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Ne I vecchi e i giovani Luigi
Pirandello sembra voler dimostrare che il caos predomina sui progetti, nobili e
meno nobili, e sulle aspirazioni, leggittime o inconfessabili, di tutti. Nel
microcosmo della famiglia come nel macrocosmo della politica; negli ambienti
dell'aristocrazia come in quelli della borghesia e della plebe, persino (caos=pazzia)
a livello della fisiologia e dei sentimenti.
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Unico ordine, unico “disegno” che possiede una possibilità di
concretizzarsi è uno stato di disordine incontrollabile in cui gli spiriti, per
quanto nobili, vengono trascinati nella polvere, i migliori propositi sortiscono
esiti devastanti e i desideri più innocenti e puri sfociano nella follia.
Scritto nel 1899, all'indomani dello scandalo della Banca Romana (1893) – un
esempio di malgoverno che non cessa di riproporsi ciclicamente, pure in mutevoli
forme e molteplici varianti, a fasi alterne nella storia della Repubblica
Italiana – sei anni dopo il drammatico epilogo dei Fasci siciliani, I vecchi e i
giovani si sviluppa intorno ad alcuni episodi che appartengono alla biografia e
al periodo di Luigi Pirandello: la crisi mineraria zolfara, |
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la malattia della moglie, l'impatto con la vita e la
mondanità romana, i moti che sfociarono nella repressione e nel sangue. Il
«romanzo della Sicilia dopo il 1870, amarissimo e popoloso romanzo, ov'è
racchiuso il dramma della mia generazione» (Pirandello), è un romanzo «accorato»,
«l'opera più vasta e complessa di Luigi Pirandello» (Spinazzola),
«dove l'identità unificante del passato è opposta alla politica, categoria
negativa del presente» (Guglielmetti-Joli). Pubblicato dapprima nel 1909 sulla «Rassegna contemporanea» e quindi nel 1913 dall'editore Treves,
I vecchi e i
giovani sfugge a una facile collocazione nella produzione pirandelliana, «fatta
di pièces l'una legata all'altra, in vista di un ipotetico insieme» (Macchia),
una prova a sé stante che esaurisce un'esigenza personale dell'autore di venire
a capo del proprio vissuto, storico e autobiografico.
La vicenda ha inizio con l'annuncio dell'unione in seconde improbabili e tardive
nozze tra don Ippolito Laurentano, capostipite di una famiglia aristocratica
agrigentina, e Adelaide Salvo, matura e florida sorella di un facoltoso e
intraprendente borghese, con appetiti illimitati e pochi scrupoli.
Questo evento “capriccioso” s'inserisce nella contingenza di un evento di
portata più vasta: le elezioni politiche per designare l'uomo deputato a
rappresentare a Roma gli interessi della città di Girgenti, in cui il candidato
del «Partito Clericale Militante», Ignazio Capolino ha da vedersela con quello
dei socialisti, Roberto Auriti, nel contesto di intrighi – con lo scambio tra le
parti di ignobili accuse, a cui rispondono indignate proteste... – che una
ricorrenza di tale portata reca con sé, ma nel disincanto della popolazione.
«Chi poteva curarsi, in tale animo, delle elezioni politiche imminenti? E poi,
perché? Nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, né mai l'aveva avuta. La
corruzione era sopportata come un male cronico, irrimediabile; e considerato
ingenuo o matto, impostore o ambizioso chiunque si levasse a gridarle contro.»
Il tutto si innesta infatti nel tessuto economico isolano, caratterizzato dalla
miseria delle campagne e dalla crisi dell'industria mineraria .
Nell'economia del romanzo, come ne I vicerè gli Uzeda e nel Gattopardo il
Principe di Salina, i Laurentano rappresentano il passato di un ordine feudale
che lascia spazio a una amministrazione paternalistica ma equa. La giustizia nei
rapporti con i dipendenti si manifesta in modo arbitrario altrettanto quanto la
vessazione; l'equità è un'espressione d'eleganza, la moderazione un fatto di
educazione e di stile; la tolleranza è un segnale di intelligenza, di
superiorità e di senso dell'umorismo.
