Parte Seconda - Capitolo 4
Corrado Selmi uscí dalla Camera dei deputati livido, stravolto,
con un tremor convulso per tutto il corpo. Appena su la piazza,
nel sole, fece uno sforzo disperato su se stesso per riaversi,
per riafferrare in sé e rimettere sotto il suo dominio la vita
che gli sfuggiva in un tremendo scompiglio; ma restò, avvertendo
che non aveva neanche la forza di trarre il respiro, quasi
avesse il petto, il ventre squarciati.
Un sentimento nuovo gli sorse allora improvviso: la paura. Non
degli altri; ma di sé.
Or ora gli altri li aveva sfidati e assaliti, nell'aula del
Parlamento, con estrema violenza. Ancora ne tremava tutto.
Nessuno, là, aveva osato fiatare. Ma quel silenzio... ah, quel
silenzio era stato per lui peggiore di ogni invettiva, d'ogni
tumultuoso insorgere di tutta l'assemblea.
Quel silenzio lo aveva ucciso.
Aveva ancora negli orecchi il suono dei suoi passi nell'uscire
dall'aula. Nel silenzio formidabile, quei passi avevano sonato
come colpi di martello su una cassa da morto.
Sentiva una grande arsione; e le gambe, come... come se gli si
fossero stroncate sotto.
Schiacciato dall'accusa, aveva voluto rilevarsene con tutto
l'impeto delle energie vitali, ancora possenti in lui; ma appena
aveva finito di parlare, quel silenzio. Nessun dubbio che
l'assemblea, subito dopo la sua uscita dall'aula, avesse votato
l'autorizzazione a procedere contro di lui.
Eppure tutti lo sapevano povero; sapevano che il denaro preso
alle banche non poteva essere rinfacciato a lui come a tanti
altri.
Dall'avere affrontato la morte, quando piú bella suol essere per
tutti la vita, non gli veniva il diritto di vivere? Nella losca
complicazione di tante oblique vicende la semplicità di questo
diritto appariva quasi ingenua e tale, che tutti, ridendo,
dovessero negarglielo.
Morto; non solo, ma anche svergognato lo volevano! Doveva morire
allora, e sarebbe stato un eroe per tutti questi vivi d'oggi che
gli rinfacciavano come un delitto l'aver vissuto.
Ma non tanto l'accusa, in fondo, gli sembrava ingiusta, quanto
ingiusti gli accusatori; e, piú che ingiusti, ingrati e vili:
vili perché, dopo aver per tanti anni compreso che egli aveva
pure questo diritto di vivere, si levavano ora a dimostrargliene
con ischerno l'ingenuità; dopo aver per tanti anni compreso il
suo bisogno, si levavano ora a rinfacciarglielo come un'onta.
Né si sarebbero arrestati qui! Ora, il processo, la condanna, il
carcere.
Corrado Selmi rise, e avvertí ancora lo sforzo che gli costava
lo scomporre la truce espressione del volto in quel riso
orribile. Il sorriso schietto e lieve, che aveva accompagnato
sempre tutti gli atti della sua vita, anche i piú gravi e i piú
rischiosi, s’era tramutato in quella triste smorfia dura e
amara? Ebbe di nuovo paura di sé: paura di assumere coscienza
precisa di un certo che oscuro e orrendo che gli s’era cacciato
all'improvviso nel fondo dell'essere e glielo scompaginava,
dandogli quell'impressione d'esser come squarciato dentro,
irrimediabilmente. E per ricomporre comunque la compagine del
suo essere, per vincere il ribrezzo e l'orrore di
quell'impressione, si guardò attorno, quasi chiedendo sostegno e
conforto ai noti aspetti delle cose. Gli parvero anche questi
cangiati e come evanescenti. Sentí con terrore che non gli era
piú possibile ristabilire una relazione qual si fosse tra sé e
tutto ciò che lo circondava. Sí, poteva guardare; ma che vedeva?
poteva parlare; ma che dire? poteva muoversi; ma dove andare?
Parlò, tanto per udire il suono della sua voce, e gli parve
anch’esso cangiato. Disse:
"Che faccio?"
Sapeva bene quel che gli restava da fare. Ma nello schiacciar
con la lingua contro il palato le due c di faccio,
non avvertí altro che l'annodatura della lingua e l'amarezza
aspra della bocca; e rimase col viso disgustato e arcigno.
" No," soggiunse. "Prima... che altro?"
Qualunque altra cosa gli apparve inutile, vana. Poteva soltanto,
ancor per poco, per passarsi la voglia e darsi cosí fuor fuori
uno sfogo, dire e fare sciocchezze. Pensare seriamente, agire
seriamente non avrebbe potuto se non a costo di cedere al
proposito oscuro e violento che stava a distruggergli dentro
tutti gli elementi della vita. Baloccarsi poteva coi frantumi di
essa che dal tumulto interno balzavano a galla della sua
coscienza squarciata: baloccarsi un poco... Sí, in casa di
Roberto Auriti! Doveva vederlo, dirgli che per lui, per
coprirlo, si era messo da sé sotto accusa. Ecco che aveva ancora
dove andare.
Chiamò una vettura, per non avvertire il tremore e la debolezza
delle gambe, e diede al vetturino l'indirizzo: via delle
Colonnette.
Appena montato, se ne pentí, prevedendo, in compenso di quanto
aveva fatto, una scenata. Ma no: a ogni costo avrebbe saputo
impedirla. Piú che doveroso, il suo atto gli appariva generoso
verso Roberto Auriti. E, in quel momento, non poteva sentir che
disprezzo della sua stessa generosità. S’era spogliato d'ogni
prestigio, d'ogni prerogativa, per subir la stessa sorte d'uno
sconfitto, che delle sue doti, dei suoi meriti non aveva saputo
avvalersi per farsi uno stato, per imporsi, come avrebbe potuto,
alla considerazione altrui. Non pietà, ma dispetto, poteva
ispirare Roberto Auriti. Che se pure egli, navigando alla
ventura, lo aveva gittato con sé in quei frangenti, non meritava
certo quel naufrago che Corrado Selmi, già quasi scampato, si
ributtasse in mare per perire con lui: non lo meritava, perché
non aveva saputo mai vivere, quell'uomo, mai disimpacciarsi da
ostacoli anche lievi: era già per se stesso un annegato, a cui
tante e tante volte egli aveva gettato una corda per ajutarlo a
trarsi in salvo. L’unica volta che quest'uomo s’era messo a dar
lui ajuto, ecco, con la stessa mano che gli aveva teso, lo
tirava con sé nel baratro, giú, giú, costringendolo a rinunziare
al salvataggio altrui. E quel suo fratello corso in Sicilia per
salvare entrambi: ma sí! tutti dovevano stare ad aspettare che
andasse e ritornasse col denaro! a comodo! senza fretta! e dopo
avere svelato tutto a Lando Laurentano! imbecille! Ecco: per
questo solo fatto, egli avrebbe potuto fare a meno d'esporsi per
coprire un inetto. Ma ormai...
