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da
Libri
Mondadori
Pubblicato nel 1915 col cinematografico titolo "Si gira", riedito nel 1925 come
"Quaderni di Serafino Gubbio operatore", questo è il romanzo in cui Pirandello
si misura più direttamente col suo tempo di rivoluzionarie innovazioni
tecnologiche. Romanzo polemico e controcorrente nel clima di una modernolatria
dannunziana e futurista, i "Quaderni" si propongono a difesa di un teatro/vita
(crocevia di partecipazioni emotive attori-pubblico), contro un cinema/forma
(frigido ripetitore di stereotipati fotogrammi). Minacciato dall'incombente
morte dell'arte, l'artista, rifugiatosi in una scrittura-terapia, rivendica un
ruolo demistificatore verso la pervasiva e mercificante industria culturale, in
grado di asservire alla logica del guadagno le più varie figure di
intellettuali. Su toni anticipatori più dell'orrore allucinante di un Fritz Lang
che dell'amara ironia di Chaplin, si consuma una moderna discesa agli inferi da
cui emerge la persistenza della parola scritta. La struttura riflessiva dei
Quaderni, sottolineata nella nuova titolazione, mentre afferma la morte del
romanzo ottocentesco - adombrato nella vieta storia di amore e morte presa a
mero pretesto di narrazione - apre al nuovo romanzo del Novecento, affidato a
scansioni spazio-temporali tutte interiori.
da
Opere letterarie del 900 Italiano
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Nel primo dei sette quaderni che
compongono il romanzo Serafino Gubbio, l'io narrante, precisa il suo ruolo nel
mondo del cinema: «Sono operatore. Ma veramente, essere operatore, nel mondo in
cui vivo e di cui vivo, non vuol mica dire operare. Io non opero nulla». Più
avanti aggiunge: «Soddisfo, scrivendo, a un bisogno, prepotente. Scarico la mia
professionale impassibilità». I Quaderni registrano in forma di diario, con
frequenti recuperi e scarti della memoria, la fluidità di un'esperienza
professionale di cui è titolare passivo il protagonista, portato per la sua
formazione filosofica allo studio degli altri per coglierne l'oltre acquattato
nel profondo. Un di là da se stessi che gli uomini comuni non percepiscono e che
in certi momenti si manifesta, turbandoli, al di fuori del linguaggio e dei
comportamenti consueti. Serafino Gubbio, napoletano, con il «baco in corpo della
filosofia», avvalendosi di una modesta eredità, a ventisei anni aveva intrapreso
gli studi universitari in Belgio. |
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Tornato a Napoli, si era abbandonato a una «vita da scapigliato»
fra giovani artisti, fino a esaurire il piccolo patrimonio. Una
rigida sera di novembre Serafino Gubbio giunge a Roma «con
scarse speranze» e, in cerca di alloggio, si imbatte in un
vecchio amico sardo, Simone Pau, che lo conduce a Borgo Pio nel
suo albergo, un Ospizio di Mendicità, dove, malgrado la tristezza del luogo,
Serafino accetta di restare. L'indomani inizia la sua grottesca avventura.
All'ospizio arriva una troupe di attori della Casa cinematografica La Kosmograph
per la ripresa «di un interno dal vero» nell'asilo notturno. La troupe è guidata
dal direttore di scena Nicola Polacco, amico d'infanzia e compagno di studi di
Serafino. Polacco gli offre un lavoro di operatore alla Kosmograph, un ruolo su
misura per chi, estraniato da tutto e da se stesso, ha raggiunto la «perfetta
impassibilità» e può agevolmente ridursi a «una mano che gira la manovella»
della macchina da presa. Serafino accetta l'impiego anche perché, per il suo
studio dell'umanità, vuole osservare da vicino il comportamento di una delle
attrici della troupe in cui ha riconosciuto Varia Nestoroff, un'inquietante
avventuriera russa, che, con la sua rapace personalità aveva distrutto la vita
di persone a lui care. Varia Nestoroff era stata infatti fidanzata di un giovane
pittore di Sorrento, Giorgio Mirelli, a cui Serafino, quando era ancora
studente, aveva impartito lezioni private. Giorgio
viveva con la nonna e la sorella Lidia, fidanzata ad
Aldo Nuti, giovane aristocratico napoletano, attore
dilettante e amico del fratello. Alla vigilia delle
nozze tra Giorgio e Varia, Aldo Noti, per dimostrare
all'amico l'indegnità della donna che sta per sposare,
diviene l'amante di Varia. Giorgio, ferito dal
tradimento, si uccide. L'orrore del tragico evento
allontana i due amanti. Ma Aldo Nuti,
diviso tra amore e odio per la donna - che intanto è divenuta
prima attrice della Kosmograph - per
riavvicinarla si fa scritturare come attore dalla Casa cinematografica. La
Nestoroff è ora l'amante di un attore siciliano, Carlo Ferro, uomo rozzo e
violento che la brutalizza. I rapporti di Varia con gli uomini sono oggetto di
particolare studio da parte di Serafino Gubbio che osserva: «Nemici per lei
diventano gli uomini, a cui ella s'accosta, perché la aiutino ad arrestare ciò
che di lei le sfugge: lei stessa, sì, ma quale vive e soffre, per così dire, di
là da se stessa». Ma gli uomini a cui si accosta, affinché la aiutino a
comprendere il suo oltre, la deludono perché mostrano di desiderare solo il suo
corpo e allora per vendicarsi e «per mostrar loro in quanto dispregio tenga ciò
che essi sopra tutto pregiano in lei», si offre a uomini indegni come Carlo
Ferro.
