Pubblicato nel 1915 col
cinematografico titolo "Si gira", riedito nel 1925 come "Quaderni di Serafino
Gubbio operatore", questo è il romanzo in cui Pirandello si misura più
direttamente col suo tempo di rivoluzionarie innovazioni tecnologiche.
Romanzo polemico e controcorrente nel
clima di una modernolatria dannunziana e futurista, i "Quaderni" si propongono a
difesa di un teatro/vita (crocevia di partecipazioni emotive attori-pubblico),
contro un cinema/forma (frigido ripetitore di stereotipati fotogrammi).
Minacciato dall'incombente morte
dell'arte, l'artista, rifugiatosi in una scrittura-terapia, rivendica un ruolo
demistificatore verso la pervasiva e mercificante industria culturale, in grado
di asservire alla logica del guadagno le più varie figure di intellettuali.
Su toni anticipatori più dell'orrore
allucinante di un Fritz Lang che dell'amara ironia di Chaplin, si consuma una
moderna discesa agli inferi da cui emerge la persistenza della parola scritta.
La struttura riflessiva dei Quaderni, sottolineata
nella nuova titolazione, mentre afferma la morte del romanzo ottocentesco -
adombrato nella vieta storia di amore e morte presa a mero pretesto di
narrazione - apre al nuovo romanzo del Novecento, affidato a scansioni
spazio-temporali tutte interiori.
Nel primo dei sette quaderni che compongono il romanzo
Serafino Gubbio, l'io narrante, precisa il suo ruolo nel mondo
del cinema: «Sono operatore. Ma veramente, essere operatore, nel
mondo in cui vivo e di cui vivo, non vuol mica dire operare. Io
non opero nulla». Più avanti aggiunge: «Soddisfo, scrivendo, a
un bisogno, prepotente. Scarico la mia professionale
impassibilità».
I Quaderni registrano in forma di diario, con frequenti recuperi e scarti della memoria, la fluidità di un'esperienza professionale di cui è titolare passivo il protagonista, portato per la sua formazione filosofica allo studio degli altri per coglierne l'oltre acquattato nel profondo. Un di là da se stessi che gli uomini comuni non percepiscono e che in certi momenti si manifesta, turbandoli, al di fuori del linguaggio e dei comportamenti consueti. Serafino Gubbio, napoletano, con il
«baco in corpo della filosofia», avvalendosi di una modesta eredità, a ventisei anni aveva intrapreso gli studi universitari in Belgio. Tornato a Napoli, si era abbandonato a una
«vita da scapigliato» fra giovani artisti, fino a esaurire il piccolo patrimonio. Una rigida sera di novembre Serafino Gubbio giunge a Roma
«con scarse speranze» e, in cerca di alloggio, si imbatte in un vecchio amico sardo, Simone Pau, che lo conduce a Borgo Pio nel suo albergo, un Ospizio di Mendicità, dove, malgrado la tristezza del luogo, Serafino accetta di restare. L'indomani inizia la sua grottesca avventura.
All'ospizio arriva una troupe di attori della Casa cinematografica La Kosmograph per la ripresa
«di un interno dal vero» nell'asilo notturno. La troupe è guidata dal direttore di scena Nicola Polacco, amico d'infanzia e compagno di studi di Serafino. Polacco gli offre un lavoro di operatore alla Kosmograph, un ruolo su misura per chi, estraniato da tutto e da se stesso, ha raggiunto la
«perfetta impassibilità» e può agevolmente ridursi a
«una mano che gira la manovella» della macchina da presa.
Serafino accetta l'impiego anche perché, per il suo studio dell'umanità, vuole osservare da vicino il comportamento di una delle attrici della troupe in cui ha riconosciuto Varia Nestoroff, un'inquietante avventuriera russa, che, con la sua rapace personalità aveva distrutto la vita di persone a lui care.
