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GIUSTINO RONCELLA NATO BOGGIOLO
Capitolo Ottavo
LUME
SPENTO
- E
‘l giudisi? douva t’ l’as ‘l giudisi, martuf?
Il bimbo, a cavalcioni su le gambe di nonno Prever, lo guardava con
gli occhioni intenti e ridenti, frenandosi; poi subito alzava una
manina e con l’indice teso si toccava la fronte.
- Bel e si.
- L’è nen vera! - gli gridava allora il vecchione, afferrandogli con
le grosse mani e fingendo di volergli strappar la pancina: - T’ l’as
anvece sí, sí, sí...
E il bimbo, a questo scherzo tante volte ripetuto, si buttava via
dalle risa.
La nonna, allo scatto di quelle fresche risa infantili, si voltava a
guardare la testolina rovesciata del nipotino. Non rideva troppo? E
c’era una maledetta mosca che ronzava, cosí urtante, malaugurosa,
nella camera. La cercava nel vano; quindi tornava con occhi dolenti
a rimirare il figliuolo che se ne stava presso la finestra a guardar
fuori, col capo insaccato nelle spalle e le mani in tasca, taciturno
e scuro.
Già da circa nove mesi le era ritornato da Roma, cosí, quasi ignudo,
con quegli abiti che aveva indosso e la poca biancheria. Ma avesse
perduto soltanto la roba e l’impiego! Il cuore, il cervello, la
vita, tutto, tutto aveva perduto, dietro a quella donna là, che per
forza doveva esser cattiva.
Sessanta e più anni aveva ella vissuto, la signora Velia, e non
aveva mai veduto alcun uomo ridursi in quello stato per una donna
onesta e buona.
Dio, non più neanche un filo d’amore per quel piccino, per lei!
Eccolo là: non voleva pensare più a niente; guardava e pareva non
vedesse e non udisse, alienato da ogni senso, vuoto, distrutto,
spento.
Solo per qualche traccia rimasta del soggiorno di colei nella casa
accennava di rianimarsi un po’, e come un cane che si sdraj su le
vestigia del padrone morto, quasi a covarne l’ultimo sentore, che
non se ne vada via anche quello, stava lí e non c’era verso di
mandarlo fuori a distrarsi.
Già più volte il Prever gli aveva proposto di andare con la
Graziella, per qualche mese, per una settimana, per un giorno
almeno, alla villa sul colle di Bràida; e poi, che lo ajutasse un
po’ - essendo egli ormai vecchio – nell’amministrazione dei beni. A
quest’ultima proposta, s’era un po’ scosso, ma come per il peso di
un obbligo, col quale gli si volesse rendere crudelmente più grave
l’infelicità. Tanto che il Prever, subito, lo aveva esonerato, non
ostante che don Buti, il curato, sostenesse che bisognava
persistere, anche lasciandogli credere che gli si facesse quel
carico per obbligo e con crudeltà.
Meisiña, - diceva, - avei nen paura ch’a la treuva amera.
Medicina il signor Prever non voleva essere; o, se mai, dolce; cosí
amara, no.
- Grazious! - diceva a madama Velia, appena don Buti se n’andava. -
Chiel a ven con so canucial për meisiña, e mi i dovria I vení sí con
i me count ‘d cassa...
Don Buti, infatti, visto che Giustino non s’era voluto arrendere a
fargli una visitina lí nella canonica a due passi, una sera aveva
portato con sé sotto il tabarro il suo vecchio famoso cannocchiale
per fargli ammirare la gran potensa ‘d Nosgnour come quand’era
piccolino e per tener chiuso l’occhio manco faceva tante smorfie con
la bocca:
- Ratoujin, cosí!
Ma Giustino non s’era commosso alla vista del vecchio cannocchiale;
per non far dispiacere al brav’uomo aveva guardato con esso "le gran
montagne" della Luna e aveva scosso appena appena il capo, con gli
occhi aggrondati, quando don Buti aveva ripetuto col solito gesto il
solito ritornello:
- La gran potensa ‘d Nosgnour, eh? la gran potensa ‘d Nosgnour!
Al ritornello era seguíto un lungo predicozzo pieno di oh! e di eh!
perché da quel tentennar del capo con gli occhi aggrondati la gran
potenza di Dio era parsa a don Buti, se non propriamente messa in
dubbio, riconosciuta però anche capace di permettere che si facesse
tanto male a un povero innocente. Ma al predicozzo Giustino era
rimasto impassibile, come per una cosa che don Buti, nella sua
qualità di sacerdote, dovesse fare, e nella quale lui non avesse
nulla da vedere, fuori com’era di quel dovere sacerdotale e padrone
di pensarla a suo modo, come stava scritto sul campanile della
chiesa.
Da quel cupo torpore di spirito lo aveva un po’ scosso, invece, il
nuovo medico condotto, venuto da poco a Cargiore con una signora che
non si sapeva ancor bene se gli fosse moglie oppur no. Doveva esser
ricca madama, perché il dottor Lais aveva preso in affitto un bel
villinetto di certi signori di Torino e diceva di volerlo comperare.
Alto, asciutto, rigido e preciso come un inglese, coi baffetti
ancora biondi e i capelli già canuti, fitti, corti corti, si dava
l’aria di esercitar la professione tanto per fare qualche cosa;
vestiva con ricca e semplice eleganza e portava sempre un pajo di
splendidi gambali di cuojo, di cui pareva ogni volta si dimenticasse
apposta a casa d’affibbiar qualche stringa, per affibbiarsela fuori,
per istrada o nelle visite, e richiamar cosí su essi l’attenzione.
Si dilettava molto di letteratura, il dottor Lais. Chiamato per un
lieve disturbo del bimbo e saputo che il Boggiòlo era marito della
celebre scrittrice Silvia Roncella e per tanti anni era stato in
mezzo alla letteratura, lo aveva assediato di domande e invitato al
suo villino, ove la sua signora avrebbe avuto certamente tanto
piacere di sentirlo parlare, amante appassionata com’era anch’ella
delle belle lettere e insaziabile divoratrice di libri.
- Se lei non viene, badi! - gli aveva detto. - Son capace di
portarla io qua, la mia signora.
E l’aveva portata, difatti. E tutti e due, egli che pareva un
inglese, ella che pareva una spagnuola (era venezianina), tutta
fiocchi e nastri, tutta cascante di vezzi, bruna, con due occhietti
vivaci neri neri e due labbra carnute rosse rosse, il nasino ritto
fiero e impertinente, avevano fatto parlar Giustino per una intera
serata, ammirati da un canto, dall’altro irritati da certe notizie,
da certi giudizii contrarii alle loro sviscerate simpatie di
dilettanti ammiratori di provincia. - Me schiopa el fiel! -
protestava lei. - Ma come? la Morlacchi... Flavia Morlacchi!...
nessuno davvero la calcolava a Roma? Ma il suo romanzo La vittima...
tanto bello!... Ma Fiocchi di neve... versi meravigliosi!... E il
dramma... com’era intitolato?... Discordia, già già, no, La
Discordia... perdio, applauditissimo a Como, quattr’anni fa!
Il signor Martino e don Buti stavano a sentire e a guardare con
occhi spalancati, a bocca aperta, e la signora Velia mirava
costernata il suo Giustino che, pur senza volerlo, tirato da quei
due, ecco ricascava a parlar di quelle cose e si riscaldava, si
riscaldava... Oh Dio, no: preferiva vederlo scuro taciturno,
sprofondato nel cordoglio, la signora Velia, anziché rianimato cosí,
per quei discorsi. Via, via, quella tentazione! E si sentí più
tranquilla quando, alcuni giorni dopo, a quei due che ebbero la
sfrontatezza di mandargli a chiedere per la servetta un certo libro
della moglie e d’invitarlo a colezione, Giustino rispose che non
aveva il libro e che non poteva andare.
Se li era levati, cosí, d’attorno.
- Che avrà intanto, quest’oggi? - pensava la piccola signora Velia,
seguitando a mirare il figliuolo innanzi alla vetrata della
finestra, mentre Vittorino faceva il diavoletto su le ginocchia del
Prever.
Forse quel giorno era più raffagottato del solito perché la mattina
- per una disattenzione di quella stolida di Graziella - aveva
scoperto una lettera arrivata parecchi giorni addietro e non
distrutta come tutte le altre, quando si poteva, di nascosto a lui.
Tante e tante lettere gli arrivavano ancora, respinte da Roma, anche
dalla Francia, anche dalla Germania... E la signora Velia,
all’arrivo di esse, tentennava il capo, come se dalla distanza da
cui arrivavano misurasse l’estensione del male che colei aveva fatto
al suo figliuolo.
Egli si buttava su quelle lettere come un affamato; andava a
chiudersi in camera e si metteva a rispondere. Ma non rimandava poi
quelle lettere con la risposta direttamente alla moglie. Per mezzo
del signor Martino la signora Velia aveva saputo da monsù Gariola,
il quale aveva in appalto l’ufficio postale, che il figliuolo le
indirizzava a un tal Raceni, a Roma. Forse per il tramite di questo
amico consigliava alla moglie come avrebbe dovuto regolarsi.
Era veramente cosí.
Dalla Barmis e dal Raceni, dopo il suo ritorno a Cargiore, Giustino
aveva ricevuto fino a pochi mesi addietro frequenti lettere, dalle
quali con strazio indicibile aveva saputo in quale disordine vivesse
a Roma la moglie.
Ora egli era più che mai convinto che tra Silvia e il Gueli non
fosse avvenuto nulla di male; e credeva d’averne la prova nel fatto
che il Gueli, quasi miracolosamente guarito dalle due ferite,
sebbene col braccio destro amputato, era ritornato a vivere con la
Frezzi, liberata come incosciente dopo circa cinque mesi di carcere
preventivo, appunto per le aderenze e le brighe del Gueli stesso.
Ah, se egli allora, nel primo momento, non si fosse lasciato
sopraffare dallo scandalo e fosse corso a Ostia a rilevar la moglie
ancora senz’altra colpa che quella d’aver voluto fuggire da lui! No,
no, no: egli non doveva credere, non ostante quell’inganno della
gita a Orvieto, non doveva credere che ella si fosse potuta mettere
col Gueli. Avrebbe dovuto correre a Ostia e ricondurre con sé la
moglie, la quale certamente, allora, non si sarebbe cosí perduta...
Con chi viveva ella ora? La Barmis diceva col Baldani; il Raceni
invece sospettava una relazione col Luna. Viveva sola, in apparenza.
