola una voce che non
paresse troppo strana, le domandai:
«Tu lo sai, eh Dida, qual è la mia professione?»
Dida, con una gruccia in mano da cui pendeva un abito di velo color isabella, si
voltò a guardarmi dapprima, come se non mi riconoscesse. Stordita, ripeté:
«La tua professione?»
E dovetti riassaporar l'agro di quell'onta per riprendere, quasi da un
dilaceramento del mio spirito, la domanda che ne pendeva. Ma questa volta mi si
sfece in bocca:
«Già,» dissi «che cosa faccio io?»
Dida, allora, stette un poco a mirarmi, poi scoppiò in una gran risata:
«Ma che dici, Gengè?»
Si fracassò d'un tratto allo scoppio di quella risata il mio orrore, l'incubo di
quelle necessità cieche in cui il mio spirito, nella profondità delle sue
indagini, s’era urtato poc'anzi, rabbrividendo.
Ah, ecco - un usurajo, per gli altri; uno stupido qua, per Dida mia moglie.
Gengè io ero; uno qua, nell'animo e davanti agli occhi di mia moglie; e chi sa
quant'altri Gengè, fuori, nell'animo o solamente negli occhi della gente di
Richieri. Non si trattava del mio spirito, che si sentiva dentro di me libero e
immune, nella sua intimità originaria, di tutte quelle considerazioni delle cose
che m'erano venute, che mi erano state fatte e date dagli altri, e
principalmente di questa del danaro e della professione di mio padre.
No? E di chi si trattava dunque? Se potevo non riconoscer mia questa realtà
spregevole che mi davano gli altri, ahimè dovevo pur riconoscere che se anche me
ne fossi data una, io, per me, questa non sarebbe stata più vera, come realtà,
di quella che mi davano gli altri, di quella in cui gli altri mi facevano
consistere con quel corpo che ora, davanti a mia moglie, non poteva neanch’esso
parermi mio, giacché se l'era appropriato quel Gengè suo, che or ora aveva detto
una nuova sciocchezza per cui tanto ella aveva riso. Voler sapere la sua
professione E che non si sapeva?
«Lusso di bontà...» feci, quasi tra me, staccando la voce da un silenzio che mi
parve fuori della vita, perché, ombra davanti a mia moglie, non sapevo più donde
io - io come io - le parlassi.
«Che dici?» ripeté lei, dalla solidità certa della sua vita, con quell'abito
color isabella sul braccio.
E com'io non risposi, mi venne avanti, mi prese per le braccia e mi soffiò sugli
occhi, come a cancellarvi uno sguardo che non era più di Gengè, di quel Gengè il
quale ella sapeva che al pari di lei doveva fingere di non conoscere come in
paese si traducesse il nome della professione di mio padre.
Ma non ero peggio di mio padre, io? Ah Mio padre almeno lavorava... Ma io! Che
facevo io? Il buon figliuolo feroce. Il buon figliuolo che parlava di cose
aliene (bizzarre anche): della scoperta del naso che mi pendeva verso destra:
oppure dell'altra faccia della luna; mentre la così detta banca di mio padre,
per opera dei due fidati amici Firbo e Quantorzo, seguitava a lavorare,
prosperava. C'erano anche socii minori, nella banca, e anche i due fidati amici
vi erano - come si dice - cointeressati, e tutto andava a gonfie vele senza
ch’io me n'impicciassi punto, voluto bene da tutti quei consocii, da Quantorzo,
come un figliuolo, da Firbo come un fratello; i quali tutti sapevano che con me
era inutile parlar d'affari e che bastava di tanto in tanto chiamarmi a firmare;
firmavo e quest'era tutto. Non tutto, perché anche di tanto in tanto qualcuno
veniva a pregarmi d'accompagnarlo a Firbo o a Quantorzo con un bigliettino di
raccomandazione; già e io allora gli scoprivo sul mento una fossetta che glielo
divideva in due parti non perfettamente uguali, una più rilevata di qua, una più
scempia di là.
Come non m'avevano finora accoppato? Eh, non m'accoppavano, signori, perché,
com'io non m'ero finora staccato da me per vedermi, e vivevo come un cieco nelle
condizioni in cui ero stato messo, senza considerare quali fossero, perché in
esse ero nato e cresciuto e m'erano perciò naturali; così anche per gli altri
era naturale ch’io fossi così; mi conoscevano così; non potevano pensarmi
altrimenti, e tutti potevano ormai guardarmi quasi senz'odio e anche sorridere a
questo buon figliuolo feroce.
Tutti?
Mi sentii a un tratto confitti nell'anima due paja d'occhi come quattro pugnali
avvelenati: gli occhi di Marco di Dio e di sua moglie Diamante, che incontravo
ogni giorno sulla mia strada, rincasando.
VII. Parentesi necessaria, una per tutti
Marco di Dio e sua moglie Diamante ebbero la ventura d'essere (se ben ricordo)
le prime mie vittime. Voglio dire, le prime designate all'esperimento della
distruzione d'un Moscarda.
Ma con qual diritto ne parlo? con qual diritto do qui aspetto e voce ad altri
fuori di me? Che ne so io? Come posso parlarne? Li vedo da fuori, e naturalmente
quali sono per me cioè in una forma nella quale certo essi non si
riconoscerebbero. E non faccio dunque agli altri lo stesso torto di cui tanto mi
lamento io?
Sì, certo; ma con la piccola differenza delle fissazioni, di cui ho già parlato
in principio; di quel certo modo in cui ciascuno si vuole, costruendosi così o
così, secondo come si vede e sinceramente crede di essere, non solo per sé, ma
anche per gli altri. Presunzione, comunque, di cui bisogna pagar la pena.
Ma voi, lo so, non vi volete ancora arrendere ed esclamate:
«E i fatti? Oh, perdio, e non ci sono i dati di fatto?»
«Sì, che ci sono.»
Nascere è un fatto. Nascere in un tempo anziché in un altro ve l'ho già detto; e
da questo o da quel padre, e in questa o quella condizione; nascere maschio o
femmina; in Lapponia o nel centro dell'Africa; e bello o brutto; con la gobba o
senza gobba: fatti. E anche se perdete un occhio, è un fatto e potete anche
perderli tutti e due, e se siete pittore è il peggior fatto che vi possa
capitare.
Tempo, spazio, necessità. Sorte, fortuna, casi: trappole tutte della vita.
Volete essere? C'è questo. In astratto non si è. Bisogna che s’intrappoli
l'essere in una forma, e per alcun tempo si finisca in essa, qua o là, così o
così. E ogni cosa, finché dura, porta con sé la pena della sua forma, la pena
d'esser così e di non poter più essere altrimenti. Quello sbiobbo là, pare una
burla, uno scherzo compatibile sì e no per un minuto solo e poi basta; poi
dritto, su, svelto, agile, alto.... ma che! sempre così, per tutta la vita che è
una sola; e bisogna che si rassegni a passarla tutta tutta così.
E come le forme, gli atti.
Quando un atto è compiuto, è quello; non si cangia più. Quando uno, comunque,
abbia agito, anche senza che poi si senta e si ritrovi negli atti compiuti, ciò
che ha fatto, resta: come una prigione per lui. Se avete preso moglie, o anche
materialmente, se avete rubato e siete stato scoperto; se avete ucciso, come
spire e tentacoli vi avviluppano le conseguenze delle vostre azioni; e vi grava
sopra, attorno, come un'aria densa, irrespirabile, la responsabilità che per
quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non previste, vi siete
assunta. E come potete più liberarvi?
Già. Ma che intendete dire con questo? Che gli atti come le forme determinano la
realtà mia o la vostra? E come? perché? Che siano una prigione, nessuno può
negare. Ma se volete affermar questo soltanto, state in guardia che non
affermate nulla contro di me, perché io dico appunto e sostengo anzi questo che
sono una prigione e la più ingiusta che si possa immaginare.
Mi pareva, santo Dio, d'avervelo dimostrato! Conosco Tizio. Secondo la
conoscenza che ne ho, gli do una realtà: per me. Ma Tizio lo conoscete anche
voi, e certo quello che conoscete voi non è quello stesso che conosco io perché
ciascuno di noi lo conosce a suo modo e gli dà a suo modo una realtà. Ora anche
per se stesso Tizio ha tante realtà per quanti di noi conosce, perché in un modo
si conosce con me e in un altro con voi e con un terzo, con un quarto e via
dicendo. Il che vuol dire che Tizio è realmente uno con me, uno con voi, un
altro con un terzo, un altro con un quarto e via dicendo, pur avendo l'illusione
anche lui, anzi lui specialmente, d'esser uno per tutti. Il guajo è questo; o lo
scherzo, se vi piace meglio chiamarlo così. Compiamo un atto. Crediamo in buona
fede d'esser tutti in quell'atto. Ci accorgiamo purtroppo che non è così, e che
l'atto è invece sempre e solamente dell'uno dei tanti che siamo o che possiamo
essere, quando, per un caso sciaguratissimo, all'improvviso vi restiamo come
agganciati e sospesi: ci accorgiamo, voglio dire, di non essere tutti in
quell'atto, e che dunque un'atroce ingiustizia sarebbe giudicarci da quello
solo, tenerci agganciati e sospesi a esso, alla gogna, per un'intera esistenza,
come se questa fosse tutta assommata in quell'atto solo.
«Ma io sono anche questo, e quest'altro, e poi quest'altro!» ci mettiamo a
gridare.
Tanti, eh già; tanti ch’erano fuori dell'atto di quell'uno, e che non avevano
nulla o ben poco da vedere con esso. Non solo; ma quell'uno stesso, cioè quella
realtà che in un momento ci siamo data e che in quel momento ha compiuto l'atto,
spesso poco dopo è sparito del tutto; tanto vero che il ricordo dell'atto resta
in noi, se pure resta, come un sogno angoscioso, inesplicabile. Un altro, dieci
altri, tutti quegli altri che noi siamo o possiamo essere, sorgono a uno a uno
in noi a domandarci come abbiamo potuto far questo; e non ce lo sappiamo più
spiegare.
Realtà passate.
Se i fatti non son tanto gravi, queste realtà passate le chiamiamo inganni. Sì,
va bene; perché veramente ogni realtà è un inganno. Proprio quell'inganno per
cui ora dico a voi che n'avete un altro davanti.
«Voi sbagliate!»
Siamo molto superficiali, io e voi. Non andiamo ben addentro allo scherzo, che è
più profondo e radicale, cari miei. E consiste in questo: che l'essere agisce
necessariamente per forme, che sono le apparenze ch’esso si crea, e a cui noi
diamo valore di realtà. Un valore che cangia, naturalmente, secondo l'essere in
quella forma e in quell'atto ci appare.
E ci deve sembrare per forza che gli altri hanno sbagliato; che una data forma,
un dato atto non è questo e non è così. Ma inevitabilmente, poco dopo, se ci
spostiamo d'un punto, ci accorgiamo che abbiamo sbagliato anche noi, e che non è
questo e non è così; sicché alla fine siamo costretti a riconoscere che non sarà
mai né questo né così in nessun modo stabile e sicuro; ma ora in un modo ora in
un altro, che tutti a un certo punto ci parranno sbagliati, o tutti veri, che è
lo stesso; perché una realtà non ci fu data e non c'è, ma dobbiamo farcela noi,
se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo
e infinitamente mutabile. La facoltà d'illuderci che la realtà d'oggi sia la
sola vera, se da un canto ci sostiene, dall'altro ci precipita in un vuoto senza
fine, perché la realtà d'oggi é destinata a scoprire l'illusione domani. E la
vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.
VIII. Caliamo un poco
Vi pare che l'abbia presa troppo alta? E caliamo un poco. La palla è elastica;
ma per rimbalzare bisogna che tocchi terra. Tocchiamo terra e facciamola
rivenire alla mano.
Di quali fatti volete parlare? Del fatto che io sono nato, anno tale, mese tale,
giorno tale nella nobile città di Richieri, nella casa in via tale, numero tale,
dal signor Tal dei Tali e dalla signora Tal dei Tali; battezzato nella chiesa
madre di giorni sei; mandato a scuola a anni sei; ammogliato d'anni ventitré;
alto di statura un metro e sessantotto; rosso di pelo, ecc. ecc.?
Sono i miei connotati. Dati di fatto, dite voi. E vorreste desumerne la mia
realtà? Ma questi stessi dati che per sé non dicono nulla, credete che importino
una valutazione uguale per tutti quand'anche mi rappresentassero intero e
preciso, dove mi rappresenterebbero? in quale realtà?
Nella vostra, che non è quella d'un altro: e poi d'un altro; e poi d'un altro.
C'è forse una realtà sola, una per tutti? Ma se abbiamo visto che non ce n'è una
neanche per ciascuno di noi, poiché in noi stessi la nostra cangia di continuo!
E allora?
Ecco qua, terra terra. Siete in cinque? Venite con me.
Questa è la casa in cui sono nato, anno tale, mese tale, giorno tale. Ebbene,
dal fatto che topograficamente e per l'altezza e la lunghezza e il numero delle
finestre poste qua sul davanti questa casa è la stessa per tutti; dal fatto che
io per tutti voi cinque vi sono nato, anno tale, mese tale, giorno tale, rosso
di pelo e alto ora un metro e sessantotto, segue forse che voi tutti e cinque
diate la stessa realtà a questa casa e a me? A voi che abitate una catapecchia,
questa casa sembra un bel palazzo; a voi che avete un certo gusto artistico,
sembra una volgarissima casa; voi che passate malvolentieri per la via dov'essa
sorge perché vi ricorda un triste episodio della vostra vita, la guardate in
cagnesco, voi, invece, con occhio affettuoso perché, lo so, qua dirimpetto
abitava la vostra povera mamma che fu buona amica della mia.
E io che vi sono nato? Oh Dio! Quand'anche per tutt'e cinque voialtri in questa
casa, che è una e cinque, fosse nato l'anno tale, il mese tale, il giorno tale
un imbecille, credete che sia lo stesso imbecille per tutti? Sarò per l'uno
imbecille perché lascio Quantorzo direttore della banca e Firbo consulente
legale, cioè proprio per la ragione per cui mi stima avvedutissimo l'altro, che
crede invece di veder lampante la mia imbecillità nel fatto che conduco a spasso
ogni giorno la cagnolina di mia moglie, e così via.
Cinque imbecilli. Uno in ciascuno. Cinque imbecilli che vi stanno davanti, come
li vedete da fuori, in me che sono uno e cinque come la casa, tutti con questo
nome di Moscarda niente per sé, neanche uno, se serve a disegnar cinque
differenti imbecilli che, sì, tutt'e cinque si volteranno se chiamate:
«Moscarda!» ma ciascuno con quell'aspetto che voi gli date; cinque aspetti; se
rido, cinque sorrisi, e via dicendo.
E non sarà per voi, ogni atto ch’io compia, l'atto d'uno di questi cinque? E
potrà essere lo stesso, quest'atto, se i cinque sono differenti? Ciascuno di voi
lo interpreterà, gli darà senso e valore a seconda della realtà che m'ha data.
Uno dirà:
«Moscarda ha fatto questo.»
L'altro dirà:
«Ma che, questo! Ha fatto ben altro!»
E il terzo:
«Per me ha fatto benissimo. Doveva fare così!»
Il quarto:
«Ma che così e così! Ha fatto malissimo. Doveva fare invece...»
E il quinto:
«Che doveva fare? Ma se non ha fatto niente!»
E sarete capaci d'azzuffarvi per ciò che Moscarda ha fatto o non ha fatto, per
ciò che doveva o non doveva fare, senza voler capire che il Moscarda dell'uno
non è il Moscarda dell’altro; credendo di parlare d'un Moscarda solo, che è
proprio uno, sì, quello che vi sta davanti così e così, come voi lo vedete, come
voi lo toccate; mentre parlate di cinque Moascarda; perché anche gli altri
quattro ne hanno uno davanti. Uno per ciascuno, che è quello solo, così e così,
come ciascuno lo vede e lo tocca. Cinque; e sei, se il povero Moscarda si vede e
si tocca uno anche per sé; uno e nessuno, ahimè, come egli si vede e si tocca,
se gli altri cinque lo vedono e lo toccano altrimenti.
IX. Chiudiamo la parentesi
Tuttavia mi sforzerò di darvi, non dubitate, quella realtà che voi credete
d'avere; cioè a dire, di volervi in me come voi vi volete. Non è possibile,
ormai lo sappiamo bene, giacché, per quanti sforzi io faccia di rappresentarvi a
modo vostro, sarà sempre "un modo vostro" soltanto per me, non "un modo vostro"
per voi e per gli altri.
Ma scusate: se per voi io non ho altra realtà fuori di quella che voi mi date, e
sono pronto a riconoscere e ad ammettere ch’essa non è meno vera di quella che
potrei darmi io; che essa anzi per voi è la sola vera (e Dio sa che cos’è
codesta realtà che voi mi date!); vorreste lamentarvi adesso di quella che vi
darò io, con tutta la buona volontà di rappresentarvi quanto più mi sarà
possibile a modo vostro?
Non presumo che siate come vi rappresento io. Ho affermato già che non siete
neppure quell'uno che vi rappresentate a voi stesso, ma tanti a un tempo,
secondo tutte le vostre possibilità d'essere, e i casi, le relazioni e le
circostanze. E dunque, che torto vi fo io? Me lo fate voi il torto, credendo
ch’io non abbia o non possa avere altra realtà fuori di codesta che mi date voi;
la quale è vostra soltanto, credete: una vostra idea, quella che vi siete fatta
di me, una possibilità d'essere come voi la sentite, come a voi pare, come la
riconoscete in voi possibile; giacché di ciò che possa essere io per me, non
solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso.
X. Due visite
E sono contento che or ora, mentre stavate a leggere questo mio libretto col
sorriso un po' canzonatorio che fin da principio ha accompagnato la vostra
lettura, due visite, una dentro l'altra, siano venute improvvisamente a
dimostrarvi quant'era sciocco quel vostro sorriso.
Siete ancora sconcertato - vi vedo - irritato, mortificato della pessima figura
che avete fatto col vostro vecchio amico, mandato via poco dopo sopravvenuto il
nuovo, con una scusa meschina, perché non resistevate più a vedervelo davanti, a
sentirlo parlare e ridere in presenza di quell'altro. Ma come? mandarlo via
così, se poco prima che quest'altro arrivasse, vi compiacevate tanto a parlare e
ridere con lui?
Mandato via. Chi? Il vostro amico? Credete sul serio d'aver mandato via lui?
Rifletteteci un poco.
Il vostro vecchio amico, in sé e per sé, non aveva nessuna ragione d'esser
mandato via, sopravvenendo il nuovo. I due, tra loro, non si conoscevano
affatto, li avete presentati voi l'uno all'altro; e potevano insieme trattenersi
una mezz'oretta nel vostro salotto a chiacchierare del più e del meno. Nessun
imbarazzo né per l'uno né per l'altro.
L'imbarazzo l'avete provato voi, e tanto più vivo e intollerabile, quanto più,
anzi, vedevate quei due a poco a poco acconciarsi tra loro a fare accordo
insieme. L'avete subito rotto quell'accordo. Perché? Ma perché voi (non volete
ancora capirlo?) voi, all'improvviso, cioè all'arrivo del vostro nuovo amico, vi
siete scoperto due, uno così dall'altro diverso, che per forza a un certo punto,
non resistendo più, avete dovuto mandarne via uno. Non il vostro vecchio amico,
no, avete mandato via voi stesso, quell'uno che siete per il vostro vecchio
amico, perché lo avete sentito tutt'altro da quello che siete, o volete essere,
per il nuovo.
Incompatibili non erano tra loro quei due, estranei l'uno all'altro,
garbatissimi entrambi e fatti fors’anche per intendersi a maraviglia; ma i due
voi che all'improvviso avete scoperto in voi stesso. Non avete potuto tollerare
che le cose dell’uno fossero mescolate con quelle dell'altro, non avendo esse
propriamente nulla di comune tra loro. Nulla, nulla, giacché voi per il vostro
vecchio amico avete una realtà e un'altra per il nuovo, così diverse in tutto da
avvertire voi stesso che rivolgendovi all'uno, l'altro sarebbe rimasto a
guardarvi sbalordito; non vi avrebbe più riconosciuto; avrebbe esclamato tra sé:
«Ma come? è questo? è così?»
E nell'imbarazzo insostenibile di trovarvi, così, due, contemporaneamente, avete
cercato una scusa meschina per liberarvi, non d'uno di loro, ma d'uno dei due
che quei due vi costringevano a essere a un tempo.
Su su, tornate a leggere questo mio libretto, senza più sorridere come avete
fatto finora.
Credete pure che, se qualche dispiacere ha potuto recarvi l'esperienza or ora
fatta, quest'è niente, mio caro, perché voi non siete due soltanto, ma chi sa
quanti, senza saperlo, e credendovi sempre uno.
Andiamo avanti.
I. Com'erano per me Marco di Dio e
sua moglie Diamante
Dico "erano"; ma forse sono in vita ancora. Dove? Qua ancora, forse, che potrei
vederli domani. Ma qua, dove? Non ho più mondo per me; nulla posso sapere del
loro, dov'essi si fingono d'essere. So di certo che vanno per via, se domani li
incontro per via. Potrei domandare a lui:
«Tu sei Marco di Dio?»
E lui mi risponderebbe:
«Sì. Marco di Dio.»
«E cammini per questa via?
«Sì. Per questa via.»
«E codesta è tua moglie Diamante?»
«Sì. Mia moglie Diamante.»
«E questa via si chiama così e così?»
«Così e così. E ha tante case, tante traverse, tanti lampioni,e via
discorrendo.»
Come in una grammatica d'Orlendorf.
Ebbene, questo mi bastava allora, come adesso a voi, per stabilire la realtà di
Marco di Dio e di sua moglie Diamante e della via per cui potrei ancora
incontrarli, come allora li incontravo. Quando? Oh, non molti anni fa. Che bella
precisione di spazio e di tempo! La via, cinque anni fa.
L'eternità s’è sprofondata per me, non tra questi cinque anni solamente, ma tra
un minuto e l'altro. E il mondo in cui vivevo allora mi pare più lontano della
più lontana stella del cielo.
Marco di Dio e sua moglie Diamante mi sembravano due sciagurati, a cui però la
miseria, se da un canto pareva avesse persuaso essere inutile ormai che si
lavassero la faccia ogni mattina, certo dall'altro poi persuadeva ancora di non
lasciare nessun mezzo intentato, non già per guadagnare quel poco ogni giorno
che bastasse almeno a sfamarli, ma per diventare dall'oggi al domani milionarii:
mi-lio-na-ri-i come diceva lui sillabando, con gli occhi truci, sbarrati.
Ridevo allora, e tutti con me ridevano nel sentirgli dire così. Ora ne provo
raccapriccio, considerando che potevo riderne solo perché non m'era ancora
avvenuto di dubitare di quella corroborante provvidenzialissima cosa che si
chiama la regolarità delle esperienze; per cui potevo stimare un sogno buffo che
si potesse diventare milionari dall'oggi al domani. Ma se questo, ch’è stato già
dimostrato un sottilissimo filo, voglio dire della regolarità delle esperienze,
si fosse spezzato in me? se per il ripetersi di due o tre volte avesse
acquistato invece regolarità per me questo sogno buffo? Anche a me allora
sarebbe riuscito impossibile dubitare che realmente si possa da un giorno
all'altro diventare milionarii. Quanti conservano la beata regolarità delle
esperienze non possono immaginare quali cose possono essere reali o verosimili
per chi viva fuori d'ogni regola, come appunto quell'uomo lì.
Si credeva inventore.
E un inventore, signori miei, un bel giorno, apre gli occhi, inventa una cosa, e
là: diventa milionario!