Proprio per questo i Laurentano (il nome riverbera echi rinascimentali)
rappresentano, attraverso i figli di Ippolito e della sorella di lui Caterina,
Gerlando e Roberto Auriti, anche un futuro utopico, guadagnato a prezzo di
errori e di delusioni, di aspirazioni e di rovesci generazionali che mettono a
dura prova lo spirito umanitario e idealistico conquistato dalla famiglia in
senso evolutivo e, appunto, "aristocratico".
«Lo spettacolo pone soprattutto in rilievo l'imparità dei personaggi, rispetto
alla situazione che sono chiamati a vivere. I procedimenti cambiano però, anzi
addirittura si capovolgono, quando entrano in scena i ceti aristocratici. Il
personaggio stavolta appare superiore agli avvenimenti nei quali si trova
immerso.» (Vittorio Spinazzola, Il romanzo antistorico).
Se l'ambiguità e il tradimento, insomma, sono dei comuni mortali, la sincerità e
la coerenza sono dei prìncipi.
Al contrario, Flaminio Salvo, banchiere, proprietario di terre e di miniere
rappresenta un presente singolare, sterile e triste, senza progetto, al di fuori
del proprio smodato e insaziabile arricchimento: a scapito dei miserabili che
non posseggono che se stessi; a scapito di coloro che, pur possedendo qualcosa
non sanno trovare, per conservarlo, un ruolo adeguato nella società; a scapito
dei propri stessi familiari e amici, che vengono “spesi” sulla scacchiera della
vita per la conquista di una posizione strategicamente giustificata soltanto da
una nuova potenziale conquista.
Ma Pirandello non infierisce sul personaggio di Flaminio Salvo, vittima egli
stesso delle proprie azioni, della propria forza e in sostanza un uomo da
compatire. Il disgusto dell'autore si scatena nella descrizione di Ignazio
Capolino e di Nicoletta Scoto, campioni di quella piccola borghesia ambiziosa e
arrivista, senza ideali né principî, che basa la propria esistenza sulla
finzione e sulle apparenze.
«Era
quello un momento drammatico, d'intermezzo alla commedia che marito e moglie
rappresentavano da due anni ogni giorno, anche nell'intimità delle pareti
domestiche, l'una di fronte all'altro, compiacendosi reciprocamente della loro
finezza e della loro bravura. Sapevano bene l'uno e l'altra che non sarebbero
mai riusciti a ingannarsi e non tentavan nemmeno. Che lo facessero per puro amore dell'arte, non si
poteva dire, che odiavano entrambi in segreto la necessità di quelle loro
finzioni. Ma se volevano vivere insieme senza scandalo per gli altri, senza
troppo disgusto per sé, riconoscevano di non poterne far di meno. Ed eccoli dunque, premurosi a vestire, o meglio a
mascherare di garbata e graziosa menzogna quel loro odio; a trattar la menzogna
come un mesto e caro esercizio di carità reciproca, che si manifestava in un
impegno, in una gara di compitezza ammirevoli, per cui alla fine marito e moglie
avevano acquistato, non solo una stima affettuosa del loro merito, ma anche una
sincera gratitudine l'uno per l'altra. E quasi si amavano davvero.»
Nella parte “romana” dell'intreccio Pirandello mette in scena il dramma che nel
1893 coinvolse i vertici della Banca Romana insieme ad alcuni elementi del
governo socialista di Giolitti, alcuni ampiamente colpevoli di aver abusato del
proprio ruolo istituzionale, altri inconsapevoli complici dei primi.
