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QUADERNI DI SERAFINO GUBBIO, OPERATORE
Quaderno Quinto
I
Sono capitato proprio in un terreno vulcanico. Eruzioni e
terremoti senza fine. Vulcano grosso, in apparenza vestito di
neve, ma dentro in perfetta ebollizione, la signora Nene. Si
sapeva. Ma si è scoperto ora, inaspettatamente, e ha avuto la
prima eruzione, un vulcanino, nel cui grembo il fuoco covava
nascosto e minaccioso, per quanto acceso da pochi giorni
soltanto.
Ha suscitato il cataclisma una visita di Polacco, questa
mattina. Venuto per insistere nella sua opera di persuasione sul
Nuti, perché vada via da Roma e se ne ritorni a Napoli a
raffermare la convalescenza e perché poi magari riprenda a
viaggiare per distrarsi e guarire del tutto; ha avuto l'ingrata
sorpresa di trovare il Nuti in piedi, cadaverico, coi baffi già
rasi a dimostrare la ferma intenzione di mettersi subito, fin da
oggi, a far l'attore alla Kosmograph.
Se li è rasi da sé, appena levato di letto. È stata anche per
tutti noi una sorpresa, perché fino a jersera il medico gli ha
raccomandato calma assoluta, riposo, e di non lasciare il letto,
se non per qualche oretta, la mattina; e jersera egli aveva
risposto di sì, che avrebbe obbedito a queste prescrizioni.
Siamo rimasti a bocca aperta nel vedercelo davanti così raso,
svisato, con quella faccia da morto, non ben sicuro ancora su le
gambe, elegantissimamente vestito.
S'era ferito un po', radendosi, all'angolo sinistro della bocca;
e i grumetti di sangue, nerastri su la ferita, spiccavano nel
torbido pallore del volto. Gli occhi, ch'ora sembravano enormi,
con le pàlpebre inferiori quasi stirate dalla magrezza, così che
mostrano il bianco del globo sotto il cerchio della cornea,
avevano di fronte al nostro stupore doloroso un'espressione
atroce, quasi malvagia, di dispetto cupo, d'odio.
- Ma come! - esclamò Polacco.
Contrasse il volto, quasi digrignando, e alzò le mani, con un
fremito nervoso in tutte le dita; poi, a bassissima voce, anzi
quasi senza voce, disse:
- Lasciami, lasciami fare!
- Ma se non ti reggi in piedi! - gli gridò Polacco.
Si voltò a guardarlo biecamente:
- Posso. Non mi seccare. Ho bisogno... bisogno d'uscire... d'un
po' d'aria.
- Forse è un po' troppo presto, ecco... - si provò a fargli
notare Cavalena - se... se mi permette di...
- Ma se dico che mi sento d'uscire! - lo interruppe il Nuti,
attenuando appena con una smorfia di sorriso l'irritazione che
traspariva dalla voce.
Questa irritazione nasce in lui dalla volontà di staccarsi dalle
cure che finora ci siamo prese di lui e che ci han potuto dare
(non a me, veramente) l'illusione ch'egli in certo qual modo
ormai ci appartenga, sia un po' nostro. Avverte che questa
volontà è trattenuta dai riguardi per il debito di gratitudine
contratto con noi, e non vede altro mezzo di spezzar questo
legame di riguardi, che mostrando dispetto e disprezzo per la
sua salute e la sua salvezza, di modo che sorga in noi lo sdegno
per le cure che ce ne siamo date, e questo sdegno,
allontanandolo subito da noi, lo assolva da quel debito di
gratitudine. Chi sia in quest'animo, non ardisce di guardare in
faccia. E difatti egli, questa mattina, non ha potuto guardar
bene in faccia nessuno di noi.
Polacco, di fronte a una così decisa risoluzione, non ha più
veduto altro scampo che mettergli attorno a custodirlo e,
occorrendo, a pararlo, quanti più di noi era possibile, e
segnatamente una che più di tutti gli s'è mostrata pietosa e a
cui egli perciò deve un maggior riguardo; e, prima d'andar via
con lui, pregò insistentemente Cavalena di raggiungerlo subito
alla Kosmograph con la signorina Luisetta e con me. Disse che la
signorina Luisetta non poteva più lasciare a mezzo quel film, a
cui per combinazione s'era trovata a prender parte, e che del
resto sarebbe stato un vero peccato, perché a giudizio di tutti
in quella breve e non facile particina aveva dimostrato una
meravigliosa attitudine che poteva fruttarle, per suo mezzo, una
scrittura alla Kosmograph, un guadagno facile, sicuro,
dignitosissimo, sotto la scorta del padre.
Vedendo Cavalena approvare con entusiasmo la proposta, fui più
volte sul punto d'accostarmigli per tirargli sotto sotto la
giacca.
Quel che temevo, difatti, è avvenuto.
La signora Nene ha creduto che fosse tutta una combinazione del
marito la visita mattutina di Polacco, la risoluzione improvvisa
del Nuti, la proposta di scrittura alla figliuola, per andare a
coccolarsi in mezzo alle giovani attrici della Kosmograph. E
appena andato via il Polacco col Nuti, il vulcano ha avuto una
tremenda eruzione.
Cavalena, dapprima, s'è provato a tenerle testa, mettendo avanti
la costernazione per il Nuti che evidentemente - come non
capirlo, Dio mio? - aveva suggerito a Polacco quella proposta di
scrittura. Che? non le importava un corno del Nuti? Ma non glien'importava
un corno neanche a lui! Andasse pure a rompersi il collo il Nuti
cento volte, se una non bastava! Bisognava acciuffar la fortuna
di quella proposta di scrittura per Luisetta! Compromissione?
Che compromissione, sotto gli occhi del padre?
Ma presto, da parte della signora Nene, finirono le ragioni e
cominciarono le ingiurie, i vituperii, con tale violenza, che
Cavalena, alla fine, indignato, esasperato, furibondo, è
scappato via di casa.
Gli son corso dietro per le scale, per via, cercando in tutti i
modi d'arrestarlo, ripetendogli non so più quante volte:
- Ma lei è medico! ma lei è medico!
Che medico e medico! In questo momento era una bestia che
fuggiva infuriata. E ho dovuto lasciarlo fuggire, perché non
seguitasse a gridare per istrada.
Ritornerà quando si sarà stancato di correre, quando di nuovo
l'ombra del suo tragicomico destino, o piuttosto della
coscienza, gli si parerà davanti con la pergamena scartocciata
della vecchia laurea di medicina.
Intanto, respirerà un poco, fuori.
Rientrando in casa, vi ho trovato, con mia grande e dolorosa
sorpresa, in eruzione il vulcanino; in un'eruzione così
violenta, che il vulcano grosso n'era quasi sbigottito.
Non pareva più lei, la signorina Luisetta! Tutto lo sdegno
accumulato in tanti anni, fin dall'infanzia trascorsa senza mai
un sorriso in mezzo alle liti e allo scandalo; tutte le
vergogne, a cui l'avevano fatta assistere, buttava in faccia
alla madre e alle spalle del padre che fuggiva. Ah, si dava
pensiero adesso la madre della compromissione di lei? Quando per
tanti anni con quella stupida, vergognosa pazzia, le aveva
distrutto l'esistenza, irreparabilmente! Affogata nella nausea,
nello schifo d'una famiglia, a cui nessuno poteva accostarsi
senza scherno! Non era compromissione forse, tenerla legata a
quella vergogna? Non udiva le risa che tutti facevano di lei e
di quel padre? Basta! basta! basta! Non voleva più lo strazio di
quelle risa; voleva sciogliersi da quella vergogna, e
scapparsene per la via che le s'apriva davanti, non cercata,
dove nulla le sarebbe potuto capitare di peggio! Via, via! via!
Si volse a me, tutta accesa e vibrante:
- M'accompagni lei, signor Gubbio! Vado di là a mettermi il
cappello, e andiamo, andiamo via subito!