Il villino, tutti i mobili venduti. E nelle ultime lettere il Raceni
lasciava intendere che ella dovesse trovarsi in qualche imbarazzo
finanziario. Ma sfido! Senza di lui... Chi sa come la rubavano
tutti! Forse ella ora riconosceva che cosa volesse dire avere
accanto un uomo come lui! Tutto venduto... Peccato!... Quel
villino... quei mobili del Ducrot...
Da circa due mesi né la Barmis né il Raceni gli scrivevano più, né
alcun altro amico da Roma. Che era accaduto? Forse non avevano
veduto più la ragione di seguitare ancora la corrispondenza con uno
ormai quasi sparito dalla vita. S’era prima stancata la Barmis, ora
non rispondeva più neanche il Raceni.
Ma quel giorno egli non era né per questo silenzio né per la ragione
supposta dalla madre più fosco del solito.
In casa, dacché era ritornato, non entravano più giornali per la
promessa da lui fatta alla madre di non leggerne più. S’era poi
pentito, e come! di questa promessa; ma non aveva osato manifestare
il desiderio di leggere almeno quelli di Torino per timore che la
madre non lo credesse ancor fisso col pensiero a quella donna.
Finché la Barmis e il Raceni gli scrivevano, non aveva sofferto
tanto di quella privazione; ma ora...
Ebbene, quella mattina, in un giornale vecchio d’una ventina di
giorni, nel quale Graziella gli aveva portati avvolti in camera i
colletti e i polsini stirati, aveva letto due notizie sotto la
rubrica dei teatri, che lo avevano tutto sconvolto.
Una era di Roma: l’imminente rappresentazione al teatro Argentina
del nuovo dramma della moglie, quello, quello stesso ch’egli aveva
lasciato incompiuto, Se non cosí... L’altra che a Torino,
all’Alfieri, recitava la Compagnia Carmi-Revelli.
Divorato dalla brama di saper l’esito di quel nuovo dramma a Roma e
forse in altre città, fors’anche a Torino, se c’era la Compagnia
Carmi-Revelli; e di parlarne o con la signora Laura o col Grimi, con
qualcuno insomma; non sapeva come dire alla madre che la mattina
appresso desiderava di scendere a Torino. Temeva che il signor
Prever lo volesse accompagnare. Sapeva in quale costernazione viveva
la madre per lui. A dirle che voleva andar solo cosí lontano,
all’improvviso, quando s’era rifiutato fino al giorno addietro anche
di far due passi fuor di casa, chi sa che pensieri ella avrebbe
fatto... E poi, non aveva più che pochi soldi con sé, residuo dello
stretto costo del viaggio prelevato dai denari recati da Parigi; si
vergognava a dirlo quasi a se stesso, figuriamoci poi a chiederne
per quella ragione alla madre, la quale non aveva altro che quel po’
di pensioncina lasciatale dal marito, e ora, con addosso anche il
peso di lui, stentava più che mai a tirare avanti, poveretta. Il
signor Prever, sí, porgeva qualche soccorso di tanto in tanto,
sottomano, or con una scusa, or con un’altra. Ma se in quel momento
la madre era agli sgoccioli e doveva chiedere ajuto al signor
Martino, ecco che questi avrebbe saputo e certamente si sarebbe
profferto d’accompagnarlo.
Aspettò che il Prever, dopo cena, se n’andasse al suo villino e, per
provocare un nuovo e più pressante invito della madre a procacciarsi
qualche distrazione, si lamentò d’una enorme gravezza al capo.
Sollecito, come s’aspettava, venne l’invito:
- Va’ a Bràida, domani...
- No, piuttosto vorrei... vorrei veder gente ecco. Questa
solitudine, forse, mi fa male...
- Vuoi andare a Torino?
- Ecco, piuttosto...
- Ma sí, subito, domani stesso! – s’affrettò a dire la madre. -
Mando Graziella a fissarti un posto in vettura da monsù Gariola.
- No no, - disse Giustino. - Lascia. Scendo a piedi fino a Giaveno.
- Ma perché?
- Perché... Lascia! Mi farà bene camminare... sto in casa da tanto
tempo. Piuttosto... per il tram a vapore da Giaveno... mamma, io...
La signora Velia capí a volo, e subito alzò una mano verso la fronte
e chiuse gli occhi, come per dire: - Non ci pensare!
Quando entrò nella sua camera, accompagnato dalla mamma che gli
faceva lume, s’accorse che questa sul piano del cassettone aveva
posato tre carte da dieci lire.
- Oh, no! - esclamò. - Che vuoi che me ne faccia di tante? Prendi,
prendi... Basterà una!
La vecchia mamma si scostò parando le mani, e con un sorriso a un
tempo mesto e maliziosetto su le labbra e negli occhi:
- Ma credi davvero, - gli disse, - che la tua vita sia finita,
figliuolo mio?... Tu sei ancor quasi ragazzo... Va’! Va’!
E richiuse l’uscio.
Sceso dalla tramvia a vapore, la prima impressione che
provò nel rimetter piede in città dopo nove mesi d’oscuro e profondo
silenzio interiore, di seppellimento nel cordoglio, fu quella di non
saper più camminare tra il rumore e la confusione. N’ebbe subito un
intronamento quasi di greve e cupa ubriachezza, quell’irritazione,
quell’uggia, quell’astio che prova un malato costretto a muoversi
col ronzo della medicina negli orecchi in mezzo a sani àlacri e
indifferenti.
Volgeva di qua, di là rapide occhiate oblique, per timore che
qualcuno dei conoscenti antichi, non letterati, lo riconoscesse, e
per un altro timore opposto, che fingesse cioè di non riconoscerlo
qualcuno dei conoscenti nuovi, giornalisti e letterati. Assai più
crudele della commiserazione derisoria di quelli gli sarebbe stata
la noncuranza sdegnosa di questi, ora che egli non era più neanche
l’ombra di quel che era stato.
Ah, se un giornalista amico, passando, gli avesse introdotto un
braccio sotto il braccio, festosamente, come a bei tempi, e gli
avesse detto:
- Oh, caro Boggiòlo, ebbene, che notizie?
E gli avesse fatto raccontare il trionfo di Parigi, che non aveva
potuto raccontare a nessuno e gli era rimasto in gola, nodo
d’angoscia che non si sarebbe sciolto mai più!
- E la vostra signora? A che lavori attendiamo? Un nuovo dramma, eh?
Sù, ditemi qualche cosa...
Non sapeva neppure se fosse stato rappresentato il nuovo dramma,
lui, e che esito avesse avuto...
Andò a un’edicola e comperò i giornali di Roma, di Milano e quelli
cittadini.
Non se ne parlava.
Ma negli annunzii degli spettacoli nei giornali di Roma, ecco, al
teatro Argentina: Se non cosí...
Ah, dunque, era stato rappresentato! Dunque aveva avuto un buon
successo! Se si replicava... Chi sa da quante sere? Buon successo...
E si diede a immaginare che, questa volta, doveva essere andata lei,
Silvia, a metterlo in iscena. Vide subito col pensiero il
palcoscenico, di giorno, durante le prove; s’immaginò l’impressione
che aveva dovuto provarne Silvia che non vi era mai stata e si vide
lí con lei, sua guida, tra i comici, ella incerta, smarrita; lui
invece ormai pratico, sicuro; ed ecco le dimostrava tutta la sua
sicurezza, la padronanza che aveva del luogo e d’ogni cosa, e la
esortava a non disperarsi della svogliatezza e della cascaggine di
quelli, dei tagli che si facevano al copione, delle sfuriate del
direttore capocomico... Eh non era mica facile combattere con quei
tipi! Bisognava prenderli per il loro verso e aver pazienza se fino
all’ultimo mostravano di non saper la parte...
A un tratto, s’infoscò in volto. Pensò che forse ella si era fatta
ajutare, accompagnare a quelle prove da qualcuno, forse dal Baldani,
forse dal Luna o dal Betti... Chi era in quel momento il suo amante?
E a questo pensiero, diventò subito una cosa facilissima mettere in
iscena quel dramma, assistere alle prove, combattere con gli attori.
Ma sí, certo, bella forza, ora che ella, mercé lui, s’era fatto
tanto nome e tutte le porte le erano aperte e tutti gli attori
pendevano dalle labbra di lei, tra ossequii e sorrisi; bella forza!
- Ai conti però ti voglio! ai conti! ai conti! - esclamò tra sé. -
Ossequii, sorrisi... sfido! una donna... e poi, ora... senza
marito... Ma ai conti, chi ci bada? Ci baderà lei? Con la bella
pratica che ne ha! Ci baderà lui, il bello... Se la mangeranno viva!
Sí sí, va’ che potrai arrivare a rifarti un villino adesso, come
quello! Aspetta, aspetta...
Aprí un giornale di Torino e vide che al teatro Alfieri la Compagnia
Carmi-Revelli era alle ultime recite.
Rimase un pezzo col giornale aperto innanzi agli occhi, perplesso se
andare o no. La brama di saper notizie del dramma di parlar di lei,
di sentirne parlare, lo spingeva; lo tratteneva il pensiero
d’affrontar la vista, le domande di tutti quegli attori. Come lo
avrebbero accolto? Si burlavano di lui un tempo; ma egli allora
aveva il cappio in mano, con cui, dopo aver permesso che essi
braveggiassero un pezzo come tanti cavallini scapati attorno a lui,
poteva in un momento dare una stratta e legarli addomesticati al
carro del trionfo. Ora, invece...
Si mosse, immerso nei ricordi ch’erano ormai tutta la sua vita, e
dopo un lungo giro si ritrovò, guidato inconsciamente da essi,
innanzi al teatro Alfieri.
Forse a quell’ora c’era prova. S’appressò titubante all’entrata e
finse di leggere nel manifesto il titolo del dramma che si
rappresentava quella sera, poi l’elenco dei personaggi; alla fine,
facendosi animo, come un autor novellino chiese rispettosamente a
uno lí di guardia, che non conosceva, se la signora Carmi era in
teatro.
- Non ancora, - gli rispose quello.
E Giustino rimase innanzi al manifesto senz’ardire di chieder altro.
In altri tempi sarebbe entrato da padrone nel teatro, senza neppur
degnare d’uno sguardo quel cerbero là!
- E il cavalier Revelli? - chiese dopo un pezzo.
- È entrato or ora.
- C’è prova, è vero?
- Prova, prova...
- Sapeva che il Revelli era rigorosissimo nel concedere l’entrata a
estranei durante la prova. Certo, se avesse porto a quell’uomo un
biglietto da visita da presentare al Revelli, questi lo avrebbe
fatto entrare; ma si sarebbe allora trovato esposto alla curiosità
indiscreta e irriverente di tutti. Non volle. Meglio rimaner lí come
un mendico ad attendere la Carmi, che non poteva tardar molto, se
gli altri erano già venuti.