La donna insegue con tormento l'«ossessa che è in lei», da cui si sente dominata
e che si manifesta enigmaticamente nella sua immagine «alterata e scomposta» che
appare sullo schermo, «Vede lì una, che è lei, ma che ella non conosce». Alla
Kosmograph si prepara un nuovo film di soggetto indiano, La donna e la tigre,
con una scena finale molto rischiosa, in cui un cacciatore dovrà affrontare una
tigre - un feroce esemplare acquistato dalla Casa cinematografica - e
abbatterla. Il ruolo del cacciatore è affidato a Carlo Ferro, ma all'ultimo
momento Aldo Nuti ottiene di sostituirlo. L'attore, seguito da Serafino Gubbio
con la sua macchina da presa, entra in una grande gabbia, le cui sbarre sono
state coperte di tronchi e fronde per simulare la giungla; attorno al set Varia
Nestoroff e altri attori assistono alla scena. Al «si gira», nella gabbia viene
introdotta la tigre; Aldo Noti imbraccia il fucile, ma rivolge la mira,
attraverso uno spiraglio tra le sbarre, sulla Nestoroff che cade fulminata; la
tigre si lancia su Nuti e lo sbrana prima di essere abbattuta. A Serafino, che
con impassibile professionalità aveva ripreso la scena, la voce, per il terrore
gli «s'era spenta in gola, per sempre». Il film, per la morbosa curiosità
suscitata dalla «volgare atrocità del dramma», sarà un successo e Serafino,
ridotto a un «silenzio di cosa», acquisterà l'agiatezza, ma continuerà « - solo,
muto e
impassibile - a far l'operatore». Per comunicare con gli altri
uomini, che riceveranno «sicura ospitalità» nel suo silenzio,
non gli resta che «una penna e un pezzo di carta», l'esercizio
della scrittura.
Il romanzo ha offerto alla critica varie chiavi di lettura: dalla polemica,
dichiarata dall'autore, contro «la Macchina che meccanizza la vita»
schiavizzando l'uomo, a quella contro la cinematografia nascente che, con la sua
riproducibilità tecnica, comporta, rispetto al teatro, la perdita dell'atmosfera
irripetibile della sua autenticità. Per altri la vicenda di Serafino Gubbio
rappresenta invece la metafora dell'impassibilità dell'arte. Per Giacomo
Debenedetti, la materia fluida non riducibile all'univocità dei personaggi dei
Quaderni di Serafino Gubbio, connota l'opera come «un romanzo da fare» con una
tematica centrale, quella dell'oltre, che costituisce «il problema tipico
dell'arte espressionistica». I Quaderni sono pertanto «una negazione di quel
romanzo fatto che era il romanzo naturalista, sono poi anche con il loro
impianto ideologico, una condanna senza appello della narrativa naturalistica».
da
La Frusta Letteraria
“L'un fu tutto serafico in ardore” così viene descritto San Francesco
nella Divina Commedia.
Serafino Gubbio è il nome del protagonista di questo libro di Luigi
Pirandello, attraverso il quale l'autore muove una critica
all'industrializzazione della civiltà moderna, e in particolare al suo
avanzamento nell'ambito dell'attività artistica, contrapponendosi ai
principi ispiratori dell'avanguardia futurista, che invece esaltano la
tecnologia, il movimento e il progresso.
Come nella migliore tradizione pirandelliana, per la quale i personaggi dei
romanzi vengono rappresentati anche attraverso il loro nome, Serafino con il
suo rievoca San Francesco, che fece del pauperismo un principio cardine
della propria esistenza, contrapponendolo ai tempi moderni dove l'unico
obiettivo sembra essere il guadagno.