Corse alla sua stanza. Io mi voltai a guardare la madre. Rimasta
come basita davanti alla figliuola che insorgeva alla fine a
schiacciarla con una condanna che all'improvviso ella sentiva
tanto più meritata, in quanto sapeva che il pensiero della
compromissione della figlia non era altro, in fondo, che una
scusa messa avanti per impedire al marito di accompagnarla alla
Kosmograph; ora, davanti a me, col capo abbandonato, le mani sul
seno, si provava con affanno mugolante a sciogliere il pianto
dalle viscere sospese e contratte.
Mi fece pena.
A un tratto, prima che la figliuola sopravvenisse, si tolse
quelle mani dal seno e le congiunse in preghiera, senza poter
parlare, con tutto il volto contratto in attesa del pianto che
ancora non riusciva a tirar sù. Così, con quelle mani mi disse
ciò che con la bocca, certo, non mi avrebbe detto. Poi se le
portò al volto e si mosse al sopravvenire della figliuola.
Io indicai a questa, pietosamente, la mamma che s'avviava
singhiozzando alla sua stanza.
- Vuole che vada via sola? - minacciò con rabbia la signorina
Luisetta.
- Vorrei, - le risposi, dolente, - che almeno si calmasse,
prima, un poco.
- Mi calmerò per via, - disse. - Andiamo, andiamo!
E, poco dopo, montati in vettura in capo a via Veneto,
soggiunse:
- Vedrà, del resto, che troveremo certamente papà alla
Kosmograph.
Perché volle aggiungere questa considerazione? Per liberarmi del
pensiero della responsabilità che mi faceva assumere,
obbligandomi ad accompagnarla? Dunque non è ben sicura d'esser
libera d'agire a suo talento. Difatti, subito riprese:
- Le pare una vita possibile?
- Ma se è una manìa! - le feci notare. - Se è, come dice suo
papà, una forma tipica di paranoja?
- Va bene, sì, ma appunto per questo! È possibile vivere così?
Quando si hanno di queste disgrazie, non ci può esser più casa;
non c'è più famiglia; più nulla. È una continua violenza, una
disperazione, creda! Non se ne può più! Che c'è da fare? che c'è
da impedire? Chi scappa di qua, chi di là. Tutti vedono, tutti
sanno. La nostra casa è aperta. Non c'è più nulla da custodire!
Siamo come in piazza. È una vergogna! una vergogna! Del resto,
chi sa! forse così, opponendo violenza a violenza, ella si
scoterà da questa manìa che sta facendo impazzire tutti! Per lo
meno, farò qualche cosa... vedrò, mi muoverò... mi scoterò
anch'io da quest'avvilimento, da questa disperazione!
Ma se per tanti anni l'ha sopportata, questa disperazione, come
mai, ora tutt'a un tratto, - mi veniva di domandarle, - una così
fiera ribellione?
Se subito dopo quella particina rappresentata al Bosco Sacro,
Polacco le avesse proposto di scritturarla alla Kosmograph, non
si sarebbe tirata indietro, quasi con orrore? Ma sì, certo! Pur
essendo la sua famiglia nelle medesime condizioni.
Ora, invece, eccola qua che corre con me alla Kosmograph! Per
disperazione? Sì, ma non a causa di quella sua mamma senza pace.
Come s'è fatta pallida, come s'è sentita mancar tutta, appena il
babbo, il povero Cavalena, come uno spiritato ci s'è fatto
innanzi su l'entrata della Kosmograph ad annunciarci che "lui",
Aldo Nuti, non c'era, e che Polacco aveva telefonato alla
Direzione, che per quel giorno non sarebbe venuto, dimodoché non
restava più da far altro che tornare indietro.
- Io, no, purtroppo, - dissi a Cavalena. - Bisogna che resti,
io; sono già in gran ritardo. Accompagnerà lei a casa la
signorina.
- No no no no, - gridò precipitosamente Cavalena. - La terrò con
me tutto il giorno; ma poi la riporterò qua, e mi farà il
piacere di riaccompagnarla lei a casa, signor Gubbio, o andrà
sola. Io niente; io non metterò più piede a casa mia! Basta
ormai! basta! basta!
E se n'andò, accompagnando la protesta con un gesto espressivo
del capo e delle mani. La signorina Luisetta seguì il padre,
mostrando chiaramente negli occhi di non vedere più la ragione
di quanto aveva fatto. Com'era fredda la manina che mi porse, e
come assente lo sguardo e vuota la voce, quando si volse per
salutarmi e per dirmi:
- A più tardi...
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II
- È dunque un affar serio? - è venuto a chiedermi in camera
Cavalena, misteriosamente, questa mattina.
Il pover'uomo teneva in mano tre fazzoletti. A un certo punto,
dopo molte commiserazioni per quel caro "barone" (cioè il Nuti)
e molte considerazioni su le innumerevoli infelicità umane, come
in prova di queste infelicità, mi ha sciorinato davanti quei tre
fazzoletti, prima uno, poi l'altro e poi l'altro, esclamando:
- Guardi!
Erano tutti e tre sforacchiati, come rosicchiati dai topi.
Li ho guardati con pietà e con meraviglia; poi ho guardato lui,
mostrando chiaramente che non capivo nulla. Cavalena starnutì, o
piuttosto, mi parve che starnutisse. No. Aveva detto:
- Piccinì.
Vedendosi guardato da me con quell'aria stordita, mi mostrò di
nuovo i fazzoletti e ripeté:
- Piccinì.
- La cagnetta?
Socchiuse gli occhi e tentennò il capo con tragica solennità.
- Lavora bene, a quanto pare, - dissi io.
- E non posso dirle niente! - esclamò Cavalena. - Perché è
l'unico essere, qua, in casa mia, da cui mia moglie si senta
amata e da cui non tema inimicizie. Ah, signor Gubbio, creda, la
natura è infame assai. Nessuna disgrazia può essere maggiore e
peggiore della mia. Avere una moglie che si sente amata soltanto
da una cagna! E non è vero, sa? Quella bestiaccia non ama
nessuno! La ama lei, mia moglie, e sa perché? perché con quella
bestia solamente ella può sperimentare d'avere un cuore
riboccante di carità. E vedesse come se ne consola! Tiranna con
tutti, questa donna diventa la schiava d'una vecchia, brutta
bestia, che... l'ha veduta?... brutta, le zampe a ròncolo, gli
occhi cisposi... E tanto più la ama, quanto più s'accorge che
tra essa e me s'è stabilita ormai da un pezzo un'antipatia,
signor Gubbio, invincibile! invincibile! Questa brutta bestia,
sicura che io, sapendola così protetta dalla padrona, non le
allungherò mai quel calcio che la sventrerebbe, che la
ridurrebbe - le giuro, signor Gubbio - una poltiglia, mi fa con
la più irritante placidità tutti i dispetti possibili e
immaginabili, veri soprusi: mi sporca costantemente il tappeto
dello studio, si trattiene apposta di far per istrada i suoi
bisogni, per venirmeli a fare sul tappeto dello studio, e mica
piccoli, sa? grandi e piccoli; si sdraja su le poltrone, sul
canapè dello studio; rifiuta i cibi e mi rosicchia tutti i panni
sporchi: ecco qua, tre fazzoletti, jeri, e poi camìce,
tovaglioli, asciugamani, foderette, e bisogna ammirarla e
ringraziarla, perché questo rosicchiamento sa che signfica per
mia moglie? Affezione! Sicuro. Significa che la cagnetta sente
l'odore dei padroni. - Ma come? E se lo mangia? - Non sa quello
che fa: così le risponderebbe mia moglie. S'è rosicchiato più di
mezzo corredo. Devo star zitto, abbozzare, abbozzare, perché
subito altrimenti mia moglie troverebbe l'appiglio per
dimostrarmi ancora una volta, quattro e quattr'otto, la mia
brutalità. Proprio così! Fortuna, signor Gubbio, sempre dico,
fortuna che son medico! Ho l'obbligo da medico, di capire che
questo sviscerato amore per una bestia è anch'esso un sintomo
del male! Tipico, sa?
Stette a guardarmi un po', indeciso, perplesso: poi, indicandomi
una sedia, domandò:
- Permette?
- Ma si figuri! - gli dissi.
Sedette; riguardò uno dei fazzoletti, scrollando il capo; poi,
con un sorriso squallido, quasi supplice:
- Non l'annojo, è vero? non la disturbo?
