da
Liber Liber
I
Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire
negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch'io faccia: la certezza che
capiscano ciò che fanno.
In prima, sì, mi sembra che molti l'abbiano, dal modo come tra loro si guardano
e si salutano, correndo di qua, di là, dietro alle loro faccende o ai loro
capricci. Ma poi, se mi fermo a guardarli un po' addentro negli occhi con questi
miei occhi intenti e silenziosi, ecco che subito s'aombrano. Taluni anzi si
smarriscono in una perplessità cosí inquieta, che se per poco io seguitassi a
scrutarli, m'ingiurierebbero o m'aggredirebbero.
No, via, tranquilli. Mi basta questo: sapere, signori, che non è chiaro né certo
neanche a voi neppur quel poco che vi viene a mano a mano determinato dalle
consuetissime condizioni in cui vivete. C'è un oltre in tutto. Voi non
volete o non sapete vederlo. Ma appena appena quest'oltre baleni negli occhi
d'un ozioso, come me, che si metta a osservarvi, ecco, vi smarrite, vi turbate o
irritate.
Conosco anch'io il congegno esterno, vorrei dir meccanico della
vita che fragorosamente e vertiginosamente ci affaccenda senza
requie. Oggi, così e così; questo e quest'altro da fare; correre
qua, con l'orologio alla mano, per essere in tempo là. - No,
caro, grazie: non posso! - Ah sí, davvero? Beato te! Debbo
scappare... - Alle undici, la colazione. - Il giornale, la
borsa, l'ufficio, la scuola... - Bel tempo, peccato! Ma gli
affari... - Chi passa? Ah, un carro funebre... Un saluto, di
corsa, a chi se n'è andato. - La bottega, la fabbrica, il
tribunale...
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Nessuno ha tempo o modo d'arrestarsi
un momento a considerare, se quel che vede fare agli altri, quel che lui stesso
fa, sia veramente ciò che sopra tutto gli convenga, ciò che gli possa dare
quella certezza vera, nella quale solamente potrebbe trovar riposo.Il riposo che
ci è dato dopo tanto fragore e tanta vertigine è gravato da tale stanchezza,
intronato da tanto stordimento, che non ci è più possibile raccoglierci un
minuto a pensare. Con una mano ci teniamo la testa, con l'altra facciamo un
gesto da ubriachi.
- Svaghiamoci!
Sì. Più faticosi e complicati del lavoro troviamo gli svaghi che ci si offrono;
sicché dal riposo non otteniamo altro che un accrescimento di stanchezza. |
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Guardo per via le donne, come vestono, come camminano, i
cappelli che portano in capo; gli uomini, le arie che hanno o
che si dànno; ne ascolto i discorsi, i propositi; e in certi
momenti mi sembra così impossibile credere alla realtà di quanto
vedo e sento, che non potendo d'altra parte credere che tutti
facciano per ischerzo, mi domando se veramente tutto questo
fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, che di giorno in
giorno sempre più si còmplica e s'accèlera, non abbia ridotto
l'umanità in tale stato di follia, che presto proromperà
frenetica a sconvolgere e a distruggere tutto. Sarebbe forse, in
fin de' conti, tanto di guadagnato. Non per altro, badiamo: per
fare una volta tanto punto e daccapo.
Qua da noi non siamo ancora arrivati ad assistere allo
spettacolo, che dicono frequente in America, di uomini che a
mezzo d'una qualche faccenda, fra il tumulto della vita,
traboccano giù, fulminati. Ma forse, Dio ajutando, ci arriveremo
presto. So che tante cose si preparano. Ah, sì lavora! E io -
modestamente - sono uno degli impiegati a questi lavori per
lo svago.
Sono operatore. Ma veramente, essere operatore, nel mondo in cui
vivo e di cui vivo, non vuol mica dire operare.
Io non opero nulla.
Ecco qua. Colloco sul treppiedi a gambe rientranti la mia
macchinetta. Uno o due apparatori, secondo le indicazioni,
tracciano sul tappeto o su la piattaforma con una 1unga pertica
e un lapis turchino i limiti entro i quali gli attori debbono
muoversi per tenere in fuoco la scena.
Questo si chiama segnare il campo.
Lo segnano gli altri; non io: io non faccio, altro che prestare
i miei occhi alla macchinetta perché possa indicare fin dove
arriva a prendere.
Apparecchiata la scena, il direttore vi dispone gli attori e
suggerisce loro l'azione da svolgere.
Io domando al direttore:
- Quanti metri?
Il direttore, secondo la lunghezza della scena, mi dice
approssimativamente il numero dei metri di pellicola che
abbisognano, poi grida agli attori:
- Attenti, si gira!
E io mi metto a girar la manovella.
Potrei farmi l'illusione che, girando la manovella, faccia
muover io quegli attori, press'a poco come un sonatore
d'organetto fa la serenata girando il manubrio. Ma non mi faccio
né questa né altra illusione, e seguito a girare finché la scena
non è compiuta; poi guardo nella macchinetta e annunzio al
direttore:
Diciotto metri, - oppure: - trentacinque.
E tutto è qui.
Un signore, venuto a curiosare, una volta mi domandò:
Scusi, non si è trovato ancor modo di far girare la macchinetta
da sé?
Vedo ancora la faccia di questo signore: gracile, pallida, - con
radi capelli biondi; occhi cilestri, arguti; barbetta a punta,
gialliccia, Sotto la quale si nascondeva un sorrisetto, che
voleva parer timido e cortese, ma era malizioso. Perché con
quella domanda voleva dirmi:
- Siete proprio necessario voi? Che cosa siete voi? Una mano
che gira la manovella. Non si potrebbe fare a meno di questa
mano? Non potreste esser soppresso, sostituito da un qualche
meccanismo?
Sorrisi e risposi:
- Forse col tempo, signore. A dir vero, la qualità precipua che
si richiede in uno che faccia la mia professione è
l'impassibilità di fronte all'azione che si svolge davanti alla
macchina. Un meccanismo, per questo riguardo, sarebbe senza
dubbio più adatto e da preferire a un uomo. Ma la difficoltà più
grave, per ora, è questa: trovare un meccanismo, che possa
regolare il movimento secondo l'azione che si svolge davanti
alla macchina. Giacché io, caro signore, non giro sempre allo
stesso modo la manovella, ma ora più presto ora più piano,
secondo il bisogno. Non dubito però, che col tempo - sissignore
- si arriverà a sopprimermi. La macchinetta - anche questa
macchinetta, come tante altre macchinette – girerà da sé. Ma che
cosa poi farà l'uomo quando tutte le macchinette gireranno da
sé, questo, caro signore, resta ancora da vedere.
II
Soddisfo, scrivendo, a un bisogno di sfogo, prepotente. Scarico la mia
professionale impassibilità e mi vendico, anche; e con me vendico tanti,
condannati come me a non esser altro, che una mano che gira una manovella.
Questo doveva avvenire, e questo è finalmente avvenuto!
L'uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava, buttati via i
sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, e divenuto saggio e
industre, s'è messo a fabbricar di ferro, d'acciajo le sue nuove divinità ed è
diventato servo e schiavo di esse.
Viva la Macchina che meccanizza la vita!
Vi resta ancora, o signori, un po' d'anima, un po' di cuore e di mente? Date,
date qua alle macchine voraci, che aspettano! Vedrete e sentirete, che prodotto
di deliziose stupidità ne sapranno cavare.
Per la loro fame, nella fretta incalzante di saziarle, che pasto potete estrarre
da voi ogni giorno, ogni ora, ogni minuto?
È per forza il trionfo della stupidità, dopo tanto ingegno e tanto studio spesi
per la creazione di questi mostri, che dovevano rimanere strumenti e sono
divenuti invece, per forza, i nostri padroni.
La macchina è fatta per agire, per muoversi, ha bisogno di ingojarsi la nostra
anima, di divorar la nostra vita. E come volete che ce le ridiano, l'anima e la
vita, in produzione centuplicata e continua, le macchine? Ecco qua: in pezzetti
e bocconcini, tutti d'uno stampo, stupidi e precisi, da farne, a metterli sú,
uno su l'altro, una piramide che potrebbe arrivare alle stelle. Ma che stelle,
no, signori! Non ci credete. Neppure all'altezza d'un palo telegrafico. Un
soffio li abbatte e li ròtola giú, e tal altro ingombro, non piú dentro ma
fuori, ce ne fa, che ‑ Dio, vedete quante scatole, scatolette, scatolone,
scatoline? ‑ non sappiamo piú dove mettere i piedi, come muovere un passo. Ecco
le produzioni dell'anima nostra, le scatolette della nostra vita!
Che volete farci? Io sono qua. Servo la mia macchinetta, in quanto la giro
perché possa mangiare. Ma l'anima, a me, non mi serve. Mi serve la mano; cioè
serve alla macchina. L'anima in pasto, in pasto la vita, dovete dargliela voi
signori, alla macchinetta ch'io giro. Mi divertirò a vedere, se permettete, il
prodotto che ne verrà fuori. Un bel prodotto e un bel divertimento, ve lo dico
io.
Già i miei occhi, e anche le mie orecchie, per la lunga abitudine, cominciano a
vedere e a sentir tutto sotto la specie di questa rapida tremula ticchettante
riproduzione meccanica.
Non dico di no: l'apparenza è lieve e vivace. Si va, si vola. E il vento della
corsa dà un'ansia vigile ilare acuta, e si porta via tutti i pensieri. Avanti!
Avanti perché non s'abbia tempo né modo d'avvertire il peso della tristezza,
l'avvilimento della vergogna, che restano dentro, in fondo. Fuori, è un balenío
continuo, uno sbarbàglio incessante: tutto guizza e scompare.
Che cos'è? Niente, è passato! Era forse una cosa triste; ma niente, ora è
passata.
C'è una molestia, però, che non passa. La sentite? Un calabrone che ronza
sempre, cupo, fosco, brusco, sotto sotto, sempre. Che è? I1 ronzío dei pali
telegrafici? lo striscío continuo della carrucola lungo il filo dei tram
elettrici? il fremito incalzante di tante macchine, vicine, lontane? quello del
motore dell'automobile? quello dell'apparecchio cinematografico?
I1 bàttito del cuore non s'avverte, non s'avverte il pulsar delle arterie. Guaj,
se s'avvertisse! Ma questo ronzío, questo ticchettío perpetuo, sí, e dice che
non è naturale tutta questa furia turbinosa, tutto questo guizzare e scomparire
d'immagini; ma che c'è sotto un meccanismo, il quale pare lo insegua, stridendo
precipitosamente.
Si spezzerà?
Ah, non bisogna fissarci l'udito. Darebbe una smania di punto in punto
crescente, un'esasperazione a lungo insopportabile; farebbe impazzire.
In nulla, piú in nulla, in mezzo a questo tramenío vertiginoso, che investe e
travolge, bisognerebbe fissarsi. Cogliere, attimo per attimo, questo rapido
passaggio d'aspetti e di casi, e via, fino al punto che il ronzío per ciascuno
di noi non cesserà.
III
Non posso levarmi dalla mente l'uomo incontrato un anno fa, la sera stessa che
arrivai a Roma.
Di novembre, sera rigidissima. M'aggiravo in cerca d'un modesto alloggio, non
tanto per me, uso a passar le notti all'aperto, amico delle nottole e delle
stelle, quanto per la mia valigetta, ch'era tutta la mia casa, lasciata in
deposito alla stazione; allorché m'imbattei per caso in un mio amico di Sassari,
da molto tempo perduto di vista: Simone Pau, uomo di costumi singolarissimi e
spregiudicati. Udite le mie misere condizioni, egli mi propose d'andare a
dormire per quella sera nel suo albergo. Accettai, e ci avviammo a piedi per le
vie quasi deserte. Cammin facendo, gli parlavo delle mie molte disgrazie e delle
scarse speranze che m'avevano condotto a Roma. Simone Pau alzava di tratto in
tratto la testa scoperta, su cui i lunghi capelli grigi, lisci, sono spartiti in
mezzo da una scriminatura alla nazzarena, ma a zig-zag, perché fatta con le
dita, in mancanza di pettine. Questi capelli, poi, tirati di qua e di là dietro
gli orecchi, gli formano una curiosa zazzeretta rada, ineguale. Cacciava via una
grossa boccata di fumo e restava un pezzo, ascoltandomi, con l'enorme bocca
tumida aperta, come quella di un'antica maschera comica. Gli occhi sorcigni,
furbi, vivi vivi, gli guizzavano intanto qua e là come presi in trappola nella
faccia larga, rude, massiccia, da villano feroce e ingenuo. Credevo rimanesse in
quell'atteggiamento, con la bocca aperta, per ridere di me, delle mie disgrazie
e delle mie speranze. Ma, a un certo punto, lo vidi fermare in mezzo alla via
vegliata lugubremente dai fanali e gli sentii dir forte nel silenzio della
notte:
- Scusa, e come so io del monte, dell'albero, del mare? I1 monte è monte, perché
io dico: Quello è un monte. I1 che significa: io sono il monte. Che siamo noi?
Siamo quello di cui a volta a volta ci accorgiamo. Io sono il monte, io
l'albero, io il mare. Io sono anche la stella, che ignora se stessa!
Restai sbalordito. Ma per poco. Ho anch'io - inestirpabilmente radicata nel piú
profondo del mio essere - la stessa malattia dell'amico mio.
La quale, a mio credere, dimostra nel modo piú chiaro, che tutto quello che
avviene, forse avviene perché la terra non è fatta tanto per gli uomini, quanto
per le bestie. Perché le bestie hanno in sé da natura solo quel tanto che loro
basta ed è necessario per vivere nelle condizioni, a cui furono, ciascuna
secondo la propria specie, ordinate; laddove gli uomini hanno in sé un
superfluo, che di continuo inutilmente li tormenta, non facendoli mai paghi di
nessuna condizione e sempre lasciandoli incerti del loro destino. Superfluo
inesplicabile, chi per darsi uno sfogo crea nella natura un mondo fittizio, che
ha senso e valore soltanto per essi, ma di cui pur essi medesimi non sanno e non
possono mai contentarsi, cosicché senza posa smaniosamente lo mutano e rimutano,
come quello che, essendo da loro stessi costruito per il bisogno di spiegare e
sfogare un'attività di cui non si vede né il fine né la ragione, accresce e
complica sempre piú il loro tormento, allontanandoli da quelle semplici
condizioni poste da natura alla vita su la terra, alle quali soltanto i bruti
sanno restar fedeli e obbedienti.
L'amico Simone Pau è convinto in buona fede di valere molto piú d'un bruto,
perché il bruto non sa e si contenta di ripeter sempre le stesse operazioni.
Sono anch'io convinto ch'egli valga molto piú d'un bruto, ma non per queste
ragioni. Che giova all'uomo non contentarsi di ripeter sempre le stesse
operazioni? Già, quelle che sono fondamentali e indispensabili alla vita, deve
pur compierle e ripeterle anch'egli quotidianamente, come i bruti, se non vuol
morire. Tutte le altre, mutate e rimutate di continuo smaniosamente, è assai
difficile non gli si scoprano, presto o tardi, illusioni o vanità, frutto come
sono di quel tal superfluo, di cui non si vede su la terra né il fine né la
ragione. E chi ha detto al mio amico Simone Pau, che il bruto non sa? Sa quello
che gli è necessario e non s'impaccia d'altro, perché il bruto non ha in sé
alcun superfluo. L'uomo che l'ha, appunto perché l'ha, si pone il tormento di
certi problemi, destinati su la terra a rimanere insolubili. Ed ecco in che
consiste la sua superiorità! Forse quel tormento è segno e prova (speriamo, non
anche caparra!) di un'altra vita oltre la terrena; ma, stando cosí le cose su la
terra, mi par proprio d'aver ragione quando dico ch'essa è fatta piú pe' bruti
che per gli uomini.
Non vorrei esser frainteso. Intendo dire, che su la terra l'uomo è destinato a
star male, perché ha in sé piú di quanto basta per starci bene, cioè in pace e
pago. E che sia veramente un di piú, per la terra, questo che l'uomo ha
in sé (e per cui è uomo e non bruto), lo dimostra il fatto, ch'esso - questo di
piú - non riesce a quietarsi mai in nulla, né di nulla ad appagarsi quaggiú,
tanto che cerca e chiede altrove, oltre la vita terrena, il perché e il compenso
del suo tormento. Tanto peggio poi l'uomo vi sta, quanto piú vuole impiegare su
la terra stessa in smaniose costruzioni e complicazioni il suo superfluo.
Lo so io, che giro una manovella.
Quanto al mio amico Simone Pau, il bello è questo: che crede d'essersi liberato
d'ogni superfluo, riducendo al minimo tutti i suoi bisogni, privandosi di tutte
le comodità e vivendo come un lumacone ignudo. E non s'accorge che, proprio
all'opposto, egli, cosí riducendosi, s'è annegato tutto nel superfluo e piú non
vive d'altro.
Quella sera, appena giunto a Roma, io ancora non lo sapevo. Lo conoscevo,
ripeto, di costumi singolarissimi e spregiudicati, ma non avrei potuto mai
immaginare, che la singolarità sua e la sua spregiudicatezza arrivassero fino al
punto che dirò.
IV
Pervenuti in fondo al Corso Vittorio Emanuele, passammo il ponte. Ricordo che
mirai quasi con religioso sgomento ]a fosca mole rotonda di Castel Sant'Angelo,
alta e solenne sotto lo sfavillío delle stelle. Le grandi architetture umane,
nella notte, e le costellazioni del cielo pare che s'intendano tra loro. Nella
frescura umida di quell'immenso sfondo notturno, sentii quel mio sgomento
sobbalzare, guizzare come per tanti brividi, che forse mi venivano dai riflessi
serpentini dei lumi degli altri ponti e delle dighe, nell'acqua nera,
misteriosa, del fiume. Ma Simone Pau mi strappò a quell'ammirazione volgendo
prima verso San Pietro, poi scantonando per il Vicolo del Villano. Incerto della
via, incerto di tutto, nel vuoto orrore delle vie deserte, piene di strane ombre
vacillanti nei radi rivèrberi rossastri dei fanali, a ogni soffio d'aria, sui
muri delle vecchie case, pensavo con terrore e con nausea alla gente che dormiva
sicura in quelle case e non sapeva com'esse apparissero di fuori a chi errava
sperduto per la notte, senza che per lui ce ne fosse una, ove potesse entrare.
Di tratto in tratto Simone Pau crollava il testone e si picchiava il petto con
due dita. Oh sí! Il monte era lui, l'albero era lui, il mare era lui ma
l'albergo dov'era? Là, a Borgo Pio? Sí, là vicino: al Vicolo del Falco. Alzai
gli occhi; vidi a destra di quel vicolo un casamento tetro, con una lanterna
sospesa davanti al portone: una grossa lanterna, ove la fiammella del becco
sbadigliava a traverso i vetri sudici. Mi fermai davanti a quel portone mezzo
chiuso e mezzo aperto, e lessi su l'arco:
OSPIZIO DI MENDICITÀ
- Tu
dormi qua?
- E ci mangio anche. Ciotole di minestre squisite. In ottima compagnia. Vieni:
sono di casa.
Difatti, il vecchio portinaio e due altri addetti alla sorveglianza
dell'ospizio, raccolti e curvi tutti e tre attorno a un braciere di rame lo
accolsero come un ospite consueto, salutandolo coi gesti e con la voce dalla
bacheca dell'androne rintronante:
- Buona sera, signor Professore.
Simone Pau mi prevenne, cupo, con molta serietà, che non mi facessi illusioni,
perché in quell'albergo non avrei potuto dormire per oltre sei notti di seguito.
Mi spiegò, che ogni sei notti bisognava che ne passassi fuori per lo meno una
all'aperto, per poi ripigliare la serie.
Io, dormire là?
Innanzi a quei tre sorveglianti, ascoltai la spiegazione con un sorriso
afflitto, che pur mi nuotava lieve lieve su le labbra, come per tenermi l'anima
a galla e impedirle di sprofondare nella vergogna di quel basso fondo.
Quantunque in misere condizioni e con poche lire in tasca, ero vestito bene, coi
guanti alle mani, le ghette ai piedi. Volevo prendere l'avventura, con quel
sorriso, come un capriccio bislacco del mio strano amico. Ma Simone Pau se
n'irritò:
- Non ti par serio?
- No, caro, veramente non mi par serio.
- Hai ragione, - disse Simone Pau. - Serio, veramente serio, sai chi è? è il
dottore senza collo, vestito di nero, con grossa barba nera e occhiali a staffa,
che nelle piazze addormenta la sonnambula. Io non sono ancora serio fino a
questo punto. Puoi ridere, amico Serafino.
E seguitò a spiegarmi, che - tutto gratis, lì. D'inverno, nella branda, due
lenzuola di bucato, solide e fresche come vele di barca, e due grosse coperte di
lana; d'estate, le sole lenzuola, e una lucchesina per chi la vuole; poi, un
accappatojo e un paio di pantofole di tela, con suola di corda, lavabili.
- Bada bene, lavabili.
- E perché?
- Ti spiego. Con quelle pantofole e con quell'accappatoio ti dànno una tessera;
tu entri in quello spogliatojo là quella porta là, a destra - ti spogli e
consegni gli abiti, scarpe comprese, per la disinfezione, che si fa nei forni,
di là. Quindi... ecco, vieni qua, guarda... Vedi questa bella piscina?
Sprofondai gli occhi e guardai.
Piscina? Era un antro múffido, angusto e profondo, una specie di cava da
ricettarvi majali, tagliata nella pietra viva per lungo, a cui si scendeva per
cinque o sei gradini e da cui esalava un puzzo ardente di lavatojo. Un tubo di
latta, tutto a forellini gialli di ruggine, vi correva sopra, in mezzo, da un
capo all'altro.
- Ebbene?
- Ti spogli di là; consegni gli abiti...
- ...scarpe comprese...
- ...scarpe comprese, per la disinfezione, e t'introduci nudo qua dentro.
- Nudo?
- Nudo, in compagnia d'altri sei o sette nudi. Uno di questi cari amici qua
della bacheca apre la chiavetta dell'acqua, e tu, sotto il tubo, zifff... ti
prendi gratis, in piedi, una bellissima doccia. Poi t'asciughi magnificamente
con l'accappatojo, ti calzi le pantofole di tela, te ne sali zitto zitto in
processione con gli altri incappati per la scala; eccola qua; là c'è la porta
del dormitorio, e buona notte.
- Imprescindibile?
- Che? La doccia? Ah, perché tu hai i guanti e le ghette, amico Serafino? Ma te
le puoi levare senza vergogna. Ciascuno qua si leva le proprie vergogne
d'addosso, e si presenta nudo al battesimo di questa piscina! Non hai il
coraggio di scendere fino a queste nudità?
Non ce ne fu bisogno. La doccia è obbligatoria solo per i mendicanti sporchi.
Simone Pau non l’aveva mai presa.
Egli è lí, veramente, professore. Sono annessi a quell'asilo notturno una cucina
economica e un ricovero per i ragazzi senza tetto, d'ambo i sessi, figli di
mendicanti, figli di carcerati, figli di tutte le colpe. Sono sotto la custodia
di alcune suore di carità, che han trovato modo d'istituire per essi anche una
scoletta. Simone Pau, quantunque per professione nimicissimo dell'umanità e di
qualsiasi insegnamento, dà lezione con molto piacere a quei ragazzi, per due ore
al giorno, la mattina per tempo; e i ragazzi gli vogliono un gran bene. Egli ha
lí. in compenso, alloggio e vitto: cioè una cameretta, tutta per lui, comoda e
decente, e un servizio di cucina particolare, insieme con quattro altri
insegnanti, che sono un povero vecchietto pensionato dal Governo pontificio e
tre zitellone maestre, amiche delle suore e li ricoverate. Ma Simone Pau lascia
il vitto particolare, perché a mezzogiorno non è mai all'ospizio, e soltanto la
sera, quando gli va, prende qualche ciotola di minestra dalla cucina comune;
tiene la cameretta, ma non ne approfitta mai, perché va a dormire nel dormitorio
dell'asilo notturno, per la compagnia che vi trova, e a cui ha preso gusto, di
esseri obliqui e randagi. Tolte quelle due ore di lezione, passa tutto il tempo
nelle biblioteche e nei caffè; ogni tanto, stampa su qualche rassegna di
filosofia uno studio che stordisce tutti per la bizzarra novità delle vedute, la
stranezza delle argomentazioni e la copia della dottrina; e si rimpannuccia.
Io, allora, ripeto, non sapevo tutto questo. Credevo, e forse in parte era vero,
ch'egli mi avesse condotto lí per il piacere di sbalordirmi; e poiché non c'è
miglior mezzo di sconcertare chi voglia sbalordirvi con paradossi sbardellati o
con le piú strane e bislacche proposte, che fingere d'accettar quei paradossi
come fossero le verità piú ovvie e quelle proposte come naturalissime e del
caso; cosí feci io quella sera, per sconcertare il mio amico Simone Pau. Il
quale, capito il mio proposito, mi guardò negli occhi e, vedendomeli
perfettamente impassibili, esclamò sorridendo:
- Come sei imbecille!
Mi profferse la sua cameretta; credetti in principio che scherzasse; ma quando
m'assicurò che aveva lí veramente una cameretta per sé non volli accettare e
andai con lui nel dormitorio dell'asilo. Non me ne pento, perché al disagio e al
ribrezzo che provai in quell'orrido luogo, ebbi due compensi:
1° quello di trovare il posto, che occupo al presente, o meglio, l'occasione di
entrare come operatore nella grande Casa di cinematografia La Kosmograph;
2° quello di conoscere l'uomo, che per me è rimasto il simbolo della sorte
miserabile, a cui il continuo progresso condanna l'umanità.
Ecco, prima, l'uomo.
V
Me lo mostrò Simone Pau, la mattina appresso, quando ci levammo dalla branda.
Non descriverò quello stanzone del dormitorio, appestato da tanti fiati, nella
squallida luce dell'alba né l'esodo di quei ricoverati, che scendevano irti e
rabbuffati dal sonno nei lunghi càmici bianchi, con le pantofole di tela ai
piedi e la tèssera in mano, giú allo spogliatojo, per ritirare a turno i loro
panni.
Uno era in mezzo a questi, che fra gli sgonfii del bianco accappatojo teneva
stretto sotto il braccio un violino, chiuso nella fodera di panno verde, logora,
sudicia, stinta, e se n'andava inarcocchiato e tenebroso, come assorto a
guardarsi i peli spioventi delle foltissime sopracciglia aggrottate.
- Amico! amico! - lo chiamò Simone Pau. Quegli si fece avanti, tenendo il capo
chino e sospeso, come se gli pesasse enormemente il naso rosso e carnuto; e
pareva dicesse, avanzandosi:
« Fate largo! fate largo! Vedete come la vita può ridurre il naso d'un uomo? »
Simone Pau gli s'accostò; amorevolmente con una mano gli sollevò il mento; gli
batté l'altra su la spalla, per rinfrancarlo, e ripeté:
- Amico mio!
Poi, rivolgendosi a me:
- Serafino, - disse, - ti presento un grande artista. Gli hanno appiccicato un
nomignolo schifoso; ma non importa: è un grande artista. Ammíralo: qua, col suo
Dio sotto il braccio! Potrebbe essere una scopa: è un violino.
Mi voltai a osservar l'effetto delle parole di Simone Pau sul viso dello
sconosciuto. Impassibile. E Simone Pau seguitò:
Un violino, per davvero. E non lo lascia mai. Anche i custodi qua gli concedono
di portarselo a letto, a patto che non suoni di notte e non disturbi gli altri
ricoverati. Ma non c'è pericolo. Càvalo fuori, amico mio, e mostralo a questo
signore, che ti saprà compatire.
Quegli mi spiò prima con diffidenza; poi, a un nuovo invito di Simone Pau,
trasse dalla custodia il vecchio violino, un violino veramente prezioso, e lo
mostrò, come un monco vergognoso può mostrare il suo moncherino.
Simone Pau riprese, rivolto a me:
- Vedi? Te lo mostra. Grande concessione, di cui devi ringraziarlo! Suo padre,
molti anni or sono, lo lascio padrone a Perugia di una tipografia ricca di
macchine e di caratteri e bene avviata. Di' tu, amico mio, che ne facesti, per
consacrarti al culto del tuo Dio?
L'uomo rimase a guardare Simone Pau, come se non avesse compreso la domanda.
Simone Pau gliela chiarí:
- Che ne facesti, della tua tipografia?
Quegli allora scattò in un gesto di noncuranza sdegnosa.
- La trascurò, - disse, per spiegare quel gesto, Simone Pau. - La trascurò fino
al punto di ridursi al lastrico. E allora, col suo violino sotto il braccio, se
ne venne a Roma. Ora non suona piú da un pezzo, perché crede di non poter piú
sonare, dopo quanto gli è accaduto. Ma fino a qualche tempo fa, sonava nelle
osterie. Nelle osterie si beve; e lui prima sonava, poi beveva. Sonava
divinamente; piú divinamente sonava, e piú beveva; cosí che spesso era costretto
a mettere in pegno il suo Dio, il suo violino. E allora si presentava in qualche
tipografia per trovar lavoro: metteva insieme a poco a poco quel tanto che gli
bisognava per spegnare il violino, e ritornava a sonare nelle osterie. Ma senti
che cosa gli capitò una volta, per cui... capisci? gli si è un po' alterata
la... la.. non diciamo ragione, per carità, diciamo concezione della vita.
Insacca, insacca, amico mio, il tuo strumento: so che ti fa male, se io lo dico,
mentre tu hai il tuo violino scoperto. L'uomo accennò piú volte di sí,
gravemente, col capo arruffato, e rinfoderò il violino.
- Gli capitò questo, - seguitò Simone Pau. - Si presenta in una grande officina
tipografica, nella quale è proto uno che, da ragazzotto, lavorava nella sua
tipografia a Perugia. «Non c'è posto; mi dispiace», gli dice costui. E l'amico
mio fa per andarsene, avvilito, quando si sente richiamare. - «Aspetta, - dice.
- Se ti adatti, ci sarebbe da fare un servizio... Non sarebbe per te; ma, se tu
hai bisogno... » -. Il mio amico si stringe nelle spalle, e segue il proto. È
introdotto in un reparto speciale, silenzioso; e lì il proto gli mostra una
macchina nuova: un pachiderma piatto, nero, basso; una bestiaccia mostruosa, che
mangia piombo e caca libri. È una monotype perfezionata, senza complicazioni
d'assi, di ruote, di pulegge, senza il ballo strepitoso della matrice. Ti dico
una vera bestia un pachiderma, che si rúguma quieto quieto il suo lungo nastro
di carta traforata. - « Fa tutto da sé - dice il proto al mio amico. - Tu non
hai che a darle da mangiare di tanto in tanto i suoi pani di piombo, e starla a
guardare» -. Il mio amico si sente cascare il fiato e le braccia. Ridursi a un
tale ufficio, un uomo, un artista! Peggio d'un mozzo di stalla... Stare a
guardia di quella bestiaccia nera, che fa tutto da sé, e che non vuol da lui
altro servizio, che d'aver messo in bocca, di tanto in tanto, il suo cibo, quei
pani di piombo! Ma questo è niente, Serafino! Avvilito, mortificato, oppresso di
vergogna e avvelenato di bile, il mio amico dura una settimana in quella servitú
indegna e, porgendo alla bestia quei pani di piombo sogna la sua liberazione, il
suo violino, la sua arte; giura e promette di non ritornare piú a sonare nelle
osterie, dov'è forte, veramente forte per lui la tentazione di bere, e vuol
trovare altri luoghi piú degni per l'esercizio della sua arte, per il culto
della sua divinità. Sissignori! Appena spegnato il violino, legge negli avvisi
d'un giornale, tra le offerte d'impiego, quella d'un cinematografo, in via tale,
numero tale, che ha bisogno d'un violino e d'un clarinetto per la sua
orchestrina esterna. Subito il mio amico accorre; si presenta, felice,
esultante, col suo violino sotto il braccio. Ebbene: si trova lavanti un'altra
macchina, un pianoforte automatico, un cosidetto piano-melodico. Gli dicono: -
«Tu col tuo violino devi accompagnare quello strumento lì!» -. Capisci? Un
violino, nelle mani d'un uomo, accompagnare un rotolo di carta traforata
introdotto nella pancia di quell'altra macchina lì! L'anima, che muove e guida
le mani di quest'uomo, e che or s'abbandona nelle cavate dell'archetto, or freme
nelle dita che premono le corde, costretta a seguire il registro di quello
strumento automatico! Il mio amico diede in tali escandescenze, che dovettero
accorrere le guardie, e fu tratto in arresto e condannato per oltraggio alla
forza pubblica a quindici giorni di carcere.
Ne è uscito, come lo vedi. Beve, e non suona piú.
VI
Tutte le considerazioni da me fatte in principio sulla mia sorte miserabile e su
quella di tanti altri condannati come me a non esser altro che una mano che gira
una manovella, hanno per punto di partenza quest'uomo, incontrato la prima sera
del mio arrivo a Roma. Certamente ho potuto farle, perché anch'io mi sono
ridotto a quest'ufficio di servitore d'una macchina; ma son venute dopo.
Lo dico, perché quest'uomo, presentato qui, dopo quelle considerazioni, potrebbe
parere a qualcuno una mia grottesca invenzione. Ma si badi ch'io forse non avrei
mai pensato di fare quelle considerazioni, se in parte non me le avesse
suggerite Simone Pau nel presentarmi quel disgraziato; e che, del resto,
grottesca è tutta la mia prima avventura, e tale perché grottesco è, e vuol
essere, quasi per professione, Simone Pau, il quale, per darmene un saggio fin
dalla prima sera, volle condurmi a dormire in un ospizio di mendicità.
Io non feci allora nessunissima considerazione; prima, perché non potevo pensare
neppur lontanamente che mi sarei ridotto a quest'ufficio; poi, perché me
l'avrebbe impedito un gran tramestío su per la scala del dormitorio e un
irrompere confuso e festante di tutti quei ricoverati già scesi allo spogliatojo
per ritirare i loro panni.
Che era accaduto?
Ritornavano su, insaccati di nuovo nei bianchi accappatoj, e con le pantofole ai
piedi.
Tra loro, e insieme coi custodi e le suore di carità addette al ricovero e alla
cucina economica, eran parecchi signori e qualche signora, tutti ben vestiti e
sorridenti, con un'aria curiosa e nuova. Due di quei signori avevano in mano una
macchinetta, che ora conosco bene, avvolta in una coperta nera, e sotto il
braccio il treppiedi a gambe rientranti. Erano attori e operatori d'una Casa
cinematografica, e venivano per un film a cogliere dal vero una scena
d'asilo notturno.
La Casa cinematografica, che mandava quegli attori, era la Kosmograph,
nella quale io da otto mesi ho il posto d'operatore; e il direttore di scena,
che li guidava, era Nicola Polacco, o, come tutti lo chiamano, Cocò Polacco, mio
amico d'infanzia e compagno di studii a Napoli nella prima giovinezza. Debbo a
lui il posto e alla fortunata congiuntura d'essermi trovato quella notte con
Simone Pau in quell'asilo notturno.
Ma né a me, ripeto, venne in mente; quella mattina, che mi sarei ridotto a
collocar sul treppiedi una macchina di presa, come vedevo fare a quei due
signori, né a Cocò Polacco di propormi un tale ufficio. Egli, da quel buon
figliuolo che è, non stentò molto a riconoscermi, quantunque io - riconosciutolo
subito - facessi di tutto per non essere scorto da lui in quel luogo miserabile,
vedendolo raggiante d'eleganza parigina e con un'aria e un'impostatura di
condottiero invincibile, tra quegli attori, quelle attrici e tutte quelle
reclute della miseria, che non capivano piú nei loro bianchi càmici dalla gioja
d'un guadagno insperato. Si mostro sorpreso di trovarmi là, ma soltanto per
l'ora mattutina, e mi domandò come avessi saputo ch'egli con la sua
compagnia dovesse venire quella mattina nell'asilo per un interno dal vero.
Lo lasciai nell'inganno, che mi trovassi lí per caso, come un curioso; gli
presentai Simone Pau (l'uomo dal violino, nella confusione, era sgattajolato
via); e rimasi ad assistere disgustato alla sconcia contaminazione di quella
triste realtà, di cui avevo nella notte assaporato l'orrore, con la stupida
finzione che il Polacco era venuto a iscenarvi.
Ma il disgusto, forse, lo sento adesso. Quella mattina, dovevo avere piú che
altro curiosità d'assistere per la prima volta all'iscenatura d'una
cinematografia. Pure la curiosità, a un certo punto, mi fu distratta da una di
quelle attrici, la quale appena intravista, me ne suscitò un'altra assai piú
viva.
La Nestoroff... Possibile? Mi pareva lei e non mi pareva. Quei capelli d'uno
strano color fulvo, quasi cupreo, il modo di vestire, sobrio, quasi rigido, non
erano suoi. Ma l'incesso dell'esile elegantissima persona, con un che di felino
nella mossa dei fianchi; il capo alto, un po' inclinato da una parte e quel
sorriso dolcissimo su le labbra fresche come due foglie di rosa, appena qualcuno
le rivolgeva la parola; quegli occhi stranamente aperti, glauchi, fissi e vani a
un tempo, e freddi nell'ombra delle lunghissime ciglia, erano suoi, ben suoi,
con quella sicurezza tutta sua, che ciascuno, qualunque cosa ella fosse per dire
o per chiedere, le avrebbe risposto di sí.
Varia Nestoroff... Possibile? Attrice d'una Casa di cinematografia ?
Mi balenarono in mente Capri, la Colonia russa, Napoli, tanti rumorosi convegni
di giovani artisti, pittori, scultori, in strani ridotti eccentrici, pieni di
sole e di colore, e una casa, una dolce casa di campagna, presso Sorrento, dove
quella donna aveva portato lo scompiglio e la morte.
Quando, ripetuta per due volte la scena per cui la compagnia era venuta in
quell'asilo, Cocò Polacco m'invitò ad andarlo a trovare alla Kosmograph,
io, ancora in dubbio, gli domandai se quell'attrice fosse proprio la Nestoroff.
- Sí, caro, - mi rispose, sbuffando. - Ne sai forse la storia ?
Gli accennai di sí col capo.
- Ah, ma non puoi saperne il seguito! - riprese il Polacco. - Vieni, vieni a
trovarmi alla Kosmograph; te ne dirò di belle. Gubbio, pagherei non so
che cosa per levarmi dai piedi questa donna. Ma, guarda, è piú facile che...
- Polacco! Polacco! - chiamò a questo punto colei.
E dalla premura con cui Cocò Polacco accorse alla chiamata, compresi bene qual
potere ella avesse nella Casa, ov'era scritturata quale prima attrice con uno
dei piú lauti stipendii.
Alcuni giorni dopo mi recai alla Kosmograph, non per altro, per conoscere
il seguito della storia, purtroppo a me nota, di quella donna.
I
Dolce casa di campagna, Casa dei nonni, piena del sapore ineffabile dei
piú antichi ricordi familiari, ove tutti i mobili di vecchio stile, animati da
questi ricordi, non erano piú cose, ma quasi intime parti di coloro che
v’abitavano, perché in essi toccavano e sentivano la realtà cara, tranquilla,
sicura della loro esistenza.
Covava davvero in quelle stanze un alito particolare, che a me pare di sentire
ancora, mentre scrivo: alito d'antica vita, che aveva dato un odore a tutte le
cose che vi erano custodite.
Rivedo la sala, un po' tetra veramente, dalle pareti stuccate, a riquadri che
volevan sembrare di marmo antico: uno rosso uno verde; e ogni riquadro aveva la
sua brava cornice, anch'essa di stucco, a fogliami; se non che, col tempo, quei
finti marmi antichi s'erano stancati della loro ingenua finzione, s'erano un po'
gonfiati qua e là, e si vedeva qualche piccola crepacchiatura. La quale mi
diceva benignamente:
- Tu sei povero; hai l'abito sdrucito; ma vedi bene che pure nelle case dei
signori...
Eh sí! Bastava mi voltassi a guardare quelle mensole curiose, che pareva
avessero schifo di toccare la terra con le loro zampe dorate, di ragno... I1
piano di marmo era un po' ingiallito, e nello specchio inclinato si rivedevano
precisi nell'immobilità i due cestelli posati sul piano: cestelli di frutta,
anch'esse di marmo, colorate: fichi, pesche, cedri, a riscontro di qua e di là,
proprio precise, nel riflesso, come se fossero quattro e non due.
In quella immobilità di lucido riflesso era tutta la calma limpida, che regnava
in quella casa. Pareva che nulla vi potesse accadere. E lo diceva anche l'orologetto
di bronzo, tra i due cestelli, di cui nello specchio si vedeva il dietro
soltanto. Figurava una fontanella, e aveva un cristallo di rocca a spirale, che
girava e girava col moto della macchina. Quant'acqua aveva versato quella
fontanella? Ma la conchetta non s'era riempita mai.
Ed ecco la sala, da cui si scende nel giardino. (Da una stanza all'altra si
passa a traverso uscioli bassi, che paion compresi del loro ufficio, e ciascuno
sappia le cose che ha in custodia nella stanza.) Questa, da cui si scende nel
giardino, è la preferita, in tutte le stagioni. Ha il pavimento di mattoni
larghi quadrati, di terracotta, un po' logorati dall'uso. La carta da parato, a
roselline, è un po' sbiadita, come le tende di velo, pure a roselline, della
finestra e della porta a vetri, da cui si scorge il pianerottolo della breve
scala di legno, a collo, e la ringhierina verde e il pergolato del giardinetto
incantato di luce e di silenzio.
La luce filtra verde e fervida a traverso le stecche della piccola persiana
della finestra, e non si soffonde nella stanza, che rimane in una fresca,
deliziosa penombra, imbalsamata dalle fragranze del giardino.
Che felicità, che bagno di purezza per l'anima, a stare un po' distesi su quel
divano antico, dalle testate alte, coi rulli di stoffa verde, anch'essa un po'
scolorita.
- Giorgio! Giorgio!
Chi chiama dal giardino? È nonna Rosa, che non arriva a cogliere neppure con l'ajuto
della sua cannuccia i gelsomini di bella notte, or che la pianta, crescendo, s'è
rampicata alta sú sú per il muretto.
Piacciono tanto a nonna Rosa quei gelsomini di bella notte! Ha sú, nell'armadio
a muro, una cassettina piena di spighe a ombrello di rizòmolo, seccate; ne
prende una ogni mattina, prima di scendere in giardino; e quando ha raccolto i
gelsomini con la sua cannuccia, siede all'ombra del pergolato, inforca gli
occhiali e infilza a uno a uno quei gelsomini negli esili gambi di quella spiga
a ombrello, finché non ne forma una bella rosa bianca, piena, dal profumo
intenso e soave, che va a deporre religiosamente in un vasetto sul piano del
cassettone nella sua camera, innanzi all'immagine del suo unico figliuolo, morto
da tant'anni.
È cosí intima e raccolta, quella casetta, e paga della vita che racchiude in sé,
e senz'alcun desiderio di quella che si svolge rumorosa fuori, lontano! Sta lí,
come rannicchiata dietro il poggio verde, e non ha voluto neanche la vista del
mare e del golfo meraviglioso. Voleva rimanere appartata, ignorata da tutti,
quasi nascosta lí in quel cantuccio verde e solitario, fuori e lontana dalle
vicende del mondo.
C'era una volta sul pilastrino del cancello una targhetta di marmo, che recava
il nome del proprietario: Carlo Mirelli. Nonno Carlo pensò di levarla,
quando la morte trovò la via, la prima volta, per entrare in quella schiva
casetta perduta in campagna, e si portò via il figliuolo di appena trent'anni,
già padre a sua volta di due piccini.
Credette forse nonno Carlo che, tolta dal pilastrino la targhetta, la morte non
avrebbe trovato piú la via per ritornare?
Nonno Carlo era di quei vecchi, che portavano la papalina di velluto col fiocco
di seta, ma sapevano leggere Orazio. Sapeva dunque che la morte, aequo pede,
picchia a tutte le porte, abbiano o non abbiano il nome inciso su la targhetta.
Se non che, ciascuno, accecato da quelle che stima ingiustizie della sorte,
prova il bisogno irragionevole di rovesciar le furie del proprio cordoglio su
qualcuno o su qualche cosa. Le furie di nonno Carlo, quella volta, s'abbatterono
su l'innocente targhetta del pilastrino.
Se la morte si lasciasse afferrare, io la avrei afferrata per un braccio e
condotta davanti a quello specchio, ove con tanta limpida precisione si
riflettevano nell'immobilità i due cestelli di frutta e il dietro dell'orologetto
di bronzo, e le avrei detto:
- Vedi? Vàttene ora! Qua deve restar tutto cosí com'è!
Ma la morte non si lascia afferrare.
Abbattendo quella targhetta, forse nonno Carlo volle significare che - morto il
figliuolo - lí, di vivi, non restava piú nessuno!
La morte ritornò poco dopo.
C'era una viva, che perdutamente ogni notte la invocava: la nuora vedova, che,
appena morto il marito, si sentì come staccata dalla famiglia, straniera nella
casa.
Cosi, i due piccini orfani: Lidia, la maggiore di appena cinque anni, e
Giorgetto di tre, restarono del tutto affidati ai due nonni non ancora tanto
vecchi.
Riprendere daccapo la vita, quando già comincia a mancare, e ritrovare in sé le
prime maraviglie dell'infanzia, ricomporre attorno a due rosei bimbi gli affetti
piú ingenui, i sogni piú adatti, e ricacciare come importuna e fastidiosa
l'esperienza, che di tratto in tratto sporge il viso di vecchia appassita per
dire, ammiccando dietro gli occhiali: avverrà questo, avverrà quest'altro,
quando ancora non è avvenuto niente, ed è cosí bello che non sia avvenuto
niente; e fare e pensare e dire, come se veramente non si sapesse altro, fuor di
quello che per ora sanno i due piccini che non sanno nulla: fare come se le cose
non fossero riviste in un ritorno, ma con gli occhi di chi va innanzi per la
prima volta e per la prima volta vede e sente: questo miracolo operarono nonno
Carlo e nonna Rosa; fecero cioè per i due piccini assai piú di quel che
avrebbero fatto il padre e la madre, i quali, se fossero vissuti, giovani
com'erano entrambi, avrebbero pur voluto godersi la vita ancora un po' per sé.
Né il non averne piú da godere per loro rese píú facile il cómpito ai due
vecchi, perché ai vecchi si sa che è grave il peso d'ogni cosa, che non abbia
piú né senso né valore per essi.
I due nonni accettarono quel senso e quel valore, che i due nipotini a mano a
mano, crescendo, cominciarono a dare alle cose, e tutto il mondo si ricolorí di
giovinezza per loro e la vita riebbe candore e freschezza d'ingenuità. Ma che
potevano sapere del mondo tanto grande, della vita tanto diversa, che s'agitava
fuori, lontano, quei due giovinetti nati e cresciuti nella casa di campagna? I
vecchi, quel mondo e quella vita, li avevano dimenticati, tutto per essi era
ridiventato nuovo, il cielo, la campagna, il canto degli uccelli, il sapor delle
vivande. Di là dal cancello, non c'era piú vita. La vita partiva di qua e nuova
s'irraggiava tutt'intorno; e niente s'immaginavano i vecchi che potesse venirne
da fuori; e anche la morte, anche la morte avevano quasi dimenticata, che pure
già due volte era venuta.
Ebbene, pazienza, la morte, a cui nessuna casa, per quanto lontana e nascosta,
può restare ignota! Ma come mai, partita da mille e mille miglia lontano,
sospinta, o trascinata, sbattuta qua e là dal turbine di tante vicende
misteriose, poté trovar la via di quella casetta schiva, lì rannicchiata dietro
il poggio verde, una donna, a cui la pace e gli affetti, che quivi regnavano,
dovevano essere, nonché incomprensibili, ma neppur concepibili?
Io non ho le tracce, né forse le ha nessuno, del cammino seguito da questa donna
per arrivare alla dolce casetta di campagna, presso Sorrento.
Lí, proprio lí, davanti al pilastrino del cancello, da cui nonno Carlo da gran
tempo aveva fatto strappare la targhetta, ella non arrivò da sé, veramente; non
alzo lei la mano, la prima volta, a sonare la campanella per farsi aprire il
cancello. Ma non molto lontano di lí ella si fermò ad aspettare, che un
giovanetto, fin allora custodito con l’anima e col fiato da due vecchi nonni,
bello, ingenuo, fervido, con l'anima tutta alata di sogni, da quel cancello
uscisse fiducioso verso la vita.
O nonna Rosa, e voi lo chiamate ancora dal giardinetto, perché egli vi ajuti a
cogliere con la cannuccia i vostri gelsomini di bella notte?
- Giorgio! Giorgio!
Ho ancora negli orecchi, nonna Rosa, la vostra voce. E provo una dolcezza
accorata, che non so dire, nell'immaginarvi ancora lí, nella vostra casetta, che
rivedo come se vi fossi tuttora e tuttora ne respirassi l'alito che vi cova,
d'antica vita; nell'immaginarvi ignara di quanto è accaduto, com'eravate prima,
quand'io, nelle vacanze estive, venivo da Sorrento ogni mattina a preparare per
gli esami d'ottobre il vostro nipote Giorgio, che non voleva sapere né di latino
né di greco, e imbrattava invece tutti i pezzi di carta che gli capitavano sotto
mano, i margini dei libri, il piano del tavolino da studio, di schizzi a penna e
a matita, di caricature. Ci dev'essere anche la mia, ancora, sul piano di quel
tavolino tutto scombiccherato.
- Eh, signor Serafino, - sospirate voi, nonna Rosa, porgendomi in una tazza
antica il solito caffè con l'essenza di cannella, come quello che offrono le zie
monache nelle badíe - eh, signor Serafino, Giorgio ha comprato i colori; ci vuoi
lasciare; vuol farsi pittore...
