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da Biblioteca dei Classici
Italiani - link diretto:
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Seduto innanzi all’ampia scrivania, su
cui stavano schierati tutt’intorno prospetti e relazioni irti di cifre, il
segretario aspettava che S. E. il Ministro si ricordasse che doveva riprendere a
dettare. Già era la terza notte che il cav. Cao... – ohè, lavorare, va bene;
ma... ma... ma... – un’intera giornata a sgobbare al Ministero; poi la sera lì,
al palazzo di Sua Eccellenza; di questo passo, non sarebbe venuta più a fine
quella esposizione finanziaria. Eppure, tra pochi giorni avrebbe dovuto esser
letta alla Camera dei deputati. Non ne poteva più! Ma veramente non era tanto la
stanchezza, quanto la sofferenza che da qualche tempo gli cagionava la vista di
quell’uomo venerando, per cui sentiva ancora profondo e sincero affetto, se non
più l’ammiraione di prima.
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Aveva già veduto tante cose il cav. Cao, prima da
lontano, cert’altre ne vedeva adesso da vicino! Non si può vivere, è vero,
settanta e più anni, commettendo sempre eroiche azioni. Per forza qualche
sciocchezza, o piccola o grande, si deve pur commettere.
E una oggi, una domani, tirando infine le somme... si tirava, invece, così
pensando, il cav. Cao un ispido pelo dei baffi, inverosimilmente lungo.
Perbacco!
Fin sul capo, gli arrivava... Un pelo solo. Nero. Per
avvertir meno la stanchezza e la noja di quell’attesa, lavorava di fantasia. Un
pajo di lenti di Sua Eccellenza, lì su la scrivania, eran diventate due laghetti
gemelli; uno spazzolino da penne, un fitto boschetto di elci; il piano della
scrivania, dov’era sgombro, una sterminata pianura, che forse primitive tribù
migratrici attraversavano, sperdute. |
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Sua Eccellenza passeggiava per lo scrittojo, aggrondato, a capo chino, con le
mani dietro la schiena.
E il cav. Cao, alzando
gli occhi a guardarlo, con l’immagine di quello spazzolino da penne nella
retina, pensò che Sua Eccellenza aveva la schiena pelosa. Pelosa la schiena e
peloso il petto. Lo aveva veduto un giorno nel bagno. Pareva un orso, pareva. Ah
quante cose, quante particolarità ridicole non aveva scoperto nella persona di
Sua Eccellenza, da che non lo ammirava più come prima! Quella nuca, per esempio,
così grossa e liscia e lucente, e tutti quei nerellini che gli pinticchiavano il
naso, e quelle sopracciglia... là zi! e zì! come due virgolette. Finanche negli
occhi, negli occhi che gli incutevano un tempo tanta suggezione, aveva scoperto
certe macchioline curiose, che pareva gli forassero la cornea verdastra. Proprio
vero: minuit praesentia famam. E si meravigliava il cav. Cao e si
rattristava insieme di poter vedere ora così quell’uomo che in altri tempi lo
aveva addirittura abbagliato, acceso d’entusiasmo per le gesta eroiche che si
raccontavano di lui garibaldino e poi per le memorabili lotte parlamentari
«strenuamente combattute». Mah! Ormai Francesco D’Atri non pensava che a
sporcarsi timidamente, d’una tinta gialligna, canarina, i pochi capelli che gli
erano rimasti attorno al capo e l’ampia barba che sarebbe stata così bella, se
bianca. Anche lui, è vero, il cav. Cao, da circa un anno, poco poco... i baffi
soltanto. Ma per non averli, ecco, un po’ bianchi, un po’ neri. Gli seccava. E
poi del resto, per lui quella tintura non avrebbe mai avuto le disastrose
conseguenze che aveva avuto per Sua Eccellenza. Quantunque infine non avesse
ancora quaran... ah già, sì, quarant’anni, da tre giorni: ebbene, quaranta: non
avrebbe mai preso moglie, lui. E Francesco D’Atri, invece, sì l’aveva presa, a
ses–san–ta–set–te anni sonati; e giovane per giunta l’aveva presa. Segno
evidentissimo di rammollimento cerebrale. Bisognava metterlo da parte – (la vita
ha le sue leggi!) – da parte, senza considerazione e senza pietà. Pietà, tutt’al
più, poteva averne lui, perché gli voleva bene, perché lo vedeva sofrire
atrocemente, in silenzio, dell’enorme sciocchezza commessa; ma provava anche
sdegno, ecco, per la remissione di cui gli vedeva dar prova di fronte a quella
moglie che, quasi subito dopo le nozze, s’era messa a far pubblicamente strazio
dell’onore di lui. Tutti, o quasi tutti, ammogliati tardi e male, questi
benedetti uomini della Rivoluzione. Da giovani, si sa, avevano da pensare a ben
altro! Amare, sì... la bella Gigogin... un bacio, e:
Addio, mia bella, addio;
l’armata se ne va...
In fondo, a voler dir proprio, non avevano potuto far
nulla a tempo e bene, né studii, né altro. Nelle congiure, nelle battaglie erano
stati come nel loro elemento; in pace, erano ora come pesci fuor d’acqua. In
vista, e senza uno stato; anziani, e senza una famiglia attorno... Dovevan
purtroppo commettere tardi e male tutte quelle corbellerie che non avevano avuto
tempo di commettere da giovani, quando, per l’età, sarebbero stati più
scusabili. E poi, anche...
Il cav. Cao, a questo punto, tornò a scuotersi come per un brivido alla schiena.
Da alcuni giorni era veramente sbigottito della gravità e della tristezza del
momento. Tutte le sere, tutte le mattine, i rivenditori di giornali vociavano
per le vie di Roma il nome di questo o di quel deputato al Parlamento nazionale,
accompagnandolo con lo squarciato bando ora di una truffa ora di uno scrocco a
danno di questa o di quella banca. In certi momenti climaterici, ogni uomo
cosciente che sdegni di mettersi con gli altri a branco, che fa? si raccoglie;
pòndera; assume secondo i proprii convincimenti una parte, e la sostiene. Così
aveva fatto il cav. Cao. Aveva assunto la parte dell’indignato e la sosteneva.
Non poteva tuttavia negare a se stesso, che godeva in fondo dello scandalo
enorme. Ne godeva sopra tutto perché, investito bene della sua parte, trovava in
sé in quei giorni una facilità di parola che quasi lo inebriava, certe frasi che
gli parevano d’una efficacia meravigliosa e lo riempivano di stupore e
d’ammirazione. Ma sì, ma sì: dai cieli d’Italia, in quei giorni, pioveva fango,
ecco, e a palle di fango si giocava; e il fango s’appiastrava da per tutto, su
le facce pallide e violente degli assaliti e degli assalitori, su le medaglie
già guadagnate su i campi di battaglia (che avrebbero dovuto, almeno queste,
perdio! esser sacre) e su le croci e le commende e su le marsine gallonate e su
le insegne dei pubblici uffici e delle redazioni dei giornali. Diluviava il
fango; e pareva che tutte le cloache della Città si fossero scaricate e che la
nuova vita nazionale della terza Roma dovesse affogare in quella torbida fetida
alluvione di melma, su cui svolazzavano stridendo, neri uccellacci, il sospetto
e la calunnia. Sotto il cielo cinereo, nell’aria densa e fumicosa, mentre come
scialbe lune all’umida tetra luce crepuscolare si accendevano ronzando le
lampade elettriche, e nell’agitazione degli ombrelli, tra l’incessante
spruzzolìo di un’acquerugiola lenta, la folla spiaccicava tutt’intorno, il cav.
Cao vedeva in quei giorni ogni piazza diventare una gogna; esecutore, ogni
giornalajo cretoso, che brandiva come un’arma il sudicio foglio sfognato dalle
officine del ricatto, e vomitava oscenamente le più laide accuse. E nessuna
guardia s’attentava a turargli la bocca! Ma già, più oscenamente i fatti stessi
urlavano da sé. Uomo d’ordine, il cav. Cao avrebbe voluto difendere a ogni costo
il Governo contro la denunzia delle vergognose complicità tra i Ministeri e le
Banche e la Borsa attraverso le gazzette e il Parlamento. Non voleva credere che
le banche avessero largheggiato verso il Governo per fini elettorali, per altri
più loschi fini coperti; e che, favore per favore, il Governo avesse proposto
leggi che per le banche erano privilegi, e difeso i prevaricatori, proponendoli
agli onori della commenda e del Senato. Ma non poteva negare che fosse stato
aperto il credito a certi uomini politici carezzati, che in Parlamento e per
mezzo della stampa avevano combattuto a profitto delle banche falsarie, tradendo
la buona fede del paese; e che questi gaudenti avessero voluto occultare ciò che
da tempo si sapeva o si poteva sapere; e che, ora che le colpe avventavano, si
volesse percuotere, ma colla speranza che la percossa ai più deboli salvasse i
più forti. Certo, lo sdegno del paese nel veder così bruttati di fango alcuni
uomini pubblici che nei begli anni dell’eroico riscatto avevano prestato il
braccio alla patria, si rivoltava acerrimo, adesso, anche contro la gloria della
Rivoluzione, scopriva fango pur lì e il cav. Cao si sentiva propriamente
sanguinare il cuore. Era la bancarotta del patriottismo, perdio! E fremeva sotto
certi nembi d’ingiurie che s’avventavano in quei giorni da tutta Italia contro
Roma, rappresentata come una putrida carogna. In un giornale di Napoli aveva
letto che tutte le forze s’erano infiacchite al contatto del Cadavere immane;
sbolliti gli entusiasmi; e tutte le virtù corrotte. Meglio, meglio quand’essa
viveva d’indulgenze e di giubilei, affittando camere ai pellegrini, vendendo
corone e immagini benedette ai divoti! Ne fremeva il cav. Cao, perché i
clericali, naturalmente, ne tripudiavano. Accompagnando talvolta Sua Eccellenza
a Montecitorio, vedeva per i corridoi e le sale tutti i deputati, giovani e
vecchi, novellini e anziani, amici o avversarii del Ministero, come avvolti in
una nebbia di diffidenza e di sospetto. Gli pareva che tutti si sentissero
spiati, scrutati; che alcuni ridessero per ostentazione, e altri, costernati del
colore del loro volto, fingessero di sprofondarsi con tutto il capo in letture
assorbenti. Per certuni, non ostante il freddo della stagione, i caloriferi
erano mal regolati: troppo caldo! troppo caldo! Chi sa in quante coscienze era
il terrore che da un momento all’altro gli occhi d’un giudice istruttore
penetrassero in esse a indagare, a frugare, armati di crudelissime lenti. Al
cav. Cao era sembrato, il giorno avanti, che alcuni deputati, i quali
discutevano accalorati in una sala, avessero troncato a un tratto la discussione
vedendo passare Sua Eccellenza D’Atri. S’era fermato un po’ a guardare,
accigliato, e da uno di quei deputati, che aveva subito voltato le spalle, aveva
sentito ripetere chiaramente più volte, sottovoce ma con accento vibrato e
impeto di sdegno, il nome di Corrado Selmi che in quei giorni correva sulla
bocca di tutti. Il cav. Cao sapeva bene che nessuno avrebbe osato mettere in
dubbio l’illibatezza di Francesco D’Atri; ma poteva darsi che, per via della
moglie, fosse coinvolto anche lui nella rovina del Selmi che pareva ormai a
tutti irreparabile.
Eppure, eccolo lì: passeggiando per lo scrittojo e non ricordandosi più
evidentemente né di chi stava ad aspettarlo né dell’esposizione finanziaria, Sua
Eccellenza pareva soltanto impensierito d’un pianto infantile angoscioso che,
nel silenzio della casa, arrivava fin lì, da una camera remota, non ostanti gli
usci chiusi. Già una volta si era recato di là a vedere che cosa avesse la
figliuola. Il cav. Cao non seppe frenar più oltre la stizza – (perché, santo
Dio, tutta Roma sapeva che quella bambina... quella bambina...) – si alzò come
sospinto da una susta, soffiando per le nari uno sbuffo.
Sua Eccellenza si fermò e si volse a guardarlo. Subito il cav. Cao contrasse la
faccia, come per un fitto spasimo improvviso, e disse, sorridendo e
stropicciandosi con una mano la gamba:
– Crampo, eccellenza...
– Già... lei aspettava... Scusi tanto, cavaliere. M’ero distratto... Basta per
questa sera, eh? Lei sarà stanco; io non mi sento disposto. Saranno le undici, è
vero?
– Mezzanotte, eccellenza! Ecco qua: le dodici e dieci...
– Ah sì? E... e questo teatro, dunque, quando finisce?
– Che teatro, eccellenza?
– Ma, non so; il Costanzi, credo. Dico per... per quella bambina... Sente come
strilla? Non si vuol quietare. Forse, se ci fosse la mamma...
– Vuole che passi dal Costanzi, ad avvertire?
– No, no, grazie... Tanto, adesso, poco potrà tardare. Piuttosto, guardi: avrei
bisogno urgente di parlare con l’Auriti.
– Col cav. Giulio?
– Sì. E con mia moglie. Può darsi che non venga su alla fine del teatro. Mi
farebbe un gran piacere, se lo avvertisse.
– Di venir su? Vado subito, eccellenza.
– Grazie. Buona notte, cavaliere. A domani.
Il cav. Cao s’inchinò profondamente, tirando per il naso aria aria aria; appena
varcata la soglia, la buttò fuori con un versaccio di rabbia, che mutò subito
però in un sorriso grazioso alla vista del cameriere in livrea che gli si faceva
incontro.
Rimasto solo, Francesco D’Atri si premé forte le mani sul volto. Il lucido
cranio gli s’infiammò sotto le lampadine elettriche della lumiera che pendeva
dal soffitto. Si trattenne ancora un pezzo nello scrittojo a passeggiare col
viso disfatto dalla stanchezza e alterato dai foschi pensieri in cui era
assorto. Con la piccola mano grinzosa e indurita dagli anni si lisciava quella
lunga barba canarina in contrasto così penoso e ridicolo con tutta l’aria del
volto e la gravità della persona. Come mai non s’accorgeva egli stesso, che
quella barba, così mal dipinta, nelle circostanze presenti, era una smorfia
orrenda? Non se n’accorgeva, perché da un pezzo ormai Francesco D’Atri non aveva
più la guida di sé, né più lui soltanto comandava in sé a se stesso. Non eran
più suoi gli occhi con cui si guardava; eran d’un altro Francesco D’Atri che
dallo specchio gli si faceva incontro ogni mattina con aria rabbuffata e di
sdegnoso avvilimento nel vedergli gonfie e ammaccate le borse delle pàlpebre, e
tutte quelle rughe e quel bianco attorno alla faccia. Né questo era il solo
Francesco D’Atri che si rifacesse vivo in lui nella senile disgregazione della
coscienza, e lo tirasse a pensare, a sentire, a muoversi, com’egli adesso non
poteva, non poteva più, con quelle membra e il cervello e il cuore imbecilliti
dall’età. Era ormai un povero vecchio che volentieri si sarebbe rannicchiato in
un cantuccio per non muoversene più; ma tanti altri lui spietati che gli
sopravvivevano dentro, approfittando di quel suo smarrimento, non volevano
lasciarlo in pace; se lo disputavano, se lo giocavano, gli proibivano di
lamentarsi e di dirsi stanco, di dichiarare che non si ricordava più di nulla; e
lo costringevano a mentire senza bisogno, a sorridere quando non ne aveva
voglia, a pararsi, a far tante cose che gli parevano di più. E uno, ecco, gli
tingeva in quel modo ridicolo la barba; un altro gli aveva fatto prender moglie,
quando sapeva bene che non era più tempo; un altro ancora gli faceva tener
tuttavia quel posto supremo, pur riconoscendolo di tanto superiore alle sue
forze; un altro poi lo persuadeva ad amare con infinita pena quella bambina, che
anch’egli sapeva non sua, adducendo una ragione quanto mai speciosa, che cioè,
avendo egli avuto da giovine una figliuola a cui altri aveva dato e nome e amore
e cure e sostanze, in compenso e in espiazione toccasse a lui ora di dare a
questa il proprio nome e amore e cure e sostanze, come se questa fosse veramente
quella sua povera piccina d’allora. Cedendo però a questo sentimento,
riconoscendo davanti agli altri come sua la figliuola, «eh» lo avvertiva quello
della barba, armato di pennello e di tintura «bisogna pure che tu, caro, per
esser creduto padre, con codesta moglie giovine accanto, dia una mano di giallo
a tutta la tua canutiglia!»; consiglio sciocco, a cui avrebbe voluto opporsi,
per non profanare, non solo la sua figura veneranda, ma anche, in fondo, il suo
vero sentimento verso quella bambina. Non sapeva però opporsi più, se non
timidamente. E questa timidità penosa e ridicola si rispecchiava appunto nella
tintura della barba. Preso in mezzo, tenuto lì come fra tanti, che ognuno pareva
facesse per sé e lui non ci fosse per nulla, non sapeva dove voltarsi prima;
niente gli piaceva; ma, a muoversi per un verso o per l’altro, temeva di far
dispiacere a questo o a quello dei suoi crudeli padroni; e ogni risoluzione,
anche lieve, gli costava pena e fatica. Vedeva purtroppo in qual ginepraio si
fosse cacciato, contro ogni sua voglia; e non trovava più modo a uscirne. Tutto
a soqquadro, tutto! Qua a Roma, l’abbaruffio osceno d’una enorme frode
scellerata; in Sicilia, un fermento di rivolta. Tra gli urli delle passioni più
abiette, scatenatesi nello sfacelo della coscienza nazionale, non s’era quasi
avvertito un rombo di fucilate lontane, prima scarica d’una terribile tempesta
che s’addensava con spaventosa rapidità. Una sola voce s’era levata nel
Parlamento a porre avanti al Governo lo spettro sanguinoso di alcuni contadini
massacrati in Sicilia, a Caltavutùro; ad agitare innanzi a tutti con fiera
minaccia il pericolo, non si radicasse nel paese la credenza perniciosa che si
potessero impunemente colpire i miseri e salvare i barattieri rifugiati a
Montecitorio. Sì, aveva esposto la verità dei fatti quel deputato siciliano:
quei contadini di Sicilia, trovando nella rabbia per l’ingiustizia altrui il
coraggio d’affermare con violenza un loro diritto, s’erano recati a zappare le
terre demaniali usurpate dai maggiorenti del paese, amministratori ladri dei
beni patrimoniali del Comune: intimoriti dall’intervento dei soldati, avevano
sospeso il lavoro ed erano accorsi a reclamare al Municipio la divisione di
quelle terre; assente il capo, s’era affacciato al balcone un subalterno che,
per allontanare il tumulto, li aveva consigliati di ritornar pure a zappare; ma
per via la folla aveva trovato il passo ingombro dalla milizia rinforzata;
accennando di voler resistere, s’era veduta prima assaltare alla bajonetta; poi,
a fucilate, per avere agitato in aria le zappe a intimorir gli assalitori.
Dodici, i morti; più di cinquanta, i feriti: tra questi, alcuni bambini, uno dei
quali crivellato da ben sette bajonettate. Questo particolare orrendo s’era
rappresentato agli occhi di Francesco D’Atri così vivo, che da tre giorni pur
tra tante cure e tanto tumulto di pensieri, di tratto in tratto,
riaffacciandosi, gli dava raccapriccio. Perché la ferocia di quel soldato,
accanita sul corpo d’un bambino innocente, gli pareva l’espressione più precisa
del tempo: la vedeva in tutti, quella stessa ferocia, e n’era sbalordito. Non
più rispetto, né carità per le cose più sacre; una furia cieca, una rabbia
d’odio, una selvaggia voluttà di basse vendette. S’aspettava d’esser preso per
il petto da un forsennato qualunque, per dar conto di tutti i suoi errori,
antichi e nuovi. Errori? E chi non ne aveva commessi? Ma era un momento, quello,
che anche i più lievi, quelli a cui in altro tempo s’era soliti di passar sopra,
saltavano agli occhi di tutti, pigliavan dalla sinistra luce di quei giorni un
certo ispido rilievo, un certo color misterioso, che subito aizzavano la smania
di frugar sotto, per la soddisfazione atroce o la feroce consolazione di
scoprire altre più gravi magagne nascoste. Il coraggio più difficile, quello
della pubblica accusa, legato e persuaso con tanti argomenti a non rompere i
freni della prudenza, ora che tutti si trovavan d’accordo, s’era svincolato,
sferrato da tutti i ritegni e riguardi sociali; era diventato tracotanza
inaudita; e nessuna coscienza poteva più sentirsi tranquilla e sicura. Quelle
sue nozze tardive con una giovine; l’illusione che il prestigio del suo passato
e degli altissimi onori a cui era venuto sarebbe valso a compensare, nella stima
e nel cuore di lei, quanto di fervor giovanile doveva di necessità mancare al
suo affetto grato e profondo; il lusso avventato; la relazione scandalosa della
moglie col Selmi, quella bambina... potevano da un momento all’altro diventar
pretesto d’accusa e di maligne insinuazioni, cagione di chi sa quali sospetti
oltraggiosi. Tra i fantasmi dell’incertezza, in quella vuota, oscura realtà in
cui gli pareva d’esser avviluppato, Francesco D’Atri sentiva di punto in punto
crescere in sé la costernazione, ora che le grida rinfuriavano per il
salvataggio violento, da parte del Governo, di alcuni parlamentari più in vista
e più compromessi. Tra questi era il Selmi, che pure fino a quel giorno s’era
lasciato esposto allo scandalo. Non glien’avevano detto nulla i suoi colleghi
del Gabinetto; ma s’era accorto dalle loro arie che gli si voleva dare a
intendere che il Selmi si salvava per lui. Non era vero! Non per lui, se mai; ma
perché egli era con loro; e, in quel momento, la sua caduta avrebbe potuto
determinare il crollo di tutti. Non era intanto peggiore del male quel rimedio?
Non aveva saputo opporsi. Come proferir quel nome? Mondo d’ogni colpa, integro,
per una sola debolezza, per quella illusione così presto perduta, si vedeva
trascinato dalla moglie giù nel fango della piazza, ove una canea famelica di
scandalo lo aspettava per farne strazio, accozzando in uno sconcio impasto il
suo corpo e quello della moglie e del Selmi. Ora, con una nuova violenza si
vedeva strappato dalla piazza, ma insieme col Selmi, aggrappato a lui e alla
moglie, insieme con tutta la canaglia aggrappata al Selmi. Gli pareva che glielo
rimettessero in casa, là, con tutta la folla urlante, beffarda e ingiuriosa.
Tutti, ora, tutti avrebbero creduto che lo salvava lui il Selmi, non per
generosità, ma per paura. E fors’anche il Selmi stesso... Ma qual paura, in
fondo, poteva aver lui? Per generosità, se mai, avrebbe potuto farlo, perché lo
ricordava prode e nobile, un giorno, sprezzante della vita tra i pericoli e
tutto acceso dell’ideale santo della patria. Ma no, no, neanche per questa
generosità lo avrebbe fatto: troppo, oltre all’odio e allo sdegno per il
tradimento (quantunque ne facesse più carico alla moglie), troppo gli coceva il
sospetto in lui di quella paura. Intanto, sottratte tutte le carte che avrebbero
potuto perdere il Selmi, era rimasto esposto, senza difesa, e compromesso, un
innocente: Roberto Auriti. S’era trovato a carico di lui un debito di circa
quarantamila lire; e, quel ch’era peggio, più d’un biglietto laconico e
misterioso, in cui si faceva allusione a un amico che assicurava il governatore
della banca, o prometteva che avrebbe fatto o parlato o scritto secondo le
istruzioni ricevute. Questi biglietti erano già in mano dell’autorità
giudiziaria, e di questo egli doveva informare tra poco Giulio Auriti, fratello
di Roberto.
S’era già abituato all’orrore della situazione; ne aveva acquistato il
sentimento quasi d’una necessità fatale; e il suo sbalordimento era pieno
d’uggia, di ribrezzo e greve d’una stanchezza dolorosa. Nessun conforto dalle
memorie del passato: a richiamarle per un momento, non sarebbero valse ad altro
che ad accrescere la vergogna e la miseria del presente. E in quell’uggia, la
vista di tutte le cose, anche dei ninnoli della stanza, acquistava agli occhi
suoi una insopportabile gravezza. Ah, il bujo, il bujo, un luogo di riposo: la
morte, sì! Tutta quella guerra faceva vincere volentieri il ribrezzo della
morte. Che crudeltà! Egli era uno che doveva presto morire... Serbargli quella
feccia per gli ultimi giorni, da ingojare nel bicchiere della staffa...
Francesco D’Atri si fermò, con gli occhi immobili e vani. Immaginò il tempo dopo
la sua fine: il tempo per gli altri... Ecco tornata la calma... per gli altri!
rabbonite quelle onde, squarciato l’orrore di quella tempesta; e nessuna pietà,
nessun rimpianto, nessuna memoria di chi s’era trovato in quei frangenti e vi
era perito.
A un tratto, su la mensola, a cui teneva fissi gli occhi, gli s’avvistò una
piccola bertuccia di porcellana, che gli rideva in faccia sguajatamente. Gli
venne quasi la tentazione di romperla; voltò le spalle; avvertì di nuovo il
pianto angoscioso della bambina e s’avviò a quella camera remota.
Era la camera della bàlia. Un lumino da notte, riparato da una ventola litofana,
sul cassettone, la rischiarava a mala pena. La vecchia governante, magra e
linda, passeggiava con la bimba in braccio che, convulsa dagli spasimi, pareva
volesse sguizzarle dalle mani; procurava di tenersela adagiata sul seno e:
– Nooo... nooo... – le ripeteva, come in risposta ai vagiti angosciosi,
dimenandosi in ritmo con tutta la persona e battendole di continuo, lievemente,
una mano alle spalle.
La bàlia, con un’enorme mammella tirata fuori del busto, piangeva anche lei:
piangeva in silenzio e giurava alla cameriera che le sedeva accanto di non aver
mangiato nulla che avesse potuto cagionare quella colica alla bambina.
Francesco D’Atri si fermò un pezzo a guardarla con occhi assenti: e i tratti del
volto espressero lo sforzo quasi istintivo ch’egli, col cervello altrove, faceva
per intendere ciò che essa stava a dire tra le lagrime copiose. Intanto guardava
nauseato quella sconcia mammella dal cui capezzolo paonazzo pendeva una goccia
di latte. La cameriera pensò bene di tirar su il corpetto della bàlia per
nascondere quella vista. E allora Francesco D’Atri si volse a guardar la
governante. Stordito dai vagiti della bimba trangosciata, strizzò gli occhi; poi
si recò a prendere dal tavolino da notte un campanello e si mise a farlo
tintinnire pian piano innanzi agli occhi della piccina, per distrarla, andando
dietro alla governante che seguitava a passeggiare, dondolandosi.
Così lo trovò, poco dopo, donna Giannetta di ritorno dal teatro, tutta
frusciante di seta. Alzò le ciglia e schiuse appena le labbra a un
impercettibile sorriso canzonatorio dinanzi a quel notturno commovente quadro
familiare, credendo che Sua Eccellenza si compiacesse, sotto gli occhi delle
serve, di mostrare la sua ridicola tenerezza paterna dopo le gravi cure dello
Stato. Ma la cameriera, accorsa a prendere il velo nero tutto luccicante di
dischetti d’argento ch’ella si levava dal capo e a slacciarle la mantiglia, le
spiegò, piano, che cosa era accaduto.
– Ah sì? Poverina... – disse, ostentando indifferenza, ma con una voce calda,
melodiosa, e si accostò alla governante, così tutta fragrante di profumo e di
cipria e ampiamente scollata. Ma il D’Atri le fe’ cenno di tacere. La bambina si
era finalmente quietata. Donna Giannetta allora con un lieve sbuffo di
stanchezza s’avviò per la sua camera. Su la soglia si volse e disse al marito,
quasi cantando:
– Oh, Giulio Auriti è di là.
Francesco D’Atri chinò il capo; le si avvicinò e le disse a voce bassa e grave,
senza guardarla:
– Aspettami. Ho da parlarti.
– Discorso lungo? – domandò ella. – Non potresti domani? Temo d’esser troppo
stanca e d’aver sonno. Mi sono orribilmente annojata.
– Mi farai il piacere d’aspettarmi, – insistette egli.
E andò allo scrittojo, ove lo attendeva l’Auriti.
Ah, come volentieri, adesso, avrebbe fatto a meno di veder quel giovine a cui
doveva dare una tremenda notizia! Se n’era già dimenticato... si moveva, in quei
giorni, dava ordini istruzioni, imponeva a se stesso atti, parole, risoluzioni,
di cui subito dopo non riusciva più a veder bene la ragione, l’opportunità, lo
scopo. Chiuse gli occhi e sospirò profondamente, con le ciglia gravate da
un’oppressione tenebrosa. Aveva or ora detto alla moglie che lo aspettasse
perché doveva parlarle. Ma di che? a che scopo? E lui stesso, poc’anzi, aveva
pregato il suo segretario d’avvertir l’Auriti, all’uscita dal teatro, che
venisse su da lui, perché aveva urgente bisogno di vederlo. Era necessario, sì,
che quel povero giovine avesse al più presto notizia dell’orrenda sciagura che
gli stava sopra. Non poteva comunicargliela altri che lui. Sollevata la tenda
dell’uscio e vedendolo, provò intanto un certo rancore per la pietà e la
commozione che colui già gli suscitava.
Giulio Auriti non somigliava punto al fratello: alto, smilzo, elegantissimo,
spirava dalla temprata agilità del corpo una energia vigorosa, che gli occhi
d’un bel grigio d’acciajo, attenuavano con un certo sguardo d’orgoglio
svogliato. Si cangiò tutto, d’un subito, alla vista del vecchio Ministro che gli
si faceva innanzi così scombujato. Uno dei guanti, che teneva in mano, gli cadde
sul tappeto.
– Ebbene? – domandò.
Francesco D’Atri socchiuse gli occhi per sottrarsi alla pena dell’ansia smaniosa
che gli leggeva nel viso. Aprì le mani e mormorò scotendo il capo:
– Non s’è trovata.
– Ah, no! – scattò allora l’Auriti con una nuova subitanea alterazione del viso,
che esprimeva sdegno, rabbia e insieme risoluzione fierissima di ribellarsi a
un’iniquità, senza alcun riguardo più per nessuno. – Ah, no, mi perdoni,
eccellenza: la carta c’è, e si deve trovare! Lei sa che mio fratello Roberto…
– So, so... – cercò d’interromperlo, con durezza, il D’Atri.
– Ma dunque – incalzò l’Auriti. Quella sola dichiarazione può salvarlo, e non
deve sparire! O via anche tutto ciò che può compromettere Roberto!
Il D’Atri sedette, tornò a premersi forte le mani sul volto e si lasciò cader
dalle labbra:
– Il guajo è questo: che l’autorità giudiziaria...
– Ma no, eccellenza! – insorse di nuovo l’Auriti. – L’autorità giudiziaria ha in
potere soltanto ciò che il Governo le ha voluto lasciare. Lo sanno tutti ormai!
Il D’Atri lo guardò come se egli, intanto, non lo sapesse: si rizzò su la vita
e, facendo viso fermo, parve lo ammonisse che non poteva permettere si desse
corso, in sua presenza, a una voce così piena di scandalo. Ma l’Auriti,
smaniando, torcendosi le mani, aggiunse:
– E io... io che riposavo tranquillo... Ma come, eccellenza? Io riposavo
tranquillo perché c’era lei!
Il D’Atri s’accasciò; ma subito, come se qualcosa dentro gli facesse impeto
nello spirito, tornò a rizzarsi e gridò con rabbia, guardando odiosamente il
giovine:
– Che c’entro io? che posso io?
– Come! – esclamò l’Auriti. – Il Selmi...
– Il Selmi... – ruggì Francesco D’Atri, serrando le pugna, come se avesse voluto
averlo fra le unghie.
– Ma sì, lo salvino pure! – esclamò Giulio Auriti. – Per salvarlo però...
– Già! ti figuri anche tu che lo salvi io... – disse lentamente il D’Atri,
scrollando il capo con amarissimo sdegno.
– Ma il Selmi stesso, eccellenza, – ripigliò subito, con diverso sdegno l’Auriti,
– vedrà che il Selmi stesso non tollererà d’esser salvato a costo
dell’assassinio morale di mio fratello. E poi, eccellenza, se non parla lui, se
tacerà Roberto, griderò io! C’è mia madre di mezzo, eccellenza! L’arresto di
Roberto? Mia madre ne morrebbe! E il nostro nome?
A questo grido, il volto di Francesco D’Atri si scompose.
– Tua madre... sì... tua madre... – mormorò; e, curvo, si portò di nuovo le mani
sul volto; stette un pezzo così, finché non cominciò a sussultare violentemente
come per un impeto di singhiozzi soffocati. Aveva conosciuto a Torino, giovane,
donna Caterina Laurentano e Stefano Auriti che quel figliuolo gli ricordava in
tutto; pensò a quegli anni lontani; vide se stesso com’era allora; vide Roberto
ragazzo; pensò a una notte sul mare, con quel ragazzo su le ginocchia un’ora
dopo la partenza da Quarto... ah, da quella notte a questa, che baratro!
Giulio Auriti, vedendo sussultare le spalle poderose del vecchio Ministro,
allibì.
Questi alla fine scoprì il volto e, rimanendo curvo, guardando verso terra,
scotendo le mani a ogni parola:
– Che gridi? che gridi? – gli disse. – La vergogna di tutti? Tutti impeciati!
Vuoi dirmi che sai perché il Selmi prese quel denaro sotto il nome di tuo
fratello? E griderai anche la mia vergogna!
– No, eccellenza! – negò subito con sbalordimento d’orrore, l’Auriti.
– Ma sì! – rispose Francesco D’Atri, levandosi. – Tutti impeciati, ti dico!
Tutti... tutti... Muojo di schifo... Il fango, fino qua!
E s’afferrò con le mani la gola.
– M’affoga! Questo... dovevo veder questo! I più bei nomi... Tu vedi soltanto
tuo fratello! Niente, sì, non glien’è venuto niente in mano; ma ha tenuto di
mano a quello lì... E non è vergogna, questa? come lo scusi? che gridi? Tuo
fratello promette, il tuo signor fratello assicura, in quei biglietti là, i
laidi ufficii dell’amico...
– E non lo nomina! – disse coi denti stretti, ridendo d’ira, d’onta, di
dispetto, Giulio Auriti. – Ecco perché non sono stati sottratti!
– Ma quando la paura ha preso possesso! – venne a gridargli in faccia, con voce
soffocata, Francesco D’Atri. – Zuffa di ladri che rubano di notte con mani
tremanti e come ciechi; rimestano, arraffano, ficcano dentro; e intanto di qua,
di là, dal sacco, dalle tasche, il furto scappa via, e nella ressa, tra i piedi,
c’è chi ruba ai ladri, chi ghermisce questa o quella carta caduta e corre a far
bottega su la vergogna: «Ecco, signori, i più bei nomi d’Italia! Ecco l’onore!
ecco le glorie della patria!» Non mi far parlare... So a chi parlo! Ma ormai...
tanto, n’ho fino alla gola... Non è umano, capisco che non è umano pretendere da
Roberto il silenzio: per sé, per sua madre, per te, per il nome che portate...
– Roberto? – fece l’Auriti. Ma Roberto, Vostra Eccellenza lo conosce, sarà anche
capace di tacere. Il Selmi stesso...
– Se Roberto tacerà? - domandò il D’Atri, come se ne dubitasse.
– Ma io no, eccellenza! - s’affrettò allora a ripetere l’Auriti. – Glielo dico
avanti: io no, per mia madre!
– Aspetta! – riprese il D’Atri, quasi imponendogli di tacere. – Se ho voluto
vederti, è segno che ho da dirti qualche cosa.
Giulio Auriti lo guardò ansiosamente negli occhi. Ma il D’Atri non sostenne
quello sguardo; n’ebbe fastidio, anzi dispetto; scorse per terra il guanto
caduto fin da principio dalle mani del giovine e riebbe fortissima l’impressione
di gravezza insopportabile, che in quei giorni gli faceva la vista di tutto. Ne
distrasse gli occhi e disse, cupamente:
– Tu intendi che in tutta questa faccenda... io non posso cacciar le mani...
Si guardò le mani e le ritirò con atto di schifo.
– Pure, – seguitò, – per Roberto, ho parlato... questa sera stessa; ho detto...
ho... ricordato... ricordato le sue benemerenze... Forse – ascolta bene – quei
biglietti compromettenti, per cui è già spiccato il mandato di cattura... sì! Ma
ascolta bene – quei biglietti...
Non volle dire: significò con un rapido gesto espressivo della mano: via!
– Però, – riprese subito, – tu sai che i giornali hanno già pubblicato il nome
di tuo fratello. Bisognerà, per togliere ogni sospetto di compromissione losca e
per non lasciare nessuna traccia, nessuno strascico...
– Pagare? – domandò, smorendo, l’Auriti. – E dove... come?
Il D’Atri si strinse rabbiosamente nelle spalle.
– Sono quarantamila lire, eccellenza...
– Io non posso dartele... Procura... E presto! Tu intendi, è l’unico mezzo...
– Un denaro preso da altri... – gemette l’Auriti.
– Ma come preso? – domandò con ira il D’Atri. – Questo devi vedere!
– Per altri! – protestò Giulio.
– Sei un ragazzo?
– No, eccellenza: è la difficoltà... Dove lo trovo? come lo trovo?
– Cerca... tu hai parenti ricchi... tuo cugino...
– Lando?
– O i tuoi zii...
Giulio Auriti rimase pensieroso, a considerare quale, quanta probabilità di
riuscita gli offrisse quella via indicata tra gli ostacoli che già gli si
paravano davanti: per Lando, l’ombra odiosa del Selmi; per gli zii, la fierezza
incrollabile della madre. Come si sarebbe piegata questa a chiedere ajuto di
danaro, per quel debito non netto del figlio, a quel fratello? A piegarla, si
sarebbe certo spezzata! Decise senz’altro di tentar lui presso Lando: lui, a
costo di tutto, per risparmiare quel sacrifizio estremo della madre.
– Che tempo? – domandò.
– Presto...– ripeté il D’Atri.– Vedi tu... cinque, sei giorni...
Giulio Auriti, perduta lì per lì la nozione dell’ora, compreso già della parte
che doveva sostenere, si licenziò e s’avviò in fretta, accigliato, come se
dovesse subito correre a casa del cugino.
Francesco D’Atri lo seguì con gli occhi fino alla soglia dell’uscio; poi rimase
perplesso, aggrondato, a stropicciarsi con una mano il dorso dell’altra, quasi
cercasse nella memoria ciò che ancora gli restava da fare. A un tratto, scorse
di nuovo per terra, sul rosso del tappeto, il guanto bianco, caduto di mano all’Auriti.
Quel guanto, lasciato lì, gli parve il segno che egli ormai non avrebbe potuto
più allontanare del tutto da sé le cose, la gente, i pensieri da cui si sentiva
soffocare: sempre una traccia, sempre un’orma, un vestigio, ne sarebbero
rimasti, risorgenti o incancellabili, come nell’incubo di un sogno. E come se in
quel guanto si potesse scorgere una sua compromissione, Francesco D’Atri si
chinò guardingo a raccattarlo con ribrezzo e se lo cacciò in tasca,
furtivamente.
Donna Giannetta, in accappatojo, con una graziosa cuffia di trine e di nastri in
capo, aspettava intanto nella sua camera su un’ampia e bassa poltrona massiccia
di cuojo grigio; una gamba su l’altra, tormentandosi il labbro inferiore con le
dita irrequiete. Teneva gli occhi fissi acutamente alla punta della babbuccia di
velluto rosso, che compariva e spariva dall’orlo della veste al lieve dondolìo
della gamba accavalciata.
Era la prima volta che il marito con quell’aria e quel tono le annunziava di
voler parlare con lei. Non le aveva detto mai nulla, prima, quando avrebbe avuto
ragione di parlare. Che poteva più dirle, ora?
Aveva notato che, da alcuni mesi, era più cupo e più oppresso del solito; ma,
certo, non per lei; forse, per difficoltà parlamentari. Non aveva mai voluto
saper di politica, lei: aveva sempre proibito assolutamente agli amici che ne
parlassero davanti a lei; non leggeva giornali e si gloriava della sua
ignoranza, si compiaceva delle risate con cui erano accolte certe sue
confessioni, come ad esempio quella di non sapere chi fossero i colleghi del
marito. Che ora egli volesse annunziarle, come aveva già fatto una volta, dopo
il primo anno di matrimonio, che aveva in animo di lasciare il «potere»? Oh, non
le avrebbe fatto più né caldo né freddo, ormai.
Ma eccolo... Subito donna Giannetta si sgruppò, si abbandonò con gli occhi
chiusi su la spalliera della poltrona, volendo fingere di dormire; come però il
D’Atri aprì l’uscio, riaprì gli occhi con molle stanchezza, quasi veramente
avesse dormito.
– Domani, no? – gli domandò di nuovo, con grazia languida.– Ho proprio sonno,
Francesco! Temo di perdere il filo del discorso.
– Non lo perderai, – diss’egli aggrondato, lisciandosi la barba con la mano
tremolante. – Del resto, se vuoi, il mio discorso potrà anche essere breve.
– Ti dimetti? – domandò lei, placidamente.
– No... – disse. – Perché?
– Credevo... – sbadigliò donna Giannetta, portandosi una mano alla bocca.
– No, qui, qui, di cose nostre, della casa, devo parlarti – riprese egli. – Abbi
un po’ di pazienza. Sono anch’io tanto stanco! Se vuoi del resto che il mio
discorso sia breve non offenderti.
Donna Giannetta sgranò gli occhi:
– Offendermi? Perché?
– Ma perché, se dev’esser breve. sarà pure per conseguenza un po’ rude, senza
frasi, – rispose egli. – Mi lascerai dire; poi farai, spero, quel che ti dirò
io, e basterà così. Dunque, senti.
– Sento, – sospirò ella, richiudendo gli occhi.
Francesco D’Atri agitò più volte con stento due dita:
– Due sciagure ti sono capitate, – cominciò.
Donna Giannetta tornò a scuotersi:
– Due? a me?
– Una, l’hai proprio voluta, – seguitò egli. – Vecchia sciagura. Sono io.
– Oh, – esclamò ella, abbandonandosi di nuovo su la poltrona. – Mi hai
spaventata!
Sorridendo e intrecciando le mani sul capo, soggiunse:
– Ma no... perché?
Le larghe maniche dell’accappatojo scivolarono e le scoprirono le braccia
bellissime
– Finora, no, – riprese egli. – Non te ne sei accorta bene, perché al fastidio
che ho potuto recarti di quando in quando...
– Francesco, ho tanto sonno, – gemette lei
– Permetti... permetti... permetti... S– diss’egli con stizza. – Voglio dirti,
che al fastidio hai trovato un compenso assai largo nella mia... nella mia...
dirò, filosofia...
– Dimmi subito l’altra sciagura, ti prego! – sospirò quasi nel sonno donna
Giannetta.
Francesco D’Atri si mise a sedere. Veniva adesso il difficile del discorso, e
voleva esprimersi quanto meno crudamente gli fosse possibile. Poggiò i gomiti su
i ginocchi, si prese la testa tra le mani per concentrarsi meglio, e parlò,
guardando vero terra.
– Eccomi. Aspetta. L’ho dovuto... ho dovuto scontare... Ma già tu, in questo,
non hai nessuna colpa. Era naturale che, tra i diritti della tua gioventù e i
tuoi doveri di moglie, tu seguissi piuttosto quelli che questi. Avrei potuto
farti osservare da un pezzo che tu stessa, accettando spontaneamente, anzi
con... con giubilo, un giorno, questi doveri verso un vecchio, avevi
implicitamente rinunciato a quei diritti; ma neanche di ciò ti fo colpa perché
forse anche tu, allora, ti facesti l’illusione che...
A questo punto Francesco D’Atri sollevò il capo e s’interruppe. Donna Giannetta
dormiva, con un braccio ancora sul capo e l’altro proteso verso di lui, come per
implorar misericordia.
– Gianna! – chiamò, ma non tanto forte, frenando la stizza e lo sdegno, come se
al suo amor proprio dolesse che ella, destandosi a quel richiamo, dovesse
riconoscere d’aver ceduto così presto al sonno mentr’egli le parlava di cosa
tanto grave. Riabbassò il capo e terminò a voce alta il discorso rimasto
sospeso:
– Ti facesti l’illusione che... sì, che avresti potuto facilmente adempiere ai
tuoi doveri.
Donna Giannetta non si destò; anzi, pian piano l’altro braccio le scivolò dal
capo, le cadde in grembo con pesante abbandono. Allora Francesco D’Atri sorse in
piedi, fremente; fu lì lì per afferrarle quel braccio nudo proteso e
scoterglielo con estrema violenza, gridandole in faccia le ingiurie più crude.
Ma la calma incosciente del sonno di lei, per quanto gli paresse spudorata e
quasi una sfida, lo trattenne. Sembrava che così giacente nel sonno, gli
dicesse: «Guardami come son giovane e come son bella! Che pretendi, tu vecchio,
da me?».
Ah, che pretendeva! Ma di quella sua bellezza che ne aveva fatto? e che ne stava
facendo della sua gioventù? Scempio vergognoso! Sì, dandosi a lui, a un vecchio,
dapprima! Ma egli almeno, quei tesori li avrebbe adorati con animo tremante e
traboccante di gratitudine, come un premio divino! Ella, invece, con obbrobrioso
disprezzo, con incosciente crudeltà, li aveva violati! E nulla più poteva ormai
rifar sacre quella bellezza e quella gioventù così indegnamente profanate!
Scosse il capo e uscì pian piano dalla camera.
Subito donna Giannetta balzò in piedi, sbuffando.
Auff! sul serio, a quell’ora, una spiegazione? E perché? Quando avrebbe dovuto
parlare, zitto; ora che lei s’annojava soltanto, mortalmente, pretendeva una
spiegazione? Eh via! Troppo tardi. Se lui stesso, del resto, col suo contegno,
tra le inevitabili relazioni della nuova vita in cui l’aveva messa, di fronte
alle tentazioni a cui questa vita la esponeva, agli esempii che di continuo le
poneva sotto gli occhi, l’aveva indotta, certo senza volerlo, a stimar troppo
ingenuo, puerile e tale da attirar l’altrui derisione il bel sogno da lei
accarezzato, sposandolo?
Con la massima sincerità aveva sognato di rallegrare col riso della sua
giovinezza gli ultimi anni della vita eroica di Francesco D’Atri, vecchio amico
e fratello d’armi del padre.
Gli era forse sembrato che con troppa avventatezza ella avesse preso la
risoluzione di sposarlo, quella sera ormai lontana, in cui, discorrendosi in
casa del padre di donne, di vecchi, di matrimonii, a una domanda di lei egli
aveva risposto per ischerzo, sorridendo malinconicamente: «Eh, bellina mia, se
mi sposi tu...»?
Ma fors’anche aveva sospettato in lei l’ambizione di diventar moglie d’un
ministro! Per il parentado, per le condizioni della sua nascita, era quasi
povera.
Avrebbe dovuto saper bene però che in casa di lei, sempre, le risoluzioni più
serie erano state prese così; e che la precipitazione nel prenderle non era
stata mai a scàpito della fermezza nel mantenerle. Suo padre, Emanuele Montalto,
giovine, nella compagnia spensierata e gioconda di tant’altri giovani
dell’aristocrazia palermitana, quasi per una picca da un giorno all’altro s’era
ribellato alla famiglia devota ai Borboni; e non solo per quella ribellione
aveva sofferto persecuzioni, prigionia, esilio dal governo oppressore, ma era
stato anche diseredato dal padre a beneficio del fratello maggiore e della
sorella Teresa, moglie di don Ippolito Laurentano e madre di Lando. E anche lei,
già una volta, proprio per una picca, da un giorno all’altro s’era guastata col
cugino Lando il quale, vivendo a Palermo in casa dello zio principe di Montalto,
veniva di furto ad amoreggiar con lei, cuginetta eretica, figlia dello zio
eretico, a cui quello (il principe) come per un’elemosina della quale si dovesse
vergognare, faceva passar sotto mano un assegno appena appena decente. Da un
giorno all’altro, tutto finito, per sempre: non aveva più voluto sapere del
cugino e aveva indotto il padre a lasciar Palermo per Roma, con la speranza che,
allontanando il padre dall’isola, in una più larga cerchia e meno oppressa da
pregiudizii, egli avesse alla fine condisceso a lasciarle prendere la via per
cui il sangue materno la chiamava. Sua madre era stata un’attrice piemontese, la
Berio, conosciuta dal padre a Torino, durante l’esilio, e sposata colà. Il
sangue, proprio il sangue, non l’esempio la chiamava, perché la mamma lei non
l’aveva nemmeno conosciuta: morta nel darla alla luce; e tutti, a Palermo, e più
di tutti il padre, s’erano sempre guardati dal farle sapere ciò che la madre era
stata. Ma una Montalto sul palcoscenico? Orrore! E anche lei, sì, doveva
riconoscerlo, provava tra sé e sé un certo segreto ribrezzo. Tuttavia, per
lanciare una sfida al cugino Lando e per far onta a quello zio che si vergognava
finanche di mantenerli di nascosto, oh, non solo questo ribrezzo avrebbe saputo
vincere facilmente, ma qualunque altro! Lando, poco dopo, era venuto anche lui a
stabilirsi a Roma, e insieme col padre aveva cercato di ammansarla, di
rabbonirla. No, no e no. Già s’era innamorata di quel suo sogno per Francesco
D’Atri, che, fin dal primo vederla, era rimasto come abbagliato di lei. Perché
poi non l’aveva ritenuta capace Francesco D’Atri di serbarsi fedele a quel
sogno? come non aveva compreso che un tal dubbio, un tal timore, manifestati con
certi sguardi pietosi, con certi mezzi sorrisi afflitti, l’avrebbero offesa
acerbamente, al pari della libertà concessa, anzi quasi imposta, non ostanti
quel dubbio e quel timore? Dunque per lui una sua caduta era inevitabile e ci si
rassegnava? E se lui non credeva, qual merito, qual premio, a non cadere? Per se
stessa? Ah sì, per se stessa! Le era morto il padre, da poco. Addolorata,
amareggiata profondamente, eppur costretta a far buon viso a tutti, s’era
veduta, pure in quei giorni di lutto, vigilata da Lando con occhi freddamente
sdegnosi. In un momento d’angoscia, di esasperazione, in un momento di vera
pazzia, perché lo sdegno di quegli occhi si ritorcesse anche contro di lui, gli
s’era offerta. Probo, intemerato, incorruttibile, Lando l’aveva respinta. Oh, e
allora, più per vendicarsi di lui che della triste e muta sconfidenza del
vecchio marito, s’era buttata in braccio di Corrado Selmi, e giù, giù, giù...
orribilmente, sì... come un’ubriaca, come una pazza aveva sguazzato un anno
nello scandalo.
Ma via! Non le aveva detto anche or ora il vecchio, che non trovava nulla da
ridire? Perché dunque avrebbe dovuto farsene un rimorso? Oh, non si era davvero
divertita in quell’anno della sua relazione col Selmi. Che voleva da lei ora, il
marito?
Donna Giannetta scrollò le spalle, e subito vide quel suo gesto, come se
l’avesse fatto un’altra davanti a lei. Aveva spiccatissima la facoltà strana di
osservarsi così, quasi da fuori anche nei momenti di maggior concitazione, di
vedersi muovere, di sentirsi parlare o ridere; e ne aveva quasi sgomento,
talvolta, e spesso fastidio; temeva che i suoi atteggiamenti, i suoi gesti, il
suono della sua voce, gli scatti dei suoi sorrisi potessero apparire studiati;
soffriva di quel raggelarsi improvviso dei moti più spontanei e men pensati del
suo essere, sorpresi in sul nascere da lei stessa in sé. Si passò parecchie
volte la mano su la fronte e cercò d’affondarsi in un pensiero che le togliesse
la visione di sé, così costernata. Ecco. L’altra sciagura... Quale poteva essere
l’altra sciagura di cui il marito avrebbe voluto parlarle? Il volto le si fece
scuro. Davanti agli occhi le sorse l’immagine del Selmi, che, o sbigottito, per
romper quella furia di scandalo, o per timore di perderla, cominciando ella a
essere stufa, o con la speranza di legarla a sé maggiormente, o forse anche per
vendetta, non aveva saputo impedire che divenisse madre. Sì, non c’era dubbio:
l’altra sciagura, a cui il vecchio alludeva, era la figlia, quella bambina...
– Due sciagure ti sono capitate... Una, l’hai proprio voluta.
L’altra, dunque, no. E aveva ragione: quest’altra sciagura, non l’aveva proprio
voluta.
Ma se egli sapeva tutto, e sapeva che lei non poteva sentire alcun affetto per
quella creatura che le ricordava l’amante odiato, perché poc’anzi s’era fatto
trovare presso quella bambina piangente, con un campanello in mano? Perché tanta
ostentazione di tenerezza per quella creatura? Perché aveva voluto accomunarla a
sé, come per mettersi con essa di fronte a lei, dicendo che entrambi – lui e la
bambina – rappresentavano per lei due sciagure? Che voleva concludere?
Donna Giannetta si pentì d’aver finto di dormire. Rimase ancora un pezzo a
riflettere; poi uscì dalla camera in punta di piedi e, al bujo, trattenendo il
respiro, si recò fino all’uscio della camera del marito. Origliò, poi si chinò a
guardare attraverso il buco della serratura.
Francesco D’Atri, seduto lì nella sua camera, come dianzi nella camera di lei,
coi gomiti sui ginocchi e la testa tra le mani, piangeva.
Donna Giannetta si sentì fendere la schiena da un brivido e si ritrasse
sconvolta, in preda a uno stupore che era anche sgomento.
– Piange...
Restò lì, tremante, senza riuscire a formare un pensiero. Poi, improvvisamente,
temendo ch’egli aprisse l’uscio e la scoprisse lì in agguato, si mosse per
rientrare nella sua camera. Ma, passando come una ladra davanti all’uscio della
camera ove dormiva la bambina, si fermò.
Anche la bambina, qua, piangeva! Tutt’e due...
Inconsciamente, quasi per trovare un rifugio che la nascondesse a se medesima in
quel momento, schiuse quell’uscio, entrò.
La bàlia, seduta in mezzo al letto, smaniava, disperata. La bambina, dopo un
breve sonno inquieto, aveva ripreso a contorcersi per le doglie e a vagire così.
Donna Giannetta non intese bene dapprima ciò che la bàlia diceva; allungò una
mano su la bambina trangosciata e subito la ritrasse, quasi per ribrezzo.
Com’era fredda! Ma bisognava farla tacere... Quel pianto era insopportabile...
Non voleva latte? Era fasciata forse troppo stretta? Volle sfasciarla lei, con
le sue mani. Oh che gambette misere, paonazze... e come tremavano, contratte
dallo spasimo... si provò a tenergliele; ma erano gelate! Era tutta gelata,
quella povera piccina... Fosse stato almeno un maschio; ma no, ecco,
femminuccia... Con che ravvolgerla? Ecco là, la copertina della culla... Su, su,
Donna Giannetta se la prese in braccio, se la strinse contro il seno, forte e
delicatamente, e si mise a passeggiare per la camera, cullando la figlioletta
col dondolìo della persona, come non aveva mai fatto. E stupì di saperlo fare.
Sentiva sul seno le contrazioni del piccolo ventre addogliato e quasi il
gorgoglio del pianto dentro quel corpicciolo tenero e freddo. Quasi senza
volerlo, allora, si mise a piangere anche lei, non per pietà della piccina,
no... o fors’anche, sì, perché la vedeva soffrire... ma piangeva anche perché...
perché non lo sapeva neppur lei.
A poco a poco la piccina, come se sentisse il calore dell’amor materno che per
la prima volta la confortava, si quietò di nuovo. Donna Giannetta era già
stanca, tanto stanca, e pur non di meno seguitò ancora un pezzo a passeggiare e
a batter lievemente, a ogni passo, una mano sulle spallucce della piccina. Poi
si fermò; con la massima cautela, per non farla svegliare, se la tolse dal seno;
si mise a sedere e se la adagiò su le ginocchia; fe’ cenno alla bàlia di
rimanersene a letto e, al lume del lampadino da notte, si diede a contemplare la
figliuola. Vide quella creaturina, tranquilla ora per opera sua, lì in grembo a
lei, come non l’aveva mai veduta. Forse perché non aveva mai fatto nulla per
lei, povera piccina, cresciuta finora senz’affetto, senza cure... E che colpa
aveva lei? Strizzò gli occhi, come per ricacciare, indietro un sentimento
odioso... Ma no! Che colpa aveva la piccina d’esser nata?
E a un tratto, guardando così la figlia, comprese quel che il marito voleva
dirle. Egli era e si sentiva vecchio, e sapeva di non poter riempire la vita di
lei; ma ella aveva una figlia ora; e una figlia può e deve riempir la vita d’una
madre. Egli poteva fare uno scandalo, e non l’aveva fatto; non solo, ma aveva
dato anzi a quella bambina, che non era sua, il prestigio del nome, del grado, e
anche... sì, anche la sua tenerezza. Orbene, lei, madre, poteva dar bene alla
propria figlia l’affetto, le cure, l’esempio d’una condotta illibata.
Ecco, sì, questo, questo senza dubbio, egli voleva dirle. E lei aveva fatto
finta di dormire...
A lungo donna Giannetta rimase lì, quella notte, a pensare, con la bambina in
grembo. Pensò con amarissimo rimpianto al suo sogno giovanile; e, con nausea, a
quel che gli uomini le avevano offerto in cambio di quel sogno... Stupide
finzioni, volgarità schifose... Poi, a poco a poco, cedette al sonno.
Prima dell’alba, Francesco D’Atri, attraversando il corridojo per recarsi allo
studio, vide aperto l’uscio della camera della bàlia e sporse il capo a
guardare. Rimase stupito nel trovare la moglie lì addormentata su una poltrona,
con la bambina in braccio. Le s’accostò pian piano per contemplarla e sentì lo
stupore sciogliersi, con un tremore per le vene, in una tenerezza infinita. si
chinò e le sfiorò con un bacio la fronte. Donna Giannetta si destò; provò anche
lei stupore, dapprima, nel ritrovarsi lì, con la piccina su le ginocchia; poi
sorrise – vide quel suo sorriso – e, tendendo una mano al marito e guardandolo
con gli occhi pieni d’una gioja nuova, gli domandò:
– Va bene così?
Da una ventina di giorni, tutti,
anche quelli che andavano per via frettolosi e sopra pensiero, si voltavano, si
fermavano a mirare un vecchiotto nodoso e ferrigno, con un piccolo zàino alle
spalle, quattro medaglie al petto e un cappellaccio nero, da cui scappava un
arruffio di peli, i gialli cernecchi confusi col barbone lanoso, abbatuffolato.
