III
Entro nel vestibolo a sinistra, e riesco nella rampa del
cancello, inghiajata e incassata tra i fabbricati del secondo
reparto, il Reparto Fotografico o del Positivo.
In qualità d'operatore ho il privilegio d'aver un piede in
questo reparto e l'altro nel Reparto Artistico o del Negativo. E
tutte le meraviglie della complicazione industriale e così detta
artistica mi sono familiari.
Qua si compie misteriosamente l'opera delle macchine.
Quanto di vita le macchine han mangiato con la voracità delle
bestie afflitte da un verme solitario, si rovescia qua, nelle
ampie stanze sotterranee, stenebrate appena da cupe lanterne
rosse, che alluciano sinistramente d'una lieve tinta sanguigna
le enormi bacinelle preparate per il bagno.
La vita ingojata dalle macchine è lì, in quei vermi solitarii,
dico nelle pellicole già avvolte nei telaj.
Bisogna fissare questa vita, che non è più vita, perché un'altra
macchina possa ridarle il movimento qui in tanti attimi sospeso.
Siamo come in un ventre, nel quale si stia sviluppando e
formando una mostruosa gestazione meccanica.
E quante mani nell'ombra vi lavorano! C'è qui un intero esercito
d'uomini e di donne: operatori, tecnici, custodi, addetti alle
dinamo e agli altri macchinarii, ai prosciugatoj,
all'imbibizione, ai viraggi, alla coloritura, alla perforatura
della pellicola, alla legatura dei pezzi.
Basta ch'io entri qui, in quest'oscurità appestata dal fiato
delle macchine, dalle esalazioni delle sostanze chimiche, perché
tutto il mio superfluo svapori.
Mani, non vedo altro che mani, in queste camere oscure; mani
affaccendate su le bacinelle; mani, cui il tetro lucore delle
lanterne rosse dà un'apparenza spettrale. Penso che queste mani
appartengono ad uomini che non sono più; che qui sono condannati
ad esser mani soltanto: queste mani, strumenti. Hanno un cuore?
A che serve? Qua non serve. Solo come strumento anch'esso di
macchina, può servire, per muovere queste mani. E così la testa:
solo per pensare ciò che a queste mani può servire. E a poco a
poco m'invade tutto l'orrore della necessità che mi s'impone, di
diventare anch'io una mano e nient'altro.
Vado dal magazziniere a provvedermi di pellicola vergine, e
preparo per il pasto la mia macchinetta.
Assumo subito, con essa in mano, la mia maschera
d'impassibilità. Anzi, ecco: non sono più. Cammina lei, adesso,
con le mie gambe. Da capo a piedi, son cosa sua: faccio parte
del suo congegno. La mia testa è qua, nella macchinetta, e me la
porto in mano.
Fuori, alla luce, per tutto il vastissimo recinto, è
l'animazione gaja delle imprese che prosperano e compensano
puntualmente e lautamente ogni lavoro; quello scorrer facile
dell'opera nella sicurezza che non ci saranno intoppi e che ogni
difficoltà, per la gran copia dei mezzi, sarà agevolmente
superata; una febbre anzi di porsi, quasi per sfida, le
difficoltà più strane e insolite, senza badare a spese, con la
certezza che il danaro, speso adesso senza contarlo, ritornerà
tra poco centuplicato. Scenografi, macchinisti, apparatori,
falegnami, muratori e stuccatori, elettricisti, sarti e sarte,
modiste, fioraj, tant'altri operaj addetti alla calzoleria, alla
cappelleria, all'armeria, ai magazzini della mobilia antica e
moderna, al guardaroba, son tutti affaccendati, ma non sul serio
e neppure per giuoco.
Solo i fanciulli han la divina fortuna di prendere sul serio i
loro giuochi. La meraviglia è in loro; la rovesciano su le cose
con cui giuocano, e se ne lasciano ingannare. Non è più un
giuoco; è una realtà meravigliosa.
Qui è tutto il contrario.
Non si lavora per giuoco, perché nessuno ha voglia di giocare.
Ma come prendere sul serio un lavoro, che altro scopo non ha, se
non d'ingannare - non se stessi - ma gli altri? E ingannare,
mettendo sù le più stupide finzioni, a cui la macchina è
incaricata di dare la realtà meravigliosa?
Ne vien fuori, per forza e senza possibilità d'inganno, un
ibrido giuoco. Ibrido, perché in esso la stupidità della
finzione tanto più si scopre e avventa, in quanto si vede
attuata appunto col mezzo che meno si presta all'inganno: la
riproduzione fotografica. Si dovrebbe capire, che il fantastico
non può acquistare realtà, se non per mezzo dell'arte, e che
quella realtà, che può dargli una macchina, lo uccide, per il
solo fatto che gli è data da una macchina, cioè con un mezzo che
ne scopre e dimostra la finzione per il fatto stesso che lo dà e
presenta come reale. Ma se è meccanismo, come può esser vita,
come può esser arte? È quasi come entrare in uno di quei musei
di statue viventi, di cera, vestite e dipinte. Non si prova
altro che la sorpresa (che qui può essere anche ribrezzo) del
movimento, dove non è possibile l'illusione d'una realtà
materiale.