E dietro le vostre spalle sgrana i dolci, limpidi occhi cilestri e si fa rossa
rossa Lidiuccia, la vostra nipote; Duccella, come voi la chiamate. Perché?
Ah, perché... È venuto già tre volte da Napoli un signorino, un bel signorino
tutto profumato, col panciotto di velluto, i guanti canarini scamosciati, la
caramella all'occhio destro e lo stemma baronale nel fazzoletto e nel
portafogli. L'ha mandato il nonno, barone Nuti, amico di nonno Carlo, amico da
fratello, prima che nonno Carlo, stanco del mondo, si ritirasse da Napoli, qua,
nella villetta sorrentina. Voi lo sapete, nonna Rosa. Ma non sapete che il
signorino di Napoli incoraggia fervorosamente Giorgio a darsi all'arte e ad
andarsene a Napoli con lui. Lo sa Duccella, perché il signorino Aldo Nuti (che
stranezza!), parlando con tanto fervore dell'arte, non guarda mica Giorgio,
guarda lei, negli occhi, come se dovesse incoraggiare lei e non Giorgio; sí, sì,
lei, a venirsene a Napoli per star sempre sempre accanto a lui.
Ecco perché Duccella si fa rossa rossa, dietro le vostre spalle, nonna Rosa,
appena vi sente dire che Giorgio vuol fare il pittore.
Anche lui, il signorino di Napoli, se il nonno permettesse... No, pittore no...
Vorrebbe darsi al teatro, lui, far l'attore. Quanto gli piacerebbe! Ma il nonno
non vuole...
Scommettiamo, nonna Rosa, che non vuole neanche Duccella?
II
I fatti che seguirono a questa tenue, ingenua vita d'idillio, circa quattr'anni
dopo, io li conosco sommariamente.
Facevo a Giorgio Mirelli da ripetitore, ma ero anch'io studente, un povero
studente invecchiato nell'attesa di proseguir gli studii, e a cui i sacrifizii
durati dai parenti per mantenerlo alle scuole avevano spontaneamente persuaso il
massimo zelo, la massima diligenza, una timida umiltà accorata, una suggezione
che tuttavia non si stancava, benché quell'attesa si prolungasse ormai da molti
e molti anni.
Ma forse non fu tempo perduto. Studiai da me e meditai in quell'attesa, molto
piú e con profitto di gran lunga maggiore, che non avessi fatto negli anni di
scuola, e da me imparai il latino e il greco, per tentare il passaggio dagli
studii tecnici, a cui ero stato avviato, ai classici, con la speranza che mi
fosse piú facile entrare per questa via all'Università.
Certo, questo genere di studii si confaceva assai piú alla mia intelligenza.
M'affondai in essi con passione cosí intensa e viva, che, a ventisei anni,
quando per una insperata, modestissima eredità di uno zio prete (morto nelle
Puglie e da un pezzo quasi dimenticato dalla mia famiglia) potei finalmente
entrare all'Università, rimasi a lungo perplesso, se non mi convenisse lasciar
lì nel cassetto, ove da tant'anni dormiva, il diploma di licenza dall'istituto
tecnico, e di procurarmi quella dal liceo, per iscrivermi nella facoltà di
filosofia e lettere.
Prevalsero i consigli dei parenti, e partii per Liegi, dove, con questo baco in
corpo della filosofia, feci intima e tormentosa conoscenza con tutte le macchine
inventate dall'uomo per la sua felicità.
Ne ho cavato, come si vede, un gran profitto. Mi sono allontanato con orrore
istintivo dalla realtà, quale gli altri la vedono e la toccano, senza tuttavia
poterne affermare una mia, dentro e attorno a me, poiché i miei sentimenti
distratti e fuorviati non riescono a dare né valore né senso a questa mia vita
incerta e senz'amore. Guardo ormai tutto, e anche me stesso, come da lontano; e
da nessuna cosa mai mi viene un cenno amoroso ad accostarmi con fiducia o con
speranza d'averne qualche conforto. Cenni, sí, pietosi, mi sembra di scorgere
negli occhi di tanta gente, negli aspetti di tanti luoghi che mi spingono non a
ricevere né a dare conforto, ché non può darne chi non può riceverne; ma pietà.
Eh, pietà, sí... Ma so che la pietà, a dare e a ricevere, è cosí difficile.
Per parecchi anni, ritornato a Napoli, non trovai da far nulla; feci vita da
scapigliato con giovani artisti, finché durarono gli ultimi resti di quella
piccola eredità. Devo al caso com'ho, detto, e all'amicizia d'un mio antico
compagno di studii il posto che occupo. Lo tengo - diciamolo, sí con onore, e
del mio lavoro sono ben remunerato. Oh, mi stimano tutti, qua, un ottimo
operatore: vigile, preciso e d'una perfetta impassibilità. Se debbo esser
grato al Polacco, anche Polacco dev'esser grato a me della benemerenza che s'è
acquistata presso il commendator Borgalli, direttore generale e consigliere
delegato della Kosmograph, per l'acquisto che la Casa ha fatto d'un
operatore come me. Il signor Gubbio non è addetto propriamente a nessuna delle
quattro compagnie del reparto artistico, ma è chiamato or qua or là da tutte,
per la confezione dei films di piú lungo metraggio e piú difficili. Il
signor Gubbio lavora molto di piú degli altri cinque operatori della Casa; ma
per ogni film ben riuscito ha un ricco dono e frequenti gratificazioni.
Dovrei esser lieto e soddisfatto. Rimpiango invece il tempo della magrezza e
delle follie a Napoli tra i giovani artisti.
Appena ritornato da Liegi, rividi Giorgio Mirelli, già colà da due anni. Aveva
di recente esposto in una mostra d'arte due strani quadri, che avevano suscitato
nella critica e nel pubblico lunghe e violente discussioni. Conservava
l'ingenuità e il fervore dei sedici anni; non aveva occhi per vedere la
trascuratezza del suo vestire, i suoi capelli arruffati, i primi peli radi che
gli s'arricciavano lunghi sul mento e su le gote magre, come a un malato: e
malato era d'una divina malattia; in preda a un'ansia continua, che non gli
faceva né scorgere né toccare quella che per gli altri era la realtà della vita;
sempre sul punto di lanciarsi con impeto a qualche richiamo misterioso, lontano,
che lui solo intendeva.
Gli domandai de' suoi. Mi disse che nonno Carlo era morto da poco. Lo guardai
maravigliato del modo con cui mi dava quella notizia; pareva non avesse provato
alcuna pena di quella morte. Ma, richiamato da quel mio sguardo al suo dolore,
disse: - Povero nonno... - con tanto rimpianto e con un tal sorriso, che subito
mi ricredetti e compresi ch'egli, nel tumulto di tanta vita che gli ferveva
dentro, non aveva né modo né tempo di pensare a' suoi dolori.
E nonna Rosa? Nonna Rosa stava bene... sì, benino... come poteva, povera
vecchietta, dopo quella morte. Due spighe di rizòmolo, adesso, da riempir di
gelsomini, ogni mattina, una per il morto recente, l'altra per il morto lontano.
E Duccella, Duccella?
Ah come risero gli occhi del fratello alla mia domanda!
- Vermiglia! vermiglia!
E mi disse che già da un anno era fidanzata al baronello Aldo Nuti. Le nozze si
sarebbero dovute celebrare tra poco; erano state rimandate per la morte di nonno
Carlo.
Ma non si mostrò lieto di quelle nozze; mi disse anzi che Aldo Nuti non gli
pareva un compagno adatto per Duccella e, agitando in aria le dita delle due
mani, uscì in quell'esclamazione di nausea, che soleva usare quand'io
m'affannavo a fargli capire le regole e le partizioni della seconda declinazione
greca:
- Complicato! complicato ! complicato!
Non era piú possibile tenerlo fermo, dopo questa esclamazione. E come scappava
allora dal tavolino da studio, mi scappò davanti quella volta. Lo perdetti di
vista per piú d'un anno. Seppi da' suoi compagni d'arte, che se n'era andato a
Capri, a dipingere.
Trovò lí Varia Nestoroff.
III
Conosco bene adesso questa donna, o almeno quanto è possibile conoscerla, e mi
spiego tante cose rimaste lungo tempo per me incomprensibili. Se non che, la
spiegazione ch'io ora me ne faccio, rischierà forse di parere incomprensibile
agli altri. Ma io me la faccio per me e non per gli altri; e non intendo
minimamente di scusare con essa la Nestoroff.
Scusarla davanti a chi?
Io mi guardo dalla gente di professione perbene, come dalla peste.
Sembra impossibile che non debba godere della propria malvagità chi per calcolo
e con freddezza la eserciti. Ma se questa infelicità (e dev'esser tremenda)
esiste, dico di non poter godere della propria malvagità, lo sprezzo per questi
malvagi, come per tanti altri infelici, forse può esser vinto, o almeno
attenuato, da una certa pietà. Parlo, per non offendere, quasi come una persona
discretamente perbene.
Ma dovremmo, buon Dio, riconoscer questo: che siamo tutti - chi piú, chi meno -
malvagi; ma che non ne godiamo, e siamo infelici.
È possibile?
Tutti riconosciamo volentieri la nostra infelicità; nessuno la propria
malvagità; e quella vogliamo vedere senz'alcuna ragione o colpa nostra; mentre
cento ragioni, cento scuse e giustificazioni ci affanniamo a trovare per ogni
piccolo atto malvagio da noi compiuto, che ci sia messo innanzi dagli altri o
dalla nostra stessa coscienza.
Volete vedere come subito ci ribelliamo e neghiamo sdegnati un atto di
malvagità, pure innegabile, e del quale pure innegabilmente abbiamo goduto?
Sono avvenuti questi due fatti. (Non divago, perché la Nestoroff è stata
paragonata da qualcuno alla bella tigre comperata, qualche giorno fa, dalla
Kosmograph) Sono avvenuti, dunque, questi due fatti.
Uno stormo d'uccelli di passo - beccacce e beccaccini sono calati per riposarsi
un po' dal lungo volo e rifocillarsi, su la campagna romana. Hanno scelto male
il posto. Un beccaccino, piú ardito degli altri, dice ai compagni:
- Voi state qua, riparati in questa fratta. Io andrò a esplorare intorno e, se
trovo di meglio, vi chiamerò.
Un vostro amico ingegnere, d'animo avventuroso, membro della Società Geografica,
ha accettato l'incarico di recarsi in Africa, non so bene (perché bene non lo
sapete neppur voi) per quale esplorazione scientifica. Egli è ancora lontano
dalla mèta; avete ricevuto da lui qualche notizia; l'ultima v'ha lasciato una
certa costernazione, perché il vostro amico v'esponeva i rischi, a cui sarebbe
andato incontro, accingendosi a traversare non so che remote plaghe selvagge e
deserte.
Oggi è domenica. Voi vi alzate presto per andare a caccia. Avete fatto i
preparativi jeri sera, ripromettendovi un gran piacere. Scendete dal treno,
àlacre e lieto; vi allontanate per la campagna fresca, verde, un po' nebbiosa,
in cerca d'un buon posto per gli uccelli di passo. State all'aspetto mezz'ora,
un'ora; cominciate a stancarvi e togliete di tasca il giornale comperato prima
di partire, alla stazione. A un certo punto, avvertite come un frullo d'ali fra
l'intrico dei rami nella macchia; lasciate il giornale; vi avvicinate cheto e
chinato; prendete la mira; sparate. Oh gioja! Un beccaccino!
Sí, proprio un beccaccino. Proprio quel beccaccino esploratore, che aveva
lasciato i compagni nella fratta.
So che voi non mangiate la caccia: la regalate agli amici: per voi tutto è qui,
nel piacere d'uccidere quella che chiamate selvaggina.
La giornata non promette bene. Ma voi, come tutti i cacciatori, siete un po'
superstizioso: credete che la lettura del giornale vi abbia portato fortuna, e
ritornate a leggere il giornale al posto di prima. Nella seconda pagina trovate
la notizia, che il vostro amico ingegnere, andato in Africa per conto della
Società Geografica, attraversando quelle tali plaghe selvagge e deserte, è morto
sciaguratamente: assaltato, sbranato e divorato da una belva.
Leggendo con raccapriccio la narrazione del giornale, non vi passa neanche
lontanamente per il capo di porre il paragone tra la belva, che ha ucciso il
vostro amico, e voi, che avete ucciso il beccaccino, esploratore come lui.
Eppure, starebbe perfettamente nei termini, e temo anzi con qualche vantaggio
per la belva, perché voi avete ucciso per piacere e senz'alcun rischio per voi
d'essere ucciso; mentre la belva, per fame, cioè per bisogno, e col rischio
d'essere uccisa dal vostro amico, che certamente era armato.
Retorica, è vero? Eh sì, caro; non vi sdegnate troppo; lo riconosco anch'io:
retorica, perché noi, per grazia di Dio, siamo uomini e non beccaccini.
Il beccaccino, lui, senza timore di far della retorica, potrebbe sí porre il
paragone e chiedere che almeno gli uomini che vanno per piacere a caccia, non
chiamino feroci le bestie.
Noi, no. Noi non possiamo ammettere il paragone, perché qua abbiamo un uomo che
ha ucciso una bestia, e là una bestia che ha ucciso un uomo.
Tutt'al piú, caro beccaccino, per farti qualche concessione, possiamo dire, che
tu eri una povera bestiolina innocua, ecco! Ti basta? Ma tu da questo non
inferire, che la nostra malvagità sia perciò appunto maggiore; e, sopra tutto,
non dire che, chiamandoti bestiolina innocua e uccidendoti, non abbiamo piú il
diritto di chiamar feroce la bestia che ha ucciso per fame e non per piacere un
uomo.
Ma quando poi un uomo, tu dici, si riduce peggio d'una bestia ?
Ecco, sí; bisogna stare attenti, veramente, alle conseguenze della logica. Tante
volte si sdrucciola, e non si sa piú dove si vada a parare.
IV
Il caso di vedere gli uomini ridursi peggio d'una bestia, è dovuto accadere
molto di frequente a Varia Nestoroff.
Eppure ella non li ha uccisi. Cacciatrice, come voi siete cacciatore. Il
beccaccino voi lo avete ucciso. Ella non ne ha ucciso nessuno. Uno solo, per
lei, si è ucciso, con le sue mani: Giorgio Mirelli; ma non per lei solamente.
La belva, intanto, che fa male per un bisogno della sua natura, non è - che si
sappia - infelice.
La Nestoroff, come per tanti segni si può argomentare, è infelicissima. Non gode
della sua malvagità, pure con tanto calcolo e con tanta freddezza esercitata.
Se dicessi apertamente questo ch'io penso di lei a' miei compagni operatori,
agli attori, alle attrici della Casa, tutti sospetterebbero subito che mi sia
anch'io innamorato della Nestoroff.
Non mi curo di questo sospetto.
La Nestoroff ha per me, come tutti i suoi compagni d'arte, un'avversione quasi
istintiva. Non la ricambio affatto perché con lei io non vivo, se non quando
sono a servizio della mia macchinetta, e allora, girando la manovella, io sono
quale debbo essere, cioè perfettamente impassibile. Non posso né odiare né amare
la Nestoroff, come non posso odiare né amare nessuno. Sono una mano che gira la
manovella. Quando poi, alla fine, sono reintegrato, cioè quando per me il
supplizio d'esser soltanto una mano finisce, e posso riacquistare tutto il mio
corpo, e meravigliarmi d'avere ancora su le spalle una testa, e riabbandonarmi a
quello sciagurato superfluo che è pure in me e di cui per quasi tutto il giorno
la mia professione mi condanna a esser privo; allora... eh, allora gli affetti,
i ricordi che mi si ridestano dentro, non sono tali certo, che possano
persuadermi ad amare questa donna. Fui amico di Giorgio Mirelli e tra le piú
care rimembranze della mia vita è la dolce casa di campagna presso Sorrento, ove
ancor vivono e soffrono nonna Rosa e la povera Duccella.
Io studio. Séguito a studiare, perché questa è forse la mia piú forte passione:
nutrí nella miseria e sostenne i miei sogni ed è il solo conforto che io mi
abbia, ora che essi sono finiti cosí miseramente.
Studio, dunque, senza passione, ma intentamente questa donna, che se pur mostra
di capire quello che fa e il perché lo fa, non ha però in sé affatto quella
«sistemazione» tranquilla di concetti, d'affetti, di diritti e di doveri,
d'opinioni e d'abitudini, ch'io odio negli altri.
Ella non sa di certo, che il male che può fare agli altri e lo fa, ripeto, per
calcolo e con freddezza.
Questo, nella stima degli altri, di tutti i «sistemati», la esclude da ogni
scusa. Ma credo che non sappia darsene alcuna, ella medesima, del male che pur
sa d'aver fatto.
Ha in sé qualche cosa, questa donna, che gli altri non riescono a comprendere,
perché bene non lo comprende neppure lei stessa. Si indovina però dalle violente
espressioni che assume, senza volerlo, senza saperlo, nelle parti che le sono
assegnate.
Ella sola le prende sul serio, e tanto piú quanto piú sono illogiche e
strampalate, grottescamente eroiche e contraddittorie. E non c'è verso di
tenerla in freno, di farle attenuare la violenza di quelle espressioni. Manda a
monte ella sola piú pellicole, che non tutti gli altri attori delle quattro
compagnie presi insieme. Già esce dal campo ogni volta; quando per caso
non ne esce, è cosí scomposta la sua azione, così stranamente alterata e
contraffatta la sua figura, che nella sala di prova quasi tutte le scene a cui
ella ha preso parte, resultano inaccettabili e da rifare.
Qualunque altra attrice, che non avesse goduto e non godesse come lei la
benevolenza del magnanimo commendator Borgalli, sarebbe stata già da un pezzo
licenziata.
- Là là là... - esclama invece il magnanimo commendatore, senza inquietarsi,
vedendo sfilar su lo schermo della sala di prova quelle immagini da ossessa, -
là là là... ma via... ma no... ma com'è possibile?... oh Dio, che orrore... via
via via...
E se la piglia con Polacco e, in generale, con tutti i direttori di scena, i
quali si tengono per sé gli scenarii, contentandosi di suggerire volta per volta
agli attori l'azione da svolgere in ogni singola scena, spesso saltuariamente,
perché non tutte le scene possono eseguirsi con ordine, una dopo l'altra, in un
teatro di posa. Ne viene, che quelli spesso non sanno neppure che parte stieno a
rappresentare nell'insieme, e che si senta qualche attore domandare a un certo
punto:
- Ma scusi, Polacco, io sono il marito o l'amante?
Invano Polacco protesta d'avere spiegato bene alla Nestoroff tutta intera la
parte. Il commendator Borgalli sa che la colpa non è del Polacco; tant'è vero,
che gli ha dato un'altra prima attrice, la Sgrelli, per non fargli andare a
monte tutti i films affidati alla sua compagnia. Ma la Nestoroff protesta
dal canto suo, se Polacco si serve soltanto della Sgrelli o piú della Sgrelli
che di lei, vera prima attrice della compagnia. I maligni dicono che lo fa per
rovinare il Polacco, e il Polacco stesso crede cosí e lo va dicendo. Non è vero
non c'è altra rovina, qua, che di pellicole; e la Nestoroff è veramente
disperata di ciò che le avviene; ripeto, senza volerlo e senza saperlo. Resta
ella stessa sbalordita e quasi atterrita delle apparizioni della propria
immagine su lo schermo, cosí alterata e scomposta. Vede lí una, che è lei, ma
che ella non conosce. Vorrebbe non riconoscersi in quella; ma almeno conoscerla.
Forse da anni e anni e anni, a traverso tutte le avventure misteriose della sua
vita, ella va inseguendo questa ossessa che è in lei e che le sfugge, per
trattenerla, per domandarle che cosa voglia, perché soffra, che cosa ella
dovrebbe fare per ammansarla, per placarla, per darle pace.
Nessuno, che non abbia gli occhi velati da una passione contraria e l'abbia
vista uscire dalla sala di prova dopo l'apparizione di quelle sue immagini, può
aver piú dubbii su ciò. Ella è veramente tragica: spaventata e rapita, con negli
occhi quello stupor tenebroso che si scorge negli agonizzanti, e a stento riesce
a frenare il fremito convulso di tutta la persona.
So la risposta che mi si darebbe, se lo facessi notare a qualcuno:
- Ma è la rabbia! freme di rabbia!
È la rabbia, sí; ma non quella che tutti suppongono, cioè per un film
andato a male. Una rabbia fredda, piú fredda d'una lama, è veramente l'arma di
questa donna contro tutti i suoi nemici. Ora, Cocò Polacco non è per lei un
nemico. Se fosse, ella non fremerebbe cosí: freddissimamente si vendicherebbe di
lui.
Nemici per lei diventano tutti gli uomini, a cui ella s'accosta, perché la
ajutino ad arrestare ciò che di lei le sfugge: lei stessa, sí, ma quale vive e
soffre, per cosí dire, di là da se stessa.
Ebbene, nessuno si è mai curato di questo, che a lei piú di tutto preme; tutti,
invece, rimangono abbagliati dal suo corpo elegantissimo, e non vogliono aver
altro, né saper altro di lei. E allora ella li punisce con fredda rabbia, là
dove s'appuntano le loro brame; ed esaspera prima queste brame con la piú
perfida arte, perché piú grande sia poi la sua vendetta. Si vendica, facendo
getto, improvvisamente e freddamente, del suo corpo a chi meno essi si
aspetterebbero: cosí, là, per mostrar loro in quanto dispregio tenga ciò che
essi sopra tutto pregiano di lei.
Non credo che possano spiegarsi in altro modo certi subitanei cangiamenti nelle
sue relazioni amorose, che appajono a tutti, a prima giunta, inesplicabili,
perché nessuno può negare ch'ella con essi non abbia fatto il suo danno.
Se non che gli altri, ripensandoci e considerando da una parte la qualità di
coloro con cui ella prima s'era messa, e dall'altra quella di coloro a cui
d'improvviso s'è gettata, dicono che questo dipende perché ella coi primi non
poteva stare, non poteva respirare; mentre a questi altri si sentiva
attratta da un'affinità «canagliesca»; e quel getto di sé improvviso e inopinato
lo spiegano come lo sbalzo di chi, a lungo soffocato, voglia prendere alfine,
dove può, una boccata d'aria.
E se fosse proprio il contrario? Se per respirare, per aver quell'ajuto ch'io ho
detto piú su, ella si fosse accostata ai primi, e invece d'averne quel respiro,
quell'ajuto che sperava, nessun respiro e nessun aiuto avesse avuto da loro, ma
anzi un dispetto e una nausea piú forti, perché accresciuti ed esacerbati dal
disinganno, e anche da quel certo sprezzo che sente per i bisogni dell'anima
altrui chi non vede e non cura se non la propria ANIMA, cosí, tutta in lettere
majuscole? Nessuno lo sa; ma di queste «canagliate» possono essere ben capaci
coloro che piú si stimano da sé e son dagli altri stimati superiori. E allora...
allora meglio la canaglia che si dà per tale, che se ti attrista, non ti delude;
e che può avere, come spesso ha, qualche lato buono e, di tratto in tratto,
certe ingenuità, che tanto piú ti rallegrano e ti rinfrescano, quanto meno in
loro te le aspetti.
Il fatto è, che da piú d'un anno la Nestoroff è con l'attore siciliano Carlo
Ferro, anch'esso qui scritturato alla Kosmograph: ne è dominata e
innamoratissima. Sa quello che da un tale uomo ella si può aspettare, e non gli
chiede altro. Ma pare che abbia da lui assai piú di quanto gli altri possano
figurarsi.
Ragion per cui, da qualche tempo in qua, mi sono messo a studiare con molto
interesse anche lui, Carlo Ferro.
V
Problema per me assai piú difficile da risolvere è questo: come mai Giorgio
Mirelli, che rifuggiva con tanta insofferenza da ogni complicazione, si sia
perduto appresso a questa donna, fino al punto da lasciarci la vita.
Mi mancano quasi tutti i dati per risolvere questo problema, e ho già detto che
del dramma ho appena una notizia sommaria.
So da varie fonti che la Nestoroff, a Capri, quando Giorgio Mirelli la vide per
la prima volta, era assai malvista e trattata con molta diffidenza dalla piccola
colonia russa, che da parecchi anni ha preso stanza in quell'isola.
Finanche c'era chi la sospettava spia, forse perché ella, poco accortamente,
s'era presentata come vedova d'un vecchio cospiratore, morto alcuni anni prima
del suo arrivo a Capri, fuggiasco a Berlino. Pare che qualcuno abbia domandato
notizie tanto a Berlino, quanto a Pietroburgo sul conto di lei e di questo
vecchio cospiratore sconosciuto, e che si sia venuti a sapere, che un certo
Nicola Nestoroff veramente era stato per alcuni anni spatriato a Berlino, e vi
era morto, ma senza che a nessuno mai avesse dato a conoscersi come spatriato
per compromissioni politiche. Pare anche si sia saputo, che questo Nicola
Nestoroff avesse tolto costei, ragazza, dalla strada, in uno dei quartieri piú
popolari e malfamati di Pietroburgo e, fattala educare, l'avesse sposata; poi,
ridotto per i suoi vizii quasi alla miseria, sfruttata, mandandola a cantare in
caffè-concerti d'infimo ordine, finché, ricercato dalla polizia, non era
scappato via, solo, in Germania. Ma la Nestoroff, per quello che io ne so, nega
sdegnosamente tutto questo. Che si sia lagnata con qualcuno in segreto dei
maltrattamenti anzi delle sevizie patite fin da ragazza da quel vecchio, è
possibile; ma non dice che egli l'abbia sfruttata; dice anzi che lei,
spontaneamente, per seguire la sua passione e un po' anche per sopperire ai
bisogni della vita, vincendo l'opposizione di lui, s'era data a recitare in
provincia, re-ci-ta-re, in teatri di prosa; e che poi, fuggito dalla Russia il
marito per compromissioni politiche e riparato a Berlino, ella, sapendolo
infermo e bisognoso di cure, impietosita, lo aveva raggiunto colà e assistito
fino alla morte. Che cosa poi abbia fatto a Berlino, da vedova, e quindi a
Parigi e a Vienna, di cui spesso parla, dimostrando di conoscerne a fondo la
vita e i costumi, né ella dice, né alcuno certo s'arrischia a domandarle.
Per certuni, vorrei dire per moltissimi che non sanno vedere se non se stessi,
amare l'umanità, spesso, anzi quasi sempre, non significa altro, che esser
contenti di sé.
Molto contento di sé, della sua arte, de' suoi studii di paese, dovette essere
in quei giorni a Capri, senza dubbio, Giorgio Mirelli.
Veramente - e già mi pare d'averlo detto - il suo stato d'animo abituale era il
rapimento e la meraviglia. Dato un tale stato d'animo, è facile immaginare che
questa donna egli non vide qual'era, coi bisogni che aveva, offesa, fustigata,
invelenita dalla diffidenza e dalle dicerie maligne attorno a lei; ma nella
figurazione fantastica, ch'egli subito se ne fece, e illuminata dalla luce che
le diede. Per lui i sentimenti dovevano esser colori, e forse, preso tutto dalla
sua arte, non aveva piú altro sentimento, che dei colori. Tutte le impressioni
che ebbe di lei, forse derivarono solamente da quella luce di cui la illuminava:
impressioni, dunque, solamente per lui. Ella non dovette - perché non poteva –
parteciparne. Ora, nulla irrita piú, che il restare esclusi da una gioia, viva e
presente davanti a noi, attorno a noi, di cui non si scopra né s’indovini la
ragione. Ma se pur Giorgio Mirelli gliel'avesse dichiarata, non avrebbe potuto
comunicargliela. Era una gioja soltanto per lui e dimostrava che anch'egli, in
fondo, non pregiava e non voleva altro di lei, che il corpo; non come gli altri,
è vero, per un basso intento; ma questo anzi, a lungo andare - se ben si
consideri - non poteva che irritare di piú quella donna. Perché, se il non
vedersi ajutata nelle smaniose incertezze dello spirito da quanti non vedevano e
non volevano altro di lei che il corpo, per saziar su esso la fame bruta del
senso, le faceva dispetto e nausea; il dispetto per uno, che voleva anch'esso il
corpo e nient'altro; il corpo, ma solo per trarne una gioja ideale e
assolutamente per sé, doveva esser tanto piú forte, in quanto mancava appunto
ogni motivo di nausea, e piú difficile, anzi vana addirittura rendeva quella
vendetta, ch'ella almeno soleva prendersi contro gli altri. Un angelo per una
donna è sempre piú irritante d'una bestia.
So da tutti i compagni d'arte di Giorgio Mirelli a Napoli ch'egli era
castissimo, non perché non sapesse farsi valere su le donne, ché timido non era
affatto, ma perché istintivamente rifuggiva da ogni distrazione volgare.
Per spiegarci il suo suicidio, senz'alcun dubbio dipeso in gran parte dalla
Nestoroff, dobbiamo supporre ch'ella, non curata, non ajutata e
irritatissima, per potersi vendicare, dovette con le arti piú fini e piú accorte
far sì che il suo corpo a mano a mano davanti a lui cominciasse a vivere, non
per la delizia degli occhi soltanto; e che, quando lo vide come tant'altri vinto
e schiavo, gli vietò, per meglio assaporare la vendetta, che da lei prendesse
altra gioja, che non fosse quella di cui finora s'era contentato, come unica
ambita, perché unica degna di lui.
Dico dobbiamo supporre questo, ma a volere esser maligni. La Nestoroff potrebbe
dire, e forse dice, ch'ella non fece nulla per alterare quella relazione di pura
amicizia, che s'era stabilita tra lei e il Mirelli; tanto vero che, quand'egli,
non piú pago di quella pura amicizia, piú che mai corrivo per le severe repulse
da lei opposte, pur d'ottenere l'intento, le si profferse marito, ella lottò a
lungo - e questo è vero; io l'ho saputo per dissuaderlo, e volle partire da
Capri, sparire; e alla fine non si arrese, se non per la violenta disperazione
di lui.
Ma è vero che, a volere esser maligni, si può anche pensare, che tanto le
repulse, quanto la lotta e la minaccia e il tentativo di partire, di sparire,
forse furono tante arti ben meditate e attuate per ridurre alla disperazione
quel giovine, dopo averlo sedotto, e ottenerne tante e tante cose, ch'egli
altrimenti forse non le avrebbe mai accordate. Prima fra queste, che fosse
presentata come promessa sposa nella villetta di Sorrento a quella cara nonna, a
quella dolce sorellina, di cui egli le aveva parlato, e al fidanzato di lei.
Pare che questi, Aldo Nuti, piú che le due donne, si sia opposto fieramente a
tale pretesa. Autorità e potere da contrastargli e impedirgli quelle nozze non
aveva, giacché Giorgio era ormai padrone di sé, delle sue azioni e credeva di
non doverne piú dar conto a nessuno; ma che conducesse lí quella donna e la
ponesse a contatto con la sorella e obbligasse questa ad accoglierla e a
trattarla da sorella, a questo sí, perdio, poteva e doveva opporsi e s’opponeva
con tutte le forze. Ma sapevano esse, nonna Rosa e Duccella, che razza di donna
fosse quella che Giorgio voleva condurre lí e sposare? Un'avventuriera russa,
un'attrice, se non qualcosa di peggio! Come permetterlo, come non opporsi con
tutte le forze?
Ancora con tutte le forze... Eh sí, chi sa quanto dovettero combattere nonna
Rosa e Duccella per vincere a poco a poco, con dolce e mesta persuasione, tutte
quelle forze di Aldo Nuti. Se avessero potuto immaginare, che cosa dovevano
diventare queste forze al cospetto di Varia Nestoroff, appena entrata, timida,
aerea e sorridente nella cara villetta di Sorrento!
Forse Giorgio, per scusare l'indugio che nonna Rosa e Duccella mettevano a
rispondere, avrà detto alla Nestoroff, che quell'indugio dipendeva
dall'opposizione con tutte le forze del fidanzato della sorella;
dimodoché la Nestoroff si sentí tentata a misurarsi con queste forze, subito,
appena entrata nella villetta. Non so nulla! So che Aldo Nuti fu attratto come
in un gorgo e subito travolto come un fuscellino di paglia nella passione per
questa donna.
Io non lo conosco. Lo vidi da ragazzo una volta sola, quando facevo da
ripetitore a Giorgio; e mi parve fatuo. Tale mia impressione non s'accorda con
ciò che mi disse di lui, al mio ritorno da Liegi, il Mirelli, ch'egli fosse cioè
complicato. Ma anche ciò che da altri ho saputo sul suo conto non
risponde affatto a quella mia prima impressione, la quale pure irresistibilmente
m'ha tratto a parlar di lui, secondo l'idea che per essa me ne sono fatta. Dev'essere,
realmente, sbagliata. Duccella poté amarlo! E questo, per me, prova piú che
altro il mio errore. Ma alle impressioni non si comanda. Sarà, come mi dicono,
un giovane serio, per quanto di temperamento ardentissimo; per me, finché non lo
rivedo, rimane quel ragazzo fatuo, con lo stemma baronale nei fazzoletti e nel
portafogli, il signorino a cui sarebbe tanto piaciuto di far l'attore
drammatico.
Lo fece, e non per finta, con la Nestoroff, a spese di Giorgio Mirelli. Il
dramma si svolse a Napoli, poco dopo la presentazione e il breve soggiorno della
Nestoroff là a Sorrento. Pare che il Nuti se ne fosse tornato a Napoli coi due
fidanzati, dopo quel breve soggiorno, per aiutar Giorgio inesperto e lei non
ancor pratica della città, a metter su casa, prima delle nozze.
Forse il dramma non sarebbe avvenuto o avrebbe avuto una catastrofe diversa, se
non ci fosse stata la complicazione del fidanzamento, o meglio, dell'amore di
Duccella per il Nuti. Per questo Giorgio Mirelli dovette ritorcere contro se
stesso la violenza dell'orrore insostenibile, che gli s'avventò addosso
dall'improvvisa scoperta del tradimento.
Aldo Nuti scappò da Napoli come un forsennato, prima che da Sorrento
sopravvenissero alla notizia del suicidio di Giorgio nonna Rosa e Duccella.
Povera Duccella, povera nonna Rosa! La donna, che da mille e mille miglia
lontano venne a portare lo scompiglio e la morte nella vostra casetta, ove
insieme con quei gelsomini di bella notte sbocciava il piú ingenuo degli idillii,
io la ho qua, adesso, sotto la mia macchinetta, ogni giorno; e, se sono vere le
notizie datemi dal Polacco, avrò tra poco anche lui, qua, Aldo Nuti, il quale
pare abbia saputo che la Nestoroff è prima attrice alla Kosmograph.
Non so perché, mi dice il cuore che, girando la manovella di questa macchinetta
di presa, io sono destinato a fare anche la vostra vendetta e del vostro povero
Giorgio, cara Duccella, cara nonna Rosa!
I
Un lieve sterzo. C'è una carrozzella che corre davanti. - Pò, popòòò, pòòò.
Che? La tromba dell'automobile la tira indietro? Ma sí! Ecco pare che la faccia
proprio andare indietro, comicamente.
Le tre signore dell'automobile ridono, si voltano, alzano le braccia a salutare
con molta vivacità, tra un confuso e gajo svolazzío di veli variopinti; e la
povera carrozzella, avvolta in una nuvola alida, nauseante, di fumo e di
polvere, per quanto il cavalluccio sfiancato si sforzi di tirarla col suo
trotterello stracco, séguita a dare indietro, indietro, con le case, gli alberi
i rari passanti, finché non scompare in fondo al lungo viale fuor di porta.
Scompare? No: che! È scomparsa l'automobile La carrozzella, invece, eccola qua,
che va avanti ancora, pian piano, col trotterello stracco, uguale, del suo
cavalluccio sfiancato. E tutto il viale par che rivenga avanti, pian piano con
essa.
Avete inventato le macchine? E ora godetevi questa e con simili sensazioni di
leggiadra vertigine.
Le tre signore dell'automobile sono tre attrici della Kosmograph, e hanno
salutato con tanta vivacità la carrozzella strappata indietro dalla loro corsa
meccanica non perché nella carrozzella ci sia qualcuno molto caro a loro; ma
perché l'automobile, il meccanismo le inebria e suscita in loro una cosí
sfrenata vivacità. La hanno a disposizione: servizio gratis; paga la
Kosmograph. Nella carrozzella ci sono io. M'han veduto scomparire in un
attimo, dando indietro comicamente, in fondo al viale; hanno riso di me; a
quest'ora sono già arrivate. Ma ecco che io rivengo avanti, care mie. Pian
pianino, sí; ma che avete veduto voi? una carrozzella dare indietro, come tirata
da un filo, e tutto il viale assaettarsi avanti in uno striscio lungo confuso
violento vertiginoso. Io, invece, ecco qua, posso consolarmi della lentezza
ammirando a uno a uno, riposatamente, questi grandi platani verdi del viale, non
strappati dalla vostra furia, ma ben piantati qua, che volgono a un soffio
d'aria nell'oro del sole tra i bigi rami un fresco d'ombra violacea: giganti
della strada, in fila, tanti, aprono e reggono con poderose braccia le immense
corone palpitanti al cielo.
Caccia, sì, ma non forte, vetturino! È cosí stanco codesto tuo vecchio
cavalluccio sfiancato. Tutti gli passano avanti: automobili, biciclette, tram
elettrici; e la furia di tanto moto per le strade sospinge anche lui, senza
ch'esso lo sappia o lo voglia, gli sforza irresistibilmente le povere gambe
anchilosate, affaticate nel trasporto, da un punto all'altro della grande città,
di tanta gente afflitta oppressa e smaniosa, per bisogni, miserie, faccende,
aspirazioni, ch'esso non può capire! E forse piú di tutti lo stancano quei pochi
che montano su la carrozzella con la voglia di divertirsi, e non sanno dove né
come. Povero cavalluccio, la testa gli s’abbassa di mano in mano, e non la
rialza piú, neanche se tu lo frusti a sangue, vetturino!
- Ecco, a destra... volta a destra!
La Kosmograph è qua, in questa traversa remota, fuor di porta.
II
Affossata, polverosa, appena tracciata in principio, ha l'aria e la mala grazia
di chi, aspettandosi di star tranquillo, si veda, al contrario, seccato di
continuo.
Ma se non ha diritto a qualche fresco cespuglietto d'erba, a tutti quei fili di
suono sottili vaganti, con cui il silenzio nelle solitudini tesse la pace, al
quacquà di qualche raganella quando piove e le pozze d'acqua piovana
rispecchiano nella notte rasserenata le stelle; insomma a tutte le delizie della
natura aperta e deserta, una strada di campagna, parecchi chilometri fuor di
porta, non so chi l'abbia, veramente.
Invece: automobili, carrozze, carri, biciclette, e tutto il giorno un trànsito
ininterrotto d'attori, d'operatori, di macchinisti, d'operaj, di comparse, di
fattorini, e frastuono di martelli, di seghe, di pialle, e polverone e puzzo di
benzina.
Gli edificii, alti e bassi, della grande Casa cinematografica si levano in fondo
alla strada, da una parte e dall'altra; ne sorgono alcuni piú là, senz'ordine,
entro il vastissimo recinto, che si estende e spazia nella campagna: uno, piú
alto di tutti, è sovrastato come da una torre vetrata, di vetri opachi, che
sfólgorano al sole; e nel muro in vista dalla strada e dal viale, su la
bianchezza abbarbagliante della calce, a lettere nere, cubitali, sta scritto:
LA «COSMOGRAPH»
L'entrata è a sinistra, da una
porticina accanto al cancello, che s'apre di rado. Dirimpetto è un'osteria di
campagna, battezzata pomposamente Trattoria della Kosmograph, con una
bella pergola su l'incannucciata, che ingabbia tutto il cosí detto giardino e vi
fa dentro un'aria verde. Cinque o sei tavole rustiche, dentro, non molto ferme
su i quattro piedi, e seggiole e panchette. Parecchi attori, truccati e parati
di strani costumi, vi seggono e discutono animatamente; uno grida piú forte di
tutti, battendosi con furia una mano su la coscia:
- E io vi dico che bisogna prenderla qua, qua, qua!
E le manate, su i calzoni di pelle, pajono spari.
Parlano certo della tigre, comperata or è poco dalla Kosmograph; del modo
come dev'essere uccisa; del punto preciso in cui dev'essere colpita. Se ne son
fatta una fissazione. A sentirli, pare che siano tutti di professione cacciatori
di bestie feroci.
Affollati innanzi all'entrata, stanno ad ascoltarli con visi ridenti gli
chauffeurs delle vetturette automobili, logore, impolverate; i vetturini delle
carrozzelle in attesa, là in fondo, ove la traversa è chiusa da una siepe di
stecchi e spuntoni; e tant'altra povera gente, la piú miserabile ch'io mi
conosca, sebbene vestita con una certa decenza. Sono (chiedo scusa, ma qui tutto
ha nome francese o inglese) sono i cachets avventizii, coloro cioè che vengono a
profferirsi, a un bisogno, per comparse. La loro petulanza è insoffribile,
peggio di quella dei mendicanti; perché qua si viene a esibire una miseria, che
non chiede la carità d'un soldo, ma cinque lire, per mascherarsi spesso
grottescamente. Bisogna vedere che ressa, certi giorni, nel magazzino-vestiario
per ghermire e indossar subito qualche straccio vistoso, e con quali arie se lo
portano a spasso per le piattaforme e gli sterrati, sapendo bene che, quando
riescano a vestirsi, anche se non posano, tiran la mezza paga.
Due, tre attori vengono fuori dalla trattoria, facendosi largo tra la ressa.
Sono coperti d'una maglia color zafferano, col viso e le braccia impiastricciati
di giallo sporco e una specie di cresta di penne colorate in capo. Indiani. Mi
salutano:
- Ciao, Gubbio.
- Ciao, Si gira...
Si gira è il mio nomignolo. Già!
Càpita a una pacifica tartaruga d'acquattarsi proprio là, dove un ragazzaccio
maleducato si china per fare un suo bisogno. Poco dopo, la povera bestiola
ignara riprende pacificamente il suo tardo andare con su la scaglia il bisogno
di quel ragazzaccio, torre inopinata.
Intoppi della vita!
Voi ci avete perduto un occhio, e il caso è stato grave. Ma siamo tutti, chi piú
chi meno, segnati, e non ce n'accorgiamo. La vita ci segna; e a chi attacca un
vezzo, a chi una smorfia.
No? Ma scusate, voi, proprio voi che dite di no... ecco, magnificamente... non
inzeppate di continuo tutti i vostri discorsi di questo avverbio in -mente?
«Andai magnificamente dove m'indicarono: lo vidi e gli dissi magnificamente: Ma
come, tu, magnificamente... ».
Abbiate pazienza! Nessuno ancora vi chiama Signor Magnificamente... Serafino
Gubbio (Si gira...) è stato piú disgraziato. Senza accorgermene, mi sarà
avvenuto forse qualche volta, o piú volte di seguito, di ripetere, dopo il
direttore di scena, la frase sacramentale: - Si gira... -; l'avrò ripetuta con
la faccia composta a quell'aria che mi è propria, di professionale
impassibilità, ed è bastato questo, perché tutti ora qua, per suggerimento di
Fantappiè, mi chiamino Si gira...
Tutti i pubblici d'Italia conoscono Fantappiè, l'attore comico della
Kosmograph, che s'è specializzato nella caricatura della vita militare:
Fantappiè consegnato in caserma e Fantappiè al campo di tiro; Fantappiè alle
grandi manovre e Fantappiè areostiere; Fantappiè di sentinella e Fantappiè
soldato coloniale...
Egli se l'è appiccicato da sé, il nomignolo: un nomignolo che quadra bene alla
sua specialità. Allo stato civile si chiama Roberto Chismicò.
- Cicchetto, te ne sei avuto a male, che t'ho messo Si gira? - mi domandò, tempo
fa.
- No, caro - gli risposi sorridendo. – M’hai bollato.
- Mi son bollato anch'io, va' là!
Tutti bollati, sí. E piú di tutti, quelli che meno se ne accorgono, caro
Fantappiè.
III
Entro nel vestibolo a sinistra, e riesco nella rampa del cancello, inghiajata e
incassata tra i fabbricati del secondo reparto, il Reparto Fotografico o del
Positivo.
In qualità d'operatore ho il privilegio d'aver un piede in questo reparto e
l'altro nel Reparto Artistico o del Negativo. E tutte le meraviglie della
complicazione industriale e cosí detta artistica mi sono familiari.
Qua si compie misteriosamente l'opera delle macchine.
Quanto di vita le macchine han mangiato con la voracità delle bestie afflitte da
un verme solitario, si rovescia qua, nelle ampie stanze sotterranee, stenebrate
appena da cupe lanterne rosse, che alluciano sinistramente d'una lieve tinta
sanguigna le enormi bacinelle preparate per il bagno.
La vita ingojata dalle macchine è lí, in quei vermi solitarii, dico nelle
pellicole già avvolte nei telaj.
Bisogna fissare questa vita, che non è piú vita, perché un'altra macchina possa
ridarle il movimento qui in tanti attimi sospeso.
Siamo come in un ventre, nel quale si stia sviluppando e formando una mostruosa
gestazione meccanica.
E quante mani nell'ombra vi lavorano! C'è qui un intero esercito d'uomini e di
donne: operatori, tecnici, custodi, addetti alle dinamo e agli altri macchinarii,
ai prosciugato, all'imbibizione, ai viraggi, alla coloritura, alla perforatura
della pellicola, alla legatura dei pezzi.
Basta ch'io entri qui, in quest'oscurità appestata dal fiato delle macchine,
dalle esalazioni delle sostanze chimiche, perché tutto il mio superfluo svapori.
Mani, non vedo altro che mani, in queste camere oscure mani affaccendate su le
bacinelle; mani, cui il tetro lucore delle lanterne rosse dà un'apparenza
spettrale. Penso che queste mani appartengono ad uomini che non sono piú; che
qui sono condannati ad esser mani soltanto: queste mani, strumenti. Hanno un
cuore? A che serve? Qua non serve. Solo come strumento anch'esso di macchina,
può servire, per muovere queste mani. E cosí la testa: solo per pensare ciò che
a queste mani può sentire. E a poco a poco m'invade tutto l'orrore della
necessità che mi s'impone, di diventare anch'io una mano e nient'altro.
Vado dal magazziniere a provvedermi di pellicola vergine, e preparo per il pasto
la mia macchinetta.
Assumo subito, con essa in mano, la mia maschera d'impassibilità. Anzi, ecco:
non sono piú. Cammina lei, adesso. con le mie gambe. Da capo a piedi, son cosa
sua: faccio parte del suo congegno. La mia testa è qua, nella macchinetta, e me
la porto in mano.
Fuori, alla luce, per tutto il vastissimo recinto, è l'animazione gaja delle
imprese che prosperano e compensano puntualmente e lautamente ogni lavoro;
quello scorrer facile dell'opera nella sicurezza che non ci saranno intoppi e
che ogni difficoltà, per la gran copia dei mezzi, sarà agevolmente superata; una
febbre anzi di porsi, quasi per sfida, le difficoltà piú strane e insolite,
senza badare a spese, con la certezza che il danaro, speso adesso senza
contarlo, ritornerà tra poco centuplicato.
Scenografi, macchinisti, apparatori, falegnami, muratori e stuccatori,
elettricisti, sarti e sarte, modiste, fioraj, tant'altri operaj addetti alla
calzoleria, alla cappelleria, all'armeria, ai magazzini della mobilia antica e
moderna, al guardaroba, son tutti affaccendati, ma non sul serio e neppure per
giuoco.
Solo i fanciulli han la divina fortuna di prendere sul serio i loro giuochi. La
meraviglia è in loro; la rovesciano su le cose con cui giuocano, e se ne
lasciano ingannare. Non è piú un giuoco; è una realtà meravigliosa.
Qui è tutto il contrario.
Non si lavora per giuoco, perché nessuno ha voglia di giocare. Ma come prendere
sul serio un lavoro, che altro scopo non ha, se non d'ingannare - non se stessi
- ma gli altri? E ingannare, mettendo sú le piú stupide finzioni, a cui la
macchina è incaricata di dare la realtà meravigliosa?
Ne vien fuori, per forza e senza possibilità d'inganno, un ibrido giuoco.
Ibrido, perché in esso la stupidità della finzione tanto piú si scopre e
avventa, in quanto si vede attuata appunto col mezzo che meno si presta
all'inganno: la riproduzione fotografica. Si dovrebbe capire, che il fantastico
non può acquistare realtà, se non per mezzo dell'arte, e che quella realtà, che
può dargli una macchina, lo uccide, per il solo fatto che gli è Data da una
macchina, cioè con un mezzo che ne scopre e dimostra la finzione per il fatto
stesso che lo dà e presenta come reale. Ala se è meccanismo, come può esser
vita, come può esser arte? È quasi come entrare in uno di quei musei di statue
viventi, di cera, vestite e dipinte. non si prova altro che la sorpresa (che qui
può essere anche ribrezzo) del movimento, dove non è possibile l'illusione d'una
realtà materiale.
E nessuno crede sul serio di poterla creare, quest'illusione. Si fa alla meglio
per dar roba da prendere alla macchina, qua nei cantieri, là nei quattro teatri
di posa o nelle piattaforme. Il pubblico, come la macchina, prende tutto. Si fan
denari a palate, e migliaja e migliaja di lire si possono spendere allegramente
per la costruzione d'una scena, che su lo schermo non durerà piú di due minuti.
Apparatori, macchinisti, attori si dànno tutti l'aria d'ingannare la macchina,
che darà apparenza di realtà a tutte le loro finzioni.
Che sono io per essi, io che con molta serietà assisto impassibile, girando la
manovella, a quel loro stupido giuoco?
IV
Permettete un momento. Vado a vedere la tigre. Dirò, seguiterò a dire,
riprenderò il filo del discorso piú tardi, non dubitate. Bisogna che vada, per
ora, a vedere la tigre.