Difatti, la Carmi arrivò poco dopo, in carrozza. Non s’aspettava di
trovar lui lí innanzi alla porta e, nel vedersi salutata, chinò
appena il capo e passò oltre, senza riconoscerlo.
- Signora... - chiamò allora Giustino, trafitto.
La Carmi si volse, strizzando un po’ gli occhi miopi, e subito
allungò il viso in un oooh di meraviglia.
- Voi, Boggiòlo? E come mai qui? come mai?
- Eh... - fece Giustino, aprendo appena appena le braccia.
- Ho saputo, ho saputo, - riprese la Carmi con ansia pietosa. -
Povero amico mio! Che azionaccia vile! Non me la sarei mai
aspettata, credete. Non per lei, badiamo! Ah, ne so qualche cosa io,
dell’ingratitudine di quella donna! Ma per voi, caro. Sù, sù, venite
con me. Sono in ritardo!
Giustino esitò, poi disse con voce tremante e gli occhi invetrati di
lagrime:
- La prego, signora, non... non vorrei farmi vedere...
- Avete ragione, - riconobbe la Carmi. - Aspettate; prendiamo di
qua.
Entrarono nel teatro quasi bujo; attraversarono i! corridojo del
primo ordine dei palchi; là in fondo la Carmi aprí l’usciolino
dell’ultimo palco e disse al Boggiòlo, sotto voce:
- Ecco, aspettatemi qua. Vado sù in palcoscenico e ritorno subito.
Giustino si rannicchiò in fondo al palco, nel bujo con le spalle
alla parete attigua al palcoscenico, per non farsi scorgere dagli
attori, di cui rimbombavano le voci nel teatro vuoto.
- Oh signora, oh signora, - baritoneggiava al solito suo il Grimi,
coprendo la voce fastidiosa del suggeritore, - e vi par troppa
grazia codesta?
- Ma no, nessuna grazia, caro signore, - sorrideva la piccola Grassi
con la sua vocetta tenera.
E il Revelli gridava:
- Più strascicato! più strascicato! Ma nooo, ma nessuna grazia,
amico...
- Il secondo ma non c’è!
- E lei ce lo metta, oh perdio! È naturale!
Inizio pagina
Giustino stava a udire quelle voci note che, pur senza volere, si
alteravano nel dar vita al personaggio della scena; guardava l’ampia
vacuità sonora del teatro in ombra; ne aspirava quel particolare
odor misto d’umido, di polvere e di fiati umani ristagnati, e si
sentiva a mano a mano crescer l’angoscia, come se lo assaltasse alla
gola il ricordo preciso d’una vita che non poteva più esser sua, a
cui non poteva accostarsi più, se non cosí, nascosto, quasi di
furto, o commiserato come dianzi. La Carmi aveva riconosciuto, e
tutti con lei, certo avrebbero riconosciuto ch’egli non meritava
d’esser trattato a quel modo; e questa pietà degli altri, se da un
canto gli faceva sentire più profonda e più amara la sua miseria,
gliela rendeva dall’altro più cara, perché era quasi l’ombra
superstite di ciò che egli era stato.
Aspettò un bel pezzo la Carmi, che doveva provare una lunga scena
col Revelli. Quando alla fine ella venne, lo trovò che piangeva,
seduto, coi gomiti su le ginocchia e la faccia tra le mani. In
silenzio piangeva, ma con calde lagrime abbondanti e sussulti di
singhiozzi raffrenati.
- Sù, sù, - gli disse, posandogli una mano su la spalla. - Capisco,
sí, povero amico; ma via, sù! Cosí non mi sembrate più voi, caro
Boggiòlo! Lo so, consacrato tutto, anima e corpo a quella donna;
ora...
- La rovina, capisce? - proruppe, soffocando la voce e le lagrime,
Giustino, - la rovina, la rovina di tutto un edificio, signora,
messo sù da me, a pietra a pietra! da me, da me soltanto! Sul più
bello, quando già tutto era a posto, e mi toccava di goder la
soddisfazione di quanto avevo fatto, una ventata a tradimento, una
ventata di pazzia, creda, di pazzia, con quel vecchio là, con quel
vecchio pazzo, che si è prestato vilmente, forse per vendicarsi,
distruggendo un’altra vita com’era stata distrutta la sua; giù
tutto, giù tutto, giù tutto!
- Piano, sí, piano, calmatevi! - lo esortava anche col gesto la
Carmi.
- Mi lasci sfogare, per carità! Non parlo e non piango da nove mesi!
Mi hanno distrutto, signora mia! Io non sono più niente, ora! Mi ero
messo tutto in quell’opera che potevo fare io solo, io solo, lo dico
con orgoglio, signora mia, io solo perché non badavo a tutte le
sciocchezze, a tutte le fisime, a tutti i grilli che saltano in
mente a questi letterati; non mi scaldavo mai la testa, io, e li
lasciavo ridere, se volevano ridere; ha riso anche lei di me, è
vero? tutti hanno riso di me; ma che me n’importava? io dovevo
edificare! E c’ero riuscito! E ora... e ora, capisce?
Mentre il Boggiòlo qua, nel bujo del palchetto, parlava e piangeva
cosí, strozzato dall’angoscia, seguitava di là, sul palcoscenico, la
prova. La Carmi notò a un tratto, con un brivido, la strana
contemporaneità di quei due drammi, uno vero, qua, d’un uomo che si
struggeva in lagrime, con le spalle addossate alla parete verso il
palcoscenico, donde sonavan false le voci dell’altro dramma finto,
che al paragone immediato stancava e nauseava come un vano petulante
irriverente giuoco. Ebbe la tentazione di sporgersi dal palchetto e
di far cenno agli attori che smettessero e venissero qui, qui, a
vedere, ad assistere a quest’altro dramma vero. S’accostò invece al
Boggiòlo e di nuovo lo pregò di calmarsi con buone parole e
battendogli ancora la mano su la spalla.
- Sí, sí, grazie, signora... mi calmo, mi calmo, - disse Giustino,
tranghiottendo le lagrime e asciugandosi gli occhi.
- Mi perdoni, signora. Avevo bisogno, proprio bisogno di questo
sfogo. Mi perdoni. Ecco, ora sono calmo. Dica un po’, questo
dramma... questo dramma nuovo, Se non cosí... è andato, eh?... com’è
andato?
- Ah, non me ne parlate! - protestò la Carmi. - È la stessa azione,
caro, la stessa azionaccia che ha fatto a voi! Non me ne parlate,
lasciamo andare...
- Volevo saper l’esito... - insisté, con timidezza, Giustino,
avvilito della sua stessa pena.
- Silvia Roncella, amico mio, è l’ingratitudine fatta persona! -
sentenziò allora la Carmi.- Chi la portò al trionfo? Ditelo voi,
Boggiòlo! Non credetti io sola, io sola, mentre tutti ridevano o
dubitavano, nella potenza del suo ingegno e del suo lavoro? Ebbene,
ecco qua: ha pensato a tutte le altre, tranne che a me, per il nuovo
dramma! Badate, questo lo dico a voi, perché so ciò che anche voi ne
avete ricevuto. Agli altri - ah, perbacco, io tengo alla mia dignità
- agli altri dico che sono stata io a non volerne sapere. E non
recito più neanche L’isola nuova, adesso. Per grazia di Dio, la
gente viene a teatro per me, a sentir me, qualunque cosa io faccia:
non ho bisogno di lei! Ne parlo soltanto perché l’ingratitudine, si
sa, fa sdegno a tutti, e voi potete comprendermi.
Giustino rimase un pezzo in silenzio a tentennare il capo; poi
disse:
- Tutti, sa? tutti gli amici che m’ajutarono, furono trattati cosí
da lei... Ricordo la Barmis, anch’essa... Dunque, questo nuovo
dramma... cosí... com’è andato?
- Mah! - fece la Carmi. - Pare che... niente di straordinario...
Quel che si dice un successo di stima. Qualche scena, qua e là, pare
che sia buona... il finale dell’ultimo atto, specialmente, sí,
quello... quello ha salvato il lavoro... Non avete letto i giornali?
- Nossignora. Da nove mesi. Sono stato chiuso in casa... Scendo ora
per la prima volta a Torino. Io sto qua, sopra Giaveno, nel mio
paesello, con mia madre e il mio bambino...
-
Ah, ve lo siete tenuto con voi, il figliuolo?
- Certo! Con me.. È stato sempre qua, veramente, con mia madre.
- Bravo, bravo, - approvò la Carmi. - E cosí, voi non ne avete più
notizia dunque?
- No, nessuna più. Per caso ho saputo che il nuovo dramma è stato
rappresentato. Ho comperato i giornali, oggi, e ho visto che a Roma
si replica...
Anche a Milano, per questo... - disse la Carmi.
- Ah, si è dato anche a Milano?
- Sí sí, con lo stesso successo.
- Al Manzoni?
- Al Manzoni, già. E tra poco... aspettate, fra tre giorni, da
Milano verrà la Compagnia Fresi a metterlo in iscena qua, in questo
teatro. E lei, la Roncella, è a Milano adesso, e verrà qua ad
assistere alla rappresentazione.
Giustino alla notizia balzò in piedi, anelante.
- Lo sa sicuro?
- Ma sí, mi par d’avere inteso cosi... Che?... Vi fa... vi fa un
certo effetto, eh? Capisco...
La Carmi s’era alzata anche lei e lo guardava pietosamente.
- Verrà?
- Dicono! E io lo credo. La sua presenza, dopo tanto chiasso che si
è fatto attorno a lei, può giovar molto, essendo il dramma anche un
po’ scadente. Il pubblico poi non la conosce ancora e vuol
conoscerla.
- Già già... - disse Giustino, smanioso. - È naturale... questo è
come il primo lavoro per lei... Forse gliel’avranno anche imposto...
Verrà fra tre giorni la Compagnia Fresi?
- Sí, fra tre giorni. C’è giù nell’atrio il cartello, non l’avete
veduto?
Giustino non poté più stare alle mosse; ringraziò la Carmi
dell’affettuosa accoglienza e andò via, sentendosi già soffocare in
quell’ombra fitta del teatro, tutto stravolto com’era dalla tremenda
notizia che quella gli aveva dato.
Silvia, a Torino! La avrebbero chiamata fuori, lí, a teatro, ed egli
la avrebbe riveduta!
