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Introduzione 1

Introduzione 2

Schede e Personaggi

Analisi

Nota di regia

Approfondisci:

Angela Diana Di Francesca - L’ “ibrido gioco” - La violenza dell’immagine nei “Quaderni di Serafino Gubbio operatore

Giancarlo Mazzacurati - Il doppio mondo di Serafino Gubbio

Tesi - Jana Bartošová - Uomo-macchina nel romanzo di Luigi Pirandello “Quaderni di Serafino Gubbio operatore

Roberto Bernardini - L’assenza della parola nei "Quaderni di Serafino Gubbio Operatore"

Marcella Strazzuso - La macchina e la maschera: gli inganni della modernità nei “Quaderni di Serafino Gubbio operatore

 

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Indice Romanzi

Introduzione 1

 

 

da Libri Mondadori

 

Pubblicato nel 1915 col cinematografico titolo "Si gira", riedito nel 1925 come "Quaderni di Serafino Gubbio operatore", questo è il romanzo in cui Pirandello si misura più direttamente col suo tempo di rivoluzionarie innovazioni tecnologiche. Romanzo polemico e controcorrente nel clima di una modernolatria dannunziana e futurista, i "Quaderni" si propongono a difesa di un teatro/vita (crocevia di partecipazioni emotive attori-pubblico), contro un cinema/forma (frigido ripetitore di stereotipati fotogrammi). Minacciato dall'incombente morte dell'arte, l'artista, rifugiatosi in una scrittura-terapia, rivendica un ruolo demistificatore verso la pervasiva e mercificante industria culturale, in grado di asservire alla logica del guadagno le più varie figure di intellettuali. Su toni anticipatori più dell'orrore allucinante di un Fritz Lang che dell'amara ironia di Chaplin, si consuma una moderna discesa agli inferi da cui emerge la persistenza della parola scritta. La struttura riflessiva dei Quaderni, sottolineata nella nuova titolazione, mentre afferma la morte del romanzo ottocentesco - adombrato nella vieta storia di amore e morte presa a mero pretesto di narrazione - apre al nuovo romanzo del Novecento, affidato a scansioni spazio-temporali tutte interiori.

 


da Opere letterarie del 900 Italiano

Nel primo dei sette quaderni che compongono il romanzo Serafino Gubbio, l'io narrante, precisa il suo ruolo nel mondo del cinema: «Sono operatore. Ma veramente, essere operatore, nel mondo in cui vivo e di cui vivo, non vuol mica dire operare. Io non opero nulla». Più avanti aggiunge: «Soddisfo, scrivendo, a un bisogno, prepotente. Scarico la mia professionale impassibilità». I Quaderni registrano in forma di diario, con frequenti recuperi e scarti della memoria, la fluidità di un'esperienza professionale di cui è titolare passivo il protagonista, portato per la sua formazione filosofica allo studio degli altri per coglierne l'oltre acquattato nel profondo. Un di là da se stessi che gli uomini comuni non percepiscono e che in certi momenti si manifesta, turbandoli, al di fuori del linguaggio e dei comportamenti consueti. Serafino Gubbio, napoletano, con il «baco in corpo della filosofia», avvalendosi di una modesta eredità, a ventisei anni aveva intrapreso gli studi universitari in Belgio.

Tornato a Napoli, si era abbandonato a una «vita da scapigliato» fra giovani artisti, fino a esaurire il piccolo patrimonio. Una rigida sera di novembre Serafino Gubbio giunge a Roma «con scarse speranze» e, in cerca di alloggio, si imbatte in un vecchio amico sardo, Simone Pau, che lo conduce a Borgo Pio nel suo albergo, un Ospizio di Mendicità, dove, malgrado la tristezza del luogo, Serafino accetta di restare. L'indomani inizia la sua grottesca avventura.