Lo assicurai calorosamente che non mi disturbava affatto.
- So, vedo che lei è un uomo di cuore... mi lasci dire! un uomo
tranquillo, ma che sa comprendere e compatire. E io...
S'interruppe, turbato in volto, tese l'orecchio, s'alzò
precipitosamente:
- Mi pare che Luisetta m'abbia chiamato...
Tesi anch'io l'orecchio, dissi:
- No, non mi pare.
Dolorosamente si portò le mani su la parrucca e se la calcò sul
capo.
- Sa che m'ha detto jersera Luisetta? "Babbo, non ricominciare."
Io sono, signor Gubbio, un uomo esasperato! Per forza.
Imprigionato qua in casa, dalla mattina alla sera, senza veder
mai nessuno, escluso dalla vita, non posso sfogare la rabbia per
l'iniquità della mia sorte! E Luisetta dice che faccio scappare
tutti gl'inquilini!
- Oh, ma io... - feci per protestare.
- No, è vero, sa? È vero! - m'interruppe Cavalena. - E lei, che
è così buono, mi deve promettere fin d'ora che appena io la
stanco, appena io l'annojo, mi prenderà per le spalle e mi
butterà fuori dell'uscio! Me lo prometta, per carità. Qua, qua:
mi deve dar la mano, che farà così.
Gli diedi la mano, sorridendo:
- Ecco... come vuol lei... per contentarla.
- Grazie! Così sono più tranquillo. Io sono cosciente signor
Gubbio, non creda! Ma cosciente, sa di che? Di non essere più
io! Quando s'arriva a toccare questo fondo, cioè a perdere il
pudore della propria sciagura, l'uomo è finito! Ma io non
l'avrei perduto, questo pudore! Ero così geloso della mia
dignità! Me l'ha fatto perdere questa donna, gridando la sua
follia. La mia sciagura è nota a tutti, oramai! Ed è oscena,
oscena, oscena.
- Ma no... perché?
- Oscena! - gridò Cavalena. - Vuol vederla? Guardi! Eccola qua!
E, in così dire, s'acciuffò con due dita la parrucca e se la
tirò sù dal capo. Restai, quasi atterrito, a mirare quel cranio
nudo, pallido, di capro scorticato, mentre Cavalena, con le
lagrime agli occhi, seguitava:
- Può non essere oscena, dica lei, la sciagura d'un uomo ridotto
così e di cui la moglie sia ancora gelosa?
- Ma se lei è medico! se lei sa che è una malattia! -
m'affrettai a dirgli, afflitto, alzando le mani quasi per
ajutarlo subito a ricalcarsi sul capo quella parrucca.
Se la ricalcò, e disse:
- Ma appunto perché sono medico e so che è una malattia, signor
Gubbio! Questa è la sciagura! che sono medico! Se potessi non
sapere ch'ella lo fa per pazzia, io la caccerei fuori di casa,
vede? mi separerei da lei, difenderei ad ogni costo la mia
dignità. Ma sono medico! so che è pazza! e so dunque che tocca a
me d'aver ragione per due, per me e per lei che non l'ha più! Ma
avere ragione, per una pazza, quando la pazzia è così
supremamente ridicola, signor Gubbio, che significa? significa
coprirsi di ridicolo, per forza! significa rassegnarsi a
sopportare lo strazio che questa pazza fa della mia dignità,
davanti alla figlia, davanti alle serve, davanti a tutti,
pubblicamente; ed ecco perduto il pudore della propria sciagura!
- Papà!
Ah, questa volta sì, chiamò davvero la signorina Luisetta.
Cavalena subito si ricompose, si rassettò bene la parrucca sul
capo, si raschiò la gola per cangiar voce, e ne trovò una fina
fina, carezzevole e sorridente, per rispondere:
- Eccomi, Sesè.
E accorse, facendomi segno, con un dito, di tacere.
Uscii anch'io, poco dopo, dalla mia stanza per vedere il Nuti.
Origliai un po' dietro l'uscio della stanza. Silenzio. Forse
dormiva. Restai un po' perplesso, guardai l'orologio: era già
l'ora di recarmi alla Kosmograph; solo non avrei voluto
lasciarlo, tanto più che Polacco mi aveva raccomandato
espressamente di condurlo con me.
A un tratto, mi parve di sentire come un sospiro forte,
d'angoscia. Picchiai all'uscio. Il Nuti, dal letto, rispose:
- Avanti.
Entrai. La camera era al bujo. M'accostai al letto. Il Nuti
disse:
- Credo... credo d'aver la febbre...
Mi chinai su lui; gli toccai una mano. Scottava.
- Ma sì! - esclamai. - Ha la febbre, e forte. Aspetti. Chiamo il
signor Cavalena. Il nostro padrone di casa è medico.
- No, lasci... passerà! - diss'egli. - È lo strapazzo.
- Certo, - risposi. - Ma perché non vuole che chiami Cavalena?
Le passerà più presto. Permette che apra un po' gli scuri?
Lo guardai alla luce: mi fece spavento. La faccia color mattone,
dura, tetra, sudata; il bianco degli occhi, jeri insanguato,
divenuto quasi nero, tra le borse orribilmente enfiate; i baffi
scomposti, appiccicati su le labbra arse, tumide, aperte.
- Lei deve star male davvero.
- Sì, male... - disse. - La testa...
E levò una mano dalle coperte per posarsela a pugno chiuso su la
fronte.
Andai a chiamar Cavalena che parlava ancora con la figliuola in
fondo al corridojo. La signorina Luisetta, vedendomi appressare,
mi guardò con accigliata freddezza.
Certo ha supposto che il padre m'ha già fatto un primo sfogo.
Ahimè, mi vedo condannato ingiustamente a scontare così la
troppa confidenza che il padre m'accorda.
La signorina Luisetta m'è già nemica. Ma non solo per la troppa
confidenza del padre, bensì anche per la presenza dell'altro
ospite in casa. Il sentimento destato in lei da quest'altro
ospite fin dal primo istante, esclude l'amicizia per me. L'ho
subito avvertito. È vano ragionarci sopra. Sono quei moti
segreti, istintivi, onde si determinano le disposizioni
dell'animo e per cui da un momento all'altro, senza un perché
apparente, si àlterano i rapporti tra due persone. Certo, ora,
la nimicizia sarà cresciuta per il tono di voce e la maniera con
cui io - avendo avvertito questo - quasi senza volerlo,
annunziai che Aldo Nuti stava a letto, in camera sua, con la
febbre. Si fece pallida pallida, in prima; poi rossa rossa.
Forse in quel punto stesso ella assunse coscienza del sentimento
ancora indeterminato d'avversione per me.
Cavalena accorse subito alla camera del Nuti; ella s'arrestò
davanti all'uscio, quasi non volesse farmi entrare; tanto che
fui costretto a dirle:
- Scusi, permette?
Ma, poco dopo, cioè quando il padre le ordinò d'andare a
prendere il termometro per misurare la febbre, entrò nella
camera anche lei. Non le staccai un momento gli occhi dal viso,
e vidi che ella, sentendosi guardata da me, si sforzava
violentemente di dissimulare la pietà e insieme lo sgomento che
la vista del Nuti le cagionavano. L'esame è durato a lungo. Ma,
tranne la febbre altissima e il male alla testa, Cavalena non ha
potuto accertar altro. Usciti però dalla camera, dopo aver
richiuso gli scuri della finestra, perché l'infermo non può
soffrire la luce, Cavalena s'è mostrato costernatissimo. Teme
che sia un'infiammazione cerebrale.
- Bisogna chiamar subito un altro medico, signor Gubbio! Io,
anche perché padrone di casa, capirà, non posso assumermi la
responsabilità d'un male che stimo grave.
M'ha dato un biglietto per quest'altro medico suo amico, che ha
recàpito alla prossima farmacia, e io sono andato a lasciare il
biglietto, e poi, già in ritardo, sono corso alla Kosmograph.