Dacché l'hanno comperata, sono andato ogni giorno a visitarla, prima di mettermi
all'opera. Due giorni soli non ho potuto, perché non me n'hanno dato il tempo.
Abbiamo avuto qua altre bestie feroci, sebbene molto immalinconite: due orsi
bianchi, che passavano le giornate, ritti su le zampe di dietro, a picchiarsi il
petto, come trinitarii in penitenza: tre leoncini freddolosi, ammucchiati sempre
in un canto della gabbia, l'uno su l'altro; anche altre bestie, non propriamente
feroci un povero struzzo spaventato d'ogni rumore come un pulcino, e sempre
incerto di posare il piede: parecchie scimmie indiavolate. La Kosmograph è
fornita di tutto, e anche d'un serraglio, per quanto gl'inquilini vi durino
poco.
Nessuna bestia m'ha parlato come questa tigre.
Quando noi l'abbiamo avuta, era arrivata da poco, dono di non so quale illustre
personaggio straniero, al Giardino Zoologico di Roma. Al Giardino Zoologico non
han potuto tenerla, perché assolutamente irriducibile, non dico a farle soffiare
il naso col fazzoletto, ma neanche a rispettare le regole piú elementari della
vita sociale. Tre, quattro volte minacciò di saltare il fosso, si provò anzi a
saltarlo, per lanciarsi sui visitatori del Giardino, che stavano pacificamente
ad ammirarla da lontano.
Ma qual altro pensiero piú spontaneo di questo poteva sorgere in mente a una
tigre (se non volete in mente, diciamo nelle zampe), che quel fosso cioè fosse
fatto appunto perché essa si provasse a saltarlo, e che quei signori si
fermassero li davanti per essere divorati da lei, se riusciva a saltare ?
È certo un pregio sapere stare allo scherzo; ma sappiamo che non tutti l'hanno.
Parecchi non sanno neppure tollerare che altri pensi di poter scherzare con
loro. Parlo di uomini i quali pure, in astratto, possono riconoscer tutti che
talvolta sia cosa lecita scherzare.
La tigre, voi dite, non sta esposta in un giardino zoologico per ischerzo. Lo
credo. Ma non vi sembra uno scherzo pensare, ch'essa possa supporre che la
teniate lí esposta per dare al popolo una «nozione vivente» di storia naturale?
Eccoci al punto di prima. Questa non essendo noi propriamente tigri, ma uomini -
è retorica.
Possiamo aver compatimento per un uomo che non sappia stare allo scherzo; non
dobbiamo averne per una bestia; tanto piú se questo scherzo a cui l'abbiamo
esposta, dico della «nozione vivente», può avere conseguenze funeste: cioè per i
visitatori del Giardino Zoologico, una nozione troppo sperimentale della ferocia
di essa.
Questa tigre fu dunque saggiamente condannata a morte. La Società della
Kosmograph riuscì a saperlo in tempo e la compero. Ora è qui, in una gabbia del
nostro serraglio. Dacché è qui, è saggissima. Come si spiega? Il nostro
trattamento, senza dubbio, le sembra molto piú logico. Qui non le è data libertà
di provarsi a saltare alcun fosso, nessuna illusione di color locale come nel
Giardino Zoologico. Qui ha davanti le sbarre della gabbia, che le dicono di
continuo - Tu non puoi scappare sei prigioniera - e sta quasi tutto il giorno
sdrajata e rassegnata a guardare di tra queste sbarre, in un'attesa tranquilla e
attonita.
Ahimè, povera bestia, non sa che qui le toccherà ben altro, che quello scherzo
della «nozione vivente»!
Già è pronto lo scenario, di soggetto indiano, nel quale essa è destinata a
rappresentare una delle parti principali. Scenario spettacoloso, per cui si
spenderà qualche centinajo di migliaja di lire; ma quanto di piú stupido e di
piú volgare si possa immaginare. Basterà darne il titolo: La donna e la tigre.
La solita donna piú tigre della tigre. Mi par d'avere inteso, che sarà una miss
inglese in viaggio nelle Indie con un codazzo di corteggiatori.
L'India sarà finta la jungla sarà finta, il viaggio sarà finto, finta la
miss e
tinti i corteggiatori: solo la morte di questa povera bestia non sarà finta. Ci
pensate? E non vi sentite torcer le viscere dall'indignazione?
Ucciderla, per propria difesa o per difesa dell'incolumità altrui, passi!
Quantunque non da sé, per suo gusto, la belva sia venuta qua a esporsi in mezzo
agli uomini, ma gli uomini stessi, per loro piacere, siano andati a catturarla,
a strapparla dal suo covo selvaggio. Ma ucciderla cosí, in un bosco finto, in
una caccia finta, per una stupida finzione, è vera nequizia che passa la parte!
Uno dei corteggiatori, a un certo punto, sparerà contro un rivale a bruciapelo.
Voi vedrete questo rivale traboccar giú, morto. Sissignori. Finita la scena,
eccolo qua che si rialza, scotendosi dall'abito la polvere della piattaforma. Ma
non si rialzerà piú questa povera bestia, quando le avranno sparato. Porteranno
via il bosco finto e anche, come un ingombro, il cadavere di lei. In mezzo a una
finzione generale soltanto la sua morte sarà vera.
F fosse almeno una finzione che con la sua bellezza e la sua nobiltà potesse in
qualche modo compensare il sacrifizio di questa bestia. No. Stupidissima.
L'attore che la ucciderà, non saprà forse nemmeno perché l'avrà uccisa. La scena
durerà un minuto, due minuti su lo schermo in projezione, e passerà senza
lasciare un ricordo duraturo negli spettatori, che usciranno dalla sala
sbadigliando:
- Oh Dio, che stupidaggine!
Questo, o bella belva, t'aspetta. Tu non lo sai, e guardi di tra le sbarre della
gabbia con codesti occhi spaventevoli, ove la pupilla a spicchio or si restringe
or si dilata. Vedo quasi vaporare da tutto il tuo corpo, com'alito di bragia, la
tua ferinità, e segnato nelle nere striature del tuo pelame l'impeto elastico
degli slanci irrefrenabili. Chiunque t'osservi da vicino gode della gabbia che
t'imprigiona e che arresta anche in lui l'istinto feroce, che la tua vista gli
rimuove irresistibilmente nel sangue.
Tu qua non puoi stare altrimenti. O cosí imprigionata, o bisogna che tu sia
uccisa; perché la tua ferocia - lo intendiamo - è innocente: la natura l'ha
messa in te, e tu, adoprandola, ubbidisci a lei e non puoi aver rimorsi. Noi non
possiamo tollerare che tu, dopo un pasto sanguinoso, possa dormir
tranquillamente. La tua stessa innocenza fa innocenti noi della tua uccisione,
quand'è per nostra difesa. Possiamo ucciderti, e poi, come te, dormir
tranquillamente. Ma là, nelle terre selvagge, ove tu non ammetti che altri
passi; non qua, non qua, ove tu non sei venuta da te, per tuo piacere. La bella
innocenza ingenua della tua ferocia rende qua nauseosa l'iniquità della nostra.
Vogliamo difenderci da te, dopo averti portata qua, per nostro piacere, e ti
teniamo in prigione: questa non è piú la tua ferocia; quest'è ferocia perfida!
Ma sappiamo, non dubitare, sappiamo anche andare piú in là, far di meglio:
t'uccideremo per giuoco, stupidamente. Un cacciatore finto, in una caccia finta,
tra alberi finti... Saremo degni in tutto, veramente, dello scenario inventato.
Tigri, piú tigri d'una tigre. E dire che il sentimento che questo film in
preparazione vorrà destare negli spettatori, è il disprezzo della ferocia umana.
Noi la metteremo in opra, questa ferocia per giuoco, e contiamo anche di
guadagnarci, se ci riesce bene, una bella somma.
Guardi? Che guardi, bella belva innocente? È proprio cosí. Non sei qua per
altro. E io, che t'amo e t'ammiro, quando t'uccideranno, girerò impassibile la
manovella di questa graziosa macchinetta qua, la vedi? L'hanno inventata.
Bisogna che agisca; bisogna che mangi. Mangia tutto, qualunque stupidità le
mettano davanti. Mangerà anche te; mangia tutto, ti dico! E io la servo. Verrò a
collocartela piú da presso, quando tu, colpita a morte' darai gli ultimi tratti
Ah, non dubitare, ricaverà dalla tua morte turco il profitto possibile! Non le
accade mica di gustar tutti i giorni un pasto simile. Puoi aver questa
consolazione. E, se vuoi, anche un'altra.
Viene ogni giorno, come me, qui davanti alla tua gabbia, una donna a studiare
come tu ti muovi, come volti la testa, come guardi. La Nestoroff. Ti par poco?
T'ha eletto a sua maestra. Fortune come questa non càpitano a tutte le tigri.
Al solito, ella prende sul serio la sua parte. Ma ho sentito dire, che la parte
della miss «piú tigre della tigre», non sarà assegnata a lei. Forse ella ancora
non lo sa; crede che le spetti; e viene qui a studiare.
Me l'hanno detto, ridendone. Ma io stesso l'altro giorno l'ho sorpresa, mentre
veniva, e ho parlato con lei un buon pezzo.
V
Non si sta invano, capirete per una mezz'ora a guardare e a considerare una
tigre, a vedere in essa un'espressione della terra, ingenua, di là dal bene e
dal male, incomparabilmente bella e innocente nella sua potenza feroce. Prima
che da questa «originarietà» si scenda e s'arrivi a poter vedere innanzi a noi
uno, o una che sia, dei giorni nostri, e a poter riconoscerla e considerarla
come un'abitante della stessa terra - almeno per me; non so se anche per voi -
ci vuole un bel po'.
Rimasi dunque per un pezzo a guardare la signora Nestoroff senza riuscire a
intendere ciò che mi diceva.
Ma la colpa, in verità, non era soltanto mia e della tigre. Il fatto ch'ella mi
rivolgesse la parola, era insolito; e facilmente, se ci parli di sorpresa
qualcuno con cui non abbiamo avuto relazioni di sorta, stentiamo in prima a
cogliere il senso, talvolta anche il suono delle parole piú comuni e domandiamo:
- Scusi, com'ha detto?
In poco piú d'otto mesi, che son qui, tra me e lei, oltre i saluti, ci sarà
stato lo scambio d'appena una ventina di parole.
Poi, ella - sí, ci fu anche questo - appressandosi, cominciò a parlarmi con
molta volubilità, come si suol fare quando vogliamo distrarre l'attenzione di
qualcuno che ci sorprenda in qualche atto o pensiero che vorremmo tener
nascosto. (La Nestoroff parla con meravigliosa facilità e con perfetto accento
la nostra lingua, come se fosse in Italia da molti anni: ma salta subito a
parlar francese, appena appena, anche momentaneamente, si alteri o si riscaldi.)
Voleva saper da me, se mi paresse che la professione dell'attore fosse tale, che
una qualsiasi bestia (anche non metaforicamente) si potesse credere, atta,
senz'altro, a esercitarla.
- Dove? - le domandai.
Non intese la domanda.
- Ecco, - le spiegai, - se si tratta d'esercitarla qui, dove non c'è bisogno
della parola, forse anche una bestia, perché no?, può esser capace.
La vidi infoscarsi in volto.
- Sarà per questo, - disse misteriosamente.
Mi parve dapprima d'indovinare, ch'ella (come tutti gli attori di professione,
scritturati qui) parlasse per dispetto di certuni, i quali, senz'averne bisogno,
ma pur non sdegnando un guadagno facile, o per vanità, o per diletto, o per
altro, trovano modo di farsi accettare dalla Casa e di prender posto tra gli
attori, senza molta difficoltà tolta di mezzo quella, che sarebbe piú arduo per
loro e forse impossibile superare senza un lungo tirocinio e una vera
attitudine, voglio dire la recitazione. Ne abbiamo alla Kosmograph parecchi, che
sono veri signori, tutti giovani tra i venti e i trent'anni, o amici di qualche
forte caratista nell'Amministrazione della Casa, o caratisti essi stessi, che si
dan l'aria d'assumere in qualche film questa o quella parte, che loro piaccia,
solo per diporto; e la disimpegnano molto signorilmente, e qualcuno anche in
maniera da far invidia a un vero attore.
Ma, riflettendo poi sul tono misterioso con cui ella, infoscata all'improvviso,
proferí quelle parole: - Sarà per questo, - il dubbio mi sorse, che forse le
fosse arrivata la notizia che Aldo Nuti, non so ancora da qual parte, stia
cercando la via per entrar qui.
Questo dubbio mi turbò non poco.
Perché veniva ella a domandare proprio a me, avendo in mente Aldo Nuti, se la
professione dell'attore mi paresse tale, Non avevo ancora, e non ho tuttora,
alcun motivo di crederlo. Dalle domande che accortamente le rivolsi per
chiarirmene, non ho potuto almeno acquistarne la certezza.
Non so perché, mi dispiacerebbe molto se ella sapesse che fui amico di Giorgio
Mirelli nella prima giovinezza di lui, e che mi fu familiare la villetta di
Sorrento, ov'ella portò lo scompiglio e la morte.
Non so perché - ho detto: ma non è vero; il perché lo so, e n'ho già fatto anche
cenno altrove. Non ho amore, ripeto qua, né potrei averne, per questa donna; ma
odio, neppure. Qua tutti la odiano e già questa per me sarebbe ragione
fortissima di non odiarla io. Sempre, nel giudicare gli altri, mi sono sforzato
di superare il cerchio de' miei affetti, di cogliere nel frastuono della vita,
fatto piú di pianti che di risa, quante piú note mi sia stato possibile fuori
dell'accordo de' miei sentimenti. Ho conosciuto Giorgio Mirelli, ma come? ma
quale? Qual egli era nelle relazioni che aveva con me. Tale, per me, ch'io
l'amavo. Ma chi era egli e com'era nelle relazioni con questa donna? Tale,
ch'ella potesse amarlo? Io non lo so! Certo, non era, non poteva essere uno - lo
stesso per me e per lei. E come potrei io dunque giudicare da lui questa donna?
Abbiamo tutti un falso concetto dell'unità individuale. Ogni unità e nelle
relazioni degli elementi tra loro; il che significa che, variando anche
minimamente le relazioni, varia per forza l'unità. Si spiega cosí, come uno, che
a ragione sia amato da me, possa con ragione essere odiato da un altro. Io che
amo e quell'altro che odia, siamo due: non solo; ma l'uno, ch'io amo, e l'uno
che quell'altro odia, non son punto gli stessi; sono, uno e uno: sono anche due.
E noi stessi non possiamo mai sapere, quale realtà ci sia data dagli altri; chi
siamo, per questo e per quello.
Ora, se la Nestoroff venisse a sapere ch'io fui molto amico di Giorgio Mirelli
forse sospetterebbe in me un odio per lei ch'io non sento: e basterebbe questo
sospetto a farla diventare subito un'altra per me, pur rimanendo io nella
medesima disposizione d'animo per lei; si vestirebbe per me d'una parte che me
ne nasconderebbe tante altre; e non potrei piú studiarla, com'ora la studio
intera.
Le parlai della tigre, dei sentimenti che la presenza di essa in questo luogo e
la sua sorte destano in me; ma mi accorsi subito ch'ella non era in grado
d'intenderli, non forse per incapacità, ma perché le relazioni, che tra lei e la
belva si sono stabilite, non le consentono né pietà per essa, né sdegno per
l'azione che qui sarà compiuta.
Mi disse, acutamente:
- Finzione, sì; anche stupida, se volete; ma quando sarà sollevato lo sportello
della gabbia e questa bestia sarà fatta entrare nell'altra gabbia piú grande che
figurerà un pezzo di bosco, con le sbarre nascoste da fronde, il cacciatore, per
quanto finto come il bosco, avrà pur diritto di difendersi da essa, appunto
perché essa, come voi dite, non è una bestia finta, ma una bestia vera.
- Ma il male è appunto questo, - esclamai: - servirsi d'una bestia vera dove
tutto sarà finto.
- Chi ve lo dice? - rimbeccò pronta. - Sarà finta la parte del cacciatore; ma di
fronte a questa bestia vera sarà pure un uomo vero! E v'assicuro che se egli non
la ucciderà al primo colpo, o non la ferirà in modo d'atterrarla, essa, senza
tener conto che il cacciatore sarà finto e finta la caccia gli salterà addosso e
sbranerà per davvero un uomo vero.
Sorrisi dell'arguzia della sua logica e dissi:
- Ma chi l'avrà voluto? Guardatela com'essa è qua! .Non sa nulla, questa bella
bestia, senza colpa della sua ferocia.
Mi guardò con occhi strani, come in sospetto che volessi burlarmi di lei; ma poi
sorrise anch'ella, alzò appena appena le spalle e soggiunse:
- Vi sta tanto a cuore? Ammaestratela! Fatene una tigre attrice, che sappia
fingere di cader morta al finto sparo d'un cacciatore finto, e tutto allora sarà
accomodato.
A seguitare, non ci saremmo mai intesi; perché se a me stava a cuore la tigre, a
lei il cacciatore.
Difatti il cacciatore designato a ucciderla è Carlo Ferro. La Nestoroff ne
dev'essere molto costernata; e forse non viene qua, come vogliono i maligni, per
studiare la sua parte, ma per misurare il pericolo che il suo amante affronterà.
Il quale, anche lui, per quanto ostenti una sprezzante indifferenza,
dev'esserne, in fondo, in apprensione. So che, parlando col direttore generale
commendator Borgalli, e anche su negli uffici d'amministrazione, ha messo avanti
molte pretese: un'assicurazione su la vita di almeno centomila lire, da dare a'
suoi parenti che vivono in Sicilia, in caso di morte, che non sia mai; un'altra
assicurazione, piú modesta, nel caso d'inabilità al lavoro per qualche eventuale
ferita, che non sia mai neppure questa; una grossa gratificazione, se tutto,
com'è da augurarsi, andrà bene, e poi - pretesa curiosa, non suggerita certo,
come le precedenti, da un avvocato - la pelle della tigre uccisa.
La pelle della tigre sarà senza dubbio per la Nestoroff; per i piedini di lei;
tappeto prezioso. Oh, ella avrà certo sconsigliato all'amante, pregando,
scongiurando, d'assumere quella parte cosí pericolosa; ma poi, vedendolo deciso
e impegnato, avrà suggerito lei, proprio lei, al Ferro, di pretendere almeno la
pelle della tigre. Come «almeno»? Ma sí! Ch'ella gli abbia detto «almeno», mi
sembra proprio indubitabile. Almeno, cioè in compenso dell'ansia angosciosa che
le costerà la prova, a cui egli s'esporrà. Non è possibile che sia venuta in
mente a lui, a Carlo Ferro, l'idea d'aver la pelle della belva uccisa per
metterla sotto i piedini della sua amante. Non è capace, Carlo Ferro, di tali
idee. Basta guardarlo per convincersene: guardare quel suo nero testone villoso
e burbanzoso di caprone.
Egli sopravvenne, l'altro giorno, a interrompere la mia conversazione con la
Nestoroff innanzi alla gabbia. Non si curò nemmeno di sapere di che cosa noi
stessimo a parlare, come se per lui non potesse avere alcuna importanza una
conversazione con me. Mi guardò appena, accostò appena la cannuccia di bambú al
cappello per un cenno di saluto, guardò con la solita sprezzante indifferenza la
tigre nella gabbia, dicendo all'amante:
- Andiamo: Polacco è pronto; ci aspetta.
E voltò le spalle, sicuro d'esser seguito dalla Nestoroff, come un tiranno dalla
sua schiava.
Nessuno piú di lui sente e dimostra quell'istintiva antipatia, ch'io ho detto
comune a quasi tutti gli attori per me, e che si spiega, o almeno, io mi spiego
come un effetto, a loro stessi non chiaro, della mia professione.
Carlo Ferro la sente piú di tutti, perché, tra tante altre fortune, ha quella di
credersi sul serio un grande attore.
VI
Non è tanto per me - Gubbio - l'antipatia, quanto per la mia macchinetta. Si
ritorce su me, perché io sono quello che la gira.
Essi non se ne rendono conto chiaramente, ma io, con la manovella in mano, sono
in realtà per loro una specie d'esecutore.
Ciascun d'essi - parlo, s'intende, dei veri attori, cioè di quelli che amano
veramente la loro arte, qualunque sia il loro valore - è qui di mala voglia, è
qui perché pagato meglio, e per un lavoro che, se pur gli costa qualche fatica,
non gli richiede sforzi d'intelligenza. Spesso, ripeto, non sanno neppure che
parte stiano a rappresentare.
La macchina, con gli enormi guadagni che produce, se li assolda, può compensarli
molto meglio che qualunque impresario o direttore proprietario di compagnia
drammatica. Non solo; ma essa, con le sue riproduzioni meccaniche, potendo
offrire a buon mercato al gran pubblico uno spettacolo sempre nuovo, riempie le
sale dei cinematografi e lascia vuoti i teatri, sicché tutte, o quasi, le
compagnie drammatiche fanno ormai meschini affari; e gli attori, per non
languire, si vedono costretti a picchiare alle porte delle Case di
cinematografia. Ma non odiano la macchina soltanto per l'avvilimento del lavoro
stupido e muto a cui essa li condanna; la odiano sopra tutto perché si vedono
allontanati, si sentono strappati dalla comunione diretta col pubblico, da cui
prima traevano il miglior compenso e la maggior soddisfazione: quella di vedere,
di sentire dal palcoscenico, in un teatro, una moltitudine intenta e sospesa
seguire la loro azione viva, commuoversi, fremere, ridere, accendersi,
prorompere in applausi.
Qua si sentono come in esilio. In esilio, non soltanto dal palcoscenico, ma
quasi anche da se stessi. Perché la loro azione, l'azione viva dal loro corpo
vivo, là, su la tela dei cinematografi, non c'è piú: c'è la loro immagine
soltanto, colta in un momento, in un gesto, in una espressione, che guizza e
scompare. Avvertono confusamente, con un senso smanioso, indefinibile di vuoto,
anzi di vôtamento, che il loro corpo è quasi sottratto, soppresso, privato della
sua realtà, del suo respiro, della sua voce, del rumore ch'esso produce
movendosi, per diventare soltanto un'immagine muta, che trèmola per un momento
su lo schermo e scompare in silenzio, d'un tratto, come un'ombra inconsistente,
giuoco d'illusione su uno squallido pezzo di tela.
Si sentono schiavi anch'essi di questa macchinetta stridula, che pare sul
treppiedi a gambe rientranti un grosso ragno in agguato, un ragno che succhia e
assorbe la loro realtà viva per renderla parvenza evanescente, momentanea,
giuoco d'illusione meccanica davanti al pubblico. E colui che li spoglia della
loro realtà e la dà a mangiare alla macchinetta; che riduce ombra il loro corpo,
chi è? Sono io, Gubbio.
Essi restano qua, come su un palcoscenico di giorno, quando provano. La sera
della rappresentazione per essi non viene mai. I1 pubblico non lo vedono piú.
Pensa la macchinetta alla rappresentazione davanti al pubblico, con le loro
ombre; ed essi debbono contentarsi di rappresentare solo davanti a lei. Quando
hanno rappresentato, la loro rappresentazione è pellicola.
Mi possono voler bene?
Un certo rinfranco all'avvilimento lo hanno nel non vedersi essi soli
mortificati al servizio di questa macchinetta, che muove, agita, attira tanto
mondo attorno a sé. Scrittori illustri, commediografi, poeti, romanzieri,
vengono qua, tutti al solito dignitosamente proponendo la «rigenerazione
artistica» dell'industria. E a tutti il commendator Borgalli parla d'un modo, e
Cocò Polacco d'un altro: quello, coi guanti da direttore generale; questo,
sbottonato, da direttore di scena. Ascolta paziente tutte le proposte di
scenarii, Cocò Polacco; ma a un certo punto alza una mano, dice:
- Oh no, quest'è un po' crudo. Dobbiamo sempre aver l'occhio agl'Inglesi, caro
mio!
Trovata genialissima, questa degli Inglesi. Veramente la maggior parte delle
pellicole prodotte dalla Kosmograph va in Inghilterra. Bisogna dunque per la
scelta degli argomenti adattarsi al gusto inglese. E quante cose allora non
vogliono gl'Inglesi nelle pellicole, secondo Coco Polacco!
- La pruderie inglese, tu capisci! Basta che dicano shocking, e addio ogni cosa!
Se le pellicole andassero direttamente al giudizio del pubblico, forse forse
tante cose passerebbero; ma no: per l'importazione delle pellicole in
Inghilterra ci sono gli agenti, c'è lo scoglio, c'è la piaga degli agenti.
Decidono loro, gli agenti, inappellabilmente: questo va, questo non va. E per
ogni film che non vada, sono centinaja di migliaja di lire perdute o che vengono
meno.
Oppure Cocò Polacco esclama:
- Bellissimo! Ma questo, caro mio, è un dramma, un dramma perfetto! Successone
sicuro! Vuoi farne una pellicola? Non te lo permetterò mai! Come pellicola non
va: te l'ho detto, caro, troppo fino, troppo fino. Qua ci vuol altro! Tu sei
troppo intelligente, e lo intendi.
In fondo, Cocò Polacco, se rifiuta loro i soggetti, fa pure un elogio: dice loro
che non sono stupidi abbastanza per scrivere per il cinematografo. Da un canto,
perciò, essi vorrebbero capire, si rassegnerebbero a capire; ma, dall'altro,
vorrebbero anche accettati i soggetti. Cento, duecento cinquanta, trecento lire,
in certi momenti... Il dubbio, che l'elogio della loro intelligenza e il
disprezzo del cinematografo quale strumento d'arte siano messi avanti per
rifiutare con un certo garbo i soggetti balena a qualcuno di loro; ma la dignità
è salva e se ne possono andar via a testa alta. Da lontano gli attori li
salutano come compagni di sventura.
- Tutti bisogna che passino di qua! - pensano tra loro con gioja maligna. -
Anche le teste coronate! Tutti di qua, stampati per un momento su un lenzuolo!
Giorni sono, ero con Fantappiè nel cortile ov'è la Sala di prova e l'ufficio
della Direzione artistica, quando scorgemmo un vecchietto zazzeruto, in cappello
a stajo, dal naso enorme, dagli occhi loschi dietro gli occhiali d'oro, la
barbetta a collana, che pareva tutto ristretto in sé per paura dei grandi
manifesti illustrati incollati al muro, rossi, gialli, azzurri, sgargianti,
terribili, dei films che piú hanno fatto onore alla Casa.
- Illustre senatore! - esclamò Fantappiè con un balzo, accorrendo e poi
piantandosi su l'attenti con la mano levata comicamente al saluto militare. - È
venuto per la prova?
- Già... sí... mi avevano detto per le dieci, - rispose l'illustre senatore,
sforzandosi di discernere con chi parlava.
- Per le dieci? Chi gliel'ha detto? Polacco?
- Non capisco...
- Il direttore Polacco?
- No, un italiano... uno che chiamano l'ingegnere...
- Ah, capito: Bertini! Le aveva detto per le dieci? Non dubiti. Sono le dieci e
mezzo. Per le undici certo sarà qui.
Era il venerando Professor Zeme, l'insigne astronomo, direttore
dell'Osservatorio e senatore del Regno, accademico dei Lincei, insignito di non
so quante onorificenze italiane e straniere, invitato a tutti i pranzi di Corte.
- E... scusi, senatore, - riprese quel burlone di Fantappiè. - Una domanda: non
potrebbe farmi andare nella Luna ?
- Io? nella Luna?
- Sí, dico... cinematograficamente, si capisce... Fantappiè nella Luna: sarebbe
delizioso! In ricognizione, con otto soldati. Ci pensi un po', senatore.
Concerterei la scenetta... No? Dice di no.
Il senator Zeme disse di no, con la mano, se non proprio sdegnosamente, certo
con molta austerità. Uno scienziato pari suo non poteva prestarsi a mettere a
servizio d'una buffonata la sua scienza. Si è prestato, sí, a farsi prendere in
tutti gli atteggiamenti nel suo Osservatorio; ha voluto anche proiettato su lo
schermo il registro delle firme dei piú illustri visitatori dell'Osservatorio,
perché il pubblico vi leggesse le firme delle LL. MM. il Re e la Regina e delle
LL. AA. RR. il Principe Ereditario e le Principessine e di S.M. il Re di Spagna
e di altri re e ministri di Stato e ambasciatori; ma tutto questo a maggior
gloria della sua scienza e per dare al popolo una qualche immagine delle
Meraviglie dei cieli (titolo della pellicola) e delle formidabili grandezze, in
mezzo alle quali lui, il senator Zeme, pur così piccoletto com'è, vive e lavora.
- Martuf! - esclamò sotto sotto Fantappiè, da buon piemontese, con una delle sue
solite smorfie, andando via con me.
Ma ritornammo indietro, poco dopo, attirati da un gran clamore di voci, che
s'era levato nel cortile.
Attori, attrici, operatori, direttori di scena, macchinisti erano usciti dai
camerini e dalla Sala di prova e stavano attorno al senator Zeme alle prese con
Simone Pau, che suol venire di tanto in tanto a trovarmi alla Kosmograph.
- Ma che educazione del popolo! - urlava Simone Pau.
- Mi faccia il piacere! Mandi Fantappiè nella Luna! Lo faccia giocare alle bocce
con le stelle! O crede forse che siano sue le stelle? Qua, le consegni qua alla
divina Sciocchezza degli uomini, che ha tutto il diritto d'appropriarsene e di
giocarci alle bocce! Del resto... del resto, scusi, che fa lei? che crede
d'esser lei? Lei non vede che l'oggetto! Lei non ha coscienza che dell'oggetto!
Dunque, religione. E il suo Dio è il cannocchiale! Lei crede che sia il suo
strumento? Non è vero! Quello è il suo Dio, e lei lo venera! Lei è come Gubbio,
qua, con la sua macchinetta! Il servitore... non voglio offenderla, dirò il
sacerdote, il pontefice massimo, le basta? di quel suo Dio, e giura nel domma
della sua infallibilità. Dov'è Gubbio? Viva Gubbio! viva Gubbio! Aspetti, non se
ne vada, Senatore! Io sono venuto qua, questa mattina, per consolare un
infelice. Gli ho dato convegno qua: già dovrebbe esser qua! Un infelice, mio
compagno avventore dell'albergo del Falco... Non c'è miglior mezzo per consolare
un infelice, che mostrargli e fargli toccar con mano, che non è solo. E l'ho
invitato qua, tra questi bravi amici artisti. È un artista anche lui! Eccolo
qua! eccolo qua!
E l'uomo dal violino, lungo lungo, inarcocchiato e tenebroso, ch'io vidi or è
piú di un anno nell'ospizio di mendicità, si fece avanti, come assorto, al
solito, a guardarsi i peli spioventi delle foltissime sopracciglia aggrottate.
Tutti fecero largo. Nel silenzio sopravvenuto, crepitò qualche scoppio di risa,
qua e là. Ma lo stupore e un certo senso di ribrezzo teneva la maggior parte nel
vedere quell'uomo avanzarsi a capo chino con gli occhi a quel modo assorti ai
peli delle sopracciglia, quasi non volesse vedersi il naso carnuto e rosso, peso
enorme e castigo della sua intemperanza. Piú che mai, adesso, avanzandosi,
pareva dicesse: - Silenzio! Fate largo! Vedete come la vita può ridurre il naso
d'un uomo?
Simone Pau lo presentò al senator Zeme, che scappò via, indignato; risero tutti;
ma Simone Pau, serio, riprese a far la presentazione alle attrici, agli attori,
ai direttori di scena, narrando a scatti un po' all'uno un po' all'altro, la
storia del suo amico, e come e perché dopo quell'ultimo famoso intoppo non
avesse piú sonato. Alla fine, tutto acceso, gridò:
- Ma egli oggi sonerà, signori! Sonerà! Romperà l'incanto malefico! Mi ha
promesso che sonerà! Ma non a voi, signori! Voi vi terrete discosti. M'ha
promesso che sonerà alla tigre! Sí, sí, alla tigre! alla tigre! Bisogna
rispettare questa sua Idea! Certo avrà le sue buone ragioni! Andiamo, sú,
andiamo tutti... Ci terremo discosti... Egli si farà, solo, innanzi alla gabbia,
e sonerà!
Tra grandi, risa, applausi, sospinti tutti da una vivissima curiosità per la
bizzarra avventura, seguimmo Simone Pau, che aveva preso sotto braccio il suo
uomo, e lo spingeva avanti seguendo le indicazioni che gli si gridavano dietro,
su la via da tenere per andare al serraglio. In vista delle gabbie, ci arrestò
tutti, raccomandando silenzio, e mandò avanti, solo, quell'uomo col suo violino.
Al rumore, dai cantieri, dai magazzini, operai, macchinisti, apparatori,
accorsero in gran numero per assistere dietro di noi alla scena: una folla.
La belva s'era ritratta d'un balzo in fondo alla gabbia; inarcata, a testa
bassa, i denti digrignati, le zampe artigliate, pronta all'assalto: terribile!
L'uomo la guatò, sbigottito, si voltò perplesso a cercare con gli occhi tra noi
Simone Pau.
- Suona! - gli gridò questi. - Non temere! Suona! Ti comprenderà!
E allora quello, come liberandosi con un tremendo sforzo da un incubo, levò
finalmente la testa, scrollandola, buttò a terra il cappellaccio sformato, si
passò una mano sui lunghi capelli arruffati, trasse il violino dalla vecchia
fodera di panno verde, e buttò via anche questa, sul cappello.
Qualche lazzo partí dagli operaj affollati dietro a noi, seguíto da risa e da
commenti, mentr'egli accordava il violino; ma un gran silenzio si fece subito
appena egli prese a sonare, dapprima un po' incerto, esitante, come se si
sentisse ferire dal suono del suo strumento non piú udito da gran tempo; poi,
d'un tratto, vincendo l'incertezza, e forse i fremiti dolorosi, con alcuni
strappi energici. Seguí a questi strappi come un affanno a mano a mano
crescente, incalzante, di strane note aspre e sorde, un groviglio fitto, da cui
ogni tanto una nota accennava ad allungarsi, come chi tenti di trarre un sospiro
tra i singhiozzi. Alla fine questa nota si distese, si sviluppò, s'abbandonò,
liberata dall'affanno, in una linea melodica, limpida, dolcissima e intensa,
vibrante d'infinito spasimo: e una profonda commozione allora invase noi tutti,
che in Simone Pau si rigò di lagrime. Con le braccia levate egli faceva cenno di
star zitti, di non manifestare in alcun modo la nostra ammirazione, perché nel
silenzio quel bislacco straccione meraviglioso potesse ascoltare la sua anima.
Non durò a lungo. Abbassò le mani, come esausto, col violino e l'archetto, e si
rivolse a noi col volto trasfigurato, bagnato di pianto, dicendo:
- Ecco...
Scoppiarono applausi fragorosi. Fu preso, portato in trionfo. Poi, condotto alla
prossima trattoria, non ostanti le preghiere e le minacce di Simone Pau, bevve e
s'ubriacò.
Polacco s'è morso un dito dalla rabbia, per non aver pensato di mandarmi subito
a prendere la macchinetta per fissare quella scena della sonata alla tigre.
Come capisce bene tutto, sempre, Cocò Polacco! Io non potei rispondergli perché
pensavo agli occhi della signora Nestoroff; che aveva assistito alla scena, come
in un'estasi piena di sgomento.
I
Non ho piú il minimo dubbio: ella sa della mia amicizia per Giorgio Mirelli, e
sa che Aldo Nuti tra poco sarà qui.
Le due notizie le sono venute, certamente, da Carlo Ferro.
Ma come avviene, che qua non si voglia ricordare ciò ch'è accaduto tra i due, e
non si siano troncate subito le pratiche col Nuti? A favorire queste pratiche
s'è adoperato con molto impegno, sotto mano, il Polacco, amico del Nuti, e a cui
il Nuti fin da principio s'è rivolto. Pare che il Polacco abbia ottenuto da uno
dei giovanotti che sono qua «dilettanti», il Fleccia, la vendita a ottime
condizioni dei dieci carati che costui possedeva. Da alcuni giorni, infatti, il
Fleccia va dicendo che s'è annojato di stare a Roma e che andrà a Parigi.
Si sa che, di questi giovanotti, i piú, oltre che per tutto il resto, bazzicano
qui per l'amicizia contratta, o che vorrebbero contrarre, con qualche giovane
attrice; e che tanti se ne vanno, quando non sono riusciti a contrarla, o se ne
sono stancati. Diciamo amicizia: per fortuna, le parole non arrossiscono.
Ecco qua: una giovane attrice, in costume di «divette» o di ballerina, va
correndo col torso ignudo per le piattaforme e gli sterrati; si ferma qua e là a
conversare, col seno imbandito sotto gli occhi di tutti; ebbene, il giovanotto
suo amico le vien dietro con la scatola e il piumino della cipria in mano, e
ogni tanto glielo ripassa su la pelle, su le braccia, su la nuca, sotto la gola,
orgoglioso che un siffatto ufficio spetti a lui. Quante volte, dacché sono
entrato alla Kosmograph, non ho visto Gigetto Fleccia correr cosí dietro
alla piccola Sgrelli? Ma ora egli, da circa un mese, s'è guastato con lei. Il
tirocinio è fatto: andrà a Parigi.
Nulla di straordinario, dunque, per nessuno, che il Nuti, ricco signore anche
lui e dilettante attore, venga a prenderne il posto. Non è forse noto
abbastanza, o è già dimenticato il dramma della sua prima avventura con la
Nestoroff.
Io sono pur ingenuo talvolta! Chi si ricorda di qualche cosa a distanza d'un
anno? C'è piú tempo da stimare in città, fra tanto turbinio di vita, che qualche
cosa - uomo, opera, fatto - meriti il ricordo d'un anno? Voi, nella solitudine
della campagna, Duccella e nonna Rosa, potete ricordare! Qua, se pure qualcuno
ricorda, ebbene, c'è stato un dramma? tanti ne avvengono, e per nessuno questo
turbinío di vita s'arresta un momento. Non sembrerà cosa in cui gli altri, da
estranei debbano immischiarsi, per impedir le conseguenze di una ripresa. Che
conseguenze? Un urto con Carlo Ferro? Ma è cosí inviso a tutti, costui, non solo
per la sua burbanza, ma appunto perché amante della Nestoroff! Se quest'urto
avverrà e nascerà qualche disordine, sarà per gli estranei uno spettacolo di piú
da godere: e quanto a coloro cui deve premere che nessun disordine nasca,
sperano forse di trovarvi un pretesto per licenziare con Carlo Ferro la
Nestoroff, la quale, se è ben protetta dal commendator Borgalli, è qua di peso a
tutti gli altri. O forse si spera che la Nestoroff stessa, per sfuggire al Nuti,
si licenzii da sé?
Certo il Polacco s'è adoperato con tanto impegno alla venuta del Nuti unicamente
per questo; e fin da principio, nascostamente, ha voluto che il Nuti, contro la
protezione che il commendator Borgalli potrebbe far valere, fosse premunito con
l'acquisto a caro prezzo dei carati di Gigetto Fleccia e col diritto di surrogar
costui anche nelle parti di attore.
Che ragione, poi, hanno tutti costoro di costernarsi dell'animo con cui il Nuti
verrà? Prevedono, se mai, solamente l'urto con Carlo Ferro, perché Carlo Ferro è
qui, davanti a loro; lo vedono, lo toccano; e non immaginano che tra la
Nestoroff e il Nuti ci possa esser di mezzo qualche altro.
- Tu? - mi domanderebbero, se io mi mettessi a parlare con loro di queste cose.
Io, cari? Eh, voi avete voglia di scherzare. Uno, che voi non vedete; uno, che
non potete toccare. Uno spettro, come nelle favole.
Appena l'uno tenterà di riaccostarsi all'altra, per forza questo spettro sorgerà
tra loro. Subito dopo il suicidio, sorse; e li fece fuggire, inorriditi, l'uno
dall'altra. Bellissimo effetto cinematografico, per voi! Ma non per Aldo Nuti.
Come mai può egli, adesso, pensare e tentare di riaccostarsi a questa donna? Non
è possibile che - lui almeno - abbia dimenticato lo spettro. Ma avrà saputo che
la Nestoroff è qua con un altr'uomo. E quest'uomo gli dà certo, ora, il coraggio
di riaccostarsi a lei. Forse spera che quest'uomo, con la solidità del suo
corpo, gli nasconderà quello spettro, gl'impedirà di scorgerlo, impegnandolo in
una lotta tangibile, in una lotta, cioè, non contro uno spettro, ma di
corpo a corpo. E fors’anche fingerà di credere che verrà a impegnarsi in questa
lotta per lui, a vendetta di lui. Perché certo la Nestoroff,
ponendosi quest'altro uomo accanto, ha mostrato d'essersi dimenticata del
«povero morto».
Non è vero. La Nestoroff non l'ha dimenticato. Me l'han detto chiaramente i suoi
occhi, il modo com'ella mi guarda da due giorni, cioè da quando Carlo Ferro, per
informazioni avute, le deve aver fatto conoscere che fui amico di Giorgio
Mirelli.
Sdegno, anzi sprezzo, evidentissima avversione: ecco quello che noto da due
giorni negli occhi della Nestoroff, appena per qualche attimo si posano su me. E
ne son lieto. Perché sono certo ormai, che quanto ho immaginato e supposto di
lei, studiandola, è giusto e risponde alla realtà, come se ella medesima, in una
sincera effusione di tutti i suoi piú segreti sentimenti, m'avesse aperto la sua
anima offesa e tormentata.
Da due giorni ostenta innanzi a me devota e sommessa affezione per il Ferro: si
stringe a lui, pende da lui, pur lasciando intendere a chi ben la osservi,
ch'ella come tutti gli altri, piú di tutti gli altri, sa e vede l'angustia
mentale, la rozzezza delle maniere, insomma la bestialità di quest'uomo. La sa e
la vede. Ma gli altri - intelligenti e garbati - lo disprezzano e lo sfuggono?
Ebbene, ella lo pregia e s'attacca a lui appunto per questo; appunto perché egli
non è né intelligente, né garbato.
Miglior prova di questa non potrei avere. Eppure, oltre questo fierissimo
sdegno, qualcos'altro deve agitarsi in questo momento nel cuore di lei! Certo,
ella medita qualche cosa. Certo, Carlo Ferro per lei non è altro che un aspro,
amarissimo rimedio, a cui, stringendo i denti, facendo un'enorme violenza a se
stessa, s'è sottoposta per curare in sé un male disperato. E ora, piú che mai,
si tiene stretta a questo rimedio, balenandole la minaccia, con la venuta del
Nuti, di ricadere nel suo male. Non perché, io credo, Aldo Nuti abbia su lei un
tal potere. Subito, come un fantoccio, allora, ella lo prese, lo spezzò, lo
buttò via. Ma la venuta di lui, ora, non ha certo altro scopo che di toglierla,
strapparla al suo rimedio, riponendole davanti lo spettro di Giorgio Mirelli, in
cui ella forse vede il suo male: lo smanioso tormento del suo spirito strano,
del quale nessuno tra gli uomini, a cui s’è accostata, ha saputo e voluto
prendersi cura.
Ella non vuole piú il suo male; ne vuole a ogni costo guarire. Sa che, se Carlo
Ferro la stringe tra le braccia, può temere d'esserne spezzata. E questo timore
le piace.
- Ma che ti vale - vorrei gridarle - che ti vale che Aldo Nuti non venga a
riportelo davanti, il tuo male, se tu lo hai ancora in te, soffocato a forza e
non vinto? Tu non vuoi vedere la tua anima: è possibile? T'insegue, t'insegue
sempre, t'insegue come una pazza! Per sfuggirle, t'aggrappi, ti ripari tra le
braccia d'un uomo, che sai senz'anima e capace d'ucciderti, se la tua, per caso,
oggi o dimani, s'impadronirà novamente di te per ridarti l'antico tormento! Ah,
meglio essere uccisa? meglio essere uccisa, che ricadere in questo tormento, di
risentirsi un'anima dentro, un'anima che soffre e non sa di che?
Ebbene, questa mattina, mentre giravo la macchinetta, ho avuto tutt'a un tratto
il terribile sospetto, ch'ella - rappresentando, al solito, come una forsennata,
la sua parte - volesse uccidersi: sì, sì, proprio uccidersi, davanti a me. Non
so com'io abbia fatto a conservare la mia impassibilità; a dire a me stesso:
- Tu sei una mano, gira! Ella ti guarda, ti guarda fiso, non guarda che te, per
farti intendere qualche cosa; ma tu non sai nulla, tu non devi intender nulla;
gira!
S'è cominciato a iscenare il film della tigre, che sarà lunghissimo e a
cui prenderanno parte tutt'e quattro le compagnie. Non mi curerò minimamente di
cercare il bandolo di quest'arruffata matassa di volgari, stupidissime scene. So
che la Nestoroff non vi prenderà parte, non avendo ottenuto che le fosse
assegnata quella della protagonista. Solo questa mattina, per una particolare
concessione al Bertini, ha posato per una breve scena di «colore», in una
particina secondaria, ma non facile, di giovane indiana, selvaggia e fanatica
che s'uccide eseguendo «la danza dei pugnali».
Segnato il campo nello sterrato, Bertini ha disposto in semicerchio una ventina
di comparse, camuffate da selvaggi indiani. S'è fatta avanti la Nestoroff quasi
tutta nuda, con una sola fascia sui fianchi a righe gialle verdi rosse turchine.
Ma la nudità meravigliosa del saldo corpo esile e pieno era quasi coperta dalla
sdegnosa noncuranza di esso, con cui ella si è presentata in mezzo a tutti
quegli uomini, a testa alta, giú le braccia coi due pugnali affilatissimi, uno
per pugno.
Bertini ha spiegato brevemente l'azione:
- Ella danza. È come un rito. Tutti stanno ad assistere religiosamente. A un
tratto, a un mio grido, in mezzo alla danza, ella si trafigge il seno coi due
pugnali e stramazza. Tutti accorrono e le si fanno sopra, stupiti e sgomenti.
Su, su, attenti, attenti al campo! Voi di là, avete capito? state prima, serii,
a guardare; appena la signora stramazza, accorrete tutti! Attenti, attenti al
campo per ora!
La Nestoroff, facendosi in mezzo al semicerchio coi due pugnali branditi, ha
preso a guardarmi con una cosí acuta e dura fissità, ch'io, dietro al mio grosso
ragno nero in agguato sul treppiedi, mi sono sentito vagellar gli occhi e
intorbidare la vista. Per miracolo ho potuto obbedire al comando di Bertini:
- Si gira!
E mi son messo, come un automa, a girar la manovella.
Tra i penosi contorcimenti di quella sua strana danza màcabra, tra il luccichío
sinistro dei due pugnali, ella non staccò un minuto gli occhi da' miei, che la
seguivano, affascinati. Le vidi sul seno anelante il sudore rigar di solchi la
manteca giallastra, di cui era tutto impiastricciato. Senza darsi alcun pensiero
della sua nudità, ella si dimenava come frenetica, ansava, e pian piano, con
voce affannosa, sempre con gli occhi fissi ne' miei, domandava ogni tanto:
- Bien comme ça? bien comme ça?
Come se volesse saperlo da me; e gli occhi erano quelli d'una pazza. Certo, ne'
miei leggevano, oltre la maraviglia, uno sgomento prossimo a cangiarsi in
terrore nell'attesa trepidante del grido del Bertini. Quando il grido uscí ed
ella si ritorse contro il seno la punta de' due pugnali e stramazzò a terra, io
ebbi veramente per un attimo l'impressione che si fosse trafitta, e fui per
accorrere anch'io, lasciando la manovella, allorché Bertini su le furie incitò
le comparse.
- A vojaltri, perdio! accorrete! fatemi la controparte!... Cosí... cosí...
basta!
Ero sfinito; la mano m'era diventata come di piombo, seguitando da sé,
meccanicamente, a girar la manovella.
Ho visto Carlo Ferro accorrer fosco, pieno di collera e di tenerezza, con un
lungo mantello violaceo, aiutar la donna a rialzarsi, avvolgerla in quel
mantello e portarsela via, quasi di peso, nel camerino.
Ho guardato nella macchinetta, e mi sono trovata in gola una curiosa voce
sonnolenta per annunziare al Bertini:
- Ventidue metri.
II
Aspettavamo, oggi, sotto il pergolato dell'osteria, che arrivasse una certa
«signorina di buona famiglia», raccomandata dal Bertini, la quale doveva
sostenere una particina in un film rimasto da qualche mese in tronco e
che ora si vuol terminare.
Da piú d'un'ora un ragazzo era stato spedito in bicicletta alla casa di questa
signorina, e ancora non si vedeva nessuno, neppure il ragazzo di ritorno.
Polacco stava seduto con me a un tavolino, la Nestoroff e Carlo Ferro sedevano a
un altro. Tutt'e quattro, insieme con quell'avventizia, si doveva andare in
automobile, per un esterno dal vero al Bosco Sacro.
L'afa del pomeriggio, il fastidio delle mosche innumerevoli dell'osteria, il
silenzio forzato fra noi quattro, costretti a stare insieme non ostante
l'avversione dichiarata, e del resto patente, di quei due per Polacco e anche
per me, accrescevano e rendevano a mano a mano insopportabile la noia
dell'attesa.
Ostinatamente la Nestoroff si vietava di volger gli occhi verso di noi. Ma certo
sentiva ch'io la guardavo, cosí, apparentemente senza attenzione; e piú d'una
volta aveva dato segno d'esserne seccata. Carlo Ferro se n'era accorto e aveva
aggrottato le ciglia, guatandola; e allora ella aveva finto davanti a lui di
provar fastidio, non già di me che la guardavo ma del sole che, di tra i pampini
del pergolato, la feriva in viso. Era vero; e mirabile su quel viso era il gioco
dell'ombra violacea, vaga e rigata da fili d'oro di sole, che or le accendevano
una pinna del naso e un po' del labbro superiore, ora il lobo dell'orecchio e un
tratto del collo.