All'ospizio arriva una troupe di attori della Casa cinematografica La Kosmograph per la ripresa «di un interno dal vero» nell'asilo notturno. La troupe è guidata dal direttore di scena Nicola Polacco, amico d'infanzia e compagno di studi di Serafino. Polacco gli offre un lavoro di operatore alla Kosmograph, un ruolo su misura per chi, estraniato da tutto e da se stesso, ha raggiunto la «perfetta impassibilità» e può agevolmente ridursi a «una mano che gira la manovella» della macchina da presa. Serafino accetta l'impiego anche perché, per il suo studio dell'umanità, vuole osservare da vicino il comportamento di una delle attrici della troupe in cui ha riconosciuto Varia Nestoroff, un'inquietante avventuriera russa, che, con la sua rapace personalità aveva distrutto la vita di persone a lui care. Varia Nestoroff era stata infatti fidanzata di un giovane pittore di Sorrento, Giorgio Mirelli, a cui Serafino, quando era ancora studente, aveva impartito lezioni private. Giorgio viveva con la nonna e la sorella Lidia, fidanzata ad Aldo Nuti, giovane aristocratico napoletano, attore dilettante e amico del fratello. Alla vigilia delle nozze tra Giorgio e Varia, Aldo Noti, per dimostrare all'amico l'indegnità della donna che sta per sposare, diviene l'amante di Varia. Giorgio, ferito dal tradimento, si uccide. L'orrore del tragico evento allontana i due amanti. Ma Aldo Nuti, diviso tra amore e odio per la donna - che intanto è divenuta prima attrice della Kosmograph - per riavvicinarla si fa scritturare come attore dalla Casa cinematografica. La Nestoroff è ora l'amante di un attore siciliano, Carlo Ferro, uomo rozzo e violento che la brutalizza. I rapporti di Varia con gli uomini sono oggetto di particolare studio da parte di Serafino Gubbio che osserva: «Nemici per lei diventano gli uomini, a cui ella s'accosta, perché la aiutino ad arrestare ciò che di lei le sfugge: lei stessa, sì, ma quale vive e soffre, per così dire, di là da se stessa». Ma gli uomini a cui si accosta, affinché la aiutino a comprendere il suo oltre, la deludono perché mostrano di desiderare solo il suo corpo e allora per vendicarsi e «per mostrar loro in quanto dispregio tenga ciò che essi sopra tutto pregiano in lei», si offre a uomini indegni come Carlo Ferro.

 

 

La donna insegue con tormento l'«ossessa che è in lei», da cui si sente dominata e che si manifesta enigmaticamente nella sua immagine «alterata e scomposta» che appare sullo schermo, «Vede lì una, che è lei, ma che ella non conosce». Alla Kosmograph si prepara un nuovo film di soggetto indiano, La donna e la tigre, con una scena finale molto rischiosa, in cui un cacciatore dovrà affrontare una tigre - un feroce esemplare acquistato dalla Casa cinematografica - e abbatterla. Il ruolo del cacciatore è affidato a Carlo Ferro, ma all'ultimo momento Aldo Nuti ottiene di sostituirlo. L'attore, seguito da Serafino Gubbio con la sua macchina da presa, entra in una grande gabbia, le cui sbarre sono state coperte di tronchi e fronde per simulare la giungla; attorno al set Varia Nestoroff e altri attori assistono alla scena. Al «si gira», nella gabbia viene introdotta la tigre; Aldo Noti imbraccia il fucile, ma rivolge la mira, attraverso uno spiraglio tra le sbarre, sulla Nestoroff che cade fulminata; la tigre si lancia su Nuti e lo sbrana prima di essere abbattuta. A Serafino, che con impassibile professionalità aveva ripreso la scena, la voce, per il terrore gli «s'era spenta in gola, per sempre». Il film, per la morbosa curiosità suscitata dalla «volgare atrocità del dramma», sarà un successo e Serafino, ridotto a un «silenzio di cosa», acquisterà l'agiatezza, ma continuerà « - solo, muto e impassibile - a far l'operatore». Per comunicare con gli altri uomini, che riceveranno «sicura ospitalità» nel suo silenzio, non gli resta che «una penna e un pezzo di carta», l'esercizio della scrittura.

 

Il romanzo ha offerto alla critica varie chiavi di lettura: dalla polemica, dichiarata dall'autore, contro «la Macchina che meccanizza la vita» schiavizzando l'uomo, a quella contro la cinematografia nascente che, con la sua riproducibilità tecnica, comporta, rispetto al teatro, la perdita dell'atmosfera irripetibile della sua autenticità. Per altri la vicenda di Serafino Gubbio rappresenta invece la metafora dell'impassibilità dell'arte. Per Giacomo Debenedetti, la materia fluida non riducibile all'univocità dei personaggi dei Quaderni di Serafino Gubbio, connota l'opera come «un romanzo da fare» con una tematica centrale, quella dell'oltre, che costituisce «il problema tipico dell'arte espressionistica». I Quaderni sono pertanto «una negazione di quel romanzo fatto che era il romanzo naturalista, sono poi anche con il loro impianto ideologico, una condanna senza appello della narrativa naturalistica».