Il tema dell'uomo ridotto a servitore di una macchina nell'ambito della
propria mansione lavorativa è il principale del libro, assieme a quello
dello svilimento dell'attività artistica dovuto all'avanzamento della
tecnologia e al conseguente inseguimento spasmodico del profitto.
Serafino Gubbio è infatti un operatore che lavora in uno studio
cinematografico, dove ha il compito di girare la manovella della macchina da
presa, strumento moderno grazie al quale vengono prodotti i film. Molto
spesso il protagonista riferisce il suo senso di alienazione descrivendo il
suo totale asservimento alla macchina che da sola fa il lavoro: “Ma l'anima
a me non mi serve. Mi serve la mano, cioè serve alla macchina.”
Leggendo il libro si evince perfettamente il senso di sconforto di chi si
trova a fare da mera appendice ad una macchina; Serafino infatti descrive il
suo ruolo subalterno rispetto all'operato della stessa, che da sola produce,
chiarendo anche che la migliore caratteristica di un operatore
cinematografico è l'impassibilità. Egli si sente così solo “una mano che
gira una manovella”.
Per Serafino assume grande importanza l'incontro con un violinista, un uomo
la cui vita è stata distrutta proprio dal repentino ingresso delle macchine
nella vita di tutti i giorni; egli, dovendo riscattare il suo violino dato
in pegno, accetta di lavorare in una tipografia, dove ha compito di fornire
alla macchina dei pani di piombo: una mansione parcellizzata, monotona e
ripetitiva a causa della quale si sente svilito.
L'alienazione a cui è soggetto lo trattiene in quel posto solo pochi giorni,
trascorsi i quali il violinista decide di proporsi ad un'orchestra, dove
trova un pianoforte automatico che dovrebbe accompagnare col violino;
ancora una volta quindi gli viene proposto un ruolo subalterno rispetto ad
una macchina. Il povero violinista dà allora in escandescenze e viene poco
dopo arrestato e successivamente ricoverato in un ospizio di mendicità.
Serafino si identifica con il violinista e dalla sua vicenda personale trae
spunto per narrare la sua condizione di operatore cinematografico, servitore
di una macchina attraverso la quale vengono prodotte opere di bassa qualità,
finalizzate esclusivamente al guadagno; l'introito economico è diventato
quindi il fine principale di tutto, con la conseguenza che difficilmente i
film hanno una qualità elevata e un valore artistico.
La fine dell'arte viene rappresentata attraverso la morte del violinista e
con quella di un altro artista, Giorgio Mirelli, un pittore che, a causa di
una delusione d'amore, decide di suicidarsi.
Nel romanzo, inoltre, viene descritto il ruolo passivo degli attori che
lavorano in quella casa cinematografica, i quali si limitano a recitare
senza coinvolgimento la propria parte senza nemmeno conoscere l'intera trama
del film e, a differenza di quanto avviene in teatro, senza avere il
contatto diretto col pubblico.
L'esponenziale presenza delle macchine viene anche contrapposta, all'interno
della narrazione, alla tigre, una bestia che sarà uccisa durante alcune
riprese, unico elemento naturale, sincero e selvaggio presente in quella
città dove il progresso e la velocità hanno preso prepotentemente il
sopravvento.
La morte della tigre è inoltre, e paradossalmente, l'unico fatto vero che si
verifica all'interno di quella casa cinematografica dove vengono prodotte
perlopiù finzioni e illusioni.
Serafino Gubbio allora auspica, già nelle prime pagine, la totale
distruzione dell'essere umano, ma a fin di bene, per ricominciare di nuovo
su altre basi; l'avvento delle macchine ha prodotto una situazione tale da
far desiderare al protagonista un evento palingenetico che possa portare
alla costruzione di una nuova società fondata su altri assetti.
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Gruppo di studio - Scheda e personaggi |
dal sito
Istituto Statale di
Istruzione Tecnica Ugo Bassi - Pietro Burgatti - Ferrara
Con i "RACCONTI DI SERAFINO GUBBIO OPERATORE, ovvero "SI GIRA
…" (come il titolo della prima edizione del 1915 ritoccato nel
’25), la voce rientra nel campo del protagonista Gubbio, che è
in questo caso percettivo piuttosto che rievocativo. La sua
struttura tende a mettere in sintonia la narrazione con
l’imprevedibilità degli accadimenti che il protagonista,
SERAFINO, "registra" con lo sguardo meccanico della cinepresa,
"un grosso ragno nero sul treppiede", sottolineando però la
dimensione nascosta alla macchina. E’ la dimensione dell’oltre
che non sfugge all’impassibilità della manovella che gira, un
oltre che nello sviluppo del racconto svelerà antefatti
drammatici dei suoi personaggi, alle prese con le problematiche
esistenziali della persona, problematiche che strazieranno
Serafino, costretto a riprendere pezzi di vita tormentate da
dare in pasto alla cinepresa. La forma di diario degli eventi
assume quasi l’aspetto organizzato della dimensione
cinematografica; con cioè primi piani con l’emergere improvviso
di ricordi vissuti.