Tanti ancora lo ricordano come un selvaggio, appena venuto dalla campagna a
Richieri. Ricordano che fu accolto allora nello studio d'uno dei nostri più
reputati artisti, ora morto; e che in poco tempo vi aveva imparato a lavorare
con molta perizia il marmo. Se non che il maestro, un giorno, volle prenderlo a
modello per un suo gruppo che, esposto in gesso in una mostra d'arte, divenne
famoso sotto il titolo Satiro e fanciullo.
Aveva potuto l'artista tradurre senza danno nella creta una visione fantastica,
non certo castigata ma bellissima, e compiacersene e averne lode.
Il delitto era nella creta.
Non sospettò il maestro che in quel suo scolaro potesse sorgere la tentazione di
tradurre a sua volta quella visione fantastica, dalla creta ov'era lodevolmente
fissata per sempre, in un movimento momentaneo e non più lodevole, mentre,
oppresso dall'afa d'un pomeriggio estivo, sudava nello studio a sbozzare nel
marmo quel gruppo.
Il fanciullo vero non volle avere la sorridente docilità che il finto dava a
vedere nella creta; gridò aiuto; accorse gente; e Marco di Dio fu sorpreso in un
atto che era della bestia sorta in lui d'improvviso in quel momento d'afa.
Ora, siamo giusti: bestia, sì; schifosissima, in quell'atto; ma per tanti altri
atti onestamente attestati, non era più forse Marco di Dio anche quel buon
giovine che il suo maestro dichiarò d'aver sempre conosciuto nel suo sbozzatore?
So che offendo con questa domanda la vostra moralità. Difatti mi rispondete che
se in Marco di Dio poté sorgere una tale tentazione è segno evidente ch’egli non
era quel buon giovine che il suo maestro diceva. Potrei farvi osservare intanto,
che di simili tentazioni (e anche di più turpi) sono pur piene le vite dei
santi. I santi le attribuivano alle demonia e con l'aiuto di Dio, potevano
vincerle. Così anche i freni che abitualmente imponete a voi stessi impediscono
di solito a quelle tentazioni di nascere in voi, o che in voi scappi fuori
all'improvviso il ladro o l'assassino. L'oppressione dell'afa d'un pomeriggio
estivo non è mai riuscita a liquefare la crosta della vostra abituale probità né
ad accendere in voi momentaneamente la bestia originaria. Potete condannare.
Ma se io ora mi metto a parlarvi di Giulio Cesare, la cui gloria imperiale vi
riempie di tanta ammirazione?
«Volgarità!» esclamate. «Non era più, allora, Giulio Cesare. Lo ammiriamo là
dove Giulio Cesare era veramente lui.»
Benissimo. Lui. Ma vedete? Se Giulio Cesare era lui soltanto là dove voi
l'ammirate, quando non era più là, dov'era? chi era? nessuno, uno qualunque? e
chi?
Bisognerà domandarlo a Calpurnia sua moglie, o a Nicomede re di Bitinia.
Batti e batti, alla fine v'è entrato in mente anche questo: che Giulio Cesare,
uno, non esisteva. Esisteva, sì, un Giulio Cesare qual egli, in tanta parte
della sua vita, si rappresentava; questo aveva senza dubbio un valore
incomparabilmente più grande degli altri; non però quanto a realtà, vi prego di
credere perché non meno reale di questo Giulio Cesare imperiale era quel lezioso
fastidioso tutto raso e discinto e infedelissimo di sua moglie Calpurnia: o
quello impudicissimo di Nicomede re di Bitinia.
Il guajo è questo, sempre, signori: che dovevano tutti quanti esser chiamati con
quel nome solo di Giulio Cesare, e che in un solo corpo di sesso maschile
dovevano coabitare tanti e anche una femmina; la quale, volendo esser femmina e
non trovandone il modo in quel corpo maschile, dove e come poté, innaturalmente
lo fu, e impudicissima e anche più volte recidiva.
Il satiro in quel povero Marco di Dio scappò fuori, a buon conto, una volta sola
e tentato da quel gruppo del suo maestro. Sorpreso in quell'atto d'un momento,
fu condannato per sempre. Non trovò nessuno che volesse avere considerazione di
lui; e, uscito dal carcere, si diede ad almanaccare i più bislacchi disegni per
sollevarsi dall'ignominiosa miseria in cui era caduto, a braccetto con una
donna, la quale un bel giorno era venuta a lui, nessuno sapeva come né da che
parte.
Diceva da una decina d'anni che sarebbe partito per l'Inghilterra la settimana
ventura. Ma erano forse passati per lui questi dieci anni? Erano passati per
coloro che glielo sentivano dire. Egli era sempre deciso a partire per
l'Inghilterra la settimana ventura. E studiava l'inglese. O almeno, da anni
teneva sotto il braccio una grammatica inglese, aperta e ripiegata sempre allo
stesso punto, sicché quelle due pagine dell'apertura con lo strusciare del
braccio e il sudicio della giacca erano ridotte ormai illeggibili, mentre le
seguenti erano rimaste incredibilmente pulite. Ma fin dove era il sudicio egli
sapeva. E di tratto in tratto, andando per via, rivolgeva di sorpresa,
aggrondato, qualche domanda alla moglie, come a saggiarne la prontezza e la
maturità:
«Is Jane a happy child?»
E la moglie rispondeva pronta e seria:
«Yes, Jane is a happy child.»
Perché anche la moglie la settimana ventura sarebbe partita per l'Inghilterra
con lui.
Era uno sgomento, e insieme una pietà, questo spettacolo d'una donna, com'egli
fosse riuscito ad attirarla, e farla vivere da cagna fedele in quel suo sogno
buffo, di diventar milionario dall'oggi al domani con un'invenzione, per
esempio, di "cessi inodori per paesi senz'acqua nelle case". Ridete? La loro
serietà era così truce per questo; dico, perché tutti ne ridevano. Era anzi
feroce. E tanto più feroce diventava quanto più crescevano, attorno ad essa, le
risa.
E ormai erano arrivati a tal punto, che se qualcuno per caso si fermava ad
ascoltare i loro disegni senza riderne, essi, anziché compiacersene, gli
lanciavano oblique occhiatacce, non pur di sospetto, anche d'odio. Perché la
derisione degli altri era ormai l'aria in cui quel loro sogno respirava. Tolta
la derisione, rischiavano di soffocare.
Mi spiego perciò come per loro il peggior nemico fosse stato mio padre.
Non si permetteva infatti solamente con me mio padre quel lusso di bontà di cui
ho parlato più sù. Si compiaceva anche d'agevolare, con munificenza che non si
stancava, e ridendo di quel suo particolar sorriso, le stolide illusioni di
certuni che, come Marco di Dio, venivano a piangere davanti a lui la loro
infelicità di non aver tanto da ridurre a effetto i loro disegni, il loro sogno:
la ricchezza!
«Quanto?» domandava mio padre.
Oh, poco. Perché era sempre poco ciò che bastava a costoro per diventar ricchi:
mi-lio-na-ri-i. E mio padre dava.
«Ma come! dicevi che ci voleva così poco...»
«Già. Non avevo calcolato bene. Ma adesso, proprio...»
«Quanto?»
«Oh, poco!»
E mio padre dava, dava. Ma poi, a un certo punto, basta. E quelli allora, com'è
facile intendere, non gli restavano grati del non aver voluto godere
beffardamente fin all'ultimo della loro totale disillusione e del potere
attribuire a lui invece, senza rimorso, il fallimento, sul meglio, delle loro
illusioni. E nessuno con più accanimento di costoro si vendicava chiamando mio
padre usurajo.
Il più accanito di tutti era stato questo Marco di Dio. Il quale ora, morto mio
padre, rovesciava su me, e non senza ragione, il suo odio feroce. Non senza
ragione, perché anch’io, quasi a mia insaputa, seguitavo a beneficarlo. Lo
tenevo alloggiato in una catapecchia di mia proprietà, di cui né Firbo né
Quantorzo gli avevano mai richiesto la pigione. Ora questa catapecchia appunto
mi diede il mezzo di tentare su lui il mio primo esperimento.
II. Ma fu totale
Totale, perché bastò muovere in me appena appena, così per giuoco, la
volontà di rappresentarmi diverso a uno dei centomila in cui vivevo, perché
s’alterassero in centomila modi diversi tutte le altre mie realtà.
E per forza questo giuoco, se considerate bene, doveva fruttarmi la pazzia. O
per dir meglio, quest'orrore: la coscienza della pazzia, fresca e chiara,
signori, fresca e chiara come una mattinata d'aprile, e lucida e precisa come
uno specchio.
Perché, incamminandomi verso quel primo esperimento, andavo a pórre
graziosamente la mia volontà fuori di me, come un fazzoletto che mi cavassi di
tasca. Volevo compiere un atto che non doveva esser mio, ma di quell'ombra di me
che viveva realtà in un altro; così solida e vera che avrei potuto togliermi il
cappello e salutarla, se per dannata necessità non avessi dovuto incontrarla e
salutarla viva, non propriamente in me, ma nel mio stesso corpo, il quale, non
essendo per sé nessuno, poteva esser mio ed era mio in quanto rappresentava me a
me stesso, ma poteva anche essere ed era di quell'ombra, di quelle centomila
ombre che mi rappresentavano in centomila modi vivo e diverso ai centomila
altri.
Difatti, non andavo forse incontro al signor Vitangelo Moscarda per giocargli un
brutto tiro? Eh! signori, sì, un brutto tiro (scusatemi tutti questi
ammiccamenti; ma ho bisogno di ammiccare, d'ammiccare così, perché, non potendo
sapere come v'appaio in questo momento, tiro anche, con questi ammiccamenti, a
indovinare) cioè, a fargli compiere un atto del tutto contrario a lui e
incoerente: un atto che, distruggendo di colpo la logica della sua realtà, lo
annientasse così agli occhi di Marco di Dio come di tanti altri?
Senza intendere, sciagurato! che la conseguenza d'un simile atto non poteva
esser quella che m'immaginavo: di presentarmi cioè a domandare a tutti, dopo:
«Vedete adesso, signori, che non è vero niente che io sia quell'usurajo che voi
volete vedere in me?»
Ma quest'altra, invece: che tutti dovessero esclamare, sbigottiti:
«O oh! sapete? l'usurajo Moscarda è impazzito!»
Perché l'usurajo Moscarda poteva sì impazzire, ma non si poteva distruggere così
d'un colpo, con un atto contrario a lui e incoerente. Non era un'ombra da
giocarci e da pigliare a gabbo, l'usurajo Moscarda: un signore era da trattare
coi dovuti riguardi, alto un metro e sessantotto, rosso di pelo come papà, il
fondatore della banca, con le sopracciglia, sì, ad accento circonflesso e quel
naso che gli pendeva verso destra come a quel caro stupido Gengè di mia moglie
Dida: un signore, insomma, che Dio liberi, impazzendo, rischiava di trascinarsi
al manicomio con sé tutti gli altri Moscarda ch’io ero per gli altri e anche, oh
Dio, quel povero innocuo Gengè di mia moglie Dida; e, se permettete, anche me
che, leggero e sorridente, ci avevo giocato.
Rischiai, cioè, rischiammo tutti quanti, come vedrete, il manicomio, questa
prima volta; e non ci bastò. Dovevamo anche rischiar la vita, perché io mi
riprendessi e trovassi alla fine (uno, nessuno e centomila) la via della salute.
Ma non anticipiamo.
III. Atto notarile
Mi recai dapprima nello studio del notaro Stampa, in Via del Crocefisso, numero
24. Perché (eh, questi sono sicurissimi dati di fatto) a dì... dell'anno...,
regnando Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e volontà della nazione re
d'Italia nella nobile città di Richieri, in Via del Crocefisso, al numero civico
24, teneva studio di regio notaro il signor Stampa cavalier Elpidio, d’anni 52 o
53.
«Ci sta ancora? Al numero 24? Lo conoscete tutti il notaro Stampa?»
Oh, e allora possiamo essere sicuri di non sbagliare. Quel notaro Stampa là, che
conosciamo tutti. Va bene? Ma io ero, entrando nello studio, in uno stato
d'animo, che voi non vi potete immaginare. Come potreste immaginarvelo, scusate,
se vi pare ancora la cosa più naturale del mondo entrare nello studio d'un
notaro per stendere un atto qualsiasi, e se dite che lo conoscete tutti questo
notaro Stampa?
Vi dico che io ci andavo, quel giorno, per il mio primo esperimento. E insomma,
lo volete fare anche voi, sì o no, questo esperimento con me, una buona volta?
dico, di penetrare lo scherzo spaventoso che sta sotto alla pacifica naturalezza
delle relazioni quotidiane, di quelle che vi paiono le più consuete e normali, e
sotto la quieta apparenza della così detta realtà delle cose? Lo scherzo, santo
Dio, per cui pure v'accade d'arrabbiarvi ogni cinque minuti e di gridare
all’amico che vi sta accanto:
«Ma scusa! ma come non vedi questo? sei cieco?»
E quello no, non lo vede, perché vede un'altra cosa lui, quando voi credete che
debba vedere la vostra, come pare a voi. La vede invece come pare a lui, e per
lui dunque il cieco siete voi.
Questo scherzo, io dico; com'io già lo avevo penetrato.
Ora entravo io quello studio, carico di tutte le riflessioni e considerazioni
covate così lungamente; e me le sentivo come friggere dentro, insieme in gran
subbuglio; e mi volevo intanto tenere così, in una lucida fissità, in una quasi
immobile rigidezza, mentre figuratevi in quale risata fragorosa mi veniva di
prorompere nel vedermelo davanti serio serio, poverino quel signor notaro
Stampa, senza il minimo sospetto ch’io potessi per me non essere quale mi vedeva
lui, e sicurissimo d'esser lui per me quello stesso che ogni giorno
nell'annodarsi la cravattina nera davanti allo specchio si vedeva, con tutte le
sue cose attorno.
Capite adesso? Mi veniva d'ammiccare, d'ammiccare anche di lui, per
significargli furbescamente "Bada sotto! Bada sotto!". Mi veniva anche, Dio mio
di cacciar fuori all'improvviso la lingua, di smuovere il naso con una subitanea
smusatina per alterargli a un tratto, così per gioco e senza malizia,
quell'immagine di me ch’egli credeva vera. Ma serio eh? Serio, sù, serio.
Dovevo far l'esperimento.
«Dunque, signor notaro, eccomi qua. Ma scusi, lei sta sempre sprofondato in
questo silenzio?»
Si voltò brusco a quadrarmi. Disse:
«Silenzio. Dove?»
Per Via del Crocefisso era difatti in quel momento un continuo transito di gente
e di vetture.
«Già; non nella via, certo. Ma ci sono qua tutte queste carte, signor notaro,
dietro i vetri impolverati di questi scaffali. Non sente?
Tra turbato e stordito, tornò a squadrarmi; poi tese l'orecchio:
«Che sento?»
«Ma questo raspìo! Ah, le zampine, scusi, le zampine lì del suo canarino; scusi
scusi. Sono unghiute quelle zampine e raspando su lo zinco della gabbia...»
«Già. Sì. Ma che vuol dire?»
«Oh, niente. Non le dà ai nervi, a lei, lo zinco, signor notaro?»
«Lo zinco? Ma chi ci bada? Non l'avverto...»
Eppure, lo zinco, pensi! in una gabbia, sotto le gracili zampine d'un canarino,
nello studio d'un notaro... Ci scommetto che non canta, questo canarino.»
«Nossignore, non canta.»
Cominciava a guardarmi in un certo modo il signor notaro che stimai prudente
lasciar lì il canarino per non compromettere l'esperimento; il quale, almeno in
principio, e segnatamente lì, alla presenza del notaro aveva bisogno che nessun
dubbio sorgesse sulle mie facoltà mentali. E domandai al signor notaro se
sapesse d'una certa casa, sita in via tale numero tale, di pertinenza d'un certo
tale signor Moscarda Vitangelo, figlio del fu Francesco Antonio Moscarda...
«E non è lei?»
«Già, io sì. Sarei io...»
Era così bello peccato! in quello studio di notaro, tra tutti quegli
incartamenti ingialliti in quei vecchi scaffali polverosi, parlare così, come a
una distanza di secoli, d'una certa casa di pertinenza d'un certo tal Moscarda
Vitangelo... Tanto più che, sì, ero io lì; presente e stipulante, in quello
studio di notaro ma chi sa come e dove se lo vedeva lui, il signor notaro, quel
suo studio; che odore ci sentiva diverso da quello che ci sentivo io; e chi sa
come e dov'era, nel mondo del signor notaro, quella certa casa di cui gli
parlavo con voce lontana e io, io, nel mondo del signor notaro, chi sa come
curioso...
Ah, il piacere della storia, signori! Nulla più riposante della storia. Tutto
nella vita vi cangia continuamente sotto gli occhi; nulla di certo; e
quest'ansia senza requie di sapere come si determineranno i casi, di vedere come
si stabiliranno i fatti che vi tengono in tanta ambascia e in tanta agitazione!
Tutto determinato, tutto stabilito, all'incontro, nella storia: per quanto
dolorose le vicende e tristi i casi, eccoli lì, ordinati, almeno, fissati in
trenta, quaranta paginette di libro: quelli, e lì; che non cangeranno mai più
almeno fino a tanto che un malvagio spirito critico non avrà la mala contentezza
di buttare all'aria quella costruzione ideale, ove tutti gli elementi si
tenevano a vicenda così bene congegnati, e voi vi riposavate ammirando come ogni
effetto seguiva obbediente alla sua causa con perfetta logica e ogni avvenimento
si svolgeva preciso e coerente in ogni suo particolare, col signor duca di
Nevers, che il giorno tale, anno tale, ecc. ecc.
Per non guastare tutto, dovetti ricondurmi alla sospesa, temporanea e costernata
realtà del signor notaro Stampa.
«Io, già,» m'affrettai a dirgli. «Sarei io, signor notaro. E la casa, lei non ha
difficoltà, è vero? ad ammettere che è mia, come tutta l'eredità del fu
Francesco Antonio Moscarda mio padre. Già! E che è sfitta adesso questa casa,
signor notaro. Oh piccola, sa... Saranno cinque o sei stanze, con due corpi
bassi - si dice così? - Belli, i corpi bassi... Sfitta dunque, signor notaro; da
poterne disporre a piacer mio. Ora dunque lei...»
E qui mi chinai e a bassa voce, con molta serietà, confidai al signor notaro
l'atto che intendevo fare e che qui, per ora, non posso riferire, perché - gli
dissi:
«Deve restare tra me e lei, signor notaro, sotto il segreto professionale,
fintanto che parrà a me. Siamo intesi?»
Intesi. Ma il signor notaro mi avvertì che per fare quell'atto gli bisognavano
alcuni dati e documenti per cui mi toccava andare al banco, da Quantorzo. Mi
sentii contrariato; tuttavia m'alzai. Come mi mossi, una maledetta voglia mi
sorse di domandare al signor notaro:
«Come cammino? Scusi: mi sappia dire almeno come mi vede camminare!»
Mi trattenni a stento. Ma non potei fare a meno di voltarmi, nell'aprir l'uscio
a vetri, e di dirgli con un sorriso di compassione:
«Già, col mio passo, grazie!»
«Come dice?» domandò, stordito, il signor notaro.
«Ah, niente, dico che me ne vado col mio passo, signor notaro. Ma sa che una
volta io ho veduto ridere un cavallo? Sissignore, mentre il cavallo camminava.
Lei ora va a guardare il muso a un cavallo per vederlo ridere, e poi viene a
dirmi che non l'ha visto ridere. Ma che muso! I cavalli non ridono mica col
muso! Sa con che cosa ridono i cavalli, signor notaro? Con le natiche. Le
assicuro che il cavallo camminando ride con le natiche, sì, alle volte, di certe
cose che vede o che gli passano per il capo. Se lei vuol vederlo ridere il
cavallo, gli guardi le natiche e si stia bene!»
Capisco che non c'entrava dirgli così. Capisco tutto io. Ma se mi rimetto nelle
condizioni d'animo in cui mi trovavo allora, che a vedermi addosso gli occhi
della gente mi pareva di sottostare a un'orribile sopraffazione pensando che
tutti quegli occhi mi davano un'immagine che non era certo quella che io mi
conoscevo ma un'altra che io non potevo né conoscere né impedire; altro che
dirle, mi veniva di farle, di farle, le pazzie, come rotolarmi per le strade o
sorvolarle a passo di ballo, ammiccando di qua, cacciando fuori la lingua e
facendo sberleffi di là... E invece andavo così serio, così serio, io, per via.
E anche voi, che bellezza, andate tutti così serii...
IV. La strada maestra
Mi toccò dunque andare al banco per quelle carte della casa di cui aveva bisogno
il signor notaro.
Erano mie quelle carte, senza dubbio, poiché mia era la casa, e potevo disporne.
Ma se ci pensate bene, quelle carte, benché mie, non avrei potuto averle se non
di furto o strappandole di mano con violenza pazzesca a un altro che agli occhi
di tutti n'era il legittimo proprietario: voglio dire al signor usurajo
Vitangelo Moscarda.
Per me, questo, era evidente, perché io lo vedevo bene fuori, vivo negli altri e
non in me, quel signor usurajo Vitangelo Moscarda. Ma per gli altri che in me
non vedevano invece se non quell'usurajo per gli altri io, là al banco, andavo a
rubarle a me stesso quelle carte o a strapparmele di mano pazzescamente.
Potevo dir forse che non ero io? o che io ero un altro? Né era in nessun modo da
ragionare un atto che agli occhi di tutti voleva appunto apparire contrario a me
stesso e incoerente.
Seguitavo a camminare, come vedete, con perfetta coscienza su la strada maestra
della pazzia, che era la strada appunto della mia realtà, quale mi s'era ormai
lucidissimamente aperta davanti, con tutte le immagini di me, vive, specchiate e
procedenti meco.
Ma io ero pazzo perché ne avevo appunto questa precisa e specchiante coscienza,
voi che pur camminate per questa medesima strada senza volervene accorgere, voi
siete savii, e tanto più quanto più forte gridate a chi vi cammina accanto:
«Io, questo? io, così? Tu sei cieco! tu sei pazzo!»
V. Sopraffazione
Il furto, intanto, non era possibile,
almeno lì per lì. Non sapevo dove stessero quelle carte. L'ultimo dei subalterni
di Quantorzo o di Firbo era in quella banca più padrone di me. Quando vi
entravo, invitato per la firma, gl'impiegati non alzavano nemmeno gli occhi dai
loro registri, e se qualcuno mi guardava, chiarissimamente con lo sguardo
dimostrava di non tenermi in nessun conto.
Eppure lì lavoravano tutti con tanto zelo per me, per ribadire sempre più con
quel loro assiduo lavoro il tristo concetto che in paese si aveva di me, ch’io
fossi un usurajo. E a nessuno passava per il capo ch’io potessi di quel loro
zelo, non che esser grato e disposto a compiacerli della mia lode, sentirmi
offeso.
Ah che rigido e attediato squallore in quella banca! Tutti quei tramezzi vetrati
che correvano lungo i tre stanzoni in fila, tramezzi di vetro diacciato, con
cinque sportellini gialli in ciascuno, come gialla era la cornice e gialla
l'intelaiatura delle ampie lastre; e qua e là macchie d'inchiostro, qua e là
qualche striscia di carta incollata sulla rottura d'una lastra; e il pavimento
di vecchi mattoni di terracotta, strusciato in mezzo, lungo la fila dei tre
stanzoni; strusciato davanti a ogni sportellino: triste corridojo, con quei
vetri dei tramezzi di qua e i vetri delle due ampie finestre di là, per ogni
stanzone, impolverati; e quelle filze di cifre nei muri, a penna, a lapis, sopra
i tavolini sporchi d'inchiostro, tra una finestra e l'altra, sotto le cornici
scrostate di certe telacce affumicate qua e là gonfie e polverose, appese lì; e
un tanfo di vecchio da per tutto, misto con quello acre della carta dei registri
e con quell’alido esalante da un forno giù a pianterreno. E la malinconia
disperata di quelle poche seggiole d'antica foggia, presso i tavolini, su cui
nessuno sedeva, che tutti scostavano e lasciavano lì, fuori di posto, dove e
come per quelle povere seggiole inutili era certo un'offesa e una pena esser
lasciate.