Camminava quel vecchiotto come in sogno, gli occhi lustri, ilari e lagrimosi,
senz’alcun sospetto della sua straordinaria apparizione per le vie e le piazze
di Roma, in quella comica acconciatura e con quella goffa aria di selvaggio
intenerito. Ma, lasciati a Valsanìa il berretto villoso, gli scarponi
imbullettati e il fucile, indossato il vestito nuovo di panno turchino e, sotto
alla ruvida camicia d’albagio violacea, un’altra camicia di tela che gli
sovrabbondava bianca e floscia dal collo e dalle maniche; con quel cappellaccio
nero e le scarpe pulite, Mauro Mortara era sicuro d’essersi acconciato da
compìto cittadino. La giacca, sì, aveva su i fianchi certi rigonfii... ma le
pistole, eh quelle aveva fatto voto di non lasciarle mai. Le quattro medaglie
poi che gli s’intravedevano appese alla camicia d’albagio, sul petto, se le era
portate (chiestane licenza al Generale) unicamente per dimostrare ch’era degno
di passare per Roma, che s’era meritata la grazia e guadagnato l’onore di
vederla. Tutti i documenti erano dentro lo zainetto.
Come avrebbe potuto supporre che quelle medaglie, a Roma, attufata d’odio e
tutta imbrattata di fango in quei lividi giorni, dovessero chiamare su le labbra
un ghigno di scherno, diventata quasi titolo d’infamia la qualifica di «vecchio
patriota»? Senza il più lontano sospetto che ridessero di lui, Mauro Mortara
rideva a tutti coloro che gli ridevano in faccia, credendo che partecipassero
alla sua gioja, a quella sua gioja rigata di lagrime che, quasi grillandogli
attorno come una luce, gli abbagliava ogni cosa. Non vedeva altro di Roma, che
questa sua gioja di esserci; e tutto in quella fiamma d’allucinazione gli si
presentava magico e vaporoso; e non sentiva la terra sotto i piedi. Tre, quattro
volte, nell’allungare il passo, gli era venuto meno il marciapiedi, e per poco
non era ruzzolato. Andava com’ebro, senza mèta, smarrito, annegato nella sua
beatitudine; e appena gli fantasmeggiava davanti un aspetto grandioso, giù altre
lagrime dagli occhi gonfii di commozione.
Lando Laurentano avrebbe voluto dargli una guida; ma che guida! non voleva saper
nulla; non voleva che gli si precisasse nulla; temeva istintivamente che ogni
notizia, ogn’indicazione, ogni conoscenza anche sommaria gli rimpiccolisse
quella smisurata, fluttuante immagine di grandezza, che il sentimento gli
creava. Roma doveva rimanere per lui, come il mare, sconfinata. E ritornando la
sera, stanco e non sazio, al villino di via Sommacampagna dove Lando abitava,
alle domande se avesse veduto il Colosseo, il Foro, il Campidoglio:
– Ho visto, ho visto! – rispondeva in fretta. – Non mi dite niente... Ho visto!
– Anche San Pietro?
– Oh Marasantissima! Vi dico che ho visto. Non voglio saper niente! Questo...
quello... che me n’importa? È tutto Roma!
Che gl’importava di sapere chi fosse quel cavaliere con le gambe nude e la
corona in capo sul gran cavallo di bronzo in quell’alta piazza vegliata da
statue in capo alla salita, dominata da una torre e porticata a destra e a
sinistra? Era a Roma? E dunque era un grande, certo, un eroe dell’antichità, un
vittorioso, un padrone del mondo. E quella statua lì, rossa, seduta sopra la
fontana, con una palla in mano? Roma: quella era Roma, col mondo in pugno, e
basta. Se per quella piazza non fosse passata di continuo tanta gente, si
sarebbe chinato a baciar l’orlo di quella fontana, accostato a baciare il
piedestallo di quel cavaliere con le gambe nude. E perché s’affaccendava lassù
tutta quella gente? Ma perché lavorava a far più grande Roma: ecco perché! si
davano tutti da fare per questo. E Roma, Roma... eccola là: di nuovo, tra poco,
tutto il mondo in pugno avrebbe tenuto, così!
Era lui davvero, Mauro Mortara, a Roma? respirava proprio lui lassù quell’aria
di Roma? toccava proprio lui coi piedi il suolo di Roma? vedeva lui tutte quelle
grandezze? o era sogno? Ah, si potevano chiudere ora gli occhi suoi, dopo tanta
grazia? Veduta Roma, avevano veduto tutto. Posta la sua firma nel registro del
Pantheon, alla tomba del Re, poteva morire: aveva dato atto di presenza nella
vita, risposto all’appello della storia. Che stupore! Se le era trovate davanti
all’improvviso, quelle colonne scure e maestose. Nel dubbio che fosse una
chiesa, s’era tenuto in prima d’entrare per il cancello semichiuso della
ringhiera, come vedeva fare a tanti. Venendo a Roma, aveva stabilito che, dalle
chiese, alla larga! Rispettare Dio, sì, ma in cielo... E non era entrato difatti
neanche in San Pietro. In mano ai preti, lui? Maramèo! Con occhi torvi aveva
guatato il Vaticano, premendo coi gomiti su i fianchi il calcio delle due
pistole. Era dunque una chiesa anche quella? Stava per domandarlo, quando gli
s’era accostato un venditore di vedute di Roma: – Il Pantheon... la tomba del
Re...
– Là dentro?
E subito allora era entrato. Quell’occhio tondo aperto nella cupola, da cui si
vedeva il cielo, l’altare di fronte lo avevano un po’ sconcertato. Dov’era la
tomba del Re? Eccola là, a destra, in alto, di bronzo... E s’era avvicinato,
timoroso; aveva veduto sotto la tomba i due veterani di guardia, con le medaglie
al petto, il registro per le firme dei visitatori e, con gli occhi ridenti e
invetrati di lagrime, aveva sollevato un po’ la giacca per far vedere a quelli
che aveva il diritto, lui, di firmare. Quei due veterani non avevano compreso
bene, forse, ciò che avesse voluto dire e, vedendolo ridere e piangere insieme,
lo avevano preso fors’anche per matto. Sì, aveva risposto lui, col capo: or ora,
dopo tutti gli altri; ché, un po’ per la mano poco avvezza, un po’ per gli occhi
e sopra tutto poi per la commozione, chi sa quanto tempo ci avrebbe messo! Alla
fine, rimasto solo davanti ai veterani dopo aver raspato alla meglio sul
registro, a lettera a lettera, nome, cognome e luogo di nascita:
– Ah, da Girgenti... siciliano? – s’era sentito domandare da uno di quelli, che
con gli occhi aveva tenuto dietro alla penna. – Avete fatto la campagna del
Sessanta? – Eccole qua! – gli aveva risposto, gongolante, mostrando le medaglie.
– E questa, del Quarantotto!
– Ah, reduce del Quarantotto... E siete danneggiato?
– Come, danneggiato? Che vuol dire?
– Se avete la pensione dei danneggiati politici...
Ma che pensione! Lui? Perché la pensione? Non aveva niente, lui. Non sapeva
neppure che ci fosse, quella pensione; e se l’avesse saputo, non l’avrebbe mai
chiesta. Prender danaro per quel che aveva fatto? Ma gli dovevano prima cascar
le mani!
Quelli, ch’eran due piemontesi, s’erano messi a ridere, guardandosi negli occhi.
Lo avevano approvato – credeva lui – sicuramente. Sì, come lo approvavano, nel
villino, ogni sera, Raffaele il cameriere e Torello il servitorino, dopo la
severa riprensione del padrone che li aveva sorpresi in un momento che se lo
pigliavano a godere proprio di gusto. Alle esclamazioni di gioja, di meraviglia,
di entusiasmo, di soddisfazione, alle ingenue considerazioni di Mauro sulla
grandezza della patria, Lando Laurentano, benché pieno in quei giorni di sdegno
e di nausea, non aveva mai replicato; aveva trattenuto il sorriso anche quando
il suo caro vecchio, una di quelle sere, era entrato ad annunziargli ancor tutto
esultante:
– Ho visto il Re! ho visto il Re! Oh, povero figlio mio, come avrei potuto mai
crederlo? tutto bianco... bianco come me... Chi sa quanto gli costa sedere
lassù! quanti pensieri! Eh, il palo è lui! c’è poco da dire: il palo che regge
tutto... E sapete? M’ha salutato! se la carrozza andava più piano, mi buttavo in
ginocchio, com’è vero Dio!
«Sentirsi in petto per un momento quel cuore!» aveva pensato con tenerezza e con
invidia Lando Laurentano. «Potere con quella stessa fede, con quella stessa
purezza d’intenti, nutrire un sogno, un più vasto sogno; affrontare per esso più
aspre lotte e vincere, per goder poi una gioja più pura e più grande di
quella!».
Come per ritemprarsi e lavarsi lo spirito di tutte le sozzure sbomicanti in quei
giorni dalla vita nazionale, s’era immerso nei discorsi di quel vecchio,
strambi, sì, ma vero lavacro di purezza e di fede. La sua vista, la sua presenza
a Roma, in quei giorni, gli facevano apparir più sozzi, più turpi tutti coloro
che della fortuna insigne d’esser nati in un momento supremo e glorioso s’erano
avvantaggiati come ingordi mercanti e ladri speculatori. Che ne sapeva, che
poteva saperne quel vecchio, il quale, dopo aver dato il meglio della sua forte
e ingenua natura alla patria, s’era ritratto in solitudine a fantasticare sul
frutto che l’opera sua avrebbe certamente recato, sicuro che tutti gli altri
avevano fatto come lui? Egli non pensava: sentiva soltanto: fiamma accesa, che
si beava nel suo lume e nel suo calore, e tutto avvivava intorno a sé di questo
lume. E, certo, come ora qua non avvertiva la tempesta di fango in mezzo alla
quale passava raggiante di gioja e d’entusiasmo, da trent’anni in Sicilia non
aveva mai avvertito gli orrori delle tante ingiustizie, la desolazione
dell’abbandono, il crollo delle illusioni, il grido e le minacce della miseria.
Impensierito dalle notizie di giorno in giorno più gravi che gli arrivavano di
laggiù, Lando avrebbe voluto qualche ragguaglio da lui, almeno intorno alla
provincia di Girgenti; ma non glien’aveva neppur fatto cenno, sicuro che gli
avrebbe oscurato d’un tratto tutta la festa col fargli sapere ch’egli, il nipote
del Generale, era per quelli che egli in buona fede doveva stimar nemici della
patria, e dunque un nemico della patria anche lui. Gli aveva domandato invece
notizie del padre.
– Giù, dovete venire giù con me! – gli aveva risposto Mauro recisamente. – Voi
siete il ladro; io, il carabiniere. E ringraziate Dio che ha mandato me! Poteva
mandarvi un plotone di quei suoi terribili pagliacci, con Sciaralla il capitano.
Lando aveva schiuso le labbra a un sorriso afflitto. E allora Mauro,
picchiandosi la fronte con una mano:
– Testa! Che volete farci? Me li manda anche lì, a Valsanìa, vestiti a quel
modo, nella casa di suo Padre! Il cuore mi si volta in petto e vedo rosso, vi
giuro, certe volte! Basta, che dicevamo? Ah... anche questa vi pare che sia da
meno? andare a sposar di nuovo, alla sua età, e una di quella razza! Santo e
santissimo non so chi e non so come, il padre di quello, vi dico, quando vostro
nonno fu mandato in esilio, andò in chiesa a cantare il Te Deum. E lui,
lui, questo don Flaminio Salvo... Corpo di Dio, sapete che ho dovuto
sopportarmelo per un mese a Valsanìa? Ah, che bracalone quel vostro zio don
Cosmo! «Come!» doveva dire. «Flaminio Salvo a Valsania?» E invece, niente!
Padronissimo. E sapete come sono stato io per un mese? Come una bestia che va
cercando tutti i buchi e i bucherelli per nascondersi. Se lo vedevo... sangue
di... per qua lo afferravo, vi dico, per la gola, e là, suona che ti suono,
cazzotti dove coglievo coglievo! Sapete che quando mi piglia quel momentaccio,
bestiale come sono... Lasciamo andare! Questo don Flaminio Salvo, al
quarantotto, che fece? ve lo dico io che fece, andò dritto filato a denunziare
alla sbirraglia borbonica il luogo dove s’era nascosto don Stefano Auriti con
vostra zia donna Caterina. Storia! E ora, a Girgenti, porta tutti i preti in
pianta di mano! Ma Dio, ah Dio l’ha castigato! La moglie, pazza! Peccato che la
figlia... quella, no: buona, la figlia; buona e bella... Ma non vi venisse in
mente, oh, di pigliarvela in moglie! Voi, caro mio, portate il nome di vostro
nonno, ricordatevelo! E il nome di Gerlando Laurentano dev’essere per voi... che
dico? no, caro mio, non ridete... di queste cose non dovete ridere davanti a me!
– Rido, – gli aveva risposto Lando, – perché ha mandato un buon ambasciatore mio
padre per persuadermi ad assistere alle sue nozze!
E Mauro, mettendo le mani avanti:
– Ah no, che c’entra? io le cose le dico papali in faccia, anche a lui. E,
tanto, se non le dico, mi si leggono in fronte lo stesso... Ciascuno col
sentimento suo. Ma voi dovete venire con me, perché il padre è padrone, caro
mio. Non andate di vostra volontà. Lui, com’ha cominciato, deve finire. Se s’è
messo per quella via, che volete farci? Ve ne verrete per un po’ di giorni a
Valsanìa, a ristorarvi; vi arrabbierete un po’ con quello stolido di vostro zio
don Cosmo; ma poi ci sono io, c’è il camerone del Generale, intatto, tal
quale... Entrando là, il petto... ah! vi s’allarga e il cuore vi si fa tanto...
Voi, non so, mi parete... Con permesso, lasciatemi sentir l’orologio.
Gli s’era accostato, gli aveva posato un orecchio sul petto, dalla parte del
cuore e, ridendo furbescamente, aveva concluso:
– Ho capito! L’ora delle femmine.
Calmo e freddo in apparenza, Lando Laurentano covava in segreto un dispetto
amaro e cocente del tempo in cui gli era toccato in sorte di vivere; dispetto
che non si sfogava mai in invettive o in rampogne, conoscendo che, quand’anche
avessero trovato eco negli altri, come ne trovavano difatti quelle dei tanti
malcontenti in buona o in mala fede, non avrebbero approdato a nulla.
Era, quel suo dispetto, come il fermento d’un mosto inforzato, in una botte che
già sapeva di secco.
La vigna era stata vendemmiata. Tutti i pampini ormai erano ingialliti;
s’accartocciavano aridi; cadevano; i tralci nudi si storcevano nella nebbia
autunnale, come chi si stiri in un lungo e sordo spasimo di noja; nella grigia
distesa dei campi, tra la caligine umida, non rimaneva più altro che un accennar
muto e lieve e lento di pàlmiti vagabondi.
Aveva dato il suo frutto, il tempo. E lui era venuto a vendemmia già fatta. Il
mosto generoso e grosso, raccolto in Sicilia con gioja impetuosa, mescolato con
l’asciutto e brusco del Piemonte, poi col frizzante e aspretto di Toscana, ora
col passante, raccolto tardi e quasi di furto nella vigna del Signore, mal
governato in tre tini e nelle botti, mal conciato ora con tiglio or con allume,
s’era irrimediabilmente inacidito.
Età sterile, per forza, la sua, come tutte quelle che succedono a un tempo di
straordinario rigoglio. Bisognava assistere, tristi e inerti, allo spettacolo di
tutti coloro che avevan dato mano all’opera e volevano ora esser soli a darle
assetto; alcuni tuttavia sovreccitati e quasi farneticanti, altri già lassi e
crogiolantisi con senile sorriso di sufficienza nella soddisfazione d’un’ardua
fatica comunque terminata, di cui non volevano vedere i difetti, né che altri li
vedesse.
Ah, in verità, sorte miserabile quella dell’eroe che non muore, dell’eroe che
sopravvive a se stesso! Già l’eroe, veramente, muore sempre, col momento:
sopravvive l’uomo e resta male. Guaj se non scoppia l’anima con veemenza,
investita da quel vento propulsore che la gonfia, la sforza e le fa assumere a
un tratto una terribile maschera di grandezza! Dopo quello sforzo, caduto il
vento, l’anima violentata non sa, non può più ricomporsi nelle sue naturali
proporzioni non trova più il suo equilibrio: qua ancora abbottata e intumidita,
là floscia, ammaccata, casca da tutte le parti e, come un pallone in cui si sia
consumato lo stoppaccio, incespica e si straccia in tutti gli sterpi della via
dianzi sorvolata.
Lando Laurentano non sfogava il dispetto, perché, non avendo potuto prima per
l’età, non potendo più ora per l’inerzia dei tempi far nulla, sdegnava come
troppo facile dir che gli altri avevano fatto male. Fare... ecco, poter fare,
senza punte parole! Avevano fatto gli altri. Ora era il tempo delle parole. Ne
facevano tante gli altri inutilmente, ch’egli poteva bene risparmiar le sue.
Vedeva che coloro, a cui era stato dato di fare, s’erano dibattuti a lungo tra
due concezioni, una vacua e l’altra servile: quella di un’Italia classica e
quella di un’Italia romantica: una fantasima in toga e un manichino da vestire
con la livrea e il beneplacito altrui: un’Italia retorica, fatta di ricordi di
scuola, quella stessa forse vagheggiata dal Petrarca e suggerita a Cola di
Rienzo, repubblicana; e un’Italia forestiera, o inforestierata tutta nell’anima
e negli ordini. Purtroppo, le necessità storiche dovevano effettuar questa. E,
in fondo, non si era fatto altro che sostituire una retorica a un’altra; alla
scolastica imitazione degli antichi, la spropositata imitazione degli stranieri.
Imitare, sempre. «Oh Italiani, – aveva gridato dalle Murate di Firenze il
Guerrazzi, – scimmie e non uomini!».
Soffocati dalle così dette ragioni di Stato gl’impeti più generosi, la nazione
era stata messa su per accomodamenti e compromissioni, per incidenze e
coincidenze. Un solo fuoco, una sola fiamma avrebbe dovuto correre da un capo
all’altro d’Italia per fondere e saldare le varie membra di essa in un sol corpo
vivo. La fusione era mancata per colpa di coloro che avevano stimato pericolosa
la fiamma e più adatto il freddo lume dei loro intelletti accorti e calcolatori.
Ma, se la fiamma s’era lasciata soffocare, non era pur segno che non aveva in sé
quella forza e quel calore che avrebbe dovuto avere? Che nembo di fuoco allegro
e violento dalla Sicilia su su fino a Napoli! Ancora da laggiù, più tardi, la
fiamma s’era spiccata per arrivare fino a Roma... Dovunque era stata costretta
ad arrestarsi, ad Aspromonte o su le balze del Trentino, era rimasto un vuoto
sordo, una smembratura.
Non poteva l’Italia farsi in altro modo? Segno che non erano ancora ben maturi
gli eventi, o che eran mancati in alcuni l’energia e l’ardire per secondarli.
Troppi calcoli e riflessioni ombrose e tentennamenti e scrupoli e ritegni e
soggezioni avevano mortificato la creazione della patria.
Che fare, adesso? Per chi vuole, sì, è sempre tempo di far bene. Ma un bene
modesto, umile, paziente, Lando Laurentano sentiva che non era per lui. Gli
avevano offerto, nelle ultime elezioni generali, la candidatura in uno dei
collegi di Palermo: né preghiere, né pressioni, né richiami alla disciplina del
partito erano valsi a farlo recedere dal rifiuto. Lui, a Montecitorio, in quel
momento? Meglio affogarsi in una fogna!
Fin da giovinetto s’era nutrito di forti e severi studii, non tanto per bisogno
di coltura o per passione, quanto per poter pensare e giudicare a suo modo, e
serbare così, conversando con gli altri, l’indipendenza del proprio spirito.
Aveva qua, nel villino solitario di via Sommacampagna, una ricca biblioteca, ove
soleva passare parecchie ore del giorno. Ma, leggendo, era tratto
irresistibilmente a tradurre in azione, in realtà viva quanto leggeva; e, se
aveva per le mani un libro di storia, provava un sentimento indefinibile di pena
angustiosa nel veder ridotta lì in parole quella che un giorno era stata vita,
ridotto in dieci o venti righe di stampa, tutte allo stesso modo interlineate
con ordine preciso, quello ch’era stato movimento scomposto, rimescolìo,
tumulto. Buttava via il libro, con uno scatto di sdegno, e si metteva a
passeggiare per la sala. Che strana impressione gli facevano allora tutti quei
libri nella prigione degli alti e ampii scaffali che coprivano da un capo
all’altro le quattro pareti! Dalle due finestre basse, che davano sul giardino,
entrava il passerajo fitto, assiduo, assordante degl’innumerevoli uccelletti che
ogni giorno si davan convegno sul pino là, palpitante più d’ali che di foglie.
Paragonava quel fremito continuo, instancabile, quell’ebro tumulto di voci vive,
con le parole racchiuse in quei libri muti, e gliene cresceva lo sdegno.
Composizioni artificiose, vita fissata, rappresa in forme immutabili,
costruzioni logiche, architetture mentali, induzioni, deduzioni – via! via! via!
Muoversi, vivere, non pensare!
Che angoscia, che smanie talvolta, se s’affondava nel pensiero che anch’egli,
inevitabilmente, coi concetti e le opinioni che cercava di formarsi su uomini e
cose, con le finzioni che si creava, con gli affetti, coi desiderii che gli
sorgevano, fermava, fissava in sé e tutt’intorno a sé in forme determinate il
flusso continuo della vita! Ma se già egli stesso, con quel suo corpo, era una
forma determinata, una forma che si moveva, che poteva seguire fino a un certo
punto questo flusso della Vita, fino a tanto che, man mano irrigidendosi sempre
più, il movimento già a poco a poco rallentato non sarebbe cessato del tutto!
Ebbene, certi giorni, arrivava a sentire per il suo stesso corpo, così alto e
smilzo, per il suo volto bruno pallido, dalla fronte troppo ampia, dalla barba
nera, quadra, dal naso imperioso in contrasto con gli occhi da arabo sonnolento
e voluttuoso, una strana antipatia. Se li guardava nello specchio come se
fossero d’un estraneo. Dentro quel suo stesso corpo, intanto, in ciò che egli
chiamava anima, il flusso continuava indistinto, sotto gli argini, oltre i
limiti ch’egli imponeva per comporsi una coscienza, per costruirsi una
personalità. Ma potevano anche tutte quelle forme fittizie, investite dal flusso
in un momento di tempesta, crollare, e anche quella parte del flusso che non
scorreva ignota sotto gli argini e oltre i limiti ma che si scopriva a lui
distinta, e ch’egli aveva con cura incanalato nei suoi affetti, nei doveri che
si era imposti, nelle abitudini che si era tracciate, poteva in un momento di
piena straripare e sconvolger tutto.
Ecco: a uno di questi momenti di piena egli anelava! si era perciò immerso tutto
nello studio delle nuove questioni sociali, nella critica di coloro che, armati
di poderosi argomenti, tendevano ad abbattere dalle fondamenta una costituzione
di cose comoda per alcuni, iniqua per la maggioranza degli uomini, e a destare
nello stesso tempo in questa maggioranza una volontà e un sentimento che
facessero impeto a scalzare, a distruggere, a disperdere tutte quelle forme
imposte da secoli, in cui la vita s’era ponderosamente irrigidita. Sarebbero
sorti nelle maggioranze quella volontà e quel sentimento così forti da promuover
subito il crollo? Mancava in esse ancora la coscienza e l’educazione necessarie.
Renderle coscienti, educarle, prepararle: ecco un ideale! Ma a quando
l’attuazione? Opera lenta, lunga e paziente anche questa, purtroppo.
Nei suoi vasti possedimenti in Sicilia, nella provincia di Palermo, ereditati
dalla madre, aveva già accordato ai contadini la più equa mezzadria, proibendo
assolutamente al suo amministratore di gravare anche d’un minimo interesse le
anticipazioni concesse con liberalità per la semente e per tutte le altre spese
necessarie alla coltura dei campi; vi aveva fondato e manteneva a sue spese
parecchie scuole rurali, più volte, a ogni richiesta, aveva contribuito
largamente ai fondi di riserva per la resistenza dei contadini e dei solfaraj
nelle lotte contro i proprietarii di terre e i produttori di zolfo; pagava le
spese di stampa d’un giornale del partito: La Nuova età, che si pubblicava ogni
domenica a Palermo. L’amministratore Rosario Piro protestava da laggiù, mese per
mese, con lunghissime lettere piene di buon senso e di spropositi di lingua:
protestava e si lavava le mani. Povero Piro! Chi sa come se l’era ridotte,
quelle mani, a furia di lavarsele! Lando, forse senza neppure accorgersene, o
credendo fors’anche di viver sobriamente, spendeva molto per sé. L’esperienza di
quanto vacua e insulsa fosse la vita di tutti coloro che per professione
facevano bella figura nel così detto bel mondo, nei circoli, nei saloni dei
grandi alberghi, nelle sale da giuoco, nelle piste delle corse, nelle cacce a
cavallo, se l’era pagata, non per voglia che n’avesse, ma per non apparir
singolare dagli altri in una cosa di così poco valore per lui e che in fondo non
gli costava alcun sacrificio, date le sue abitudini signorili e le sue relazioni
sociali; seguitava ancora a pagarsela di tratto in tratto, e pur cara, nei
momenti in cui più forte sentiva il bisogno d’afferrarsi al solido fondamento
della bestialità umana per sottrarsi o resistere a certi impulsi strani, a certi
capricci dell’immaginazione, alle smaniose incertezze dell’intelletto. Si
abbandonava allora a esercizii violenti con una freddezza che a lui stesso
talvolta incuteva raccapriccio, o a piaceri sensuali, la cui profumata e
luccicante squisitezza esteriore non riusciva a nascondergli la trista
volgarità. Ma nell’inerzia si sentiva rodere; tra le smanie della forzata
inazione, soffocare, tanto più in quanto si costringeva a respingere quelle
smanie per non dare alcuno spettacolo di sé, mai. E mentre sorrideva, ascoltando
al circolo o in qualche altro ritrovo le baggianate dei suoi conoscenti,
dondolando un piede o carezzandosi la barba, immaginava freddamente qualche
scoppio improvviso che mettesse in iscompiglio ridicolo a un tempo e spaventoso
tutto quel mondo fatuo, fittizio, di cui gli pareva incredibile che gli altri
sul serio potessero vivere e appagarsi. Gli altri? E lui? Di che viveva lui? Non
se ne appagava, è vero; ma che ci guadagnava a non appagarsene? Ecco, quelle
smanie. Non cupidigie effimere, non appetiti da soddisfare vi trovavano i suoi
sensi: ritrarsene, non gli sarebbe costato alcuno sforzo di volontà; anzi doveva
sforzarsi per rimanervi, come se fosse per lui esercizio di un dovere
increscioso, condanna. D’altro canto, non sarebbe impazzito a restar solo con se
stesso? Tanta era la mala contentezza della propria esistenza arida, senza
germogli di desiderii vivi. Certe notti, rincasando oppresso dalla più cupa noja,
aveva così forte l’impressione d’andare a ritrovar nella solitudine del suo
villino il proprio spirito che non se n’era mosso e che lo avrebbe accolto dallo
specchio con atteggiamento di scherno e gli avrebbe domandato se fuori faceva
bel tempo, se c’era la luna, se qualche lampada elettrica non si fosse per caso
stizzita lungo la via, o se San Paolo, stanco di stare in piedi, non si fosse
messo a sedere su la colonna Antonina; così forte aveva questa impressione, che
tornava indietro, per lasciar fuori la propria persona e non presentarla a
quella derisione. Eccola, eccola lì, la sua bella persona, ben curata, ben
lisciata, azzimata... chi se la voleva prendere a quell’ora di notte? si fermava
un po’ per sentire intorno a sé il silenzio notturno; gli pareva che questo
silenzio si profondasse nel tempo, nel passato di Roma, e diventasse terribile.
Un brivido lo scoteva. Gravava quella notte su una città di mille e mille anni,
per cui egli passava, ombra vana, minima, che un lieve soffio avrebbe spazzata
via.
Da questi momenti non rari lo richiamava in sé ogni volta, accorrendo da Palermo
senza invito e sempre in punto un amico, forse il solo che avesse sincero: Lino
Apes, direttore della Nuova Età: Socrate, com’egli lo chiamava. E di
Socrate veramente Lino Apes aveva l’umore e la bruttezza: alto, tutto collo e
senza spalle, con le braccia scimmiesche che gli scivolavano fin quasi ai
ginocchi, la fronte sfuggente, il naso schiacciato, e certi occhi ilari e acuti,
che ridendo gli lagrimavano, quasi nascosti dalle folte sopracciglia spioventi.
Poverissimo, con incredibili stenti superati allegramente, s’era mantenuto da sé
agli studii, fino a laurearsi in lettere e filosofia; senza ambizioni di sorta,
s’adattava a insegnare a suo modo in un ginnasio inferiore, con molto godimento
dei ragazzi, con molto struggimento del direttore che non osava muovergli alcuna
riprensione. Passava il resto della giornata sperperando nella conversazione
l’inesauribile ricchezza delle idee che, dopo un lungo giro, gli ritornavano
appena appena riconoscibili, ciascuna col marchio della sciocchezza o della
vanità di chi se l’era appropriata. Era il suo discorso una fonte perenne di
speciosissimi argomenti, da cui sprazzava a un tratto una luce nuova e strana
che, inaspettatamente, rendeva tutto semplice e chiaro. Lino Apes aveva più
volte dimostrato a Lando Laurentano che, dicendosi socialista, mentiva con la
più ingenua sincerità; si vedeva non qual era, ma quale avrebbe voluto essere.
Il che, sosteneva lui, avviene a tutti, ed è la sorgente prima del ridicolo.
Socialista, un indisciplinato? socialista, un nemico, non di questo o
quell’ordine, ma dell’ordine in genere, d’ogni forma determinata? Socialista era
per il momento: per quel tal momento di piena, a cui anelava. Ma la maggior
parte dei socialisti, del resto, erano come lui e perciò poteva consolarsi, o
piuttosto, provarne dispetto. A ogni modo, una specialità l’avrebbe sempre
avuta: quella di esser ricco tra tanti consimili poveri e di farsi cavar sangue
da tutti e da lui, Lino Apes, direttore della Nuova Età e privato
ispettore delle scuole rurali dipendenti da S. E. il giovane principe di
Laurentano.
Lando lo ascoltava con piacere. Tutto quello che gli altri dicevano lo lasciava
scontento e insoddisfatto, come tutto quello che diceva lui stesso, pur
riconoscendo che, sì, era spesso sensato. Riconosceva anche che tanti e tanti
parlavano meglio di lui; ma che valevano poi tutte quelle parole, tutti quei
ragionamenti, tutte quelle idee giuste, tutte quelle cose sensate? Dentro di lui
scattava, esasperata, una protesta: – No, no, non è questo! – senza che poi egli
stesso sapesse dire che cosa dovesse essere in cambio. Ma tutto il resto, i
guizzi, i lampi che gli s’accendevano nello spirito non erano esprimibili:
sarebbe sembrato pazzo, se li avesse espressi. Ebbene, Lino Apes, Socrate,
aveva questo: che sapeva esprimerli, ed era stimato saggio.
Riceveva da lui in quei giorni lettere su lettere, e ognuna con agro stile lo
pressava ad accorrere in Sicilia. Tutti i galli nelle aje bruciate non avevano
avuto mai così rossa e così irta la cresta, né mai più spavaldo avevan lanciato
nei campi il loro grido a salutare il nuovo sole che, per la prima volta dopo
una notte di secoli, sbadigliava nelle coscienze dei lavoratori. Coscienze? Per
modo di dire. Alla chiesa avevano sostituito il Fascio; e aspettavan da questo
tutti i miracoli impetrati invano da quella. Ma il fanatismo era al colmo: e
dunque possibili i miracoli e facile il còmpito dei taumaturghi. La piena stava
per irrompere, e in un momento avrebbe potuto travolgere «le impure sedi del
dominio borghese» ora senza presidio di soldatesche. Bisognava accorrere e agire
prima che la Sicilia fosse invasa militarmente e la reazione cominciasse.
Lando fremeva, ma non sapeva staccarsi da Roma in quel momento. Lo scandalo
bancario era come una voragine di fuoco aperta davanti al Parlamento nazionale:
a una a una uscendo di là, le putride carcasse del vecchio patriottismo
vi sarebbero precipitate; e quel fuoco, divorandole, avrebbe purificato la
patria. Lo spettacolo era allegro nella sua oscena terribilità. Ma forse non
sarebbe stato tale per Lando, se in quella voragine non avesse aspettato con
ansia feroce uno: Corrado Selmi.
Ah finalmente! Già lo vedeva come un albero mezzo sfrondato all’appressarsi
della lava: fors’anche prima d’esser toccato dal liquido fuoco vorace, sarebbe
sparito in una stridula vampata. E Lando sperava che il suo spirito si sarebbe
rischiarato a quella vampata. Ah, per un momento almeno! Il male che quell’uomo
gli aveva fatto non era più rimediabile: gli aveva per sempre ottenebrato la
vita, tolto per sempre la speranza di volgersi, di riaccostarsi a colei che
nella prima giovinezza gli aveva fatto intendere l’eternità in un attimo di
luce: luce sfavillante da due occhi neri e da un vanente sorriso, una sera di
maggio, lungo la marina di Palermo illuminata, tra il fragor delle vetture,
l’odore delle alghe che veniva dal mare il profumo delle zagare che veniva dai
giardini. Per il divino ricordo incancellabile di quest’attimo si sarebbe
certamente riaccostato alla cugina, appena senza rimorso, senza profanazione
almeno dal suo canto, morto il vecchio marito avrebbe potuto farla sua di nuovo.
Ben per questo l’aveva respinta, quand’ella, in un momento di follia, aveva
voluto con rabbiosa disperazione aggrapparsi a lui. E quell’uomo vigliaccamente
ne aveva profittato.
No, non poteva allontanarsi da Roma in quel momento.
Ora, chiamato con tanta premura da ben altre ragioni in Sicilia, quella per cui
Mauro Mortara era venuto non poteva non sembrargli una grottesca irrisione.
Pensò che non certo per il piacere di vederlo lo si voleva presente a quel
festino di nozze, ma per una diffidenza del Salvo, che l’offendeva. E, per
sbarazzarsene, decise di scrivere a costui una lettera che lo rassicurasse
pienamente e per cui quel matrimonio potesse aver luogo senza il suo intervento.
A Lino Apes rispose che, prima di muoversi, avrebbe voluto consultare tutti quei
compagni che tra pochi giorni dovevano passare per Roma diretti al Congresso di
Reggio Emilia. Si sarebbe tenuta un’adunanza in casa sua, alla quale anche lui,
Socrate, doveva prender parte. A suo carico le spese di viaggio, tanto sue
quanto quelle dei rappresentanti dei maggiori Fasci, di cui voleva un preciso
ragguaglio delle condizioni in cui si sarebbe impegnata la lotta; e se queste
veramente erano favorevoli, non avrebbe esitato un momento a cimentarsi, ad
arrischiar tutto, là e addio! Due giorni dopo la spedizione di questa lettera,
gli arrivò all’orecchio la notizia del salvataggio scandaloso del Selmi tentato
dal Governo. Sentì rompersene lo stomaco, e in un furioso ribollimento di sdegno
decise di partir subito per dar fuoco alle polveri preparate in Sicilia. La
mattina dopo, mentre parlava con Mauro Mortara della partenza imminente, gli fu
annunziata la visita del cugino Giulio Auriti.
Mauro era andato due volte a casa di Roberto in via delle Colonnette, e non
l’aveva trovato. Prima di partire, avrebbe voluto almeno salutarlo. Non
conosceva Giulio, avendolo veduto due o tre volte soltanto da ragazzo; diede un
balzo, appena lo vide entrare nella stanza:
– Don Stefano! – esclamò. – Oh figlio mio! Don Stefano nelle forme... Tutto,
tutto lui! La stessa faccia... lo stesso corpo...
Ma, notando che il giovine, nell’agitazione a cui era in preda, gli restava
dinanzi con fredda e accigliata perplessità:
– Non sapete chi sono io? – aggiunse. – Sono Mauro Mortara. Morì qua, tra queste
braccia, vostro padre, con una palla in petto, qua sotto la gola. Aveva al collo
il fazzoletto, e una cocca gli era entrata nella ferita: non poteva parlare; con
codesti vostri occhi, nell’agonia, mentre lo sorreggevo, mi raccomandò il
figliuolo, vostro fratello, che io scostavo col gomito, coprendo con tutta la
persona il corpo di vostro padre caduto, per non farglielo vedere...
Giulio Auriti si premé forte le mani sul volto e scoppiò in singhiozzi.
Lando, conoscendo la rigida tempra del cugino, il dominio freddo che aveva di se
stesso, si voltò a guardarlo, turbato e costernato. Gli s’accostò; gli posò una
mano su la spalla:
– Giulio!
– Avreste fatto meglio a lasciarglielo vedere! – disse allora questi, rivolto a
Mauro, riavendosi d’un tratto, al richiamo. – Gli sarebbe rimasto più impresso.
Era troppo piccolo! E piccolo è rimasto. Piccolo e cieco. Ho da parlarti, –
aggiunse poi, rivolgendosi a Lando, e con la mano si strinse gli occhi, quasi
per portarne via ogni traccia di pianto.
Mauro non intese, non comprese nulla: con gli occhi fissi nella lontana visione
della battaglia, scosse il capo a lungo, sospirò:
– Bella morte! Bella morte! Può piangerla un figlio; ma a pensarci, è una festa.
Una festa era per noi morire! Che morte faremo adesso? Vecchi, sporcheremo il
letto... Basta; me ne vado. È in casa don Roberto? Voglio andare a salutarlo. Ho
visto Roma, però, e anche in un canto, mangiato dalle mosche, posso morir
contento...
Fece con la mano un gesto di noncuranza e se ne andò.
Tutta la notte, dopo il colloquio con Francesco D’Atri, Giulio Auriti invece di
pensare a ciò che avrebbe dovuto dire al cugino per ottener l’ajuto che doveva
chiedergli, prevedendolo nemico, per farsi animo all’impresa aveva richiamato,
tra un continuo incalzar di smanie rabbiose, pensieri e ragioni che non avrebbe
potuto manifestargli; s’era compiaciuto nel dire a se stesso ciò che non avrebbe
potuto dire a lui; aveva voluto vedere in sé quasi un diritto a quell’ajuto. E
s’era accorto che soltanto in apparenza era stata finora cordiale la sua
relazione con lui. Quanta invidia ignorata e qual rancore non gli aveva sommosso
dal fondo segreto dell’anima, in quella notte, il bisogno! Finora aveva pensato
che la meschinità della condizione sua d’impiegato in un Ministero, nascosta con
tanti sacrifizii sotto vesti signorili, non poteva avvilirlo di fronte al cugino
ricco e titolato, perché Lando doveva sapere che essa era conseguenza
dell’altera e sdegnosa rinunzia della madre; e che, quanto alla nobiltà, non era
da meno la sua, per ciò che il padre era stato. Ma ora? Compromesso indegnamente
Roberto in quel turpe scandalo bancario, e costretto lui a chieder soccorso,
crollavano miseramente le ragioni della sua alterezza, e con esse, a un tratto,
anche quelle della cordialità verso il cugino. E s’era preparato a quel
colloquio con lui come a un assalto contro un nemico. Nemico, sì, perché Lando
certamente avrebbe negato l’ajuto, sapendo che quel denaro era stato preso dal
Selmi. Avrebbe dovuto per forza confessarglielo. Ma Lando doveva anche pensare,
perdìo, che né Roberto si sarebbe ridotto a prestar come un cieco di quei favori
al Selmi, in ricambio d’altri favori; né lui a chiedergli ora quell’ajuto, se la
madre non avesse rinunziato all’eredità paterna! Il danaro che gli avrebbe
chiesto, rappresentava in fondo una minima parte di quello lasciato
sdegnosamente dalla madre al fratello maggiore; ed egli avrebbe potuto chiederlo
a titolo di restituzione, data quell’orribile necessità. Il sacrificio suo nel
chiederlo non sarebbe stato minore di quello di Lando nel darlo.
Ora, uscito Mauro Mortara, che gli aveva cagionato quella improvvisa commozione
col ricordo della morte eroica del padre, egli, di fronte al cugino che lo
guardava turbato, in attesa ansiosa e benigna, restò per un pezzo come smarrito,
in preda a un orgasmo crudele. Contrasse tutto il volto nella rabbia del
cordoglio e, stringendo le mani intrecciate fin quasi a spezzarsi le dita:
– Ho bisogno di te, Lando, – disse. – È per me un momento terribile, da cui
solamente tu puoi liberarmi, ma... te ne prevengo, con un grande sacrifizio
anche da parte tua, morale e materiale.
Lando, confuso, perplesso, soffrendo alla vista del cugino così agitato e
presentendo anche dalle parole di lui la gravità di ciò che gli avrebbe chiesto,
mormorò, aprendo le braccia:
– Parla... tutto quello che posso...
– Ah, no! – troncò subito Giulio, urtato dalla frase comune. – È difficile, è
difficile, tanto per me, quanto per te, sai! Ma devi pensare che la mia vita,
Lando, la vita di mia madre, l’onore nostro, sono... sono nelle tue mani, ecco!
Pensa a questo, e allora forse... spero... troverai la forza di compiere il
sacrifizio che ti domando.
– Tu mi spaventi! – esclamò Lando. – Parla; che ti è accaduto?
Giulio tornò a stringersi le mani, convulsamente; se le batté più volte, così
strette, su la bocca, tenendo gli occhi serrati. Le vene gonfie, nella fronte
contratta, mostravano lo sforzo atroce che faceva su se stesso.
– Se dico tutto, – scattò, smaniando, – mi darai ajuto?
– Ma perché no? – domandò Lando, con pena. – Che c’è? Se non so di che si
tratta!
– Di me, – rispose pronto Giulio. – Pensa che si tratta di me soltanto, o,
piuttosto, di mia madre. Tieni presente mia madre e tutte tutte le sciagure
della mia famiglia. Tu hai rispetto e affezione per mia madre, non è vero?
– Ma sì, lo sai! – affermò Lando, con sincero interessamento. – Non mi tener
così sospeso, per carità!
– Aspetta... aspetta... – scongiurò l’Auriti; come se non sapesse staccarsi da
quel rivo di tenerezza, nell’amaritudine in cui affogava. – Per noi, per me è
tutto; l’orgoglio suo, il suo sentimento... per cui, senza lagnarci mai, ci
siamo ridotti... così... Non so, non so proprio come debba dirti; ma noi non
abbiamo altro, non abbiamo mai avuto altro che questo orgoglio... e ora...
ora...
– Càlmati, Giulio! – lo esortò di nuovo Lando, con un moto d’impazienza. – Non
comprendo... Hai bisogno di me. Di’... Tua madre...
– Debbo impedire che ne muoja! – gridò Giulio. – A qualunque costo! E tu devi
ajutarmi, Lando; e per ajutarmi devi fare il sacrifizio di vincere ogni
risentimento, ogni ragione d’odio verso un uomo che è la causa di tutta questa
rovina e che io detesto e maledico come te e vorrei morto con la stessa tortura
che infligge ora a noi!
Lando s’irrigidì a un tratto, aggrottò le ciglia.
– Il Selmi? – domandò. – Roberto... col Selmi?
Giulio crollò più volte il capo; poi, in breve, concitatamente, espose la
situazione del fratello e quel che si doveva fare per salvarlo, tacendo del
colloquio avuto la sera avanti con S. E. il ministro D’Atri.
Ma Lando, già prevenuto, col pensiero fisso in un sol punto, dalle parole
affannose del cugino non comprese altro, in prima, che salvare così Roberto
voleva dire salvare anche il Selmi, e che la salvezza di questo poteva ancor
dipendere da quella del cugino. Guardò Giulio negli occhi, quasi ora soltanto lo
vedesse davanti a sé:
– E come? – esclamò, stupito. – Tu vieni da me, Giulio, per questo? proprio da
me?
Sopraffatto da questa domanda piena di tanto stupore, Giulio si perdette per un
momento e, come se l’orgasmo gli si sciogliesse dentro in un’agrezza velenosa:
– A chi... a chi altro...? – balbettò. – Tu sai che la mia famiglia... E poi..
ricòrdati, t’ho chiesto, entrando, un sacrifizio...
– Ma che sacrifizio! No! – gridò Lando. – Non è umano! Vieni da me per questo?
Ma come! Non sai che cosa rappresenta per me quell’uomo?
– T’ho detto perciò... – si provò a soggiungere Giulio.
– Che m’hai detto? No! – scattò di nuovo Lando. – Tu vieni a dirmi, Giulio,
così: «Eccoti l’arma, l’unica arma con cui puoi uccidere il nemico che sta per
sfuggire alla tua vendetta; ma no! quest’arma, tu non devi usarla; tu devi anzi
ajutarmi a nasconderla, a levarla di mezzo, per salvarlo!». Questo vieni a
dirmi!
– Perché vedi il Selmi, ecco, vedi il Selmi e non sai veder altro! – smaniò,
esasperato, l’Auriti. – Lo sapevo! Quando ti dirò tutto, mi darai più ajuto?
– Ma che ajuto? – ribatté ancora una volta Lando. – Lo chiami ajuto, codesto?
Questa è, da parte mia, complicità! Mi vuoi complice nel salvataggio del Selmi?
– E dàlli! – gridò Giulio. – Roberto! Io voglio salvare Roberto! Mia madre! Che
m’importa del Selmi? L’odio, ti ho detto, lo detesto più di te! Ma devo salvar
Roberto...
Lando con un violento sforzo su se stesso si costrinse alla calma di fronte a
quella cieca, disperata ostinazione del cugino. Volle provarsi a ragionare con
lui.
– Scusa, – disse. – Guarda... guarda, Giulio, rispondi a me. È colpevole
Roberto? lo credi tu colpevole?
– Colpevole o non colpevole, – rispose Giulio, scrollandosi, – non si tratta di
questo! è compromesso!
– Ma può difendersi, perdìo! – ribatté subito Lando.
– Grazie! Lo so. Ma io devo impedire che sia accusato, che sia tratto in
arresto, non capisci? – spiegò l’Auriti. – Lo so che può difendersi! E se non
vorrà difendersi lui...
– Ecco, ecco... benissimo! – approvò Lando. – Anch’io con te...
– Ma no! grazie! – ricusò di nuovo, con sdegno, Giulio. – Ajuto di parole,
grazie! Basto io solo. Non c’era bisogno che venissi da te.
– Scusa, – disse Lando, risentito. – L’ajuto onesto... la difesa vera,
onorevole, è soltanto questa. Pagare è complicità. Roberto deve parlare; non
rendersi complice del Selmi, tacendo e pagando per lui.
– E tu vuoi dunque, – domandò Giulio, – ch’egli subisca l’ignominia dell’arresto
e del carcere, quand’io posso ancora risparmiargliela?
– Col denaro?
– Col denaro, col denaro, – ripeté Giulio. – Onestà, disonestà che vuoi che
m’importi adesso? Basta a me saperlo onesto! Chi lo crederebbe più tale, domani,
se oggi fosse arrestato? Chi crede più alle difese di chi è stato in carcere?
Lando, per carità, stiamo all’esperienza. Guarda soltanto a Roberto! Tu, bada
bene, ora mi neghi l’ajuto, non per altro, ma perché vuoi far Roberto strumento
della tua vendetta!
– No, questo no! – negò energicamente Lando. – Ma non posso farmi, io, strumento
della salvezza del Selmi, lo capisci? Tu m’infliggi un supplizio disumano! Io
non posso, non devo subirlo! Per Roberto, tutto! Ma se Roberto è coinvolto col
Selmi, e il mio ajuto può giovare a costui, no, io non posso dartelo, né tu puoi
chiedermelo!
Giulio Auriti rimase un pezzo in silenzio, assorto cupamente.
–Dunque, no? – disse poi, levando il capo e guardando negli occhi il cugino.
A questa domanda categorica, Lando, compreso di profonda pietà, non seppe
rispondere con un nuovo reciso rifiuto. Giunse le mani, s’accostò all’Auriti,
disse:
– Ma, a parte ogni ragione mia propria, Giulio, pensa... pensa alle relazioni
mie, al mio modo di sentire, alle idee per cui combatto... Io non potrei più
domani trovarmi coi miei compagni in quest’opera d’epurazione che abbiamo
intrapresa...
S’accorse subito che non doveva dire così, e tuttavia non seppe frenarsi, pur
notando quasi con sgomento l’alterazione del volto del cugino a ogni parola che
proferiva. Lo vide alla fine scattare in piedi, scontraffatto.
– Voi epurate, già! – esclamò Giulio Auriti, con un ghigno orribile. – Tu puoi
epurare! Siete i puri, vojaltri! Noi, io, Roberto, anche mio padre, se
vivesse...
– Giulio... Giulio! – cercò di richiamarlo Lando, addolorato.
Ma l’Auriti, fuori di sé, seguitò:
– Tutti quanti sporcati, nojaltri. E conierei moneta falsa, sì, e ruberei per
aver queste quarantamila lire, che tu hai e ch’io non ho. E perché non le ho,
sono uno sporcato! Tu le hai, e sei puro! Ma pensa che mia madre, intanto, non
volle averle, perché le parvero sporche!
Lando si drizzò su la persona, e, fermo in mezzo alla stanza, squadrò il cugino
con fredda alterezza:
– Il denaro mio, – disse,– tu lo sai, è quello soltanto di mia madre.
Ma anche dopo aver proferite queste parole si pentì subito, e atteggiò il volto
di schifo per la crudezza triviale, a cui la discussione trascendeva. Pensò in
un attimo che, per un’iniqua disposizione, anche nella famiglia materna uno
aveva scontato con la povertà la ribellione generosa; pensò che tra le tante
ragioni, per cui nel fervore giovanile aveva voluto far sua Giannetta Montalto,
egli aveva posto anche questa, di ridarle cioè almeno una parte di quanto era
stato tolto al padre di lei, diseredato. Previde che il cugino avrebbe risposto
a quella sua altera e inconsulta affermazione, trascinando ancor più in basso la
contesa vergognosa. E difatti Giulio Auriti, scontorcendo il torbido volto,
cozzando tra loro le pugna serrate e poi aprendole innanzi agli occhi
sfavillanti di un lustro di scherno, ghignò:
– Ma anche il denaro di tua madre, via!
E Lando, di fronte alla provocazione, ancora una volta non seppe frenarsi.
– Il denaro di mia madre? – domandò, facendoglisi avanti a petto.
Giulio Auriti si passò una mano su la fronte ghiaccia di sudore, si nascose gli
occhi, s’accasciò dolorosamente.
– Non mi far dire altro!
Lando rimase a guardarlo, o piuttosto, a guardargli dentro; poi disse con cruda
freddezza, piano, tra i denti, quasi sillabando:
– E anche ammesso ciò che tu pensi, vuoi che paghi io un debito contratto dal
Selmi per lo spasso d’una donna, che potrebbe aver da ridire sul denaro di mia
madre? Va’, va’, va’,... per carità, vàttene! – proruppe poi, nascondendosi
anche lui gli occhi. – Non posso più guardarti in faccia!
Udì andar via il cugino, stette ancora a lungo con le mani sul volto, per il
ribrezzo che sentiva d’aver toccato il fondo lurido d’una realtà, a cui non si
sarebbe mai aspettato di poter discendere, e della quale sempre gli sarebbe
rimasta nell’anima l’impressione orrenda. Ora, risorgendo da quel fondo, nel
quale per un momento era scivolato, non gli sarebbe sembrato falso e vacuo e
lercio tutto intorno? In ogni suo sentimento, in ogni idea, in ogni atto, in
ogni parola, non sarebbe rimasto un segno, l’impronta di quel fango toccato?
Con gli occhi strizzati, i denti serrati e le labbra schiuse, aride e amare, si
stropicciò forte le mani. Poi aprì gli occhi, guardò la stanza; si sentì
soffocare, e andò a una finestra che dava sul giardino.
Ah, tutto, tutto così!... Tutto era vergogna in quel momento! La peste era
nell’aria. La carcassa sociale si sfaceva tutta, e anche la sua anima, ogni suo
pensiero, ogni suo sentimento... tutto era insozzato...
Tre giorni dopo, nella sala della biblioteca erano adunati i compagni che
dovevano recarsi al Congresso socialista di Reggio Emilia; i rappresentanti dei
Fasci più numerosi dell’isola, invitati da Lando; alcuni deputati amici, quattro
milanesi del Partito italiano dei lavoratori e Lino Apes.
Spiccava tra tanti uomini una giovinetta in giacchettino rosso e berretto nero a
barca, con una penna di gallo ritta spavaldamente da un lato: Celsina Pigna,
venuta invece di Luca Lizio a rappresentare il Fascio di Girgenti. Nessuno
voleva far le viste di meravigliarsene; ma ella s’accorgeva bene dei rapidi
sguardi furtivi che tutti le lanciavano, in ispecie i meno giovani; e notava,
ridendo dentro di sé, che quei pochi, i quali ostinatamente si vietavano di
guardarla, prendevano per lei arie languide o fiere impostature e, per lei,
parlando, davan certe modulazioni alla voce, chi flebili e chi vivaci, le quali
tradivano tutte quel tale orgasmo che la presenza d’una donna suscita di solito.
Notava anche in più d’uno un’altra ostentazione: quella di una disinvoltura
quasi sprezzante, che tradiva il disagio segreto di trovarsi in una casa ricca e
ben messa.
Lando Laurentano non c’era ancora. Lino Apes, a nome di lui, aveva pregato gli
amici d’avere un po’ di pazienza, che presto sarebbe venuto. Nell’attesa s’erano
formati alcuni crocchi: due presso le finestre che davano sul giardino, uno
presso la tavola preparata in capo alla sala per chi doveva presiedere
all’adunanza. Alcuni passeggiavano cogitabondi, altri leggevano sul dorso delle
rilegature i titoli dei libri negli scaffali, tendendo gli orecchi, senza
parere, a ciò che si diceva in questo e in quel crocchio. Parecchi spiavano
obliquamente uno dei deputati che, passeggiando per la sala con le dita inserte
nei taschini del panciotto, alzava di tratto in tratto le spalle, protendeva il
collo e in segno di meraviglia e di commiserazione stirava la bocca sotto i
ruvidi baffi rossastri già mezzo scoloriti. Era il deputato repubblicano
Spiridione Covazza che in quei giorni aveva scritto male, su una rassegna
francese, dell’organamento delle forze proletarie in Sicilia. Vedendosi sfuggito
da tutti, con quel gesto pareva dicesse: – Incredibile! – Ma pur doveva sapere
che il suo torto era quello di veder tante cose che gli altri non vedevano e di
dare ad esse quel peso che gli altri ancora non sentivano, perché nel calore
della passione ogni cosa par che si sollevi con chi la porta in sé. Illusioni:
bolle di sapone, che possono a un tratto diventar palle di piombo. Lo sapevano
bene quei poveri contadini massacrati a Caltavutùro. Aveva scritto su quella
rassegna francese ciò che in coscienza credeva la verità; al solito suo,
rudemente e crudamente. Ma volevano dire ch’egli provasse un acre piacere nel
mettere avanti così, fuor di tempo e di luogo, le verità più spiacevoli, nello
spegnere col gelo delle sue argomentazioni ogni entusiasmo, ogni fiamma
d’idealità, a cui pur tuttavia era tratto irresistibilmente ad accostarsi.
Scarafaggio con ali di falena – lo aveva definito su la Nuova età Lino Apes: –
accostatosi alla fiamma, spariva la falena, restava lo scarafaggio. Calunnia e
ingratitudine! Egli stimava dover suo, invece, serbarsi così frigido in mezzo a
tante fiamme giovanili; che se queste non eran fuochi di paglia, alla fine si
sarebbe scaldato anche lui, e se erano, faceva il bene di tutti, spegnendoli.
Forse la sua stessa figura, grassa e pure ispida, quegli occhi vitrei, aguzzi
dietro gli occhiali a staffa, quel naso di civetta, il suono della voce,
suscitavano in tutti una repulsione tanto più irritante, in quanto ciascuno poi
era costretto a riconoscere che quasi sempre il tempo e gli avvenimenti gli
avevano dato ragione, a pregiarne la dottrina vasta e profonda, la dirittura
della mente e della coscienza, la onestà degli intenti e ad avere stima e anche
ammirazione di quella sua franchezza rude e dispettosa e del coraggio con cui
sfidava l’impopolarità. Quell’accoglienza ostile, intanto, Spiridione Covazza
sapeva di doverla sopra tutto a tre giovani siciliani, che erano nella sala
circondati in quel momento dalla fervida simpatia di tutti: Bixio Bruno, Cataldo
Sclàfani e Nicasio Ingrao, i quali più degli altri s’eran sentiti ferire dalla
sua critica. Stava ciascun d’essi in mezzo ai tre crocchi che si erano formati
nella sala. Bixio Bruno, svelto, dal volto olivastro animoso e i capelli crespi
gremiti da negro, spiegava con fluida e colorita loquela, storcendo in un mezzo
sorriso di soddisfazione la bocca rossa e carnuta, come in poco tempo fosse
riuscito a raccogliere a Palermo in un sol fascio i ventisei sodalizii operai,
le maestranze discordi, le cui bandiere smesse erano adesso conservate in una
sala, quali trofei di vittoria. Appariva pieno di fiducia e sicuro del trionfo.
Si aspettava, credeva anzi imminente la reazione da parte del Governo:
scioglimento dei Fasci, arresti, invasione militare. Ma il buon seme era sparso!
Ogni sopraffazione, ogni persecuzione avrebbe reso più grande la vittoria.
Potevano esser tratti in arresto trecentomila uomini? No. I capi soltanto,
qualche dozzina di socii se mai. Bene, eran già pronti i capi segreti, ignorati
ancora dalla polizia, e la propaganda avrebbe seguitato più efficace che mai.
Cataldo Sclàfani, tarchiato, con gli occhi un po’ strabi e un barbone che pareva
un fascio di pruni, parlava nell’altro crocchio, profeticamente ispirato; diceva
con sorridente commozione che là dove prima era spuntata l’alba dell’unità della
patria, era fatale spuntasse ora quella più rossa e più fulgida della
rivendicazione degli oppressi. Sapeva, sì, che già prima nelle Romagne, nel
Modenese, nelle province di Reggio Emilia e di Parma, nel Cremonese, nel
Mantovano, nel Polesine, era sorto a far le prime armi il socialismo italiano;
ma tutt’altra cosa era adesso in Sicilia! Rivelazione improvvisa, prodigiosa!