Arrivato in via delle Colonnette, salendo la scala semibuja,
incontrò Olindo Passalacqua che scendeva gli scalini a quattro a
quattro.
"Ah! giusto lei, onorevole! Correvo in cerca di lei... Dica, che
c'è? che c'è?"
"Vento," rispose Corrado Selmi, placidamente.
Olindo Passalacqua restò come un ceppo.
"Vento? Che dice? Quella denunzia infame? Ma come? chi è stato?
roba da sputargli in faccia! Andate a far l'Italia per questa
canaglia!"
Corrado Selmi gli prese il mento fra due dita:
"Bravo, Olindo! Nobili sensi, invero... Sú, andiamo!"
"Aspetti, onorevole," pregò il Passalacqua, trattenendolo. "La
prevengo! Nanna mia non sa ancora nulla. Non sapevamo nulla
neanche noi. Per combinazione a mio cognato Pilade càpita tra le
mani il giornale di due giorni fa... apre e vede... ce lo manda
sú, segnato... Roberto stava ad annaffiare i fiori in
terrazzo... legge, casca dalle nuvole... Ma ci si crede? un
uomo, un uomo come lui, non leggere i giornali, in un momento
come questo? Capisce? come quell'uccello... qual è? che caccia
la testa nella rena... E gliene compro tre, sa? ogni sera: tre
giornali! Ne leggesse uno! Appena lo apre, si mette a pisolare;
e poi dice che li ha letti tutti e tre e che dorme poco!"
"Lo struzzo," disse Corrado Selmi. "Permetti?"
E alzò le mani per aggiustare sotto la gola a Olindo Passalacqua
la cravatta rossa sgargiante, annodata a farfalla.
"Lo struzzo," ripeté. "Quell'uccello che dicevi... Cosí va
bene!"
Olindo Passalacqua restò di nuovo a bocca aperta.
"Grazie," disse. "Ma dunque... dunque possiamo star tranquilli?"
Corrado Selmi lo guardò negli occhi, serio; gli posò le mani
sugli omeri, e:
"Non sei censore tu?" gli domandò.
"Censore... già," rispose perplesso, quasi non ne fosse ben
sicuro, il Passalacqua.
"E dunque lascia crollare il mondo!" esclamò il Selmi con un
gesto di noncuranza sdegnosa. "Censore, te ne impipi. Sú, sú,
vieni sú con me."
Trovarono Roberto abbattuto su una poltrona, con la faccia
rivolta al soffitto, le braccia abbandonate, l'annaffiatojo
accanto. Appena vide il Selmi, fece per balzare in piedi, e,
arrangolando in una irrompente convulsione, andò a buttarglisi
sul petto.
"Per carità! per carità!" scongiurò Olindo Passalacqua, correndo
a chiudere l'uscio e accennando con le mani di far piano, che
Nanna non sentisse di là.
Attraverso l'uscio chiuso, all'arrangolío di Roberto sul petto
di Corrado Selmi rispondeva di là il vocalizzo miagolante di una
studentessa di canto. Corrado Selmi, gravato dal peso di
Roberto, stette un po' a guardare i cenni del Passalacqua, che
seguitava a implorar carità per il cuore malato della sua povera
moglie, carità per Roberto cosí perduto, carità per la casa che
sarebbe andata a soqquadro; e scattò alla fine, scrollandosi, in
una risata pazzesca:
"Ma da' qui!" disse, ghermendo l'annaffiatojo e avviandosi di
furia al terrazzo. "Ma che facciamo sul serio? Annaffiavi? E
seguitiamo ad annaffiare! Qua... qua... cosí! cosí! Pioggia,
Olindo! pioggia! pioggia!"
E una vera pioggia furiosa si rovesciò dalla mela
dell'annaffiatojo addosso a Olindo Passalacqua, che prese a
fuggire per il terrazzo, gridando e riparandosi con le mani la
testa, inseguito dal Selmi che seguitava a ridere, dicendo:
"Io passo l'acqua, tu passi l'acqua, egli passa l'acqua, tutti
passiamo l'acqua!"
"Oh Dio! per carità... no! caro... nòooo... ma che fa? basta...
per carità... non è scherzo! basta... uuuh... basta!..."
Alle grida, sopravvennero Nanna, la studentessa di canto,
Antonio Del Re e Celsina. Subito Corrado Selmi, ansante, corse a
stringere la mano alla signora Lalla che rideva, guardando il
marito che si scrollava come un pulcino bagnato. Ridevano anche
le due giovinette.
" La pianta, Nanna mia," gridò il Selmi, "quale è la
pianta piú utile? Il riso! Coltiviamo il riso e annacquiamo
Olindo che fa ridere!"
" Ma io piango, invece..." gemette il Passalacqua.
"E appunto perché piangi, fai ridere!" ribatté il Selmi.
"Chi fa ridere, invece..." borbottò Antonio Del Re, serrando le
pugna.
"Fa piangere, è vero?" compí la frase il Selmi. "Bravo,
giovanotto! Sempre serio! Tu le tue sciocchezze le farai sempre
sode, bene azzampate e con tanto di grugno. Noi, le nostre...
qua, censore... ballando, ballando... Su, di là, Nanna,
di là... al pianoforte! Lei suona, e noi balliamo! Roberto si
metterà i calzoncini con lo spacco di dietro e la falda della
camicina fuori; prenderà la sciaboletta e il cavalluccio di
legno, quelli con cui giocò alla guerra, al Sessanta; gli faremo
l'elmo di carta, e si metterà a girare attorno... arrí!...
arrí!... mentre io e Olindo balleremo al suono dell'inno
di Garibaldi... Va' fuori d'Italia... Va' fuori d'Italia...
Va' fuori d'Italia... va' fuori, o stranier!
