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GIUSTINO RONCELLA NATO BOGGIOLO
Capitolo Settimo
VOLA VIA
Maurizio Gueli era in uno dei più crudeli momenti della sua vita
tristissima. Per la nona o decima volta, ridotto agli estremi della
pazienza, aveva trovato nella disperazione la forza di strappare il
capo dal capestro. Era suo questo paragone bestiale, e se lo
ripeteva con voluttà. Livia Frezzi era da quindici giorni nella
villa di Monteporzio, sola; e lui, in Roma, solo.
Solo diceva, e non libero, sapendo per trista esperienza che, quanto
più forte affermava il proposito di non ricongiungersi mai più con
quella donna, tanto più prossimo ne era il giorno. Che se era vero
ch’egli con lei non poteva più vivere, era vero altresí che non
poteva senza di lei.
Venuto da Genova a Roma circa venti anni fa, nel suo miglior
momento, quando già in Italia e fuori con la pubblicazione del
Socrate demente si stabiliva indiscussa la sua fama di scrittor
bizzarro e profondo, a cui la vivida e possente genialità permetteva
di giocare coi più gravi pensieri e la poderosa dottrina con quella
stessa agilità graziosa con cui un equilibrista giuoca co’ suoi
globetti di vetro colorati, era stato accolto in casa del suo
vecchio amico Angelo Frezzi, mediocre storiografo, che da poco aveva
sposato, in seconde nozze, Livia Maduri.
Egli aveva allora trentacinque anni, e Livia poco più di venti.
Non il prestigio della fama però aveva innamorato Livia Frezzi del
Gueli, come tanti allora facilmente credettero. Di quella fama,
anzi, e di quella certa ebbrezza ch’egli in quel momento ne aveva,
ella si era mostrata fin da principio cosí gelidamente sdegnosa,
ch’egli subito, per picca, s’era intestato di vincerla, quasi
costretto a chiuder gli occhi su i suoi doveri verso l’amico e verso
l’ospite dall’acerbità stessa con cui ella, apertamente, senza tener
conto dell’amicizia antica del marito per lui, senza alcun riguardo
per l’ospitalità, gli s’era posta di fronte, nemica.
Maurizio Gueli ricordava in sua scusa d’aver tentato, veramente, in
principio, di fuggire per non tradir l’amicizia e l’ospitalità. Ma
ormai il dispetto di sé e di tutti, il disgusto della sua viltà
verso quella donna, l’obbrobrio della sua schiavitù gli avevano
riempito l’animo di tale e tanta amarezza, lo avevano reso cosí
crudamente spietato contro se stesso, ch’egli non riusciva più a
concedersi alcuna finzione. Se pur dunque ricordava quel tentativo
di fuga, in fondo sapeva bene di non poter dare ad esso alcun peso
in suo favore, che se davvero egli avesse voluto salvar sé e non
tradire l’amico, senz’altro avrebbe dovuto voltar le spalle e
allontanarsi dalla casa ospitale.
Invece... Ma sí! S’era ripetuta in lui per la millesima volta quella
solita farsa delle quattro o cinque o dieci o venti anime in
contrasto, che ciascun uomo, secondo la propria capacità, alberga in
sé, distinte e mobili, com’egli credeva, e di cui con perspicuità
meravigliosa aveva sempre saputo scoprire e rappresentare il vario
giuoco simultaneo in se medesimo e negli altri.
Per una finzione spesso incosciente, suggerita dal tornaconto o
imposta da quel bisogno spontaneo di volerci in un modo anziché in
un altro, d’apparire a noi stessi diversi da quel che siamo, si
assume una di quelle tante anime e secondo essa si accetta la più
favorevole interpretazione fittizia di tutti gli atti che, di
nascosto alla nostra coscienza, furbescamente operano le altre.
Tende ognuno ad ammogliarsi per tutta la vita con un’anima sola, con
la più comoda, con quella che ci porta in dote la facoltà più adatta
a conseguire lo stato a cui aspiriamo; ma fuori dell’onesto tetto
coniugale della nostra coscienza è assai difficile che non si abbian
poi tresche e trascorsi con le altre anime rejette, da cui nascono
atti e pensieri bastardi, che subito ci affrettiamo a legittimare.
Non
si era forse accorto il suo vecchio amico Angelo Frezzi che non
aveva da stentar molto per costringerlo a rimanere in casa sua,
quand’egli aveva manifestato il desiderio d’andarsene, desiderio
finto doppiamente e sapientemente, poiché il desiderio suo era
invece di rimanere e lo vestiva del dolore di non riuscir gradito
alla signora? E se Angelo Frezzi se n’era accorto bene, perché aveva
tanto protestato e tempestato per trattenerlo? Ma aveva certo
rappresentato una farsa anche lui! Due anime, la sociale e la
morale, cioè quella che lo faceva andar sempre vestito in redengote
e gli poneva su le grosse labbra pallide con qualche filamento di
biascia il più amabile dei sorrisi, e quell’altra che gli faceva
spesso abbassare con tanta languida dignità le pàlpebre acquose e
macerate su gli occhi azzurrognoli ovati venati impudenti, avevano
fatto sfoggio in lui della loro virtù, sostenendo con accigliata
fermezza che l’amico meritamente venuto in tanta fama non si sarebbe
mai e poi mai macchiato d’un tradimento all’amico e all’ospite;
mentre una terza animula astuta e beffarda gli suggeriva sotto
sotto, cosí a bassa voce ch’egli poteva benissimo fingere di non
udirla: - "Bravo, caro, cosí, trattienilo! Tu sai bene che sarebbe
per te gran ventura s’egli riuscisse a portarti via questa seconda
moglie cosí male assortita, con un capino cosí levato e aspra e dura
e pertinace anche contro te, poverino, troppo vecchio, eh, troppo
vecchio per lei! Insisti, e quanto più fingi di crederlo incapace di
tradirti, quanto più fiducioso ti mostri, tanto più ti riuscirà
facile far d’un nonnulla un capo di scandalo".
E difatti Angelo Frezzi, ancor senz’ombra di ragione, almeno da
parte della moglie, cosí in prima aveva gridato al tradimento, che
era dovuto passare ancora un anno, avanti che Livia, andata a viver
sola, si concedesse a lui.
In quell’anno egli si era legato in tal modo da non potersi più
sciogliere, derogando a se stesso in tutto, impegnandosi ad
accogliere e a seguire senz’alcun sacrifizio tutti i pensieri e i
sentimenti di lei.
Fingeva ora di credere che questo suo legame consistesse nel dovere
imprescindibile assunto verso quella donna che aveva perduto per lui
stato e reputazione, scacciata ancora innocente dal marito. Certo
egli lo sentiva questo dovere; ma pur sapeva, in fondo, che esso non
era la sola e vera ragione della sua schiavitù. E quale, allora, la
vera ragione? Forse la pietà che egli, sano di mente, e con la
tranquilla coscienza di non aver mai dato alcun pretesto, alcun
incentivo alla gelosia di lei, doveva usare verso quella donna,
senza dubbio di mente inferma? Oh sí, vera anche questa pietà, come
vero quel dovere; ma più che ragione della sua schiavitù, non era
forse questa pietà una scusa, una nobile scusa, con cui egli vestiva
il cocente bisogno che lo ritrascinava a quella donna, dopo un mese
o più di lontananza, durante il quale aveva anche finto di credere
che, alla sua età, dopo aver dato per tanti anni a colei il meglio
di sé, non avrebbe potuto riprendere più la vita con nessun’altra? E
vere, vere, sí, fondatissime, quest’altre considerazioni, ma, a
pesarle nella bilancia nascosta nell’intimità più segreta della
coscienza, egli sapeva bene che l’età, la dignità erano scuse
anch’esse e non ragioni. Se un’altra donna, difatti, non cercata,
avesse avuto potere d’attrarlo a sé strappandolo dalla suggezione,
liberandolo dall’invasamento di colei che gli aveva ispirato una
abominazione profonda e invincibile d’ogni altro abbraccio e lo
teneva in tale stato di schiva timidità ombrosa, da non poter piú
non che aver contatto, ma neppur pensare al contatto d’altra donna;
oh, egli non avrebbe certamente badato piú a età, a dignità, a
dovere a pietà, a nulla. Eccola, eccola dunque, la vera ragione
della sua schiavitú; era questa schiva timidità ombrosa, che
proveniva dal potere fascinoso di Livia Frezzi.
Nessuno era in grado di comprendere come e perché quella donna
avesse potuto esplicare sul Gueli un fascino cosí potente e
persistente, anzi una cosí nefasta malía. Era sí, senza dubbio, una
bella donna, Livia Frezzi; ma la rigida durezza del portamento, la
severità dello sguardo, ostile senza curiosità, lo sprezzo quasi
ostentato d’ogni garbo, toglievano ogni grazia e ogni attrattiva a
quella bellezza. Pareva, era anzi manifesto ch’ella faceva di tutto
per non piacere.
Ebbene: consisteva appunto in questo il suo fascino; e solo poteva
comprenderlo colui al quale unicamente ella voleva piacere.
Ciò che le altre donne belle dànno all’uomo, cui nell’intimità si
concedono, è cosí poco a confronto di quanto han profuso tutto il
giorno agli altri, e questo poco è concesso con modi e grazie e
sorrisi cosí simili in tutto a quelli che esse prodigano a tanti e
che tanti perciò, pur non entrati in quell’intimità, conoscono o
facilmente immaginano, che - a pensarci - si smaga subito la gioja
del possederle.