Tante volte, entrando, m'era venuto di far notare:
«Ma perché queste seggiole? Che condanna è la loro, di stare qua, se nessuno se
ne serve?
Me n'ero trattenuto, non già perché avessi avvertito a tempo che in un luogo
come quello la pietà per le seggiole avrebbe fatto strabiliare tutti e rischiavo
fors’anche d'apparir cinico: me n'ero trattenuto, avvertendo invece che avrei
fatto ridere di me per quel badare a una cosa che certamente sarebbe sembrata
stravagante a chi sapeva quanto poco badassi agli affari.
Quel giorno, entrando, trovai i commessi affollati nell'ultimo stanzone, che si
squaccheravano di tanto in tanto in risate assistendo a un diverbio tra Stefano
Firbo e un certo Turolla, burlato da tutti anche per il modo con cui si vestiva.
Una giacca lunga, diceva quel povero Turolla, a lui così corto, lo avrebbe fatto
sembrare più corto. E diceva bene. Ma non s’accorgeva intanto, così tracagnotto
e serio serio, con quei mustacchioni da brigadiere, come gli stava ridicola di
dietro la giacchettina accorciata, che gli scopriva le natiche sode.
Ora lì lì per piangere, avvilito, congestionato, frustato dalle risate dei
colleghi, alzava un braccino e badava a dire a Firbo:
«Oh Dio, come le piglia lei le parole!»
Firbo gli era sopra e gli gridava in faccia, scrollandolo furiosamente per quel
braccio levato:
«Ma che conosci? che conosci? tu neanche lo conosci; eppure ti somiglia!»
Come venni a sapere che si trattava di un tale che aveva chiesto un prestito
alla banca, presentato appunto dal Turolla che diceva di conoscerlo per un
brav'uomo, mentre Firbo sosteneva il contrario, mi sentii stravolgere da un
impeto di ribellione.
Ignorando la tortura segreta del mio spirito, nessuno poté intenderne la
ragione, e tutti restarono quasi basiti quand'io, strappando indietro due o tre
di quei commessi:
«E tu?» gridai a Firbo, «che conosci tu? con qual diritto vuoi importi così a un
altro?»
Firbo si voltò sbalordito a guardarmi e, quasi non credendo a se stesso nel
vedermi così addosso, gridò:
«Sei pazzo?»
Mi venne, non so come, di buttargli in faccia una risposta ingegnosa, che
agghiacciò tutti:
«Sì; come tua moglie, che ti conviene tener chiusa al manicomio!»
Mi si parò davanti pallido e convulso:
«Com'hai detto? Mi conviene?»
Diedi una spallata e seccato dello sgomento che teneva tutti e, nello stesso
tempo, entro di me come improvvisamente assordito dalla coscienza
dell'inopportunità di quella mia intromissione, gli risposi piano, per troncare:
«Ma sì, lo sai bene.»
E non potei udire, come se dopo queste parole fossi diventato subito, non so, di
pietra, ciò che Firbo mi gridò tra i denti prima di scappar via sulle furie. So
che sorridevo mentre Quantorzo, sopravvenuto all'alterco, mi trascinava via con
sé nella stanzetta della direzione. Sorridevo per dimostrare che di quella
violenza non c'era più bisogno e che tutto era finito, quantunque sentissi bene
in me, che in quel momento, pur mentre sorridevo, avrei potuto uccidere
qualcuno, tanto la concitata severità di Quantorzo mi irritava. Nella stanzetta
della direzione mi misi a guardare intorno, stupito io stesso che lo strano
stordimento in cui ero così di colpo caduto non m'impedisse di percepire
lucidamente e precisamente le cose, fin quasi ad avere la tentazione di riderne,
uscendo apposta, tra quella fiera riprensione che Quantorzo mi dava, in qualche
domanda di curiosità infantile su questo o quell'oggetto della stanza. E
intanto, non so, quasi automaticamente pensavo che a Stefano Firbo, da piccolo,
avevano dato i bottoni alla schiena e che sebbene la gobba non gli si vedesse,
tutta la cassa del corpo era però da gobbo: eh sì, su quelle esili e lunghe
zampe da uccello: ma elegante; sì sì: un falso gobbo elegante; ben riuscito.
E, così pensando, mi parve chiaro tutt'a un tratto ch’egli dovesse valersi della
sua non comune intelligenza per vendicarsi contro tutti coloro che, da piccoli,
non avevano avuto come lui i bottoni alla schiena.
Pensavo queste cose, ripeto, come se le pensasse un altro in me, quello che
d'improvviso era diventato così stranamente freddo e svagato, non tanto per
opporre a difesa, se occorresse, quella freddezza, quanto per rappresentare una
parte, dietro la quale mi conveniva tenere ancora nascosto ciò che della
spaventosa verità, che già mi s’era chiarita, m'avveniva sempre più di scoprire:
"Ma sì! è qui tutto," pensavo, "in questa sopraffazione. Ciascuno vuole imporre
agli altri quel mondo che ha dentro, come se fosse fuori, e che tutti debbano
vederlo a suo modo, e che gli altri non possano esservi se non come li vede
lui."
Mi ritornavano davanti agli occhi le stupide facce di tutti quei commessi, e
seguitavo a pensare:
"Ma sì! Ma sì! Che realtà può essere quella che la maggioranza degli uomini
riesce a costituire in sé? Misera, labile, incerta. E i sopraffattori, ecco, ne
approfittano! O piuttosto, s’illudono di poterne profittare, facendo subire o
accettare quel senso e quel valore ch’essi dànno a se stessi, agli altri, alle
cose, per modo che tutti vedano e sentano, pensino e parlino a modo loro."
Mi levai da sedere; m'avvicinai alla finestra con un gran refrigerio; poi mi
voltai verso Quantorzo che, interrotto nel meglio del suo discorso, stava a
guardarmi con tanto d'occhi; e, seguitando il pensiero che mi torturava, dissi:
«Ma che! ma che! s’illudono!»
«Chi s’illude?»
«Quelli che vogliono sopraffare il signor Firbo, per esempio! S’illudono perché
in verità poi, caro mio, non riescono a imporre altro che parole. Parole,
capisci. parole che ciascuno intende e ripete a suo modo. Eh, ma si formano pure
così le cosiddette opinioni correnti! E guai a chi un bel giorno si trovi
bollato da una di queste parole che tutti ripetono. Per esempio: usurajo! Per
esempio: pazzo! Ma di’ un po': come si può star quieti a pensare che c'è uno che
s’affanna a persuadere agli altri che tu sei come ti vede lui, e a fissarti
nella stima degli altri secondo il giudizio che ha fatto di te e ad impedire che
gli altri ti vedano e ti giudichino altrimenti?
Ebbi appena il tempo di notare lo sbalordimento di Quantorzo, che mi rividi
davanti Stefano Firbo. Gli scorsi subito negli occhi che m'era diventato in
pochi istanti nemico. E nemico subito anch’io, allora; nemico, perché non capiva
che, se crude erano state le mie parole, il sentimento che poc'anzi aveva fatto
impeto in me, non era contro di lui direttamente; tanto vero che di quelle
parole ero pronto a chiedergli scusa. Già come ubriaco, feci di più. Com'egli,
venendomi a petto, torbido e minaccioso, mi disse:
«Voglio che tu mi renda conto di ciò che hai detto per mia moglie!»
M'inginocchiai.
«Ma sì! Guarda!» gli gridai, «così!»
E toccai con la fronte il pavimento.
Ebbi subito orrore del mio atto, o meglio, ch’egli potesse credere con Quantorzo
che mi fossi inginocchiato per lui. Li guardai ridendo, e tónfete, tónfete,
ancora due volte a terra, la fronte.
«Tu, non io, capisci? davanti a tua moglie, capisci?
dovresti star così! E io, e
lui, e tutti quanti, davanti ai così detti pazzi, così!»
Balzai in piedi, friggendo. I due si guardarono negli occhi, spaventati. L'uno
domandò all'altro:
«Ma che dice?»
«Parole nuove!» gridai. «Volete ascoltarle? Andate, andate là, dove li tenete
chiusi: andate, andate a sentirli parlare! Li tenete chiusi perché così vi
conviene!»
Afferrai Firbo per il bavero della giacca e lo scrollai, ridendo:
«Capisci, Stefano? Non ce l'ho mica soltanto con te! Tu ti sei offeso. No, caro
mio! Che diceva di te tua moglie? Che sei un libertino, un ladro, un falsario,
un impostore, e che non fai altro che dire bugie! Non è vero. Nessuno può
crederlo. Ma prima che tu la chiudessi, eh? stavamo tutti ad ascoltarla,
spaventati. Vorrei sapere perché!»
Firbo mi guardò appena, si voltò a Quantorzo come a chiedergli consiglio con
scimunita angustia e disse:
«Oh bella! Ma appunto perché nessuno poteva crederlo!»
«Ah no, caro!» gli gridai. «Guardami bene negli occhi!»
«Che intendi dire?»
«Guardami negli occhi!» gli ripetei. «Non dico che sia vero! Stai tranquillo.»
Si sforzò a guardarmi, smorendo.
«Lo vedi?» gli gridai allora, «lo vedi? tu stesso! lo hai anche tu, ora, lo
spavento negli occhi!»
«Ma perché mi stai sembrando pazzo!» mi urlò in faccia, esasperato.
Scoppiai a ridere, e risi a lungo, a lungo, senza potermi frenare, notando la
paura, lo scompiglio che quella mia risata cagionava a tutt'e due.
M'arrestai d'un tratto, spaventato a mia volta dagli occhi con cui mi
guardavano. Quel che avevo fatto, quel che dicevo non aveva certo né ragione né
senso per loro. Per ripigliarmi, dissi bruscamente:
«Alle corte. Ero venuto qua, oggi, per domandarvi conto d'un certo Marco di Dio.
Vorrei sapere com'è che costui da anni non paga più la pigione, e ancora non gli
si fanno gli atti per cacciarlo via. »
Non m'aspettavo di vederli cascare, a questa domanda, in un più grande stupore.
Si guardarono come per trovare ciascuno nella vista dell'altro un sostegno che
li aiutasse a sorreggere l'impressione che ricevevano di me, o piuttosto, d'un
essere sconosciuto che insospettatamente scoprivano in me all'improvviso.
«Ma che dici? che discorsi fai?» domandò Quantorzo.»
«Non vi raccapezzate? Marco di Dio. Paga o non paga la pigione?»
Seguitarono a guardarsi a bocca aperta. Scoppiai di nuovo a ridere; poi d'un
tratto mi feci serio e dissi come a un altro che mi stésse di fronte, spuntato
lì per lì davanti a loro:
«Quando mai tu ti sei occupato di codeste cose?»
Più che mai stupiti, quasi atterriti, rivolsero gli occhi a cercare in me chi
aveva proferito le parole ch’essi avevano pensato e che stavano per dirmi. Ma
come! Le avevo dette io?
«Sì» seguitai, serio. «Tu sai bene che tuo padre lo lasciò lì per tanti anni
senza molestarlo, questo Marco di Dio. Come t'è venuto in mente, adesso?»
Posai una mano su la spalla di Quantorzo e con un'altr'aria, non meno seria, ma
gravata d'un'angosciosa stanchezza, soggiunsi:
«T'avverto, caro mio, che non sono mio padre.»
Poi mi voltai a Firbo e, posandogli l'altra mano sulla spalla:
«Voglio che tu gli faccia subito gli atti. Lo sfratto immediato. Il padrone sono
io, e comando io. Voglio poi l'elenco delle mie case con gli incartamenti di
ciascuna. Dove sono?» Parole chiare. Domande precise. Marco di Dio. Lo sfratto.
L'elenco delle case. Gl'incartamenti. Ebbene, non mi capivano. Mi guardavano
come due insensati. E dovetti ripetere più volte quel che volevo e farmi
condurre allo scaffale dove si trovava l'incartamento di quella casa che
bisognava al notaro Stampa. Quando fui nello stanzino ov'era quello scaffale,
presi per le braccia Firbo e Quantorzo, che mi avevano condotto lì come due
automi, e li misi fuori, richiudendo l'uscio alle loro spalle.
Sono sicuro che dietro quell'uscio rimasero ancora un pezzo a guardarsi negli
occhi, istupiditi, e che poi uno disse all'altro:
«Dev'essersi impazzito!»
VI. Il furto
Quello scaffale, appena fui solo, mi occupò subito, come un incubo. Proprio come
viva per sé ne avvertii la presenza ingombrante, d'antico inviolato custode di
tutti gli incartamenti di cui era gravido, così vecchio, pesante e tarlato.
Lo guardai, e subito mi guardai attorno, con gli occhi bassi.
La finestra; una vecchia seggiola impagliata; un tavolino ancora più vecchio,
nudo, nero e coperto di polvere; non c'era altro lì dentro.
E la luce filtrava squallida dai vetri così intonacati di ruggine e polverosi,
che lasciavano trasparire appena le sbarre dell'inferriata e i primi tegoli
sanguigni d'un tetto, su cui la finestra guardava i tegoli di quel tetto, il
legno verniciato di quelle imposte di finestra, quei vetri per quanto sudici:
immobile calma delle cose inanimate.
E pensai all'improvviso che le mani di mio padre s’erano levate cariche d'anelli
lì dentro a prendere gl'incartamenti dai palchetti di quello scaffale; e le
vidi, come di cera, bianche, grasse, con tutti quegli anelli e i peli rossi sul
dorso delle dita; e vidi gli occhi di lui, come di vetro, azzurri e maliziosi,
intenti a cercare in quei fascicoli.
Allora, con raccapriccio, a cancellare lo spettro di quelle mani, emerse ai miei
occhi e si impose lì, solido, il volume del mio corpo vestito di nero; sentii il
respiro affrettato di questo corpo entrato lì per rubare; e la vista delle mie
mani che aprivano gli sportelli di quello scaffale mi diede un brivido alla
schiena. Serrai i denti; mi scrollai; pensai con rabbia:
«Dove sarà, tra tanti incartamenti, quello che mi serve?»
E tanto per far subito qualche cosa, cominciai a tirar giù a bracciate i
fascicoli e a buttarli sul tavolino. A un certo punto le braccia mi
s’indolenzirono, e non seppi se dovessi piangerne o riderne. Non era uno scherzo
quel rubare a me stesso?
Tornai a guardarmi intorno, perché improvvisamente non mi sentii più, là dentro,
sicuro di me. Stavo per compiere un atto. Ma ero io? Mi risalì l'idea che
fossero entrati lì tutti gli estranei inseparabili da me, e che stéssi a
commettere quel furto con mani non mie.
Me le guardai.
Sì: erano quelle che io mi conoscevo. Ma appartenevano forse soltanto a me?
Me le nascosi subito dietro la schiena; e poi, come se non bastasse, serrai gli
occhi.
Mi sentii in quel bujo una volontà che si smarriva fuori d'ogni precisa
consistenza; e n'ebbi un tale orrore, che fui per venir meno anche col corpo;
protesi istintivamente una mano per sorreggermi al tavolino; sbarrai gli occhi:
«Ma sì! ma sì!» dissi. «Senza nessuna logica! senza nessuna logica! così!»
E mi diedi a cercare tra quelle carte.
Quanto cercai? Non so. So che quella rabbia di nuovo cedette a un certo punto, e
che una più disperata stanchezza mi vinse, ritrovandomi seduto sulla seggiola
davanti a quel tavolino, tutto ormai ingombro di carte ammonticchiate, e con
un'altra pila di carte io stesso qua sulle ginocchia, che mi schiacciava. Vi
abbandonai la testa e desiderai desderai proprio di morire, se questa
disperazione era entrata in me da non poter più lasciare di condurre a fine
quell'impresa inaudita.
E ricordo che lì, con la testa appoggiata sulle carte, tenendo gli occhi chiusi
forse a frenar le lagrime, udivo come da una infinita lontananza, nel vento che
doveva essersi levato fuori, il lamentoso chioccolare d'una gallina che aveva
fatto l'uovo e che quel chioccolìo mi richiamò a una mia campagna, dove non ero
più stato fin dall'infanzia; se non che, vicino, di tratto in tratto, m'irritava
lo scricchiolìo dell'imposta della finestra urtata dal vento. Finché due picchi
all'uscio inattesi non mi fecero sobbalzare. Gridai con furore:
«Non mi seccate!»
E subito mi ridiedi a cercare accanitamente.
Quando alla fine trovai il fascicolo con tutti gl'incartamenti di quella casa,
mi sentii come liberato; balzai in piedi esultante, ma subito dopo mi voltai a
guardar l'uscio. Fu così rapido questo cangiamento dall'esultanza al sospetto,
che mi vidi - e n'ebbi un brivido. Ladro! Rubavo. Rubavo veramente. Andavo a
mettermi con le spalle contro quell'uscio; mi sbottonavo il panciotto; mi
sbottonavo il petto della camicia e vi cacciavo dentro quel fascicolo ch’era
abbastanza voluminoso.
Uno scarafaggio non ben sicuro sulle zampe sbucò in quel punto di sotto lo
scaffale, diretto verso la finestra. Vi fui subito sopra col piede e lo
schiacciai.
Col volto strizzato dallo schifo, rimisi alla rinfusa tutti gli altri
incartamenti dentro lo scaffale, e uscii dallo stanzino.
Per fortuna Quantorzo, Firbo e tutti i commessi erano già andati via; c'era solo
il vecchio custode, che non poteva sospettare di nulla.
Provai nondimeno il bisogno di dirgli qualche cosa:
«Pulite per terra là dentro: ho schiacciato uno scarafaggio.»
E corsi in Via del Crocefisso allo studio del notaro Stampa.
VII. Lo scoppio
Ho ancora negli orecchi lo scroscio dell'acqua che cade da una grondaia
presso il fanale non ancora acceso, davanti alla catapecchia di Marco di Dio,
nel vicolo già bujo prima del tramonto; e vedo lì ferma lungo i muri, per
ripararsi dalla pioggia, la gente che assiste allo sfratto e altra gente che,
sotto gli ombrelli, s’arresta per curiosità vedendo quella ressa e il mucchio
delle misere suppellettili sgomberate a forza ed esposte alla pioggia lì davanti
alla porta tra le strida della signora Diamante che, di tratto in tratto,
scarmigliata, viene anche alla finestra a scagliare certe sue strane
imprecazioni accolte con fischi e altri rumori sguaiati dai monellacci scalzi i
quali senza curarsi della pioggia, ballano attorno a quel mucchio di miseria,
facendo schizzar l'acqua delle pozze addosso ai più curiosi, che ne bestemmiano.
E i commenti:
«Più schifoso del padre!»
«Sotto la pioggia, signori miei! Non ha voluto aspettare neanche domani!»
«Accanirsi così contro un povero pazzo!»
«Usurajo! usurajo!»
Perché io sono lì, presente, apposta, allo sfratto, protetto da un delegato e da
due guardie.
«Usurajo! usurajo!»
E ne sorrido. Forse, sì, un pò pallido. Ma pure con una voluttà che mi tiene
sospese le viscere e mi solletica l'ugola e mi fa inghiottire. Solo che, di
tanto in tanto, sento il bisogno d'attaccarmi con gli occhi a qualche cosa, e
guardo quasi con indolenza smemorata l'architrave della porta di quella
catapecchia, per isolarmi un po' in quella vista, sicuro che a nessuno, in un
momento come quello, potrebbe venire in mente d'alzar gli occhi per il piacere
d'accertarsi che quello è un malinconico architrave, a cui non importa proprio
nulla dei rumori della strada: grigio intonaco scrostato, con qualche
sforacchiatura qua e là, che non prova come me il bisogno d'arrossire quasi per
un'offesa al pudore per conto d'un vecchio orinale sgomberato con gli altri
oggetti dalla catapecchia ed esposto lì alla vista di tutti, su un comodino in
mezzo alla strada.
Ma per poco non mi costò caro questo piacere di alienarmi. Finito lo sgombero
forzato, Marco di Dio, uscendo con sua moglie Diamante dalla catapecchia e
scorgendomi nel vicolo tra il delegato e le due guardie, non poté tenersi, e
mentre stavo a fissar quell'architrave, mi scagliò contro il suo vecchio
mazzuolo di sbozzatore. M'avrebbe certo accoppato, se il delegato non fosse
stato pronto a tirarmi a sé. Tra le grida e la confusione, le due guardie si
lanciarono per trarre in arresto quello sciagurato messo in furore dalla mia
vista; ma la folla cresciuta lo proteggeva e stava per rivoltarsi contro me,
allorché un nero omiciattolo, malandato ma d'aspetto feroce, giovine di studio
del notaro Stampa, montato su di un tavolino là tra il mucchio delle
suppellettili sgomberate in mezzo al vicolo, quasi saltando e con furiosi
gesticolamenti, si mise a urlare:
«Fermi! Fermi! State a sentire! Vengo a nome del notaro Stampa! State a sentire!
Marco di Dio! Dov'è Marco di Dio? Vengo a nome del notaro Stampa ad avvertirlo
che c'è una donazione per lui! Quest'usurajo Moscarda...»
Ero, non saprei dir come, tutto un fremito, in attesa del miracolo: la mia
trasfigurazione, da un istante all'altro, agli occhi di tutti. Ma all'improvviso
quel mio fremito fu come tagliuzzato in mille parti e tutto il mio essere come
scaraventato e disperso di qua e di là a un'esplosione di fischi acutissimi,
misti a urla incomposte e a ingiurie di tutta quella folla al mio nome, non
potendosi capire che la donazione l'avessi fatta io, dopo la feroce crudeltà
dello sgombero forzato.
«Morte! Abbasso!» urlava la folla. «Usurajo! usurajo!»
Istintivamente, avevo alzato le braccia per far segno d'aspettare - ma mi vidi
come in un atto d'implorazione e le riabbassai subito, mentre quel giovine di
studio sul tavolino, sbracciandosi per imporre silenzio, seguitava a gridare:
«No! No! State a sentire! L'ha fatta lui, L'ha fatta lui, presso il notaro
Stampa, la donazione! La donazione d'una casa a Marco di Dio!
Tutta la folla, allora, trasecolò. Ma io ero quasi lontano, disilluso, avvilito.
Quel silenzio della folla, nondimeno, m'attrasse, come quando s’appicca il fuoco
a un mucchio di legna, che per un momento non si vede e non si ode nulla, e poi
qua un tùtolo, là una stipa scattano, schizzano, e infine tutta la fascina
crèpita lingueggiando di fiamme tra il fumo:
«Lui?» «Una casa?» «Come?» «Che casa?» «Silenzio!» «Che dice?» Queste e
altrettali domande cominciarono a scattar dalla folla, propagando rapidamente un
vocìo sempre più fitto e confuso, mentre quel giovane di studio confermava:
«Sì, sì, una casa! la sua casa in Via dei Santi 15. E non basta! Anche la
donazione di diecimila lire per l'impianto e gli attrezzi d'un laboratorio!
Non potei vedere quel che seguì; mi tolsi di goderne, perché mi premeva in quel
momento di correre altrove. Ma seppi di lì a poco qual godimento avrei avuto, se
fossi rimasto.
M'ero nascosto nell'àndito di quella casa in Via dei Santi, in attesa che Marco
di Dio venisse a pigliarne possesso. Arrivava appena, in quell'àndito, il lume
della scala. Quando, seguìto ancora da tutta la folla, egli aprì la porta di
strada con la chiave consegnatagli dal notaro, e mi scorse lì addossato al muro
come uno spettro, per un attimo si scontraffece, arretrando; mi lanciò con gli
occhi atroci uno sguardo, che non dimenticherò mai più; poi, con un arrangolìo
da bestia, che pareva fatto insieme di singhiozzi e di risa, mi saltò addosso
frenetico, e prese a gridarmi, non so se per esaltarmi o per uccidermi,
sbattendomi contro al muro:
«Pazzo! Pazzo! Pazzo!»