Ho trovato il Polacco su le spine, pentitissimo d'avere
agevolato il Nuti in questa folle impresa. Dice che non si
sarebbe mai e poi mai immaginato di vederlo nello stato in cui
gli è apparso d'improvviso, inopinatamente, perché dalle lettere
di lui, prima dalla Russia, poi dalla Germania, poi dalla
Svizzera, non c'era da argomentarlo. Voleva mostrarmele, per sua
giustificazione; ma poi, tutt'a un tratto se n'è dimenticato.
L'annunzio della malattia l'ha quasi rallegrato o, per lo meno,
sollevato da un gran peso, per il momento.
- Infiammazione cerebrale? Oh senti Gubbio, se morisse...
Perdio, quando un uomo si riduce a questi estremi, quando
diventa pericoloso a sé e agli altri, la morte... quasi quasi...
Ma speriamo di no; speriamo che invece sia una crisi salutare.
Tante volte, chi sa! Mi dispiace tanto per te, povero Gubbio, e
anche per quel povero Cavalena... Questa tegola... Verrò, verrò
stasera a trovarvi. Ma è provvidenziale, sai? Qua finora, tranne
te, non lo ha veduto nessuno; nessuno sa che è arrivato.
Silenzio con tutti, eh? M'hai detto che sarebbe prudente
togliere al Ferro la parte nel film della tigre.
- Ma senza fargli capire...
- Bambino! Parli con me. Ho pensato a tutto. Guarda: jersera,
poco dopo che siete andati via vojaltri, è venuta da me la
Nestoroff.
- Ah sì? Qua?
- Deve aver fiutato in aria che il Nuti è arrivato. Caro mio, ha
una gran paura! Paura del Ferro, non del Nuti. È venuta a
domandarmi... così, come se nulla fosse, se era proprio
necessario che ella seguitasse a venire alla Kosmograph, e anche
a stare a Roma, dal momento che, tra poco, tutt'e quattro le
compagnie saranno impegnate nel film della tigre, a cui ella non
prenderà parte. Capisci? Io ho colto la palla al balzo. Le ho
risposto che il commendator Borgalli ha ordinato che, prima che
tutt'e quattro le compagnie siano impegnate, si finisca d'iscenare
quei tre o quattro films rimasti in sospeso per alcuni esterni
dal vero, per cui bisognerà andar lontano. C'è quello dei
marinaj d'Otranto, di cui ha dato il soggetto Bertini. "Ma io
non ci ho parte" ha detto la Nestoroff. "Lo so" le ho risposto
"ma ci ha parte il Ferro, la parte principale, e forse sarebbe
meglio, più conveniente per noi, disimpegnarlo da quella che si
è assunta nel film della tigre, e mandarlo laggiù col Bertini.
Ma forse non vorrà accettare. Ecco, se lo persuadesse lei,
signora Nestoroff." Mi guardò negli occhi un pezzo... sai, come
suol fare... poi disse: "Potrei...". E infine, dopo aver pensato
un po': "In questo caso, andrebbe lui solo laggiù; io resterei
qua, in sua vece per qualche parte, anche secondaria, nel film
della tigre...".
- Ah, e allora no! - non ho potuto tenermi di dire a questo
punto al Polacco. - Solo, laggiù, Carlo Ferro non andrà, puoi
esserne sicuro!
Polacco s'è messo a ridere.
- Bambino! Se colei vuole davvero, sta' certo che andrà! Anche
all'inferno andrà!
- Non capisco. E perché lei vuol rimanere qua?
- Ma non è vero! Lo dice... Non capisci che finge, per non darmi
a vedere che teme del Nuti? Andrà anche lei, vedrai. O forse...
o forse... chi sa! Vorrà davvero rimanere per incontrarsi qua,
da sola, liberamente, col Nuti e fargli passar la voglia di
tutto. È capace di questo e d'altro, capace di tutto. Ah, che
guajo! Andiamo, andiamo intanto a lavorare. Oh, dimmi un po': la
signorina Luisetta? Bisogna che venga assolutamente per gli
altri quadri del film.
Gli dissi delle furie della signora Nene, e che Cavalena il
giorno avanti era venuto per restituire (sebbene a malincuore,
dal canto suo) il danaro e i regalucci. Polacco ripeté che
sarebbe venuto la sera in casa del Cavalena per indurlo insieme
con la signora Nene a far tornare la signorina Luisetta alla
Kosmograph. Eravamo già all'entrata del reparto del Positivo:
finii d'esser Gubbio e diventai una mano.
III
Ho interrotto per parecchi giorni queste mie note. Sono stati
giorni d'angoscia e di trepidazione. Non sono ancora del tutto
passati ma ormai la tempesta, scoppiata terribile nell'anima di
quest'infelice che tutti qua a gara abbiamo assistito
pietosamente e con tanta maggior sollecitudine, in quanto che a
tutti era poco meno che ignoto e quel che di lui si sapeva e il
suo aspetto e l'aria che recava con sé del suo destino
persuadevano alla commiserazione e a un vivo interessamento al
suo tristissimo caso; questa tempesta, dico, par che accenni di
calmarsi a poco a poco. Se pure non è una breve tregua. Lo temo.
Spesso, nel forte d'un uragano, lo scoppio formidabile d'un
tuono riesce ad allargare un po' il cielo; ma, poco dopo, la
nuvolaglia, squarciata per un momento, torna a ragglomerarsi
lenta lenta e più fosca, e l'uragano ingrossato si scatena di
nuovo, più furioso di prima. La calma, infatti, in cui pare si
raccolga a poco a poco l'anima del Nuti, dopo le furie deliranti
e l'orribile frenesia di tanti giorni, è tremendamente cupa,
proprio come quella di un cielo che si rincaverni.
Nessuno se n'accorge, o mostra d'accorgersene, forse per il
bisogno che è in tutti di trarre momentaneamente un respiro di
sollievo dicendo che, a ogni modo, il forte è passato. Dobbiamo,
vogliamo rassettare un po', alla meglio, noi stessi, e anche
tutte le cose che ci stanno attorno, investite dal turbine della
pazzia; perché è rimasto non solo in tutti noi, ma pur nella
stanza, negli oggetti stessi della stanza, quasi un attonimento
di stupore, un'incertezza strana nell'apparenza delle cose, come
un'aria di alienazione, sospesa e diffusa.
Invano non s'assiste allo scoppio di un'anima che dal più
profondo scagli sfranti e scompigliati i pensieri più reconditi,
non confessati mai neppure a se stessa, i sentimenti più segreti
e spaventosi, le sensazioni più strane che votano d'ogni senso
consueto le cose, per darne loro subito un altro impensato, con
una verità che avventa e si impone, sconcerta e atterrisce. Il
terrore sorge dal riconoscere con un'evidenza spasimosa, che la
pazzia s'annida e cova dentro a ciascuno di noi e che un
nonnulla potrebbe scatenarla: l'allentarsi per poco di questa
maglia elastica della coscienza presente: ed ecco che tutte le
immagini in tanti anni accumulate e ora vaganti sconnesse; i
frammenti d'una vita rimasta occulta, perché non potemmo o non
volemmo rifletterla in noi al lume della ragione; atti ambigui,
menzogne vergognose, cupi livori, delitti meditati all'ombra di
noi stessi fino agli ultimi particolari, e ricordi obliati e
desideri inconfessati, irrompono in tumulto, con furia
diabolica, ruggendo come belve. Più d'una volta noi tutti ci
guardammo con la pazzia negli occhi, bastando il terrore dello
spettacolo di quel pazzo, perché anche in noi si allentasse un
poco questa maglia elastica della coscienza. E anche ora
guatiamo obliquamente e andiamo a toccare con un senso di
sgomento qualche oggetto della stanza, che fu per poco
illuminato sinistramente d'un aspetto nuovo, pauroso,
dall'allucinazione dell'infermo; e, andando nella nostra stanza,
ci accorgiamo con stupore e con raccapriccio che... sì,
veramente, anche noi siamo stati sopraffatti dalla pazzia, anche
da lontano, anche soli: troviamo qua e là, segni evidenti, tanti
oggetti, tante cose stranamente fuor di posto.
Dobbiamo, vogliamo rassettarci, abbiamo bisogno di credere che
l'infermo ora stia così, in questa calma cupa, perché ancora
stordito dalla violenza degli ultimi accessi e ormai spossato,
sfinito.