E nessuno crede sul serio di poterla creare, quest'illusione. Si
fa alla meglio per dar roba da prendere alla macchina, qua nei
cantieri, là nei quattro teatri di posa o nelle piattaforme. Il
pubblico, come la macchina, prende tutto. Si fan denari a
palate, e migliaja e migliaja di lire si possono spendere
allegramente per la costruzione d'una scena, che su lo schermo
non durerà più di due minuti.
Apparatori, macchinisti, attori si dànno tutti l'aria
d'ingannare la macchina, che darà apparenza di realtà a tutte le
loro finzioni. Che sono io per essi, io che con molta serietà
assisto impassibile, girando la manovella, a quel loro stupido
giuoco?
Inizio pagina
IV
Permettete un momento. Vado a vedere la tigre. Dirò, seguiterò a
dire, riprenderò il filo del discorso più tardi, non dubitate.
Bisogna che vada, per ora, a vedere la tigre.
Dacché l'hanno comperata, sono andato ogni giorno a visitarla,
prima di mettermi all'opera. Due giorni soli non ho potuto,
perché non me n'hanno dato il tempo.
Abbiamo avuto qua altre bestie feroci sebbene molto
immalinconite: due orsi bianchi, che passavano le giornate,
ritti su le zampe di dietro, a picchiarsi il petto, come
trinitarii in penitenza: tre leoncini freddolosi, ammucchiati
sempre in un canto della gabbia, l'uno su l'altro: anche altre
bestie, non propriamente feroci: un povero struzzo spaventato
d'ogni rumore come un pulcino, e sempre incerto di posare il
piede: parecchie scimmie indiavolate. La Kosmograph è fornita di
tutto, e anche d'un serraglio, per quanto gl'inquilini vi durino
poco.
Nessuna bestia m'ha parlato come questa tigre.
Quando noi l'abbiamo avuta, era arrivata da poco, dono di non so
quale illustre personaggio straniero, al Giardino Zoologico di
Roma. Al Giardino Zoologico non han potuto tenerla, perché
assolutamente irriducibile, non dico a farle soffiare il naso
col fazzoletto, ma neanche a rispettare le regole più elementari
della vita sociale. Tre, quattro volte minacciò di saltare il
fosso, si provò anzi a saltarlo, per lanciarsi sui visitatori
del Giardino, che stavano pacificamente ad ammirarla da lontano.
Ma qual altro pensiero più spontaneo di questo poteva sorgere in
mente a una tigre (se non volete in mente, diciamo nelle zampe),
che quel fosso cioè fosse fatto appunto perché essa si provasse
a saltarlo e che quei signori si fermassero lì davanti per
essere divorati da lei, se riusciva a saltare?
È certo un pregio sapere stare allo scherzo; ma sappiamo che non
tutti l'hanno. Parecchi non sanno neppure tollerare che altri
pensi di poter scherzare con loro. Parlo di uomini, i quali
pure, in astratto, possono riconoscer tutti che talvolta sia
cosa lecita scherzare.
La tigre, voi dite, non sta esposta in giardino zoologico per
ischerzo. Lo credo. Ma non vi sembra uno scherzo pensare,
ch'essa possa supporre che la teniate lì esposta per dare al
popolo una "nozione vivente" di storia naturale?
Eccoci al punto di prima. Questa - non essendo noi propriamente
tigri ma uomini - è retorica.
Possiamo aver compatimento per un uomo che non sappia stare allo
scherzo; non dobbiamo averne per una bestia; tanto più se questo
scherzo a cui l'abbiamo esposta, dico della "nozione vivente",
può avere conseguenze funeste: cioè per i visitatori del
Giardino Zoologico, una nozione troppo sperimentale della
ferocia di essa.
Questa tigre fu dunque saggiamente condannata a morte. La
Società della Kosmograph riuscì a saperlo in tempo e la comperò.
Ora è qui, in una gabbia del nostro serraglio. Dacché è qui, è
saggissima. Come si spiega? Il nostro trattamento, senza dubbio,
le sembra molto più logico. Qui non le data libertà di provarsi
a saltare alcun fosso, nessuna illusione di colore locale, come
nel Giardino Zoologico.
Qui ha davanti le sbarre della gabbia, che le dicono di
continuo: - Tu non puoi scappare; sei prigioniera; - e sta quasi
tutto il giorno sdrajata e rassegnata a guardare di tra queste
sbarre, in un'attesa tranquilla e attonita.
Ahimè, povera bestia, non sa che qui le toccherà ben altro, che
quello scherzo della "nozione vivente"!
Già è pronto lo scenario, di soggetto indiano, nel quale essa è
destinata a rappresentare una delle parti principali. Scenario
spettacoloso, per cui si spenderà qualche centinaio di migliaja
di lire; ma quanto di più stupido e di più volgare si possa
immaginare. Basterà darne il titolo: La donna e la tigre. La
solita donna più tigre della tigre. Mi par d'avere inteso, che
sarà una miss inglese in viaggio nelle Indie con un codazzo di
corteggiatori.
L'India sarà finta, la jungla sarà finta, il viaggio sarà finto,
finta la miss e finti i corteggiatori: solo la morte di questa
povera bestia non sarà finta. Ci pensate? E non vi sentite
torcer le viscere dall'indignazione?
