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Romanzi - 1913

I vecchi e i giovani

Introduzione

Riassunto

PARTE PRIMA

PARTE SECONDA

Capitolo  1

Capitolo  1

Capitolo  2

Capitolo  2

Capitolo  3

Capitolo  3

Capitolo  4

Capitolo  4

Capitolo  5

Capitolo  5

Capitolo  6

Capitolo  6

Capitolo  7

Capitolo  7

Capitolo  8

Capitolo  8

Pirandello - Romanzi

1901

L'esclusa

1902

Il turno

1904

Il fu Mattia Pascal

Versione Inglese  Spanish Version

1911/1941

Giustino Roncella nato Boggiolo

1913

I vecchi e i giovani

1915/1925

Quaderni di Serafino Gubbio, operatore

1926

Uno, nessuno e centomila

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Ne I vecchi e i giovani Luigi Pirandello sembra voler dimostrare che il caos predomina sui progetti, nobili e meno nobili, e sulle aspirazioni, leggittime o inconfessabili, di tutti. Nel microcosmo della famiglia come nel macrocosmo della politica; negli ambienti dell'aristocrazia come in quelli della borghesia e della plebe, persino (caos=pazzia) a livello della fisiologia e dei sentimenti.

Unico ordine, unico “disegno” che possiede una possibilità di concretizzarsi è uno stato di disordine incontrollabile in cui gli spiriti, per quanto nobili, vengono trascinati nella polvere, i migliori propositi sortiscono esiti devastanti e i desideri più innocenti e puri sfociano nella follia.

Scritto nel 1899, all'indomani dello scandalo della Banca Romana (1893) – un esempio di malgoverno che non cessa di riproporsi ciclicamente, pure in mutevoli forme e molteplici varianti, a fasi alterne nella storia della Repubblica Italiana – sei anni dopo il drammatico epilogo dei Fasci siciliani, I vecchi e i giovani si sviluppa intorno ad alcuni episodi che appartengono alla biografia e al periodo di Luigi Pirandello: la crisi mineraria zolfara, la malattia della moglie, l'impatto con la vita e la mondanità romana, i moti che sfociarono nella repressione e nel sangue.

 

 

Il «romanzo della Sicilia dopo il 1870, amarissimo e popoloso romanzo, ov'è racchiuso il dramma della mia generazione» (Pirandello), è un romanzo «accorato», «l'opera più vasta e complessa di Luigi Pirandello» (Spinazzola), «dove l'identità unificante del passato è opposta alla politica, categoria negativa del presente» (Guglielmetti-Joli). Pubblicato dapprima nel 1909 sulla «Rassegna contemporanea» e quindi nel 1913 dall'editore Treves, I vecchi e i giovani sfugge a una facile collocazione nella produzione pirandelliana, «fatta di pièces l'una legata all'altra, in vista di un ipotetico insieme» (Macchia), una prova a sé stante che esaurisce un'esigenza personale dell'autore di venire a capo del proprio vissuto, storico e autobiografico.

La vicenda ha inizio con l'annuncio dell'unione in seconde improbabili e tardive nozze tra don Ippolito Laurentano, capostipite di una famiglia aristocratica agrigentina, e Adelaide Salvo, matura e florida sorella di un facoltoso e intraprendente borghese, con appetiti illimitati e pochi scrupoli.

Questo evento “capriccioso” s'inserisce nella contingenza di un evento di portata più vasta: le elezioni politiche per designare l'uomo deputato a rappresentare a Roma gli interessi della città di Girgenti, in cui il candidato del «Partito Clericale Militante», Ignazio Capolino ha da vedersela con quello dei socialisti, Roberto Auriti, nel contesto di intrighi – con lo scambio tra le parti di ignobili accuse, a cui rispondono indignate proteste... – che una ricorrenza di tale portata reca con sé, ma nel disincanto della popolazione.