Si sentí mancare le gambe uscendo all’aperto; ebbe come una
vertigine e si portò le mani al volto. Tutto il sangue gli era
balzato alla testa e il cuore gli martellava in petto. La avrebbe
riveduta! Ah, chi sa come s’era fatta, adesso, in quel disordine di
vita, sbattuta da quella tempesta! Chi sa com’era cangiata! Forse
non sussisteva più nulla in lei di quella Silvia ch’egli aveva
conosciuta!
Ma no: forse non sarebbe venuta, sapendo che lui poteva scendere da
Cargiore a Torino, e... E se veniva appunto per questo? per
riaccostarsi a lui? Oh Dio, oh Dio... E come poteva più perdonarla,
lui, dopo tanto scandalo? come riprendere a vivere con lei, ora? No,
no... Egli non aveva più alcuno stato; si sarebbe coperto di
vergogna; tutti avrebbero creduto ch’egli si riuniva con lei per
viver di lei, su lei, ancora, turpemente. No, no! Non era più
possibile, ormai... Ella doveva intenderlo. Ma non le aveva lasciato
tutto, partendo? Anche gli altri da questo suo atto avevano potuto
argomentare ch’egli non era un vile sfruttatore. Aveva dato a tutti
la prova che non era capace di vivere con vergogna, lui, d’un denaro
ch’era pur suo in gran parte, frutto del suo lavoro, sangue suo; e
glielo aveva lasciato! Chi poteva accusarlo?
Questa protesta di fierezza, in cui s’indugiava con crescente
soddisfazione, era la scusa con cui, tergiversando, la sua coscienza
accoglieva la segreta speranza che Silvia venisse a Torino per farsi
riprendere da lui.
Ma se ella veniva, invece, perché non poteva farne a meno, per
impegno contratto con la Compagnia Fresi? E forse... chi sa?... non
era sola; forse qualcuno la accompagnava, la sosteneva in quel
viaggio penoso...
No, no: egli non poteva, non doveva far nulla. Solo, a ogni costo,
voleva ritornare a Torino fra poche sere per assistere, di nascosto,
alla rappresentazione del dramma, per rivederla da lontano un’ultima
volta...
Di
nascosto! da lontano!
Un fiume di gente, in quella dolcissima sera di maggio entrava nel
teatro illuminato a festa, le vetture accorrevano rombanti e facevan
ressa lí innanzi alle porte, fra il contrasto delle luci, il brusío
della folla agitata.
Di nascosto, da lontano, egli assisteva a quello spettacolo. Ma non
era ancor l’opera sua, quella, che aveva preso corpo e seguitava ora
ad andare da sé, senza più curarsi di lui?
Sí, era l’opera sua, l’opera che gli aveva assorbito, succhiato
tutta la vita, fino a lasciarlo cosí, vuoto, spento. E gli toccava
di vederla proseguire, là, ecco, in quella fiumana di gente ansiosa,
a cui non poteva più neanche accostarsi, mescolarsi; espulso,
respinto, egli, egli per cui la prima volta quella fiumana s’era
mossa, egli che primo la aveva raccolta e guidata, in quella serata
memorabile al teatro Valle di Roma! Ora doveva aspettare cosí, di
nascosto, da lontano, ch’essa, fragorosa, impaziente, invadesse e
riempisse tutto il teatro, dov’egli si sarebbe cacciato furtivamente
e per ultimo, vergognoso.
Straziato da questo esilio, ch’era d’un passo e infinito, dalla sua
stessa vita, la quale, ecco, viveva là, fuori di lui, innanzi a lui,
e lo lasciava spettatore inerte della sua propria miseria, della sua
nullità adesso, Giustino ebbe un impeto d’orgoglio e pensò che - sí
- seguitava ad andare da sé l’opera sua; ma come? non certo come se
ci fosse lui ancora, a dirigerla, a sorvegliarla, a governarla, a
sorreggerla da tutte le parti! Davvicino avrebbe voluto vedere
com’essa seguitava ad andare senza di lui! Che preparazione aveva
avuto quella prima del nuovo dramma? Appena appena ne avevano
parlato i giornali della sera avanti e della mattina... Se ci fosse
stato lui, invece! Sí, affluiva, seguitava ad affluire la gente; ma
perché? per la memoria dell’Isola nuova, del trionfo procurato da
lui; e per vedere, per conoscere l’autrice, quella timida,
scontrosa, inesperta ragazzetta di Taranto ch’egli, con l’opera sua,
aveva messo avanti a tutti e reso celebre: egli che se ne stava qui,
ora, abbandonato, nascosto nel bujo, mentr’ella di là, nella luce
della gloria, era circondata dall’ammirazione di tutti.
Doveva esser là, certo, sul palcoscenico, a quell’ora. Chi sa
com’era! Che diceva? Possibile che non pensasse ch’egli da Cargiore,
cosí vicino, sarebbe venuto ad assistere alla rappresentazione del
dramma? Oh Dio, oh Dio... lo riassaliva, a farlo tremar tutto, il
pensiero che gli era sorto al primo annunzio ch’ella sarebbe venuta
a Torino: che fosse venuta appunto per riaccostarsi a lui; che si
aspettasse, dopo i primi applausi, una furiosa irruzione di lui sul
palcoscenico e un abbraccio frenetico innanzi a tutti gli attori
commossi; e poi, e poi... oh Dio - si sentiva aprir le reni dai
brividi, un formicolío per tutta la persona - ecco, si scostava da
una parte e dall’altra la tenda, e tutti e due, lei e lui, presi per
mano si mostravano, s’inchinavano, riconciliati e felici, a tutto il
popolo acclamante in delirio.
Follie! follie! Ma, d’altra parte, non passava anche ogni limite
l’improntitudine di lei, di venir là a Torino, fin sotto gli occhi
di lui?
Si struggeva di sapere, di vedere... Ma come poteva da quel
palchetto d’ultima fila, nel centro, che era riuscito ad
accaparrarsi dal giorno avanti?
Vi era entrato or ora, di furia, salendo a quattro a quattro le
scale.
Si teneva in fondo, per non farsi scorgere. Sul suo capo già la
piccionaja strepitava; veniva dal basso, dai palchi, dalla platea,
il fragorìo, il fermento delle grandi serate. Il teatro doveva esser
pieno e splendido.
Ancora anelante, più dall’emozione che dalla corsa, egli guardava il
telone e avrebbe voluto trapanarlo con gli occhi. Ah che avrebbe
pagato per riudire il suono della voce di lei! Credeva di non
ricordarselo più! Come parlava ella adesso? come vestiva? che
diceva?
Sobbalzò a uno squillo prolungato d’un campanello, che rispondeva al
chiasso cresciuto nel loggione. Ed ecco s’apriva la tela!
Istintivamente, nell’improvviso silenzio, egli si fece innanzi,
guardò la scena, che fingeva la sala di redazione d’un giornale.
Conosceva il primo atto e anche il secondo del dramma, e sapeva che
ella non ne era contenta. Forse li aveva rifatti, o forse, se il
successo del dramma era stato mediocre, li aveva lasciati cosí
com’erano, costretta a metter subito in iscena il lavoro per
provvedere a difficoltà finanziarie.
La prima scena, tra Ersilia Arciani e il direttore del giornale
Cesare D’Albis, era tal quale. Ma la Fresi non rappresentava la
parte d’Ersilia con quella rigidezza che Silvia aveva dato al
carattere della protagonista. Forse ella stessa, Silvia, aveva
attenuato quella rigidezza per rendere il personaggio men duro e più
simpatico. Ma, evidentemente, non bastava. In tutto il teatro s’era
già, fin dalle prime battute, diffuso il gelo d’una disillusione.
Giustino lo avvertiva, e da tutto quel gelo si sentiva venire un
gran caldo alla testa, e sudava e s’agitava, smanioso. Per Dio!
esporsi cosí al cimento terribile d’un nuovo dramma, dopo il trionfo
clamoroso del primo, senza un’adeguata preparazione alla stampa,
senza prevenire il pubblico che quel nuovo dramma sarebbe stato
diverso in tutto dal primo, la rivelazione d’un nuovo aspetto
dell’ingegno di Silvia Roncella. Ecco qua le conseguenze: il
pubblico s’aspettava la poesia selvaggia dell’Isola nuova, la
rappresentazione di strani costumi, di personaggi insoliti; si
trovava invece davanti aspetti consueti della vita, prosa, prosa, e
restava freddo, disingannato, scontento.
Avrebbe dovuto goderne, egli; ma no, no! perché quant’era ancora di
vivo in lui era tutto in quell’opera che vedeva cascare, e sentiva
ch’era un peccato ch’egli non ci potesse più metter le mani per
sorreggerla, rialzarla, farla di nuovo trionfare; un peccato per
l’opera e una crudeltà feroce per sé!
Scattò in piedi a uno zittío prolungato che si levò a un tratto
dalla platea, come un vento ad agitare tutto il teatro, e arretrò
fino in fondo al palchetto con le mani sul volto in fiamme, quasi
gliel’avessero sferzato.
L’ostinazione con cui Leonardo Arciani si rifiutava di ragionare col
suocero urtava gli spettatori. Ma forse infine il grido di Ersilia,
che spiegava quell’ostinazione: - Babbo, ha la figlia, la figlia:
non può ragionare! - avrebbe salvato l’atto. Ecco, entrava la Fresi.
Si faceva silenzio. Guglielmo Groa e il genero venivano quasi alle
mani. Il pubblico, non comprendendo ancora, s’agitava vieppiù. E
Giustino, fremente, avrebbe voluto gridar lui dal suo palchetto
d’ultima fila:
- Idioti, non può ragionare! ha la figlia!
Ma ecco, ecco, lo gridava la Fresi... brava! cosí... forte, con
tutta l’anima, come una scudisciata... Il pubblico rompeva in un
aaahhh prolungato... Come?... non piaceva? No... Molti
applaudivano... Ecco, il sipario calava fra gli applausi; ma erano
applausi contrastati; molti anche zittivano... Oh Dio un fischio
acuto, lacerante, dalla piccionaja benedetto, benedetto fischio! in
reazione, infittivano ora gli applausi nelle poltrone, nei palchi...
Giustino, col volto inondato di lagrime, convulso, si storceva le
mani, tentato d’applaudire anche lui furiosamente, e pur non di meno
impedito dall’attesa angosciosa che gli concentrava tutta l’anima
negli occhi. Venivano fuori gli attori... No, ella non c’era...
Silvia non c’era... Fuori! fuori ancora una volta! Oh Dio... C’era?