Era lo stesso grido dl tutta la folla lì davanti la porta:
«Pazzo! Pazzo! Pazzo!»
Perché avevo voluto dimostrare, che potevo, anche per gli altri non essere
quello che mi si credeva.
I. Con la coda fra le gambe
Mi valse, per fortuna, almeno lì per lì, la considerazione di Quantorzo, che
anche mio padre ai suoi tempi s’era dati "lussi di bontà" come questo mio,
commisti d'una certa allegra ferocia; e che, a lui Quantorzo, non era mai
passato per il capo di poter proporre che mio padre fosse da chiudere in un
manicomio o almeno almeno da interdire come ora Firbo sosteneva a spada tratta
si dovesse fare per me, se si voleva salvare il credito della banca, seriamente
compromesso da quel mio atto pazzesco.
Oh mio Dio, ma non sapevano tutti in paese che negli affari della banca io non
m'ero mai immischiato né punto né poco? Come e perché la minaccia di quel
discredito ora? Che aveva da vedere con quel mio atto la banca?
Già. Ma allora cadeva la considerazione di Quantorzo, intesa a ripararmi dietro
le spalle di mio padre. Che se pur di tanto in tanto aveva avuto di quegli
estri, mio padre; poi nella trattazione degli affari aveva saputo dimostrare
così bene d'aver la testa a segno, che certo a nessuno poteva venire in mente di
chiuderlo in un manicomio o d'interdirlo; mentre la mia dichiarata insipienza e
quel mio disinteressamento mi scoprivano invece pazzo da legare e nient'altro,
buono soltanto a distruggere scandalosamente ciò che mio padre aveva con
nascosta accortezza edificato.
Ah, non c'è che dire, stava tutta dalla parte di Firbo la logica. Ma non stava
meno, se vogliamo, dalla parte di Quantorzo, allorché questi (non ne ho il
minimo dubbio) gli dovette far notare a quattr'occhi che, essendo io il padrone
della banca, quel mio disinteressamento dagli affari e la mia insipienza non
erano da assumere come armi contro di me, perché, grazie ad essi appunto, i veri
padroni là dentro erano divenuti loro due; e che dunque, via, era meglio non
toccare questo tasto e star zitti, almeno fin tanto ch’io non déssi altro segno
di voler commettere nuove pazzie.
Altro, segretamente, dal canto mio, avrei potuto far notare a Firbo, se -
schiacciato com'ero in quel momento dalla prova or ora fatta - non mi fosse
convenuto di starmi con la coda tra le gambe, mentre tra lui e Quantorzo pendeva
quella lite, o meglio, mentre ancora rimaneva incerto se ai miei danni dovesse
prevalere la brama dell'uno di vendicarsi dell'affronto che gli avevo fatto
davanti ai commessi, o non piuttosto l'interessata indulgenza dell'altro.
II. Il riso di Dida
M'ero, mogio mogio, rinchioccito tra le gonnelle di Dida dentro la sorda
tranquilla e oziosa stupidità del suo Gengè, perché apparisse chiaro non pure a
lei ma a tutti che, se si voleva proprio tenere in conto di pazzia l'atto da me
commesso, fosse ritenuto come una pazzia di quel Gengè là, vale a dire piuttosto
un vaporoso e momentaneo capriccio da innocuo sciocco.
E intanto alle sgridate ch’ella gli dava, a quel suo Gengè, io mi sentivo ora
finir lo stomaco da un avvilimento che non so ridire, ora crepare in corpo da
certe risate che non sapevo come trattenere, per l'aspetto che pur dovevo
conservare a lui, non già compunto, Dio liberi! ma anzi da cocciuto che non si
voleva dare al tutto per vinto, anche riconoscendo che, sì, l'aveva fatta un pò
troppo grossa. E la paura, nello stesso tempo, che all'improvviso, non più
contenuta, s’affacciasse da quegli occhi a spiarla di traverso, o prorompesse da
quella bocca in qualche orribile grido l'atroce disperazione della mia angoscia
segreta e inconfessabile.
Ah, inconfessabile, inconfessabile, perché solo del mio spirito, quell'angoscia,
fuori d'ogni forma che potessi fingermi e riconoscere per mia oltre questa qua,
per esempio, che mia moglie dava, vera e tangibile in me, a quel suo Gengè che
le stava davanti e che non ero io; anche se non potevo più dire chi fossi io
allora, e di chi e dove, fuori di lui, quell’angoscia atroce che mi soffocava.
E tanto ormai, fisso in questo tormento, m'ero alienato da me stesso, che come
un cieco davo il mio corpo in mano agli altri, perché ciascuno si prendesse di
tutti quegli estranei inseparabili che portavo in me quell'uno che ero per lui
e, se voleva, lo bastonasse; se voleva, se lo baciasse; o anche andasse a
chiuderlo in un manicomio.
«Qua, Gengè. Siedi qua. Qua, così. Guardami bene negli occhi. Come no? Non vuoi
guardarmi?»
Ah che tentazione di prenderle il viso tra le mani per costringerla a guardare
nell'abisso di due occhi ben altri da quelli da cui voleva essere guardata!
Era lì davanti a me; m'acciuffava con una mano i capelli; mi si metteva a sedere
sulle ginocchia; sentivo il peso del suo corpo.
Chi era?
Nessun dubbio in lei ch’io lo sapessi, chi era.
E io avevo intanto orrore dei suoi occhi che mi guardavano ridenti e sicuri;
orrore di quelle sue fresche mani che mi toccavano certe ch’io fossi come quei
suoi occhi mi vedevano; orrore di tutto quel suo corpo che mi pesava sulle
ginocchia, fiducioso nell'abbandono che mi faceva di sé, senza il più lontano
sospetto che non si désse realmente a me, quel suo corpo, e che io,
stringendomelo tra le braccia, non mi stringessi con quel suo corpo una che
m'apparteneva totalmente, e non un'estranea, alla quale non potevo dire in alcun
modo com'era, perché era per me qual'io appunto la vedevo e la toccavo questa –
così - con questi capelli - e questi occhi - e questa bocca, come nel fuoco del
mio amore gliela baciavo; mentre lei la mia, nel suo fuoco così diverso dal mio,
incommensurabilmente lontano, se tutto per lei, sesso, natura, immagine e senso
delle cose, pensieri e affetti che le componevano lo spirito, ricordi, gusti e
il contatto stesso della mia ruvida guancia sulla sua delicata, tutto, tutto era
diverso; due estranei, stretti così - orrore - estranei, non solo l'uno per
l'altra, ma ciascuno a se stesso, in quel corpo che l'altro si stringeva.
Voi non lo avete mai provato, quest'orrore, lo so; perché avete sempre e
soltanto stretto fra le braccia tutto il vostro mondo nella donna vostra, senza
il minimo avvertimento ch’ella intanto si stringe in voi il suo, che è un altro,
impenetrabile. Eppure basterebbe, per sentirlo, quest'orrore, che voi pensaste
un momento, che so! a un'inezia qualunque, a una cosa che a voi piace e a lei
no: un colore, un sapore, un giudizio su una tal cosa; che non vi facessero
soltanto pensare superficialmente a una diversità di gusti, di sensazioni o
d'opinioni; che gli occhi di lei, mentre voi la guardate, non vedono in voi, e
come i vostri, le cose quali voi le vedete, e che il mondo, la vita, la realtà
delle cose qual'è per voi, come voi la toccate, non sono per lei che vede e
tocca un'altra realtà nelle stesse cose e in voi stesso e in sé, senza che vi
possa dire come sia, perché per lei è quella e non può figurarsi che possa
essere un'altra per voi.
Mi costò molto dissimulare la freddezza d'un rancore che mi sinduriva nell'animo
sempre più, vedendo che Dida, in fondo, per quanto si sforzasse di far viso
fermo, rideva di quello spasso brutale che il suo Gengè s’era preso,
evidentemente senza riflettere che non tutti come lei avrebbero compreso ch’egli
aveva voluto fare una burla e niente più.
«Ma guarda un pò, se sono scherzi da fare! Lo sfratto sotto la pioggia; e
assistervi, provocando l'indignazione di tutti, scioccone! A momenti
t'accoppavano!»
Così mi diceva, e voltava la faccia per nascondere il riso che intanto le
provocava la vista di quel mio rancore, il quale naturalmente nell'aspetto del
suo Gengè, come se lo vedeva ora davanti e come s'immaginava che dovesse essere
in quel momento dello sfratto tra l'indignazione di tutti, le appariva dispetto,
nient'altro che un buffo dispetto di quel suo "scioccone" a causa della burla
mancata e mal compresa.
«Ma che ti figuravi? Ti figuravi che dovessero ridere delle furie di quel pazzo
mentre tu gli facevi buttare in mezzo alla strada i suoi cenci sotto la pioggia?
E intanto lui - guardàtelo là - si teneva in corpo la sorpresa della donazione!
Oh bada che ha ragione il signor Firbo, sai! Cosa da manicomio, uno scherzo di
così cattivo genere, pagarlo a un così caro prezzo. Và là, và là! Pigliati qua
Bibì, e pòrtala un pò fuori.»
Mi vedevo mettere in mano il laccetto rosso della cagnolina; vedevo ch’ella si
chinava, con la facilità con cui sulle loro anche si chinano le donne, per
aggiustare al musetto di Bibì la museruola senza farle male, e restavo lì come
un insensato.
«Che fai? Non vai?»
«Vado...»
Chiusa la porta alle mie spalle, m'appoggiavo al muro del pianerottolo con una
voglia di mettermi a sedere sul primo scalino, per non rialzarmene mai più.
III. Parlo con Bibì
E mi vedo, rasente ai muri, per via, che non so più come né dove guardare, con
quella cagnolina dietro, che pare me lo faccia apposta di dare a vedere che,
com'io non vorrei andare, così non vorrebbe venire con me neanche lei, e si fa
tirare puntando le zampine, finché stizzito non le do uno strattone, a rischio
di spezzare quel laccetto rosso.
Vado a nascondermi a pochi passi da casa, dentro il recinto d'un terreno venduto
per una casa che vi doveva sorgere, grande e chi sa come brutta, a giudicare
dalle altre vicine. Il terreno è scavato in parte per le fondamenta; ma i mucchi
di terra non sono stati portati via; e qua e là sono sparse tra l'erba
ricresciuta folta, le pietre per la fabbrica, come crollate e vecchie prima
d'essere usate.
Seggo su una di queste pietre; guardo il muro che para, alto, bianco, stagliato
nell'azzurro, della casa accanto. Rimasto scoperto, senza una finestra, tutto
così bianco e liscio, quel muro, col sole che ci batte sopra, acceca. Abbasso
gli occhi qua nell'ombra di quest'erba vana, che respira grassa e calda nel
silenzio immobile, tra un brusìo d'insetti minuti; c'è un moscone fosco che mi
dà addosso, ronzando, irritato dalla mia presenza; vedo Bibì che mi s’è acculata
davanti con le orecchie ritte, delusa e sorpresa, come per domandarmi perché
siamo venuti qua, in un luogo che non s’aspettava, ove tra l'altro... ma sì, di
notte, qualcuno, passando...
«Sì, Bibì,» le dico. «Questo puzzo... Lo sento. Ma mi pare il meno, sai? che
possa ormai venirmi dagli uomini. E di corpo. Peggio, quello che esala dai
bisogni dell'anima, Bibì. E veramente sei da invidiare, tu che non puoi averne
sentore.
La tiro a me per le due zampine davanti, e seguito a parlare così.
«Vuoi sapere perché sia venuto a nascondermi qua? Eh, Bibì, perché la gente mi
guarda. Ha questo vizio, la gente, e non se lo può levare. Ci dovremmo allora
levare tutti quelli di portarci per via, a spasso, un corpo soggetto a essere
guardato. Ah, Bibì, Bibì, come faccio? Io non posso più vedermi guardato neanche
da te. Nessuno dubita di quel che vede, e va ciascuno tra le cose, sicuro
ch’esse appaiano agli altri quali sono per lui; figuriamoci poi se c'è chi pensa
che ci siete anche voi bestie che guardate uomini e cose con codesti occhi
silenziosi e chi sa come li vedete, e che ve ne pare. Io ho perduto, perduto per
sempre la realtà mia e quella di tutte le cose negli occhi degli altri, Bibì!
Appena mi tocco, mi manco. Perché sotto il mio stesso tatto suppongo la realtà
che gli altri mi dànno e ch’io non so né potrò mai sapere. Cosicché, vedi? io -
questo che ora ti parla - questo che ora ti tiene così sollevate da terra queste
due zampine - le parole che ti dico, non so, non so proprio, Bibì, chi te le
dica.»
Ebbe a questo punto un soprassalto improvviso, la povera bestiolina, e volle
sguizzarmi dalle mani che le reggevano le due zampine. Senza indugiarmi a
riflettere se quel soprassalto fosse per lo spavento di quel che le avevo detto,
per non spezzargliele, gliele lasciai, e subito allora essa si sfogò abbaiando
contro un gatto bianco intravisto tra l'erba in fondo al recinto: se non che il
laccetto rosso trascinato tra i piedi in corsa a un tratto le s’impigliò in uno
sterpo e le diede un tale strappo, che la fece arrovesciare all'indietro e
rotolare come un batuffolo. Friggendo di rabbia si raddrizzò, ma restò puntata
su le quattro zampe, non sapendo più dove avventare la sua furia interrotta:
guardò di qua, di là: il gatto non c'era più.
Starnutò.
Io potei ridere di quella sua corsa, prima, poi di quel capitombolo
all'indietro, e ora di vederla restar così; tentennai il capo e la richiamai a
me. Se ne venne leggera leggera, quasi ballando sulle esili zampine; quando mi
fu davanti, levò da sé le due anteriori per appoggiarsi a un mio ginocchio,
quasi volesse seguitare il discorso rimasto a mezzo, che invece le piaceva. Eh
sì, perché, parlando, io le grattavo la testa dietro le orecchie.
«No no, basta, Bibì» le dissi. «Chiudiamo gli occhi piuttosto.»
E le presi tra le mani la testina. Ma la bestiola si scrollò, per liberarsi; e
la lasciai.
Poco dopo, sdraiata ai miei piedi, col musino allungato sulle due zampette
davanti, la udii sospirare forte, come se non ne potesse più dalla stanchezza e
dalla noia, che pesavano tanto anche sulla sua vita di povera cagnetta bellina e
vezzeggiata.
IV. La vista degli altri
Perché, quand'uno pensa d'uccidersi, s'immagina morto, non più per sé, ma per
gli altri?
Tumido e livido, come il cadavere d'un annegato, rivenne a galla il mio tormento
con questa domanda, dopo essermi sprofondato per più d'un'ora nella meditazione,
là in quel recinto, se non sarebbe stato quello il momento di farla finita, non
tanto per liberarmi di esso tormento, quanto per fare una bella sorpresa
all'invidia che molti mi portavano o anche per dare una prova dell'imbecillità
che molti altri m'attribuivano.
E allora, tra le diverse immagini della mia morte violenta, come potevo supporre
balzassero improvvise, tra la costernazione e lo sbalordimento, in mia moglie,
in Quantorzo, in Firbo, in tanti e tanti altri miei conoscenti; costringendomi a
rispondere a quella domanda, mi sentii più che mai mancare, perché dovetti
riconoscere che nei miei occhi non c'era veramente una vista per me, da poter
dire in qualche modo come mi vedevo senza la vista degli altri, per il mio
stesso corpo e per ogni altra cosa come potevo figurarmi che dovessero vederli;
e che dunque i miei occhi, per sé, fuori di questa vista degli altri, non
avrebbero più saputo veramente quello che vedevano.
Mi corse per la schiena il brivido d'un ricordo lontano: di quand'ero ragazzo,
che andando sopra pensiero per la campagna m'ero visto a un tratto smarrito,
fuori di ogni traccia, in una remota solitudine tetra di sole e attonita; lo
sgomento che ne avevo avuto e che allora non avevo saputo chiarirmi. Era questo:
l'orrore di qualche cosa che da un momento all’altro potesse scoprirsi a me
solo, fuori della vista degli altri.
Sempre che ci avvenga di scoprire qualcosa che gli altri supponiamo non abbiano
mai veduta, non corriamo a chiamare qualcuno perché subito la veda con noi?
«Oh Dio, che è?
Ove la vista degli altri non ci soccorra a costituire comunque in noi la realtà
di ciò che vediamo, i nostri occhi non sanno più quello che vedono; la nostra
coscienza si smarrisce, perché questa che crediamo la cosa più intima nostra, la
coscienza, vuol dire gli altri in noi; e non possiamo sentirci soli.
Balzai in piedi, esterrefatto. Sapevo, sapevo la mia solitudine; ma ora soltanto
ne sentivo e toccavo veramente l'orrore, davanti a me stesso, per ogni cosa che
vedevo, se alzavo una mano e me la guardavo. Perché la vista degli altri non è e
non può essere nei nostri occhi se non per un'illusione a cui non potevo più
credere; e, in un totale smarrimento, parendomi di vedere quel mio stesso orrore
negli occhi della cagnetta che s’era levata anche lei di scatto e mi guardava,
per togliermela davanti, quell'orrore, le allungai un calcio; ma subito ai
guaiti laceranti della bestiola, mi presi disperatamente la testa tra le mani,
gridando:
«Impazzisco! impazzisco!»
Se non che, non so come, in quel gesto di disperazione tornai a vedermi, e
allora il pianto che stava per prorompermi dal petto mi si mutò d'improvviso in
uno scoppio di riso, e chiamai quella povera Bibì ch’era mezza azzoppata, mi
misi a zoppicare anch’io per burla, e tutto in preda a una gaia smania feroce,
le dissi che avevo giocato, giocato, e che volevo seguitare a giocare. La
bestiolina starnutiva, come per dirmi:
«Rifiuto! rifiuto!»
«Ah sì? Rifiuti, Bibì, rifiuti?
E allora mi misi a starnutire anch’io per rifarle il verso, ripetendo a ogni
starnuto:
«Rifiuto! rifiuto!»
V. Il bel giuoco
Un calcio? io? a quella povera bestiolina.
Gliel'aveva appioppato in campagna un certo ragazzaccio smarrito, per non so che
strano sgomento da cui era stato invaso, di tutto e di niente: d'un niente che
poteva d'improvviso diventare qualche cosa che sarebbe toccato allora di vedere
a lui solo.
Qua in città, ora, per via, non c'era più questo pericolo. Diamine! Ognuno,
bello, dentro l'illusione dell'altro, da poter essere sicuri che tutti gli altri
sbagliavano se dicevano di no, che cioè ciascuno non era come l'altro lo vedeva.
E mi veniva di gridarlo a tutti quanti:
«Ma sì! Eh eh! Giochiamo, giochiamo!»
E anche di farne segno a chi stava per caso a guardare dai vetri di qualche
finestra. Ma sì! Eh eh! Anche aprendo quella finestra per buttarsi di sotto.
«Bel giuoco! E chi sa poi che graziose sorprese, caro signore, cara signora, se,
dopo esservi buttati fuori così d'ogni illusione per voi, poteste ritornare per
un momentino, da morti, a vedere nell'illusione degli altri ancora vivi quel
mondo in cui vi figuraste di vivere! Eh eh!»
Il guajo era che ancora da vivo stavo a vederlo io, questo giuoco, tra gli altri
ancora vivi: benché non lo potessi penetrare E quest'impossibilità di
penetrarlo, pur sapendo ch’era lì negli occhi di tutti, esasperava fino alla
ferocia quella mia smania gaia.
Il calcio poc'anzi sparato alla povera bestiolina perché mi guardava, Dio me lo
perdoni, mi veniva di spararlo a tutti quanti.
VI. Moltiplicazione e sottrazione
Rientrando in casa, vi trovai Quantorzo in seria confabulazione con mia moglie
Dida.
Com'erano a posto, sicuri, seduti tutt'e due nel salottino chiaro in penombra;
l’uno grasso e nero, affondato nel divano verde; l’altra esile e bianca nella
sua veste tutta a falbalà, in punta in punta e di tre quarti sulla poltrona
accanto, con una freccia di sole sulla nuca. Parlavano certo di me, perché, come
mi videro entrare, esclamarono a un tempo:
«Oh, eccolo qua!»
E poiché erano due a vedermi entrare, mi venne la tentazione di voltarmi a
cercare l'altro che entrava con me, pur sapendo bene che il "caro
Vitangelo" del mio paterno Quantorzo non solo era anch’esso in me come il Gengè
di mia moglie Dida, ma che io tutto quanto, per Quantorzo, altri non ero che il
suo caro Vitangelo, proprio come per Dida altri che il suo "Gengè". Due, dunque,
non agli occhi loro, ma soltanto per me che mi sapevo per quei due uno e
uno; il che per me, non faceva un più ma un meno, in quanto voleva dire
che ai loro occhi, io come io, non ero nessuno.
Ai loro occhi soltanto? Anche per me, anche per la solitudine del mio spirito
che, in quel momento, fuori d'ogni consistenza apparente, concepiva l'orrore di
vedere il proprio corpo per sé come quello di nessuno nella diversa incoercibile
realtà che intanto gli davano quei due.
Mia moglie, nel vedermi voltare, domandò.
«Chi cerchi?»
M'affrettai a risponderle, sorridendo:
«Ah, nessuno, cara, nessuno. Eccoci qua!»
Non compresero, naturalmente, che cosa intendessi dire con quel "nessuno"
cercato accanto a me; e credettero che con quell'"eccoci" mi riferissi anche a
loro due, sicurissimi che lì dentro quel salotto fossimo ora in tre e non in
nove; o piuttosto, in otto, visto che io - per me stesso - ormai non contavo
più.
Voglio dire:
1. Dida, com'era per sé;
2. Dida, com'era per me;
3. Dida, com'era per Quantorzo;
4. Quantorzo, com'era per sé;
5. Quantorzo, com'era per Dida;
6. Quantorzo, com'era per me;
7. il caro Gengè di Dida;
8. il caro Vitangelo di Quantorzo.
S’apparecchiava in quel salotto, fra quegli otto che si credevano tre, una bella
conversazione.
VII. Ma io intanto dicevo tra me
(Oh Dio mio, e non sentiranno ora venir meno a un tratto la loro bella
sicurezza, vedendosi guardati da questi miei occhi che non sanno quello che
vedono?
Fermarsi per un poco a guardare uno che stia facendo anche la cosa più ovvia e
consueta della vita; guardarlo in modo da fargli sorgere il dubbio che a noi non
sia chiaro ciò che egli stia facendo e che possa anche non esser chiaro a lui
stesso: basta questo perché quella sicurezza s’aombri e vacilli. Nulla turba e
sconcerta più di due occhi vani che dimostrino di non vederci, o di non vedere
ciò che noi vediamo.
«Perché guardi così?»
E nessuno pensa che tutti dovremmo guardare sempre così, ciascuno con gli occhi
pieni dell'orrore della propria solitudine senza scampo).
VIII. Il punto vivo
Quantorzo, difatti, cominciò presto a turbarsi, non appena i suoi occhi s’infrontarono
coi miei; a smarrirsi, parlando; tanto che senza volerlo accennava di tratto in
tratto di levare una mano, come per dire: "No, aspetta".
Ma non tardai a scoprire l'inganno.
Si smarriva così, non già perché il mio sguardo gli facesse vacillare la
sicurezza di sé, ma perché gli era parso di leggermi negli occhi che io avessi
già compreso la ragione riposta per cui era venuto a farmi quella visita: che
era di legarmi mani e piedi, d'intesa con Firbo, protestando che non avrebbe
potuto più fare il direttore della banca, se io intendevo d'arrogarmi il diritto
di compiere altri atti improvvisi e arbitrarii, di cui né lui né Firbo avrebbero
potuto assumersi la responsabilità.