Ucciderla, per propria difesa o per difesa dell'incolumità
altrui, passi! Quantunque non da sé, per suo gusto, la belva sia
venuta qua a esporsi in mezzo agli uomini, ma gli uomini stessi,
per loro piacere, siano andati a catturarla, a strapparla dal
suo covo selvaggio. Ma ucciderla così, in un bosco finto, in una
caccia finta, per una stupida finzione, è vera nequizia che
passa la parte! Uno dei corteggiatori, a un certo punto, sparerà
contro un rivale a bruciapelo. Voi vedrete questo rivale
traboccar giù, morto. Sissignori. Finita la scena, eccolo qua
che si rialza, scotendosi dall'abito la polvere della
piattaforma. Ma non si rialzerà più questa povera bestia, quando
le avranno sparato. Porteranno via il bosco finto e anche, come
un ingombro, il cadavere di lei. In mezzo a una finzione
generale la sua morte sarà vera.
E fosse almeno una finzione che con la sua bellezza e la sua
nobiltà potesse in qualche modo compensare il sacrificio di
questa bestia. No. Stupidissima. L'attore che la ucciderà, non
saprà forse nemmeno perché l'avrà uccisa. La scena durerà un
minuto, due minuti su lo schermo in projezione, e passerà senza
lasciare un ricordo duraturo negli spettatori, che usciranno
dalla sala sbadigliando:
- Oh, Dio, che stupidaggine!
Questo, o bella belva, t'aspetta. Tu non lo sai, e guardi di tra
le sbarre della gabbia con codesti occhi spaventevoli, ove la
pupilla a spicchio or si restringe or si dilata. Vedo quasi
vaporare da tutto il tuo corpo, com'alito di bragia, la tua
ferinità, e segnato nelle nere striature del tuo pelame l'impeto
elastico degli slanci irrefrenabili. Chiunque t'osservi da
vicino, gode della gabbia che t'imprigiona e che arresta anche
in lui l'istinto feroce, che la tua vista gli rimuove
irresistibilmente nel sangue.
Tu qua non puoi stare altrimenti. O così imprigionata, o bisogna
che tu sia uccisa; perché la tua ferocia - lo intendiamo - è
innocente: la natura l'ha messa in te, e tu, adoprandola,
ubbidisci a lei e non puoi avere rimorsi. Noi non possiamo
tollerare che tu, dopo un pasto sanguinoso, possa dormir
tranquillamente. La tua stessa innocenza fa innocenti noi della
tua uccisione, quand'è per nostra difesa. Possiamo ucciderti, e
poi, come te, dormir tranquillamente. Ma là, nelle terre
selvagge, ove tu non ammetti che altri passi; non qua, non qua
ove tu non sia venuta da te, per tuo piacere. La bella innocenza
ingenua della tua ferocia rende qua nauseosa l'iniquità della
nostra. Vogliamo difenderci da te, dopo averti portata qua, per
nostro piacere, e ti teniamo in prigione: questa non è più la
tua ferocia; quest'è ferocia perfida! Ma sappiamo, non dubitare,
sappiamo anche andare più in là, far di meglio: t'uccideremo per
giuoco, stupidamente. Un cacciatore finto, in una caccia finta,
tra alberi finti... Saremo degni in tutto, veramente, dello
scenario inventato. Tigri, più tigri d'una tigre. E dire che il
sentimento che questo film in preparazione vorrà destare negli
spettatori, è il disprezzo della ferocia umana. Noi la metteremo
in opra, questa ferocia per giuoco, e contiamo anche di
guadagnarci, se ci riesce bene, una bella somma.
Guardi? Che guardi, bella belva innocente? È proprio così. Non
sei qua per altro. E io, che t'amo e t'ammiro, quando
t'uccideranno, girerò impassibile la manovella di questa
graziosa macchinetta qua, la vedi? L'hanno inventata. Bisogna
che agisca; bisogna che mangi. Mangia tutto, qualunque stupidità
le mettano davanti. Mangerà anche te; mangia tutto, ti dico! E
io la servo. Verrò a collocartela più da presso, quando tu,
colpita a morte, darai gli ultimi tratti. Ah, non dubitare,
ricaverà dalla tua morte tutto il profitto possibile! Non le
accade mica di gustar tutti i giorni un pasto simile. Puoi aver
questa consolazione. E, se vuoi, anche un'altra.
Viene ogni giorno, come me, qua davanti alla tua gabbia, una
donna a studiare come tu ti muovi, come volti la testa, come
guardi. La Nestoroff. Ti par poco? T'ha eletto a sua maestra.
Fortune come questa non càpitano a tutte le tigri.
Al solito, ella prende sul serio la sua parte. Ma ho sentito
dire, che la parte della miss "più tigre della tigre" non sarà
assegnata a lei. Forse ella ancora non lo sa; crede che le
spetti; e viene qui a studiare.
Me l'hanno detto, ridendone. Ma io stesso l'altro giorno l'ho
sorpresa, mentre veniva, e ho parlato con lei un buon pezzo.
Inizio pagina
V
Non si sta invano, capirete, per una mezz'ora a guardare e a
considerare una tigre, a vedere in essa un'espressione della
terra, ingenua, di là dal bene e dal male, incomparabilmente
bella e innocente nella sua potenza feroce. Prima che da questa
"originarietà" si scenda e s'arrivi a poter vedere innanzi a noi
uno, o una che sia, dei giorni nostri, e a poter riconoscerla e
considerarla come un'abitante della stessa terra - almeno per
me; non so se anche per voi - ci vuole un bel po'.