No... neanche questa volta... Gli applausi cadevano, e con gli
applausi cadeva anche Giustino su una seggiola del palchetto,
sfinito, ansimante, come se avesse fatto una corsa d’un’ora. Dal
fuoco che gli bruciava la fronte venivano fuori gocce di sudore
grosse come lagrime. Tutto ristretto in sé, cercava di dar requie
alle viscere contratte, al cuore tumultuante, e un gemito gli usciva
dalla gola tra l’ansito, come per la crudeltà d’un tormento che non
si possa più sopportare. Ma non poteva star fermo un istante;
s’alzava, s’appoggiava alla parete del palchetto con le braccia
abbandonate, il fazzoletto in mano, il capo ciondoloni... guardava
l’usciolino... si portava il fazzoletto alla bocca e lo strappava...
Era prigioniero lí... Non poteva farsi vedere... Avrebbe voluto
udire almeno i commenti che si facevano su quel primo atto;
accostarsi al palcoscenico, vedere quelli che vi entravano a
confortar l’autrice... Ah, in quel momento ella di certo non pensava
a lui; non esisteva egli per lei: era uno lí della folla, confuso
con tutti... eh no, no, neppure questo: neanche della folla egli
poteva più far parte: egli non doveva esserci, ecco; e non c’era,
difatti: chiuso, nascosto lí in un palchetto che tutti dovevano
creder vuoto, l’unico vuoto, perché c’era uno che non doveva
esserci... Che tentazione, intanto, di correre al palcoscenico,
farsi largo, da padrone, riprendere il suo posto, la bacchetta del
comando! Un furore eroico lo sollevava, di far cose inaudite, non
mai vedute, per cangiar di punto in bianco le sorti di quella
serata, sotto gli occhi attoniti di tutto il pubblico; dimostrare
che c’era lui, adesso, lui, l’autore del trionfo dell’Isola nuova...
Ecco, squillavano i campanelli per il secondo atto. Ricominciava la
battaglia. Oh Dio, come avrebbe fatto ad assistervi, cosí stremato
di forze?
Il pubblico rientrava nella sala agitato, turbolento. Se la prima
scena del secondo atto, tra il padre e la figlia, non piaceva, il
lavoro sarebbe caduto irreparabilmente.
Si alzò la tela.
La scena rappresentava lo studio di Leonardo Arciani. Era giorno, e
il lume rimasto acceso tutta la notte, ardeva ancora su la
scrivania. Guglielmo Groa dormiva, sdrajato su una poltrona, con un
giornale su la faccia. Entrava Ersilia, spegneva il lume, svegliava
il padre e gli annunziava che il marito non era rincasato; alle
domande aspre e recise di quello, come martellate su la roccia, si
rompeva la durezza di Ersilia, e la sua passione chiusa cominciava a
fluire; ella parlava con languida calma accorata e difendeva il
marito, il quale, posto tra lei e la figlia, se n’era andato da
questa: - "Dove sono i figli è la casa!".
Giustino, preso, affascinato anche lui dalla profonda bellezza
di quella scena rappresentata con arte mirabile dalla Fresi, non
avvertiva che il pubblico s’era fatto, ora, attentissimo.
Quando, alla fine, scoppiò un applauso caldo, lungo, unanime,
sentí tutto il sangue d’un tratto piombargli al cuore e d’un
tratto rimontargli alla testa. La battaglia era vinta; ma lui,
lui si vide perduto; se Silvia a quegli applausi insistenti si
presentava a ringraziare il pubblico, non la avrebbe veduta: gli
era calato come un velo davanti agli occhi. No, no, per fortuna!
La rappresentazione seguitava. Egli però non poté più prestare
attenzione. L’ansia, l’angoscia, la smania gli crebbero di punto
in punto, progredendo l’atto, approssimandosi alla fine, alla
scena stupenda tra il marito e la moglie, allorché Ersilia,
perdonando a Leonardo, lo allontana da sé: - "Tu non puoi più
rimanere qua, ora. Due case, no; io qua e tua figlia là, no. Non
è più possibile, vattene! So quello che tu desideri!". - Ah,
come lo diceva la Fresi! Ecco, Leonardo andava via; ella rompeva
in un pianto di gioja, e calava la tela tra applausi fragorosi.
- L’autrice! l’autrice!
Giustino con le braccia strette, incrociate sul petto e le mani
aggrappate agli omeri, quasi a impedire che il cuore gli
balzasse fuori, aspettò mugolando che Silvia comparisse alla
ribalta. Lo spasimo dell’attesa gli rendeva quasi feroce il
viso.
Eccola! No. Erano gli attori. Gli applausi seguitavano
scroscianti.
- L’autrice! Fuori l’autrice!
Eccola! Eccola! Quella? Sí, eccola là tra i due attori. Ma si
distingueva appena, cosí dall’alto: la distanza era troppa e
troppo la commozione gl’intorbidava la vista! Ma ecco, la
chiamavano ancora una volta fuori; eccola, eccola di nuovo: i
due attori si traevano indietro e la lasciavano sola alla
ribalta, là, esposta, a lungo, a lungo, alla dimostrazione
solenne del pubblico acclamante in piedi. Questa volta Giustino
la poté scorgere bene: stava diritta, pallida, e non sorrideva;
inchinava appena il capo, lentamente, con una dignità non
fredda, ma piena d’una invincibile tristezza.
Non pensò più a nascondersi, Giustino, appena ella si ritrasse
dalla ribalta, scappò fuori del palchetto come un forsennato; si
precipitò giù per le scale, incontro alla folla che usciva dalla
sala e ingombrava i corridoi; si fece largo con gesti furiosi,
tra lo stupore di quanti si videro strappati indietro; udí grida
e risa alle sue spalle; trovò l’uscita del teatro, e via, via
quasi di corsa, con una sola sensazione in sé nella tenebra
vorticosa che gli occupava il cervello, tutta trafitta da
sprazzi di luce; quella d’un fuoco che gli divorasse le viscere
e gli désse alla gola un’arsura atroce.
Come un cane battuto, si cacciò dalla piazza nella prima via che
gli s’aprí davanti, lunga, diritta, deserta; e prese ad andare
senza saper dove, con gli occhi chiusi, grattandosi con ambo le
mani i capelli su le tempie e dicendosi senza voce entro la
bocca arida, come di sughero:
- È finita... è finita... è finita...
Questo, dalla vista di lei, gli era penetrato, gli s’era imposto
come una convinzione assoluta: che tutto per lui era finito,
perché quella non era più Silvia, no, no, quella non era più
Silvia; era un’altra, a cui egli non poteva più accostarsi,
lontana, irraggiungibilmente lontana, sopra di lui, sopra di
tutti, per quella tristezza ond’era tutta avvolta, isolata,
inalzata, cosí diritta e austera, com’era uscita dalla tempesta
attraversata; un’altra, per cui egli non aveva più alcuna
ragione d’esistere.
Dove andava? Dove s’era cacciato? Guardò smarrito le case
tacite, buje; guardò i fanali veglianti tristi nel silenzio; si
fermò; fu per cascare; s’appoggiò al muro, con gli occhi a uno
di quei fanali; osservò come un insensato la fiamma immota, poi,
sotto, il cerchio di luce sul marciapiede; allungò lo sguardo
nella via; ma perché cercare di raccapezzarsi, se tutto era
finito? Dove doveva andare? a casa? e perché? doveva seguitare a
vivere, è vero? e perché? Lí, nel vuoto, in ozio, a Cargiore,
per anni e anni e anni... Che gli restava più, che potesse dare
un qualche senso, un qualche valore alla sua vita? Nessun
affetto, che non rappresentasse ormai un dovere insopportabile:
quello per il figlio, quello per la madre. Egli non ne sentiva
più bisogno, di questi affetti; ne sentivano il bisogno gli
altri, il figlio, la madre; ma che poteva più fare per loro?
Vivere, è vero? Vivere per non far morire di dolore la sua
vecchia mamma... Quanto al figlio, se egli fosse morto e morta
la nonna, restava la madre, e sarebbe stato meglio per lui e
meglio anche per lei. Col bambino accanto, ella avrebbe dovuto
per forza pensare a lui, al padre, a quello ch’era stato suo
marito, e cosí egli avrebbe seguitato a esistere per lei, col
figlio, nel figlio.
Ah, come ridursi a piedi, cosí sfinito, da Giaveno a Cargiore?
Certo sua madre stava ad aspettarlo, chi sa fra quali tristi
pensieri per quella sua scomparsa... Era stato come pazzo tutti
quei giorni, da che aveva saputo che Silvia sarebbe venuta a
Torino. Lo aveva saputo anche la madre per mezzo del Prever, a
cui forse qualcuno lo aveva detto in paese, il dottor Lais
probabilmente, che aveva letto la notizia nei giornali. E gli
era entrata in camera, la madre, a scongiurarlo di non scendere
più in città in quei giorni. Ah, poverina! poverina! che
spettacolo le aveva dato! S’era messo a gridare, proprio come un
pazzo, che voleva essere lasciato stare, che non aveva bisogno
della tutela d’alcuno, che non voleva essere soffocato da tutte
quelle premure e paure, né accoppato da tutti quei consigli. E
per tre giorni non era più sceso neanche a desinare e a cenare,
tappato in camera, senza voler vedere nessuno né sentir nulla.
Basta, ora. La aveva riveduta, s’era tolta ogni speranza, che
più gli restava da fare? Ritornare al suo figliuolo, alla sua
mamma, e basta... basta per sempre!
S’avviò, si raccapezzò, si diresse alla stazione della tramvia a
vapore che doveva condurlo a Giaveno; vi giunse appena in tempo
per l’ultima corsa.
Sceso a Giaveno circa a mezzanotte, si mise in via per Cargiore.
