Parte Prima - Capitolo 3
"Di
qua, di qua, mi segua," disse al signore che gli veniva dietro
il vecchio cameriere dalle piote sbieche in fuori, che lo
facevano andare in qua e in là con le gambe piegate.
Attraversarono su i soffici tappeti polverosi tre stanze morte
in fila, in ognuna delle quali il cameriere, passando, apriva
gli scuri dei vecchi finestroni tinti di verde. Le stanze
tuttavia rimanevano in un'angustiosa penombra, sia per la
pesantezza dei drappi, sia per la bassezza della casa sovrastata
dagli edifizii di contro che paravano. Aperti gli scuri, il
cameriere guardava la stanza e sospirava, come per dire: "Vede
com'è arredata bene? E intanto non figura!".
Pervennero cosí al salone in fondo, lugubre e solenne, dal palco
scompartito, in rilievo, ornato di dorature.
Il signore trasse da un elegante portafogli un biglietto da
visita stemmato, ne piegò un lembo e lo porse al cameriere, il
quale, indicando un uscio nel salone, disse:
"Un momentino. C'è di là il cavalier Prèola."
"Prèola padre?"
"Figlio."
"E cavaliere per giunta?"
"Per me," protestò il vecchio inchinandosi profondamente con la
mano al petto, "tutti i padroni miei, cavalieri!"
E, andandosene su i piedi sbiechi, lesse sottecchi, sul
biglietto da visita: Cav. Gian Battista Mattina.
"(Costui - dunque - cavaliere autentico, pare)."
Il Mattina rimase in piedi, cogitabondo in mezzo al salone; poi
scrollò le spalle, seccato; volse uno sguardo distratto in giro;
vide uno specchio alla parete di fronte e vi s’appressò. In quel
vasto specchio, dalla luce tetra, la propria immagine gli
apparve come uno spettro; e ne provò un momentaneo turbamento
indefinito.
Spirava da tutti i mobili, dal tappeto dalle tende quel tanfo
speciale delle case antiche, d'una vita appassita
nell'abbandono. Quasi il respiro d'un altro tempo. Il Mattina si
guardò di nuovo attorno con una strana costernazione per la
immobilità silenziosa di quei vecchi oggetti, chi sa da quanti
anni lì senz'uso, e si accostò di piú allo specchio per
scrutarsi davvicino, movendo pian piano la testa, stirandosi fin
sotto gli occhi stanchi le punte dei folti baffi conservati neri
da una mistura, in contrasto coi capelli precocemente grigi che
conferivano cotal serietà al suo volto bruno. A un tratto, un
lunghissimo sbadiglio gli fece spalancare e storcere la bocca, e
all'emissione del fiato fradicio contrasse il volto in
un'espressione di nausea e di tedio. Stava per scostarsi dallo
specchio, allorché sul piano della mensola, chinando gli occhi,
scorse qua e là tanti bei mucchietti di tarlatura disposti quasi
con arte, e si chinò a mirarli con curiosità. Avevano lavorato
bene quelle tarme, e nessuno intanto pareva tenesse in debito
conto la lor fatica... Eppure, il frutto, eccolo là, bene in
vista, che diceva: "Questo è fatto. Portate via!". Stese una
mano a uno di quei mucchietti, ne prese un pizzico e strofinò le
dita. Niente! Neanche polvere... E, guardandosi i polpastrelli
dell'indice e del pollice, andò a sedere su una comoda poltrona
accanto al canapè. Seduto, la scosse un po', come per accertarsi
della solidità.
"Neanche polvere... Niente!"
Con una smorfia, trasse dal tavolinetto tondo innanzi al canapè
un album, in capo al quale era il ritratto del padrone dl casa,
il canonico Agrò.
Era sempre parso al Mattina che il canonico Pompeo Agrò avesse
una strana somiglianza con un uccellaccio, di cui non rammentava
il nome. Certo il naso, largo alla base, acuminato in punta,
s’allungava in quel volto come un becco Era però negli occhietti
grigi, vivi, sotto la fronte alta e angusta, tutta la malizia
astuta, sottile e tenace, di cui l'Agrò godeva fama.
Il Mattina esaminò quel viso, come se nei tratti di esso volesse
scorgere la ragione dell'invito ricevuto la sera avanti. Che
diamine poteva voler da lui l'Agrò? Il dissidio di questo
canonico gran signore col partito clericale, dissidio che
suscitava tanto scandalo in paese, era proprio proprio vero, o
non piuttosto un atteggiamento concertato, insidioso, per tradir
la buona fede dell'Auriti, penetrar nel campo avversario e
sorprenderne le mosse? Eh, a fidarsi d'una volpe... Quel
colloquio segreto col Prèola... Fosse tutto un tranello?
Alzò gli occhi, volse di nuovo lo sguardo attorno e di nuovo
dall'immobilità silenziosa di quei vecchi oggetti senz'uso e
senza vita si sentí turbato, quasi che essi, per averne egli
scoperto le magagne, lo spiassero ora piú ostili.
Udí per le tre stanze in fila la voce del vecchio cameriere, che
ripeteva:
"Di qua, di qua, mi segua."
Posò l'album e guardò in direzione dell'uscio.
"Oh! Verònica..."
"Caro Titta," rispose Guido Verònica, fermandosi in mezzo al
salone.
Si tolse le lenti per pulirle col fazzoletto pronto nell'altra
mano; strizzò gli occhi fortemente miopi, e con l'indice e il
pollice della mano tozza si stropicciò il naso maltrattato dal
continuo pinzar delle lenti; poi si appressò per sedere su la
poltrona di fronte al Mattina; ma questi, alzandosi, lo prese
sotto il braccio e gli disse piano:
"Aspetta, ti voglio far vedere..."
E lo condusse innanzi alla mensola per mostrargli tutti quei
mucchietti di polviglio.
Il Verònica, non comprendendo che cosa dovesse guardare, miope
com'era, si chinò fin quasi a toccar col naso il piano della
mensola.
"Tarli?" disse poi, ma senza farci caso, anzi guardando
freddamente il Mattina, come per domandargli perché glieli
avesse mostrati: e andò a sedere su la poltrona.
" Tu quoque?" domandò allora il Mattina, rimasto male e
volendo dissimular la stizza.
"Non so di che si tratti" gli rispose il Verònica con l'aria di
chi voglia nascondere un segreto.
"Neanch’io" s’affrettò a soggiungere il Mattina con
indifferenza. "Ho ricevuto un invito..."