Rimasi dunque per un pezzo a guardare la signora Nestoroff senza
riuscire a intendere ciò che mi diceva. Ma la colpa, in verità,
non era soltanto mia e della tigre. Il fatto ch'ella mi
rivolgesse la parola era insolito; e facilmente, se ci parli di
sorpresa qualcuno con cui non abbiamo avuto relazioni di sorta,
stentiamo in prima a cogliere il senso, talvolta anche il suono
delle parole più comuni e domandiamo:
- Scusi, com'ha detto?
In poco più d'otto mesi, che son qui, tra me e lei, oltre i
saluti, ci sarà stato lo scambio d'appena una ventina di parole.
Poi, ella - sì, ci fu anche questo - appressandosi, cominciò a
parlarmi con molta volubilità, come si suol fare quando vogliamo
distrarre l'attenzione di qualcuno che ci sorprenda in qualche
atto o pensiero che vorremmo tener nascosto. (La Nestoroff parla
con meravigliosa facilità e con perfetto accento la nostra
lingua, come se fosse in Italia da molti anni: ma salta subito a
parlar francese, appena appena, anche momentaneamente, si alteri
o si riscaldi.) Voleva saper da me, se mi paresse che la
professione dell'attore fosse tale, che una qualsiasi bestia
(anche non metaforicamente) si potesse credere atta, senz'altro,
a esercitarla.
- Dove? - le domandai.
Non intese la domanda.
- Ecco, - le spiegai, - se si tratta d'esercitarla qui, dove non
c'è bisogno della parola, forse anche una bestia, perché no? può
esser capace.
La vidi infoscarsi in volto.
- Sarà per questo - disse misteriosamente.
Mi parve dapprima d'indovinare, ch'ella (come tutti gli attori
di professione, scritturati qui) parlasse per dispetto di
certuni, i quali, senz'averne bisogno, ma pur non sdegnando un
guadagno facile, o per vanità, o per diletto, o per altro,
trovano modo di farsi accettare dalla Casa e di prender posto
tra gli attori, senza molta difficoltà, tolta di mezzo quella,
che sarebbe più arduo per loro e forse impossibile superare
senza un lungo tirocinio e una vera attitudine, voglio dire la
recitazione. Ne abbiamo alla Kosmograph parecchi, che sono veri
signori, tutti giovani tra i venti e i trent'anni, o amici di
qualche forte caratista nell'Amministrazione della Casa, o
caratisti essi stessi, che si dan l'aria d'assumere in qualche
film questa o quella parte, che loro piaccia, solo per diporto;
e la disimpegnano molto signorilmente, e qualcuno anche in
maniera da far invidia a un vero attore.
Ma, riflettendo poi sul tono misterioso con cui ella, infoscata
all'improvviso, proferì quelle parole: - Sarà per questo, - il
dubbio mi sorse, che forse le fosse arrivata la notizia che Aldo
Nuti, non so ancora da qual parte, stia cercando la via per
entrar qui.
Questo dubbio mi turbò non poco.
Perché veniva ella a domandare proprio a me, avendo in mente
Aldo Nuti, se la professione dell'attore mi paresse tale, che
ogni bestia potesse senz'altro credersi atta a esercitarla?
Sapeva dunque della mia amicizia per Giorgio Mirelli?
Non avevo ancora, e non ho tuttora, alcun motivo di crederlo.
Dalle domande che accortamente le rivolsi per chiarirmene, non
ho potuto almeno acquistarne la certezza.
Non so perché, mi dispiacerebbe molto se ella sapesse che fui
amico di Giorgio Mirelli, nella prima giovinezza di lui, e che
mi fu familiare la villetta di Sorrento, ov'ella portò lo
scompiglio e la morte.
Non so perché - ho detto: ma non è vero; il perché lo so e n'ho
già fatto anche cenno altrove. Non ho amore, ripeto qua, né
potrei averne, per questa donna ma odio, neppure. Qua tutti la
odiano; e già questa per me sarebbe ragione fortissima di non
odiarla io. Sempre, nel giudicare gli altri, mi sono sforzato di
superare il cerchio de' miei affetti, di cogliere nel frastuono
della vita, fatto più di pianti che di risa, quante più note mi
sia stato possibile fuori dell'accordo de' miei sentimenti. Ho
conosciuto Giorgio Mirelli, ma come? ma quale? Qual egli era
nelle relazioni che aveva con me. Tale, per me, ch'io l'amavo.
Ma chi era egli e com'era nelle relazioni con questa donna?
Tale, ch'ella potesse amarlo? Io non lo so! Certo, non era, non
poteva essere uno - lo stesso - per me e per lei. E come potrei
io dunque giudicare da lui questa donna? Abbiamo tutti un falso
concetto dell'unità individuale. Oggi unità nelle relazioni
degli elementi tra loro; il che significa che, variando anche
minimamente le relazioni, varia per forza l'unità. Si spiega
così, come uno, che a ragione sia amato da me, possa con ragione
essere odiato da un altro. Io che amo e quell'altro che odia,
siamo due: non solo; ma l'uno, ch'io amo, e l'uno che
quell'altro odia, non son punto gli stessi; sono uno e uno: sono
anche due. E noi stessi non possiamo mai sapere, quale realtà ci
sia data dagli altri; chi siamo per questo e per quello.