Allora, certo di questo, mi proposi di sconcertarlo, non però subitaneamente
come avevo fatto l'altra volta parlando e gestendo come un pazzo davanti a lui e
a Firbo, ma al contrario; per il gusto di vedere come se ne sarebbe andato via,
dopo essere venuto così fermo in quel proposito; il gusto, dico, che poteva
darmi quella sua guerriera fermezza di dimostrarmi ancora una volta, senza che
n'avessi più bisogno, come un nonnulla sarebbe bastato a fargliela crollare: una
parola che avrei detta, il tono con cui l'avrei detta, tale da frastornarlo e da
fargli cangiar l'animo, e con l'animo, per forza, tutta quella sua solidissima
realtà, come ora dentro di sé se la sentiva, e fuori se la vedeva e se la
toccava.
Appena mi disse che Firbo specialmente non si poteva dar pace di quanto avevo
fatto, gli domandai con un sorriso fatuo, per farlo stizzire:
«Ancora?»
Difatti si stizzì:
«Ancora? caro mio! Ci hai fatto trovare tutti gl'incartamenti dello scaffale in
tale scompiglio che gli ci vorranno a dir poco due mesi per rimetterli in
ordine.
Mi feci allora molto serio e, rivolto a Dida:
«Vedi, cara, tu che credevi una burla?»
Dida mi guardò subito incerta; poi guardò Quantorzo; poi di nuovo me; e infine
domandò, con apprensione:
«Ma insomma, che hai fatto?»
Con la mano le feci segno d'aspettare. Ancora più serio mi rivolsi a Quantorzo e
gli dissi:
«Ha trovato lo scompiglio nello scaffale il signor Firbo? E perché non ti provi
ora a domandare, tu a me, che cosa ci ho trovato io?»
Ed ecco che Quantorzo s'agitò sul divano e una ventina di volte batté le
pàlpebre come per richiamarsi istintivamente all'attenzione dallo sbalordimento
in cui cadeva, più che per la domanda, per il tono di sfida con cui l'avevo
proferita.
«Che... che vi hai trovato?» balbettò.
Risposi subito, accompagnando le parole col gesto:
«Un palmo di polvere: così!»
Si guardarono negli occhi, storditi; perché quel tono escludeva che per
sciocchezza avessi detto quella cosa in sé sciocca: e nello stordimento
Quantorzo ripeté:
«Un palmo di polvere? che significa?»
«Significa, oh bella, che dormivano tutti quegli incartamenti. Da anni! Un
palmo, dico un palmo di polvere. E difatti, una casa sfitta; e di quell'altra
là, chi sa da quanto tempo non si riscoteva più la pigione!
Quantorzo - non me l'aspettavo - finse lui questa volta di trasecolare più che
mai:
«Ah,» fece, «e tu allora le svegli così, le case: regalandole?»
«No, caro mio,» gli gridai subito, riscaldandomi, un pò, sì, ad arte, ma anche
sul serio un pò. «No, caro mio! Per dimostrarvi che v’ingannate di molto ma di
molto sul conto mio, tu, Firbo, tutti quanti siete! Parlo, parlo, dico
sciocchezze, faccio lo svagato; ma non è vero, sai? perché osservo tutto io,
invece; osservo tutto!»
Quantorzo - questa volta sì, come m'aspettavo - tentò di reagire ed esclamò:
«Ma che osservi? Ma fa’ il piacere! La polvere dello scaffale osservi!»
«E le mie mani,» mi venne d'aggiungere subito, non so perché, presentandole: con
un tal tono di voce che destò all'improvviso in me stesso un brivido,
rivedendomi col pensiero in quello stanzino dello scaffale nell'atto di sollevar
le mani per rubare a me stesso l'incartamento, dopo avere immaginato là dentro
quelle di mio padre, bianche, grasse, piene di anelli e coi peli rossi sul dorso
della dita.
«Vengo alla banca,» seguitai, stanco tutt'a un tratto e nauseato, tra il
crescente sbalordimento dell'una e dell'altro, «vengo alla banca solo quando mi
chiamate a firmare; ma state attenti che non ho neanche bisogno di venirci, io,
alla banca, per sapere tutto ciò che vi si fa.» Guardai di traverso Quantorzo;
mi parve pallidissimo. (Ma oh, badiamo, dico sempre quello mio; perché forse il
Quantorzo di Dida, no, che seppure anche a Dida sarà parso che il suo
impallidisse, avrà forse creduto per isdegno e non per paura, com'io del mio
avrei potuto giurare.) A ogni modo, le mani se le portò subito al petto per
davvero; e gli occhi, tanto d'occhi sgranò nel domandarmi:
«Che ci tieni dunque le spie? Ah dunque tu diffidi di noi?»
«Non diffido, non diffido; non tengo spie,» m'affrettai a rassicurarlo.
«Osservo, fuori, gli effetti delle vostre operazioni; e mi basta. Rispondi a me:
tu e Firbo, è vero? seguite nel trattare gli affari le norme di mio padre?»
«Punto per punto!»
«Non ne dubito. Ma siete riparati, voi, dico per la vostra parte, dall'ufficio
che tenete: l’uno di direttore, l’altro di consulente legale. Mio padre, per
disgrazia, non c'è più. Vorrei sapere chi risponde degli atti della banca
davanti al paese.
«Come, chi risponde?» fece Quantorzo. «Ma noi, noi! E appunto perché ne
rispondiamo noi, vorremmo essere sicuri che tu non abbia ancora a
immischiartene, intervenendo con certi atti; senti, dico inconsulti per non dire
altro!»
Negai prima col dito; poi dissi, placido:
«Non è vero. Voi no; se seguite punto per punto le norme di mio padre. Davanti a
me, tutt'al più, potreste risponderne voi, se non le seguiste e io ve ne
domandassi conto e ragione. Ora dico davanti al paese: chi ne risponde? Ne
rispondo io che firmo i vostri atti: io! io! E mi devo veder questa: che voi la
mia firma sì, la volete sotto tutti gli atti che fate voi; e mi negate poi la
vostra per quell'uno che faccio io.»
Doveva essersi impaurito ben bene, perché a questo punto gli vidi dare tre
allegri balzi sul divano, esclamando:
«Oh bella! oh bella! oh bella! Ma perché noi, i nostri, sono quelli normali
della banca! Mentre il tuo, scusa, me lo fai dire tu, è stato proprio da pazzo!
da pazzo!»
Scattai in piedi; gli appuntai l'indice d'una mano contro il petto, come
un'arma.
«E tu mi credi pazzo?»
«Ma no!» fece, smorendo subito sotto la minaccia di quel dito.
«No, eh?» gli gridai tenendolo fermo con gli occhi. «Resta intanto assodato
questo tra noi, bada!»
Quantorzo, allora, rimasto come a mezz'aria, vagellò; non già perché gli
nascesse lì per lì di nuovo il dubbio ch’io potessi anche esser pazzo per
davvero, no; ma perché, non comprendendo la ragione per cui mi premeva
d'assodare ch’egli non m'aveva per tale, nell'incertezza, temendo un'insidia da
parte mia, quasi quasi si pentiva d'aver detto di no così in prima, e tentò di
disdirsi con un mezzo sorriso.
«No, aspetta... ma devi convenire...»
Che bella cosa! ah che bella cosa! Ora Dida, seguitando a guardare accigliata un
pò me e un pò Quartorzo, dava a vedere chiaramente che non sapeva più che
pensare così di lui come di me. Quel mio scatto, quella mia domanda a
bruciapelo, che per lei – s’intende - erano stati uno scatto e una domanda del
suo Gengè; e del tutto incomprensibili come di lui, se non a patto che Quantorzo
lì presente e il signor Firbo avessero commesso qualche mancanza così enorme da
renderlo ora, Dio mio, proprio irriconoscibile il suo Gengè, di fronte al
momentaneo smarrimento di Quantorzo; quello scatto, dico, e quella domanda
avevano avuto l'effetto di farla dubitare più che mai della posata assennatezza
di quel suo rispettabile Quantorzo. E così palesemente esprimeva con gli occhi
questo dubbio, che Quantorzo, appena pensò di rivolgersi anche a lei, in quel
tentativo di disdirsi col suo mezzo sorriso, più che più si smarrì, avvertendo
subito che gli mancava accanto una certezza di consenso, su cui finora aveva
creduto di potersi fidare.
Scoppiai a ridere; ma né l'uno né l'altra ne indovinarono la ragione; fui
tentato di gridargliela in faccia, scrollandoli: "Ma vedete? vedete? E come
potete essere allora così sicuri se da un minuto all'altro una minima
impressione basta a farvi dubitare di voi stessi e degli altri?".
«Lascia andare!» troncai con un atto di sdegno, per significargli che la stima
che poteva essersi fatta di me, della mia sanità mentale, non aveva più, almeno
per il momento, alcuna importanza. «Rispondi a me. Ho visto alla banca bilance e
bilancine. Vi servono per pesare i pegni, è vero? Ma tu, dimmi un pò: tu, tu,
sulla tua coscienza, li hai mai pesati, tu, col peso che possono avere per gli
altri, codesti che chiami gli atti normali della banca?
A questa domanda Quantorzo si guardò di nuovo attorno, quasi che da altri, oltre
che da me, si sentisse ancora, proditoriamente, tirare fuor di strada.
«Come, sulla mia coscienza?»
«Credi che non c'entri?» ribattei subito. «Eh, lo so! E forse credi che non
c'entri neppure la mia, perché ve l'ho lasciata per tanti anni alla banca, con
tutto l'altro patrimonio, ad amministrare secondo le norme di mio padre.
«Ma la banca...»si provò a obiettare Quantorzo.
Scattai di nuovo:
«La banca... la banca... Non sai veder altro che la banca, tu. Ma tocca a me
poi, fuori, a sentirmi dare dell'usurajo!»
A questa uscita inattesa Quantorzo balzò in piedi a sua volta, come se avessi
detto la più fiera delle bestemmie o la più madornale delle bestialità; e,
fingendo di scapparsene: «Uh, Dio benedetto!» esclamò con le braccia levate; e,
di nuovo: «Uh, Dio benedetto!» ritornando indietro, con la testa tra le mani e
guardando mia moglie, come per dirle: "Ma sente, ma sente che bambinate? E io
che supponevo che avesse da dirmi una cosa seria!". M'afferrò per le braccia,
forse per scuotermi dallo sbalordimento che a mia volta m'aveva cagionato
istintivamente quella sua mimica furiosa e mi gridò:
«Ma ti dai sul serio pensiero di questo? Eh via! eh via!»
E per prendersi la rivincita m'additò in prova a mia moglie che rideva, ah
rideva, si buttava via dalle risa, certo per quello che avevo detto, ma fors’anche
per l'effetto di quelle mie parole su Quantorzo, nonché per lo sbalordimento che
n'era seguito in me e che senza dubbio ridestava in lei finalmente la più
lampante immagine della nota e cara sciocchezza del suo Gengè.»
Ebbene, da quella risata mi sentii ferire all'improvviso come non mi sarei mai
aspettato che potesse accadermi in quel momento, nell'animo con cui un pò m'ero
messo e un pò lasciato andare a quella discussione: ferire addentro in un punto
vivo di me che non avrei saputo dire né che né dove fosse; tanto finora m'era
apparso chiaro ch’io alla presenza di quei due, io come io, non ci fossi, e ci
fossero invece il "Gengè" dell'una e il "caro Vitangelo"dell'altro; nei quali
non potevo sentirmi vivo.
Fuori d'ogni immagine in cui potessi rappresentarmi vivo a me stesso, come
qualcuno anche per me, fuori d'ogni immagine di me quale mi figuravo potesse
essere per gli altri; un "punto vivo" in me s'era sentito ferire così addentro,
che perdetti il lume degli occhi.
«Finiscila di ridere!» gridai, ma con tal voce, a mia moglie, che questa,
guardandomi (e chi sa che viso dovette vedermi) d'un tratto ammutolì,
scontraffacendosi tutta.
«E tu stai bene attento a quello che ti dico,» soggiunsi subito, rivolto a
Quantorzo. «Voglio che la banca sia chiusa questa sera stessa.»
«Chiusa? Che dici?»
«Chiusa! chiusa!» ribattei, facendomegli addosso. «Voglio che sia chiusa. Sono
il padrone, sì o no?»
«No, caro! Che padrone!» insorse. «Non sei mica tu solo il padrone.»
«E chi altri? tu? il signor Firbo?»
«Ma tuo suocero, ma tanti altri!»
«Però la banca porta soltanto il mio nome.»
«No, di tuo padre che la fondò!»
«Ebbene, voglio che sia levato!»
«Ma che levato! Non è possibile!»
«Oh guarda un pò. Non sono padrone del mio nome? del nome di mio padre?»
«No, perché è negli atti di costituzione della banca, quel nome; è il nome della
banca: creatura di tuo padre, tal quale come te! E ne porta il nome con lo
stesso stessissimo tuo diritto!»
«Ah è così.»
«Così, così!»
«E il danaro? Quello che mio padre ci mise, di suo?»
«Ha investito nelle operazioni della banca.»
«E se io non voglio più? Se voglio ritirarlo per investirlo altrimenti, a piacer
mio, non sono padrone?»
«Ma tu così butti all'aria la banca!»
«E che vuoi che me n'importi? Non voglio più saperne, ti dico!»
«Ma importa agli altri, se permetti! Tu rovini gli interessi degli altri, i tuoi
stessi, quelli di tua moglie, di tuo suocero!»
«Nient'affatto! Gli altri facciano quello che vogliono: séguitino a tenerci il
loro: io ritiro il mio.»
«Vorresti mettere dunque in liquidazione la banca?»
«So un corno io di queste cose! So che voglio, "voglio" capisci? voglio ritirare
i miei denari, e basta così!»
Vedo bene adesso che questi violenti diverbii, così a botta e risposta, sono
veri e proprii pugilati tra due avverse volontà che cercano d'accopparsi a
vicenda, colpendo, parando, ribattendo, sicura ciascuna che il colpo assestato
debba atterrare l'altra; fin tanto che all'una e all'altra non venga dalla
resistente durezza d'ogni ribattuta avversaria la prova sempre più convincente
che inutile è insistere poiché l'altra non cede. E la più ridicola figura
l'hanno fatta intanto i pugni veri levandosi istintivamente ad accompagnare
irosi quelli parlati, o meglio, urlati, proprio fino all'altezza del grugno
avversario ma senza toccarlo, e i denti che si serrano e i nasi che s’arricciano
e le ciglia che s’aggrottano e tutta la persona che freme.
Con l'ultima scarica di quei tre "voglio", "voglio", "voglio" dovevo aver bene
ammaccata la resistenza di Quantorzo. Gli vidi congiungere le mani in atto di
preghiera:
«Ma si può sapere almeno perché? Così da un momento all'altro?»
Ebbi, vedendolo in quell'atto, come una vertigine. D'improvviso avvertii che
spiegare lì per lì a lui e a mia moglie che pendevano da me, l’uno supplichevole
e l'altra ansiosa e spaventata, i motivi di quella mia testarda risoluzione, di
tanta gravità per tutti, non mi sarebbe stato possibile. Quei motivi, che pur
sentivo in me aggrovigliati in quel momento e sottili e contorti dai lunghi
spasimi delle mie tante meditazioni, non erano più chiari del resto neanche a me
stesso, strappato dalla concitazione dell'ira a quella terribile fissità di luce
che folgorava tetra da quanto avevo così solitariamente scoperto: tenebra per
tutti gli altri che vivevano ciechi e sicuri nella pienezza abituale dei loro
sentimenti. Avvertii subito che, a svelarne appena appena uno solo, sarei parso
irremissibilmente pazzo all'uno e all'altra: che, per esempio, non m’ero mai
veduto fino a poco tempo addietro com'essi mi avevano sempre veduto, cioè uno
che vivesse tranquillo e svagato sull'usura di quella banca, pur senza doverla
riconoscere apertamente. L'avevo appena appena riconosciuto in loro presenza, ed
ecco che all'uno e all'altra era sembrata un'ingenuità così inverosimile da
suscitare nell'uno quella comica furiosa mimica e nell'altra quell'interminabile
risata. E come dunque dir loro che su questa "ingenuità" appunto, ai loro occhi
quasi incredibile, io fondavo tutto il peso di quella risoluzione? Ma se usurajo
ero sempre stato, sempre, da prima ancora che nascessi? Non m'ero visto io
stesso sulla strada maestra della pazzia incamminato a compiere un atto che agli
occhi di tutti doveva apparire appunto contrario a me stesso e incoerente,
ponendo fuori di me la mia volontà, come un fazzoletto che mi cavassi di tasca?
Non avevo io stesso riconosciuto che il signor usurajo Vitangelo Moscarda poteva
sì impazzire, ma non si poteva in alcun modo distruggere?
Ebbene, ma questo, proprio questo, era il "punto vivo" ferito in me, che
m'accecava e mi toglieva in quel momento la comprensione di tutto: che usurajo
no, quell'usurajo che non ero mai stato per me, ora non volevo più essere
neanche per gli altri e non sarei più stato, anche a costo della rovina di tutte
le condizioni della mia vita. Ed era finalmente in me un sentimento, questo, ben
cementato dalla volontà che mi dava (benché lo avvertissi fin d'allora con una
certa apprensione e diffidenza) la stessa consistente solidità degli altri sorda
e chiusa in sé come una pietra. Sicché bastò che mia moglie, approfittando del
mio improvviso smarrimento, scattasse, imponendo al suo Gengè di finirla una
buona volta con quella ridicola aria di comando che voleva darsi, e mi venisse,
così dicendo, quasi con le mani in faccia, bastò questo perché io perdessi di
nuovo il lume degli occhi e le afferrassi i polsi e scrollandola e respingendola
indietro la ributtassi a sedere sulla poltrona:
«Finiscila tu, col tuo Gengè che non sono io, non sono io, non sono io! Basta
con codesta marionetta! Voglio quello che voglio; e come voglio sarà fatto!»
Mi voltai a Quantorzo.
«Hai capito?»
E uscii, furioso, dal salotto.
I. A tu per tu
Poco dopo, chiuso in camera come una bestia in gabbia, sbuffavo per quella
violenza su mia moglie (la prima) senza potermela levare dagli occhi, nel bianco
vagellare della lieve persona che pareva si sfaldasse tutta agli scrolli con cui
la respingevo indietro, afferrata per i polsi, e la ributtavo a sedere sulla
poltrona.
Ah come lieve, con tutti quei falbalà intorno all'abito di neve, all'urto
brutale della mia violenza!
Rotta ormai, come una fragile bambola, là ributtata con tanta furia sulla
poltrona, non l'avrei di certo raccapezzata più. E tutta la mia vita, qual'era
stata finora con lei, il giuoco di quella bambola: spezzato, finito, forse per
sempre.
L'orrore della mia violenza mi fremeva vivo nelle mani ancora tremanti. Ma
avvertivo che non era tanto della violenza quell'orrore, quanto del cieco
insorgere in me d'un sentimento e d'una volontà che alla fine mi avevano dato
corpo: un bestiale corpo che aveva incusso spavento e rese violente le mie
mani.
Diventavo "uno".
Io.
Io che ora mi volevo così.
Io che ora mi sentivo così.
Finalmente.
Non più usurajo (basta con quella banca): e non più Gengè (basta con quella
marionetta).
Ma il cuore seguitava a tumultuarmi in petto. Mi toglieva il respiro. Aprivo e
chiudevo le mani, affondandomi le unghie nella carne. E appena, senza saperlo,
mi grattavo con una mano il palmo dell'altra, raggirandomi ancora per la stanza,
gangheggiavo come un cavallo che non soffra il morso. Farneticavo.
«Ma io, uno, chi? chi?»
Se non avevo più occhi per vedermi da me come uno anche per me? Gli occhi, gli
occhi di tutti gli altri seguitavo a vedermeli addosso, ma ugualmente senza
poter sapere come ora m'avrebbero veduto in questa mia neonata volontà, se io
stesso non sapevo ancora come sarei consistito per me.
Non più Gengè.
Un altro.
Avevo proprio voluto questo.
Ma che altro avevo io dentro, se non questo tormento che mi scopriva nessuno e
centomila?
Questa mia nuova volontà, questo mio nuovo sentimento potevano insorgere ciechi
per la ferita in un punto vivo di me che non sapevo, ma subito cadevano,
cadevano sotto la terribile fissità di quella luce che folgorava tetra da quanto
avevo scoperto.
Volevo tuttavia intravedere, per raccapezzarmi, che cosa avrei potuto mettere su
col po' di sangue di quella ferita, con quel po' di sentimento, lacerato,
macerato, su lo sgangherato scheletro di quel po' di volontà: oh, un povero
omicello sparuto, sempre spaventato dagli occhi degli altri; col sacchetto in
pugno dei danari ricavati dalla liquidazione della banca. E come avrei potuto
tenermeli più ormai, quei danari?
Li avevo forse guadagnati io col mio lavoro? Averli ora ritirati dalla banca
perché non fruttassero altra usura, bastava forse a mondarli di quella da cui
erano venuti? E allora, che? buttarli via? E come avrei vissuto? Di che lavoro
ero capace? E Dida?
Era anche lei - lo sentivo bene, ora che non la avevo più in casa - era anche
lei un punto. Io in me. Io l'amavo, non ostante lo strazio che mi veniva dalla
perfetta coscienza di non appartenermi nel mio stesso corpo come oggetto del suo
amore. Ma pur la dolcezza che a questo corpo veniva dal suo amore, la assaporavo
io, cieco nella voluttà dell'abbraccio; anche se talvolta ero quasi tentato di
strozzarla vedendole, tra le umide labbra convulse, come una smania di sorriso o
di sospiro, tremare uno stupido nome: Gengè.
II. Nel vuoto
L'immobilità sospesa di tutti gli oggetti del salotto, in cui rientrai come
attratto dal silenzio che vi si era fatto: quella poltrona dov'ella dianzi stava
seduta; quel canapè dove dianzi stava affondato Quantorzo; quel tavolinetto di
lacca chiara filettato d'oro e le altre seggiole e le tende, mi diedero una così
orribile impressione di vuoto che mi voltai a guardare i servi, Diego e Nina, i
quali mi avevano annunziato che la padrona era andata via col signor Quantorzo
lasciando l'ordine che tutte le sue robe fossero raccolte, chiuse nei bauli e
mandate a casa del padre; e ora stavano a mirarmi con lo sbalordimento nelle
bocche aperte e negli occhi vani.
La loro vista m'irritò. Gridai:
«E sta bene, eseguite l'ordine.»
Un ordine da eseguire era già, in quel vuoto, qualche cosa almeno per gli altri.
E anche per me, se mi levava dai piedi quei due per il momento.
Come fui solo, stranamente quasi ilare d'improvviso, pensai: "Sono libero! Se
n'è andata via!". Ma non mi pareva vero. Avevo l'impressione curiosissima che se
ne fosse andata via per farmi la prova della giustezza della mia scoperta, la
quale assumeva per me un'importanza così grande e assoluta, che a confronto ogni
altra cosa non poteva averne se non una molto minore e relativa: anche se mi
faceva perdere la moglie; anzi proprio per questo.
«Ecco se è vero!»
Nient'altro che la prova era terribile. Tutto il resto - ma sì, via - poteva
parere anche ridicolo: quell'andarsene così su due piedi con Quantorzo, come
quel mio insorgere per quella stupidaggine là, della gente che mi credeva
usurajo.
Ma come, allora? ero già ridotto a questo? di non poter più prendere nulla sul
serio? E la mia ferita di poc'anzi, per cui avevo avuto quello scatto violento?