Livia Frezzi aveva dato a Maurizio Gueli la gioja del possesso unico
e intero. Nessuno poteva conoscerla o immaginarla, com’egli la
conosceva e la vedeva nei momenti dell’abbandono. Ella era tutta per
uno; chiusa a tutti, fuor che a uno.
Allo stesso modo però voleva che quest’uno fosse tutto per lei:
chiuso in lei tutto e per sempre, tutto esclusivamente suo, non solo
coi sensi, col cuore, con la mente, ma finanche con lo sguardo.
Guardare, anche senza la minima intenzione, un’altra donna, era già
per lei quasi un delitto. Ella non guardava nessuno, mai. Delitto
era piacere altrui oltre i limiti della piú fredda cortesia.
Displiceas aliis, sic ego tutus ero.
Gelosia? Ma che gelosia! Comportarsi cosí era come dimandava la
serietà, come dimandava l’onestà. Ella era seria e onesta; non
gelosa. E cosí voleva che si comportassero tutti.
Per contentarla, bisognava restringersi e costringersi a vivere per
lei unicamente, escludersi affatto dalla vita altrui. E non bastava
nemmeno: che se gli altri, pur non curati, pur non guardati, e
fors’anche per questo, mostravano comunque il minimo interesse o
qualche curiosità per un’esistenza cosí appartata, per un contegno
cosí schivo e sdegnoso, ella n’avrebbe fatto colpa ugualmente a
colui che stava con lei, come se fosse egli cagione se gli altri lo
guardavano o se ne curavano in qualche modo.
Ora, impedire questo non era affatto possibile a Maurizio Gueli. Per
quanto facesse, la sua fama era tanta, che non poteva passare
inosservato. Egli poteva tutt’al piú non guardare; ma come impedire
che tanti lo guardassero? Riceveva da tutte le parti inviti,
lettere, omaggi; poteva non accettar mai alcuno di quegli inviti,
non rispondere mai ad alcuna lettera, ad alcun omaggio; ma,
nossignori, doveva anche dar conto a lei degli inviti che riceveva,
delle lettere e degli omaggi che gli arrivavano.
Ella comprendeva che tutto quell’interesse, tutta quella curiosità
dipendevano dalla fama di lui, dalla letteratura ch’egli professava;
e contro questa fama perciò e contro la letteratura appuntava più
fieramente il suo livore, armato d’ispido dileggio; covava per esse
il più acre e cupo rancore.
Livia Frezzi era fermamente convinta che la professione del
letterato non potesse comportare alcuna serietà, alcuna onestà; che
fosse anzi la più ridicola e la più disonesta delle professioni,
come quella che consisteva in una continua offerta di sé, in un
continuo commercio di vanità, in un accatto di fatue soddisfazioni,
in un perpetuo struggimento di piacere altrui e d’averne lodi.
Soltanto una sciocca, a suo modo di vedere, poteva gloriarsi della
fama dell’uomo con cui conviveva, provar piacere pensando che
quest’uomo, da tante donne ammirato e desiderato, apparteneva o
diceva d’appartenere a lei solamente. Come e in che poteva
appartenere a una sola quest’uomo, se voleva piacere a tutti e a
tutte, se giorno e notte s’affannava per esser lodato e ammirato,
per darsi in pascolo alla gente e procurar diletto a quanti più
poteva, per attirar continuamente l’attenzione su di sé e correr su
la bocca di tutti ed esser mostrato a dito? se da sé si esponeva di
continuo a tutte le tentazioni? Data quella voglia irresistibile di
piacere altrui, era mai da credere ch’egli potesse resistere a tutte
quelle tentazioni?
Invano tante volte il Gueli s’era provato a dimostrarle che un vero
artista, come egli era o credeva almeno di essere, non andava cosí a
caccia di fatue soddisfazioni, né si struggeva cosí di piacere
altrui; che non era già un buffone tutto inteso a dare spasso alla
gente e a farsi ammirar dalle donne; e che la lode di cui egli
poteva compiacersi era solo quella dei pochi a cui riconosceva
capacità d’intenderlo. Trascinato dalla foga della difesa però,
spesso per un punto solo perdeva ogni effetto; se, per esempio, gli
avveniva di soggiungere, a modo di considerazione generale, ch’era
pure umano, del resto, e senz’ombra di male, che non solamente un
letterato ma chiunque provasse una certa soddisfazione nel veder
bene accolta e pregiata dagli altri la propria opera, qualunque
fosse. Ah, ecco, gli altri! gli altri! sempre il pensiero degli
altri! Ella non lo aveva mai avuto, codesto pensiero! Per lui non
c’era alcun male, in questo? E come in questo, chi sa in quant’altre
cose! Dov’era il male per lui? in che consisteva? Chi poteva mai
veder chiaro nella coscienza d’un letterato, la cui professione era
un continuo giuoco di finzioni? Fingere, fingere sempre, dare
apparenza di realtà a tutte le cose non vere! Ed era senz’altro
apparenza tutta quella austerità, tutta quella dignitosa onestà
ch’egli ostentava. Chi sa quanti sbalzi di cuore e sussulti interni
e fremiti e solletichíi per un’occhiatina misteriosa, per un
risolino di donna appena appena accennato, passando per via! L’età?
Ma che età! Può forse invecchiare il cuore d’un letterato? Quanto
più vecchio, tanto più ridicolo.
Al dileggio incessante, alla denigrazione feroce, Maurizio Gueli si
sentiva dentro tòrcere le viscere e rivoltare il cuore. Perché egli
avvertiva in pari tempo la ridicolaggine atroce della sua tragedia.
essere lo zimbello d’una vera e propria follía, soffrire il martirio
per colpe immaginarie, per colpe che non erano colpe e che, del
resto, egli si era sempre guardato bene dal commettere, anche a
costo di parere sgarbato, superbo e scontroso, per non dare a lei il
minimo incentivo. Ma pareva tuttavia che le commettesse, a sua
insaputa, chi sa come e chi sa quando.
Manifestamente, egli era due: uno per sé; un altro per lei.
E quest’altro ch’ella vedeva in lui, carpendo a volo, fantasma
tristo, ogni sguardo, ogni sorriso, ogni gesto, il suono stesso
della voce, non che il senso delle parole, tutto insomma di lui, e
travisandolo e falsandolo agli occhi di lei, assumeva vita, e per
lei viveva esso solo ed egli non esisteva più: non esisteva più, se
non per l’indegno, disumano supplizio di vedersi vivere in quel
fantasma, e solo in quello; e invano s’arrovellava a distruggerlo:
ella non credeva più in lui; ella vedeva in lui quello solamente, e,
com’era giusto, lo faceva segno d’odio e di scherno.
Viveva talmente quest’altro, ch’ella s’era foggiato di lui, assumeva
nella morbosa immaginazione di lei una cosí solida, evidente
consistenza, ch’egli stesso quasi lo vedeva vivere della sua vita,
ma indegnamente falsata; de suoi pensieri, ma stravolti; d’ogni suo
sguardo, d’ogni sua parola, d’ogni suo gesto; lo vedeva vivere cosí,
ch’egli stesso talvolta arrivava fino al punto di dubitare di se
medesimo, di rimanere in forse, se lui non fosse quello davvero. Ed
era cosí cosciente ormai dell’alterazione che ogni suo minimo atto
avrebbe subíto nell’immediata appropriazione di quell’altro, che gli
pareva quasi di vivere con due anime, di pensare a un tempo con due
teste, in un senso per sé, in un altro senso per quello.
- Ecco, - avvertiva subito, - se io ora dico cosí, le mie parole
assumeranno per lei quest’altro significato.
E non sbagliava mai, perché egli conosceva perfettamente quell’altro
lui che viveva in lei e per lei, cosí vivo com’egli stesso era vivo,
anzi forse di più, perché egli viveva soltanto per soffrire, mentre
quello viveva nella mente di lei per godere, per ingannare, per
fingere, per tant’altre cose una più indegna dell’altra; egli
reprimeva in sé ogni moto, soffogava anche i più innocenti
desiderii, si vietava tutto, finanche di sorridere a una visione
d’arte che gli passasse per la mente, e di parlare e di guardare;
mentre quell’altro, chi sa come, chi sa quando, trovava modo di
sfuggire a quella galera, con la sua inconsistenza di fantasma
svaporante da una vera e propria follía, e correva per il mondo a
farne d’ogni colore.
Più di quanto aveva fatto per stare in pace con lei Maurizio Gueli
non poteva fare: s’era escluso dalla vita, aveva finanche rinunziato
all’arte: non scriveva più un rigo da oltre dieci anni. Ma questo
suo sacrificio non era valso a nulla. Ella non poteva calcolarlo.