Non aveva finito l'ultima battuta, che su la soglia del terrazzo
si presentò, con gli occhi ilari e lagrimosi, raggiante di
commossa beatitudine, Mauro Mortara, con le medaglie sul petto e
lo zainetto dietro le spalle. Appena lo vide, Corrado Selmi fece
un gesto d'orrore e scappò via per l'altro finestrone che dava
sul terrazzo, gridando:
"Ah perdio, no! Questo poi è troppo!"
Roberto Auriti gli corse dietro per trattenerlo:
"Corrado! Corrado!"
Mauro Mortara, a quella fuga, restò come smarrito davanti allo
stupore della signora Lalla, del Passalacqua e della studentessa
di canto, alla meraviglia sorridente di Celsina e a quella
ingrugnita di Antonio Del Re.
"Vengo, se non c'è offesa," disse, "a salutare don Roberto.
Parto domani."
" Ma chi siete?" gli domandò la signora Lalla, come se avesse
davanti un abitante della luna, piovuto dal cielo.
"Sono..." prese a rispondere Mauro Mortara; ma s’interruppe
riconoscendo Antonio Del Re. "Non siete il nipote di donna
Caterina, voi?"
E, pronunziando questo nome, si levò il cappello.
"Diteglielo voi," soggiunse, "chi sono io. Sono venuto due altre
volte; non mi hanno fatto salire, perché don Roberto non era in
casa."
Il Passalacqua, tutto bagnato, gli s’accostò, gli sbirciò le
medaglie sul petto, e:
"Patriota siciliano?" domandò. "Ai patrioti siciliani, perdio,
statue d'oro! sta... statu... statue..."
Uno starnuto, tardo a scoppiare, lo tenne un tratto a bocca
aperta, le nari frementi, le mani tese come a pararlo;
finalmente scoppiò e:
"D'oro!" ripeté il Passalacqua. "Mannaggia il Selmi che m'ha
fatto raffreddare! Ma perché è scappato? Che è pazzo?...
Guardate come mi... mi ha... ma dove è andato?
"Roberto!" strillò a questo punto la signora Lalla, accorrendo
dal terrazzo nella stanza, attraverso la quale il Selmi era
poc'anzi fuggito.
Rientrarono tutti, spaventati, dietro a lei.
Inizio
pagina
Un estraneo, col cappello in mano e gli occhi bassi, stava
rigido su la soglia di quella camera, mentre Roberto, col viso
terreo, chiazzato qua e là, si guardava attorno, convulso,
indeciso. Al grido di lei, protese le mani, ma come per impedire
il prorompere della sua piú che dell'altrui commozione.
"Vi prego, vi prego," disse, "senza chiasso... Nulla... Una...
una chiamata in questura..."
"Lo arrestano!" fischiò allora tra i denti Antonio Del Re, col
volto scontraffatto e tutto vibrante.
Nanna cacciò uno strillo e cadde in convulsione tra le
braccia del marito.
"Lo arrestano?" domandò Mauro Mortara, facendosi innanzi, mentre
Roberto Auriti cercava nella camera gli abiti da indossare e con
le mani accennava a tutti di non gridare, di non far confusione.
"Come?" seguitò Mauro, guardando Antonio Del Re.
Non ottenendo risposta da nessuno, andò incontro a
quell'estraneo e, levando un braccio, lo apostrofò:
"Voi! voi siete venuto qua ad arrestare don Roberto Auriti?"
"Mauro!" lo interruppe questi. "Per carità, Mauro... lascia!"
"Ma come?" ripeté Mauro Mortara, rivolgendosi a Roberto.
"Arrestano voi? Perché?"
Roberto accorse a dare una mano al Passalacqua, alla studentessa
di canto, a Celsina, che non riuscivano a sorreggere la signora
Lalla, la quale si dibatteva e si scontorceva, tra urli,
singhiozzi, gemiti e risa convulse.
"Di là, per carità, di là, portatela di là!" scongiurò.
Ma non fu possibile. Il Passalacqua, invece di avvalersi
dell'ajuto di Roberto, pensò bene di buttargli le braccia al
collo, rompendo in singhiozzi ed esclamando:
"Cireneo! Cireneo! Cireneo!"
Roberto si divincolò, quasi con schifo, e si turò gli orecchi,
mentre il Passalacqua, rivolto a Mauro Mortara, seguitava:
"Patriota, vedete? cosí l'Italia compensa i suoi martiri! cosí!"
"Il figlio di Stefano Auriti!" diceva tra sé Mauro Mortara, con
gli occhi sbarrati, battendosi una mano sul petto. "Il figlio di
donna Caterina Laurentano!... E dovevo veder questo a Roma? Ma
che avete fatto?" corse a domandare a Roberto, afferrandolo per
le braccia e scotendolo. "Ditemi che siete sempre lo stesso! Sí?
E allora..."
Si afferrò con una mano le medaglie sul petto; se le strappò; le
scagliò a terra; vi andò sopra col piede e le calpestò; poi,
rivolgendosi al delegato:
"Ditelo al vostro Governo!" gridò. "Ditegli che un vecchio
campagnuolo, venuto a veder Roma con le sue medaglie
garibaldine, vedendo arrestare il figlio d'un eroe che gli morí
tra le braccia nella battaglia di Milazzo, si strappò dal petto
le medaglie e le calpestò! cosí!"
Tornò a Roberto, lo abbracciò, e sentendolo singhiozzare su la
sua spalla:
"Figlio mio! figlio mio!" si mise a dirgli, battendogli dietro
una mano.
A questo punto, Antonio Del Re scappò via dalla camera mugolando
e rovesciando nella furia una seggiola. Celsina, che lo spiava,
gli corse dietro, sgomenta, chiamandolo per nome. Mauro Mortara
si voltò felinamente, come se a quell'uscita precipitosa gli
fosse balenato in mente che si volesse impedire comunque
l'arresto; e si mostrò pronto a qualunque violenza. Sciolto
dall'abbraccio di lui, Roberto Auriti si fece innanzi al
delegato:
"Eccomi."
"No!" gridò Mauro, riafferrandolo per un braccio. "Don Roberto!
Cosí vi consegnate?"
"Ti prego, lasciami..." disse Roberto Auriti; e, rivolgendosi al
delegato: "Lei scusi..."
Con la mano chiamò Nanna, che fiatava ora a stento, con
ambo le mani sul cuore, e la baciò in fronte, dicendole:
"Coraggio..."