Mi vedo talvolta assaltato con tanta violenza dagli aspetti esterni, che la
nitidezza precisa, spiccata, delle mie percezioni mi fa quasi sgomento. Diventa
talmente mio quello che vedo con cosí nitida percezione, che mi sgomenta il
pensare, come mai un dato aspetto - cosa o persona - possa non essere qual io lo
vorrei. L'avversione della Nestoroff in quel momento di cosí intensa lucidità
percettiva mi era intollerabile. Come mai non intendeva, ch'io non le ero
nemico?
A un tratto, dopo avere spiato un pezzo di tra l'incannicciata, ella s'alzò e la
vedemmo avviarsi fuori, a una carrozza d'affitto, anch'essa da un'ora li ferma
davanti l'entrata della Kosmograph ad aspettare sotto il sole cocente.
Avevo veduto anch'io quella carrozza; ma il fogliame della vite m'impediva di
scorgere chi vi fosse ad aspettare. Aspettava da tanto tempo, che non potevo
credere vi fosse sú qualcuno. Polacco s'alzò; m'alzai anch'io, e guardammo.
Una giovinetta, vestita d'un abitino azzurro, di tela svizzera, lieve lieve,
sotto un cappellone di paglia, guarnito di nastri di velluto nero, stava in
quella carrozza ad aspettare. Con in grembo una vecchia cagnetta pelosa, bianca
e nera, guardava timida e afflitta il tassametro della vettura, che di tratto in
tratto scattava e già doveva segnare una cifra non lieve. La Nestoroff le
s'accostò con molta grazia e la invitò a smontare per togliersi dalla sferza del
sole. Non era meglio aspettare sotto la pergola dell'osteria?
- Molte mosche, sa? ma almeno si sta all'ombra.
La cagnetta pelosa aveva preso a ringhiare contro la Nestoroff, digrignando i
denti in difesa della padroncina. Questa, improvvisamente invermigliata in
volto, forse per il piacere inopinato di vedere quella bella signora prendersi
cura di lei con tanta grazia; fors'anche per la stizza, che la sua vecchia,
stupida bestiola le cagionava, rispondendo cosí male alla premura gentile di
quella, ringraziò e, confusa, accettò l'invito e smontò con la cagnetta in
braccio. Ebbi l'impressione che smontasse sopra tutto per riparare alla cattiva
accoglienza della vecchia cagnetta alla signora. Difatti, le diede forte con la
mano sul muso, sgridando:
- Zitta. Piccinì!
E poi, volgendosi alla Nestoroff:
- Scusi, non capisce nulla..
Ed entrò con lei sono il pergolato. Guardai la vecchia cagnetta, che spiava
corrucciata la padroncina da sotto in sú, con occhi umani. Pareva le domandasse:
- E che capisci tu?
Il Polacco, intanto, le si era fatto avanti, con galanteria.
- La signorina Luisetta?
Ella tornò a invermigliarsi tutta, come sospesa in una penosa meraviglia,
d'esser conosciuta da uno a lei sconosciuto sorrise; disse di sí col capo, e
tutti i nastri di velluto nero dei cappellone di paglia dissero di sì con lei.
Polacco tornò a domandarle:
- Papà è qua?
Sì, di nuovo, col capo, come se tra il rossore e la confusione non trovasse la
voce per rispondere. Infine, con uno sforzo, la trovò, timida:
- È entrato da un pezzo: disse che si sarebbe sbrigato subito, e intanto...
Alzò gli occhi a guardare la Nestoroff e le sorrise, come se le dispiacesse che
quel signore con le sue domande la avesse distratta da lei, che le si era
mostrata cosí gentile pur senza conoscerla. Polacco allora fece la
presentazione:
- La signorina Luisetta Cavalena; la signora Nestoroff.
Poi si volse ad accennare Carlo Ferro, che subito sorse in piedi e s'inchinò
rudemente.
- L'attore Carlo Ferro.
Infine, presentò me:
- Gubbio.
Mi parve che, tra tutti, io fossi quello che meno la impacciasse.
Conoscevo per fama Cavalena, suo padre, notissimo alla Kosmograph sotto
il nomignolo di Suicida. Pare che il pover'uomo sia terribilmente oppresso da
una moglie gelosa. Per la gelosia della moglie, a quanto si dice, dovette prima
lasciar la milizia, da tenente medico, e non so quante condotte vantaggiose; poi
anche l'esercizio della professione libera, e il giornalismo, in cui aveva
trovato modo d'entrare, e alla fine anche l'insegnamento, a cui per disperazione
s'era appigliato, nei licei, come incaricato di fisica e storia naturale. Ora,
non potendo (sempre a causa della moglie) dedicarsi al teatro, per il quale
crede da un pezzo d'avere spiccatissime attitudini, s'è acconciato alla
confezione di scenarii cinematografici, con molto sdegno, obtorto collo,
per sopperire ai bisogni della famiglia, non bastando al mantenimento di essa la
sola dote della moglie e quel che ricava dall'affitto di due stanze mobigliate.
Se non che, nell'inferno della sua casa, abituato ormai a vedere il mondo come
una galera, pare che, per quanto si sforzi, non riesca a comporre una trama di
film, senza che a un certo punto non ci scappi un suicidio. Ragion per
cui finora Polacco gli ha sempre rifiutato tutti gli scenarii, visto e
considerato che gli Inglesi - assolutamente - non vogliono nelle pellicole il
suicidio.
- Che sia venuto a cercar me? - domandò il Polacco alla signorina Luisetta.
La signorina Luisetta balbettò, confusa:
- No... disse... non so... mi sembra, Bertini...
- Ah, birbante! S'è rivolto al Bertini? E, dica, signorina... è entrato solo?
Nuova e piú viva confusione della signorina Luisetta.
- Con la mamma...
Polacco alzò le mani, aperte, e le agitò un po' in aria, allungando il viso e
ammiccando.
- Speriamo che non avvengano guaj!
La signorina Luisetta si sforzò di sorridere; ripeté:
- Speriamo...
E mi fece tanta pena vederla sorridere a quel modo, col visino in fiamme! Avrei
voluto gridare al Polacco:
- E smetti di tormentarla con codesto interrogatorio! Non vedi che è sulle
spine?
Ma Polacco, all'improvviso, ebbe un'idea; batté le mani:
- E se ci portassimo la signorina Luisetta? Ma sí, perbacco; siamo qui da un'ora
ad aspettare! Sí, sí; senz'altro... Signorina cara, lei ci leverà d'impaccio, e
vedrà che la faremo divertire. In mezz'oretta sarà tutto fatto... Avvertirò
l'usciere che, appena verranno fuori il papà e la mamma, dica loro che lei è
venuta per una mezz'oretta con me e con questi signori. Sono tanto amico di suo
papà, che posso prendermi questa licenza. Le farò rappresentare una particina, è
contenta?
La signorina Luisetta ha avuto certo una gran paura di parer timida, impacciata,
sciocchina; e, quanto a venire con noi, ha detto, perché no?, ma che, quanto a
recitare, non poteva, non sapeva... e poi, cosí?... ma che!... non s'era mai
provata... Si vergognava... e poi...
Polacco le spiegò che non ci voleva nulla: non doveva aprir bocca, né salire su
un palcoscenico, né presentarsi al pubblico. Nulla. In campagna. Davanti agli
alberi. Senza parlare.
- Starà su un sedile, accanto a questo signore, - e indicò il Ferro. - Questo
signore fingerà di parlarle d'amore. Lei, naturalmente, non ci crede, e ne
ride... Ecco... cosí, benissimo! Ride e scrolla la testolina, sfogliando un
fiore. Sopravviene di furia un'automobile. Questo signore si scuote, aggrotta le
ciglia, guarda, presentendo una minaccia, un pericolo. Lei smette di sfogliare
il fiore e resta come sospesa in un dubbio, smarrita. Subito questa signora - (e
indicò la Nestoroff) - balza giú dall'automobile, cava dal manicotto una
rivoltella e le spara...
La signorina Luisetta spalancò tanto d'occhi in faccia alla Nestoroff,
sbigottita.
- Per finta! Non abbia paura! - seguitò Polacco, sorridendo. - Il signore
s'avventa, disarma la signora; intanto lei s'è abbandonata prima sul sedile,
ferita a morte; dal sedile trabocca giú a terra - senza farsi male, per carità!
- e tutto è finito... Su, su, non perdiamo altro tempo! Faremo una prova sul
posto; vedrà che andrà bene... e che bel regalino le farà poi la Kosmograph!
- Ma se papà...
- Lo avvertiremo!
- E Piccinì?
- La porteremo con noi; la terrò in braccio io... Vedrà che la Kosmograph
farà un bel regalino anche a Piccinì... Su, su, via!
Salendo in automobile (ancora, certo, per non parer timida e sciocchina), ella
che non aveva piú badato a me, mi guardò, incerta.
Perché andavo anch'io? che rappresentavo io?
Nessuno mi aveva rivolto la parola; ero stato appena appena presentato, come si
farebbe d'un cane; non avevo aperto bocca; seguitavo a star muto...
M'accorsi che questa mia presenza muta, di cui ella non vedeva la necessità, ma
che pur le s'imponeva come misteriosamente necessaria, cominciava a turbarla.
Nessuno si curava di dargliene la spiegazione; non potevo dargliela io. Le ero
sembrato uno come gli altri; anzi forse, a prima giunta, uno più
vicino a lei degli altri. Ora cominciava ad avvertire che per questi altri
ed anche per lei (in confuso) non ero propriamente uno. Cominciava ad
avvertire, che la mia persona non era necessaria; ma che la mia presenza lí
aveva la necessità d'una cosa, ch'ella ancora non comprendeva; e che stavo cosí
muto per questo. Potevano parlare - sì, essi, tutt'e quattro - perché erano
persone, rappresentavano ciascuno una persona, la propria; io, no: ero una cosa:
ecco, forse quella che mi stava su le ginocchia, avviluppata in una tela nera.
Eppure, avevo anch'io una bocca per parlare, occhi per guardare; e questi occhi,
ecco, mi brillavano contemplandola; e certo entro di me sentivo...
Oh signorina Luisetta, se sapeste che gioja ritraeva dal proprio sentimento la
persona - non necessaria come tale, ma come cosa - che vi stava davanti!
Pensaste voi, che io - pur standovi cosí davanti come una cosa - potessi entro
di me sentire? Forse sí. Ma che cosa sentissi, sotto la mia maschera
d'impassibilità, non poteste certo immaginare.
Sentimenti non necessarii, signorina Luisetta! Voi non sapete che cosa
siano e quali inebrianti gioje possano dare! Questa macchinetta qua, ecco: vi
sembra che abbia necessità di sentire? Non può averne! Se potesse sentire, che
sentimenti sarebbero? Non necessarii, certo. Un lusso per lei. Cose
inverosimili...
Ebbene, fra voi quattro, quest'oggi, lo - due gambe, un busto e, sopra, una
macchinetta - ho sentito inverosimilmente.
Voi, signorina Luisetta, eravate con tutte le cose che v'erano attorno, dentro
il sentimento mio, il quale godeva della vostra ingenuità, del piacere che vi
cagionava il vento della corsa, la vista dell'aperta campagna, la vicinanza
della bella signora. Vi sembra strano, che foste cosí, con tutte le cose
attorno, dentro il sentimento mio? Ma anche un mendico a un canto di strada non
vede forse la strada e tutta la gente che vi passa, dentro a quel sentimento di
pietà, ch'egli vorrebbe destare? Voi, piú sensibile degli altri, passando,
avvertite d'entrare in questo suo sentimento e vi fermate a fargli la carità
d'un soldo. Molti altri non c'entrano, e il mendico non pensa ch'essi siano
fuori dal suo sentimento, dentro un altro lor proprio, in cui anch'egli è
incluso come un'ombra molesta; il mendico pensa che sono spietati. Che cosa ero
io per voi, nel vostro sentimento, signorina Luisetta? Un uomo misterioso? Sí,
avete ragione. misterioso Se sapeste come sento, in certi momenti, il mio
silenzio di cosa! E mi compiaccio del mistero che spira da questo silenzio a
chi sia capace d'avvertirlo. Vorrei non parlar mai; accoglier tutto e tutti in
questo mio silenzio, ogni pianto, ogni sorriso; non per fare, io, eco al
sorriso; non potrei; non per consolare, io, il pianto; non saprei; ma perché
tutti dentro di me trovassero, non solo dei loro dolori, ma anche e piú delle
loro gioje, una tenera pietà che li affratellasse almeno per un momento.
Ho tanto goduto del bene che avete fatto con la freschezza della vostra
ingenuità timida sorridente alla signora che vi stava accanto! Hanno talvolta,
quando la pioggia manca, le piante arse ristoro da un'auretta leggera. E
quest'auretta siete stata voi, per un momento, nell'arsura dei sentimenti di
colei che vi stava accanto; arsura che non conosce il refrigerio delle lagrime.
A un certo punto ella, guardandovi quasi con trepida ammirazione, vi ha preso
una mano e ve l'ha carezzata. Chi sa che invidia accorata di voi le angosciava
il cuore in quell'istante!
Avete veduto come, subito dopo, s'è tutta scurita in viso?
Una nuvola è passata... Che nuvola.
III
Parentesi. Un'altra, sì. Quello che mi tocca fare tutto il giorno, non lo dico;
le bestialità che mi tocca dare da mangiare, tutto il giorno, a questo ragno
nero sul treppiedi, che non si sazia mai, non le dico; bestialità incarnata da
questi attori, da queste attrici, da tanta gente che per bisogno si presta a
dare in pasto a questa macchinetta il proprio pudore, la propria dignità; non le
dico; ma bisogna pure ch'io mi prenda un po' di respiro, di tanto in tanto,
assolutamente, una boccata d'aria per il mio superfluo; o muojo. Mi
interesso alla storia di questa donna, dico della Nestoroff; riempio di lei
molte di queste mie note; ma non voglio infine lasciarmi prendere la mano da
questa storia; voglio che lei, questa donna, mi resti davanti la macchinetta, o,
meglio, ch'io resti davanti a lei quello che per lei sono, operatore, e basta.
Quando il mio amico Simone Pau trascura per parecchi giorni di venire a trovarmi
alla Kosmograph, vado io la sera a trovarlo a Borgo Pio, nel suo Albergo
del Falco.
La ragione per cui di questi giorni non è venuto, è quanto mai triste. Muore
l'uomo del violino.
Ho trovato a veglia nella cameretta riservata al Pau nell'ospizio, lui Pau, il
vecchietto suo collega pensionato dal governo pontificio e le tre maestre
zitellone, amiche delle suore di carità. Sul letto di Simone Pau, con una
compressa di ghiaccio sul capo, giaceva l'uomo del violino, colpito tre sere fa
da apoplessia.
- Si libera, - mi ha detto Simone Pau, con un gesto della mano, consolante. -
Siedi qua, Serafino. La scienza gli ha messo in capo quel berretto là di
ghiaccio, che non serve a nulla. Noi lo facciamo passare tra sereni discorsi
filosofici, in compenso del dono prezioso ch'egli ci lascia in eredità: il suo
violino. Siedi, siedi qua. Lo hanno lavato bene, tutto; lo hanno messo in regola
coi sagramenti; lo hanno unto. Ora aspettiamo la sua fine, che non può tardare.
Ti ricordi quando sonò davanti alla tigre? Gli fece male. Ma forse, meglio cosí:
si libera!
Come sorrideva benigno, a queste parole, il vecchietto tutto raso, fino fino,
pulito pulito, con la papalina in capo e in mano la tabacchiera d'osso col
ritratto del Santo Padre sul coperchio!
- Prosegua, - riprese Simone Pau, rivolto al vecchietto, - prosegua, signor
Cesarino, il suo elogio dei lumi a olio a tre beccucci, la prego.
- Ma che elogio! - esclamò il signor Cesarino. - S'ostina lei a ripetere che ne
faccio l'elogio! Io dico che sono di quella generazione là, e addio.
- E non è un elogio questo?
- Ma no, dico che tutto si compensa alla fine: è una mia idea: tante cose nel
buio vedevo io con quei lumi là, che loro forse non vedono piú con la lampadina
elettrica, ora; ma in compenso, ecco, con queste lampadine qua altre ne vedono
loro, che non riesco a vedere io; perché quattro generazioni di lumi, quattro,
caro professore, olio, petrolio, gas e luce elettrica, nel giro di sessant'anni,
eh... eh... eh... sono troppe, sa ? e ci si guasta la vista, e anche la testa;
eh, anche la testa, un poco.
Le tre zitellone, che si tenevano in grembo tutte e tre quietamente le mani coi
mezzi guanti di filo, approvarono in silenzio, col capo: sí, sí, sí.
- Luce, bella luce, non dico di no! Eh, lo so io, - sospirò il vecchietto, - che
mi ricordo s'andava nelle tenebre cor un lanternino in mano per non rompersi
l'osso del collo! Ma luce per fuori, ecco... Che ci ajuti a veder dentro, no.
Le tre zitellone quiete, sempre con in grembo le mani coi mezzi guanti di filo
tutt'e tre, dissero in silenzio col capo no, no, no.
Il vecchietto si alzò e andò a offrire in premio a quelle mani quiete e pure, un
pizzichetto di tabacco.
Simone Pau tese due dita.
- Anche lei? - domandò il vecchietto.
- Anche io, anche io, - rispose, un po' irritato della domanda, Simone Pau. - E
anche tu, Serafino. Ti dico, prendi! Non vedi che è come un rito?
Il vecchietto, con la presina tra le dita, strizzò un occhio maliziosamente:
- Tabacco proibito, - disse piano. - Viene di là...
E col pollice dell'altra mano fece, come di nascosto, un cenno per dire: San
Pietro, Vaticano.
- Capisci? - disse allora Simone Pau, rivolto a me, mettendomi sotto gli occhi
la sua presa. - Ti libera dell'Italia! Ti pare niente? La fiuti, e non ci senti
puzza di regno!
- Via, non dica cosí... - pregò il vecchietto afflitto, che voleva godersi in
pace i benefizii della tolleranza, tollerando.
- Lo dico io, non lo dice lei, - gli rispose Simone Pau. - Lo dico io che posso
dirlo. Se lo dicesse lei, la pregherei di non dirlo in mia presenza, va bene? Ma
lei è saggio, signor Cesarino! Séguiti, séguiti, la prego, a commemorarci col
suo buon garbo antico i buoni lumi a olio, a tre beccucci, di tanti anni fa...
Ne vidi uno, sa? nella casa di Beethoven, a Bonn sul Reno, al tempo del mio
viaggio in Germania. Ecco: bisogna questa sera richiamare la memoria di tutte le
buone cose antiche attorno a questo povero violino, che si spezzò davanti a un
pianoforte automatico. Confesso che vedo male qua dentro, in questo momento, il
mio amico. Sí, te, Serafino. Il mio amico, signori - ve lo presento: Serafino
Gubbio - è operatore: gira, disgraziato, la macchinetta d'un cinematografo.
- Ah, - fece il vecchietto, con piacere.
E le tre zitellone mi guardarono ammirate.
- Vedi? - mi disse Simone Pau. - Tu guasti tutto, qua dentro. Scommetto che lei
adesso, signor Cesarino, e anche loro, signorine, hanno una gran voglia di
sapere dal mio amico come gira la macchinetta e come si mette su una
cinematografia. Per carità!
E con la mano indicò il morente, che ronfava nel coma profondo, sotto la
compressa di ghiaccio.
- Tu sai che io... - mi provai a dire, piano.
- Lo so! - m'interruppe. - Tu non sei nella tua professione, ma ciò non vuol
dire, caro mio, che la tua professione non sia in te! Leva dal capo a questi
miei signori colleghi ch'io non sia professore. Sono il professore, per loro: un
po' strambo, ma professore! Noi possiamo benissimo non ritrovarci in quello che
facciamo; ma quello che facciamo, caro mio, è, resta fatto: fatto che ti
circoscrive, ti dà comunque una forma e t'imprigiona in essa. Vuoi ribellarti?
Non puoi. Prima di tutto, non siamo liberi di fare quello che vorremmo: il
tempo, il costume degli altri, la fortuna, le condizioni dell'esistenza,
tant'altre ragioni fuori e dentro di noi, ci costringono spesso a fare quello
che non vorremmo; e poi lo spirito non è senza carne; e la carne, hai un bel
sorvegliarla, vuole la sua parte. E a che si riduce l'intelligenza, se non
compatisce la bestia che è in noi? Non dico scusarla. L'intelligenza che scusi
la bestia, s'imbestialisce anch'essa. Ma averne pietà è un'altra cosa! Lo
predicò Gesú, dico bene, signor Cesarino? Dunque tu sei prigioniero di quello
che hai fatto, della forma che quel fatto ti ha dato. Doveri, responsabilità,
una sequela di conseguenze, spire, tentacoli che t'avviluppano e non ti lasciano
piú respirare. Non far piú niente, o il meno possibile, come me, per restar
liberi il piú possibile? Eh sí! La vita stessa è un fatto! Quando tuo padre t'ha
messo al mondo, caro, il fatto è fatto. Non te ne liberi piú finché non finisci
di morire. E anche dopo morto, qua c'è il signor Cesarino che dice di no, è
vero? Non se ne libera piú, è vero? neanche dopo morto. Stai fresco, caro mio.
Andrai a girare la macchinetta anche di là! Ma sí, ma sí, perché non
dell'essere, di cui non hai colpa, ma dei fatti e delle conseguenze dei fatti tu
devi rispondere, è vero, sí o no, signor Cesarino?
- Verissimo, sí; ma non è mica peccato, professore, girare una macchinetta di
cinematografo! - osservò il signor Cesarino.
- Non è peccato? Lo domandi a lui! - disse Pau.
Il vecchietto e le tre zitellone mi guardarono stupiti e afflitti ch'io
approvassi col capo, sorridendo, il giudizio di Simone Pau.
Sorridevo perché m'immaginavo al cospetto di Dio Creatore, al cospetto degli
Angeli e delle anime sante del Paradiso, dietro il mio grosso ragno nero sul
treppiedi a gambe rientranti, condannato a girar la manovella, anche lassú, dopo
morto.
- Eh, certo, - sospirò il vecchietto, - quando il cinematografo mette su certe
sconcezze, certe stupidaggini...
Le tre zitellone, con gli occhi bassi, fecero con le mani un atto di schifiltà.
- Ma non ne sarà responsabile il signore, - aggiunse subito il signor Cesarino,
garbato e sempre benigno.
S'udí per la scala uno sbattimento di panni grevi e di grossi grani di rosario
col crocifisso ciondolante. Apparve sotto le ampie ali bianche della cornetta
una suora di carità. Chi l'aveva chiamata? Il fatto è che, appena ella si
presentò su la soglia, l'agonizzante finí di rantolare. Ed ella si trovò pronta
a compiere il suo ultimo ufficio. Gli levò dal capo la compressa di ghiaccio; si
volse a guardarci, muta, con un semplice, rapidissimo cenno degli occhi al
cielo; poi si chinò a comporre sul letto il cadavere e s'inginocchiò. Le tre
zitellone e il signor Cesarino seguirono l'esempio. Simone Pau mi chiamò fuori
della cameretta.
- Conta, - mi ordinò, cominciando a scendere la scala, indicandomi gli scalini.
- Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto e nove. Scalini di una scala;
di questa scala, che dà su questo corridojo tetro... Mani che li intagliarono e
li disposero qua in sesto... Morte. Mani che levarono questo casamento... Morte.
Come altre mani, che levarono tant'altre case di questo borgo... Roma; che ne
pensi? Grande... Pensa nei cieli questa terra piccola... Vedi? che è?... Un uomo
è morto... io, tu... non importa: un uomo... E cinque, di là, gli si sono
inginocchiati intorno a pregare qualcuno, qualche cosa, che credono fuori e
sopra di tutto e di tutti, e non in loro stessi, un sentimento loro che si
libera del giudizio e invoca quella stessa pietà che sperano per loro, e n'hanno
conforto e pace. Ebbene, bisogna fare cosí. Io e tu, che non possiamo farlo,
siamo due scemi. Perché, dicendo queste bestialità che sto dicendo io, lo stiamo
facendo lo stesso, in piedi, scomodi, con questo bel guadagno, che non ne
abbiamo né conforto né pace. E scemi come noi sono tutti coloro che cercano Dio
dentro e lo sdegnano fuori, che non sanno cioè vedere il valore degli atti, di
tutti gli atti, anche i piú meschini, che l'uomo compie da che mondo è mondo,
sempre gli stessi, per quanto ci pajano diversi. Ma che diversi? Diversi perché
attribuiamo loro un altro valore che, comunque, è arbitrario. Di certo, non
sappiamo niente. E non c'è niente da sapere fuori di quello che, comunque, si
rappresenta fuori, in atti. Il dentro è tormento e seccatura. Va', va' a girar
la macchinetta, Serafino! Credi che la tua è una professione invidiabile! E non
stimare piú stupidi degli altri gli atti che ti combinano davanti, da prendere
con la tua macchinetta. Sono tutti stupidi allo stesso modo, sempre: la vita è
tutta una stupidaggine, sempre, perché non conclude mai e non può concludere.
Va', caro, va' a girare la tua macchinetta e lasciami andare a dormire con la
sapienza che, dormendo sempre, dimostrano i cani. Buona notte.
Uscii dall'ospizio, confortato. La filosofia è come la religione: conforta
sempre, anche quando è disperata, perché nasce dal bisogno di superare un
tormento, e anche quando non lo superi, il pórselo davanti, questo tormento, è
già un sollievo per il fatto che, almeno per un poco, non ce lo sentiamo piú
dentro. I1 conforto dalle parole di Simone Pau m'era venuto però sopra tutto per
ciò che si riferiva alla mia professione.
Invidiabile sí, forse, ma se fosse applicata solamente a cogliere, senz'alcuna
stupida invenzione o costruzione immaginaria di scene e di fatti, la vita, cosí
come vien viene, senza scelta e senz'alcun proposito; gli atti della vita come
si fanno impensatamente quando si vive e non si sa che una macchinetta di
nascosto li stia a sorprendere. Chi sa come ci sembrerebbero buffi! piú di
tutti, i nostri stessi. Non ci riconosceremmo in prima; esclameremmo, stupiti,
mortificati, offesi: - Ma come? Io, cosí? io, questo? cammino cosí? rido cosí?
io, quest'atto? io, questa faccia? - Eh no, caro, non tu: la tua fretta, la tua
voglia di fare questa o quella cosa, la tua impazienza, la tua smania, la tua
ira, la tua gioja, il tuo dolore... Come puoi saper tu, che le hai dentro, in
qual maniera tutte queste cose si rappresentano fuori! Chi vive, quando vive,
non si vede: vive... Veder come si vive sarebbe uno spettacolo ben buffo!
Ah se fosse destinata a questo solamente la mia professione! Al solo intento di
presentare agli uomini il buffo spettacolo dei loro atti impensati, la vista
immediata delle loro passioni, della loro vita cosí com'è. Di questa vita senza
requie, che non conclude.
IV
- Signor Gubbio, scusi: voglio dirle una cosa.
Era già bujo: andavo di fretta sotto i grandi platani del viale. Sapevo che egli
- Carlo Ferro - mi veniva dietro, affannato, per sorpassarmi e poi forse
volgersi, fingendo di ricordarsi tutt'a un tratto, che aveva da dirmi qualche
cosa. Volevo levargli il piacere di questa finzione, e acceleravo sempre piú il
passo, aspettandomi di mano in mano, che - stanco alla fine - si desse per vinto
e mi chiamasse. Difatti... Mi voltai, come sorpreso. Egli mi raggiunse e con mal
dissimulato dispetto mi domandò:
- Permette?
- Dica pure.
- Va a casa?
- Sí.
- Abita lontano?
- Parecchio.
- Voglio dirle una cosa, - ripeté, e si fermò a guardarmi con un bieco lustro
negli occhi. - Lei dovrebbe sapere che, grazie a Dio, posso sputare su la
scrittura che ho qua con la Kosmograph. Un'altra, come questa, meglio di
questa, la trovo subito, appena voglio, dovunque, per me e per la mia signora.
Lo sa, o non lo sa?
Sorrisi; mi strinsi nelle spalle:
- Posso crederlo, se le fa piacere.
- Può crederlo, perché è cosí! - ribatté forte, in tono di provocazione e di
sfida.
Tornai a sorridere, dissi:
- Sarà pure cosí; ma non vedo perché venga a dirlo a me, e con codesto tono.
- Ecco perché, - riprese. - Io rimango, caro signore, alla Kosmograph.
- Rimane? Guardi: non sapevo nemmeno che avesse in animo di andarsene.
Altri lo aveva in animo, ripigliò Carlo Ferro, pigiando con la voce su altri.
- Ma io le dico che rimango: ha capito?
- Ho capito.
- E rimango, non perché m'importi della scrittura, che non me n'importa un
corno; ma perché io non sono mai fuggito di fronte a nessuno!
Cosí dicendo, mi prese la giacca sul petto, con due dita, e me la scosse un po'.
- Permette? - dissi io, a mia volta, con calma, levandogli quella mano; e presi
dalla tasca una scatola di fiammiferi: ne accesi uno per la sigaretta che avevo
già cavato dall'astuccio e tenevo in bocca; trassi due boccate di fumo; rimasi
ancora un po' col fiammifero acceso tra le dita, per fargli vedere che le sue
parole, il tono minaccioso, il fare aggressivo non mi cagionavano il minimo
turbamento; poi risposi, piano: - Potrei anche aver capito a che cosa ella
voglia alludere; ma, ripeto, non intendo perché viene a dire proprio a me
codeste cose.
- Non è vero! - gridò allora Carlo Ferro. - Lei finge di non intendere!
Pacatamente, ma con voce ferma, risposi:
- Non ne vedo la ragione. Se lei, caro signore, vuol provocarmi, sbaglia; non
solo perché senza motivo, ma anche perché, precisamente come lei, io non soglio
fuggire di fronte a nessuno.
- Come no? - sghignò egli allora. - Ho dovuto correr tanto per raggiungerla!
Scoppiai in una franca risata:
- Oh, ma guarda! ha creduto davvero ch'io fuggissi? S'inganna, caro signore, e
gliene do subito la prova. Lei forse sospetta ch'io abbia avuto qualche parte
nella prossima venuta di qualcuno che le dà ombra?
- Nessuna ombra!
- Tanto meglio. Per codesto sospetto, ha potuto credere ch'io fuggissi?
- So che lei è stato amico d'un certo pittore che s'uccise a Napoli.
- Sí. Ebbene ?
- Ebbene, lei che s'è trovato in mezzo a questa faccenda...
- Io? Ma nient'affatto! chi gliel'ha detto? io ne so quanto lei; forse meno di
lei.
- Ma conoscerà questo signor Nuti!
- Nient'affatto! Lo vidi, parecchi anni fa, giovanotto, una o due volte, non
piú. Non ho mai parlato con lui.
- Cosicché...
- Cosicché, caro signore, non conoscendo questo signor Nuti, e seccato di
vedermi da alcuni giorni guardato male da lei per il sospetto ch'io mi sia
immischiato o voglia immischiarmi in codesta faccenda; poco fa, non volevo che
lei mi raggiungesse e ho accelerato il passo. Eccole spiegata «la mia fuga». È
contento?
Con subitaneo cangiamento Carlo Ferro mi tese la mano, commosso:
- Posso aver l'onore e il piacere d'essere suo amico?
Gli strinsi la mano e risposi:
- Lei sa bene, che sono di fronte a lei cosí poca cosa, che l'onore sarà mio.
Carlo Ferro si scrollò come un orso:
- Non dica! Non dica! Lei è uno che sa il fatto suo, a preferenza di tutti gli
altri; sa, vede e non parla... Che mondaccio, signor Gubbio, che mondaccio è
questo! che schifo! Ma paiono tutti... che so! Ma perché si dev'essere cosí?
Mascherati! Mascherati! Mascherati! Me lo dica lei! Perché, appena insieme,
l'uno di fronte all'altro, diventiamo tutti tanti pagliacci? Scusi, no, anch'io,
anch'io; mi ci metto anch'io; tutti! Mascherati! Questo, un'aria cosí; quello,
un'aria cosà... E dentro siamo diversi! Abbiamo il cuore, dentro, come... come
un bambino rincantucciato, offeso, che piange e si vergogna! Sissignore, creda:
il cuore si vergogna! Io smanio, smanio, signor Gubbio, per un poco di
sincerità... d'essere con gli altri come sono tante volte con me stesso, dentro
di me; una creatura, glielo giuro, una creaturina che piagnucola perché la mamma
santa, sgridandola, le ha detto che non le vuole piú bene! Sempre io, sempre,
quando mi sento salire il sangue agli occhi, penso a quella mia vecchierella,
laggiú in Sicilia, sa? Ma guaj se mi metto a piangere! Quelle che sono lagrime
per i miei occhi, se qualcuno non le capisce e crede che siano per paura,
possono diventar subito sangue nelle mie mani; io lo so, e perciò ho una gran
paura, quando mi sento pungere il pianto negli occhi! Le dita, guardi, mi
diventano cosí!
Nell'oscurità del grande viale deserto, mi vidi porre davanti agli occhi due
manacce poderose, ferocemente contratte e artigliate.
Dissimulando con molto sforzo il turbamento che questa inattesa effusione di
sincerità mi suscitava, per non esacerbargli il dolore segreto al quale senza
dubbio era in preda e che, certamente suo malgrado, aveva trovato in
quell'effusione uno sfogo di cui già si pentiva; trattenni la voce, finché non
mi parve di poter parlare in modo ch'egli, pur intendendo la mia simpatia per la
sua sincerità, fosse tratto piú a pensare che a sentire; e dissi:
- Ha ragione; è proprio cosí, signor Ferro! Ma inevitabilmente, veda, noi ci
costruiamo, vivendo in società... Già, la società per se stessa non è piú il
mondo naturale. È mondo costruito, anche materialmente! La natura non ha altra
casa, che la tana o la grotta.
- Allude a me?
- Come, a lei? No.
- Sono della tana o della grotta?
- Ma no! Volevo spiegarle perché, a mio modo di vedere, si mentisce
inevitabilmente. E dico che mentre la natura non conosce altra casa che la tana
o la grotta, la società costruisce le case; e l'uomo, quando esce da una
casa
costruita, dove già non vive piú naturalmente, entrando in relazione co'
suoi simili si costruisce anch'esso, ecco; si presenta, non qual è, ma
come crede di dover essere o di poter esistere, cioè in una costruzione adatta
ai rapporti, che ciascuno crede di poter contrarre con l'altro. In fondo, poi,
cioè dentro queste nostre costruzioni, messe cosí di fronte, restano ben
nascosti, dietro le gelosie e le imposte, i nostri pensieri piú intimi, i nostri
piú segreti sentimenti. Ma ogni tanto, ecco, ci sentiamo soffocare; ci vince il
bisogno prepotente di spalancare gelosie e imposte per gridar fuori, in faccia a
tutti, i nostri pensieri, i nostri sentimenti tenuti per tanto tempo nascosti e
segreti.
- Già... già... già... - approvò parecchie volte Carlo Ferro, ridivenuto fosco.
- Ma c'è chi s'apposta anche, e si tiene in agguato dietro codeste costruzioni
che dice lei, come un vigliacco manigoldo a un canto di strada, per assalire
alle spalle, per aggredire a tradimento! Io ne conosco uno, qua alla
Kosmograph, e lo conosce anche lei.
Alludeva sicuramente al Polacco. Compresi subito, ch'egli in quel momento non
poteva esser tratto a pensare: sentiva troppo.
- Signor Gubbio, - riprese risolutamente, - vedo che lei è un uomo, e sento che
con lei posso parlare aperto. A questo signore costruito, che tutti e due
conosciamo, dica lei una parolina come va detta. Io non posso parlare con lui;
conosco la mia naturaccia: se mi metto a parlare con lui, so come comincio, non
so dove vado a finire. Perché i pensieri coperti, e tutti coloro che agiscono
copertamente, che si costruiscono come dice lei, io non li posso
soffrire. Mi paiono serpi, a cui schiaccerei la testa, guardi, cosí... cosí...
E due volte pestò il calcagno in terra, con rabbia. Riprese:
- Che gli ho fatto io? che gli ha fatto la mia signora, perché egli con tanto
accanimento ci avversi di nascosto? Non dica di no, la prego... la prego... lei
dev'essere sincero, perdio, con me!... Non vuole?
- Ma sí...
- Vede che io le parlo sincero? La prego, dunque! Guardi: è stato lui, sapendo
che io per puntiglio non mi sarei mai tirato indietro, è stato lui a designare
me, presso il signor commendatore Borgalli, per l'uccisione della tigre... Fino
a tal punto, capisce? Fino alla perfidia di pigliarmi per puntiglio e
sopprimermi! Dice di no? Ma questa è l'idea! l'intenzione è questa, questa:
glielo dico io, e lei deve credermi! Perché non ci vuol mica coraggio, lei lo
capisce, per sparare a una tigre dentro una gabbia: ci vuole calma, freddezza ci
vuole: braccio fermo, occhio sicuro. Ebbene, designa me! mette avanti me, perché
sa che io posso, se mai, essere una belva di fronte a un uomo; ma come uomo di
fronte a una belva non valgo niente! Io ho l'impeto, non ho la calma! Vedendomi
una belva davanti, io ho l'istinto di lanciarmi; non ho la freddezza di star lí
fermo a prender bene la mira per colpirla dove va colpita. Non so sparare; non
so imbracciare il fucile; sono capace di gettarlo via, di sentirmene ingombre le
mani, capisce? E questo, lui, lo sa! lo sa bene! Dunque ha voluto proprio
espormi al pericolo d'essere sbranato da quella belva. E con qual fine? Ma
guardi, guardi fin dove arriva la perfidia di quest'uomo! Fa venire il Nuti; gli
fa da mezzano; gli sgombra la via, togliendomi di mezzo! «Sí, caro, vieni!» gli
avrà scritto, «ti servo io! te lo levo io dai piedi! vieni pure tranquillo!».
Lei dice di no?
Era cosí aggressiva e perentoria, la domanda, che ad oppormi recisamente, avrei
acceso ancor piú le sue furie. Tornai a stringermi nelle spalle; risposi:
- Che vuole che le dica? Lei, in questo momento, lo riconoscerà, è molto
eccitato.
- Ma posso esser calmo?
- Ah, capisco...
- Ne ho ragione, mi sembra!
- Si, senza dubbio! Ma in tale stato, caro Ferro, è anche molto facile
esagerare.
- Ah, io esagero? Già, già, sí... perché quelli che sono freddi, quelli che
ragionano, quando commettono sotto sotto un delitto, lo costruiscono in modo,
che per forza, se uno lo scopra, deve parere esagerato. Sfido! Lo hanno
costruito in silenzio con tanta sapienza, piano piano, coi guanti, già .. per
non sporcarsi le mani! Di nascosto, sí, proprio, di nascosto anche a loro
stessi! Ah, lui non lo sa mica, che sta commettendo un delitto! Che!
Inorridirebbe, se qualcuno glielo facesse notare. - «Io, un delitto? Eh via! Che
esagerazione!» -. Ma come esagerazione, perdio! Ragioni anche lei, come ragiono
io! Si piglia un uomo e si fa entrare in una gabbia, dove sarà introdotta una
tigre, e gli si dice: - «Stai calmo, sai? prendi bene la mira e spara. Bada oh,
d'atterrarla al primo colpo, colpendola al punto giusto; se no, anche ferita, ti
salta addosso e ti sbrana!» - Tutto questo, lo so, se si sceglie un uomo calmo
freddo, esperto tiratore, non è niente, non è delitto. Ma se si sceglie apposta
uno come me? Badi, uno come me! Vada a dirglielo: casca dalle nuvole: - «Ma
come? il Ferro? Ma se io l'ho scelto apposta perché lo so tanto coraggioso!» -
Ecco la perfidia! ecco dove s'annida il delitto: in questo sapermi coraggioso!
nell'approfittare del mio coraggio, del mio puntiglio, capisce! Lui lo sa bene,
che lí non ci vuole coraggio! Finge di crederlo! Ecco il delitto! E vada a
domandargli perché contemporaneamente si muova sotto mano per facilitare
l'entrata a un amico che vorrebbe riprendersi la donna, la donna che ora sta
proprio con quell'uomo da lui designato a entrare nella gabbia. Cascherà dalle
nuvole una seconda volta! Come, che nesso tra le due cose? Oh, ma guarda! anche
questo sospetto? Che e-sa-ge-ra-zio-ne! - Ecco, ha detto anche lei ch'io
esagero... Ma rifletta bene; penetri fino in fondo; scopra ciò ch'egli stesso
non vuol vedere e nasconde sotto una cosí composta apparenza di ragione; gli
strappi i guanti, a questo signore, e vedrà che ha le mani sporche di sangue!
Tante volte avevo pensato anch'io, che ognuno - per quanto probo e onesto si
tenga, considerando le proprie azioni astrattamente, cioè fuori delle incidenze
e coincidenze che dànno ad esse peso e valore - può commettere un delitto di
nascosto anche a se stesso; che stupii nel sentirmelo dire con tanta
chiarezza e tanta efficacia dialettica e, per giunta, da uno, cui finora avevo
ritenuto di mente angusta e di animo volgare.
Ero, non per tanto, sicurissimo che il Polacco non agiva realmente con la
coscienza di commettere un delitto, e non favoriva il Nuti per il fine
sospettato da Carlo Ferro. Ma poteva anche, questo fine, essere incluso a
insaputa di lui, tanto nella designazione del Ferro per l'uccisione della
tigre, quanto nel facilitare la venuta del Nuti: azioni solo apparentemente per
lui senza nesso. Certo, non potendo in altro modo levarsi dai piedi la
Nestoroff, che costei divenisse di nuovo amante del Nuti, suo amico, poteva
essere una sua segreta aspirazione, un desiderio non peranco palese. Amante d'un
suo amico, la Nestoroff non gli sarebbe stata piú cosí nemica; non solo, ma
fors'anche il Nuti, ottenuto l'intento, ricco com'era, non avrebbe piú permesso
che la Nestoroff seguitasse a far l'attrice, e se la sarebbe portata via con sé.
- Ma lei, - dissi, - è ancora in tempo, caro Ferro, se crede...
- Nossignore! - m'interruppe aspramente. - Già codesto signor Nuti, per opera
del Polacco, s'è comperato il diritto d'entrare alla Kosmograph.
- No, scusi, io dico, ancora in tempo di rifiutare la parte, che le è stata
assegnata. Nessuno, conoscendola, può credere che lei lo faccia per paura.
- Tutti lo crederebbero! - gridò Carlo Ferro. - E io per il primo! Sissignore...
Perché il coraggio posso averlo, e l'ho, di fronte a un uomo, ma di fronte a una
belva, se non ho la calma, non posso aver coraggio; chi non ha calma deve aver
paura. E io avrei paura, sissignore! Paura, non per me, m'intenda bene! Paura
per chi mi vuol bene... Ho voluto che mia madre fosse assicurata; ma se domani
le daranno un danaro macchiato di sangue, mia madre ne morrà! che vuole che se
ne faccia del danaro? Veda in quale vergogna m'ha messo quel cagliostro! nella
vergogna di dire queste cose, che pajono suggerite da una tremenda,
e-sa-ge-ra-tis-si-ma paura! Già, perché tutto ciò che faccio, sento e dico, è
condannato a parere a tutti esagerato! S'uccidono, Dio mio, tante bestie feroci
in tutte le case cinematografiche, e mai nessun attore ne è morto, mai nessuno
ha dato tanto peso alla cosa. Ma io glielo do, perché qua, adesso, mi vedo
giocato, mi vedo insidiato, designato apposta con l'unico intento di farmi
perdere la calma! Sono sicuro che non accadrà nulla, che sarà affare d'un minuto
e ucciderò la tigre senza nessun pericolo. Ma è la rabbia per l'insidia che m'è
stata tesa, con la speranza che m'accada qualche guajo, per cui il signor Nuti,
ecco qua, si troverà pronto, con la via aperta e libera. Ecco, questo, questo...
mi... mi...
S'interruppe bruscamente; aggrovigliò le mani e se le storse, digrignando i
denti. Fu per me un lampo: sentii d'un subito in quell'uomo tutte le furie della
gelosia. Ecco perché m'aveva chiamato! ecco perché aveva tanto parlato! ecco
perché era cosí!
Dunque Carlo Ferro non è sicuro della Nestoroff. Lo guatai al lume d'uno dei
rari fanali del viale: aveva il volto scontraffatto, gli occhi feroci.
- Caro Ferro, - gli dissi premurosamente, - se lei crede ch'io possa in qualche
modo esserle utile, per tutto quello che posso. ..
- Grazie! - mi rispose con durezza. - Non... non può... lei non può..
Forse in prima voleva dire: - «Non mi serve nulla!» - poté contenersi; seguitò:
- Non può essermi utile, se non in questo, ecco: di dire a codesto signor
Polacco, che con me si scherza male, perché la vita o la donna, io non son uomo
da farmele strappare cosí facilmente come lui crede! Questo gli dica! E che se
qui accadrà qualche cosa - che accadrà di certo - guaj a lui: parola di Carlo
Ferro! Gli dica questo, e la riverisco.
Accennando appena con la mano un saluto sprezzante, allungò il passo, scappò
via.
E la profferta d'amicizia?
Quanto mi piacque quest'improvviso ritorno allo sprezzo! Carlo Ferro può per un
momento pensare d'essermi amico; non può sentire amicizia per me. E certo,
domani, m'odierà di piú, per avermi questa sera trattato da amico.
V
Penso che mi farebbe comodo avere un'altra mente e un altro cuore.
Chi me li cambia?
Data l'intenzione, in cui mi vado sempre piú raffermando, di rimanere uno
spettatore impassibile, questa mente, questo cuore mi servono male. Ho ragione
di credere (e già piú d'una volta me ne sono compiaciuto) che la realtà ch'io do
agli altri corrisponda perfettamente a quella che questi altri dànno a se
medesimi, perché m'industrio di sentirli in me come essi in sé si sentono, di
volerli per me com'essi per sé si vogliono: una realtà, dunque, al tutto
«disinteressata». Ma vedo intanto che, senza volerlo, mi lascio prendere da
questa realtà, la quale, cosí com'è, mi dovrebbe restar fuori: materia, a cui do
forma, non per me, ma per se stessa, da contemplare.
Senza dubbio, c’è un inganno sotto, un beffardo inganno in tutto questo. Mi vedo
preso. Tanto che non riesco piú neanche a sorridere, se accanto o sotto a una
complicazione di casi o di passioni, che si fa a mano a mano piú aspra e forte,
vedo scappar fuori qualche altro caso o qualche altra passione, che mi
potrebbero esilarar lo spirito. Il caso della signorina Luisetta Cavalena, per
esempio.
L'altro giorno Polacco ebbe l'ispirazione di far venire questa signorina al
Bosco Sacro e di farle rappresentare una particina. So che per impegnarla a
prender parte alle altre scene del film, ha mandato al padre un biglietto
da cinquecento lire e, secondo la promessa, il regalo d'un grazioso ombrellino a
lei e un collarino con molti sonaglioli d'argento per la vecchia cagnetta
Picciní.
Non l'avesse mai fatto!
A quanto pare, Cavalena aveva dato a intendere alla moglie, che - venendo a
portare i suoi scenarii alla Kosmograph tutti col loro bravo suicidio
immancabile e tutti perciò costantemente rifiutati - non vedesse nessuno, tranne
Cocò Polacco: Cocò Polacco e basta. E chi sa come le aveva descritto l'interno
della Kosmograph: forse un austero romitorio, da cui tutte le donne
fossero tenute lontane, come demonii. Se non che, l'altro giorno, la moglie
feroce, venuta in sospetto, volle accompagnare il marito. Non so che cos'abbia
veduto; ma me l'immagino facilmente. Il fatto è, che questa mattina, mentre
stavo per entrare alla Kosmograph, ho veduto arrivare in una carrozzella
tutt'e quattro i Cavalena: marito, moglie, figliuola e cagnolina: la signorina
Luisetta, pallida e convulsa; Picciní, piú che mai rabbuffata; Cavalena,
con la solita faccia di limone ammuffito, tra i riccioli della parrucca sotto il
cappellaccio a larghe tese; la moglie, come una bufera a stento contenuta, col
cappellino andatole di traverso nello smontare dalla vettura.
Sotto il braccio, Cavalena aveva il lungo pacco dell'ombrellino regalato da
Polacco alla figliuola e in mano la scatola del collarino di Picciní.
Veniva a restituirli.
La signorina Luisetta m'ha subito riconosciuto. Mi sono affrettato ad
avvicinarmi per salutarla; ella ha voluto presentarmi alla mamma e al babbo; ma
non ricordava piú il mio nome. L'ho tratta d'impaccio, presentandomi da me.
- Operatore, quello che gira, capisci, Nene? - ha spiegato subito, con timida
premura, Cavalena alla moglie, sorridendo, come per implorare un po' di
degnazione.
Dio, che faccia la signora Nene! Faccia di vecchia bambola scolorita. Un casco
compatto di capelli già quasi tutti grigi le opprime la fronte bassa e dura, in
cui le sopracciglia giunte, corte, ispide e dritte, sembrano una sbarra
fortemente segnata a dar carattere di stupida tenacia agli occhi chiari e
lucenti d'una rigidezza di vetro. Sembra apatica; ma, a guardarla attentamente,
le si scorgono a fior di pelle certi strani formicolíi nervosi, certe repentine
alterazioni di colore, a chiazze, che subito scompajono. Ha poi, di tratto in
tratto, rapidi gesti inaspettati, curiosissimi. L'ho sorpresa, per esempio, a un
certo punto, che rispondeva a un supplice sguardo della figliuola, accomodando
la bocca ad O e ponendovi in mezzo il dito. Evidentemente, questo gesto
significava:
- Sciocca! perché mi guardi cosí?