L’arte per lei era un giuoco disonesto: dovere, dunque, e nessun
merito, per un uomo serio, il rinunziarvi. Ella non aveva mai letto
nemmeno una pagina dei libri di lui, e se ne vantava. Della vita
ideale, delle doti migliori di lui, ignorava dunque tutto. In lui
non vedeva altro che l’uomo, un uomo che, per forza, cosí
violentato, cosí escluso da ogn’altra vita, cosí privato d’ogn’altra
soddisfazione, per forza a tutte le sue rinunzie, a tutte le sue
privazioni, a tutti i suoi sacrifizii doveva cercare in lei
quell’unico compenso ch’ella poteva dargli, quell’unico sfogo che
con lei poteva concedersi. E di qui appunto il tristo concetto
ch’ella se n’era formato, quel fantasma che s’era foggiato di lui e
che ella unicamente vedeva vivere, senza punto comprendere che egli
era cosí soltanto per lei, perché non trovava da poter essere con
lei in altro modo. Né questo il Gueli glielo poteva dimostrare, per
timore d’offenderla nella sua rigidissima onestà. Spesso ella,
assediata da continui sospetti e sdegnata, gli negava anche quel
compenso; e allora egli si irritava più vilmente entro di sé per la
sua schiavitù; quando poi ella era più inchinevole a cedere, ed egli
ne profittava; subito, con la stanchezza, una più generosa
irritazione lo assaliva, un fremito d’indignazione lo scoteva dalla
gravezza tetra della voluttà sazia e stracca; vedeva a qual prezzo
otteneva quelle soddisfazioni del senso da una donna pur schiva
d’ogni sensualità e che tuttavia lo abbrutiva, non concedendogli di
vivere la vita dello spirito e condannandolo alla perversità di
quell’unione per forza lussuriosa. E se in quei momenti ella era
cosí malaccorta da riprendere il dileggio, scoppiava pronta e fiera
la ribellione.
In questi momenti di stanchezza appunto erano avvenute le temporanee
separazioni: o egli era partito per Monteporzio ed ella era rimasta
a Roma, o viceversa, risolutissimi entrambi a non riunirsi mai più.
Ma a Roma o fuori, egli aveva pur sempre seguitato a provvedere al
mantenimento di lei, priva affatto di mezzi. Maurizio Gueli, se non
più ricco, come lo aveva lasciato il padre, socio tra i maggiori
d’una delle prime agenzie di navigazione transoceanica, era ancor
molto agiato.
Se non che, appena solo, egli si sentiva sperduto nella vita, da cui
per tanto tempo si era escluso; avvertiva subito di non avervi più
radici e di non potervisi più in alcun modo ripiantare, non
solamente per l’età; il concetto che gli altri s’eran formato di
lui, dopo tanti anni di clausura austera, gli pesava addosso come
una cappa, gli misurava i passi, gl’imponeva con arcigna vigilanza
il contegno, il riserbo ormai consueto, lo condannava a essere quale
gli altri lo credevano e lo volevano; lo stupore che leggeva in
tanti visi appena si mostrava in qualche luogo a lui insolito, la
vista degli altri abituati a vivere liberamente, e il segreto
avvertimento del suo impaccio e del suo disagio di fronte
all’insolenza di quei fortunati che non avevan mai reso conto a
nessuno del loro tempo e dei loro atti, lo turbavano, lo avvilivano,
lo irritavano. E con ribrezzo un’altra cosa avvertiva, un fenomeno
addirittura mostruoso: appena solo, gli pareva di scoprire in sé,
vivo veramente, a ogni passo, a ogni sguardo, a ogni sorriso, a ogni
gesto, quell’altro lui che viveva nella morbosa immaginazione della
Frezzi, quel tristo fantasma odiato, che lo scherniva dentro,
dicendogli:
- "Ecco, tu ora vai dove ti piace, tu ora guardi di qua e di là,
anche le donne; tu ora sorridi, tu ora ti muovi, e credi di fare
innocentemente? non sai che tutto questo è male, è male, è male? Se
ella lo sapesse! se ella ti vedesse! Tu che hai sempre negato, tu
che le hai detto sempre di non aver piacere d’andare in alcun luogo,
ad alcun ritrovo, di non guardar le donne, di non sorridere... Ma,
tanto, sai? anche a non farlo, ella crederà sempre che tu l’abbia
fatto; e dunque fallo, fallo pure, ché è lo stesso!".
Ebbene, no: egli non poteva più farlo; non sapeva più farlo; si
sentiva dentro tenuto, esasperatamente, dall’iniquità del giudizio
di quella donna; vedeva il male, non già per sé, in quello che
faceva, ma per colei che da tanti anni lo aveva abituato a stimarlo
male e come tale lo aveva attribuito a quell’altro lui che - secondo
lei - usava farlo continuamente, anche quand’egli non lo faceva,
anche quand’egli, per stare in pace si vietava di farlo, come se
veramente fosse male.
Tutta questa complicazione di segreti avvertimenti gl’ingenerava un
tal disgusto, una tale uggia, un avvilimento cosí dispettoso, una
cosí sorda e agra e negra tristezza, che subito tornava a ritrarsi
dal contatto e dalla vista degli altri e, di nuovo appartato, nel
vuoto, nella solitudine orribile, si sprofondava a considerare la
sua miseria a un tempo tragica e ridicola, ormai senza più rimedio.
Non riusciva a far lo sforzo d’astrarsene per rimettersi al lavoro,
che solo avrebbe potuto salvarlo. E allora cominciavano a risorgere
tutte quelle scuse ch’egli fingeva di creder ragioni della sua
schiavitù; risorgevano istigate principalmente dal bisogno
istintivo, man mano più urgente, della sua ancor forte maschilità,
dal ricordo malioso degli amplessi di lei.
E ritornava alla sua catena.
Inizio pagina
Era proprio sul
punto di ritornare, quando Giustino Boggiòlo venne a invitarlo al
villino, dove Silvia - a suo dire - lo aspettava con impazienza.
Maurizio Gueli abitava in una vecchia casa di via Ripetta alla vista
del fiume, che egli ricordava fluente tra le sponde naturali,
scoscese, popolate di querci; ricordava anche il vecchio ponte di
legno rintronante a ogni vettura e, presso la casa, l’ampia
scalinata del porto e le tartane di Sicilia che venivano a
ormeggiarvisi cariche di vino, e i canti che si levavano la sera da
quelle taverne galleggianti con le vele attendate, mentre
serpeggiavan nell’acqua nera, rossi e lunghi, i riflessi dei lumi.
Ora la scalinata e il ponte di legno, le sponde naturali e quelle
maestose querci erano sparite: un nuovo grande quartiere sorgeva di
là dal fiume incassato tra grige dighe. E come il fiume tra quelle
dighe, come i Prati di Castello con quelle vie diritte e lunghe,
ancor senza colore di tempo, la sua vita in venti anni s’era
disciplinata, scolorita, ammiserita, irrigidita.
Per le due grandi finestre dello studio austero, che pareva
piuttosto una sala di biblioteca, senza un quadro, senza gingilli
d’arte, dalle pareti occupate tutte da alti scaffali sovraccarichi
di libri, entrava l’ultimo abbagliamento purpureo del crepuscolo
fiammeggiante dietro i cipressi di Monte Mario.
Sprofondato nel seggiolone di cuojo innanzi alla grande antica
scrivania massiccia, Maurizio Gueli rimase un pezzo accigliato e
torbido a guatar quell’ometto che quasi vaporava innanzi a lui nel
purpureo abbagliamento; quell’ometto che veniva, cosí sorridente e
sicuro, a cimentare il destino di due vite.
Già in due occasioni egli aveva manifestato alla Roncella la stima e
la simpatia per l’opera e per l’ingegno di lei, partecipando al
banchetto in suo onore, quando da poco ella era arrivata a Roma, e
andando a salutarla alla stazione dopo il trionfo del dramma; le
aveva poi scritto una prima volta a Cargiore, e di recente era stato
a visitarla nel villino di via Plinio. Tutte queste attestazioni di
stima e di simpatia avevano potuto aver luogo durante l’una o
l’altra separazione dalla Frezzi; e per esse egli aveva provato
tanto più forte il turbamento, quell’impressione di trasgredire e di
far male, in quanto che subito aveva intravveduto in quella giovine,
dallo spirito cosí simile al suo, per quanto ancor selvatico e
inculto, quella che avrebbe potuto liberarlo dalla soggezione della
Frezzi, se la troppa distanza dell’età, il dovere di lei se non
verso quell’indegno marito, certamente verso il figlio, non gli
avessero fatto considerare come un vero e proprio delitto il solo
pensarlo. Eppure, nella lettera che le aveva diretto a Cargiore si
era lasciato andare a dirle più che non dovesse, e ultimamente,
nella visita al villino, a farle intendere assai più che non
dicesse. Le aveva letto negli occhi lo stesso orrore che egli aveva
del proprio stato e, insieme, lo stesso terrore di strapparsene; e
aveva ammirato lo sforzo con cui a un tratto era riuscita a
riprendersi di fronte a lui, quasi scacciandolo. Doveva ora credere
a quel che gli diceva il marito, che ella cioè lo aspettava con
impazienza? Voleva dire, senza dubbio, che aveva preso una violenta,
disperata risoluzione, da cui non si tornava più indietro. E aveva
mandato proprio il marito, a invitarlo? No: questo gli parve troppo,
e non da lei. L’invito seguiva certamente al biglietto di
congratulazione ch’egli le aveva scritto dopo la lettura della
novella su la Vita Italiana; e quell’impazienza era forse
un’aggiunta del marito.
Maurizio Gueli non avrebbe voluto riconoscerlo; ma pur vedeva
chiaramente che istigatore era stato lui, due volte: con la sua
visita, prima; con quel biglietto, poi. E avendo ella resistito alla
prima istigazione, quasi offendendolo, era naturale che ora, dopo
quel biglietto, lo invitasse.
Doveva andare? Poteva rifiutarsi; addurre una scusa, un pretesto.
Ah, la violenza continua, in cui da venti anni era tenuta la sua
vita, la continua esasperazione dell’animo lo traevano, appena solo,
a eccedere inevitabilmente, a commettere atti inconsulti, a
compromettere e a compromettersi.