"E che dirò a vostra madre?" esclamò allora Mauro agitando in
aria le mani.
Roberto Auriti si gonfiò, si portò le mani sul volto per far
argine all'impeto della commozione e andò via, seguito dal
delegato, mentre la signora Lalla, sostenuta dal marito e dalla
studentessa di canto, riprendeva piú a gemere che a gridare:
" Roberto! Roberto! Roberto!"
Mauro Mortara restò a guatare, come annichilito. Quando il
Passalacqua lo ragguagliò di tutto, e, fresco della recente
lettura del giornale, gli espose tutta la miseria e la vergogna
del momento:
"Questa," disse, "questa è l'Italia?"
E, nel crollo del suo gran sogno, non pensò piú a Roberto
Auriti, all'arresto di lui, non sentí, non vide piú nulla. Le
sue medaglie rimasero lí per terra, calpestate.
Uscendo dalla casa di Roberto, Corrado Selmi s’imbatté per le
scale nel delegato e nelle guardie che salivano ad arrestar
l'innocente. Si fermò un istante, indeciso; ma subito si sentí
occupare il cervello da una densa oscurità, e in quella tenebra
d'ira e d'angoscia udí una voce che dal fondo della coscienza lo
ammoniva ch’egli non poteva in alcun modo sul momento impedire
quell'atroce ingiustizia. Seguitò a scendere la scala; rimontò
in vettura e provò quasi stupore alla domanda del vetturino, ove
dovesse condurlo. Ma a casa; c'era bisogno di dirlo? dove poteva
piú andare? che piú gli restava da fare?
"Via San Niccolò da Tolentino."
E, come se già vi fosse, si vide per le scale della sua casa:
ecco, entrava in camera; si recava all'angolo, ov'era uno
stipetto a muro, di lacca verde; lo apriva; ne traeva una
boccetta, e... Istintivamente, s’era cacciata una mano nel
taschino del panciotto, ov'era la chiave di quello stipetto.
Cosa strana: pensava ora allo specchio, a un piccolo specchio
ovale, appeso accanto a quello stipetto, al quale egli non
avrebbe dovuto volger lo sguardo, per non vedersi. Ma pure,
ecco, si vedeva: sí, in quello specchio, con la boccetta in
mano: vedeva l'espressione dei suoi occhi, ridente, quasi non
credessero ch’egli avrebbe fatto quella cosa. No! Prima
doveva scrivere e suggellare una dichiarazione per l'Auriti:
poche righe, esplicite. Non meritavano gli accusatori un suo
ultimo sfogo. Due righe soltanto, per salvar l'amico, già in
carcere.
I nemici... - ma quali? quanti erano? Tutti! Possibile? Tutti
gli amici di jeri. Tutti e nessuno, a prenderli a uno a uno. Ché
nulla egli aveva fatto a nessuno di loro perché le liete
accoglienze di jeri si convertissero cosí d'un tratto in tanta
alienazione d'animi, in tanta ostilità. Ma era il momento, la
furia cieca del momento, che s’abbatteva su lui, che in lui
trovava la preda, e lo abbrancava, ecco, e lo sbranava in un
attimo.
Ah come andava lenta quella vettura! Parve a Corrado Selmi
ch’essa gli prolungasse con feroce dispetto l’agonía.
"Non sono in casa per nessuno," disse a Pietro, il vecchio servo
che stava da tanti anni con lui.
E il primo suo moto, entrando in camera, fu verso quello
stipetto. Si trattenne. Pensò alla dichiarazione da scrivere. Ma
pur volle prendere prima la boccetta e, senza guardarla, la recò
con sé alla scrivania dello studio. Restò un pezzo lí in piedi,
come sospeso in cerca di qualche cosa che s’era proposto di fare
e a cui non pensava piú. Istintivamente, pian piano, rientrò
nella camera; gli occhi gli andarono al piccolo specchio ovale,
appeso alla parete presso lo stipetto. Aveva dimenticato di
guardarsi lí. Scrollò le spalle e tornò indietro, alla
scrivania; sedette; trasse dalla cartella un foglio e una busta;
guardò se su la scrivania ci fosse il cannello di ceralacca e il
sigillo; si alzò di nuovo e rientrò nella camera per prendere
dal tavolino da notte la bugia con la candela.
La dichiarazione gli venne men breve di quanto aveva divisato,
poiché a maggior salvaguardia dell'innocenza dell'Auriti pensò
di chiamare in testimonio lo stesso governatore della banca, già
anche lui tratto in arresto, col quale, prima di contrarre
sott'altro nome quel debito, si era segretamente accordato.
Finito di scrivere, guardò su la scrivania la boccetta, e sentí
mancarsi a un tratto la voglia di rileggere quanto aveva
scritto. Gli parvero enormi tutte le piccole cose che gli
restavano ancora da fare: piegare in quattro quel foglio;
chiuderlo nella busta; accendere la candela; bruciarvi il
cannello di ceralacca; apporre i sigilli... Si diede a far tutto
con esasperazione. Ansava; le dita, senza piú tatto, gli
ballavano. Stava per chiudere la busta, quando giú dalla via
scattò stridulo, sguajato, il suono d'un organetto. Parve al
Selmi che quel suono, in quel punto, gli spaccasse il cranio: si
turò gli orecchi, balzò in piedi, contrasse tutto il volto come
per uno strazio insopportabile, fu per avventarsi alla finestra
a scagliare ingiurie a quel sonatore ambulante. Ah no perdio!
cosí, no! al suono d'una canzonetta napoletana, no, no, no. Si
sentí avvilito da tutta quella furia. O che era un ladro
davvero? Piano, piano, senza tremor di mani, senza
quell'aridezza in bocca; dopo aver sedato i nervi, e sorridente,
egli doveva uccidersi, come a lui si conveniva. Prese la busta
con la dichiarazione e la cacciò dentro la cartella; Si pose in
tasca la boccetta del veleno. Voleva uscir di nuovo per
un'ultima passeggiata, per salutar la vita, scevro ormai d'ogni
cura, esente d'ogni peso, libero d'ogni passione, con occhi
limpidi e animo sereno; salutar la vita, col suo lieve antico
sorriso; bearsi per l'ultima volta delle cose che restavano,
liete in quel giorno di sole, ignare in mezzo al torbido
fluttuare di tante vicende che presto il tempo avrebbe travolte
con sé. Ridiscese in istrada, fe' cenno a un vetturino
d'accostarsi e si fece condurre al Gianicolo. Dapprima, come in
preda a quello stordimento rombante cagionato da un improvviso
otturarsi degli orecchi, non poté avvertire, né vedere, né
pensar nulla; solo quando passò con la vettura per la via della
Lungara, innanzi le carceri di Regina Coeli, pensò che forse a
quell'ora Roberto Auriti vi era rinchiuso; ma non volle
affliggersene piú. Tra poco, con quella sua dichiarazione, ne
sarebbe uscito, per seguitare la sua incerta e penosa esistenza
tra quella sua signora Lalla e il Passalacqua e il Bonomè,
mentre egli, invece – ah! si sarebbe liberato!