 

«Chi poteva curarsi, in tale animo, delle elezioni politiche imminenti? E poi, perché? Nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, né mai l'aveva avuta. La corruzione era sopportata come un male cronico, irrimediabile; e considerato ingenuo o matto, impostore o ambizioso chiunque si levasse a gridarle contro.»

Il tutto si innesta infatti nel tessuto economico isolano, caratterizzato dalla miseria delle campagne e dalla crisi dell'industria mineraria .

Nell'economia del romanzo, come ne I vicerè gli Uzeda e nel Gattopardo il Principe di Salina, i Laurentano rappresentano il passato di un ordine feudale che lascia spazio a una amministrazione paternalistica ma equa. La giustizia nei rapporti con i dipendenti si manifesta in modo arbitrario altrettanto quanto la vessazione; l'equità è un'espressione d'eleganza, la moderazione un fatto di educazione e di stile; la tolleranza è un segnale di intelligenza, di superiorità e di senso dell'umorismo.

Proprio per questo i Laurentano (il nome riverbera echi rinascimentali) rappresentano, attraverso i figli di Ippolito e della sorella di lui Caterina, Gerlando e Roberto Auriti, anche un futuro utopico, guadagnato a prezzo di errori e di delusioni, di aspirazioni e di rovesci generazionali che mettono a dura prova lo spirito umanitario e idealistico conquistato dalla famiglia in senso evolutivo e, appunto, "aristocratico".

«Lo spettacolo pone soprattutto in rilievo l'imparità dei personaggi, rispetto alla situazione che sono chiamati a vivere. I procedimenti cambiano però, anzi addirittura si capovolgono, quando entrano in scena i ceti aristocratici. Il personaggio stavolta appare superiore agli avvenimenti nei quali si trova immerso.» (Vittorio Spinazzola, Il romanzo antistorico).

Se l'ambiguità e il tradimento, insomma, sono dei comuni mortali, la sincerità e la coerenza sono dei prìncipi.

Al contrario, Flaminio Salvo, banchiere, proprietario di terre e di miniere rappresenta un presente singolare, sterile e triste, senza progetto, al di fuori del proprio smodato e insaziabile arricchimento: a scapito dei miserabili che non posseggono che se stessi; a scapito di coloro che, pur possedendo qualcosa non sanno trovare, per conservarlo, un ruolo adeguato nella società; a scapito dei propri stessi familiari e amici, che vengono “spesi” sulla scacchiera della vita per la conquista di una posizione strategicamente giustificata soltanto da una nuova potenziale conquista.

Ma Pirandello non infierisce sul personaggio di Flaminio Salvo, vittima egli stesso delle proprie azioni, della propria forza e in sostanza un uomo da compatire. Il disgusto dell'autore si scatena nella descrizione di Ignazio Capolino e di Nicoletta Scoto, campioni di quella piccola borghesia ambiziosa e arrivista, senza ideali né principî, che basa la propria esistenza sulla finzione e sulle apparenze.

«Era quello un momento drammatico, d'intermezzo alla commedia che marito e moglie rappresentavano da due anni ogni giorno, anche nell'intimità delle pareti domestiche, l'una di fronte all'altro, compiacendosi reciprocamente della loro finezza e della loro bravura. Sapevano bene l'uno e l'altra che non sarebbero mai riusciti a ingannarsi e non tentavan nemmeno. Che lo facessero per puro amore dell'arte, non si poteva dire, che odiavano entrambi in segreto la necessità di quelle loro finzioni. Ma se volevano vivere insieme senza scandalo per gli altri, senza troppo disgusto per sé, riconoscevano di non poterne far di meno. Ed eccoli dunque, premurosi a vestire, o meglio a mascherare di garbata e graziosa menzogna quel loro odio; a trattar la menzogna come un mesto e caro esercizio di carità reciproca, che si manifestava in un impegno, in una gara di compitezza ammirevoli, per cui alla fine marito e moglie avevano acquistato, non solo una stima affettuosa del loro merito, ma anche una sincera gratitudine l'uno per l'altra. E quasi si amavano davvero.»