 

 

 

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Introduzione 2

da La Frusta Letteraria

L'un fu tutto serafico in ardore” così viene descritto San Francesco nella Divina Commedia
 

Serafino Gubbio è il nome del protagonista di questo libro di Luigi Pirandello, attraverso il quale  l'autore muove una critica all'industrializzazione della civiltà moderna, e in particolare al suo avanzamento nell'ambito dell'attività artistica, contrapponendosi ai principi ispiratori dell'avanguardia futurista, che invece esaltano la tecnologia, il movimento e il progresso.

Come nella migliore tradizione pirandelliana, per la quale i personaggi dei romanzi vengono rappresentati anche attraverso il loro nome, Serafino con il suo rievoca San Francesco, che fece del pauperismo un principio cardine della propria esistenza, contrapponendolo ai tempi moderni dove l'unico obiettivo sembra essere il guadagno.
 

Il tema dell'uomo ridotto a servitore di una macchina nell'ambito della propria mansione lavorativa è il principale del libro, assieme a quello dello svilimento dell'attività artistica dovuto all'avanzamento della tecnologia e al conseguente inseguimento spasmodico del profitto.
 

Serafino Gubbio è infatti un operatore che lavora in uno studio cinematografico, dove ha il compito di girare la manovella della macchina da presa, strumento moderno grazie al quale vengono prodotti i film. Molto spesso il protagonista riferisce il suo senso di alienazione descrivendo il suo totale asservimento alla macchina che da sola fa il lavoro: “Ma l'anima a me non mi serve. Mi serve la mano, cioè serve alla macchina.”


Leggendo il libro si evince perfettamente il senso di sconforto di chi si trova a fare da mera appendice ad una macchina; Serafino infatti descrive il suo ruolo subalterno rispetto all'operato della stessa, che da sola produce, chiarendo anche che la migliore caratteristica di un operatore cinematografico è l'impassibilità. Egli si sente così solo “una mano che gira una manovella”.
 

Per Serafino assume grande importanza l'incontro con un violinista, un uomo la cui vita è stata distrutta proprio dal repentino ingresso delle macchine nella vita di tutti i giorni; egli, dovendo riscattare il suo violino dato in pegno, accetta di lavorare in una tipografia, dove ha compito di fornire alla macchina dei pani di piombo: una mansione parcellizzata, monotona e ripetitiva a causa della quale si sente svilito.
 

L'alienazione a cui è soggetto lo trattiene in quel posto solo pochi giorni, trascorsi i quali il violinista decide di proporsi ad un'orchestra, dove trova un pianoforte automatico che  dovrebbe accompagnare col violino; ancora una volta quindi gli viene proposto un ruolo subalterno rispetto ad una macchina. Il povero violinista dà allora in escandescenze e viene poco dopo arrestato e successivamente ricoverato in un ospizio di mendicità.
 

Serafino si identifica con il violinista e dalla sua vicenda personale trae spunto per narrare la sua condizione di operatore cinematografico, servitore di una macchina attraverso la quale vengono prodotte opere di bassa qualità, finalizzate esclusivamente al guadagno; l'introito economico è diventato quindi il fine principale di tutto, con la conseguenza che difficilmente i film hanno una qualità elevata e un valore artistico.
 

La fine dell'arte viene rappresentata  attraverso la morte del violinista e con quella di un altro artista, Giorgio Mirelli, un pittore che, a causa di una delusione d'amore, decide di suicidarsi.
 

Nel romanzo, inoltre, viene descritto il ruolo passivo degli attori che lavorano in quella casa cinematografica, i quali si limitano a recitare senza coinvolgimento la propria parte senza nemmeno conoscere l'intera trama del film e, a differenza di quanto avviene in teatro, senza avere il contatto diretto col pubblico.
 

L'esponenziale presenza delle macchine viene anche contrapposta, all'interno della narrazione, alla tigre, una bestia che sarà uccisa durante alcune riprese, unico elemento naturale, sincero e selvaggio presente in quella città dove il progresso e la velocità hanno preso prepotentemente il sopravvento.
 

La morte della tigre è inoltre, e paradossalmente, l'unico fatto vero che si verifica all'interno di quella casa cinematografica dove vengono prodotte perlopiù finzioni e illusioni.
 

Serafino Gubbio allora auspica, già nelle prime pagine, la totale distruzione dell'essere umano, ma a fin di bene, per ricominciare di nuovo su altre basi; l'avvento delle macchine ha prodotto una situazione tale da far desiderare al protagonista un evento palingenetico che possa portare alla costruzione di una nuova società fondata su altri assetti.
 