Giunto in cima al colle, gli parve davvero una liberazione
quell'altezza, da cui poté contemplare Roma luminosa nel sole,
sotto l'azzurro intenso del cielo; liberazione da tutte le
piccole miserie acerbe che laggiú lo avevano offeso e soffocato,
dall'urto di tutte le meschine volgarità quotidiane; dalle
fastidiose risse dei piccoli uomini che volevano contendergli il
passo e il respiro. Si sentí lassú libero e solo, libero e
sereno, sopra tutti gli odii, sopra tutte le passioni, sopra e
oltre il tempo, inalzato, assunto a quella altezza dal suo
grande amore per la vita ch’egli difendeva, uccidendosi. E in
esso e con esso si sentí puro, in un attimo, per sempre.
Nell'eternità di quell'attimo si cancellarono, sparvero assolte
le sue debolezze, i suoi trascorsi, le sue colpe, già che egli
era pure stato un uomo e soggetto a contrarie necessità. Ora,
con la morte, le avrebbe vinte tutte. Restava solo, in quel
punto, luminoso indefettibile immortale il suo amore per la
vita, l'amore per la sua terra, per la sua patria, per cui aveva
combattuto e vinto. Sí, come i tanti che avevano avuto lassú, in
difesa di Roma, una bella morte, troncati nel frenetico ardore
della gioventú e resi immuni di tutte le miserie, liberi di
tutti gli ostacoli che forse nel tempo li avrebbero deformati e
avviliti. Ora in quel momento anch’egli, spogliandosi di tutte
le miserie, liberandosi di tutti gli ostacoli, acceso e vibrante
dell'ardore antico, con negli occhi l'oro dell'ultimo sole su le
case della grande città quadrata, si foggiava com'essi una bella
morte, una morte che lo inalzava a se stesso, senza invidia per
quelli effigiati e composti lassú per la gloria in un mezzo
busto di marmo. Pensò che aveva con sé la boccetta del veleno;
ma no! a casa! a casa! tranquillamente, sul suo letto: senza
dare spettacolo! E ridiscese alla città.
Inizio pagina
Ridisceso, gli parve di aver lasciato la propria anima lassú,
nel sole. Qua, nell'ombra era il corpo ancor vivo, per poco. Si
guardò le mani, le gambe, e provò subito un brivido d'orrore.
Ma, come se di lassú una voce severamente lo richiamasse, egli
si riprese e a quella voce rispose che sí, quel suo corpo, egli
lo avrebbe tra poco ucciso, senza esitare.
Passato il ponte di ferro, udí strillare da alcuni giornalaj
un'edizione straordinaria del foglio piú diffuso di Roma. Pensò
che fosse per lui, e fece fermar la vettura; comprò quel foglio.
Difatti, in prima pagina era il resoconto della seduta
parlamentare, e nella sesta colonna spiccava in cima il suo nome
Corrado Selmi
come titolo dell'articolo del giorno. Prese a leggerlo; ma
presto n'ebbe un fastidio strano: avvertí che quello era già per
lui un linguaggio vuoto e vano, che non aveva piú alcun potere
di muovere in lui alcun sentimento, quasi fatto di parole senza
significato. Gli parve che lo scrittore di quell'articolo non
avesse altra mira che quella di dimostrare che egli era vivo,
ben vivo, e che, come tale, poteva e sapeva giocare con le
parole, perché gli altri vivi, i lettori, potessero dire:
"Guarda com'è bravo! guarda come scrive bene!". Quel foglio,
cosí leggero, gli parve a un tratto, con quel suo nome stampato
lí in cima, una lapide, la sua lapide, ch’egli stesso per uno
strano caso si portasse in carrozza, diretto alla fossa; strana
lapide, in cui, anziché le solite lodi menzognere, fossero
incise accuse e ingiurie. Ma che importavano piú a lui? Era
morto.
Voltò la pagina del giornale. Subito gli occhi gli andarono su
un'intestazione a grossi caratteri, che prendeva cinque colonne
di quella seconda pagina:
L’eccidio d’Aragona in Sicilia
e sotto, a caratteri piú piccoli: Gli operaj delle zolfare in
rivolta - L'assalto alla vettura dell'ingegnere minerario Costa
- Scene selvagge - Lo uccidono con la moglie del deputato
Capolino e bruciano i cadaveri.
Corrado Selmi restò, oppresso d'orrore e di ribrezzo, con gli
occhi fissi su quelle notizie. Comprese che per esse e non per
lui era uscita quell'edizione straordinaria del giornale. La
moglie del deputato Capolino? Egli l'aveva veduta a Girgenti,
quando vi si era recato per sostenere la candidatura di Roberto
Auriti e assistere il Verònica nel duello col marito di lei.
Bellissima donna... Uccisa? E come si trovava in vettura, ad
Aragona, con quell'ingegnere? Ah, partita da Roma con lui... Una
fuga?... Era l'ingegnere del Salvo... Gli operaj delle zolfare
si recavano in colonna dal paese alla stazione, risoluti a non
farlo entrare, se da Roma non portava l'assicurazione che le
promesse sarebbero state mantenute... Oh, guarda... quel
Prèola... Marco Prèola, quel miserabile che Roberto Auriti aveva
scaraventato contro l'uscio a vetri della redazione del
giornalucolo clericale... capitanava lui, adesso, quella turba
selvaggia di facinorosi... li incitava all'assalto della
vettura, al macello. Ah, vili! colpire una donna... Il Costa
sparava... e allora...