Lino Apes, ascoltandolo, si tirava i baffi fino a strapparseli, per tenere a
freno il sorriso. Nelle sue lettere a Lando, chiamava Cataldo Sclàfani il Messia
dei Fasci. Nel terzo crocchio Nicasio Ingrao, tozzo, rude, con un’atra voglia di
sangue che gli prendeva mezza faccia, parlava coi deputati, arrotondando alla
meglio il dialetto nativo, e balzando con strana mimica da una sconcia bestemmia
a una ingenua invocazione infantile; parlava della crisi dell’industria
zolfifera in Sicilia e della spaventevole miseria dei solfaraj già da alcuni
mesi in isciopero forzato. Un compagno, direttore del Fascio di Comitini, si
provò a far sapere a quei deputati quanto l’Ingrao, proprietario di terre e di
case in Aragona, avesse fatto e facesse per quei solfaraj, per impedire che
trascendessero a rapine, incendii e tumulti sanguinosi; ma l’Ingrao gli saltò
addosso e gli turò la bocca, minacciando di attondarlo con un pugno, se
seguitava. Celsina Pigna, dal posto in cui si teneva appartata, scoppiò a
ridere, a quel violento gesto burlesco, e l’Ingrao le domandò, ridendo anche
lui:
– Lo attondo, signorina?
Nei tre crocchi tutti gli altri Isolani, giovinotti dai venti ai trent’anni,
sentendo parlare quei tre capi piú in vista, gonfiavano d’orgoglio,
s’intenerivano fin quasi alle lagrime. Erano certi, nella loro sincera fatuità
giovanile, di rappresentare una parte nuova nella storia, pur lí a Roma. Avevano
veduto davanti a quei tre duci del Comitato centrale migliaja di donne, migliaja
di contadini, intere popolazioni dell’isola in delirio, gettar fiori,
prosternarsi con la faccia a terra, piangere e gridare, come prima davanti alle
immagini dei loro santi.
Tutti si volsero a un tratto e si mossero verso Lando Laurentano che entrava di
fretta. Chiedendo scusa del ritardo, strinse la mano ai primi che gli si fecero
innanzi; pregò tutti di prender posto, e appena fu fatto silenzio, disse:
– Ho perduto tempo, signori, per una ragione forse non estranea agli interessi
nostri, agli interessi specialmente di tanti nostri compagni che più degli
altri, credo, hanno bisogno in questo momento di ajuto, giù in Sicilia.
– I solfaraj! – gridò l’Ingrao, balzando in piedi, come se egli ne fosse il più
legittimo difensore. – Ho capito! – aggiunse. – Vuoi dire che c’è qua
l’ingegnere Aurelio Costa? Ho capito. Eh, ha viaggiato con me questo signore!
Abbiamo discorso a lungo e...
Lando con un gesto lo pregò di tacere:
– L’ingegnere Aurelio Costa, appunto, – riprese, – direttore delle zolfare del
Salvo, che credo sia uno dei piú ricchi proprietarii di miniere della provincia
di Girgenti, è venuto a Roma per interessare la deputazione siciliana a un
disegno...
– Permesso? – interruppe di nuovo l’Ingrao. – Non perdiamo tempo, signori miei!
Vi spiego io il fatto com’è. Il signor Salvo sta per imparentarsi, per via d’una
sorella, col principe di Laurentano...
Un mormorio di protesta si levò per il tratto ruvido dell’Ingrao verso Lando, a
cui tutti gli occhi si volsero a chiedere scusa dello sgarbo. Ma Lando,
sorridendo, s’affrettò a dire:
– Non con me, vi prego! non con me.
E l’Ingrao allora, scrollandosi irosamente, gridò:
– Madonna santissima, per chi mi prendete? Se dico il principe! Avrei chiamato
principe il nostro amico riverito, ospite e compagno amatissimo? Non per cosa
oh! ma egli sa di non salire, se lo chiamiamo principe, e sa che noi non
vogliamo abbassarlo chiamandolo semplicemente Laurentano. Io alludo al principe
suo padre, e Lando Laurentano non può offendersi delle parole mie. Se si
offende, è uno sciocco! Parlo io invece di lui, perché egli sta a Roma, io sto
in mezzo alle zolfare, e so che il progetto del signor Salvo non tende ad altro
che ad ingraziarsi il figlio del principe, facendogli vedere che gli stanno a
cuore le sorti degli operaj delle zolfare. Bubbole! Panzane! Polvere negli
occhi! Sa meglio di me il signor Salvo che il suo progetto è una coglionatura!
Sissignori, io parlo nudo, così. Se veramente vuol fare qualche cosa, tolga il
signor Salvo dalle zolfare di sua proprietà le così dette botteghe, dove
gli operaj sono costretti a provvedersi con l’usura del cento per cento dei
generi di prima necessità: vino, che è aceto; pane, che è pietra!
Spiridione Covazza domandò allora di parlare, e tutti si voltarono con viso
ostile a guardarlo.
– Volete adesso difendere le botteghe? – lo apostrofò l’Ingrao.
Il Covazza non si voltò nemmeno.
– Vorrei sapere – disse piano – le idee generali di questo disegno.
– Vi dico che è una coglionatura! – tornò a gridare l’Ingrao.
Il Covazza tese una mano, senza scomporsi.
– Prego, – disse,– urlare non è ragionare. Sono stato anch’io nelle zolfare: ho
studiato attentamente le condizioni dell’industria zolfifera, le ragioni
complesse della sua crisi e vi so dire che, se nelle condizioni presenti quelli
che hanno da sperar meno sono i solfaraj, picconieri e carusi, non meno tristi
sono però le sorti dei coltivatori delle miniere e dei proprietarii; e se questo
disegno...
Non poté seguitare. Tutti i rappresentanti dei Fasci scattarono in piedi
protestando. Lando s’interpose, cercò di calmarli, ammonì che si avesse rispetto
per le opinioni altrui e propose che uno fosse subito chiamato a dirigere la
discussione.
– Bruno! Bruno! Bixio Bruno! – si gridò da varie parti.
E Bixio Bruno, avvezzo ormai a vedersi designato a quell’ufficio, in due salti
fu alla tavola preparata in capo alla sala.
– Signori, – disse. – Di straforo, incidentalmente, siamo entrati nel pieno
della discussione. L’on. Covazza, in un suo scritto recente...
– Pubblicato all’estero! – interruppe uno in fondo alla sala.
– All’estero, o in Italia, sciocchezze! – ribatté il Bruno. – Le nostre idee, il
nostro partito non riconoscono confini di nazionalità. In questo scritto l’on.
Covazza ha criticato l’opera mia e dei miei compagni.
Spiridione Covazza, con le braccia incrociate sul petto, negò più volte col
capo.
– No? – domandò il Bruno. – Come no? Non ha ella detto che la nostra propaganda
è fatta di miraggi?
– Io ho detto, – rispose il Covazza, levandosi in piedi, – che le vostre
dimostrazioni oneste d’una libertà che dia intero realmente il diritto di
soddisfare ai bisogni della vita, le spiegazioni che voi date della lotta di
classe, sfruttati contro sfruttatori, e del programma della scuola marxista in
genere e di quello minimo che vi siete tracciato, si traducono, inevitabilmente
e sciaguratamente, in miraggi, per la ignoranza di coloro a cui sono rivolte.
Questo ho detto! E ho soggiunto...
Nuove proteste confuse si levarono nella sala. Il Bruno batté il pugno sulla
tavola e impose silenzio.
– Lasciatelo parlare!
– Ho soggiunto, – riprese il Covazza, – che voi, abbagliati, nel fervore della
vostra sincera fede giovanile, credete che le vostre dimostrazioni e spiegazioni
siano veramente comprese.
– Sono! sono! sono! – gridarono molti a coro.
– Non sono! Non possono essere! – negò energicamente il Covazza. – Come volete
che siano, se non le comprendete bene neanche voi stessi?
Una tempesta di urli si scatenò a questa affermazione. Il Bruno, Lando
Laurentano, Lino Apes, i colleghi deputati stentarono un pezzo a domarla.
Spiridione Covazza aspettò a capo chino, con gli occhi chiusi, che fosse domata;
a un certo punto, giunse le mani e, tenendole alte, piegò di più il capo tra
esse, curvò con fatica l’obesa persona; poi, aprendole in un ampio gesto e
risollevandosi, pregò quasi piangente:
– Non mi costringete, signori, per falsi riguardi al vostro malinteso amor
proprio, non mi costringete ad attenuare d’un punto la verità, con concessioni
che farebbero a me e a voi stessi vergogna, e che potrebbero essere perniciose
in questo momento! Quanti tra voi conoscono veramente Marx? Quattro, cinque, non
piú! Siate franchi! Tutti gli altri non hanno coscienza vera di quel che si
vuole: sì, sì, proprio così! né dei mezzi congrui per conseguirlo, infatuati
d’un socialismo sentimentale, che s’inghirlanda delle magiche promesse di
giustizia e d’uguaglianza. Ma sapete voi che cosa vuol dire giustizia per
i contadini e i solfaraj siciliani? Vuol dire violenza! sangue, vuol dire! vuol
dire strage! Perché alla giustizia legale, alla giustizia fondata sul diritto e
sulla ragione essi non hanno mai creduto, vedendola sempre a loro danno
conculcata! Li conosco io, molto meglio di voi, i contadini e i solfaraj
siciliani... sì, sì, purtroppo, molto meglio di voi! Voi vi illudete! Voi dite
loro collettivismo? ed essi traducono: divisione delle terre, tanto io e tanto
tu! Dite loro abolizione del salario? ed essi traducono: padroni tutti, fuori le
borse contiamo il denaro, e tanto io tanto tu.
– Non è vero! Non è vero! – gridarono alcuni.
– Lasciatemi finire! – esclamò stanco, anelante, il Covazza. – L’altra
illusione, che voi vi fate, è sul numero degli iscritti ai vostri Fasci: tremila
qua, quattromila là, ottocento, mille, diecimila... Dove, come li contate? Son
ombre vane, signori, filze di nomi e nient’altro! Sì, lo so anch’io: appena si
aprono le iscrizioni, come le pecore: una dà l’esempio, tutte le altre dietro!
Ma volete sul serio dar peso, fondarvi su questo, ch’è frutto d’un inevitabile
contagio psichico? Quanti, sbollito il primo entusiasmo, restano effettivamente
nei vostri Fasci? Basta ad allontanare il maggior numero la prima richiesta
della misera quota settimanale! E quanti Fasci, sorti oggi, non si sciolgono
domani? Lasciatevelo dire da uno che non s’inganna e che non vi inganna,
signori! So che voi oggi qua volete stabilire se si debba, o no, secondare la
tendenza delle moltitudini a un’azione immediata. So che parecchi tra voi sono
contrarii, e io li stimo saggi e li approvo. Un movimento serio come voi
l’intendete, non è possibile ancora in Sicilia! Se credete che già ci sia per
opera vostra, v’ingannate! Per me non è altro che febbre passeggera, delirio di
incoscienti!
Spiridione Covazza sedette, asciugandosi il sudore dal volto congestionato,
mentre dieci, quindici, tutt’insieme, si levavano a domandar la parola.
Parlò Cataldo Sclàfani con voce tonante e col volto atteggiato più di dolore che
di sdegno, giacché non l’accusa per se stessa poteva offenderlo, ma che uno
potesse accusarlo e accusar con lui i suoi compagni.
– Non mi difendo, – disse, – espongo!
Quanti erano i Fasci? Eran presenti i capi dei piú importanti, e ciascuno poteva
dire all’on. Covazza come erano contati i socii e quanti fossero. I Fasci,
secondo gli ultimi dati del Comitato centrale, erano centosessantatré fermamente
costituiti, trentacinque in via di formazione. C’era dunque davvero un grande
esercito di lavoratori in Sicilia, nel quale non si sapeva se ammirar più il
fervore, la coscienza, o la disciplina con cui obbediva a un cenno del Comitato
centrale. Il capo d’ogni Fascio passava la parola d’ordine ai singoli capi di
sezione, e questi a lor volta ai capi dei rioni e delle strade: in un batter
d’occhio, sia di giorno, sia di notte, tutti i socii dei Fasci potevano ricevere
un avviso. E se domani i lavoratori si fossero mossi, tutta la gente siciliana
sarebbe stata travolta come da una corrente di fuoco. Perché già da lunghi anni
covava il fuoco in Sicilia, da che essa cioè, nel mare, si era veduta come una
pietra a cui lo stivale d’Italia allungava un calcio in premio di quanto aveva
fatto per la così detta unità e indipendenza della patria. Perché dire che solo
da un anno si parlava di socialismo in Sicilia? Non vi era già, diciott’anni
addietro, una sezione dell’Internazionale? E da allora non vi si eran sempre
pubblicati giornali del partito; e circoli, gruppi, nuclei non si erano formati
qua e là, sicché appena sorta la prima idea dei Fasci, era stato un subito
accorrere e un subito riaggregarsi di antichi compagni di fede? Non era vero
dunque che la rapidissima formazione dei Fasci era dovuta solo all’assidua e
vigorosa propaganda dei giovani: il terreno era già da lunga mano preparato;
mancava l’unione, un indirizzo; e ai giovani era bastato soltanto dare una voce
e indicar la via, la stessa via che da anni batteva il proletariato di altri
paesi. I contadini e gli operaj di Sicilia erano accorsi ai giovani con le
braccia tese, gridando: – Voi, voi siete i veri amici! – e si erano mossi a
seguirli con la gioja nel cuore, e con la piena coscienza di ciò che si
disponevano a fare. E, a provar questa coscienza, Cataldo Sclàfani parlò,
commosso, dei discorsi tenuti nell’ultimo congresso di Palermo da alcune donne
di Piana dei Greci e di Corleone; discorsi che dimostravano, nel modo più
lampante, come non il lume artificiale d’una coltura accademica, né teorie di
scuola bisognavano a destar quella coscienza, ma la pratica quotidiana del
dolore e dell’ingiustizia, e l’indicazione più semplice e più spontanea del
rimedio a tanti mali: l’unione! Socialismo sentimentale? Ma la forza che crea è
appunto il sentimento, non la fredda ragione, armata di dottrina! Che importava
la nozione astratta d’un diritto, quando c’era il sentimento immediato e
prepotente di un bisogno? Sentire il proprio diritto con la forza stessa con cui
si sente la fame valeva mille volte più d’ogni precisa dimostrazione teorica di
esso. Peraltro, ora questo sentimento era già divenuto coscienza lucida e ferma,
e si dimostrava in tutti i modi. Un vero spirito fraterno s’era diffuso tra i
contadini e gli operaj, per cui nei numerosi arresti recenti s’eran veduti i
compagni liberi mantenere i carcerati e le loro famiglie; nella disgrazia di
qualcuno, il pronto soccorso di tutti e l’assistenza e la sorveglianza amorosa.
Ecco la ronda dei decurioni, la sera, per le strade e le osterie delle città e
delle campagne, perché i fratelli non trascendessero ad atti violenti, eccitati
dal vino.
– Questi sono gli arruffapopoli, on. Covazza! – esclamò a questo punto,
concludendo, Cataldo Sclàfani con gli occhi lustri d’ebrezza e commozione. –
Vergognatevi delle vostre accuse! Siamo qua oggi, a Roma, di fronte, due
generazioni. Guardate allo spettacolo che dànno i vecchi, e guardate a noi
giovani! Domani da qui il Governo, che protegge tutti coloro che dell’amor di
patria affagottato e tolto in braccio si fecero scudo per tanti anni ai sassi
del popolo censore, manderà in Sicilia l’esercito e l’armata per soffocare con
la violenza questo gran palpito di vita nuova che noi giovani vi abbiamo
destato! Fin oggi la maggioranza del Comitato centrale, di cui fo parte, è
contraria a un’azione immediata. Ma presto verrà il giorno, lo prevedo, che le
smanie dell’impazienza da tanto tempo represse scoppieranno, e noi capi non
potremo più frenare il popolo senza immolare noi stessi.
Lando Laurentano, seduto accanto a Lino Apes, ascoltò il lungo discorso dello
Sclàfani a capo chino, stirandosi qua e là con le dita nervose la barba e
lanciando occhiate a destra e a sinistra. Quell’adunanza in casa sua gli pareva
la prova generale di una rappresentazione. Tutti quei giovani si erano anche
loro assegnate le parti, e gli pareva che, a furia di ripeterle, se le fossero
cacciate a memoria e le recitassero con artificioso calore. Mancava il coro
innumerevole, che era in Sicilia. Oh sì, parlava bene, con bella enfasi
apostolica, Cataldo Sclàfani; meritava in qualche punto l’applauso caldo e
scrosciante, le lodi del coro, se fosse stato presente. Innamorato della sua
parte, l’avrebbe rappresentata con perfetta coerenza anche davanti ai fucili dei
soldati, in piazza; e, se tratto in arresto, davanti ai giudici, in una corte di
giustizia. Perché lui solo non riusciva ancora a comporsi una parte? perché
ancora, ancora dentro, esasperatamente, gli scattava la protesta: – No, non è
questo? – Che volevano infatti tutti quei suoi compagni? Ben poco, per il
momento, in Sicilia. Volevano che, per l’unione e la resistenza dei lavoratori,
venissero a patti più umani i proprietarii di terre e di zolfare, e cessasse il
salario della fame, cessassero l’usura, lo sfruttamento, le vessazioni delle
inique tasse comunali, per modo che a quelli fosse assicurato, non già il
benessere, ma almeno tanto da provvedere ai bisogni primi della vita. Volevano,
adattandosi modestamente alle condizioni locali, l’impianto di cooperative di
consumo e di lavoro e la conquista dei pubblici poteri; fra qualche anno
trionfare nelle elezioni comunali e provinciali dell’isola; riuscir vittoriosi
in qualche collegio politico, per aver controlli e banditori delle più urgenti
necessità dei miseri nei Consigli comunali e provinciali e nella Camera dei
deputati. Questo volevano. Ed era giusto. Degne d’ammirazione la fede e la
costanza con cui seguitavano quest’opera di protezione e di rivendicazione. Che
altro voleva lui? Non c’era altro da volere, altro da fare, per ora. E tanta
esaltazione, dunque, e tanto fermento per ottenere ciò che forse nessuno, fuori
dell’isola, avrebbe mai creduto che già non ci fosse: che in ogni casolare
sparso nella campagna la lucernetta a olio non mostrasse più ai padri che
ritornavano disfatti dal lavoro lo squallido sonno dei figliuoli digiuni e il
focolare spento; che fossero posti in grado di divenire e di sentirsi uomini,
tanti cui la miseria rendeva peggio che bruti. Una buona legge agraria, una
lieve riforma dei patti colonici, un lieve miglioramento dei magri salarii, la
mezzadria a oneste condizioni, come quelle della Toscana e della Lombardia, come
quelle accordate da lui nei suoi possedimenti, sarebbero bastati a soddisfare e
a quietare quei miseri, senza tanto fragor di minacce, senza bisogno d’assumere
quelle arie d’apostoli, di profeti di paladini. Oneste, modeste aspirazioni,
quasi evangelicamente disciplinate, da raggiungere grado grado, col tempo e con
la chiara coscienza del diritto negato! Poteva egli pascersi di esse, e non
pensare ad altro? No, no: troppo poco per lui! Se fosse bastato, magari avrebbe
dato tutto il suo denaro, e chi sa, forse allora, da povero, avrebbe trovato in
quelle aspirazioni un pascolo per l’anima irrequieta. Ma così, no, non potevano
bastargli! All’improvviso, voltandosi a guardar Lino Apes, si sentì sonar
dentro, come una feroce irrisione, i versi del Leopardi nella canzone
all’Italia:
L’armi, qua l’armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io!
E scattò in piedi agli applausi che
in quel punto stesso scoppiavano nella sala a coronar l’eloquente discorso di
Cataldo Sclàfani, e anche lui con tutti gli altri, senza volerlo, si recò a
stringere la mano all’oratore.
Ma Lino Apes, dal suo posto, col socratico sorriso su le labbra e negli occhi,
domandò allora a gran voce:
– Signori miei, e che si conclude?
Pareva tutto finito; assolto il còmpito; e ciascuno si sentiva come sollevato e
liberato da un gran peso. Al richiamo dell’Apes tutti si guardarono negli occhi,
sorpresi, con pena, e ritornarono mogi mogi ai loro posti.
– La natura, signori miei, – seguitò Lino Apes, appena li vide seduti, – la
natura, nella sua eternità, può non concludere, anzi non può concludere, perché
se conclude, è finita. Ma l’uomo no, deve concludere; ha bisogno di concludere;
o almeno di credere che abbia concluso qualche cosa, l’uomo! Ebbene, signori
miei, che concluderemo noi? Siamo uomini, e venuti qua per questo. Ma vi leggo
negli occhi. Voi non avete nessuna voglia di concludere, pur non essendo eterni!
Voi avete viaggiato. Molti tra voi seguiteranno il viaggio fino a Reggio Emilia.
Qua a Roma, chi ci viene per la prima volta, ha da veder tante cose; e il tempo
stringe. Scusatemi, se parlo così: sapete che io vedo per minuto, e parlo come
vedo. Ho poca fiducia nelle conclusioni degli uomini, i quali tutti, a un certo
punto, guardandosi dietro, considerando le opere e i giorni loro, scuotono
amaramente il capo e riconoscono: «Sí, ci siamo arricchiti», oppure: «Sì,
abbiamo fatto questo o quest’altro – ma che abbiamo infine concluso?».
Veramente, a dir proprio, non si conclude mai nulla, perché siamo tutti nella
natura eterna. Ma ciò non toglie che noi oggi qua, dato il momento, non dobbiamo
venire a una qualsiasi, magari illusoria, conclusione. Io vi dico che questa
s’impone, perché altrimenti ci verranno da sé, senza la vostra guida illuminata
e il vostro consenso, gli operaj delle città, delle campagne, delle zolfare. E
sarà cieco scompiglio, tumulto feroce, quello che potrebbe essere invece
movimento ordinato, premeditato, sicuro. Le conseguenze? Signori, usa prevederle
chi non è nato a fare. Credete voi che ci sia ragione d’agire? Avvisiamo ai modi
e ai mezzi. Tutta la Sicilia è ora senza milizie. Tre, quattro compagnie di
fantaccini vi fan la comparsa dei gendarmi offenbachiani, oggi qua, domani là,
dove il bisogno li chiama. E contro ad essi, come voi dite, un intero, compatto
esercito di lavoratori. Non c’è neanche bisogno d’armarlo; basterà disarmar quei
pochi e si resta padroni del campo. No? Dite di no? Aspettate! Lasciatemi
dire... santo Dio, concludere!
Ma non poté più dire. Come i ranocchi quatti a musare all’orlo d’un pantano, se
uno se ne spicca e dà un tonfo, tutti gli altri a due, a tre, tuffandosi, vi
fanno un crepitìo via via più fitto; gli ascoltatori incantati dapprima
dall’arguto dire dell’Apes, cominciarono alla fine dietro un primo interruttore
a interromperlo a due, a tre insieme, e quasi d’un subito, tra fautori e
avversarii, schizzò da ogni parte violenta la contesa.
Di qua Lando Laurentano quasi pregava:
– Sì, ecco, se c’è da fare qualche cosa, amici...
Di là Bixio Bruno e Cataldo Sclàfani gridavano:
– No! no! Sarebbe una pazzia! Ma che! La rovina!
E sfide, invettive, proposte, s’abbaruffarono per un pezzo nella sala. Alcuni, e
tra questi il Covazza, scapparono via, indignati. A un certo punto, uno, tutto
spaurito, si cacciò zittendo e con le braccia levate nel crocchio dove più
ferveva la contesa e annunziò:
– Signori miei, siamo spiati!
Tutti gli occhi si volsero alle due finestre.
Dietro la ringhiera del giardino due uomini stavano difatti a spiare, cercando
di farsi riparo delle piante. Celsina Pigna guardò alla finestra anche lei e,
appena scorse quei due, diventò in volto di bragia.
– Ma no! – saltò a dire irresistibilmente. – Li conosco io... Aspettano me.
Innanzi al vermiglio sorriso e agli occhi sfavillanti di lei, la contesa cadde,
come se a nessuno paresse più possibile seguitarla, quando quel fior di
giovinetta, a cui s’era fatto le viste di non badare, si faceva avanti d’un
tratto, quasi ad ammonire: – Ci sono io, finitela: sono aspettata!
Poco dopo, come tutti, tranne Lino Apes, furono andati via, Celsina si accostò a
Lando Laurentano e gli domandò, alludendo a uno di quei due che stavano dietro
la ringhiera ad aspettarla:
– Non lo conosce? È suo nipote...
– Mio nipote? – disse con meraviglia Lando che ignorava affatto d’averne uno.
– Ma sì, Antonio Del Re, – affermò Celsina. – Figlio di sua cugina Anna, sorella
del signor Roberto Auriti.
– Ah! – sclamò Lando. – E perché non è entrato?
Celsina notò sul volto del Laurentano un improvviso turbamento subito dopo la
domanda, e lo interpretò a suo modo, che egli cioè, sospettando qualche intrigo
fra lei e il nipote, si fosse pentito della domanda inopportuna, e si affrettò a
rispondere:
– Non è dei nostri, sa! Sta qui a Roma in casa del signor Roberto,
all’Università... Ma temo che...
S’interruppe, accorgendosi che il Laurentano, astratto, assorto, non le badava;
e subito riprese:
– Le reco i saluti del Lizio, presidente del Fascio di Girgenti, e i saluti di
mio padre. Anch’io credo, se posso esprimere il mio parere, che non sia tempo
d’agire. Abbiamo nel Fascio di Girgenti circa ottocento iscritti... Ma sono nomi
soltanto, pochi vengono, pochi pagano...
– Ma sì, ma sì, ma sì... – le disse allora, graziosamente ridendo con tutto il
volto bruttissimo, Lino Apes, quasi per farle intendere che egli aveva parlato a
quel modo col solo intento di cacciar via tutti. – Agire? Ma sarebbe una pazzia!
L’ho detto per celia, signorina!
Gli occhi di Celsina schizzarono fiamme. Lo avrebbe schiaffeggiato. Gli sorrise.
Tese la mano a Lando Laurentano e:
– Mi permettano – disse. – Li lascio in libertà.
Il quondam tenore Olindo Passalacqua, marito onorario della maestra di canto
signora Lalla Passalacqua–Bonomè, nonché censore effettivo del Privato
Conservatorio Bonomè, da circa due ore cercava in tutti i modi di tenere a freno
la muta rabbiosa impazienza di Antonio Del Re. Parlava sottovoce, e ogni tanto,
di nascosto, se Antonio Del Re sbuffando guardava altrove, cavava fuori lesto
lesto l’orologino della moglie e «Poveretto ha ragione!» diceva prima con la
mimica degli occhi, delle ciglia, della bocca, e subito dopo, con altra mimica:
«Qua sono: avanti; seguitiamo!» E seguitava a parlare, a parlare quasi per
commissione; ma in una particolar maniera comicissima e quasi incomprensibile,
perché a voli a salti a precipizii per sottintesi che si riferivano a lontane e
bizzarre vicende della sua scompigliata esistenza. E a ogni salto, a ogni volo,
eran subitanee alterazioni di viso e di voce, esclamazioni e ghigni e gesti o di
rabbia o di gioja o di minaccia o di commiserazione o di sdegno, che facevano
restare intronato, a bocca aperta chi, ignorando quelle vicende, riuscisse per
un po’, senza ridere, a prestargli ascolto. Olindo Passalacqua, di fronte a
questo intronamento, restava soddisfatto; era per lui la misura dell’effetto; e
con le mani aperte a ventaglio si tirava su, su, su, da ogni parte i lunghi
grigi capelli riccioluti per modo che gli nascondessero la radura sul cocuzzolo,
e quindi coi due indici tesi si toccava gli aghi incerati dei baffetti ritinti,
quasi per mettere il punto a quel gesto abituale o per accertarsi che nella foga
del parlare, non gli fossero cascati.
– Una miseria, basterebbe una miseria! – diceva. – Guarda, che sono due lirette
al giorno, che sono? E vorrei dire anche meno! Una miseria... Sciagurato! Quanti
ne butta via con quei farabutti là che gl’insudiciano il come si chiama...
sicuro... lo stemma avito! Porci! E mio suocero per l’Italia rovina l’impresa
del Carolino a Palermo... Tesori! Bastava la semplice Jone...
povero Petrella!... mio cavallo di battaglia... Là, tutto a catafascio... per
questi porci qua! Senti come strillano? Ed è principe, sissignore...
Vergognosi... Dico io, due lirette al giorno per un’opera meritoria... Dio dei
cieli, una fortuna come questa! Tutto gratis... E tu che ne sai? Certi patti
infernali... schiavitù per tutta la vita... Io, io, per più di dieci anni,
trionfatore e schiavo... Qua, invece, solo ch’egli dicesse di sì... M’impegnerei
io, Nino, m’impegnerei io di portarla in meno d’un anno su i primari
palcoscenici d’Italia. Tu mi conosci; mi spezzo, non mi... non mi... frangar...
come si dice? lo sapevo pure in latino, mannaggia! La parola... se do la parola!
E che mi resta? Unico patrimonio. Bisognerà nutrirla un tantino meglio nei primi
tempi: questo sì! Ma se ne viene... se ne viene... oh se se ne viene.. E la
bastarda musica moderna...
Aveva scoperto, Olindo Passalacqua, una portentosa voce di soprano nella gola di
Celsina Pigna, subito, appena l’aveva sentita parlare.
– E con quella figurina là, che scherzi? Furore, m’impegno io: farà furore!
Basterebbe a mio cognato, per rispetto a Roberto e a te, un misero assegnino,
anche di una lira e cinquanta al giorno; per le spese del vitto... Nutrirla
bene... e in meno di un anno... dici di no?
Antonio Del Re tornava a scrollarsi tutto, rabbiosamente, appena una parola del
Passalacqua riusciva a cacciarsi tra il tumulto dei pensieri violenti a cui era
in preda. Il giorno avanti, Celsina gli s’era presentata all’improvviso in casa
dello zio Roberto, durante il desinare. Frastornato, stordito dalla vita
rumorosa della grande città, dagli aspetti nuovi, dalle nuove e strane
abitudini, non aveva potuto attendere in alcun modo alla promessa che le aveva
fatto prima di partire, di trovarle subito, cioè, un collocamento a Roma. Le
aveva scritto tuttavia che presto, appena un po’ rassettato, si sarebbe messo a
cercare; con la certezza però, dentro di sé, che non solo non sarebbe riuscito,
ma che non avrebbe avuto né animo né modo di provarcisi, sospeso come si
sentiva, e come per un pezzo avrebbe seguitato a sentirsi, in uno smarrimento
che quasi gli toglieva il respiro e gli faceva apparir tutto intorno vacillante
e inconsistente. Questo smarrimento, difatti, non solo gli era durato, ma gli
era via via cresciuto, in mezzo a quella precarietà d’esistenza eccentrica,
scombussolata, in casa dello zio. Come mai aveva potuto questi adattarsi a
vivere così, comporsi in un certo suo ordine meticoloso, in mezzo a tanto
disordine, trovarvi un po’ di terra da gettarvi le radici? Capiva Olindo
Passalacqua, la signora Lalla (Nanna, come la chiamavano) e il fratello di lei,
Pilade Bonomè: zingari; il primo, chi sa donde venuto; gli altri due, figli d’un
impresario teatrale, capitato prima del 1860 a Palermo e travolto nella corrente
liberale dai giovani signori dell’aristocrazia palermitana, frequentatori
assidui del palcoscenico del teatro Carolino. Fallita dopo alcuni anni
l’impresa, poveri, vittime della rivoluzione, come diceva ancora Olindo
Passalacqua, il quale, subito dopo avere sposato la figlia dell’impresario,
aveva perduto la voce; erano venuti a Roma, poco dopo il ’70, e s’erano
rovesciati addosso a zio Roberto, raccomandati da un amico di Palermo.
Avventurarsi nel bujo della sorte, gettarsi alle più stravaganti imprese,
prendere da un momento all’altro le più strampalate risoluzioni, era per essi
come bere un bicchier d’acqua. Oggi qua, domani là; oggi abbondanza, domani
carestia; bastava loro ogni giorno arrivare alla sera, comunque, senza
indietreggiare di fronte a tutti i possibili ostacoli, ai sacrifizii più duri,
buttando in mare le cose più care e più sacre pur di salvar la barca, barca
senza più né bussola, né àncora, né timone, assaltata dalle onde incessanti in
quella perpetua bufera ch’era stata la loro vita. Ma tuttavia questo era in essi
meraviglioso e pietoso e comico a un tempo, che pur avendo fatto getto di tutto
senza alcun ritegno, eran rimasti nell’anima schietti, d’una ingenuità vivida e
tutta alata di palpiti gentili, eran rimasti affettuosi, generosi, pronti sempre
a spendersi per gli altri, a confortare, a soccorrere, ad accendersi
d’entusiasmo per ogni nobile azione. Quel che di scorretto, di male, di
vergognoso era nella loro vita, forse stimavano sinceramente non imputabile a
essi. Necessità su cui bisognava chiudere un occhio, e se uno non bastava,
tutt’e due. Con quanta dignità, per esempio, Olindo Passalacqua, dopo aver
mangiato alla tavola di zio Roberto e aver raccomandato a questo di non
dimenticarsi di far prendere a Nanna le gocce per il mal di cuore o di
far toglier subito dalla tavola il trionfino delle frutta per paura che,
toccando inavvertitamente la buccia di qualche pesca, non le si avesse a
rompere, Dio liberi, il sangue del naso come tante volte le soleva avvenire,
lasciava a lui il letto maritale e, augurando alla moglie la buona notte,
felicissimi sogni a tutti; anche ai canarini e al merlo nelle gabbie, al
pappagallo Cocò sul tréspolo; a Titì, la scimmietta tisica, su
l’anello; a Ragnetta, la gattina in colletto e cravatta; ai due vecchi
cani Bobbi e Piccinì, invalidi entrambi in una cesta, quello cieco
e questo con la groppa impeciata; se n’andava coi due indici su le punte dei
baffi, impalato già nella rigida severità di censore inflessibile, a dormire nel
Privato Conservatorio del cognato Bonomè in via dei Pontefici! E che
barca di matti quella tavola a cui sedevano ogni sera quattro o cinque estranei,
invitati lì per lì, o che venivano a invitarsi da sé, deputati amici di zio
Roberto e di Corrado Selmi, maestri di musica chiomati, cantanti d’ambo i sessi!
Che discorsi vi si tenevano, a quali scherzi spesso si trascendeva! E che pena
vedere zio Roberto lì in mezzo, zio Roberto ch’egli da lontano s’era immaginato
con le stesse idee e gli stessi sentimenti della nonna e della mamma (e non a
torto, ché ogni giorno poi glieli dimostrava con le più squisite attenzioni e le
cure paterne), che pena vederlo lì in mezzo, partecipare a quei discorsi, a
quegli scherzi, e di tratto in tratto sorprendergli nel volto uno sguardo, un
sorriso afflitto, di mortificazione, se incontrava gli occhi suoi che lo
osservavano stupiti e addolorati! Qual guida più poteva dargli quello zio?
Avrebbe potuto permettersi tutto, sicuro di non potere aver da lui né un
richiamo, né un rimprovero. S’era iscritto alla facoltà di scienze; ma come
studiare in quella casa che cinfolava, gargarizzava, guagnolava dalla mattina
alla sera di trilli e scivoli e solfeggi e vocalizzi? Del resto, l’Università
così lontana, i numerosi studenti gaj e spensierati, gli avevano destato fin dal
primo giorno un’avversione invincibile, uggia, scoramento, sdegno, dispetto; e,
pigliando scusa da ogni cosa, non era più andato. S’era figurato, e subito aveva
ritenuto per certo, che a qualcuno di quei ragazzacci potesse venire la cattiva
ispirazione di farsi beffe di lui così serio e diverso: e che sarebbe allora
accaduto? Solo a pensarci, gli s’artigliavano le mani. Un incentivo qualunque,
in quel punto, una favilla, e il furore, represso con tanto sforzo, sarebbe
divampato terribile. Aveva l’impressione che la vita gli si fosse come ingorgata
dentro e gli ribollisse, fomentata dal rimorso di quell’ozio e dal bisogno
prepotente di darsi comunque uno sfogo. Ma come sottrarsi a quell’ozio, se aveva
ormai acquistato la certezza di non poter più far nulla, poiché tutto gli si era
come intralciato e confuso nel cervello? e dove trovar lo sfogo? Aveva corso
Roma da un capo all’altro, come un matto, quasi senza veder nulla, tutto assorto
in sé, in quella cupa scontentezza di tutto e di tutti, in quel ribollimento
continuo di pensieri impetuosi che, prima di precisarsi, gli svaporavano dentro,
lasciandolo vuoto e come stordito, coi lineamenti del volto alterati, le pugna
serrate, le unghie affondate nel palmo della mano.
Infine, dalla sorda rabbia che lo divorava, da quell’agra inerzia fosca, un’idea
truce, mostruosa, aveva cominciato a germinargli nel cervello, la quale subito
aveva preso a nutrirsi voracemente di tutto il rancore contro la vita, fin
dall’infanzia accolto e covato. L’idea gli era balenata, sentendo una sera a
tavola discorrere del modello delle bombe recate da Francesco Crispi in Sicilia
alla vigilia della Rivoluzione del 1860 e della preparazione di esse. Corrado
Selmi aveva detto che ne aveva preparate alcune anche lui, di notte, nel
magazzino preso in affitto da Francesco Riso presso il convento della Gancia.
Forte delle sue nozioni di chimica moderna, s’era messo a ridere e aveva
dimostrato quanto fosse puerile quella preparazione, e come adesso si sarebbero
potuti ottenere effetti più micidiali con ordigni di molto piú piccolo volume.
– Ecco! – aveva esclamato allora Corrado Selmi. – Per fare un po’ di festa,
bisognerebbe buttare dalle tribune uno di questi giocattolini nell’aula del
Parlamento!
D’improvviso s’era sentito prendere e predominar tutto da quest’idea. Gli urli
d’indignazione della piazza per la frode scoperta delle banche, e prima il
sospetto e poi la certezza che anche zio Roberto col Selmi era coinvolto nello
scandalo di quella frode, le notizie sempre più gravi che arrivavano dalla
Sicilia, lo avevano deciso a cercare i mezzi e il modo d’attuare al più presto
quell’idea. Tanto, ormai, era finita per lui! Se zio Giulio, partito a
precipizio per Girgenti, non riusciva a ottenere dal fratello della nonna il
denaro, zio Roberto sarebbe stato arrestato; e allora il crollo, il baratro...
Ah, ma prima! Sì, sì, questa sarebbe la giusta vendetta, questo lo sfogo di
tutte le amarezze, che avevano attossicato la sua vita e quella dei suoi; e a
quei suoi compagni là, di Sicilia, cianciatori, avrebbe dimostrato che lui solo
sapeva far quello che loro tutti insieme non avrebbero mai saputo.
Ebbene, proprio in quel momento era capitata Celsina a Roma. Nel vedersela
comparir dinanzi tutta accesa in volto e ridente nell’imbarazzo, aveva provato
un fierissimo dispetto. Gli pareva ormai che nulla più potesse accadere, nulla
più muoversi senza una sua spinta; che tutti dovessero stare al loro posto,
immobili e come sospesi nell’attesa dell’atto grandioso e terribile ch’egli
doveva compiere. Donde, come era venuta Celsina, se egli non aveva fatto nulla
per farla venire? I denari di Lando... già! quei denari negati a zio Roberto...
Il Fascio di Girgenti... Buffonate! E che rabbia nel veder Celsina accolta con
tanta festa da quei Passalacqua, per i quali era la cosa più naturale del mondo
che una ragazza si avventurasse sola fino a Roma con un pretesto come quello, e
si presentasse lì in cerca dell’innamorato, ferma nel proposito di non ritornar
più in Sicilia. S’era fatto di tutti i colori nel vedersi guardato da quelli con
certi occhi ridenti di malizia e di indulgenza, che gli dicevano chiaramente:
«Via, che c’è di male? abbiamo capito! Non ti vergognare!». E anche zio Roberto
era rimasto lì, col suo solito sorriso afflitto, sotto al quale voleva
nascondere il fastidio che gli recava ogni novità: soltanto il fastidio. Anche
per lui nulla di male che una ragazza fosse venuta a trovare il nipote in casa
sua, in un momento come quello, col baratro aperto in cui stavano per
precipitare tutti. Per quei Passalacqua quel baratro era niente: una delle tante
difficoltà della vita da superare; e per superarla fidavano ciecamente in
Corrado Selmi. Bastava poi a tranquillarli la calma che zio Roberto s’imponeva
per non agitar la sua Nanna malata di cuore. Via, via quel signor Antonio
e quel lei, con cui Celsina s’era messa a parlargli! a chi voleva darla a
intendere? ma si dessero pure del tu! Oh, cara... Ma sì, brava, ridere... Se non
si rideva di cuore a quell’età, e con quegli occhi e con quel musino... Uh, che
voce! ma senti?... un campanello! Non s’era mai provata la voce? Non aveva mai
cantato, neanche così per ischerzo? mai mai? Ma bisognava provare, subito
subito... Impossibile che non ci fosse la voce, con quelle inflessioni, con
quelle modulazioni... Via, su, una canzoncina qualunque, là, nel salottino,
subito subito... Ecco il terno! Nulla meglio di questo espediente per non
ritornar più in Sicilia! I mezzi per studiare? Ma c’era lei, la signora Lalla, e
il Privato Conservatorio Bonomè. Lezioni gratis, carte e pianoforte
gratis: soltanto un piccolo assegno per il vitto. E Olindo Passalacqua, saputo
che Celsina era compagna di fede socialista di Lando Laurentano, subito aveva
suggerito di chiedere a lui quell’assegno. No? perché no? Opera meritoria!
Maledetti certi scrupoli, certi pudori che impediscono alla coscienza di fare il
bene! si sarebbe potuto proporre al Laurentano la restituzione di quel piccolo
assegno coi primi guadagni; ma, nossignori, queste cose le fanno gli
sfruttatori, gli strozzini, ragion per cui un gentiluomo deve astenersi dal
farle... Stupidaggini! Miserie! S’era contorto su la seggiola, Antonio, udendo
questi discorsi. Avrebbe voluto strappare per un braccio Celsina e gridarle sul
volto: «Va’, tòrnatene donde sei venuta! Costoro son pazzi che danzano su
l’abisso. Va’! va’! L’abisso lo spalancherò io! Non c’è piú nulla; io stesso non
sono più: tutto è finito!». Ma pure, eccolo lì, aveva col Passalacqua
accompagnato Celsina fino al villino di Lando, e ora stava ad aspettare che
l’adunanza si sciogliesse ed ella ne uscisse. Celsina gli aveva promesso in
confidenza che non avrebbe neppur fatto cenno al Laurentano di quella ridicola
proposta dell’assegno; solo lo avrebbe pregato d’interessarsi in qualche modo
per farle trovare, con le sue tante aderenze, un posticino a Roma. L’assegno,
Celsina si era proposto di domandarlo invece per lui, per Antonio. Egli le aveva
confidato la sera avanti la terribile condizione in cui si trovava lo zio.
– E tu? – gli aveva domandato lei.
Non aveva avuto altra risposta che un gesto furioso, di disperazione. Le era
balenato il sospetto ch’egli covasse un proposito violento, ma contro sé; e
aveva cercato di scuoterlo, di rincorarlo. Era venuta con l’animo tutto acceso
di sogni e di speranze, piena di fiducia in sé, e pronta e preparata a vinccre
tutti gli ostacoli. Ebbene, sarebbero stati in due, ora, a dividerli e ad
affrontarli; ella lo avrebbe trascinato nella sua foga. Possibile ch’egli, col
suo parentado, perisse? E non c’era poi l’altro zio? Via, via! Le difficoltà
sarebbero state per lei. Ma ecco, ne rideva!
Uscì dal villino, su le furie.
–– Niente! Buffoni... Andiamo! andiamo! – disse, spingendo i due compagni.
– Non ha parlato? – domandò, sospeso e afflitto, il Passalacqua.
– Ma che parlare! – si scrollò Celsina. – Sono tanti pazzi, scemi, stupidi,
imbecilli... Chiacchiere, chiacchiere, declamazioni o ciance insipide che
vorrebbero parere spiritose... Via, via, via! Ma ci ho guadagnato questo almeno,
che sono qua, a Roma! Nino, per carità, Nino, non mi far quella faccia!
Vattene... sì, sì... è meglio che te ne vada, se mi devi affliggere così!
Olindo Passalacqua corse dietro ad Antonio che, gonfio di rabbia, tutto
rabbuffato, aveva allungato il passo; lo trattenne, invitò con la mano Celsina
ad avvicinarsi subito, raccomandando con cenni calma e prudenza. Ma Celsina,
sorridendo e avvicinandosi pian piano, gli accennò col capo che lo lasciasse
pure andare.
– Ma pazzie, scusate... calma, ragazzi! Così v’accecate... E il rimedio? il
rimedio così, accecandovi con le furie, non lo trovate più. Il rimedio c’è
sempre, cari amici; a tutto c’è rimedio; più o meno duro, più o meno radicale...
ma c’è! Non bisogna spaventarsi... In prima, come! dice, questo? Questo no!
questo mai!... Poi... eh, cari miei, l’avrei a sapere! Questo e altro!... Però,
però, però... dico, intendiamoci, rispettando sempre le leggi del... del...
della... Siamo gentiluomini! Nino, tu lo sai, mi spezzo, non mi... non mi...
– Che fai? che vuoi? che ti stilli cosí? – domandò Celsina a Nino, rimasto
ansante in atteggiamento truce. – Finiscila! Sono proprio furie sprecate... Io
mi sento così tranquilla e contenta! Su, su, per dove si prende, signor Olindo?
Tu... tu guardami... no, no, guardami bene negli occhi... qua, dentro gli
occhi... Prima di partire, ti ricordi?
Nino contrasse tutto il volto, nel tremendo orgasmo, e singultò nel naso,
premendosi forte un pugno su la bocca.
– Via! basta, ora! Andiamo! – riprese Celsina. – Lei, signor Olindo, mi deve dir
questo soltanto, ma me lo deve dire proprio in coscienza: Ho la voce?
Olindo Passalacqua si tirò un passo indietro, con le due mani sul petto:
– Ma io ho cantato con la Pasta, sa lei? con la Lucca ho cantato; io ho cantato
con le due Brambilla...
– Va bene, va bene, – lo interruppe Celsina. – E lei è certo dunque che io abbia
la voce?
– Ma d’oro! – esclamò il Passalacqua. – D’oro, d’oro, d’oro, glielo dico io! E
in meno d’un anno lei...
– Va bene, – tornò a interromperlo Celsina. – E allora senta.... un altro
favore! A procurarmi l’assegnino, come dice lei, ci penso io. Son capace di
presentarmi in tutte le botteghe che vedo, in tutti gli alberghi, ufficii,
banche, caffè, se han bisogno d’una contabile, giovane di negozio, interprete,
quel che diavolo sia! Ho il diploma in ragioneria, licenza d’onore; possiedo due
lingue, inglese e francese... Ma anche per sarta mi metto, per modista... Non so
neppur tenere l’ago in mano; imparerò!... maestra, governante, istitutrice...
Lasci fare a me! Lei ora se ne vada. Mi lasci sola con questo bel tomo! A
rivederla.
E, preso Antonio sotto il braccio, scappò via.
– Fammi veder Roma!
Ma che vedere! Non poteva veder nulla, col cervello in subbuglio. Parlava,
parlava, e gli occhi le sfavillavano ardenti, sotto quel cappellino dalla piuma
spavalda; le labbra accese le fremevano, e rideva senz’ombra di malizia a tutti
quelli che si voltavano a mirarla.
– Nino, senti, – gli disse a un certo punto, piano, in un orecchio. – Portami
lontano... in un punto solitario... lontano... voglio cantare!... Ho bisogno di
sentire come canto... Se fosse vero! Tu ci pensi? Ah, se fosse vero, Nino mio!
Andiamo, andiamo...
Seguitò a cinguettare per tutta la via. Gli disse che per forza lei, prima di
diventare un soprano, un contralto celebre, per forza doveva trovar marito, dato
quel brutto cognome che l’affliggeva.
– Celsa, va bene; ma Pigna! ti pare possibile? Vediamo un po’, mettiamo... Celsa...
come? Celsa Del Re? Oh Dio no! Le mie opinioni politiche... Del re? Impossibile,
Nino! non posso diventare tua moglie, è fatale! Ma tu del resto non mi vuoi...
Ahi, ahi no! mi hai fatto un livido nel braccio... Mi vuoi? E allora Celsina Del
Re, e non se ne parli più! Celsina di Sua Maestà, è buffo, sai? di Sua Maestà
Antonio I.
Arrivarono, ch’era già il tramonto, di là dal recinto militare, in prossimità
del Poligono, su la sponda destra del Tevere. Monte Mario drizzava il suo
cimiero di cipressi nel cielo purpureo e vaporoso, e la vasta pianura, che serve
da campo di esercitazione alle milizie, e le sponde erbose del fiume, nell’ombra
soffusa di viola, parevano smaltate. Nel silenzio quasi attonito, più che la
voce si sentiva il movimento delle acque dense, d’un verde morto, tinte dai
riflessi rosei del cielo e qua e là macchiate da qualche cuora nera.
– Bello! – sospirò Celsina, guardandosi intorno. E con l’impressione che la vita
vera se ne fosse come andata via di là, e ne fosse rimasta quasi una larva, nel
ricordo o nel sogno, dolce e malinconica, aggiunse piano:
– Dove siamo qua?
Poi, volgendosi ad Antonio, che si era seduto su un masso e guardava verso
terra, curvo, con le mani strette tra le gambe:
– Ma che fai? – gli domandò. – Ma tu non vedi, tu non senti più nulla? Alza il
capo, guarda, senti... questo silenzio qua... il fiume... e là Roma... e io che
sono qua con te!
Gli s’accostò, gli posò una mano sui capelli, si chinò a guardarlo in faccia, e:
– Tu non hai ancora vent’anni! – gli disse. – E io ne ho diciotto...
Antonio si scrollò rabbiosamente, per respingerla, e allora ella, sdegnata, alzò
una spalla e si allontanò.
Poco dopo, da lontano, giunse ad Antonio il suono della voce di lei che cantava,
in quel silenzio, limpida e fervida.
Disperato, serrando le pugna nella furia della gelosia, la vide parata da
attrice, in un vasto teatro, davanti ai lumi della ribalta. Si alzò, fremente;
andò a raggiungerla.
– Andiamo! andiamo! andiamo!
– Che te ne pare? – gli domandò lei, con un fresco sorriso di beatitudine.
Antonio le strinse un braccio e, guardandola odiosamente negli occhi:
– Tu ti perderai! – le gridò tra i denti.
Celsina scoppiò a ridere.
– Io? – disse. – Ma se tu non mi vuoi, si perderanno quelli che mi verranno
appresso, caro mio! Io ho le ali... le ali... Volerò!
L’on.
Ignazio Capolino non capiva nei panni dalla gioja. Migliaja d’operaj, nel suo
collegio, inferociti dalla fame per la chiusura delle zolfare del Salvo,
minacciavano tumulti, rapine, incendii, strage; Aurelio Costa, esposto all’ira
di quelli per le promesse fatte a nome del Salvo, fremeva d’indignazione alle
lepide ciance di S. E. il Sottosegretario di Stato al Ministero d’agricoltura; e
lui gongolava beato dell’insperata affabilità, del tratto confidenziale, da
vecchio amico, con cui quella sotto–eccellenza lo aveva accolto.
Chiedendo per il Costa quell’udienza, aveva temuto che l’ostentato prestigio, la
vantata amicizia personale coi membri del Governo, messi alla prova, avrebbero
sofferto la più affliggente mortificazione; e invece... Ma sì, ma sì, matti da
legare, benissimo! nemici dell’ordine sociale, quei solfaraj là! gente
facinorosa, ma sì! esaltata da quattro impostori degni della forca! Misure
estreme? di estremo rigore? ma sì! benissimo! Non ci voleva altro... Viso fermo,
già! polso duro! Umanità... ah sicuro... fin dov’era possibile... Già, già, oh
caro... ma come no? ma come no?
E accennava, con timidezza mal dissimulata, d’allungare una mano per batterla o
su la gamba o dietro le spalle del Sottosegretario di Stato, come un cagnolino
che, dopo essersi storcignato per far le feste al padrone che teme severo,
s’arrischia a levare uno zampino per far la prova d’averlo placato.
Quanto a quel disegno d’un consorzio obbligatorio tra tutti i produttori di
zolfo della Sicilia, studiato dall’amico ingegnere lì presente... – oh,
valorosissimo e tanto modesto, già del corpo minerario governativo, sì, e uscito
dall’École des Mines di Parigi – quanto a quel disegno, ecco, se almeno S. E. il
Ministro avesse voluto degnarlo d’uno sguardo... No, eh? impossibile, è vero? il
momento... già! già! non era il momento quello! nuova esca al fuoco, sicuro! ci
voleva altro... ma sì! bravissimo! oh caro... come no? come no?
Uscì dal palazzo del Ministero, tronfio e congestionato come un tacchino, mentre
Aurelio Costa, per sottrarsi alla tentazione di schiaffeggiarlo o sputargli in
faccia, pallido e muto allungava il passo e lo lasciava indietro.
– Ingegnere!
Il Costa, senza voltarsi, gli rispose con un gesto rabbioso della mano.
– Ingegnere! – lo richiamò Capolino, raggiungendolo, fieramente accigliato. – Ma
scusi, è pazzo lei? o che pretendeva di più?
– Mi lasci andare! per carità, mi lasci andare, – gli rispose Aurelio Costa,
convulso. – Corro al telegrafo. Venga qua lui, don Flaminio! Io me ne riparto
domani.
– Ma si calmi! Dice sul serio? – riprese, con tono tra arrogante e derisorio,
Capolino. – Che voleva lei da un Sottosegretario di Stato? che le buttasse le
braccia al collo? Io non so... Meglio di così? Non m’aspettavo io stesso una
simile accoglienza...
– Eh, sfido! – ghignò, fremente, il Costa. – Se lei...
– Io che cosa? – rimbeccò pronto Capolino. – Voleva promesse vaghe? fumo? Mi ha
trattato, mi ha parlato da amico, da vero amico! E metta ch’io sono deputato
d’opposizione; che sono stato combattuto dal Governo, accanitamente, nelle
elezioni. E lei lo sa bene!
– Non so nulla io! – sbuffò il Costa. – So questo soltanto: che avevo l’ordine,
ordine positivo, che il disegno almeno fosse preso subito in considerazione dal
Governo. E lei non ha speso una parola; lei non ha fatto che approvare...
Capolino lo arrestò, squadrandolo da capo a piedi.
– Parlo con un uomo, o parlo con un ragazzino? Dove vive lei? Può credere sul
serio che in un momento come questo, in mezzo a questo pandemonio, si possa
attendere all’esame del suo disegno? L’ordine! Abbia pazienza! Quando ricevette
lei quest’ordine da Flaminio Salvo? Prima di partire, è vero? Ma scusi, ormai...
ecco qua!
E Capolino con furioso gesto di sdegno trasse fuori dal fascio di carte che
teneva sotto il braccio la partecipazione delle speciose nozze di S. E. il
principe don Ippolito Laurentano con donna Adelaide Salvo.
– L’avrà ricevuta anche lei! – disse. – si stia zitto, e non pensi più né a
ordini né a progetti!
– Ah, dunque, un giuoco? – esclamò Aurelio Costa. – Con la pelle degli altri?
– Ma che pelle! – fece Capolino, con una spallata.
– Con la mia pelle! con la mia pelle, sissignore! – raffermò il Costa infiammato
d’ira. – Con la mia pelle, perché dovrò tornarci io laggiù, ad Aragona, tra i
solfaraj! E sa lei come li ritroverò, dopo sette mesi di sciopero forzato? Tante
jene! Ma perché dunque mi ha fatto promettere a tutti... anche qua, anche qua
adesso a Nicasio Ingrao, al figlio del principe? E tutti gli studii fatti?
– Caro ingegnere, scusi, – disse pacatamente Capolino, con gli occhi socchiusi,
trattenendo il sorriso, – lei pratica con Flaminio da tanti anni, e ancora non
s’è accorto che Flaminio non è soltanto uomo d’affari, ma anche uomo politico.
Ora la politica, sa? bisogna viverci un po’ in mezzo; la politica, signor mio,
che cos’è in gran parte? giuoco di promesse, via! E lei, scusi, va a cacciarsi
in mezzo proprio in questo momento...
– Io? – proruppe Aurelio Costa, portandosi le mani al petto. – Io, in mezzo?
– Ma sì, ma sì,– affermò con forza Capolino. – Come un cieco, scusi! E non dico
soltanto per questa faccenda qua, del progetto. Lei non vede nulla, lei non
capisce... non capisce tante cose! Dia ascolto a me, ingegnere: non s’impicci
più di nulla! se ne torni al suo posto... Mi duole, creda, sinceramente, veder
fare a un uomo come lei, per cui ho tanta stima, una figura... non bella, via!
non bella...
Aurelio Costa restò dapprima, a queste parole, a bocca aperta, trasecolato; poi
si fece pallido e abbassò gli occhi per un momento; infine, non riuscendo a
frenar l’impeto della stizza:
– A me, – balbettò, – a me dice così? a me?... Ma io... Quando mai io... a quali
cose io mi son cacciato in mezzo, di mia volontà? Vi sono stato sempre
trascinato, io, tirato per i capelli, e sono stufo, sa? stufo, stufo di queste
imprese, di questi intrighi, e bizze, e scandali...
– Scandali, poi! – fece Capolino.
– Sissignori, scandali! – seguitò Aurelio, senza più freno. – Scandali qua,
laggiù... e se non li vede lei, li vedo io! Basta! basta! Io non ho voluto mai
nulla! non ho aspirato mai a nulla, per sua norma, altro che di stare in pace
con la mia coscienza, e tranquillo, facendo ciò che so fare. E basta! Venga qua
lui, ora, e pensi, dopo le promesse fatte, ad aggiustar bene le cose, perché
laggiù, ripeto, debbo tornarci io, e la pelle non ce la voglio lasciare. La
riverisco.
Ignazio Capolino lo seguì un tratto con gli occhi; poi si scosse con un altro
ghigno muto, e tentennò a lungo il capo. Se avesse saputo che la vera ragione,
per cui Aurelio Costa voleva che Flaminio Salvo venisse a Roma, era quella
stessa appunto per cui egli voleva che non venisse: sua moglie!