Era infatti per lui eccesso, atto inconsulto, compromissione grave
ciò che per ogni altro sarebbe stato innocuo e comunissimo atto
senza conseguenze: una visita, un biglietto di congratulazione...
Egli doveva considerarli delitti, e tali in fondo ritenerli
veramente nella mostruosa coscienza che quella donna gli aveva
fatto, per cui avevan peso di piombo anche i più lievi e innocenti
atti della vita: uno sguardo, un sorriso, una parola...
Maurizio Gueli si sentí sollevare da un impeto di ribellione, da una
prepotente foga d’orgoglio; ritorse contro la Frezzi l’irritazione
che in quel momento provava per la coscienza del male che in verità
credeva d’aver fatto con quella visita prima, con quel biglietto
poi; e per togliersi dalla vista quel figuro là in attesa della
risposta, promise che presto sarebbe venuto.
- La incoraggi, sa! - gli diceva ora Giustino, accomiatandosi,
davanti alla porta. - La spinga, la spinga anche con forza... Questo
benedetto dramma! È già alla fine del secondo atto; le manca il
terzo; ma l’ha già tutto pensato; e creda che... a me par bello,
ecco; e anche... anche il Baldani che l’ha sentito, dice che...
- Il Baldani?
Dal tono con cui il Gueli fece questa domanda, Giustino comprese
d’aver toccato un tasto che non doveva toccare. Ignorava che Paolo
Baldani s’era scagliato in quei giorni con furia demolitrice, in una
serie d’articoli su un giornale fiorentino, contro tutta l’opera
letteraria e filosofica del Gueli, dal Socrate demente alle Favole
di Roma.
- Già... sí, è venuto a visitare Silvia, e... - rispose impacciato,
esitante. - Silvia veramente non voleva; sono stato io... sa? per...
per spingerla...
- Dica alla Roncella ch’io verrò da lei questa sera stessa, - troncò
il Gueli, allontanandolo da sé con una quasi opaca durezza di
sguardo.
Giustino si profuse in inchini e in ringraziamenti.
- Perché io parto domani per Parigi, - volle aggiungere, già sul
pianerottolo, - per assistere a...
Ma il Gueli non gli diede tempo di finire: chinò appena il capo e
chiuse l’uscio.
La sera andò a Villa Silvia. Vi ritornò il giorno appresso, quando
già Giustino Boggiòlo era partito per Parigi; e d’allora in poi ogni
giorno, o di mattina o nel pomeriggio.
Era in entrambi la stessa coscienza, che un minimo atto, una minima
concessione, un minimo abbandono, avrebbe determinato un
rivolgimento assoluto e intero della loro esistenza.
Ma come sarebbe stato a lungo possibile impedirlo, se tanta era
l’esasperazione delle loro anime e cosí chiaramente l’uno la
avvertiva nell’altra? se i loro occhi, incontrandosi, s’abbagliavano
a vicenda, le loro mani tremavano al pensiero d’un fortuito
contatto, e quella ritenutezza li manteneva in uno stato di cosí
angosciosa, insostenibile sospensione, da far loro considerare come
un riposo, come una liberazione ciò che più temevano e a cui
volevano sfuggire?
Il solo fatto che egli veniva lí e che ella lo accoglieva e tutti e
due stavano insieme e soli, pur quasi senza guardarsi e senz’affatto
toccarsi, era già concessione peccaminosa per l’uno e per l’altra,
una compromissione che sentivano a mano a mano irreparabile.
Avvertivano entrambi di cedere sempre più, inevitabilmente, a una
violenza non già d’un interno sentimento reciproco che li attraesse;
ma, al contrario, a una violenza esterna che li premesse e li
spingesse a unirsi contro lo sforzo che essi anzi facevano per
resistere e tenersi discosti, sentendo che la loro unione sarebbe
per forza quale essi in fondo non avrebbero voluto.
Ah, potersi liberare a vicenda da quelle condizioni odiose, senza
che la loro unione fosse possibile solo a costo d’una colpa che
incuteva a lei ribrezzo e orrore, a lui sgomento e rimorso!
La violenza che avvertivano era appunto questa: di dover commettere
quella colpa più forte di loro, ma necessaria, inevitabile, se
volevano liberarsi. Ed ecco, eran lí, messi insieme, per
commetterla, tremanti, disposti e restii.
Egli aveva dietro di sé la fiera ombra di quella donna rigida livida
irsuta, che già gli fischiava negli orecchi di non poter più
ritornare a lei, di non poter più mentire, adesso, negare che della
libertà aveva profittato per avvicinarsi a un’altra donna: eccola
lí, quella! onesta, è vero? onesta come lui, simile in tutto a lui;
ah quella sí! e lo avrebbe ricondotto all’arte, quella, prendendolo
per mano, a viver di poesia; e gli avrebbe riacceso col fuoco della
gioventù il sangue intorpidito... Ma via, perché cosí timido? Sù,
sù, coraggio! Ah, forse l’amore... già! l’amore lo rimbamboliva...
Che bella manina, eh? con quella venuccia azzurra che si diramava...
Posarsela su la fronte, passarsela su gli occhi, quella manina... e
baciarla, baciarla lí su le unghie rosee... Quelle, no, non
sgraffiavano. Gattina mansa, gattina mansa..: Sù, provarsi a
strisciarle la groppa! Miagolío o belato? Povera pecorella, che un
marito infame voleva mungere e tosare...
Come andar di nuovo incontro a un simile dileggio? Sentiva quelle
parole, come se la Frezzi veramente gliele fischiasse dietro le
spalle.
E dietro, a spingerla, ella si sentiva il marito che appunto la
aveva messa e lasciata lí col Gueli e se n’era partito per Parigi, a
dar spettacolo anche là delle sue bravure, a convertire in denari
anche là lo spasso che avrebbe offerto ad attori, attrici e
scrittori e giornalisti francesi, sicuro che intanto qua ella col
Gueli gli apparecchiava il nuovo dramma. Lo voleva! non voleva
altro! E come non gli era importato di tutte le risa, cosí non
gl’importava ora che la moglie fosse sospettata da tutti i pettegoli
che, durante la sua assenza, vedevano andar lí il Gueli già libero
della Frezzi, il Gueli su la cui simpatia per lei s’era già tanto
malignato.
Stavano entrambi, con quella loro tempesta compressa a stento in
petto, saggi e discosti ancora, là, fermi al posto e al cómpito
assegnato: intenti a quel nuovo dramma che pareva, col titolo, li
irridesse e li aizzasse: - Se non cosí...
Le propose egli forse perciò di mutare quel titolo? L’atto della
protagonista, di quella Ersilia Arciani, quel suo andare in casa
dell’amante del marito a prendersi la bimba, gli suggeriva
l’immagine del nibbio che piomba in un nido a ghermirvi il pulcino.
Ecco, forse il dramma poteva intitolarsi cosí: Nibbio.
Ma conveniva all’indole di Ersilia Arciani, alla ragione e al
sentimento ond’era mossa a quell’atto l’idea di rapacità crudele che
il nibbio richiama? Non conveniva, secondo lei. Ma Silvia intendeva
perché egli, con quella proposta di mutare il titolo, tendeva ad
alterar l’indole della protagonista, a dare una ragione di vendetta
e un intento aggressivo a quell’atto di lei: egli certo in
quell’indole chiusa, in quella rigidezza austera di Ersilia Arciani
vedeva alcunché della Frezzi e non sapeva tollerar che quella fosse
e si dimostrasse cosí nobile, cosí indulgente alla colpa, e la
voleva snaturare. Snaturandola però cosí, non sarebbe stato
tutt’altro il dramma? Bisognava riprenderlo, ripensarlo tutto
daccapo.
Egli restava in apparenza assorto a quelle sagge osservazioni che
ella gli faceva in un tono che chiaramente lasciava intendere
d’avere inteso e di non volere insistere per non toccare una piaga
ancor viva e dolorosa.
Erano già apparse sui giornali di Roma, di Milano, di Torino lunghe
conversazioni del marito coi corrispondenti da Parigi, i quali, pur
parlando seriamente del dramma e della viva ansia con cui il
pubblico parigino ne attendeva la rappresentazione, con un tono poi
che lasciava chiaramente sottintendere un’intenzione di burla,
decantavano la prodigiosa attività, lo zelo, il fervore ammirevole
di quell’ometto "che talmente considerava come sua l’opera della
moglie, che quasi era debito ne venisse gloria anche a lui". Venne
alla fine il telegramma di Giustino annunziante il trionfo, e
seguirono il telegramma giornali e giornali e giornali col giudizio
dei critici più autorevoli tutti in gran parte benigni.
Silvia impedí al Gueli d’indugiarsi a leggere innanzi a lei, anche
per conto suo, quei giornali.
- No, per carità, per carità! Non posso più sentirne parlare! Le
giuro che darei... non so, mi par poco ogni cosa, tutto, tutto
darei, per non averlo scritto, quel dramma!
Èmere, intanto, quasi a ogni ora veniva ad annunziare una nuova
visita. Silvia avrebbe voluto far dire a tutti che non era in casa.
Ma il Gueli le fece intendere che avrebbe fatto male. Ella scendeva
giù nel salotto, e lui rimaneva lí, nascosto nello studio, ad
aspettarla, scorrendo quei giornali, o piuttosto, pensando. Giù,
intanto, con lei erano o il Baldani o il Luna o il Betti.