Il Selmi non poté leggere piú oltre; restò, nel raccapriccio,
col giornale aperto tra le mani, come soffocato da quella
strage; gli parve di sentirsi investito dal feroce affanno di
tutto un popolo inselvaggito. Appallottò in un impeto di schifo
il foglio e lo scagliò dalla vettura. Domani, o la sera di
quello stesso giorno, in una nuova edizione straordinaria esso
avrebbe annunziato con quei grossi caratteri il suicidio di lui.
Rientrando in casa, da Pietro, il vecchio servo, fu avvertito
che c'era in salotto il nipote dell'Auriti, Antonio Del Re.
"Sta bene," disse. "Lo farai entrare nello studio, appena
sonerò."
Forse Pietro si aspettava una riprensione per aver fatto entrare
quel giovanotto, e aveva pronta la risposta, che questi cioè
s’era introdotto di prepotenza in casa, non ostante che lui già
una prima volta gli avesse detto che il padrone non c'era e
avesse fatto poi di tutto per impedirgli il passo. Aprí le
braccia e s’inchinò al reciso ordine del Selmi; ma, come questi
s’avviò per la sua camera, rimase perplesso, se non lo dovesse
prevenire circa al contegno minaccioso e all'aspetto stravolto
di quel giovanotto. Socchiuse gli occhi, si strinse nelle
spalle, come per dire: "L'ordine è questo!" e si recò nel
salotto per tener d'occhio quell'insolente visitatore.
"Ecco" gli disse, indicando con una mossa del volto l’uscio di
fronte. "Adesso, appena suona..."
Antonio Del Re non stava piú alle mosse; friggeva. Il viso,
nello spasimo dell'attesa terribile, gli si scomponeva. Teneva
una mano irrequieta in tasca. E il vecchio servo gli guatava
quella mano che, dentro la giacca, pareva brancicasse un'arma.
Il suono del campanello, intanto, tardava; e piú tardava, piú
cresceva l'ansito, invano dissimulato, del giovine e
l'irrequietezza di quella mano. Il vecchio servo, ormai al colmo
della costernazione, si accostò all'uscio, vi si parò davanti,
appena a tempo, ché allo squillo del campanello Antonio Del Re
s’avventò all'uscio come una belva con un pugnale brandito,
trascinandosi dietro nella furia il vecchio che lo teneva
abbrancato.
Corrado Selmi, pallidissimo, seduto innanzi alla scrivania, col
bicchiere ancora in mano, da cui aveva bevuto or ora il veleno
della boccetta rovesciata presso la cartella, si volse e arrestò
d'un tratto con uno sguardo gelido e un sorriso appena sdegnoso,
tremulo su le labbra, la violenza del giovine.
"Non t'incomodare!", gli disse. "Vedi? Ho fatto da me...
Lascialo!" ordinò al servo. "E ti proibisco di gridare o di
correre a soccorsi."
Prese dalla scrivania la busta sigillata e la mostrò al giovine
che ansimava e mirava, ora, allibito.
"Tu butti male, ragazzo," gli disse. "Hai una trista faccia...
Ma sta' tranquillo: questa busta è per tuo zio. Sarà liberato.
Lasciala stare qua."
Posò di nuovo la busta su la scrivania; strizzò gli occhi; serrò
i denti; s’interí, mentre nel pallore cadaverico il viso gli si
chiazzava di lividi. Fece per alzarsi; il servo accorse a
sostenerlo.
"Accompagnami... al letto..."
Si voltò al Del Re, con gli occhi già un po' vagellanti. Quasi
l'ombra d'un sorriso gli tremò ancora nella faccia spenta. E
disse con strana voce:
"Impara a ridere, giovanotto... Va' fuori: oggi è una bellissima
giornata."
E scomparve dall'uscio, sostenuto dal servo.
Inizio pagina
Come da via delle Colonnette, all'arresto di Roberto Auriti,
Antonio Del Re era scappato alla casa del Selmi, cosí, ma con
altro animo, Mauro Mortara era corso in cerca di Lando
Laurentano. Al villino di via Sommacampagna, Raffaele il
cameriere gli aveva detto che il padrone, letta nel giornale la
notizia di quell'eccidio avvenuto in Sicilia, dalle parti di
Girgenti, era saltato in vettura, diretto alla casa dei Vella.
"E dov'è? Come faccio a trovar la via?"
"Se volete, in vettura vi ci accompagno io."
In vettura, vedendolo affannato e smanioso d'arrivare, gli aveva
chiesto se conosceva quella signora e quell'ingegnere.
"Che signora? che ingegnere?"
"Come? Non avete inteso? Non sapete nulla? Li hanno assassinati
ad Aragona..."
"Ad Aragona?"
"I solfaraj."
"Ma dunque..."
E s’era interrotto, con un balzo, per guardar prima fisso in
faccia, con occhi stralunati, il cameriere, poi dalla vettura la
gente che passava per via, quasi tutt'a un tratto assaltato dal
dubbio che una gran catastrofe fosse accaduta, senza ch’egli ne
sapesse nulla.
" Ma dunque, che succede? Tutto sottosopra? Là ammazzano! Qua
arrestano! Sapete che hanno arrestato don Roberto Auriti?"
"Il cugino del padrone?"
"Il cugino! il cugino! E lui se ne va dal Vella! Gli arrestano
il cugino, don Roberto Auriti, uno dei Mille, che al Sessanta
aveva dodici anni, e combatteva! E suo padre mi morí fra le
braccia, a Milazzo... Arrestato! Sotto gli occhi miei! A questo,
a questo mi dovevo ritrovare!
S’era messo a gridare in vettura e a gesticolare e a pianger
forte; e tutta la gente, a voltarsi, a fermarsi, a commentare,
nel vederlo cosí stranamente parato, con quello zainetto dietro
le spalle, in fuga su quella vettura e vociferante.
"Statevi zitto! statevi zitto!"
Ma che zitto! Voleva giustizia e vendetta Mauro Mortara di
quell'arresto; e come Raffaele, per farlo tacere, gli parlò
della visita che, alcuni giorni addietro, forse per questo don
Giulio, il fratello di don Roberto, aveva fatto al padrone:
"Ma sicuro!" gridò, sovvenendosi. "C'ero io! c'ero io! E l'ho
visto piangere. Per questo, dunque, piangeva quel povero
figliuolo? Voleva ajuto... E dunque... e dunque don Landino
gliel'ha negato? Possibile?"
"Forse perché la somma era troppo forte..."