Il calore con cui difendeva quel disegno, studiato veramente con tutto lo zelo
scrupoloso che metteva in ogni sua opera, e la stizza nel vederlo mandato a
monte, buttato lì, senz’alcuna considerazione e quasi deriso, provenivano in
fondo dal calore d’un’altra passione, dalla stizza per un altro smacco, di cui
egli, per non mortificare innanzi a se stesso il suo amor proprio, non si voleva
accorgere. Allontanato da Flaminio Salvo da Girgenti con la scusa di quel
disegno, proprio nel momento in cui la figlia sapeva che Nicoletta Capolino era
a Roma col marito, era accorso come un assetato alla fonte. Aveva creduto di
ritrovar qui Nicoletta come la aveva veduta l’ultima volta a Colimbètra, piena
di lusinghe per lui, ardente e aizzosa. E invece... per miracolo non s’era messa
a ridere nel leggergli nello sguardo profondo il ricordo di quella sera
indimenticabile!
Capolino, che aveva tanto da ridire su la condotta della moglie in quei giorni,
se ne sarebbe potuto accorgere; ma da che, a Colimbètra, ancora col petto
fasciato per la ferita, aveva sentito il bisogno d’un pajo d’occhiali, non
riusciva a veder più nulla con l’antica chiarezza, Capolino, né in sé né attorno
a sé. Lo scherzo di quella palla, scappata fuori con inopinata violenza dalla
pistola del Verònica, gli aveva turbato profondamente la concezione della vita.
Fino a quel punto, aveva creduto di farlo lui agli altri, lo scherzo, uno
scherzo che gli era riuscito sempre bene; ora, all’improvviso e sul più bello,
s’era accorto che, ad onta di tutte le diligenze e contro ogni previsione,
ridendosi d’ogni arte e d’ogni riparo, il caso, nella sua cecità, può e sa
scherzare anche lui, facendone passare agli altri la voglia. E Capolino era
diventato seriissimo. Già, subito, o per la violenta emozione o per il sangue
perduto, gli s’era indebolita la vista. Il principe don Ippolito, graziosamente,
aveva voluto regalargli lui gli occhiali, un bel pajo d’occhiali serii, con
staffe, cerchietti e sellino di tartaruga. E la vita veduta con quegli occhiali,
e da deputato, gli aveva fatto d’improvviso un curioso effetto: le sue mani,
tutte le cose intorno, sua moglie, il suo passato, il suo avvenire, gli s’erano
presentati con linee, luci e colori nuovi, innanzi a cui egli si era veduto
quasi costretto ad assumer subito un certo cipiglio tra freddo e grave, che
aveva fatto rompere, la prima volta, in una risata sua moglie:
– Oh povero Gnazio mio!
Ed ecco, segnatamente sua moglie non aveva più saputo vedersi d’attorno,
Capolino: sua moglie che gli cercava gli occhi dietro quei nuovi occhiali, e non
poteva in alcun modo prenderlo sul serio.
Venuta a Roma con lui per quindici o venti giorni, per un mese al più, Lellè vi
si tratteneva da più di tre mesi e non accennava ancora, neppur lontanamente, di
volersene partire. O ch’era matta? Tripudiava, Lellè. Aveva trovato finalmente
il suo elemento. Dai Vella, parenti di Flaminio Salvo, e un po’ anche del marito
per via della prima moglie, era diventata subito di casa. A Francesco Vella
piaceva il fasto, donna Rosa Vella era tal quale la sorella minore donna
Adelaide, sbuffante e sempliciona, e i loro due figli, Ciccino e Lillina, se
Nicoletta fosse andata a ordinarseli apposta, non avrebbe potuto trovarli più di
suo gusto. Che amore quella Lillina! Rimasta nubile, ormai spighita nella
simpatica bruttezza tutta pepe, era la compagna inseparabile del fratello
Ciccino: più scaltra, più ardita, più vivace di lui, lo ajutava, lo difendeva,
lo guidava, a parte di tutti i suoi segreti più intimi. Fratello e sorella non
avevano mai pensato ad altro che a darsi buon tempo; e Nicoletta, con loro, in
pochi giorni era diventata una cavallerizza perfetta; era già andata tre volte
alla caccia della volpe; e teatri e feste e gite: una cuccagna! Lillina sapeva
sempre con precisione quando doveva farsi venire un po’ di emicrania o qualche
altro dolorino, per lasciare in libertà Ciccino e la nuova amica Lellè.
Ora Capolino, per quanto Roma fosse grande, da deputato e con gli occhiali serii,
non vi si vedeva minimo, e temeva che quello sbrigliamento della moglie potesse
dare all’occhio. Del resto, non poteva soffrirlo, non tanto per quello che
potevano pensarne gli altri quanto per sé. Da deputato e con gli occhiali,
voleva che anche sua moglie, ormai, diventasse più seria. A Roma e con quei
Vella attorno e con la libertà in cui era costretto a lasciarla, non gli pareva
possibile. Flaminio Salvo, ora che donna Adelaide era andata a nozze, certamente
avrebbe avuto bisogno di lei, a Girgenti. Per la figliuola, s’intende; per
quella cara Dianella senza mamma. Se non oggi, domani, avrebbe scritto per
pregarla di ritornare. Non gli pareva l’ora all’onorevole Ignazio Capolino! Ma
ecco, adesso, quell’imbecille del Costa che veniva a guastargli le uova nel
paniere! La pelle... Temeva per la pelle... Pezzo d’asino! Ma già, se non era
stato buono in tanti anni neanche d’accorgersi che Dianella lo amava, che aveva
sotto mano la fortuna, una simile fortuna! come avrebbe riconosciuto ora, che
meglio di così un deputato d’opposizione non poteva essere accolto da un
Sottosegretario di Stato? E aveva osato rimproverargli le approvazioni... Ma
sicuro! per far piacere a lui doveva difendere i solfaraj, quasi che, nelle
ultime elezioni egli fosse andato su anche col suffragio di quei galantuomini!
Messo tra il Governo e i socialisti, poteva un deputato conservatore,
d’opposizione, esitare nella scelta? Ma andate a ragionare di queste cose con
uno, a cui la fortuna dava il pane perché lo sapeva senza denti! Intanto
Flaminio Salvo, per seguitare da un canto la commedia di quel progetto e aver
modo dall’altro d’abboccarsi con Lando Laurentano, che non aveva voluto
assistere alle nozze del padre, senza dubbio sarebbe accorso alla chiamata; e
certo avrebbe condotto con sé Dianella, che non poteva restar sola a Girgenti. E
sarebbe forse rimasta a Roma per un pezzo, Dianella, presso gli zii, per
divagarsi e... chi sa! – gli occhi di Flaminio Salvo vedevano molto lontano –
Lando andava qualche volta in casa Vella, e... chi sa! Rimanendo Dianella a
Roma, addio ritorno di Lellè a Girgenti. Così pensando, Capolino sbuffava, e gli
occhiali serii, con staffe, cerchietti e sellino di tartaruga, gli
s’appannavano.
Non passò neanche una settimana, che Flaminio Salvo fu a Roma insieme con
Dianella, come Capolino aveva preveduto.
Dianella arrivò come una morta; Flaminio Salvo, al solito, sicuro di sé, con
quel sorriso freddo su le labbra, a cui lo sguardo lento degli occhi sotto le
grosse pàlpebre dava un’espressione di lieve ironia. Furono ospitati dai Vella,
che insieme coi coniugi Capolino e il Costa si recarono ad accoglierli alla
stazione. Donna Rosa, Ciccino e Lillina non conoscevano ancora Dianella.
– Figlia mia, o che mangi lucertole? – le domandò in prima la zia Rosa, nel
vederle il volto come di cera e con gli occhi dolenti e smarriti. – Ma capisco,
sai? con un uomo insulso come tuo padre, difficile passarsela bene. Ah, io
gliele dico, sai? Non sono come tua zia Adelaide che cala a tutto la testa. Sono
più grande di lui, e mi deve rispettare.
– Io ti bacio sempre la mano, – disse don Flaminio, inchinandosi.
– Sicuro! Ecco qua: bacia, bacia! – riprese donna Rosa stendendo la mano tozza,
paffuta. – Sicuro che me la devi baciare! Sta’ un po’ con noi qua a Roma, figlia
mia, e vedrai che ti farò ritornare in Sicilia bella grossa come una madre
badessa. Vedi questa signora? – aggiunse, indicando Nicoletta Capolino. – Come
ti pare? Brutta è, bisogna dirglielo; ma da che Ciccino e Lillina le hanno fatto
far la cura di trotto a cavallo, vedi l’occhio? più vivo! Lascia fare ai tuoi
cugini, cara mia. Andiamo, andiamo! Ridere, ridere... Cosa da ridere, la vita,
te lo dico io.
A casa, don Flaminio narrò mirabilia alla sorella, al cognato, ai nipoti, agli
amici, degli sponsali del principe con donna Adelaide, celebrati da monsignor
Montoro nella cappella di Colimbètra, tra il fior fiore della cittadinanza
girgentana. S. A. R. il Conte di Caserta aveva avuto la degnazione di mandare
dalla Costa Azzurra una lettera autografa d’augurii e rallegramenti agli sposi.
– E chi è? – domandò donna Rosa, guardando tutti in giro; poi, picchiandosi la
fronte: – Ah già, ho capito, il fratello di Cecco Bomba... Ho un cognato
borbonico, coi militari... Me l’ha scritto Adelaide! Ora è mai possibile che
stia allegra codesta povera figliuola con tale razza di Altezze Reali che
scrivono lettere autografe per le nozze di sua zia? Va’ avanti, va’ avanti... Ah
se ci fossi stata io! Codesto tuo principe di Laurentano...
Seguitando, don Flaminio si dichiarò particolarmente grato della presenza di don
Cosmo, fratello dello sposo, alla magnifica festa, e del dono prezioso mandato
da Lando alla matrigna.
– L’ho visto! – disse Ciccino.
– L’ha comperato con noi! – aggiunse Lillina.
– Ah, dunque lo conoscete bene? – domandò, contento, don Flaminio.
E volle sapere dai nipoti in che intrinsechezza fossero con lui, e che aspetto e
che umore avesse, chiamando a parte la figliuola con vivaci esclamazioni, della
sua meraviglia e del suo compiacimento per le risposte che quelli gli davano. Ma
Dianella si turbò in viso così manifestamente e mostrò negli occhi un così
strano sbigottimento, ch’egli cangiò a un tratto aria e tono, e finse di
meravigliarsi, perché la gravità delle cose che avvenivano in quei giorni in
Sicilia, e nelle quali il giovane principe, a quanto si diceva, doveva essere
più d’un po’ immischiato, gli pareva non comportasse in lui quell’umor gajo, che
i nipoti dicevano. E prese a raccontare, con atteggiamento di grave
costernazione, i fatti avvenuti di recente in Sicilia, a Serradifalco, a
Catenanuova, ad Alcamo, a Casale Floresta, i quali provavano come in tutta
l’isola covasse un gran fuoco, che presto sarebbe divampato; e a rappresentar la
Sicilia come una catasta immane di legna, d’alberi morti per siccità, e da anni
e anni abbattuti senza misericordia dall’accetta, poiché la pioggia dei benefizi
s’era riversata tutta su l’Italia settentrionale, e mai una goccia ne era caduta
su le arse terre dell’isola. Ora i giovincelli s’erano divertiti ad accendere
sotto la catasta i fasci di paglia delle loro predicazioni socialistiche, ed
ecco che i vecchi ceppi cominciavano a prender fuoco. Erano per adesso piccoli
scoppii striduli, crepitìi qua e là; scappava fuori ora da una parte ora
dall’altra qualche lingua di fiamma minacciosa; ma già s’addensava nell’aria
come una fumicaja soffocante. E il peggio era questo: che il Governo, invece
d’accorrere a gettar acqua, mandava soldati a suscitare altro fuoco col fuoco
delle armi. Ma avesse almeno avuto soldati abbastanza, da fronteggiare l’impeto
delle popolazioni irritate! Gli scarsi presidii, bestialmente incitati a sparare
su le folle inermi, si vedevano costretti, subito dopo, a rinserrarsi nelle
caserme; e allora la folla, inselvaggita dagli eccidii, restava padrona del
campo e assaltava furibonda i municipii e vi appiccava il fuoco. Lo sgomento
intanto si propagava per tutta l’isola; sindaci e prefetti e commissarii di
polizia perdevano la testa; e dove si sarebbe andati a finire?
Queste cose disse, rivolto specialmente al cognato Francesco Vella, al Capolino
e ad Aurelio Costa: volle dedicare alle signore il racconto d’una recente
prodezza compiuta da cinquecento donne in un villaggio dell’interno della
Sicilia, chiamato Milocca. Per la speciosa denuncia di un mucchio di concime
sparso non già fuori, ma nelle terre medesime d’un proprietario che non aveva
voluto arrendersi ai nuovi patti colonici dei contadini del Fascio, la forza
pubblica aveva tratto in arresto iniquamente e sottoposto a processo per
associazione a delinquere il presidente e i quattro consiglieri del Fascio
stesso. E allora le donne del villaggio, in numero di cinquecento, indignate
dell’ingiustizia e della prepotenza, s’erano scagliate come tante furie contro
la caserma dei carabinieri, ne avevano sfondato la porta e tratto fuori i cinque
arrestati; poi, ebbre di gioja per la liberazione dei prigionieri, avevano
condotto in trionfo sulle braccia, per le vie del paese, uno dei carabinieri e
le armi strappate loro dalle mani.
Donna Rosa, Nicoletta Capolino e Lillina approvarono festosamente la vittoria di
quelle donne gagliarde; ma don Flaminio parò le mani gridando:
– Piano, piano! Aspettate! L’allegrezza è stata breve... I milocchesi, dico gli
uomini, che non s’erano affatto immischiati in questa rivolta delle loro donne,
saputo che il prefetto della provincia mandava un rinforzo di soldati e delegati
e giudici a Milocca, cavalcarono le mule e, armati di fucile, presero il largo.
Sono ancora sparsi per le campagne, decisi a vender cara la loro libertà. Ma i
signori giudici, a Milocca, hanno arrestato trentadue donne, di cui alcune
gestanti, altre coi bambini lattanti in collo, e le hanno tradotte ammanettate
nelle carceri di Mussomeli.
– Valorosi! valorosi! – esclamò allora donna Rosa. – Ma come? E voi, Gnazio,
deputato siciliano, non levate la voce in Parlamento neanche contro l’arresto
delle donne gravide e delle mamme coi bambini in collo?
Don Flaminio sorrise e, lisciandosi le basette:
– Non gli conviene, – disse. – Sono gestanti e mamme socialiste. Lui è
conservatore. Quantunque laggiù, sai? don Ippolito Laurentano vorrebbe che il
partito clericale secondasse il movimento proletario e se n’avvalesse,
stabilendo anche con esso qualche accordo segreto. Ma monsignor Montoro,
confòrtati, è contrario; forse perché il canonico Pompeo Agrò è da un mese a
Comitini a far propaganda, non so quanto evangelica, contro me, tra i solfaraj.
Basta. Vedremo di stare tra il padre e il figlio. Domani mi recherò dal giovane
principe socialista a lasciargli un biglietto da visita.
Capolino accompagnò Flaminio Salvo in quella gita al villino di via
Sommacampagna, tanto nell’andata quanto nel ritorno. La strana impressione,
quasi di sgomento, che gli aveva fatta la vista di Dianella, all’arrivo, si
raffermò al discorso che gli tenne il Salvo lungo la via.
Fu al solito un discorso sinuoso, pieno di sottintesi e di velate allusioni, da
cui parve a Capolino di poter desumele questo: che il Salvo era davvero
fortemente impensierito non dalle condizioni politiche della Sicilia, ma dalle
condizioni di spirito della figliuola, le quali tanto piú dovevano dar da
pensare, in quanto che la madre era pazza; ch’egli intendeva perciò di
contentarla, se quel viaggio a Roma non riusciva agli effetti che se ne
riprometteva; contentarla, anche perché, uscita ormai di casa la sorella, egli,
non avendo più alcuno che stésse attorno alla figliuola bisognosa di cure,
d’affettuosa compagnia, di distrazioni, avrebbe dovuto sacrificare troppo gli
affari, e non poteva (qui parve a Capolino di dover notare un grave rimprovero
per sua moglie, che aveva osato lasciar sola anche donna Adelaide
nell’avvenimento delle nozze); contentarla, infine, anche per dare ad Aurelio
Costa (che presto, fra due o tre giorni, sarebbe tornato in Sicilia) un premio
degno, se riusciva a ridurre a ragione gli operaj delle zolfare.
Queste deduzioni così chiare del lungo discorso a mezz’aria del Salvo costarono
a Capolino un così intenso sforzo, che uno dei cristalli degli occhiali,
continuamente appannati dagli sbuffi, gli s’infranse tra le dita nervose, a
furia di ripulirlo. Fortuna che le scagliette del cristallo s’infissero soltanto
nel fazzoletto, senza ferirgli le dita. Ma la sera dovette parlare, e
seriamente, alla moglie, senza occhiali.
Nicoletta sapeva che l’improvviso arrivo di Flaminio Salvo e di Dianella a Roma
era dovuto al Costa. Più perspicace del marito, aveva subito preveduto che
questo arrivo avrebbe segnato la fine della sua cuccagna, ed era perciò così
gonfia d’odio contro quello che lo avrebbe ucciso senza esitare, se le avessero
assicurato l’impunità. Già aveva veduto il primo effetto dell’arrivo: Ciccino e
Lillina Vella se n’erano andati in giro per Roma con la cuginetta pallida e
smarrita, mettendo lei da parte fin dal primo giorno. Scelto male, dunque, il
momento per un discorso serio!
– Debbo partire? – domandò subito, per tagliar corto. – Parto anche domani.
Senza chiacchiere. Ma sola, no!
– E con chi? – fece Capolino. – Io...
– Tu hai le sorti d’Italia su le braccia, lo so! – esclamò Nicoletta. – Come
potrebbe sedere la Camera, domani, se tu mancassi?
– Ti prego, – fece Capolino, con un gesto delle mani, che significava freno,
prudenza, da un canto, e dall’altro, sdegno di avviare il discorso, senza scopo,
per una china facile, per quanto sdrucciolevole. – Io sono qui per fare il mio
dovere.
– Anch’io! – rimbeccò, pronta, Nicoletta. – Non ti pare? Tu, di deputato; io, di
moglie. Lo dice anche il sindaco: la moglie deve seguire il marito. Caro mio, se
la pigli così!... Lascia stare i doveri, non mi far ridere! Te l’ho detto: tu,
caro mio, hai perduto da un pezzo in qua la bussola! Parliamoci come prima, o
piuttosto, intendiamoci come prima, senza parlare affatto, per il tuo e per il
mio meglio! Bada, Gnazio, tu sei stufo, ma io più che più, e capace... non so,
capace in questo momento di commettere qualunque pazzia. Te n’avverto!
– Santo Dio, ma perché? – gemette Capolino con le mani giunte.
– Ah, perché? – gridò Nicoletta, andandogli incontro, vampante d’ira e di
sprezzo. – Mi domandi perché? Mi dici di partire, di ritornarmene laggiù, e mi
domandi perché?
– Prego, prego... – cercò d’interromperla Capolino, protendendo adesso le mani,
per arrestare anche col gesto quella furia. – Nel nostro... nel tuo stesso
interesse, scusa! Se non mi lasci parlare...
– Ma che vuoi dire! Lascia stare! – esclamò Nicoletta.
– So come debbo dire, non dubitare, – riprese Capolino con molta gravità,
abbassando gli occhi. – Tu ignori il discorso che mi ha tenuto Flaminio questa
mattina. T’ho detto nulla, finora, del tuo prolungato soggiorno a Roma? Nulla...
E tu stessa ti sei rimproverata di non esser partita per assistere Adelaide nel
giorno delle nozze. Ora la tua assenza da Girgenti sai qual effetto ha prodotto?
Questo, semplicemente: che Flaminio Salvo, lasciato solo e stanco, ha deciso di
contentar fnalmente la figliuola.
Nicoletta restò a questa notizia.
– Ah sì?– disse; e si morse il labbro, fissando nel vuoto gli occhi,
odiosamente.
– Capisci? – seguitò Capolino. – Teme che le dia di volta il cervello, come alla
madre. E mi pare che il timore non sia infondato. L’hai veduta? Fa pietà.
– Schifo! – scattò Nicoletta. – Se ne dovrebbe vergognare!
– L’amore... – sospirò Capolino, alzando le spalle, socchiudendo gli occhi. – E
Flaminio fors’anche pensa che, con l’ombra della pazzia della madre, un degno
partito per la figlia non sarebbe facile trovarlo. Ha messo poi in gravissimi
imbarazzi il Costa laggiù, tra i solfaraj, e pensa di premiar la devozione,
l’abnegazione...
– Quanti pensieri!... quante dolcezze!... – disse Nicoletta. – E io dovrei
sguazzarci in mezzo, è vero? come un’ape nel miele...
– Tu? perché? – domandò Capolino.
– Ma la custode della figlia non sono io? – inveì Nicoletta. – Non toccherà a me
allora covar con gli occhi la coppia innamorata? assistere alle loro carezze, ai
loro colloquii? accogliere in seno le confidenze della timida colombella
risanata?
Capolino si strinse nelle spalle, come per dire: «Dopo tutto, che male?...».
– Ah, no, caro mio! – riprese con impeto la moglie. – Non me ne importerebbe
nulla se, per il mio interesse, come tu dici, non mi vedessi costretta a far
questa parte... E tu dimentichi un’altra cosa! Che codesto signor ingegnere
chiese un giorno la mia mano, e che io la rifiutai, perché non mi parve degno di
me! Bella vendetta, adesso, per lui, diventare sotto gli occhi miei il fidanzato
della figlia di Flaminio Salvo!
– Ma questo, se mai, di fronte a te che l’hai rifiutato, – le fece osservar
Capolino, – potrà esser ragione d’avvilimento per la figlia di Flaminio Salvo...
– Già! – esclamò Nicoletta, levandosi. – Perché io adesso sono la moglie
dell’onorevole deputato Ignazio Capolino!
– Che vale molto di piú, ti prego di credere! – gridò questi, dando un pugno
sulla tavola e levandosi in piedi anche lui, fiero.
Nicoletta lo squadrò, calma, di sotto in su; poi disse:
– Uh, quanto a meriti, non oserei metterlo in dubbio! Però... però io debbo
partire, ecco, sempre per il mio interesse, come tu dici... Che vuoi? i meriti,
caro, non hanno spesso fortuna.
– Fa rabbia anche a me, – disse allora Capolino, – che uno stupido, un imbecille
di quella fatta debba salire così, tirato su dal favore della sorte, cacciato a
spintoni, come una bestia bendata e restìa... Perché egli, sai? l’ha detto a me:
non vorrebbe nulla... Questo è il bello. Non s’accorge di nulla, non capisce
nulla, e la fortuna lo ajuta! Domani, genero di Flaminio Salvo!
– Ah no! – scattò Nicoletta. – Questo matrimonio non si farà! Te l’assicuro io:
non–si–fa–rà!
Capolino tornò a stringersi nelle spalle e a socchiudere gli occhi:
– Se Flaminio vuole... come potresti impedirlo?
– Come? – rispose Nicoletta. – Come... non so! Ma a ogni costo... ah, a ogni
costo! puoi esserne certo!
Capolino insistette:
– Ma via, tu credi che il Costa sia capace di sentir la vendetta che tu dici,
per il tuo rifiuto? No, sai! Non è capace neanche di questo! Io l’ho studiato: è
con te riguardoso, ossequioso... anzi, tutto impacciato in tua presenza... non
ci penserà mai! E se tu... se tu saprai vincer lo sdegno, e trattarlo... dico,
trattarlo con una certa... disinvoltura cortese...
Sotto gli occhi di Nicoletta, che lo fissavano con freddo e calmo sprezzo,
smorì, si scompose il sorriso con cui aveva accompagnato le ultime parole.
– Come, del resto, lo hai trattato finora, – soggiunse dignitosamente. Poi,
cangiando discorso: – Oh, volevo proporti d’uscire... Ceneremo fuori... Ti va?
Di ritorno a casa a tarda notte, Nicoletta, nel mettersi a letto, domandò al
marito:
– Non deve ripartire fra due o tre giorni l’ingegnere Costa per la Sicilia?
– Sì, – rispose Capolino. – Me l’ha detto Flaminio stamattina.
– E tu a Flaminio potresti dire, – seguitò Nicoletta, raccogliendosi sotto le
coperte, – che sono pronta anch’io a partire; ma non sola. Poiché parte
l’ingegnere...
– Ah, già! – esclamò Capolino. – Benissimo! Potresti accompagnarti con lui.
– Buona notte, caro!
– Buona notte.
Fermamente convinto d’aver sempre avuto contraria la sorte, fin dalla nascita,
Flaminio Salvo credeva che soltanto con l’assidua difesa d’una volontà sempre
vigile e incrollabile, e opponendosi con atti che egli stesso stimava duri,
contro tutti coloro che s’eran fatti e si facevano strumenti ciechi di essa,
avesse potuto vincerla finora. Ma l’avversione della sorte non potendo su lui,
s’era rivolta con ferocia su i suoi, su la moglie, sul figlio: ora anche, con
quella passione invincibile, su la figlia. In queste sciagure sentiva veramente
come una vendetta vile e crudele; e questo sentimento non solo gli toglieva il
rimorso di tutto il male che sapeva d’aver commesso, ma gl’ispirava anzi
vergogna di qualche debolezza passeggera, e quasi lo abilitava a commettere
altro male, sia per vendicarsi a sua volta della sorte, sia per non essere egli
stesso sopraffatto. Non si poneva neppur lontanamente il dubbio che potesse in
fondo non essere un male quella passione della figliuola per Aurelio Costa. Era
per lui sicuramente un male; e non già per la disparità della nascita o della
condizione sociale (fisime!); ma perché essa aveva origine da una sua debolezza,
dalla gratitudine per tanti anni dimostrata al suo piccolo salvatore. Da un bene
non poteva venirgli altro che un male. Domma, questo, per lui. E nessun filosofo
avrebbe potuto indurlo a riconoscere che il suo ragionamento, fondato su un
pregiudizio, era vizioso. La logica? Che logica contro l’esperienza di tutta una
vita? E poi, se per un solo caso si fosse indotto a riconoscere il vizio del suo
ragionamento, addio scusa di tutto il male in tanti altri casi coscientemente
commesso! Ogni qual volta un negozio, una faccenda qualsiasi accennava fin da
principio di volgergli a seconda, egli, anziché rallegrarsene, s’adombrava,
sospettava subito una insidia e si parava in difesa.
Accolse male perciò, da un canto, la notizia e la proposta di Capolino, che cioè
Nicoletta era pronta a partire il giorno appresso e che avrebbe voluto
accompagnarsi nel viaggio col Costa; dall’altro, l’annunzio recato da Ciccino e
Lillina che Lando Laurentano, il quale tutta quella mattina era stato in giro
con essi e con Dianella, sarebbe venuto quella sera stessa a salutarlo. Lo
avevano incontrato per caso, e quantunque avesse detto loro in prima d’esser
fortemente irritato per una certa pubblicazione in un giornale del mattino,
s’era poi dimostrato gajo in loro compagnia e gratissimo della distrazione
procuratagli. Flaminio Salvo era nella stanza da studio di Francesco Vella e
dava ad Aurelio Costa le ultime istruzioni circa il ritorno di questo in
Sicilia, fissato per la mattina seguente, quando i due nipoti gli recarono
quest’annunzio, irrompendo rumorosamente e tirandosi dietro Dianella. Egli notò
subito nel viso della figlia un’alterazione molto diversa dalle solite alla
vista di Aurelio, e rimase per un attimo quasi stordito, allorché, parlando i
due cugini della graziosa affabilità del Laurentano verso di loro, ella con voce
vibrante, che non pareva più la sua, e con un’aria di sfida, confermò:
– Sì, gentilissimo! proprio gentilissimo!
– Piacere... – rispose freddamente, guardandola di su gli occhiali. – Ma, vi
prego, io ora qua...
E accennò il Costa con un gesto che significava: «Ho da pensare a ben altro per
il momento...».
Era vero, del resto. Si trattava d’esporre a un rischio di morte quel giovane
dabbene, ignaro affatto della parte, che stava a rappresentare; si trattava di
gettarlo in preda alla rabbia d’un intero paese affamato e disilluso. Nell’anima
del Salvo si svolse allora uno strano giuoco di finzioni coscienti. Il piacere
di quell’annunzio doveva mutarsi in lui in dispiacere, la speranza in
diffidenza; e però non solo non doveva tener conto di quella fortunata
combinazione dell’incontro del Laurentano e della buona impressione che la
figlia pareva ne avesse avuto, ma considerarla anzi come una vera e propria
contrarietà, nel momento ch’egli, per contentare appunto la figliuola, faceva
intravvedere a quel buon giovane del Costa il premio della pericolosissima
impresa a cui lo gettava. E seguitò in quella finzione cosciente, acceso di
stizza contro la figliuola, la quale, dopo averlo costretto a piegarsi fino a
tanto, eccola lì, veniva ora a fargli intendere, con aria nuova, che il giovane
principe Laurentano non le era punto dispiaciuto! Né s’arrestava qui il giuoco
delle finzioni nell’anima del Salvo. Fingeva di non comprendere ancora
quell’aria nuova della figlia, che pure aveva già compreso bene; era sicuro
infatti che Dianella, facendo quella lode del Laurentano in presenza di Aurelio,
s’era intesa di vendicarsi di questo, e ora di là certo piangeva e si straziava
in segreto. La stizza finta per quel premio ch’egli doveva far balenare al
Costa, era dunque in fondo stizza vera, tanto che, per non avvertire il rimorso
di quello strazio che cagionava alla figlia, seguitò a fingere di credere sul
serio, che veramente, sì, veramente, se il Costa fosse riuscito a ridurre a
ragione gli operaj delle zolfare in Sicilia, gli avrebbe dato in premio
Dianella. Intanto, lo faceva partire il giorno appresso in compagnia di
Nicoletta Capolino.
La sera, fu compìto, ma con una certa sostenutezza, verso Lando Laurentano,
accolto con molta festa dai Vella, specialmente da Ciccino e Lillina. Dianella
era pallidissima, e si teneva su per continui sforzi a scatti, che facevano pena
e paura. I dolci occhi ora le s’accendevano come in un confuso spavento, ora le
smorivano quasi in una torba opacità. Nicoletta Capolino, invitata a tavola dai
Vella quell’ultimo giorno, le aveva fatto sapere che la mattina appresso sarebbe
partita col Costa; e adesso, ecco, era lì e parlava senza vezzi affettati, ma
con la vivace disinvoltura consueta al giovane principe di Laurentano della
cortesia squisita di don Ippolito, là a Colimbètra, nella disgraziata
congiuntura del duello del marito.
Questi entrò, poco dopo, nel ricco salone insieme con l’ingegnere Aurelio Costa,
che veniva a licenziarsi dai Vella.
Fu per Dianella e per Nicoletta un momento d’angosciosa sospensione. Quanto
composto e grave e costernato l’onorevole Ignazio Capolino con quei funebri
occhiali di tartaruga, tanto appariva stordito, acceso, abbagliato, Aurelio
Costa. Gli si leggeva chiaramente in viso l’emozione profonda, che la notizia
della sua prossima partenza con Nicoletta gli aveva suscitato. Non sentiva più
la terra sotto i piedi; non riusciva ad articolar parola. Nel vederlo entrare,
Nicoletta ne ebbe quasi sgomento: sentì, senza guardarlo, che egli la cercava
con gli occhi, senza più badare a nessuno. Respirò nel sentirlo poco dopo
discutere animatamente col Laurentano su i moti dei Fasci in Sicilia. Ogni
costernazione gli era svanita, svanita ogni considerazione per quei solfaraj
affamati d’Aragona, svanito il dispetto per quel suo disegno d’un consorzio
obbligatorio mandato a monte: avrebbe ora affrontato col frustino in mano tutti
quei ribelli laggiù. Flaminio Salvo, per prudenza di fronte al Laurentano, lo
richiamò sorridendo a più miti propositi.
– Perché le diano fuoco alle zolfare? – gli domandò tutto infervorato il Costa.
– Li conosco io, quei bruti! Guaj a mostrare di temerli! Con la verga si
riducono a ragione! Lasci fare a me... Abbandonato da tutti, senza neanche la
soddisfazione di veder degnato d’uno sguardo il mio progetto, andrò solo,
laggiù... e ci guarderemo in faccia...
Nell’esaltazione, non avvertiva la stonatura di quella sua apostrofe bellicosa;
né si mortificò affatto nell’accorgersi alla fine che nessuno gli badava più, si
lasciò condurre da Capolino nell’ampio balcone della sala, mentre Flaminio
Salvo, Francesco Vella e Lando Laurentano seguitavano a conversare tra loro
pacatamente, e Ciccino prometteva a Nicoletta che presto sarebbe venuto a
trovarla a Girgenti, e donna Rosa e Lillina davano consigli a Dianella che si
regolasse così e così, se voleva presto recuperare la salute e la gajezza.
Chiamato dal Salvo, Capolino rientrò poco dopo, e Aurelio Costa restò solo nel
balcone.
Quanto vi restò? Guardava le stelle, guardava come in un sogno il chiaror della
luna che si rifletteva su i vetri di lontane finestre dirimpetto, nella piazza;
stretto da un’ansia smaniosa e dolce; senza più pensare al luogo ove si trovava;
con una sola immagine davanti agli occhi, quella di lei che ora, tra poco, senza
dubbio sarebbe venuta a trovarlo là per dirgli: A domani! Per sempre! – A
domani, per sempre, – si ripeteva, serrando le pugna, con gli occhi socchiusi
voluttuosamente.
Aveva già parlato con lei la mattina. S’erano già accordati. Tutto, tutto ella
avrebbe lasciato, per seguir lui! Sì, anche laggiù, nel pericolo, da cui egli
non avrebbe potuto in quel momento ritrarsi. Del resto, per forza, doveva andar
laggiù; lì era la sua casa, lì il suo lavoro, che avrebbe ora messo a
disposizione di altri, lasciando il Salvo. Che gl’importava? Di qual premio gli
aveva ella parlato? Un grosso premio ch’egli avrebbe perduto lasciando il
Salvo... Che gl’importava? Qual premio maggiore della felicità che ella gli
avrebbe data, amandolo? Così farneticava Aurelio nel balcone, in attesa,
tornando a ripetere di tratto in tratto, smaniosamente: – A domani! per sempre!
Nel salone, intanto, Ignazio Capolino parlava con aria afflitta del subbuglio,
in cui la pubblicazione d’una denunzia in un giornale del mattino aveva messo
tutto quel giorno i corridoj della Camera. Si trattava delle quarantamila lire,
di cui appariva debitore verso la Banca Romana Roberto Auriti, (« notoriamente
prestanome» diceva il giornale «d’un deputato meridionale molto conosciuto e
nelle grazie, fino a poco tempo fa, se non proprio del Governo, di qualche
membro (hic et haec) di esso»). E quel giornale, seguitando, parlava
delle carte sottratte per salvare questo deputato meridionale. Ma nella fretta,
all’ultimo momento, qualche biglietto era rimasto fuori e caduto in mano
all’autorità giudiziaria, qualche biglietto appunto dell’Auriti, ora in ricerca
affannosa di quelle quarantamila lire, per salvare sé e l’amico.
Capolino diceva che parecchi deputati dell’Estrema Sinistra avrebbero portato la
denunzia alla Camera, e prevedeva imminente l’arresto dell’Auriti.
Lando Laurentano era su le spine. Tutto il pomeriggio di quel giorno aveva
cercato d’appurare donde quella notizia fosse pervenuta al giornale del mattino:
pareva riferita da qualcuno che fosse stato a origliare all’uscio della stanza,
in cui Giulio Auriti aveva implorato ajuto da lui; e temeva che questi potesse
ora sospettarlo autore della denunzia.
Il Salvo, il Vella e il Capolino, notando il turbamento del giovane principe, si
misero a compiangere Roberto Auriti, come una vittima, e il Salvo lasciò
intendere chiaramente che egli sarebbe stato disposto ad approntare quella somma
per salvarlo; ma il Capolino disse che ormai era troppo tardi. Non restava che
di prendere una tazza di tè, che Lillina aveva già preparato.
Le prime due tazze, recate da Ciccino, erano andate a donna Rosa e a Dianella.
Nicoletta ne porgeva ora una tazza a Lando Laurentano.
– Latte?
– Sì, grazie. Poco.
E Dianella, sorbendo la sua, aspettava che Nicoletta si recasse al balcone con
l’ultima tazza per Aurelio. Ma Nicoletta, vedendosi spiata, finse in prima di
dimenticarsene, e tenne la tazza per sé.
– Uh, e per il mio cavaliere? – esclamò poi, come sovvenendosi all’improvviso.
E andò al balcone.
Appena Aurelio la vide comparire, si ritrasse istintivamente nell’ombra quanto
più poté, per attirarla. Ma ella varcò appena la soglia del balcone e,
porgendogli la tazza, disse piano, rigida:
– Rientri, per carità: lei si fa notare. Non faccia ragazzate!
– Ma mi dica soltanto... – scongiurò egli.
– Sì, questo; e se lo imprima bene in mente, – soggiunse lei, subito: – che ho
fatto di tutto per impedir la sua e la mia rovina. Non mi accusi, domani; perché
l’ha voluta anche lei. Basta!
E rientrò nel salone.
Corrado Selmi uscì dalla Camera dei deputati livido, stravolto, con un tremor
convulso per tutto il corpo. Appena su la piazza, nel sole, fece uno sforzo
disperato su se stesso per riaversi, per riafferrare in sé e rimettere sotto il
suo dominio la vita che gli sfuggiva in un tremendo scompiglio; ma restò,
avvertendo che non aveva neanche la forza di trarre il respiro, quasi avesse il
petto, il ventre squarciati.
Un sentimento nuovo gli sorse allora improvviso: la paura. Non degli altri; ma
di sé.
Or ora gli altri li aveva sfidati e assaliti, nell’aula del Parlamento, con
estrema violenza. Ancora ne tremava tutto. Nessuno, là, aveva osato fiatare. Ma
quel silenzio... ah, quel silenzio era stato per lui peggiore di ogni invettiva,
d’ogni tumultuoso insorgere di tutta l’assemblea.
Quel silenzio lo aveva ucciso.
Aveva ancora negli orecchi il suono dei suoi passi nell’uscire dall’aula. Nel
silenzio formidabile, quei passi avevano sonato come colpi di martello su una
cassa da morto.
Sentiva una grande arsione; e le gambe, come... come se gli si fossero stroncate
sotto.
Schiacciato dall’accusa, aveva voluto rilevarsene con tutto l’impeto delle
energie vitali, ancora possenti in lui; ma appena aveva finito di parlare, quel
silenzio. Nessun dubbio che l’assemblea, subito dopo la sua uscita dall’aula,
avesse votato l’autorizzazione a procedere contro di lui.
Eppure tutti lo sapevano povero; sapevano che il denaro preso alle banche non
poteva essere rinfacciato a lui come a tanti altri.
Dall’avere affrontato la morte, quando più bella suol essere per tutti la vita,
non gli veniva il diritto di vivere? Nella losca complicazione di tante oblique
vicende la semplicità di questo diritto appariva quasi ingenua e tale, che
tutti, ridendo, dovessero negarglielo.
Morto; non solo, ma anche svergognato lo volevano! Doveva morire allora, e
sarebbe stato un eroe per tutti questi vivi d’oggi che gli rinfacciavano come un
delitto l’aver vissuto.
Ma non tanto l’accusa, in fondo, gli sembrava ingiusta, quanto ingiusti gli
accusatori; e, più che ingiusti, ingrati e vili: vili perché, dopo aver per
tanti anni compreso che egli aveva pure questo diritto di vivere, si levavano
ora a dimostrargliene con ischerno l’ingenuità; dopo aver per tanti anni
compreso il suo bisogno, si levavano ora a rinfacciarglielo come un’onta.
Né si sarebbero arrestati qui! Ora, il processo, la condanna, il carcere.
Corrado Selmi rise, e avvertì ancora lo sforzo che gli costava lo scomporre la
truce espressione del volto in quel riso orribile. Il sorriso schietto e lieve,
che aveva accompagnato sempre tutti gli atti della sua vita, anche i più gravi e
i più rischiosi, s’era tramutato in quella triste smorfia dura e amara? Ebbe di
nuovo paura di sé: paura di assumere coscienza precisa di un certo che oscuro e
orrendo che gli s’era cacciato all’improvviso nel fondo dell’essere e glielo
scompaginava, dandogli quell’impressione d’esser come squarciato dentro,
irrimediabilmente. E per ricomporre comunque la compagine del suo essere, per
vincere il ribrezzo e l’orrore di quell’impressione, si guardò attorno, quasi
chiedendo sostegno e conforto ai noti aspetti delle cose. Gli parvero anche
questi cangiati e come evanescenti. Sentì con terrore che non gli era più
possibile ristabilire una relazione qual si fosse tra sé e tutto ciò che lo
circondava. Sì, poteva guardare; ma che vedeva? poteva parlare; ma che dire?
poteva muoversi; ma dove andare?
Parlò, tanto per udire il suono della sua voce, e gli parve anch’esso cangiato.
Disse:
– Che faccio?
Sapeva bene quel che gli restava da fare. Ma nello schiacciar con la lingua
contro il palato le due c di faccio, non avvertì altro che l’annodatura della
lingua e l’amarezza aspra della bocca; e rimase col viso disgustato e arcigno.
– No, – soggiunse. – Prima... che altro?
Qualunque altra cosa gli apparve inutile, vana. Poteva soltanto, ancor per poco,
per passarsi la voglia e darsi così fuor fuori uno sfogo, dire e fare
sciocchezze. Pensare seriamente, agire seriamente non avrebbe potuto se non a
costo di cedere al proposito oscuro e violento che stava a distruggergli dentro
tutti gli elementi della vita. Baloccarsi poteva coi frantumi di essa che dal
tumulto interno balzavano a galla della sua coscienza squarciata: baloccarsi un
poco... Sì, in casa di Roberto Auriti! Doveva vederlo, dirgli che per lui, per
coprirlo, si era messo da sé sotto accusa. Ecco che aveva ancora dove andare.
Chiamò una vettura, per non avvertire il tremore e la debolezza delle gambe, e
diede al vetturino l’indirizzo: via delle Colonnette.
Appena montato, se ne pentì, prevedendo, in compenso di quanto aveva fatto, una
scenata. Ma no: a ogni costo avrebbe saputo impedirla. Più che doveroso, il suo
atto gli appariva generoso verso Roberto Auriti. E, in quel momento, non poteva
sentir che disprezzo della sua stessa generosità. S’era spogliato d’ogni
prestigio, d’ogni prerogativa, per subir la stessa sorte d’uno sconfitto, che
delle sue doti, dei suoi meriti non aveva saputo avvalersi per farsi uno stato,
per imporsi, come avrebbe potuto, alla considerazione altrui. Non pietà, ma
dispetto, poteva ispirare Roberto Auriti. Che se pure egli, navigando alla
ventura, lo aveva gittato con sé in quei frangenti, non meritava certo quel
naufrago che Corrado Selmi, già quasi scampato, si ributtasse in mare per perire
con lui: non lo meritava, perché non aveva saputo mai vivere, quell’uomo, mai
disimpacciarsi da ostacoli anche lievi: era già per se stesso un annegato, a cui
tante e tante volte egli aveva gettato una corda per ajutarlo a trarsi in salvo.
L’unica volta che quest’uomo s’era messo a dar lui ajuto, ecco, con la stessa
mano che gli aveva teso, lo tirava con sé nel baratro, giù, giù, costringendolo
a rinunziare al salvataggio altrui. E quel suo fratello corso in Sicilia per
salvare entrambi: ma sì! tutti dovevano stare ad aspettare che andasse e
ritornasse col denaro! a comodo! senza fretta! e dopo avere svelato tutto a
Lando Laurentano! imbecille! Ecco: per questo solo fatto, egli avrebbe potuto
fare a meno d’esporsi per coprire un inetto. Ma ormai...
Arrivato in via delle Colonnette, salendo la scala semibuja, incontrò Olindo
Passalacqua che scendeva gli scalini a quattro a quattro.
– Ah! giusto lei, onorevole! Correvo in cerca di lei... Dica, che c’è? che c’è?
– Vento, – rispose Corrado Selmi, placidamente.
Olindo Passalacqua restò come un ceppo.
– Vento? Che dice? Quella denunzia infame? Ma come? chi è stato? roba da
sputargli in faccia! Andate a far l’Italia per questa canaglia!
Corrado Selmi gli prese il mento fra due dita:
– Bravo, Olindo! Nobili sensi, invero... Su, andiamo!
– Aspetti, onorevole, – pregò il Passalacqua, trattenendolo. – La prevengo!
Nanna mia non sa ancora nulla. Non sapevamo nulla neanche noi. Per combinazione
a mio cognato Pilade càpita tra le mani il giornale di due giorni fa... apre e
vede... ce lo manda su, segnato... Roberto stava ad annaffiare i fiori in
terrazzo... legge, casca dalle nuvole... Ma ci si crede? un uomo, un uomo come
lui, non leggere i giornali, in un momento come questo? Capisce? come
quell’uccello... qual è? che caccia la testa nella rena... E gliene compro tre,
sa? ogni sera: tre giornali! Ne leggesse uno! Appena lo apre, si mette a
pisolare; e poi dice che li ha letti tutti e tre e che dorme poco!
– Lo struzzo, – disse Corrado Selmi. – Permetti?
E alzò le mani per aggiustare sotto la gola a Olindo Passalacqua la cravatta
rossa sgargiante, annodata a farfalla.
– Lo struzzo, – ripeté. – Quell’uccello che dicevi... Così va bene!
Olindo Passalacqua restò di nuovo a bocca aperta.
– Grazie, – disse. – Ma dunque... dunque possiamo star tranquilli?
Corrado Selmi lo guardò negli occhi, serio; gli posò le mani sugli omeri, e:
– Non sei censore tu? – gli domandò.
– Censore... già, – rispose perplesso, quasi non ne fosse ben sicuro, il
Passalacqua.
– E dunque lascia crollare il mondo! – esclamò il Selmi con un gesto di
noncuranza sdegnosa.– Censore, te ne impipi. Su, su, vieni su con me.
Trovarono Roberto abbattuto su una poltrona, con la faccia rivolta al soffitto,
le braccia abbandonate, l’annaffiatojo accanto. Appena vide il Selmi, fece per
balzare in piedi, e, arrangolando in una irrompente convulsione, andò a
buttarglisi sul petto.
– Per carità! per carità! – scongiurò Olindo Passalacqua, correndo a chiudere
l’uscio e accennando con le mani di far piano, che Nanna non sentisse di là.
Attraverso l’uscio chiuso, all’arrangolìo di Roberto sul petto di Corrado Selmi
rispondeva di là il vocalizzo miagolante di una studentessa di canto. Corrado
Selmi, gravato dal peso di Roberto, stette un po’ a guardare i cenni del
Passalacqua, che seguitava a implorar carità per il cuore malato della sua
povera moglie, carità per Roberto così perduto, carità per la casa che sarebbe
andata a soqquadro; e scattò alla fine, scrollandosi, in una risata pazzesca:
– Ma da’ qui! – disse, ghermendo l’annaffiatojo e avviandosi di furia al
terrazzo. – Ma che facciamo sul serio? Annaffiavi? E seguitiamo ad annaffiare!
Qua... qua... così! così! Pioggia, Olindo! pioggia! pioggia!
E una vera pioggia furiosa si rovesciò dalla mela dell’annaffiatojo addosso a
Olindo Passalacqua, che prese a fuggire per il terrazzo, gridando e riparandosi
con le mani la testa, inseguito dal Selmi che seguitava a ridere, dicendo:
– Io passo l’acqua, tu passi l’acqua, egli passa l’acqua, tutti passiamo
l’acqua!
– Oh Dio! per carità... no! caro... nòooo... ma che fa? basta... per carità...
non è scherzo! basta... uuuh... basta!...
Alle grida, sopravvennero Nanna, la studentessa di canto, Antonio Del Re e
Celsina. Subito Corrado Selmi, ansante, corse a stringere la mano alla signora
Lalla che rideva, guardando il marito che si scrollava come un pulcino bagnato.
Ridevano anche le due giovinette.
– La pianta, Nanna mia, – gridò il Selmi, – quale è la pianta più utile? Il
riso! Coltiviamo il riso e annacquiamo Olindo che fa ridere!
– Ma io piango, invece... – gemette il Passalacqua.
– E appunto perché piangi, fai ridere! – ribatté il Selmi.
– Chi fa ridere, invece... – borbottò Antonio Del Re, serrando le pugna.
– Fa piangere, è vero? – compì la frase il Selmi.– Bravo, giovanotto! Sempre
serio! Tu le tue sciocchezze le farai sempre sode, bene azzampate e con tanto di
grugno. Noi, le nostre... qua, censore... ballando, ballando... Su, di là,
Nanna, di là... al pianoforte! Lei suona, e noi balliamo! Roberto si metterà i
calzoncini con lo spacco di dietro e la falda della camicina fuori; prenderà la
sciaboletta e il cavalluccio di legno, quelli con cui giocò alla guerra, al
Sessanta; gli faremo l’elmo di carta, e si metterà a girare attorno...
arri!... arri!... mentre io e Olindo balleremo al suono dell’inno di
Garibaldi... Va’ fuori d’Italia... Va’ fuori d’Italia... Va’ fuori d’talia...
Va’ fuori, o stranier!
Non aveva finito l’ultima battuta, che su la soglia del terrazzo si presentò,
con gli occhi ilari e lagrimosi, raggiante di commossa beatitudine, Mauro
Mortara, con le medaglie sul petto e lo zainetto dietro le spalle. Appena lo
vide, Corrado Selmi fece un gesto d’orrore e scappò via per l’altro finestrone
che dava sul terrazzo, gridando:
– Ah perdio, no! Questo poi è troppo!
Roberto Auriti gli corse dietro per trattenerlo:
– Corrado! Corrado!
Mauro Mortara, a quella fuga, restò come smarrito davanti allo stupore della
signora Lalla, del Passalacqua e della studentessa di canto, alla meraviglia
sorridente di Celsina e a quella ingrugnita di Antonio Del Re.
– Vengo, se non c’è offesa, – disse, – a salutare don Roberto. Parto domani.
– Ma chi siete? – gli domandò la signora Lalla, come se avesse davanti un
abitante della luna, piovuto dal cielo.
– Sono... – prese a rispondere Mauro Mortara; ma s’interruppe riconoscendo
Antonio Del Re. – Non siete il nipote di donna Caterina, voi?
E, pronunziando questo nome, si levò il cappello.
– Diteglielo voi, – soggiunse, – chi sono io. Sono venuto due altre volte; non
mi hanno fatto salire, perché don Roberto non era in casa.
Il Passalacqua, tutto bagnato, gli s’accostò, gli sbirciò le medaglie sul petto,
e:
– Patriota siciliano? – domandò. – Ai patrioti siciliani, perdio, statue d’oro!
sta... statu... statue...
Uno starnuto, tardo a scoppiare, lo tenne un tratto a bocca aperta, le nari
frementi, le mani tese come a pararlo; finalmente scoppiò e:
– D’oro! – ripeté il Passalacqua. - Mannaggia il Selmi che m’ha fatto
raffreddare! Ma perché è scappato? Che è pazzo?... Guardate come mi... mi ha...
ma dove è andato?
– Roberto! – strillò a questo punto la signora Lalla, accorrendo dal terrazzo
nella stanza, attraverso la quale il Selmi era poc’anzi fuggito.
Rientrarono tutti, spaventati, dietro a lei.
Un estraneo, col cappello in mano e gli occhi bassi, stava rigido su la soglia
di quella camera, mentre Roberto, col viso terreo, chiazzato qua e là, si
guardava attorno, convulso, indeciso. Al grido di lei, protese le mani, ma come
per impedire il prorompere della sua più che dell’altrui commozione.
– Vi prego, vi prego, – disse, – senza chiasso... Nulla... Una... una chiamata
in questura...
– Lo arrestano! – fischiò allora tra i denti Antonio Del Re, col volto
scontraffatto e tutto vibrante.
Nanna cacciò uno strillo e cadde in convulsione tra le braccia del marito.
– Lo arrestano? – domandò Mauro Mortara, facendosi innanzi, mentre Roberto
Auriti cercava nella camera gli abiti da indossare e con le mani accennava a
tutti di non gridare, di non far confusione.
– Come? – seguitò Mauro, guardando Antonio Del Re.
Non ottenendo risposta da nessuno, andò incontro a quell’estraneo e, levando un
braccio, lo apostrofò:
– Voi! voi siete venuto qua ad arrestare don Roberto Auriti?
– Mauro! – lo interruppe questi. – Per carità, Mauro... lascia!
– Ma come? – ripeté Mauro Mortara, rivolgendosi a Roberto. – Arrestano voi?
Perché?
Roberto accorse a dare una mano al Passalacqua, alla studentessa di canto, a
Celsina, che non riuscivano a sorreggere la signora Lalla, la quale si dibatteva
e si scontorceva, tra urli, singhiozzi, gemiti e risa convulse.
– Di là, per carità, di là, portatela di là! – scongiurò.
Ma non fu possibile. Il Passalacqua, invece di avvalersi dell’ajuto di Roberto,
pensò bene di buttargli le braccia al collo, rompendo in singhiozzi ed
esclamando:
– Cireneo! Cireneo! Cireneo!
Roberto si divincolò, quasi con schifo, e si turò gli orecchi, mentre il
Passalacqua, rivolto a Mauro Mortara, seguitava:
– Patriota, vedete? così l’Italia compensa i suoi martiri! così!
– Il figlio di Stefano Auriti! – diceva tra sé Mauro Mortara, con gli occhi
sbarrati, battendosi una mano sul petto. – Il figlio di donna Caterina
Laurentano!... E dovevo veder questo a Roma? Ma che avete fatto? – corse a
domandare a Roberto, afferrandolo per le braccia e scotendolo. – Ditemi che
siete sempre lo stesso! Sì? E allora...
Si afferrò con una mano le medaglie sul petto; se le strappò; le scagliò a
terra; vi andò sopra col piede e le calpestò; poi, rivolgendosi al delegato:
– Ditelo al vostro Governo! – gridò. – Ditegli che un vecchio campagnuolo,
venuto a veder Roma con le sue medaglie garibaldine, vedendo arrestare il figlio
d’un eroe che gli morì tra le braccia nella battaglia di Milazzo, si strappò dal
petto le medaglie e le calpestò! così!
Tornò a Roberto, lo abbracciò, e sentendolo singhiozzare su la sua spalla:
– Figlio mio! figlio mio! – si mise a dirgli, battendogli dietro una mano.
A questo punto, Antonio Del Re scappò via dalla camera mugolando e rovesciando
nella furia una seggiola. Celsina, che lo spiava, gli corse dietro, sgomenta,
chiamandolo per nome. Mauro Mortara si voltò felinamente, come se a quell’uscita
precipitosa gli fosse balenato in mente che si volesse impedire comunque
l’arresto; e si mostrò pronto a qualunque violenza. Sciolto dall’abbraccio di
lui, Roberto Auriti si fece innanzi al delegato:
– Eccomi.
– No! – gridò Mauro, riafferrandolo per un braccio. – Don Roberto! Così vi
consegnate?
– Ti prego, lasciami... – disse Roberto Auriti; e, rivolgendosi al delegato: –
Lei scusi...
Con la mano chiamò Nanna, che fiatava ora a stento, con ambo le mani sul cuore,
e la baciò in fronte, dicendole:
– Coraggio...
– E che dirò a vostra madre? – esclamò allora Mauro agitando in aria le mani.
Roberto Auriti si gonfiò, si portò le mani sul volto per far argine all’impeto
della commozione e andò via, seguito dal delegato, mentre la signora Lalla,
sostenuta dal marito e dalla studentessa di canto, riprendeva più a gemere che a
gridare:
– Roberto! Roberto! Roberto!
Mauro Mortara restò a guatare, come annichilito. Quando il Passalacqua lo
ragguagliò di tutto, e, fresco della recente lettura del giornale, gli espose
tutta la miseria e la vergogna del momento:
– Questa, – disse, – questa è l’Italia?
E, nel crollo del suo gran sogno, non pensò più a Roberto Auriti, all’arresto di
lui, non sentì, non vide più nulla. Le sue medaglie rimasero lì per terra,
calpestate.
Uscendo dalla casa di Roberto, Corrado Selmi s’imbatté per le scale nel delegato
e nelle guardie che salivano ad arrestar l’innocente. Si fermò un istante,
indeciso; ma subito si sentì occupare il cervello da una densa oscurità, e in
quella tenebra d’ira e d’angoscia udì una voce che dal fondo della coscienza lo
ammoniva ch’egli non poteva in alcun modo sul momento impedire quell’atroce
ingiustizia. Seguitò a scendere la scala; rimontò in vettura e provò quasi
stupore alla domanda del vetturino, ove dovesse condurlo. Ma a casa; c’era
bisogno di dirlo? dove poteva più andare? che più gli restava da fare?
– Via San Niccolò da Tolentino.
E, come se già vi fosse, si vide per le scale della sua casa: ecco, entrava in
camera; si recava all’angolo, ov’era uno stipetto a muro, di lacca verde; lo
apriva; ne traeva una boccetta, e... Istintivamente, s’era cacciata una mano nel
taschino del panciotto, ov’era la chiave di quello stipetto. Cosa strana:
pensava ora allo specchio, a un piccolo specchio ovale, appeso accanto a quello
stipetto, al quale egli non avrebbe dovuto volger lo sguardo, per non vedersi.
Ma pure, ecco, si vedeva: sì, in quello specchio, con la boccetta in mano:
vedeva l’espressione dei suoi occhi, ridente, quasi non credessero ch’egli
avrebbe fatto quella cosa. No! Prima doveva scrivere e suggellare una
dichiarazione per l’Auriti: poche righe, esplicite. Non meritavano gli
accusatori un suo ultimo sfogo. Due righe soltanto, per salvar l’amico, già in
carcere.
I nemici... – ma quali? quanti erano? Tutti! Possibile? Tutti gli amici di jeri.
Tutti e nessuno, a prenderli a uno a uno. Ché nulla egli aveva fatto a nessuno
di loro perché le liete accoglienze di jeri si convertissero così d’un tratto in
tanta alienazione d’animi, in tanta ostilità. Ma era il momento, la furia cieca
del momento, che s’abbatteva su lui, che in lui trovava la preda, e lo
abbrancava, ecco, e lo sbranava in un attimo.
Ah come andava lenta quella vettura! Parve a Corrado Selmi ch’essa gli
prolungasse con feroce dispetto l’agonia.
– Non sono in casa per nessuno, – disse a Pietro, il vecchio servo che stava da
tanti anni con lui.
E il primo suo moto, entrando in camera, fu verso quello stipetto. Si trattenne.
Pensò alla dichiarazione da scrivere. Ma pur volle prendere prima la boccetta e,
senza guardarla, la recò con sé alla scrivania dello studio. Restò un pezzo lì
in piedi, come sospeso in cerca di qualche cosa che s’era proposto di fare e a
cui non pensava più. Istintivamente, pian piano, rientrò nella camera; gli occhi
gli andarono al piccolo specchio ovale, appeso alla parete presso lo stipetto.