Nella parte “romana” dell'intreccio Pirandello mette in scena il dramma che nel 1893 coinvolse i vertici della Banca Romana insieme ad alcuni elementi del governo socialista di Giolitti, alcuni ampiamente colpevoli di aver abusato del proprio ruolo istituzionale, altri inconsapevoli complici dei primi.

Alla fine de I vecchi e i giovani tutti risultano perdenti. Roberto Auriti (che rappresenta lo zio materno di Pirandello, Rocco Ricci Gramitto) infangato da uno scandalo a cui è estraneo; l'onorevole Corrado Selmi (al secolo Rocco De Zerbi) suicida; Caterina, «vestale del patriottismo» si spegne senza pronunciare una parola; Nicoletta, già amante, per calcolo opportunistico, di Flaminio Salvo, viene spinta, per calcolo ancora, dal marito tra le braccia dell'ingegnere minerario del Salvo, Aurelio Costa, ed entrambi correranno a farsi massacrare dai minatori in rivolta; la figlia di Flaminio Salvo, Dianella, segretamente innamorata dell'ingegnere, impazzisce; Adelaide fuggirà nel cuore della notte con il deputato Capolino e Ippolito Laurentano liquiderà la faccenda filosoficamente girandosi dall'altra parte: «Ah sì? Buon viaggio. Penserò domani ad averne dispiacere, quando mi sarò levato.»

Flaminio Salvo sarà il solo rimasto lucido, in una casa sottratta ad altri, in compagnia della moglie malata di mente e della figlia impazzita; Gerlando Laurentano, coinvolto nei disordini causati dai minatori, si sotrarrà alla cattura riparando, come una volta il nonno di cui porta il nome, a Malta; Mauro Mortara infine, simbolo vivente degli ideali risorgimentale verrà abbattuto dal fuoco “amico” della repressione del ministro Crispi a cui intendeva dare man forte.

Tre«fallimenti collettivi: quello del Risorgimento, come moto generale di rinnovamento del nostro paese, quello dell'unità, come strumento di liberazione e di sviluppo delle zone più arretrate e in particolare della Sicilia e dell'Italia meridionale, quello del socialismo, che avrebbe potuto essere la ripresa del movimento risorgimentale» che si sovrappongono ai «fallimenti individuali: dei vecchi che non hanno saputo passare dagli ideali alla realtà e si trovano a essere responsabili degli scandali, della corruzione e del malgoverno dei giovani» (Salinari).

Toccherà a don Cosmo, il fratello intellettuale di Ippolito, di fornire la chiave di lettura degli avvenimenti e il punto di vista di Pirandello, nel corso dell'ultima conversazione con Gerlando, prima della fuga:

«Una cosa è triste, cari miei: aver capito il gioco! Dico il gioco di questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione, deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati, e deridendoci anche, come avviene a me, del non averci saputo illudere, poiché fuori di queste illusioni non c'è più altra realtà...»

Inizio pagina

 

I VECCHI E I GIOVANI

RIASSUNTO

 

Il romanzo - diviso in due parti di otto capitoli ciascuna, suddivisi in paragrafi numerati con numeri romani all'interno di ogni capitolo - apparve parzialmente a puntate (fino al primo paragrafo del cap. IV della seconda parte) sulla «Rassegna contemporanea», tra il gennaio e il novembre 1909, anno II, dal n. 1 al n. 11. L'edizione Treves del 1913, che al posto della numerazione all'interno di ciascun capitolo recava un sottotitolo per ogni paragrafo, risulta largamente rimaneggiata nella parte già pubblicata e con una sezione inedita, dal secondo paragrafo del cap. IV della seconda parte fino alla fine. Nel 1931 segui l'edizione definitiva «completamente riveduta e rielaborata dall'Autore», in cui venivano soppressi i sottotitoli.