SCHEDA LIBRO
AUTORE: Luigi Pirandello
TITOLO: "Quaderni di Serafino Gubbio operatore" (Anno 1925) TITOLO ORIGINALE: "Si gira"
(Uscito a puntate su la Nuova Antologia; 1 giugno-15 agosto1915)
SCANSIONE INTERNA DELL’OPERA: il romanzo è suddiviso in sette
"quaderni" a loro volta composti da capitoli
NUMERO PAGINE: sono presenti 220 pagine
EDITORE: Garzanti
LUOGO DI EDIZIONE: Italia
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 1°edizione 1993
GENERE: Romanzo
Serafino impartiva lezioni private a Giorgio Mirelli, convivente
assieme alla sorella Ducella nella casa dei nonni Carlo e Rosa
nella campagna sorrentina; luogo di pace e di tranquillità,
inquinato poi dall’arrivo della Varia Nestoroff di cui Giorgio
si innamorò. Aldo Nuti, spasimante fidanzato di Ducella,
considerava la Varia indegna di questo, e l’aveva corteggiata
per offrirgliene la prova. Ma davanti alla terribile rivelazione
si era ucciso. Serafino, trovandosi a Roma, viene accolto da un
amico (Simone Pau) in un "OSPIZIO DI MENDICITA’", nel quale,
durante le riprese di un’autentica realtà della civiltà
emarginata, viene ingaggiato come operatore dal direttore di
scena Nicola Polacco, suo vecchio amico di banco.
Entrato nell’ambiente cinematografico incontra proprio lei, la
Varia Nestoroff, portatrice di ricordi amari e di affetti
perduti, dello strazio per quella casa distrutta e dell’amore
nutrito segretamente per Ducella.
Come operatore, Serafino sta ora girando il film colossal "LaTigre",
assieme al nuovo compagno della Varia Carlo Ferro, incaricato di
sceneggiare l’uccisione di una tigre appositamente comprata
dalla casa cinematografica. Questo ruolo viene poi ricoperto dal
Nuti (uomo dalla personalità ormai distrutta), tornato per
consumare gli ultimi strazi dell’esistenza assieme a lei, la Nestoroff. Ma il Nuti porta altro dolore e scompiglio nella vita
di chi gli sta accanto; la nuova ducella Luisetta è costretta
quasi a regalare parte del suo amore al Nuti, delirante nella
speranza di riacquistare la sua vecchia Ducella, temporaneamente
rimpiazzata, illudendo Luisetta di un amore sincero che le verrà
ingiustamente ferito, e che ferirà ancora una volta Gubbio,
nuovamente consumato da un amore soffocato.
Durante la messa in scena del film Nuti spara alla Nestoroff
lasciandosi poi sbranare dalla tigre. Vittima ne rimane
Serafino, impazzito e soffocato nella voce dal terrore.
Il periodo storico in cui è ambientato il romanzo
corrisponde a quello in cui viene steso, intorno al primo
decennio del Novecento. Sono di fatto questi gli anni in cui il
cinema muto si sviluppa maggiormente soffocando il teatro, gli
anni della grande meccanicità della società. Anni che segnano
grandi traguardi della tecnica e della scienza, che portano un
segno di riflessione da parte di Pirandello.
Spazio Il romanzo è inizialmente ambientato nei borghi della
periferia di Roma dove Gubbio, in cerca di alloggio per una
notte, incontra un suo vecchio compagno Simon Pau che lo
accoglie nella locanda dove affitta: "L’OSPIZIO di MENDICITA’".
Il racconto si estende anche in questo ospizio, luogo di
incontro di un terribile passato: la Nestoroff, donna russa
dedicatasi nel frattempo all’attrice nei film muti. In una
piccola analessi il protagonista scorre alcune vicende nella
dolce "Casa dei nonni" sorrentina; qui, lontani dalla
meccanicità e dalla crudeltà del mondo esterno, vivono i nonni
Carlo e Rosa di Giorgio Mirelli e Ducella. Lo spazio ritorna poi
a Roma negli studi della Cosmograph, e nelle abitazioni di
Serafino Gubbio e dei personaggi Nuti e Cavalena.