"Ma che troppo forte mi andate dicendo! Quando si tratta
dell'onore d'un patriota! E lui è ricco! E sua zia non ebbe
nulla dei tesori del padre, ché si prese tutto il fratello
maggiore... Oh Dio! Dio! Donna Caterina... l'unica degna figlia
di suo padre... Ora donna Caterina ne morrà di crepacuore... Ma
se è vero questo, per la Madonna, che gli ha negato ajuto, non
lo guardo piú in faccia, com'è vero Dio! Non ci credo! non ci
voglio credere!"
Arrivato in casa Vella, però, vi trovò tale scompiglio, che non
poté piú pensare a domandar conto a Lando dell'arresto di
Roberto Auriti. Dianella Salvo, la sua amicuccia donna Dianella,
la sua colomba, che in quel mese passato a Valsanía aveva saputo
avvincerlo e intenerirlo con la grazia soave degli sguardi e
della voce, nel vederlo entrare aggrondato e smarrito nel
salone, gli si precipitò subito incontro quasi con un nitrito di
polledra spaurita, e gli s’aggrappò al petto, tutta tremante,
affondandogli la testa scarmigliata entro la camicia d'albagio,
quasi volesse nascondersi dentro di lui, e gridando, con una
mano protesa indietro, verso il padre:
"Il lupo!... Il lupo!"
Mauro Mortara, cosí soprappreso, frugato nel petto da quella
fanciulla in quello stato, levò il capo, sbalordito, a cercar
negli occhi degli astanti una spiegazione: mirò visi sbigottiti,
afflitti, piangenti, mani alzate in gesti di timore, di riparo,
di pena e di maraviglia. Non comprese che la fanciulla fosse
impazzita. Le prese il capo tra le mani e provò di scostarselo
dal petto per guardarla negli occhi:
"Figlia mia!" disse. "Che vi hanno fatto? che vi hanno fatto?
Ditelo a me! Assassini... Il cuore... hanno strappato il
cuore... il cuore anche a me!"
Ma, come poté vederle gli occhi e la faccia disfatta, stravolta,
aperta ora a uno squallido riso, con un filo di sangue tra i
denti, inorridí: guatò di nuovo tutti in giro e, riponendosi sul
petto il capo di lei e lasciandovi sui capelli scarmigliati la
mano in atto di protezione e di pietà:
"Come la madre?" disse in un brivido, e addietro spinto dalla
fanciulla che, seguitando sul petto di lui quell'orribile riso
come un nitrito, con ansia frenetica lo incitava:
"Da Aurelio... da Aurelio..."
Accorse, col volto inondato di lagrime, la cugina Lillina,
mentre in fondo al salone Lando Laurentano e don Francesco Vella
cercavano di far coraggio a Flaminio Salvo che, a quella scena,
s’era nascosto il volto con le mani, imprecando.
"Sí, Dianella, sii buona! sii buona! Ora lui ti porterà... ti
porterà dove tu vuoi... sii buona, cara, sii buona! da Aurelio!"
Ma Dianella, sentendo la voce del padre, invasa di nuovo dal
terrore, aveva ripreso ad affondar la testa sul petto di Mauro e
a riaggrapparsi a lui piú freneticamente, urlando:
" Il lupo!... il lupo!..."
"Ci sono qua io! Dov'è il lupo?" le gridò allora Mauro,
ricingendola con le braccia. "Non abbiate paura! Ci sono io,
qua!"
"Vedi? c'è lui, ora! c'è lui!" le ripeteva Lillina.
E anche Ciccino e la zia Rosa le si fecero attorno a ripetere:
"C'è lui! Vedi che è venuto per te? per difenderti, cara..."
Levò, felice e tremante, il volto, appena appena, la poverina, a
mostrare un sorriso di riconoscenza, e seguitò a spinger Mauro
verso la porta:
"Sí... sí... da Aurelio... da Aurelio..."
Strozzato dalla commozione Mauro, cosí respinto indietro, tra
quella gente che non conosceva e gli si stringeva attorno,
domandò con rabbia:
"Ma insomma, che è? com'è stato? che dice? dice Aurelio? Chi è?
Il figlio di don Leonardo Costa? Ah, è lui... quello che hanno
assassinato?"
Con gli occhi, con le mani, tutti gli facevano cenno di tacere,
e qualcuno gli rispondeva chinando il capo.
"Lo amava? Oh figlia..."
Lando Laurentano e don Francesco Vella si portarono via di là
Flaminio Salvo.
"Ditemi, ditemi che vi hanno fatto, "seguitò Mauro rivolto a
Dianella, con tenerezza quasi rabbiosa. "Ora andiamo da
Aurelio... Ma ditemi che vi hanno fatto! Chi è il lupo, che lo
ammazzo? Chi è il lupo?" domandò agli altri con viso fermo.
Ma nessuno sapeva con certezza che cosa fosse accaduto, a chi
veramente alludesse Dianella con quel suo grido. Pareva al
padre, ma poi, chi sa? Forse lo scambiava per un altro. Era
stato lí, durante la loro assenza, Ignazio Capolino. Dianella
era rimasta in casa, lei sola, perché si sentiva poco bene; e
certo sopra di lei Capolino, senza misericordia, forsennato per
l'orrenda sciagura, aveva dovuto rovesciar la furia della sua
disperazione. Ciccino e Lillina, che erano stati i primi a
rincasare, gli avevano sentito gridare:
"Tuo padre! tuo padre, capisci?"
Ma al loro entrare, quegli era scappato via, furibondo,
lasciando questa poveretta come insensata, come intronata da
tanti colpi spietati alla testa, e, subito dopo, dando segni di
terrore, s’era messa a urlare: "Il lupo!... il lupo!..."
Che le aveva detto Capolino?
Uno solo poteva saperlo, cosí bene come se fosse stato presente
alla scena: Flaminio Salvo, che di là, tra Lando Laurentano e il
cognato Francesco Vella, sentiva prepotente il bisogno di
confessare il suo rimorso, ma che tuttavia, senza che potesse
impedirlo, si scusava accusandosi.
Francesco Vella gli aveva domandato, se si fosse mai accorto che
la figliuola amava il Costa.
"Se tu non lo sapevi!"