Varia Nestoroff era stata infatti fidanzata di un giovane pittore di Sorrento, Giorgio Mirelli, a cui Serafino, quando era ancora studente, aveva impartito lezioni private. Giorgio viveva con la nonna e la sorella Lidia, fidanzata ad Aldo Nuti, giovane aristocratico napoletano, attore dilettante e amico del fratello. Alla vigilia delle nozze tra Giorgio e Varia, Aldo Noti, per dimostrare all'amico l'indegnità della donna che sta per sposare, diviene l'amante di Varia. Giorgio, ferito dal tradimento, si uccide. L'orrore del tragico evento allontana i due amanti. Ma Aldo Nuti, diviso tra amore e odio per la donna - che intanto è divenuta prima attrice della Kosmograph - per riavvicinarla si fa scritturare come attore dalla Casa cinematografica. La Nestoroff è ora l'amante di un attore siciliano, Carlo Ferro, uomo rozzo e violento che la brutalizza. I rapporti di Varia con gli uomini sono oggetto di particolare studio da parte di Serafino Gubbio che osserva:
«Nemici per lei diventano gli uomini, a cui ella s'accosta, perché la aiutino ad arrestare ciò che di lei le sfugge: lei stessa, sì, ma quale vive e soffre, per così dire, di là da se stessa». Ma gli uomini a cui si accosta, affinché la aiutino a comprendere il suo oltre, la deludono perché mostrano di desiderare solo il suo corpo e allora per vendicarsi e
«per mostrar loro in quanto dispregio tenga ciò che essi sopra tutto pregiano in lei», si offre a uomini indegni come Carlo Ferro.
La donna insegue con tormento l'«ossessa che è in lei», da cui si sente dominata e che si manifesta enigmaticamente nella sua immagine
«alterata e scomposta» che appare sullo schermo, «Vede lì una, che è lei, ma che ella non conosce».
Alla Kosmograph si prepara un nuovo film di soggetto indiano, La donna e la tigre, con una scena finale molto rischiosa, in cui un cacciatore dovrà affrontare una tigre - un feroce esemplare acquistato dalla Casa cinematografica - e abbatterla.
Il ruolo del cacciatore è affidato a Carlo Ferro, ma all'ultimo momento Aldo Nuti ottiene di sostituirlo. L'attore, seguito da Serafino Gubbio con la sua macchina da presa, entra in una grande gabbia, le cui sbarre sono state coperte di tronchi e fronde per simulare la giungla; attorno al set Varia Nestoroff e altri attori assistono alla scena.
Al «si gira», nella gabbia viene introdotta la tigre; Aldo Noti imbraccia il fucile, ma rivolge la mira, attraverso uno spiraglio tra le sbarre, sulla Nestoroff che cade fulminata; la tigre si lancia su Nuti e lo sbrana prima di essere abbattuta.
A Serafino, che con impassibile professionalità aveva ripreso la scena, la voce, per il terrore gli
«s'era spenta in gola, per sempre».
Il film, per la morbosa curiosità suscitata dalla «volgare atrocità del dramma», sarà un successo e Serafino, ridotto a un
«silenzio di cosa», acquisterà l'agiatezza, ma continuerà
«- solo, muto e impassibile - a far l'operatore». Per comunicare con gli altri uomini, che riceveranno
«sicura ospitalità» nel suo silenzio, non gli resta che
«una penna e un pezzo di carta», l'esercizio della scrittura.
Il romanzo ha offerto alla critica varie chiavi di lettura: dalla polemica, dichiarata dall'autore, contro
«la Macchina che meccanizza la vita» schiavizzando l'uomo, a quella contro la cinematografia nascente che, con la sua riproducibilità tecnica, comporta, rispetto al teatro, la perdita dell'atmosfera irripetibile della sua autenticità.
Per altri la vicenda di Serafino Gubbio rappresenta invece la metafora dell'impassibilità dell'arte. Per Giacomo Debenedetti, la materia fluida non riducibile all'univocità dei personaggi dei Quaderni di Serafino Gubbio, connota l'opera come
«un romanzo da fare» con una tematica centrale, quella dell'oltre, che costituisce
«il problema tipico dell'arte espressionistica». I Quaderni sono pertanto
«una negazione di quel romanzo fatto che era il romanzo naturalista, sono poi anche con il loro impianto ideologico, una condanna senza appello della narrativa naturalistica».