Lo spazio della Roma tetra rappresentata, e il dormitorio appaiono luoghi
alienati, ma poi riprendono una loro
autenticità. L’ospizio col violino che ha smesso di suonare rappresenta una
ribellione contro la meccanizzazione dell’arte (riferimento al quaderno 1°- 5°
capitolo al pianoforte-melodico), che si riscatterà di fronte alla tigre,
emblema della forza della natura inalterata. Ma la tigre è in gabbia e il
dormitorio è un’altra gabbia spregiata, un limbo ai limiti della vita; due
piccole isole in un oceano tempestoso.
Il livello della storia e del discorso
Il romanzo presenta delle anacronie, cioè delle discordanze
fra l’ordine degli avvenimenti e l’ordine del discorso; fabula
ed intreccio non coincidono.
Infatti la narrazione comincia con una breve retrospezione di
circa un anno, atta ad immergere il lettore nella trama del
romanzo, consentendogli di comprendere gli avvenimenti che si
svilupperanno in seguito. Sono anche presenti sommari in cui il
tempo del racconto è maggiore di quello degli avvenimenti;
tecnica adotta per evidenziare i punti salienti e la chiave di
lettura.
Esordio, spannung e scioglimento
I "Quaderni di Serafino Gubbio operatore" sono riconducibili
allo schema narrativo più frequente, cioè composto da un esordio
(turbamento della situazione iniziale), Spannung (momento di
massima tensione), ed infine lo scioglimento con lo
stabilizzarsi di una nuova situazione non necessariamente
positiva.
Esordio: suicidio di Giorgio Mirelli
Spannung: la messa in scena del cacciatore Aldo Nuti nella
gabbia assieme alla tigre.
Scioglimento: omicidio e suicidio della Varia e del Nuti;
perdita della voce da parte dell’operatore Gubbio.
Serafino Gubbio "operatore"
E' il protagonista del romanzo e la voce narrante. Non compaiono
note morfologiche sulla sua fisionomia. Si definisce "operatore"
in quanto la sua professione consiste in "una mano che gira una
manovella", una mano impassibile alle azioni che riprende.
Dopo
aver ereditato una buona somma di denaro, si è orientato verso
gli studi umanistici.
Ha impartito lezioni a Giorgio Mirelli
alla casa di Sorrento, casa a cui rimane e rimarrà legato non
solo per il clima mite e sereno, ma anche per l’amore nutrito
verso Ducella.
Di fatti ritornerà in quel luogo, ora non più
così caro come credeva perché col tempo cambiano anche i
sentimenti.
Gubbio si fa però portavoce della sofferenza dei personaggi con
cui vive; li osserva, li analizza, scopre loro la "maschera"
facendosi specchio. Afferma di voler essere l’albergo di tutti,
per poter confortare loro con lo stesso conforto che loro stessi
pretenderebbero. Questo proposito muterà poi nell’animo del
protagonista fino a ripudiare una realtà assurda e feroce,
chiudendosi dietro la sua macchina da presa, come freddo,
impassibile operatore, raggiungendo la pura perfezione della
professione.
"…Ho sprecato per voi un po’ di quello che non mi serve affatto;
perché a me serve soltanto la mano…" (Quaderno 7°-pag190).
"…Caro signore creda pure che a me non fa né caldo né freddo:
colpisca o fallisca il colpo; faccia dentro la gabbia quello che
vuole; io non mi commuovo, stia sicuro. Qualunque cosa accada,
seguiterò impassibile a girare la macchinetta." (Quaderno 7°-
pag215).
Donna dai capelli color fulveo, quasi cupreo; corpo
elegantissimo, ritto, rigido, snello; un sorriso dolcissimo su
le labbra, fresco come due foglie di rosa; due occhi freddi e
sicuri nell’ombra delle sue lunghissime ciglia. E’ la diva della Cosmograph dove lavora come prima attrice, ma in lei spesso si
notano repentini turbamenti, espressioni sconvolte sconosciute
persino a lei sulla pellicola. Lo schermo diventa uno specchio
dove la Nestoroff vede lì una che è lei, ma che non conosce;
vorrebbe non riconoscersi in quella; ma almeno conoscerla per
poterla placare dalle sofferenze. Cercare di arrestare quella
parte di lei che le sfugge; questo è l’aiuto che pretenderebbe
dagli uomini a cui si allaccia. Ma questi non vedono altro che
il suo corpo, ne rimangono abbagliati, alimentando sempre più in
lei la sete di vendetta e di odio che la pervade. Giorgio
Mirelli illuminandola di sentimenti solo da lui percettibili, e
non aiutandola psicologicamente, non poté che invelenirla di
più. Non basta il fatto che Giorgio mirasse al suo corpo solo
idealmente, rendendo alla Nestoroff ancora più difficile la
vendetta. Volendo essere maligni (Serafino), si può ipotizzare
ch’ella si fece desiderare fisicamente, per poi costringerlo ad
assaporare solo ciò con cui prima si saziava.