Ora, se la Nestoroff venisse a sapere che fui molto amico di
Giorgio Mirelli, forse sospetterebbe in me un odio per lei ch'io
non sento: e basterebbe questo sospetto a farla diventare subito
un'altra per me, pur rimanendo io nella medesima disposizione
d'animo per lei; si vestirebbe per me d'una parte che me ne
nasconderebbe tante altre; e non potrei più studiarla, com'ora
la studio, intera.
Le parlai della tigre, dei sentimenti che la presenza di essa in
questo luogo e la sua sorte destano in me; ma mi accorsi subito
ch'ella non era in grado d'intenderli, non forse per incapacità,
ma perché le relazioni, che tra lei e la belva si sono
stabilite, non le consentono né pietà per essa, né sdegno per
l'azione che qui sarà compiuta.
Mi disse acutamente:
- Finzione, sì; anche stupida, se volete; ma quando sarà
sollevato lo sportello della gabbia e questa bestia sarà fatta
entrare nell'altra gabbia più grande che figurerà un pezzo di
bosco, con le sbarre nascoste da fronde, il cacciatore, per
quanto finto come il bosco, avrà pur diritto di difendersi da
essa, appunto perché essa, come voi dite, non è una bestia
finta, ma una bestia vera.
- Ma il male è appunto questo, - esclamai: - servirsi d'una
bestia vera dove tutto sarà finto.
- Chi ve lo dice? - rimbeccò pronta. - Sarà finta la parte del
cacciatore; ma di fronte a questa bestia vera sarà pure un uomo
vero! E v'assicuro che se egli non la ucciderà al primo colpo, o
non la ferirà in modo d'atterrarla, essa, senza tener conto che
il cacciatore sarà finto e finta la caccia, gli salterà addosso
e sbranerà per davvero un uomo vero.
Sorrisi dell'arguzia della sua logica e dissi:
- Ma chi l'avrà voluto? Guardatela com'essa è qua! Non sa nulla,
questa bella bestia, senza colpa della sua ferocia.
Mi guardò con occhi strani, come in sospetto che volessi
burlarmi di lei; ma poi sorrise anch'ella, alzò appena appena le
spalle e soggiunse:
- Vi sta tanto a cuore? Ammaestratela! Fatene una tigre attrice,
che sappia fingere di cader morta al finto sparo d'un cacciatore
finto, e tutto allora sarà accomodato.
A seguitare, non ci saremmo mai intesi; perché se a me stava a
cuore la tigre, a lei il cacciatore.
Difatti il cacciatore designato a ucciderla è Carlo Ferro. La
Nestoroff ne dev'essere molto costernata; e forse non viene qua,
come vogliono i maligni, per studiare la sua parte, ma per
misurare il pericolo che il suo amante affronterà.
Il quale, anche lui, per quanto ostenti una sprezzante
indifferenza, dev'esserne, in fondo, in apprensione. So che,
parlando col direttore generale, commendator Borgalli, e anche
sù negli uffici d'amministrazione, ha messo avanti molte
pretese: un'assicurazione su la vita di almeno centomila lire,
da dare a' suoi parenti che vivono in Sicilia, in caso di morte,
che non sia mai; un'altra assicurazione, più modesta, nel caso
d'inabilità al lavoro per qualche eventuale ferita, che non sia
mai neppure questa; una grossa gratificazione, se tutto, com'è
da augurarsi, andrà bene, e poi - pretesa curiosa, non suggerita
certo, come le precedenti, da un avvocato - la pelle della tigre
uccisa.
La pelle della tigre sarà senza dubbio per la Nestoroff; per i
piedini di lei; tappeto prezioso. Oh, ella avrà certo
sconsigliato all'amante, pregando, scongiurando, d'assumere
quella parte così pericolosa; ma poi, vedendolo deciso e
impegnato, avrà suggerito lei, proprio lei, al Ferro, di
pretendere almeno la pelle della tigre. Come "almeno"? Ma sì!
Ch'ella gli abbia detto "almeno", mi sembra proprio
indubitabile. Almeno, cioè in compenso dell'ansia angosciosa che
le costerà la prova, a cui egli s'esporrà. Non è possibile che
sia venuta in mente a lui, a Carlo Ferro, l'idea d'aver la pelle
della belva uccisa per metterla sotto i piedini della sua
amante. Non è capace, Carlo Ferro, di tali idee. Basta guardarlo
per convincersene: guardare quel suo nero testone villoso e
burbanzoso di caprone.
Egli sopravvenne, l'altro giorno, a interrompere la mia
conversazione con la Nestoroff innanzi alla gabbia. Non si curò
nemmeno di sapere di che cosa noi stessimo a parlare, come se
per lui non potesse avere alcuna importanza una conversazione
con me. Mi guardò appena, accostò appena la cannuccia di bambù
al cappello per un cenno di saluto, guardò con la solita
sprezzante indifferenza la tigre nella gabbia, dicendo
all'amante:
- Andiamo: Polacco è pronto; ci aspetta.
E voltò le spalle, sicuro d'esser seguito dalla Nestoroff, come
un tiranno dalla sua schiava.
Nessuno più di lui sente e dimostra quell'istintiva antipatia,
ch'io ho detto comune a quasi tutti gli attori per me, e che si
spiega, o almeno, io mi spiego come un effetto, a loro stessi
non chiaro, della mia professione.
Carlo Ferro la sente più di tutti, perché, tra tante altre
fortune, ha quella di credersi sul serio un grande attore.