- Ah, gioventù! - sospirò una volta il Gueli nel vederla rientrar
nello studio col volto acceso.
- No! che dice? - scattò ella pronta e fiera. - Io ne ho schifo! ne
ho schifo! Ah, deve finire, deve finire, deve finire... Se sapesse
come li tratto!Già qualche silenzio d’una gravezza enorme cadeva tra
i loro discorsi stanchi e trascinati a forza; qualche silenzio,
durante il quale sentivano il loro sangue fremere e frizzare e le
loro anime angosciarsi nell’ansia d’una tremenda attesa. Ecco,
bastava che in uno di quei momenti egli stendesse una mano su la
mano di lei: ella gliel’avrebbe lasciata, e irresistibilmente
avrebbe appoggiato il capo, nascosto il viso sul petto di lui; e il
loro destino, ormai inevitabile, si sarebbe compiuto. Perché dunque
ritardarlo ancora? Ah, perché! perché ancora l’uno e l’altra
potevano pensare questo loro abbandono e perciò tenersi ancora,
quantunque già dentro di sé abbandonati l’uno all’altra
perdutamente.
Doveva pur venire l’istante che non l’avrebbero più pensato!
Si vedevano arrivati al limite estremo d’un atto che avrebbe segnato
la fine della loro prima vita, senz’essersi ancora detta una parola
d’amore, parlando d’arte, come un’alunna può parlarne al suo
maestro; si sarebbero a un tratto ritrovati di là, smarriti,
angosciati, sconvolti, all’inizio d’una nuova vita, non sapendo
neppure come dirsi, come intendersi su la via da prendere subito,
subito, perché ella a ogni modo si allontanasse di là.
Sentivano cosí assolutamente il bisogno di fuggire, più per pietà di
sé che per amore, che il disgusto d’indugiarsi nei particolari del
modo bastava a trattenerli ancora.
Certo, avrebbe dovuto anch’egli lasciar la sua casa tutta piena dei
ricordi di colei. Dove andare? Bisognava trovar qualche rifugio,
almeno per il primo momento, un ricovero per sottrarsi allo scoppio
dello scandalo inevitabile. Anche questo li avviliva profondamente e
li disgustava.
Non avevano essi il diritto di vivere in pace, alla fine, e
umanamente, nella pienezza incontaminata della loro dignità? Perché
avvilirsi? perché nascondersi? Ma perché né il marito né colei
avrebbero accettato in silenzio le ragioni che essi, prima ancora di
venir meno al loro debito di lealtà verso l’uno e verso l’altra,
potevano gittar loro in faccia, affermando quel diritto cosí a lungo
e in tanti modi calpestato; avrebbero gridato, cercato d’impedire...
Altro disgusto, più forte del primo.
Tra questi pensieri stavan sospesi e trattenuti, quand’egli alla
vigilia appunto del ritorno di Giustino da Parigi - avviò un
discorso nel quale subito ella sottintese una proposta risolutiva di
quel loro stato di pena.
Pesava su loro come una condanna quel dramma stento e duro, ch’ella
aveva cominciato e non riusciva a condurre a fine; nella discussione
su i personaggi e le scene di esso s’era impigliata finora
l’ambascia della loro irresoluzione. Ora, la proposta di lui di
metter da canto e lasciar lí quel dramma e il suggerimento
improvviso di un altro da comporre insieme, fondato su una visione
ch’egli aveva avuto tant’anni addietro della Campagna romana, presso
Ostia, tra la gente di Sabina, che scende a svernar colà in orride
capanne, significarono chiaramente per lei la fine della
irresoluzione; e più chiaramente ancora ella scoprí in lui, il
proposito di troncare ogni indugio e d’affrontar la loro vita nuova,
nobile e operosa, nell’invito che le fece per il giorno appresso -
il giorno appunto che doveva arrivare il marito – d’andare insieme a
veder quei luoghi presso Ostia, luoghi minacciosi, dalla parte verso
il mare, ove giganteggia una torre solitaria, Tor Boacciana, con a’
piedi il fiume traversato da un’alzaja, lungo la quale passa una
barcaccia per il tragitto di qualche pescatore silenzioso, di
qualche cacciatore...
- Domani? - chiese ella; e l’aria e la voce espressero una totale
remissione.
- Sí, domani, domani stesso. A che ora arriverà?
Ella intese subito chi, e rispose:
- Alle nove.
- Bene. Sarò qui alle nove e mezzo. Non bisognerà dir nulla. Parlerò
io. Partiremo subito dopo.
Non si dissero altro. Egli andò via in fretta; ella rimase tutta
vibrante sotto l’oscura imminenza del suo nuovo destino.
La torre... il fiume traversato dall’alzaja... la barca che
traghetta i rari passanti per quei luoghi minacciosi...
Aveva sognato?
Là, dunque, il ricovero? A Ostia... Non bisognava dir nulla...
Domani!
Ella avrebbe lasciato tutto qui; sí, tutto, tutto. Gli avrebbe
scritto. Fino all’ultimo non avrebbe mentito. Di questo sopra tutto
era grata al Gueli. Anche partendo, il giorno appresso, non avrebbe
mentito. In quel dramma, con quel dramma da lui proposto sarebbe
entrata nella vita nuova, con l’arte e dentro l’arte, nobilmente.
Era la via; non era un mezzo o un pretesto d’inganno: la via per
uscire, senza menzogna e senza vergogna, da quella casa odiosa, non
più sua.
- Via, via, fate presto, fate presto: non arriverete a tempo!
Giustino gridò dal cancello del villino quest’ultima
raccomandazione ai due che s’allontanavano in carrozza, e
aspettò che Silvia almeno, se non il Gueli, si voltasse a
salutarlo con la mano.
Non si voltò.
E Giustino, seccato di quella mutria persistente della moglie,
scrollò le spalle e risalì in camera ad aspettare che Èmere
venisse ad annunziargli che il bagno era pronto.
- Che donna! - pensava. - Far quel viso disgustato anche a un
invito cosí gentile... Il duomo d’Orvieto: bello! Arte antica...
roba da studiare...
Veramente, tanto tanto non era piaciuto neanche a lui, che
proprio nel giorno, anzi quasi nel punto stesso del suo arrivo
da Parigi, il Gueli fosse venuto a invitar la moglie a quella
gita artistica. Ma se il Gueli non sapeva che egli sarebbe
arrivato quella mattina! Ne aveva mostrato tanto dispiacere,
anche perché il giorno appresso doveva partire per Milano e non
avrebbe avuto più il tempo di mostrare a Silvia tutte le
meraviglie d’arte racchiuse là - nel duomo d’Orvieto.
Bello, bello, il duomo d’Orvieto: lo aveva sentito dire...
Certo, non avrebbe potuto fare una grande impressione a lui che
Veniva da Parigi, ma... arte antica, roba da studiare...
Proprio urtante, ecco, quel viso disgustato. Tanto più che il
Gueli, santo Dio, s’era prestato cosí gentilmente a tenerle
compagnia in quei giorni, e con tanta grazia la esortava a non
farsi scrupolo dell’arrivo del marito, il quale, essendosi
certamente divertito a Parigi, non poteva aversi a male che la
moglie si pigliasse qualche svago per poche ore, fino alla
sera... Ma già, quando lui stesso, perbacco, le aveva detto: -
"Va’ pure, ti prego, mi fai piacere!".
Giustino si picchiò due volte la fronte con un dito, fece una
smusata e canterellò:
- Non mi piaaàce... non mi piaaàce...
Èmere venne ad annunziargli che il bagno era bell’e pronto.
- Eccomi!
Steso poco dopo, deliziosamente, nella bianca vasca smaltata, in
cui l’acqua assumeva una dolcissima tinta azzurrina; ripensando
al fragoroso turbinío degli splendori di Parigi nella nitida
quiete di quel luminoso stanzino da bagno, suo, si sentí beato.
Sentí che quello alla fine era veramente il riposo del
trionfatore.
Deliziosa lí, in quel tepido bagno, anche la sensazione della
stanchezza, che gli ricordava quanto aveva lavorato per vincere
a quel modo.
Ah, questa vittoria di Parigi, questa vittoria di Parigi era
stata il vero coronamento di tutta l’opera sua! Ora si poteva
dire appieno soddisfatto: felice, ecco.
Tutto sommato, era anche bene che Silvia si fosse recata a
quella gita. Con la stanchezza e nella prima foga dell’arrivo
egli avrebbe forse sciupato l’effetto del racconto e delle
descrizioni che voleva farle.
Ora, dopo il bagno, prenderebbe un ristoro, poi andrebbe a
dormire. Riposatamente, la sera, il racconto e le descrizioni
alla moglie e al Gueli delle "gran cose" di Parigi. Gli sarebbe
piaciuto che fosse presente qualche giornalista, da riferirli
poi al pubblico, magari in forma d’intervista. Ma domani, eh! ne
avrebbe trovato uno, cento ne avrebbe trovati, felicissimi di
contentarlo.
Si svegliò verso le otto di sera, e per prima cosa pensò ai
regali ch’aveva portato da Parigi alla moglie: una magnifica
vestaglia, tutta una spuma di merletti; un’elegantissima borsa
da passeggio d’ultimo modello; tre pettini e un ferma-capelli di
tartaruga chiara, finissimi, e poi un arredo d’argento
artisticamente lavorato per la scrivania. Volle trarli dalle
valige perché la moglie, subito com’entrava, s’empisse gli occhi
di meraviglia e di piacere: i pettini e la borsa su la
specchiera; la vestaglia, sul letto. Si fece ajutar da Èmere a
portare i pezzi dell’altro regalo su la scrivania; ve li depose,
e rimase lí nello studio per vedere che cosa avesse fatto la
moglie durante la sua assenza.