Dopo il suicidio del Mirelli, per castigo e per curare in lei un
male disperato si è fidanzata con Carlo Ferro, che di buone
maniere proprio non è… , un altro asprissimo rimedio a cui
stringendo i denti si aggrappa. Tant’è vero che la venuta e la
possibile minaccia del Nuti non la turba minimamente; nulla in
confronto al Carlo Ferro.
Aldo Nuti
Di aristocratica astrazione sociale (barone), il Nuti innamorato
di Ducella, cerca di difendere la famiglia dalla venuta della
Nestoroff: Convince Giorgio che egli riuscirebbe ad avere da lei
quello che lui non ha avuto svelandone la sua vera personalità.
Il tradimento del patto stipulato da Giorgio con il suicidio,
lascerà un baratro di demoniacale struggezza nell’animo del
Nuti. Dapprima cerca inutilmente di confortarla con la
solitudine; ecco quindi la scelta di condividere il suo dolore
con la causa: la Nestoroff. Lampi di follia lo assalgono, nei
quali si approfitta indegnosamente delle cure e dell’amore di
Luisetta scambiata per Ducella, e poi lasciata illusa. Prese
delle partecipazioni della casa cinematografica, riesce ad
accapparrarsi alcune parti da attore, come quella che strappa
ingenuamente a Carlo Ferro, cadendo nelle grinfie della Varia
come aveva progettato: fargli capire che lei poteva manipolarlo
ed esporlo ai pericoli più rischiosi del lavoro; comparire
dinnanzi ad una tigre per spararle a pochi metri. Ecco quindi
l’unica via possibile d’uscita: l’omicidio della Varia ed il
proprio suicidio.
Anch’esso attore alla Cosmograph, è un personaggio che muta
aspetto nel corso del romanzo. Viene inizialmente descritto come
un rozzo ed un volgare, incapace di nobili sentimenti, e per
questo scelto dalla Nestoroff come sua dolorosa cagione. Ma in
una confessione a cuore aperto, cioè senza maschere, dimostra a
Serafino una gran sensibilità, e una capacità di analisi della
nostra società molto sofisticata.
Cavalena
E' un commediografo della Cosmograph succube della gelosia della
moglie malata. La sua, altro non è che una situazione di comodo;
indossando la maschera della gelosia della moglie nasconde a se
stesso l’impossibilità d’uscita dagli schemi della società.
Luisetta
Figlia di Cavalena è una innocente vittima delle discordie dei
genitori, e soprattutto dalle dicerie della gente. Non potrà mai
più contare sulla spensieratezza d’animo che si addicerebbe ad
una ragazza della sua età. Per di più rimane illusa dall’amore,
che cede quasi istintivamente al Nuti, non corrispostogli; un
amore ceduto non ritrovato che accentua in lei il senso di vuoto
della vita.
******************** Lingua Particolare è il registro utilizzato dall’autore nel romanzo,
ricco di tecnicismi dell’ambiente cinematografico; lo scopo è di
ambientare il più possibile il lettore nell’opera, ma ha anche
il compiti di rendere più efficace il contrasto della
meccanicità sulla nature, sull’uomo. Tra le figure retoriche
utilizzate compaiono a, la metafore e qualche similitudine. Nel complesso il romanzo segue uno stile più che complesso,
analitico; un procedimento di analisi non subito cogliibile da un
lettore in erba nella letteratura pirandelliana.
Problematica presentata nell’opera
Molteplici sono le problematiche presentate nell’opera; la
"maschera" degli individui, portatrice di sentimenti
impenetrabili da pare degli altri.
Questo non fa altro che
accentuare l’incomunicabilità dei personaggi, aumentandone la
sofferenza e il disagio che li pervade.
Il contrasto fra
Pirandello e i suoi personaggi nasce dalla volontà dello
scrittore di metterne a nudo l’anima nascosta; di scomporne
l’apparente impassibilità e indifferenza di fronte ai casi della
vita, e di capirne l’intima composizione per metterne in mostra
la loro vera forma che si concretizzerà una volta per tutte.