Ma la guardano sempre, almeno di sfuggita, il marito e la figliuola, perplessi e
ansiosi nella paura, che da un momento all'altro non dia in qualche furiosa
escandescenza. E certo, guardandola cosí, la irritano di piú. Ma chi sa che vita
è la loro, poveretti!
Già Polacco me n'ha dato qualche ragguaglio. Non ha forse pensato mai d'esser
madre, quella donna! Ha trovato quel pover'uomo, il quale, tra le grinfie, dopo
tant'anni, le si è ridotto come peggio non si potrebbe; non importa: se lo
difende; séguita a difenderselo ferocemente. Polacco m'ha detto che, assalita
dalle furie della gelosia, perde ogni ritegno di pudore; e innanzi a tutti,
senza badar piú neanche alla figliuola che sta a sentire, a guardare, sculaccia
nude (nude, come in quelle furie le balenano davanti agli occhi) le pretese
colpe del marito: colpe inverosimili. Certo, in questo laido svergognamento, la
signorina Luisetta non può non vedere ridicolo il padre, che pure, come si nota
dagli sguardi che gli rivolge, deve farle tanta pietà! Ridicolo, per il modo con
cui, denudato, sculacciato, il pover'uomo cerca di tirar sú da ogni parte, per
ricoprirsi frettolosamente alla meglio, la sua dignità ridotta a brani. Me n'ha
dette parecchie Cocò Polacco delle frasi che, sbalordito dagli assalti selvaggi
improvvisi, rivolge alla moglie, in quei momenti: piú sciocche, piú ingenue, piú
puerili, non si potrebbero immaginare! E per ciò solo credo, che Cocò Polacco
non se le sia inventate lui.
- Nene, per carità, ho compito quarantacinque anni...
- Nene, sono stato ufficiale...
- Nene, santo Dio, quand'uno è stato ufficiale e dà la sua parola d'onore...
Ma pure, ogni tanto - oh, alla fin fine, la pazienza ha un limite! - ferito con
raffinata crudeltà nei piú gelosi sentimenti, barbaramente fustigato dove piú la
piaga duole - ogni tanto, dice, pare che Cavalena scappi di casa, evada
dall'ergastolo. Come un pazzo, da un momento all'altro, si ritrova in mezzo alla
strada, senza un soldo in tasca, deciso a riprendere comunque «la sua vita»; va
di qua, di là, in cerca degli amici; e gli amici, in prima, lo accolgono
festosamente nei caffè, nelle redazioni dei giornali, perché se lo pigliano a
godere; ma la festa subito s'intepidisce, appena egli manifesta il bisogno
urgente di trovar posto di nuovo in mezzo a loro, di darsi attorno per
provvedere a se stesso, in qualche modo, al piú presto. Eh sí! perché non ha
nemmeno da pagarsi il caffè, un boccone di cena, l'alloggio in un albergo per la
notte. Chi gli presta, per il momento, una ventina di lire? Fa appello, coi
giornalisti, allo spirito d'antica colleganza. Porterà domani un articolo al suo
antico giornale. Che? Sí, di letteratura o di varietà scientifica. Ha tanta
materia accumulata dentro... cose nuove, sí... Per esempio? Oh Dio, per esempio,
questa...
Non ha finito d'enunziarla, che tutti quei buoni amici gli sbruffano a ridere in
faccia. Cose nuove? Nell'arca, Noè, ai suoi figliuoli, per ingannare gli ozii
della navigazione su le onde del diluvio universale...
Ah, li conosco bene anch'io, questi buoni amici del caffè! Parlano tutti cosí,
con uno stile burlesco sforzato, e ciascuno s'eccita alle altrui esagerazioni
verbali e prende coraggio a dirne qualcuna piú grossa, che non passi però la
misura, non esca di tono, per non essere accolta da un'urlata generale; si
deridono a vicenda, fanno strazio delle loro vanità piú carezzate, se le buttano
in faccia con gaja ferocia, e nessuno in apparenza se n'offende; ma la stizza,
dentro, s'accende, la bile fermenta; lo sforzo per tenere ancora la
conversazione su quel tono burlesco, che suscita le risa, perché nelle risa
comuni l'ingiuria si stemperi e perda il fiele, diviene a mano a mano piú penoso
e difficile; poi, del lungo sforzo durato resta in ciascuno una stanchezza di
noja e di nausea; ciascuno sente con aspro rammarico d'aver fatto violenza ai
proprii pensieri, ai proprii sentimenti; piú che rimorso, fastidio della
sincerità offesa; disagio interno, quasi che l'animo gonfiato e illividito non
aderisca piú al proprio intimo essere; e tutti sbuffano per cacciarsi via
d'attorno l'afa del proprio disgusto; ma, il giorno appresso, tutti ricascano in
quell'afa e daccapo ci si scaldano, cicale tristi, condannate a segar frenetiche
la loro noja.
Guaj a chi càpita nuovo, o dopo qualche tempo, in mezzo a loro! Ma Cavalena
forse non s'offende, non si lagna dello strazio che i suoi buoni amici fanno di
lui, cruciato com'è in cuore dal riconoscimento ch'egli ha perduto nella sua
reclusione «il contatto con la vita». Dall'ultima sua evasione dall'ergastolo
son passati, poniamo, diciotto mesi? bene: come se fossero passati diciotto
secoli! Tutti, a risentir da lui certe parole di gergo, vive vive allora,
ch'egli ha custodito come gemme preziose nello scrigno della memoria, storcono
la bocca e lo guardano, come si guarda in trattoria una pietanza riscaldata, che
sappia di strutto ràncido, lontano un miglio! Oh povero Cavalena, ma sentitelo!
sentitelo! s'è fermato nell'ammirazione di colui che, diciotto mesi fa, era il
piú grand'uomo del secolo XX. Ma chi era? Ah, senti... Il Tal dei Tali...
quell'imbecille! quel seccatore! quella cariatide! Ma come, è ancora vivo? Oh
vah! proprio vivo? Sissignori, Cavalena giura d'averlo visto, ancora vivo, una
settimana fa; anzi, ecco... credendo che... - (no, per essere vivo, è vivo) -
ma, se non è piú un grand'uomo... ecco, voleva fare un articolo su lui... non lo
farà piú!
Avvilito, con la faccia verde di bile, ma qua e là chiazzata, come se gli amici
mortificandolo si fossero divertiti a dargli tanti pizzichi su la fronte, su le
guance, sul naso, Cavalena si divora dentro, intanto, la moglie, come un
cannibale digiuno da tre giorni: la moglie, che l'ha reso, cosí, lo zimbello di
tutti. Giura a se stesso di non ricadere piú tra le grinfie di lei; ma, a poco a
poco, ahimè, l'ansia di riprender «la vita» comincia a cangiarglisi in una
smania che in prima non sa definire, ma che gli si esaspera dentro sempre piú.
Da anni e anni ha esercitato tutte le facoltà mentali per difendere contro
gl'iniqui sospetti della moglie la propria dignità. Ora esse, distratte
improvvisamente da quest'assidua, accanita difesa, non son piú atte, stentano a
volgersi e a dedicarsi ad altri ufficii. Ma la dignità, cosí a lungo e
strenuamente difesa, gli s'è ormai imposta addosso, come il calco d'una statua,
irremovibile. Cavalena si sente vuoto dentro, ma tutto incrostato di fuori. È.
diventato il calco ambulante di quella statua. Non se lo può piú scrostare
d'addosso. Per sempre, ormai, inesorabilmente, egli è l'uomo piú dignitoso del
mondo. E questa sua dignità ha una sensibilità cosí squisita, che s'aombra, si
turba al piú piccolo cenno che le baleni, d'una minima trasgressione ai doveri
di cittadino, di marito, di padre di famiglia. Tante volte ha giurato alla
moglie di non esser venuto meno, mai, neppure col pensiero, a questi doveri, che
veramente ormai non può piú neppur pensare di trasgredirli, e soffre, e si fa di
mille colori nel veder gli altri, cosí a cuor leggero, trasgredirli. Gli amici
lo deridono e gli dànno dell'ipocrita. Là, in mezzo a loro, cosí tutto
incrostato, tra il fracasso e l'impetuosa volubilità d'una vita senza piú
ritegni né di fede né d'affetti, Cavalena si sente violentato, comincia a
credersi in serio pericolo; ha l'impressione d'avere i piedi di vetro in mezzo a
un tumulto di pazzi che s'arrabattino con scarpe di ferro. La vita immaginata
nel reclusorio come piena d'attrattive e a lui indispensabile gli si scopre
vacua, stupida, insulsa. Com'ha potuto soffrir tanto per la privazione della
compagnia di quegli amici? dello spettacolo di tante fatuità, di tanti
miserabili disordini?
Povero Cavalena! La verità è forse un'altra! La verità è che nel suo ispido
reclusorio, senza volerlo, egli s'è purtroppo abituato a conversar con se
stesso, cioè col peggior nemico che ciascuno di noi possa avere; e ha avuto cosí
nette percezioni dell'inutilità di tutto, e s'è visto cosí perduto, cosí solo,
circondato da tenebre e schiacciato dal mistero suo stesso e di tutte le cose...
Illusioni? speranze? A che servono? Vanità... E il suo essere, prosternato,
annullato per sé, a poco a poco è risorto come pietosa coscienza degli altri,
che non sanno e s'illudono, che non sanno e operano e amano e soffrono. Che
colpa ha la moglie, quella sua povera Nene, se è cosí gelosa. Egli è medico e sa
che questa gelosia feroce è una vera e propria malattia mentale, una forma di
pazzia ragionante. Tipica, tipica forma di paranoja, anche coi delirii della
persecuzione. Lo va dicendo a tutti. Tipica, tipica! Arriva finanche a
sospettare, la sua povera Nene, ch'egli voglia ucciderla per appropriarsi,
insieme con la figliuola, del denaro di lei! Ah che vita beata, allora, senza di
lei... Libertà, libertà: una gamba qua, una gamba là! Dice cosí, povera Nene,
perché lei stessa s'accorge che la vita, cosí com'ella la fa a se stessa e agli
altri non è possibile; è la soppressione della vita; si sopprime da sé, povera
Nene, con la sua follia, e crede naturalmente che vogliano sopprimerla gli
altri: col coltello, no, ché si scoprirebbe! a furia di dispetti! E non
s'accorge che i dispetti se li fa lei, da sé; se li fa fare da tutte le ombre
della sua follia a cui dà corpo. Ma non è medico lui? E se egli, da medico,
capisce tutto questo, non ne segue che dovrebbe trattar la sua povera Nene come
un'inferma, irresponsabile del male che gli ha fatto e séguita a fargli? Perché
si ribella? contro chi si ribella? Egli deve compatirla e averne pietà, starle
attorno amoroso, sopportarne paziente e rassegnato l'inevitabile sevizia. E poi
c'è la povera Luisetta, lasciata sola in quell'inferno, a tu per tu con la mamma
che non ragiona... Ah, via via, bisogna subito ritornare a casa! subito. Forse,
sotto sotto, mascherato di questa pietà per la moglie e la figliuola, c'è il
bisogno di sottrarsi a quella vita precaria e incerta, che non è piú per lui.
Del resto, non ha pur diritto d'avere anche pietà di sé? Chi l'ha ridotto in
quelle condizioni? Può all'età sua riprendere la vita, dopo averne reciso tutte
le fila, dopo essersi privato di tutti i mezzi, per contentare la moglie? E, in
fin de' conti, va a rinchiudersi in galera!
Ha cosí dipinta, il pover'uomo, in tutto l'aspetto la grande sciagura ond'è
oppresso, la dà tanto a vedere con l'impaccio d'ogni passo, d'ogni sguardo,
quand'ha accanto la moglie, per la costernazione assidua, ch'ella in quel passo,
in quel gesto, in quello sguardo non abbia a trovar pretesto per una scenata,
che non si può fare a meno, pur commiserandolo, di ridere di lui.
E forse ne avrei riso anch'io, questa mattina, se non ci fosse stata lí la
signorina Luisetta. Chi sa quanto soffre dell'inevitabile ridicolaggine del
padre, quella povera figliuola!
Un uomo di quarantacinque anni, ridotto in quello stato, di cui la moglie sia
ancora cosí ferocemente gelosa, non può non essere enormemente ridicolo! Tanto
piú poi, in quanto per un'altra sciagura nascosta, un'oscena calvizie precoce,
dovuta a un'infezione tifoidea, di cui poté salvarsi per miracolo, il pover'uomo
è costretto a portar quella parrucca artistica sotto un cappellaccio capace di
sostenerla. La spavalderia di questo cappellaccio e di tutti quei cernecchi
arricciolati, contrasta cosí violentemente con l'aria spaurita, scontrosa e
circospetta del viso, che è veramente una rovina per la sua serietà, e anche,
certo, un continuo crepacuore per la figliuola.
- No, ecco, veda, caro signor... com'ha detto, scusi?
- Gubbio.
- Gubbio, grazie. Io, Cavalena; a servirla.
- Cavalena, grazie, lo so.
- Fabrizio Cavalena: a Roma sono piuttosto conosciuto...
- Sfido, un buffone!
Cavalena si voltò pallidissimo, a bocca aperta, a guardare la moglie.
- Buffone, buffone, buffone, - raffibbiò questa, tre volte.
- Nene, perdio, rispetta... - cominciò minacciosamente Cavalena; ma tutt'a un
tratto s'interruppe: strizzò gli occhi, contrasse il volto, strinse le pugna,
come assalito da un fitto spasimo di ventre, improvviso... - niente! era lo
sforzo tremendo, che ogni volta suol fare su se stesso per contenersi, per
spremere dalla sua bestialità adirata la coscienza d'esser medico e di dovere
perciò trattare e compatire la moglie come una povera inferma.
- Permette?
E m'introdusse un braccio sotto il braccio, per allontanarsi con me di qualche
passo.
- Tipica, sa? Poveretta... Ah, ci vuole un vero eroismo, creda, un grande
eroismo da parte mia a sopportarla. Non lo avrei, forse, se non ci fosse quella
mia povera piccina. Basta! Le dicevo... questo Polacco, questo Polacco,
benedetto Iddio... questo Polacco! Ma scusi, che sono parti da fare a un amico,
conoscendo la mia sciagura? Mi conduce la figliuola a polare... con una
donnaccia... con un attore che, notoriamente... Si figuri quel che è successo a
casa mia! E mi manda poi questi regali... anche un collarino per la bestia... e
cinquecento lire!
Mi provai a dimostrargli che, almeno quanto ai regali e alle cinquecento lire,
non mi pareva ci fosse poi tutto quel male ch'egli voleva vederci. Egli? Ma egli
non ce ne vedeva nessuno! che male? egli era contentissimo, felicissimo di
quanto era accaduto! gratissimo in cuor suo al Polacco d'aver fatto
rappresentare quella particina alla figliuola! Doveva fingersi cosí indignato
per placare la moglie. Me n'accorsi subito, appena mi misi a parlare. Gongolava
alla dimostrazione ch'io gli facevo, che in fondo non c'era stato nulla di male.
Mi prese per il braccio, mi trascinò impetuosamente davanti alla moglie.
- Senti? senti?... io non so!... questo signore dice... La prego, dica, dica
lei... Io non voglio metterci bocca... Sono venuto qua coi regali e le
cinquecento lire, va bene? per restituire ogni cosa. Ma se si tratta, come dice
questo signore... io non so... di fare un'offesa gratuita... di rispondere con
una villanía a chi non ha inteso minimamente di offenderci, di farci male,
perché crede... io non so, io non so... che non ci sia... La prego, santo Dio,
dica lei, caro signore, parli lei... ripeta alla mia signora ciò che ha avuto la
bontà di dire a me!
Ma la sua signora non me ne diede il tempo: m'aggredí, con gli occhi vitrei,
fosforescenti, di gatta inferocita.
- Non dia ascolto a codesto buffone, ipocrita, commediante! Non è per la figlia,
non è per la cattiva figura! Lui, lui vuole bazzicare qua, perché qua si
troverebbe come nel suo giardinetto, tra le donnette che gli piacciono, artiste
come lui, smorfiose e compiacenti! E non si fa scrupolo, farabutto di mettere
avanti la figliuola, di ripararsi dietro la figliuola, anche a costo di
comprometterla e di perderla assassino! Avrebbe la scusa d'accompagnare qua la
figliuola, capisce? Verrebbe per la figliuola...
- Ma verresti anche tu! - gridò, esasperato, Fabrizio Cavalena. - Non sei qua
anche tu? con me?
- Io? - - ruggí la moglie. - lo, qua?
- Perché? - seguitò senza sbigottirsi Cavalena, e, rivolgendosi a me: - Dica,
dica lei, non ci viene anche Zeme qua?
- Zeme? - domandò la moglie stordita, aggrottando le ciglia. - Chi è Zeme?
- Zeme, il senatore! - esclamò Cavalena. - Senatore del Regno, scienziato di
fama mondiale!
- Sarà piú pulcinella di te!
- Zeme, che va al Quirinale? invitato a tutti i pranzi di Corte? Il venerando
senatore Zeme, gloria d'Italia! direttore dell'Osservatorio astronomico! Ma
vergógnati, perdio! Rispetta, se non me, un'illustrazione della patria! È venuto
qua è vero? Ma parli, caro signore, dica per carità, la prego! Zeme è venuto
qua, s'è prestato a fare un film anche lui, e vero? Le meraviglie dei
cieli, capisci? Lui, il senatore Zeme! E se ci viene Zeme, qua, se si presta
Zeme, scienziato mondiale, dico... posso venirci anch'io, posso prestarmi
anch'io. Ma non me n'importa niente! Non verrò piú! Parlo adesso per dimostrare
a costei, che non è luogo d'infamia questo, dove io per sozzi fini voglia
condurre alla perdizione la mia figliuola! Lei capirà, caro signore, e
perdonerà: parlo per questo! mi brucia sentirmi dire davanti alla mia figliuola,
ch'io la voglio compromettere, perdere, conducendola in un luogo d'infamia...
Sú, sú, mi faccia il piacere: m'introduca subito da Polacco, perché possa
restituirgli questi regali e il danaro, ringraziandolo. Quando uno ha la
disgrazia d'avere una moglie come costei, bisogna che si seppellisca, e la
faccia finita una volta e per sempre! M'introduca da Polacco!
Non mancò, neanche questa volta, per me; ma, aprendo sbadatamente, senza
picchiare, l'uscio della Direzione Artistica, ov'era il Polacco,
intravidi nella stanza tal cosa, per cui d'improvviso mutò la disposizione
dell'animo mio e non potei piú né pensare ai Cavalena né quasi veder nulla.
Curvo su la seggiola davanti la scrivania del Polacco, un uomo era lí, che
piangeva, con le mani sul volto, perdutamente.
Subito il Polacco, vedendo aprir l'uscio, levò di scatto il viso e mi fe' cenno
iroso di richiudere.
Obbedii. Quell'uomo che piangeva di là, era certo Aldo Nuti. Cavalena, la
moglie, la figliuola mi guardarono perplessi, stupiti.
- Che c'è? - fece Cavalena.
Trovai appena il fiato per rispondere:
- C'è... c'è gente...
Poco dopo, venne fuori dalla Direzione Artistica Polacco, sconvolto. Vide
Cavalena e gli fece segno d'aspettare:
- Bravo, sí. Ho da parlarti.
E, senza neppur pensare di salutare le signore, prese me per un braccio, mi
trasse un po' discosto.
- È venuto! Non bisogna assolutamente lasciarlo solo! Gli ho parlato di te. Si
ricorda benissimo. Dov'hai tu alloggio? Aspetta! Mi piacerebbe...
Si voltò a chiamar Cavalena.
- Tu affitti due stanze, è vero? Le hai libere in questo momento?
- Eh sfido! - sospirò Cavalena. - Da piú di tre mesi...
- Gubbio, - mi disse Polacco, - bisogna che tu lasci subito il tuo alloggio;
paga quel che devi pagare, un mese, due mesi, tre mesi; prendi in affitto una di
queste due stanze di Cavalena. L'altra sarà per lui.
- Felicissimo! - esclamò Cavalena raggiante, porgendomi tutt'e due le mani.
- Su, su, - seguitò Polacco. - Andate, andate! Tu, a preparare le stanze; tu a
prender la tua roba e a trasportarla subito da Cavalena. Poi torna qua! Siamo
intesi!
Aprii le braccia, rassegnato.
Polacco rientrò nella sua stanza. E io m'avviai coi Cavalena, storditi e
ansiosissimi d'aver da me la spiegazione di tutto quel mistero.
I
Esco ora dalla stanza di Aldo Nuti. È quasi il tocco.
La casa - dove passo la prima notte - dorme. Ha per me un alito nuovo, non ancor
grato al mio respiro; aspetto di cose, sapor di vita, disposizione d'usi
particolari, tracce d'abitudini ignote.
Nel corridojo, appena richiuso l'uscio della stanza del Nuti tenendo un
fiammifero acceso tra le dita, ho visto davanti a me, vicinissima, enorme
nell'altra parete la mia ombra. Smarrito nel silenzio della casa, mi sentivo
l'anima cosí piccola, che quella mia ombra al muro, cosí grande, m'è sembrata
l'immagine della paura.
In fondo al corridojo, un uscio; davanti a quell'uscio, su la guida, un pajo di
scarpette: quelle della signorina Luisetta. Mi son fermato un momento a guardar
la mia ombra mostruosa, che s'allungava verso quell'uscio, e m'è sembrato che
quelle scarpette fossero là per tener lontana la mia ombra. A un tratto, dietro
quell'uscio, la vecchia cagnetta Picciní forse già con le orecchie tese, in
guardia fin dal primo rumore dell'uscio schiuso, ha emesso due ròchi latrati. Al
rumore non ha abbajato; ma ha sentito ch'io mi son fermato un momento; ha
sentito arrivare il mio pensiero alla cameretta della sua padroncina, e ha
abbajato.
Eccomi nella mia nuova stanza. Ma non doveva esser questa. Quando sono venuto a
portare le mie robe, Cavalena, davvero lietissimo d'avermi in casa, non solo per
la viva simpatia e la grande confidenza che gli ho subito ispirato, ma forse
anche perché spera piú facile per mio mezzo l'entratura alla Kosmograph,
m'aveva assegnato l'altra stanza, piú larga, piú comoda, meglio addobbata.
Certo, né lui né la signora Nene han voluto e disposto il cambiamento. L'avrà
voluto la signorina Luisetta, che con tanta attenzione e tanto sbigottimento
questa mattina, andando via dalla Kosmograph, ascoltò in vettura il mio
sommario ragguaglio sui casi del Nuti. Sí, è stata lei, senza dubbio. Me l'hanno
or ora confermato quelle sue scarpette davanti all'uscio, su la guida del
corridoio.
Ne provo dispiacere, non per altro, ma per questo: che io stesso, se questa
mattina mi avessero fatto vedere tutt'e due le stanze, avrei lasciato quella per
il Nuti, e avrei scelta questa per me. La signorina Luisetta l'ha indovinato
cosí bene, che senza dirmene nulla ha tolto di là le mie robe e le ha passate
qui. Certamente, se ella non l'avesse fatto, avrei provato dispiacere vedendo
alloggiato qui, in questa stanza piú piccola e meno comoda, il Nuti. Ma debbo
pensare che ella ha voluto risparmiarmi questo dispiacere? Non posso. L'aver
fatto lei, senza dirmene nulla, quel che avrei fatto io, m'offende, pur
riconoscendo che doveva farsi cosí, anzi appunto perché riconosco che doveva
farsi cosí.
Ah, che effetto prodigioso fanno alle donne le lagrime negli occhi d'un uomo,
massime se lagrime d'amore! Ma voglio esser giusto: l'hanno fatto anche a me.
Mi ha tenuto di là circa quattro ore. Voleva seguitare a dire e a piangere:
gliel'ho impedito, per pietà de' suoi occhi specialmente. Non ho mai veduto due
occhi ridursi, per il troppo piangere, cosí.
Dico male. Non per il troppo piangere. Forse poche lagrime (n'ha versate senza
fine), ma forse poche soltanto sarebbero bastate a ridurgli ugualmente gli occhi
in quello stato.
Eppure, è strano! Pare che non pianga lui. Per quel che dice, per quel che si
propone di fare, non ha ragione né, certo, voglia di piangere. Le lagrime gli
bruciano gli occhi, le gote, e perciò sa che piange; ma non sente il suo
pianto. I suoi occhi piangono quasi per un dolore non suo, per un dolore quasi
delle lagrime stesse. Il suo dolore è feroce e non vuole e sdegna quelle lagrime.
Ma piú strano ancora m'è sembrato questo: che quando invece a un certo punto,
parlando, il suo sentimento s'è accostato - per cosí dire - alle lagrime, queste
d'un tratto gli son venute meno. Mentre la voce gli s'inteneriva e gli tremava,
gli occhi, al contrario - quegli occhi insanguati e disfatti poc'anzi dal pianto
- gli sono diventati arsi e duri: feroci.
Quel ch'egli dice e i suoi occhi non possono dunque andar d'accordo.
Ma è lí, in quegli occhi, e non in quel che dice, il suo cuore. E perciò di
quegli occhi specialmente ho avuto pietà. Non dica e pianga; pianga e senta il
suo pianto: è il meglio che possa fare.
Mi giunge, a traverso la parete, il rumore de' suoi passi. Gli ho consigliato
d'andare a letto, di provarsi a dormire. Dice che non può; che ha perduto il
sonno, da tempo. Chi gliel'ha fatto perdere? Non il rimorso certamente, a stare
a quel che dice.
È tra i tanti fenomeni dell'anima umana uno de' piú comuni e insieme de' piú
strani da studiare, questo della lotta accanita, rabbiosa, che ogni uomo, per
quanto distrutto dalle sue colpe, vinto e disfatto nel suo cordoglio, s'ostina a
durare contro la propria coscienza, per non riconoscere quelle colpe e non
farsene un rimorso. Che le riconoscano gli altri e lo puniscano per esse, lo
imprigionino, gl'infliggano i piú crudeli supplizii e lo uccidano, non
gl'importa; purché non le riconosca lui, contro la propria coscienza che pur
gliele grida!
Chi è lui? Ah, se ognuno di noi potesse per un momento staccar da sé quella
metafora di se stesso, che inevitabilmente dalle nostre finzioni innumerevoli,
coscienti e incoscienti, dalle interpretazioni fittizie dei nostri atti e dei
nostri sentimenti siamo indotti a formarci; si accorgerebbe subito che questo
lui è un altro, un altro che non ha nulla o ben poco da vedere con lui; e
che il vero lui è quello che grida, dentro, la colpa: l'intimo essere,
condannato spesso per tutta intera la vita a restarci ignoto! Vogliamo a ogni
costo salvare, tener ritta in piedi quella metafora di noi stessi, nostro
orgoglio e nostro amore. E per questa metafora soffriamo il martirio e ci
perdiamo, quando sarebbe cosí dolce abbandonarci vinti, arrenderci al nostro
intimo essere, che è un dio terribile, se ci opponiamo ad esso; ma che diventa
subito pietoso d'ogni nostra colpa, appena riconosciuta, e prodigo di tenerezze
insperate. Ma questo sembra un negarsi, e cosa indegna d'un uomo; e sarà sempre
cosí, finché crederemo che la nostra umanità consista in quella metafora di noi
stessi.
La versione che Aldo Nuti dà degli avvenimenti da cui è stato travolto - pare
impossibile! - tende sopra tutto a salvare questa metafora, la sua vanità
maschile, la quale, pur ridotta davanti a me in quello stato miserando, non
vuole tuttavia rassegnarsi a confessare d'essere stata un giocattolo sciocco in
mano a una donna: un giocattolo, un pagliaccetto, che la Nestoroff, dopo essersi
divertita un po' a fargli aprire e chiudere in atto supplice le braccia,
premendo con un dito la troppo appariscente molla a mantice sul petto, buttò via
in un canto, fracassandolo.
S'è rimesso su, il pagliaccetto fracassato; la faccina, le manine di porcellana,
ridotte una pietà: le manine senza dita, la faccina senza naso, tutta crepe,
scheggiata; la molla a mantice del petto ha forato il giubbetto di lana rossa ed
è scattata fuori, rotta; eppure, no, ecco: il pagliaccetto grida di no, che non
è vero che quella donna gli ha fatto aprire e chiudere in atto supplice le
braccia per riderne, e che, dopo averne riso, l'ha fracassato cosí. Non è vero!
D'accordo con Duccella, d'accordo con nonna Rosa egli seguí dalla villetta di
Sorrento a Napoli i due fidanzati, per salvare il povero Giorgio, troppo ingenuo
e accecato dal fascino di quella donna. Non ci voleva mica molto a salvarlo!
Bastava dimostrargli e fargli toccar con mano, che quella donna ch'egli voleva
far sua sposandola, poteva esser sua, com'era stata d'altri, come sarebbe stata
di chiunque, senza bisogno di sposarla. Ed ecco che, sfidato dal povero Giorgio,
s'impegnò di fargli subito questa prova. Il povero Giorgio la credeva
impossibile, perché, al solito, per la tattica comunissima a tutte codeste
donne, la Nestoroff a lui non aveva mai voluto concedere neanche il minimo
favore, e a Capri la aveva veduta cosí sdegnosa di tutti, appartata e altera! Fu
un tradimento orribile. Non già il suo, ma quello di Giorgio Mirelli! Aveva
promesso che avuta la prova, si sarebbe allontanato subito da quella donna:
invece, s'uccise.
Questa è la versione che Aldo Nuti vuol dare del dramma.
Ma come, dunque? Il giuoco l'ha fatto lui, il pagliaccetto? e perché s'è
fracassato cosí? se era un giuoco cosí facile?
Via queste domande, e via ogni meraviglia. Qua bisogna far vista di credere. Non
deve affatto scemare, ma anzi crescere la pietà per il prepotente bisogno di
mentire di questo povero pagliaccetto, che è la vanità di Aldo Nuti: la faccina
senza naso, le manine senza dita, la molla del petto rotta scattata fuori del
giubbetto stracciato, lasciamolo mentire! Tanto, ecco, la menzogna gli serve per
piangere di piú.
Non sono lagrime buone, perché egli non vuol sentirvi il suo dolore. Non le
vuole e le sdegna. Vuol far altro che piangere, e bisognerà tenerlo d'occhio.
Perché è venuto qua? Non ha da vendicarsi di nessuno, se il tradimento l'ha
fatto Giorgio Mirelli, uccidendosi e gettando il suo cadavere tra la sorella e
il fidanzato. Cosí gli ho detto.
- Lo so, - m'ha risposto. - Ma è pur lei, questa donna, la causa di tutto! Se
lei non fosse venuta a turbare la giovinezza di Giorgio, ad adescarlo, a
irretirlo con certe arti che veramente solo per un inesperto possono esser
perfide, non perché non siano perfide in sé, ma perché uno come me, come lei,
subito le riconosce per quel che sono: vipere, che si rendono innocue,
strappando i denti noti del veleno; ora io non mi troverei cosí: non mi troverei
cosí! Ella vide subito in me il nemico, capisce? E mi volle mordere di furto.
Fin da principio, io, apposta, le lasciai credere che le sarebbe stato
facilissimo mordermi. Volevo che addentasse, appunto per strapparle quei denti.
E ci riuscii. Ma Giorgio, Giorgio, Giorgio era avvelenato per sempre! Avrebbe
dovuto farmi capire ch'era inutile ch'io mi provassi ormai a strappare i denti a
quella vipera...
- Ma che vipera, scusi! - non ho potuto tenermi dal fargli notare. - Troppa
ingenuità per una vipera, scusi! Rivolgere a lei i denti cosí presto, cosí
facilmente... Tranne che non l'abbia fatto per cagionare la morte di Giorgio
Mirelli.
- Forse!
- E perché? Se già era riuscita nell'intento di farsi sposare? E non s'è subito
arresa al suo giuoco? non s'è fatti strappare i denti prima d'ottenere lo scopo?
- Ma non lo sospettava!
- E che vipera, allora, via! Vuole che una vipera non sospetti? Avrebbe morso
dopo, una vipera, non prima! Se ha morso prima, vuol dire che... o non era una
vipera, o per Giorgio ha voluto perdere i denti. Scusi... no, aspetti... per
carità, mi stia ad ascoltare... Le dico questo, perché... son d'accordo con lei,
guardi... ella ha voluto vendicarsi, ma prima, soltanto in principio, di
Giorgio. Questo lo credo; l'ho pensato sempre.
- Vendicarsi di che?
- Forse d'un affronto, che nessuna donna sopporta facilmente.
- Ma che donna, colei!
- E via, una donna, signor Nuti! Lei che le conosce bene, sa che sono tutte le
stesse, specialmente su questo punto
- - Che affronto? Non capisco.
- Guardi: Giorgio era tutto preso dalla sua arte, è vero?
- Sí.
- Trovò a Capri questa donna, che si prestò a essere oggetto di contemplazione
per lui, per la sua arte.
- Apposta, sí.
- E non vide, non volle vedere in lei altro che il corpo, ma solo per carezzarlo
su una tela co' suoi pennelli, col giuoco delle luci e dei colori. E allora
ella, offesa e indispettita, per vendicarsi, lo sedusse; sono d'accordo con lei!
e, sedottolo, per vendicarsi ancora, per vendicarsi meglio, gli resistette, è
vero? finché Giorgio, accecato, pur d'averla, le propose il matrimonio, la
condusse a Sorrento dalla nonna, dalla sorella.
- No! Lo volle lei! lo impose lei!
- Va bene, sí; e potrei dire: affronto per affronto; ma no, io ora voglio stare
a ciò che ha detto lei, signor Nuti! E ciò che ha detto lei mi fa pensare,
ch'ella abbia imposto a Giorgio d'esser condotta lí in casa della nonna e della
sorella, aspettandosi che Giorgio si ribellasse a questa imposizione perché ella
vi trovasse il pretesto di sciogliersi dall'impegno di sposarlo.
- Sciogliersi? Perché ?
- Ma perché già aveva ottenuto lo scopo! La vendetta era raggiunta: Giorgio,
vinto, accecato, preso di lei, del suo corpo, fino a volerla sposare! Questo le
bastava, e non voleva piú altro! Tutto il resto, le nozze, la convivenza con lui
che certamente subito dopo si sarebbe pentito, sarebbero state l'infelicità per
lei e per lui, una catena. E forse ella non ha pensato soltanto a sé; ha avuto
anche pietà di lui!
- Dunque lei crede?
- Ma me lo fa creder lei, me lo fa pensar lei, che ritiene perfida questa donna!
A stare a ciò che dice lei, signor Nuti, per una perfida non è logico ciò che ha
fatto. Una perfida che vuole le nozze e prima delle nozze si dà a lei cosí
facilmente...
- Si dà a me? - ha gridato a questo punto, scattando, Aldo Nuti, messo dalla mia
logica con le spalle al muro. - Chi le ha detto che si sia data a me? Io non
l'ho avuta, non l'ho avuta... Crede ch'io abbia potuto pensare d'averla? Io
dovevo avere soltanto la prova, che non sarebbe mancato per lei... una prova da
mostrare a Giorgio!
Sono rimasto per un momento sbalordito a mirarlo in bocca.
- E quella vipera gliel'ha data subito? E lei ha potuto averla facilmente,
questa prova ? Ma dunque, ma dunque, scusi...
Ho creduto che finalmente la mia logica avesse in pugno la vittoria cosí, che
non sarebbe stato piú possibile strappargliela. Devo ancora imparare, che
proprio nel momento in cui la logica, combattendo con la passione, crede d'avere
acciuffata la vittoria, la passione con una manata improvvisa gliela ristrappa,
e poi a urtoni, a pedate, la caccia via con tutta la scorta delle sue codate
conseguenze.
Se quest'infelice, evidentissimamente raggirato da quella donna, per un fine che
mi par d'aver indovinato, non poté neanche farla sua, e gli è rimasta perciò
anche questa rabbia in corpo, dopo tutto quello che gli è toccato soffrire,
perché quel pagliaccetto sciocco della sua vanità credette forse davvero in
principio di poter facilmente giocare con una donna come la Nestoroff; che
volete piú ragionare? possibile indurlo ad andarsene? costringerlo a riconoscere
che non avrebbe nessun motivo di cimentare un altr'uomo, di aggredire una donna
che non vuol saperne di lui?
Eppure... eppure ho cercato d'indurlo a partire, e gli ho domandato che voleva,
infine, e che sperava da quella donna.
- Non lo so, non lo so, - m'ha gridato. - Deve stare con me, deve soffrire con
me. Io non posso piú farne a meno, io non posso piú star solo, cosí. Ho cercato
finora, ho fatto di tutto per vincere Duccella; ho messo tanti amici di mezzo;
ma capisco che non è possibile. Non credono al mio strazio, alla mia
disperazione. E ora io ho bisogno, bisogno d'aggrapparmi a qualcuno, di non
essere piú cosí solo. Lei lo capisce: impazzisco, impazzisco! So che non val
nulla quella donna; ma le dà prezzo ora tutto quello che ho sofferto e soffro
per lei. Non è amore, è odio, è il sangue che s'è versato per lei!
E poiché s'è voluto affogare in questo sangue per sempre mia vita, bisogna ora
che vi stiamo tuffati tutti e due insieme aggrappati, io e lei, non io solo, non
io solo! Non posso piú star solo cosí!
Sono uscito dalla sua stanza, senza neanche il piacere d'avergli offerto uno
sfogo che potesse alleggerirgli un po' il cuore. Ed ecco che io ora posso aprire
la finestra e mettermi a contemplare il cielo, mentr'egli di là si strazia le
mani e piange divorato dalla rabbia e dal cordoglio. Se rientrassi di là, nella
sua stanza, e gli dicessi con gioja: «Signor Nuti, sa? ci sono le stelle! Lei
certo se n'è dimenticato, ma ci sono le stelle!» che avverrebbe? A quanti
uomini, presi nel gorgo d'una passione, oppure oppressi, schiacciati dalla
tristezza, dalla miseria, farebbe bene pensare che c'è, sopra il soffitto, il
cielo, e che nel cielo ci sono le stelle. Anche se l'esserci delle stelle non
ispirasse loro un conforto religioso. Contemplandole, s'inabissa la nostra
inferma piccolezza, sparisce nella vacuità degli spazii, e non può non sembrarci
misera e vana ogni ragione di tormento. Ma bisognerebbe avere in sé, nel momento
della passione, la possibilità di pensare alle stelle. Può averla uno come me,
che da un pezzo guarda tutto e anche se stesso come da lontano. Se entrassi di
là a dire al signor Nuti che nel cielo ci sono le stelle, mi griderebbe forse di
salutargliele cacciandomi via, a modo di un cane.
Ma posso io ora, come vorrebbe Polacco, costituirmi suo guardiano? M'immagino
come tra poco mi guarderà Carlo Ferro, vedendomi alla Kosmograph con lui
accanto. E Dio sa che non ho alcuna ragione d'esser piú amico dell'uno che
dell'altro.
Io vorrei seguitare a fare, con la consueta impassibilità l'operatore. Non
m'affaccerò alla finestra. Ahimè, da che venuto alla Kosmograph quel
maledetto Zeme, vedo anche ne cielo una meraviglia da cinematografo.
II
- È dunque un affar serio? - è venuto a chiedermi in camera Cavalena,
misteriosamente, questa mattina.
Il pover'uomo teneva in mano tre fazzoletti. A un certo punto, dopo molte
commiserazioni per quel caro «barone» (cioè il Nuti) e molte considerazioni su
le innumerevoli infelicità umane, come in prova di queste infelicità, mi ha
sciorinato davanti quei tre fazzoletti, prima uno, poi l'altro e poi l'altro,
esclamando:
- Guardi!
Erano tutti e tre sforacchiati, come rosicchiati dai topi. Li ho guardati con
pietà e con meraviglia; poi ho guardato lui, mostrando chiaramente che non
capivo nulla. Cavalena starnutí, o piuttosto, mi parve che starnutisse. No.
Aveva detto:
- Picciní.
Vedendosi guardato da me con quell'aria stordita, mi mostrò di nuovo i
fazzoletti e ripeté:
- Picciní.
- La cagnetta ?
Socchiuse gli occhi e tentenno il capo con tragica solennità. - Lavora bene, a
quanto pare, - dissi io.
- E non posso dirle niente! - esclamò Cavalena. Perché è l'unico essere, qua, in
casa mia, da cui mia moglie si senta amata e da cui non tema inimicizie. Ah,
signor Gubbio, creda, la natura è infame assai. Nessuna disgrazia può essere
maggiore e peggiore della mia. Avere una moglie che si sente amata soltanto da
una cagna! E non è vero, sa? Quella bestiaccia non ama nessuno! La ama lei, mia
moglie, e sa perché? perché con quella bestia solamente ella può sperimentare
d'avere un cuore in petto riboccante di carità. E vedesse come se ne consola!
Tiranna con tutti, questa donna diventa la schiava d'una vecchia, brutta bestia,
che... l'ha veduta?... brutta, le zampe a róncolo, gli occhi cisposi... E tanto
piú la ama, quanto piú s'accorge che tra essa e me s'è stabilita ormai da un
pezzo un'antipatia, signor Gubbio, invincibile! invincibile! Questa brutta
bestia, sicura che io, sapendola cosí protetta dalla padrona, non le allungherò
mai quel calcio che la sventrerebbe, che la ridurrebbe - le giuro signor Gubbio
- una poltiglia, mi fa con la piú irritante placidità tutti i dispetti possibili
e immaginabili, veri soprusi: mi sporca costantemente il tappeto dello studio:
si trattiene apposta di far per istrada i suoi bisogni, per venirmeli a fare sul
tappeto dello studio, e mica piccoli, sa? grandi e piccoli; si sdraja su le
poltrone, sul canapè dello studio; rifiuta i cibi e mi rosicchia tutti i panni
sporchi: ecco qua, tre fazzoletti jeri, e poi camíce, tovaglioli, asciugamani,
foderette; e bisogna ammirarla e ringraziarla, perché questo rosicchiamento sa
che significa per mia moglie? Affezione! Sicuro. Significa che la cagnetta sente
l'odore dei padroni. - Ma come? E se lo mangia? - Non sa quello che fa: cosí le
risponderebbe mia moglie. S'è rosicchiato piú di mezzo corredo. Devo star zitto,
abbozzare, abbozzare, perché subito altrimenti mia moglie troverebbe l'appiglio
per dimostrarmi ancora una volta quattro e quattr'otto, la mia brutalità.
Proprio cosí! Fortuna, signor Gubbio, sempre dico, fortuna che son medico! Ho
l'obbligo da medico, di capire che questo sviscerato amore per una bestia è
anch'esso un sintomo del male! Tipico, sa?
Stette a guardarmi un po', indeciso, perplesso: poi, indicandomi una sedia,
domandò:
- Permette?
- Ma si figuri! - gli dissi.
Sedette; riguardò uno dei fazzoletti, scrollando il capo; poi con un sorriso
squallido, quasi supplice:
- Non l'annojo, è vero? non la disturbo?
Lo assicurai calorosamente che non mi disturbava affatto
- So, vedo che lei è un uomo di cuore... mi lasci dire un uomo tranquillo, ma
che sa comprendere e compatire E io...
S'interruppe, turbato in volto, tese l'orecchio, s'alzò precipitosamente:
- Mi pare che Luisetta m'abbia chiamato...
Tesi anch'io l'orecchio, dissi:
- No, non mi pare.
Dolorosamente si portò le mani su la parrucca e se la calcò sul capo.
- Sa che m'ha detto jersera Luisetta? «Babbo, non ricominciare». Io sono,
signor Gubbio, un uomo esasperato! Per forza. Imprigionato qua in casa, dalla
mattina alla sera, senza veder mai nessuno, escluso dalla vita, non posso
sfogare la rabbia per l'iniquità della mia sorte! E Luisetta dice che faccio
scappare tutti gl'inquilini!
- Oh, ma io... - feci per protestare.
- No, è vero, sa? è vero! – m’interruppe Cavalena. –
E lei, che è cosí buono, mi deve promettere fin d'ora che, appena io la stanco,
appena io 1'annojo, mi prenderà per le spalle e mi butterà fuori dell'uscio! Me
lo prometta, per carità. Qua, qua: mi deve dar la mano, che farà cosí.
Gli diedi la mano, sorridendo:
- Ecco... come vuol lei... per contentarla.
- Grazie! Cosí sono piú tranquillo. Io sono cosciente, signor Gubbio, non creda!
Ma cosciente, sa di che? Di non essere piú io! Quando s'arriva a toccare questo
fondo, cioè a perdere il pudore della propria sciagura, l'uomo è finito! Ma io
non l'avrei perduto, questo pudore! Ero cosí geloso della mia dignità! Me l'ha
fatto perdere questa donna, gridando la sua follia. La mia sciagura è nota a
tutti, oramai! Ed è oscena, oscena, oscena.
- Ma no... perché?
- Oscena! - gridò Cavalena. - Vuol vederla? Guardi! Eccola qua!
E, in cosí dire, s'acciuffò con due dita la parrucca e se la tirò su dal capo.
Restai, quasi atterrito, a mirare quel cranio nudo, pallido, di capro
scorticato, mentre Cavalena, con le lagrime agli occhi, seguitava:
- Può non essere oscena, dica lei, la sciagura d'un uomo ridotto cosí e di cui
la moglie sia ancora gelosa?
- Ma se lei è medico! se lei sa che è una malattia! m'affrettai a dirgli,
afflitto, alzando le mani quasi per ajutarlo subito a ricalcarsi sul capo quella
parrucca.
Se la ricalcò, e disse:
- Ma appunto perché sono medico e so che è una malattia, signor Gubbio! Questa è
la sciagura! che sono medico! Se potessi non sapere ch'ella lo fa per pazzia, io
la caccerei fuori di casa, vede? mi separerei da lei, difenderei ad ogni costo
la mia dignità. Ma sono medico! so che è pazza! e so dunque che tocca a me
d'aver ragione per due, per me e per lei che non l'ha piú. Ma avere ragione, per
una pazza, quando la pazzia è cosí supremamente ridicola, signor Gubbio, che
significa? significa coprirsi di ridicolo, per forza! significa rassegnarsi a
sopportare lo strazio che questa pazza fa della mia dignità, davanti alla
figlia, davanti alle serve davanti a tutti, pubblicamente; ed ecco perduto il
pudore della propria sciagura!
- Papà!
Ah, questa volta sí, chiamò davvero la signorina Luisetta.
Cavalena subito si ricompose, si rassettò bene la parrucca sul capo, si raschiò
la gola per cangiar voce, e ne trovò un fina fina, carezzevole e sorridente, per
rispondere:
- Eccomi, Sesè.
E accorse, facendomi segno, con un dito, di tacere.
Uscii anch'io, poco dopo, dalla mia stanza per vedere il Nuti. Origliai un po'
dietro l'uscio della stanza. Silenzio. Forse dormiva. Restai un po' perplesso,
guardai l'orologio: era già l'ora di recarmi alla Kosmograph; solo non
avrei voluto lasciarlo, tanto piú che Polacco mi aveva raccomandato
espressamente di condurlo con me. A un tratto, mi parve di sentir come un
sospiro forte, d'angoscia. Picchiai all'uscio. Il Nuti dal letto, rispose:
- Avanti.
Entrai. La camera era al bujo. M'accostai al letto. Il Nuti disse:
- Credo... credo d'aver la febbre...
Mi chinai su lui; gli toccai una mano. Scottava.
- Ma sí! - esclamai. - Ha la febbre, e forte. Aspetti. Chiamo il signor
Cavalena. Il nostro padrone di casa è medico.
- No, lasci... passerà! - diss'egli. - È lo strapazzo.
- Certo, - risposi. - Ma perché non vuole che chiami Cavalena? Le passerà piú
presto. Permette che apra un po' gli scuri?
Lo guardai alla luce: mi fece spavento. La faccia color mattone, dura, tetra,
stirata; il bianco degli occhi, jeri insanguato divenuto quasi nero, tra le
borse orribilmente enfiate, i baffi scomposti, appiccicati su le labbra arse,
tumide, aperte.
- Lei deve star male davvero.
- Si, male... - disse. - La testa...
E levò una mano dalle coperte per posarsela a pugno chiuso su la fronte.
Andai a chiamar Cavalena che parlava ancora con la figliuola in fondo al
corridoio. La signorina Luisetta, vedendomi appressare, mi guardò con accigliata
freddezza.
Certo ha supposto che il padre m'ha già fatto un primo sfogo. Ahimè, mi vedo
condannato ingiustamente a scontare cosí la troppa confidenza che il padre
m'accorda.
La signorina Luisetta m'è già nemica. Ma non solo per la troppa confidenza del
padre, bensí anche per la presenza dell'altro ospite in casa. Il sentimento
destato in lei da quest'altro ospite fin dal primo istante, esclude l'amicizia
per me. L'ho subito avvertito. È vano ragionarci sopra. Sono quei moti segreti,
istintivi, onde si determinano le disposizioni dell'animo e per cui da un
momento all'altro, senza un perché apparente, si àlterano i rapporti tra due
persone. Certo, ora, la nimicizia sarà cresciuta per il tono di voce e la
maniera con cui io - avendo avvertito questo - quasi senza volerlo, annunziai
che Aldo Nuti stava a letto, in camera sua, con la febbre. Si fece pallida
pallida, in prima; poi, rossa rossa. Forse in quel punto stesso ella assunse
coscienza del sentimento ancora indeterminato d'avversione per me.
Cavalena accorse subito alla camera del Nuti; ella s'arrestò davanti all'uscio,
quasi non volesse farmi entrare tanto che fui costretto a dirle:
- Scusi, permette?
Ma, poco dopo, cioè quando il padre le ordinò d'andare a prendere il termometro
per misurare la febbre, entrò nella camera anche lei. Non le staccai un momento
gli occhi dal viso, e vidi che ella, sentendosi guardata da me, si sforzava
violentemente di dissimulare la pietà e insieme lo sgomento che la vista del
Nuti le cagionavano.