"Io lo sapevo. Ma potevo io, io padre, profferire la mia
figliuola a un mio dipendente? Quel disgraziato, lui, non se
n'era mai accorto, per la modestia della mia figliuola, e perché
a lui stesso non poteva passare per il capo una tal cosa; tanto
piú che, da un pezzo, era invescato nella passione per
quell'altra disgraziata... Ma il torto è mio, il torto è mio: io
non ho scuse! Nessuno meglio di me può sapere che il torto è
mio! Avevo beneficato quel povero giovine, come avevo beneficato
tutti coloro che laggiú lo hanno assassinato! Qual altro frutto
poteva recare il beneficio? Il Costa era cresciuto a casa mia,
come un figliuolo; e quella mia povera ragazza... Ma sí, certo!
E io, io vedevo bene la necessità che il male da me fatto in
principio, beneficando, si dovesse compiere con un matrimonio;
però, lo confesso, mi ripugnava, e cercavo d'allontanarlo quanto
piú mi fosse possibile. Ma, vedete: intanto, avevo richiamato
quel figliuolo dalla Sardegna, e lo avevo assunto alla direzione
delle zolfare d'Aragona; e ora, qua a Roma, avevo detto al
Capolino che, se il Costa fosse riuscito a domare quei bruti
laggiú, io gli avrei dato in premio la mia figliuola. Notate
questo: che dunque Capolino sapeva e, per conseguenza, sapeva
anche la moglie, che questo era il mio disegno. Sí, è vero,
sotto, avevo altre intenzioni, o piuttosto, una speranza...
Signori miei, io potevo bene per la mia figliuola aspirare a ben
altro... (e, cosí dicendo, fissò negli occhi Lando Laurentano).
L'avevo perciò condotta a Roma e mi proponevo di lasciarla qua
in casa di mia sorella, con la speranza che si distraesse da
quella sua puerile ostinazione. Ebbene, la signora Capolino
volle profittare di questa mia speranza per render vano quel mio
disegno: volle partire col Costa per toglierlo per sempre alla
mia figliuola. E il signor Capolino forse sperava che, sposo
Aurelio, domani, di mia figlia e già amante di sua moglie, egli
potesse seguitare a tenere un posto in casa mia. E ora, ora che
tutto gli è crollato cosí d'un tratto, ha gridato a mia figlia,
come mie, le sue macchinazioni! Ma io vi giuro, signori, che lo
schiaccerò, lo schiaccerò... Seppure... ormai... ormai..."
Scrollò le spalle, scartò con le mani quella sua minaccia come
se ogni proposito gli désse ora un'invincibile nausea. E andò a
buttarsi su una poltrona, come atterrito a mano a mano dal vuoto
arido, orrido, che dopo quel lungo sfogo gli s’era fatto dentro.
Nulla: non sentiva piú nulla: nessuna pietà, né affetto per
nessuno. Un fastidio enorme, anzi afa, afa sentiva ormai di
tutto, e specialmente della parte che doveva rappresentare, di
padre inconsolabile per quella sciagura della figliuola, che
invece non gli moveva altro che irritazione, ecco, e dispetto, e
quasi vergogna, sí, vergogna. Quella smania folle della
figliuola per l'innamorato lo rivoltava come alcunché di
vergognoso. E si domandava, con bieca crudezza, se avesse mai
amato veramente, di cuore, quella sua figliuola. No. Come per
dovere l'aveva amata. E ora che questo dovere gli si rendeva
cosí grave e penoso, non poteva provarne altro che uggia e
nausea. Ma sí, perché era anche fatalmente condannata quella sua
figliuola! Non era pazza la madre? E ormai, tutto quello che
poteva accadergli, ecco, gli era accaduto. La misura era colma,
e basta ormai! Lo sterminio della sorte su la sua esistenza era
compiuto; in quel vuoto arido, orrido, restava padrone, senza
piú nulla da temere. La morte non la temeva. E guardò il brillío
della grossa pietra preziosa dell'anello nel tozzo mignolo della
sua mano pelosa, posata su la gamba. Quel brillío, chi sa
perché, gli richiamò un lembo delle carni di Nicoletta Capolino
che laggiú quei bruti avevano arse. Sollevò il capo, con le nari
arricciate. Ah come volentieri avrebbe fumato un sigaro! Ma
pensò che non poteva fumare, perché in quel momento sarebbe
sembrato scandaloso. Sentí che Francesco Vella diceva a Lando
Laurentano:
" Ma sí, è certo: erano fuggiti! Partiti da quattro giorni,
arrivavano allora appena ad Aragona... Dove erano stati in
questi quattro giorni?"
E interloquí, con altra voce, con altro aspetto, come se non
fosse piú quello di prima:
"Non c'è luogo a dubbio," disse. "Già l'altro jeri da Napoli
m'era arrivata una lettera del Costa, con la quale si licenziava
da me. È andato dunque a morire per conto suo laggiú: e anche di
questo, dunque, posso non aver rimorsi.
Entrò a questo punto Ciccino come sospeso e smarrito
nell'ambascia della notizia che recava.
"Lando," disse esitante, "bisogna che ti avverta... Quel
vecchio..."
"Mauro?"
"Ecco, sí... era venuto qua col tuo domestico a cercarti per...
dice che... dice che hanno arrestato Roberto Auriti."
Lando impallidí, poi arrossí, aggrottando le ciglia come per un
pensiero che, contro la sua volontà, gli si fosse imposto; si
mostrò imbarazzato lí tra gente che aveva per sé una sciagura
ben piú grave.
"Vada, vada," s’affrettò a dirgli Flaminio Salvo, tendendogli
una mano e posandogli l'altra su una spalla per accompagnarlo.
"Le auguro," gli disse allora Lando, "che sia un turbamento
passeggero questo della sua figliuola."
Flaminio Salvo socchiuse gli occhi e negò col capo:
"Non mi faccio illusioni."
E rientrarono nel salone, cosí, con le mani afferrate.
Mauro Mortara, già da un pezzo esasperato, soffocato, ancora con
la povera fanciulla demente aggrappata al petto, non seppe
trattenersi a quello spettacolo: si scrollò con un muggito nella
gola, e gridò alle due donne che gli stavano attorno:
"Tenetela... prendetevela... Gli dà la mano... Non posso
vederlo... Sapete come si chiama? Ha il nome di suo nonno:
Gerlando Laurentano!"
E, strappandosi dalle braccia di Dianella, scappò via.
Flaminio Salvo schiuse le labbra a un sorriso amaro, piú di
commiserazione derisoria che di sdegno: e, alle scuse che gli
porgeva Lando Laurentano, rispose:
"Contagio... Niente principe... La pazzia purtroppo è
contagiosa..."
Inizio pagina