E posò gli occhi senza sguardo su la fronte del Verònica
sconciata da tre lunghi raffrigni in vario senso: ferite ripor
tate in duello.
"Torni da Roma?"
"No. Da Palermo."
"E ti trattieni molto?"
"Non so."
Dimostrava chiaramente il Verònica con quelle secche risposte
che voleva restar chiuso in sé, per non darsi importanza con ciò
che - volendo - avrebbe potuto dire. Difatti il suo cómpito,
adesso, era questo: mostrarsi seccato, anzi stanco e sfiduciato.
Per sua disgrazia, egli - e tutti lo sapevano - aveva un ideale:
la Patria, rappresentata, anzi incarnata tutta quanta nella
persona di un vecchio glorioso statista, il Crispi, battuto
alcuni anni addietro in una tumultuosa seduta parlamentare, dopo
una lotta piccina e sleale. Per questo vecchio glorioso s’era
cimentato in tanti e tanti duelli, riportandone quasi sempre la
peggio; aveva respinto su i giornali con inaudita violenza di
linguaggio le ingiurie degli oppositori. Ma ormai, caduto quel
Vecchio, anche la patria per lui era caduta: trionfava la
marmaglia; non era noja, la sua; era propriamente schifo di
vivere. Non credeva affatto che Roberto Auriti potesse vincere,
quantunque sostenuto dal Governo; ma quel suo Vecchio venerato -
che ancora intorno all'avvenire della patria s’illudeva come un
fanciullo - gli aveva imposto di recarsi a Girgenti a combattere
per l'Auriti; sapeva che questi, piú che per le premure del
Governo, s’era piegato ad accettare la lotta per la spinta del
vecchio statista; ed eccolo a Girgenti. Tanto per non venir meno
al dovere, rispondeva ora all'invito dell'Agrò, d'un canonico,
lui che amava i preti quanto il fumo negli occhi. C'era;
bisognava che s’adattasse. Non ostante però la sfiducia con cui
s’era lasciato andare a quella impresa elettorale, si sentiva
alquanto stizzito nel vedersi messo ora alla pari con un Mattina
qualunque, appajato con costui nella piccola congiura che il
canonico Agrò pareva volesse ordire.
Il Mattina si mosse su la poltrona, sbuffando e prendendo
un'altra positura.
" Si fa aspettare..."
"Chi c'è di là?" domandò Guido Verònica, senz'ombra
d'impazienza.
Il Mattina si protese e disse sottovoce:
"Prèola figlio, la lancia spezzata d'Ignazio Capolino. L'ho
saputo dal cameriere. Che te ne pare? Domando e dico, che cosa
ci stiamo a fare qua noi due?"
" Sentiremo..." sospirò il Verònica.
"Non vorrei che..."
Il Mattina s’interruppe, vedendo aprir l'uscio ed entrare lungo
e curvo su la sua magrezza, il canonico Pompeo Agrò.
Facendo cenno con ambo le mani ai due ospiti di rimaner seduti,
disse con vocetta stridente:
"Chiedo vènia... Stieno, stieno seduti, prego. Caro Verònica;
cavaliere esimio. Qua, cavaliere, segga qua, accanto a me; non
ho paura de' suoi peccatacci di gioventú."
"Sí, gioventú!" sorrise il Mattina, mostrando il capo grigio.
Il Canonico trasse dal petto un vecchio orologino d'argento.
"Il pelo, eh, lei m'insegna, e non il vizio. Già le dieci
perbacco! Ho perduto molto tempo... Mah!"
S’alterò in volto; restò un momento perplesso, se dire o non
dire; poi, come attaccando una coda al sospiro rimasto in
tronco:
"La gratitudine, un mito!"
Tentennò il capo, e riprese:
" Sarebbero disposti lor signori a venire un momentino con me?"
"Dove?" domandò il Mattina.
"In casa di Roberto Auriti... tanto amico mio, tanto fin
dall'infanzia, lo sanno. I nostri padri, piú che fratelli,
compagni d'arme; quello di Roberto a Milazzo, e il mio cadde al
Volturno. Storia, questa. Se ne dovrebbe tener conto in paese,
invece di menare tanto scalpore per la mia... come la chiamano?
diserzione... eh? diserzione, già. La veste! Sissignori. Ma
sotto la veste c'è pure un cuore; e ce l'ho anch’io per la santa
amicizia, e anche... e anche..."
Il Canonico forse voleva aggiungere "per la patria", lo lasciò
intendere col gesto e pose un freno alla foga del sentimento
generoso. Si sforzava di parlar dipinto, con un risolino arguto
sulle labbra, strofinandosi di continuo sotto il mento le mani
ossute, come se le lavasse alla fontanella delle sue frasi
polite, sí, non però fluenti e limpide e continue, ma quasi a
sbruffi, esitanti spesso e con curiosi ingorghi esclamativi. Di
tratto in tratto, nel sollevar le pàlpebre stanche, lasciava
intravedere qualche obliquo sguardo fuggevole, cosí diverso
dall'ordinario, che subito ciascuno immaginava quell'uomo
dovesse, nell'intimità, non esser quale appariva, aver piú d'una
afflizione profondamente segreta che lo rendeva astuto e
cattivo, e travagli d'animo oscuri.
"Prima d'andare," riprese cangiando tono, "due paroline per
intenderci. Avrei meditato... messo sú, o mi sembra, un piccolo
piano di battaglia. Non la pretendo a generale, veh! Lor signori
combatteranno; io porterò il gamellino. Ecco. Ben ponderato
tutto, il nostro piú temibile avversario chi è? Il Capolino? No;
ma chi gli fa spalla: il Salvo, già suo cognato, potentissimo.
Ora io da buona fonte so che il Salvo fino a pochi giorni fa non
voleva permettere in verun modo questa... questa comparsa del
Capolino."
"Si, sí," confermò il Mattina. "A causa delle trattative di
matrimonio tra la sorella e il principe di Laurentano.
"Oh! Benissimo," approvò il Canonico. "Ma il Salvo concesse la
grazia di fargli spalla appena seppe che il principe non
intendeva d'aver riguardo alla parentela dell'Auriti e ordinava
non ne avesse parimenti il partito. Stando cosí le cose, le
sorti del nostro Roberto sono quasi disperate. Non c'illudiamo."
"Eh, lo so!" sbuffò il Verònica.