L'esame è durato a lungo. Ma, tranne la febbre altissima e il male alla testa,
Cavalena non ha potuto accertar altro. Usciti però dalla camera, dopo aver
richiuso gli scuri della finestra, perché l'infermo non può soffrire la luce,
Cavalena s'è mostrato costernatissimo. Teme che sia un'infiammazione cerebrale.
- Bisogna chiamar subito un altro medico, signor Gubbio! Io, anche perché
padrone di casa, capirà, non posso assumermi la responsabilità d'un male che
stimo grave.
M'ha dato un biglietto per quest'altro medico suo amico, che ha recàpito alla
prossima farmacia, e io sono andato a lasciare il biglietto, e poi, già in
ritardo, sono corso alla Kosmograph.
Ho trovato il Polacco su 1e spine, pentitissimo d'avere agevolato il Nuti in
questa folle impresa. Dice che non si sarebbe mai e poi mai immaginato di
vederlo nello stato in cui gli è apparso d'improvviso, inopinatamente, perché
dalle lettere di lui, prima dalla Russia, poi dalla Germania, poi dalla
Svizzera, non c'era da argomentarlo. Voleva mostrarmele, per sua
giustificazione; ma poi, tutt'a un tratto se n'è dimenticato. L'annunzio della
malattia l'ha quasi rallegrato o, per lo meno, sollevato da un gran peso, per il
momento.
- Infiammazione cerebrale? Oh senti, Gubbio, se morisse... Perdio, quando un
uomo si riduce a questi estremi, quando diventa pericoloso a sé e agli altri, la
morte... quasi quasi... Ma speriamo di no; speriamo che invece sia una crisi
salutare. Tante volte, chi sa! Mi dispiace tanto per te, povero Gubbio, e anche
per quel povero Cavalena... Questa tegola... Verrò, verrò stasera a trovarvi. Ma
è provvidenziale, sai? Qua finora, tranne te, non lo ha veduto nessuno; nessuno
sa che è arrivato. Silenzio con tutti, eh? M'hai detto che sarebbe prudente
togliere al Ferro la parte nel film della tigre.
- Ma senza fargli capire...
- Bambino! Parli con me. Ho pensato a tutto. Guarda: jersera, poco dopo che
siete andati via vojaltri, è venuta da me la Nestoroff.
- Ah sí? Qua?
- Deve aver fiutato in aria che il Nuti è arrivato. Caro mio, ha una gran paura!
Paura del Ferro, non del Nuti. È venuta a domandarmi... cosí, come se nulla
fosse, se era proprio necessario che ella seguitasse a venire alla Kosmograph,
e anche a stare a Roma, dal momento che, tra poco, tutt'e quattro le compagnie
saranno impegnate nel film della tigre, a cui ella non prenderà parte.
Capisci? Io ho colto la palla al balzo. Le ho risposto che il commendator
Borgalli ha ordinato che, prima che tutt'e quattro le compagnie siano impegnate,
si finisca d'iscenare quei tre o quattro films rimasti in sospeso per
alcuni esterni dal vero, per cui bisognerà andar lontano. C'è quello dei marinaj
d'Otranto, di cui ha dato il soggetto Bertini. «Ma io non ci ho parte», ha detto
la Nestoroff. «Lo so», le ho risposto, «ma ci ha parte il Ferro, la parte
principale, e forse sarebbe meglio, piú conveniente per noi, disimpegnarlo da
quella che si è assunta nel film della tigre, e mandarlo laggiú col
Bertini. Ma forse non vorrà accettare. Ecco, se lo persuadesse lei, signora
Nestoroff». Mi guardò negli occhi un pezzo... sai, come suol fare... poi disse:
«Potrei...». E infine, dopo aver pensato un po': «In questo caso, andrebbe lui
solo laggiú; io resterei qua, in sua vece, per qualche parte, anche secondaria,
nel film della tigre... »
- Ah, e allora no! - non ho potuto tenermi di dire a questo punto al Polacco. -
Solo, laggiú, Carlo Ferro non andrà, puoi esserne sicuro!
Polacco s’è messo a ridere.
- Bambino! Se colei vuole davvero, sta' certo che andrà! Anche all'inferno
andrà!
- Non capisco. E perché lei vuol rimanere qua?
- Ma non è vero! Lo dice... Non capisci che finge, per non darmi a vedere che
teme del Nuti? Andrà anche lei, vedrai. O forse... o forse... chi sa! Vorrà
davvero rimanere per incontrarsi qua, da sola, liberamente, col Nuti e fargli
passar la voglia di tutto. È capace di questo e d'altro; capace di tutto. Ah,
che guajo! Andiamo, andiamo intanto a lavorare. Oh, dimmi un po': la signorina
Luisetta? Bisogna che venga assolutamente per gli altri quadri del film.
Gli dissi delle furie della signora Nene, e che Cavalena il giorno avanti era
venuto per restituire (sebbene a malincuore, dal canto suo) il danaro e i
regalucci. Polacco ripeté che sarebbe venuto, la sera, in casa del Cavalena per
indurlo insieme con la signora Nene a far tornare la signorina Luisetta alla
Kosmograph. Eravamo già all'entrata del reparto del Positivo: finii
d'esser Gubbio e diventai una mano.
III
Ho interrotto per parecchi giorni queste mie note.
Sono stati giorni d'angoscia e di trepidazione. Non sono ancora del tutto
passati; ma ormai la tempesta, scoppiata terribile nell'anima di quest'infelice
che tutti qua a gara abbiamo assistito pietosamente e con tanta maggior
sollecitudine, in quanto che a tutti era poco meno che ignoto e quel che di lui
si sapeva e il suo aspetto e l'aria che recava con sé del suo destino
persuadevano alla commiserazione e a un vivo interessamento al suo tristissimo
caso; questa tempesta, dico, par che accenni di calmarsi a poco a poco. Se pure
non è un breve tregua. Lo temo. Spesso, nel forte d'un uragano, lo scoppio
formidabile d'un tuono riesce ad allargare un po' il cielo; ma, poco dopo, la
nuvolaglia, squarciata per un momento, torna a ragglomerarsi lenta lenta e piú
fosca, e l'uragano ingrossato si scatena di nuovo, piú furioso di prima. La
calma, infatti, in cui pare si raccolga a poco a poco l'anima del Nuti, dopo le
furie deliranti e l'orribile frenesia d tanti giorni, è tremendamente cupa,
proprio come quella d un cielo che si rincaverni.
Nessuno se n'accorge, o mostra d'accorgersene, forse per il bisogno che è in
tutti di trarre momentaneamente un respiro di sollievo dicendo che, a ogni modo,
il forte è passato. Dobbiamo, vogliamo rassettare un po', alla meglio, noi
stessi, e anche tutte le cose che ci stanno attorno, investite dal turbine della
pazzia; perché è rimasto non solo in tutti noi, ma pure nella stanza, negli
oggetti stessi della stanza, quasi un attonimento di stupore, un'incertezza
strana nell'apparenza delle cose, come un'aria di alienazione, sospesa e
diffusa.
Invano non s'assiste allo scoppio di un'anima che dal piú profondo scagli
sfranti e scompigliati i pensieri piú reconditi non confessati mai neppure a se
stessa, i sentimenti piú segreti e spaventosi, le sensazioni piú strane che
votano d'ogni senso consueto le cose, per darne loro subito un altro impensato,
con una verità che avventa e si impone, sconcerta e atterrisce. Il terrore sorge
dal riconoscere con un'evidenza spasimosa, che la pazzia s'annida e cova dentro
a ciascuno di noi e che un nonnulla potrebbe scatenarla: l'allentarsi per poco
di questa maglia elastica della coscienza presente: ed ecco che tutte le
immagini in tanti anni accumulate e ora vaganti sconnesse; i frammenti d'una
vita rimasta occulta, perché non potemmo o non volemmo rifletterla in noi al
lume della ragione; atti ambigui, menzogne vergognose, cupi livori, delitti
meditati all'ombra di noi stessi fino agli ultimi particolari, e ricordi obliati
e desiderii inconfessati, irrompono in tumulto, con furia diabolica, ruggendo
come belve. Piú d'una volta noi tutti ci guardammo con la pazzia negli occhi,
bastando il terrore dello spettacolo di quel pazzo, perché anche in noi si
allentasse un poco questa maglia elastica della coscienza. E anche ora guatiamo
obliquamente e andiamo a toccare con un senso di sgomento qualche oggetto della
stanza, che fu per poco illuminato sinistramente d'un aspetto nuovo, pauroso,
dall'allucinazione dell'infermo; e, andando nella nostra stanza, ci accorgiamo
con stupore e con raccapriccio che... sì, veramente, anche noi siamo stati
sopraffatti dalla pazzia, anche da lontano, anche soli: troviamo qua e là, segni
evidenti, tanti oggetti, tante cose stranamente fuor di posto.
Dobbiamo, vogliamo rassettarci, abbiamo bisogno di credere che l'infermo ora
stia cosí, in questa calma cupa, perché ancora stordito dalla violenza degli
ultimi accessi e ormai spossato, sfinito.
Basta a sostenere quest'inganno un lievissimo sorriso di gratitudine ch'egli
accenni appena appena con le labbra o con gli occhi alla signorina Luisetta:
fiato, larva di luce impercettibile, che non spira, a mio credere, dall'infermo,
ma è piuttosto soffuso sul volto di lui dalla dolce infermiera, appena s'accosti
e si chini sul letto.
Ahimè, com'è ridotta anche lei, la dolce infermiera! Ma nessuno se ne dà
pensiero; meno di tutti, lei stessa. Eppure la medesima tempesta ha schiantato e
travolto quest'innocente!
È stato uno strazio, di cui ancora forse neppur lei sa rendersi conto, perché
ancora forse ella non ha con sé, dentro di sé la propria anima. L'ha data a lui,
come cosa non sua, come una cosa ch'egli nel delirio si potesse appropriare per
averne refrigerio e conforto.
Io ho assistito a questo strazio. Non ho fatto nulla, né forse avrei potuto far
nulla per impedirlo. Ma vedo e confesso che ne sono rivoltato. Il che vuol dire
che il mio sentimento è compromesso. Temo infatti che, presto, dovrò fare a me
stesso un'altra confessione dolorosa.
È avvenuto questo: che il Nuti, nel delirio, ha scambiato la signorina Luisetta
per Duccella, e, dapprima, ha inveito furibondo contro di lei, gridandole in
faccia ch'era iniqua la sua durezza, la sua crudeltà per lui, non avendo egli
nessuna colpa nell'uccisione del fratello, il quale da sé, come uno stupido,
come un pazzo, s'era ucciso per quella donna; poi, appena ella, vinto il primo
terrore, intendendo a volo l'allucinazione dell'infermo, gli s'è accostata
pietosa, non ha piú voluto lasciarla un momento, se l'è tenuta stretta a sé,
singhiozzandole perdutamente e mormorandole le parole piú cocenti e piú tenere
d'amore, e carezzandola o baciandole le mani, i capelli, la fronte.
Ed ella ha lasciato fare. E tutti gli altri han lasciato fare. Perché quelle
parole, quelle carezze, quegli abbracci, quei baci, non erano mica per lei:
erano per un'allucinazione, nella quale il delirio di lui si placava. E dunque
bisognava lasciarlo fare. Ella, la signorina Luisetta, faceva pietosa e amorosa
la sua anima per conto d'un'altra; e quest'anima, fatta cosí pietosa e amorosa,
la dava a lui, come cosa non sua, ma di quell'altra, di Duccella. E mentr'egli
s'appropriava quest'anima, ella non poteva, non doveva appropriarsi quelle
parole, quelle carezze, quei baci... Ma ne ha tremato in tutte le fibre del
corpo, la povera piccina, già disposta fin dal primo momento ad avere tanta
pietà per quest'uomo che tanto soffriva a causa dell'altra donna! E non già per
sé, che ne aveva veramente pietà, le è toccato d'esser pietosa, ma per
quell'altra, ch'ella naturalmente ritiene dura e crudele. Ebbene, ha dato a
costei la sua pietà, perché la rivolgesse a lui e da lui - attraverso il corpo
di lei - si facesse amare e carezzare. Ma l'amore, l'amore, chi lo dava? Doveva
darlo lei, l'amore, per forza, insieme con quella pietà. E la povera piccina
l'ha dato. Sa, sente d'averlo dato lei, con tutta l'anima, con tutto il cuore; e
invece deve credere d'averlo dato per quell'altra.
N'è seguito questo: che mentr'egli, ora, rientra a poco a poco in sé e si
riprende e si richiude fosco nella sua sciagura; ella resta come vuota e
smarrita, come sospesa, senza piú sguardo, quasi alienata d'ogni senso, una
larva, quella larva che è stata nell'allucinazione di lui. Per lui la larva è
scomparsa, e con la larva, l'amore. Ma questa povera piccina, che s'è vòtata per
riempire quella larva di sé, del suo amore, della sua pietà, è rimasta lei, ora,
una larva; e lui non se n'accorge! Le sorride appena, per gratitudine. Il
rimedio ha giovato: l'allucinazione è svanita: basta, ora, eh?
Non me ne dorrei tanto, se per tutti questi giorni non mi tossi veduto costretto
a dare anch'io la mia pietà, a spendermi, a correre di qua e di là, a vegliare
parecchie notti di seguito, non per un sentimento mio vero e proprio, che mi
fosse cioè ispirato dal Nuti, come avrei voluto, ma per un altro sentimento,
pure di pietà, ma di pietà interessata, tanto interessata, che mi faceva e mi fa
tuttora apparire falsa e odiosa quella che dimostravo e dimostro tuttora al
Nuti.
Sento che, assistendo allo strazio, certo involontario, ch'egli ha fatto del
cuore della signorina Luisetta, io, volendo obbedire al vero sentimento mio,
avrei dovuto ritrarre la mia pietà da lui. L'ho ritratta veramente, dentro di
me, per rivolgerla tutta a quel povero coricino straziato, ma ho seguitato a
dimostrarla a lui perché non potevo farne a meno, obbligato dal sacrifizio di
lei, ch'era il maggiore. Se ella infatti si prestava a soffrire quello strazio
per pietà di lui, potevo io, potevano gli altri tirarsi indietro da
premure, da fatiche, da attestazioni di carità molto minori? Tirarmi indietro
voleva dire riconoscere e dare a vedere ch'ella non soffriva quello strazio
per pietà
soltanto, ma anche per amore di lui, anzi sopra tutto per amore. E questo
non si poteva, non si doveva. Io ho dovuto fingere, perché ella doveva credere
di dare a lui il suo amore per quell'altra. E ho finto, pur disprezzandomi,
meravigliosamente. Cosí soltanto ho potuto modificare le sue disposizioni
d'animo per me; rifarmela amica. Ma pure, mostrandomi per lei cosí pietoso verso
il Nuti, ho perduto forse l'unico mezzo che mi restasse per richiamarla in sé:
dimostrarle, cioè, che Duccella, per conto della quale ella crede d'amarlo, non
ha nessuna ragione d'esser pietosa per lui. Dando a Duccella la sua realtà vera,
la larva di lei, quella larva amorosa e pietosa, in cui ella, la signorina
Luisetta, s'è tramutata, dovrebbe scomparire, e restar lei, la signorina
Luisetta, col suo amore ingiustificato e non richiesto da lui: perché egli da
quella, e non da lei, l'ha richiesto, e lei per quella e non per sé gliel'ha
dato, cosí, davanti a tutti.
Sí, ma se io so ch'ella veramente gliel'ha dato, sotto questa pietosa finzione,
che vado adesso sofisticando?
Come Aldo Nuti crede dura e crudele Duccella, ella crederebbe duro e crudele me,
se le strappassi questa finzione pietosa. Ella è una Duccella finta, appunto
perché ama, e sa che la Duccella vera non ha nessuna ragione d'amare; lo sa per
il fatto stesso che Aldo Nuti, ora che l'allucinazione gli è svanita, non vede
piú in lei l'amore, e squallidamente la ringrazia appena appena della pietà.
Forse, a costo di soffrire un po' piú, ella potrebbe riaversi, solo a patto che
Duccella diventasse lei, veramente, pietosa, sapendo in quali condizioni s'è
ridotto l'antico fidanzato, si presentasse qua, davanti al letto ov'egli giace,
per ridargli il suo amore e salvarlo.
Ma Duccella non verrà. E la signorina Luisetta seguiterà a credere davanti a
tutti e anche davanti a se stessa, in buona fede, di amare per conto di lei Aldo
Nuti.
IV
Come sono sciocchi tutti coloro che dichiarano la vita un mistero, infelici che
vogliono con la ragione spiegarsi quello che con la ragione non si spiega!
Porsi davanti la vita come un oggetto da studiare, è assurdo, perché la vita,
posta davanti cosí, perde per forza ogni consistenza reale e diventa
un'astrazione vuota di senso e di valore. E com'è piú possibile spiegarsela?
L'avete uccisa. Potete tutt'al piú, farne l'anatomia.
La vita non si spiega; si vive.
La ragione è nella vita; non può esserne fuori. E la vita non bisogna porsela
davanti, ma sentirsela dentro, e viverla. Quanti, usciti da una passione, come
si esce da un sogno, noi si domandano:
- Io? com'ho potuto esser cosí? far questo?
Non se lo sanno piú spiegare; come non sanno spiegarsi che altri possa dare
senso e valore a certe cose che per essi non ne hanno piú nessuno o non ne hanno
ancora. La ragione, che è in quelle cose, la cercano fuori. Possono trovarla?
Fuori della vita non c'è nulla. Avvertire questo nulla, con la ragione che si
astrae dalla vita, è ancora vivere, è ancora un nulla nella vita: un
sentimento di mistero: la religione. Può essere disperato, se senza illusioni;
può placarsi rituffandosi nella vita, non piú di qua, ma di là, in quel nulla,
che diventa subito tutto.
Com'ho capito bene queste cose in pochi giorni, da che sento veramente! Dico, da
che sento anche me, perché gli altri li ho sentiti sempre in me, e m'è
stato facile perciò spiegarmeli e compatirli.
Ma il sentimento che ho di me, in questo momento, è amarissimo.
Per causa vostra, signorina Luisetta, che pur siete tanto pietosa! Ma appunto
perché siete cosí pietosa. Non ve lo posso dire, non ve lo posso far capire. Non
vorrei dirmelo, non vorrei capirlo neanche io. Ma no, io non sono piú una
cosa, e questo mio silenzio non è piú silenzio di cosa. Volevo farlo
avvertire agli altri, questo silenzio, ma ora lo soffro io, tanto!
Séguito, pur non di meno, ad accogliervi dentro tutti. Sento però che ora mi
fanno male tutti quelli che vi entrano, come in un luogo di sicura ospitalità.
Il mio silenzio vorrebbe chiudersi sempre di piú attorno a me.
Ecco qua, intanto, Cavalena che ci s'è allogato, pover'uomo, come a casa sua.
Viene, appena può, a riparlarmi con sempre nuovi argomenti, o per futilissimi
pretesti, della sua sciagura. Mi dice che non è possibile, a causa della moglie,
tenere ancora alloggiato qua il Nuti, e che bisognerà trovargli posto altrove,
appena rimesso. Due drammi, uno accanto all'altro, non è possibile tenerli.
Specialmente perché il dramma del Nuti è un dramma di passione, di donne...
Cavalena ha bisogno d'inquilini giudiziosi e composti. Pagherebbe, perché tutti
gli uomini fossero serii, dignitosi, intemerati e godessero un'incontrastata
fama d'illibatezza, sotto cui schiacciare il mal'animo della moglie accanito
contro tutto il genere mascolino. Gli tocca ogni sera pagar la pena - il fio,
dice lui - di tutte le malefatte degli uomini, registrate nella cronaca dei
giornali, come se fosse lui l'autore o il complice necessario d'ogni seduzione,
d'ogni adulterio.
- Vedi? - gli grida la moglie, con l'indice appuntato Vedi di che cosa siete
capaci vojaltri?
E invano il poveretto si prova a farle osservare che, in ogni caso d'adulterio,
per ogni uomo malvagio che tradisca la moglie, bisogna pure che ci sia una donna
malvagia complice del tradimento. Crede d'aver trovato un argomento vittorioso,
Cavalena, e invece si vede davanti la bocca della signora Nene accomodata ad O
col dito dentro, nel solito gesto che significa:
- Sciocco!
Bella logica! Si sa! E non odia difatti la signora Nene anche tutto il genere
femminino?
Trascinato dalle argomentazioni fitte, incalzanti di quella terribile pazzia
ragionante che non s'arresta di fronte ad alcuna deduzione, egli si trova
sempre, alla fine, smarrito o sbalordito, in una situazione falsa, da cui non sa
piú come uscire. Ma per forza! Se è costretto ad alterare, a complicare le cose
piú ovvie e naturali, a nascondere gli atti piú semplici e più comuni: una
conoscenza, una presentazione, un incontro fortuito, uno sguardo, un sorriso,
una parola, nei quali la moglie sospetterebbe chi sa quali segrete intese e
tranelli; per forza, anche discutendo con lei astrattamente, debbono venir fuori
incidenti, contraddizioni, che a un tratto, inopinatamente, lo scoprono e lo
rappresentano, con tutta l'apparenza della verità, bugiardo e impostore.
Scoperto, preso nel suo stesso inganno innocente, ma che egli medesimo ormai
vede che non può parer piú tale agli occhi della moglie; esasperato, con le
spalle al muro, contro l'evidenza stessa, s’ostina tuttavia a negare, ed ecco
che, tante volte, per nulla, avvengono liti, scenate, e Cavalena scappa di casa
e sta fuori quindici o venti giorni, finché non gli ritorna la coscienza d'esser
medico e il pensiero della figliuola abbandonata, «povera cara animuccia bella»,
com'egli la chiama.
È per me un gran piacere, quand'egli si mette a parlarmi di lei; ma appunto per
questo non faccio mai nulla per provocarne il discorso: mi parrebbe
d'approfittare vilmente della debolezza del padre, per penetrare, attraverso le
confidenze di lui, nell'intimità di quella «povera cara animuccia bella». No,
no! Tante volte sono anche sul punto d'impedirgli di seguitare.
Pare mill'anni a Cavalena che la sua Sesè sposi, abbia la sua vita fuori
dell'inferno di questa casa! La mamma, invece, non fa altro che gridarle tutti i
giorni:
- Non sposare, bada! Non sposare, sciocca! Non commettere questa pazzia!
- E Sesè? Sesè?- mi vien voglia di domandargli; ma, al solito, mi sto zitto.
La povera Sesè, forse, non sa neppur lei che cosa vorrebbe. Forse, certi giorni,
insieme col padre, vorrebbe che fosse domani; cert'altri giorni proverà il piú
acerbo dispetto nel sentirne fare qualche accenno velato ai genitori. Perché
certo questi, con le loro indegne scenate, debbono averle strappate tutte le
illusioni, tutte, tutte, a una a una, mostrandole attraverso gli strappi le
crudezze piú nauseose della vita coniugale.
Le hanno impedito, intanto, di procurarsi altrimenti la liberti i mezzi di
bastare fin da ora a se stessa, da potersene andare lontano da questa casa, per
conto suo. Le avranno detto che, grazie a Dio, non ne ha bisogno, lei: figlia
unica, avrà per sé domani la dote della mamma. Perché avvilirsi a far la maestra
o attendere a qualche altro ufficio? Può leggere, studiare quel che le piace,
sonare il pianoforte, ricamare, libera in casa sua.
Bella libertà!
L'altra sera, sul tardi, quando tutti abbiamo lasciato la camera del Nuti già
addormentato, l'ho vista seduta nel balconcino. Stiamo nell'ultima casa di via
Veneto, e abbiamo davanti l'aperto di Villa Borghese. Quattro balconcini
all'ultimo piano, sul cornicione della casa. Cavalena stava seduto a un altro
balconcino, e pareva assorto a guardare le stelle.
A un tratto, con una voce che arrivò come da lontano; quasi dal cielo, soffusa
d'un accoramento infinito, gli ho sentito dire:
- Sesè, vedi le Plejadi?
Ella ha finto di guardare: forse aveva gli occhi pieni di lagrime.
E il padre:
- Eccole là... sul tuo capo... quel gruppetto di stelle... le vedi?
Gli fe' cenno di sí, che le vedeva.
- Belle, no, Sesè? E vedi là Capella, come arde?
Le stelle... Povero papà! bella distrazione... E con una mano s'aggiustava, si
carezzava su le tempie i cernecchi arricciolati della parrucca artistica, mentre
con l'altra mano... che? ma sí... aveva sulle ginocchia Piccinì, la sua nemica,
e le carezzava la testina... Povero papà! Doveva essere in uno dei suoi momenti
piú tragici e patetici!
Veniva dalla Villa un fruscío di foglie lungo lento lieve dalla via deserta
qualche suono di passi e il rapido fragorío scalpitante di qualche vettura
frettolosa. Il tintinnío del campanello e il protratto ronzío della carrúcola
scorrente lungo il filo elettrico delle linee tramviarie pareva strappasse e si
strascinasse dietro con violenza la via, con le case e gli alberi. Poi taceva
tutto, e nella calma stanca riassommava un suono remoto di pianoforte chi sa da
quale casa. Era un suono lene, come velato, malinconico, che attirava l'anima,
la fissava in un punto, quasi per darle modo d'avvertire quanto fosse grave la
tristezza sospesa da per tutto.
Ah, sí - forse pensava la signorina Luisetta - sposare... S'immaginava, forse,
che sonava lei, in una casa ignota, remota, quel pianoforte, per addormentar la
pena dei tristi ricordi lontani, che le hanno avvelenato per sempre la vita. Le
sarà possibile illudersi? potrà far che non cadano avvizzite, come fiori,
all'aria muta, diaccia d'una sconfidenza ormai forse invincibile tutte le grazie
ingenue, che di tanto in tanto le sorgono dall'anima ?
Noto ch'ella si guasta, volontariamente; si fa talvolta dura, ispida, per non
parer tenera e credula. Forse vorrebbe esser gaja, vispa, come piú d'una volta,
in qualche momento lieto d'oblio, appena levata di letto, le suggeriscono gli
occhi, dallo specchio: quei suoi occhi, che riderebbero tanto volentieri,
brillanti e acuti, e che ella condanna a parere invece assenti, o schivi e
scontrosi. Poveri occhi belli! Quante volte sotto le ciglia aggrottate non li
fissa nel vuoto, mentre per le nari trae un lungo sospiro silenzioso, quasi non
volesse farlo sentire a se stessa! E come le si velano e le cangiano di colore,
ogni qual volta trae uno di questi sospiri silenziosi!
Certo, deve avere imparato da un pezzo a diffidare delle sue impressioni, per il
timore forse non le si attacchi a poco poco la stessa malattia della madre. Lo
dimostra chiaramente l'improvviso scomporsi delle espressioni in lei, certi
subitanei pallori dopo un subitaneo invermigliarsi di tutto il viso, un
sorridente rasserenarsi del volto dopo un atteggiamento fosco repentino. Chi sa
quante volte, andando per via col padre e la madre, non si sentirà ferire d'ogni
suono di risa, e quante volte non proverà la strana impressione che pur
quell'abitino azzurro, di seta svizzera, lieve lieve, le pesi addosso come una
casacca di reclusa e che il cappello di paglia le schiacci la testa; e la
tentazione di stracciare quella seta azzurra, di strapparsi dal capo quella
paglia e sbertucciarla con ambo le mani furiosamente e scaraventarla... in
faccia all mamma? no... in faccia al babbo, allora? no..., per terra, per terra,
pestando i piedi. Perché sí, le parrà una buffonata, una farsa sconcia, andare
cosí parata, da personcina per bene, da signorina che s'illuda di far la sua
figura, o che magari dia a vedere d'aver qualche bel sogno per la mente, quando
poi in casa e anche per via, quanto c'è di piú làido, di piú brutale, di piú
selvaggio nella vita debba scoprirsi e saltar fuori, in quelle scenate quasi
cotidiane tra i suoi genitori, ad affogarla di tristezza e d'onta e di schifo.
Di questo, sopra tutto, mi pare che sia ormai profondamente compenetrata: che
nel mondo, cosí come se lo creano e glielo creano attorno i suoi genitori col
loro comico aspetto, con la grottesca ridicolaggine di quella furiosa gelosia,
col disordine della loro vita, non ci può esser posto, aria e luce per la sua
grazia. Come potrebbe la grazia farsi avanti, respirare, avvivarsi di un qualche
tenue color gajo e arioso, in mezzo a quel ridicolo che la trattiene e la
soffoca e l'oscura?
È come una farfalla fissata crudelmente con uno spillo, ancora viva. Non osa
batter le ali, non solo perché non spera di liberarsi, ma anche e piú per non
farsi scorgere troppo.
V
Sono capitato proprio in un terreno vulcanico. Eruzioni e terremoti senza fine.
Vulcano grosso, in apparenza vestito di neve, ma dentro in perfetta ebullizione,
la signora Nene. Si sapeva. Ma si è scoperto ora, inaspettatamente, e ha avuto
la prima eruzione, un vulcanino, nel cui grembo il fuoco covava nascosto e
minaccioso, per quanto acceso da pochi giorni soltanto.
Ha suscitato il cataclisma una visita di Polacco, questa mattina. Venuto per
insistere nella sua opera di persuasione sul Nuti, perché vada via da Roma e se
ne ritorni a Napoli a raffermare la convalescenza e perché poi magari riprenda a
viaggiare per distrarsi e guarire del tutto; ha avuto l'ingrata sorpresa di
trovare il Nuti in piedi, cadaverico, coi baffi già rasi a dimostrare la ferma
intenzione di mettersi subito, fin da oggi, a far l'attore alla Kosmograph.
Se li è rasi da sé, appena levato di letto. È stata anche per tutti noi una
sorpresa, perché fino a jersera il medico gli ha raccomandato calma assoluta,
riposo, e di non lasciare il letto se non per qualche oretta, la mattina; e
jersera egli aveva risposto di sí, che avrebbe obbedito a queste prescrizioni.
Siamo rimasti a bocca aperta nel vedercelo davanti così raso, svisato, con
quella faccia da morto, non ben sicuro ancora su le gambe, elegantissimamente
vestito.
S'era ferito un po', radendosi, all'angolo sinistro della bocca; e i grumetti di
sangue, nerastri su la ferita, spiccavano nel torbido pallore del volto. Gli
occhi, ch'ora sembravano enormi, con le pàlpebre inferiori quasi stirate dalla
magrezza, cosí che mostrano il bianco del globo sotto il cerchio della cornea,
avevano di fronte al nostro stupore doloroso un'espressione atroce, quasi
malvagia, di dispetto cupo, d'odio.
- Ma come! - esclamò Polacco.
Contrasse il volto, quasi digrignando, e alzò le mani, con un fremito nervoso in
tutte le dita; poi, a bassissima voce, anzi quasi senza voce, disse:
- Lasciami, lasciami fare!
- Ma se non ti reggi in piedi! - gli gridò Polacco.
Si voltò a guardarlo biecamente:
- Posso. Non mi seccare. Ho bisogno... bisogno d'uscire... d'un po' d'aria.
- Forse è un po' troppo presto, ecco... - si provò a fargli notare Cavalena -
se... se mi permette di...
- Ma se dico che mi sento d'uscire! - lo interruppe Nuti, attenuando appena con
una smorfia di sorriso l'irritazione che traspariva dalla voce.
Questa irritazione nasce in lui dalla volontà di staccarsi dalle cure che finora
ci siamo prese di lui e che ci han potuto dare (non a me, veramente) l'illusione
ch'egli in certo qual modo ormai ci appartenga, sia un po' nostro. Avverte che
questa volontà è trattenuta dai riguardi per il debito di gratitudine contratto
con noi, e non vede altro mezzo di spezzar questo legame di riguardi, che
mostrando dispetto e disprezzo per la sua salute e la sua salvezza, di modo che
sorga in noi lo sdegno per le cure che ce ne siamo date, e questo sdegno,
allontanandolo subito da noi, lo assolva da quel debito di gratitudine. Chi sia
in quest'animo, non ardisce di guardare in faccia. E difatti egli, questa
mattina, non ha potuto guardar bene in faccia nessuno di noi.
Polacco, di fronte a una cosí decisa risoluzione, non ha piú veduto altro scampo
che mettergli attorno a custodirlo e, occorrendo, a pararlo, quanti piú di noi
era possibile, e segnatamente una che piú di tutti gli s'è mostrata pietosa e a
cui egli perciò deve un maggior riguardo; e, prima d'andar via con lui, pregò
insistentemente Cavalena di raggiungerlo subito alla Kosmograph con la
signorina Luisetta e con me. Disse che la signorina Luisetta non poteva piú
lasciare a mezzo quel film, a cui per combinazione s'era trovata a
prender parte, e che del resto sarebbe stato un vero peccato, perché a giudizio
di tutti in quella breve e non facile particina aveva dimostrato una
meravigliosa attitudine che poteva fruttarle, per suo mezzo, una scrittura alla
Kosmograph, un guadagno facile, sicuro, dignitosissimo, sotto la scorta del
padre.
Vedendo Cavalena approvare con entusiasmo la proposta, fui piú volte sul punto
d'accostarmigli per tirargli sotto sotto la giacca.
Quel che temevo, difatti, è avvenuto.
La signora Nene ha creduto che fosse tutta una combinazione del marito la visita
mattutina di Polacco, la risoluzione improvvisa del Nuti, la proposta di
scrittura alla figliuola, per andare a coccolarsi in mezzo alle giovani attrici
della Kosmograph. E appena andato via il Polacco col Nuti, il vulcano ha
avuto una tremenda eruzione.
Cavalena, dapprima, s'è provato a tenerle testa, mettendo avanti la
costernazione per il Nuti che evidentemente - come non capirlo, Dio mio? - aveva
suggerito a Polacco quella proposta di scrittura. Che? non le importava un corno
del Nuti? Ma non glien'importava un corno neanche a lui! Andasse pure a rompersi
il collo il Nuti cento volte, se una non bastava! Bisognava acciuffar la fortuna
di quella proposta di scrittura per Luisetta! Compromissione? Che
compromissione, sotto gli occhi del padre?
Ma presto, da parte della signora Nene, finirono le ragioni e cominciarono le
ingiurie, i vituperii, con tale violenza, che Cavalena, alla fine, indignato,
esasperato, furibondo, è scappato via di casa.
Gli son corso dietro per le scale, per via, cercando in tutti i modi
d'arrestarlo, ripetendogli non so piú quante volte:
- Ma lei è medico! ma lei è medico!
Che medico e medico! In questo momento era una bestia che fuggiva infuriata. E
ho dovuto lasciarlo fuggire, perché non seguitasse a gridare per istrada.
Ritornerà quando si sarà stancato di correre, quando di nuovo l'ombra del suo
tragicomico destino, o piuttosto della coscienza, gli si parerà davanti con la
pergamena scartocciata della vecchia laurea di medicina.
Intanto, respirerà un poco, fuori.
Rientrando in casa, vi ho trovato, con mia grande e dolorosa sorpresa, in
eruzione il vulcanino; in un'eruzione cosí violenta, che il vulcano grosso n'era
quasi sbigottito.
Non pareva piú lei, la signorina Luisetta! Tutto lo sdegno accumulato in tanti
anni fin dall'infanzia trascorsa senza mai un sorriso in mezzo alle liti e allo
scandalo; tutte le vergogne, a cui l'avevano fatta assistere, buttava in faccia
alla madre e alle spalle del padre che fuggiva. Ah, si dava pensiero adesso la
madre della compromissione di lei? Quando per tanti anni con quella stupida,
vergognosa pazzia, le aveva distrutto l'esistenza, irreparabilmente! Affogata
nella nausea, nello schifo d'una famiglia, a cui nessuno poteva accostarsi senza
scherno! Non era compromissione forse, tenerla legata a quella vergogna? Non
udiva le risa che tutti facevano di lei e di quel padre? Basta! basta! basta!
Non voleva piú lo strazio di quelle risa; voleva sciogliersi da quella vergogna,
e scapparsene per la via che le s'apriva davanti, non cercata, dove nulla le
sarebbe potuto capitare di peggio! Via! via! via!
Si volse a me, tutta accesa e vibrante:
- M'accompagni lei, signor Gubbio! Vado di là a mettermi il cappello, e andiamo,
andiamo via subito!
Corse alla sua stanza. Io mi voltai a guardare la madre. Rimasta come basita
davanti alla figliuola che insorgeva alla fine a schiacciarla con una condanna
che all'improvviso ella sentiva tanto piú meritata, in quanto sapeva che il
pensiero della compromissione della figlia non era altro, in fondo, che una
scusa messa avanti per impedire al marito di accompagnarla alla Kosmograph;
ora, davanti a me, col capo abbandonato, le mani sul seno si provava con affanno
mugolante, a sciogliere il pianto dalle viscere sospese e contratte.
Mi fece pena.
A un tratto, prima che la figliuola sopravvenisse, si tolse quelle mani dal seno
e le congiunse in preghiera, senza poter parlare, con tutto il volto contratto
in attesa del pianto che ancora non riusciva a tirar su. Cosí, con quelle mani
mi disse ciò che con la bocca, certo, non mi avrebbe detto. Poi se le portò al
volto e si mosse al sopravvenire della figliuola.
Io indicai a questa, pietosamente, la mamma che s'avviava singhiozzando alla sua
stanza.
- Vuole che vada via sola? - minacciò con rabbia la signorina Luisetta.
- Vorrei, - le risposi, dolente, - che almeno si calmasse, prima, un poco.
- Mi calmerò per via, - disse. – Andiamo, andiamo!
E, poco dopo, montati in vettura in capo a via Veneto, soggiunse:
- Vedrà, del resto, che troveremo certamente papà alla Kosmograph.
Perché volle aggiungere questa considerazione? Per liberarmi del pensiero della
responsabilità che mi faceva assumere, obbligandomi ad accompagnarla? Dunque non
è ben sicura d'esser libera d'agire a suo talento. Difatti, subito riprese:
- Le pare una vita possibile?
- Ma se è una manía! - le feci notare. Se è, come dice suo papà, una forma
tipica di paranoja?
- Va bene, sí, ma appunto per questo! È possibile vivere cosí? Quando si hanno
di queste disgrazie, non ci può esser piú casa; non c'è piú famiglia; piú nulla.
È una continua violenza, una disperazione, creda! Non se ne può piú! Che c'è da
fare? che c'è da impedire? Chi scappa di qua, chi di là. Tutti vedono, tutti
sanno. La nostra casa è aperta. Non c'è piú nulla da custodire! Siamo come in
piazza. È una vergogna! una vergogna! Del resto, chi sa! forse cosí, opponendo
violenza a violenza, ella si scoterà da questa manía che sta facendo impazzire
tutti! Per lo meno, farò qualche cosa... vedrò, mi muoverò... mi scoterò anch'io
da quest'avvilimento, da questa disperazione!
Ma se per tanti anni l'ha sopportata, questa disperazione, come mai, ora tutt'a
un tratto, - mi veniva di domandarle, - una cosí fiera ribellione?
Se subito dopo quella particina rappresentata al Bosco Sacro, Polacco le avesse
proposto di scritturarla alla Kosmograph, non si sarebbe tirata indietro,
quasi con orrore? Ma sí, certo! Pur essendo la sua famiglia nelle medesime
condizioni.
Ora, invece, eccola qua che corre con me alla Kosmograph! Per
disperazione? Sí, ma non a causa di quella sua mamma senza pace.
Come s'è fatta pallida, come s’è sentita mancar tutta, appena il babbo, il
povero Cavalena, come uno spiritato ci s'è fatto innanzi su l'entrata della
Kosmograph ad annunziarci che «lui», Aldo Nuti, non c'era, e che Polacco
aveva telefonato alla Direzione, che per quel giorno non sarebbe venuto,
dimodoché non restava piú da far altro che tornare indietro.
- Io, no, purtroppo, - dissi a Cavalena. - Bisogna che resti, io; sono già in
gran ritardo. Accompagnerà lei a casa la signorina.
- No no no no, - gridò precipitosamente Cavalena. La terrò con me tutto il
giorno; ma poi la riporterò qua, e mi farà il piacere di riaccompagnarla lei a
casa, signor Gubbio, o andrà sola. Io, niente; io non metterò piú piede a casa
mia! Basta ormai ! basta ! basta!
E se n'andò, accompagnando la protesta con un gesto espressivo del capo e delle
mani. La signorina Luisetta seguí il padre, mostrando chiaramente negli occhi di
non vedere piú la ragione di quanto aveva fatto. Com'era fredda la manina che mi
porse, e come assente lo sguardo e vuota la voce quando si volse per salutarmi e
per dirmi:
- A piú tardi...
I
Dolce e fredda, la polpa delle pere d'inverno, ma spesso, qua e là, s'indurisce
in qualche nodo aspro. I denti van per mordere, trovano quel duro e allegano.
Cosi è della situazione nostra, che potrebbe esser dolce e fredda, almeno per
due di noi, se non ci sentissimo l'intoppo d'un che di aspro e duro.
Andiamo insieme, da tre giorni, ogni mattina, la signorina Luisetta, Aldo Nuti e
io, alla Kosmograph.
Tra me e il Nuti, la signora Nene, affida a me, non certo al Nuti, la figliuola.
Ma questa, tra il Nuti e me, ha certo piú l'aria di andare col Nuti, che di
venire con me.
Intanto: io vedo la signorina Luisetta, e non vedo il Nuti; la signorina
Luisetta vede il Nuti e non vede me; il Nuti non vede né me, né la signorina
Luisetta.
Cosí andiamo, tutti e tre accanto, ma senza vederci l'uno con l'altro.
La fiducia della signora Nene dovrebbe irritarmi, dovrebbe... - che altro?
Niente. Dovrebbe irritarmi, dovrebbe avvilirmi: invece, non mi irrita, non mi
avvilisce. Mi commuove, invece. Quasi per farmi maggior dispetto.
Ecco, la ragiono questa fiducia, per cercare di vincere la dispettosa
commozione.
È certo uno straordinario attestato d'incapacità, per un verso; di capacità, per
un altro. Questo - dico l'attestato di capacità - potrebbe, in certo qual modo,
lusingarmi; ma quello è sicuro che dalla stessa signora Nene non mi è dato senza
una lieve punta di commiserazione derisoria.
Un uomo, incapace di far male, per lei, non può essere un uomo. Non sarà dunque
neppure da uomo quell'altra mia capacità.
Pare che non si possa fare a meno di commettere il male, per essere stimati
uomini. Per conto mio, io so bene, benissimo, d'essere uomo: male, n'ho
commesso, e tanto! Ma sembra che gli altri non se ne vogliano accorgere. E
questo mi fa rabbia. Mi fa rabbia perché, costretto a prendermi quella patente
d'incapacità - che è, che non è - mi trovo addosso talvolta, imposta dalla
soperchieria altrui, una bellissima cappa d'ipocrisia. E quante volte sbuffo
sotto questa cappa! Non mai tante volte, certo, come di questi giorni. Quasi
quasi mi verrebbe voglia di mettermi a guardare la signora Nene negli occhi in
un certo modo, che... No, no, via, povera donna! S'è cosí ammansita, tutt'a un
tratto, cosí imbalordita anzi, dopo quella sfuriata della figliuola e questa
risoluzione improvvisa di mettersi a far l'attrice di cinematografia! Bisogna
vederla quando, poco prima d'andar via, ogni mattina, mi s'accosta e, dietro le
spalle della figliuola, levando appena appena le mani, furtivamente, con occhi
pietosi:
- Gliela raccomando, - mi bisbiglia.
La situazione, appena arrivati alla Kosmograph, cangia e si fa molto
seria, non ostante che su l'entrata, ogni mattina, troviamo - puntualissimo e
tutto sospeso in un'ansia trepida Cavalena. Gli ho già detto, l'altro jeri e
anche jeri, del cambiamento della moglie; ma Cavalena non accenna ancora di
ridiventar medico. Che! che! L'altro jeri e jeri, m'è quasi svanito davanti in
un'aria distratta, come per non lasciarsi prendere da quel che gli dicevo:
- Ah, si? Bene, bene...- ha detto. - Ma io, per ora... Come dice? No, scusi,
credevo... Contento, sa? Ma se torno, è tutto finito. Dio liberi! Qua ora
bisogna assodare, assodare la posizione di Luisetta e la mia.
Eh sí, assodare: sono come per aria il papà e la figliuola. Penso che la loro
vita potrebbe esser facile e comoda e svolgersi in una dolce pace serena. C'è la
dote della mamma; Cavalena, brav'uomo, potrebbe attendere tranquillamente alla
sua professione; non avrebbero bisogno d'estranei per casa, e la Signorina
Luisetta sul davanzale della finestra d'una quieta casetta al sole potrebbe
graziosamente coltivare come fiori i piú bei sogni di giovinetta. Nossignori!
Questa che dovrebbe essere la realtà, come tutti la vedono, perché tutti
riconoscono che la signora Nene non ha proprio nessunissima ragione di
tormentare il marito, questa che dovrebbe essere la realtà, dicevo, è un sogno.
La realtà, invece, deve essere un'altra, lontanissima da questo sogno. La realtà
è la follia della signora Nene. E nella realtà di questa follia - che è per
forza disordine angoscioso, esasperato - ecco qua sbalzati fuor di casa,
smarriti, incerti, questo pover'uomo e questa povera figliuola. Si vogliono
assodare, l'uno e l'altra, in questa realtà di follia, ed eccoli, vagano da due
giorni qua, l'uno accanto all'altra, muti e tristi, per le piattaforme e gli
sterrati.
Cocò Polacco, a cui insieme col Nuti si rivolgono appena entrati, dice loro che
non c'è niente da fare per il momento. Ma la scrittura è in corso; la paga
corre. Da avventizia, per ora, perché la signorina Luisetta s'incomoda a venire;
se non posa, non manca per lei.
Ma questa mattina, finalmente, l'hanno fatta posare. Polacco l'ha
affidata al suo collega direttore di scena Bongarzoni per una particina in un
film a colori, di costume settecentesco.
Lavoro, di questi giorni, col Bongarzoni. Appena arrivato alla Kosmograph
consegno la signorina Luisetta al padre, entro nel reparto del Positivo a
prender la mia macchina e spesso m'avviene di non veder piú per ore e ore né la
signorina Luisetta, né il Nuti, né il Polacco, né il Cavalena. Non sapevo dunque
che il Polacco avesse data al Bongarzoni la signorina Luisetta per quella
particina. Sono rimasto, quando me la son veduta comparire davanti come staccata
da un quadretto del Watteau.
Era con la Sgrelli, che aveva finito or ora d'acconciarla con cura e con amore
nella guardaroba dei costumi antichi, e le premeva con un dito sulla guancia un
neo di seta che non le si voleva ancor bene attaccare. Il Bongarzoni le ha fatto
molti complimenti e la povera piccina si sforzava di sorridere senza scuoter
troppo la testa, per timore non le crollasse l'enorme acconciatura. Non sapeva
piú muovere le gambe entro quell'abito di seta a sbuffi.
Ecco concertata la scenetta. Una gradinata esterna, che discende a un angolo di
parco. La damina esce da una loggia chiusa da vetri: scende due gradini; si
sporge dalla ringhiera a pilastrini a spiar lontano, nel parco, umida,
perplessa, in un'ansia paurosa: poi scende in fretta gli altri gradini e
nasconde un biglietto, che ha in mano, sotto la pianta d'alloro, nel vaso in
capo alla ringhiera.
- Attenti, si gira!
Non ho mai girato con tanta delicatezza la manovella della mia macchinetta.
Questo grosso ragno nero sul treppiedi già l'ha avuta in pasto due volte. Ma la
prima volta, là al Bosco Sacro, la mia mano, nel girare per dargliela a
mangiare, ancora non sentiva. Questa volta, invece...
Eh, son rovinato, se la mia mano si mette a sentire! No, signorina Luisetta, no:
bisogna che voi non facciate piú codesto mestieraccio. Tanto, so perché lo fate!
Vi dicono tutti, anche il Bongarzoni questa mattina, che avete una non comune
disposizione naturale all'arte scenica; e ve lo dico anch'io, sí; non per la
prova di stamani, però. Oh, la avete disimpegnata come meglio non si poteva; ma
io so bene, so bene perché avete saputo cosí meravigliosamente fingere l'ansia
paurosa, allorché, scesi i due primi gradini, vi siete sporta dalla ringhiera a
guardar lontano. Tanto bene lo so, che quasi quasi, a momenti, mi voltavo
anch'io a guardare dove voi guardavate, per vedere se non fosse per caso
arrivata in quel momento la Nestoroff.
Da tre giorni, qua, voi vivete in quest'ansia paurosa. Non voi sola; sebbene,
forse, nessuno piú di voi. Da un momento all'altro, veramente, la Nestoroff può
arrivare. Non si vede da nove giorni. Ma è a Roma; non è partita. È partito solo
Carlo Ferro, con altri cinque o sei attori e il Bertini, per Taranto.
I1 giorno che Carlo Ferro partí (son già quasi due settimane), Polacco venne a
trovarmi raggiante e come se si fosse levato un macigno dal petto.
- Te l'avevo detto, bambino? Anche all'inferno va, se lei vuole!
- Purché, - gli risposi, - non ce lo vediamo arrivare all'improvviso, come una
bomba.
Ma è già un gran fatto, veramente, e per me ancora inesplicabile, ch'egli sia
partito. Mi risuonano ancora nell'orecchio le sue parole:
- Posso essere una belva di fronte a un uomo, ma come uomo di fronte a una belva
non valgo nulla!
Eppure, con la coscienza di non valer nulla, per puntiglio, non s'è tirato
indietro, non s'è rifiutato d'affrontare la belva; ora, di fronte a un uomo, è
fuggito. Perché è certo che la sua partenza, il giorno dopo l'arrivo del Nuti,
ha tutta l'aria d'una fuga.