Aveva dimenticato di guardarsi lì. Scrollò le spalle e tornò indietro, alla
scrivania; sedette; trasse dalla cartella un foglio e una busta; guardò se su la
scrivania ci fosse il cannello di ceralacca e il sigillo; si alzò di nuovo e
rientrò nella camera per prendere dal tavolino da notte la bugia con la candela.
La dichiarazione gli venne men breve di quanto aveva divisato, poiché a maggior
salvaguardia dell’innocenza dell’Auriti pensò di chiamare in testimonio lo
stesso governatore della banca, già anche lui tratto in arresto, col quale,
prima di contrarre sott’altro nome quel debito, si era segretamente accordato.
Finito di scrivere, guardò su la scrivania la boccetta, e sentì mancarsi a un
tratto la voglia di rileggere quanto aveva scritto. Gli parvero enormi tutte le
piccole cose che gli restavano ancora da fare: piegare in quattro quel foglio,
chiuderlo nella busta; accendere la candela; bruciarvi il cannello di ceralacca;
apporre i sigilli... si diede a far tutto con esasperazione. Ansava; le dita,
senza più tatto, gli ballavano. Stava per chiudere la busta, quando giù dalla
via scattò stridulo, sguajato, il suono d’un organetto. Parve al Selmi che quel
suono, in quel punto, gli spaccasse il cranio: si turò gli orecchi, balzò in
piedi, contrasse tutto il volto come per uno strazio insopportabile, fu per
avventarsi alla finestra a scagliare ingiurie a quel sonatore ambulante. Ah no
perdio! così, no! al suono d’una canzonetta napoletana, no no, no. Si sentì
avvilito da tutta quella furia. O che era un ladro davvero? Piano, piano, senza
tremor di mani, senza quell’aridezza in bocca; dopo aver sedato i nervi, e
sorridente, egli doveva uccidersi, come a lui si conveniva. Prese la busta con
la dichiarazione e la cacciò dentro la cartella; si pose in tasca la boccetta
del veleno. Voleva uscir di nuovo per un’ultima passeggiata, per salutar la
vita, scevro ormai d’ogni cura, esente d’ogni peso, libero d’ogni passione, con
occhi limpidi e animo sereno; salutar la vita, col suo lieve antico sorriso;
bearsi per l’ultima volta delle cose che restavano, liete in quel giorno di
sole, ignare in mezzo al torbido fluttuare di tante vicende che presto il tempo
avrebbe travolte con sé. Ridiscese in istrada, fe’ cenno a un vetturino
d’accostarsi e si fece condurre al Gianicolo. Dapprima, come in preda a quello
stordimento rombante cagionato da un improvviso otturarsi degli orecchi, non
poté avvertire, né vedere, né pensar nulla; solo quando passò con la vettura per
la via della Lungara, innanzi le carceri di Regina Coeli, pensò che forse a
quell’ora Roberto Auriti vi era rinchiuso; ma non volle affliggersene più. Tra
poco, con quella sua dichiarazione, ne sarebbe uscito, per seguitare la sua
incerta e penosa esistenza tra quella sua signora Lalla e il Passalacqua e il
Bonomè, mentre egli, invece – ah! si sarebbe liberato!
Giunto in cima al colle, gli parve davvero una liberazione quell’altezza, da cui
poté contemplare Roma luminosa nel sole, sotto l’azzurro intenso del cielo;
liberazione da tutte le piccole miserie acerbe che laggiù lo avevano offeso e
soffocato, dall’urto di tutte le meschine volgarità quotidiane; dalle fastidiose
risse dei piccoli uomini che volevano contendergli il passo e il respiro. Si
sentì lassù libero e solo, libero e sereno, sopra tutti gli odii, sopra tutte le
passioni, sopra e oltre il tempo, inalzato, assunto a quella altezza dal suo
grande amore per la vita ch’egli difendeva, uccidendosi. E in esso e con esso si
sentì puro, in un attimo, per sempre. Nell’eternità di quell’attimo si
cancellarono, sparvero assolte le sue debolezze, i suoi trascorsi, le sue colpe,
già che egli era pure stato un uomo e soggetto a contrarie necessità. Ora, con
la morte, le avrebbe vinte tutte. Restava solo, in quel punto, luminoso
indefettibile immortale il suo amore per la vita, l’amore per la sua terra, per
la sua patria, per cui aveva combattuto e vinto. Sì, come i tanti che avevano
avuto lassù, in difesa di Roma, una bella morte, troncati nel frenetico ardore
della gioventù e resi immuni di tutte le miserie, liberi di tutti gli ostacoli
che forse nel tempo li avrebbero deformati e avviliti. Ora in quel momento
anch’egli, spogliandosi di tutte le miserie, liberandosi di tutti gli ostacoli,
acceso e vibrante dell’ardore antico, con negli occhi l’oro dell’ultimo sole su
le case della grande città quadrata, si foggiava com’essi una bella morte, una
morte che lo inalzava a se stesso, senza invidia per quelli effigiati e composti
lassù per la gloria in un mezzo busto di marmo. Pensò che aveva con sé la
boccetta del veleno; ma no! a casa! a casa! tranquillamente, sul suo letto:
senza dare spettacolo! E ridiscese alla città.
Ridisceso, gli parve di aver lasciato la propria anima lassù, nel sole. Qua,
nell’ombra era il corpo ancor vivo, per poco si guardò le mani, le gambe, e
provò subito un brivido d’orrore. Ma, come se di lassù una voce severamente lo
richiamasse, egli si riprese e a quella voce rispose che sì, quel suo corpo,
egli lo avrebbe tra poco ucciso, senza esitare.
Passato il ponte di ferro, udì strillare da alcuni giornalaj un’edizione
straordinaria del foglio più diffuso di Roma. Pensò che fosse per lui, e fece
fermar la vettura; comprò quel foglio. Difatti, in prima pagina era il resoconto
della seduta parlamentare, e nella sesta colonna spiccava in cima il suo nome
CORRADO SELMI
come titolo dell’articolo del giorno. Prese a leggerlo; ma presto n’ebbe un
fastidio strano: avvertì che quello era già per lui un linguaggio vuoto e vano,
che non aveva più alcun potere di muovere in lui alcun sentimento, quasi fatto
di parole senza significato. Gli parve che lo scrittore di quell’articolo non
avesse altra mira che quella di dimostrare che egli era vivo, ben vivo, e che,
come tale, poteva e sapeva giocare con le parole, perché gli altri vivi, i
lettori, potessero dire: «Guarda com’è bravo! guarda come scrive bene!». Quel
foglio, così leggero, gli parve a un tratto, con quel suo nome stampato lì in
cima, una lapide, la sua lapide, ch’egli stesso per uno strano caso si portasse
in carrozza, diretto alla fossa; strana lapide, in cui, anziché le solite lodi
menzognere, fossero incise accuse e ingiurie. Ma che importavano più a lui? Era
morto.
Voltò la pagina del giornale. Subito gli occhi gli andarono su un’intestazione a
grossi caratteri, che prendeva cinque colonne di quella seconda pagina:
L’ECCIDIO D’ARAGONA IN SICILIA
e sotto, a caratteri piú piccoli: Gli operaj delle zolfare in rivolta –
L’assalto alla vettura dell’ingegnere minerario Costa – Scene selvagge – Lo
uccidono con la moglie del deputato Capolino e bruciano i cadaveri.
Corrado Selmi restò, oppresso d’orrore e di ribrezzo, con gli occhi fissi su
quelle notizie. Comprese che per esse e non per lui era uscita quell’edizione
straordinaria del giornale. La moglie del deputato Capolino? Egli l’aveva veduta
a Girgenti, quando vi si era recato per sostenere la candidatura di Roberto
Auriti e assistere il Verònica nel duello col marito di lei. Bellissima donna...
Uccisa? E come si trovava in vettura, ad Aragona, con quell’ingegnere? Ah,
partita da Roma con lui... Una fuga?... Era l’ingegnere del Salvo... Gli operaj
delle zolfare si recavano in colonna dal paese alla stazione, risoluti a non
farlo entrare, se da Roma non portava l’assicurazione che le promesse sarebbero
state mantenute... Oh, guarda... quel Prèola... Marco Prèola, quel miserabile
che Roberto Auriti aveva scaraventato contro l’uscio a vetri della redazione del
giornalucolo clericale... capitanava lui, adesso, quella turba selvaggia di
facinorosi... li incitava all’assalto della vettura, al macello. Ah, vili!
colpire una donna... Il Costa sparava... e allora...
Il Selmi non poté leggere più oltre; restò, nel raccapriccio, col giornale
aperto tra le mani, come soffocato da quella strage; gli parve di sentirsi
investito dal feroce affanno di tutto un popolo inselvaggito. Appallottò in un
impeto di schifo il foglio e lo scagliò dalla vettura. Domani, o la sera di
quello stesso giorno, in una nuova edizione straordinaria esso avrebbe
annunziato con quei grossi caratteri il suicidio di lui.
Rientrando in casa, da Pietro, il vecchio servo, fu avvertito che c’era in
salotto il nipote dell’Auriti, Antonio Del Re.
– Sta bene, – disse. – Lo farai entrare nello studio, appena sonerò.
Forse Pietro si aspettava una riprensione per aver fatto entrare quel
giovanotto, e aveva pronta la risposta, che questi cioè s’era introdotto di
prepotenza in casa, non ostante che lui già una prima volta gli avesse detto che
il padrone non c’era e avesse fatto poi di tutto per impedirgli il passo. Aprì
le braccia e s’inchinò al reciso ordine del Selmi; ma, come questi s’avviò per
la sua camera, rimase perplesso, se non lo dovesse prevenire circa al contegno
minaccioso e all’aspetto stravolto di quel giovanotto. Socchiuse gli occhi, si
strinse nelle spalle, come per dire: «L’ordine è questo!» e si recò nel salotto
per tener d’occhio quell’insolente visitatore.
– Ecco – gli disse, indicando con una mossa del volto l’uscio di fronte. –
Adesso, appena suona...
Antonio Del Re non stava più alle mosse; friggeva. Il viso, nello spasimo
dell’attesa terribile, gli si scomponeva. Teneva una mano irrequieta in tasca. E
il vecchio servo gli guatava quella mano che, dentro la giacca, pareva
brancicasse un’arma. Il suono del campanello, intanto, tardava; e più tardava,
più cresceva l’ansito, invano dissimulato, del giovine e l’irrequietezza di
quella mano. Il vecchio servo, ormai al colmo della costernazione, si accostò
all’uscio, vi si parò davanti, appena a tempo, ché allo squillo del campanello
Antonio Del Re s’avventò all’uscio come una belva con un pugnale brandito,
trascinandosi dietro nella furia il vecchio che lo teneva abbrancato.
Corrado Selmi, pallidissimo, seduto innanzi alla scrivania, col bicchiere ancora
in mano, da cui aveva bevuto or ora il veleno della boccetta rovesciata presso
la cartella, si volse e arrestò d’un tratto con uno sguardo gelido e un sorriso
appena sdegnoso, tremulo su le labbra, la violenza del giovine.
– Non t’incomodare! – gli disse. – Vedi? Ho fatto da me... Lascialo! – ordinò al
servo. – E ti proibisco di gridare o di correre a soccorsi.
Prese dalla scrivania la busta sigillata e la mostrò al giovine che ansimava e
mirava, ora, allibito.
– Tu butti male, ragazzo,– gli disse. – Hai una trista faccia... Ma sta’
tranquillo: questa busta è per tuo zio. Sarà liberato. Lasciala stare qua.
Posò di nuovo la busta su la scrivania; strizzò gli occhi; serrò i denti; s’interì,
mentre nel pallore cadaverico il viso gli si chiazzava di lividi. Fece per
alzarsi; il servo accorse a sostenerlo.
– Accompagnami... al letto...
Si voltò al Del Re, con gli occhi già un po’ vagellanti. Quasi l’ombra d’un
sorriso gli tremò ancora nella faccia spenta. E disse con strana voce:
– Impara a ridere, giovanotto... Va’ fuori: oggi è una bellissima giornata.
E scomparve dall’uscio, sostenuto dal servo.
Come da via delle Colonnette, all’arresto di Roberto Auriti, Antonio Del Re era
scappato alla casa del Selmi, così, ma con altro animo, Mauro Mortara era corso
in cerca di Lando Laurentano. Al villino di via Sommacampagna, Raffaele il
cameriere gli aveva detto che il padrone, letta nel giornale la notizia di
quell’eccidio avvenuto in Sicilia, dalle parti di Girgenti, era saltato in
vettura, diretto alla casa dei Vella.
– E dov’è? Come faccio a trovar la via?
– Se volete, in vettura vi ci accompagno io.
In vettura, vedendolo affannato e smanioso d’arrivare, gli aveva chiesto se
conosceva quella signora e quell’ingegnere.
– Che signora? che ingegnere?
– Come? Non avete inteso? Non sapete nulla? Li hanno assassinati ad Aragona...
– Ad Aragona?
– I solfaraj.
– Ma dunque...
E s’era interrotto, con un balzo, per guardar prima fiso in faccia, con occhi
stralunati, il cameriere, poi dalla vettura la gente che passava per via, quasi
tutt’a un tratto assaltato dal dubbio che una gran catastrofe fosse accaduta,
senza ch’egli ne sapesse nulla.
– Ma dunque, che succede? Tutto sottosopra? Là ammazzano! Qua arrestano! Sapete
che hanno arrestato don Roberto Auriti?
– Il cugino del padrone?
– Il cugino! il cugino! E lui se ne va dal Vella! Gli arrestano il cugino, don
Roberto Auriti, uno dei Mille, che al Sessanta aveva dodici anni, e combatteva!
E suo padre mi morì fra le braccia, a Milazzo... Arrestato! Sotto gli occhi
miei! A questo, a questo mi dovevo ritrovare!
S’era messo a gridare in vettura e a gesticolare e a pianger forte; e tutta la
gente, a voltarsi, a fermarsi, a commentare, nel vederlo così stranamente
parato, con quello zainetto dietro le spalle, in fuga su quella vettura e
vociferante.
– Statevi zitto! statevi zitto!
Ma che zitto! Voleva giustizia e vendetta Mauro Mortara di quell’arresto; e come
Raffaele, per farlo tacere, gli parlò della visita che, alcuni giorni addietro,
forse per questo don Giulio, il fratello di don Roberto, aveva fatto al padrone:
– Ma sicuro! – gridò, sovvenendosi. – C’ero io! c’ero io! E l’ho visto piangere.
Per questo, dunque, piangeva quel povero figliuolo? Voleva ajuto... E dunque...
e dunque don Landino gliel’ha negato? Possibile?
– Forse perché la somma era troppo forte...
– Ma che troppo forte mi andate dicendo! Quando si tratta dell’onore d’un
patriota! E lui è ricco! E sua zia non ebbe nulla dei tesori del padre, ché si
prese tutto il fratello maggiore... Oh Dio! Dio! Donna Caterina... l’unica degna
figlia di suo padre... Ora donna Caterina ne morrà di crepacuore... Ma se è vero
questo, per la Madonna, che gli ha negato ajuto, non lo guardo più in faccia,
com’è vero Dio! Non ci credo! non ci voglio credere!
Arrivato in casa Vella, però, vi trovò tale scompiglio, che non poté più pensare
a domandar conto a Lando dell’arresto di Roberto Auriti. Dianella Salvo, la sua
amicuccia donna Dianella, la sua colomba, che in quel mese passato a Valsanìa
aveva saputo avvincerlo e intenerirlo con la grazia soave degli sguardi e della
voce, nel vederlo entrare aggrondato e smarrito nel salone, gli si precipitò
subito incontro quasi con un nitrito di polledra spaurita, e gli s’aggrappò al
petto, tutta tremante, affondandogli la testa scarmigliata entro la camicia d’albagio,
quasi volesse nascondersi dentro di lui, e gridando, con una mano protesa
indietro, verso il padre:
– Il lupo!... Il lupo!
Mauro Mortara, così soprappreso, frugato nel petto da quella fanciulla in quello
stato, levò il capo, sbalordito, a cercar negli occhi degli astanti una
spiegazione: mirò visi sbigottiti, afflitti, piangenti, mani alzate in gesti di
timore, di riparo, di pena e di maraviglia. Non comprese che la fanciulla fosse
impazzita. Le prese il capo tra le mani e provò di scostarselo dal petto per
guardarla negli occhi:
– Figlia mia! – disse. – Che vi hanno fatto? che vi hanno fatto? Ditelo a me!
Assassini... Il cuore... hanno strappato il cuore... il cuore anche a me!
Ma, come poté vederle gli occhi e la faccia disfatta, stravolta, aperta ora a
uno squallido riso, con un filo di sangue tra i denti, inorridì: guatò di nuovo
tutti in giro e, riponendosi sul petto il capo di lei e lasciandovi sui capelli
scarmigliati la mano in atto di protezione e di pietà:
– Come la madre? – disse in un brivido, e addietrò spinto dalla fanciulla che,
seguitando sul petto di lui quell’orribile riso come un nitrito, con ansia
frenetica lo incitava:
– Da Aurelio... da Aurelio...
Accorse, col volto inondato di lagrime, la cugina Lillina, mentre in fondo al
salone Lando Laurentano e don Francesco Vella cercavano di far coraggio a
Flaminio Salvo che, a quella scena, s’era nascosto il volto con le mani,
imprecando.
– Sì, Dianella, sii buona! sii buona! Ora lui ti porterà... ti porterà dove tu
vuoi... sii buona, cara, sii buona! da Aurelio!
Ma Dianella, sentendo la voce del padre, invasa di nuovo dal terrore, aveva
ripreso ad affondar la testa sul petto di Mauro e a riaggrapparsi a lui più
freneticamente, urlando:
– Il lupo!... il lupo!...
– Ci sono qua io! Dov’è il lupo? – le gridò allora Mauro, ricingendola con le
braccia. – Non abbiate paura! Ci sono io, qua!
– Vedi? c’è lui, ora! c’è lui! – le ripeteva Lillina.
E anche Ciccino e la zia Rosa le si fecero attorno a ripetere:
– C’è lui! Vedi che è venuto per te? per difenderti, cara...
Levò, felice e tremante, il volto, appena appena, la poverina, a mostrare un
sorriso di riconoscenza, e seguitò a spinger Mauro verso la porta:
– Sì... sì... da Aurelio... da Aurelio...
Strozzato dalla commozione Mauro, così respinto indietro, tra quella gente che
non conosceva e gli si stringeva attorno, domandò con rabbia:
– Ma insomma, che è? com’è stato? che dice? dice Aurelio? Chi è? Il figlio di
don Leonardo Costa? Ah, è lui... quello che hanno assassinato?
Con gli occhi, con le mani, tutti gli facevano cenno di tacere, e qualcuno gli
rispondeva chinando il capo.
– Lo amava? Oh figlia...
Lando Laurentano e don Francesco Vella si portarono via di là Flaminio Salvo.
– Ditemi, ditemi che vi hanno fatto, – seguitò Mauro rivolto a Dianella, con
tenerezza quasi rabbiosa. – Ora andiamo da Aurelio... Ma ditemi che vi hanno
fatto! Chi è il lupo, che lo ammazzo? Chi è il lupo? – domandò agli altri con
viso fermo.
Ma nessuno sapeva con certezza che cosa fosse accaduto, a chi veramente
alludesse Dianella con quel suo grido. Pareva al padre, ma poi, chi sa? Forse lo
scambiava per un altro. Era stato lì, durante la loro assenza, Ignazio Capolino.
Dianella era rimasta in casa, lei sola, perché si sentiva poco bene; e certo
sopra di lei Capolino, senza misericordia, forsennato per l’orrenda sciagura,
aveva dovuto rovesciar la furia della sua disperazione. Ciccino e Lillina, che
erano stati i primi a rincasare, gli avevano sentito gridare:
– Tuo padre! tuo padre, capisci?
Ma al loro entrare, quegli era scappato via, furibondo, lasciando questa
poveretta come insensata, come intronata da tanti colpi spietati alla testa, e,
subito dopo, dando segni di terrore, s’era messa a urlare: – Il lupo!... il
lupo!...
Che le aveva detto Capolino?
Uno solo poteva saperlo, così bene come se fosse stato presente alla scena:
Flaminio Salvo, che di là, tra Lando Laurentano e il cognato Francesco Vella,
sentiva prepotente il bisogno di confessare il suo rimorso, ma che tuttavia,
senza che potesse impedirlo, si scusava accusandosi.
Francesco Vella gli aveva domandato, se si fosse mai accorto che la figliuola
amava il Costa.
– Se tu non lo sapevi!
– Io lo sapevo. Ma potevo io, io padre, profferire la mia figliuola a un mio
dipendente? Quel disgraziato, lui, non se n’era mai accorto, per la modestia
della mia figliuola, e perché a lui stesso non poteva passare per il capo una
tal cosa; tanto più che, da un pezzo, era invescato nella passione per
quell’altra disgraziata... Ma il torto è mio, il torto è mio: io non ho scuse!
Nessuno meglio di me può sapere che il torto è mio! Avevo beneficato quel povero
giovine, come avevo beneficato tutti coloro che laggiù lo hanno assassinato!
Qual altro frutto poteva recare il beneficio? Il Costa era cresciuto a casa mia,
come un figliuolo; e quella mia povera ragazza... Ma sì, certo! E io, io vedevo
bene la necessità che il male da me fatto in principio, beneficando, si dovesse
compiere con un matrimonio; però, lo confesso, mi ripugnava, e cercavo
d’allontanarlo quanto più mi fosse possibile. Ma, vedete: intanto, avevo
richiamato quel figliuolo dalla Sardegna, e lo avevo assunto alla direzione
delle zolfare d’Aragona; e ora, qua a Roma, avevo detto al Capolino che, se il
Costa fosse riuscito a domare quei bruti laggiù, io gli avrei dato in premio la
mia figliuola. Notate questo: che dunque Capolino sapeva e, per conseguenza,
sapeva anche la moglie, che questo era il mio disegno. Sì, è vero, sotto, avevo
altre intenzioni, o piuttosto, una speranza... Signori miei, io potevo bene per
la mia figliuola aspirare a ben altro... (e, così dicendo, fissò negli occhi
Lando Laurentano). L’avevo perciò condotta a Roma e mi proponevo di lasciarla
qua in casa di mia sorella, con la speranza che si distraesse da quella sua
puerile ostinazione. Ebbene, la signora Capolino volle profittare di questa mia
speranza per render vano quel mio disegno: volle partire col Costa per toglierlo
per sempre alla mia figliuola. E il signor Capolino forse sperava che, sposo
Aurelio, domani, di mia figlia e già amante di sua moglie, egli potesse
seguitare a tenere un posto in casa mia. E ora, ora che tutto gli è crollato
così d’un tratto, ha gridato a mia figlia, come mie, le sue macchinazioni! Ma io
vi giuro, signori, che lo schiaccerò, lo schiaccerò... Seppure... ormai...
ormai...
Scrollò le spalle, scartò con le mani quella sua minaccia come se ogni proposito
gli désse ora un’invincibile nausea. E andò a buttarsi su una poltrona, come
atterrito a mano a mano dal vuoto arido, orrido, che dopo quel lungo sfogo gli
s’era fatto dentro.
Nulla: non sentiva piú nulla: nessuna pietà, né affetto per nessuno. Un fastidio
enorme, anzi afa, afa sentiva ormai di tutto, e specialmente della parte che
doveva rappresentare, di padre inconsolabile per quella sciagura della
figliuola, che invece non gli moveva altro che irritazione, ecco, e dispetto, e
quasi vergogna, sì, vergogna. Quella smania folle della figliuola per
l’innamorato lo rivoltava come alcunché di vergognoso. E si domandava, con bieca
crudezza, se avesse mai amato veramente, di cuore, quella sua figliuola. No.
Come per dovere l’aveva amata. E ora che questo dovere gli si rendeva così grave
e penoso, non poteva provarne altro che uggia e nausea. Ma sì, perché era anche
fatalmente condannata quella sua figliuola! Non era pazza la madre? E ormai,
tutto quello che poteva accadergli, ecco, gli era accaduto. La misura era colma,
e basta ormai! Lo sterminio della sorte su la sua esistenza era compiuto; in
quel vuoto arido, orrido, restava padrone, senza più nulla da temere. La morte
non la temeva. E guardò il brillìo della grossa pietra preziosa dell’anello nel
tozzo mignolo della sua mano pelosa, posata su la gamba. Quel brillìo, chi sa
perché, gli richiamò un lembo delle carni di Nicoletta Capolino che laggiù quei
bruti avevano arse. Sollevò il capo, con le nari arricciate. Ah come volentieri
avrebbe fumato un sigaro! Ma pensò che non poteva fumare, perché in quel momento
sarebbe sembrato scandaloso. Sentì che Francesco Vella diceva a Lando Laurentano:
– Ma sì, è certo: erano fuggiti! Partiti da quattro giorni, arrivavano allora
appena ad Aragona... Dove erano stati in questi quattro giorni?
E interloquì, con altra voce, con altro aspetto, come se non fosse più quello di
prima:
– Non c’è luogo a dubbio, – disse. – Già l’altro jeri da Napoli m’era arrivata
una lettera del Costa, con la quale si licenziava da me. È andato dunque a
morire per conto suo laggiù: e anche di questo, dunque, posso non aver rimorsi.
Entrò a questo punto Ciccino come sospeso e smarrito nell’ambascia della notizia
che recava.
– Lando, – disse esitante, – bisogna che ti avverta... Quel vecchio...
– Mauro?
– Ecco, sì... era venuto qua col tuo domestico a cercarti per... dice che...
dice che hanno arrestato Roberto Auriti.
Lando impallidì, poi arrossì, aggrottando le ciglia come per un pensiero che,
contro la sua volontà, gli si fosse imposto; si mostrò imbarazzato lì tra gente
che aveva per sé una sciagura ben più grave.
– Vada, vada, – s’affrettò a dirgli Flaminio Salvo, tendendogli una mano e
posandogli l’altra su una spalla per accompagnarlo.
– Le auguro, – gli disse allora Lando, – che sia un turbamento passeggero questo
della sua figliuola.
Flaminio Salvo socchiuse gli occhi e negò col capo:
– Non mi faccio illusioni.
E rientrarono nel salone, così, con le mani afferrate.
Mauro Mortara, già da un pezzo esasperato, soffocato, ancora con la povera
fanciulla demente aggrappata al petto, non seppe trattenersi a quello
spettacolo: si scrollò con un muggito nella gola, e gridò alle due donne che gli
stavano attorno:
– Tenetela... prendetevela... Gli dà la mano... Non posso vederlo... Sapete come
si chiama? Ha il nome di suo nonno: Gerlando Laurentano!
E, strappandosi dalle braccia di Dianella, scappò via.
Flaminio Salvo schiuse le labbra a un sorriso amaro, più di commiserazione
derisoria che di sdegno: e, alle scuse che gli porgeva Lando Laurentano,
rispose:
– Contagio... Niente, principe... La pazzia purtroppo è contagiosa...
A Girgenti, tutto il popolo si
accalcava nel vasto piano fuori Porta di Ponte, all’entrata della città, in
attesa che dalla stazione, giù in Val Sollano, arrivassero con le vetture di
quella corsa i resti (che si dicevano raccolti in una sola cassa) di Nicoletta
Capolino e di Aurelio Costa.
Sbalordimento, angoscia, ribrezzo erano dipinti su tutti i volti per
quell’efferato delitto, che da due giorni teneva in subbuglio la città e tutta
la provincia intorno. Era in tutti quegli occhi un’attenzione intensa e
dolorosa, un’ansietà guardinga di raccoglier nuove notizie di più precisi
particolari e di non lasciarsi nulla sfuggire; perché nessuno era pago di quanto
sapeva, e tutti volevano vedere e quasi toccare con gli occhi, in quella cassa
che si aspettava, la prova che ciò che era avvenuto lontano, e che pareva per la
sua ferocia incredibile, era vero. Non avendo potuto assistere allo spettacolo
di quella ferocia, volevano vedere almeno, per quanto or ora sarebbe possibile,
i miserandi effetti di essa.
Antiche ragioni, per una almeno delle vittime; altre nuove che ora si
divulgavano e accrescevano, tra lo stupore e la pietà, il tragico
dell’avvenimento, se trattenevano il rimpianto, non potevano impedir la
commiserazione per l’atrocità di quella morte, l’indignazione per l’infamia che
si riversava per essa su l’intera provincia.
Viva ancora davanti agli occhi di tutti era l’immagine della bellissima donna,
quando, altera, squisitamente abbigliata, passava nella vettura del Salvo e
chinava appena il capo per rispondere ai saluti con un sorriso quasi di mesta
compiacenza. Tutti vedevano entro di sé, con una strana nitidezza di percezione,
qualche particolarità viva del corpo o dell’espressione di lei, il bianco dei
denti appena trasparente tra il roseo delle labbra, in quel sorriso; il brillare
degli occhi tra le ciglia nere; e si domandavano, con una indefinibile
inquietudine, chi avrebbe potuto immaginare, allora, che dovesse esser questa la
sua fine. Per lasciare, così d’un tratto, gli agi e gli onori a cui, col Salvo
amico e col marito deputato, era salita, e prender la fuga con uno, al quale
prima aveva ricusato d’unirsi in matrimonio, via, certo il cervello doveva
averle dato di volta. Ma forse per astio, ecco, per astio contro Dianella Salvo
che amava segretamente il Costa... Forse? E non si sapeva già che quella
poverina, appena avuta la notizia della fuga e di quel macello, era impazzita
come la madre? Dunque, dal tradimento quei due, da un’avventura che forse per
uno solo di essi era d’amore, e che già di per sé avrebbe suscitato tanto
scandalo in paese, erano balzati a quella morte. Ma come, perché si erano
diretti ad Aragona dov’egli doveva sapersi aspettato da quelle jene fameliche da
tanti mesi per la chiusura delle zolfare del Salvo? Ma perché alla volta di
Girgenti, così fuggiti insieme, non potevano avviarsi. Quella fuga, più che in
onta al marito, era in onta al Salvo, e perciò là appunto s’era volta, dove
tutti erano contro il Salvo. Forse egli, il Costa, credeva, o almeno sperava
che, annunziando subito all’arrivo che anche lui si era ribellato al Salvo,
quelli dovessero accoglierlo come uno dei loro e non tenerlo più responsabile
delle mancate promesse. E poi, lì, ad Aragona, aveva la casa; forse vi andava
soltanto per prendere la roba, gli strumenti del suo lavoro, i libri, col
proposito di ripartirsene subito, di ritornarsene in Sardegna al posto di prima.
Sì; ma con la donna? doveva andar lì, tra nemici, con la donna? Poteva almeno
lasciar questa, prima, in qualche posto! Eh, ma forse lei, lei stessa aveva
voluto affrontare insieme il pericolo. Aveva animo fiero, quella donna, e aveva
saputo mostrarlo di fronte a quell’orda di selvaggi, levandosi in piedi su la
carrozza, a fare scudo del suo corpo ad Aurelio Costa, e gridando che questi per
loro s’era licenziato dal Salvo, per le promesse non mantenute! Ma quel ribaldo
di Marco Prèola aveva levato la voce:
– Morte alla sgualdrina!
E l’orda dei selvaggi, rimasta dapprima come sbigottita dalla temerità superba
di quella signora, aveva avuto un fremito. Forse ancora Nicoletta Capolino
sarebbe riuscita a dominarla, a farsi ascoltare, se inconsultamente a quel grido
di morte, a quell’ingiuria volgare, Aurelio Costa non fosse balzato in difesa di
lei, con l’arma in pugno. Allora la carrozza era stata assaltata da ogni parte,
e l’uno e l’altra, tempestati prima di coltellate, di martellate, erano
stramazzati, poi sbranati addirittura, come da una canea inferocita; anche la
carrozza, anche la carrozza era stata sconquassata, ridotta in pezzi; e, quando
su la catasta formata dai razzi delle ruote, dagli sportelli, dai sedili, erano
stati gettati i miserandi resti irriconoscibili dei due corpi, s’era visto uno
versare su di essi da un grosso lume d’ottone a spera, trafugato dalla vicina
stazione ferroviaria, il petrolio, e tanti e tanti con cupida ansia affannosa
appiccare il fuoco, come per toglier subito ai loro stessi occhi l’atroce vista
di quello scempio.
Così, i particolari della strage erano per minuto e quasi con voluttà d’orrore
descritti e rappresentati, come se tutti vi avessero assistito e la avessero
ancora davanti agli occhi. Vedevano tutti quel bruto insanguinato, che versava
il petrolio da quella lampa d’ottone su le membra oscenamente squarciate e
ammucchiate su la catasta, e quegli altri chini e ansanti a suscitare il fuoco.
Si sapeva che molti, più di sessanta, erano gli arrestati insieme con Marco
Prèola, aborto di natura; prima, lancia spezzata dei clericali; poi, presidente
di quel fascio di solfaraj ad Aragona. Tra breve, dunque, forse quel giorno
stesso, un nuovo avvenimento spettacoloso: il trasporto di tutti quei manigoldi,
in catena, a due a due, dalla stazione al carcere di San Vito, tra una scorta
solenne di guardie, di carabinieri a cavallo e di soldati.
– Ecco, ecco intanto le carrozze! – Là, eccola! – Dov’era la cassa? – Uh, come
piccola! – Eccola là! – Su la terza carrozza là, su quella che aveva in serpe un
maresciallo! – Uh, capiva tutta sul sedile davanti! – Quella, quella cassetta
là! quella cassettina di latta! – Quella? che nell’altro sedile c’era il
commissario di polizia? – Sì, sì! – E chi era quell’altro accanto? Ah, Leonardo
Costa! il padre! il padre! – Ah, povero padre, con quella cassetta là davanti!
Un urlo di pietà, di raccapriccio si levò da tutta la folla alla vista del padre
che pareva impietrato in una espressione di rabbia, ma come stupefatta
nell’orrore; con gli occhi fissi su quella cassetta, quasi chiedesse come poteva
esser là il suo figliuolo, la sua colonna! Ma che poteva dunque esser restato,
del suo figliuolo, se due corpi, due, erano là, due? Le teste sole? Forse,
spiccate, sì, e qualche membro, arsicchiato. Oh Dio! oh Dio!
E quasi tutti piangevano, e tanti singhiozzavano forte.
Udendo quegli urli, quei inghiozzi, Leonardo Costa, passando, levò un urlo anche
lui, esalò la ferocia del suo cordoglio in un ruglio che non aveva più nulla di
umano; poi s’abbatté, si contorse, tra le braccia del commissario di polizia.
La carrozza si fermò alla voltata della piazza, dove sorge il palazzo della
Prefettura, sede anche del commissariato di polizia. Due guardie presero la
cassetta; il cavalier Franco ajutò Leonardo Costa a smontare. Il povero vecchio,
per quanto massiccio, non si reggeva più su le gambe; un’orecchia gli
sanguinava, perché alla stazione, in un impeto di rabbia, s’era strappato uno
dei cerchietti d’oro. Altre guardie si schierarono davanti al portone, per
impedire alla folla d’invadere l’atrio del palazzo.
E la folla restò lì davanti, irritata, delusa, insoddisfatta. Che sarebbe
avvenuto adesso? Era tutto finito così? Sarebbe rimasta lì, nel commissariato,
quella cassetta? Non si farebbe il trasporto al camposanto di Bonamorone? C’era
lì la gentilizia della famiglia Spoto. Ormai più nessuno restava di quella
famiglia. Per Aurelio Costa c’era il padre; per Nicoletta Capolino, nessuno: non
poteva esserci il marito; avrebbe potuto esserci il patrigno, don Salesio
Marullo; ma si sapeva che il poverino, abbandonato da tutti, era andato a cercar
rifugio per carità a Colimbètra, e si trovava lì da qualche mese, ammalato.
Forse Leonardo Costa reclamava per sé i resti del suo figliuolo, per
trasportarli al camposanto di Porto Empedocle; e ragioni giudiziarie si
opponevano a questo suo desiderio.
La folla, a poco a poco, cominciò a sbandarsi tra infiniti commenti.
Leonardo Costa voleva proprio ciò che la folla aveva immaginato. Il commissario,
cav. Franco, cercava di persuaderlo ad avere un po’ di pazienza, che prima tutte
le pratiche giudiziarie fossero, come egli diceva, esperite, là in ufficio... Ma
sì, in giornata; dopo la visita del giudice istruttore. Il Costa, come se non
capisse, insisteva, ripetendo ostinatamente, con le stesse parole, la richiesta
pietosa. E il cavalier Franco, quantunque compreso di pietà per quel povero
padre, sbuffava, non ne poteva più. Erano momenti terribili, per lui, e non
sapeva da qual parte voltarsi prima, giacché da ogni canto della provincia, da
tutta la Sicilia, giungevano notizie di giorno in giorno più gravi; pareva che
da un istante all’altro dovesse scoppiare una generale sommossa e il presidio
delle milizie era scarso, e più scarso ancora quello di polizia.
Ma che voleva, che altro voleva adesso quel benedett’uomo? Voleva... voleva che
i resti di suo figlio – quali che fossero – non rimanessero mescolati là con
quelli della donna, di quella donna esecrata! Perché, perché cosí insieme li
avevano raccolti?
– Perché? – gli gridò. – Ma che vi figurate che ci sia più là dentro?
E indicò la cassetta, deposta su una tavola.
– Oh figlio!
– Tutto quello che si è potuto raccogliere, tra le fiamme. Niente! quasi niente!
– Oh figlio!
– Che volete più scartare, distinguere? Si arrivò troppo tardi. Alla stazione
non c’erano guardie. Prima che arrivasse il delegato d’Aragona, il fuoco...
Niente, vi dico... qualche residuo d’ossa...
– Oh figlio!
– Non si conosce più nulla... Sì, sì, pover’uomo, sì, piangete, piangete, che è
meglio... Povero Costa, sì... sì... È una cosa che... oh Dio, oh Dio, che
cosa... sì, fa rinnegare l’umanità! Ma voi pensate, per levarvi almeno questa
spina dal cuore, pensate che lì non c’è... vostro figlio lì non c’è: non c’è più
niente lì... E del resto, poverino, pensate che quella donna, se voi la odiate,
egli la amò; e forse non gli dispiace adesso, che ciò che di lui ci può essere
là dentro, sia insieme, mescolato, coi resti di lei... Povera donna! Avrà avuto
i suoi torti, ma via, che sorte anche la sua!
– No... no... lei... non posso... non posso parlare... lei... a perdizione...
mio figlio... lei! Ma non sapete, signor commissario, che mio figlio era amato
dalla figlia del principale? Si sa sicuro... sicuro, questo... è impazzita
quella povera figlia mia, come la mamma! È stata... è stata tutta una
macchina... Costei e quell’assassino del padre... che se la intendevano tra
loro... per rovinare questo figlio mio... per toglierlo all’amore di quella
santa creatura... Oh, signor commissario, legatemi, legatemi le braccia; signor
commissario, chiudetemi, chiudetemi in prigione, perché se io lo vedo,
quell’assassino che mi ha fatto morire il figlio così, io lo ammazzo, signor
commissario, io non rispondo di me, lo ammazzo! lo ammazzo!
Il cavalier Franco intrecciò le mani, le strinse, le scosse piú volte in aria:
– Ma vi pare, – gli gridò poi, con gli occhi sbarrati – vi pare, scusate, che io
debba sentire simili spropositi? Vi compatisco, siete arrabbiato dal dolore e
non sapete più quel che vi dite. Ma perdio, vostro figlio, vostro figlio... in
un momento come questo, che basta un niente... una favilla, a mandare in fiamme
tutta la Sicilia... non si contenta di prender la fuga come un ragazzino con la
moglie d’un deputato... ma va a cacciarsi da sé, là, come a dire: «Eccoci qua,
fateci a pezzi! Cercate l’esca? Eccola qua! Ci siamo noi!» Perdio, bisogna esser
pazzi, ciechi... io non so! Con chi ve la prendete? E noi siamo qua a dover
rispondere di tutto... anche d’una pazzia come questa! E per giunta, mi tocca di
sentire anche voi: «ammazzo! ammazzo! ammazzo!» Chi ammazzate? Credete
che il Salvo, se pur è vero tutto quel che voi farneticate, ha bisogno della
vostra punizione? Gli basta la pazzia della figlia!
Il Costa, dopo questa sfuriata, non ebbe più ardire di parlar forte; lo guardò
con gli occhi invetrati di lagrime; e si morse un dito; mormorò:
– Se fosse capace di rimorso, signor commissario! Ma non è!
Il cavalier Franco si scrollò; uscì dalla stanza.
– Andate, andate... – gli disse dietro, il Costa; poi cauto, s’appressò alla
cassetta deposta su la tavola, e si provò ad alzarla.
Un groppo di singulti muti, fitti, nella gola e nel naso, gli scrollarono in
convulsione la testa.
Non pesava, non pesava niente, quella cassetta!
S’inginocchiò davanti alla tavola, appoggiò la fronte al freddo di quella latta,
e si mise a gemere:
– Figlio!... figlio... figlio!...
Due giorni dopo, arrivò a Girgenti, inatteso, funebre, l’on. Ignazio Capolino.
La condizione, in cui lo aveva messo non tanto forse la sciagura improvvisa
quanto lo scatto violento per cui Dianella Salvo aveva perduto la ragione, era
così difficile e incerta, che egli aveva bisogno di raccogliere a consulto, lì
sul posto, tutte le sue forze per trovare una via da uscirne in qualche modo, al
più presto. Lo scandalo della fuga della moglie era soffocato nell’orrore della
morte; il tragico, che spirava da questa morte, lo rendeva immune dal ridicolo
che poteva venirgli da quella fuga. Bastava dunque presentarsi ai suoi
concittadini compunto nell’aspetto, ma nello stesso tempo austeramente
riservato, per trarre profitto della commozione generale, senza tuttavia
parteciparvi, giacché dalla moglie era stato offeso. La simpatia degli altri
doveva venirgli come giusto e meritato compenso a questa offesa. E dovevano
tutti vedere che egli soffriva, schiantato dall’atrocissimo fatto, e che lui più
di tutti meritava compianto, poiché finanche dalle due vittime tanto commiserate
era stato offeso, così da non poter piangere, neanche piangere ora la sua
sciagura!
Eppure... come mai? Rientrando in casa, in quella casa che le squisite e
sapienti cure della moglie avevano reso così bene adatta alla commedia di
garbate e graziose menzogne, alla gara di compitezze ammirevoli, nella quale
entrambi avevano preso tanto gusto a esercitarsi perché la loro vita non fosse
troppo di scandalo agli altri, troppo disgustosa a loro stessi; e sentendo nel
silenzio cupo delle stanze, rimaste con tutti i mobili come in attesa, il vuoto,
il vuoto in cui dal primo momento della sciagura si vedeva perduto... – come
mai? – nell’aprir la camera da letto e nell’avvertirvi affievolito, ma pur
presente ancora, il voluttuoso profumo di lei, ecco, per un irresistibile impeto
che lo stordì per la sua incoerenza, ma che pur gli piacque come un ristoro
insperato di accorata tenerezza – pianse, sì, pianse per il ricordo di lei,
pianse per la prima volta dopo l’annunzio di quella morte, pianse come non aveva
mal pianto in vita sua, sentendo in quel pianto quasi un dolore non suo, ma
delle sue lagrime stesse che gli sgorgavano dagli occhi senza ch’egli le
volesse, ma, appunto perché non le voleva, con tanto sapor di dolcezza e di
refrigerio!
Non doveva però, no, no, non doveva... perché... si fermò un momento a
considerare perché non avrebbe dovuto piangerla. Non era stata forse la compagna
sua necessaria e insurrogabile? la compagna preziosa dei suoi sottili e
complicati accorgimenti, la quale, correndo – più per sé, forse, quella volta,
che per lui – a un riparo a cui anch’egli però l’aveva spinta – era caduta? Sì,
e così orribilmente, così orribilmente caduta! Eppure, no; apparentemente, ecco,
almeno apparentemente non doveva piangerla... Così in segreto sì, anche perché
quel pianto gli faceva bene, ora. Era restato solo; e da sé solo, ora, doveva
ajutarsi, difendersi; e non sapeva ancora, non vedeva come.
Piangendo, no, intanto, di certo!
E Capolino sorse in piedi; si portò via, prima con le mani, poi a lungo, col
fazzoletto, accuratamente, le lagrime dagli occhi, dalle guance; si rimise le
lenti cerchiate di tartaruga, e si presentò, fosco, severo, aggrondato, allo
specchio dell’armadio.
Dio, come il suo viso era sbattuto, invecchiato in pochi giorni!
Il dolore? Che dolore? Non poteva riconoscere d’aver provato dolore... se non
forse or ora, un poco. Ma no, anche prima, in fondo, aveva certo dovuto provarne
uno e ben grande, se a Roma, all’annunzio della sciagura, era stato accecato da
quella rabbia che lo aveva scagliato su Dianella Salvo.
Doveva pentirsi di quello scatto?
Si era con esso attirato per sempre l’odio, la nimicizia mortale del Salvo. Ma
se pur fosse riuscito a reprimersi in quel primo momento, a vietarsi la
soddisfazione feroce di quella vendetta, che avrebbe ottenuto? A lui, restato
solo, senza più la moglie, avrebbe forse Flaminio Salvo seguitato a dare ajuto e
sostegno, per il rimorso e la complicità segreta nel sacrifizio di quella? Forse
la figlia, già inferma, sarebbe impazzita anche senza quel suo scatto, al solo
annunzio della morte del Costa. E allora? Flaminio Salvo avrebbe creduto di
pagare già abbastanza con la pazzia della figliuola; e per lui non avrebbe avuto
più alcuna considerazione; anzi lo avrebbe respinto da sé, come lo spettro del
suo rimorso. Caso pensato. Se poi Dianella non fosse impazzita e si fosse a poco
a poco quietata, era uomo Flaminio Salvo, avendo raggiunto lo scopo, da restar
grato alla memoria di chi gliel’aveva fatto raggiungere, a costo della propria
vita; e, per essa, al marito, rimasto vedovo? Ma se già, subito, per scrollarsi
d’addosso ogni responsabilità, subito aveva gridato ai quattro venti che
Nicoletta Capolino e Aurelio Costa avevano preso la fuga e che il Costa s’era
licenziato ed era andato dunque a morire per conto suo, ad Aragona, insieme con
l’amante! Sì: fuggita col Costa, sua moglie; ma chi l’aveva spinta a commettere
questa pazzia? Chi aveva spedito a Roma il Costa con la scusa di quel disegno da
presentare al Ministero? Chi aveva aizzato la gelosia, o piuttosto, il puntiglio
di lei, facendole balenare prossimo il matrimonio della figlia col Costa? Ed
egli, Capolino, egli, il marito, aveva dovuto prestarsi a tutte queste perfide
manovre che dovevano condurre a una tale tragedia; così, è vero? per restar poi
abbandonato, senza più alcuna ragione d’ajuto, raccolto il frutto di tante
scellerate perfidie! Ah, no, perdio! Di quel suo scatto non doveva pentirsi. Se
egli aveva perduto la moglie, e lui la figlia! Pari, e di fronte l’uno
all’altro. Ora il Salvo gli avrebbe soppresso ogni assegno. Toccava a lui,
dunque, di provvedere subito anche ai bisogni più immediati. E ogni credito
presso gli altri, con l’amicizia del Salvo, gli veniva meno. Che fare? Come
fare?
Così pensando, Capolino brancicava con le dita irrequiete la medaglietta da
deputato appesa alla catena dell’orologio. Aveva per sé, ancora, il prestigio
che gli veniva da quella medaglietta. Per ora, il Salvo non poteva
strappargliela dalla catena dell’orologio. E con essa, per uno che valeva, se
non più, certo non meno del Salvo in paese, egli era ancora il deputato. Don
Ippolito Laurentano non avrebbe permesso, che colui che rappresentava alla
Camera il paladino della sua fede, si dibattesse tra meschine difficoltà
materiali.
Ecco: subito, prima che Flaminio Salvo arrivasse a Girgenti e si recasse a
Colimbètra a preoccupare l’animo del principe contro di lui, egli vi correrebbe
e parlerebbe aperto a don Ippolito della perfidia di colui. Dopo tanti mesi di
convivenza con donna Adelaide, non doveva il principe essere in animo da tenere
più tanto dalla parte del cognato; oltreché, in favor suo, egli avrebbe in quel
momento la commiserazione per la sua sciagura. Poteva, sì, contro a questa, il
Salvo porre in bilancia quella della propria figliuola; ma appunto su ciò egli
andrebbe a prevenire il principe, dimostrandogli che non lui, con quel suo
scatto naturale e legittimo, nella rabbia del cordoglio, era stato cagione di
quella pazzia; ma il padre, il padre stesso che con tanta violenza aveva voluto
impedire che la figlia sposasse il Costa, sacrificando costui e distruggendolo
insieme con la moglie. Ora, per sgabellarsi d’ogni rimorso, voleva gettar la
colpa addosso a lui, e anche di lui sbarazzarsi, come già del Costa e della
moglie.
Ecco il piano! Ma né quel giorno, né il giorno appresso, Capolino ebbe tempo di
recarsi a Colimbètra ad attuarlo. Una processione ininterrotta di visite lo
trattenne in casa, con molta sua soddisfazione, quantunque sapesse e vedesse
chiaramente che più per curiosità che per pietà di lui si fosse mossa tutta
quella gente, la quale certo, domani, a un cenno del Salvo, gli avrebbe voltato
le spalle. A ogni modo, andando dal principe, avrebbe potuto parlare di questo
solenne attestato di condoglianza e di simpatia dell’intera cittadinanza;
oltreché, in tanti animi che, per la commozione del tragico avvenimento, eran
come un terreno ben rimosso e preparato, poteva intanto seminar odio per il
Salvo, così senza parere.
– Non me ne parlate, per carità! – protestava, alterandosi in viso al minimo
accenno. – Dovrei dir cose, cose che... no, niente; per carità, non mi fate
parlare...
E se qualcuno, esitante, insisteva:
– Quella povera figliuola...
– La figliuola? – scattava. – Ah, sì, povera, povera vittima anche lei! Non
sopra tutte le altre, però, certo... Per carità, non mi fate parlare...
Il salotto era pieno zeppo di gente quando entrò il D’Ambrosio, quello che gli
aveva fatto da testimonio nel duello col Verònica e che era lontano parente di
Nicoletta Spoto. Avvenne allora una scena che, neanche se Capolino l’avesse
preparata apposta, gli sarebbe riuscita più favorevole.
Il D’Ambrosio entrò tutto gonfio di commozione, e con le braccia protese. In
piedi, tutti e due si abbracciarono in mezzo alla stanza, si tennero stretti un
pezzo piangendo forte. Forte, con la sua abituale irruenza, parlò il D’Ambrosio,
staccandosi dall’abbraccio:
– Dicono tutti, qua, che Nicoletta mia cugina era la ganza di quell’imbecille
del Costa: è vero? Tu puoi dirlo meglio di tutti: è vero?
Sbigottiti, gli astanti si volsero a guatare il Capolino.
Questi cadde a sedere, come trafitto, su la poltrona, con le braccia abbandonate
su le gambe, e scosse amaramente il capo. Poi, facendo un atto appena appena con
le mani, parlò:
– Troppe... troppe cose dovrei dire, che non posso... Anche la pietà,
capirete... sì, sì... anche queste lacrime, amici, mi bruciano! Perché anche da
quei due che le meritano per la loro sorte, ma da voi, cari, da voi; non da
me... anche da quei due io ebbi male; ma sopra tutto da chi li guidò a quel
passo; da chi li teneva in pugno, e...
– Il Salvo! – proruppe il D’Ambrosio. – Hanno arrestato ad Aragona Marco Prèola;
ma lui, il Salvo, per la Madonna, debbono arrestare! lui affamò là tutto il
paese! lui è il vero assassino! E giustamente Dio l’ha punito, con la pazzia
della figlia! Così, tra due pazze, se ne starà ora con tutte le sue ricchezze!
Capolino, allora, scattò in piedi, sublime.
– Ma per carità! no! no! Non posso permettere che si dicano di queste cose alla
mia presenza! Vuoi difendere quegli assassini? Via! Sappiamo tutti che il Salvo
era nel suo diritto, chiudendo là le zolfare! Ognuno provvede, come sa e crede,
ai proprii interessi. E, del resto, non si è forse adoperato in tanti modi qua,
al risorgimento dell’industria? No, no! Signori miei, vedete? parlo io, io, in
questo momento, e arrivo fino a dirvi che egli, dal suo canto, anche come padre,
ha creduto di agire per il bene della figliuola! Voi tutti non avete alcuna
ragione per non riconoscer questo; potrei non riconoscerlo io, io solo, perché i
mezzi di cui si è servito mi hanno distrutto la casa, spezzato la vita! Ma egli
mirava, là, al bene di tutti quei bruti; e qua, al bene della sua figliuola!
Dieci, quindici, venti mani si tesero a Capolino, in un prorompimento
d’ammirazione per così magnanima generosità; e Capolino si sentì levato d’un
cubito sopra se stesso.
– Forse mi vedrò costretto, – soggiunse con triste gravità, – a restituirvi il
mandato, di cui avete voluto onorarmi.
– No! no! che c’entra questo? E perché? – protestarono alcuni.
Capolino, sorridendo mestamente, levò le mani ad arrestare quell’affettuosa
protesta:
– La condizione mia, – disse. – Considerate. Potrei più aver rapporti, non dico
di parentela o d’amicizia, ma pur soltanto d’interessi, con Flaminio Salvo? No,
certo. E allora? Devo provvedere a me stesso, signori miei, mentre il mandato
che ho da voi esige un’assoluta indipendenza, quella appunto che avevo per i
miei ufficii nel banco del Salvo. Ora... ora bisognerà che mi raccolga a pensar
seriamente ai miei casi. Non son cose da decidere così su due piedi e in questo
momento.
– Ma sì! ma sì! – ripresero quelli a confortarlo a coro. – Questi sono affari
privati! La rappresentanza politica...
– Eh eh...
– Ma che! non c’entra...
– Altra cosa...
– E poi, per ora...
– Per ora, – disse, – mi basta, miei cari, di avervi dimostrato questo: che sono
pronto a tutto, e che guardo le cose e la mia stessa sciagura con animo equo e,
per quanto mi è possibile, sereno. Grazie, intanto, a tutti, amici miei.
Più tardi, recatosi al Vescovado a visitar Monsignore, ebbe da questo tali
notizie su don Ippolito Laurentano e donna Adelaide, che stimò da abbandonare
senz’altro il piano dapprima architettato, e che anzi gli convenisse aspettare
il ritorno di Flaminio Salvo da Roma, per recarsi a Colimbètra a tentarne un
altro, che già gli balenava, audacissimo.
Flaminio Salvo non volle lasciare a Roma Dianella in qualche «casa di salute»,
come i medici e la sorella e il cognato gli consigliavano; disse che, se mai,
l’avrebbe lasciata in una di queste case a Palermo, per averla più vicina e
poterla più spesso visitare; ma la sua casa ormai – soggiunse – poteva pur
trasformarsi in uno di questi privati ospizii della pazzia, sotto il governo
d’uno o più medici e con l’assistenza di altre infermiere adatte: vi restava
egli solo provvisto di ragione; ma sperava che presto, con l’esempio e un po’ di
buona volontà, la perderebbe anche lui.
Quando fu sul punto di partire, però, si vide costretto a ricorrere a Lando
Laurentano, perché gli désse a compagno di viaggio Mauro Mortara, da cui
Dianella non avrebbe voluto più staccarsi, e che forse era il solo che avrebbe
potuto indurla a uscire da uno stanzino bujo ove s’era rintanata, e a partire.
Lando Laurentano, che si preparava in gran fretta anche lui, chiamato a Palermo
dai compagni del Comitato centrale del partito, rispose al Salvo, che avrebbero
potuto fare insieme il viaggio, e che la mattina seguente sarebbe venuto con
Mauro a prenderlo in casa Vella. Flaminio Salvo notò nell’aspetto, nella voce,
nei gesti del giovane principe una strana agitazione febbrile, e fu più volte
sul punto di domandargliene premurosamente il motivo; ma se n’astenne. Lando
Laurentano era in quell’animo per una ragione, a cui il Salvo non avrebbe potuto
neppur lontanamente pensare in quel momento: cioè, l’enorme impressione prodotta
in tutta Roma dal suicidio di Corrado Selmi. Se n’era divulgata la notizia la
sera stessa, che egli usciva con Mauro da casa Vella. Il grido d’un giornalajo
glien’aveva dato l’annunzio. Aveva fatto fermar la vettura per comperare il
giornale. Ma, anziché dargli gioja, quell’annunzio improvviso lo aveva in prima
stordito. Aveva ordinato al vetturino d’accostarsi a un fanale, per leggere, non
ostante l’impazienza di Mauro; aveva saltato il lungo commento necrologico
premesso alle notizie sul suicidio, ed era corso con gli occhi a queste. Dal
racconto del cameriere del Selmi aveva saputo, prima, l’aggressione a mano
armata del nipote di Roberto Auriti, quando già il Selmi aveva ingojato il
veleno; poi... ah poi!... una visita, che il giornalista diceva drammaticissima,
al Selmi appena spirato, «d’una dama velata» di cui, per degni rispetti, non si
faceva il nome, «accorsa», seguitava il cronista, «ignara del suicidio, forse
per dare ajuto e conforto all’amico, dopo la sfida da lui lanciata, la mattina,
all’intera assemblea».
Lando Laurentano non aveva avuto alcun dubbio, che quella dama velata fosse
donna Giannetta D’Atri, sua cugina; e aveva strappato il giornale, con schifo e
con rabbia, gridando al vetturino di correre a casa. Qua aveva trovato in
smaniosa ambascia Celsina Pigna e Olindo Passalacqua, che cercavano
disperatamente Antonio Del Re, scomparso dalla mattina. Eran sembrate così
inopportune a Lando in quel momento la vista buffa di quell’uomo, le smaniette
di quella ragazza, tutta quell’ansia attorno a lui per la ricerca d’un giovane
ch’egli non conosceva e ch’era tanto lontano dai suoi pensieri, che aveva avuto
contro il suo solito un violento scatto d’ira. Aveva chiamato Raffaele, il
cameriere, per ordinargli di mettersi a disposizione di quei due, ed era rimasto
solo con Mauro. Questi, interpretando quello scatto come un segno di sprezzante
noncuranza per l’arresto del cugino, non s’era potuto trattenere; gli s’era
fatto innanzi tutto acceso di sdegno, gridando:
– Me ne voglio andare, subito! ora stesso! Non voglio più guardarvi in faccia!
– Mauro! Mauro! Mauro! – aveva esclamato Lando, scotendo in aria le mani
afferrate.