Rosa Aimoni

 

 

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Gruppo di studio - Scheda e personaggi

 

dal sito Istituto Statale di Istruzione Tecnica Ugo Bassi - Pietro Burgatti - Ferrara

INTRODUZIONE


Con i "RACCONTI DI SERAFINO GUBBIO OPERATORE, ovvero "SI GIRA …" (come il titolo della prima edizione del 1915 ritoccato nel ’25), la voce rientra nel campo del protagonista Gubbio, che è in questo caso percettivo piuttosto che rievocativo. La sua struttura tende a mettere in sintonia la narrazione con l’imprevedibilità degli accadimenti che il protagonista, SERAFINO, "registra" con lo sguardo meccanico della cinepresa, "un grosso ragno nero sul treppiede", sottolineando però la dimensione nascosta alla macchina. E’ la dimensione dell’oltre che non sfugge all’impassibilità della manovella che gira, un oltre che nello sviluppo del racconto svelerà antefatti drammatici dei suoi personaggi, alle prese con le problematiche esistenziali della persona, problematiche che strazieranno Serafino, costretto a riprendere pezzi di vita tormentate da dare in pasto alla cinepresa. La forma di diario degli eventi assume quasi l’aspetto organizzato della dimensione cinematografica; con cioè primi piani con l’emergere improvviso di ricordi vissuti.
 

 

SCHEDA LIBRO

AUTORE: Luigi Pirandello
TITOLO: "Quaderni di Serafino Gubbio operatore" (Anno 1925)
TITOLO ORIGINALE: "Si gira"

(Uscito a puntate su la Nuova Antologia; 1 giugno-15 agosto1915)
SCANSIONE INTERNA DELL’OPERA: il romanzo è suddiviso in sette "quaderni" a loro volta composti da capitoli
NUMERO PAGINE: sono presenti 220 pagine
EDITORE: Garzanti
LUOGO DI EDIZIONE: Italia
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 1°edizione 1993
GENERE: Romanzo

 

 

ARGOMENTO DELL'OPERA

 

Serafino impartiva lezioni private a Giorgio Mirelli, convivente assieme alla sorella Ducella nella casa dei nonni Carlo e Rosa nella campagna sorrentina; luogo di pace e di tranquillità, inquinato poi dall’arrivo della Varia Nestoroff di cui Giorgio si innamorò. Aldo Nuti, spasimante fidanzato di Ducella, considerava la Varia indegna di questo, e l’aveva corteggiata per offrirgliene la prova. Ma davanti alla terribile rivelazione si era ucciso. Serafino, trovandosi a Roma, viene accolto da un amico (Simone Pau) in un "OSPIZIO DI MENDICITA’", nel quale, durante le riprese di un’autentica realtà della civiltà emarginata, viene ingaggiato come operatore dal direttore di scena Nicola Polacco, suo vecchio amico di banco.
Entrato nell’ambiente cinematografico incontra proprio lei, la Varia Nestoroff, portatrice di ricordi amari e di affetti perduti, dello strazio per quella casa distrutta e dell’amore nutrito segretamente per Ducella.
Come operatore, Serafino sta ora girando il film colossal "LaTigre", assieme al nuovo compagno della Varia Carlo Ferro, incaricato di sceneggiare l’uccisione di una tigre appositamente comprata dalla casa cinematografica. Questo ruolo viene poi ricoperto dal Nuti (uomo dalla personalità ormai distrutta), tornato per consumare gli ultimi strazi dell’esistenza assieme a lei, la Nestoroff. Ma il Nuti porta altro dolore e scompiglio nella vita di chi gli sta accanto; la nuova ducella Luisetta è costretta quasi a regalare parte del suo amore al Nuti, delirante nella speranza di riacquistare la sua vecchia Ducella, temporaneamente rimpiazzata, illudendo Luisetta di un amore sincero che le verrà ingiustamente ferito, e che ferirà ancora una volta Gubbio, nuovamente consumato da un amore soffocato.
Durante la messa in scena del film Nuti spara alla Nestoroff lasciandosi poi sbranare dalla tigre. Vittima ne rimane Serafino, impazzito e soffocato nella voce dal terrore.

 

Tempo

Il periodo storico in cui è ambientato il romanzo corrisponde a quello in cui viene steso, intorno al primo decennio del Novecento. Sono di fatto questi gli anni in cui il cinema muto si sviluppa maggiormente soffocando il teatro, gli anni della grande meccanicità della società. Anni che segnano grandi traguardi della tecnica e della scienza, che portano un segno di riflessione da parte di Pirandello.