Tutto era silenzio, sotto la luna, nella fresca dolcissima notte
di maggio. Provò, più che sgomento della solitudine attonita e
quasi stupefatta nel blando chiaror lunare, una guardinga
ambascia della misteriosa affascinante bellezza della notte
tutta pezzata d’ombre di luna e sonora di trilli argentini. A
tratti, certi segreti mormoríi d’acque e di fronde gli rendevano
più cupa e più vigile l’ambascia. Gli pareva che quei mormoríi
non volessero essere uditi né udire il suono dei suoi passi; ed
egli camminava più lieve. All’improvviso, dietro un cancello un
cane gli abbajò ferocemente e lo fece sobbalzare e tremare e
gelar di spavento. Subito, tant’altri cani presero ad abbajare
da presso, da lontano, protestando contro quel suo passare a
quell’ora. Cessato il tremito, avvertí maggiormente l’estrema
stanchezza che gli aggravava le membra; pensò a che doveva
quella stanchezza, pensò alla via interminabile che aveva
davanti, e subito gli s’oscurò la bellezza della notte, gli
svaní il fascino di essa, e si sprofondò nel vuoto tenebroso del
suo dolore. Andò, andò per più di un’ora, senza voler sostare un
momento a riprender fiato; alla fine non ne poté più e sedette
sul ciglio del viale: proprio cascava a pezzi; non aveva neanche
più forza di reggere il capo. Gli si fece distinto, a poco a
poco, il fragorío profondo del Sangone giù nella valle, poi
anche il fruscio delle foglie nuove dei castagni e la frescura
densa della vallata boscosa, infine il riso d’un rivoletto di
là, e risentí l’arsura della bocca. Si lagnò per far pietà a se
stesso, al suo animo cupo e incrudelito; si vide cosí solo, per
via, nella notte e cosí stanco e disperato, e provò un cocente
bisogno di conforto. Si rialzò per giunger più presto a colei
che sola ormai poteva darglielo. Ma dovette andare per un’altra
ora buona, prima di scorgere la cuspide ottagonale della chiesa,
appuntata come un dito minaccioso al cielo. Quando vi giunse e
volse gli occhi alla sua casa, vi vide con stupore accesi i lumi
a tre finestre. Uno, sí, se lo aspettava; ma tanti perché?
Al bujo, seduto su lo scalino innanzi alla porta, trovò il
Prever che piangeva dirottamente.
- La mamma? - gli gridò.
Il Prever si levò e con la testa bassa gli tese le braccia:
- Rino... Rino... - gemette, tra i singhiozzi, entro il barbone
abbatuffolato.
- Rino?... Ma come?... Che ha?
E, sciogliendosi con rabbia dalle braccia del vecchio, Giustino
corse sù alla camera del bimbo gridando ancora:
- Che ha? che ha?
Restò, su la soglia, davanti allo scompiglio della camera.
Il bimbo era stato tratto or ora da un bagno freddo, e la nonna
lo teneva su le ginocchia, avvolto nel lenzuolo. C’era il dottor
Lais. Graziella e la bàlia piangevano. Il bimbo non piangeva;
tremava tutto, con la testina ricciuta inzuppata d’acqua, gli
occhi serrati, il visino avvampato, quasi paonazzo, già gonfio.
La madre alzò appena gli occhi, e Giustino si sentí trafiggere
da quello sguardo.
- Che ha? che ha? - chiese con voce tremante al dottore. - Che è
accaduto? Cosí... d’un colpo?
- Eh, da due giorni... - fece il dottore.
- Due giorni?
La madre tornò a sogguatarlo.
- Io non so... non so nulla - balbettò allora Giustino al
medico, come a scusarsi. - Ma come? Che ha, dottore! Mi dica!
Che è stato? che è stato?
Il Lais lo prese per un braccio, gli fece un cenno col capo, e
se lo portò nella stanza accanto.
- Lei viene da Torino, è vero? È stato a teatro?
- Sí, - bisbigliò Giustino, guardandolo, intronato.
- Ebbene, - riprese il Lais, esitante. - Se la madre è qua...
- Che cosa?
- Penso che... sarà bene, forse, avvertirla...
- Ma dunque, - gridò Giustino, - dunque Rino... il mio bimbo...
Gli risposero tre scoppi di pianto dalla stanza attigua, e un
quarto alle spalle, del Prever ch’era risalito. Giustino si
volse, si abbandonò tra le braccia del vecchio e ruppe in pianto
anche lui.Il Lais rientrò nella stanza del bimbo, che, riposto
sul letto, pure sprofondato nel letargo, pareva désse gli ultimi
tratti. Già scottava di nuovo. Sopravvenne Giustino, invano
trattenuto dal Prever.
- Voglio sapere che ha! voglio sapere che ha! - gridò al
dottore, in preda a una rabbia feroce.
Il Lais se ne irritò, e gli gridò a sua volta:
- Che ha? Una perniciosa!
E il tono e il cipiglio dicevano: - "Lei se ne viene dal teatro,
e ha il coraggio di domandare a me a codesto modo che cos’ha il
suo figliuolo!".
- Ma come! In tre giorni?
- In tre giorni, sicuro! Che meraviglia? È ben per questo una
perniciosa!... S’è fatto di tutto... ho tentato...
- Rino mio... Rino mio... Oh Dio, dottore... Rirí mio!
E Giustino si buttò in ginocchio accanto al lettuccio, a toccare
con la fronte la manina bruciante del bimbo, e tra i singhiozzi
pensò che non aveva dato mai, mai tutto il suo cuore a
quell’esseruccio che se n’andava, ch’era vissuto circa due anni
quasi fuori dell’anima sua, fuori di quella della madre, povero
bimbo, e aveva trovato rifugio soltanto nell’amor della nonna...
Ed egli poc’anzi aveva pensato di darlo alla madre! Ma non se lo
meritava neanche lei, come non se lo meritava lui! Ed ecco,
perciò il bimbo se ne andava... Non se lo meritavano nessuno dei
due.
Il dottor Lais lo fece alzare da terra e con dolce violenza se
lo portò di nuovo nella camera accanto.
- Ritornerò appena sarà giorno, - gli disse qua. - Se vuole fare
il telegramma alla madre... Mi sembra giusto... Posso, se vuole,
incaricarmi io di passarlo, prima di ritornare. Ecco, scriva
qua.
E gli porse un biglietto del suo taccuino e la penna.
Egli vi scrisse: - Vieni subito. Tuo figlio muore. - Giustino.
Tutta la cameretta era piena di fiori; pieno di fiori il
lettuccio su cui giaceva il cadaverino sotto un velo azzurro;
quattro ceri ardevano agli angoli, quasi a stento, come se le
fiammelle penassero a respirare in quell’aria troppo gravata di
profumi. Anche il morticino ne pareva oppresso: cereo coi globi
degli occhietti induriti sotto le pàlpebre livide.
Tutti quei fiori insieme non facevano più odore: avevano
ammorbato l’aria chiusa di quella cameretta; stordivano e
nauseavano. E il bimbo sotto il velo azzurro, irremovibilmente
abbandonato a quel profumo ammorbante, sprofondato in esso,
prigioniero di esso, ecco, non poteva esser più guardato se non
da lontano, al lume di quei quattro ceri, il cui giallor caldo
rendeva quasi visibile e impenetrabile il graveolente ristagno
di tutti quegli odori.
Soltanto Graziella stava presso l’uscio a mirare con occhi
disfatti dal pianto il cadaverino, allorché, verso le undici,
come in un vento improvviso sù per la scala, tra gemiti e
fruscíi d’abiti e singhiozzi rinnovati giù a pianterreno,
Silvia, sorretta dal dottor Lais, fece per irrompere nella
cameretta e subito s’arrestò poco oltre la soglia, levando le
mani, come a ripararsi da quello spettacolo, e aprendo la bocca
a un grido, a un altro, a un altro, che non poterono romperle
dalla gola. Il dottor Lais se la sentí mancare tra le braccia,
gridò:
- Una sedia!
Graziella la porse; entrambi, sorreggendola, la fecero sedere, e
subito il Lais balzò alla finestra, esclamando:
- Ma, dico, come si fa a star cosí? Qua dentro non si respira!
Aria, aria!
E ritornò sollecito a Silvia, la quale ora, seduta, con le mani
sul volto, il capo piegato come sotto una condanna, che oltre al
peso del cordoglio avesse quello del rimorso e della vergogna,
piangeva scossa da violenti singulti. Pianse cosí un pezzo; poi
levò il capo, sorreggendoselo con le mani allargate di qua e di
là dagli occhi, e guardò il lettuccio; si alzò, vi s’accostò,
dicendo al dottore che voleva impedirglielo:
- No... no... mi lasci... me lo lasci vedere...
E dapprima lo mirò attraverso il velo, poi senza il velo,
soffocando i singhiozzi, rattenendo il respiro per provare in sé
la morte del figlio, che non riconosceva più; e come non poté
regger più oltre a quell’arresto di vita in sé, si chinò a
baciare la fronte del cadaverino e vi gemette sopra:
- Ah, come sei freddo... come sei freddo...
E dentro sé piangeva: - "Perché il mio amore non ha potuto
riscaldarti...".
- Freddo... freddo...
E gli carezzò sul capo, lievemente, i riccioletti biondi.
Il dottor Lais la costrinse a staccarsi dal lettuccio. Ella
guardò Graziella che piangeva, ma le scorse dietro le lagrime
per il bimbo uno sguardo ostile per lei; non ne provò sdegno,
anzi amò l’odio di quella vecchia ch’era un atto d’amore per il
suo bimbo, e si rivolse al dottore:
- Com’è stato? com’è stato?
Il Lais la condusse nella stanza attigua, in quella stessa ov’ella
aveva dormito nei mesi del suo soggiorno là. Il pianto, allora,
che nella cameretta del bimbo le era venuto agli occhi se non
propriamente sforzato, quasi strappato dalla violenza di quella
vista, qua le sgorgò spontaneo e impetuoso: qua si sentí
lacerare il cuore dai ricordi vivi della sua creaturina, qua si
risentí madre veramente, col cuore d’allora, quando la bàlia
ogni mattina le recava a letto il piccino roseo ignudo levato or
ora dal bagno, ed ella, stringendoselo al seno, pensava che
presto le sarebbe toccato di separarsi da lui...
Intanto il Lais le parlava della malattia improvvisa, di quanto
aveva fatto per salvarlo, e le raccontava che anche per il padre
quella sciagura era stata uno schianto inatteso, perché la sera
avanti egli era a teatro ad assistere al dramma di lei, senza
sapere che il bambino fosse cosí gravemente malato.
Silvia levò il capo, percorsa da un brivido, a questa notizia:
- Jersera? a teatro? Ma come non sapeva?...
- Eh, signora, - rispose il Lais. - Con la notizia che lei
sarebbe venuta a Torino...
E con la mano fece un gesto che significava: parve si levasse di
cervello.
- La madre non gliene disse nulla, vedendolo cosí, aggiunse. -
Non suppose veramente che si trattasse d’un caso cosí grave...
Fa pietà, creda, fa pietà! Appena arrivato jeri notte, verso le
due, a piedi da Giaveno, trovò qua il bimbo moribondo. Sono
stato io a suggerirgli di avvisar lei per telegramma, anzi l’ho
passato io stesso il telegramma, quando già il bimbo
purtroppo... È spirato verso le sei... Sente? sente?
Sù per la scaletta, all’improvviso, sonarono i singhiozzi di
Giustino tra uno scalpiccío confuso e le grida di altri che
forse cercavano di trattenerlo.