Basta a sostenere quest'inganno un lievissimo sorriso di
gratitudine ch'egli accenni appena appena con le labbra o con
gli occhi a la signorina Luisetta: fiato, larva di luce
impercettibile, che non spira, a mio credere, dall'infermo, ma è
piuttosto soffuso sul volto di lui dalla dolce infermiera,
appena s'accosti e si chini sul letto.
Ahimè, com'è ridotta anche lei, la dolce infermiera! Ma nessuno
se ne dà pensiero; meno di tutti, lei stessa. Eppure la medesima
tempesta ha schiantato e travolto quest'innocente!
È stato uno strazio, di cui ancora forse neppur lei sa rendersi
conto, perché ancora forse ella non ha con sé, dentro di sé la
propria anima. L'ha data a lui, come cosa non sua, come una cosa
ch'egli nel delirio si potesse appropriare per averne refrigerio
e conforto.
Io ho assistito a questo strazio. Non ho fatto nulla, né forse
avrei potuto far nulla per impedirlo. Ma vedo e confesso che ne
sono rivoltato. Il che vuol dire che il mio sentimento è
compromesso. Temo infatti che, presto, dovrò fare a me stesso
un'altra confessione dolorosa.
È avvenuto questo: che il Nuti, nel delirio, ha scambiato la
signorina Luisetta per Duccella, e, dapprima, ha inveito
furibondo contro di lei, gridandole in faccia ch'era iniqua la
sua durezza, la sua crudeltà per lui, non avendo egli nessuna
colpa nell'uccisione del fratello, il quale da sé, come uno
stupido, come un pazzo, s'era ucciso per quella donna; poi,
appena ella, vinto il primo terrore, intendendo a volo
l'allucinazione dell'infermo, gli s'è accostata pietosa, non ha
più voluto lasciarla un momento, se l'è tenuta stretta a sé,
singhiozzandole perdutamente e mormorandole le parole più
cocenti e più tènere d'amore, e carezzandola o baciandole le
mani, i capelli, la fronte.
Ed ella ha lasciato fare. E tutti gli altri han lasciato fare.
Perché quelle parole, quelle carezze, quegli abbracci, quei
baci, non erano mica per lei: erano per un'allucinazione, nella
quale il delirio di lui si placava. E dunque bisognava lasciarlo
fare. Ella, la signorina Luisetta, faceva pietosa e amorosa la
sua anima per conto d'un'altra; e quest'anima, fatta così
pietosa e amorosa, la dava a lui, come cosa non sua, ma di
quell'altra, di Duccella. E mentr'egli s'appropriava
quest'anima, ella non poteva, non doveva appropriarsi quelle
parole, quelle carezze, quei baci... Ma ne ha tremato in tutte
le fibre del corpo, la povera piccina, già disposta fin dal
primo momento ad avere tanta pietà per quest'uomo che tanto
soffriva a causa dell'altra donna! E non già per sé, che ne
aveva veramente pietà, le è toccato d'esser pietosa ma per
quell'altra, ch'ella naturalmente ritiene dura e crudele.
Ebbene, ha dato a costei la sua pietà, perché la rivolgesse a
lui e da lui - attraverso il corpo di lei - si facesse amare e
carezzare. Ma l'amore, l'amore, chi lo dava? Doveva darlo lei,
l'amore, per forza, insieme con quella pietà. E la povera
piccina l'ha dato. Sa, sente d'averlo dato lei, con tutta
l'anima, con tutto il cuore; e invece deve credere d'averlo dato
per quell'altra.
N'è seguito questo: che mentr'egli, ora, rientra a poco a poco
in sé e si riprende e si richiude fosco nella sua sciagura; ella
resta come vuota e smarrita, come sospesa, senza più sguardo,
quasi alienata d'ogni senso, una larva, quella larva che è stata
nell'allucinazione di lui. Per lui la larva è scomparsa, e con
la larva, l'amore. Ma questa povera piccina, che s'è votata per
riempire quella larva di sé, del suo amore, della sua pietà, è
rimasta lei, ora, una larva; e lui non se n'accorge! Le sorride
appena, per gratitudine. Il rimedio ha giovato: l'allucinazione
è svanita: basta, ora, eh?
Non me ne dôrrei tanto, se per tutti questi giorni non mi fossi
veduto costretto a dare anch'io la mia pietà, a spendermi, a
correre di qua e di là, a vegliare parecchie notti di seguito,
non per un sentimento mio vero e proprio, che mi fosse cioè
ispirato dal Nuti, come avrei voluto; ma per un altro
sentimento, pure di pietà, ma di pietà interessata, tanto
interessata che mi faceva e mi fa tuttora apparire falsa e
odiosa quella che dimostravo e dimostro tuttora al Nuti.
Sento che, assistendo allo strazio, certo involontario, ch'egli
ha fatto del cuore della signorina Luisetta, io, volendo
obbedire al vero sentimento mio, avrei dovuto ritrarre la mia
pietà da lui. L'ho ritratta veramente, dentro di me, per
rivolgerla tutta a quel povero coricino straziato, ma ho
seguitato a dimostrarla a lui perché non potevo farne a meno,
obbligato dal sacrificio di lei, ch'era il maggiore. Se ella
infatti si prestava a soffrire quello strazio per pietà di lui,
potevo io, potevano gli altri tirarsi indietro da premure, da
fatiche, da attestazioni di carità molto minori? Tirarmi
indietro voleva dire riconoscere e dare a vedere ch'ella non
soffriva quello strazio per pietà soltanto, ma anche per amore
di lui, anzi sopra tutto per amore. E questo non si poteva, non
si doveva. Io ho dovuto fingere, perché ella doveva credere di
dare a lui il suo amore per quell'altra. E ho finto, pur
disprezzandomi, meravigliosamente. Così soltanto ho potuto
modificare le sue disposizioni d'animo per me, rifarmela amica.
Ma pure, mostrandomi per lei così pietoso verso il Nuti, ho
perduto forse l'unico mezzo che mi restasse per richiamarla in
sé: dimostrarle, cioè, che Duccella, per conto della quale ella
crede d'amarlo, non ha nessuna ragione d'esser pietosa per lui.
Dando a Duccella la sua realtà vera, la larva di lei, quella
larva amorosa e pietosa, in cui ella, la signorina Luisetta, s'è
tramutata, dovrebbe scomparire, e restar lei, la signorina
Luisetta, col suo amore ingiustificato e non richiesto da lui:
perché egli da quella, e non da lei, l'ha richiesto, e lei per
quella e non per sé gliel'ha dato, così, davanti a tutti.
Sì, ma se io so ch'ella veramente gliel'ha dato, sotto questa
pietosa finzione, che vado adesso sofisticando?
Come Aldo Nuti crede dura e crudele Duccella, ella crederebbe
duro e crudele me, se le strappassi questa finzione pietosa.
Ella è una Duccella finta, appunto perché ama; e sa che la
Duccella vera non ha nessuna ragione d'amare; lo sa per il fatto
stesso che Aldo Nuti, ora che l'allucinazione gli è svanita non
vede più in lei l'amore, e squallidamente la ringrazia appena
appena della pietà.
Forse, a costo di soffrire un po' più, ella potrebbe riaversi,
solo a patto che Duccella diventasse lei, veramente, pietosa,
sapendo in quali condizioni s'è ridotto l'antico fidanzato, e si
presentasse qua, davanti al letto ov'egli giace, per ridargli il
suo amore e salvarlo.
Ma Duccella non verrà. E la signorina Luisetta seguiterà a
credere davanti a tutti e anche davanti a se stessa, in buona
fede, di amare per conto di lei Aldo Nuti.
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IV
Come sono sciocchi tutti coloro che dichiarano la vita un
mistero, infelici che vogliono con la ragione spiegarsi quello
che con la ragione non si spiega!
Porsi davanti la vita come un oggetto da studiare, è assurdo,
perché la vita, posta davanti così, perde per forza ogni
consistenza reale e diventa un'astrazione vuota di senso e di
valore. E com'è più possibile spiegarsela? L'avete uccisa.
Potete, tutt'al più, farne l'anatomia.
La vita non si spiega; si vive.