Inizio
pagina
Subito il Canonico lo fermò con un gesto della mano,
seguitando:
"Ma se. noi, ecco, pognamo che noi, signori miei, a dispetto
della libertà concessa dal principe, riuscissimo a legar mani e
piedi al colosso, al Salvo... eh? Come? Ecco: sarebbe questo il
mio piano."
Pompeo Agrò, data cosí l'esca alla curiosità, stette un pezzo
con le mani spalmate, sospese sotto il mento; poi le ritrasse,
richiudendole; chiuse anche gli occhi per raccogliersi meglio;
lasciò andar fuori un altro: "Ecco!", come un gancio per
sostener l'attenzione dei due ascoltatori, e rimase ancora un
po' in silenzio.
"Lor signori sanno le condizioni con cui si effettuerà il
matrimonio per espressa volontà del Laurentano. Ora queste
condizioni, secondo che io ho divisato, dovrebbero diventare il
punto... come diremo? vulnerabile del Salvo."
"Il tallone d'Achille," suggerí il Mattina, scotendosi, per dire
una cosa nuova.
"Benissimo! d'Achille!" approvò l'Agrò. "E mi spiego. Preme al
Salvo certamente, avendole accettate, che il figlio del
principe, residente a Roma (mi par che si chiami Gerlando, eh?
come il nonno: Gerlandino, Landino) non sia o almeno, non si
mostri apertamente contrario a questo matrimonio del padre. Anzi
so che il Salvo ha posto come patto la presenza del giovine alla
cerimonia nuziale, per il riconoscimento del vincolo da parte
sua e come impegno da gentiluomo per l'avvenire. Io non conosco
codesto Gerlandino, ma so che è di pelo... cioè, diciamo, di
stampa ben altra dal padre."
"Opposta!" esclamò il Veronica. "Io lo conosco bene."
"Oh bravo!" soggiunse l'Agrò. "Ammesso dunque che non abbia
neppure le idee di Roberto Auriti, tra i due, voglio dire tra
questo e un Capolino, dovrebbe aver piú cara, m'immagino, la
vittoria del parente."
Guido Verònica, a questo punto, si scosse e sospirò a lungo,
come per vôtarsi dell'illusione accolta per un momento, e disse:
"Ah, no, non credo, sa! non credo proprio che Lando si impicci
di codeste cose..."
"Mi lasci dire," riprese il Canonico, con voce agretta. "A me
non cale che se ne impicci: vorrei saper solamente da lei che è
stato tanto tempo a Roma e conosce il giovine, se l'antagonismo,
diciamo cosi, tra don Ippolito Laurentano e donna Caterina
Auriti sussista anche tra i loro figliuoli.
"No, questo no!" rispose subito il Verònica. "Sono anzi in buon
accordo, amici."
"Mi basta!" esclamò allora il Canonico picchiandosi col dorso
d'una mano la palma dell'altra. "Mi strabasta! Se della
parentela con l'Auriti non vuole tener conto il padre, può
invece, o potrebbe, tener conto il figlio. Ed ecco legato il
Salvo, il colosso!"
Pompeo Agrò volle godere un momento di quella prima vittoria
guardando acutamente, con un sorrisino un po' smorboso, il
Verònica, poi il Mattina, già accampati entrambi nel suo piano,
stimato almeno meditabile. Quindi, come un generale non contento
di vincere soltanto a tavolino, con le leggi della tattica,
scese a osservare le difficoltà materiali dell'impresa.
"Il punto," disse, "sarà persuadere a quel benedetto Roberto di
servirsi di questo spediente. Giacché, per lo meno abbiamo
bisogno di una lettera privata di Gerlandino, da far vedere o
conoscere in qualche modo al Salvo, ecco! o diretta al Salvo
stesso, che sarà difficile, o a Roberto, o a qualche amico: a
lei, per esempio, caro Verònica: insomma, una prova, un
documento..."
Guido Verònica non volle dichiarare ch’egli non poteva
attendersi una lettera da Lando, col quale non aveva alcuna
intimità; stimò, sí, ingegnoso il piano dell'Agrò, ma forse
inattuabile per la troppa schifiltà di Roberto il quale... il
quale... sí, benemerenze patriottiche...
""Onestà immacolata!"" soggiunse l'Agrò.
"Sí"," concesse il Verònica, "e anche ingegno, se vogliamo;
ma... ma... ma... al dí d'oggi... e gli secca il Prefetto e par
che gli secchino anche gli amici... basta! Sarà un affar serio!
io, per me, mi metterei anche la pelle alla rovescia per
ajutarlo, però..."
S’interruppe; si batté la fronte con una mano; esclamò:
"Ho trovato! Giulio... c'è Giulio... il fratello di Roberto,
giusto in questo momento nella segreteria particolare di S. E.
il ministro D'Atri: eh, perbacco! a lui sí posso scrivere... è
intimissimo di Lando. Da Giulio si otterrà facilmente quello che
vogliamo, senza farne saper nulla a Roberto, che opporrebbe chi
sa quanti ostacoli. Ecco fatto!"
"Bravissimo! bravissimo!" non rifiniva piú d'esclamare il
Canonico, gongolante.
Solo il Mattina era rimasto come una barca, la cui vela non
riuscisse a pigliar vento. Vedendo quell'altre due barche filar
cosi leste senza piú curarsi di lui rimasto floscio indietro si
sentí umiliato, volle dir la sua e, non potendo altro, si provò
a soffiare un po' di vento contrario e a parar qualche secca o
qualche scoglio.
"Già,"disse,"ma non sarà troppo tardi, signori miei?
Riflettiamo! Prima che la lettera arrivi, anche facendo con la
massima sollecitudine, di qui a Roma, chiama e rispondi! Ci
vorrà una settimana; dico poco. Il Salvo avrà tutto il tempo, di
compromettersi e non si potrà piú tirare indietro.
" Eh, lo vorrò vedere!" esclamò il Canonico con un sogghignetto,
e alzando una mano, come per salutarlo da lontano. "No, sa! no,
sa! Mai piúú mai piúú, mai piúú... Vuole che gli stia poi tanto
a cuore il Capolino?"
"Ma la propria dignità, scusi!" si risentí il cavaliere, come se
fosse in ballo la sua. "Bella figura ci farebbe! Ma sa che oggi
stesso nella sala di redazione dell’Empedocle si
proclamerà ufficialmente la candidatura di Capolino con
l'intervento del Salvo e di tutti i maggiorenti del partito? Non
scherziamo!"