Alla fine
de I vecchi e i giovani tutti risultano perdenti. Roberto Auriti (che rappresenta lo zio materno di
Pirandello, Rocco Ricci Gramitto) infangato da uno scandalo a cui è estraneo;
l'onorevole Corrado Selmi (al secolo Rocco De Zerbi) suicida; Caterina, «vestale
del patriottismo» si spegne senza pronunciare una parola. Nicoletta, già amante, per calcolo opportunistico, di
Flaminio Salvo, viene spinta, per calcolo ancora, dal marito tra le braccia
dell'ingegnere minerario del Salvo, Aurelio Costa, ed entrambi correranno a
farsi massacrare dai minatori in rivolta; la figlia di Flaminio Salvo, Dianella,
segretamente innamorata dell'ingegnere, impazzisce; Adelaide fuggirà nel cuore
della notte con il deputato Capolino e Ippolito Laurentano liquiderà la faccenda
filosoficamente girandosi dall'altra parte: «Ah sì? Buon viaggio. Penserò domani
ad averne dispiacere, quando mi sarò levato.»
Flaminio Salvo sarà il solo rimasto lucido, in una
casa sottratta ad altri, in compagnia della moglie malata di mente e della
figlia impazzita; Gerlando Laurentano, coinvolto nei disordini causati dai
minatori, si sotrarrà alla cattura riparando, come una volta il nonno di cui
porta il nome, a Malta; Mauro Mortara infine, simbolo vivente degli ideali
risorgimentale verrà abbattuto dal fuoco “amico” della repressione del ministro Crispi a cui intendeva dare man forte.
«Tre fallimenti collettivi: quello del Risorgimento, come moto generale di
rinnovamento del nostro paese, quello dell'unità, come strumento di liberazione
e di sviluppo delle zone più arretrate e in particolare della Sicilia e
dell'Italia meridionale, quello del socialismo, che avrebbe potuto essere la
ripresa del movimento risorgimentale» che si sovrappongono ai «fallimenti
individuali: dei vecchi che non hanno saputo passare dagli ideali alla realtà e
si trovano a essere responsabili degli scandali, della corruzione e del
malgoverno dei giovani» (Salinari).
Toccherà a don Cosmo, il fratello intellettuale di Ippolito, di fornire la
chiave di lettura degli avvenimenti e il punto di vista di Pirandello, nel corso
dell'ultima conversazione con Gerlando, prima della fuga:
«Una cosa è triste, cari miei: aver capito il gioco! Dico il gioco di questo
demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a
rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre
come una nostra illusione, deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati,
e deridendoci anche, come avviene a me, del non averci saputo illudere, poiché
fuori di queste illusioni non c'è più altra realtà...»
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Il
romanzo - diviso in due parti di otto capitoli ciascuna, suddivisi in paragrafi
numerati con numeri romani all'interno di ogni capitolo - apparve parzialmente a
puntate (fino al primo paragrafo del cap. IV della seconda parte) sulla
«Rassegna contemporanea», tra il gennaio e il novembre 1909, anno II, dal n. 1
al n. 11. L'edizione Treves del 1913, che al posto della numerazione all'interno
di ciascun capitolo recava un sottotitolo per ogni paragrafo, risulta largamente
rimaneggiata nella parte già pubblicata e con una sezione inedita, dal secondo
paragrafo del cap. IV della seconda parte fino alla fine. Nel 1931 segui
l'edizione definitiva «completamente riveduta e rielaborata dall'Autore», in cui
venivano soppressi i sottotitoli.
In una pagina autobiografica, successiva alla parziale pubblicazione su rivista
de I vecchi e i giovani, Pirandello ne parla come del «romanzo della Sicilia
dopo il 1870, amarissimo e popoloso romanzo, ov'è racchiuso il dramma della mia
generazione». Un romanzo storico, ambientato nella prima parte a Girgenti,
dettato dal più cupo pessimismo sulle sorti della terra natale, affollato di
personaggi appartenenti ai diversi ceti sociali che vivono il disagio e le
contraddizioni della caduta degli ideali, nel trapasso dalla generazione
risorgimentale a quella post-unitaria italiana.