Inizio pagina
VI
Non è tanto per me - Gubbio - l'antipatia, quanto per la mia
macchinetta. Si ritorce su me, perché io sono quello che la
gira.
Essi non se ne rendono conto chiaramente, ma io, con la
manovella in mano, sono in realtà per loro una specie
d'esecutore.
Ciascun d'essi - parlo s'intende dei veri attori, cioè di quelli
che amano veramente la loro arte qualunque sia il loro valore -
è qui di mala voglia, è qui perché pagato meglio, e per un
lavoro che, se pur gli costa qualche fatica, non gli richiede
sforzi d'intelligenza. Spesso, ripeto, non sanno neppure che
parte stiano a rappresentare.
La macchina, con gli enormi guadagni che produce, se li assolda,
può compensarli molto meglio che qualunque impresario o
direttore proprietario di compagnia drammatica. Non solo; ma
essa, con le sue riproduzioni meccaniche, potendo offrire a buon
mercato al gran pubblico uno spettacolo sempre nuovo, riempie le
sale dei cinematografi e lascia vuoti i teatri, sicché tutte, o
quasi, le compagnie drammatiche fanno ormai meschini affari; e
gli attori, per non languire, si vedono costretti a picchiare
alle porte delle Case di cinematografia. Ma non odiano la
macchina soltanto per l'avvilimento del lavoro stupido e muto a
cui essa li condanna; la odiano sopra tutto perché si vedono
allontanati, si sentono strappati dalla comunione diretta col
pubblico, da cui prima traevano il miglior compenso e la maggior
soddisfazione: quella di vedere, di sentire dal palcoscenico, in
un teatro, una moltitudine intenta e sospesa seguire la loro
azione viva, commuoversi, fremere, ridere, accendersi,
prorompere in applausi.
Qua si sentono come in esilio. In esilio, non soltanto dal
palcoscenico, ma quasi anche da se stessi. Perché la loro
azione, l'azione viva del loro corpo vivo, là, su la tela dei
cinematografi, non c'è più: c'è la loro immagine soltanto, colta
in un momento, in un gesto, in una espressione, che guizza e
scompare. Avvertono confusamente, con un senso smanioso,
indefinibile di vuoto, anzi di vôtamento, che il loro corpo è
quasi sottratto, soppresso, privato della sua realtà, del suo
respiro, della sua voce, del rumore ch'esso produce movendosi,
per diventare soltanto un'immagine muta, che trèmola per un
momento su lo schermo e scompare in silenzio, d'un tratto, come
un'ombra inconsistente, giuoco d'illusione su uno squallido
pezzo di tela.
Si sentano schiavi anch'essi di questa macchinetta stridula, che
pare sul treppiedi a gambe rientranti un grosso ragno in
agguato, un ragno che succhia e assorbe la loro realtà viva per
renderla parvenza evanescente, momentanea, giuoco d'illusione
meccanica davanti al pubblico. E colui che li spoglia della loro
realtà e la dà a mangiare alla macchinetta; che riduce ombra il
loro corpo, chi è? Sono io, Gubbio.
Essi restano qua, come su un palcoscenico di giorno, quando
provano. La sera della rappresentazione per essi non viene mai.
Il pubblico non lo vedono più. Pensa la macchinetta alla
rappresentazione davanti al pubblico, con le loro ombre; ed essi
debbono contentarsi di rappresentare solo davanti a lei. Quando
hanno rappresentato, la loro rappresentazione è pellicola.
Mi possono voler bene?
Un certo rinfranco all'avvilimento lo hanno nel non vedersi essi
soli mortificati al servizio di questa macchinetta, che muove,
agita, attrae tanto mondo attorno a sé. Scrittori illustri,
commediografi, poeti, romanzieri, vengono qua, tutti al solito
dignitosamente proponendo la "rigenerazione artistica"
dell'industria. E a tutti il commendator Borgalli parla d'un
modo, e Cocò Polacco d'un altro: quello, coi guanti da direttore
generale; questo, sbottonato, da direttore di scena. Ascolta
paziente tutte le proposte di scenarii, Cocò Polacco; ma a un
certo punto alza una mano, dice:
- Oh no, quest'è un po' crudo. Dobbiamo sempre aver l'occhio
agl'Inglesi, caro mio!
Trovata genialissima, questa degli Inglesi. Veramente la maggior
parte delle pellicole prodotte dalla Kosmograph va in
Inghilterra. Bisogna dunque per la scelta degli argomenti
adattarsi al gusto inglese. E quante cose allora non vogliono
gl'Inglesi nelle pellicole, secondo Cocò Polacco!
- La pruderie inglese, tu capisci! Basta che dicano shocking, e
addio ogni cosa! Se le pellicole andassero direttamente al
giudizio del pubblico, forse forse tante cose passerebbero; ma
no: per l'importazione delle pellicole in Inghilterra ci sono
gli agenti, c'è lo scoglio, c'è la piaga degli agenti. Decidono
loro, gli agenti, inappellabilmente: questo va, questo non va. E
per ogni film che non vada, sono centinaja di migliaja di lire
perdute o che vengono meno.
Oppure Cocò Polacco esclama:
- Bellissimo! Ma questo, caro mio, è un dramma, un dramma
perfetto! Successone sicuro! Vuoi fare una pellicola? Non te lo
permetterò mai! Come pellicola non va: te l'ho detto, caro,
troppo fino, troppo fino. Qua ci vuol altro! Tu sei troppo
intelligente, e lo intendi.