"In questo caso," saltò a dire il Verònica, "per far piú presto,
si spedirà a Giulio ora stesso, d'urgenza, un telegramma in
cifre. Roberto ha un cifrario particolare col fratello. Non
perdiamo piú tempo... Piuttosto... aspetti!... ora che ci
penso... il Selmi... perdio!"
"Selmi?" domandò il Canonico, stordito da quel nome che cadeva
all'improvviso come un ostacolo insormontabile su la via cosí
bene spianata. "Il deputato Selmi?"
"Corrado Selmi, sí,"rispose il Verònica. "L'ho visto a
Palermo... Ha promesso a Roberto di venire qua, per lui, e che
anzi avrebbe tenuto un discorso..."
"Ebbene?" fece l'Agrò. "Anzi, un parlamentare di tanta
autorità... vero patriota..."
"Lasci andare! lasci andare!" lo interruppe il Verònica,
socchiudendo gli occhi, scotendo una mano. "Patriota... va bene!
Bacato, bacato, bacato, caro Canonico... Debiti...
compromissioni... storie... e Dio non voglia che il povero
Roberto per causa di lui... Basta. Non è per questo, adesso...
Ma per Lando Laurentano..."
E Guido Verònica fece piú volte schioccar le dita, come per
strigarsele dell'impiccio che gli dava il pensiero del Selmi.
"Non capisco..." osservò il Canonico. "Forse tra il Laurentano e
il Selmi?..."
"Eh, altro!" esclamò il Verònica. "Nimicizia mortale!"
"Affar di donne," aggiunse il Mattina, serio, socchiudendo gli
occhi, soddisfattissimo di quella contrarietà."
E il Canonico, incuriosito:
" Ah sí? di donne?"
" Storia vecchia," rispose il Verònica. "Finita, a quanto pare,
ma, fino a un anno fa, Corrado Selmi - lo dico perché tutta Roma
lo sa - fu l'amante di donna Giannetta D'Atri, moglie del
Ministro d'oggi."
Il Canonico levò una mano:
"Uh, che cose! E questa... e questa donna Giannetta chi
sarebbe?"
"Ma una Montalto!" disse il Verònica. "Cugina di Lando... Lei sa
che la prima moglie del principe fu una Montalto."
"Ah, ecco! E forse il giovine...?"
"Da ragazzo, tra cugini... Questo non lo so bene. Il fatto è che
Lando Laurentano provocò due volte il Selmi... Ora, capirà, se
questi viene qua a sostenere la candidatura di Roberto..."
"Già, già, già... ora comprendo!" esclamò il Canonico. "Si
dovrebbe impedire! Ah, si dovrebbe impedire!"
"Forse non sarà difficile," concluse il Verònica. "Perché
Corrado Selmi avrà da combattere per sé nel suo collegio. Basta,
vedremo. Adesso andiamo subito da Roberto."
Il Canonico si alzò.
"Pronti," disse. "La vettura è giú. Un momentino, col loro
permesso. Prendo il cappello e il tabarro."
Poco dopo, il Verònica e il Mattina rividero il vecchio
cameriere dai piedi sbiechi, parato da automedonte, e salirono
in vettura con l'Agrò.
Venendo su dal Ràbato, per piazza San Domenico notarono subito
un movimento insolito lungo la via maestra. Quattro, cinque
monellacci, correndo e fermandosi qua e là, strillavano il
giornaletto clericale Empedocle, che pareva andasse a
ruba.
"L'Impíducli! L'Impíducli!"
E per tutto si formavano capannelli, qua a leggere, là a
commentar vivamente qualche articolo, certo violento, stampato
in quel foglio.
Il Verònica, vedendo passare presso la vettura uno di quegli
strilloni, non seppe resistere alla tentazione, e mentre il
Canonico - che per le vie della città, in quei giorni, si
sentiva in mezzo a un campo nemico - consigliava: ""Meglio a
casa! meglio a casa!"" si fece buttare nella vettura una copia
del giornale. La prese il Mattina.
" Leggo io?"
E cominciò a leggere sottovoce l'articolo di fondo, quello che,
indubbiamente, suscitava tanto fermento nel pubblico.
Era intitolato Patrioti per bisogni di famiglia, e si
riferiva senza far nomi, ma con turpe evidenza - alla memoria di
Stefano Auriti, padre di Roberto, alterando con vilissima
calunnia la storia romanzesca del suo amore per Caterina
Laurentano: la fuga dei due giovani poco prima della rivoluzione
del 1848; la parte presa da Stefano Auriti a questa rivoluzione
"non già per amor di patria, ma appunto per bisogni di famiglia,
cioè per la conquista d'una dote insieme con le grazie del
suocero per forza, ricco, liberale, sí, ma, ahimè, d'una
inflessibilità superiore a ogni previsione".
Man mano, leggendo, la voce del Mattina si alterava dallo
sdegno, acceso maggiormente dall'indignazione dell'Agrò, che
prorompeva di tratto in tratto, accennando di turarsi le
orecchie e buttandosi indietro:
"Oh vigliacchi! oh vigliacchi!"
Inizio pagina
A un certo punto il Mattina si vide strappar di mano il
giornale. Guido Verònica, pallidissimo, col volto scontraffatto
dall'ira, aprí lo sportello della vettura, ne balzò fuori e,
senza sentire i richiami del Canonico, tanto per cominciare, si
lanciò di furia tra un crocchio di gente, in mezzo al quale
stava il Capolino, a cui schiaffò in faccia il giornale,
stropicciandoglielo sul muso. L'aggressione fu cosí fulminea,
che tutti restarono per un momento storditi e sgomenti, poi
s’avventarono addosso all'aggressore: accorse gente, vociando,
da tutte le parti: nel mezzo era la mischia, fitta: volavano
bastonate, tra urli e imprecazioni. Il Mattina non ebbe tempo né
modo di cacciarsi in difesa del Verònica; ma, poco dopo,
l'abbaruffío, lí nel forte, si allargò: la rissa era partita. Il
Canonico chiamava il Mattina, smaniando, dalla vettura. Questi
udí alla fine e si volse; ma vide in quella il Verònica, senza
cappello, senza lenti, strappato, ansimante tra una frotta di
giovani che evidentemente lo difendevano, e accorse. Ritornò,
poco dopo, alla vettura del Canonico:
"Niente" disse; "stia tranquillo; andiamo pure; è tra amici; se
l'è cavata bene."
Il Canonico tremava tutto.
"Signore Iddio, Signore Iddio... che scandalo... Ma perché?...