Come, come? Niente! Possibile? Il dramma... oh, che! ancora alla
fine del secondo atto... Su la prima cartella il titolo era
cancellato e accanto alla cancellatura era scritto tra parentesi
Nibbio seguíto da un punto interrogativo.
Che voleva dire?
Ma come! Niente? Neanche un rigo, in tanti giorni! Possibile?
Frugò nei cassetti: niente!
Di mezzo alle cartelle grandi del dramma scivolò una cartellina
staccata. La prese: vi erano scritte qua e là di minutissimo
carattere alcune parole: fugacità lucida... poi, più sotto:
fredde difficoltà amare... più sotto ancora: tra tanto prosperar
di menzogne... e poi: Quante salde opinioni che traballano come
ubriachi... e infine: campane, gocce d’acqua in fila su la
ringhiera del ballatojo... alberi pazzi e pensieri pazzi... le
tendine bianche della canonica, l’orlo sbrindellato d’una veste
su una scarpa scalcagnata...
Uhm! Giustino fece un viso lungo lungo. Rivoltò la cartellina.
Niente. Non c’era altro.
Eccolo là tutto quello che aveva scritto la moglie in circa
venti giorni! Non era valso a nulla dunque, neppure il consiglio
del Gueli... Che significavano quelle frasi staccate?
Si posò le mani su le guance e ve le tenne un pezzo. Gli occhi
gli andarono su la seconda frase: fredde difficoltà amare...
- Ma perché? disse forte, scrollando le spalle.
E si mise a passeggiare per lo studio, ancora con le mani su le
guance. Perché e quali difficoltà ora che tutto, mercé lui, era
facile e piano: aperta la via, e che via! un vialone senza più
né sassi né sterpi, da correre di trionfo in trionfo?
- Difficoltà amare. Fredde difficoltà amare. Fredde e amare...
Uhm! Ma quali? perché?
E seguitava a passeggiare, con le mani, ora, afferrate dietro la
schiena. Si fermava un tratto, più assorto, con gli occhi
chiusi, e riprendeva ad andare per rifermarsi poco dopo,
ripetendo a ogni fermata, adesso, con un lungo stiramento del
viso:
- Alberi pazzi e pensieri pazzi...
E lui che s’aspettava il dramma finito e che contava di
cominciar domani stesso a intercalare le prime "indiscrezioni"
Entrò Èmere a recargli i giornali della sera
- E come? - gli domandò Giustino - Già cosí tardi?
- Passate le dieci, - rispose Èmere.
- Ah sí? E come? - ripeté Giustino che, avendo dormito fino a
tardi, aveva perduto l’esatta percezione del tempo - Che hanno
fatto? Avrebbero dovuto esser qui alle nove e mezzo al più
tardi... Il treno arriva alle nove meno dieci...
Èmere aspettò, impalato, che il padrone finisse quelle sue
considerazioni, e poi disse:
- Giovanna voleva sapere se si deve aspettare la signora.
- Ma sicuro che si deve aspettare! - rispose irritato, Giustino.
- E anche il signor Gueli che cenerà con noi... Forse qualche
ritardo... Se... se... ma no! se avessero perduto la corsa,
avrebbero fatto un telegramma. Sono già le dieci?
- Passate, - ripeté Èmere, sempre impalato, impassibile.
Giustino, guardandolo, sentí crescersi l’irritazione. Aprí un
giornale per guardar negli avvisi, se per caso ci fosse qualche
cambiamento nell’orario delle ferrovie.
- Arrivi... arrivi... arrivi... Ecco qua: da Chiusi ore 20 e 50.
- Sissignore, - disse Èmere.- La corsa è già arrivata.
- Come lo sai, imbecille?
- Lo so perché il signore, qua, del villino accanto che va e
viene da Chiusi, giusto sarà arrivato da un tre quarti d’ora.
- Ah sí?
- Sissignore. Anzi, sentendo il rumore della carrozza e
immaginando che fosse la signora, io ero sceso ad aprire il
cancello. Ho visto invece il signore del villino accanto, che
viene da Chiusi... Se la signora è andata a Chiusi...
- È andata a Orvieto! - gridò Giustino. - Ma è la stessa
linea... Vuol dire che hanno proprio perduto la corsa!
- Se il signore vuole che vada a domandare qui accanto...
- Che cosa?
- Se il signore è proprio arrivato da Chiusi...
- Sí, sí, va’, e dí intanto alla Giovanna che aspetti.
Èmere andò, e Giustino, riprendendo concitatamente a
passeggiare:
- Hanno perduto la corsa.. - hanno perduto la corsa... hanno
perduto la corsa... - si mise a dire con gesti di rabbia.
- Orvieto!... la gita a Orvieto!... il duomo d’Orvieto!.. Giusto
oggi, il duomo d’Orvieto! che c’entrava? Se hanno la testa!...
Certi bisogni precipitosi, irresistibili... certe idee!... Poi
s’arrabbiano se sentono dire da quello... come si chiama? che
sono tutti quanti un’infunata di pazzi! Il duomo d’Orvieto...
Avesse lavorato, capivo la distrazione! Non ha fatto nulla,
perdio! Alberi pazzi e pensieri pazzi... ecco: lo dice lei
stessa...
Èmere tornò a dire che il signore del villino accanto era
proprio arrivato da Chiusi.
- E va bene! - gli gridò Giustino. - Porta in tavola per me
solo! Avrebbero potuto almeno spedire un telegramma, mi pare.
A tavola, la vista dei due coperti apparecchiati per la moglie e
per il Gueli, a cui si riprometteva il piacere di raccontare le
"gran cose" di Parigi, gli accrebbe il dispetto, e ordinò a
Èmere che li sparecchiasse.
Èmere forse stava a guardarlo come lo aveva sempre guardato; ma
a Giustino parve che quella sera lo guardasse in altro modo, e
anche di questo provò stizza, e lo mandò in cucina.
- Quand’ho bisogno, ti chiamo.
La vista d’un marito, a cui avvenga che la moglie, per un caso
impreveduto, resti la notte a dormir fuori in compagnia d’un
altro uomo, dev’esser molto divertente per uno che non abbia
moglie, specie poi se questo marito è arrivato quel giorno
stesso in casa dopo venti giorni d’assenza e ha portato alla
moglie tanti bei regali. Bel regalo, in ricambio!
Giustino si sarebbe guardato bene dall’immaginare che il Gueli,
gentiluomo austero, più che maturo, potesse minimamente
profittare d’un caso come quello... Che! che! E poi, Silvia, il
riserbo, l’onestà in persona! Ma un telegramma, perdio, un
telegramma avrebbero potuto spedirlo, anzi dovuto, dovuto, ecco:
un telegramma avrebbero dovuto spedirlo.
Questa mancanza del telegramma non spedito si fece a mano a mano
più grave agli occhi di Giustino, perché a mano a mano si gonfiò
di tutta la stizza che egli provava per quella gita giusto nel
giorno del suo arrivo, per il racconto delle "gran cose" di
Parigi che gli era rimasto in gola e gl’impediva di mangiare,
per i regali che la moglie non avrebbe visti e per il meritato
compenso che aveva tutto il diritto d’aspettarsene dopo venti
giorni d’assenza, perdio! Non spedire neanche un telegramma...
Il silenzio della casa, forse perché egli stava con l’orecchio
in attesa della scampanellata d’un fattorino del telegrafo, gli
fece a un tratto una sinistra impressione. Si alzò da tavola;
guardò di nuovo nel giornale l’orario della ferrovia per sapere
a che ora il giorno appresso la moglie poteva esser di ritorno,
e vide, che non prima del tocco: arrivava un’altra corsa di
mattina, ma troppo presto per una signora. Era sperabile che, se
non durante la notte, la mattina per tempo arrivasse il
telegramma, il telegramma, il telegramma. E andò sù per leggersi
a letto il giornale e aspettare il sonno che certamente per
tante ragioni sarebbe tardato a venire.
Sporse il capo dall’uscio a guardar la camera vuota della
moglie. Che pena! Sul letto, come in attesa, era la bella
vestaglia di merletti. Per il riflesso della campana attorno
alla lampadina di luce elettrica, il bianco dei merletti si
coloriva d’una soave tenuissima tinta rosea. Giustino se ne
sentí turbato e angosciato, e volse gli occhi alla specchiera
per vedere i pettini e la borsa appesa a uno dei bracci che
reggevano in bilico lo specchio; vi si accostò e, notando un
certo disordine lí sul piano della specchiera, certo per la
fretta con cui Silvia la mattina, all’importuno invito del
Gueli, s’era acconciata, Si mise a rassettare, pensando che
doveva esser pure ben triste per la moglie, ormai abituata a
dormire in una camera come quella, passar la notte chi sa in
quale misero alberguccio d’Orvieto...
Inizio pagina
Si svegliò tardi, la mattina, e per prima cosa domandò a Èmere
se non era arrivato il telegramma.
Non era arrivato.