Silvia balzò in piedi, sconvolta, e si ritrasse in un angolo,
come se volesse nascondersi.
Inizio pagina
Sorretto da don Buti, dal Prever e dalla madre, Giustino apparve
su la soglia come smemorato, scomposto negli abiti, nei capelli,
il volto bagnato di lagrime; guardò truce il dottor Lais, disse:
- Dov’è?
Appena la vide, il ventre, il petto gli si misero a sussultare e
le gambe e il mento a tremar d’un lieve e fitto tremito
crescente, finché il pianto, scomponendogli a mano a mano i
tratti del viso, non gli gorgogliò in gola convulso; ma come il
Prever e don Buti cercarono di trarlo via, si strappò da loro
ferocemente:
- No, qua! - gridò.
E stette un istante cosí, sciolto, perplesso, poi, arrangolando,
si precipitò su Silvia e l’abbracciò furiosamente.
Silvia non mosse un braccio; s’interí per resistere allo strazio
che quell’impeto disperato le cagionava, serrò gli occhi per
pietà, poi li riaprí per rassicurar la madre che non temesse di
lei, che - ecco - non abbracciava, si lasciava abbracciare per
pietà, e quella pietà avrebbe saputo contenere.
- Hai veduto? hai veduto? - le singhiozzava intanto Giustino,
sul seno, stringendola sempre più. - Se n’è andato... Rirí se
n’è andato, perché noi non c’eravamo... tu non c’eri... e
neanche io c’ero più... e allora il povero piccino ha detto: - E
che ci faccio più io qua? - e se n’è andato... Se ti vedesse qua
ora... Vieni! vieni! Se ti vedesse qua...
E la trascinò per mano alla camera del bimbo, come se la venuta
di lei e la gioja ch’egli ne provava potessero fare il miracolo
di richiamare in vita il bambino...
- Rirí!... Ah, Rirí... ah, Rirí mio...
E cadde di nuovo in ginocchio innanzi al letto, affondando la
faccia tra i fiori.
Silvia si sentí venir meno; il dottor Lais accorse, la sorresse,
la riportò nella camera attigua. Anche Giustino fu strappato dal
lettuccio da don Buti e dal Prever e ricondotto giù a
pianterreno.
- Silvia! Silvia! - seguitava a chiamare, subendo la violenza di
quei due senza più coraggio di ribellarsi ora che aveva riveduto
morto il suo bambino.
Al suono del suo nome che s allontanava, Silvia si sentí come
chiamata dal fondo della vita trascorsa lí un anno addietro: era
tra la letizia d’allora il presentimento oscuro di questa
sciagura; e quel presentimento ora la chiamava cosí tra il
pianto: - Silvia!... Silvia!... - da lontano. Ah, se avesse
potuto sentire allora il suo nome gridato cosí, ella avrebbe
trovato la forza di resistere a ogni tentazione; sarebbe rimasta
lí col suo piccino, in quel nido di pace tra i monti, e il suo
piccino non sarebbe morto, e nessuna delle cose orrende che
erano avvenute, sarebbe avvenuta. Quella più orrenda fra
tutte... ah, quella! Ancora, tra vampe di soffocanti
immaginazioni, ella si sentiva bruciar le carni dalla vergogna
d’un unico amplesso, tentato quasi a freddo, per un’orrida
necessità ineluttabile, là a Ostia, e rimasto disperatamente
incompiuto; si sentiva da esso insozzata per sempre, più che se
si fosse resa colpevole mille e mille volte con tutti quei
giovani che la voce pubblica le aveva affibbiati e le affibbiava
ancora per amanti. La memoria viscida di quell’unico amplesso
mancato le aveva incusso una nausea invincibile,
un’abominazione, nella quale si sarebbe ormai sempre affogato
ogni desiderio d’amore. Era sicura che Giustino, se ella avesse
voluto, si sarebbe strappato dalle braccia della madre, da ogni
ritegno d’amor proprio, per ritornare a lei. Ma no: ella non
voleva; per lui e per sé non doveva! Ora anche l’ultimo vincolo
tra loro era stato spezzato dalla morte; e invano egli laggiù si
dibatteva tra le braccia che volevano trattenerlo. Il dottor
Lais era stato chiamato in ajuto. Di là giaceva tra i fiori il
suo bambino morto. Saliva gente a vederlo: donne del paese,
vecchi, ragazzi, e recavano tutti altri fiori, altri fiori...
Poco dopo il dottor Lais, tutto accaldato e sbuffante, risalí da
lei con un foglio di carta in mano, la bozza d’un telegramma,
che il marito giù, gridando e dibattendosi, aveva voluto
scrivere per forza. E voleva che lui, il dottor Lais, andasse
subito a passarlo, dopo averlo fatto vedere a lei.
- Un telegramma? - domandò Silvia, stordita.
- Già, eccolo.
E il Lais glielo porse.
Era un telegramma alla Compagnia Fresi. Parecchie parole erano
rese quasi illeggibili dalle lagrime che vi erano cadute sopra.
Vi si annunziava la morte del bambino, chiedendo che fossero
sospese le repliche del dramma, previo annunzio al pubblico del
grave lutto dell’autrice. Era firmato Boggiòlo.
Silvia lo lesse e restò, sotto gli occhi del dottore in attesa,
assorta stupita e perplessa.
- Si deve passare?
Ecco: dopo l’abbraccio, egli si sentiva già ridiventato suo
marito.
- Cosí, no, - rispose al dottore. - Levi l’annunzio- al pubblico
e, se vuole incomodarsi, lo passi pure, ma sotto il mio nome,
prego...
Il dottor Lais s’inchinò.
- Comprendo bene, - disse. - Non dubiti, sarà fatto.
E andò via.
Ma dopo circa mezzora, ecco Giustino sù di nuovo, con un’aria da
folle, insieme con un giornalista, con quello stesso giovine
giornalista venuto da Torino un anno addietro alla scoperta
dell’autrice dell’Isola nuova.
- Eccola qua! eccola qua! - disse, facendolo entrare nella
camera; e, rivolto a Silvia: - Tu lo conosci, è vero?
Il giovine, mortificato da quell’ansia scomposta, quasi ilare,
del Boggiòlo, che avventava in mezzo al luttuoso momento, benché
il pover’uomo mostrasse pure il volto bruciato dalle lagrime,
s’inchinò e stese la mano a Silvia, dicendo:
- Mi duole, signora, di ritrovarla qui in un animo cosí diverso
dalla prima volta. Ho saputo in teatro, ch’ella era corsa qui...
Non m’aspettavo, che già...
Giustino lo interruppe, afferrandolo per un braccio:
- Mentre jersera giù a Torino si rappresentava il dramma, -
prese a dirgli con un gran tremore nella voce e nelle mani, ma
pur con gli occhi fissi in quelli di lui, come se volesse fargli
la lezione, - qua il bambino moriva, e non lo sapevamo né io né
lei, capisce? E lei, - seguitò, additando Silvia, - lei qua, la
prima volta, sa perché ci venne? Per la nascita del nostro
bimbo! E sa quando nacque il nostro bimbo? La sera stessa del
trionfo dell’Isola nuova, proprio la stessa sera, per cui lo
chiamammo Vittorio, Vittorino... Ora è ritornata qua per la sua
morte! E quando avviene questa morte? Proprio mentre a Torino si
rappresenta il nuovo dramma! Veda un po’! veda un po’ la
fatalità... Nasce e muore cosí... Venga, venga qua, glielo
faccio vedere...
Cosí ripreso dalla foga della sua professione, in quello stato,
faceva quasi spavento. Il giovine giornalista lo guatava,
sbalordito.
- Eccolo! eccolo qua, il nostro angioletto! Vede com’è bello tra
tanti fiori? Queste sono le tragedie della vita, caro signore.
Non c’è mica bisogno di andarle a cercare nelle isole lontane,
tra gente selvaggia, le tragedie della vita! Lo dico per il
pubblico, sa? che certe cose non le vuole capire... Loro, loro
giornalisti dovrebbero spiegarlo bene al pubblico, che se oggi
una scrittrice si può cavare una tragedia... cosí, dalla testa,
una tragedia selvaggia, che per la novità piace subito a tutti,
domani lei stessa, la scrittrice, può essere afferrata da una di
queste tragedie qua, della vita, che stritolano un povero
bambino, il cuore d’un padre e d’una madre, capisce? Questo,
questo dovrebbero loro spiegare al pubblico che resta freddo
davanti alla tragedia d’un padre che ha una figlia fuori di
casa, d’una moglie che sa di non poter riavere il marito se non
a patto di prendersi con sé la figlia di lui, e va’ là, va’
dall’amante del marito a farsela dare! Queste sono tragedie...
le tragedie della vita, caro signore... Questa povera donna qua,
creda, non può far nulla... non... non le sa far valere, le cose
sue... Io, io ci voglio, io che so bene queste cose... ma la
testa in questo momento mi... mi fa male assai, creda... mi fa
male assai... Troppe emozioni... troppe... e ho bisogno di
dormire... E la stanchezza, sa? che mi fa parlare cosí...
Bisogna proprio che vada a dormire... non mi reggo più... non mi
reggo più...
E se n’andò, curvo, con la testa tra le mani, ripetendo: - Non
mi reggo più... non mi reggo più...
- Oh poverino! - sospirò il giornalista, rientrando con Silvia
nell’altra camera. - In che stato si trova!...
- Per carità, - s’affrettò a pregar Silvia, - non dica, non
riferisca nulla nel giornale...
- Signora mia! che crede? - la interruppe quello, parando le
mani.
- È un doppio strazio per me! - riprese Silvia quasi soffocata.
- È stato come un fulmine! E ora.. . quest’altro strazio. ..
- Fa veramente pietà!
- Sí, e proprio per la pietà che ne sento, io voglio andarmene,
voglio andarmene...
- Se vuole, signora, ho qui con me...
- No, no: domani, domani. Finché il mio bimbo è qua, starò qua.
Qua è sepolto anche mio zio. E mi faceva tanto male il pensiero
che quel mio caro vecchio fosse qua, in una tomba non sua. I
morti, capisco, non sono tra loro né amici né nemici. Ma io lo
pensavo tra morti non amici. Ora avrà con sé il nipotino e non
sarà più solo nella tomba straniera. Gli darò domani il mio
piccino e, appena sarà finito tutto, me ne scenderò...
- Vuole che venga io domani a rilevarla? Sarebbe per me una
fortuna.
- Grazie,- disse Silvia. - Ma io non so ancor quando...
- M’informerò, non dubiti. A domani!