 

Spazio
Il romanzo è inizialmente ambientato nei borghi della periferia di Roma dove Gubbio, in cerca di alloggio per una notte, incontra un suo vecchio compagno Simon Pau che lo accoglie nella locanda dove affitta: "L’OSPIZIO di MENDICITA’".
Il racconto si estende anche in questo ospizio, luogo di incontro di un terribile passato: la Nestoroff, donna russa dedicatasi nel frattempo all’attrice nei film muti. In una piccola analessi il protagonista scorre alcune vicende nella dolce "Casa dei nonni" sorrentina; qui, lontani dalla meccanicità e dalla crudeltà del mondo esterno, vivono i nonni Carlo e Rosa di Giorgio Mirelli e Ducella. Lo spazio ritorna poi a Roma negli studi della Cosmograph, e nelle abitazioni di Serafino Gubbio e dei personaggi Nuti e Cavalena.


Lo spazio della Roma tetra rappresentata, e il dormitorio appaiono luoghi alienati, ma poi riprendono  una loro autenticità. L’ospizio col violino che ha smesso di suonare rappresenta una ribellione contro la meccanizzazione dell’arte (riferimento al quaderno 1°- 5° capitolo al pianoforte-melodico), che si riscatterà di fronte alla tigre, emblema della forza della natura inalterata. Ma la tigre è in gabbia e il dormitorio è un’altra gabbia spregiata, un limbo ai limiti della vita; due piccole isole in un oceano tempestoso.

 

Il livello della storia e del discorso
Il romanzo presenta delle anacronie, cioè delle discordanze fra l’ordine degli avvenimenti e l’ordine del discorso; fabula ed intreccio non coincidono.
Infatti la narrazione comincia con una breve retrospezione di circa un anno, atta ad immergere il lettore nella trama del romanzo, consentendogli di comprendere gli avvenimenti che si svilupperanno in seguito. Sono anche presenti sommari in cui il tempo del racconto è maggiore di quello degli avvenimenti; tecnica adotta per evidenziare i punti salienti e la chiave di lettura.


Esordio, spannung e scioglimento
I "Quaderni di Serafino Gubbio operatore" sono riconducibili allo schema narrativo più frequente, cioè composto da un esordio (turbamento della situazione iniziale), Spannung (momento di massima tensione), ed infine lo scioglimento con lo stabilizzarsi di una nuova situazione non necessariamente positiva.
Esordio: suicidio di Giorgio Mirelli
Spannung: la messa in scena del cacciatore Aldo Nuti nella gabbia assieme alla tigre.
Scioglimento: omicidio e suicidio della Varia e del Nuti; perdita della voce da parte dell’operatore Gubbio.

 

 

PERSONAGGI PRINCIPALI

 

Serafino Gubbio "operatore"

E' il protagonista del romanzo e la voce narrante. Non compaiono note morfologiche sulla sua fisionomia. Si definisce "operatore" in quanto la sua professione consiste in "una mano che gira una manovella", una mano impassibile alle azioni che riprende.

 

Dopo aver ereditato una buona somma di denaro, si è orientato verso gli studi umanistici.

Ha impartito lezioni a Giorgio Mirelli alla casa di Sorrento, casa a cui rimane e rimarrà legato non solo per il clima mite e sereno, ma anche per l’amore nutrito verso Ducella.

Di fatti ritornerà in quel luogo, ora non più così caro come credeva perché col tempo cambiano anche i sentimenti.

Gubbio si fa però portavoce della sofferenza dei personaggi con cui vive; li osserva, li analizza, scopre loro la "maschera" facendosi specchio. Afferma di voler essere l’albergo di tutti, per poter confortare loro con lo stesso conforto che loro stessi pretenderebbero. Questo proposito muterà poi nell’animo del protagonista fino a ripudiare una realtà assurda e feroce, chiudendosi dietro la sua macchina da presa, come freddo, impassibile operatore, raggiungendo la pura perfezione della professione.


"…Ho sprecato per voi un po’ di quello che non mi serve affatto; perché a me serve soltanto la mano…" (Quaderno 7°-pag190).


"…Caro signore creda pure che a me non fa né caldo né freddo: colpisca o fallisca il colpo; faccia dentro la gabbia quello che vuole; io non mi commuovo, stia sicuro. Qualunque cosa accada, seguiterò impassibile a girare la macchinetta." (Quaderno 7°- pag215).