Già. Ma dove la ferita? In me?
A toccarmi, a strizzarmi le mani, sì, dicevo "io", ma a chi lo dicevo? e per
chi? Ero solo. In tutto il mondo, solo. Per me stesso, solo. E nell'attimo del
brivido, che ora mi faceva fremere alle radici i capelli, sentivo l'eternità e
il gelo di questa infinita solitudine.
A chi dire "io"? Che valeva dire "io", se per gli altri aveva un senso e un
valore che non potevano mai essere i miei; e per me, così fuori degli altri,
l'assumerne uno diventa subito l'orrore di questo vuoto e di questa solitudine.
III. Seguito a compromettermi
Venne a trovarmi, la mattina dopo, mio suocero.
Dovrei dir prima (ma non dirò) fin dov'ero arrivato con l'immaginazione,
farneticando per gran parte della notte, a furia di trar conseguenze dalle
condizioni in cui m'ero messo di fronte agli altri, non solo, ma anche rispetto
a me stesso.
M'ero sottratto affannato a un breve sonno di piombo, con la sensazione
dell'ostile gravezza di tutte le cose, anche dell'acqua raccolta nel cavo delle
mani, per lavarmi, anche dell'asciugamani di cui dopo m'ero servito; quando,
all'annunzio della visita, improvvisamente mi sentii tutto alleggerire da un
pronto risveglio di quell'estro gaio che per fortuna come un benefico vento
m'arieggia ancora a tratti lo spirito.
Feci volar l'asciugamani e dissi a Nina:
«Bene bene. Fallo accomodare nel salotto, e digli che vengo subito.»
Mi guardai allo specchio dell'armadio con irresistibile confidenza fino a
strizzare un occhio per significare a quel Moscarda là che noi due intanto
c'intendevamo a maraviglia. E anche lui, per dire la verità, subito mi strizzò
l'occhio, a confermare l'intesa.
(Voi mi direte, lo so, che questo dipendeva perché quel Moscarda là nello
specchio ero io; e ancora una volta dimostrerete di non aver capito niente. Non
ero io, ve lo posso assicurare. Tant'è vero che, un istante dopo, prima
d'uscire, appena voltai un pò la testa per riguardarlo in quello specchio era
già un altro, anche per me, con un sorriso diabolico negli occhi aguzzi e
lucidissimi. Voi ve ne sareste spaventati; io no; perché già lo sapevo; e lo
salutai con la mano. Mi salutò con la mano anche lui, per dire la verità).
Tutto questo, per cominciare. La commedia seguitò poi nel salotto con mio
suocero.
In quattro?
No.
Vedrete in quanti svariati Moscarda, dacché c'ero, mi spassai a produrmi quella
mattina.
IV. Medico? Avvocato? Professore? Deputato?
Senza dubbio era mio suocero la cagione dell'insperato risveglio del mio
estro, per quella (sì, Dio mio) forse irrispettosa realtà che io finora gli
avevo dato, di stupidissimo uomo sempre soddisfatto di sé.
Molto curato, non pur nei panni, anche nell'acconciatura dei capelli e dei baffi
fino all'ultimo pelo; biondo biondo, e d'aspetto, non dirò volgare ma comune a
ogni modo; tutte quelle cure avrebbe potuto risparmiarsele, perché gli abiti
addosso a lui, di fattura inappuntabile, restavano come non suoi, del sarto che
glieli aveva cuciti; e anche quella sua testa così ben ravviata e quelle sue
mani così tornite e levigate, anziché attaccate vive e di carne al suo solino e
alle sue maniche, potevano figurare senza alcuno scàpito esposte mozze e di cera
nelle vetrine d'un parrucchiere e d'un guantaio. Sentirlo parlare, vedergli
socchiudere gli occhi cilestri smaltati nella beatitudine d'un perenne sorriso
per tutto ciò che gli usciva dalle labbra coralline; vedergli poi riaprire
quegli occhi e la pàlpebra del destro restargli un pò tirata e appiccicata,
quasi non riuscisse a distaccarsi così presto dal prelibato sapore di un'intima
soddisfazione che nessuno avrebbe mai supposto in lui; non poteva non fare una
stranissima impressione, tanto pareva finto, ripeto: fantoccio da sarto e testa
da vetrina di barbiere.
Ora, mentre me l'aspettavo così, la sorpresa di trovarmelo davanti tutto
scomposto e agitato servì soltanto a stuzzicare in me d'improvviso il desiderio
di provare quel rischio squisito con cui uno muove inerme e sorridente contro un
nemico che lo minacci armato, dopo avergli intimato di non muoversi d'un passo.
L'estro riacceso in me m'imponeva difatti sulle labbra un sorriso di sfida e
sulla fronte un'aria di smemorataggine per il giuoco che voleva seguitare,
pericolosissimo, mentre erano in ballo così gravi interessi e per quell'uomo là
e per tanti altri: le sorti della banca; le sorti della mia famiglia: avere
altre prove di quella terribile cosa che già sapevo: cioè, che sarei
inevitabilmente sembrato pazzo, ancora e più di prima, coi discorsi che mi
disponevo a fare, giù a rotta di collo per la china di quell'incredibile e
inverosimile ingenuità che aveva fatto strabiliare Quantorzo e buttar via dalle
risa mia moglie.
Difatti, anche per me ormai, se consideravo bene a fondo le cose non poteva
esser valida scusa la coscienza a cui volevo appigliarmi. Potevo sentirmi
rimordere sul serio di quell'usura che non m'ero mai inteso di esercitare? Avevo
sì firmato per formalità gli atti di quella banca; ero vissuto fino a quel
momento dei guadagni di essa senza mai pensarci; ma ora che finalmente me ne
rendevo conto, avrei ritirato i danari dalla banca, e presto, per mettermi del
tutto a posto, me ne sarei liberato come che fosse, istituendo un'opera di
carità o qualcosa di simile.
«Come! E ti par niente tutto questo? Ma Dio mio, ma dunque è vero?»
«Vero, che cosa?»
«Che ti sei impazzito! E di mia figlia che vorresti farne? Come vorresti vivere?
di che?»
«Ecco, questo sì: questo mi pare importante. Da studiare.»
«Rovinare per sempre la tua posizione? Ciascuno ha sempre fatto i suoi affari da
che mondo è mondo.»
«Benissimo. E dunque, d'ora in poi, anch’io i miei.»
«Ma come, i tuoi, se butti via i danari guadagnati da tuo padre in tanti anni di
lavoro?»
«Ho sei anni d'Università.»
«Ah! Vorresti tornare all'Università?»
«Potrei.»
Accennò d'alzarsi. Lo trattenni, domandandogli:
«Scusi: prima di venire alla liquidazione della banca, ci sarà tempo, non è
vero?»
S’alzò furente, con le braccia per aria.
«Ma che liquidazione! che liquidazione! che liquidazione!»
«Se non vuol lasciarmi dire...»
Si voltò di scatto.
«Ma che vuoi dire. Tu farnetichi!»
«Sono calmissimo,» gli feci notare. «Le volevo dire che ho tante materie di
studio già a buon punto e lasciate lì.»
Mi guardò stordito.
«Materie di studio? Che significa?»
«Che potrei, anche presto, prendere una laurea di medico, per esempio, o di
dottore in lettere e filosofia.»
«Tu?»
«Non crede? Sì. M'ero messo anche per medico. Tre anni. E mi piaceva. Domandi,
domandi a Dida come vedrebbe meglio il suo Gengè. Se medico o professore. Ho la
parola facile: potrei anche, volendo, far l'avvocato.»
Si scrollò violentemente.
«Ma se non hai voluto fare mai niente!»
«Già. Ma non per leggerezza, veda. Anzi, al contrario! Mi ci affondavo troppo. E
non si riesce a nulla, creda, affondandosi troppo in qualsiasi cosa. Si vengono
a fare certe scoperte! Leggermente però, le assicuro che il medico, l'avvocato
o, se Dida preferisce, il professore, potrei farlo benissimo. Basta che mi ci
metta.»
Paonazzo dalla violenza che faceva su se stesso per starmi a sentire, a questo
punto scappò via. O schiattava. Gli corsi dietro, gridando:
«Ma no, ma senta, ma dando via i danari di mio padre ma sa che popolarità! Mi
potrebbero anche eleggere deputato: ci pensi! Se a Dida piacesse, e anche a lei:
il genero deputato... Non mi ci vede? non mi ci vede?»
Se n'era già scappato via, urlando a ogni mia parola:
«Pazzo! Pazzo! Pazzo!»
V. Io dico, poi, perché?
Il tono era di scherzo, non nego, per via di quel maledetto estro. E poteva
anche parere ch’io parlassi con molta fatuità: lo riconosco. Ma le proposte di
un Gengè medico o avvocato o professore e perfino deputato, se potevano far
ridere me, avrebbero potuto imporre a lui, io dico, almeno quella considerazione
e quel rispetto che di solito si hanno in provincia per queste nobili
professioni così comunemente esercitate anche da tanti mediocri coi quali, poi
poi, non mi sarebbe stato difficile competere.
La ragione era un'altra, lo so bene. Non mi ci vedeva neanche lui, mio suocero.
Per motivi ben altri dai miei.
Non poteva ammettere, lui, ch’io gli levassi il genero (quel suo Gengè ch’egli
vedeva in me, chi sa come) dalle condizioni in cui se n'era stato finora, cioè
da quella comoda consistenza di marionetta che lui da un canto e la figlia
dall'altro, e dal canto loro tutti i socii della banca gli avevano dato.
Dovevo lasciarlo così com'era, quel buon figliuolo feroce di Gengè, a vivere
senza pensarci dell'usura di quella banca non amministrata da lui.
E io vi giuro che l'avrei lasciato lì, per non turbare quella mia povera
bambola, il cui amore mi era pur così caro, e per non cagionare un così grave
scompiglio a tanta brava gente che mi voleva bene, se, lasciandolo lì per gli
altri, io poi per mio conto me ne fossi potuto andare altrove con un altro corpo
e un altro nome.
VI. Vincendo il riso
Sapevo altresì che a mettermi in nuove condizioni di vita, a rappresentarmi
agli altri domani da medico, poniamo, o da avvocato o da professore, non mi
sarei ugualmente ritrovato né uno per tutti né io stesso mai nella veste e negli
atti di nessuna di quelle professioni.
Troppo ero già compreso dall'orrore di chiudermi nella prigione d'una forma
qualunque.
Pur non di meno quelle stesse proposte, fatte per ridere a mio suocero, io le
avevo fatte sul serio a me stesso durante la notte, vincendo il riso che mi
provocavano le immagini di me avvocato o medico o professore. Avevo insomma
pensato che una di quelle professioni, o un'altra qual si fosse, avrei dovuto
prenderla e accettarla come una necessità se Dida, ritornando a me com'io
volevo, me n'avesse fatto l'obbligo per provvedere del mio meglio alla sua nuova
vita con un nuovo Gengè.
Ma dalla furia con cui mio suocero se n'era scappato potevo argomentare che,
anche per Dida, nessun nuovo Gengè poteva nascere dal vecchio. Tanto questo
vecchio le dava a vedere d'essersi impazzito senza rimedio, se così per
niente voleva togliersi da un momento all'altro dalle condizioni di vita in
cui era vissuto finora felicemente.
E davvero pazzo volevo esser io a pretendere che una bambola come quella
impazzisse insieme con me, così per niente.
I. Complicazione
Fui invitato la mattina dopo con un bigliettino recato a mano ad andar
subito in casa di Anna Rosa, l'amichetta di mia moglie che ho nominato una o due
volte in principio, così di passata.
M'aspettavo che qualcuno cercasse di mettersi di mezzo per tentare la
riconciliazione tra me e Dida; ma questo qualcuno nelle mie supposizioni doveva
venire da parte di mio suocero e degli altri socii della banca, non direttamente
da parte di mia moglie; già che l'unico ostacolo da rimuovere era la mia
intenzione di liquidare la banca. Tra me e mia moglie non era avvenuto quasi
nulla. Bastava ch’io dicessi ad Anna Rosa d'esser pentito sinceramente dello
sgarbo fatto a Dida scrollandola e buttandola a sedere sulla poltrona del
salotto, e la riconciliazione sarebbe avvenuta senz'altro.
Che Anna Rosa si fosse preso l'incarico di farmi recedere da quella intenzione,
ponendolo come patto per il ritorno di mia moglie in casa, non mi parve in alcun
modo ammissibile.
Sapevo da Dida che la sua amichetta aveva rifiutato parecchi matrimonii così
detti vantaggiosi per disprezzo del danaro, attirandosi la riprovazione della
gente assennata e anche di Dida che certo, sposando me (voglio dire il figlio
d'un usurajo), aveva dovuto lasciare intendere alle sue amiche che lo faceva
perché alla fin fine era un matrimonio "vantaggioso".
Per questo "vantaggio" da salvare Anna Rosa non poteva esser dunque l'avvocato
più adatto.
Era da ammettere piuttosto il contrario: che Dida avesse ricorso a lei per
aiuto, cioè per farmi sapere che il padre, d'accordo con gli altri soci, la
tratteneva in casa e le impediva di ritornare a me se io non recedevo
dall'intenzione di liquidare la banca. Ma conoscendo bene mia moglie, non mi
parve ammissiblle neppur questo.
Andai pertanto a quell'invito con una grande curiosità. Non riuscivo a
indovinarne la ragione.
II. Primo avvertimento
Conoscevo poco Anna Rosa. L'avevo veduta parecchie volte in casa mia, ma
essendomi sempre tenuto lontano, più per istinto che di proposito, dalle amiche
di mia moglie, avevo scambiato con lei pochissime parole. Certi mezzi sorrisi,
per caso sorpresi sulle sue labbra mentre mi guardava di sfuggita, mi erano
sembrati così chiaramente rivolti a quella sciocca immagine di me che il Gengè
di mia moglie Dida le aveva dovuto far nascere nella mente, che nessun desiderio
m'era mai sorto d'intrattenermi a parlare con lei.
Non ero mai stato a casa sua.
Orfana di padre e di madre, abitava con una vecchia zia in quella casa che pare
schiacciata dalle mura altissime della Badìa Grande: mura d'antico castello,
dalle finestre con le grate inginocchiate da cui sul tramonto s’affacciano
ancora le poche vecchie suore che vi sono rimaste. Una di quelle suore, la meno
vecchia, era zia anch’essa di Anna Rosa, sorella del padre; ed era, dicono,
mezza matta. Ma ci vuol poco a fare ammattire una donna, chiudendola in un
monastero. Da mia moglie, che fu per tre anni educanda nel convento di San
Vincenzo, so che tutte le suore, così le vecchie come le giovani, erano, chi per
un verso chi per un altro, mezze matte.
Non trovai in casa Anna Rosa. La vecchia serva che m'aveva recato il
bigliettino, parlandomi misteriosamente dalla spia della porta senza aprirla, mi
disse che la padroncina era su alla Badìa, dalla zia monaca, e che andassi pure
a trovarla là, chiedendo alla suora portinaja d'essere introdotto nel
parlatorietto di Suor Celestina.
Tutto questo mistero mi stupì. E sul principio, anziché accrescere la mia
curiosità, mi trattenne d'andare. Per quanto mi fosse possibile in quello
stupore, avvertii il bisogno di riflettere prima sulla stranezza di quel
convegno lassu alla Badìa in un parlatorietto di suora.
Ogni nesso tra la mia futile disavventura coniugale e quell'invito mi parve
rotto, e subito rimasi apprensionito come per un'imprevista complicazione che
avrebbe recato chi sa quali conseguenze alla mia vita.
Come tutti sanno a Richieri, poco mancò non mi recasse la morte. Ma qui mi piace
ripetere cio che già dissi davanti ai giudici, perché per sempre sia cancellato
dall'animo di tutti il sospetto che allora la mia deposizione fosse fatta per
salvare e mandare assolta d'ogni colpa Anna Rosa. Nessuna colpa da parte sua.
Fui io, o piuttosto ciò che finora è stato materia di queste mie tormentose
considerazioni, se l'improvvisa e inopinata avventura a cui quasi senza volerlo
mi lasciai andare per un ultimo disperatissimo esperimento, rischio d'avere una
tal fine.
III. La rivoltella tra i fiori
Per una delle straducole a sdrucciolo della vecchia Richieri durante il
giorno appestate dal lezzo della spazzatura marcita, andai su alla Badìa.
Quando si sia fatta l'abitudine di vivere in un certo modo, andare in qualche
luogo insolito e nel silenzio avvertire come un sospetto che ci sia qualcosa di
misterioso a noi, da cui, pur lì presente, il nostro spirito è condannato a
restar lontano, è un'angoscia indefinita, perché si pensa che, se potessimo
entrarci, forse la nostra vita si aprirebbe in chi sa quali sensazioni nuove,
tanto da parerci di vivere in un altro mondo.
Quella Badìa, già castello feudale dei Chiaramonte, con quel portone basso tutto
tarlato, e la vasta corte con la cisterna in mezzo, e quello scalone consunto,
cupo e rintronante, che aveva il rigido delle grotte, e quel largo e lungo
corridojo con tanti usci da una parte e dall'altra e i mattoni rosi del
pavimento avvallato che lustravano alla luce del finestrone in fondo aperto al
silenzio del cielo, tante vicende di casi e aspetti di vita aveva accolto in sé
e veduto passare, che ora, nella lenta agonia di quelle poche suore che vi
vagavano dentro sperdute, pareva non sapesse più nulla di sé. Tutto là dentro
pareva ormai smemorato, nella lunghissima attesa della morte di quelle ultime
suore, a una a una; perduta da gran tempo la ragione per cui, castello baronale,
era stato dapprima costruito, divenuto poi per tanti secoli badìa.
La suora portinaja aprì uno di quegli usci nel corridojo e m'introdusse nel
parlatorietto. Una campanella malinconica già era stata sonata da basso, forte
per chiamare Suor Celestina.
Il parlatorietto era bujo, tanto che in prima non potei discernervi altro che la
grata in fondo, appena intravista alla poca luce entrata dall'uscio
nell'aprirlo. Rimasi in piedi in attesa; e chi sa quanto ci sarei rimasto se
alla fine una fievole voce dalla grata non m'avesse invitato ad accomodarmi che
presto Anna Rosa sarebbe venuta su dall'orto.
Non mi proverò a esprimere l'impressione che mi fece quella voce inattesa nel
bujo, di là dalla grata. Mi folgorò in quel bujo il sole che doveva esserci in
quell'orto della badia. che non sapevo dove fosse, ma che certo doveva essere
verdissimo; e d'improvviso mi silluminò in mezzo a quel verde la figura d'Anna
Rosa come non l'avevo mai veduta tutta un fremito di grazia e di malizia. Fu un
baleno. Ritornò il bujo. O piuttosto non il bujo, perché ora potevo discernere
la grata, e davanti a quella grata un tavolino e due seggiole. In quella grata,
il silenzio. Vi cercai la voce che mi aveva parlato, fievole ma fresca, quasi
giovanile. Non c'era più nessuno. Eppure doveva essere stata la voce d'una
vecchia.
Anna Rosa, quella voce, quel parlatorietto, il sole in quel bujo, il verde
dell'orto: mi prese come una vertigine.
Poco dopo Anna Rosa aprì di furia l'uscio e mi chiamò fuori del parlatorietto
nel corridojo. era tutta accesa in volto, coi capelli in disordine, gli occhi
sfavillanti, la camicetta bianca di lana a maglia sbottonata sul petto come per
caldo, e aveva tra le braccia tanti fiori e un tralcio d'edera che le passava
sopra una spalla e le tentennava lungo, dietro. Corse, invitandomi a seguirla in
fondo al corridojo, salì sullo scalino sotto al finestrone, ma nel salire, forse
per riparare con una mano una parte dei fiori che stava per sfuggirle si lasciò
invece cadere dall'altra la borsetta, e subito il fragore d'una detonazione
seguito da un altissimo grido fece rintronare tutto il corridojo.
Feci appena in tempo a sorreggere Anna Rosa che mi si batteva addosso. Nello
sbalordimento, prima che riuscissi a rendermi conto di ciò che era avvenuto, mi
vidi attorno certe vecchie suore pigolanti spaventate, le quali, pur essendo
accorse per quello sparo nel corridojo e pur vedendomi tra le braccia Anna Rosa
ferita, erano tuttavia in preda a un'altra costernazione ch’io in prima non
potei intendere tanto mi pareva impossibile che non si dovesse aver quella per
cui di gran voce io chiedevo loro un letto, dove adagiare la ferita; mi
rispondevano "Monsignore"; che stava per arrivare Monsignore. A sua volta, Anna
Rosa mi gridava tra le braccia: "La rivoltella! la rivoltella!", cioè che
rivoleva da me la rivoltella ch’era dentro la borsetta, perché era un ricordo
del padre.
Che in quella borsetta caduta dovesse esserci una rivoltella la quale,
esplodendo, l'aveva ferita a un piede, m'era apparso subito evidente; ma non
così la ragione per cui la portava con sé, e proprio quella mattina che mi aveva
dato convegno alla Badìa. Mi parve stranissimo; ma non mi passò neppur
lontanamente per il capo in quel momento che l'avesse portata per me.
Più che mai stordito, vedendo che nessuno mi dava aiuto per soccorrere la
ferita, me la tolsi di peso sulle braccia e la portai fuori della Badìa, giù per
la straducola, a casa.
Mi toccò, poco dopo, risalire alla Badìa per riprendere dal corridojo sotto al
finestrone quella rivoltella, che doveva poi servire per me.
IV. La spiegazione
La notizia di quello strano accidente alla Badìa Grande e di me che ne
uscivo a precipizio reggendo sulle braccia Anna Rosa ferita, si propagò per
Richieri in un baleno, dando subito pretesto a malignazioni che per la loro
assurdità mi parvero in prima perfino ridicole. Tanto ero lontano dal supporre
che potessero non solo parer verosimili, ma addirittura essere tenute per vere;
e non già da coloro a cui tornava conto metterle in giro e fomentarle, ma
finanche da colei che reggevo ferita sulle braccia.
Proprio così.
Perché Gengè, signori miei, quello stupidissimo Gengè di mia moglie Dida,
covava, senza ch’io ne sapessi nulla, una bruciante simpatia per Anna Rosa. Se
l'era messo in testa Dida; Dida che se n'era accorta. Non ne aveva detto mai
nulla a Gengè; ma lo aveva confidato, sorridendone, alla sua amichetta, per
farle piacere e fors’anche per spiegarle che c'era il suo motivo, se Gengè la
schivava, quand'ella veniva in visita; la paura d'innamorarsene.
Non mi riconosco nessun diritto di smentire codesta simpatia di Gengè per Anna
Rosa. Potrei al più sostenere che non era vera per me; ma non sarebbe giusto
neppure questo, perché effettivamente non m'ero mai curato di sapere se sentissi
antipatia o simpatia per quell'amichetta di mia moglie.
Mi pare d'aver dimostrato a sufficienza che la realtà di Gengè non apparteneva a
me, ma a mia moglie Dida che gliel'aveva data.
Se Dida dunque attribuiva quella segreta simpatia al suo Gengè, importa poco
ch’essa non fosse vera per me: era tanto vera per Dida, che vi trovava la
ragione per cui mi tenevo lontano da Anna Rosa; e tanto vera anche per Anna, che
le occhiate che qualche volta io le avevo rivolte di sfuggita erano state anzi
interpretate da lei come qualche cosa di più, per cui io non ero quel carino
sciocchino Gengè che mia moglie Dida si figurava, ma un infelicissimo Signor
Gengè che doveva soffrire chi sa che strazii in corpo a essere stimato e amato
così dalla propria moglie.