INTRODUZIONE
Con i "RACCONTI DI SERAFINO GUBBIO OPERATORE, ovvero "SI GIRA
…" (come il titolo della prima edizione del 1915 ritoccato nel
’25), la voce rientra nel campo del protagonista Gubbio, che è
in questo caso percettivo piuttosto che rievocativo. La sua
struttura tende a mettere in sintonia la narrazione con
l’imprevedibilità degli accadimenti che il protagonista,
SERAFINO, "registra" con lo sguardo meccanico della cinepresa,
"un grosso ragno nero sul treppiede", sottolineando però la
dimensione nascosta alla macchina. E’ la dimensione dell’oltre
che non sfugge all’impassibilità della manovella che gira, un
oltre che nello sviluppo del racconto svelerà antefatti
drammatici dei suoi personaggi, alle prese con le problematiche
esistenziali della persona, problematiche che strazieranno
Serafino, costretto a riprendere pezzi di vita tormentate da
dare in pasto alla cinepresa. La forma di diario degli eventi
assume quasi l’aspetto organizzato della dimensione
cinematografica; con cioè primi piani con l’emergere improvviso
di ricordi vissuti.
SCHEDA LIBRO
AUTORE: Luigi Pirandello
TITOLO: "Quaderni di Serafino Gubbio operatore" (Anno 1925) TITOLO ORIGINALE: "Si gira"
(Uscito a puntate su la Nuova Antologia; 1 giugno-15 agosto1915)
SCANSIONE INTERNA DELL’OPERA: il romanzo è suddiviso in sette
"quaderni" a loro volta composti da capitoli
NUMERO PAGINE: sono presenti 220 pagine
EDITORE: Garzanti
LUOGO DI EDIZIONE: Italia
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 1°edizione 1993
GENERE: Romanzo
ARGOMENTO DELL'OPERA
Serafino impartiva lezioni private a Giorgio Mirelli, convivente
assieme alla sorella Ducella nella casa dei nonni Carlo e Rosa
nella campagna sorrentina; luogo di pace e di tranquillità,
inquinato poi dall’arrivo della Varia Nestoroff di cui Giorgio
si innamorò. Aldo Nuti, spasimante fidanzato di Ducella,
considerava la Varia indegna di questo, e l’aveva corteggiata
per offrirgliene la prova. Ma davanti alla terribile rivelazione
si era ucciso. Serafino, trovandosi a Roma, viene accolto da un
amico (Simone Pau) in un "OSPIZIO DI MENDICITA’", nel quale,
durante le riprese di un’autentica realtà della civiltà
emarginata, viene ingaggiato come operatore dal direttore di
scena Nicola Polacco, suo vecchio amico di banco.
Entrato nell’ambiente cinematografico incontra proprio lei, la
Varia Nestoroff, portatrice di ricordi amari e di affetti
perduti, dello strazio per quella casa distrutta e dell’amore
nutrito segretamente per Ducella.
Come operatore, Serafino sta ora girando il film colossal "LaTigre",
assieme al nuovo compagno della Varia Carlo Ferro, incaricato di
sceneggiare l’uccisione di una tigre appositamente comprata
dalla casa cinematografica. Questo ruolo viene poi ricoperto dal
Nuti (uomo dalla personalità ormai distrutta), tornato per
consumare gli ultimi strazi dell’esistenza assieme a lei, la Nestoroff. Ma il Nuti porta altro dolore e scompiglio nella vita
di chi gli sta accanto; la nuova ducella Luisetta è costretta
quasi a regalare parte del suo amore al Nuti, delirante nella
speranza di riacquistare la sua vecchia Ducella, temporaneamente
rimpiazzata, illudendo Luisetta di un amore sincero che le verrà
ingiustamente ferito, e che ferirà ancora una volta Gubbio,
nuovamente consumato da un amore soffocato.