Non voglio negare che la Nestoroff abbia su lui il potere di costringerlo a fare
ciò ch'ella vuole. Ma io ho sentito ruggire in lui, e proprio per questa venuta
del Nuti, le furie della gelosia. La rabbia, che il Polacco lo abbia designato
per l'uccisione della tigre, non gli è sorta per il solo sospetto che egli, il
Polacco, si volesse con questo mezzo sbarazzare di lui, ma anche e piú per il
sospetto che abbia fatto venire apposta nello stesso tempo il Nuti, perché
costui si potesse liberamente ripigliare la Nestoroff. E m'è apparso manifesto
che non è sicuro di lei. Come dunque è partito?
No, no: c'è qui sotto, senza dubbio, un accordo; questa partenza deve nascondere
un'insidia. La Nestoroff non avrebbe potuto indurlo a partire, mostrando d'aver
paura di perderlo, comunque, lasciandolo qui ad aspettare uno, che certamente
veniva col deliberato proposito di cimentarlo. Per questa paura egli non sarebbe
partito. O, se mai, ella lo avrebbe accompagnato Se ella è rimasta qui ed egli è
partito, lasciando libero il campo al Nuti, vuol dire che un accordo dev'essersi
stabilito tra loro, ordita una rete cosí saldamente e sicuramente ch'egli stesso
ha potuto comprimere sott'essa e tenere in freno la gelosia. Nessuna paura ella
ha dovuto mettere avanti, e stabilito l'accordo, avrà preteso da lui questa
prova di fiducia, che fosse lasciata qui sola di fronte al Nuti. Difatti, per
parecchi giorni dopo la partenza di Carlo Ferro, ella venne alla Kosmograph,
preparata evidentemente a incontrarsi con lui. Non poteva venire per altro,
libera com'è adesso d'ogni impegno professionale. Non venne piú, quando seppe
che il Nuti era gravemente infermo.
Ma ora, da un momento all'altro, può tornare.
Che avverrà ?
Polacco è di nuovo su le spine. Non si stacca dal fianco il Nuti; se per poco
deve lasciarlo, volge prima di nascosto un'occhiata d'intelligenza a Cavalena.
Ma il Nuti, quantunque di tanto in tanto per qualche lieve contrarietà abbia
certi scatti che dànno a vedere in lui un'esasperazione violentemente compressa,
è piuttosto calmo; sembra anche uscito da quella cupezza dei primi giorni della
convalescenza; si lascia condurre qua e là da Polacco e da Cavalena; mostra una
certa curiosità di conoscere da vicino questo mondo del cinematografo e ha
visitato attentamente, con l'aria d'un severo ispettore, i due reparti.
Polacco, per distrarlo, gli ha proposto due volte di prova a sostenere qualche
parte. S'è ricusato, dicendo che prima vuole abituarsi un po' a vedere come
fanno gli altri.
- È una pena, - ha osservato jeri davanti a me, dopo avere assistito alla
iscenatura d'un quadro, - e dev'essere anche uno sforzo che guasta, altera ed
esagera le espressioni, la mimica senza la parola. Parlando, il gesto sorge
spontaneo; ma senza parlare...
- Si parla dentro,- gli ha risposto con una serietà meravigliosa la piccola
Sgrelli (la Sgrellina, come qua la chiamar tutti). - Si parla dentro, per
non sforzare il gesto...
- Ecco, - ha fatto il Nuti, come prevenuto in ciò che stava per dire.
La Sgrellina allora s'è appuntato l'indice su la fronte e ha guardato tutti in
giro con una finta aria di scema, che chiedeva con graziosissima malizia:
- Sono intelligente, sí o no?
Abbiamo riso tutti e anche il Nuti. Polacco per poco non se l'è baciata. Forse
spera che ella, essendo qua il Nuti al posto di Gigetto Floccia, pensi ch'egli
debba sostituire costui anche nell'amore di lei e riesca a fare il miracolo di
distorlo dalla Nestoroff. Per abbondare e dar largo pascolo a questa speranza lo
ha presentato anche a tutte le giovani attrici delle quattro compagnie; ma pare
che il Nuti, pur mostrandosi garbato con tutte, non dia il minimo segno di
volersi distrarre. Del resto, tutte le altre, anche se non fossero già, piú o
meno, impegnate per conto loro, si guarderebbero bene dal fare un torto alla
Sgrellina E quanto alla Sgrellina scommetto che s'è già accorta che farebbe
ingiuria, a sua volta, a una certa signorina, che viene da tre giorni alla
Cosmograph col Nuti e con Si gira
Chi non se n'accorge? Il Nuti solo! Eppure ho il sospetto che anche lui se ne
sia accorto. Ma strano è questo, e vorrei trovar modo di farlo notare alla
signorina Luisetta: che l'accorgersi del sentimento di lei provochi in lui un
effetto contrario a quello cui ella aspira: lo respinge da lei e lo fa tendere
con maggiore spasimo verso la Nestoroff. Perché certo ora il Nuti ricorda d'aver
veduto in lei, nel delirio, Duccella; e siccome sa che questa non può e non
vuole piú amarlo, l'amore che scorge in lei gli deve sembrare per forza una
finzione, ormai non piú pietosa, passato com'è il delirio; ma anzi spietata: un
ricordo bruciante, che gl'inasprisce la piaga.
È impossibile far capire questo alla signorina Luisetta.
Attaccato col sangue tenace d'una vittima all'amore per due donne diverse, che
lo respingono entrambe, il Nuti non può avere occhi per lei; può vedere in lei
l'inganno, quella Duccella finta, che per un momento gli apparve nel delirio; ma
ora il delirio è passato, quel che fu inganno pietoso è divenuto per lui ricordo
crudele, tanto piú, quanto piú vede sussistere in lei l'ombra di quell'inganno.
E cosí, invece di trattenerlo, la signorina Luisetta con quest'ombra di Duccella
lo caccia, lo spinge piú cieco verso la Nestoroff.
Per lei, prima di tutto; poi per lui, e infine - perché no? anche per me, non
vedo altro rimedio, che in un tentativo estremo, quasi disperato: partire per
Sorrento, riapparire dopo tanti anni nella casa antica dei nonni, per ridestare
in Duccella il primo ricordo del suo amore e, se è possibile, rimuoverla e far
che venga lei a dar corpo a quest'ombra, che un'altra qua per conto di lei
disperatamente sostiene con la sua pietà e col suo amore.
II
Un biglietto della Nestoroff, questa mattina alle otto (inatteso e misterioso
invito a recarmi da lei insieme con la signorina Luisetta prima d'andare alla
Kosmograph) m'ha fatto rimandare la partenza.
Sono rimasto un pezzo col biglietto in mano, non sapendo che pensarne. La
signorina Luisetta, già pronta per uscire, è passata per il corridojo davanti
all'uscio della mia camera; l'ho chiamata.
- Guardi. Legga.
Corse con gli occhi alla firma; si fece, al solito, rossa rossa poi pallida
pallida; finito di leggere, fissò gli occhi con uno sguardo ostile e una
contrazione di dubbio e di timore nella fronte, e domandò con voce smorta:
- Che vorrà?
Aprii le mani, non tanto per non saper che rispondere quanto per conoscere prima
che cosa ne pensasse lei.
- Io non vado, - disse, scombujandosi. - Che può volere da me?
- Avrà saputo, - le risposi, - che egli... il signor Nuti è alloggiato qui, e...
- E...?
- Vorrà forse dire qualcosa, non so... per lui...
- A me?
- M'immagino... anche a lei, se la prega d'accompagnarsi con me...
Represse un fremito nella persona; non riuscí a reprimerlo nella voce:
- E che c'entro io?
- Non so; non c'entro neanche io, - le feci notare. - Ci vuole tutti e due...
- E che può avere da dire a me... per il signor Nuti?
Mi strinsi nelle spalle e la guardai con fredda fermezza per richiamarla in sé e
significarle che lei, per quanto si riferiva propriamente alla sua persona - lei
come signorina Luisetta non avrebbe dovuto aver nessuna ragione di sentire
quell'avversione, quel ribrezzo per una signora, della cui simpatia s'era prima
tanto compiaciuta.
Comprese; si turbò maggiormente.
- Suppongo, - soggiunsi, - che se vuol parlare anche con lei, sarà a fin di
bene; anzi certamente sarà cosí. Lei s'aombra...
- Perché... perché non riesco a... a immaginare... - si buttò a dire, prima
esitante, poi con impeto, facendosi in volto di bragia, - che cosa possa avere
da dire a me, anche cosí, come lei suppone, a fin di bene. Io...
- Estranea, come me, al caso, è vero? - attaccai subito ostentando una maggiore
freddezza. - Ebbene, forse ella crede, che lei possa giovare in qualche modo...
- No, no; estranea, va bene, - s'affrettò a rispondere, urtata. - Voglio restare
estranea e non aver nessuna relazione per ciò che si riferisce al signor Nuti,
con codesta signora.
- Faccia come crede - dissi. - Andrò io solo. Non c'è bisogno che la avverta,
che sarà prudente non far parola al Nuti di questo invito.
- Oh, certo! - fece.
E si ritirò.
Sono rimasto a lungo a riflettere, col biglietto in mano, su l'atteggiamento da
me preso, senza volerlo, in questo breve dialogo con la signorina Luisetta.
Le benigne intenzioni da me attribuite alla Nestoroff non avevano altra ragione,
che il reciso rifiuto della signorina Luisetta d'accompagnarsi con me in una
manovra segreta, ch'ella istintivamente ha sentito diretta contro il Nuti. Io ho
difeso la Nestoroff per il solo fatto che questa, invitando la signorina
Luisetta ad andare in casa sua insieme con me, mi è parso intendesse staccarla
dal Nuti, e farla compagna a me, supponendola mia amica.
Ora ecco, invece di staccarsi dal Nuti, la signorina Luisetta si staccava da me
e mi faceva andar solo dalla Nestoroff. Neanche per un momento s'era fermata a
considerare ch'era stata invitata insieme con me; l'idea d'essermi compagna non
le era apparsa affatto; non aveva visto che il Nuti, non aveva pensato che a
lui; e le mie parole certamente non le avevano prodotto altro effetto che quello
di mettermi dalla parte della Nestoroff contro il Nuti e, per conseguenza, anche
contro lei.
Se non che, mancato adesso lo scopo per cui avevo attribuito a quella le
intenzioni benigne, ecco, ricadevo nella perplessità di prima e per giunta in
preda a una sorda irritazione e mi sentivo diffidentissimo anch'io contro la
Nestoroff. L'irritazione era per la signorina Luisetta, perché, mancato lo
scopo, mi vedevo costretto a riconoscere ch'ella in fondo aveva ragione di
diffidare. Insomma, m'appariva a un tratto evidente, che mi bastava aver
compagna la signorina Luisetta per vincere ogni diffidenza. Senza di lei, la
diffidenza ora riprendeva anche me, ed era quella di chi sa di potere da un
passo all'altro esser colto a un laccio preparato con sottilissima astuzia.
Con quest'animo sono andato dalla Nestoroff, io solo. Ma pur mi spingeva una
curiosità ansiosa di ciò che m'avrebbe detto e il desiderio di vederla da
vicino, in casa, benché non m'aspettassi né da lei né dalla casa alcuna
rivelazione d'intimità.
Sono entrato in molte case, dacché ho perduto la mia, e in quasi tutte,
aspettando che si presentasse il padrone o la padrona di casa, ho provato uno
strano senso di fastidio e di pena insieme, alla vista dei mobili piú o meno
ricchi, disposti con arte, come in attesa d'una rappresentazione. Questa, pena,
questo fastidio io li sento piú degli altri, forse, perché m'è rimasto
inconsolabile in fondo all'anima il rimpianto della mia casetta all'antica, dove
tutto spirava l'intimità, dove i mobilucci vecchi, amorosamente curati,
invitavano alla schietta confidenza familiare e parevano contenti di serbar le
impronte dell'uso che ne avevamo fatto, perché in quelle impronte, se pure li
avevano un po' logorati, un po' gualciti, erano i ricordi della vita vissuta con
essi, a cui essi avevano partecipato. Ma veramente non riesco a comprendere come
non debbano dare, se non proprio pena, fastidio certi mobili coi quali non
osiamo prenderci nessuna confidenza, perché ci sembra stieno lí ad ammonire con
la loro rigida gracilità elegante, che la nostra noia, il nostro dolore, la
nostra gioja non debbano né lasciarsi andare, né smaniare o dibattersi, né
sussultare, ma esser contenuti nelle regole della buona creanza. Case fatte per
gli altri, in vista della parte che vogliamo rappresentare in società; case
d'apparenza, dove i mobili attorno possono anche farci vergognare, se per caso
in un momento ci sorprendiamo in costume o in atteggiamento non confacenti a
quest'apparenza e fuori della parte che dobbiamo rappresentare.
Sapevo che la Nestoroff abitava in un ricco quartierino ammobiliato in via
Mecenate. Fui introdotto dalla cameriera (senza dubbio preavvisata della mia
visita) nel salotto; ma il preavviso aveva un po' sconcertato la cameriera, che
s'aspettava di vedermi insieme con una signorina. Voi, per la gente che non vi
conosce, che è tanta, non avete altra realtà che quella dei vostri calzoni
chiari o del vostro soprabito marrone o dei vostri baffi all'inglese. Io per la
cameriera ero uno che doveva venire insieme con una signorina. Senza la
signorina potevo essere un altro. Ragion per cui dapprima fui lasciato davanti
alla porta.
- Solo? E la vostra amicuccia? - domandò la Nestoroff poco dopo nel salotto. Ma
la domanda, arrivata a metà, tra vostra e amicuccia cadde, o piuttosto, smorí in
una impreveduta alterazione di sentimento. L'amicuccia non fu quasi proferita.
Quest'impreveduta alterazione di sentimento le fu cagionata dal pallore del mio
volto sbalordito, dallo sguardo de' miei occhi sbarrati in uno stupore quasi
truce.
Guardandomi, ella comprese subito il perché del mio pallore e del mio
sbalordimento, e subito diventò pallidissima anche lei; gli occhi le
s'intorbidarono stranamente, le mancò la voce e tutto il suo corpo mi tremolò
davanti quasi una larva.
L'assunzione di quel suo corpo a una vita prodigiosa, in una luce da cui ella
neppure in sogno avrebbe potuto immaginare di essere illuminata e riscaldata, in
un trasparente, trionfale accordo con una natura attorno, di cui certo gli occhi
suoi non avevano mai veduto il tripudio dei colori era sei volte ripetuta, per
miracolo d'arte e d'amore, in quei salotto, in sei tele di Giorgio Mirelli.
Fissata lí per sempre, in quella realtà divina ch'egli le aveva data, in quella
divina luce, in quella divina fusione di colori, la donna che mi stava davanti
che costerà piú ormai? in che laido smortume, in che miseria di realtà era ormai
caduta? E aveva potuto osare di tingersi di quello strano color cúpreo i
capelli, che lí nelle sei tele davano col loro colore naturale tanta schiettezza
d'espressione al suo volto intento, dal sorriso vago, dallo sguardo perduto
nella malía d'un sogno triste lontano ?
Ella si fece umile, si restrinse come per vergogna in sé sotto il mio sguardo
che certo esprimeva uno sdegno penoso. Dal modo con cui mi guardò, dalla
contrazione dolorosa delle ciglia e delle labbra, da tutto l'atteggiamento della
persona compresi ch'ella non solo sentiva di meritarsi il mio sdegno, ma lo
accettava e me n'era grata, perché in questo sdegno da lei condiviso, assaporava
il castigo del suo delitto e della sua caduta. S'era guastata, s'era ritinti i
capelli, s'era ridotta in quella realtà miserabile, conviveva con un uomo
grossolano e violento, per fare strazio di sé: ecco, era chiaro; e voleva che
nessuno ormai le s'accostasse per rimuoverla da quel disprezzo di sé, a cui
s'era condannata, in cui riponeva il suo orgoglio, perché solo in questa ferma e
fiera intenzione di disprezzarsi si sentiva ancor degna del sogno luminoso, nel
quale per un momento aveva respirato e di cui le restava la testimonianza viva e
perenne nel prodigio di quelle sei tele.
Non gli altri, non il Nuti, ma lei, lei sola, da sé, facendo una disumana
violenza a se stessa, s'era strappata da quel sogno, n'era precipitata. Perché?
Ah, la ragione, forse, era da cercare lontano, altrove. Chi sa le vie
dell'anima? I tormenti, gli oscuramenti, le improvvise, funeste risoluzioni? La
ragione, forse, si doveva cercare nel male che gli uomini le avevano fatto fin
da bambina, nei vizii in cui s'era perduta durante la prima giovinezza randagia,
e che nel suo stesso concetto le avevano offeso il cuore fino a non sentirselo
piú degno che un giovinetto col suo amore lo riscattasse e lo nobilitasse.
Di fronte a questa donna cosí caduta, certo infelicissima e dalla infelicità sua
resa nemica a tutti, e, piú, a se medesima, che avvilimento, che nausea m'assalí
d'improvviso della volgare meschinità dei casi in cui mi vedevo mescolato, della
gente con cui m'ero messo a trattare, dell'importanza che avevo data e davo a
loro, alle loro azioni, ai loro sentimenti! Come m'apparve stupido quel Nuti e
grottesco nella sua tragica fatuità di figurino di moda tutto gualcito e
brancicato nell'inamidatura imbrattata di sangue! Stupidi e grotteschi quei due
Cavalena, marito e moglie! Stupido il Polacco, con quelle arie di condottiero
invincibile! E stupida sopra tutto la parte mia, la parte che m'ero assunta di
consolatore da un canto, di guardiano dall'altro e, in fondo all'anima, di
salvatore per forza d'una povera piccina, a cui il triste e buffo disordine
della sua famiglia aveva anche fatto assumere una parte quasi identica alla mia:
cioè di salvatrice in ombra d'un giovine che non voleva esser salvato!
Mi sentii d'un tratto da questa nausea alienato da tutti, da tutto, anche da me
stesso, liberato e come votato d'ogni interessamento per tutto e per tutti,
ricomposto nel mio ufficio di manovratore impassibile d'una macchinetta di
presa, ridominato soltanto dal mio primo sentimento, che cioè tutto questo
fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, non può produrre ormai altro che
stupidità. Stupidità affannose e grottesche! Che uomini, che intrecci, che
passioni, che vita, in un tempo come questo? La follia, il delitto, o la
stupidità. Vita da cinematografo! Ecco qua: questa donna che mi stava davanti,
coi capelli di rame. Là, nelle sei tele, l'arte, il sogno luminoso d'un
giovinetto che non poteva vivere in un tempo come questo. E qua, la donna,
caduta da quel sogno; caduta dall'arte nel cinematografo. Sú, dunque, una
macchinetta da girare! Ci sarà un dramma qui? Ecco la protagonista. - Attenti,
si gira!
III
La donna, come aveva compreso in prima dall'espressione del mio volto lo sdegno,
comprese l'avvilimento, la nausea in me, e il moto dell'animo che n'era seguito.
Quello - lo sdegno - le era piaciuto, forse perché intendeva valersene per il
suo fine segreto, soggiacendo ad esso sotto i miei occhi con aria d'accorata
umiltà. L'avvilimento, la nausea non le erano dispiaciuti, ché forse e piú di me
li provava anche lei. Le dispiacque la mia freddezza improvvisa, il vedermi d'un
tratto ricomposto nell'abito della mia professionale impassibilità. E anche lei
s'intenerí; mi guardò freddamente; disse:
- Speravo di vedervi insieme con la signorina Cavalena.
- Le ho dato da leggere il biglietto, - risposi. - Era già pronta per recarsi
alla Kosmograph. L'ho pregata di venire...
- Non ha voluto?
- Non ha creduto. Forse per la sua qualità di ospite...
- Ah,- fece, buttando indietro il capo.- Ma anzi,- soggiunse, - io l'avevo
invitata appunto per questo, per la sua qualità di ospite.
- Gliel'ho fatto notare, -- dissi.
- E non ha creduto che le convenisse venire?
Aprii le braccia.
Ella rimase un po' assorta a pensare; poi, quasi in un sospiro, disse:
- Ho sbagliato. Quel giorno, ricordate. che andammo insieme al Bosco Sacro, mi
parve gentile, e anche contenta di stare accanto a me... Capisco che non era
ancora ospite. Ma scusate, non siete ospite anche voi?
Sorrise, per ferirmi, rivolgendomi quasi a tradimento questa domanda. E in
verità, non ostante il mio proponimento di rimanere estraneo a tutto e a tutti,
mi sentii ferire. Tanto che risposi:
- Ma tra due ospiti, lei sa bene, si può fare piú conto dell'uno che dell'altro.
- Credevo il contrario, - disse. - Non vi fa piacere?
- Né piacere, né dispiacere, signora.
- Proprio vero? Scusate, non ho diritto di pretendere alla vostra sincerità. Ma
io mi proponevo d'esser sincera con voi, oggi.
- E io sono venuto...
- Perché la signorina Cavalena, come voi dite, ha voluto dimostrare di far piú
conto dell'altro ospite ?
- No, signora. La signorina Cavalena ha detto di voler restare estranea.
- E anche voi?
- Io sono venuto.
- E io vi ringrazio moltissimo. Ma solo siete venuto! E questo - forse sbaglio
ancora - non m'affida, non perché ritenga, badate, che anche voi, come la
signorina Cavalena, facciate piú conto dell'altro ospite; anzi, al contrario...
- Come sarebbe?
- Che di quell'altro ospite non v'importi niente: non solo, ma che vi farebbe
anzi piacere che gli accadesse qualche male, anche per il fatto che la signorina
Cavalena, non volendo venire con voi, ha dimostrato di tenere piú a lui che a
voi. Mi spiego ?
- Ah, no, signora! S'inganna! - esclamai recisamente.
- Non vi contraria?
- Per nulla. Cioè... ecco, sinceramente... mi contraria, ma non piú per me,
ormai. Io veramente mi sento estraneo.
- Ecco, vedete? - esclamò ella a questo punto, interrompendomi. - Questo ho
temuto, vedendovi entrar solo. Confessate che voi non vi sentireste ora cosí
estraneo, se la signorina fosse venuta con voi...
- Ma se io sono venuto lo stesso!
- Da estraneo.
- No signora. Guardi, io ho fatto piú di quanto ella non creda. Ho parlato a
lungo con quel disgraziato e ho cercato di dimostrargli in tutti i modi che non
ha nulla da pretendere, dopo quanto è accaduto, almeno secondo quello ch'egli
stesso dice.
- Che v'ha detto? - domando la Nestoroff, impuntandosi e infoscandosi.
- Molte stupidaggini, signora, - risposi. - Farnetica. Ed è da temere, creda,
tanto piú, in quanto è incapace, secondo me, di qualunque sentimento veramente
serio e profondo. Lo dimostra, già, il fatto che sia venuto qua con certi
propositi...
- Di vendetta?
- Non propriamente di vendetta. Non lo sa neppur lui! È un po' il rimorso... un
rimorso che non vorrebbe avere; di cui avverte solo superficialmente il pungolo
irritante, perché, ripeto, è incapace anche d'un pentimento vero, d'un
pentimento sincero, che potrebbe maturarlo, farlo rinsavire. È dunque un po'
l'irritazione di questo rimorso, intollerabile; un po' la rabbia, o piuttosto
(la rabbia sarebbe troppo forte per lui) diciamo la stizza, una stizza acerba,
non confessata, di essere stato abbindolato...
- Da me?
- No. Non vuole confessarlo!
- Ma voi lo credete?
- Io credo, signora, che ella non lo abbia mai preso sul serio e si sia servita
di lui per staccarsi da...
Non volli proferire il nome: alzai la mano verso le sei tele. La Nestoroff
corrugò le ciglia, abbassò il capo. Stetti un po' a mirarla e, deciso d'andare
fino in fondo, insistetti:
- Egli parla di tradimento. Del tradimento del Mirelli, che s'uccise per la
prova che lui volle fargli d'esser facile ottenere da lei (scusi) ciò che il
Mirelli non aveva potuto ottenere.
- Ah, dice cosí? - domandò, scattando, la Nestoroff.
- Dice cosí, ma confessa di non avere ottenuto nulla da lei. Farnetica. Vuole
aggrapparsi a lei, perché a star cosí - dice - Impazzirebbe.
La Nestoroff mi guardò quasi con sgomento.
- Voi lo disprezzate? - mi domandò.
Risposi:
- Non lo pregio di certo. Può farmi sdegno; può farmi anche compassione.
Balzò in piedi, come sospinta da un impeto irrefrenabile:
- Io sdegno,- disse, - quelli che sentono compassione.
Risposi con calma:
- Comprendo benissimo in lei codesto sentimento.
- E mi disprezzate?
- No, signora, tutt'altro!
Si voltò a guardarmi; sorrise con amaro dispetto:
- Mi ammirate, allora?
- Ammiro in lei, - risposi, - ciò che in altri forse provoca lo sdegno; quello
sdegno, del resto, che lei stessa vuole suscitare negli altri, per non
provocarne la compassione.
Tornò a guardarmi piú fissamente; mi s'appressò quasi a petto e mi domandò:
- E non volete dire con questo, in un certo senso, che avete anche compassione
di me?
- No, signora. Ammirazione. Perché lei sa punirsi.
- Ah sí? Voi comprendete questo?- disse, alterandosi in volto e con un fremito,
come se l'avesse colta un brivido Improvviso.
- Da un pezzo, signora.
- Contro il disprezzo di tutti?
- Forse appunto a causa del disprezzo di tutti.
- Me ne sono accorta anch'io da un pezzo, - disse, tendendomi la mano e
stringendo forte la mia. - Grazie. Ma so anche punire, credete! - soggiunse
subito, minacciosa, ritraendo la mano e levandola in aria con l'indice teso. -
So anche punire, senza compassione, perché non ne ho voluta mai per me e non ne
voglio!
Si mise a passeggiare per la stanza, ripetendo:
- Senza compassione... senza compassione...
Poi, fermandosi:
- Vedete? - mi disse con occhi cattivi. - Io non ammiro voi, per esempio, che
sapete vincere lo sdegno con la compassione.
In questo caso, non dovrebbe ammirare neanche se stessa, - dissi sorridendo. -
Pensi un po' e dica perché mi ha invitato a venire da lei questa mattina?
- Credete per compassione di quel... disgraziato, come voi avete detto?
- O di lui, o di qualche altro o di lei stessa.
- Nient'affatto! - negò con impeto. - No! No! Voi v'ingannate! Nessuna
compassione, per nessuno! Io voglio esser questa; io voglio restare cosí. Io
v'ho invitato a venire perché gli facciate intendere che non ho compassione di
lui e non ne avrò mai!
- Ma, intanto, non vuole fargli del male.
- Voglio fargli del male, appunto, lasciandolo dov'è e com'è.
- Ma se lei è cosí senza compassione, non gli farebbe maggior male, accostandolo
a sé ? Lei vuole invece allontanarlo...
- Ma perché voglio io, io, restare cosí! Farei maggior male a lui, sí; ma farei
un bene a me, perché mi vendicherei sopra di lui, anziché sopra di me. E che
male credete che potrebbe venirmi da uno come lui? Non lo voglio io, capite? Non
perché abbia compassione di lui, ma perché mi piace di non averne di me. Non
m'importa del suo male, né m'importa di dargliene uno maggiore. Gli basta quello
che ha. Vada a piangere lontano! Io non voglio piangere.
- Temo, - dissi, - che non abbia piú voglia di piangere neanche lui.
- E che vuol fare?
- Mah! Non essendo, come le ho detto, capace di nulla; nell'animo in cui si
trova, potrebbe essere purtroppo capace di tutto.
- Non lo temo, non lo temo! Vedete? è questo! Vi ho invitato a venire da me per
dirvi questo, per farvi intender questo e perché voi, a vostra volta, glielo
facciate intendere. Non temo mi possa venire da lui nessun male, neppure se
m'uccidesse, neppure se, per causa sua, dovessi andare a finire in prigione!
Corro anche questo rischio, sapete! Deliberatamente, mi sono esposta anche a
questo rischio. Perché so con chi ho da fare. E non temo. Mi sono illusa di
sentire un po' di timore: mi sono adoperata, in questa illusione, ad allontanare
d1 qua uno che minacciava violenze su me, su tutti. Non è vero. Ho agito
freddamente, non per timore! Qualunque male, anche questo, sarebbe minore per
me. Un altro delitto, la prigione, la morte stessa, sarebbero per me mali minori
di quello che soffro adesso e nel quale voglio restare. Guaj a lui se tenta di
suscitarmi un po' di compassione per me stessa o per lui. Non ne ho! Se voi ne
avete per lui, voi che ne avete tanta per tutti, fate, fate che se ne vada! Ecco
quello che desidero da voi, appunto perché io non temo di nulla!
Questo mi disse, mostrando in tutta la persona la smania disperata di non
sentire veramente ciò che avrebbe voluto sentire.
Restai un tratto in una perplessità piena di sgomento, d'angoscia e
d'ammirazione anche; poi tornai ad aprir le braccia e, per non promettere
invano, le dissi del mio proposito di recarmi alla villetta di Sorrento.
Ella stette ad ascoltarmi, ristretta in sé, forse per attutire il bruciore che
il ricordo di quella villetta e delle due donne sconsolate le cagionava; chiuse
gli occhi dolorosamente; negò col capo; disse:
- Non otterrete nulla.
- Chi sa! - sospirai. - Almeno per provare.
Mi strinse forte la mano:
- Forse, - disse, - farò anch'io qualche cosa per voi.
La guardai negli occhi, piú costernato che curioso:
- Per me? E che cosa?
Alzò le spalle; sorrise con pena.
- Dico, forse... Qualche cosa. Vedrete.
- Io la ringrazio, - soggiunsi. - Ma non vedo proprio che cosa ella possa fare
per me. Ho chiesto sempre cosí poco alla vita, e meno che mai intendo di
chiederle ora. Non le chiedo anzi, proprio, piú nulla, signora.
La salutai e andai via con l'animo sospeso da questa promessa misteriosa.
Che vorrà fare? Freddamente, come avevo supposto, ella ha fatto andar via Carlo
Ferro, pur prevedendo senz'alcun timore, né per sé né per lui né per gli altri,
ch'egli da un momento all'altro possa piombar qui a commettere anche un delitto.
E può, in questa previsione, pensar di fare qualche cosa per me? Che cosa? Come
c'entro io in tutto questo tristo groviglio? Intende d'avvilupparmi in qualche
modo in esso? e per che modo? Di me non ha potuto scorger altro, che l'amicizia
lontana per Giorgio Mirelli e ora un sentimento vano per la signorina Luisetta.
Non può prendermi né per quell’amicizia con uno già morto, né per questo
sentimento che ora muore in me.
Eppure, chi sa? Non riesco a tranquillarmi.
IV
La villetta.
Era quella? Possibile che fosse quella?
Eppure, di mutato, non c'era nulla, o ben poco. Solo quel cancello un po' piú
alto, quei due pilastri un po' piú alti, in luogo dei pilastrini d'un tempo, da
uno dei quali nonno Carlo aveva fatto strappare la targhetta di marmo col suo
nome.
Ma poteva quel cancello nuovo aver mutato cosí tutta l'aria della villetta
antica?
Riconoscevo ch'era quella, e mi pareva impossibile che fosse; riconoscevo ch'era
rimasta tal quale, e perché dunque mi sembrava un'altra?
Che tristezza! I1 ricordo che cerca di rifarsi vita e non si ritrova piú nei
luoghi che sembrano cangiati, che sembrano altri, perché il sentimento è
cangiato, il sentimento è un altro. Eppure credevo d'essere accorso a quella
villetta col mio sentimento d'allora, col mio cuore d'un tempo!
Ecco. Sapendo bene che i luoghi non hanno altra vita, altra realtà fuori di
quella che noi diamo a loro, io mi vedevo costretto a riconoscere con sgomento,
con accoramento infinito: - Come sono cangiato!- . La realtà ora è questa.
Un'altra.
Sonai il campanello. Un altro suono. Ma ormai non sapevo piú se dipendesse da me
o perché il campanello era un altro. Che tristezza!
Si presentò un vecchio giardiniere, senza giacca, le maniche rimboccate fino al
gomito, con l'annaffiatojo in mano e in capo un cappelluccio senza falde,
calcato sul cocuzzolo come uno zucchetto da prete.
- Donna Rosa Mirelli?
- Chi?
- È morta?
- Ma chi dite?
- Donna Rosa...
- Ah, se è morta? E chi lo sa?
- Non sta piú qui?
- Ma io non so di che donna Rosa mi andate parlando. Qui non ci sta. Qui ci sta
Pèrsico, Don Filippo, il cavaliere.
Ha moglie? Donna Duccella?
- Nossignore. È vedovo. Sta in città.
- Qui allora non c'è nessuno?
- Ci sono io, Nicola Tavuso, il giardiniere.
I fiori delle due siepi lungo il vialetto d'entrata, rossi, gialli, bianchi,
erano immobili e come smaltati nell'aria limpida silenziosa, stillanti ancora
della recente annaffiatura. Fiori nati jeri, ma su quelle siepi antiche. Li
guardai: mi sconfortarono; dicevano che veramente c'era Tavuso lí adesso, per
loro, che li annaffiava bene ogni mattina, e glien'erano grati: freschi, senza
odore, ridenti di tutte quelle stille d'acqua.
Per fortuna, sopravvenne una vecchia contadina, popputa ventruta fiancuta,
enorme sotto una grossa cesta d'erbaggi, con un occhio chiuso gravato dalla
pàlpebra gonfia e rossa, e l'altro vivo vivo. Limpido, cilestre, invetrato di
lagrime.
- Donna Rosa? Vih! la padrona antica... Tant'anni che non ci sta piú... Viva,
sissignore, poverella, come no? Vecchierella... con la nipote, sissignore...
donna Duccella, sissignore... Buona gente! tutta di Dio... Non ha voluto mondo,
niente... Qui la casa l'hanno venduta, sissignore, da tant'anni a don Filippo
'u súrice...
- Pèrsico, il cavaliere.
- Andate, don Nicò, che don Filippo è conosciuto! Ne', signo', voi venite con
me, che vi ci porto io da donna Rosa, accosto alla Chiesa Nuova.
Prima d'andare, guardai un'ultima volta la villetta. Non era piú niente; d'un
tratto piú niente; come se la vista mi si fosse all’improvviso snebbiata. Eccola
là: meschina meschina, vecchia, vuota... piú niente! E allora, forse... nonna
Rosa, Duccella... Niente piú, neppur esse? ombre di sogno, ombre mie dolci,
ombre mie care, e niente altro?
Sentii freddo. Una durezza nuda, sorda, gelida. Le parole di quella contadina
grassa: - Buona gente! Tutta di Dio... Non ha voluto mondo... - Ci sentii
la chiesa: dura nuda gelida. Tra quel verde che non rideva piú... Ma dunque?
Mi lasciai guidare. Non so che discorso lungo su quel don Filippo, a cui stava
bene surice, perché... - un perché che non finiva mai... il governo
passato... lui no, suo padre... uomo di Dio anche lui, ma... il suo, almeno per
quello che si diceva... - E con la stanchezza, nella stanchezza, andando, tante
impressioni di realtà sgradevole, dura, nuda, gelida,... un asino pieno di
mosche che non voleva andare, la strada sudicia, un muro screpolato, il sudor
fetido di quella donna grassa... Ah, che tentazione di svoltare per la stazione
e riprendere il treno! Due, tre volte fui lí lí; mi trattenni; dissi: - Vediamo!
Una scaletta angusta, lercia, umida, quasi buja; e la vecchia che mi gridava da
sotto:
- Diritto, andate diritto... Sú, al secondo piano... Il campanello è rotto,
signo'... Picchiate forte; è sorda; picchiate forte.
Come se fossi sordo io.... - Qua? - dicevo tra me. salendo. - Come si sono
ridotte qua? Cadute in miseria? Forse, due donne sole... Quel don Filippo...
Al pianerottolo del secondo piano, due vecchie porte, basse, ritinte di fresco.
Da una pendeva il cordoncino frusto del campanello. L'altra non ne aveva. Questa
o quella? Picchiai prima a questa, forte, con la mano, una, due, tre volte. Mi
provai a tirare il campanello dell'altra: non sonava. Qua, allora? E picchiai
qua, forte, tre volte, quattro volte... Niente! Ma come? sorda anche Duccella? o
non era in casa con la nonna? Ripicchiai piú forte. Stavo per andarmene, quando
sentii per la scala le pedate grevi e l'ànsito di qualcuno che saliva
faticosamente. Una donna tozza, vestita d’uno di quegli abiti che si portano per
voto, col cordoncino della penitenza: abito color caffè, voto alla Madonna del
Carmelo. In capo e su le spalle, la spagnoletta di merletto nero; in
mano, un grosso libro di preghiere e la chiave di casa.
S'arrestò sul pianerottolo e mi guardò con gli occhi chiari, spenti nella faccia
bianca, grassa, dalla bazza floscia: sul labbro, di qua e di là, agli angoli
della bocca, alcuni peluzzi. Duccella.
Mi bastava; avrei voluto scapparmene! Ah, fosse almeno rimasta con quell'aria
apatica, da ebete, con cui mi si piantò davanti, ancora un po' ansimante, sul
pianerottolo! Ma no: volle farmi festa, volle esser graziosa, - lei, ora, cosí -
con quegli occhi che non erano piú i suoi, con quella faccia grassa e smorta di
monaca, con quel corpo tozzo, obeso, e una voce, una voce e certi sorrisi che
non riconoscevo piú: festa complimenti, cerimonie, come per una gran degnazione
ch'io le facessi; e volle a ogni costo ch'entrassi a vedere la nonna che avrebbe
avuto tanto piacere dell'onore... ma sí, ma sí...
- Trasite, prego, trasite...
Per levarmela davanti le avrei dato uno spintone, anche a rischio di farle
ruzzolare la scala! Che strazio molle! che cosa! Quella vecchia sorda,
istolidita, senza piú un dente in bocca, col mento aguzzo che le sbalzava
orribilmente fin sotto il naso, biasciando a vuoto, e la lingua pallida che
spuntava tra le labbra flaccide grinzose, e quegli occhiali grandi, che le
ingrandivano mostruosamente gli occhi vani, operati di cateratta, tra le rade
ciglia lunghe come antenne d'insetto!
- Vi siete fatta la posizione (con la zeta dolce napoletana) - la
posi-zzi-o-ne.
Non mi seppe dir altro.
Scappai via, senza che mi passasse neppur per ombra, un momento, il pensiero di
muovere il discorso per cui ero venuto. Che dire? che fare? perché chieder
notizie del loro stato ? se erano davvero cadute in miseria, come dall'aspetto
della casa si poteva argomentare? Consolatissime di tutto, stolide e beate con
Dio! Ah! che orrore, la fede! Duccella, il fiore vermiglio... nonna Rosa, il
giardino della villetta coi gelsomini di bella notte...
In treno, mi parve di correre verso la follia, nella notte. In che mondo ero?
Quel mio compagno di viaggio, uomo di mezza età, nero, con gli occhi ovati, come
di smalto, i capelli lucidi di pomata, era sí lui di questo mondo; fermo e ben
posato nel sentimento della sua tranquilla e ben curata bestialità, ci capiva
tutto a meraviglia, senza inquietarsi di nulla; sapeva bene tutto ciò che gli
importava di sapere, dove andava, perché viaggiava, la casa ove sarebbe sceso,
la cena che lo aspettava. Ma io? Dello stesso mondo? Il viaggio suo e il mio..
la sua notte e la mia... No, io non avevo tempo, né mondo, né nulla. Il treno
era suo; ci viaggiava lui. Come mai ci viaggiavo anch'io? com'ero anch'io nel
mondo dove stava lui? - Come, in che era mia quella notte, se non avevo come
viverla, nulla da farci? La sua notte e tutto il tempo aveva lui, quell'uomo di
mezza età, che ora rigirava un po’ infastidito il collo nel bianchissimo solino
inamidato. No, né mondo, né tempo, né nulla: io ero fuori di tutto, assente da
me stesso e dalla vita; e non sapevo piú dove fossi né perché ci fossi. Immagini
avevo dentro di me, non mie, di cose, di persone; immagini, aspetti, figure,
ricordi di persone, di cose che non erano mai state nella realtà, fuori di me,
nel mondo che quel signore si vedeva attorno e toccava. Avevo creduto di vederle
anch'io, di toccarle anch'io, ma che! non era vero niente! Non le avevo trovate
piú, perché non c'erano state mai: ombre, sogni... Ma come avevano potuto
venirmi in mente? donde? perché? C'ero anch'io, forse, allora? c'era un io che
ora non c'era piú? Ma no: quel signore di mezza età mi diceva di no: che c'erano
gli altri, ciascuno a suo modo e col suo mondo e col suo tempo: io no, non
c'ero; sebbene, non essendoci, non avrei saputo dire dove fossi veramente e che
cosa fossi, cosí senza tempo e senza mondo.
Non capivo piú nulla. E nulla capii, quando, arrivato a Roma e giunto a casa,
verso le dieci della sera, trovai nella sala da pranzo, lieti, come se nulla
fosse stato, come se una nuova vita fosse incominciata durante la mia assenza,
Fabrizio Cavalena, ritornato medico e rientrato in famiglia, Aldo Nuti, la
signorina Luisetta e la signora Nene, raccolti a cena.
Come? perché? Che era avvenuto?
Non potei vincere l'impressione, che fossero cosí lieti e riconciliati tra loro
per farmi dileggio, per ricompensarmi con lo spettacolo di quella loro letizia
della pena che m'ero dato per essi; non solo, ma che, sapendo in quale animo
dovessi trovarmi al ritorno di quella gita, si fossero accordati per finire di
sconvolgermi totalmente, facendomi trovare anche qua una realtà quale non mi
sarei mai aspettata.
Piú di tutti lei, la signorina Luisetta, mi faceva dispetto, la signorina
Luisetta che faceva la Duccella amorosa, quella Duccella, fiore vermiglio, di
cui le avevo tanto parlato! Avrei voluto gridarle in faccia come l'avevo ora
ritrovata laggiú, quella Duccella, e che smettesse, perdio, quella commedia,
ch'era un'indegna e grottesca contaminazione! E anche a lui, al signorino che
pareva per prodigio ritornato quello di tant'anni fa, avrei voluto gridare in
faccia, come e dove avevo ritrovate Duccella e nonna Rosa.
Ma bravi tutti! Laggiú, quelle due poverette, beate con Dio, e beati voi qua col
diavolo! Caro Cavalena, ma sí, ritornato non solo medico, ma anche bambino,
sposino, accanto alla sposina! No, tante grazie: non c'è posto per me, tra voi:
state comodi; non vi disturbate: non ho voglia né di mangiare né di bere! Posso
fare a meno di tutto, io. Ho sprecato per voi un po' di quello che non mi serve
affatto; voi lo sapete; un po' di quel cuore che non mi serve affatto; perché a
me serve soltanto la mano: nessun obbligo dunque di ringraziarmi! Anzi, scusate
se vi ho disturbato. Il torto è mio, che ho voluto immischiarmi. State comodi,
state comodi, e buona notte.
I
Ho capito, ora.
Turbarsi ? Ma no, via, perché ? Tanta vita è passata; e morto è là, lontano, il
passato. Ora la vita è qua, questa: un'altra. Sterrati, attorno, e piattaforme;
gli edificii fuorimano, quasi in campagna, tra il verde e l'azzurro, d'una Casa
di cinematografia. E lei, qua, attrice ora... Attore anche lui? oh guarda!
dunque colleghi? Ma bene; piacere...
Tutto bene, tutto liscio come l'olio. La vita. Questo fruscío della gonna di
seta turchina, ora, con questa bizzarra tunica di merletto bianco, e questo
cappellino alato, come il casco del dio del commercio, sui capelli color di
rame... già! La vita. Un po' di ghiaja rimossa con la punta dell'ombrellino; e
un breve silenzio, con gli occhi invagati, fissi alla punta di quell'ombrellino
che rimuove quel po' di ghiaja là.
- Come? Ah, sí, caro: una gran noja.
Sarà, senza dubbio, avvenuto questo, jeri, durante la mia assenza. La Nestoroff,
con quegli occhi invagati, stranamente aperti, sarà andata alla Kosmograph
apposta, per incontrarsi con lui; gli si sarà fatta innanzi con l'aria di
niente, come si va innanzi a un amico, a un conoscente che si ritrovi per caso
dopo tant'anni; e il farfallino, senza sospetto della ragna, s’è messo a
battervi le ali sú, tutto esultante.
Ma come mai la signorina Luisetta non s'è accorta di nulla?
Ecco: questa soddisfazione alla signora Nestoroff sarà mancata. Jeri, la
signorina Luisetta, per festeggiare il ritorno in casa del babbo non è andata
col signor Nuti alla Kosmograph. E la signora Nestoroff, cosí, non ha
potuto avere il piacere di mostrare a quella signorina sdegnosetta che il giorno
avanti non aveva voluto accettare l'invito, come subito ella, appena voglia, può
staccare dal fianco di qualunque signorina sdegnosetta e riprendersi tutti i
signorini matti che minacciano tragedie, pst! cosí, con un cenno del dito, e
ammansarli subito subito, ubriacarli col solo fruscio d'una gonna di seta e un
po' di ghiaja rimossa con la punta dell'ombrellino. Noja, sí, una gran noja,
certo, perché a questo piacere che le è mancato, ci teneva molto la signora
Nestoroff.
La sera, ignara di tutto, la signorina Luisetta ha veduto rientrare in casa il
signorino con un'altr'aria, trasfigurato, festoso. Come avrebbe pensato che
quella trasfigurazione, quella festosità potessero derivargli dall'incontro con
la Nestoroff se ogni qual volta con terrore ella pensa a quest'incontro, vede
rosso, nero, uno scompiglio, la follia, la tragedia? Dunque cosí cangiato, cosí
festoso, per il ritorno di papà in casa, anche lui? Ecco: che glien'importi poi
molto, a lui, del ritorno di papà in casa, la signorina Luisetta non può
credere, no; ma che ne provi piacere e voglia accordarsi alla festa degli altri,
via, perché no? Come si spiegherebbe allora quella festosità? E c'è da
essergliene grati; c'è da esserne lieti, perché questa festosità dimostra a ogni
modo che l'animo di lui s'è fatto piú lieve, piú aperto, tanto da potervi
accogliere facilmente la gioja degli altri.
Certo avrà pensato cosí la signorina Luisetta. Jeri; non oggi.
Oggi è venuta alla Kosmograph con me, tutta scurita in viso. S'è trovato,
con molta sorpresa, che il signor Nuti era già uscito di casa pertempissimo,
ancora a bujo. Non voleva mostrarmi, cammin facendo, il malumore e la
costernazione, dopo lo spettacolo offertomi jersera della sua letizia; e m'ha
domandato dov'ero stato io jeri e che avevo fatto. - Io? Mah! Una piccola gita
di piacere... - E m'ero divertito? - Oh, molto! Almeno in principio. Poi... -
cose che succedono! Disponiamo tutto bene per una gita di piacere; crediamo
d'aver pensato a tutto, provveduto a tutto perché riesca serena, senza incidenti
che ce la guastino; ma purtroppo c’è sempre qualche cosa, tra tante, a cui non
pensiamo; una cosa ci sfugge... - ecco, per esempio, se è una famigliuola con
molti bambini che voglia andare a merendare in campagna con la bella giornata,
il pajo di scarpette del secondo bambino, dove c'è un chiodo, una cosa da
niente, un chiodino, dentro, spuntato sul calcagno, che bisognerebbe ribattere.
La mammina ci ha pensato, appena levata di letto; ma poi, come si fa? tra tante
cose da preparare per la scampagnata, non ci ha pensato piú. E quel paio di
scarpette, con le due 1inguette sú, come le orecchie tese d'un coniglietto
arguto, allineato in mezzo alle altre paja, lustrate tutte a dovere e pronte per
essere calzate dai bimbi, resta là e par che goda in silenzio del dispetto che
farà alla mammina che se n'è dimenticata e che ora, all'ultimo momento, ecco,
s'affaccenda piú che mai, in gran confusione, perché il babbo è giú a piè della
scala e grida di far presto e anche tutti i bimbi le gridano attorno di far
presto, impazienti. Quel pajo di scarpette, mentre la mammina lo piglia per
calzarlo in fretta in furia al bambino, sogghigna:
- Eh si, cara mammina; ma a me, vedi? non hai pensato; e vedrai che io ti
guasterò tutto: a mezza strada comincerò a pungere col chiodino il piede del tuo
piccolo e lo farò piangere e zoppicare.
Ebbene, anche a me era accaduto qualcosa di simile. No, nessun chiodino nelle
scarpe da ribattere. Un'altra cosa m'era sfuggita. - Che cosa? - Niente:
un'altra cosa... Non glielo volli dire. Un'altra cosa, signorina Luisetta, che
forse da un gran pezzo dentro di me s'è guastata.
Che la signorina Luisetta mi prestasse molta attenzione, non potrei dire. E,
cammin facendo, mentre lasciavo parlar le labbra, pensavo: «Ah, tu non ti curi,
cara piccina, di ciò che ti sto dicendo? La disavventura mia ti lascia
indifferente? E tu vedrai con quale aria d'indifferenza io, a mia volta, per
ripagarti con la stessa moneta, accoglierò il dispiacere che t'aspetta or ora,
entrando alla Kosmograph con me: vedrai! ».
Difatti, dopo neanche cinque passi su lo spiazzo alberato davanti al primo
edificio della Kosmograph, ecco là accanto, come due dolcissimi amici, il
signor Nuti e la signora Nestoroff: questa, con l'ombrellino aperto, appoggiato
e girante su una spalla.
Con che occhi si voltò a guardarmi la signorina Luisetta! E allora io:
- Vede? Passeggiano tranquilli. Fa girar l'ombrellino, lei.
Cosí pallida, però, cosí pallida era diventata la povera piccina, che temetti
non mi cadesse a terra, svenuta: istintivamente protesi una mano a sorreggerla
per un braccio; con ira ritrasse quel braccio e mi fissò gli occhi negli occhi.