La ragione è nella vita; non può esserne fuori. E la vita non
bisogna porsela davanti, ma sentirsela dentro, e viverla.
Quanti, usciti da una passione, come si esce da un sogno, non si
domandano:
- Io? com'ho potuto esser così? far questo?
Non se lo sanno più spiegare; come non sanno spiegarsi che altri
possa dare senso e valore a certe cose che per essi non ne hanno
più nessuno o non ne hanno ancora. La ragione, che è in quelle
cose, la cercano fuori. Possono trovarla? Fuori della vita non
c'è nulla. Avvertire questo nulla, con la ragione che si astrae
dalla vita, è ancora vivere, è ancora un nulla nella vita: un
sentimento di mistero: la religione. Può essere disperato, se
senza illusioni; può placarsi rituffandosi nella vita, non più
di qua, ma di là, in quel nulla, che diventa subito tutto.
Com'ho capito bene queste cose in pochi giorni, da che sento
veramente! Dico, da che sento anche me, perché gli altri li ho
sentiti sempre in me, e m'è stato facile perciò spiegarmeli e
compatirli.
Ma il sentimento che ho di me, in questo momento, è amarissimo.
Per causa vostra, signorina Luisetta, che pur siete tanto
pietosa! Ma appunto perché siete così pietosa. Non ve lo posso
dire, non ve lo posso far capire. Non vorrei dirmelo, non vorrei
capirlo neanche io. Ma no, io non sono più una cosa, e questo
mio silenzio non è più silenzio di cosa. Volevo farlo avvertire
agli altri, questo silenzio, ma ora lo soffro io, tanto!
Séguito, pur non di meno, ad accogliervi dentro tutti. Sento
però che ora mi fanno male tutti quelli che vi entrano, come in
un luogo di sicura ospitalità. Il mio silenzio vorrebbe
chiudersi sempre di più attorno a me.
Ecco qua, intanto, Cavalena che ci s'è allogato, pover'uomo,
come a casa sua. Viene, appena può, a riparlarmi con sempre
nuovi argomenti, o per futilissimi pretesti, della sua sciagura.
Mi dice che non è possibile, a causa della moglie, tenere ancora
alloggiato qua il Nuti, e che bisognerà trovargli posto altrove,
appena rimesso. Due drammi, uno accanto all'altro, non è
possibile tenerli. Specialmente perché il dramma del Nuti è un
dramma di passione, di donne... Cavalena ha bisogno d'inquilini
giudiziosi e composti. Pagherebbe, perché tutti gli uomini
fossero serii, dignitosi, intemerati e godessero
un'incontrastata fama d'illibatezza, sotto cui schiacciare il
mal'animo della moglie accanito contro tutto il genere
mascolino. Gli tocca ogni sera pagar la pena - il fio, dice lui
- di tutte le malefatte degli uomini, registrate nella cronaca
dei giornali, come se fosse lui l'autore o il complice
necessario d'ogni seduzione, d'ogni adulterio.
- Vedi? - gli grida la moglie, con l'indice appuntato sul fatto
di cronaca: - Vedi di che cosa siete capaci vojaltri?
E invano il poveretto si prova a farle osservare che, in ogni
caso d'adulterio, per ogni uomo malvagio che tradisca la moglie,
bisogna pure che ci sia una donna malvagia complice del
tradimento. Crede d'aver trovato un argomento vittorioso,
Cavalena, e invece si vede davanti la bocca della signora Nene
accomodata ad O col dito dentro, nel solito gesto che significa:
- Sciocco!
Bella logica! Si sa! E non odia difatti la signora Nene anche
tutto il genere femminino?
Trascinato dalle argomentazioni fitte, incalzanti di quella
terribile pazzia ragionante che non s'arresta di fronte ad
alcuna deduzione, egli si trova sempre, alla fine, smarrito o
sbalordito, in una situazione falsa, da cui non sa più come
uscire. Ma per forza! Se è costretto ad alterare, a complicare
le cose più ovvie e naturali, a nascondere gli atti più semplici
e più comuni: una conoscenza, una presentazione, un incontro
fortuito, uno sguardo, un sorriso, una parola, nei quali la
moglie sospetterebbe chi sa quali segrete intese e tranelli; per
forza, anche discutendo con lei astrattamente, debbono venir
fuori incidenti, contraddizioni, che a un tratto,
inopinatamente, lo scoprono e lo rappresentano, con tutta
l'apparenza della verità, bugiardo e impostore. Scoperto, preso
nel suo stesso inganno innocente, ma che egli medesimo ormai
vede che non può parer più tale agli occhi della moglie;
esasperato, con le spalle al muro, contro l'evidenza stessa,
s'ostina tuttavia a negare, ed ecco che, tante volte, per nulla,
avvengono liti, scenate, e Cavalena scappa di casa e sta fuori
quindici o venti giorni, finché non gli ritorna la coscienza
d'esser medico e il pensiero della figliuola abbandonata,
"povera cara animuccia bella", com'egli la chiama.
È per me un gran piacere, quand'egli si mette a parlarmi di lei;
ma appunto per questo non faccio mai nulla per provocarne il
discorso: mi parrebbe d'approfittare vilmente della debolezza
del padre, per penetrare, attraverso le confidenze di lui,
nell'intimità di quella "povera animuccia bella", com'egli la
chiama. No, no! Tante volte sono anche sul punto d'impedirgli di
seguitare.
Pare mill'anni a Cavalena che la sua Sesè sposi, abbia la sua
vita fuori dell'inferno di questa casa! La mamma, invece, non fa
altro che gridarle tutti i giorni:
- Non sposare, bada! Non sposare, sciocca! Non commettere questa
pazzia!
- E Sesè? Sesè? - mi vien voglia di domandargli; ma, al solito,
mi sto zitto.
La povera Sesè, forse, non sa neppur lei che cosa vorrebbe.
Forse, certi giorni, insieme col padre, vorrebbe che fosse
domani; cert'altri giorni proverà il più acerbo dispetto nel
sentirne fare qualche accenno velato ai genitori. Perché certo
questi, con le loro indegne scenate, debbono averle strappate
tutte le illusioni, tutte, tutte, a una a una, mostrandole
attraverso gli strappi le crudezze più nauseose della vita
coniugale.
Le hanno impedito, intanto, di procurarsi altrimenti la libertà,
i mezzi di bastare fin da ora a se stessa, da potersene andare
lontano da questa casa, per conto suo. Le avranno detto che,
grazie a Dio, non ne ha bisogno, lei: figlia unica, avrà per sé
domani la dote della mamma. Perché avvilirsi a far la maestra o
attendere a qualche altro ufficio? Può leggere, studiare quel
che le piace, sonare il pianoforte, ricamare, libera in casa
sua.
Bella libertà!
L'altra sera, sul tardi, quando tutti abbiamo lasciato la camera
del Nuti già addormentato, l'ho vista seduta nel balconcino.
Stiamo nell'ultima casa di via Veneto, e abbiamo davanti
l'aperto di Villa Borghese. Quattro balconcini all'ultimo piano,
sul cornicione della casa. Cavalena stava seduto a un altro
balconcino, e pareva assorto a guardare le stelle.
A un tratto, con una voce che arrivò come da lontano, quasi dal
cielo, soffusa d'un accoramento infinito, gli ho sentito dire:
- Sesè, vedi le Plejadi?
Ella ha finto di guardare: forse aveva gli occhi pieni di
lagrime.
E il padre:
- Eccole là... sul tuo capo... quel gruppetto di stelle... le
vedi?
Gli fe' cenno di sì, che le vedeva.
- Belle, no, Sesè? E vedi là Capella, come arde?
Le stelle... Povero papà! bella distrazione... E con una mano
s'aggiustava, si carezzava su le tempie i cernecchi arricciolati
della parrucca artistica, mentre con l'altra mano... che? ma
sì... aveva sulle ginocchia Piccinì, la sua nemica, e le
carezzava la testina... Povero papà! Doveva essere in uno dei
suoi momenti più tragici e patetici!