Schifosi... Non conveniva sporcarsi le mani... E ora che
avverrà?"
"Oh," fece con una certa sprezzatura il Mattina. "Un duello; è
semplicissimo... o una querela, se la santa religione non
consentirà a quel farabutto di dar conto delle turpitudini che
pure gli ha permesso di sfognare."
"La religione, scusi, lasciamola stare, cavaliere," disse Pompeo
Agrò pacatamente. "Non c'entra e... mi lasci dire! non c'entra
neppure il Capolino."
"Come no?"
"Mi lasci dire. Io so chi ha scritto l'articolo, quella sozzura.
Il Prèola, il Prèola venuto stamani da me, non so da chi
spedito... Brutto ingrato! feccia d'uomo!"
"Ma il Capolino," obbiettò il Mattina, "è direttore del giornale
e ha lasciato passar l'articolo."
"Giurerei, metterei le mani sul fuoco," rispose il Canonico,
"che non lo lesse prima. È mio avversario, veda, eppure lo
riconosco incapace d'una siffatta bassezza... E ora che
troveremo in casa di Roberto?"
Donna Caterina Auriti-Laurentano abitava con la figlia
Anna, vedova anch’essa, e col nipote, una vecchia e triste casa
sotto la Badía Grande.
La casa era appartenuta a Michele Del Re, marito di Anna che
null'altro aveva potuto lasciare in eredità alla vedova
giovanissima, all'unico figliuolo, Antonio, che ora aveva circa
diciott'anni .
Vi si saliva per angusti vicoli sdruccioli, a scalini, malamente
acciottolati, sudici spesso, intanfati dai cattivi odori misti
esalanti dalle botteghe buje come antri, botteghe per lo piú di
fabbricatori di pasta al tornio, stesa lí su canne e cavalletti
ad asciugare, e dalle catapecchie delle povere donne, che
passavano le giornate a seder su l'uscio, le giornate eguali
tutte, vedendo la stessa gente alla stess’ora, udendo le solite
liti che s’accendevano da un uscio all'altro tra due o piú
comari linguacciute per i loro monelli che, giocando, s’erano
strappati i capelli o rotta la testa. Unica novità, di tanto in
tanto, il Viatico; il prete sotto il baldacchino, il campanello,
il coro delle divote:
Oggi e sempre sia lodato
Nostro Dio Sacramentato...
Morto il marito, dopo appena tre anni di matrimonio,
Anna Auriti era quasi morta anch’essa per il mondo. Fin dal
giorno della sciagura non era uscita mai piú di casa, neanche
per andare a messa le domeniche; né s’era mai piú mostrata,
nemmeno attraverso i vetri delle finestre sempre socchiuse.
Soltanto le monache della Badía Grande, affacciandosi alle grate
a gabbia, avevano potuto vederla dall'alto, quand'ella veniva a
prendere, sul vespro, un po' d'aria nell'angusto giardinetto
pensile della casa, ch’era addossata alla tetra, altissima
fabbrica di quella badía, già antico castello baronale dei
Chiaramonte. Né certo quelle monache avevano potuto sentire
alcuna invidia di lei, reclusa come loro. Come loro, se non piú
semplicemente, vestiva di nero, sempre; come loro nascondeva,
sotto un fazzoletto nero di seta annodato al mento, i capelli,
se non recisi, non piú curati affatto, appena ravviati in due
bande e attorti alla lesta dietro la nuca; que' bei capelli
castani, voluminosi, che tanta grazia un giorno, acconciati con
arte, avevano dato al suo pallido, mite, soavissimo volto.
Donna Caterina aveva condiviso strettamente questa clausura
della figlia, vestita anch’essa di nero, fin dal 1860, data
della morte eroica del marito, a Milazzo. Rigida, magra, non
aveva l'aria di mesta rassegnazione della figlia. La macerazione
cupa dell'orgoglio, la fierezza del carattere che, a costo
d'incredibili sacrifizii, non s’era mai smentita di fronte alle
piú crudeli avversità della sorte, le avevano alterato cosí i
lineamenti del volto, che nessuna traccia esso ormai serbava piú
dell'antica bellezza. Il naso le si era allungato, affilato e
teso sulla bocca vizza, qua e là rientrante per la perdita di
alcuni denti; le gote le si erano affossate; aguzzato il mento.
Ma sopra tutto gli occhi, sotto le folte sopracciglia nere,
mostravano la rovina di quel volto: le pàlpebre s’eran
rilassate, una piú, l'altra meno; e quell'occhio piú dell'altro
socchiuso, dallo sguardo lento, velato d'intensa angoscia,
conferiva a quella faccia spenta l'aspetto d'una maschera di
cera, orribilmente dolorosa. I capelli, intanto, le erano
rimasti nerissimi e lucidi, quasi per dileggio, per far
risaltare meglio lo scempio di quelle fattezze e smentir la
credenza che i dolori facciano incanutire. Aveva sofferto tutto
donna Caterina Laurentano, anche la fame, lei nata nel fasto,
allevata e cresciuta fra gli splendori d'una casa principesca:
la fame, quando, domata la rivoluzione del 1848, a diciotto
anni, col primo figliuolo neonato, Roberto, aveva dovuto seguire
nell'esilio, in Piemonte, il marito, escluso con altri
quarantatré dall'amnistia, e condannato alla confisca dei pochi
beni. Il padre, don Gerlando Laurentano, anch’egli tra quei
quarantatré esclusi, la aveva allora invitata ad andare con lui
a Malta, suo luogo d'esilio, a patto però che avesse abbandonato
per sempre Stefano Auriti. Lei? Aveva rifiutato sdegnosamente; e
con piú sdegno aveva poi rifiutato l'elemosina del fratello
Ippolito, il quale con altri pochi indegni della nobiltà
siciliana era andato a ossequiar Satriano a Palermo, e ne aveva
ottenuto la restituzione dei beni confiscati al padre. Ed era
andata a Torino col marito, tutti e due sperduti e come ciechi,
a mendicare per quel figlioletto la vita. Nessuno degli esuli,
dei fuorusciti siciliani colà, aveva voluto credere dapprima che
ella, di cosí cospicui natali, unica figliuola femmina del
principe di Laurentano, non avesse portato nulla con sé, né
ricevesse soccorsi dalla famiglia; e Stefano Auriti era stato
perciò in tutti i modi ostacolato dagli stessi compagni di
sventura nella ricerca affannosa d'un posticino che gli avesse
dato pane, solo pane per la moglie e per sé. E allora ella s’era
gravemente ammalata e per cinque mesi era stata in un ospedale,
ricoverata per carità dopo infiniti stenti, e per carità il
piccolo Roberto era stato allevato in un altro ospizio. S’erano