Mauro allora s’era cacciato una mano in tasca, per trarne fuori le medaglie:
– Guardate! Dal petto me l’ero strappate, davanti al delegato, quando ho visto
arrestare vostro cugino! Ora quella ragazza è venuta a riportarmele... Che
sangue avete voi nelle vene? È questa la gioventù d’oggi? è questa?
– La gioventù... – s’era messo a rispondere con veemenza Lando; ma s’era subito
frenato, premendosi forte le pugna serrate su la bocca e andando a sedere, coi
gomiti su le ginocchia e la testa tra le mani.
La gioventù? Che poteva la gioventù, se l’avara paurosa prepotente gelosia dei
vecchi la schiacciava così, col peso della più vile prudenza e di tante
umiliazioni e vergogne? Se toccava a lei l’espiazione rabbiosa, nel silenzio, di
tutti gli errori e le transazioni indegne, la macerazione d’ogni orgoglio e lo
spettacolo di tante brutture? Ecco come l’opera dei vecchi qua, ora, nel bel
mezzo d’Italia, a Roma, sprofondava in una cloaca; mentre su, nel settentrione,
s’irretiva in una coalizione spudorata di loschi interessi; e giù, nella bassa
Italia, nelle isole, vaneggiava apposta sospesa, perché vi durassero l’inerzia,
la miseria e l’ignoranza e ne venisse al Parlamento il branco dei deputati a
formar le maggioranze anonime e supine! Soltanto, in Sicilia forse, or ora, la
gioventù sacrificata potrebbe dare un crollo a questa oltracotante oppressione
dei vecchi, e prendersi finalmente uno sfogo, e affermarsi vittoriosa!
Lando era balzato in piedi per gridare questa sua speranza a Mauro Mortara; ma
s’era trattenuto per carità, alla vista di lui che piangeva, con quelle sue
pietose medaglie in mano.
Il giorno appresso Antonio Del Re era stato ritrovato. Olindo Passalacqua era
venuto a mostrare a Lando due telegrammi e un vaglia spediti d’urgenza da
Girgenti per far subito partire il giovine; ma aveva soggiunto che il Del Re si
ricusava ostinatamente di ritornare in Sicilia. Lando allora aveva pregato Mauro
di recarsi a prendere il giovine per invitarlo a partire con loro il giorno
appresso e Mauro a questa preghiera si era arreso di buon grado. Ma come
proporgli adesso di viaggiare insieme con Flaminio Salvo?
La mattina per tempo venne al villino di via Sommacampagna Ciccino Vella per
concertare il modo di spinger fuori dal nascondiglio Dianella e farla partire.
Guaj, se vedeva il padre! Durante tutto il viaggio non doveva vederlo. Zio
Flaminio e Lando dovevano viaggiare in un altro scompartimento della vettura,
senza mai farsi scorgere. C’era anche quel giovanotto, il Del Re? Bene: tutti e
tre, appartati, nascosti. Mauro e Dianella sarebbero stati soli, nello
scompartimento attiguo: tutt’intera una vettura sarebbe stata a loro
disposizione.
Fu men difficile, a tali condizioni, persuadere Mauro a render questo servizio
al Salvo. Quando seppe che né ora, a casa Vella, né poi, durante tutto il
tragitto, lo avrebbe veduto, e che non si trattava tanto di rendere un servizio
a lui quanto un’opera di carità a quella povera fanciulla demente, si arrese
aggrondato, e andò avanti con Raffaele in casa Vella.
Non ci fu bisogno né di preghiere né di esortazioni: appena Dianella rivide
Mauro, balzò dal nascondiglio e tornò a riaggrapparsi a lui, incitandolo a
fuggire insieme. Si dovette all’incontro stentare a trattenerla un po’ per
rassettarla alla meglio, ravviarle i capelli scarmigliati, metterle un cappello
in capo, perché almeno non desse tanto spettacolo alla gente, in compagnia di
quel vecchio che già per suo conto attirava la curiosità di tutti.
Quando l’uno e l’altra, tenendosi per mano, quello col viso tutto scombujato, lo
zainetto alle spalle, questa con gli occhi e la bocca spalancati a un’ilarità
squallida e vana, i capelli cascanti, scompigliati sotto il cappello assettato
male sul capo, attraversarono il salone per andarsene, chi li vide non se ne
poté più levar l’immagine dalla memoria.
Che discorsi tennero tra loro, nel viaggio?
Dietro l’usciolino dello scompartimento, il Salvo e il Laurentano, ora l’uno ora
l’altro, li intesero conversar tra loro, a lungo, e s’illusero dapprima che tra
loro il vecchio e la fanciulla s’intendessero. Ma sì, a maraviglia
s’intendevano, perché l’uno e l’altra, ciascuno per sé, non parlavano se non con
la propria follia. E le due follie sedevano accanto e si tenevano per mano.
– Una donna... vergogna!... Non si dice Aurelio... Signor Aurelio... Signor
Aurelio!... Ma com’è possibile che l’abbia dimenticato?... Una così grossa
ferita al dito... Vieni, vieni qua, al bujo... nell’andito... Te lo succhio io,
il sangue dal dito... Una donna? Vergogna... Signor Aurelio...
– Questi... sono questi, i figli! La nuova gioventù... Per veder questo, oh
assassini, abbiamo tanto combattuto, sacrificato la vita nostra... per veder
questo, donna Dianella! E che ci vado più ad appendere, adesso, sotto la lettera
del Generale nel camerone? che ci vado più ad appendere, dopo tutto
quello che ho visto?
– Eh, ma chi lo sa l’anno che viene? Il gelso, a marzo, coglie sangue di
nuovo... E allora, quand’è in amore, per gettare, è molle, molle come una pasta,
e se ne fa quello che se ne vuole... Chi lo sa l’anno che viene?
– Incerto il bene, ma certe le pene, figlia mia! Incerto il bene, ma certe le
pene!
Così conversavano di là, quei due.
Né Lando né Flaminio Salvo badavano intanto a un altro, di qua con loro, che non
diceva nulla, ma che pure non meno di quei due vaneggiava col cervello. Non
vedeva, non sentiva, non pensava più nulla, Antonio Del Re. La furia della
disperazione, con la quale s’era avventato sopra il Selmi, gli aveva come
folgorato lo spirito. Uscito dalla casa del Selmi, era rimasto vuoto, sospeso in
una tetraggine attonita, spaventevole; e non ricordava più nulla, dove fosse
andato, che avesse fatto, come e dove avesse passato la notte, se proprio la
notte, una notte fosse passata. Non rispondeva a nessuna domanda; forse non
udiva. Vedere, vedeva; stava per lo meno a guardare; ma la ragione non vedeva
più, la ragione degli aspetti delle cose e degli atti degli uomini. Non si era
già opposto al suo ritorno in Sicilia; ma a muoversi da sé dal luogo ove i piedi
lo avevano condotto e la stanchezza accasciato. Si era mosso, allorché Mauro lo
aveva strappato per il petto; ma senza udir nulla di quanto quegli gli aveva
detto della nonna e della mamma. Il Passalacqua e Celsina lo avevano
accompagnato, la mattina, al villino di Lando; prima di partire aveva veduto
Celsina sorridere a Ciccino Vella, accettarne il braccio, montare in carrozza
con lui e col Passalacqua: tutto questo aveva veduto, e più là, col pensiero; e
nulla, più nulla gli s’era rimosso dentro.
Quando, passato lo stretto di Messina, Lando Laurentano scese dal treno per
proseguire su un altro alla volta di Palermo, Flaminio Salvo provò una certa
costernazione al pensiero di restar solo nella vettura per un’intera giornata
fino a Girgenti con quel giovane a lui ignoto, che due giorni avanti aveva
levato il pugnale per uccidere il Selmi, e che ora gli teneva gli occhi addosso
con tanta fissità di sguardo, tra il torvo e l’insensato.
Ecco, con tre pazzi egli viaggiava; e forse non meno pazzo di questi tre era
quello or ora sceso dal treno con l’intenzione di mettere a soqquadro tutta
l’isola! Lui solo, dunque, per terribile condanna, doveva serbare intatto il
privilegio di non aver minimamente velata, offuscata, né per rimorso, né per
pietà, né più da alcun affetto, né più da alcuna speranza, né più da alcun
desiderio, quella lucida, crudele limpidità di spirito? Lui solo.
E, come per assaporare lo scherno della sua sorte, si accostò ancora una volta
all’usciolino dello scompartimento, con l’orecchio allo spiraglio, ad ascoltare
i discorsi vani del vecchio e della figliuola.
Appena Mauro Mortara, arrivato a Girgenti, poté strapparsi dalle braccia di
Dianella Salvo, corse di furia alla casa di donna Caterina Laurentano. Vi trovò
Antonio Del Re ancora tra le braccia della madre che invano, stringendolo,
scotendolo, smaniando, cercava di spetrarlo.
Come Anna vide entrar Mauro, gli corse incontro, lasciando il figlio:
– Che ha? Che ha? Ditemi voi che ha! Che gli hanno fatto?
Ma il Mortara le scostò le braccia e gridò più forte di lei:
– Vostra madre? Dov’è vostra madre?
Sopravvenne Giulio, in pochi giorni invecchiato di dieci anni. Negli occhi,
nelle braccia protese aveva la speranza di aver da Mauro qualche notizia precisa
sull’arresto di Roberto, sul suicidio del Selmi, se questi veramente avesse
lasciato qualche dichiarazione in favore del fratello, come dicevano i giornali.
Dal nipote non aveva potuto saper nulla, per quanto, tra le braccia della madre,
lo avesse furiosamente scrollato per farlo parlare.
Ma il Mortara scostò anche lui, ripetendo, testardo e violento:
– Vostra madre? Non so nulla! So che l’hanno arrestato sotto i miei occhi! Non
voglio veder nessuno! Voglio vedere lei sola!
Giulio restò perplesso, se permettergli d’entrare nella camera della madre, così
all’improvviso.
Dal giorno che egli, sotto l’urgenza della necessità, vincendo ogni riluttanza,
dapprima con circospezione, poi risolutamente, con crudezza, le aveva detto che
bisognava si recasse dal fratello Ippolito per salvare il figlio, era caduta, di
schianto, in un attonimento quasi di apatia, come se la vista di tutte le cose
intorno le si fosse a un tratto vuotata d’ogni senso. Non un gesto, non una
parola. Più niente. E quella immobilità e quel silenzio avevano avuto fin da
principio un che di così assoluto e invincibile, che né un gesto, né una parola
eran più stati possibili agli altri per scuoterla o esortarla. Giulio sapeva che
avrebbe ucciso la madre, parlando. E difatti, ecco, subito, parlando, l’aveva
uccisa. Ella non poteva andare dal fratello per salvare il figlio: sarebbe stata
la sua morte. Ed ecco, era morta.
Tanto egli quanto Anna avevano sperato, dapprima, che non volesse più muoversi
né parlare; non che, veramente, non potesse. Ma ben presto s’erano accorti che
non poteva. Pure, una lieve contrazione rimasta su la fronte, tra ciglio e
ciglio, diceva chiaramente che, anche potendo, non avrebbe voluto. La avevano
sollevata di peso dalla seggiola e adagiata sul letto. Erano di morte la
immobilità e il silenzio; soltanto, ancora, non era fredda. E per impedire che
anche quel freddo le sopravvenisse, si erano affrettati a coprirla bene sul
letto, con mani amorose, piangendo. L’ultima crudeltà doveva compiersi così
sopra di lei, e, perché fosse più iniqua, per mano stessa dei figli. Ora,
vegliandola e piangendo, i figli le dimostravano, o piuttosto dimostravano a se
stessi, che non erano stati loro a compierla. Se ella, per tutto ciò che aveva
fatto, non poteva pagare per il figlio, bisognava che pagasse così, ora. Giulio
lo sapeva; e, pur sapendolo, non aveva potuto impedirlo. Doveva parlare,
spingerla a quella morte, darle il crollo. L’aveva poi raccolta su le braccia, e
ora le rincalzava le coperte e le stringeva attorno alle braccia lo scialle nero
di lana, per ripararla dall’ultimo freddo, e andava in punta di piedi, perché
nessun rumore arrivasse più a quel silenzio. Anche il volo d’una mosca sarebbe
stato di più, ora, oltre a quello che egli aveva fatto, perché doveva. Un
pensiero, se non fosse anche di più la sua vita, il suo respiro, dopo quello che
aveva fatto, gli era anche passato per la mente. Fuori di quella madre, fuori
della Sicilia, egli, fin da giovinetto, aveva preso mondo. Era vissuto senza né
ricordi, né affetti, né aspirazioni, quasi giorno per giorno: freddo, svogliato,
ironico, sdegnoso. D’improvviso, quando men se l’aspettava, il destino della sua
famiglia aveva allungato una spira a involgerlo, a invilupparlo, e lo aveva
attratto a sé e piombato là, a rinsertarsi, a riaffiggersi alla radice, da cui
s’era strappato; a sentire tutto ciò che non aveva voluto mai sentire, a
ricordarsi di tutto ciò di cui non aveva voluto mai ricordarsi. La fine di
colei, che aveva sempre e tutto sentito, e di tutto e sempre si era ricordata,
schiantata ora dall’urto con cui egli era tornato a inviscerarsi in lei, non
doveva essere adesso anche la sua fine? Schiantato il tronco, schiantati i rami.
Nel tetro squallore della casa, era rimasto inorridito del suo apparire a se
stesso coi sentimenti e i ricordi tutti di quella madre. Ma gli era apparsa
anche Anna, la sorella: il ramo che non s’era mai staccato da quel tronco; che
miseramente una volta sola, per poco, era fiorito, per dare il frutto ispido e
attossicato di quel figlio, in cui neanche l’amore della madre riusciva a
penetrare. E fratello e sorella si erano stretti, allora, fusi in un abbraccio
d’infinita tenerezza, d’infinita angoscia, all’ombra della tetra casa,
assaporando la dolcezza del pianto che li univa per la prima volta e che pur
rompeva loro il cuore. Egli doveva vivere per quella sorella e per quel ragazzo.
La notizia dell’arresto di Roberto, ormai inevitabile, attesa da un momento
all’altro, era finalmente arrivata insieme con quella del suicidio di Corrado
Selmi, ma vaga, ristretta in poche righe nei giornali siciliani, come una
notizia a cui i lettori non avrebbero dato importanza, presi com’erano tutti,
allora, dalla morbosa curiosità di conoscere fin nei minimi particolari
l’eccidio d’Aragona.
La trepidazione di Anna per il figlio solo a Roma, il pensiero dell’ajuto da
portare a Roberto avevano spinto dapprima Giulio a ritornar subito alla
Capitale. Ma come abbandonar la madre in quello stato, sola lì con Anna che
s’aggirava per le stanze chiamando il figlio, quasi forsennata? E che ajuto
avrebbe potuto portare a Roberto? L’unico ajuto possibile sarebbe stato il
denaro, il rimborso alla banca di quelle quarantamila lire, così che tutti
potessero credere che queste fossero state prese da lui, per bisogni suoi. Il
suicidio del Selmi ora, avrebbe forse aperta la porta del carcere a Roberto, ma
gli sarebbe rimasta, incancellabile, dopo la denunzia e l’arresto, la macchia
d’una losca complicità. Quanti avrebbero creduto, domani, che
disinteressatamente egli si fosse prestato a contrarre il debito, sotto il suo
nome, per conto d’un altro? La dichiarazione del Selmi, se davvero esisteva come
i giornali asserivano, non sarebbe valsa a cancellare del tutto quella macchia.
Di là, nella camera della madre, c’era il canonico Pompeo Agrò, che da tanti
giorni, per ore e ore, non si staccava dalla poltrona a pie’ del letto, fissi
gli occhi nella faccia spenta della giacente, forse con la speranza di scoprirvi
un indizio che ella – non avendo più nulla da dire agli uomini – desiderasse per
suo mezzo comunicare con Dio. Più d’una volta con profonda voce l’aveva chiamata
per nome, a più riprese, senza ottener risposta.
Giulio disse a Mauro di attendere un poco: voleva consigliarsi con l’Agrò, se
questi désse più peso alla sua speranza o al suo timore che la vista o la voce
del Mortara, scotendo la madre da quel torpore di morte, potessero farle bene o
male.
– Credo, – gli rispose l’Agrò, – che non ci sia più né da sperare né da temere.
Non avvertirà nulla. Provate. Tanto se dura così, è la morte lo stesso.
Mauro entrò come un cieco nella camera quasi al bujo, chiamando forte, con
affanno di commozione:
– Donna Caterina... donna Caterina...
Restò, davanti al letto, alla vista di quella faccia volta al soffitto, sui
guanciali ammontati, cadaverica, con gli occhi che s’immaginavano torbidi e
densi di disperata angoscia sotto la chiusura perpetua delle gravi pàlpebre
annerite, con una ostinata, assoluta volontà di morte negli zigomi tesi, nelle
tempie affossate, nelle pinne stirate del naso aguzzo, nelle livide, sottili
labbra, non solo serrate, ma anche in qualche punto attaccate dall’essiccamento
degli umori.
– Oh figlia... oh figlia... – esclamò. – Donna Caterina... sono io... Mauro...
il cane guardiano di vostro padre... Guardatemi... aprite gli occhi... da voi
voglio essere guardato... Aprite gli occhi, donna Caterina; guardando me,
guardate la vostra stessa pena... Sentitemi: debbo dirvi una cosa... torno da
Roma...
Urtando contro la rigida impassibilità funerea della morente, la commozione di
Mauro Mortara si spezzò a un tratto in striduli singhiozzi, molto simili a una
risata. L’Agrò e Giulio, anch’essi piangenti, se lo presero in mezzo, e,
sorreggendolo per le braccia, lo trassero fuori della camera.
La morente, rimasta sola nell’ombra, immobile su i guanciali ammontati, udì
tardi la voce, come se questa avesse dovuto far molto cammino per raggiungerla
nelle profonde lontananze misteriose, ove già il suo spirito s’era inoltrato. E
da queste lontananze, in risposta a quella voce, tardi venne alle sue pàlpebre
chiuse una lagrima, ultima, che nessuno vide. Sgorgò da un occhio; scorse su la
gota; cadde e scomparve tra le rughe del collo.
Quando Pompeo Agrò tornò a sedere su la poltrona a pie’ del letto, né più
nell’occhio, né più su la gota ve n’era traccia.
Donna Caterina era morta.
Per donna Adelaide e don Ippolito
Laurentano era cominciato, fin dalla prima sera che eran rimasti soli nella
villa di Colimbètra, un supplizio previsto da entrambi difficilissimo da
sopportare, per quanta buona volontà l’uno e l’altra ci avrebbero messo.
Appena andati via gl’invitati alla cerimonia nuziale, don Ippolito, con molto
garbo prendendole una mano, ma pur senza guardargliela per non avvertire quanto
fosse diversa da quella tenuta un tempo tra le sue (pallida e lunga mano
morbida, tenera e lieve!), aveva cercato di farle intendere il bene che da lei
si riprometteva in quella solitudine d’esilio, di cui supponeva le dovessero
esser note le ragioni, se non tutte, almeno in parte. Il discorso tenuto sul
terrazzo, davanti alla campagna silenziosa, già invasa dal bujo della notte, era
stato, in verità, un po’ troppo lungo e un tantino anche faticoso. La povera
donna Adelaide, oppressa dalla violenza di tanti sentimenti nuovi durante quella
giornata, e ora da tutta quell’ombra e da quel silenzio che le vaneggiavano
intorno e le rendevano più che mai soffocante l’ambascia per ciò che
misteriosamente incombeva ancora su la sua «terribile signorinaggine», a un
certo punto, per quanto si fosse sforzata, non aveva potuto udir più nulla di
quel pacato interminabile discorso. Aveva avuto l’impressione che esso, proprio
fuor di tempo, la volesse trarre per forza quasi in una cima di monte altissima
e nebbiosa, dalla quale le sarebbe stato difficile se non addirittura
impossibile, ridiscendere ancora in grado di resistere ad altre sorprese, ad
altre emozioni che quella notte certamente le apparecchiava. Non per cattiva
volontà, ma per l’aria, ecco, per l’aria che, a un certo punto, cominciava a
sentirsi mancare, non le era stato mai possibile prestare ascolto a lunghi
discorsi. Oh, buon Dio, e perché poi prendere di questi giri così alla lontana,
se alla fine pur sempre bisognava ridursi a fare, su per giù, le stesse cose,
quelle che la natura comanda? Che brutto vizio, buon Dio! E senz’altro effetto
che la stanchezza e la stizza. Anche la stizza, sì. Perché le cose da fare sono
semplici, e da contarsi tutte su le dita d’una mano; cosicché, alla fine,
ciascuno deve riconoscere che tutto quel girare attorno a esse, non solo è
inutile, ma anche sciocco e dannoso, in quanto che poi, per la stanchezza
appunto e con la stizza di questo riconoscimento, si fanno tardi e si fanno
male. Dapprima s’era messa a guardare, con occhi tra imploranti e spaventati, il
principe, o piuttosto, quella sua lunga, lunghissima barba. Poi,
nell’intronamento, aveva sentito un prepotente bisogno di ritirare la mano e di
soffiare, di soffiare un poco almeno, non potendo sbuffare, non potendo gridare
per dare uno sfogo alla soffocazione e alle smanie. Alla fine, era riuscita a
vincere l’intronamento: gli orecchi le si erano rifatti vivi un istante, ma per
fuggire lontano, per afferrarsi a un qualche filo di suono, nell’oscurità della
notte, che le avesse dato sollievo, distrazione. Veniva dalla riviera, laggiù
laggiù, invisibile, un sordo borboglìo continuo. E tutt’a un tratto, proprio nel
punto che il discorso del principe s’era fatto più patetico, donna Adelaide era
uscita a domandargli:
– Ma che è, il mare? si sente così forte, ogni notte?
Don Ippolito, dapprima stordito (il mare? che mare? –) si era poi sentito cascar
le braccia:
– Ah sì... è il mare, è il mare...
E le aveva lasciato la mano e si era scostato.
Donna Adelaide, imbarazzata, non sapendo come rimediare alla evidente
mortificazione del principe per quella domanda inopportuna, era rimasta come
appesa balordamente alla sua domanda.
La risposta s’era fatta aspettare un po’; alla fine era arrivata da lontano,
grave:
– Grida così, quand’è scirocco...
Quella remota voce del mare era a lui cara e pur triste. Tante volte, nella pace
profonda delle notti, gli aveva dato angoscia e compagnia. Abbandonato su la
sedia a sdrajo, s’era lasciato cullare da quel cupo fremito continuo delle acque
che gli parlavano di terre lontane, d’una vita diversa e tumultuosa ch’egli non
avrebbe mai conosciuta. S’era sentito ripiombare tutt’a un tratto da quel
richiamo nella profondità della sua antica solitudine.
Come più riprendere il discorso, adesso? E, d’altra parte, come rimaner così in
silenzio, lasciar lì discosta nel terrazzo quella donna che ora gli apparteneva
per sempre e che s’era affidata alla sua cortesia, in quella solitudine per lei
nuova e certo non gradita? Bisognava farsi forza, vincere la ripugnanza e
riaccostarsi. Ma certo, ormai, di non potere entrare con lei in altra intimità
che di corpo, don Ippolito s’era domandato amaramente qual altro effetto questa
intimità avrebbe potuto avere, se non lo scàpito irreparabile della sua
considerazione.
E difatti, quella notte...
Ah, la povera donna Adelaide non avrebbe potuto mai immaginare un simile
spettacolo, di pietà a un tempo e di paura! Le veniva di farsi ancora la croce
con tutt’e due le mani. Ah, Bella Madre Santissima! Un uomo con tanto di
barba... un uomo serio... Dio! Dio! Lo aveva veduto, a un certo punto, scappar
via, avvilito e inselvaggito. Forse era andato a rintanarsi di notte tempo nelle
sale del Museo, a pianterreno. E lei era rimasta a passare il resto della notte,
semivestita, dietro una finestra, a sentire i singhiozzi d’un chiú innamorato,
forse nel bosco della Civita, forse in quello più là, di Torre–che–parla.
Meno male che, la mattina dopo, la vista della campagna e dello squisito arredo
della villa l’aveva un po’ racconsolata e rimessa anche in parte nelle consuete
disposizioni di spirito, per cui volentieri, ove non avesse temuto di far
peggio, si sarebbe lei per prima riaccostata al principe a dirgli, così alla
buona, senza stare a pesar le parole, che, via, non si désse pensiero né
afflizione di nulla, perché lei... lei era contenta, proprio contenta, così...
Le aveva fatto pena quel viso rabbujato! Pover’uomo, non aveva saputo neanche
alzar gli occhi a guardarla, quando a colazione si era rimesso a parlarle. Ma
sì, ma sì, certo: era una condizione insolita, la loro: trovarsi così, a essere
marito e moglie, quasi senza conoscersi. A poco a poco, certo, sarebbe nata tra
loro la confidenza, e... ma sì! ma sì! certo!
S’era accorta però che, dicendo così, le smanie del principe erano cresciute,
s’erano anzi più che più esacerbate; e con vero terrore aveva veduto
riapprossimarsi la notte. Per parecchie notti di fila s’era rinnovato questo
terrore; alla fine aveva ottenuto in grazia d’esser lasciata in pace, a dormir
sola, in una camera a parte. Se non che, il giorno dopo, era sceso a Colimbètra
monsignor Montoro a farle a quattr’occhi un certo sermoncino. E allora lei, di
nuovo: – Oh Bella Madre Santissima! Ma che!... no... Ah, come?... che?... che
doveva far lei?... Gesù! Gesù!... Alla sua età, smorfie, moine? Ah! questo mai!
no no! no no! questo mai! Non erano della sua natura, ecco. E, del resto,
perché? Non si poteva restar così? Non chiedeva di meglio, lei. Che faccia aveva
fatto Monsignore! E la povera donna Adelaide, da quel momento in poi, non aveva
saputo più in che mondo si fosse o, com’ella diceva, aveva cominciato a sentirsi
«presa dai turchi». Ma come? il torto era suo?
Il principe, tutto il giorno tappato nel Museo, non s’era più fatto vedere, se
non a pranzo e a cena, rigido aggrondato taciturno. Aria! aria! aria! Sì, ce
n’era tanta, lì: ma per donna Adelaide non era più respirabile. E il bello era
questo: che della soffocazione, avvertita da lei, le era parso che dovessero
soffrire tutte le cose, gli alberi segnatamente! Sul principio dei tre ripiani
fioriti innanzi alla villa c’era da più che cent’anni un olivo saraceno, il cui
tronco robusto, pieno di groppi e di nodi, per contrarietà dei venti o del
suolo, era cresciuto di traverso e pareva sopportasse con pena infinita i molti
rami sorti da una sola parte, ritti, per conto loro. Nessuno aveva potuto levar
dal capo a donna Adelaide che quell’albero, così pendente e gravato da tutti
quei rami, soffrisse.
– Oh Dio, ma non vedete? soffre! ve lo dico io che soffre! poverino!
E lo aveva fatto atterrare. Atterrato, guardando il posto dove prima sorgeva:
– Ah! – aveva rifiatato. – Così va bene! L’ho liberato.
Né s’era fermata qui. Altre prove di buon cuore aveva dato, le sere senza luna,
durante la cena, verso le bestioline alate che il lume del lampadario attirava
nella sala da pranzo. Un certo Pertichino, ragazzotto di circa tredici
anni, figlio del sergente delle guardie, era incaricato di star dietro la sedia
di donna Adelaide e di dar subito la caccia a quelle bestioline, appena
entravano. Se non che, Pertichino spesso si distraeva nella
contemplazione dei grossi guanti bianchi di filo, in cui gli avevano insaccato
le mani; e donna Adelaide, ogni volta, doveva strapparlo a quella contemplazione
con strilli e sobbalzi per lo springare di qualche grillo o per il ronzare di
qualche parpaglione.
– Niente! Farfalletta... Non si spaventi! Eccola qua, farfalletta...
– Povera bestiola, non farla patire: staccale subito la testa; se no, rientra...
Fatto?
– Fatto, eccellenza. Eccola qua.
– No, no, che fai? non me la mostrare, poverina! Farfalletta era? proprio
farfalletta? Povera bestiolina... Ma chi gliel’aveva detto d’entrare? Con tanta
bella campagna fuori... Ah, avessi io le ali, avessi io le ali!
Come dire che, senza pensarci due volte, se ne sarebbe volata via.
Don Ippolito, per quanto urtato e disgustato, la aveva lasciata fare e dire. Ma
una sera, finalmente, non s’era più potuto tenere. Erano tutti e due seduti
discosti sul terrazzo. Egli aspettava che su dalle chiome dense degli olivi,
sorgenti sul pendìo della collina dietro la ripa, spuntasse la luna piena, per
rinnovare in sé una cara, antica impressione. Gli pareva, ogni volta, che la
luna piena, affacciandosi dalle chiome di quegli olivi allo spettacolo della
vasta campagna sottostante e del mare lontano, ancora dopo tanti secoli restasse
compresa di sgomento e di stupore, mirando giù piani deserti e silenziosi dove
prima sorgeva una delle più splendide e fastose città del mondo. Ora la luna
stava per sorgere, s’intravvedeva già di tra il brulichìo dei cimoli argentei
degli olivi, e don Ippolito disponeva la sua malinconia attonita e ansiosa a
ricevere l’antica impressione insieme con tutta la campagna, ove era un sommesso
e misterioso scampanellìo di grilli e gemeva a tratti un assiolo, quando,
all’improvviso, dalla casermuccia sul greppo dello Sperone, era scoppiato a
rompere, a fracassare quell’incanto, il suono stridulo e sguajato del fischietto
di canna di capitan Sciaralla. Donna Adelaide s’era messa a battere le mani,
festante.
– Oh bello! Oh bravo il capitano che ci fa la sonatina!
Don Ippolito era balzato in piedi, fremente d’ira e di sdegno, s’era turati gli
orecchi, gridando esasperato:
– Maledetti! maledetti! maledetti!
E, afferrando per le spalle Pertichino e scrollandolo furiosamente, gli
aveva ingiunto di correre a gridare a quella canaglia dal ciglio del burrone
dirimpetto, che smettesse subito.
– E poi, fuori di qua! fuori dai piedi! Non voglio più vederti! Chi ha qua
fastidio delle mosche se le cacci da sé! zitta, da sé! Sono stanco, sono stufo
di tutte queste volgarità che mi tolgono il respiro! Basta! basta! basta!
Ed era scappato via dal terrazzo, con gli occhi strizzati e le mani su le
tempie.
Fortuna che, pochi giorni dopo, s’era presentato alla villa don Salesio Marullo,
con un viso sparuto e quasi affumicato, guardingo e sgomento, a chiedere ajuto e
ospitalità. Era diventato, fin dal primo giorno, cavaliere di compagnia di donna
Adelaide, la quale credette che gliel’avesse mandato Iddio.
– Don Salesio, per carità, mangiate! Per carità, don Salesio, rimettetevi
subito! Subito, Pertichino, due altri ovetti a don Salesio!
S’era messa a ingozzarlo come un pollo d’India prima di Natale. Il povero
gentiluomo, ridotto una larva, non aveva saputo opporre alcuna resistenza; aveva
ingollato, ingollato, ingollato tutto ciò che gli era stato messo davanti, e
quasi in bocca, a manate; poi... eh, poi l’aveva scontato con tremende coliche e
disturbi viscerali d’ogni genere, per cui, nel bel mezzo d’uno svago o d’un
passatempo concertato con capitan Sciaralla per distrarre la principessa, si
faceva in volto di tanti colori e alla fine doveva scappare, non è a dire con
quanta sofferenza della sua dignità, per quanto ormai intisichita.
Ma donna Adelaide ne gongolava. Non potendo nulla contro quella del principe suo
marito, per vendetta s’era gettata a fare strazio d’ogni dignità mascolina che
le si parasse davanti: anche di quella di Sciaralla il capitano. Aveva trovato
per caso tra le carte della scrivania, nella stanza del segretario Lisi Prèola,
una vecchia poesia manoscritta contro il capitano, dove tra l’altro era detto:
Oppur vai, don Chisciottino,
all’assalto d’un molino?
od a caccia di lumache
t’avventuri col mattino,
così rosso nelle brache,
nel giubbon così turchino,
Sciarallino, Sciarallino?
E un giorno, ch’era piovuto a dirotto, appena cessata la pioggia, era scesa
nello spiazzo sotto il corpo di guardia dove «i militari» facevano le
esercitazioni, e chiamando misteriosamente in disparte capitan Sciaralla, gli
aveva ordinato di mandare i suoi uomini, con la zappetta in una mano e un
corbellino nell’altra, in cerca di babbaluceddi, ossia delle lumachelle che dopo
quell’acquata dovevano essere schiumate dalla terra.
Il povero capitano, a quell’ordine, era rimasto basito.
Come dare militarmente un siffatto comando ai suoi uomini? Perché donna
Adelaide, per metterlo alla prova, aveva preteso che quella cerca di lumache
avesse tutta l’aria d’una spedizione militare.
– Eccellenza, e come faccio?
– Perché?
– Se perdiamo il prestigio, eccellenza...
– Che prestigio?
– Ma... capirà, io debbo comandare... e in momenti come questi…
– Io voglio i babbaluceddi.
– Sì, eccellenza... piú tardi, quando rompo le file...
– Quando rompete... che cosa?
– Le file, eccellenza.
– No no! E allora finisce il bello, che c’entra! Io voglio babbaleddi
militari!
E non c’era stato verso di farla recedere da quella tirannia capricciosa. Con
quali effetti per la disciplina, Sciaralla il giorno dopo lo aveva lasciato
considerare amaramente a don Salesio Marullo, già da un pezzo messo a parte
della sua costernazione per le notizie che arrivavano da tutta la Sicilia, del
gran fermento dei Fasci, a cui pareva non potessero più tener testa né la
polizia, né la milizia, «quella vera».
– Capissero almeno che qua siamo anche noi contro il governo... Ma no, caro
sì–don Salesio: perché sono una lega, non tanto contro il governo, quanto contro
la proprietà, capisce?
– Capisco, capisco...
– Vogliono le terre! E se, cacciati dalle città, si buttano nelle campagne?
Quattro gatti siamo... E più diamo all’occhio, perché figuriamo in assetto di
guerra, capisce?
– Capisco, capisco.
– Qua, così armati, diciamo quasi noi stessi che c’è pericolo; sfidiamo
l’assalto; siamo come un piccolo stato, a cui si può fare benissimo una guerra a
parte, mi spiego? E domani il prefetto un’offesa a noi sa come la prenderebbe?
come una giusta retribuzione. Guarderà gli altri, e per noi dirà: «Ah, S. E. il
principe di Laurentano, vuol fare il re, con la sua milizia? Bene, e ora si
difenda da sé!» Ma con che ci difendiamo noi? Me lo dica lei... Che roba è
questa?
– Piano... eh, con le armi...
– Armi? Non mi faccia ridere! Armi, queste? Ma quando si vuol tener gente
così... e vestita, dico, lei mi vede... coraggio ci vuole, creda, coraggio a
indossare in tempi come questi un abito che strilla così... e io mi sento
scolorir la faccia, quando mi guardo addosso il rosso di questi calzoni. Dico,
sì–don Salesio, che scherziamo? Quando, dico, si sta sul puntiglio di non
volersi abbassare a nessuno...
– Forse, – suggeriva, esitante, don Salesio, – sarebbe prudente raccogliere...
– Altra gente? E chi? Sarebbe questo il mio piano! Ma chi? I contadini? E se
sono anch’essi della lega? I nemici in casa?
– Già... già...
– Ma che! L’unica, sa quale sarebbe?...
A voce, non lo disse: con due dita si prese sul petto la giubba; guardingo, la
scosse un poco; poi, quasi di furto, fece altri due gesti che significavano:
ripiegarla e riporla, e subito domandò:
– Che? No? Lei dice di no?
Don Salesio si strinse nelle spalle:
– Dico che il principe... forse...
– Eh già, perché non deve portarla lui! Sì–don Salesìo, il cielo s’incaverna,
s’incaverna sempre più da ogni parte; e i primi fulmini li attireremo noi qua,
con questi ferracci in mano, vedrà se sbaglio!
Scoppiò difatti il fulmine, e terribile, pochi giorni dopo, e fu la notizia
dell’eccidio d’Aragona. Parve che scoppiasse proprio su Colimbètra, poiché lì,
per combinazione, sotto lo stesso tetto si trovarono il padre dell’autore
principale dell’eccidio, cioè il segretario Lisi Prèola, e il patrigno della
vittima, il povero don Salesio. E lo sbigottimento e l’orrore crebbero ancor
più, allorché da Rona, come il rimbombo di quel fulmine caduto così da presso,
giunse l’altra notizia dell’impazzimento di Dianella.
Donna Adelaide, colpita ora direttamente dalla sciagura, lasciò d’accoppare con
la sua fragorosa e affannosa carità don Salesio e si mise a strillare per conto
suo che, con Dianella impazzita a causa di quell’eccidio, non era più possibile
che rimanesse lì a Colimbètra il padre dell’assassino! E il principe, per farla
tacere, quantunque stimasse ingiusto incrudelire su quel vecchio già atterrato
dalla colpa nefanda del figlio, si vide costretto a mandarlo via dalla villa,
con un assegno. Prima d’andare, il Prèola, strascicandosi a stento, col grosso
capo venoso e inteschiato ciondoloni, volle baciar la mano anche alla signora
principessa e le disse che volentieri offriva ai suoi padroni, per il delitto
del figlio, la penitenza di lasciare dopo trentatré anni il servizio in quella
casa, compiuto con tanto amore e tanta devozione. Donna Adelaide, commossa e
pentita, cominciò a dare in ismanie e chiamò innanzi a Dio responsabile il
principe del suo rimorso per l’ingiusta punizione di quel povero vecchio; sì, il
principe, sì, per l’orgasmo continuo in cui la teneva, così che ella non sapeva
più quel che si volesse e, pur di darsi uno sfogo, diceva e faceva cose
contrarie alla sua natura. Le sue smanie divennero più furiose che mai, come
seppe ch’erano ritornati da Roma suo fratello Flaminio e Dianella. A monsignor
Montoro, sceso a Colimbètra in visita di condoglianza per la morte di donna
Caterina, domandò con gli occhi gonfii dal pianto, se gli pareva umano che le si
proibisse d’andare a vedere e assistere la nipote, a cui aveva fatto da madre!
Don Ippolito, in quel momento, non era in villa. S’era recato al camposanto di
Bonamorone, poco discosto da Colimbètra, a pregare su la fossa della sorella.
Quando entrò, scuro, nel salone, finse di non vedere il pianto della moglie, e
al vescovo che gli si fece innanzi compunto e con le mani tese, disse:
– È morta disperata, Monsignore. Disperata. Il figlio in carcere, compromesso
con tanti altri di questi patrioti, nella frode delle banche. E quel Selmi
venuto qua padrino avversario del Capolino, ha saputo? s’è ucciso. Scontano
tutti le loro belle imprese! È lo sfacelo, Monsignore! Dio abbia pietà dei
morti. Io mi sento il cuore così arso di sdegno, che non m’è stato possibile
pregare. Un fremito ai ginocchi m’ha fatto levare dalla fossa della mia povera
sorella, e mi sono domandato se questo era il momento di pregare e di piangere,
o non piuttosto d’agire, Monsignore! Ma dobbiamo proprio rimanere inerti, mentre
tutto si sfascia e le popolazioni insorgono? Ha sentito, ha letto nei giornali?
Le folle hanno un bell’essere incitate da predicazioni anarchiche; scendendo in
piazza a gridare contro la gravezza delle tasse, recano ancora con sé il
Crocefisso e le immagini dei Santi!
– Anche quelle, però, del re e della regina, don Ippolito, – gli fece osservare
amaramente Monsignore.
– Per disarmare i soldati, queste! – rispose pronto don Ippolito. – Il segno che
l’animo del popolo è ancora con noi, è in quelle! è chiaro in quelle! Sa che mio
figlio è in Sicilia?
Monsignore chinò il capo più volte con mesta gravità, credendo che il principe
gli avesse fatto quella domanda per chiamarlo a parte d’un dispiacere.
– Ha viaggiato insieme con don Flaminio, – aggiunse con un sospiro, – e con la
povera figliuola.
Donna Adelaide ruppe in nuovi e più forti singhiozzi. Don Ippolito pestò un
piede rabbiosamente.
– Bisogna vincere i proprii dolori, – disse con fierezza – e guardar oltre!
Saper vivere per qualche cosa che stia sopra alle nostre miserie quotidiane e a
tutte le afflizioni che ci procaccia la vita! Io ho scritto a mio figlio,
Monsignore, e ho fatto anche chiamare il Capolino per proporgli d’andare ad
abboccarsi con lui, se fosse possibile venire a qualche intesa...
– Ma come, don Ippolito? – esclamò, con stupore e afflizione, Monsignore. – Con
quelli che gli hanno or ora assassinato barbaramente la moglie?
Don Ippolito tornò a pestare un piede sul tappeto, strinse e scosse le pugna, e
col volto levato e atteggiato di sdegno, fremette:
– Schiavitù! schiavitù! schiavitù! Ah se io non fossi inchiodato qui!
– Ma che siamo sbanditi? davvero sbanditi? – domandò allora, tra le lagrime,
donna Adelaide, rivolta al vescovo. – Chi ci proibisce d’uscire di qui, d’andare
dove ci pare, Monsignore?
– Chi? – gridò don Ippolito, volgendosi di scatto, col volto scolorito
dall’ira.– Non lo sapete ancora? Monsignore, non ha posto lei chiaramente i
patti di queste mie nuove nozze sciagurate? Come non sa ancora costei chi ci
proibisce d’uscire di qui?
– Ma in un caso come questo! – gemette donna Adelaide. – Vado io sola! Egli può
restare! Santo Dio, ci vuole anche un po’ di cuore, ci vuole!
Monsignor Montoro la supplicò con le mani di tacere, d’usar prudenza. Don
Ippolito si portò e si premette forte le mani sul volto, a lungo; poi mostrando
un’aria al tutto cangiata, di profonda amarezza, di profondo avvilimento, disse:
– Monsignore, procuri d’indurre mio cognato a portar qui la figliuola, presso la
zia. Forse la quiete, la novità del luogo le potranno far bene.
– Ah, qui? davvero qui? Ah se viene qui... – proruppe allora con furia di
giubilo donna Adelaide, dimenandosi, quasi ballando sulla seggiola. – Sì, sì,
sì, Monsignore mio. Sente? lo dice lui! La faccia venire qui, Monsignore, subito
subito, qui, la mia povera figliuola!
Lieto della concessione, Monsignore parò le candide mani paffute ad arrestare
quella furia:
– Aspettate... permettete? Ecco... vi devo dire... oh, una cosa che mi ha tanto,
tanto intenerito... Qua, sì... ma aspettate... vedrete che è meglio lasciare per
ora a Girgenti la povera figliuola... Forse abbiamo un mezzo per guarirla. Sì,
ecco, l’altro jer sera, sapete chi è venuto a trovarmi al vescovado? Il De
Vincentis, quel povero Ninì De Vincentis innamorato da lungo tempo della
ragazza, lo sapete. Caro giovine! Oh se l’aveste veduto! In uno stato, vi
assicuro, che faceva pietà. Si mise a piangere, a piangere perdutamente, e mi
pregò, mi scongiurò di dire a don Flaminio che si fidasse di lui e lo mettesse
accanto alla ragazza, ché egli col suo amore, con la sua calda pietà insistente
sperava di scuoterla, di richiamarla alla ragione, alla vita. Ebbene, che ne
dite?
– Magari! – esclamò donna Adelaide. – E Flaminio? Flaminio?
– Ho fatto subito, jeri mattina, l’ambasciata, – rispose Monsignore. – E don
Flaminio, che conosce il cuore, la gentilezza e l’onestà illibata del giovine,
ha accettato la proposta, promettendo al De Vincentis che la figliuola sarà sua
se farà il miracolo di guarirla. Ora il giovine è lì, presso la povera
figliuola. Lasciamola stare, donna Adelaide, e preghiamo Iddio insieme, che il
miracolo si compia!
Con questa esortazione, monsignor Montoro tolse commiato. Per le scale disse a
don Ippolito che aveva in animo di mandare una pastorale ai fedeli della
diocesi, e che fra qualche giorno sarebbe venuto a fargliela sentire, prima di
mandarla. Don Ippolito aprì le braccia e, appena il vescovo partì con la
vettura, andò a rinchiudersi nelle sale del Museo.
Donna Adelaide rimase a piangere, prima di tenerezza per quell’atto del povero
Ninì, poi per disperazione, poiché sapeva purtroppo in che conto la nipote
tenesse un tempo quel giovine. Forse, se anche lei avesse potuto esserle
accanto, a persuaderla... chi sa! E cominciò a fremere di nuovo e a struggersi
tra le smanie e a sentirsi divorata dalla rabbia per quella barbarie del
principe, che la costringeva a star lì. E perché poi? che cosa rappresentava,
che cosa stava a far lì, lei? No, no, no; voleva andar via, scappare, fuggire, o
sarebbe anch’essa impazzita! Decise di scrivere al fratello, scongiurandolo di
venir subito a riprendersela, a liberarla da quella galera, o con le buone o con
le cattive.
Lieto della chiamata del principe di Laurentano, Ignazio Capolino si disponeva a
scendere a Colimbètra, quando nella saletta d’ingresso udì la vecchia serva
respingere sgarbatamente qualcuno, che chiedeva di lui. Si fece avanti, sporse
il capo a guardare, vide due donne vestite di nero, con uno scialle pur nero in
capo, stretto attorno al viso pallido e smunto. Erano le due figliuole del
Pigna, Mita e Annicchia.
Capolino, come intese il nome, le fece entrare nel salotto e, dopo averle
costrette a sedere, domandò loro che cosa desiderassero. Per pudore della loro
miseria e per sostenere con dignità il cordoglio, resistevano entrambe alla
commozione irrompente. Lo sforzo che facevano per non piangere, intanto, e la
suggezione, impedivano la voce. E tutte e due stropicciavano forte, sotto lo
scialle nero, il pollice della mano sinistra sulla costa dell’ultima falange
dell’indice, ottusa, incallita, annerita e bucherata dall’assiduo passaggio
dell’ago e del filo, quasi che soltanto nella sensibilità perduta di quel dito
potessero trovar la forza e il coraggio di parlare. Alla fine, Mita, levando
appena gli occhi offuscati, riuscì a dire:
– Signor deputato, siamo venute a pregarla...
E l’altra subito suggerì, corresse:
– Le diamo l’incomodo... col dolore che deve avere in sé...
– Dite, dite pure, – le esortò Capolino. – Sono qua ad ascoltarvi.
– Sissignore, ecco... Vossignoria saprà, – riprese Mita facendosi
improvvisamente rossa in viso, – che nostro padre e il Lizio, che è...
- Marito d’una nostra sorella, – tornò a suggerire Annicchia.
Mita le rivolse con gli occhi un pietoso rimprovero.
– Sono stati arrestati, signor deputato!
– Innocenti, signor deputato, innocenti!
– Siamo testimonie noi, che non sapevano nulla, proprio nulla del fatto...
Capolino, confuso tra l’ansia affannosa e incalzante con cui le due sorelle ora
parlavano, domandò:
– Di qual fatto?
– Come! – fece Mita. – Del fatto, che vossignoria, purtroppo...
– Oh Signore! – esclamò Annicchia. – Ce ne trema ancora il cuore.
E Mita riprese:
– Sono stati arrestati anch’essi, innocenti come Cristo... Siamo testimonie noi,
che sono rimasti sbalorditi e senza fiato, quando se ne sparse la notizia; non
sapevano nulla di nulla...
– E vossignoria può credere, – aggiunse Annicchia, – che non avremmo avuto il
coraggio di venire qua a parlarne a vossignoria, se non fossimo più che sicure
che sono innocenti...
E Mita con gli occhi bassi, tremante:
– La sua signora, disse, noi l’abbiamo servìta e sappiamo quant’era buona...
signora affabile... e bella, oh quant’era bella... che pena!
Capolino strizzò gli occhi, si torse un po’ sulla seggiola, e domandò con voce
grossa:
– Avete avuto una perquisizione in casa?
– Sissignore, – risposero a una voce le due sorelle. Seguitò Mita: – Guardie,
delegati, giudici... come tanti diavoli.. hanno messo tutto sossopra..
– E che hanno trovato?
– Niente!
– Oh Maria, proprio niente... Qualche lettera... giornali... l’elenco dei socii.
– Socii per modo di dire... non veniva nessuno...
– Libri... carte... si son portato via tutto... anche un capo di biancheria,
signor deputato, con una goccia di sangue che m’ero fatto io, qua al dito,
cucendo...
Capolino si strinse la bocca con una mano sotto il naso, e rimase un pezzo
accigliato, a pensare; poi disse:
– Se non verrà fuori qualche compromissione...
– Ah, nossignore! – esclamò subito Mita. – Col fatto per cui sono stati
arrestati, nessuna; certo nessuna! Vossignoria può crederlo...
– Non saremmo venute da vossignoria... – ripeté Annicchia.
Capolino tese le mani per fermarle, si raccolse di nuovo a pensare.
– Sapete, – poi domandò – che io non sono benvisto dall’autorità? Sapete che,
per scusare trenta e più anni di malgoverno, si vuol far credere che tutti
questi torbidi in Sicilia siano suscitati sotto sotto dal partito clericale, a
cui io appartengo?
– Vossignoria... ma come! disse Annicchia, con le mani giunte. – Se vossignoria
ha avuto... se a vossignoria...
– Tanto più! Tanto più! – troncò Capolino. – Diranno: «Ecco, vedete che c’è
l’accordo? Il cuore è una cosa; la politica, un’altra! Viene lui, lui stesso, a
intercedere per gli arrestati». Così diranno!
Le due sorelle restarono smarrite, oppresse.
– E come si può credere una tal cosa?... – domandò.
– Ma non la credono affatto! – rispose con un sorriso di sdegno Capolino. –
Fingono di credere! È la loro scusa. E io, andando, voi lo capite, farei il loro
gioco, senza ottenere nulla per voi. Proprio cosí! Anche nel 1866, che voi altre
non eravate neppur nate, la sommossa popolare a causa delle iniquità politiche e
amministrative, fu addebitata a questo capro espiatorio del partito clericale. È
la scusa più comoda, per i governanti, e di sicuro effetto!
Le due sorelle rimasero un pezzo in silenzio, assorte, quasi a veder la speranza
che le aveva condotte lì, rintanarsi nella pena, cacciata da una ragione
inattesa che non riuscivano a intendere chiaramente.
– C’eravamo figurate, – disse poi Mita, – che se vossignoria avesse detto una
parola... non solo di fronte all’autorità... ma anche per il paese... Viviamo
del lavoro che facciamo noi due, io e questa mia sorella... Nessuno ce ne vuol
più dare adesso, perché tutti, per quest’arresto, credono che nostro padre e
nostro cognato siano complici nel fatto che giustamente ha indignato tutto il
paese... Ora, se vossignoria, che è stato più di tutti offeso, dice una
parola... l’innocenza...
– E c’è anche questo, signor deputato! – proruppe Annicchia, non riuscendo più a
trattenere le lagrime, – che nostra sorella, signor deputato, quando sono venute
le guardie ad arrestare il marito e nostro padre, aveva il bambinello attaccato
al petto. Le si è attossicato il latte, signor deputato; e ora il bambino sta
morendo, e non sappiamo come curarlo; e nostra sorella pare impazzita per il
figlio che le muore, col padre in carcere! Siamo rimaste cinque sorelle in casa;
ci volgiamo da tutte le parti e non sappiamo che ajuto darle... Per questo siamo
venute qua, a supplicarla, signor deputato!
Capolino s’alzò, come sospinto dalla commozione.
– Vedrò... vedrò di fare qualche cosa… – disse. – Datemi un po’ di tempo...
Bisogna che veda.. per la mia... dico per la mia responsabilità politica... Il
cuore, ve l’ho detto, è una cosa; la politica, un’altra... Ma vedrò... non
m’impegno... Quietatevi, quietatevi... e coraggio, figliuole mie... È un momento
orribile per tutti, credete... e nessuno riesce a vederci uno scampo...
Le accompagnò, così dicendo, fino alla saletta d’ingresso non volle scuse né
ringraziamenti; richiuse pian piano la porta alle loro spalle.
Pur senz’alcuna fiducia in quella vaga promessa d’ajuto, le due sorelle, appena
uscite su la via, provarono un certo sollievo per il passo che avevano fatto,
quasi un’ebbrezza d’aver saputo parlare, per cui si sentirono alquanto
riconfortate. Ma presto, pensando al luogo ove erano avviate, ricaddero
nell’avvilimento d’una vergogna scottante. Si recavano alla Posta a riscuotere
un po’ di denaro che Celsina aveva mandato da Roma, e di cui non sapevano che
pensare… E altro danaro in quei giorni, poco, oh poco, e frutto d’un’altra
vergogna ben nota, veniva dalla sorella maggiore, da Rosa, a quelle loro povere
mani logorate dal lavoro e ora forzate dall’ozio, forzate ad accogliere il
tristo peso di quei soccorsi non chiesti.
Che agli occhi altrui figurasse d’andare a Colimbètra non di sua volontà, ma
chiamato, piaceva molto a Capolino. Era là, adesso, appesa al ramo una pera,
rimasta un tempo acerba alla sua brama; ma che ora, a quanto poteva congetturare
da notizie recenti, doveva esser più che matura, lì lì per cadere a una
scrollatina cauta e ardita della sua mano. Sarebbe stato questo, il perfetto
compimento della sua vendetta! E tutto pareva meravigliosamente preordinato
perché si compisse presto e bene. Adelaide Salvo figurava nubile tuttora davanti
allo stato civile. L’avrebbe spinta a fuggire con lui a Roma, a riparare in casa
della sorella Rosa. Prudentemente, per raffermar bene il suo diritto di
salvatore, si sarebbe prima trattenuto alcuni giorni a Napoli con lei che,
poverina, doveva aver tanto bisogno di quegli svaghi che solamente una città
come Napoli poteva offrirle. A Roma, si poteva senza chiasso contrar le nozze
civili. Francesco Vella avrebbe trovato modo di farlo entrare in qualità
d’avvocato consulente nell’amministrazione delle ferrovie; e non era detto che
non dovesse piacergli che egli, divenuto di nuovo suo cognato, restasse con
quella medaglietta ciondolante sul panciotto. Col tempo anche Flaminio Salvo,
per intercessione di don Francesco e di donna Rosa, si sarebbe forse placato e
non gli avrebbe attraversato la via. Il vero punto, adesso era persuadere
Adelaide d’affrontar lo scandalo della fuga, in quel momento sciagurato della
pazzia della nipote. Ma monsignor Montoro gli aveva detto che il principe
proibiva assolutamente alla moglie di recarsi a Girgenti anche per una visita in
casa del fratello. Un’altra congiuntura maravigliosamente propizia era
nell’opera pietosa offerta da quel caro Ninì De Vincentis alla povera ragazza.
Che se Dianella fosse stata portata a Colimbètra presso la zia come il principe
aveva proposto, altro che pensare alla fuga, egli non avrebbe potuto più neanche
mettervi il piede! Ma poteva bastare ad Adelaide questa vaga speranza, questa
magra consolazione da lontano, di sapere inginocchiato innanzi alla nipote
demente quel povero San Luigi? In fondo tutto quell’ardore, per quanto sincero,
di visitare la nipote, doveva essere un pretesto per uscir da Colimbètra. Le
ragioni delle sue smanie perduravano tutte, esacerbate per giunta da quella
proibizione. Né Flaminio Salvo si sarebbe mai indotto a persuadere il principe
di concedere alla sorella quell’uscita. Bisognava insistere su questo punto,
dimostrare ad Adelaide che il fratello non era uomo da venir meno ai patti
stabiliti col principe per nessuna considerazione; cosicché ella, perduta ogni
speranza nell’ajuto del fratello e vedendosi condannata a struggersi lì nel
dispetto e nella noja, non vedesse più altro scampo che in lui, e trovasse nella
disperazione il coraggio della fuga.
Questi pensieri e ricordi e propositi rivolgeva in sé Capolino, scendendo da
Girgenti a Colimbètra in vettura. Ma non gli suscitavano dentro né ansia, né
calore. Avvertiva anzi una frigidità nauseosa, come se la vita gli si fosse
rassegata; sentiva che quella sua vendetta era per cose che restavano indietro
nel tempo, irrevocabili, e già morte nel cuore, e che però non ne avrebbe avuto
né gioja, né promessa di bene per l’avvenire. Vendicava uno che, un giorno, era
stato respinto da Adelaide Salvo; ma era più ormai quell’uno? Tante cose non
avrebbero dovuto accadere, che purtroppo erano accadute, e di cui sentiva in sé,
nel cuore, il peso morto, perché avesse ora qualche gioja della sua vendetta. E
appunto tutte queste cose morte gliela rendevano cosí facile. Ecco perché
sentiva quella frigidità nauseosa. In Nicoletta Spoto aveva potuto trovare un
certo compenso, un rinfranco alla nausea della sua abiezione, per quella e con
quella, valeva quasi la pena d’esser vile... Ma suscitare adesso un nuovo
scandalo, fare un affronto a un uomo come don Ippolito Laurentano, per Adelaide
Salvo... Forse però, in fin dei conti, sarebbe stato anche un sollievo per don
Ippolito portargli via quella moglie! Sul momento, l’amor proprio ne avrebbe un
po’ sofferto; ma non era male che a lui così favorito sempre dalla sorte, bello,
nobile, ricco, che aveva potuto prendersi il gusto e la soddisfazione di tener
sempre alta la fronte, la sorte stessa, ora, all’ultimo, con la mano di lui
Capolino, allungasse uno scappellotto, così di passata.
Ancora un’altra agevolazione, e questa davvero inaspettata, e tale da fargli
quasi cader le braccia, trovò, appena arrivato alla villa. Don Ippolito,
sdegnato da un canto dalla sfiducia del vescovo, dall’altra al tutto disilluso
dalla risposta di Lando, arrivatagli la sera avanti da Palermo, circa la
possibilità di venire a un accordo col partito clericale, s’era rifugiato, come
in tante altre occasioni bisognoso di conforto, nel culto delle antiche memorie,
nell’opera da lungo tempo intrapresa sulla topografia akragantina.
Come per l’acropoli, così per l’emporio d’Akragante, s’era messo contro tutti i
topografi vecchi e nuovi, che lo designavano alla foce dell’Hypsas. Quivi egli
invece sosteneva che fosse soltanto un approdo, e che l’emporio, il vero
emporio, Akragante, come altre antiche città greche non poste propriamente sul
mare, lo avesse lontano, in qualche insenatura che potesse offrire sicuro
ricovero alle navi: Atene, al Pireo; Megara attica, al Niseo; Megara sicula,
allo Xiphonio. Ora, qual era l’insenatura piú vicina ad Akragante? Era la così
detta Cala della Junca, tra Punta Bianca e Punta del Piliere.