Ed
è contro questo atteggiamento dell’artista che i personaggi
tendono a ribellarsi, a mostrarsi insofferenti, per impedire la
spietata analisi che inevitabilmente ne metterà a nudo miserie e
grandezze, ma anche per essere descritti come essi si sentono e
sono veramente dentro.
La riluttanza dei personaggi verso
l’intento dell’autore è presto spiegabile nel seguente motivo:
conoscere se stessi significa portare a galla le nostre crudeltà
e le nostre violenze, da cui vogliamo mascherarci.
Appaiono subito evidenti le conflittualità umane e le tematiche
pirandelliane: il vivere, l’io, immerse nell’era meccanizzata
delle macchine.
Non casuale è la professione di Gubbio, né il
suo continuo girare la manovella della camera da presa,
obbligato a servirla per mangiare e quindi servo di essa.
Le
macchine non fanno altro che accelerare e rendere più vaga la
nostra esistenza, già effimera ed alienata per se stessa.
Emergente, è anche il forte timore di una meccanizzazione
dell’arte del teatro da parte del cinema; nuova "arte" di massa,
dai grandi e facili guadagni. Il cinema, ammasso sconnesso di
fotogrammi ripresi meccanicamente dagli operatori delle
cineprese (Serafino Gubbio), e meccanicamente collegati ed
elaborati nei grandi edifici cinematografici. Il cinema,
l’"arte" della pura finzione, l’"arte" delle macchine (attori,
collaboratori macchine…).
dal
Blog di
Giovanni Fighera
Con Pirandello si hanno i primi segnali chiari di un approccio problematico
alla tecnologia e alle macchine. Amante del cinema, lo scrittore siciliano
percepisce tutta la pericolosità dell’immagine che può diventare un’ulteriore
separazione tra noi e la realtà che guardiamo. Per questo Pirandello dedica
un’intera opera all’innovazione tecnologica e al mondo della macchina che fa
irruzione nella vita degli uomini. Nasce il romanzo Si gira che poi
prenderà il nome definitivo di I quaderni di Serafino Gubbio operatore.
Un operatore alla macchina da presa cinematografica registra in una sorta di
diario le sue riflessioni e la sua condanna ad essere «una mano che muove la
manovella».
L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava,
buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, […] s’è
messo a fabbricar di ferro, d’acciajo le sue nuove divinità ed è divenuto servo
e schiavo di esse. Viva la macchina che meccanizza la vita!
Tutto l’ingegno dell’uomo è stato messo al servizio della creazione di quei
«mostri» (nel senso etimologico del termine, cioè «prodigi o cose
sorprendenti»), che dovevano essere i nostri strumenti, mentre sono finiti per
diventare i nostri padroni. In maniera drammatica, quando viene a mancare l’io,
trionfa la stupidità della macchina.
È per forza il trionfo della stupidità, dopo tanto ingegno e tanto studio
spesi per la creazione di questi mostri, che dovevano rimanere strumenti e sono
divenuti invece, per forza, i nostri padroni. La macchina è fatta per agire, per
muoversi, ha bisogno d’ingojarsi la nostra anima, di divorar la nostra vita. E
come volete che ce le ridiano, l’anima e la vita, in produzione centuplicata e
continua, le macchine?
Ad un certo punto Serafino Gubbio sta filmando una scena all’interno della
gabbia di una tigre. Aldo Nuti, innamorato dell’attrice russa Nestoroff,
dovrebbe sparare alla belva per difendere la donna. Tutto è previsto dalla
sceneggiatura. Ma Nuti rinnega il copione e, per vendicarsi della mancata
corrispondenza amorosa, uccide la donna, al posto della tigre che, poi, lo
sbranerà. In maniera impassibile, come succube della cinepresa, Serafino
riprenderà tutta la scena, senza intervenire e, colpito da afasia, rinuncerà per
sempre alla vita, ad amare, a comunicare, a rivelare la propria interiorità.
Film e vita finiscono per coincidere. La vita è stata data in pasto alla
macchina. Quella scena atroce, strappata alla vita e immortalata nel cinema,
susciterà la morbosa curiosità del pubblico e conquisterà incassi straordinari.
Una volta ancora, il genio di Pirandello ha profetizzato i futuri scenari del
mondo cinematografico e televisivo: quella realtà che diventa fiction
oppure reality, in cui solo all’apparenza tutto è naturale, ma in
realtà tutto è manovrato secondo una regia. L’uomo divenuto automa mette in
scena se stesso, fingendo di non fingere, nel gergo di Machiavelli
«dissimulando». Serafino Gubbio concluderà i suoi quaderni scrivendo:
Voglio restare così. Il tempo è questo; la vita è questa; e nel senso che
do alla mia professione, voglio seguitare così- solo, muto e impassibile- a far
l’operatore. La scena è pronta?