Durante la messa in scena del film Nuti spara alla Nestoroff
lasciandosi poi sbranare dalla tigre. Vittima ne rimane
Serafino, impazzito e soffocato nella voce dal terrore.
Tempo Il periodo storico in cui è ambientato il romanzo
corrisponde a quello in cui viene steso, intorno al primo
decennio del Novecento. Sono di fatto questi gli anni in cui il
cinema muto si sviluppa maggiormente soffocando il teatro, gli
anni della grande meccanicità della società. Anni che segnano
grandi traguardi della tecnica e della scienza, che portano un
segno di riflessione da parte di Pirandello.
Spazio Il romanzo è inizialmente ambientato nei borghi della
periferia di Roma dove Gubbio, in cerca di alloggio per una
notte, incontra un suo vecchio compagno Simon Pau che lo
accoglie nella locanda dove affitta: "L’OSPIZIO di MENDICITA’".
Il racconto si estende anche in questo ospizio, luogo di
incontro di un terribile passato: la Nestoroff, donna russa
dedicatasi nel frattempo all’attrice nei film muti. In una
piccola analessi il protagonista scorre alcune vicende nella
dolce "Casa dei nonni" sorrentina; qui, lontani dalla
meccanicità e dalla crudeltà del mondo esterno, vivono i nonni
Carlo e Rosa di Giorgio Mirelli e Ducella. Lo spazio ritorna poi
a Roma negli studi della Cosmograph, e nelle abitazioni di
Serafino Gubbio e dei personaggi Nuti e Cavalena.
Lo spazio della Roma tetra rappresentata, e il dormitorio
appaiono luoghi alienati, ma poi riprendono una loro
autenticità. L’ospizio col violino che ha smesso di suonare
rappresenta una ribellione contro la meccanizzazione dell’arte
(riferimento al quaderno 1°- 5° capitolo al
pianoforte-melodico), che si riscatterà di fronte alla tigre,
emblema della forza della natura inalterata. Ma la tigre è in
gabbia e il dormitorio è un’altra gabbia spregiata, un limbo ai
limiti della vita; due piccole isole in un oceano tempestoso.
Il livello della storia e del discorso Il romanzo presenta delle anacronie, cioè delle discordanze
fra l’ordine degli avvenimenti e l’ordine del discorso; fabula
ed intreccio non coincidono.
Infatti la narrazione comincia con una breve retrospezione di
circa un anno, atta ad immergere il lettore nella trama del
romanzo, consentendogli di comprendere gli avvenimenti che si
svilupperanno in seguito. Sono anche presenti sommari in cui il
tempo del racconto è maggiore di quello degli avvenimenti;
tecnica adotta per evidenziare i punti salienti e la chiave di
lettura.
Esordio, spannung e scioglimento I "Quaderni di Serafino Gubbio operatore" sono riconducibili
allo schema narrativo più frequente, cioè composto da un esordio
(turbamento della situazione iniziale), Spannung (momento di
massima tensione), ed infine lo scioglimento con lo
stabilizzarsi di una nuova situazione non necessariamente
positiva.
Esordio: suicidio di Giorgio Mirelli
Spannung: la messa in scena del cacciatore Aldo Nuti nella
gabbia assieme alla tigre.
Scioglimento: omicidio e suicidio della Varia e del Nuti;
perdita della voce da parte dell’operatore Gubbio.
PERSONAGGI PRINCIPALI
Serafino Gubbio "operatore"
E' il protagonista del romanzo e la voce narrante. Non compaiono
note morfologiche sulla sua fisionomia. Si definisce "operatore"
in quanto la sua professione consiste in "una mano che gira una
manovella", una mano impassibile alle azioni che riprende.
Dopo
aver ereditato una buona somma di denaro, si è orientato verso
gli studi umanistici.
Ha impartito lezioni a Giorgio Mirelli
alla casa di Sorrento, casa a cui rimane e rimarrà legato non
solo per il clima mite e sereno, ma anche per l’amore nutrito
verso Ducella.
Di fatti ritornerà in quel luogo, ora non più
così caro come credeva perché col tempo cambiano anche i
sentimenti.