Qualche disgrazia? Qualche incidente? Ma no! il Gueli, Silvia
Roncella non erano due viaggiatori come gli altri. Se qualche
disgrazia fosse loro occorsa, si sarebbe subito saputo. E poi,
tanto più, se mai, il Gueli o qualcun altro gli avrebbe
telegrafato, per non tenerlo in più gravi angustie con quel
silenzio. Pensò di telegrafar lui a Orvieto; ma dove indirizzare
il telegramma? No, niente. Meglio aspettare con pazienza
l’arrivo del treno. Intanto avrebbe atteso a sistemare i conti
arretrati da tanti giorni, quello degli introiti e quello degli
esiti. Un bel da fare!
Era da circa tre ore tutto immerso nella sua minuziosissima
contabilità, e però lontano ormai da ogni costernazione per la
moglie, quando Èmere venne ad annunziargli che c’era giù una
signora che gli voleva parlare.
- Una signora? Chi?
- Voleva vedere propriamente la signora. Le ho detto che la
signora non c’è.
- Ma chi è? - gridò Giustino. - Signora... signora... signora...
È mai stata qui?
- Nossignore, mai.
- Forestiera?
- Nossignore, non pare.
- E chi può essere? - domandò a se stesso Giustino. - Ecco,
vengo.
E scese al salotto. Restò su la soglia come basito al cospetto
di Livia Frezzi, la quale, col viso scontraffatto, orribilmente
macerato, quasi pinzato qua e là da rapidi guizzi nervosi, lo
investí coi denti serrati e le labbra divaricate e gli occhi
verdi fissi e scoloriti...
- Non è tornata? Non sono ancora tornati?
Giustino, nel vedersela addosso, irta cosí di furia dilaniatrice,
ebbe paura e insieme compassione e sdegno.
- Ah, sa anche lei? - fece. - Jersera... jersera certo...
avranno perduto la... la corsa... ma... ma forse a momenti...
La Frezzi gli si fece ancor più addosso, proprio quasi ad
aggredirlo:
- Dunque voi sapevate? voi avete permesso che andassero insieme?
voi!
- Come... signora mia... ma perché? - rispose, traendosi
indietro. - Lei... lei s’immagina... io compatisco... ma...
- Voi? - incalzò la Frezzi.
E allora Giustino, giungendo pietosamente le mani, quasi a
raccogliere e a offrire con supplice atto la ragione a quella
povera donna:
- Ma che ci può esser di male, scusi? Io la prego di credere che
la mia signora...
Livia Frezzi non lo lasciò proseguire: serrò le mani artigliate
accanto al volto contratto, quasi spremuto per fare uscir fuori
dei denti serrati l’insulto imbevuto di tutto il suo fiele, di
tutto il suo disprezzo e proruppe:
- Imbecille!
- Ah, perdio! - scattò Giustino. - Lei m’insulta a casa mia!
Insulta me e la mia signora col suo sospetto indegno!
- Ma se li hanno visti, - riprese quella, faccia contro faccia,
con le labbra stirate ora da un orribile ghigno. - Insieme, a
braccetto, tra le rovine di Ostia... cosí!
E sporse una mano per afferrargli il braccio.
Giustino si scansò.
- Ostia? ma che Ostia! Lei travede! Chi gliel’ha detto? Se sono
andati a Orvieto!
- A Orvieto, è vero? - sghignò ancora la Frezzi. - Ve l’hanno
detto loro?
- Ma sissignora! Il signor Gueli! - affermò con forza Giustino.
- Una gita artistica, una visita al duomo d’Orvieto... Arte
antica, roba da...
- Imbecille! imbecille! imbecille! - proruppe di nuovo la
Frezzi. - Gli avete, cosí, tenuto mano?
Giustino, pallidissimo, levò un braccio e, contenendosi a
stento, fremette:
- Ringrazii Dio, signora, d’esser donna, se no...
Più torbida e più fiera che mai, la Frezzi gli tenne testa
interrompendolo:
- Voi, voi ringraziate Dio piuttosto, che non l’ho trovata qui!
Ma saprò trovar lui, e sentirete!
Scappò via con questa minaccia, e Giustino rimase a guardarsi
attorno, vibrante e stordito, movendo le dieci dita delle mani
in aria come non sapesse che prendere e che toccare.
- È impazzita... è impazzita... è impazzita... - bisbigliava. -
Capace di commettere un delitto...
Che doveva far lui? Uscire, correrle dietro? Uno scandalo per
istrada... Ma intanto?
Si sentiva come trascinato dalla furia di colei, e protendeva il
corpo quasi per lanciarsi alla corsa, e subito lo arretrava
trattenuto da una riflessione che non aveva tempo né modo
d’affermarsi nel confuso sbigottimento, nella perplessità, tra
tanti incerti, opposti consigli. E vaneggiava:
- Ostia... che Ostia!... Sarebbero tornati... A braccetto... tra
le rovine... È pazza... Li hanno visti... Chi può averli
visti?... E sono andati a dirlo a lei?... Qualcuno che la sa
gelosa, e ci si spassa... E intanto? Costei è capace d’andare
alla stazione e di far chi sa che cosa...
Guardò l’orologio, senza pensare che la Frezzi non aveva alcuna
ragione d’andare alla stazione a quell’ora, se supponeva che il
Gueli e Silvia fossero andati a Ostia e non a Orvieto; e chiamò
Èmere perché gli portasse giù il cappello e il bastone. Mancava
quasi mezz’ora al tocco; aveva appena il tempo di trovarsi
presente all’arrivo del treno.
- Alla stazione, caccia! - gridò, montando su la prima vettura
incontrata presso il Ponte Margherita.
Ma vi giunse pochi istanti dopo l’arrivo del treno da Chiusi. Ne
scendevano ancora gli ultimi passeggeri. Guardò tra questi. Non
c’erano! Corse verso l’uscita, lanciando occhiate qua e là su
tutti quelli che si lasciava indietro. Non li vedeva! Possibile
che non fossero arrivati neppure con quel treno? Forse erano già
usciti, s’eran già messi in vettura... Ma non li avrebbe
incontrati, venendo, lí presso la stazione?
- Mi saranno sfuggiti!
E saltò in un’altra vettura per farsi riportare al villino, di
furia.
Era quasi sicuro, quando vi giunse, che Èmere dovesse
rispondergli che nessuno era arrivato.
Non poteva più esser dubbio ormai che qualche cosa di grave
doveva essere accaduto. Si trovava fra la stranezza (che ora gli
saltava agli occhi losca) di quella gita proposta giusto sul
punto del suo arrivo, a cui, dopo il mancato ritorno, seguiva un
cosí lungo, inesplicabile silenzio, e il sospetto oltraggioso di
quella pazza. Avrebbe voluto arrestarlo perché non riempisse
quel vuoto e quel silenzio e non s’impadronisse anche di lui,
quell’oltraggioso sospetto; e tentava di parargli contro, per
sbigottirlo, l’enormità dell’inganno che quei due gli avrebbero
fatto, incommensurabile per la sua coscienza di marito
esemplare, che sempre e tutto si era speso per la moglie, fino a
conquistarle quei trionfi e l’agiatezza; e la fama d’austerità
di cui godeva il Gueli, e l’onestà, l’onestà di sua moglie,
scontrosa e dura. Strana, sí: ella era stata strana in quegli
ultimi tempi, dopo il trionfo del dramma, ma appunto perché
quella sua onestà scontrosa e dura, amante della semplicità e
dell’ombra, non sapeva ancora acconciarsi al fasto e allo
splendore della fama. No, no, via! come dubitare dell’onestà di
lei, che gli doveva, se non altro, tanta gratitudine, e della
lealtà del Gueli, già vecchio, e poi cosí legato da tanti anni a
quella donna, schiavo di lei?
Uno sprazzo... Che forse al Gueli il servo avesse telegrafato a
Orvieto l’improvviso arrivo della Frezzi da Monteporzio, e ora
egli non osasse ritornare a Roma? Ma, perdio, doveva tenersi
Silvia con sé, là, per la sua paura di ritornare? E Silvia
prestarsi, senza capire che n’andava di mezzo la sua dignità? Ma
che, no! Non era possibile! Avrebbe capito che, più stavano a
ritornare, più sarebbero cresciuti i sospetti e le furie di
quella pazza... Tranne che il Gueli, persuaso da quella paura,
perseguitato da quel sospetto, ora, fuori delle grinfie della
Frezzi, non inducesse Silvia...
Quel silenzio, quel silenzio con lui, più di tutto era grave!
Doveva egli andare a Orvieto? E se non c’erano più? Se non
c’erano mai stati? Ecco, già ne dubitava... Forse erano andati
altrove... Gli sovvenne a un tratto che il Gueli aveva detto di
dover partire per Milano. Che si fosse portata seco Silvia fin
lassù? Ma come? senza darne avviso? Se onestamente fosse nato
loro il desiderio di visitare qualche altro luogo,
glien’avrebbero dato notizia in qualche modo. No, no...
Dov’erano andati?
Ah, ecco il campanello! Balzò allo squillo, non aspettò che
Èmere corresse ad aprire il cancello, vi corse lui, si trovò di
fronte il postino che gli porgeva una lettera.
Era di Silvia! Ah, finalmente... Ma come? Su la busta, un
francobollo di città... Gli scriveva da Roma?
- Va’! va’! - gridò a Èmere, accorso, mostrandogli che aveva
preso lui la lettera.
E strappò la busta, lí nel giardino stesso, innanzi al cancello.
La lettera, brevissima, d’una ventina di righe in tutto, era
senza luogo di provenienza né data né intestazione. Lette le
prime parole, egli si provò a trarre, come trafitto, due volte
invano il respiro; il volto gli si sbiancò; gli s’intorbidarono
gli occhi; vi passò sopra una mano; poi strinse questa e l’altra
che reggeva la lettera, e la lettera si spiegazzò.