A Girgenti, nel 1893, si deve eleggere il deputato del collegio da inviare in
Parlamento; la contesa politica vede schierati clericali e affaristi,
governativi, socialisti e il nuovo movimento dei Fasci siciliani. Girgenti,
«paese morto» in cui «d'accidia era radicata nella più profonda sconfidenza
della sorte», guarda con indifferenza alla prossima consultazione; infatti
«nessuno aveva fiducia nelle istituzioni, né mai l'aveva avuta. La corruzione
era sopportata, come un male cronico, irrimediabile». In questo contesto di
degrado morale e civile, all'inizio della vicenda, Flaminio Salvo, banchiere,
proprietario di miniere, rappresentante del ceto borghese imprenditoriale, offre
al partito clericale il suo appoggio elettorale e, per sancire l'alleanza,
combina, attraverso la mediazione del vescovo, il matrimonio della cinquantenne
sorella Adelaide con il sessantacinquenne principe Ippolito Laurentano,
feudatario di fede borbonica e clericale. Il frutto dell'intesa tra borghesia
affaristica e aristocrazia latifondista è la candidatura per i clericali
dell'avvocato Ignazio Capolino, consulente legale e uomo di fiducia di Salvo. I
governativi candidano invece un reduce garibaldino, Roberto Auriti che, a soli
dodici anni, aveva combattuto a Milazzo accanto al padre Stefano, caduto nella
battaglia. Roberto Auriti è figlio di Caterina Laurentano - sorella del principe
Ippolito -, la quale, per tener fede agli ideali liberali,
aveva rinunciato con sprezzo all'eredità familiare in favore del
fratello borbonico e, rimasta vedova, aveva scelto con dignità
una vita di ristrettezze. Nell'imminenza delle elezioni, Roberto
- che vive a Roma dove esercita con modesta fortuna la
professione di avvocato - torna a Girgenti. Nei suoi confronti il partito
clericale scatena sulla stampa cittadina una campagna diffamatoria, orchestrata
da mestatori prezzolati. Le insinuazioni calunniose dei reazionari e una
candidatura socialista di disturbo (su cui convergono i voti «dei lavoratori
delle zolfare e delle campagne della provincia, già raccolti in fasci»)
decretano la sconfitta elettorale dell'Auriti. Il candidato clericale Ignazio
Capolino viene eletto deputato, mentre in tutta la Sicilia monta la protesta
sociale di contadini e zolfatari, sullo sfondo della crisi economica e
dell'industria zolfifera dell'isola.
Nella seconda patte del romanzo l'azione si sposta a Roma, dove Roberto Auriti è
ritornato dopo la negativa esperienza elettorale. La capitale è sommersa dal
"fango" dello scandalo della Banca Romana in cui, in una sorta di «bancarotta
del patriottismo», sono implicati eminenti uomini politici. Anche Roberto Auriti
viene coinvolto nello scandalo, perché ha contratto con la Banca un prestito non
restituito di quarantamila lire, come prestanome dell'amico deputato Corrado
Selmi. Costui ha dissipato il patrimonio di valori risorgimentali che avevano
illuminato la sua giovinezza e si è indebitato per sostenere una relazione
sentimentale con Giannetta, giovane moglie del vecchio ministro del Tesoro
Francesco D'Atri, anche lui dal nobile passato garibaldino. Roberto Auriti viene
arrestato e Corrado Selmi - per il quale la Camera si accinge a votare
l'autorizzazione a procedere - si avvelena lasciando un biglietto che scagiona
l'amico. A Roma si riannodano le vicende di alcuni personaggi girgentini
convenuti nella capitale con motivazioni diverse: l'onorevole Ignazio Capolino,
con la giovane moglie Nicoletta, per svolgere il suo mandato parlamentare;
l'ingegnere minerario Aurelio Costa, direttore delle zolfare di Flaminio Salvo,
inviato dall'imprenditore per presentare al Ministero un progetto di consorzio
fra i produttori di zolfo siciliani; lo stesso Salvo per curare di persona i
propri interessi. Flaminio Salvo è accompagnato dalla figlia Dianella, per la
quale, perseverando nei suoi disegni di alleanze matrimoniali, vorrebbe
combinare le nozze con Lando Laurentano (figlio del principe Ippolito), che
risiede a Roma impegnato nella causa socialista. Respinto dal Ministero il
progetto di consorzio, Aurelio Costa è rimandato a Girgenti per placare l'animo
degli zolfatari «inferociti dalla fame per la chiusura delle zolfare»; nel
viaggio di ritorno l'accompagna Nicoletta Capolino.