Perché, se ci pensate bene, questo è il meno che possa seguire dalle tante
realtà insospettate che gli altri ci dànno. Superficialmente, noi sogliamo
chiamarle false supposizioni, erronei giudizii, gratuite attribuzioni. Ma tutto
ciò che di noi si può immaginare è realmente possibile, ancorché non sia vero
per noi. Che per noi non sia vero, gli altri se ne ridono. È vero per loro.
Tanto vero, che può anche capitare che gli altri, se non vi tenete forte alla
realtà che per vostro conto vi siete data, possono indurvi a riconoscere che più
vera della vostra stessa realtà è quella che vi dànno loro. Nessuno più di me ha
potuto farne esperienza.
Io mi trovai dunque, senza che ne sapessi nulla, innamoratissimo di Anna Rosa, e
per questa ragione impigliato nell’accidente di quello sparo nella Badìa come
non mi sarei mai e poi mai immaginato.
Assistendo Anna Rosa, dopo averla trasportata a casa sulle braccia e adagiata
sul suo letto, corso per un medico, per un'infermiera, e prestato le prime cure
del caso, sentii subito anch’io più che possibile, vero, ciò che ella aveva
immaginato di me in seguito alle confidenze di Dida; la mia simpatia per lei. E
potei avere dalla sua bocca, stando a sedere a piè del letto nell'intimità color
di rosa della sua cameretta offesa dal cattivo odore dei medicinali, tutte le
spiegazioni. E, prima, quella della rivoltella nella borsetta, causa
dell'accidente.
Come rise di cuore immaginando che qualcuno potesse supporre ch’ella l'avesse
portata per me nel darmi convegno alla Badìa!
La portava sempre con sé, nella borsetta, quella rivoltella, dacché l'aveva
trovata nel taschino d'un panciotto del padre, morto improvvisamente da sei
anni. Piccolissima, con l'impugnatura di madreperla e tutta lucida e viva, le
era parsa un gingillo, tanto più carino in quanto nel suo grazioso congegno
racchiudeva il potere di dare la morte. E più d'una volta, mi confidò, in
qualche non raro momento che il mondo tutt'intorno, per certi strani sgomenti
dell'anima, le si faceva come attonito e vano, aveva avuto la tentazione di
farne la prova, giocando con essa, provando nelle dita sul liscio lucido
dell'acciaio e della madreperla la delizia del tatto. Ora, che essa, invece che
alla tempia o nel cuore per volontà di lei, avesse potuto per caso morderla
a un piede, e anche col rischio - come si temeva - di farla restar zoppa, le
cagionava uno stranissimo dispiacere. Credeva d'essersela appropriata tanto, che
non dovesse avere più per sé quel potere. La vedeva cattiva, adesso. La
traeva dal cassetto del comodino accanto al letto, la mirava e le diceva:
«Cattiva!»
Ma quel convegno su alla Badìa, nel parlatorietto della zia monaca, perché? E
quelle sette suore che, invece di darsi pensiero di lei ferita, mi parlavano,
quasi oppresse, della visita di non so qual Monsignore?
Ebbi la spiegazione anche di questo mistero.
Ella sapeva che quella mattina monsignor Partanna, vescovo di Richieri, sarebbe
andato a far visita alle vecchie suore della Badìa Grande, come soleva ogni
mese. Per quelle vecchie suore quella visita era come un'anticipazione della
beatitudine celeste: rischiare d'averla guastata da quell'accidente era stato
perciò per loro la costernazione più grave. Mi aveva fatto venire su alla Badìa
perché voleva ch’io parlassi subito, quella mattina stessa, col vescovo.
«Io, col vescovo? E perché?»
Per ovviare a tempo ciò che si stava tramando contro di me.
Mi volevano proprio interdire, denunziandomi come alterato di mente. Dida le
aveva annunziato che già erano state raccolte e ordinate tutte le prove, da
Firbo, da Quantorzo, da suo padre e da lei stessa, per dimostrare la mia
lampante alterazione mentale. Tanti erano pronti a farne testimonianza finanche
quel Turolla che avevo difeso contro Firbo e tutti i commessi della banca;
finanche Marco di Dio a cui avevo fatto donazione d'una casa.
«Ma la perderà,» non potei tenermi dal fare osservare ad Anna Rosa. «Se sono
dichiarato alterato di mente, l'atto della donazione diventerà nullo!»
Anna Rosa scoppiò a ridermi in faccia per la mia ingenuità. A Marco di Dio
dovevano aver promesso che, se testimoniava come volevano loro, non avrebbe
perduto la casa. E del resto, poteva, anche secondo coscienza, testimoniarlo.
Guardai sospeso Anna Rosa che rideva. Ella se n'accorse e si mise a gridare:
«Ma sì, pazzie! tutte pazzie! tutte pazzie!»
Se non che, lei ne godeva, le approvava, e più che più se con esse volevo
arrivare veramente a quella più grande di tutte: cioè di buttare all'aria la
banca e d'allontanare da me una donna che m'era stata sempre nemica.
«Dida?»
«Non crede?»
«Nemica, sì, adesso.»
«No, sempre! sempre!»
E m'informò che da tempo cercava di fare intendere a mia moglie ch’io non ero
quello sciocco che lei simmaginava, in lunghe discussioni che le erano costate
una fatica infinita per frenare il dispetto che le cagionava l'ostinazione di
quella donna a voler vedere in tanti miei atti o parole una sciocchezza che non
c'era o un male che soltanto un animo deliberatamente nemico vi poteva vedere.
Strabiliai. D'un tratto, per quelle confidenze d'Anna Rosa vidi una Dida così
diversa dalla mia e pur così ugualmente vera, che provai - in quel punto, più
che mai - tutto l'orrore della mia scoperta. Una Dida che parlava di me come
assolutamente non mi sarei mai immaginato ch’ella ne potesse parlare, nemica
anche della mia carne. Tutti i ricordi della nostra intimità comune, separati e
traditi così indegnamente che, per riconoscerli, dovevo superarne con dispetto
il ridicolo che prima non avevo avvertito, riparare una vergogna che prima, in
segreto, non m'era parso di dover sentire. Come se a tradimento, dopo avermi
indotto confidente a denudarmi, spalancata la porta m'avesse esposto alla
derisione di chiunque avesse voluto entrare a vedermi così nudo e senza riparo.
E apprezzamenti sulla mia famiglia e giudizii sulle mie più naturali abitudini,
che non mi sarei mai aspettati da lei. Insomma un'altra Dida; una Dida veramente
nemica.
Eppure, sono certo certissimo che col suo Gengè ella non fingeva: era col suo
Gengè quale poteva essere per lui, perfettamente intera e sincera. Fuori poi
della vita che poteva avere con lui, diventava un'altra: quell'altra che ora le
conveniva o le piaceva o veramente sentiva di essere per Anna Rosa.
Ma di che mi maravigliavo? Non potevo io lasciarle intero il suo Gengè, così
com'ella se l'era foggiato, ed essere poi un altro per conto mio?
Così era di me, come di tutti.
Non dovevo rivelare il segreto della mia scoperta ad Anna Rosa. Fui tentato da
lei stessa, per ciò che ella mi fece sapere, così improvvisamente, di mia
moglie. E non mi sarei mai immaginato che la rivelazione le avrebbe prodotto
nello spirito il turbamento che le produsse, fino a farle commettere la follia
che commise.
Ma dirò prima della mia visita a Monsignore, a cui ella stessa mi spinse con
gran premura, come a cosa che non comportasse più altro indugio.
V. Il Dio di dentro e il Dio di fuori
Al tempo che conducevo a spasso Bibì, la cagnolina di mia moglie, le chiese di
Richieri erano la mia disperazione.
Bibì a tutti i costi ci voleva entrare.
Alle mie sgridate, sacculava, alzava e scoteva una delle due zampine davanti,
sternutiva, poi con un'orecchia su e l'altra giu stava a guardarmi, proprio con
l'aria di credere che non era possibile, non era possibile che a una cagnolina
bellina come lei non fosse lecito entrare in una chiesa. Se non ci stava
nessuno.
«Nessuno? Ma come nessuno, Bibì?» le dicevo io. «Ci sta il più rispettabile dei
sentimenti umani. Tu non puoi intendere queste cose, perché sei per tua fortuna
una cagnolina e non un uomo. Gli uomini, vedi? hanno bisogno di fabbricare una
casa anche ai loro sentimenti. Non basta loro averli dentro, nel cuore, i
sentimenti: se li vogliono vedere anche fuori, toccarli; e costruiscono loro una
casa.»
A me era sempre bastato finora averlo dentro, a mio modo, il sentimento di Dio.
Per rispetto a quello che ne avevano gli altri, avevo sempre impedito a Bibì di
entrare in una chiesa; ma non c'entravo nemmeno io. Mi tenevo il mio sentimento
e cercavo di seguirlo stando in piedi, anziché andarmi a inginocchiare nella
casa che gli altri gli avevano costruito.
Quel punto vivo che s’era sentito ferire in me quando mia moglie aveva riso nel
sentirmi dire che non volevo più mi si tenesse in conto d'usurajo a Richieri,
era Dio senza alcun dubbio: Dio che s’era sentito ferire in me, Dio che in me
non poteva più tollerare che gli altri a Richieri mi tenessero in conto d'usurajo.
Ma se fossi andato a dire così a Quantorzo o a Firbo e agli altri soci della
banca, avrei dato loro certamente un'altra prova della mia pazzia.
Bisognava invece che il Dio di dentro, questo Dio che in me sarebbe a tutti
ormai apparso pazzo, andasse quanto più contritamente gli fosse possibile a far
visita e a chiedere aiuto e protezione al saggissimo Dio di fuori, a quello che
aveva la casa e i suoi fedelissimi e zelantissimi servitori e tutti i suoi
poteri sapientemente e magnificamente costituiti nel mondo per farsi amare e
temere.
A questo Dio non c'era pericolo che Firbo o Quantorzo s’attentassero a dare del
pazzo.
VI. Un vescovo non comodo
Andai dunque a trovare al Vescovado monsignor Partanna.
Dicevano a Richieri che era stato eletto vescovo per istanze e mali ufficii di
potenti prelati a Roma. Il fatto è che, pur essendo da alcuni anni a capo della
diocesi, non era ancora riuscito a cattivarsi la simpatia, a conciliarsi la
confidenza di nessuno.
A Richieri si era avvezzi al fasto, alle maniere gioconde e cordiali, alla
copiosa munificenza del suo predecessore, il defunto Eccellentissimo Monsignor
Vivaldi; e tutti perciò si erano sentiti stringere il cuote allorché avevano
veduto per la prima volta scendere a piedi dal Palazzo Vescovile lo scheletro
intabarrato di questo vescovo nuovo, tra i due segretarii che lo accompagnavano.
Un vescovo a piedi?
Dacché il Vescovado sedeva come una tetra fortezza in cima alla città, tutti i
vescovi erano sempre scesi in una bella carrozza con l'attacco a due, gale rosse
e pennacchi.
Ma all'atto stesso della sua insediatura monsignor Partanna aveva detto che
vescovado è nome d'opera e non d'onore. E aveva licenziato servi e cuoco,
cocchiere e famigli, smesso la carrozza e inaugurato la più stretta economia,
con tutto che la diocesi di Richieri fosse tra le più ricche d'Italia. Per le
visite pastorali nella diocesi, molto trascurate dal suo predecessore e da lui
invece osservate con la massima vigilanza ai tempi voluti dai Canoni, non
ostanti le gravi difficoltà delle vie e la mancanza di comunicazioni, si serviva
di carrozze d'affitto e anche d'asini o di muli.
Sapevo poi da Anna Rosa che tutte le suore dei cinque monasteri della città,
tranne quelle ormai decrepite della Badìa Grande, lo odiavano per le crudeli
disposizioni emanate contro di loro appena insediatosi vescovo, cioè che non
dovessero piu né preparare né vendere dolci o rosolii, quei buoni dolci di miele
e di pasta reale infiocchettati e avvolti in fili d'argento, quei buoni rosolii
che sapevano d'anice e di cannella! e non più ricamare, neanche arredi e
paramenti sacri, ma far soltanto la calza; e infine che non dovessero più avere
un confessore particolare, ma servirsi tutte, senza distinzione, del Padre della
comunità. Disposizioni anche più gravi aveva poi dato per i canonici e
beneficiali di tutte le chiese, e insomma per la più rigida osservanza d'ogni
dovere da parte di tutti gli ecclesiastici.
Un vescovo così non è comodo per tutti coloro che han voluto mettere fuori di sé
il sentimento di Dio costruendogli una casa fuori, tanto più bella quanto
maggiore il bisogno di farsi perdonare. Ma era per me il meglio che mi potessi
augurare. Il suo predecessore, l'Eccellentissimo Monsignor Vivaldi, benvisto a
tutti, con tutti alla mano, avrebbe senza dubbio cercato il modo e la maniera
d'accomodare ogni cosa, salvando banca e coscienza, per accontentare me, ma
anche Firbo e Quantorzo e tutti gli altri.
Ora io sentivo che non potevo più accomodarmi né con me né con nessuno.
VII. Un colloquio con Monsignore
Monsignor Partanna mi ricevette nella vasta sala dell'antica cancelleria nel
Palazzo Vescovile.
Sento ancora nelle narici l'odore di quella sala dal tetro soffitto affrescato,
ma così coperto di polvere che quasi non vi si scorgeva più nulla. Le alte
pareti dall'intonaco ingiallito erano ingombre di vecchi ritratti di prelati,
anch’essi bruttati dalla polvere e qualcuno anche dalla muffa, appesi qua e là
senz'ordine, sopra armadii e scansìe stinte e tarlate.
In fondo alla sala s’aprivano due finestroni, i cui vetri, d'una tristezza
infinita sulla vanità del cielo velato, erano scossi continuamente dal vento che
s’era levato d'improvviso, fortissimo: il terribile vento di Richieri che mette
l'angoscia in tutte le case.
Pareva a momenti che quei vetri dovessero cedere alla furia urlante del
libeccio. Tutto il colloquio tra me e Monsignore ebbe l'accompagnamento sinistro
di sibili acuti e veementi, di cupi, lunghi mugolìi che, distraendomi spesso
dalle parole di Monsignore, mi fecero sentire con un indefinibile sbigottimento,
come non l'avevo sentito mai, il rammarico della vanità del tempo e della vita.
Ricordo che da uno di quei finestroni si scorgeva il terrazzino d'una vecchia
casa dirimpetto. Su quel terrazzino apparve a un tratto un uomo, che doveva
essere scappato dal letto con la folle idea di provare la voluttà del volo.
Esposto lì al vento furioso, si faceva svolazzare attorno al corpo magro, d'una
magrezza che incuteva ribrezzo, la coperta del letto: una coperta di lana rossa,
appesa e sorretta con le due braccia in croce, sulle spalle. E rideva, rideva
con un lustro di lagrime negli occhi spiritati, mentre gli volavano di qua e di
là, lingueggiando come fiamme, le lunghe ciocche dei capelli rossicci.
Quell'apparizione mi stupì tanto, che a un certo punto non potei più tenermi di
farne cenno a Monsignore, interrompendo un discorso molto serio sugli scrupoli
della coscienza a cui egli da un pezzo s’era lasciato andare con evidente
compiacimento del suo eloquio.
Monsignore si voltò appena a guardare; e, con uno di quei sorrisi che fanno
benissimo le veci d'un sospiro, disse:
«Ah, sì: è un povero pazzo che sta lì.»
Con tal tono d'indifferenza lo disse, come per cosa da tanto tempo divenuta ai
suoi occhi abituale, che mi sorse lì per lì la tentazione di farlo sobbalzare,
annunziandogli:
«No, sa: non sta lì. Sta qui, Monsignore. Quel pazzo che vuol volare sono io.»
Mi contenni, e non lo dissi. Anzi, con la stess’aria d'indifferenza gli
domandai:
«E non c'è pericolo che si butti giù dal terrazzino?
«No, è così, da tant'anni,» mi rispose Monsignore. «Innocuo, innocuo.»
Spontaneamente, proprio senza volerlo, mi scappò detto allora:
«Come me.»
E Monsignore non poté fare a meno di sobbalzare. Ma io gli mostrai subito una
faccia così placida e sorridente, che d'un tratto lo rimise a posto. M'affrettai
a spiegargli che intendevo innocuo anch’io nel concetto del signor Firbo e del
signor Quantorzo, di mio suocero e di mia moglie, e insomma di tutti coloro che
mi volevano interdire.
Monsignore, rasserenato, riprese il discorso sugli scrupoli della coscienza, che
a lui pareva il più proprio al mio caso, e l'unico a ogni modo da far valere con
l'autorità e il prestigio del suo potere spirituale sulle intenzioni e le mene
di quei miei nemici.
Potevo fargli intendere che il mio non era propriamente un caso di coscienza
com'egli s’immaginava?
Se mi fossi arrischiato a farglielo intendere, sarei d'un tratto diventato pazzo
anche ai suoi occhi.
Il Dio che in me voleva riavere il danaro della banca perché io non fossi più
chiamato usurajo, era un Dio nemico di tutte le costruzioni.
Il Dio, invece, a cui ero venuto a ricorrere per aiuto e protezione, era appunto
quello che costruiva. Mi avrebbe dato, sì, una mano per farmi riavere il danaro,
ma a patto ch’esso servisse alla costruzione di almeno una casa a un altro dei
più rispettabili sentimenti umani: voglio dire, la carità.
Monsignore, al termine del nostro colloquio mi domandò con aria solenne se non
volevo questo.
Dovetti rispondergli che volevo questo.
E allora egli sonò un vecchio annerito e insordito campanellino d'argento che
stava timido timido sulla tavola. Apparve un giovane chierico biondo e molto
pallido. Monsignore gli ordinò di far venire Don Antonio Sclepis, canonico della
Cattedrale e direttore del Collegio degli Oblati, ch’era in anticamera.
L'uomo che ci voleva per me.
Conoscevo più di fama che di persona questo prete. Ero andato una volta per
incarico di mio padre a consegnargli una lettera su al Collegio degli Oblati,
che sorge non lontano dal Palazzo Vescovile, nel punto più alto della città, ed
è un vasto, antichissimo edificio quadrato e fosco esternamente, roso tutto dal
tempo e dalle intemperie, ma tutto bianco, arioso e luminoso, dentro. Vi sono
accolti i poveri orfani e i bastardelli di tutta la provincia, dai sei ai
diciannove anni, i quali vi imparano le varie arti e i varii mestieri. La
disciplina vi è così dura, che quando quei poveri Oblati alla mattina e al
vespro cantano al suono dell'organo nella chiesa del Collegio le loro preghiere,
a udirle da giù, quelle preghiere accorano come un lamento di carcerati.
A giudicarne dall'aspetto, non pareva che il canonico Sclepis dovesse avere in
sé tanta forza di dominio e così dura energia. Era un prete lungo e magro, quasi
diafano, come se tutta l'aria e la luce dell'altura dove viveva lo avessero non
solo scolorito ma anche rarefatto, e gli avessero reso le mani d'una gracilità
tremula quasi trasparenti e su gli occhi chiari ovati le pàlpebre più esili d'un
velo di cipolla. Tremula e scolorita aveva anche la voce e vani i sorrisi su le
lunghe labbra bianche, tra le quali spesso filava qualche grumetto di biascia.
Appena entrato e informato da Monsignore dei miei scrupoli di coscienza e delle
mie intenzioni, si mise a parlare con me in gran fretta, con grande confidenza,
battendomi una mano su la spalla e dandomi del tu:
«Bene bene, figliuolo! Un gran dolore, mi piace. Ringraziane Dio. Il dolore ti
salva, figliuolo. Bisogna esser duri con tutti gli sciocchi che non vogliono
soffrire. Ma tu per tua ventura hai molto, molto da soffrire, pensando a tuo
padre che, poveretto, eh... fece tanto tanto male! Sia il tuo cilizio il
pensiero di tuo padre! il tuo cilizio! E lascia combattere a me col signor Firbo
e il signor Quantorzo! Ti vogliono interdire? Te li accomodo io, non dubitare!»
Uscii dal Palazzo Vescovile con la certezza che l'avrei avuta vinta su coloro
che mi volevano interdire; ma questa certezza e gl'impegni che ne derivavano,
contratti ora col vescovo e con lo Sclepis, mi gettavano in un mare d'incertezze
senza fine su ciò che sarebbe stato di me, spogliato di tutto, senza più né
stato, né famiglia.
VIII. Aspettando
Non mi restava per il momento che Anna Rosa, la compagnia ch’ella voleva le
tenessi durante la sua infermità.
Se ne stava a letto, col piede fasciato; e diceva che non se ne sarebbe alzata
più, se, come ancora i medici temevano, fosse rimasta zoppa.
Il pallore e il languore della lunga degenza le avevano conferito una grazia
nuova, in contrasto con quella di prima. La luce degli occhi le si era fatta più
intensa, quasi cupa. Diceva di non poter dormire. L'odore dei suoi capelli
densi, neri, un pò ricciuti e aridi, quando la mattina se li trovava sciolti e
arruffati sul guanciale, la soffocava. Se non era per il ribrezzo delle mani
d'un parrucchiere sul suo capo, se li sarebbe fatti tagliare. Mi domandò, una
mattina, se io non avrei saputo tagliarglieli. Rise del mio imbarazzo nel
risponderle, poi si tirò sul viso la rimboccatura del lenzuolo e rimase così un
gran pezzo col viso nascosto, in silenzio.
Sotto le coperte s'indovinavano procaci le formosità del suo corpo di vergine
matura. Sapevo da Dida che ella aveva già venticinque anni. Certo, standosene
così col viso nascosto pensava ch’io non avrei potuto fare a meno di guardare il
suo corpo come si disegnava sotto le coperte. Mi tentava.
Nella penombra della cameretta rosea in disordine, il silenzio pareva
consapevole dell'attesa vana d'una vita che i desiderii momentanei di quella
bizzarra creatura non avrebbero potuto mai far nascere né consistere in qualche
modo.
Avevo indovinato in lei l'insofferenza assoluta d'ogni cosa che accennasse a
durare e stabilirsi. Tutto ciò che faceva, ogni desiderio o pensiero che le
sorgevano per un momento, un momento dopo erano già come lontanissimi da lei; e
se le avveniva di sentirsene ancora trattenuta, erano smanie rabbiose, scatti
d'ira e perfino scomposte escandescenze.
Solo del suo corpo pareva si compiacesse sempre, per quanto a volte non se ne
mostrasse per nulla contenta, anzi dicesse di odiarselo. Ma se lo stava a mirare
continuamente allo specchio, in ogni parte o tratto; a provarne tutti gli
atteggiamenti, tutte le espressioni di cui i suoi occhi così intensi lucidi e
vivaci, le sue narici frementi, la sua bocca rossa sdegnosa, la mandibola
mobilissima, potevano essere capaci. Così, come per un gusto d'attrice; non
perché pensasse che per sé, nella vita, potessero servirle se non per giuoco:
per un giuoco momentaneo di civetteria o provocazione.
Una mattina le vidi provare e studiare a lungo nello specchietto a mano che
teneva con sé sul letto un sorriso pietoso e tenero, pur con un brillìo negli
occhi di malizia quasi puerile. Vedermelo poi rifare tal quale, quel sorriso,
vivo, proprio come se le nascesse or ora spontaneo per me, mi provocò un moto di
ribellione.
Le dissi che non ero il suo specchio.
Ma non s’offese. Mi domandò se quel sorriso, come ora gliel'avevo visto, era
quello stesso che lei s’era veduto e studiato nello specchio dianzi.
Le risposi, seccato di quell'insistenza:
«Che vuole che ne sappia io? Non posso mica sapere come lei se l'è veduto. Si
faccia fare una fotografia con quel sorriso.
«Ce l'ho,» mi disse. «Una, grande. Là nel cassetto di sotto dell'armadio. Me la
prenda, per favore.»
Quel cassetto era pieno di sue fotografie. Me ne mostrò tante, di antiche e di
recenti.
«Tutte morte,» le dissi.