Gubbio si fa però portavoce della sofferenza dei personaggi con
cui vive; li osserva, li analizza, scopre loro la "maschera"
facendosi specchio. Afferma di voler essere l’albergo di tutti,
per poter confortare loro con lo stesso conforto che loro stessi
pretenderebbero. Questo proposito muterà poi nell’animo del
protagonista fino a ripudiare una realtà assurda e feroce,
chiudendosi dietro la sua macchina da presa, come freddo,
impassibile operatore, raggiungendo la pura perfezione della
professione.
"…Ho sprecato per voi un po’ di quello che non mi serve affatto;
perché a me serve soltanto la mano…" (Quaderno 7°-pag190).
"…Caro signore creda pure che a me non fa né caldo né freddo:
colpisca o fallisca il colpo; faccia dentro la gabbia quello che
vuole; io non mi commuovo, stia sicuro. Qualunque cosa accada,
seguiterò impassibile a girare la macchinetta." (Quaderno 7°-
pag215).
Varia Nestoroff
Donna dai capelli color fulveo, quasi cupreo; corpo
elegantissimo, ritto, rigido, snello; un sorriso dolcissimo su
le labbra, fresco come due foglie di rosa; due occhi freddi e
sicuri nell’ombra delle sue lunghissime ciglia. E’ la diva della Cosmograph dove lavora come prima attrice, ma in lei spesso si
notano repentini turbamenti, espressioni sconvolte sconosciute
persino a lei sulla pellicola. Lo schermo diventa uno specchio
dove la Nestoroff vede lì una che è lei, ma che non conosce;
vorrebbe non riconoscersi in quella; ma almeno conoscerla per
poterla placare dalle sofferenze. Cercare di arrestare quella
parte di lei che le sfugge; questo è l’aiuto che pretenderebbe
dagli uomini a cui si allaccia. Ma questi non vedono altro che
il suo corpo, ne rimangono abbagliati, alimentando sempre più in
lei la sete di vendetta e di odio che la pervade. Giorgio
Mirelli illuminandola di sentimenti solo da lui percettibili, e
non aiutandola psicologicamente, non poté che invelenirla di
più. Non basta il fatto che Giorgio mirasse al suo corpo solo
idealmente, rendendo alla Nestoroff ancora più difficile la
vendetta. Volendo essere maligni (Serafino), si può ipotizzare
ch’ella si fece desiderare fisicamente, per poi costringerlo ad
assaporare solo ciò con cui prima si saziava.
Dopo il suicidio del Mirelli, per castigo e per curare in lei un
male disperato si è fidanzata con Carlo Ferro, che di buone
maniere proprio non è… , un altro asprissimo rimedio a cui
stringendo i denti si aggrappa. Tant’è vero che la venuta e la
possibile minaccia del Nuti non la turba minimamente; nulla in
confronto al Carlo Ferro.
Aldo Nuti
Di aristocratica astrazione sociale (barone), il Nuti innamorato
di Ducella, cerca di difendere la famiglia dalla venuta della
Nestoroff: Convince Giorgio che egli riuscirebbe ad avere da lei
quello che lui non ha avuto svelandone la sua vera personalità.
Il tradimento del patto stipulato da Giorgio con il suicidio,
lascerà un baratro di demoniacale struggezza nell’animo del
Nuti. Dapprima cerca inutilmente di confortarla con la
solitudine; ecco quindi la scelta di condividere il suo dolore
con la causa: la Nestoroff. Lampi di follia lo assalgono, nei
quali si approfitta indegnosamente delle cure e dell’amore di
Luisetta scambiata per Ducella, e poi lasciata illusa. Prese
delle partecipazioni della casa cinematografica, riesce ad
accapparrarsi alcune parti da attore, come quella che strappa
ingenuamente a Carlo Ferro, cadendo nelle grinfie della Varia
come aveva progettato: fargli capire che lei poteva manipolarlo
ed esporlo ai pericoli più rischiosi del lavoro; comparire
dinnanzi ad una tigre per spararle a pochi metri. Ecco quindi
l’unica via possibile d’uscita: l’omicidio della Varia ed il
proprio suicidio.