Veniva dalla Villa un fruscìo di foglie lungo lento lieve; dalla
via deserta qualche suono di passi e il rapido fragorìo
scalpitante di qualche vettura frettolosa. Il tintinnìo del
campanello e il protratto ronzìo della carrùcola scorrente lungo
il filo elettrico delle linee tramviarie pareva strappasse e si
strascinasse dietro con violenza la via, con le case e gli
alberi. Poi taceva tutto, e nella calma stanca riassommava un
suono remoto di pianoforte chi sa da quale casa. Era un suono
lene, come velato, malinconico, che attirava l'anima, la fissava
in un punto, quasi per darle modo d'avvertire quanto fosse grave
la tristezza sospesa da per tutto.
Ah, sì - forse pensava la signorina Luisetta - sposare...
S'immaginava, forse, che sonava lei, in una casa ignota, remota,
quel pianoforte, per addormentar la pena dei tristi ricordi
lontani, che le hanno avvelenato per sempre la vita?
Le sarà possibile illudersi? potrà far che non cadano avvizzite,
come fiori, all'aria muta, diaccia d'una sconfidenza ormai forse
invincibile tutte le grazie ingenue, che di tanto in tanto le
sorgono dall'anima? Noto ch'ella si guasta, volontariamente; si
fa talvolta dura, ispida, per non parer tenera e credula. Forse
vorrebbe esser gaja, vispa, come più d'una volta, in qualche
momento lieto d'oblio, appena levata di letto, le suggeriscono
gli occhi, dallo specchio: quei suoi occhi, che riderebbero
tanto volentieri, brillanti e acuti, e che ella condanna a
parere invece assenti, o schivi e scontrosi. Poveri occhi belli!
Quante volte sotto le ciglia aggrottate non li fissa nel vuoto,
mentre per le nari trae un lungo sospiro silenzioso, quasi non
volesse farlo sentire a se stessa! E come le si velano e le
cangiano di colore, ogni qual volta trae uno di questi sospiri
silenziosi!
Certo, deve avere imparato da un pezzo a diffidare delle sue
impressioni, per il timore forse non le si attacchi a poco a
poco la stessa malattia della madre. Lo dimostra chiaramente
l'improvviso scomporsi delle espressioni in lei, certi subitanei
pallori dopo un subitaneo invermigliarsi di tutto il viso, un
sorridente rasserenarsi del volto dopo un atteggiamento fosco
repentino. Chi sa quante volte, andando per via col padre e la
madre, non si sentirà ferire d'ogni suono di risa, e quante
volte non proverà la strana impressione che pur quell'abitino
azzurro, di seta svizzera, lieve lieve, le pesi addosso come una
casacca di reclusa e che il cappello di paglia le schiacci la
testa; e la tentazione di stracciare quella seta azzurra, di
strapparsi dal capo quella paglia e sbertucciarla con ambo le
mani furiosamente e scaraventarla... in faccia alla mamma? no...
in faccia al babbo, allora? no..., per terra, per terra,
pestando i piedi. Perché sì, le parrà una buffonata, una farsa
sconcia, andare così parata, da personcina per bene, da
signorina che s'illuda di far la sua figura, o che magari dia a
vedere d'aver qualche bel sogno per la mente, quando poi in casa
e anche per via, quanto c'è di più laido, di più brutale, di più
selvaggio nella vita debba scoprirsi e saltar fuori, in quelle
scenate quasi cotidiane tra i suoi genitori, ad affogarla di
tristezza e d'onta e di schifo.
Di questo, sopra tutto, mi pare che sia ormai profondamente
compenetrata: che nel mondo, così come se lo creano e glielo
creano attorno i suoi genitori col loro comico aspetto, con la
grottesca ridicolaggine di quella furiosa gelosia, col disordine
della loro vita, non ci può esser posto, aria e luce per la sua
grazia. Come potrebbe la grazia farsi avanti, respirare,
avvivarsi di un qualche tenue color gajo e arioso, in mezzo a
quel ridicolo che la trattiene e la soffoca e l'oscura?
È come una farfalla fissata crudelmente con uno spillo, ancora
viva. Non osa batter le ali, non solo perché non spera di
liberarsi, ma anche e più per non farsi scorgere troppo.
Inizio pagina
V
Sono capitato proprio in un terreno vulcanico. Eruzioni e
terremoti senza fine. Vulcano grosso, in apparenza vestito di
neve, ma dentro in perfetta ebollizione, la signora Nene. Si
sapeva. Ma si è scoperto ora, inaspettatamente, e ha avuto la
prima eruzione, un vulcanino, nel cui grembo il fuoco covava
nascosto e minaccioso, per quanto acceso da pochi giorni
soltanto.
Ha suscitato il cataclisma una visita di Polacco, questa
mattina. Venuto per insistere nella sua opera di persuasione sul
Nuti, perché vada via da Roma e se ne ritorni a Napoli a
raffermare la convalescenza e perché poi magari riprenda a
viaggiare per distrarsi e guarire del tutto; ha avuto l'ingrata
sorpresa di trovare il Nuti in piedi, cadaverico, coi baffi già
rasi a dimostrare la ferma intenzione di mettersi subito, fin da
oggi, a far l'attore alla Kosmograph.
Se li è rasi da sé, appena levato di letto. È stata anche per
tutti noi una sorpresa, perché fino a jersera il medico gli ha
raccomandato calma assoluta, riposo, e di non lasciare il letto,
se non per qualche oretta, la mattina; e jersera egli aveva
risposto di sì, che avrebbe obbedito a queste prescrizioni.
Siamo rimasti a bocca aperta nel vedercelo davanti così raso,
svisato, con quella faccia da morto, non ben sicuro ancora su le
gambe, elegantissimamente vestito.
S'era ferito un po', radendosi, all'angolo sinistro della bocca;
e i grumetti di sangue, nerastri su la ferita, spiccavano nel
torbido pallore del volto. Gli occhi, ch'ora sembravano enormi,
con le pàlpebre inferiori quasi stirate dalla magrezza, così che
mostrano il bianco del globo sotto il cerchio della cornea,
avevano di fronte al nostro stupore doloroso un'espressione
atroce, quasi malvagia, di dispetto cupo, d'odio.
- Ma come! - esclamò Polacco.
Contrasse il volto, quasi digrignando, e alzò le mani, con un
fremito nervoso in tutte le dita; poi, a bassissima voce, anzi
quasi senza voce, disse:
- Lasciami, lasciami fare!
- Ma se non ti reggi in piedi! - gli gridò Polacco.
Si voltò a guardarlo biecamente:
- Posso. Non mi seccare. Ho bisogno... bisogno d'uscire... d'un
po' d'aria.
- Forse è un po' troppo presto, ecco... - si provò a fargli
notare Cavalena - se... se mi permette di...
- Ma se dico che mi sento d'uscire! - lo interruppe il Nuti,
attenuando appena con una smorfia di sorriso l'irritazione che
traspariva dalla voce.
Questa irritazione nasce in lui dalla volontà di staccarsi dalle
cure che finora ci siamo prese di lui e che ci han potuto dare
(non a me, veramente) l'illusione ch'egli in certo qual modo
ormai ci appartenga, sia un po' nostro. Avverte che questa
volontà è trattenuta dai riguardi per il debito di gratitudine
contratto con noi, e non vede altro mezzo di spezzar questo
legame di riguardi, che mostrando dispetto e disprezzo per la
sua salute e la sua salvezza, di modo che sorga in noi lo sdegno
per le cure che ce ne siamo date, e questo sdegno,
allontanandolo subito da noi, lo assolva da quel debito di
gratitudine. Chi sia in quest'animo, non ardisce di guardare in
faccia. E difatti egli, questa mattina, non ha potuto guardar
bene in faccia nessuno di noi.
Polacco, di fronte a una così decisa risoluzione, non ha più
veduto altro scampo che mettergli attorno a custodirlo e,
occorrendo, a pararlo, quanti più di noi era possibile, e
segnatamente una che più di tutti gli s'è mostrata pietosa e a
cui egli perciò deve un maggior riguardo; e, prima d'andar via
con lui, pregò insistentemente Cavalena di raggiungerlo subito
alla Kosmograph con la signorina Luisetta e con me. Disse che la
signorina Luisetta non poteva più lasciare a mezzo quel film, a
cui per combinazione s'era trovata a prender parte, e che del
resto sarebbe stato un vero peccato, perché a giudizio di tutti
in quella breve e non facile particina aveva dimostrato una
meravigliosa attitudine che poteva fruttarle, per suo mezzo, una
scrittura alla Kosmograph, un guadagno facile, sicuro,
dignitosissimo, sotto la scorta del padre.