 

Varia Nestoroff

Donna dai capelli color fulveo, quasi cupreo; corpo elegantissimo, ritto, rigido, snello; un sorriso dolcissimo su le labbra, fresco come due foglie di rosa; due occhi freddi e sicuri nell’ombra delle sue lunghissime ciglia. E’ la diva della Cosmograph dove lavora come prima attrice, ma in lei spesso si notano repentini turbamenti, espressioni sconvolte sconosciute persino a lei sulla pellicola. Lo schermo diventa uno specchio dove la Nestoroff vede lì una che è lei, ma che non conosce; vorrebbe non riconoscersi in quella; ma almeno conoscerla per poterla placare dalle sofferenze. Cercare di arrestare quella parte di lei che le sfugge; questo è l’aiuto che pretenderebbe dagli uomini a cui si allaccia. Ma questi non vedono altro che il suo corpo, ne rimangono abbagliati, alimentando sempre più in lei la sete di vendetta e di odio che la pervade. Giorgio Mirelli illuminandola di sentimenti solo da lui percettibili, e non aiutandola psicologicamente, non poté che invelenirla di più. Non basta il fatto che Giorgio mirasse al suo corpo solo idealmente, rendendo alla Nestoroff ancora più difficile la vendetta. Volendo essere maligni (Serafino), si può ipotizzare ch’ella si fece desiderare fisicamente, per poi costringerlo ad assaporare solo ciò con cui prima si saziava.
Dopo il suicidio del Mirelli, per castigo e per curare in lei un male disperato si è fidanzata con Carlo Ferro, che di buone maniere proprio non è… , un altro asprissimo rimedio a cui stringendo i denti si aggrappa. Tant’è vero che la venuta e la possibile minaccia del Nuti non la turba minimamente; nulla in confronto al Carlo Ferro.

Aldo Nuti

Di aristocratica astrazione sociale (barone), il Nuti innamorato di Ducella, cerca di difendere la famiglia dalla venuta della Nestoroff: Convince Giorgio che egli riuscirebbe ad avere da lei quello che lui non ha avuto svelandone la sua vera personalità. Il tradimento del patto stipulato da Giorgio con il suicidio, lascerà un baratro di demoniacale struggezza nell’animo del Nuti. Dapprima cerca inutilmente di confortarla con la solitudine; ecco quindi la scelta di condividere il suo dolore con la causa: la Nestoroff. Lampi di follia lo assalgono, nei quali si approfitta indegnosamente delle cure e dell’amore di Luisetta scambiata per Ducella, e poi lasciata illusa. Prese delle partecipazioni della casa cinematografica, riesce ad accapparrarsi alcune parti da attore, come quella che strappa ingenuamente a Carlo Ferro, cadendo nelle grinfie della Varia come aveva progettato: fargli capire che lei poteva manipolarlo ed esporlo ai pericoli più rischiosi del lavoro; comparire dinnanzi ad una tigre per spararle a pochi metri. Ecco quindi l’unica via possibile d’uscita: l’omicidio della Varia ed il proprio suicidio.
 

Carlo Ferro

Anch’esso attore alla Cosmograph, è un personaggio che muta aspetto nel corso del romanzo. Viene inizialmente descritto come un rozzo ed un volgare, incapace di nobili sentimenti, e per questo scelto dalla Nestoroff come sua dolorosa cagione. Ma in una confessione a cuore aperto, cioè senza maschere, dimostra a Serafino una gran sensibilità, e una capacità di analisi della nostra società molto sofisticata.

Cavalena

E' un commediografo della Cosmograph succube della gelosia della moglie malata. La sua, altro non è che una situazione di comodo; indossando la maschera della gelosia della moglie nasconde a se stesso l’impossibilità d’uscita dagli schemi della società.

Luisetta

Figlia di Cavalena è una innocente vittima delle discordie dei genitori, e soprattutto dalle dicerie della gente. Non potrà mai più contare sulla spensieratezza d’animo che si addicerebbe ad una ragazza della sua età. Per di più rimane illusa dall’amore, che cede quasi istintivamente al Nuti, non corrispostogli; un amore ceduto non ritrovato che accentua in lei il senso di vuoto della vita.

 

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Lingua
Particolare è il registro utilizzato dall’autore nel romanzo, ricco di tecnicismi dell’ambiente cinematografico; lo scopo è di ambientare il più possibile il lettore nell’opera, ma ha anche il compiti di rendere più efficace il contrasto della meccanicità sulla nature, sull’uomo. Tra le figure retoriche utilizzate compaiono a, la metafore e qualche similitudine.
Nel complesso il romanzo segue uno stile più che complesso, analitico; un procedimento di analisi non subito cogliibile da un lettore in erba nella letteratura pirandelliana.

Problematica presentata nell’opera
Molteplici sono le problematiche presentate nell’opera; la "maschera" degli individui, portatrice di sentimenti impenetrabili da pare degli altri.

Questo non fa altro che accentuare l’incomunicabilità dei personaggi, aumentandone la sofferenza e il disagio che li pervade.