Il viaggio si trasforma in una fuga d'amore fra i due giovani. Giunto in
Sicilia, Costa, seguito da Nicoletta, si reca ad Aragona per parlamentare con
gli zolfatari delle miniere, ma questi, sobillati da un provocatore, assalgono
la carrozza dell'ingegnere, lo uccidono insieme con l'amante e ne bruciano i
corpi. Alla notizia della morte di Costa, Dianella Salvo, che ne era innamorata,
impazzisce. Intanto tutta la Sicilia è in tumulto. Il principe Lando Laurentano
lascia Roma e si reca a Palermo, per seguire da vicino gli eventi rivoluzionari.
Il governo decreta lo stato d'assedio in Sicilia e procede ad arresti in massa
degli esponenti socialisti e degli aderenti ai Fasci. Lando, con alcuni
compagni, fugge da Palermo e si dirige verso Porto Empedocle, dove intende
imbarcarsi per espatriare. Sulla strada della fuga raggiunge Valsania, il feudo
di famiglia dove vive estraniato, in filosofico distacco dal mondo, lo zio don
Cosmo Laurentano. Don Cosmo, portavoce dell'autore, distilla al nipote e agli
altri fuggiaschi il succo amaro delle sue riflessioni: «Una sola cosa è triste,
cari miei; aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo
che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come
realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione.
Bisogna vivere, cioè illudersi».
Tutto, passioni e ideologie, ridotto a un beffardo gioco di illusioni da cui non
ci si può sottrarre per vivere. Vittima di un'estrema illusione sarà, a
conclusione del romanzo, Mauro Mortara, antico garibaldino settantasettenne,
uomo di fiducia di don Cosmo Laurentano. Mortara, turbato dalla ribellione dei
Fasci che disonora la Sicilia, sconvolgendo l'unità nazionale e disfacendo
«l'opera dei vecchi», corre armato, con il petto fregiato di medaglie
garibaldine, a unirsi ai soldati inviati a reprimere la rivolta, ma, scambiato
per un rivoltoso, viene ucciso dai militari. Con la morte di Mauro Mortara,
l'Italia unita, uccidendo il suo passato risorgimentale, sembra aver rinnegato
se stessa.
I vecchi e i giovani, al loro apparire in volume, furono accolti con riserva
dalla critica. Emilio Cecchi, su «La Tribuna», ne parlò come di un'opera fondata
«su una materia fantastica più adatta a prestare motivi di arguzie, e di
macchiette, che d'epopea». Un giudizio riduttivo riconfermato in seguito da
Benedetto Croce. Nel 1960 il romanzo venne rivalutato da Carlo Salinari, che vi
lesse la rappresentazione di una serie di fallimenti storici (del Risorgimento,
dell'Unità, del socialismo) e personali: «dei vecchi che non hanno saputo
passare dagli ideali alla realtà e si trovano ad essere responsabili degli
scandali dei giovani che si sentono soffocare in una società ormai
cristallizzata». Da ultimo Massimo Onofri ha colto le motivazioni profonde dei
personaggi: «ogni personaggio, persino nelle sue azioni politiche e di pubblica
rilevanza, sembra essere mosso, oltre che da palesi moventi ideologici,
soprattutto da personali interessi, non di rado sordidi, e sempre in una
direzione che cementi o violi i vincoli familiari».
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