Carlo Ferro
Anch’esso attore alla Cosmograph, è un personaggio che muta
aspetto nel corso del romanzo. Viene inizialmente descritto come
un rozzo ed un volgare, incapace di nobili sentimenti, e per
questo scelto dalla Nestoroff come sua dolorosa cagione. Ma in
una confessione a cuore aperto, cioè senza maschere, dimostra a
Serafino una gran sensibilità, e una capacità di analisi della
nostra società molto sofisticata.
Cavalena
E' un commediografo della Cosmograph succube della gelosia della
moglie malata. La sua, altro non è che una situazione di comodo;
indossando la maschera della gelosia della moglie nasconde a se
stesso l’impossibilità d’uscita dagli schemi della società.
Luisetta
Figlia di Cavalena è una innocente vittima delle discordie dei
genitori, e soprattutto dalle dicerie della gente. Non potrà mai
più contare sulla spensieratezza d’animo che si addicerebbe ad
una ragazza della sua età. Per di più rimane illusa dall’amore,
che cede quasi istintivamente al Nuti, non corrispostogli; un
amore ceduto non ritrovato che accentua in lei il senso di vuoto
della vita.
Lingua
Particolare è il registro utilizzato dall’autore nel romanzo,
ricco di tecnicismi dell’ambiente cinematografico; lo scopo è di
ambientare il più possibile il lettore nell’opera, ma ha anche
il compiti di rendere più efficace il contrasto della
meccanicità sulla nature, sull’uomo. Tra le figure retoriche
utilizzate compaiono a, la metafore e qualche similitudine.
Nel complesso il romanzo segue uno stile più che complesso,
analitico; un procedimento di analisi non subito cogliibile da un
lettore in erba nella letteratura pirandelliana.
Problematica presentata nell’opera Molteplici sono le problematiche presentate nell’opera; la
"maschera" degli individui, portatrice di sentimenti
impenetrabili da pare degli altri.
Questo non fa altro che
accentuare l’incomunicabilità dei personaggi, aumentandone la
sofferenza e il disagio che li pervade.
Il contrasto fra
Pirandello e i suoi personaggi nasce dalla volontà dello
scrittore di metterne a nudo l’anima nascosta; di scomporne
l’apparente impassibilità e indifferenza di fronte ai casi della
vita, e di capirne l’intima composizione per metterne in mostra
la loro vera forma che si concretizzerà una volta per tutte.
Ed
è contro questo atteggiamento dell’artista che i personaggi
tendono a ribellarsi, a mostrarsi insofferenti, per impedire la
spietata analisi che inevitabilmente ne metterà a nudo miserie e
grandezze, ma anche per essere descritti come essi si sentono e
sono veramente dentro.
La riluttanza dei personaggi verso
l’intento dell’autore è presto spiegabile nel seguente motivo:
conoscere se stessi significa portare a galla le nostre crudeltà
e le nostre violenze, da cui vogliamo mascherarci.
Appaiono subito evidenti le conflittualità umane e le tematiche
pirandelliane: il vivere, l’io, immerse nell’era meccanizzata
delle macchine.
Non casuale è la professione di Gubbio, né il
suo continuo girare la manovella della camera da presa,
obbligato a servirla per mangiare e quindi servo di essa.
Le
macchine non fanno altro che accelerare e rendere più vaga la
nostra esistenza, già effimera ed alienata per se stessa.
Emergente, è anche il forte timore di una meccanizzazione
dell’arte del teatro da parte del cinema; nuova "arte" di massa,
dai grandi e facili guadagni. Il cinema, ammasso sconnesso di
fotogrammi ripresi meccanicamente dagli operatori delle
cineprese (Serafino Gubbio), e meccanicamente collegati ed
elaborati nei grandi edifici cinematografici. Il cinema,
l’"arte" della pura finzione, l’"arte" delle macchine (attori,
collaboratori macchine…).
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