In fondo, Cocò Polacco, se rifiuta loro i soggetti, fa pure un
elogio: dice loro che non sono stupidi abbastanza per scrivere
per il cinematografo. Da un canto, perciò, essi vorrebbero
capire, si rassegnerebbero a capire; ma, dall'altro, vorrebbero
anche accettati i soggetti. Cento, duecento cinquanta, trecento
lire, in certi momenti... Il dubbio, che l'elogio della loro
intelligenza e il disprezzo del cinematografo quale strumento
d'arte siano messi avanti per rifiutare con un certo garbo i
soggetti balena a qualcuno di loro; ma la dignità è salva e se
ne possono andar via a testa alta. Da lontano gli attori li
salutano come compagni di sventura.
- Tutti bisogna che passino di qua! - pensano tra loro con gioja
maligna. - Anche le teste coronate! Tutti di qua, stampati per
un momento su un lenzuolo!
Giorni sono, ero con Fantappiè nel cortile ov'è la Sala di prova
e l'ufficio della Direzione artistica, quando scorgemmo un
vecchietto zazzeruto, in cappello a stajo, dal naso enorme,
dagli occhi loschi dietro gli occhiali d'oro, la barbetta a
collana, che pareva tutto ristretto in sé per paura dei grandi
manifesti illustrati incollati al muro, rossi, gialli, azzurri,
sgargianti, terribili, dei films che più hanno fatto onore alla
Casa.
- Illustre senatore! - esclamò Fantappiè con un balzo,
accorrendo e poi piantandosi su l'attenti con la mano levata
comicamente al saluto militare. - È venuto per la prova?
- Già... sì... mi avevano detto per le dieci, - rispose
l'illustre senatore, sforzandosi di discernere con chi parlava.
- Per le dieci? Chi gliel'ha detto? Polacco?
- Non capisco...
- Il direttore Polacco?
- No, un italiano... uno che chiamano l'ingegnere...
- Ah, capito: Bertini! Le aveva detto per le dieci? Non dubiti.
Sono le dieci e mezzo. Per le undici certo sarà qui.
Era il venerando Professor Zeme, l'insigne astronomo, direttore
dell'Osservatorio e senatore del Regno, accademico dei Lincei,
insignito di non so quante onorificenze italiane e straniere,
invitato a tutti i pranzi di Corte.
- E... scusi, senatore, - riprese quel burlone di Fantappiè. -
Una domanda: non potrebbe farmi andare nella Luna?
- Io? nella Luna?
- Sì, dico... cinematograficamente, si capisce... Fantappiè
nella Luna: sarebbe delizioso! In ricognizione, con otto
soldati. Ci pensi un po', senatore. Concerterei la scenetta...
No? Dice di no?
Il senator Zeme disse di no, con la mano, se non proprio
sdegnosamente, certo con molta austerità. Uno scienziato pari
suo non poteva prestarsi a mettere a servizio d'una buffonata la
sua scienza. Si è prestato, sì, a farsi prendere in tutti gli
atteggiamenti nel suo Osservatorio; ha voluto anche projettato
su lo schermo il registro delle firme dei più illustri
visitatori dell'Osservatorio, perché il pubblico vi leggesse le
firme delle LL. MM. il Re e la Regina e delle LL. AA. RR. il
Principe Ereditario e le Principessine e di S. M. il Re di
Spagna e di altri re e ministri di Stato e ambasciatori; ma
tutto questo a maggior gloria della sua scienza e per dare al
popolo una qualche immagine delle Meraviglie dei cieli (titolo
della pellicola) e delle formidabili grandezze, in mezzo alle
quali lui, il senator Zeme, pur così piccoletto com'è, vive e
lavora.
- Martuf!- esclamò sotto sotto Fantappiè, da buon piemontese,
con una delle sue solite smorfie, andando via con me.
Ma ritornammo indietro, poco dopo, attirati da un gran clamore
di voci, che s'era levato nel cortile.
Attori, attrici, operatori, direttori di scena, macchinisti
erano usciti dai camerini e dalla Sala di prova e stavano
attorno al senator Zeme alle prese con Simone Pau, che suol
venire di tanto in tanto a trovarmi alla Kosmograph.
- Ma che educazione del popolo! - urlava Simone Pau. - Mi faccia
il piacere! Mandi Fantappiè nella Luna! Lo faccia giocare alle
bocce con le stelle! O crede forse che siano sue, le stelle?
Qua, le consegni qua alla divina Sciocchezza degli uomini, che
ha tutto il diritto di appropriarsene e di giocarci alle bocce!
Del resto... del resto, scusi, che fa lei? che crede d'esser
lei? Lei non vede che l'oggetto! Lei non ha coscienza che
dell'oggetto! Dunque, religione. E il suo Dio è il cannocchiale!
Lei crede che sia il suo strumento? Non è vero! Quello è il suo
Dio, e lei lo venera! Lei è come Gubbio, qua, con la sua
macchinetta! Il servitore... non voglio offenderla, dirò il
sacerdote, il pontefice massimo, le basta? di quel suo Dio, e
giura nel domma della sua infallibilità. Dov'è Gubbio? Viva
Gubbio! viva Gubbio! Aspetti, non se ne vada, Senatore! Io sono
venuto qua, questa mattina, per consolare un infelice. Gli ho
dato convegno qua: già dovrebbe essere qua! Un infelice, mio
compagno avventore dell'albergo del Falco... Non c'è miglior
mezzo per consolare un infelice, che mostrargli e fargli toccar
con mano che non è solo. E l'ho invitato qua, tra questi bravi
amici artisti. È un artista anche lui! Eccolo qua! Eccolo qua!