Ebbene là, dunque, nella Cala della Junca, doveva essere l’emporio akragantino.
A questa conclusione era arrivato con la scorta d’un antico leggendario di Santa
Agrippina. Ed era lieto e soddisfatto di una pagina che aveva trovato modo
d’inserire nell’arida discussione topografica, per descrivere il viaggio delle
tre vergini Bassa, Paola e Agatonica, che avevano recato per mare da Roma il
corpo della santa martire dell’imperatore Valeriano. Non era dubbio che le tre
vergini fossero approdate col corpo della santa alla spiaggia agrigentina, in un
luogo detto Lithos in greco e Petra in latino, quello stesso oggi
chiamato Petra Patella, o Punta Bianca. Orbene, nell’antico agiografo si leggeva
che al momento dell’approdo delle tre vergini un monaco che usciva dal monastero
di Santo Stefano nel villaggio di Tyro presso l’emporio, avviato ad Agrigento,
s’era fermato, attratto dal soave odore che emanava dal corpo della santa, ed
era poi corso alla città ad annunziare quel prodigio al vescovo San Gregorio.
Se, come volevano i vecchi e nuovi topografi, l’emporio era alla foce dell’Hypsas,
e dunque pur lì il vicus di Tyro e il monastero di Santo Stefano, come
mai quel monaco, avviato ad Agrigento, s’era potuto imbattere a Punta Bianca
nelle tre vergini che approdavano col corpo della santa martire? Era del tutto
inammissibile. Il monastero di Santo Stefano di Tyro doveva esser lì, presso
Punta Bianca, e dunque pur lì l’emporio. E la prova piú convincente era nel nome
di quel villaggio, uguale a quello della grande città fenicia: Tyro. Questo nome
probabilmente lo avevano dato i Cartaginesi al tempo del loro attivo commercio
con gli Akragantini, e tale per qualche monte che doveva sorgere presso il
villaggio: tur, difatti, in fenicio significa monte. Ne sorgeva forse
qualcuno presso la foce dell’Hypsas? No; il monte, designato anzi come per
antonomasia il Monte Grande, sorge là appunto, presso Punta Bianca, e domina la
Cala della Junca.
Don Ippolito, quella mattina per tempissimo, s’era recato a cavallo, con la
scorta di Sciaralla e di altri quattro uomini, a visitar più attentamente quei
luoghi, e in ispecie la costa di quel Monte Grande, nella contrada detta Litrasi,
ove sono certi loculi creduti da alcuni topografi tombe fenicie, ma che a lui
parevano molto più recenti e disposti e scavati in uno stile uso in Sicilia al
tempo del basso impero, sicché potevano risalire agli anni del vescovado di San
Gregorio, cioè al tempo che colà erano sbarcate le tre fedeli vergini Bassa,
Paola e Agatonica con la salma odorosa della santa martire Agrippina.
Di ritorno, benché da ogni parte gli si stendessero amenissimi allo sguardo nel
tepore quasi primaverile immensi tappeti vellutati di verzura, qua dorati dal
sole, là vaporosi di violente ombre violacee, sotto il turchino intenso e
ardente del cielo, don Ippolito, guardando le sue mani appoggiate su l’arcione
della sella, non aveva pensato più ad altro che alla morte, alla sua scomparsa
da quei luoghi, che ormai non doveva essere lontana. Ma contemplata così, sotto
quel sole, in mezzo a tutto quel verde, mentre il corpo si dondolava ai
movimenti uguali della placida cavalcatura, la morte non gli aveva ispirato
orrore, bensì un’alta serenità soffusa di rammarico e insieme di compiacenza,
per la gentilezza e la nobiltà dei pensieri e delle cure, di cui aveva sempre
intessuto la sua vita in quei luoghi cari, a cui tra poco avrebbe dato l’ultimo
addio. E s’era immerso a lungo in quel sentimento nuovo di serenità, come per
mondarsi del terrore angoscioso ch’essa, la morte, gli aveva cagionato finora, e
a cui doveva quelle indegne sue seconde nozze che avevano profanato il decoro
della sua vecchiezza, l’austerità del suo esilio.
Poco dopo mezzogiorno, rientrando a Colimbètra, stanco della lunga cavalcata,
sorprese nel salone Capolino e donna Adelaide in fitto colloquio: questa, accesa
e in lacrime; quello, pallido e in fervida agitazione. si fermò su la soglia,
con un piglio più di nausea che di sdegno.
– Oh, principe... – fece subito Capolino, levandosi in piedi, smarrito.
– State, state... – disse don Ippolito, protendendo una mano, più per impedirgli
d’accostarsi, che per fargli cenno di restar seduto. – Non vi chiedo scusa del
ritardo, perché la signora, vedo... mi avrà dipinto anche a voi per un così
barbaro uomo, che non vi sarete doluto se vi è mancata finora la mia
compagnia...
– No... la... la principessa... veramente... – barbugliò Capolino.
Don Ippolito s’impostò fieramente e disse con accigliata freddezza:
– Può andare, se vuole. Ma sappia che ciò che oggi le impedisce di uscire dal
cancello della mia villa, le impedirà domani di rientrarvi. E ora seguitate pure
la vostra conversazione.
Si mosse per uscire dal salone. Capolino tentò di sostenere, innanzi alla donna,
la sua dignità maschile, e gli disse dietro, quasi con aria di sfida, ma che
poteva anche parer di scusa:
– Voi, principe, mi avete fatto chiamare...
Don Ippolito, già arrivato all’uscio, si voltò appena, tenendo scostata con la
mano la portiera:
– Oh, per una cosa da nulla, – disse. – Ormai... ubbie! ubbie!
E passò, lasciando ricadere la portiera.
– La risposta... la risposta... – proruppe subito donna Adelaide, alzandosi
soffocata e con gli occhi tumidi e insanguati dal pianto, – aspetto fino a
domani la risposta, o che venga lui qua a dirmi se debbo proprio crepare e farmi
pestar la faccia cosí
– Ma certo! ma certo! ma certo! – ribatté Capolino, andandole dietro. – Come
vuoi che Flaminio ti dica...
– Me lo deve dire! – lo interruppe lei, frenetica, mostrando i denti e le pugna.
– Questo mi deve dire, con la sua bocca; e allora sì, allora sì, subito! faccio
lo sproposito! sono pronta! faccio lo sproposito!
Entrò in quel punto Liborio, il cameriere favorito del principe, in preda a
un’ansia spaventata, e restò un momento perplesso alla vista del pianto e
dell’agitazione della signora.
– Eccellenza... Eccellenza... – disse, – il signor don Salesio...
– Che cos’è? – domandò con rabbia donna Adelaide. – Che vuole?
– Niente, eccellenza... pare che...
E Liborio alzò una mano a un gesto vago, di benedizione.
– Ah, fece allora donna Adelaide, – piantando duramente gli occhi in faccia a
Capolino e restando un tratto a guardarlo accigliata e a bocca aperta, come per
saper da lui se fosse bene o male, che giusto in quel punto quel poveretto
morisse. – Meglio... meglio così! – esclamò poi, – meglio cosí, pover’uomo...
Andiamo, Gnazio, andiamo a vederlo...
E corse dietro a Liborio, seguita da Capolino, frastornato e turbato.
– L’ho tenuto qua con me... – gli diceva, andando, – l’ho trattato... l’ho
curato... Bella gente siete stati vojaltri, ad abbandonarlo così... povero
vecchio... Meglio, meglio... si leva di patire... Anch’io l’ho trascurato in
questi ultimi giorni... Assassini! Gli hanno dato il colpo di grazia... Ma anche
lui però, bisogna dirlo, mangiava troppo... troppi dolci...
– Eh sì, eccellenza, – sospirò Liborio, – glielo dicevo anch’io... troppi...
– Piglia, piglia, Gnazio... m’è caduto il fazzoletto. Oh Bella Madre Santissima,
che puzzo qui!
E si turò il naso con una mano, restando davanti alla soglia della cameretta in
cui il povero vecchio moriva, sostenuto sul letto dal cuoco, accorso alla
chiamata di Liborio. Trattenuti dall’orrore istintivo della morte, ma forse più
dal ribrezzo per l’estrema magrezza di quel volto cartilaginoso, dai peli
stinti, dai globi degli occhi già induriti sotto le pàlpebre semichiuse, donna
Adelaide e Capolino stavano a guardare, ancora lì su la soglia, allorché videro
la bocca del moribondo aprirsi, aprirsi sempre più, spalancarsi smisuratamente,
come forzata con violenza crudele da una molla interna.
– Oh Dio! – gemette donna Adelaide. – Perché fa così?
Non aveva finito di dirlo, che da quella bocca springò fuori, di scatto,
qualcosa, orribilmente. Donna Adelaide gettò un grido di raccapriccio e levò le
mani quasi a riparo del volto. Liborio andò a guardare sul letto e, scorgendovi
una dentiera aperta:
– Niente, eccellenza! – disse con un sorriso pietoso. – Ha finito di mangiare...
Il cuoco intanto adagiava sul cuscino il capo esanime del povero vecchio.
Nella
vasta sala sonora dell’antica cancelleria nel palazzo vescovile, dal tetro
soffitto affrescato e coperto di polvere, dalle alte pareti dall’intonaco
ingiallito, ingombre di vecchi ritratti di prelati, coperti anch’essi di polvere
e di muffa, appesi qua e là senz’ordine sopra armarii e scansìe stinte e
tarlate, si levò un brusìo d’approvazioni appena monsignor Montoro, con la sua
bella voce dalle inflessioni misurate quasi soffuse di pura autorità
protettrice, finì di leggere al capitolo della cattedrale e a molti altri
canonici e beneficiali, lì apposta radunati, la pastorale ai reverendi parroci
della diocesi su i luttuosi avvenimenti che funestavano la Sicilia e
contristavano ogni cuor cristiano. Da un versetto di San Matteo, Monsignore
aveva intitolato quella sua pastorale: Semper pauperes habetis vobiscum.
Era una giornataccia rigida e ventosa di gennajo; e più volte durante la lettura
il vescovo e anche gli ascoltatori avevano rivolto gli occhi ai vetri dei
finestroni che pareva volessero cedere alla furia urlante della libecciata.
Tutta la lettura calma di quella mansueta omelìa aveva avuto l’accompagnamento
sinistro di sibili acuti e veementi, di cupi, lunghi mugolìi che spesso avevano
distratto più d’uno, diffondendo nella vasta sala vegliata da quei ritratti
antichi impolverati e ammuffiti uno sbigottito rammarico della vanità di quella
interminabile esercitazione oratoria.
Parecchi se n’erano stati a guardare attraverso uno di quei finestroni il
terrazzino d’una vecchia casa dirimpetto, sul quale un povero matto pareva
provasse chi sa che voluttà, forse quella del volo, esposto lì al vento furioso
che gli faceva svolazzare attorno al corpo la coperta del letto, di lana gialla,
posta su le spalle: rideva con tutto il viso squallido, e aveva negli occhi
acuti, spiritati, come un lustro di lagrime, mentre gli scappavan via di qua e
di là, come fiamme, le lunghe ciocche dei capelli rossigni. Quel poverino era il
giovane fratello del canonico Batà, il quale si trovava anche lui nella sala,
attentissimo in vista alla lettura del vescovo, ma dentro di sé assorto di certo
in pensieri estranei che più volte lo avevano fatto gestire comicamente.
Terminata la lettura, quelli tra i più vecchi canonici che conoscevano meglio il
debole del loro eccellentissimo vescovo s’affrettarono a circondar la tavola,
innanzi alla quale egli stava seduto, per farsi ripetere chi una frase e chi
un’altra fra le tante, di cui Monsignore, dal modo con cui le aveva proferite,
era parso loro dovesse essere più contento e soddisfatto.
– Quella, quella dell’esercito di Satana, eccellenza, come dice?
– Allude alla massoneria, non è vero, vostra eccellenza? come dice?
E Monsignore, dentro gongolante, ma fuori con un’aria di stanca condiscendenza,
abbassando su i chiari occhi ovati quelle sue pàlpebre lievi come veli di
cipolla, e crollando il capo in segno di affermazione, e facendo cenno con la
mano d’aspettare, cercava nel foglio e ripeteva:
– Malvagia e ria setta... malvagia e ria setta, che a suo architetto ha scelto
il demonio, a gerofante il giudeo...
– Ah, ecco! A gerofante il giudeo! – esclamavano quelli. – Stupenda espressione,
eccellenza! stupenda...
– Gagliarda... gagliarda...
– Ma che ventaccio, buon Dio! – riprendeva a lamentarsi il vescovo, afflitto,
come d’un ingiusto compenso al merito di quella sua fatica.
I più giovani canonici, intanto, che piú di tutti avevano prestato ascolto alla
lettura, si scambiavano tra loro occhiate di disgusto per quei vecchi e sciocchi
piaggiatori, o di dolorosa rassegnazione per l’accoglienza che il popolo avrebbe
fatto a quel vaniloquio che s’aggirava tutto quanto attorno a una non più
ingenua che crudele domanda che i reverendi parroci avrebbero dovuto rivolgere
ai poveri della diocesi: perché mai la miseria, che sempre era stata e sempre
sarebbe stata, solamente ora perturbasse così gli animi e gli ordini e
prorompesse in così deplorabili eccessi. Pareva ad alcuni di quei giovani
prelati, che Monsignore avrebbe potuto almeno parafrasare per gli avvenimenti
dell’isola l’enciclica recente di S. S. Leone XIII, De conditione opificum,
nella quale era pur detto che i proprietarii dovessero cessare dall’usura aperta
o palliata, e dal tener gli operaj in conto di schiavi, e dal trafficare sul
bisogno dei miseri, invece di mostrarsi così avverso a coloro che «osavano
attentare all’antica rigidità del diritto quiritario». Tanto più s’affliggevano
del tono di quella pastorale del loro vescovo, in quanto che, proprio il giorno
avanti, in difesa dei poveri Pompeo Agrò aveva pubblicato un fiero opuscolo, nel
quale, dopo aver paragonato le condizioni della Sicilia a quelle dell’Irlanda, e
messo in rilievo il linguaggio e l’atteggiamento assunti da illustri prelati
cattolici, inglesi e americani, nelle questioni economiche e sociali del
momento, aveva – quasi per sfida – citato l’insolente risposta del reverendo Mac
Glynn, curato cattolico di New York, all’invito del suo vescovo di moderare la
propaganda rivoluzionaria: «Ho sempre insegnato, Monsignore, e sempre insegnerò,
fino all’ultimo respiro, che la terra è di diritto proprietà comune del popolo,
e che il diritto di proprietà individuale sul suolo è opposto alla giustizia
naturale, quantunque sancito dalle leggi civili e religiose!». Era
quell’opuscolo dell’Agrò tutto un’acerba requisitoria contro l’ignoranza e
l’accidia del clero siciliano. Ed ecco che, a un giorno di distanza, quella
pastorale del loro vescovo veniva a darne la prova più schiacciante. Altri in
crocchio si consigliavano, se non fosse prudente mandare più tardi, in segreto,
qualcuno dei vecchi più accetti a Monsignore, per fargli notare a quattr’occhi
anche l’inopportunità di quella pastorale, ora che in paese correva la voce che,
per l’imperversare ovunque della bufera, fosse imminente se non di già avvenuta
la proclamazione dello stato d’assedio in tutta la Sicilia. Si faceva anzi il
nome d’un generale dell’esercito, nominato commissario straordinario con pieni
poteri; quello stesso che, da alcuni giorni, era sbarcato a Palermo con un
intero corpo d’armata. Si diceva che per prima cosa costui aveva fatto arrestare
i membri del Comitato centrale dei Fasci, i quali la sera avanti avevano
lanciato un proclama rivoluzionario ai lavoratori dell’isola.
– Sì, sì, eccolo... l’ho qua in tasca... è vero! è vero! – disse uno,
misteriosamente. – Or ora, fuori, lo leggeremo...
Ma a frastornare e ad accrescere la curiosità ansiosa di quel crocchio,
sopraggiunse in quel punto nella sala, più pallido del solito e anelante, il
giovane segretario del vescovo, che recava evidentemente la conferma di quelle
gravissime notizie. Si affollarono tutti attorno alla tavola.
– Proclamato?
– Sì, sì, lo stato d’assedio, proclamato; e ordinato il disarmo della
popolazione.
– Anche il disarmo? Oh bene... bene...
– E arrestati i membri del Comitato centrale dei Fasci, in Palermo.
– Tutti?
– Non tutti; alcuni sono riusciti a fuggire. Tra questi si dice, anche il figlio
del principe di Laurentano.
– Oh Dio, che sento! – gemette il vescovo. – Già... c’era anche lui!... Fuggito?
Fuggito?
La notizia non era certa: molti asserivano che anche il Laurentano era stato
arrestato. Subito, del resto, tutta la Sicilia sarebbe occupata militarmente,
fin nelle più piccole borgate, cosicché anche quei fuggiaschi sarebbero presi e
tratti in arresto.
– Oh Dio, che sento! oh Dio, che sento! – riprese a esclamare Monsignore. – Ma
dunque... siamo davvero a questo?
Di nascosto, dalla tasca di quel giovine prelato venne fuori il proclama del
Comitato, diffuso in gran copia su fogli volanti per tutte le città dell’isola;
passò dall’uno all’altro attorno alla tavola; ma molti non sapevano che fosse, e
ognuno, saputolo, si ricusava d’aprirlo e ne faceva passaggio al più presto,
come se quella carta ripiegata e brancicata bruciasse o insudiciasse le mani,
finché arrivò a quelle del giovine segretario che la spiegò e cominciò a
leggerla forte alla presenza del vescovo, tra lo stupore e lo sgomento d’alcuni
e i vivaci commenti o di derisione o d’indignazione degli altri.
Trattando come da potenza a potenza col Governo, il Comitato, in tono solenne,
domandava a nome dei lavoratori della Sicilia: l’abolizione del dazio delle
farine (– Eh, fin qui! –); un’inchiesta su le pubbliche amministrazioni,
col concorso dei Fasci (– Oh bravi! Eh, scaltri... già! –); la sanzione
legale dei patti colonici e minerarii deliberati nei congressi del partito
socialista (– Come come? Sanzione legale? Eh già, legale! Il bollo
governativo! –); la costituzione di collettività agricole e industriali,
mediante i beni incolti dei privati o i beni comunali dello Stato e dell’asse
ecclesiastico non ancora venduti (e qui si scatenò una furia di proteste,
una confusione di gridi, tra cui predominavano: – La spoliazione!...
Briganti!... Roba di nessuno! – mentre il giovane segretario con la mano faceva
cenno di tacere, ché c’era dell’altro, di meglio, di meglio, e ripeteva,
leggendo nella carta: – Nonché... nonché... –); nonché l’espropriazione
forzata dei latifondi, con la concessione temporanea agli espropriati di una
lieve rendita annua (– Oh, troppo buoni! – Troppa grazia! – Che generosità!
– Che degnazione! –); leggi sociali per il miglioramento economico e morale
dei proletarii, e infine la bomba: stanziamento nel bilancio dello Stato della
somma di venti milioni di lire per procedere alle spese necessarie
all’esecuzione di queste domande, per l’acquisto degli strumenti da lavoro tanto
per le collettività agricole quanto per quelle industriali, e per anticipare
alimenti ai socii e porre le collettività in grado d’agire utilmente.
– Ma sono pazzi! ma sono pazzi! – proruppe, tra il baccano generale, Monsignore,
levandosi in piedi. – Oh Signore Iddio, che tracotanza! Ma è certo, eh? è certo
l’arrivo di questo corpo d’armata? è certo, eh? Qua non si scherza! Oh Dio! oh
Dio!
Il giovine segretario s’affrettò a rassicurarlo, poi terminò la lettura del
proclama che, concludendo, raccomandava la calma, perché coi moti isolati e
convulsionarii non si sarebbero raggiunti benefizii duraturi, e ammoniva che
dalle decisioni del governo si sarebbe tratta la norma della condotta da tenere.
Ma Monsignore, scartando con ambo le mani come superflue quelle raccomandazioni
e quegli ammonimenti, ordinò al segretario subito di mandare a stampa la sua
pastorale che certo sonerebbe gradita a quel Generale comandante il corpo
d’armata; e sciolse la riunione per recarsi in fretta a Colimbètra a confortare
il principe di Laurentano. Con lungo e strepitoso svolazzìo di tonache e di
tabarri quella frotta di canonici, investita dal vento, discese dalle alture di
San Gerlando a mescolarsi al subbuglio della città. Il matto, sul terrazzino,
gridava, felice, agitando la coperta gialla, come per rispondere allo svolazzare
di tutti quei tabarri neri.
Correndo a Colimbètra, monsignor Montoro non supponeva di certo che sentimenti
molto simili a quelli espressi da lui con tanta untuosità letteraria nella sua
pastorale agitavano l’animo d’uno di coloro ch’egli aveva poc’anzi chiamato
pazzi. Al primo contatto diretto con quei così detti compagni, alle
ripercussioni piú vicine e più frequenti degli episodii sanguinosi di quella
sollevazione popolare, Lando Laurentano s’era veduto chiamato dagli amici in
Sicilia a rispondere, se non d’un vero delitto, poiché non poteva diffidare
della loro buona fede, certo d’una enorme pazzia. Sempre per quella
infatuazione, dovuta forse in gran parte, quasi un abbagliamento, al calore
stesso della terra che dava tanta teatralità di voce e di gesti alla vita dei
suoi compaesani, e di cui egli – volontariamente rigido – aveva avuto sempre un
così aspro dispetto! Come avevano potuto illudersi i suoi amici d’essere
riusciti in pochi mesi, con le loro prediche, a rompere quella dura scorza
secolare di stupidità armata di diffidenza e d’astuzie animalesche, che
incrostava la mente dei contadini e dei solfaraj di Sicilia? Come avevano potuto
credere possibile una lotta di classe, dove mancava ogni connessione e saldezza
di principii, di sentimenti e di propositi, non solo, ma la più rudimentale
cultura, ogni coscienza? Tutta, da cima a fondo, la tattica era sbagliata. Non
una lotta di classe, impossibile in quelle condizioni, ma una cooperazione delle
classi era da tentare, poiché in tutti gli ordini sociali in Sicilia era vivo e
profondo il malcontento contro il governo italiano, per l’incuria sprezzante
verso l’isola fin dal 1860. Da una parte il costume feudale, l’uso di trattar
come bestie i contadini, e l’avarizia e l’usura; dall’altra l’odio inveterato e
feroce contro i signori e la sconfidenza assoluta nella giustizia, si paravano
come ostacoli insormontabili a ogni tentativo per quella cooperazione. Ma se
disperata poteva apparire l’impresa, forse non meno disperata si scopriva adesso
quella che i suoi amici avevano voluto tentare, agevolati sul principio,
inconsciamente e sciaguratamente, dall’inerzia del Governo che incoraggiava
tutti a osare? Sprofondato in quel momento a Roma fino alla gola nel pantano
dello scandalo bancario e fiducioso qua in Sicilia nella sua polizia o inetta o
arrogante e soverchiatrice, il Governo, senza darsi cura dei mali che da tanti
anni affliggevano l’isola, senza rispetto né per la legge né per le pubbliche
libertà, con l’inerzia o con le provocazioni aveva favorito e stimolato il
rapido formarsi di quelle associazioni proletarie che, se avessero subito
ottenuto qualche miglioramento anche lieve dei patti colonici e minerarii, e se
non fossero state sanguinosamente aizzate, presto, senz’alcun dubbio, si
sarebbero sciolte da sé, prive com’erano d’ogni sentimento solidale e senz’alcun
lievito di coscienza o ombra d’idealità. Questo, Lando Laurentano aveva compreso
ora, troppo tardi, sul luogo; e l’animo esacerbato con cui era accorso
all’invito gli era rimasto oppresso da uno stupore pieno di tetra ambascia, come
se i suoi amici gli avessero empito di stoppa la bocca arsa di sete.
Scosso dall’urgenza di correre a qualche riparo sotto la minaccia incombente
d’una violenta, schiacciante repressione da parte del governo, s’era opposto con
indignazione ai consigli di prudenza dei suoi amici, smarriti e sbigottiti dalla
gravità estrema del mornento. Prudenza? Ora che, a distanza di pochi giorni, nei
piccoli paesi dell’interno, a Giardinello, di appena ottocento abitanti, a
Lercara, a Pietraperzìa, a Gibellina, a Marinèo, uscivano e si raccoglievano in
piazza mandre di gente senz’alcuna intesa, senz’altra bandiera che i ritratti
del re e della regina, senz’altra arma che una croce imbracciata da qualche
donna lacera e infuriata in capo alla processione, e s’avviavano cieche incontro
ai fucili d’una ventina di soldati, a cui più che altro la paura di vedersi
sopraffatti consigliava all’improvviso di far fuoco, senza neppure aspettarne il
comando? sì, nessuno aveva suggerito loro quelle processioni che finivano in
eccidii; ma di esse e di tutti gli atti inconsulti e del sangue di quei
macellati si doveva ora rispondere, appunto perché quelle mandre cieche s’eran
credute atte e mature ad accogliere la dimostrazione dei loro diritti. Come
tirarsi più indietro, ora, e consigliar prudenza? No, non c’era più altro
scampo, ormai, che nell’ultimo prorompimento di quella pazzia: bisognava
immolarsi insieme con quelle vittime. E Lando Laurentano aveva sdegnosamente
rifiutato di apporre la firma a quel manifesto del Comitato centrale ai
lavoratori dell’isola, che nella solennità del tono perentorio gli era sembrato
anche ridicolo, non tanto per i patti e le condizioni che poneva al Governo, ma
in quanto mancava ogni realtà di coscienza e di forza in coloro nel cui nome li
poneva. Di reale, non c’era altro che la disperazione di tanti infelici,
condannati dall’ignoranza a una perpetua miseria; e il sangue, il sangue di
quelle vittime.
A viva forza, appena proclamato lo stato d’assedio, s’era fatto trascinare da
Lino Apes alla fuga. Era fuggito, non per le ragioni che l’Apes nella
concitazione del momento gli aveva gridate, ma per l’invincibile repugnanza di
far la figura dell’apostolo o dell’eroe o del martire, esposto nella gabbia d’un
tribunale militare alla curiosità e all’ammirazione delle dame dell’aristocrazia
palermitana a lui ben note. A compagni nella fuga, oltre l’Apes, aveva avuto il
Bruno, l’Ingrao e Cataldo Sclàfani, tutti e tre travestiti.
Che riso, misto di sdegno e di compassione, che avvilimento insieme e che
ribrezzo, gli aveva destato la vista irriconoscibile di quest’ultimo, senza più
quel fascio di pruni che gli copriva le guance e il mento! Pareva che gli occhi
e la voce ancora non lo sapessero, e producevano un ridicolissimo effetto di
smarrimento nelle loro espressioni, di cui già tanta parte era quella barba che
adesso mancava. Ma quel travestimento non tradiva, in verità, alcuna paura in
nessuno dei tre; era come imposto dalla parte che la necessità della fuga
assegnava loro in quel momento; ed entrava in esso anche, e non per poco, il
fatuo puntiglio della scaltrezza isolana, di fuggire alla sopraffazione della
forza pubblica.
S’erano internati nell’isola, correndo innanzi alle milizie che da Palermo si
disponevano a invadere le altre provincie. Se fossero riusciti a traversarla
tutta, si sarebbero rifugiati a Valsanìa, e di là si sarebbero imbarcati per
Malta o per Tunisi. Sarebbe piaciuto a Lando di spatriare a Malta, luogo
d’esilio di suo nonno, non perché ardisse di comparar la sua sorte a quella di
lui, ma perché da un pezzo aveva in animo di recarsi a Bùrmula a rintracciarne,
se gli fosse possibile, i resti mortali, con le indicazioni di Mauro Mortara,
non ben sicure veramente, poiché il seppellimento era avvenuto nella confusione
della gran morìa a Malta nel 1852. Invano Lino Apes, pigliando pretesto dagli
incidenti e dai disagi della fuga precipitosa, ora a piedi, ora su carretti
senza molle, ora su vetturette sgangherate, su per monti, giù per vallate, in
cerca di cibo e di ricovero, aveva tentato di dimostrare agli amici che, dopo
tutto, quello che facevano non era cosa tanto seria, di cui, volendo, non si
potesse anche ridere. Era, per esempio, lo strappo alle loro illusioni una
ragione sufficiente perché non si désse alcuna importanza a quello che egli
s’era fatto ai calzoni, scendendo da un carretto? Più vecchie di Tiberio Gracco,
quelle illusioni; e i suoi calzoni erano nuovi! Dove aveva lasciato Cataldo
Sclàfani il pacco della sua magnifica barba? Niente meglio che un pelo di quella
barba – pensando filosoficamente – avrebbe potuto rammendare i suoi calzoni! Lo
squallido aspetto dei luoghi, nella desolazione invernale, la costernazione per
il cammino incerto e faticoso, l’ansia di apprendere notizie qua e là di quanto
era accaduto dal momento della loro fuga, avevano lasciato senz’eco di riso le
arguzie di Lino Apes.
Dalle impressioni a mano a mano raccolte, internandosi sempre più, su quelle
misure eccezionali adottate all’improvviso dal governo, era sorto nell’animo di
Lando più fermo il convincimento dello sbaglio commesso dai suoi amici.
L’antico, profondo malcontento dei Siciliani era d’un tratto diventato ovunque
fierissima indignazione: per quanto i più alti ordini sociali fossero spaventati
dalle agitazioni popolari, ora, di fronte a quella sopraffazione militare, a
quell’aria di nemico invasore della milizia che aboliva per tutti ogni legge e
sopprimeva ogni garanzia costituzionale, si sentivano inclinati se non ad
affratellarsi con gli infimi, se non a scusarli, almeno a riconoscere che infine
questi, finora, nei conflitti, avevano avuto sempre la peggio, né mai s’erano
sollevati a mano armata, e che, se a qualche eccesso erano trascesi, vi erano
stati crudelmente e balordamente aizzati dagli eccidii. La nativa fierezza,
comune a tutti gli isolani, si ribellava a questa nuova onta che il governo
italiano infliggeva alla Sicilia, invece di un tardo riparo ai vecchi mali; e
per tutto era un fremito di odio alle notizie che giungevano, di paesi
circondati da reggimenti di fanteria, da squadroni di cavalleria, per trarre in
arresto a centinaja, senz’alcun discernimento e con furia selvaggia, ricchi e
poveri, studenti e operaj, e qua consiglieri e là maestri e segretarii comunali,
e donne e vecchi e finanche fanciulli: soppressa la stampa; sottoposta a censura
anche la corrispondenza privata; tutta l’isola tagliata fuori dal consorzio
civile e resa legata e disarmata all’arbitrio d’una dittatura militare.
Come un cavallo riottoso, cacciato contro sua voglia lontano dagli ostacoli che
avrebbe dovuto superare, a un tratto, investito da una raffica turbinosa, aombra
e s’impenna e recalcitra, fremendo in tutti i muscoli, Lando Laurentano,
investito dalla veemenza di quell’indignazione generale, a un certo punto s’era
impuntato, sentendosi soffocare dall’avvilimento della sua fuga. Era proprio il
momento di fuggire, quello? di lasciare il campo? Il terreno scottava sotto i
piedi; l’aria era tutta una fiamma. Possibile che l’isola, da un capo all’altro
fremente, si lasciasse schiacciare, pestare così, senza insorgere con
l’esasperazione dell’odio sì lungamente represso e ora sì brutalmente provocato?
Forse bastava un grido! Forse bastava che uno si facesse avanti! Giunti a Imera,
alla notizia che in un paese lì presso, a Santa Caterina Villarmosa, il popolo
era insorto, Lando non poté piú stare alle mosse, e, non ostante che gli amici
facessero di tutto per trattenerlo, gridandogli che non c’era più nulla da
tentare, da sperare e che andrebbe a cacciarsi da sé balordamente tra le grinfie
della forza pubblica, volle andare. Solo Lino Apes lo seguì, ma con la speranza
di raffreddarlo e d’arrestarlo a mezza via, assumendo per l’occasione, come
meglio poté, la parte di Sancio, perché l’amico, che sapeva sensibile al
ridicolo, si scoprisse accanto a lui Don Chisciotte. E difatti, presto, i
giganti che Lando nell’esaltazione s’era figurato di vedere in quei popolani di
Santa Caterina Villarmosa, insorgenti a sfida della proclamazione dello stato
d’assedio, gli si scoprirono molini a vento. Nei pressi del paese, seppero che
colà non si sapeva ancor nulla di quella proclamazione: un manifesto era stato
attaccato ai muri, ma il popolino lo ignorava; e, ignorandolo, al solito, come
altrove, coi ritratti del re e della regina, un crocefisso in capo alla
processione, gridando – Viva il re! abbasso le tasse! – s’era messo a percorrere
le vie del paese, finché, uscendo dalla piazza e imboccando una strada angusta
che la fronteggiava, vi aveva trovato otto soldati e quattro carabinieri
appostati. L’ufficiale che li comandava (non per niente si chiamava Colleoni)
aveva preso questo partito con strategia sopraffina, perché la folla inerme, lì
calcata e pigiata, alle intimazioni di sbandarsi non si potesse più muovere; e
lì non una, ma più volte, aveva ordinato contro di essa il fuoco. Undici morti,
innumerevoli feriti, tra cui donne, vecchi, bambini. Ora, tutto era calmo, come
in un cimitero. Solo, qua e là, il grido dei parenti che piangevano gli uccisi,
e i gemiti dei feriti.
– Ti basta? – domandò Lino Apes a Lando.
Questi si volse al vecchio contadino che aveva dato quei ragguagli e che,
paragonando il paese a un cimitero, aveva indicato una collina lì presso su cui
sorgevano alcuni cipressi, e gli domandò:
– Sono lì?
Il vecchio contadino, con gli occhi aguzzi d’odio e intensi di pietà, crollò più
volte il capo; poi tese le dita delle due mani deformi e terrose, per
significare prima dieci e poi uno; e con lo sguardo e col silenzio, che seguì a
quel muto parlare, espresse chiaramente ch’egli li aveva veduti. Lando si mosse
verso la collina.
– Ho capito! – sospirò Lino Apes. – Ora divento Orazio... Seconda
rappresentazione: Amleto al cimitero.
Nel piccolo, squallido camposanto su la collina, tranne il custode freddoloso,
con un leggero scialle di lana appeso alle spalle, non c’era nessuno. Seduto su
uno sgabelletto, a sinistra dell’entrata, quegli stava a guardare apaticamente,
nel silenzio desolato, le casse schierate per terra innanzi a sé, come un
pastore la sua mandra. Aspettava la visita e le disposizioni dell’autorità
giudiziaria, per il seppellimento. Vedendo entrare quei due, si voltò, poi
subito s’alzò e si tolse il berretto, credendo che fossero il giudice e il
commissario di polizia. Lino Apes gli si diede a conoscere per giornalista,
insieme col compagno, e Lando lo pregò di fargli vedere qualcuno di quei
cadaveri.
Il custode allora si chinò su una delle casse, più grande delle altre, tinta di
grigio, con due fasce nere in croce, e tolse una grossa pietra che stava sul
coperchio
Due cadaveri in quella cassa, uno su l’altro: uno con la faccia sotto i piedi
dell’altro.
Quello di sopra era d’un ragazzo. Divaricate, le gambe; la testa, affondata tra
i piedi del compagno. A guardarlo così capovolto, pareva dicesse, in
quell’atteggiamento: – No! No! – con tutto il visino smunto, dagli occhi
appena socchiusi, contratti ancora dall’angoscia dell’agonia. No, quella morte;
no, quell’orrore; no, quella cassa per due, attufata da quel lezzo crudo e acre
di carneficina. La piú raccapricciante era la vista dell’altro, di tra le scarpe
logore del ragazzo, coi grandi occhi neri ancora sbarrati e un po’ di barba
fulva sotto il mento. Era d’un contadino nel pieno vigore delle forze. Con quei
terribili occhi sbarrati al cielo, dal corpo supino chiedeva vendetta di
quell’ultima atrocità, del peso di quell’altra vittima sopra di sé.
– Vedete, Signore, – pareva dicesse, – vedete che hanno fatto!
Non una parola poté uscire dalle labbra di Lando e dell’Apes; e il custode
richiuse il coperchio e di nuovo vi impose la grossa pietra.
Dopo altre e altre casse di nudo abete, misere, una ve n’era, foderata di chiara
stoffa celeste, piccola, così piccola, che a Lando sorse, nel dubbio, la
speranza che almeno quella non fosse della strage. Guardò il custode che vi si
era affisato, e dal modo con cui la mirava comprese che, sì, anche quella...
anche quella... Glielo domandò e il custode, dopo avere un po’ tentennato il
capo, rispose:
– Una ’nnucenti... (Una fanciullina).
– Si può vederla?
Lino Apes, rivoltato e su le spine, si ribellò:
– No, lascia, via, Lando! Non vedi? La cassa è inchiodata...
– Oh, per questo... – fece il custode, togliendo di tasca un ferruzzo. – Devo
schiodarla per il giudice istruttore. Ci vuol poco...
E si chinò a schiodare il lieve coperchio, con cura per la gentilezza di quella
stoffa celeste. I chiodi si staccavano docili dal legno molle, a ogni spinta.
Scoperchiata la piccola bara, vi apparve dentro la fanciullina non ancora
irrigidita dalla morte, ancora rosea in viso, con la testina ricciuta, un po’
volta da un lato, e le braccia distese lungo i fianchi. Ma la boccuccia rossa
era coperta di bava e dal nasino le colava una schiuma sanguigna, gorgogliante
ancora, a intervalli che pareva avessero la regolarità del respiro.
– Ma è viva! – esclamò Lando, con raccapriccio.
Il custode sorrise amaramente:
– Viva? – e ripose il coperchio.
La avrebbe fatta andar via ancora viva quella mamma che così l’aveva pettinata e
acconciata, che con tanto amore aveva adornato di quella chiara stoffa celeste
la piccola bara?
– Questo hanno fatto... – mormorò Lando.
E Lino Apes e il custode credettero ch’egli alludesse ai soldati, che avevano
ucciso quella povera bimba. Lando Laurentano, invece, alludeva ai suoi compagni,
e aveva innanzi alla mente non più l’immagine di quella piccina, la quale almeno
aveva avuto le cure della gentile pietà materna, ma l’immagine atroce di
quell’altra vittima grande, con su la faccia le scarpe dell’altro cadavere, e
gli occhi sbarrati, pieni di smisurata angoscia, rivolti al cielo.
Nell’antico palazzo dei De Vincentis, fuori annerito dal tempo e tutto
screpolato come una rovina, dai balconi e dalla vasta terrazza vellutati di
muschio, con le ringhiere a gabbia arrugginite, ma dentro, negli ampii cameroni,
pieno di luce e di pace, con quei santi e fiori di cera nelle campane di
cristallo che pareva diffondessero per tutto un odor di badìa, il silenzio
stampato sui mattoni coi rettangoli di sole delle invetriate che s’allungavano
lentissimamente sempre più, seguiti dal fervor lento e lieve del pulviscolo, era
rotto da un cupo romore cadenzato di passi. Da una settimana Vincente De
Vincentis, dimentico dei codici arabi della biblioteca di Itria, se ne stava in
una camera, avvolto in un vecchio pastrano stinto, col bavero alzato, a
passeggiare dalla mattina alla sera, con le mani adunche, afferrate dietro il
dorso, il capo ciondoloni e gli occhi tra i peli, quasi ciechi, poiché in casa
non portava mai gli occhiali.
Nella stanza accanto, presso la vetrata del balcone, stava seduta a far la
calza, con uno scialle grigio di lana addosso e un fazzoletto nero in capo di
lana, anch’esso annodato sotto il mento, boffice e placida come una balla, donna
Fana, la vecchia casiera. Per metà dentro al rettangolo di sole, quasi vaporava
nella luce, e la calugine dello scialle di lana, accesa, brillava con gli atomi
volteggianti del pulviscolo.
Donna Fana aveva composto con le sue mani nelle bare prima il padrone, morto
giovane, poi la padrona, di cui, più che la serva, era stata l’amica e la
consigliera, e aveva veduto nascere e crescere tra le sue braccia i due
padroncini, ora affidati del tutto alle sue cure. Da giovane, era stata conversa
nel monastero di San Vincenzo, ed era rimasta «senza mondo» com’ella diceva,
cioè vergine e quasi monaca di casa. Traeva a quando a quando, come nel
monastero, certi sospiri ardenti, seguiti dall’immancabile esclamazione:
– Se fossi là!
Ma non c’era più nessuno che le domandasse, come usava tra le monache: «Dove,
sorella mia?» perché ella potesse rispondere in un altro sospiro:
– Con gli angeletti!
Ma nella pace degli angeli, veramente, era stata sempre, in quella casa. La
padrona: una vera santa, ingenua fino a grande come una bambina, incapace di
pensare il male, e tutta dedita alla religione e alle opere di misericordia;
quei due figliuoli: anch’essi uno più buono dell’altro, costumati e timorati di
Dio.
Ora, poteva mai il Signore abbandonare quella casa e lasciarla andare in rovina?
Donna Fana pareva fosse a parte di tutti i voleri di Dio; e parlava del
Paradiso, come se già vi fosse e seguitasse a farvi la calza sotto gli occhi del
Padre Eterno, di cui sapeva dire dove e come stava seduto, insieme con Gesù
Nostro Salvatore e la Bella Madre. Da tempo aveva preparato i capi di biancheria
e la veste e le pianelle di panno e il fazzoletto di seta per comparire al
Giudizio Universale, sicurissima che il Giudice Supremo l’avrebbe chiamata tra
gli eletti, così tutta bella pulita e rassettata; e ogni sera faceva una
speciale orazione a Santa Brigida, che doveva annunziarle in sogno, tre giorni
prima, l’ora precisa della morte, perché fosse pronta e in regola coi
sagramenti. Non si angustiava dunque di nulla; e per lei tutta quella
costernazione di Vincente (ch’ella chiamava don Tinuzzo) era una fanciullaggine.
La raffermava in questa opinione, non solo la fiducia in Dio, ma anche la fede
incrollabile che la ricchezza di quel casato non potesse aver mai fine. E
seguitava a governare con l’antica abbondanza, per modo che tutte le poverelle
del vicinato venissero a fin di tavola a spartirsi il superfluo e i resti del
desinare, come al solito per tanti anni; e a tener provvista la dispensa d’ogni
ben di Dio, e a preparare con le sue mani ai padroncini i rosolii e i dolci
tradizionali, imparati alla badìa, il cùscusu di riso e pistacchi, i pesci dolci
di pasta di mandorla, le pignoccate, e tutte le conserve e le cotognate e i
frutti in giulebbe.
Forse, sì, qualche cosa raspava, sotto sotto, don Jaco Pàcia, l’amministratore.
– Ma che? – domandava a Ninì, dopo qualche sfuriata del fratello maggiore. –
Mollichelle, figlio mio, mollichelle!
Uomo di chiesa anche lui, don Jaco Pàcia, era mai possibile che rubasse come e
quanto diceva don Tinuzzo? Ma se a lei don Jaco seguitava a dare per l’andamento
di casa quello stesso che aveva dato sempre, senza far mai la più piccola
osservazione? Tutto il maneggio dei denari lo aveva lui; via! bisognava chiudere
un occhio, se qualcosina gli restava attaccata alle dita. Donna Fana lo
difendeva, in coscienza, perché della onestà dei pensieri e delle azioni del
Pàcia credeva d’avere una prova nel fatto che, l’anno che don Jaco era andato a
Roma, le aveva portato di là una corona benedetta e una tabacchiera col ritratto
del Santo Padre. Se avesse saputo che, quel giorno stesso, don Jaco, per far
denari, oltre la cessione delle terre di Milione a don Flaminio Salvo, sarebbe
venuto a proporre un’ipoteca su quel palazzo, ov’ella stava così tranquillamente
a far la calza! Quest’ultima bomba, veramente, non se l’aspettava neanche
Vincente. Oltre quella delle terre da cedere egli aveva, sì, un’altra grave
preoccupazione, che non gli dava requie da due giorni, ma d’indole affatto
diversa. Aveva scoperto nell’angolo d’uno stanzone ov’era affastellata la roba
fuori d’uso, un fucilaccio antico, di quelli a pietra focaja, tutto incrostato
di ruggine e di polvere. Proclamato lo stato d’assedio e il disarmo in tutta la
Sicilia, non era egli in obbligo di consegnare quell’arnese là? Ninì e donna
Fana dicevano di no; Ninì anzi sosteneva che sarebbe sembrata, più che una
impertinenza, uno scherno oltraggioso all’autorità la consegna d’un’arma come
quella. Ma che ne sapevano essi? Come lo dicevano? Così, di testa loro! L’ordine
di consegnare tutte quante le armi, senza eccezioni, era positivo e perentorio.
Era un’arma, quella, sì o no? Poteva essere antica, anzi era antica e mangiata
dalla ruggine, ma sempre arma era! E fors’anche carica e pronta a sparare... si
vedeva la pietra focaja; e l’acciarino, eccolo lì, pendeva da una catenella...
– Ebbene, prendila e va’ a consegnarla! – gli aveva gridato, Ninì, scrollandosi,
il giorno avanti. Aveva ben altro da pensare, lui, in quei momenti, nelle rare
comparse che faceva in casa, tutto stravolto e impaziente di ritornare al suo
supplizio, presso Dianella.
Vincente avrebbe preteso che Ninì perdesse una mezza giornata, nelle condizioni
d’animo in cui si trovava, per chiedere informazioni su quell’arma. Una parola,
prenderla! E se scoppiava? Consegnarla poi a chi, dove? Alla prefettura? al
municipio? al commissariato di polizia? Egli non ne sapeva niente; e ad andare a
domandarlo così, fingendo d’averne curiosità, dopo due giorni, c’era il rischio
di far nascere qualche sospetto e d’attirarsi una perquisizione in casa.
Lo stato d’assedio aveva messo e teneva Vincente De Vincentis in tale orgasmo,
da fargli vedere ovunque minacce e pericoli terribili. S’era proposto di non
uscir più di casa, fintanto che fosse durato. Ma se, per il maledetto vizio di
donna Fana di chiamare a parte tutto il vicinato d’ogni minimo incidente in
famiglia, la polizia fosse venuta a sapere di quell’arma?
All’improvviso, la vecchia casiera lo vide uscire, frenetico, dalla camera in
cui stava chiuso, con le braccia in aria e gridando:
– Scoppii! m’ammazzi! non me n’importa niente! Vado a prenderlo, vado a
prenderlo io!
– Per carità, lasci, don Tinuzzo! – esclamò donna Fana, correndogli dietro. –
Non sia mai, Dio, con questa furia... Vede come trema tutto? Lasci fare!
Chiamerò qualcuno dal balcone...
– Chi chiamate? Non v’arrischiate... – s’era messo a urlare, paonazzo in volto,
Vincente, quando dalla porta, sempre aperta di giorno, comparve don Jaco Pàcia
con la sua solita aria di santo, caduto dal cielo in un mondo di guaj e
d’imbrogli. Era lungo e secco, come di legno, con la faccia squallida, segnata
con trista durezza dalle sopracciglia nere ad accento circonflesso, in contrasto
col largo sorriso scemo, beato, sotto gl’ispidi baffi bianchi. Gli occhi, dalle
pàlpebre stirate come quelle dei giapponesi, non scoprivano il bianco e
restavano opachi e come estranei alla durezza di quegli accenti circonflessi e
alla scema beatitudine dell’eterno sorriso. Con le braccia raccolte sempre sul
petto e le grosse mani slavate e nocchierute prendeva atteggiamenti di umiltà
rassegnata.
Udito di che si trattava, prese sopra di sé l’affare di quel fucile, e disse che
aveva, non una, ma cento ragioni don Tinuzzo di costernarsi così. Sicuro, era
un’arma! E, Dio liberi, in un momento come quello... Momento terribile per tutta
la Sicilia! Ma c’era lui, c’era lui, lì, per quei due bravi giovanotti e, con
l’ajuto di Dio, niente paura, da questa parte! I guaj, guaj grossi, erano invece
da un’altra. E cominciò a rappresentare tutte le sue fatiche per rintracciare
gl’incartamenti delle terre di Milione, prima all’archivio notarile, poi nella
cancelleria del tribunale e in quella del Vescovado per tutti i piccoli e grossi
censi che gravavano su quelle terre.
Ora gl’incartamenti erano pronti e in ordine dal notajo; ma don Flaminio Salvo
non voleva pagar le spese dell’atto di vendita, e forse dal suo canto aveva
ragione, perché, dopo tutto, faceva un gran favore... lui banchiere...
– Ah sì, un gran favore? un gran favore? – scattò furibondo Vincente, – come per
Primosole, è vero? un gran favore!
Don Jaco lo lasciò sfogare, in uno dei soliti atteggiamenti di santo martire;
poi disse:
– Ma abbiate pazienza, don Tinuzzo mio! Che forse don Flaminio ha altri
figliuoli, oltre quella già fidanzata a vostro fratello don Ninì? Non vedete che
è tutta una finta, santo Dio? Domani si fa lo sposalizio e, gira e volta, alla
fine tutto ritornerà qui!
– Tutto, eh? Bello.. facile... liscio come l’olio... – prese a dire Vincente,
con furiosi inchini. – Lo sposalizio dei matti! Ma se è così, perché don
Flaminio si ricusa di pagar le spese dell’atto? Segno che non ci crede! Chi vi
dice che questo matrimonio si farà? chi vi dice che...
– Don Tinuzzo! – lo interruppe quello. – Vostro fratello don Ninì è entrato, sí
o no, in casa del Salvo? o me l’invento io? Santo nome di Dio benedetto! Sono
ormai parecchi giorni? Dunque, che vuol dire? Vuol dire che la ragazza ci sta!
Ora volete che la paglia accanto al fuoco... Del resto, oh! ecco qua don Ninì in
persona... Nessuno meglio di lui ve lo potrà confermare.
Vincente corse innanzi al fratello che entrava; gli s’accostò a petto, fremente;
gli afferrò con le mani adunche le braccia, e alzò da un lato la faccia
congestionata per sbirciarlo bene in volto, da vicino, con gli occhi miopi.
– Sì! guardatelo! – poi sghignò, allontanandosi e mostrandolo. – Vedete che
faccia ha! Pare un morto, lo sposo!
Ninì, così soprappreso, restò in mezzo alla stanza a guardare il fratello e don
Jaco e donna Fana, come insensato.
Aveva veramente dipinta una torbida angoscia nel volto che di solito esprimeva
la bontà mite e gentile dell’animo; e i begli occhi neri, vellutati, erano
intensi di tetro cordoglio, eppur quasi smemorati. Come seppe che cosa si voleva
da lui e per qual fine, s’adontò fieramente, agitando le braccia, col volto
atteggiato di schifo. Don Jaco da una parte, donna Fana dall’altra, cercarono di
calmarlo, d’interrogarlo con garbo; ma invano: si storceva, scotendo il capo,
con un grido soffocato in gola.
– Ma dite almeno se c’è qualche speranza, per tranquillare vostro fratello! –
gli gridò alla fine don Jaco a mani giunte.
Ninì lo guatò con un lampo strano negli occhi. Ma se non ci fosse più alcuna
speranza di richiamare Dianella alla ragione, che sarebbe più importato a lui
della rovina della casa, della miseria, di tutto? Era mai possibile che qualcuno
potesse sperar la salvezza di Dianella soltanto per questo, per salvar dalla
rovina la casa? che tutto il suo impegno, il suo supplizio dovessero per quella
gente servire a questo scopo? Ecco, lo costringevano a gettare la sua speranza
come un’offa per placar la paura di quella miseria! Ebbene, sì, c’era una
speranza, c’era, c’era...
E Ninì, coprendosi il volto, ruppe in uno stridulo pianto convulso.
Flaminio Salvo aveva stentato molto a decifrare la lettera della sorella
Adelaide, la cui scrittura, non soltanto per gli spropositi d’ortografia quasi
sempre illeggibile, pareva quella volta più che mai una furiosa raspatura di
gallina. Tutta un grido d’ajuto e di minaccia, quella lettera, tra imprecazioni
ed esclamazioni disperate. Le aveva risposto brevemente e pacatamente, che
presto sarebbe venuto a visitarla a Colimbètra e che intanto stésse tranquilla,
come si conveniva a una donna della sua età e della sua condizione. Un sorriso
frigido gli era venuto alle labbra, sogguardando dopo la lettura quel foglietto
di carta che avrebbe voluto recargli ancora un dispiacere. Pian piano lo aveva
ripiegato e s’era messo a lacerarlo lentamente, per lungo e per largo, in
pezzetti sempre più piccoli, senza più badare a quello che faceva, caduto in un
attonimento grave, d’uggia aggrondata; alla fine, aveva guardato sul piano della
scrivania l’opera delle sue dita: tutto quel mucchietto di minuzzoli di carta.
Chi sa se non aveva fatto soffrire anche quel foglietto, a lacerarlo e ridurlo
così, in tutti quei minuzzoli! Gli era rimasto un bruciorino ai polpastrelli
dell’indice e del pollice, che s’erano accaniti in quell’opera di distruzione,
senza ch’egli la volesse; da sé, per il gusto di distruggere. Ah, poter ridurre
in minuzzoli così, senza pensarci, la vita, tutta quanta: ripiegarla in quattro,
come un foglio sporco di spropositi, e strapparla per lungo e per largo, dieci,
venti, trenta volte, pezzo per pezzo, lentamente!
Con uno sbuffo aveva sparpagliato su la scrivania e per terra tutti quei
minuzzoli, e s’era alzato. Guardando dai vetri del balcone la distesa ben nota,
sempre uguale, delle campagne, le due scogliere lontane di Porto Empedocle,
protese nel mare laggiù a occidente, come due braccia; le macchie scure dei
piroscafi ancorati, e immaginando il traffico di tanta gente lì a’ suoi servizii
per l’imbarco dello zolfo delle sue miniere accatastato su la spiaggia, s’era
sentito soffocare da tutte le noje, da tutti i pensieri che da anni e anni gli
venivano da quel traffico per lui ormai superfluo, necessario a tanti che ne
traevano i mezzi per provvedere ai meschini bisogni quotidiani e affrontar le
miserie, i dolori, di cui è intessuta la loro vita e quella di tutti. E s’era
messo a pensare che, lui sazio e stanco, con la nausea della sazietà e
l’abbandono della stanchezza, restava lì come disteso a farsi mangiare da tanti
irrequieti affamati di cui non gl’importava nulla. Ma avrebbe potuto forse
impedirlo? L’opera sua, di tutta la sua vita, aveva preso corpo fuori di lui, e
stava lì per gli altri. Poteva forse quella distesa di campagne impedire che
tanti uomini vi affondassero le zappe e gli aratri, vi piantassero gli alberi e
ne raccogliessero i frutti? Così era ormai di lui. E, come la terra, egli non
sentiva alcuna gioja del lavoro che gli altri facevano sopra di lui per
raccogliere il frutto; né questi altri, quantunque gli camminassero sopra,
potevano dargli compagnia, penetrare, rompere la sua solitudine che aveva ormai
l’insensibilità della pietra. Sentiva solamente un enorme fastidio di tutto, che
gli schiacciava la volontà di liberarsene, e solo gli moveva ancora
inconsciamente le dita, come dianzi, a far del male a un foglietto di carta. Ma
tutte le cose ormai per lui avevano il valore di quel foglietto di carta; e
bisognava pur lasciare che le dita, almeno le dita, facessero qualche cosa, da
sé, poiché il fastidio le moveva. Se si fossero rivoltate e accanite anche
contro di lui, le avrebbe lasciate fare, allo stesso modo.
Davvero? O non fingeva l’incoscienza delle sue dita nel lacerar la lettera della
sorella, per poter dire a se stesso che anche allo stesso modo, aveva
lacerato, dopo il suo ritorno a Girgenti, certe altre lettere appena intraviste
nei cassetti della scrivania o nel palchetto a casellario che gli stava davanti?
Certe lettere con la firma di Nicoletta Capolino?
Veramente, no: le immagini di Aurelio Costa e di Nicoletta Capolino non erano
mai venute a piantarglisi di fronte, cosicché egli potesse respingerle con un
logico sorriso, dando le sue ragioni e facendo loro notare che a essi mancavano
per perseguitarlo coi rimorsi. La persecuzione loro era più d’ogni altra
irritante, perché non appariva. Non appariva, per questa ragione certissima e
solida e pesante come una pietra di sepoltura: che erano stati anch’essi, l’uno
per il suo proprio accecamento, l’altra per un suo motivo particolarissimo, a
volere quella loro morte.
Eppure... Eppure, sotto questa ragione che li seppelliva e glieli rendeva
invisibili, essi, in un modo ch’egli non avrebbe saputo definire, gli erano...
non presenti, no, mai; anzi costantemente assenti: ma con questa loro assenza
intanto lo perseguitavano. Erano tutti e due di là, con Dianella, nell’assenza
della sua ragione. Egli non li vedeva, ma pur li sentiva nelle parole vuote di
senso, negli sguardi e nei sorrisi vani della figliuola. E allora, anche a lui
irresistibilmente come dal fondo delle viscere contratte dall’esasperazione,
venivano alle labbra parole vuote di senso, del tutto impensate; strane, vaghe
parole che gli atteggiavano il viso a seconda delle diverse espressioni che
contenevano in sé, per conto loro, fuori assolutamente della sua coscienza e
senz’alcuna relazione col suo stato presente.Ed ecco che, quel giorno, per
seguitar la finzione della sua incoscienza, dopo aver lacerato la lettera della
sorella, si era anche messo a dire, allo stesso modo, parole impensate:
– Quello che serve... quello che serve...
Se non che, alla fine, aveva mutato in ragionamento la finzione, apparsa a lui
stesso troppo evidente:
– Quello che serve... sì. Devo accendere un sigaro? Mi serve un fiammifero. Ecco
il sigaro... ecco il fiammifero: per sé, due cose; ma fatte per il mio bisogno
di fumare. Prima l’uno, poi l’altro, li accendo e li distruggo... Quanti
fiammiferi ho accesi! Troppi... E tutta l’opera mia è andata in fumo! Male,
perché non sono riuscito allo scopo... ma io volevo maritar bene la mia
figliuola, perché avessero almeno una bella corona... già! una corona
principesca... tutte le mie fatiche e le mie lotte. Una corona principesca!...
Fumo? Vanità? Eh, ma almeno questo compenso alla morte del mio bambino! Vanità,
per forza, se la sorte volle togliermi ogni ragione di attendere a cose più
serie, e mi lasciò una povera figliuola con l’ombra intorno della pazzia
materna. E ormai... ormai... se servo io, per il bisogno che qualcuno abbia di
fumare...
Ma sì, ecco: non aveva lasciato entrare in casa quello stupido buon figliuolo
del De Vincentis? E gli aveva messo davanti la figliuola: là! per l’esperimento!