Certo le balenò il sospetto fosse opera mia, mia manovra (chi sa? d'accordo
forse col Polacco), quella tranquilla e dolce riconciliazione del Nuti con la
signora Nestoroff, frutto della visita da me fatta a questa signora due giorni
avanti e forse anche del mio misterioso allontanamento di jeri. Scherno
vigliacco dovette sembrarle tutta questa macchinazione segreta, da lei
immaginata in un lampo. Farle temere come imminente per tanti e tanti giorni una
tragedia, se quei due si fossero incontrati; fargliene concepire tanto terrore;
farle soffrire tanto strazio per placare le furie di colui con un inganno
pietoso che tanto le era costato, perché? per offrirle in premio alla fine quel
delizioso quadretto della placida passeggiatina mattinale di quei due sotto gli
alberi dello spiazzo? Oh vigliaccheria! per questo? per il gusto di deridere una
povera piccina che aveva preso tutto sul serio, cacciata in mezzo a
quell'intrigo laido e volgare? Non s'aspettava nulla di bene, lei, nelle buffe e
tristi condizioni della sua vita; ma perché questo poi? perché anche lo scherno?
Era vile!
Cosí mi dissero gli occhi della povera piccina. Potevo io lí per lí dimostrarle
che il sospetto era ingiusto, che la vita è questa, oggi piú che mai, fatta per
offrire di questi spettacoli; e che io non ci avevo nessuna colpa?
M'ero indurito; mi piaceva che l'ingiustizia del sospetto ella scontasse
soffrendo per quello spettacolo là, per quella gente là, a cui tanto io che lei,
non richiesti, avevamo dato qualche cosa di noi, che ora dentro ci doleva,
offesa, ferita. Ma ce lo meritavamo! E ora, averla in questo compagna mi
piaceva, mentre quei due passeggiavano di là, senza neppur vederci. -
Indifferenza, indifferenza, signorina Luisetta, sú! Con permesso, - mi veniva di
dirle, - scappo a prendere la mia macchinetta per impostarmi subito qua com'è
mio obbligo, impassibile.
E avevo su le labbra un sorriso strano, ch'era quasi il verso d'un cane, quando
tra sé pensando digrigna. Guardavo intanto Verso il portone dell'edificio in
fondo, da cui venivano fuori, incontro a noi, Polacco, il Bertini e Fantappiè.
Improvvisamente avvenne quello che in verità era da aspettarsi, e che dava
ragione alla signorina Luisetta di tremare cosí, e torto a me di volermi serbare
indifferente. La mia maschera d’indifferenza fu costretta a scomporsi d'un
tratto, alla minaccia d'un pericolo che parve a tutti davvero imminente e
terribile Lo vidi dapprima balenare nell'aspetto del Polacco, che ci si era
fatto vicino col Bertini e Fantappiè. Parlavano tra loro, certo di quei due che
seguitavano a passeggiare sotto gli alberi, e tutti e tre ridevano per qualche
frizzo scappato di bocca a Fantappiè, quando d'improvviso ci s'arrestarono
davanti coi visi sbiancati, gli occhi sbarrati, tutti e tre. Ma sopra tutto
nell'aspetto del Polacco vidi il terrore. Mi voltai a guardare indietro: - Carlo
Ferro!
Sopravveniva alle nostre spalle, ancora col berretto da viaggio in capo, com'era
sceso or ora dal treno. E quei due, intanto, seguitavano a passeggiare di là,
insieme, senz'alcun sospetto, sotto gli alberi. Li vide? Io non so. Fantappiè
ebbe la presenza di spirito di gridar forte:
- Oh, Carlo Ferro!
La Nestoroff si voltò, piantò lí il compagno, e allora si vide - gratis - lo
spettacolo commovente d'una domatrice che tra il terrore degli spettatori
s'avanza incontro a una belva infuriata. Placida s'avanzò, senza fretta, ancora
con l'ombrellino aperto su la spalla. E un sorriso aveva su le labbra, che
diceva a noi, pur senza degnarci d'uno sguardo: «Ma che paura, imbecilli! se ci
sono qua io!». E uno sguardo negli occhi, che non potrò mai dimenticare, proprio
di chi sa che tutti debbano vedere che nessun timore può albergare in sé chi
guardi e si faccia avanti cosí. L'effetto di quello sguardo su la faccia feroce,
sul corpo rabbuffato, sui passi concitati di Carlo Ferro fu mirabile. Non
vedemmo la faccia, vedemmo quel corpo quasi afflosciarsi e i passi rallentarsi
man mano che il fascino piú da vicino operava. Unico segno, che qualche
agitazione doveva pur essere in lei, questo: che si mise a parlargli in
francese.
Nessuno di noi guardò laggiú, dove Aldo Nuti era rimasto solo, piantato tra gli
alberi. Ma a un tratto m'accorsi che una tra noi, lei, la signorina Luisetta,
guardava là, guardava lui, e non aveva forse guardato altro, come se per lei il
terrore fosse là e non in quei due a cui noi altri guardavamo, sospesi e
sgomenti.
Ma non fu nulla, per il momento. A rompere la tempesta, facendo molto strepito,
piombò su lo spiazzo, proprio in tempo, come un tuono provvidenziale, il
commendator Borgalli insieme con parecchi socii della Casa e impiegati addetti
all'amministrazione. Furono investiti il Bertini e il Polacco, ch'eran con noi;
ma le fiere riprensioni del direttore generale si riferivano anche agli altri
due direttori artistici assenti. - I lavori andavano a rilento! Nessun criterio
direttivo, una gran confusione; babilonia, babilonia! Quindici, venti soggetti
lasciati in asso: le compagnie sbandate qua e là, mentre già da un pezzo s'era
detto che tutte dovevano trovarsi raccolte e pronte per il film della
tigre, per cui migliaja e migliaja di lire erano state spese! Chi in montagna,
chi al mare; una cuccagna! Perché tenere ancora lí quella tigre? Mancava ancora
tutta la parte dell'attore che doveva ucciderla? E dov'era quest'attore? Ah,
arrivato adesso? E come? dov'era stato?
Attori, comparse, attrezzisti, una folla era sbucata fuori da ogni parte alle
grida del commendator Borgalli, ch'ebbe la soddisfazione di misurar cosí, quanto
grande fosse la sua autorità e quanto temuta e rispettata, dal silenzio in cui
tutta quella gente si tenne e poi si sparpagliò, quand'egli concluse la sua
concione ordinando:
- Al lavoro! su, al lavoro!
Sparí dallo spiazzo, come sommerso prima da quell'affluire di gente, poi portato
via dal rifluire di essa, ogni vestigio della - diciamo - drammatica situazione
di poc'anzi; là, della Nestoroff e di Carlo Ferro; piú là, del Nuti, solo,
discosto, sotto gli alberi. Lo spiazzo ci restò davanti vuoto. Sentii la
signorina Luisetta che mi gemeva accanto:
- Oh Dio, oh Dio, - e si storceva le manine. - Oh Dio, e adesso? che avverrà
adesso?
La guardai con stizza, ma pure mi provai a confortarla:
- Ma che vuole che avvenga? stia tranquilla! Non ha veduto? Tutto combinato...
Io ho almeno questa impressione. Ma sí, stia tranquilla! Questo ritorno di
sorpresa del Ferro... Scommetto che lei lo sapeva; se pure lei stessa jeri non
gli ha telegrafato di venire; sí, apposta, per farsi trovare lí in amichevole
colloquio con lui, col signor Nuti. Creda pure che è cosí.
Ma lui? lui?
- Chi lui? il Nuti?
- Se è tutto un giuoco di quei due....
- Teme che se n'accorga?
Ma sí ! ma sí!
E la povera piccina tornò a storcersi le manine.
Ebbene? e se se n'accorge? - dissi io. - Stia tranquilla, che non farà nulla.
Creda che anche questo è calcolato.
- Da chi? da lei? da quella donna?
- Da quella donna. Si sarà prima accertata bene, parlando con lui, che
quell'altro poteva sopravvenire a tempo, senza pericolo per nessuno; stia
tranquilla! Se no, il Ferro non sarebbe sopravvenuto.
Ricatto. Questa mia asserzione racchiudeva una profonda disistima del Nuti; se
la signorina Luisetta voleva tranquillarsi, doveva accettarla. Avrebbe tanto
desiderato di tranquillarsi la signorina Luisetta; ma a questo patto no, non
volle. Scosse il capo violentemente: no, no.
E allora, niente! Ma in verità, per quanta fiducia avessi nell'accortezza
fredda, nel potere della Nestoroff, ricordandomi ora delle furie disperate del
Nuti, non mi sentivo neanch'io ben sicuro, che non ci fosse proprio da stare in
pensiero per lui. Ma questo pensiero mi faceva crescer la stizza, già mossa per
lo spettacolo di quella povera piccina spaventata. Contro la risoluzione di
porre e tenere tutta quella gente là davanti alla mia macchinetta come pasto da
darle a mangiare girando impassibile la manovella, mi vedevo anche io costretto
a interessarmi ad essa ancora, a darmi ancora pensiero de' loro casi. Anche mi
sovvennero le minacce, le fiere proteste della Nestoroff, che niente ella temeva
da nessuno, perché qualunque altro male - un nuovo delitto, la prigione, la
morte stessa stimava per sé mali minori di quello che soffriva in segreto e nel
quale voleva durare. S'era forse tutt'a un tratto stancata di durarvi? Si doveva
a questo la risoluzione da lei presa jeri, durante la mia assenza, d'andare
verso il Nuti, contrariamente a quanto il giorno avanti mi aveva detto?
- Nessuna compassione, - mi aveva detto, - né per me ne per lui!
Ha avuto improvvisamente compassione di sé? Di lui, no, certo! Ma compassione di
sé, per lei vuol dire levarsi comunque, anche a costo d'un delitto, dalla
punizione che si è data convivendo con Carlo Ferro. Risolutamente,
all'improvviso, è andata verso il Nuti e ha fatto venire Carlo Ferro.
Che vuole? Che avverrà?
È avvenuto questo, intanto, a mezzogiorno sotto il pergolato dell'osteria, dove
- parte camuffati da indiani e parte da turisti inglesi - s'erano affollati
moltissimi attori e attrici delle quattro compagnie. Erano tutti, o fingevano di
essere adirati e in subbuglio per la sfuriata della mattina del commendator
Borgalli, e cimentavano da un pezzo Carlo Ferro facendogli intendere chiaramente
che quella sfuriata la dovevano a lui, per aver egli messo avanti dapprima tante
sciocche pretese e cercato poi di sottrarsi alla parte assegnatagli nel film
della tigre, partendo, come se davvero ci fosse un gran rischio a uccidere una
bestia mortificata da tanti mesi di prigionia: assicurazione di cento mila lire,
patti, condizioni, ecc. Carlo Ferro se ne stava seduto a un tavolino, in
disparte, con la Nestoroff. Era giallo; appariva chiaramente che faceva sforzi
enormi per contenersi; ci aspettavamo tutti che da un momento all'altro
scattasse, insorgesse. Restammo perciò in prima sbalorditi, quando, invece di
lui, un altro, a cui nessuno badava, scattò d'improvviso e insorse, facendosi
innanzi al tavolino, a cui stavano il Ferro e la Nestoroff. Lui, il Nuti
pallidissimo. Nel silenzio pieno d'attesa violenta, un piccolo grido di spavento
s'udí, a cui subito rispose un gesto di là, imperioso, della mano di Varia
Nestoroff sul braccio di Carlo Ferro.
Il Nuti disse, guardando il Ferro fermamente negli occhi:
- Vuol cedere a me il suo posto e la sua parte? M'impegno davanti a tutti
d'assumerla senza patti e senza condizioni.
Non balzò in piedi Carlo Ferro né s'avventò contro il provocatore. Con stupore
di tutti s'abbassò invece, si distese sguajatamente su la seggiola; piegò il
capo da una parte, come a guardare da sotto in su, e prima alzò un poco il
braccio su cui quella mano premeva, dicendo alla Nestoroff:
- La prego...
Poi, rivolgendosi al Nuti:
- Lei? La mia parte? Ma felicissimo, caro signore! Perché io sono un gran
vigliacco... ho una paura, io, che lei non si può credere. Felicissimo,
felicissimo, caro signore!
E rise, come non ho veduto mai ridere nessuno.
Provocò un brivido in tutti quella risata, e tra questo brivido generale e sotto
la sferza di quella risata restò il Nuti come smarrito, certo con l'animo
vacillante nell'impeto che lo aveva spinto contro il rivale e che ora cadeva
cosí, di fronte a quell'accoglienza sguajata e beffardamente remissiva. Si
guardò attorno, e allora, all'improvviso, nel vedergli quella faccia pallida
smarrita, tutti scoppiarono a ridere forte, a ridere forte di lui,
irrefrenabilmente. La tensione angosciosa si scioglieva cosí, in quest'enorme
risata di sollievo, alle spalle del provocatore. Esclamazioni di dileggio
scattavano qua e là, come zampilli in mezzo al fragore della risata: - Ci ha
fatto questa bella figura! - Preso in trappola! - Sorcetto!
Avrebbe fatto meglio il Nuti a mettersi a ridere anche lui con gli altri; ma,
infelicissimamente, volle sostenersi in quella parte ridicola, cercando con gli
occhi qualcuno a cui afferrarsi per tenersi ancora a galla in mezzo a quella
tempesta d'ilarità, e balbettava:
- Dunque... dunque, accettato?... Farò io... Accettato!
Ma anch'io, quantunque mi facesse pena, distolsi subito lo sguardo da lui per
volgermi a guardare la Nestoroff che aveva negli occhi dilatati un riso di luce
malvagio.
II
Preso in trappola. Ecco tutto. Ha voluto questo e nient'altro la Nestoroff - che
nella gabbia c'entrasse lui.
Per qual fine? Mi sembra facile intenderlo, dal modo con cui ha disposto le
cose: che cioè tutti, prima, disprezzando Carlo Ferro ch'ella aveva persuaso o
costretto ad allontanarsi, dicessero che nessun rischio si correva a entrare in
quella gabbia, cosí che piú ridicola poi, da parte del Nuti, apparisse la
bravata d'entrarci, e dalle risa con cui questa bravata è stata accolta uscisse,
se non proprio salvo, quanto meno mortificato fosse possibile, l'amor proprio di
quello; e no, niente anzi mortificato, giacché per la soddisfazione maligna che
si suol provare nel veder cadere un povero uccello nella pània, che quella pània
non fosse una cosa gradevole ora tutti riconoscono; e bravo dunque il Ferro che
se n'è saputo, a spese di quel passerotto, disimpacciare. Insomma questo ha
voluto, mi par chiaro: gabbare il Nuti, dimostrandogli che a lei stava a cuore
di risparmiare al Ferro anche un fastidio da nulla e fin l'ombra d'un pericolo
lontanissimo, com'è quello d'entrare in una gabbia a sparare a una bestia che
tutti hanno detto mortificata da tanti mesi di prigionia. Ecco: lo ha preso
pulitamente per il naso e tra le risa di tutti lo ha introdotto in quella
gabbia.
Anche i piú morali moralisti, senza volerlo, tra le righe delle loro favole
lasciano scorgere un vivo compiacimento per le astuzie della volpe a danno del
lupo o del coniglio o della gallina: e Dio sa che cosa rappresenta la volpe in
quelle favole! La morale da cavarne è sempre questa: che il danno e le beffe
restano agli sciocchi, ai timidi, ai semplici, e che sopra tutto da pregiare è
dunque l'astuzia, anche quando non arriva all'uva e dice che ancora non è
matura. Bella morale! Ma questo tiro giuoca sempre la volpe ai moralisti, che
per far che facciano, non riescono mai a farle fare una cattiva figura. Avete
voi riso della favola della volpe e dell'uva? Io no, mai. Perché nessuna
saggezza m'è apparsa piú saggia di questa, che insegna a guarir d'ogni voglia,
disprezzandola.
Questo ora - beninteso - lo dico per me, che vorrei esser volpe e non sono. Non
so dire uva acerba, io, alla signorina Luisetta. E questa povera piccina, al cui
cuore non son potuto arrivare, ecco, fa di tutto perché io perda appresso a lei
la ragione, la calma impassibile, la bella saggezza che mi sono piú volte
proposto di seguire, insomma quel mio tanto vantato silenzio di cosa.
Vorrei disprezzarla, io, la signorina Luisetta, nel vederla cosí perduta dietro
a quello sciocco; non posso. La povera piccina non dorme piú, e me lo viene a
dire in camera ogni mattina, con certi occhi che le cangiano di colore, ora
azzurri intensi, ora verdi pallidi, con la pupilla che or si dilata per lo
sgomento, or si restringe in un puntino in cui pare infitto lo spasimo piú
acuto.
Le domando: - Non dorme? Perché? - , spinto da una voglia cattiva, che vorrei e
non so ricacciare indietro, di farla stizzire. La sua bella età, la stagione
dovrebbero pure invitarla a dormire. No? Perché? Un bel gusto provo a
costringerla a dirmelo, che non dorme per lui, perché teme che lui... Ah sí? E
allora: - Ma no, dorma pure, che tutto va bene, benissimo. Vedesse con che
impegno lui s'è messo a rappresentare la parte nel film della tigre!
Proprio bene, perché da giovanotto, lui, lo diceva, che se il nonno glielo
avesse permesso, attore drammatico si sarebbe fatto; e non avrebbe mica
sbagliato! Ottima disposizione naturale; vera eleganza signorile; perfetta
compostezza da
gentleman inglese al seguito della perfida Miss in viaggio nelle
Indie! E bisogna vedere con quale garbata arrendevolezza accetta i consigli
degli attori di professione, dei direttori Bertini e Polacco, e come si compiace
delle loro lodi! Niente paura, dunque, signorina. Tranquillissimo... - Come si
spiega? - Ma si spiega forse cosí, che non avendo fatto mai nulla, beato lui, in
vita sua, ora che, per combinazione, s'è messo a fare una cosa e proprio quella
che un tempo gli sarebbe piaciuto di fare, ecco, ci ha preso gusto, ci si
distrae, invanito.
No? La signorina Luisetta dice di no, s’ostina a dire di no, di no, di no; che
non le pare possibile; che non ci sa credere; che qualche violento proposito
egli stia a covare, senza darlo a vedere.
Nulla piú facile, quando un sospetto di questo genere si sia fissato, che
scorgere in ogni minimo atto un segno rivelatore. E ne scorge tanti la signorina
Luisetta! E me li viene a dire in camera ogni mattina: - scrive - è accigliato -
non guarda - s'è scordato di salutare...
- Sí, signorina: e guardi, oggi s'è soffiato il naso con la mano sinistra,
invece che con la mano destra!
Non ride la signorina Luisetta: mi guarda accigliata, per vedere s'io dico sul
serio: poi se ne va sdegnata e mi manda in camera Cavalena suo padre, il quale -
lo vedo - fa di tutto, pover'uomo, per superare in mia presenza la costernazione
che la figliuola è riuscita a comunicargli fortissima, tentando d'assorgere a
considerazioni astratte.
- La donna! - mi dice, scotendo le mani. - Lei, per sua fortuna (e cosí sempre
sia, gliel'auguro di tutto cuore, signor Gubbio!) non l'ha incontrata, lei, su
la sua via, la Nemica. Ma guardi me! Che sciocchi tutti coloro che, sentendo
definir la donna «la nemica», vi rinfacciano subito: - «Ma vostra madre? Le
vostre sorelle? le vostre figliuole?» come se per l'uomo, che in questo caso è
figlio, fratello, padre, quelle fossero donne! Che donne? Nostra madre? Bisogna
che mettiamo nostra madre di fronte a nostro padre, come le nostre sorelle o le
nostre figliuole di fronte ai loro mariti; allora sí la donna, la nemica verrà
fuori! C'è piú per me di quella mia cara povera piccina? Ma io non ho la minima
difficoltà ad ammettere, signor Gubbio, che anche lei, sicuro, la mia Sesè possa
diventare, come tutte le altre donne di fronte all'uomo la nemica. E non c'è
bontà, non c'è remissione che tenga, creda! Quando, a uno svolto di strada, lei
incontra proprio quella, quella che dico io, la nemica: ecco qua, tra due sta: o
lei la ammazza, o lei si riduce come me! Ma quanti sono capaci di ridursi come
me? Mi lasci almeno questa magra soddisfazione di dire pochissimi, signor
Gubbio, pochissimi!
Io gli rispondo che sono pienamente d'accordo.
- D'accordo? - mi domanda allora Cavalena, con sorpresa che s'affretta a
dissimulare, per il timore ch'io possa per questa sorpresa indovinare il suo
giuoco. - D'accordo?
E mi guarda timidamente negli occhi, come a sorprendere il momento di scivolare,
senza guastar quest'accordo, dalla considerazione astratta al caso concreto. Ma
qua l'arresto subito.
- Oh Dio, ma perché, - gli domando, - vuol credere per forza in un cosí fiero
impegno della signora Nestoroff d'essere la nemica del signor Nuti?
- Come come? scusi? non le sembra? ma è! è la nemica! - esclama Cavalena. -
Questo mi sembra indubitabile!
- E perché? - torno a domandargli. - Indubitabile a me sembra invece ch'ella non
voglia essere per lui né amica, né nemica, né niente.
- Ma appunto per questo! - incalza Cavalena. - Scusi, o che forse la donna
bisogna considerarla in sé e per sé? Sempre di fronte a un uomo, signor Gubbio!
Tanto piú nemica, in certi casi, quanto piú indifferente! E in questo caso poi,
l'indifferenza, scusi, adesso? dopo tutto il male che gli ha fatto? E non basta;
anche il dileggio? Ma scusi!
Sto a guardarlo un poco e mi rifaccio con un sospiro a domandargli daccapo:
- Benissimo. Ma perché ora vuol credere per forza che al Signor Nuti
l'indifferenza e il dileggio della signora Nestoroff abbiano provocato, non so,
ira, sdegno, propositi violenti di vendetta? Da che cosa l'argomenta? Non li dà
affatto a vedere! Si mostra calmissimo, attende con piacere evidente alla sua
parte di gentleman inglese...
- Non è naturale! non è naturale! - protesta Cavalena, scrollando le spalle. -
Creda, signor Gubbio, non è naturale! Mia figlia ha ragione. Lo vedessi piangere
d'ira o di dolore, smaniare, torcersi, macerarsi, amen, direi: « Ecco, pende
verso l'uno o verso l'altro dei due partiti».
- Cioè?
- Dei due partiti che si possono prendere quando si ha di fronte la nemica. Mi
spiego? Ma questa calma, no, non è naturale! L'abbiamo veduto pazzo qua, per
questa donna, pazzo da catena; e ora... ma che! non è naturale! non è naturale!
Io faccio allora un segno con un dito, che il povero Cavalena in prima non
intende.
- Che vuol dire? - mi domanda.
Gli rifaccio il segno; poi, placido placido:
- Piú sú, ecco, piú sú...
- Piú sú... che cosa?
- Un gradino piú sú, signor Fabrizio; salga un gradino piú sú di codeste
considerazioni astratte, di cui ha voluto darmi un saggio in principio. Creda
che, se vuol confortarsi, è l'unica. Ed è anche di moda, oggi.
- Come sarebbe? - mi domanda, stordito, Cavalena.
E io:
- Evadere, signor Fabrizio, evadere; sfuggire al dramma! È una bella cosa, e
anche di moda, le ripeto. E-va-po-rar-si in dilatazioni, diciamo cosí, liriche,
sopra le necessità brutali della vita, a contrattempo e fuori di luogo e senza
logica; sú, un gradino piú sú di ogni realtà che accenni a precisarcisi piccola
e cruda davanti agli occhi. Imitare, insomma, gli uccellini in gabbia, signor
Fabrizio, che fanno sí, qua e là, saltellando, le loro porcheriole, ma poi ci
svolazzano sopra: ecco, prosa e poesia; è di moda. Appena le cose si mettono
male, appena due, poniamo, vengono alle mani o ai coltelli, via, sú, guardare in
sú, che tempo fa, le rondini che volano, o magari i pipistrelli, se qualche
nuvola passa; in che fase è la luna e se le stelle pajono d'oro o d'argento. Si
passa per originali e si fa la figura di comprendere piú vastamente la vita.
Cavalena mi guarda con tanto d'occhi: forse gli sembro impazzito.
- Eh, - poi dice. - Poterlo fare!
- Facilissimo, signor Fabrizio! Che ci vuole? Appena un dramma le si delinea
davanti, appena le cose accennano di prendere un po' di consistenza e stanno per
balzarle davanti solide, concrete, minacciose, cavi fuori da lei il pazzo, il
poeta crucciato, armato di una pompettina aspirante; si metta a pompare dalla
prosa di quella realtà meschina, volgare, un po' d'amara poesia, ed ecco fatto!
- Ma il cuore? - mi domanda Cavalena.
- Che cuore?
- Perdio, il cuore! Non bisognerebbe averne!
- Ma che cuore, signor Fabrizio! Niente. Sciocchezze. Che vuole che importi al
mio cuore se Tizio piange o se Caio si sposa, se Sempronio ammazza Filano, e via
dicendo? Io evado, sfuggo al dramma, mi dilato, ecco, mi dilato!
Dilata invece sempre piú gli occhi il povero Cavalena. Io sorgo in piedi e gli
dico per concludere:
- Insomma, alla sua costernazione e a quella della sua figliuola, signor
Fabrizio, io rispondo cosí: che non voglio piú saperne di nulla; mi sono seccato
di tutto, e vorrei mandare a gambe in aria ogni cosa. Signor Fabrizio, lo dica
alla sua figliuola: io faccio l'operatore, ecco!
E me ne vado alla Kosmograph.
III
Siamo, se Dio vuole, alla fine. Non manca piú, ormai, che l'ultimo quadro
dell'uccisione della tigre.
La tigre: ecco, preferisco, se mai, costernarmi di lei; e vado a farle una
visita, l'ultima, dinanzi alla gabbia.
S'è abituata a vedermi, la bella belva, e non si smuove. Solo aggrotta un po' le
ciglia, per fastidio; ma sopporta la mia vista insieme col peso di questo
silenzio di sole, grave, attorno, che qua nella gabbia s'impregna di forte lezzo
ferino. Il sole entra nella gabbia ed essa socchiude gli occhi forse per
sognare, forse per non vedersi addosso le liste d'ombra proiettate dalle sbarre
di ferro. Ah, dev'essere tremendamente seccata anche lei; seccata anche di
questa mia pietà; e credo che, per farla cessare con un giusto compenso,
volentieri mi divorerebbe. Questo desiderio, ch'essa riconosce per via di quelle
sbarre inattuabile, la fa sospirare profondamente; e poiché se ne sta lunga
sdrajata, col capo languido abbandonato su una zampa, vedo al sospiro levarsi
una nuvoletta di polvere dal tavolato della gabbia. Mi fa proprio pena questo
sospiro, pure intendendo perché essa lo ha emesso: c'è il riconoscimento
doloroso della privazione a cui l'hanno condannata del suo diritto naturale di
divorarsi l'uomo, ch'essa ha tutta la ragione di considerare suo nemico.
- Domani, - le dico. - Domattina, cara, codesto supplizio finirà. È vero che
codesto supplizio è ancora una cosa per te, e che, quando sarà finito, per te
non sarà piú niente. Ma tra codesto supplizio e niente, forse meglio niente!
Cosí, lontana dai tuoi selvaggi luoghi, senza poter sbranare né far piú paura a
nessuno, che tigre sei tu? Senti, senti... Preparano di là la gabbia grande...
Tu sei già avvezza a sentire queste martellate, e non ci fai piú caso. Vedi, in
questo sei piú fortunata dell'uomo: l'uomo può pensare, udendo le martellate:
«Ecco, sono per me; sono quelle del fabbro che mi sta apparecchiando la cassa».
Tu già ci sei, nella cassa, e non lo sai: sarà una gabbia molto piú grande di
questa; e avrai la consolazione d'un po' di colore locale anche qui: figurerà un
pezzo di bosco. La gabbia, ove ora stai, sarà trasportata di là e accostata fino
a farla combaciare con quella. Un macchinista salirà qua, sul cielo di questa, e
ne tirerà sú lo sportello, mentre un altro macchinista tirerà lo sportello
dell'altra; e tu allora di fra i tronchi degli alberi t'introdurrai guardinga e
meravigliata. Ma avvertirai subito un ticchettío curioso. Niente! Sarò io, che
girerò sul treppiedi la macchinetta; sí, dentro la gabbia anch'io, con te; ma tu
non badare a me! vedi? appostato un po' innanzi a me c'è un altro, un altro che
prende la mira e ti spara, ah! eccoti giú, pesante, fulminata nello slancio...
Mi accosterò; farò cogliere senza piú pericolo alla macchinetta i tuoi ultimi
tratti, e addio!
Se finirà cosí...
Questa sera, uscendo dal Reparto del Positivo, ove, per la premura che fa
il Borgalli, ho dato una mano anch'io per lo sviluppo e la legatura dei pezzi di
questo film mostruoso, mi son veduto venire incontro Aldo Nuti per
accompagnarsi insolitamente con me fino a casa. Ho notato subito che si
studiava, o meglio, si sforzava di non dare a vedere che aveva qualche cosa da
dirmi.
- Va a casa?
- Sí.
- Anch'io.
A un certo punto mi domandò:
- È stato oggi alla Sala di prova?
- No. Ho lavorato giú, al Reparto.
Silenzio per un tratto. Poi ha tentato con pena un sorriso, che voleva parere di
compiacimento:
- Si sono provati i miei pezzi. Hanno fatto buona impressione a tutti. Non avrei
immaginato che potessero riuscire cosí bene. Uno specialmente. Avrei voluto che
lei lo vedesse.
- Quale?
- Quello che mi presenta solo, per un tratto, staccato dal quadro, ingrandito,
con un dito cosí su la bocca, in atto di pensare. Forse dura un po' troppo...
viene troppo avanti la figura... con quegli occhi... Si possono contare i peli
delle ciglia. Non mi pareva l'ora che sparisse dallo schermo.
Mi voltai a guardarlo; ma mi sfuggí subito in un'ovvia considerazione:
- Già! - disse. - È curioso l'effetto che ci fa la nostra immagine riprodotta
fotograficamente, anche in un semplice ritratto, quando ci facciamo a guardarla
la prima volta. Perché?
- Forse, - gli risposi, - perché ci sentiamo lí fissati in un momento, che già
non è piú in noi; che resterà, e che si farà man mano sempre piú lontano.
- Forse! - sospirò. - Sempre piú lontano per noi...
- No, - soggiunsi, - anche per l'immagine. L'immagine invecchia anch'essa, tal
quale come invecchiamo noi a mano a mano. Invecchia, pure fissata lí sempre in
quel momento; invecchia giovane, se siamo giovani, perché quel giovane lí
diviene d'anno in anno sempre piú vecchio con noi, in noi.
- Non capisco.
- È facile intenderlo, se ci pensa un poco. Guardi: il tempo, da lí, da quel
ritratto, non procede piú innanzi, non s’allontana sempre piú d'ora in ora con
noi verso l'avvenire; pare che resti lí fissato, ma s'allontana anch'esso, in
senso inverso; si sprofonda sempre piú nel passato, il tempo. Per conseguenza
l'immagine, lí, è una cosa morta che col tempo s’allontana man mano anch'essa
sempre piú nel passato: e piú è giovane e piú diviene vecchia e lontana.
Ah già, cosí... Sí, sí, - disse. - Ma c'è qualche cosa di piú triste.
Un'immagine invecchiata giovane a vuoto.
- Come, a vuoto?
- L'immagine di qualcuno morto giovane
Mi voltai di nuovo a guardarlo; ma egli soggiunse subito:
- Ho un ritratto di mio padre, morto giovanissimo, circa all'età mia; tanto che
io non l'ho conosciuto. L'ho custodita con reverenza, quest'immagine, benché non
mi dica nulla. S'è invecchiata anch'essa, sí, profondandosi, come lei dice, nel
passato. Ma il tempo che ha invecchiato l'immagine, non ha invecchiato mio
padre; mio padre non l'ha vissuto questo tempo. E si presenta a me, a vuoto, dal
vuoto di tutta questa vita che per lui non è stata; si presenta a me con la sua
vecchia immagine di giovane che non mi dice nulla, che non può dirmi nulla,
perché non sa neppure ch'io ci sia. E difatti è un ritratto ch'egli si fece
prima di sposare; ritratto, dunque, di quando non era mio padre. Io in lui, lí,
non ci sono, come tutta la mia vita è stata senza di lui.
- È triste...
- Triste, sí. Ma in ogni famiglia, nei vecchi album di fotografie, sui
tavolinetti davanti al canapè dei salotti provinciali, pensi quante immagini
ingiallite di gente che non dice piú nulla, che non si sa piú chi sia stata, che
abbia fatto, come sia morta...
D'improvviso cambiò discorso per domandarmi, accigliato:
- Quanto può durare una pellicola?
Non si rivolgeva piú a me, come a uno con cui avesse piacer di conversare; ma a
me come operatore. E il tono della voce era cosí diverso, cosí cangiata
l'espressione del volto, ch io sentii di nuovo, a un tratto, sommuoversi dentro
di me il dispetto che covo in fondo da un pezzo contro tutto e contro tutti.
Perché voleva sapere quanto può durare una pellicola? S'era accompagnato con me
per informarsi di questo? o per il gusto di farmi spavento, lasciandomi
trapelare che intendeva di compiere qualche sproposito il giorno appresso, cosí
che di quella passeggiata dovesse restarmi un tragico ricordo o un rimorso ?
Mi sorse la tentazione di piantarmi su due piedi e di gridargli in faccia:
- Oh sai, caro? Con me la puoi smettere, perché di te non me n'importa proprio
nulla! Tu puoi far tutte le pazzie che ti parrà e piacerà, questa sera, domani:
io non mi commuovo! Mi domandi forse quanto può durare una pellicola per farmi
pensare che tu lasci di te quella tua immagine col dito su la bocca? E credi
forse di dover riempire e spaventare tutto il mondo con quella tua immagine
ingrandita, nella quale si possono contare i peli delle ciglia? Ma che
vuoi che duri una pellicola ?
Scrollai le spalle e gli risposi:
- Secondo l'uso che se ne fa.
Anche lui dal tono della mia voce, cangiato comprese certo cangiata la
disposizione del mio animo verso di lui, e mi guardò allora in un modo che mi
fece pena.
Ecco: egli era qua ancora su la terra un piccolo essere. Inutile, quasi nullo;
ma era, e m'era accanto, e soffriva. Pure lui soffriva, come tutti gli altri,
della vita che è il vero male di tutti. Per non degne ragioni ne soffriva sí
lui; ma di chi la colpa se cosí piccolo era nato? Anche cosí piccolo soffriva e
la sua sofferenza era grande per lui, comunque indegna... Era della vita! per
uno dei tanti casi della vita, che s'era abbattuto su lui per togliergli tutto
quel poco che aveva in sé e schiantarlo e distruggerlo! Ora era qua, ancora
accanto a me, in una sera di giugno, di cui non poteva respirare la dolcezza;
domani forse, poiché la vita gli s'era cosí voltata dentro, non sarebbe stato
piú: quelle sue gambe non le avrebbe piú mosse per camminare; non lo avrebbe piú
veduto quel viale per cui andavamo; e non se le sarebbe piú calzate al piede da
sé quelle belle scarpette verniciate e quei calzini di seta, e né piú si
sarebbe, anche in mezzo alla disperazione, compiaciuto ogni mattina, davanti
allo specchio dell'armadio, dell'eleganza del suo abito inappuntabile su la
bella persona svelta, ch'io potevo toccare, ecco, ancora viva, sensibile,
accanto a me.
- Fratello...
No: non gli dissi questa parola. Si sentono certe parole, in un momento
fuggevole; non si dicono. Gesú poté dirle, che non vestiva come me e non faceva
come me l'operatore. In una umanità che prende diletto d'uno spettacolo
cinematografico e ammette in sé un mestiere come il mio, certe parole, certi
moti dell'animo diventano ridicoli.
- Se dicessi fratello a questo signor Nuti, - pensai, - egli se n'offenderebbe;
perché... sí, avrò potuto fargli un po' di filosofia su le immagini che
invecchiano, ma che sono io per lui? Un operatore: una mano che gira una
manovella. Egli è un «signore», con la follia forse già dentro la scatoletta del
cranio, con la disperazione in cuore, ma un ricco «signore titolato» che si
ricorda bene d'avermi conosciuto studentello povero, umile ripetitore di Giorgio
Mirelli nella villetta di Sorrento. Vuol tenere la distanza tra me e lui, e mi
obbliga a tenerla anch'io, ora, tra lui e me: quella che il tempo e la
professione mia hanno stabilito. Tra lui e me, la macchinetta.
- Scusi, - mi domandò, poco prima d'arrivare a casa, - domani come farà lei a
prendere la scena dell'uccisione della tigre?
- È facile, - risposi. - Starò dietro di lei.
- Ma non ci saranno i ferri della gabbia? l'ingombro delle piante?
- Per me, no. Starò dentro la gabbia con lei.
Si fermò a guardarmi, sorpreso:
- Dentro la gabbia anche lei?
- Certo, - risposi placidamente.
- E se... se io fallissi il colpo?
- So che lei è un tiratore provetto. Ma, del resto, poco male! Tutti gli attori,
domani, staranno attorno alla gabbia ad assistere alla scena. Parecchi saranno
armati e pronti a sparare anch'essi.
Stette un po' aggrondato a pensare, come se questa notizia lo contrariasse.
- Non spareranno mica prima di me, - poi disse.
- No, certo. Spareranno, se ce ne sarà bisogno.
- Ma allora, - domandò, - perché quel signore là... quel signor Ferro aveva
messo avanti tutte quelle pretese, se non c'è veramente nessun pericolo?
- Perché col Ferro questi altri, fuori della gabbia, armati, forse non ci
sarebbero stati.
- Ah, dunque ci sono per me? Hanno preso questa misura di precauzione per me? È
ridicolo! Chi l'ha presa? L'ha forse presa lei?
- Io no. Che c'entro io?
- Come lo sa, allora?
- L'ha detto Polacco.
- L'ha detto a lei? Dunque, l'ha presa Polacco? Ah, domani mattina mi sentirà!
Io non voglio, ha capito? io non voglio!
- Lo dice a me?
- Anche a lei!
- Caro signore, creda pure che a me non fa né caldo né freddo: colpisca o
fallisca il colpo, faccia dentro la gabbia tutte le pazzie che vuole: io non mi
commuovo, stia sicuro. Qualunque cosa accada, seguiterò impassibile a girar la
macchinetta. Se lo tenga bene in mente!
IV
Girare, ho girato. Ho mantenuto la parola: fino all'ultimo. Ma la vendetta che
ho voluto compiere dell'obbligo che m'è fatto, come servitore d'una macchina, di
dare in pasto a questa macchina la vita, sul piú bello la vita ha voluto
ritorcerla contro me. Sta bene. Nessuno intanto potrà negare ch'io non abbia ora
raggiunto la mia perfezione.
Come operatore, io sono ora, veramente, perfetto.
Dopo circa un mese dal fatto atrocissimo, di cui ancora si parla da per tutto,
conchiudo queste mie note.
Una penna e un pezzo di carta: non mi resta piú altro mezzo per comunicare con
gli uomini. Ho perduto la voce; sono rimasto muto per sempre. In una parte di
queste mie note sta scritto: «Soffro di questo mio silenzio, in cui tutti
entrano come in un luogo di sicura ospitalità. Vorrei ora che il mio silenzio
si chiudesse del tutto intorno a me». Ecco, s'è chiuso. Non potrei meglio di
cosí impostarmi servitore d'una macchina.
Ma ecco tutta la scena, come s’è svolta.
Quello sciagurato, la mattina appresso, si recò dal Borgalli a protestare
fieramente contro il Polacco per la figura ridicola a cui questi a suo credere
intendeva esporlo con quella misura di precauzione. Pretese a ogni costo che
fosse revocata, dando un saggio a tutti, se occorreva, della sua ben nota
valentia di tiratore. Il Polacco si scusò davanti al Borgalli dicendo d'aver
preso quella misura non per poca fiducia nel coraggio o nell'occhio del Nuti, ma
per prudenza, conoscendo il Nuti molto nervoso, come del resto ne dava or ora la
prova con quella protesta cosí concitata, in luogo del doveroso, amichevole
ringraziamento ch'egli s'aspettava.
- Poi, - soggiunse infelicemente, indicando me, - ecco, commendatore, c'è anche
Gubbio qua, che deve entrar nella gabbia...
Mi guardò con tale disprezzo quel disgraziato, che subito io scattai, rivolto a
Polacco:
- Ma no, caro! Non dire per me, ti prego! Tu sai bene ch'io starò a girare
tranquillo, anche se vedo questo signore in bocca e tra le zampe della bestia!
Risero gli attori accorsi ad assistere alla scena; e allora Polacco si strinse
nelle spalle e si rimise, o piuttosto, finse di rimettersi. Per mia fortuna,
com'ho saputo dopo, pregò segretamente Fantappiè e un altro di tenersi di
nascosto armati e pronti al bisogno. Il Nuti andò nel suo camerino a vestirsi da
cacciatore; io andai nel Reparto del Negativo a preparare per il pasto la
macchinetta. Per fortuna della Casa, tolsi là di pellicola vergine molto piú che
non bisognasse, a giudicare approssimativamente della durata della scena. Quando
ritornai su lo spiazzo ingombro, in mezzo del gabbione enorme iscenato da bosco,
l'altra gabbia, con la tigre dentro, era già stata trasportata e accostata per
modo che le due gabbie s'inserivano l'una nell'altra. Non c'era che da tirar sú
lo sportello della gabbia piú piccola.
Moltissimi attori delle quattro compagnie s'erano disposti di qua e di là, da
presso, per poter vedere dentro la gabbia di fra i tronchi e le fronde che
nascondevano le sbarre. Sperai per un momento che la Nestoroff, ottenuto
l'intento che s'era proposto, avesse avuto almeno la prudenza di non venire. Ma
eccola là, purtroppo.
Si teneva fuori della ressa, discosta, in disparte, con Carlo Ferro, vestita di
verde gajo, e sorrideva chinando frequentemente il capo alle parole che il Ferro
le diceva, benché dall'atteggiamento fosco con cui il Ferro le stava accanto
apparisse chiaro che a quelle parole ella non avrebbe dovuto rispondere con quel
sorriso. Ma era per gli altri, quel sorriso, per tutti coloro che stavano a
guardarla, e fu anche per me, piú vivo, quando la fissai; e mi disse ancora una
volta che non temeva di nulla, perché quale fosse per lei il maggior male io lo
sapevo: ella lo aveva accanto - eccolo là - il Ferro; era la sua condanna, e
fino all'ultimo con quel sorriso voleva assaporarlo nelle parole villane,
ch'egli forse in quel punto le diceva.
Distogliendo gli occhi da lei, cercai quelli del Nuti. Erano torbidi.
Evidentemente anche lui aveva scorto la Nestoroff là in distanza; ma volle
finger di no. Tutto il viso gli s'era come stirato. Si sforzava di sorridere, ma
sorrideva con le sole labbra, appena, nervosamente, alle parole che qualcuno gli
rivolgeva. I1 berretto di velluto nero in capo, dalla lunga visiera, la giubba
rossa, una tromba da caccia, d'ottone, a tracolla, i calzoni bianchi, di pelle,
aderenti alle cosce, gli stivali con gli sproni, il fucile in mano: ecco, era
pronto.
Fu sollevato di qua lo sportello del gabbione, per cui dovevamo introdurci io e
lui; a facilitarci la salita, due apparatori accostarono uno sgabello a due
gradi. S'introdusse prima lui, poi io. Mentre disponevo la macchina sul
treppiedi, che m'era stato porto attraverso lo sportello, notai che il Nuti
prima s'inginocchiò nel punto segnato per il suo appostamento, poi si alzò e
andò a scostare un po' in una parte del gabbione le fronde, come per aprirvi uno
spiraglio. Io solo avrei potuto domandargli:
- Perché?
Ma la disposizione d'animo stabilitasi tra noi non ammetteva che ci scambiassimo
in quel punto neppure una parola. Quell'atto poi poteva essere da me
interpretato in piú modi, che m'avrebbero tenuto incerto in un momento che la
certezza piú sicura e precisa m'era necessaria. E allora fu per me come se il
Nuti non si fosse proprio mosso; non solo non pensai piú a quel suo atto, ma fu
proprio come se io non lo avessi affatto notato.
Egli si riappostò al punto segnato, imbracciando il fucile; io dissi:
- Pronti.
S'udí dall'altra gabbia il rumore dello sportello che s'alzava. Polacco, forse
vedendo la belva muoversi per entrare attraverso lo sportello alzato, gridò nel
silenzio:
- Attenti, si gira!
E io mi misi a girare la manovella, con gli occhi ai tronchi in fondo, da cui
già spuntava la testa della belva, bassa, come protesa a spiare in agguato; vidi
quella testa piano ritrarsi indietro, le due zampe davanti restar ferme, unite,
e quelle di dietro a poco a poco silenziosamente raccogliersi e la schiena
tendersi ad arco per spiccare il salto. La mia mano obbediva impassibile alla
misura che io imponevo al movimento, piú presto, piú piano, pianissimo, come se
la volontà mi fosse scesa - ferma, lucida, inflessibile - nel polso, e da qui
governasse lei sola, lasciandomi libero il cervello di pensare, il cuore di
sentire; cosí che seguitò la mano a obbedire anche quando con terrore io vidi il
Nuti distrarre dalla belva la mira e volgere lentamente la punta del fucile là
dove poc'anzi aveva aperto tra le frondi lo spiraglio, e sparare, e la tigre
subito dopo lanciarsi su lui e con lui mescolarsi, sotto gli occhi miei, in un
orribile groviglio. Piú forti delle grida altissime levate da tutti gli attori
fuori della gabbia accorrenti istintivamente verso la Nestoroff caduta al colpo,
piú forti degli urli di Carlo Ferro, io udivo qua nella gabbia il sordo ruglio
della belva e l'affanno orrendo dell'uomo che s'era abbandonato alle zanne, agli
artigli di quella, che gli squarciavano la gola e il petto; udivo, udivo,
seguitavo a udire su quel ruglio, su quell'affanno là, il ticchettío continuo
della macchinetta, di cui la mia mano, sola, da sé, ancora, seguitava a girare
la manovella; e m'aspettavo che la belva ora si sarebbe lanciata addosso a me,
atterrato quello; e gli attimi di quell'attesa mi parevano eterni e mi pareva
che per l'eternità io li scandissi girando, girando ancora la manovella, senza
poterne fare a meno, quando un braccio alla fne s'introdusse tra le sbarre
armato di rivoltella e tirò un colpo a bruciapelo in un'orecchia della tigre sul
Nuti già sbranato; e io fui tratto indietro strappato dalla gabbia con la
manovella della macchinetta cosí serrata nel pugno, che non fu possibile in
prima strapparmela. Non gemevo, non gridavo: la voce, dal terrore, mi s'era
spenta in gola, per sempre.
Ecco. Ho reso alla Casa un servizio che frutterà tesori. Appena ho potuto, alla
gente che mi stava attorno atterrita, ho prima significato con cenni, poi per
iscritto, che fosse ben custodita la macchina, che a stento m'era stata
strappata dalla mano: aveva in corpo quella macchina la vita d'un uomo;
gliel'avevo data da mangiare fino all'ultimo, fino al punto che quel braccio
s'era proteso a uccidere la tigre. Tesori si sarebbero cavati da quel film,
col chiasso enorme e la curiosità morbosa, che la volgare atrocità del dramma di
quei due uccisi avrebbe suscitato da per tutto.
Ah, che dovesse toccarmi di dare in pasto anche materialmente la vita d'un uomo
a una delle tante macchine dall'uomo inventate per sua delizia, non avrei
supposto. La vita, che questa macchina s'è divorata, era naturalmente quale
poteva essere in un tempo come questo, tempo di macchine; produzione stupida da
un canto, pazza dall'altro, per forza, e quella piú e questa un po' meno bollate
da un marchio di volgarità.
Io mi salvo, io solo, nel mio silenzio, col mio silenzio, che m'ha reso cosí -
come il tempo vuole - perfetto. Non vuole intenderlo il mio amico Simone Pau,
che sempre piú s'ostina ad annegarsi nel superfluo, inquilino perpetuo
d'un ospizio di mendicità. Io ho già conquistato l'agiatezza con la retribuzione
che la Casa m'ha dato per il servizio che le ho reso, e sarò ricco domani con le
percentuali che mi sono state assegnate sui noli del film mostruoso. È
vero che non saprò che farmi di questa ricchezza; ma non lo darò a vedere a
nessuno; meno che a tutti, a Simone Pau che viene ogni giorno a scrollarmi, a
ingiuriarmi per smuovermi da questo mio silenzio di cosa, ormai assoluto, che lo
rende furente. Vorrebbe ch'io ne piangessi, ch'io almeno con gli occhi me ne
mostrassi afflitto o adirato; che gli facessi capire per segni che sono con lui,
che credo anch'io che la vita è là, in quel suo superfluo. Non batto
ciglio; resto a guardarlo rigido, immobile, e lo faccio scappar via su le furie.
Il povero Cavalena da un altro canto studia per me trattati di patologia
nervosa, mi propone punture e scosse elettriche, mi sta attorno per persuadermi
a un'operazione chirurgica sulle corde vocali; e la signorina Luisetta, pentita,
addolorata per la mia sciagura, nella quale vuol sentire per forza un sapor
d'eroismo, timidamente mi dà ora a vedere che avrebbe caro m'uscisse, se non piú
dalle labbra, almeno dal cuore un sí per lei.
No, grazie. Grazie a tutti. Ora basta. Voglio restare cosí. Il tempo è questo;
la vita è questa; e nel senso che do alla mia professione, voglio seguitare cosí
- solo, muto e impassibile - a far l'operatore.
La scena è pronta?
- Attenti, si gira...
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