ravveduti finalmente e commossi i compagni d'esilio e avevano
ajutato a gara Stefano Auriti. Uscita dall'ospedale, ella aveva
ricevuto la notizia che il padre, don Gerlando Laurentano, era
morto volontariamente a Búrmula, di veleno. Dei dodici anni
passati a Torino, fino al 1860, donna Caterina serbava ormai una
memoria vaga, confusa, come di una vita non vissuta propriamente
da lei, ma piuttosto immaginata in un sogno strano e violento,
in cui tuttavia sprazzavano visioni liete, qualche momento
felice e ardente, d'entusiasmo patriottico. Incancellabilmente
impressa nel cuore aveva invece l'ora del risveglio da questo
sogno: allorché le era pervenuta la notizia che Stefano Auriti,
partito col figliuolo appena dodicenne da Quarto con Garibaldi
per la liberazione della Sicilia, era caduto nella battaglia
campale di Milazzo. Neanche la grazia di farla impazzire aveva
voluto concederle Iddio in quel momento! E aveva dovuto sentire,
vedere quasi, il suo cuore di moglie straziato, colpito a morte,
là in Sicilia, trascinarsi sanguinando dietro al figliuolo
giovinetto, rimasto ora senza il presidio del padre a seguitare
la guerra. Le avevano fatto a Torino una colletta, e coi due
orfanelli, Giulio e Anna, nati colà, era ritornata in Sicilia,
nella patria già liberata; ma da vedova, in gramaglie, e piú
misera di come ne era partita: tra l'esultanza di tutti, lei,
con quei due piccini, vestiti anch’essi di nero. Roberto era già
entrato a Napoli con Garibaldi, e ora combatteva sotto Caserta,
accanto a Mauro Mortara. Era stata accolta in casa degli Alàimo,
parenti poveri di Stefano Auriti. Novamente il fratello
Ippolito, ora riparato a Colimbètra, le aveva profferto ajuto; e
novamente, con pari sdegno, ella lo aveva rifiutato,
meravigliando e gettando nella costernazione gli Alàimo, che la
ospitavano. Povera gente, anche d'intelletto povera e di cuore,
quante amarezze non le aveva cagionate! S’era dovuta guardare da
loro, come da nemici acerrimi della sua dignità, ch’essi non
intendevano; capacissimi com'erano di chiedere e d'accettare di
nascosto quell'ajuto che ella aveva rifiutato, non contenti del
lavoro che faceva in casa e che si procacciava da fuori per
cavarne un giusto compenso al poco dispendio che dava loro.
S’era rialzata per poco da quell'orribile avvilimento al ritorno
di Roberto, accolto da tutto il paese quasi in delirio. Ancora,
ricordando quel giorno, quel momento, le sue misere carni eran
corse da brividi. Ah con quale esultanza, con che spasimo
d'amore e di dolore s’era serrato al seno il figliuolo, che
ritornava solo, senza il padre, l'eroe giovinetto dalla camicia
rossa, che il popolo le aveva recato su le braccia in trionfo!
Il Governo provvisorio le aveva accordato un sussidio mensile, e
a Roberto - non potendo altro, per l'età - aveva accordato una
borsa di studio in Palermo. L'aveva perduta pochi anni dopo,
questa borsa, Roberto, per seguir Garibaldi alla conquista di
Roma. Ma al torrente di sangue giovanile, che avrebbe ristorato
le vene esauste di Roma, la ragion di Stato aveva opposto, ad
Aspromonte, un argine di petti fraterni; e Roberto, con gli
altri, era stato preso e imprigionato, prima alla Spezia, poi al
forte Monteratti a Genova. Liberato, aveva ripreso gli studii,
per poco. Nel 1866, dietro a Garibaldi, di nuovo. Solo nel 1871
gli era venuto fatto di laurearsi in legge; e subito era andato
a Roma per provvedere, dopo tante vicende tumultuose, alla
propria esistenza e a quella dei suoi. Qualche anno dopo, lo
aveva raggiunto il fratello Giulio. Anna, a Girgenti, aveva già
trovato marito, e donna Caterina - aspettando che Roberto a Roma
si facesse largo e si preparasse un avvenire degno del suo
passato, e la consolasse infine di tutte le amarezze patite e
dell'avvilimento per cui maggiormente aveva sofferto - era
andata a vivere in casa del genero Michele Del Re. La morte di
questo, tre anni dopo, la sciagura della figlia, la miseria
sopravvenuta di nuovo, quasi non avevano avuto potere di
scuoterla da un dolore piú cupo e profondo, in cui era caduta.
Il figlio, il figlio da cui tanto si aspettava, il suo Roberto,
fra il trambusto violento della nuova vita nella terza Capitale,
tra la baraonda oscena dei tanti che vi s’abbaruffavano
reclamando compensi, carpendo onori e favori, il suo Roberto si
era perduto! Stimando semplicemente come suo dovere quanto aveva
fatto per la patria, non aveva voluto né saputo accampare alcun
diritto a compensi, aveva forse sperato e atteso che gli amici,
i compagni, si fossero ricordati di lui dignitoso e modesto. Poi
forse lo schifo lo aveva vinto e tratto in disparte. E qual
rovinío era sopravvenuto in Sicilia di tutte le illusioni, di
tutta la fervida fede, con cui s’era accesa alla rivolta! Povera
isola, trattata come terra di conquista! Poveri isolani,
trattati come barbari che bisognava incivilire! Ed eran calati i
Continentali a incivilirli: calate le soldatesche nuove,
quella colonna infame comandata da un rinnegato, l'ungherese
colonnello Eberhardt, venuto per la prima volta in Sicilia con
Garibaldi e poi tra i fucilatori di Lui ad Aspromonte, e
quell'altro tenentino savojardo Dupuy, l'incendiatore; calati
tutti gli scarti della burocrazia; e liti e duelli e scene
selvagge; e la prefettura del Medici, e i tribunali militari, e
i furti, gli assassinii, le grassazioni, orditi ed eseguiti
dalla nuova polizia in nome del Real Governo; e falsificazioni e
sottrazioni di documenti e processi politici ignominiosi: tutto
il primo governo della Destra parlamentare! E poi era venuta la
Sinistra al potere, e aveva cominciato anch’essa con
provvedimenti eccezionali per la Sicilia; e usurpazioni e truffe
e concussioni e favori scandalosi e scandaloso sperpero del
denaro pubblico; prefetti, delegati, magistrati messi a servizio
dei deputati ministeriali, e clientele spudorate e brogli
elettorali; spese pazze, cortigianerie degradanti; l'oppressione
dei vinti e dei lavoratori, assistita e protetta dalla legge, e
assicurata l'impunità agli oppressori...