Ma come?... via?... cosí?... per non ingannarlo? E guardava
fieramente un placido leoncino di terracotta là presso il
cancello, che, con la testa allungata su le zampe anteriori,
niente, seguitava a dormire. - Ma come? e non l’aveva ingannato,
con quel vecchio lí?... non era andata via con lui? E gli
lasciava tutto... che voleva dir tutto? che era più tutto, che
era più lui, se ella... Ma come? Perché? Non una ragione!
Niente... Se ne andava via cosí, senza dire perché... Perché
egli aveva fatto tanto, troppo, per lei? Questo, il compenso?
Gli buttava in faccia tutto... Come se egli avesse lavorato per
sé solo e non per lei insieme! E poteva più star lí, egli, senza
di lei? Era il crollo... il crollo di tutta la sua vita... il
suo annientamento... Ma come? Nulla, nulla, nulla di preciso,
diceva quella lettera; non parlava affatto del Gueli; diceva di
non volerlo ingannare e soltanto affermava recisamente il
proposito di rompere la loro convivenza. E proveniva da Roma!
Era ella dunque a Roma? E dove? In casa del Gueli, no, non era
possibile; c’era la Frezzi, e costei era venuta da lui quella
mattina stessa. Forse non era a Roma; e quella lettera era stata
mandata a qualcuno perché la impostasse. A chi? Forse al
Raceni... forse alla signorina Ely Facelli... Qualche cosa
all’uno o all’altra aveva dovuto scrivere e, se non altro, dalla
busta si sarebbe scoperto il luogo di provenienza. Egli doveva
andare, rintracciarla a ogni costo, farla parlare, che gli
spiegasse perché non poteva più vivere con lui, e farle
intendere la ragione. Doveva essersi impazzita! Forse il
Gueli... No, egli non sapeva ancor credere che si fosse potuta
mettere col Gueli! Ma forse questi, chi sa che le aveva istigato
contro di lui, vessato com’era dalla Frezzi, impazzito anche
lui... Ah pazzi, pazzi tutti! E che cieco era stato lui ad
andare a invitarlo contro la volontà di lei... Chi sa che si
figurava di lui il Gueli! Che egli volesse vessar la moglie come
la Frezzi vessava lui? Ecco, sí, doveva averle messo in capo
questa nequizia... Perché egli la spingeva a lavorare? Ma per
lei! per lei! per mantenerla nella fama, nell’altezza a cui la
aveva inalzata con tante fatiche! Tutto, tutto per lei! Se egli
aveva anche perduto l’impiego per lei? se per se stesso non era
più vissuto, come sospettar di lui una tale nequizia? Ella, se
mai, ella, Silvia aveva sfruttato lui, s’era preso tutto il suo
lavoro, tutto il suo tempo, tutta l’anima sua; ed ecco, ora lo
abbandonava, ora lo buttava lí, via, come uno straccio inutile.
Poteva egli tenersi il villino, i guadagni fatti su i lavori di
lei? Pazzie! Neanche a pensarci! Ed ecco, restava in mezzo a una
strada, senza più stato, senza professione, come un sacco
vuoto... No, no, perdio! Prima che scoppiasse lo scandalo, la
avrebbe ritrovata! la avrebbe ritrovata!
S’avventò al cancello per correre alla casa della signorina Ely
Facelli; ma non l’aveva ancora aperto tutto, che due cronisti, e
subito dopo un terzo e un quarto, gli si pararono di fronte con
visi alterati dalla corsa e dall’ansia.
- Che è stato?
- Il Gueli... - disse uno, ansimante. - È stato ferito il
Gueli...
- E Silvia? - gridò Giustino.
- No, niente! - rispose un altro, che tirava appena il fiato. -
Stia tranquillo, non c’era!
- E dov’è? dov’è? - domandò Giustino, smaniando e cercando di
scappare.
- Non è a Roma! non è a Roma! - gli gridarono quelli a coro, per
trattenerlo.
- Se era col Gueli! - esclamò Giustino, fremendo, convulso. - E
la lettera... la lettera è da Roma!
- Una lettera, ah... una lettera della sua signora? L’ha
ricevuta lei?
- Ma sí! Eccola qua... Sarà un quarto d’ora... Con francobollo
di città...
- Si può vederla? chiese uno, timidamente.
Ma un altro s’affrettò a chiarire:
- No, sa! Non è possibile! È certo che la sua signora è a Ostia.
- A Ostia? Certo?
Giustino si portò le mani al volto e tornò a fremere:
- Ah, dunque è vero! dunque è vero! dunque è vero! quattro
rimasero a guardarlo, impietositi; uno chiese:
- Lei sapeva che la sua signora era a Roma?
- No, jeri, - scattò Giustino, - col Gueli... mi dissero che
andavano a Orvieto...
- A Orvieto? No, che!
- Pretesto!
- Per metterla su una falsa traccia...
- Se il Gueli, guardi, tornava da Ostia...
- Scusi, - ripeté quello, allungando una mano, - si potrebbe
vederla codesta lettera?
Giustino tirò indietro il braccio.
- No, niente... dice che... niente! Ma dove, dove è stato ferito
il Gueli?
- Due ferite, gravissime!
- Al ventre, al braccio destro...
Giustino squassò la testa:
- No! dico, dove? dove? a casa? per istrada?
- A casa, a casa... Dalla Frezzi... Ritornava da Ostia e...
appena giunto a casa...
- Da Ostia? Dunque, l’avrà impostata lui, la lettera... - Ah,
ecco... già... è probabile...
Giustino tornò a coprirsi il volto con le mani, gemendo: - È
finita! è finita! è finita!
Poi domandò con rabbia:
- È stata arrestata la Frezzi?
- Sí, subito!
- Io lo sapevo, che avrebbe commesso un delitto! È stata qua
questa mattina!
- La Frezzi?
- Sí, qua, a cercar di mia moglie! E non le son corso dietro! -
Ah, amici miei! amici miei! amici miei! - soggiunse, tendendo le
braccia a Dora Barmis, al Raceni, al Lampini, al Centanni, al
Mola, al Federici, che, appena volata la notizia del delitto,
erano accorsi prima alla casa del Gueli, e avevano ancora nei
volti l’orrore del sangue sparso là nelle stanze e nella scala
invase dai curiosi, e la febbre dello scandalo enorme.
Dora Barmis, rompendo in lagrime, gli buttò le braccia al collo;
tutti gli altri gli si fecero intorno, premurosi e commossi; ed
entrarono cosí a gruppo nel salotto del villino. Qua, Dora
Barmis, che gli teneva ancora un braccio intorno al collo, per
poco non se lo fece sedere su le ginocchia. Non rifiniva dal
gemere tra le lagrime abbondanti:
- Poverino... poverino... poverino...
Intenerito da questo compianto e sentendosi a poco a poco
racconsolare, riscaldare il cuore da quell’attestato di stima e
d’affetto di tutti quegli amici letterati e giornalisti:
- Che infamia! - prese a dire Giustino guardandoli a uno a uno
in faccia, pietosamente. - Oh, amici miei, che infamia! A me, a
me questo tradimento! Mi siete tutti testimonii di quello che io
ho fatto per questa donna! Qua, qua, tutt’intorno, anche le cose
parlano! Io, tutto, per lei! Ed ecco, ecco il compenso! Torno
jeri da Parigi... anche lí, la gloria, in uno dei primi teatri
di Francia... feste, banchetti, ricevimenti... tutti, cosí,
attorno a me, a sentir le notizie che davo di lei, della sua
vita, dei suoi lavori... torno qua, sissignori! oh che infamia,
amico mio, amico mio, caro Baldani, grazie! Che infamia, sí! che
indegnità, grazie! Caro Luna, anche lei! grazie... Caro Betti,
grazie; grazie a tutti, amici miei... Anche lei, Jàcono? Sí, una
vera perfidia, grazie! Oh, caro Zago, povero Zago... vede? vede
- No! - gridò a un tratto, scorgendo i quattro cronisti intenti
a ricopiar la lettera della moglie, che gli doveva esser caduta
di mano.- No! Lo dicano a tutti, lo sappia la stampa e l’oda
tutta l’Italia! E sappiatelo anche voi, e lo sappiano anche
tutti i miei amici di Francia: Qua, ella, in questa lettera,
sissignori, dice che mi lascia tutto! Ma lascio tutto io, io a
lei! Ne ho schifo! A lei, io, io ho dato tutto, io a lei... e mi
sono rovinato! Lascio tutto qua... casa, titoli, danaro... tutto
tutto... e me ne ritorno dal mio figliuolo, io, senza nulla,
rovinato. Dal mio figliuolo... Non ho mai pensato neanche al mio
figliuolo... io, per lei! per lei!
A questo punto la Barmis non poté più reggere, balzò in piedi e
l’abbracciò freneticamente. Giustino, tra lo stordimento e la
commozione di tutti, scoppiò in dirottissimo pianto, nascondendo
il volto su la spalla di quella sua consolatrice.
- Sublime, sublime, - diceva piano il Luna al Baldani, uscendo
dal salotto. - Sublime! Ah, bisognerebbe assolutamente,
poverino, che subito qualche altra scrittrice, subito se lo
prendesse per segretario! Peccato, peccato, che quella Barmis là
non sappia scrivere... È proprio sublime, poverino!
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