In una pagina autobiografica, successiva alla parziale pubblicazione su rivista de I vecchi e i giovani, Pirandello ne parla come del «romanzo della Sicilia dopo il 1870, amarissimo e popoloso romanzo, ov'è racchiuso il dramma della mia generazione». Un romanzo storico, ambientato nella prima parte a Girgenti, dettato dal più cupo pessimismo sulle sorti della terra natale, affollato di personaggi appartenenti ai diversi ceti sociali che vivono il disagio e le contraddizioni della caduta degli ideali, nel trapasso dalla generazione risorgimentale a quella post-unitaria italiana.

 


 

 A Girgenti, nel 1893, si deve eleggere il deputato del collegio da inviare in Parlamento; la contesa politica vede schierati clericali e affaristi, governativi, socialisti e il nuovo movimento dei Fasci siciliani. Girgenti, «paese morto» in cui «d'accidia era radicata nella più profonda sconfidenza della sorte», guarda con indifferenza alla prossima consultazione; infatti «nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, né mai l'aveva avuta. La corruzione era sopportata, come un male cronico, irrimediabile». In questo contesto di degrado morale e civile, all'inizio della vicenda, Flaminio Salvo, banchiere, proprietario di miniere, rappresentante del ceto borghese imprenditoriale, offre al partito clericale il suo appoggio elettorale e, per sancire l'alleanza, combina, attraverso la mediazione del vescovo, il matrimonio della cinquantenne sorella Adelaide con il sessantacinquenne principe Ippolito Laurentano, feudatario di fede borbonica e clericale. Il frutto dell'intesa tra borghesia affaristica e aristocrazia latifondista è la candidatura per i clericali dell'avvocato Ignazio Capolino, consulente legale e uomo di fiducia di Salvo. I governativi candidano invece un reduce garibaldino, Roberto Auriti che, a soli dodici anni, aveva combattuto a Milazzo accanto al padre Stefano, caduto nella battaglia. Roberto Auriti è figlio di Caterina Laurentano - sorella del principe Ippolito -, la quale, per tener fede agli ideali liberali, aveva rinunciato con sprezzo all'eredità familiare in favore del fratello borbonico e, rimasta vedova, aveva scelto con dignità una vita di ristrettezze. Nell'imminenza delle elezioni, Roberto - che vive a Roma dove esercita con modesta fortuna la professione di avvocato - torna a Girgenti. Nei suoi confronti il partito clericale scatena sulla stampa cittadina una campagna diffamatoria, orchestrata da mestatori prezzolati. Le insinuazioni calunniose dei reazionari e una candidatura socialista di disturbo (su cui convergono i voti «dei lavoratori delle zolfare e delle campagne della provincia, già raccolti in fasci») decretano la sconfitta elettorale dell'Auriti. Il candidato clericale Ignazio Capolino viene eletto deputato, mentre in tutta la Sicilia monta la protesta sociale di contadini e zolfatari, sullo sfondo della crisi economica e dell'industria zolfifera dell'isola.

Nella seconda patte del romanzo l'azione si sposta a Roma, dove Roberto Auriti è ritornato dopo la negativa esperienza elettorale. La capitale è sommersa dal "fango" dello scandalo della Banca Romana in cui, in una sorta di «bancarotta del patriottismo», sono implicati eminenti uomini politici. Anche Roberto Auriti viene coinvolto nello scandalo, perché ha contratto con la Banca un prestito non restituito di quarantamila lire, come prestanome dell'amico deputato Corrado Selmi. Costui ha dissipato il patrimonio di valori risorgimentali che avevano illuminato la sua giovinezza e si è indebitato per sostenere una relazione sentimentale con Giannetta, giovane moglie del vecchio ministro del Tesoro Francesco D'Atri, anche lui dal nobile passato garibaldino. Roberto Auriti viene arrestato e Corrado Selmi - per il quale la Camera si accinge a votare l'autorizzazione a procedere - si avvelena lasciando un biglietto che scagiona l'amico. A Roma si riannodano le vicende di alcuni personaggi girgentini convenuti nella capitale con motivazioni diverse: l'onorevole Ignazio Capolino, con la giovane moglie Nicoletta, per svolgere il suo mandato parlamentare; l'ingegnere minerario Aurelio Costa, direttore delle zolfare di Flaminio Salvo, inviato dall'imprenditore per presentare al Ministero un progetto di consorzio fra i produttori di zolfo siciliani; lo stesso Salvo per curare di persona i propri interessi. Flaminio Salvo è accompagnato dalla figlia Dianella, per la quale, perseverando nei suoi disegni di alleanze matrimoniali, vorrebbe combinare le nozze con Lando Laurentano (figlio del principe Ippolito), che risiede a Roma impegnato nella causa socialista. Respinto dal Ministero il progetto di consorzio, Aurelio Costa è rimandato a Girgenti per placare l'animo degli zolfatari «inferociti dalla fame per la chiusura delle zolfare»; nel viaggio di ritorno l'accompagna Nicoletta Capolino.