Si voltò di scatto a guardarmi.
«Morte?»
«Per quanto vogliano parer vive.»
«Anche questa col sorriso?»
«E codesta, pensierosa; e codesta, con gli occhi bassi.»
«Ma come morta, se sono qua viva?»
«Ah, lei sì; perché ora non si vede. Ma quando sta davanti allo specchio,
nell'attimo che si rimira, lei non è più.»
«E perché?»
«Perché bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti
a una macchina fotografica. Lei s’atteggia. E atteggiarsi è come diventare
statua per un momento. La vita si muove di continuo, e non può mai veramente
vedere se stessa»
«E allora io, viva, non mi sono mai veduta?»
«Mai, come posso vederla io. Ma io vedo un'immagine di lei che è mia soltanto;
non è certo la sua. Lei la sua, viva, avrà forse potuto intravederla appena in
qualche fotografia istantanea che le avranno fatta. Ma ne avrà certo provato
un'ingrata sorpresa. Avrà fors’anche stentato a riconoscersi, lì scomposta, in
movimento.»
«È vero.»
«Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive
e non si vede. Conoscersi è morire. Lei sta tanto a mirarsi in codesto specchio,
in tutti gli specchi, perché non vive; non sa, non può o non vuol vivere. Vuole
troppo conoscersi, e non vive.»
«Ma nient'affatto! Non riesco anzi a tenermi mai ferma un momento, io.»
«Ma vuole vedersi sempre. In ogni atto della sua vita. E come se avesse davanti,
sempre, l’immagine di sé, in ogni atto, in ogni mossa. E la sua insofferenza
proviene forse da questo. Lei non vuole che il suo sentimento sia cieco. Lo
obbliga ad aprir gli occhi e a vedersi in uno specchio che gli mette sempre
davanti. E il sentimento, subito come si vede le si gela. Non si può vivere
davanti a uno specchio. Procuri di non vedersi mai. Perché, tanto, non riuscirà
mai a conoscersi per come la vedono gli altri. E allora che vale che si conosca
solo per sé? Le può avvenire di non comprendere più perché lei debba avere
quell'immagine che lo specchio le ridà.
Rimase a lungo con gli occhi fissi a pensare.
Sono certo che anche a lei, come a me, dopo quel discorso e dopo quanto le avevo
già detto di tutto il tormento del mio spirito, s’aprì davanti in quel momento
sconfinata, e tanto più spaventosa quanto più lucida, la visione
dell'irrimediabile nostra solitudine. L'apparenza d'ogni oggetto vi s’isolava
paurosamente. E forse ella non vide più la ragione di portare la sua faccia, se
in quella solitudine neanche lei avrebbe potuto vedersela viva, mentre gli altri
da fuori, isolandola, chi sa come gliela vedevano.
Cadeva ogni orgoglio.
Vedere le cose con occhi che non potevano sapere come gli altri occhi intanto le
vedevano.
Parlare per non intendersi.
Non valeva più nulla essere per sé qualche cosa.
E nulla più era vero, se nessuna cosa per sé era vera. Ciascuno per suo conto
l'assumeva come tale e se ne appropriava per riempire comunque la sua solitudine
e far consistere in qualche modo, giorno per giorno, la sua vita.
Ai piedi del suo letto, con un aspetto a me ignoto, e a lei impenetrabile, io
stavo lì, naufrago nella sua solitudine; e lei nella mia, là davanti a me, sul
suo letto, con quegli occhi immobili e lontanissimi, pallida, un gomito puntato
sul guanciale e il capo arruffato sorretto dalla mano.
Sentiva verso tutto ciò ch’io le dicevo un'invincibile attrazione e insieme una
specie di ribrezzo; a volte, quasi odio: glielo vedevo lampeggiare negli occhi,
mentre con la più avida attenzione ascoltava le mie parole.
Voleva tuttavia che seguitassi a parlare, a dirle tutto quello che mi passava
per la mente: immagini, pensieri. E io parlavo quasi senza pensare, o piuttosto,
il mio pensiero parlava da sé, come per un bisogno di rilasciare la sua
spasimosa tensione.
«Lei s’affaccia a una finestra, guarda il mondo, crede che sia come le sembra.
Vede giù per via passare la gente, piccola nella sua visione ch’è grande, così
dall'alto della finestra a cui è affacciata. Non può non sentirla in sé questa
grandezza, perché se un amico ora passa giù per la via e lei lo riconosce,
guardato così dall'alto, non le sembra più grande d'un suo dito. Ah, se le
venisse in mente di chiamarlo e di domandargli: "Mi dica un pò, come le sembro
io, affacciata qua a questa finestra?". Non le viene in mente, perché non pensa
all'immagine che quelli che passano per via hanno intanto della finestra e di
lei che vi sta affacciata a guardare. Dovrebbe fare lo sforzo di staccare da sé
le condizioni che pone alla realtà degli altri che passano giù e che vivono per
un momento nella sua vasta visione, piccoli transitanti per una via. Non lo fa
questo sforzo, perché non le sorge nessun sospetto dell'immagine che essi hanno
di lei e della sua finestra, una tra tante, piccola, così alta, e di lei piccola
piccola là affacciata con quel braccino che si muove in aria.
Si vedeva nella mia descrizione, piccola piccola a una finestra alta, col
braccino che si moveva in aria, e rideva.
Erano lampi, guizzi; poi nella cameretta si rifaceva il silenzio. Ogni tanto
compariva, come un'ombra, la vecchia zia con cui Anna Rosa abitava: grassa,
apatica, con gli enormi occhi biavi orribilmente strabi. Stava un pò sulla
soglia, nella penombra liquida della cameretta, con le mani gonfie e pallide sul
ventre; pareva un mostro d'acquario, non diceva nulla e se n'andava.
Con quella zia ella non scambiava che pochissime parole durante tutto il giorno.
Viveva con sé, di sé; leggeva, fantasticava, ma sempre insofferente, così delle
letture come delle sue stesse fantasticherie; usciva a far compere, a trovar
questa o quella amica; ma le sembravano tutte sciocche e vane; provava piacere a
sbalordirle; poi, rincasando, si sentiva stanca e seccata di tutto. Certi
invincibili disgusti, che si potevano indovinare in lei da uno scatto o da un
verso improvviso per qualche allusione, forse li doveva alla lettura di libri di
medicina trovati nella biblioteca del padre, ch’era stato medico. Diceva che non
avrebbe mai preso marito.
Io non posso sapere che idea si fosse fatta di me. Mi considerava certo con uno
straordinario interesse smarrito come in quei giorni le apparivo nei miei stessi
pensieri e nell'incertezza di tutto. Quest'incertezza che in me rifuggiva da
ogni limite, da ogni sostegno, e ormai quasi istintivamente si ritraeva da ogni
forma consistente come il mare si ritrae dalla riva; quest'incertezza,
vaneggiandomi negli occhi, senza dubbio la attraeva, ma a volte, guardandola,
avevo pure la strana impressione che le paresse un pò divertente; una cosa
infine un pò anche da ridere, avere lì ai piedi del letto un uomo in quelle
incredibili condizioni di spirito, così tutto scisso e che non sapeva come
avrebbe fatto a vivere domani, quando, riavuto per mezzo dello Sclepis il danaro
della banca, si sarebbe spogliato e liberato di tutto.
Perché ella era certa che io sarei ormai arrivato alle ultime conseguenze, come
un perfettissimo pazzo. E questo la divertiva enormemente, con un certo
orgoglio, anche, d'avere indovinato, nelle discussioni con mia moglie, non
propriamente questo, ma ch’io fossi ad ogni modo un uomo non comune, singolare
dall'altra gente; da cui ci si poteva aspettare, un giorno o l’altro, qualcosa
di straordinario. Come per dare subito agli altri, e specialmente a mia moglie,
la prova ch’ella aveva avuto ragione nel pensare così di me, s’era affrettata a
chiamarmi, a informarmi delle intenzioni che si avevano contro di me, a
spingermi ad andare da Monsignore; e adesso era di me contentissima, vedendomi
là ai piedi del suo letto, come mi vedeva, fermo e placido in attesa di quanto
doveva necessariamente avvenire, senza più cura di nulla né di nessuno.
Eppure fu proprio lei a volermi uccidere, e proprio quando da questa
soddisfazione ch’io le davo, e che la faceva un pò ridere, passò a una grande
pietà di me, per rispondere, come affascinata, a quella che, certo, io dovevo
avere negli occhi, mentre la guardavo come dall'infinita lontananza d'un tempo
che avesse perduto ogni età.
Non so precisamente come avvenne. Quand'io, guardandola da quella lontananza, le
dissi parole che più non ricordo, parole in cui ella dovette sentire la brama
che mi struggeva di donare tutta la vita ch’era in me, tutto quello che io
potevo essere, per diventare uno come lei avrebbe potuto volermi e per me
veramente nessuno, nessuno. So che dal letto mi tese le braccia; so che
m'attrasse a sé.
Da quel letto poco dopo rotolai, cieco, ferito al petto mortalmente dalla
piccola rivoltella ch’ella teneva sotto il guanciale.
Devono esser vere le ragioni ch’ella poi disse in sua discolpa: cioè che fu
spinta ad uccidermi dall'orrore istintivo, improvviso, dell'atto a cui stava per
sentirsi trascinata dal fascino strano di tutto quanto in quei giorni io le
avevo detto.
I. Il giudice vuole il suo tempo
Di solito, alle normali operazioni della giustizia non è da rimproverare la
fretta.
Il giudice incaricato d'istruire il processo contro Anna Rosa, onesto per natura
e per principio, volle essere scrupolosissimo e perdere mesi e mesi di tempo
prima di venire al così detto accertamento dei fatti, dopo aver raccolto,
s’intende, dati e testimonianze.
Ma non era stato possibile avere da me una qualunque risposta al primo
interrogatorio che avrebbero voluto farmi, subito dopo trasportato dalla
cameretta d'Anna Rosa all'ospedale. Quando poi i medici mi permisero d'aprir
bocca la prima risposta che diedi, anziché mettere nell'imbarazzo chi
m'interrogava, mise nell'imbarazzo me.
Ecco: così fulmineo era stato in Anna Rosa il trapasso da quella pietà, per cui
mi aveva teso le braccia dal letto, all'impulso istintivo che l'aveva spinta a
compiere su me quell'atto violento, ch’io, già cieco nel sentirmi accosto il
calore della sua procacissima persona, veramente non avevo avuto né il tempo né
il modo d'accorgermi di come avesse fatto a cavare improvvisamente la rivoltella
di sotto al guanciale per tirarmi. Cosicché, non parendomi allora ammissibile
ch’ella, dopo avermi attratto a sé, avesse poi voluto uccidermi, con la più
schietta sincerità diedi, a chi m'interrogava, quella spiegazione del caso che
mi sembrava più probabile, cioè che il ferimento, anche quel mio ferimento come
già il suo al piede, fosse stato accidentale dovuto al fatto, certo riprovevole,
di quella rivoltella che si trovava sotto il guanciale e che certo io stesso
dovevo avere urtato e fatto esplodere nello sforzo di sollevare l'inferma che
m'aveva domandato d'essere messa a sedere sul letto.
Per me la bugia (bugia doverosa) era soltanto in quest'ultima parte della
risposta; a chi m'interrogava apparve invece tutta quanta così sfacciata, che ne
fui aspramente rimbrottato. Mi si fece sapere che la giustizia si trovava già,
per fortuna, in possesso della confessione esplicita della feritrice. Io allora,
per un bisogno irresistibile di dimostrare la mia sincerità, fui così ingenuo da
dare a vedere, nello sbalordimento, la più viva curiosità di conoscere qual mai
ragione avesse potuto dare la feritrice del suo atto violento contro di me.
La risposta a questa domanda fu una fragorosissima sbruffata che quasi mi lavò
la faccia.
«Ah, lei voleva soltanto metterla a sedere sul letto?»
Restai basito.
La giustizia doveva già anche trovarsi in possesso d'una prima deposizione di
mia moglie, la quale, ora più che mai con quella prova di fatto, aveva certo
potuto testimoniare in perfettissima coscienza dell'antica data del mio
innamoramento per Anna Rosa.
Così sarebbe rimasto, senza dubbio, acquisito alla giustizia che Anna Rosa aveva
tentato d'uccidermi per difendersi da una mia brutale aggressione, se Anna Rosa
stessa non avesse assicurato con giuramento il giudice che non c'era stata
veramente nessuna aggressione da parte mia, ma solo quel tale fascino
involontariamente esercitato su lei con le mie curiosissime considerazioni sulla
vita: fascino da cui ella s’era lasciata prendere così fortemente, da ridursi a
commettere quella pazzia.
Il giudice scrupoloso, non soddisfatto del sommario ragguaglio che Anna Rosa
aveva potuto dargli di quelle mie considerazioni, stimò suo dovere averne una
più precisa e particolare informazione, e volle venire di persona a parlare con
me.
II. La coperta di lana verde
Ero stato ricondotto dall'ospedale a casa in barella; e, già entrato in
convalescenza, avevo lasciato il letto e me ne stavo in quei giorni adagiato
beatamente su una poltrona vicino alla finestra, con una coperta di lana verde
sulle gambe.
Mi sentivo come inebriato vaneggiare in un vuoto tranquillo, soave, di sogno.
Era ritornata la primavera, e i primi tepori del sole mi davano un languore
d'ineffabile delizia. Avevo quasi timore di sentirmi ferire dalla tenerezza
dell'aria limpida e nuova ch’entrava dalla finestra semichiusa, e me ne tenevo
riparato; ma alzavo di tanto in tanto gli occhi a mirare quell'azzurro vivace di
marzo corso da allegre nuvole luminose. Poi mi guardavo le mani che ancora mi
tremavano esangui; le abbassavo sulle gambe e con la punta delle dita carezzavo
lievemente la peluria verde di quella coperta di lana. Ci vedevo la campagna:
come se fosse tutta una sterminata distesa di grano; e, carezzandola, me ne
beavo, sentendomici davvero, in mezzo a tutto quel grano, con un senso di così
smemorata lontananza, che quasi ne avevo angoscia, una dolcissima angoscia.
Ah, perdersi là, distendersi e abbandonarsi, così tra l'erba al silenzio dei
cieli; empirsi l'anima di tutta quella vana azzurrità, facendovi naufragare ogni
pensiero, ogni memoria!
Poteva, domando io, capitare più inopportuno quel giudice?
Mi duole, a ripensarci, se egli quel giorno se n'andò da casa mia con
l'impressione ch’io volessi burlarmi di lui. Aveva della talpa, con quelle due
manine sempre alzate vicino alla bocca, e i piccoli occhi plumbei quasi senza
vista, socchiusi; scontorto in tutta la magra personcina mal vestita, con una
spalla più alta dell'altra. Per via, andava di traverso, come i cani; benché poi
tutti dicessero che, moralmente, nessuno sapeva rigare più diritto di lui.
Le mie considerazioni sulla vita?
«Ah signor giudice,» gli dissi, «non è possibile, creda, ch’io gliele ripeta.
Guardi qua! Guardi qua!»
E gli mostrai la coperta di lana verde, passandoci sopra delicatamente la mano.
«Lei ha l'ufficio di raccogliere e preparare gli elementi di cui la giustizia
domani si servirà per emanare le sue sentenze? E viene a domandare a me le mie
considerazioni sulla vita, quelle che per l'imputata sono state la cagione
d'uccidermi? Ma se io gliele ripetessi, signor giudice, ho gran paura che lei
non ucciderebbe più me, ma se stesso, per il rimorso d'avere per tanti anni
esercitato codesto suo ufficio. No, no: io non gliele dirò, signor giudice! È
bene che lei anzi si turi gli orecchi per non udire il terribile fragore d'una
certa rapina sotto gli argini, oltre i limiti che lei, da buon giudice, s’è
tracciati e imposti per comporre la sua scrupolosissima coscienza. Possono
crollare, sa, in un momento di tempesta come quello che ha avuto la signorina
Anna Rosa. Che rapina? Eh, quella della gran fiumana, signor giudice! Lei l'ha
incanalata bene nei suoi affetti, nei doveri che s’è imposti, nelle abitudini
che sè tracciate; ma poi vengono i momenti di piena, signor giudice, e la
fiumana straripa, straripa e sconvolge tutto. Io lo so. Tutto sommerso, per me,
signor giudice! Mi ci sono buttato e ora ci nuoto, ci nuoto. E sono, se sapesse,
già tanto lontano! Quasi non la vedo più. Si stia bene, signor giudice, si stia
bene!
Restò lì, stordito, a guardarmi come si guarda un malato incurabile. Sperando di
scomporlo da quel penoso atteggiamento, gli sorrisi; sollevai dalle gambe con
tutt'e due le mani la coperta e gliela mostrai ancora una volta, domandandogli
con grazia:
Ma davvero, scusi non le sembra bella, così verde, questa coperta di lana?
III. Remissione
Mi consolavo con la riflessione che tutto questo avrebbe facilitato
l'assoluzione d`Anna Rosa. Ma d'altra parte c'era lo Sclepis che più volte con
un gran tremore di tutte le sue cartilagini era accorso a dirmi ch’io gli avevo
reso e seguitavo a rendergli più che mai difficile il cómpito della mia
salvazione.
Possibile che non mi rendessi conto dello scandalo enorme suscitato con quella
mia avventura, proprio nel momento che avrei dovuto dar prova d'avere più di
tutti la testa a segno? E non avevo, invece, dimostrato che aveva avuto ragione
mia moglie a scapparsene in casa del padre per l'indegnità del mio comportamento
verso di lei? Io la tradivo; e solo per farmi bello agli occhi di quella ragazza
esaltata avevo protestato di non volere più che in paese mi si chiamasse usurajo!
E tanto era il mio accecamento per quella passione colpevole, che avevo voluto e
m'ostinavo a voler rovinare me e gli altri, con tutto che per poco non m'era
costata la vita, questa colpevole passione!
Ormai allo Sclepis, di fronte alla sollevazione di tutti, non restava che
riconoscere le mie deplorevoli colpe, e per salvarmi non vedeva più altro scampo
che nella confessione aperta di esse da parte mia. Bisognava però, perché questa
confessione non fosse pericolosa, che io dimostrassi nello stesso tempo così
viva e urgente per la mia anima la necessità d'un eroico ravvedimento, da ridare
a lui l'animo e la forza di chiedere agli altri il sacrifizio dei proprii
interessi.
Io non facevo che dir di sì col capo a tutto quello che lui mi diceva, senza
forzarmi a scrutare quanto e fin dove quella che era soltanto argomentazione
dialettica, prendendo a mano a mano calore, diventasse in lui realmente sincera
convinzione. Certo appariva sempre più soddisfatto; ma dentro di sé, forse, un
pò perplesso, se quella sua soddisfazione fosse per vero sentimento di carità o
per l'accorgimento del suo intelletto.
Si venne alla decisione chè io avrei dato un esemplare e solennissimo esempio di
pentimento e d'abnegazione, facendo dono di tutto, anche della casa e d'ogni
altro mio avere, per fondare con quanto mi sarebbe toccato dalla liquidazione
della banca un ospizio di mendicità con annessa cucina economica aperta tutto
l'anno, non solo a beneficio dei ricoverati, ma anche di tutti i poveri che
potessero averne bisogno; e annesso anche un vestiario per ambo i sessi e per
ogni età, di tanti capi all'anno; e che io stesso vi avrei preso stanza,
dormendo senz'alcuna distinzione, come ogni altro mendico, in una branda,
mangiando come tutti gli altri la minestra in una ciotola di legno, e indossando
l'abito della comunità destinato a uno della mia età e del mio sesso.
Quel che più mi coceva era che questa mia totale remissione fosse interpretata
come vero pentimento, mentre io davo tutto, non m'opponevo a nulla, perché
remotissimo ormai da ogni cosa che potesse avere un qualche senso o valore per
gli altri, e non solo alienato assolutamente da me stesso e da ogni cosa mia, ma
con l'orrore di rimanere comunque qualcuno, in possesso di qualche cosa.
Non volendo più nulla, sapevo di non poter più parlare. E stavo zitto, guardando
e ammirando quel vecchio diafano prelato che sapeva voler tanto e la volontà
esercitare con arte così fina, e non per un utile suo particolare, né tanto
forse per fare un bene agli altri, quanto per il merito che ne sarebbe venuto a
quella casa di Dio, di cui era fedelissimo e zelantissimo servitore.
Ecco: per sé, nessuno.
Era questa, forse, la via che conduceva a diventare uno per tutti.
Ma c'era in quel prete troppo orgoglio del suo potere e del suo sapere. Pur
vivendo per gli altri, voleva ancora essere uno per sé, da distinguere bene
dagli altri per la sua sapienza e la sua potenza, e anche per la più provata
fedeltà e il maggior zelo.
Ragion per cui, guardandolo - sì, seguitavo ad ammirarlo - ma mi faceva anche
pena.
IV. Non conclude
Anna Rosa doveva essere assolta; ma io credo che in parte la sua assoluzione fu
anche dovuta all'ilarità che si diffuse in tutta la sala del tribunale,
allorché, chiamato a fare la mia deposizione, mi videro comparire col berretto,
gli zoccoli e il camiciotto turchino dell'ospizio.
Non mi sono più guardato in uno specchio, e non mi passa neppure per ll capo di
voler sapere che cosa sia avvenuto della mia faccia e di tutto il mio aspetto.
Quello che avevo per gli altri dovette apparir molto mutato e in un modo assai
buffo, a giudicare dalla maraviglia e dalle risate con cui fui accolto. Eppure
mi vollero tutti chiamare ancora Moscarda, benché il dire Moscarda avesse ormai
certo per ciascuno un significato così diverso da quello di prima, che avrebbero
potuto risparmiare a quel povero svanito là, barbuto e sorridente, con gli
zoccoli e il camiciotto turchino, la pena d'obbligarlo a voltarsi ancora a quel
nome, come se realmente gli appartenesse.
Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d'oggi, domani. Se
il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d'ogni cosa posta fuori di
noi; e senza nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non
distinta e non definita; ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo
incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi,
e la lasci in pace non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria,
un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La
vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest'albero, respiro trèmulo di
foglie nuove. Sono quest'albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro
che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.
L'ospizio sorge in campagna, in un luogo amenissimo. Io esco ogni mattina,
all'alba, perché ora voglio serbare lo spirito così, fresco d'alba, con tutte le
cose come appena si scoprono che sanno ancora del crudo della notte, prima che
il sole ne secchi il respiro umido e le abbagli. Quelle nubi d'acqua là pese
plumbee ammassate sui monti lividi, che fanno parere più larga e chiara nella
grana d'ombra ancora notturna, quella verde piaga di cielo. E qua questi fili
d'erba, teneri d'acqua anch’essi, freschezza viva delle prode. E quell'asinello
rimasto al sereno tutta la notte, che ora guarda con occhi appannati e sbruffa
in questo silenzio che gli è tanto vicino e a mano a mano pare gli s’allontani
cominciando, ma senza stupore a schiarirglisi attorno, con la luce che dilaga
appena sulle campagne deserte e attonite. E queste carraie qua, tra siepi nere e
muricce screpolate, che su lo strazio dei loro solchi ancora stanno e non vanno.
E l'aria è nuova. E tutto, attimo per attimo, è com'è, che s'avviva per
apparire. Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua
apparenza e morire. Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per
attimo. Impedire che il pensiero sì metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi
rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.
La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma del vespro, il suono
delle campane. Ma ora quelle campane le odo non più dentro di me, ma fuori, per
sé sonare, che forse ne fremono di gioja nella loro cavità ronzante, in un bel
cielo azzurro pieno di sole caldo tra lo stridìo delle rondini o nel vento
nuvoloso, pesanti e così alte sui campanili aerei. Pensa alla morte, a pregare.
C'è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non
l'ho più questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza
ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.
»
Introduzione «