E l'uomo dal violino, lungo lungo, inarcocchiato e tenebroso,
ch'io vidi or è più di un anno nell'ospizio di mendicità, si
fece avanti, come assorto, al solito, a guardarsi i peli
spioventi delle foltissime sopracciglia aggrottate.
Tutti fecero largo. Nel silenzio sopravvenuto, crepitò qualche
scoppio di risa, qua e là. Ma lo stupore e un certo senso di
ribrezzo teneva la maggior parte nel vedere quell'uomo avanzarsi
a capo chino con gli occhi a quel modo assorti ai peli delle
sopracciglia, quasi non volesse vedersi il naso carnuto e rosso,
peso enorme e castigo della sua intemperanza. Più che mai,
adesso, avanzandosi, pareva dicesse: - Silenzio! Fate largo!
Vedete come la vita può ridurre il naso d'un uomo?
Simone Pau lo presentò al senator Zeme, che scappò via,
indignato; risero tutti; ma Simone Pau, serio, riprese a far la
presentazione alle attrici, agli attori, ai direttori di scena,
narrando a scatti un po' all'uno un po' all'altro, la storia del
suo amico, e come e perché dopo quell'ultimo famoso intoppo non
avesse più sonato. Alla fine, tutto acceso, gridò:
- Ma egli oggi sonerà, signori! Sonerà! Romperà l'incanto
malefico! Mi ha promesso che sonerà! Ma non a voi, signori! Voi
vi terrete discosti. M'ha promesso che sonerà alla tigre! Sì,
sì, alla tigre! alla tigre! Bisogna rispettare questa sua idea!
Certo avrà le sue buone ragioni! Andiamo, sù, andiamo tutti...
Ci terremo discosti... Egli si farà, solo, innanzi alla gabbia,
e sonerà!
Tra gridi, risa, applausi, sospinti tutti da una vivissima
curiosità per la bizzarra avventura, seguimmo Simone Pau, che
aveva preso sotto il braccio il suo uomo, e lo spingeva avanti
seguendo le indicazioni che gli si gridavano dietro, su la via
da tenere per andare al serraglio. In vista delle gabbie, ci
arrestò tutti, raccomandando silenzio, e mandò avanti, solo,
quell'uomo col suo violino.
Al rumore, dai cantieri, dai magazzini, operaj, macchinisti,
apparatori, accorsero in gran numero per assistere dietro di noi
alla scena: una folla.
La belva s'era ritratta d'un balzo in fondo alla gabbia;
inarcata, a testa bassa. i denti digrignanti, le zampe
artigliate, pronta all'assalto: terribile!
L'uomo la guatò, sbigottito; si voltò perplesso a cercare con
gli occhi tra noi Simone Pau.
- Suona! - gli gridò questi. - Non temere! Suona! Ti
comprenderà!
E allora quello, come liberandosi con un tremendo sforzo da un
incubo, levò finalmente la testa, scrollandola, buttò a terra il
cappellaccio sformato, si passò una mano sui lunghi capelli
arruffati, trasse il violino dalla vecchia fodera di panno
verde, e buttò via anche questa, sul cappello.
Qualche lazzo partì dagli operaj affollati dietro a noi, seguito
da risa e da commenti, mentre egli accordava il violino; ma un
gran silenzio si fece subito appena egli prese a sonare,
dapprima un po' incerto, esitante, come se si sentisse ferire
dal suono del suo strumento non più udito da gran tempo; poi,
d'un tratto, vincendo l'incertezza, e forse i fremiti dolorosi,
con alcuni strappi energici. Seguì a questi strappi come un
affanno a mano a mano crescente, incalzante, di strane note
aspre e sorde, un groviglio fitto, da cui ogni tanto una nota
accennava ad allungarsi, come chi tenti di trarre un sospiro tra
i singhiozzi. Alla fine questa nota si distese, si sviluppò,
s'abbandonò, liberata dall'affanno, in una linea melodica,
limpida, dolcissima e intensa, vibrante d'infinito spasimo: e
una profonda commozione allora invase noi tutti, che in Simone
Pau si rigò di lagrime. Con le braccia levate egli faceva cenno
di star zitti, di non manifestare in alcun modo la nostra
ammirazione, perché nel silenzio quel bislacco straccione
meraviglioso potesse ascoltare la sua anima.
Non durò a lungo. Abbassò le mani, come esausto, col violino e
l'archetto, e si rivolse a noi col volto trasfigurato, bagnato
di pianto, dicendo:
- Ecco...
Scoppiarono applausi fragorosi. Fu preso, portato in trionfo.
Poi, condotto alla prossima trattoria, non ostanti le preghiere
e le minacce di Simone Pau, bevve e s'ubriacò.
Polacco s'è morso un dito dalla rabbia, per non aver pensato di
mandarmi subito a prendere la macchinetta per fissare quella
scena della sonata alla tigre.
Come capisce bene tutto, sempre, Cocò Polacco! Io non potei
rispondergli perché pensavo agli occhi della signora Nestoroff,
che aveva assistito alla scena, come in un'estasi piena di
sgomento.
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