 

Il viaggio si trasforma in una fuga d'amore fra i due giovani. Giunto in Sicilia, Costa, seguito da Nicoletta, si reca ad Aragona per parlamentare con gli zolfatari delle miniere, ma questi, sobillati da un provocatore, assalgono la carrozza dell'ingegnere, lo uccidono insieme con l'amante e ne bruciano i corpi. Alla notizia della morte di Costa, Dianella Salvo, che ne era innamorata, impazzisce. Intanto tutta la Sicilia è in tumulto. Il principe Lando Laurentano lascia Roma e si reca a Palermo, per seguire da vicino gli eventi rivoluzionari. Il governo decreta lo stato d'assedio in Sicilia e procede ad arresti in massa degli esponenti socialisti e degli aderenti ai Fasci. Lando, con alcuni compagni, fugge da Palermo e si dirige verso Porto Empedocle, dove intende imbarcarsi per espatriare. Sulla strada della fuga raggiunge Valsania, il feudo di famiglia dove vive estraniato, in filosofico distacco dal mondo, lo zio don Cosmo Laurentano. Don Cosmo, portavoce dell'autore, distilla al nipote e agli altri fuggiaschi il succo amaro delle sue riflessioni: «Una sola cosa è triste, cari miei; aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione. Bisogna vivere, cioè illudersi».
Tutto, passioni e ideologie, ridotto a un beffardo gioco di illusioni da cui non ci si può sottrarre per vivere. Vittima di un'estrema illusione sarà, a conclusione del romanzo, Mauro Mortara, antico garibaldino settantasettenne, uomo di fiducia di don Cosmo Laurentano. Mortara, turbato dalla ribellione dei Fasci che disonora la Sicilia, sconvolgendo l'unità nazionale e disfacendo «l'opera dei vecchi», corre armato, con il petto fregiato di medaglie garibaldine, a unirsi ai soldati inviati a reprimere la rivolta, ma, scambiato per un rivoltoso, viene ucciso dai militari. Con la morte di Mauro Mortara, l'Italia unita, uccidendo il suo passato risorgimentale, sembra aver rinnegato se stessa.

I vecchi e i giovani, al loro apparire in volume, furono accolti con riserva dalla critica. Emilio Cecchi, su «La Tribuna», ne parlò come di un'opera fondata «su una materia fantastica più adatta a prestare motivi di arguzie, e di macchiette, che d'epopea». Un giudizio riduttivo riconfermato in seguito da Benedetto Croce. Nel 1960 il romanzo venne rivalutato da Carlo Salinari, che vi lesse la rappresentazione di una serie di fallimenti storici (del Risorgimento, dell'Unità, del socialismo) e personali: «dei vecchi che non hanno saputo passare dagli ideali alla realtà e si trovano ad essere responsabili degli scandali dei giovani che si sentono soffocare in una società ormai cristallizzata». Da ultimo Massimo Onofri ha colto le motivazioni profonde dei personaggi: «ogni personaggio, persino nelle sue azioni politiche e di pubblica rilevanza, sembra essere mosso, oltre che da palesi moventi ideologici, soprattutto da personali interessi, non di rado sordidi, e sempre in una direzione che cementi o violi i vincoli familiari».

 

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