E se l’avesse guarita, con quei suoi begli occhi a mandorla vellutati, con
quelle sue dolci manierine di dama, ecco che don Jaco Pàcia, seduto lì davanti a
quella scrivania, maestro e donno, in pochi anni si sarebbe fumati a uno a uno
tutti i suoi biglietti di banca e le sue cartelle di rendita e le zolfare e le
campagne e le case e gli opificii.
– Quello che serve... quello che serve...
Questa seccatura della sorella Adelaide, intanto, no, era proprio di più. Che
voleva da lui? Non stava comoda al suo posto? C’erano spine? Oh cara! E voleva
le rose da lui? Con tutti quei «militari» che le facevano scorta; con quei
ritratti dei Re Borboni che la proteggevano, via, poteva esser lieta e
contenta... Fosse stato lui al posto di lei!
Fallito ogni scopo, il solo pensiero di rivedere don Ippolito e di parlargli,
era per lui ora un’oppressione intollerabile. Come resistere, con l’arida nudità
del suo animo desolato, senza più uno straccio d’illusione, alla vista di
quell’uomo tutto quanto composto e addobbato e parato di nobile decoro? Gli
pareva ora incredibile che avesse potuto prendere sul serio quella via per
arrivare al suo scopo... Povera Adelaide! C’era andata di mezzo lei... Ma, dopo
tutto, via! la villa era sontuosa e il posto ameno; con un po’ di pazienza e di
buona volontà, poteva sopportar la noja di quell’uomo non fatto propriamente per
lei.
In tale disposizione d’animo, scese due giorni dopo, in vettura, a Colimbètra.
Il sorriso, venutogli alle labbra, su l’entrare, al saluto degli uomini di
guardia parati, sì, ancora militarmente, ma senza più armi, non gli andò via per
tutto il tempo che durò la visita. Sorridendo ascoltò sotto le colonne del
vestibolo esterno la risposta di capitan Sciaralla impostato su l’attenti, che
le armi, nossignore, non erano state consegnate all’autorità, ma si tenevano
riposte per prudenza; sorridendo accolse l’invito di Liborio d’accomodarsi nel
salone, e, poco dopo, l’irrompere come una bufera della sorella Adelaide e le
prime domande affannose, tra il pianto, intorno a Dianella.
– Mah... fa cura d’amore, – le rispose.
E sorrise allo sbalordimento quasi feroce della sorella, per la sua placida
risposta.
– Ridi?... Dunque può guarire?
– Guarire... Speriamo! La cura è buona...
Sorrise di più alle improperie che donna Adelaide gli scagliò in un impeto
aggressivo, e poi alla rappresentazione di tutte le ambasce, di tutte le
sofferenze e dei maltrattamenti ch’ella chiamava «pestate di faccia», da parte
del marito.
– Bada, Flaminio! – proruppe a un certo punto la sorella; vedendolo sorridere a
quel modo. – Bada! Finisce ch’io la faccio davvero, la pazzia!
Egli la guardò un poco, e poi, aprendo le braccia:
– Ma perché? Scusa, se hai una bellissima cera!
A questa uscita, la sorella scappò via come per porre a effetto, subito subito,
la minaccia.
E allora, attendendo che entrasse il principe per la seconda scena, sorrise ai
ritratti dei due re di Napoli e Sicilia che lo guardavano con molta serietà
dall’alto della parete.
Don Ippolito, scuro in viso e, dentro, in gran pensiero per la sorte del
figliuolo di cui non aveva più notizie, entrò nel salone, maldisposto anche lui
a quell’incontro, dal quale l’unico bene che potesse ripromettersi sarebbe stato
certamente a costo d’uno scandalo, dopo la nauseante amarezza di volgari
spiegazioni. Ma si rischiarò alla vista di quel sorriso sulle labbra del
cognato. Lo interpretò nel senso che due uomini com’essi erano, non potessero e
non dovessero dare alcuna importanza alle lagrimucce facili, alle smaniette
passeggere d’una donna, che la loro generosità maschile poteva e doveva senza
stento compatire.
Sorrise allora anche lui, ma con mestizia, don Ippolito, stringendo la mano al
cognato; e, seguitando a sorridere, gli parlò pacatamente e in quel tono di
superiorità maschile del suo dispiacere per i dissapori sorti tra lui e la
moglie, perché tardava ancora... eh, tardava purtroppo a stabilirsi l’accordo
tra i loro sentimenti e i loro pensieri, non volendo ella intendere le ragioni
per cui...
– Ma via, principe! – cercò d’interromperlo il Salvo.
– No no, – s’ostinò a dire don Ippolito. – Perché io apprezzo moltissimo il
sentimento da cui ella è mossa a chiedermi quel che non posso accordarle. Io
partecipo, credetemi, con tutto il cuore, alla vostra sciagura, e...
– Ma se sarebbe, tra l’altro, inutile la sua presenza! – disse, per troncare il
discorso, il Salvo.
E con gran sollievo d’entrambi presero a parlar d’altro, cioè dei gravi
avvenimenti del giorno. Se non che, allora, il principe restò sconcertato nel
notare la permanenza di quel sorriso su le labbra del cognato, mentr’egli
manifestava con tanto calore la sua indignazione, sia per le misure oltraggiose
del governo, sia per la tracotanza popolare. Quale sarebbe stato il suo stupore
se, interrompendosi all’improvviso e domandando a Flaminio Salvo perché
seguitasse a sorridere a quel modo, questi gli avesse risposto:
– Perché?... Ah... Perché in questo momento sto pensando che Colimbètra ha, tra
l’altro, la bella comodità d’esser molto vicina al cimitero, sicché voi tra
poco, morendo, avrete l’insigne vantaggio d’esser seppellito a due passi da qui,
senza attraversare la città, neanche da morto.
Ma gli sovvenne che il principe s’era fatto edificare nella stessa tenuta, e
propriamente nel boschetto d’aranci e melograni attorno al bacino d’acqua che le
dava il nome, un tumulo uguale a quello di Terone, e gli sorse una viva
curiosità di andarlo a vedere. Appena poté, interruppe anche quel discorso e
propose al cognato una giratina in quel boschetto.
Donna Adelaide approfittò di quel momento per spedire Pertichino di corsa
a Girgenti a consegnare un biglietto all’onorevole deputato Ignazio Capolino:
S.P.M. (sue pregiatissime mani).
Quando, sul far della sera, Flaminio Salvo rientrò in casa, nell’aprir l’uscio
della stanza ove di solito stava Dianella guardata dalla vecchia governante e da
una infermiera, ebbe la sorpresa di trovar la figliuola appesa al collo di Ninì
De Vincentis, con gli occhi che le si scoprivano appena di su la spalla del
giovine, ilari, sfavillanti di felicità, sotto i capelli scarmigliati, e le due
mani aggrovigliate nella stretta.
– Dianella... Dianella... – la chiamò, con l’ansia nella voce, di saperla
guarita.
Ma Ninì De Vincentis, piegando a stento il capo e mostrando il volto
congestionato da un orgasmo atroce, gli rispose disperatamente:
– Mi chiama Aurelio...
Reduce da quel suo pellegrinaggio a
Roma, da cui tanta gioja e tanta luce di sogni gloriosi s’era promesso di
riportare a Valsanìa per i suoi ultimi giorni, Mauro Mortara, dopo la visita a
donna Caterina Laurentano morente, a testa bassa, senza arrischiar neppure
un’occhiata intorno, quasi avesse temuto d’esser deriso dagli alberi ai quali
per tanti anni aveva parlato delle sue avventure, della grandezza e della
potenza derivate alla patria dall’opera dei vecchi suoi compagni di
cospirazione, d’esilio, di guerra, era andato a cacciarsi nella sua stanza a
terreno, come nel suo covo una fiera ferita a morte. Invano don Cosmo, per circa
una settimana, aveva cercato di scuoterlo, di farlo parlare, compreso di quella
sua pietà sconsolata per tutti coloro che giustamente rifuggivano dal rimedio
ch’egli aveva trovato per guarire d’ogni male. Alle sue insistenze, che almeno
salisse alla villa per il desinare e la cena, Mauro aveva risposto,
scrollandosi:
– Corpo di Dio, lasciatemi stare!
– E che mangi?
– Le mani, mi mangio! Andàtevene!
In un modo più spiccio e più brusco, il giorno dopo il suo arrivo, aveva
risposto ai colombi, che durante la sua assenza erano stati governati due volte
al giorno, all’ora solita, dal curàtolo Vanni di Ninfa: bum! bum! due
schioppettate in aria; e li aveva dispersi con fragoroso scompiglio. Né migliore
accoglienza aveva fatto alla festa dei tre mastini quasi impazziti dalla gioja
di rivederlo. La placida immobilità dei vecchi oggetti della stanza, impregnati
tutti da un lezzo quasi ferino, i quali parevano in attesa ch’egli riprendesse
tra loro la vita consueta, gli aveva suscitato una fierissima irritazione:
avrebbe preso a due mani lo strapunto di paglia abballinato in un angolo e lo
avrebbe scagliato fuori con le tavole e i trespoli che lo sorreggevano, e fuori
quel torchio guasto delle ulive, fuori seggiole e casse e capestri e bardelle e
bisacce. Solo gli era piaciuto riveder nel muro l’impronta degli sputi gialli di
tabacco masticato che, stando a giacer sul letto, era solito scaraventare alla
faccia dei nemici della patria, sanfedisti e borbonici.
Più volte, la lusinga degli antichi ricordi aveva cercato di riaffascinarlo; più
volte, dalla porta aperta, i lunghi filari della vigna, con gli alberetti già
verzicanti sparsi qua e là nel silenzio attonito di certe ore piene di smemorato
abbandono, gli avevano per un momento ricomposto la visione quasi lontana di
quel mondo, per cui fino a poco tempo addietro vagava nei dì sereni, gonfio
d’orgoglio, da padreterno, lisciandosi la barba. D’improvviso, ogni volta,
l’anima che già s’avviava affascinata da quella visione, s’era ritratta
all’aspro e fosco ronzare di qualche calabrone che, entrando nella stanza, lo
richiamava con violenza al presente e rompeva il fascino e sconvolgeva la
visione.
Che fare? che fare? come vedersi più in quei luoghi testimonii della sua passata
esaltazione? come più attendere alle cure pacifiche della campagna, mentre
sapeva che tutta la Sicilia era sossopra e tanti vili rinnegati si levavano ad
abbattere e scompigliare l’opera dei vecchi? Da anni e anni, tutti i suoi
pensieri, tutti i suoi sentimenti, tutti i suoi sogni consistevano dei ricordi e
della soddisfazione di quest’opera compiuta. Come aver più requie al pensiero
ch’essa era minacciata e stava per essere abbattuta? Contro ogni seduzione delle
antiche, tranquille abitudini, si vedeva costretto dalla sua logica ingenua a
riconoscere ch’era debito d’onore, per quanti come lui portavano al petto le
medaglie in premio di quell’opera, accorrere ora in difesa di essa.
– La vecchia guardia nazionale! la vecchia guardia! Tutti i veterani a raccolta!
E alla fine, in un momento di più intensa esaltazione, era corso come un cieco,
per rifugio e per consiglio, al camerone del Generale, ove finora non gli
era bastato l’animo di rimetter piede. Appena entrato, era scoppiato in
singhiozzi, e senza osare di riaprir gli scuri delle finestre e dei balconi,
serrati con cura amorosa prima di partire, era rimasto al bujo, a lungo, con le
mani sul volto, a piangere su l’antico divano sgangherato e polveroso. A poco a
poco, i fremiti, le ansie degli antichi leoni congiurati del Quarantotto che si
riunivano lì in quel camerone attorno al vecchio Generale, s’erano
ridestati in lui a farlo vergognare del suo pianto; le ombre di quei leoni,
terribilmente sdegnate, gli eran sorte intorno e gli avevan gridato d’accorrere,
sì, sì, d’accorrere, pur così vecchio com’era, a impedire con gli altri vecchi
superstiti la distruzione della patria. Nel bujo, da un canto di quel
camerone, il malinconico leopardo imbalsamato, privo d’un occhio, non gli
aveva potuto mostrare quanti ragnateli lo tenevano alla parete, quanta polvere
fosse caduta sul suo pelo maculato ormai anche qua e là da molte gromme di
muffa! E Mauro Mortara era riuscito con occhi atroci, gonfii e rossi dal pianto,
e per poco non era saltato addosso a don Cosmo che, passeggiando per il
corridojo, s’era fermato stupito, dapprima, a mirarlo in quello stato, e aveva
poi cercato di trattenerlo e di calmarlo.
– Se non sapessi che vostra madre fu una santa, direi che siete un bastardo! –
gli aveva gridato, quasi con le mani in faccia.
Don Cosmo non s’era scomposto, se non per sorridere mestamente, tentennando il
capo, in segno di commiserazione; e gli aveva domandato dove volesse andare,
contro chi combattere alla sua età. Mauro se n’era scappato, senza dargli
risposta. E veramente, giù, nella sua stanza a terreno, aveva cominciato a darsi
attorno per la partenza. Alla sua età? Sangue della Madonna, che età? si parlava
d’età, a lui! Dove voleva andare? Non lo sapeva. Armato, pronto a qualunque
cimento, sarebbe salito a Girgenti, a consigliarsi e accordarsi con gli altri
veterani, con Marco Sala, col Ceràulo, col Trigòna, con Mattia Gangi che certo
come lui, se avevano ancora sangue nelle vene, dovevano sentire il bisogno
d’armarsi e correre in difesa dell’opera comune. Se i nemici s’erano uniti,
raccolti in fasci, perché non potevano unirsi, raccogliersi in fascio anche
loro, della vecchia guardia? I soldati non bastavano; bisognava dar loro man
forte; sciogliere con la forza quei fasci, cacciarne via tutti quei cani a
fucilate, se occorreva. Certo c’erano i preti, sotto, che fomentavano; e anche
la Francia, anche la Francia dicevano che mandava denari, sottomano, per
smembrare l’Italia e rimettere in trono, a Roma, il papa. E chi sa che,
scoppiata la rivoluzione, non volesse sbarcar da Tunisi in Sicilia? Come rimaner
lì con le mani in mano, senza nemmeno tentare una difesa, senza nemmeno farsi
vedere dagli antichi compagni e dir loro: – Son qua –? Bisognava partire, partir
subito! Se non che, a poco a poco, quella sua furia s’era trovata impigliata,
come in una ragna, dalle tante reliquie della sua vita avventurosa, esumate da
vecchie casse e cassette e sacche logore e rattoppate e involti di carta
ingiallita, strettamente legati con lo spago. Avrebbe voluto farne uno scarto e
portarsene addosso quante più poteva tra le più care. Confuso, stordito,
frastornato dai ricordi risorgenti da ognuna, a un certo punto s’era sentito
fumar la testa e aveva dovuto smettere. No, non era possibile liberarsi con
tanta precipitazione da tutti quei legami. E aveva rimandato la partenza al
giorno dopo. Tutta la notte era stato fuori, per la campagna, farneticando. La
voce del mare era quella del Generale; le ombre degli alberi erano quelle degli
antichi congiurati di Valsanìa; e quella e queste seguitavano a incitarlo a
partire. Sì, domani, domani: sarebbe andato incontro a quegli assassini; lo
avrebbero sopraffatto e ucciso; ma sì, questo voleva, se la distruzione doveva
compiersi! Che valore avrebbero più avuto, altrimenti, le sue medaglie?
Bisognava morire per esse e con esse! E se le sarebbe appese al petto, domani,
correndo incontro ai nuovi nemici della patria. Perché la Sicilia non doveva
essere disonorata, no, no, non doveva essere disonorata di fronte alle altre
regioni d’Italia che si erano unite a farla grande e gloriosa! Il giorno dopo,
con l’enorme berretto villoso in capo, tutto affagottato e imbottito di carte e
di reliquie, le quattro medaglie al petto, lo zàino dietro le spalle e armato
fino ai denti, s’era presentato a don Cosmo per licenziarsi. E sarebbe partito
senza dubbio, se insieme con don Cosmo non si fosse adoperato in tutti i modi a
trattenerlo Leonardo Costa, sopravvenuto da Porto Empedocle. Licenziatosi dal
Salvo, dopo la morte del figlio, e ricaduto nella misera e incerta condizione di
sorvegliante alle stadere, Leonardo Costa aveva accettato, più per non vedersi
solo che per altro, l’offerta pietosa di don Cosmo, di venire ogni sera da Porto
Empedocle a cenare e a dormire a Valsanìa. Il cammino non era breve né facile al
bujo, le sere senza luna, per quella stradella ferroviaria ingombra e irta di
brecce. Dopo la sciagura, una stanchezza mortale gli aveva reso le gambe gravi,
come di piombo. Più volte s’era veduto venire incontro minaccioso il treno; più
volte aveva avuto la tentazione di buttarcisi sotto e finirla. Quando giù alla
marina non trovava lavoro, se ne risaliva presto alla campagna, e per suo mezzo,
da un po’ di tempo, le notizie a Valsanìa arrivavano senza ritardo. Se quel
giorno, non avesse recato quella dello sbarco a Palermo del corpo d’armata che
in un batter d’occhio avrebbe certamente domato e spazzato la rivolta, né lui né
don Cosmo sarebbero riusciti a trattenere Mauro con la forza. A calmarlo ancor
più, era poi venuta la notizia della proclamazione dello stato d’assedio e del
disarmo. Nemmen per ombra gli era passato il dubbio, che l’ordine di consegnare
le armi potesse riferirsi anche a lui, o che potesse correre il rischio d’esser
tratto in arresto, se fosse salito alla città armato. Le sue armi erano come
quelle dei soldati; il permesso di portarle gli veniva dalle sue medaglie.
Le notizie recate dopo dal Costa avevano fatto su l’anima di lui quel che su una
macchia già arruffata dalla tempesta suol fare una rapida vicenda di sole e di
nuvole. S’era schiarito un poco, sapendo che a Roma Roberto Auriti era stato
scarcerato, quantunque soltanto per la concessione della libertà provvisoria, e
che il fratello Giulio aveva condotto con sé a Roma la sorella e il nipote; e
scombujato alla rivelazione inattesa che Landino, il nipote del Generale, colui
che ne portava il nome, era tra i caporioni della sommossa, e che era fuggito da
Palermo, dopo la proclamazione dello stato d’assedio, per sottrarsi all’arresto.
Dopo questa notizia s’era messo a guardare con cipiglio feroce Leonardo Costa,
appena lo vedeva arrivare stanco e affannato da Porto Empedocle. L’ansia di
sapere era fieramente combattuta in lui dal timore rabbioso che, a cuor leggero,
quell’uomo lo costringesse ad armarsi e a partire da Valsanìa. Dacché era stato
sul punto di farlo, conosceva per prova quel che gli sarebbe costato staccarsi
da quella terra, strapparsi da tutti i ricordi che ve lo legavano, abbandonar la
custodia del camerone, la sua vigna, i suoi colombi, gli alberi, che per
tanto tempo avevano ascoltato i suoi discorsi.
Ma Leonardo Costa, dopo le furie dell’altra volta, sapeva ormai quali notizie
erano per lui, quali per don Cosmo e per donna Sara Alàimo. Si era lasciata
scappar quella intorno al figlio del principe, perché supponeva che Mauro già lo
sapesse socialista e dovesse aver piacere conoscendo ch’era riuscito a fuggire.
L’ultima notizia che il Costa recò, nuova nuova, fu tra i lampi, il vento e la
pioggia d’una serataccia infernale.
Mauro aveva apparecchiato da cena, in vece di donna Sara da due giorni a letto
per una forte costipazione, e ora stava con don Cosmo nella sala da pranzo in
attesa dell’ospite che, forse a causa del cattivo tempo, tardava a venire.
Quell’attesa lo irritava, non tanto perché avesse voglia di mangiare, quanto
perché temeva andasse a male la cena apparecchiata. Aveva fatto sempre ogni cosa
con impegno, e tra i tanti ricordi che gli davano soddisfazione c’era anche
quello d’aver fatto «leccar le dita» agli Inglesi, quando era stato cuoco prima
a bordo e poi a Costantinopoli. Una delle ragioni del suo odio per donna Sara
era appunto la gioja maligna manifestata più volte da questa per la pessima
riuscita di qualche lezione di culinaria che aveva voluto impartirle. Fuori
d’esercizio e con l’animo sconvolto e distratto da tanti pensieri, si cimentava
da due giorni con coraggio imperterrito nella confezione dei più complicati
intingoli, e avvelenava l’ospite e il povero don Cosmo.
– Come vi pare?
– Ah, un miele, – rispondeva questi, invariabilmente. – Forse, però, ho poco
appetito.
– Al senso mio, – arrischiava il Costa,– mi pare che ci manchi un tantino di
sale.
– O Marasantissima, – prorompeva Mauro, – eccovi la saliera!
Donna Sara era da due giorni digiuna.
Tra gli urli del vento, i boati spaventosi del mare, lo scroscio della pioggia,
si udivano i suoi scoppii di tosse, e lamenti e preghiere recitate ad alta voce.
In preda, certo, a un assalto furioso di mania religiosa, s’era asserragliata
nella sua cameretta e rifiutava ogni cibo e ogni cura. Di tanto in tanto don
Cosmo, sentendola tossire più forte e più a lungo, si recava premuroso a
chiamarla dietro l’uscio e a domandarle se volesse qualche cosa. Per tutta
risposta donna Sara gli gridava, appena poteva, con voce soffocata:
– Pentìtevi, diavolacci!
E riprendeva a gridare avemarie e paternostri.
Finalmente arrivò Leonardo Costa, in uno stato miserando, tutto scompigliato dal
vento, con l’acqua che gli colava a ruscelli dal cappotto e con tre dita di
fango attaccato agli scarponi. Non tirava più fiato e non poteva più tener ritta
la testa, dalla stanchezza. Mauro, per ricetta, gli fece subito trangugiare un
bicchierone di vino, opponendo alla resistenza la solita esclamazione:
– Oh Marasantissima, lasciatevi servire!
Don Cosmo s’affrettò a condurselo in camera e lo ajutò a cangiarsi d’abito,
facendogliene indossare uno suo che gli andava molto stretto, ma almeno non era
bagnato. Intanto Mauro aveva portato in tavola e gridava dalla sala da pranzo:
– Santo diavolone, venite o non venite?
Quando vide comparire l’uno e l’altro con due visi stralunati, si mise in
apprensione e domandò aggrondato:
– Che altro c’è?
Nessuno dei due gli rispose. Don Cosmo, invece, domandò al Costa:
– E Ippolito? Ippolito?
– Dormiva, – rispose quello. – Alle tre di notte! Dormiva. Ma dice che, quando
l’uomo di guardia, costretto ad aprire il cancello, corse alla villa ad
avvertire...
– Parlate di don Landino? – lo interruppe a questo punto Mauro, cacciandosi tra
i due furiosamente. – Ditemi che cos’è!
– No, che don Landino! – gli rispose il Costa, mostrando sul volto una trista
gajezza. – Gli hanno fatto l’ultima a quel degno galantuomo che è stato qua un
mese a pestarvi la faccia! So che voi lo amate quanto me!
– Il Salvo?
– Già!
E il Costa alzò un piede come per darlo sul collo del caduto. Seguitò:
– Sua sorella, la moglie del principe, ha preso la fuga, questa notte, col
deputato Capolino...
– La fuga? Come, la fuga?
– Come, eh? Ci vuol poco... Quello è venuto a pigliarsela con la carrozza, e son
partiti di nottetempo, con la corsa delle tre, per Palermo. Certo s’erano
accordati avanti...
Don Cosmo, ancora stralunato, mormorava tra sé in disparte:
– Povero Ippolito... povero Ippolito...
– Gli sta bene! – corse a gridargli Mauro in faccia.
– Mescolarsi con una tal razza di gente, – aggiunse il Costa con una smorfia di
schifo. – Del resto, sa, sì–don Cosmo? una certa mortificazione, forse, non dico
di no... Lo scandalo è grosso: non si parla d’altro a Girgenti e alla marina...
Ma, dopo tutto... già non la trattava nemmeno da moglie... dice che dormivano
divisi e che... a sentir le male lingue... quel cagliostro, dice, se la piglia
com’era prima del matrimonio... Quando l’uomo di guardia corse alla villa ad
annunziare la fuga e il cameriere andò a svegliare il principe, dice che egli
non alzò neanche la testa dal cuscino e rispose al cameriere: «Ah sí? Buon
viaggio! Penserò domani ad averne dispiacere, quando mi sarò levato...».
Don Cosmo negò più volte energicamente col capo e aggiunse:
– Non sono parole d’Ippolito, codeste!
– Per conto mio, – riprese il Costa, sedendo con gli altri a tavola e
cominciando a cenare, – che vuole che le dica? Mi dispiace per il principe; ma
ci ho gusto, un gran gusto per l’onta che n’avrà il fratello... Ah, sì–don
Cosmo, non so davvero perché vivo! Vorrei salvarmi l’anima, glielo giuro; vorrei
darle tempo di superar la pena, perché almeno in punto di morte potesse
perdonare e salirsene a Dio... Ma no, sì–don Cosmo: la pena è più forte e si
mangia l’anima; l’odio mi cresce e si fa più rabbioso di giorno in giorno; e
allora dico: perché? non sarebbe meglio ammazzar prima lui e poi me, e farla
finita?
– Forse, – mormorò don Cosmo, – gli fareste un regalo...
– Ecco ciò che mi tiene! – esclamò il Costa. – Perché sarebbe un regalo anche
per me!
– Mangiate e non piangete! – gli gridò Mauro.
– Abbiate pazienza, don Mauro, – gli disse allora il Costa, forzandosi a
sorridere. – Nei vostri piatti, per il palato mio, ci manca sempre un tantino di
sale. Qualche lagrimuccia è condimento.
Don Cosmo, intanto, assorto, mirando attentamente un pezzetto di carne infilzato
nella forchetta sospesa, diceva tra sé:
– Come due ragazzini...
E tra i colpi di tosse donna Sara seguitava a gridar di là:
– Pentìtevi, diavolacci! pentìtevi!
All’improvviso, mentre i tre seduti a tavola finivano di cenare, da fuori, ove
il vento e la pioggia infuriavano, tra il fragorìo continuo degli alberi e del
mare, s’intesero i furibondi latrati dei mastini che ogni sera, su i gradini
della scala, stavano ad aspettar l’uscita del padrone dopo la cena. Mauro,
accigliato, si rizzò sul busto e tese l’orecchio. Quei latrati avvisavano che
qualcuno era presso la villa. E chi poteva essere a quell’ora, con quel tempo da
lupi? si udirono grida confuse. Mauro balzò in piedi, corse a prendere il fucile
appoggiato a un angolo della sala, e s’avviò alla porta. Prima d’aprire, applicò
l’orecchio al battente e subito, intendendo che giù, innanzi alla villa, i cani
cercavano d’impedire il passo a parecchi che se ne difendevano gridando, spense
il lume, spalancò la porta e, tra lo scroscio violento della pioggia, nella
tenebra sconvolta, spianando il fucile, urlò dal pianerottolo:
– Chi è là?
Un palpito di luce sinistra mostrò per un attimo, in confuso, la scena. Mauro
credette d’intravedere quattro o cinque che, minacciando disperatamente,
indietreggiavano all’assalto dei mastini.
– Mauro, perdio! Questi cani! Ne ammazzo qualcuno! Ti chiamo da tre ore!
– Don Landino?
E Mauro, fremente, si precipitò dalla scala, tra il vento, sotto la pioggia
furiosa.
– Dove siete? dove siete?
Alla voce del padrone i cani desistettero dall’assalto, pur seguitando ad
abbajare.
– Mauro!
– Voi qua? – gridò questi, cercando, invece dei cani, d’impedir lui ora il
passo. – Avete il coraggio di rifugiarvi qua coi vostri compagni d’infamia? Non
vi ricevo! Andatevene! Questa è la casa di vostro Nonno! Non vi ricevo!
– Mauro, sei pazzo?
– In nome di Gerlando Laurentano, via! Andatevene! Là, da vostro padre è il
rifugio per voi e pei vostri compagni, non qua! Non vi ricevo!
– Sei pazzo? Lasciami! – gridò Lando, strappandosi dalla mano di Mauro, che lo
teneva afferrato per un braccio.
Sprazzò sul pianerottolo della scala un lume, che subito il vento spense. E don
Cosmo, accorso col Costa, chiamò di là:
– Landino! Landino!
Questi rispose:
– Zio Cosmo! – e, rivolto ai compagni: – Su, su, andiamo su!
– Don Landino! – gl’intimò allora Mauro con voce squarciata dall’esasperazione.
– Non salite alla villa di vostro Nonno! Se voi salite, io me ne vado per
sempre! Ringraziate Iddio che vi chiamate Gerlando Laurentano! Questo solo mi
tiene dal farvi fare una vampa, a voi e a codeste carogne, sacchi di merda, che
avete accanto! Ah sì? salite? Un fulmine, Dio, che la dirocchi e vi schiacci
tutti quanti! Aspettate, ecco qua, tenete, compite la vostra prodezza! Vi
consegno la chiave!
E la grossa chiave del camerone venne a sbattere contro la porta che si
richiudeva.
– E pazzo! è pazzo! – ripetevano al bujo Lando, don Cosmo, il Costa cercando in
tasca i fiammiferi per riaccendere il lume, mentre i compagni di Lando, storditi
da quell’accoglienza nel ricovero tanto sospirato e ora finalmente raggiunto,
domandavano ansimanti e perplessi:
– Ma chi è?
– Pazzo davvero?
– O perché?
Riacceso il lume, i cinque fuggiaschi, Lando, Lino Apes, Bixio Bruno, Cataldo
Sclàfani e l’Ingrao, apparvero come ripescati da una fiumara di fango. Cataldo
Sclàfani, dalla faccia spiritata, già ispida su le gote, sul labbro e sul mento
della barba che gli rispuntava, era più di tutti compassionevole: pareva un
convalescente atterrito, scappato di notte da un ospedale schiantato dalla
tempesta.
Fu per un momento uno scoppiettìo di brevi domande e di risposte affannose, tra
esclamazioni, sospiri e sbuffi di stanchezza; e chi si scrollava, e chi pestava
i piedi, e chi cercava una sedia per buttarcisi di peso.
– Inseguiti? – No, no... – Scoperti?... – Forse!... – Ma che! no... – Sì... –
Forse Lando... – A piedi! E come?... – Da tre giorni! – Diluvio! diluvio!... –
Ma come, dico io, senz’avvertire? senz ’avvertire?
Quest’ultima esclamazione era – s’intende – di don Cosmo. L’andava ripetendo
all’uno e all’altro, sforzandosi di concentrarsi nella gran confusione che gli
faceva grattar la barba su le gote con ambo le mani.
– Dico... dico... Ma come?... senz’avvertire?...
E chi sa fino a quando l’avrebbe ripetuto, se finalmente non gli fosse balenata
l’idea che bisognava dare ajuto in qualche modo a quei giovanotti. Che ajuto?
– Ecco, venite, venite qua! – prese a dire, afferrando per le braccia ora l’uno
ora l’altro. – Spogliatevi, subito... Ho roba... roba per tutti... qua, qua in
camera mia... nella cassapanca, venite con me!
Bixio Bruno e l’Ingrao, meno storditi e meno stanchi degli altri, s’opposero
energicamente a quella strana insistenza.
– Ma no! Ma lasci! – gridò il primo. – Non c’è da perder tempo... È distante
molto Porto Empedocle da qua?
– Ecco, sì, – esclamò Lando, rivolto allo zio. – Qualcuno... un contadino
fidato, da spedire a Porto Empedocle subito, per noleggiare una barca... qualche
grossa barca da pesca...
– Prima che spunti il giorno, per carità! – raccomandò lo Sclàfani, facendosi
avanti con la sua aria spiritata.
– Dovremmo essere in mare prima che spunti il giorno! Forse siamo stati
scoperti...
– E dàlli! Ti dico di no – gli gridò l’Ingrao.
– E io ti dico invece di sì – ribatté lo Sclàfani. – Alla stazione cli Girgenti,
Lando, potrei giurare, è stato riconosciuto...
Leonardo Costa fece osservare che il noleggio di una barca, in un frangente come
quello, non era incarico da affidare a un contadino.
– Posso andare io, se volete! Anzi, andrò io, ora stesso!
– Con questo tempo? – domandò angustiato don Cosmo. – Signori miei, non
precipitate così le cose... Spogliatevi, date ascolto a me: prenderete un
malanno... Vedete... ecco qua... quest’amico mio... vedete... l’ho fatto
cambiare io, or ora... C’è roba... roba per tutti.. nella cassapanca, venite a
vedere!
Il Costa con un gesto d’impazienza, domandò ai giovani:
– Vorreste che venisse qua sotto Valsanìa, la barca?
– Sì, sì, qua! – rispose Lando. – No, zio, per carità, mi lasci stare!
– Spògliati, ti dico...
– Non è prudente, – seguitò Lando, rivolto al Costa, mentre lo zio gli strappava
per forza il soprabito, – non è prudente mostrarci a Porto Empedocle. A
quest’ora a tutti i porti di mare sarà certo venuto da Palermo l’ordine della
nostra cattura.
– Ma sarà difficile, – fece notare allora il Costa, – che approdi qua sotto, di
notte, una tartana, con questo mare grosso... Basta; non mi tiro indietro... si
potrà tentare...
E corse a prendere in sala l’ampio mantello a cappuccio, ancora zuppo di
pioggia.
– Amici! – gridò l’Ingrao, – non sarebbe meglio seguire questo signore, ora che
è notte e nessuno ci vede? Ci terremo nascosti in prossimità del paese, fintanto
che egli non avrà noleggiato la barca!
Il consiglio non fu accettato per una savia considerazione di Lino Apes:
– Ma che dite? Credete che una tartana si noleggi in quattro e quattr’otto, di
nottetempo e con questo tempo? Bisognerà trovare il padrone...
– Lo conosco! – interruppe il Costa. – Ne conosco uno io, mio amico,
fidatissimo.
– E i marinaj? – domandò l’Apes. – Il padrone solo non basta.
– Certo! Bisognerà trovare anche i marinaj, – riconobbe il Costa, – e allestir
la barca... Prima di giorno non si farà a tempo.
– E allora, no! – gridò subito lo Sclàfani, rifacendosi avanti impetuosamente. –
A Porto Empedocle, no, di giorno! Converrà imbarcarci qua!
– Intanto, io vado! – disse Leonardo Costa, che si era già incappucciato.
– Povero amico!– gemette don Cosmo.– Ma proprio?...
Il Costa non volle sentir commiserazioni né ringraziamenti e s’avventurò nella
tenebra tempestosa.
Allorché Lando seppe che costui era il padre di Aurelio Costa, barbaramente
assassinato insieme con la moglie del deputato Capolino dai solfaraj del
Fascio d’Aragona, guardò cupamente l’Ingrao e gli altri compagni.
Interpretando male quello sguardo, il Bruno manifestò, sebbene esitante, il
sospetto non si fosse quegli recato a Porto Empedocle per vendicarsi,
denunziandoli. Don Cosmo allora, accomodando la bocca, emise il suo solito riso
di tre oh! oh! oh!
– Quello? – disse; e spiegò il sentimento e la devozione del suo povero amico,
il quale, facendo carico della morte del figliuolo soltanto a Flaminio Salvo,
non pensava neppur lontanamente ai socii del Fascio d’Aragona.
– Oh, a proposito! – disse poi, colpito dal nome del Salvo, venutogli così per
caso alle labbra. E si chiamò Lando in disparte per annunziargli la fuga di
donna Adelaide.
– Come una ragazzina, capisci? Alle tre di notte!
Nel trambusto, era rimasta finora inavvertita la voce di donna Sara Alàimo che,
credendo forse a una vera invasione di demonii in quella notte di tempesta,
ripeteva più arrabbiata che mai dalla sua remota cameretta in fondo al corridojo:
– Pentìtevi, diavolacci!
Il grido strano giunse spiccatissimo in quel momento di silenzio, e tutti,
tranne don Cosmo, ne rimasero sbalorditi; anche Lando, già sbalordito per conto
suo dalla notizia che gli aveva dato lo zio.
– Chi è?
– Ah, niente, donna Sara! – rispose quegli, come se Lando e i compagni
conoscessero da un pezzo la vecchia casiera di Valsanìa. – Mi sta facendo
impazzire, parola d’onore... S’è chiusa da due giorni in camera, e grida così...
È malata, poverina. Anche di...
E si picchiò con un dito la fronte.
I quattro compagni di Lando si guardarono l’un l’altro negli occhi. Dov’erano
venuti a cacciarsi dopo tre giorni di fuga disperata? Pazzo era stato dichiarato
il vecchio, che aveva fatto loro in principio quella bella accoglienza; pazza
era dichiarata ora anche quest’altra vecchia; e che fosse perfettamente in sensi
chi dichiarava pazzi con tanta sicurezza quegli altri due, non appariva loro, in
verità, molto evidente. Finora quello zio di Lando, tranne che per i loro abiti
bagnati e inzaccherati, non aveva mostrato altra costernazione.
– State ancora così? – esclamò, difatti, meravigliato, don Cosmo, dopo aver dato
quel ragguaglio sul grido di donna Sara, e corse ad aprir la cassapanca, ov’eran
riposti i suoi abiti smessi. – Qua, qua... prendete... vi dico che c’è roba per
tutti
I quattro giovani non poterono piú tenersi dal ridere, e presero ad ajutarsi a
vicenda per spiccicarsi d’addosso gli abiti inzuppati di pioggia
– L’importante, v’assicuro io, – diceva don Cosmo, – è questo soltanto, per ora:
di non prendere un raffreddore. Minchionatemi pure, ma cambiatevi.
Che ci fosse roba per tutti, intanto, era soverchia presunzione. Lino Apes, non
trovando più nella cassapanca nessun capo di vestiario per sé, gli si fece
innanzi con la tonaca da seminarista distesa su le braccia come una bambina da
portare al battesimo:
– Posso prender questa?
– E perché no? Ah, che cos’è, la tonaca? Eh... se vi andrà...
E sorrise alle risa di quei quattro che si paravano goffamente degli altri
abiti, esalanti tutti un acutissimo odore di canfora. Cataldo Sclàfani s’era
acconciato con la napoleona e, poiché gli faceva male il capo, s’era annodato
alla carrettiera un bel fazzolettone giallo, di cotone, a quadri rossi.
La gioventù a poco a poco riprendeva il sopravvento. Nessuno pensò più alla
disfatta, all’incertezza dell’avvenire. Tra gli spintoni e la baja dei compagni,
Lino Apes, stremenzito in quella tonaca di seminarista, corse in cucina a
riaccendere il fuoco. Avevano fame! avevano sete! Ma qua don Cosmo sentì
cascarsi l’asino: sapeva appena dove fosse la dispensa; e la chiave forse
l’aveva Mauro con sé.
– La chiave? – gridò l’Ingrao. – L’ho trovata!
E corse a raccattare dal pianerottolo della scala quella che Mauro aveva
scagliata contro la porta, rimasta là fuori.
– Eccola qua! eccola qua!
Don Cosmo stette un pezzo a osservarla.
– Questa? – disse. – No... Oh che cos’è? questa è la chiave del camerone!
Dove l’avete presa?
Nella confusione non aveva inteso l’ultimo grido di Mauro; e, come gli fu detto
che quella chiave era stata scagliata contro Lando, subito s’impensierí e,
volgendosi a questo:
– Ma allora vedrai che... oh per Dio! – esclamò, – se ti ha buttato la chiave,
vedrai che se ne va davvero... Forse se n’è già andato!
– Andato? dove? – domandò Lando, costernato anche lui e addolorato.
– E chi lo sa? – sospirò don Cosmo. E narrò in breve come già a stento fosse
riuscito una prima volta a trattenerlo; poi, siccome gli altri quattro giovani
ridevano dei pazzi propositi e del sentimento di quello strano vecchio, gli
bisognò dir loro chi fosse, che avesse fatto, che cosa fosse per lui quel
camerone e che contenesse.
– Ah sì? Anche un leopardo imbalsamato?
E, incuriositi, Lino Apes, l’Ingrao, il Bruno, lo Sclàfani, appena don Cosmo e
Lando si recarono a cercar di Mauro, ripresa quella chiave, entrarono nel
camerone.
Sott’esso appunto era la stanza di Mauro Mortara.
Don Cosmo e Lando, con una candela in mano, erano entrati in uno stanzino
segreto, ov’era una botola che conduceva al pianterreno della villa; senza far
rumore avevano sollevato da terra la caditoja ed erano scesi per la ripida scala
di legno non ben sicura alla cantina; di qua eran passati nel palmento; avevano
poi attraversato due ampii magazzini vuoti, uno sgabuzzino pieno di vecchi
arnesi rurali affastellati, ed erano arrivati a un uscio interno della stanza di
Mauro. Chinandosi a guardare, Lando s’accorse, dalla soglia, che c’era lume.
– Mauro! – chiamò allora don Cosmo. – Mauro!
Nessuna risposta.
Lando tornò a chinarsi per guardare attraverso il buco della serratura.
Veniva, di su, il frastuono di quei quattro, che rincorrevano per il camerone
Lino Apes vestito da seminarista, e gridavano, e ridevano.
Mauro Mortara, seduto davanti a una cassa, tratta da sotto il letto, stava con
le braccia appoggiate su l’orlo del coperchio sollevato, e il viso affondato tra
le braccia.
– C’è? che fa? – domandò don Cosmo.
Lando levò rabbiosamente un pugno verso il soffitto, donde veniva il fracasso
dei compagni. Sentiva, tra il dispetto acerbo contro questi e contro se stesso,
un vivo rimorso della fiera offesa recata al sentimento di quel suo caro
vecchio, e un angoscioso cordoglio di non potere in quel momento unire il suo
richiamo affettuoso a quello dello zio.
– Che fa? – ridomandò questi, più piano.
Che cosa facesse Mauro, col viso così nascosto tra le braccia, lo dicevano
chiaramente le medaglie che, appese al petto e ciondolanti per la positura in
cui stava, traballavano a tratti. Piangeva... sì... ecco... piangeva... e aveva
alle spalle quel suo comico zainetto che già gli aveva veduto a Roma.
– Mauro! – chiamò di nuovo don Cosmo.
A questo nuovo richiamo, Lando, ancora con l’occhio al buco della serratura, gli
vide sollevar la faccia e tenerla un po’ sospesa, senza tuttavia voltarla verso
l’uscio; lo vide poi alzarsi e accostarsi di furia al tavolino.
– Ha spento il lume, – disse allo zio, rizzandosi.
Stettero entrambi un pezzo in ascolto, perplessi nell’attesa di sentirgli aprir
la porta. Si videro lì, allora, come imprigionati; non avevan le chiavi né dei
magazzini, né del palmento, né della cantina, e dovevano dunque ritornar su, se
volevano impedirgli d’andare; bisognava far presto, per non dargli tempo
d’allontanarsi troppo. Ma nessun rumore veniva più dalla stanza.
Don Cosmo fe’ cenno al nipote di risalire, in silenzio. Quando furono nel primo
dei due magazzini, si fermò e disse sottovoce:
– Tanto, se vuole andare, né tu né io potremmo trattenerlo con la forza. Forse
ritornerà, quando voi sarete partiti e gli sarà sbollita la collera.
Lando guardò quel suo vecchio zio, da lui appena conosciuto, in quel vasto
magazzino, in cui il lume della candela projettava mostruosamente ingrandite le
ombre dei loro corpi ed ebbe l’impressione che una strana realtà impensata gli
s’avventasse agli occhi all’improvviso, con la stramba inconseguenza d’un sogno.
Da un pezzo non vedeva più la ragione dei suoi atti che gli lasciavan tutti uno
strascico di rincrescimento, un amaro sapore d’avvilimento; ma ora, più che mai,
di fronte alla realtà così stranamente spiccata di quel suo zio fuori della
vita, in quell’antica solitaria campagna, lì davanti a lui, in quel magazzino
vuoto, con quella candela in mano. Fu tentato di spegnerla, come dianzi Mauro
aveva spento il lume nella sua stanza di là. Udì la voce del vento, i boati del
mare: fuori era il bujo tempestoso; anche quello della sorte che lo aspettava.
Bisognava che in quel bujo, a ogni costo, assolutamente, trovasse una ragione
d’agire, in cui tutte le sue smanie si quietassero, tutte le incertezze del suo
intelletto cessassero dal tormentarlo. Ma quale? ma quando? ma dove?
– Passerà, – diceva poco dopo don Cosmo, con gli angoli della bocca contratti in
giù, la fronte increspata come da onde di pensieri ricacciati indietro dal
riflusso della sua sconsolata saggezza, e con quegli occhi che pareva
allontanassero e disperdessero nella vanità del tempo tutte le contingenze amare
e fastidiose della vita. – Passerà, cari miei... passerà...
I quattro giovani avevano trovato da sé la dispensa e, poiché era aperta, avevan
portato di là in tavola quanto poteva servire al loro bisogno; ora, dopo il
pasto e saziata la sete, facevano sforzi disperati per resistere alla stanchezza
aggravatasi su le loro pàlpebre all’improvviso.
Quell’esclamazione di don Cosmo era in risposta alla rievocazione ch’essi
avevano fatta, alcuni con cupa amarezza, altri con rabbioso rammarico e Lino
Apes con la sua solita arguzia, degli ultimi avvenimenti tumultuosi. Guardandoli
come già lontanissimi nel tempo, don Cosmo non riusciva a scorgerne più né il
senso né lo scopo. Dal suo aspetto, agli occhi di Lando, spirava quello stesso
sentimento che spira dalle cose che assistono impassibili alla fugacità delle
vicende umane.
– Avete visto il leopardo?
– Sì, bello... bello – brontolò l’Ingrao, cacciando il volto, deturpato
dall’atra voglia di sangue, tra le braccia appoggiate su la tavola.
– Quello era un leopardo vivo!
Lino Apes spalancò gli occhi e domandò, quasi con spavento:
– Mangiava?
– Lo dico, – riprese don Cosmo, – perché ora, cari miei, è pieno di stoppa e non
mangia più. E quella lettera di mio padre? L’avete letta? Un foglietto di carta
sbiadito... E la scrisse una mano viva, come questa mia, guardate... Che cos’è
ora? Quel povero pazzo l’ha messa in cornice... Luigi Napoleone... il colpo di
Stato... gli avvenimenti della Francia...
Raccolse le dita delle mani a pigna e le scosse in aria, come a dire: «Che ce
n’è più? che senso hanno?».
– Realtà d’un momento... minchionerie...
Si alzò; s’appressò ai vetri del balcone che da un pezzo non facevano più
rumore, e si voltò al nipote:
– Senti che silenzio? – disse. – Ti do la consolante notizia che il vento è
cessato...
– Cessato? – domandò Cataldo Sclàfani, levando di scatto dalle braccia, che
teneva anche lui appoggiate alla tavola, la faccia spiritata, da convalescente,
col fazzoletto giallo tirato fin su le ciglia. – Bene bene... C’imbarcheremo
qua... Buona notte!
E si ricompose a dormire.
– Così tutte le cose... – sospirò don Cosmo, mettendosi a passeggiare per la
sala; e seguitò, fermandosi di tratto in tratto: – Una sola cosa è triste, cari
miei: aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo che
ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come
realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione,
deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati, e deridendoci anche, come
avviene a me, del non averci saputo illudere, poiché fuori di queste illusioni
non c’è più altra realtà... E dunque, non vi lagnate! Affannatevi e
tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude. Se non conclude, è
segno che non deve concludere, e che è vano dunque cercare una conclusione.
Bisogna vivere, cioè illudersi; lasciar giocare in noi il demoniaccio beffardo
finché non si sarà stancato; e pensare che tutto questo passerà... passerà...
Guardò in giro alla tavola e mostrò a Lando i suoi compagni già addormentati.
– Anzi, vedi? è già passato...
E lo lasciò lì solo, innanzi alla tavola.
Lando mirò i penosi atteggiamenti sguajati, le comiche acconciature, le facce
disfatte dalla stanchezza de’ suoi amici e invidiò il loro sonno e ne provò
sdegno allo stesso tempo. Avevano potuto scherzare; ora potevano dormire,
dimentichi che dei disordini provocati dalle loro predicazioni a una gente
oppressa da tante iniquità ma ancor sorda e cieca, s’avvaleva ora il governo per
calpestare ancora una volta quella terra, che sola, senza patti, con impeto
generoso s’era data all’Italia e in premio non ne aveva avuto altro che la
miseria e l’abbandono. Potevano dormire, quei suoi amici, dimentichi del sangue
di tante vittime, dimentichi dei compagni caduti in mano della polizia, i quali
certo, domani, sarebbero stati condannati dai tribunali militari...
Si alzò anche lui; si recò alla sala d’ingresso, desideroso d’uscire all’aperto,
a trarre una boccata d’aria, per liberarsi dell’angoscia che l’opprimeva, ora
che il vento e la pioggia erano cessati. Ma innanzi alla porta si fermò, vinto
dall’odore di antica vita che covava in quella villa ove suo nonno era vissuto,
ove con quel desolato sentimento di precarietà lasciava invano passare i suoi
tristi giorni quel suo zio, ove Mauro Mortara... Subito si scosse al ricordo del
suo vecchio snidato da lui crudelmente negli ultimi giorni da quella dimora che
il culto di tante memorie gli rendeva sacra; più che per tutto il resto sentì
dispetto e onta dell’opera sua e dei suoi compagni per quest’ultima conseguenza
ch’essa cagionava: di cacciar via da Valsanìa il suo vecchio custode, colui che
gli appariva da un pezzo come la più schietta incarnazione dell’antica anima
isolana; e corse per tentar di placarlo, per gridargli il suo pentimento e
forzarlo a rimanere. La porta della stanza di Mauro era aperta; la stanza era al
bujo e vuota.
Su la soglia stavano incerti e come smarriti i tre mastini. Non abbajarono.
Anzi, gli si fecero attorno ansiosi, drizzando le aguzze orecchie, scotendo la
breve coda, quasi gli chiedessero perché il loro padrone, seguito da essi come
ogni notte, a un certo punto si fosse voltato a cacciarli, a rimandarli indietro
rudemente: perché?
Da un balcone in fondo venne la voce di don Cosmo:
– Se n’è andato?
– Sì, – rispose Lando.
Don Cosmo non disse più nulla. Nella tetraggine, solenne e come sospesa, della
notte ancora inquieta, rimase a udire il fragore del mare sotto le frane di
Valsanìa e l’abbajare più o men remoto dei cani; poi, con una mano sul capo
calvo, si affisò ad alcune stelle, chiodi del mistero com’egli le chiamava,
apparse in una cala di cielo, tra le nuvole squarciate.
Senza curarsi del fango della strada, dove i suoi stivaloni ferrati affondavano
e spiaccicavano; con gli occhi aggrottati sotto le ciglia e quasi chiusi; tutto
il viso contratto dallo sdegno; un agro bruciore al petto e la mente occupata da
una tenebra più cupa di quella che gli era intorno, Mauro Mortara era, intanto,
più d’un miglio lontano da Valsanìa. Andava nella notte ancora agitata dagli
ultimi fremiti della tempesta, investito di tratto in tratto da raffiche gelate
che gli spruzzavano in faccia la pioggia stillante dagli alberi, di qua e di là
dalle muricce, lungo lo stradone. Andava curvo, a testa bassa, il fucile appeso
a una spalla, le due pistole ai fianchi, un pugnale col fodero in cuojo alla
cintola, lo zàino alle spalle, il berretto villoso in capo e le medaglie al
petto. Saliva verso Girgenti; ma voleva andare più lontano; lasciare a un certo
punto lo stradone e mettersi per la linea ferroviaria; attraversare una breve
galleria, sboccare in Val Sollano, e di lì, nei pressi della stazione, avviarsi
per un altro stradone al paese di Favara, ove, in un poderetto di là
dall’abitato, viveva un suo nipote contadino, figlio d’una sorella morta da
tanti anni, il quale più volte gli aveva offerto tetto e cure nel caso che,
infermo, avesse voluto ritirarsi da Valsanìa. Andava lì, da quel suo nipote; ma
non ci voleva pensare. La testa, il cuore gli erano rimasti come pestati,
schiacciati e macerati dallo stropiccìo dei passi di quei giovani, che per
supremo oltraggio s’erano introdotti a profanare il camerone del Generale,
mentr’egli nella sua stanza, sotto, s’apparecchiava a partire. Non voleva più
pensare né sentir nulla; nulla immaginare dei giorni che gli restavano.
Tuttavia, il cuore calpestato, a poco a poco, sotto l’assillo del pensiero che,
forse, quel suo nipote contadino gli aveva offerto ricetto perché s’aspettava da
lui chi sa quali tesori, cominciò a rimuoverglisi dentro, a riallargarglisi in
émpiti d’orgoglio. Soltanto da giovane e dalle mani del Generale, fino alla
partenza per l’esilio a Malta, egli aveva avuto un salario. Ritornato a Valsanìa,
dopo le vicende fortunose della sua vita errabonda, per mare, in Turchia,
nell’Asia Minore, in Africa, e dopo la campagna del Sessanta, aveva prestato
sempre la sua opera, colà, disinteressatamente. E ora, ecco, a settantotto anni,
se ne partiva povero, senza neppure un soldo in tasca, con la sola ricchezza di
quelle sue medaglie al petto. Ma appunto perché questa sola ricchezza aveva
cavato dall’opera di tutta la sua vita, – Sciocco, – poteva dire a quel suo
nipote, – tu sei padrone di tre palmi di terra; e se te ne scosti d’un passo,
non sei più nel tuo; io, invece, sono qua, sempre nel mio ovunque posi il piede,
per tutta la Sicilia! Perché io la corsi da un capo all’altro per liberarla dal
padrone che la teneva schiava!
Preso così l’aire, la sua esaltazione crebbe di punto in punto, fomentata per un
verso dal cordoglio d’essersi strappato per sempre da Valsanìa, e per l’altro
dal bisogno di riempire con la rievocazione di tutti i ricordi che potevano
dargli conforto il vuoto che si vedeva davanti.
Rideva e parlava forte e gestiva, senza badare alla via: rideva al binario della
linea ferroviaria, ai pali del telegrafo, frutti della Rivoluzione, e si
picchiava forte il petto e diceva:
– Che me n’importa? Io... io... la Sicilia... oh Marasantissima... vi dico la
Sicilia... Se non era per la Sicilia... Se la Sicilia non voleva... La Sicilia
si mosse e disse all’Italia: eccomi qua! vengo a te! Muoviti tu dal Piemonte col
tuo Re, io vengo di qua con Garibaldi, e tutti e due ci uniremo a Roma! Oh
Marasantissima, lo so: Aspromonte, ragione di Stato, lo so! Ma la Sicilia voleva
far prima, di qua... sempre la Sicilia... E ora quattro canaglie hanno voluto
disonorarla... Ma la Sicilia è qua, qua, qua con me... la Sicilia, che non si
lascia disonorare, è qua con me!
Si trovò tutt’a un tratto davanti alla breve galleria che sbocca in Val Sollano,
e stupì d’esservi giunto cosí presto, senza saper come; prima d’entrarvi, guardò
in cielo per conoscere dalle stelle che ora fosse. Potevano essere le tre del
mattino. Forse all’alba sarebbe alla Favara. Attraversata la galleria e giunto
nei pressi della stazione di Girgenti, al punto in cui s’imbocca lo stradone che
conduce a quel grosso borgo tra le zolfare, dovette però fermarsi davanti alla
sfilata di due compagnie di soldati che, muti, ansanti, a passo accelerato, si
recavano di notte colà. Dal cantoniere di guardia ebbe notizia che, nonostante
la proclamazione dello stato d’assedio, alla Favara tutti i socii del Fascio
disciolto, nelle prime ore della sera, s’erano dati convegno nella piazza e
avevano assaltato e incendiato il municipio, il casino dei nobili, i casotti del
dazio, e che gl’incendii e la sommossa duravano ancora e già c’erano parecchi
morti e molti feriti.
– Ah sì? Ah sì? – fremette Mauro. – Ancora?
E si svincolò dalle braccia di quel cantoniere che voleva trattenerlo, vedendolo
così armato, per salvarlo dal rischio a cui si esponeva d’esser catturato da
quei soldati.
– Io, dai soldati d’Italia?
E corse per unirsi a loro.
Una gioja impetuosa, frenetica, gli ristorò le forze che già cominciavano a
mancargli; ridiede l’antico vigore alle sue vecchie gambe garibaldine;
l’esaltazione diventò delirio; sentì veramente in quel punto d’esser la Sicilia,
la vecchia Sicilia che s’univa ai soldati d’Italia per la difesa comune, contro
i nuovi nemici.
Divorò la via, tenendosi a pochi passi da quelle due compagnie che a un certo
punto, per l’avviso di alcuni messi incontrati lungo lo stradone, s’eran
lanciate di corsa.
Quando, alla prima luce dell’alba, tutto inzaccherato da capo a piedi,
trafelato, ebbro della corsa, stordito dalla stanchezza, si cacciò coi soldati
nel paese, non ebbe tempo di veder nulla, di pensare a nulla: travolto, tra una
fitta sassajola, in uno scompiglio furibondo, ebbe come un guazzabuglio di
impressioni così rapide e violente da non poter nulla avvertire, altro che lo
strappo spaventoso d’una fuga compatta che si precipitava urlante; un rimbombo
tremendo; uno stramazzo e...
La piazza, come schiantata e in fuga anch’essa dietro gli urli del popolo che la
disertava, appena il fumo dei fucili si diradò nel livido smortume dell’alba,
parve agli occhi dei soldati come trattenuta dal peso di cinque corpi inerti,
sparsi qua e là.
Un bisogno strano, invincibile, obbligò il capitano a dare subito ai suoi
soldati un comando qualunque, pur che fosse. Quei cinque corpi rimasti là,
traboccati sconciamente, in una orrenda immobilità, su la motriglia della piazza
striata dall’impeto della fuga, erano alla vista d’una gravezza insopportabile.
E un furiere e un caporale, al comando del capitano, si mossero sbigottiti per
la piazza e si accostarono al primo di quei cinque cadaveri.
Il furiere si chinò e vide ch’esso, caduto con la faccia a terra, era armato
come un brigante. Gli tolse il fucile dalla spalla e, levando il braccio, lo
mostrò al capitano; poi diede quel fucile al caporale, e si chinò di nuovo sul
cadavere per prendergli dalla cintola prima una e poi l’altra pistola, che
mostrò ugualmente al capitano. Allora questi, incuriosito, sebbene avesse ancora
un forte tremito a una gamba e temesse che i soldati se ne potessero accorgere,
si appressò anche lui a quel cadavere, e ordinò che lo rimovessero un poco per
vederlo in faccia. Rimosso, quel cadavere mostrò sul petto insanguinato quattro
medaglie.
I tre, allora, rimasero a guardarsi negli occhi, stupiti e sgomenti.
Chi avevano ucciso?
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