Vedendo Cavalena approvare con entusiasmo la proposta, fui più
volte sul punto d'accostarmigli per tirargli sotto sotto la
giacca.
Quel che temevo, difatti, è avvenuto.
La signora Nene ha creduto che fosse tutta una combinazione del
marito la visita mattutina di Polacco, la risoluzione improvvisa
del Nuti, la proposta di scrittura alla figliuola, per andare a
coccolarsi in mezzo alle giovani attrici della Kosmograph. E
appena andato via il Polacco col Nuti, il vulcano ha avuto una
tremenda eruzione.
Cavalena, dapprima, s'è provato a tenerle testa, mettendo avanti
la costernazione per il Nuti che evidentemente - come non
capirlo, Dio mio? - aveva suggerito a Polacco quella proposta di
scrittura. Che? non le importava un corno del Nuti? Ma non glien'importava
un corno neanche a lui! Andasse pure a rompersi il collo il Nuti
cento volte, se una non bastava! Bisognava acciuffar la fortuna
di quella proposta di scrittura per Luisetta! Compromissione?
Che compromissione, sotto gli occhi del padre?
Ma presto, da parte della signora Nene, finirono le ragioni e
cominciarono le ingiurie, i vituperii, con tale violenza, che
Cavalena, alla fine, indignato, esasperato, furibondo, è
scappato via di casa.
Gli son corso dietro per le scale, per via, cercando in tutti i
modi d'arrestarlo, ripetendogli non so più quante volte:
- Ma lei è medico! ma lei è medico!
Che medico e medico! In questo momento era una bestia che
fuggiva infuriata. E ho dovuto lasciarlo fuggire, perché non
seguitasse a gridare per istrada.
Ritornerà quando si sarà stancato di correre, quando di nuovo
l'ombra del suo tragicomico destino, o piuttosto della
coscienza, gli si parerà davanti con la pergamena scartocciata
della vecchia laurea di medicina.
Intanto, respirerà un poco, fuori.
Rientrando in casa, vi ho trovato, con mia grande e dolorosa
sorpresa, in eruzione il vulcanino; in un'eruzione così
violenta, che il vulcano grosso n'era quasi sbigottito.
Non pareva più lei, la signorina Luisetta! Tutto lo sdegno
accumulato in tanti anni, fin dall'infanzia trascorsa senza mai
un sorriso in mezzo alle liti e allo scandalo; tutte le
vergogne, a cui l'avevano fatta assistere, buttava in faccia
alla madre e alle spalle del padre che fuggiva. Ah, si dava
pensiero adesso la madre della compromissione di lei? Quando per
tanti anni con quella stupida, vergognosa pazzia, le aveva
distrutto l'esistenza, irreparabilmente! Affogata nella nausea,
nello schifo d'una famiglia, a cui nessuno poteva accostarsi
senza scherno! Non era compromissione forse, tenerla legata a
quella vergogna? Non udiva le risa che tutti facevano di lei e
di quel padre? Basta! basta! basta! Non voleva più lo strazio di
quelle risa; voleva sciogliersi da quella vergogna, e
scapparsene per la via che le s'apriva davanti, non cercata,
dove nulla le sarebbe potuto capitare di peggio! Via, via! via!
Si volse a me, tutta accesa e vibrante:
- M'accompagni lei, signor Gubbio! Vado di là a mettermi il
cappello, e andiamo, andiamo via subito!
Corse alla sua stanza. Io mi voltai a guardare la madre. Rimasta
come basita davanti alla figliuola che insorgeva alla fine a
schiacciarla con una condanna che all'improvviso ella sentiva
tanto più meritata, in quanto sapeva che il pensiero della
compromissione della figlia non era altro, in fondo, che una
scusa messa avanti per impedire al marito di accompagnarla alla
Kosmograph; ora, davanti a me, col capo abbandonato, le mani sul
seno, si provava con affanno mugolante a sciogliere il pianto
dalle viscere sospese e contratte.
Mi fece pena.
A un tratto, prima che la figliuola sopravvenisse, si tolse
quelle mani dal seno e le congiunse in preghiera, senza poter
parlare, con tutto il volto contratto in attesa del pianto che
ancora non riusciva a tirar sù. Così, con quelle mani mi disse
ciò che con la bocca, certo, non mi avrebbe detto. Poi se le
portò al volto e si mosse al sopravvenire della figliuola.
Io indicai a questa, pietosamente, la mamma che s'avviava
singhiozzando alla sua stanza.
- Vuole che vada via sola? - minacciò con rabbia la signorina
Luisetta.
- Vorrei, - le risposi, dolente, - che almeno si calmasse,
prima, un poco.
- Mi calmerò per via, - disse. - Andiamo, andiamo!
E, poco dopo, montati in vettura in capo a via Veneto,
soggiunse:
- Vedrà, del resto, che troveremo certamente papà alla
Kosmograph.
Perché volle aggiungere questa considerazione? Per liberarmi del
pensiero della responsabilità che mi faceva assumere,
obbligandomi ad accompagnarla? Dunque non è ben sicura d'esser
libera d'agire a suo talento. Difatti, subito riprese:
- Le pare una vita possibile?
- Ma se è una manìa! - le feci notare. - Se è, come dice suo
papà, una forma tipica di paranoja?
- Va bene, sì, ma appunto per questo! È possibile vivere così?
Quando si hanno di queste disgrazie, non ci può esser più casa;
non c'è più famiglia; più nulla. È una continua violenza, una
disperazione, creda! Non se ne può più! Che c'è da fare? che c'è
da impedire? Chi scappa di qua, chi di là. Tutti vedono, tutti
sanno. La nostra casa è aperta. Non c'è più nulla da custodire!
Siamo come in piazza. È una vergogna! una vergogna! Del resto,
chi sa! forse così, opponendo violenza a violenza, ella si
scoterà da questa manìa che sta facendo impazzire tutti! Per lo
meno, farò qualche cosa... vedrò, mi muoverò... mi scoterò
anch'io da quest'avvilimento, da questa disperazione!
Ma se per tanti anni l'ha sopportata, questa disperazione, come
mai, ora tutt'a un tratto, - mi veniva di domandarle, - una così
fiera ribellione?
Se subito dopo quella particina rappresentata al Bosco Sacro,
Polacco le avesse proposto di scritturarla alla Kosmograph, non
si sarebbe tirata indietro, quasi con orrore? Ma sì, certo! Pur
essendo la sua famiglia nelle medesime condizioni.
Ora, invece, eccola qua che corre con me alla Kosmograph! Per
disperazione? Sì, ma non a causa di quella sua mamma senza pace.
Come s'è fatta pallida, come s'è sentita mancar tutta, appena il
babbo, il povero Cavalena, come uno spiritato ci s'è fatto
innanzi su l'entrata della Kosmograph ad annunciarci che "lui",
Aldo Nuti, non c'era, e che Polacco aveva telefonato alla
Direzione, che per quel giorno non sarebbe venuto, dimodoché non
restava più da far altro che tornare indietro.
- Io, no, purtroppo, - dissi a Cavalena. - Bisogna che resti,
io; sono già in gran ritardo. Accompagnerà lei a casa la
signorina.
- No no no no, - gridò precipitosamente Cavalena. - La terrò con
me tutto il giorno; ma poi la riporterò qua, e mi farà il
piacere di riaccompagnarla lei a casa, signor Gubbio, o andrà
sola. Io niente; io non metterò più piede a casa mia! Basta
ormai! basta! basta!
E se n'andò, accompagnando la protesta con un gesto espressivo
del capo e delle mani. La signorina Luisetta seguì il padre,
mostrando chiaramente negli occhi di non vedere più la ragione
di quanto aveva fatto. Com'era fredda la manina che mi porse, e
come assente lo sguardo e vuota la voce, quando si volse per
salutarmi e per dirmi:
- A più tardi...
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