Inizio pagina
Da due giorni - dacché Roberto era arrivato a Girgenti usciva
dalla bocca amara di donna Caterina Auriti questo fiotto
veemente di crudeli ricordi, d'acerbe rampogne, di fiere accuse.
Guardando il figlio, a traverso le pàlpebre rilassate, con
quell'occhio quasi spento, si votava il cuore di tutte le
amarezze accumulate in tanti anni, di tutto il dolore, di cui
l'anima sua s’era nutrita e attossicata.
"Che speri? che vuoi?" - gli domandava. "Che sei venuto a far
qui?"
E Roberto Auriti, investito dalla furia della madre, taceva
aggrondato, a capo chino, con gli occhi chiusi.
Aveva ormai quarantatré anni: già calvo, ma vigoroso, col volto
fortemente inquadrato dalle folte sopracciglia nere, quasi
giunte, e dalla corta barba pur nera, se ne stava avvilito e
addogliato, come un fanciullo debole al cospetto di quella madre
che, pur cosí debellata dai dolori e dagli anni, serbava tanta
energia e cosí fieri spiriti. Si sentiva veramente sconfitto.
L'animo, troppo teso negli sforzi della prima gioventú, gli era
venuto meno a poco a poco, di fronte alla nuova, laida guerra,
guerra di lucro, guerra per la conquista indegna dei posti. E ne
aveva chiesto uno anche lui, non per sé, per il fratello Giulio,
e lo aveva ottenuto al Ministero del tesoro. Egli s’era affidato
agli scarsi, incerti proventi della professione d'avvocato:
proventi che tuttavia, tal volta, non gli lasciavano al tutto
tranquilla la coscienza, non già perché non li credesse meritato
compenso al proprio lavoro, allo zelo; ma perché la maggior
parte delle liti gli venivano per il tramite dei deputati
siciliani suoi amici, di Corrado Selmi specialmente, e per
parecchie aveva il dubbio che le avesse vinte, non tanto per la
sua bravura, quanto per l'indebita e non gratuita ingerenza di
quelli. Ma egli, morto il cognato Michele Del Re, aveva la madre
e la sorella vedova e il nipote da mantenere a Girgenti; oltre
che a Roma, da parecchi anni, non era piú solo. Certo la madre
non ignorava la convivenza di lui a Roma con una donna, di cui
per antichi pregiudizii e per la puritana rigidezza dei costumi
non poteva avere alcuna stima; non glien'aveva mai fatto parola;
ma egli sentiva l'aspra condanna nel cuore materno, un'altra
amarezza - secondo lui ingiusta - che la madre non gli mostrava
per non avvilirlo, per non ferirlo vieppiú. Ma forse donna
Caterina, in quei momenti, non ci pensava nemmeno, tutt'intesa
com'era a mettere innanzi al figlio, con foga inesausta, insieme
coi ricordi luttuosi della famiglia, le condizioni tristissime
del paese. E durante quest'esposizione, la sorpresero il
canonico Pompeo Agrò e il Mattina.
Dalla cordialità vivace, con cui Roberto Auriti lo accolse, l'Agrò
comprese subito ch’egli ignorava ancora la pubblicazione di quel
turpe articolo. Presentò il Mattina, ossequiò la signora.
Donna Caterina aspettò che i primi convenevoli fossero scambiati
e che i due amici esprimessero la gioja di rivedersi dopo tanti
anni; e riprese, rivolta all'Agrò:
"Per carità, Monsignore, glielo faccia intendere anche lei, che
è amico sincero. Qua siamo tra noi. Anche questo signore, se
l'ha condotto lei, sarà un amico. Io voglio persuadere mio
figlio a non accettare questa lotta."
"Mamma..."pregò Roberto, con un sorriso afflitto.
"Sí, sí," incalzò la madre. "Lo dicano loro. Che ha fatto
Roberto, e perché, in nome di che cosa viene oggi a chiedere il
suffragio del suo paese? Forse in nome di tutto ciò che fece da
giovinetto, in nome del padre morto, dei sacrifizii e degli
ideali santi per cui quei sacrifizii furono fatti e quello
strazio sofferto? Farà ridere!"
"Oh, no, perché, donna Caterina?" si provò a interrompere il
canonico Agrò, portandosi una mano al petto, quasi ferito. "Non
dica cosí."
"Ridere! ridere!" incalzò quella con piú foga. "Lo sa bene anche
lei come quegli ideali si sono tradotti in realtà per il popolo
siciliano! Che n'ha avuto? com'è stato trattato? Oppresso,
vessato, abbandonato e vilipeso! Gli ideali del Quarantotto e
del Sessanta? Ma tutti i vecchi, qua, gridano: Meglio prima!
Meglio prima! E lo grido anch’io, sa? io, Caterina
Laurentano, vedova di Stefano Auriti!"
"Mamma! mamma!" supplicò Roberto, con le mani agli orecchi.
E subito la madre:
"Sí, figlio: perché prima almeno avevamo una speranza, quella
che ci sostenne in mezzo a tutti i triboli che tu sai e non sai,
là, a Torino... Nessuno vuol piú saperne, ora, credi. Troppo
cari si son pagati, quegli ideali; e ora basta! Ritórnatene a
Roma! Non voglio, non posso ammettere che tu sia venuto qua in
nome del Governo che ci regge. Tu non hai rubato, figlio, non
hai prestato man forte a tutte le ingiustizie e le turpitudini
che qua si perpetrano protette dai prefetti e dai deputati, non
hai favorito la prepotenza delle consorterie locali che
appestano l'aria delle nostre città come la malaria le nostre
campagne! E allora perché? che titoli hai per essere eletto? chi
ti sostiene? chi ti vuole?"
Entrò, in questo punto, Guido Verònica, rassettato e ricomposto.