Il contrasto fra Pirandello e i suoi personaggi nasce dalla volontà dello scrittore di metterne a nudo l’anima nascosta; di scomporne l’apparente impassibilità e indifferenza di fronte ai casi della vita, e di capirne l’intima composizione per metterne in mostra la loro vera forma che si concretizzerà una volta per tutte.

 

Ed è contro questo atteggiamento dell’artista che i personaggi tendono a ribellarsi, a mostrarsi insofferenti, per impedire la spietata analisi che inevitabilmente ne metterà a nudo miserie e grandezze, ma anche per essere descritti come essi si sentono e sono veramente dentro.

La riluttanza dei personaggi verso l’intento dell’autore è presto spiegabile nel seguente motivo: conoscere se stessi significa portare a galla le nostre crudeltà e le nostre violenze, da cui vogliamo mascherarci.


Appaiono subito evidenti le conflittualità umane e le tematiche pirandelliane: il vivere, l’io, immerse nell’era meccanizzata delle macchine.

Non casuale è la professione di Gubbio, né il suo continuo girare la manovella della camera da presa, obbligato a servirla per mangiare e quindi servo di essa.

Le macchine non fanno altro che accelerare e rendere più vaga la nostra esistenza, già effimera ed alienata per se stessa.


Emergente, è anche il forte timore di una meccanizzazione dell’arte del teatro da parte del cinema; nuova "arte" di massa, dai grandi e facili guadagni. Il cinema, ammasso sconnesso di fotogrammi ripresi meccanicamente dagli operatori delle cineprese (Serafino Gubbio), e meccanicamente collegati ed elaborati nei grandi edifici cinematografici. Il cinema, l’"arte" della pura finzione, l’"arte" delle macchine (attori, collaboratori macchine…).

 

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Analisi

dal Blog di Giovanni Fighera

Con Pirandello si hanno i primi segnali chiari di un approccio problematico alla tecnologia e alle macchine. Amante del cinema, lo scrittore siciliano percepisce tutta la pericolosità dell’immagine che può diventare un’ulteriore separazione tra noi e la realtà che guardiamo. Per questo Pirandello dedica un’intera opera all’innovazione tecnologica e al mondo della macchina che fa irruzione nella vita degli uomini. Nasce il romanzo Si gira che poi prenderà il nome definitivo di I quaderni di Serafino Gubbio operatore.

Un operatore alla macchina da presa cinematografica registra in una sorta di diario le sue riflessioni e la sua condanna ad essere «una mano che muove la manovella».

 

L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava, buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, […] s’è messo a fabbricar di ferro, d’acciajo le sue nuove divinità ed è divenuto servo e schiavo di esse. Viva la macchina che meccanizza la vita!

Tutto l’ingegno dell’uomo è stato messo al servizio della creazione di quei «mostri» (nel senso etimologico del termine, cioè «prodigi o cose sorprendenti»), che dovevano essere i nostri strumenti, mentre sono finiti per diventare i nostri padroni. In maniera drammatica, quando viene a mancare l’io, trionfa la stupidità della macchina. 
 

È per forza il trionfo della stupidità, dopo tanto ingegno e tanto studio spesi per la creazione di questi mostri, che dovevano rimanere strumenti e sono divenuti invece, per forza, i nostri padroni. La macchina è fatta per agire, per muoversi, ha bisogno d’ingojarsi la nostra anima, di divorar la nostra vita. E come volete che ce le ridiano, l’anima e la vita, in produzione centuplicata e continua, le macchine?

 

Ad un certo punto Serafino Gubbio sta filmando una scena all’interno della gabbia di una tigre. Aldo Nuti, innamorato dell’attrice russa Nestoroff, dovrebbe sparare alla belva per difendere la donna. Tutto è previsto dalla sceneggiatura. Ma Nuti rinnega il copione e, per vendicarsi della mancata corrispondenza amorosa, uccide la donna, al posto della tigre che, poi, lo sbranerà. In maniera impassibile, come succube della cinepresa, Serafino riprenderà tutta la scena, senza intervenire e, colpito da afasia, rinuncerà per sempre alla vita, ad amare, a comunicare, a rivelare la propria interiorità. Film e vita finiscono per coincidere. La vita è stata data in pasto alla macchina. Quella scena atroce, strappata alla vita e immortalata nel cinema, susciterà la morbosa curiosità del pubblico e conquisterà incassi straordinari. Una volta ancora, il genio di Pirandello ha profetizzato i futuri scenari del mondo cinematografico e televisivo: quella realtà che diventa fiction oppure reality, in cui solo all’apparenza tutto è naturale, ma in realtà tutto è manovrato secondo una regia. L’uomo divenuto automa mette in scena se stesso, fingendo di non fingere, nel gergo di Machiavelli «dissimulando». Serafino Gubbio concluderà i suoi quaderni scrivendo:

 

Voglio restare così. Il tempo è questo; la vita è questa; e nel senso che do alla mia professione, voglio seguitare così- solo, muto e impassibile- a far l’operatore. La scena è pronta?