-Attenti, si gira…
Serafino rappresenta l’iperbolica amplificazione delle difficoltà di
comunicazione autentica che caratterizzano l’essere umano. La perdita della
parola è, in un certo senso, il rischio che corre un uomo che sempre più
utilizza degli strumenti di comunicazione che non hanno lo stesso calore della
viva parola. Quando l’uomo dimentica che i mezzi sono solo modalità di
comunicazioni utili in talune circostanze, li trasforma nella propria voce. Si
perde l’integralità della comunicazione, che è affidata a sguardi, a gesti, a
toni di voce, all’affetto, e permane solo il messaggio o, meglio, il presunto
fine del messaggio. Diventano, così, importanti non tanto l’intensità e la
profondità della comunicazione, ma la sua rapidità e la sua frequenza. Sono,
forse, così più facilmente comprensibili alcuni scenari comunicativi del terzo
millennio.
Credo che Pirandello abbia sempre utilizzato il teatro e la scrittura per sua
intima e personale ricerca. Fare e farsi, in prima persona, delle domande anche
dolorose e scomode, vuol dire, dal mio punto di vista, ricercare e quindi
scegliere, momento per momento, fra il crescere e l'invecchiare. Rispetto poi
alla "comunicazione", tanto più in questo momento storico, penso sia viva questa
dialettica attraverso due strade contrapposte: l'intrattenimento, la cui
funzione sta nel dare risposte, spesso consolatorie, e la ricerca che, nel
migliore dei casi, diventa arte e che, come tutta l'arte, interroga.
Nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore Pirandello, come in tutta la sua
poetica, ci sommerge di domande e d'intuizioni rivelatesi poi in alcune delle
risposte tragiche che viviamo nel nostro presente. C'è tutta la sua diffidenza
per la "macchina" come elemento di conflitto con la sensibilità - aura umana e
della vita "vera" (macchina da ripresa che fissa ed immobilizza la realtà ma
anche, e più in generale, macchina/meccanismo come elemento della
modernizzazione) e c'è la continua esasperante constatazione che la vita "o la
si vive o la si scrive" o, nel caso di Serafino, la si filma, la vita, quella
degli altri, girando una manovella.
Assistiamo infatti ad un autore-operatore nei primi del secolo scorso, Serafino,
che ci parla in prima persona, attraverso il diario giornaliero delle sue
esperienze esistenziali nella casa di produzione cinematografica "Kosmograph". I suoi personaggi, come spesso accade in
Pirandello, vanno a cercarlo l'autore-Serafino e ci parlano attraverso di lui.
Sono tutti al limite del melodramma, costantemente in conflitto con la finzione
e la realtà della loro vita di commedianti e, dall'intricato rendiconto delle
loro relazioni, veniamo di fatto messi al corrente delle domande sulla vita,
sull'uomo, sulla contemporaneità di Serafino (Pirandello?) stesso.
Serafino Gubbio è un romanzo che può essere letto anche come metafora della
morte dell'arte nella civiltà delle macchine e la sua versione scenica, a cui
sto lavorando, vorrei che fosse proprio una sorta di soliloquio con
partecipazione di fantasmi "virtuali" interpretati da attori e riprodotti da
macchine. Ed è qui che Pirandello mi sembra sia, con tutte le sue riflessioni,
al centro del nostro presente, in questo suo dialogo costante e serrato con la
"gestazione" poetica, con la fantasia, con la finzione e la realtà di questo
periodo in cui trionfa l'immateriale.
Che cos'è il nostro modem casalingo che ci permette d'entrare in rete e di
comunicare, attraverso la finzione di un personaggio che di volta in volta ci
scegliamo, che cos'è se non una sorta di medium, di tramite fra la realtà ed il
nostro immaginario?
La
contemporaneità di Pirandello, a mio avviso, risiede proprio qui, nell'aver
avuto la precognizione esatta del "virtuale" che confonde e scompagina il ritmo
naturale dell'uomo mettendo in scena il reality show della sua vita casalinga. È
Serafino stesso, infatti, che si chiede e ci chiede quanta vita siamo disposti a
buttare via pur d'apparire, per un attimo, con la rappresentazione di noi
stessi, su di un pezzo di lenzuolo bianco allontanandoci dalla vita e dal farci
nuove domande.
Andrea Liberovici
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