Era salito all'albergo dopo la rissa per cambiarsi d'abito, e vi
aveva lasciato detto che se qualcuno fosse venuto a cercar di
lui, egli sarebbe ritornato alle ore tre del pomeriggio. Subito
l'Agrò e il Mattina gli fecero cenno con gli occhi, che Roberto
non sapeva nulla. Donna Caterina Auriti s’era levata in piedi,
per incitare il figlio a rifiutare l'ajuto del Governo, che del
resto non avrebbe avuto alcun valore nell'imminente lotta, e ad
accettar questa, invece, in nome dell'isola oppressa. Non
avrebbe vinto, certamente; ma la sconfitta almeno non sarebbe
stata disonorevole e sarebbe servita di mònito al Governo.
"Perché voi lo vedrete," concluse. "Faccio una facile profezia:
non passerà un anno, assisteremo a scene di sangue."
Guido Verònica parò le mani grassocce.
"Per carità, signora mia, per carità, non dica codeste cose, che
sono orribili in bocca a lei! Le lasci dire ai sobillatori che,
senza volerlo, fanno il giuoco dei clericali! Scusi, Canonico;
ma è proprio cosí! Quattro mascalzoni ambiziosi che seminano la
discordia per assaltare i Consigli comunali e provinciali e
anche il Parlamento; altri quattro ignobili nemici della patria
che sognano la separazione della Sicilia sotto il protettorato
inglese, uso Malta! E c'è poi la Francia, la nostra cara sorella
latina, che soffia nel fuoco e manda denari per trar partito
domani di qualche sommossa brigantesca, ispirata dalla mafia!"
"Ah sí?" proruppe donna Caterina, che s’era tenuta a stento.
"Lei si conforta cosí? Sono tutte calunnie, le solite, quelle
che ripetono i ministri, facendo eco ai prefetti e ai tirannelli
locali capi-elettori; per mascherare trenta e piú anni di
malgoverno! Qua c'è la fame, caro signore, nelle campagne e
nelle zolfare; i latifondi, la tirannia feudale dei cosiddetti
cappelli, le tasse comunali che succhiano l'ultimo sangue
a gente che non ha neanche da comperarsi il pane! Si stia zitto!
si stia zitto!"
Guido Verònica sorrise nervosamente, aprendo le braccia; poi si
rivolse a Roberto:
"Oh senti... (col suo permesso, signora!): avrei bisogno del tuo
cifrario, per spedire un telegramma d'urgenza a Roma."
"Ah già, bravo, bravo!" esclamò il canonico Agrò, riscotendosi
dal doloroso atteggiamento preso durante la violenta intemerata
di donna Caterina.
Roberto si recò di là per il cifrario. La conversazione cadde
fra i tre amici e la vecchia signora; poi l'Agrò per rompere il
silenzio penoso sopravvenuto, sospirò:
"Eh, certo sono tristi assai le condizioni del nostro povero
paese!"
E la conversazione fu ripresa un po', ma senza piú calore. I tre
avevano un'intesa segreta tra loro ed erano anche gonfii e
costernati dello scandalo di quell'articolo: si scambiavano
occhiate d'intelligenza, avrebbero voluto rimanere soli un
momento per accordarsi sul miglior modo di preparare Roberto. Ma
donna Caterina non se n'andava.
" Sa se Corrado Selmi," le domandò Guido Verònica, "ha scritto a
Roberto che verrà?"
"Verrà, verrà," rispose ella, scrollando il capo con amaro
sdegno.
"Ci ho pensato," disse piano il Verònica all'Agrò e al Mattina.
"Tanto meglio, se viene. Anzi gli spedirò io stesso un
telegramma perché venga subito, per me, capite? Cosí
Lando... zitti, ecco Roberto."
Ma non era Roberto: entrò invece nella sala un giovinotto alto,
smilzo, a cui le lenti serrate in cima al naso, congiungendo le
folte sopracciglia, davano un'aria di cupa e rigida tenacia. Era
Antonio Del Re, il nipote. Pallidissimo di solito, appariva in
quel momento quasi cèreo.
"Hanno letto nell'Empedocle?" domandò con un fremito
nelle labbra e nel naso.
Il canonico Agrò e il Mattina alzarono subito le mani per
impedire che seguitasse.
"Contro Roberto?" domandò donna Caterina.
"Contro il nonno!" rispose, vibrante, il giovinotto. "Una manata
di fango! E contro te!"
"Sozzure! sozzure!" - esclamò l'Agrò. "Per carità, non ne sappia
nulla il povero Roberto!"
"Già sta a leggerlo," disse il nipote, sprezzante.
" No! no!" gridò allora l'Agrò, levandosi in piedi. "Oh Signore
Iddio, bisogna prevenirlo! Già questi farabutti hanno avuto la
lezione che si meritavano dal nostro Verònica! Per carità, vada
lei, donna Caterina... Imprudenza, imprudenza, ragazzo mio!"
Donna Caterina accorse; ma troppo tardi. Roberto Auriti,
ignorando quel che poc'anzi aveva fatto il Verònica, era corso
pallido, col volto contratto da un sorriso spasmodico, e come un
cieco alla redazione di quel giornalucolo, presso Porta Atenèa.
Vi aveva trovati già raccolti i maggiorenti del partito, con
Flaminio Salvo alla testa, per proclamare, subito dopo
l'aggressione la candidatura di Ignazio Capolino. Al vecchio
usciere, che stava di guardia nella saletta d'ingresso innanzi
all'uscio a vetri della sala di redazione, aveva detto ancor
sorridendo a quel modo - che Roberto Auriti voleva parlare col
direttore. Nella sala di redazione s’era fatto un improvviso
silenzio; poi agli orecchi di Roberto eran venute queste parole
concitate:
"Nossignori! Vado io, tocca a me; l'articolo l'ho scritto io, e
io ne rispondo!"
Non aveva neppur visto chi gli s’era fatto innanzi: gli s’era
lanciato addosso come una belva, lo aveva levato di peso e
scagliato con tale impeto contro l'uscio, che questo s’era
sfondato, sfasciato, con gran fracasso e rovinío di vetri
infranti.
Quando il Verònica, il Mattina e il nipote Del Re sopraggiunsero
a precipizio, tra la ressa della gente accorsa da ogni parte
agli urli che s’eran levati altissimi dalla sala di redazione,
Marco Prèola col volto insanguinato e un coltello in mano si
dibatteva ferocemente sbraitando:
"Lasciatemi, maledetti, lasciatemi! Se lo liberate adesso,
l'ammazzo piú tardi! Lasciatemi! Lasciatemi!
Inizio pagina