-Attenti, si gira…

 

Serafino rappresenta l’iperbolica amplificazione delle difficoltà di comunicazione autentica che caratterizzano l’essere umano. La perdita della parola è, in un certo senso, il rischio che corre un uomo che sempre più utilizza degli strumenti di comunicazione che non hanno lo stesso calore della viva parola. Quando l’uomo dimentica che i mezzi sono solo modalità di comunicazioni utili in talune circostanze, li trasforma nella propria voce. Si perde l’integralità della comunicazione, che è affidata a sguardi, a gesti, a toni di voce, all’affetto, e permane solo il messaggio o, meglio, il presunto fine del messaggio. Diventano, così, importanti non tanto l’intensità e la profondità della comunicazione, ma la sua rapidità e la sua frequenza. Sono, forse, così più facilmente comprensibili alcuni scenari comunicativi del terzo millennio.

 

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Nota di regia

Credo che Pirandello abbia sempre utilizzato il teatro e la scrittura per sua intima e personale ricerca. Fare e farsi, in prima persona, delle domande anche dolorose e scomode, vuol dire, dal mio punto di vista, ricercare e quindi scegliere, momento per momento, fra il crescere e l'invecchiare. Rispetto poi alla "comunicazione", tanto più in questo momento storico, penso sia viva questa dialettica attraverso due strade contrapposte: l'intrattenimento, la cui funzione sta nel dare risposte, spesso consolatorie, e la ricerca che, nel migliore dei casi, diventa arte e che, come tutta l'arte, interroga.

Nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore Pirandello, come in tutta la sua poetica, ci sommerge di domande e d'intuizioni rivelatesi poi in alcune delle risposte tragiche che viviamo nel nostro presente. C'è tutta la sua diffidenza per la "macchina" come elemento di conflitto con la sensibilità - aura umana e della vita "vera" (macchina da ripresa che fissa ed immobilizza la realtà ma anche, e più in generale, macchina/meccanismo come elemento della modernizzazione) e c'è la continua esasperante constatazione che la vita "o la si vive o la si scrive" o, nel caso di Serafino, la si filma, la vita, quella degli altri, girando una manovella.

Assistiamo infatti ad un autore-operatore nei primi del secolo scorso, Serafino, che ci parla in prima persona, attraverso il diario giornaliero delle sue esperienze esistenziali nella casa di produzione cinematografica "Kosmograph". I suoi personaggi, come spesso accade in Pirandello, vanno a cercarlo l'autore-Serafino e ci parlano attraverso di lui. Sono tutti al limite del melodramma, costantemente in conflitto con la finzione e la realtà della loro vita di commedianti e, dall'intricato rendiconto delle loro relazioni, veniamo di fatto messi al corrente delle domande sulla vita, sull'uomo, sulla contemporaneità di Serafino (Pirandello?) stesso.

Serafino Gubbio è un romanzo che può essere letto anche come metafora della morte dell'arte nella civiltà delle macchine e la sua versione scenica, a cui sto lavorando, vorrei che fosse proprio una sorta di soliloquio con partecipazione di fantasmi "virtuali" interpretati da attori e riprodotti da macchine. Ed è qui che Pirandello mi sembra sia, con tutte le sue riflessioni, al centro del nostro presente, in questo suo dialogo costante e serrato con la "gestazione" poetica, con la fantasia, con la finzione e la realtà di questo periodo in cui trionfa l'immateriale.

Che cos'è il nostro modem casalingo che ci permette d'entrare in rete e di comunicare, attraverso la finzione di un personaggio che di volta in volta ci scegliamo, che cos'è se non una sorta di medium, di tramite fra la realtà ed il nostro immaginario?

La contemporaneità di Pirandello, a mio avviso, risiede proprio qui, nell'aver avuto la precognizione esatta del "virtuale" che confonde e scompagina il ritmo naturale dell'uomo mettendo in scena il reality show della sua vita casalinga. È Serafino stesso, infatti, che si chiede e ci chiede quanta vita siamo disposti a buttare via pur d'apparire, per un attimo, con la rappresentazione di noi stessi, su di un pezzo di lenzuolo bianco allontanandoci dalla vita e dal farci nuove domande.

 

Andrea Liberovici

 

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