E il giovane giornalista andò via, tutto contento. Silvia chiuse
gli occhi, con le labbra atteggiate più d’amarezza che di
sdegno, e scosse un pezzo il capo. Poco dopo, Graziella le recò
con gli occhi bassi, un ristoro; ma ella non volle neppur
accostarvi le labbra. Sul tardi, le toccò il supplizio d’una
visita; quella della moglie del dottore, più che mai cascante di
vezzi. Ma per fortuna, nella stanchezza e nello stordimento
mentre colei cercava di confortarla scioccamente, poté trovare
una nuova sorgiva di pianto, volgendo gli occhi a un angolo
della camera.
Sul cassettone, come in colloquio tra loro, erano i giocattoli
di Rirí: un cavalluccio di cartapesta, fissato su una tavoletta
a quattro ruote, una trombettina di latta, una barchetta, un
pagliaccetto coi cembali a scatto. Il cavalluccio, con la coda
spelata, un orecchio ammaccato e una rotellina mancante, era il
più malinconico di tutti. La barchetta con le vele stese gli
voltava la poppa e pareva lontana lontana, una grande barca in
un mare lontano lontano, di sogno; e andava cosí a vele stese in
quel mare di sogno con l’animuccia di Rirí meravigliata e
smarrita... Ma che! no! il pagliaccetto, ridendo, le diceva che
non era vero, che il piano del cassettone non era mica il mare,
e che l’animuccia di Rirí non navigava più su lei.
Li aveva lasciati, Rirí, per fare una cosa seria seria, una cosa
che pareva inverosimile per un bimbo: morire! Il cavalluccio,
benché zoppo e spelato, com’era sorte di tutti i giocattoli,
pareva tentennasse il capo, quasi non se ne sapesse capacitare.
Se la trombetta si fosse provata a richiamarlo da quel sonno in
mezzo a tutti quei fiori di là!... Ma anch’essa la trombetta era
rotta, non sonava più... Anche la bocca di Rirí non parlava
più... non si movevano più le manine... gli occhi non si
riaprivano più... giocattolino rotto anche lui, Rirí!
Che avevano veduto quegli occhiuzzi di due anni aperti allo
spettacolo di un mondo cosí grande? Chi serba memoria delle cose
vedute con occhi di due anni? Ed ecco, quegli occhiuzzi che
guardavano senza serbar memoria delle cose vedute, s’erano
chiusi per sempre. Fuori c’erano tante cose da vedere: i prati,
i monti, il cielo, la chiesa; Rirí se n’era andato da quel mondo
grande che non era stato mai suo, se non in quel piccolo
cavalluccio di cartapesta, che sentiva di colla, in quella
barchetta con le vele stese, in quella trombetta di latta in
quel pagliaccetto che rideva e batteva i cembali a scatto. E non
aveva conosciuto il cuore della sua mamma, Rirí...
Venne la sera; la moglie del dottore se ne andò; ella restò
sola, nel silenzio enorme di tutta la casa.
S’affacciò alla cameretta mortuaria. C’erano Graziella e la
bàlia: quella pisolava su la seggiola, l’altra recitava il
rosario.
Silvia ebbe all’improvviso la tentazione di mandar via a dormire
l’una e l’altra, di restar sola lí col suo bimbo, serrar bene la
finestra e l’uscio, stendersi accanto al suo piccino, lasciarsi
prendere tutta dal suo gelo di morte e uccidere da tutti quei
fiori. Con lo stordimento del loro profumo, che le aveva reso
come di piombo la testa, si era a un tratto sentita vincere da
una disperata stanchezza di tutte le cose della vita, nel tetro
silenzio di quella casa schiacciata dall’incubo della morte.
Affacciandosi però alla finestra, ebbe la strana impressione che
la sua anima in tutto quel tempo fosse rimasta fuori, là, e che
lei la ritrovasse ora con uno stupore e un refrigerio infinito.
Era quella stessa anima che aveva mirato lassù lo spettacolo di
un’altra notte di luna simile a questa. Ma c’era nella dolcezza
del refrigerio, ora, un accoramento più intenso, un più urgente
bisogno di sciogliersi da tutto, e nello stupore un più anelante
risveglio a nuove aure, ad aure più vaste, di sogni eterni.
Guardò in cielo la luna che pendeva su una di quelle grandi
montagne, e nel placido purissimo lume che allargava il cielo,
mirò, bevve le pòche stelle che vi sgorgavano come polle di più
vivida luce; abbassò gli occhi alla terra e rivide le montagne
in fondo con le azzurre fronti levate a respirare nel lume,
rivide gli alberi attoniti, i prati sonori d’acqua sotto il
limpido silenzio della luna; e tutto le parve irreale, e che in
quella irrealità la sua anima si soffondesse divenuta albore e
silenzio e rugiada.
Ma, ecco, come una tenebra enorme le assommava a mano a mano dal
fondo dello spirito, di fronte a quella limpida irrealità di
sogno: il sentimento oscuro e profondo della vita, composto da
tante impressioni inesprimibili, sbuffi e vortici e
accavallamenti nella tenebra di più dense tenebre. Fuori di
tutte le cose che davan senso alla vita degli uomini, c’era
nella vita delle cose un altro senso che l’uomo non poteva
intendere: lo dicevan quegli astri col loro lume, quelle erbe
coi loro odori, quelle acque col loro murmure: un arcano senso
che sbigottiva. Bisognava andar oltre a tutte le cose che davan
senso alla vita degli uomini, per penetrare in questo arcano
senso della vita delle cose. Oltre alle meschine necessità che
gli uomini si creavano, ecco altre cupe gigantesche necessità
profilarsi entro il fluir fascinoso del tempo, come quelle
grandi montagne là, entro l’incanto della verde silentissima
alba lunare. In esse ella doveva d’ora innanzi affisarsi,
infrontar con esse gli occhi inflessibili della mente, dar voce
a tutte le cose inespresse del suo spirito, a quelle che sempre
finora le avevano incusso sgomento, e lasciar la fatuità dei
miseri casi dell’esistenza quotidiana, la fatuità degli uomini
che, senz’accorgersene, vàgolano immersi nel vortice immenso
della vita.
Tutta la notte stette lí affacciata alla finestra, finché l’alba
frigida non venne a poco a poco a scomporre e a irrigidire gli
aspetti prima vaporosi di sogno. E a questo frigido irrigidirsi
delle cose toccate dalla luce del giorno, anch’ella sentí la
divina fluidità del proprio essere quasi rapprendersi, e avvertí
l’urto della realtà cruda, la terribilità bruta e dura della
materia, la possente, avida, distruttrice ferocia della natura
sotto l’occhio implacabile del sole che sorgeva. Questa
terribilità e questa ferocia si riprendevano ora il suo povero
bimbo, a rifarlo terra sottoterra.
Ecco, portavano la cassa. La campana della chiesa squillò a
gloria nella luce del nuovo giorno.
Per un morticino che aspetta sul letto il tempo d’esser sepolto,
quant’è lungo un giorno? quant’è lungo il ritorno della luce non
più veduta fin dal giorno avanti? Questa lo ritrova già più
lontano nelle tenebre della morte, già più lontano nel dolore
dei superstiti. Per poco ora il dolore si ravvicinerà e urlerà
allo spettacolo orrendo della chiusura del cadaverino nella
cassa già pronta; poi, subito dopo il seppellimento tornerà ad
allontanarsi, a rifarsi in fretta di quel breve riavvicinamento
crudele, finché non scomparirà a poco a poco nel tempo, dove di
tratto in tratto soltanto la memoria, volando s’affannerà di
raggiungerlo e lo scorgerà in fondo in fondo e si ritrarrà
oppressa e stanca, richiamata da un sospiro di rassegnazione...
Che cosa lesse Giustino, il quale aveva dormito fin’allora d’un
sonno di piombo, nel volto di Silvia, in cui pareva si fosse
illividito il pallore della luna mirato dalla finestra tutta la
notte? Egli restò come sbigottito di fronte a lei; ebbe di nuovo
nel ventre, nel petto un sussulto tremendo di pianto, ma non
ardí più l’abbraccio della prima volta; si buttò invece a terra
sul cadaverino del bimbo già composto nella bara, coperto di
fiori. Fu tratto via dal Prever; la Graziella e la bàlia
trassero via la nonna. Nessuno si curò di lei, che volle avere
il cuore d’assistere a tutto sino alla fine, dopo aver baciato
la morte su la piccola, dura e gelida fronte del bimbo. Quando
già il coperchio della cassa era saldato, sopravvenne il giovine
giornalista, ed ella si commosse un poco alle premure di costui
le usò; ma non volle allontanarsi.
- Ormai... ormai è fatto, - gli disse. – Grazie, lasciatemi!
Ormai ho visto tutto... - Non si vede più nulla... Una cassa e
l’amor mio di madre, là...
Un émpito di pianto le balzò alla gola, le sgorgò dagli occhi.
Lo represse, quasi rabbiosamente, col fazzoletto.
Appena Giustino, sorretto dal Prever, a pie’ della casa in mezzo
alla gente accorsa per l’accompagnamento funebre, vide scendere
dietro la piccola bara il giovine giornalista accanto a Silvia,
comprese che questa, dopo il seppellimento, non sarebbe più
ritornata a casa. Disse allora al Prever e alla gente che gli
faceva ressa attorno:
- Aspettate, aspettate...
E corse sù, in casa. La morte per lui non era tanto la piccola
bara, quanto nell’aspetto di Silvia, nella definitiva partenza
di lei. Quel ch’era morto di lui nel suo bimbo era ben poco a
confronto di quel che di lui moriva con l’allontanamento della
moglie. I due dolori erano per lui un dolore solo, inseparabile.
Deponendo il bimbo nella tomba, egli doveva deporre insieme un
altra cosa, nelle mani di lei: gli ultimi resti della sua vita,
ecco.
Fu visto poco dopo ridiscendere con un fascio di carte sotto il
braccio. Con esse, appoggiato al Prever, seguí il mortorio fino
alla chiesa, fino al cimitero. Quando il mortorio si sciolse si
strappò dal braccio del Prever e si accostò vacillante a Silvia
che si disponeva a montare su l’automobile del giornalista.
- Ecco, - le disse, porgendole le carte, - tieni... Ormai io,..
che... che me ne faccio più? A te possono servire... Sono...
sono recapiti di traduttori... note mie... appunti, calcoli...
contratti... lettere... Ti potranno servire per... per non farti
ingannare... Chi sa... chi sa come ti rubano... Tieni... e...
addio! addio! addio!..
E si buttò singhiozzando tra le braccia del Prever che s’era
avvicinato.
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