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Fabio Danelon -
Appunti per
"Suo marito" di Luigi Pirandello
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grazie a Pimpi - Casarano (Le)
Appunti per
Suo marito di Luigi Pirandello, in Gli Scrittori d’Italia. Il
patrimonio e la memoria della tradizione letteraria come risorsa
primaria, Atti dell’XI congresso dell’Adi -Napoli, 26-29
settembre 2007-, Graduus, Grottammare (AP), 2008.
Fabio Danelon insegna Letteratura Italiana all’Università per
Stranieri di Perugia, è socio del Centro Studi Muratoriani, e
partecipa all’edizione nazionale delle “Opere di Alessandro
Manzoni”. Membro del comitato scientifico di «Annali queriniani»
e di «Perusia», ha collaborato e collabora con le più importanti
riviste di italianistica. Studioso di alto profilo scientifico,
Danelon si è occupato prevalentemente di letteratura italiana
dell’Ottocento
Il mio intervento intende presentare alcuni risultati relativi
soprattutto alla cronologia e al contesto storico
dell’ambientazione di Suo
marito.
[1]
Non è qui possibile ricostruire la complessità dei moventi che
hanno portato alla nascita di un romanzo, che, al di là d’ogni
suo intrinseco valore letterario, merita, credo, quanto meno
attenzione storica, anche per un’intrigante, seppur accidentale
curiosità. Si tratta, infatti, d’un’opera in cui il futuro terzo
premio Nobel italiano per la letteratura prende spunto, per la
sua creazione narrativa, da alcuni elementi biografici del
futuro secondo premio Nobel italiano per la letteratura – e a
tutt’oggi l’unica donna -, Grazia Deledda. Mi limito a una
rapidissima ricostruzione della storia esterna del romanzo.
Parlo di Suo marito,
sia ben chiaro, ché
Giustino Roncella nato Boggiòlo,
com’è noto, è un rifacimento parziale e incompiuto, a distanza
di molti anni, editorialmente risolto per mano altrui in un
ircocervo letterario.
[2]
Tuttavia la tarda ripresa da parte dello scrittore testimonia
un’intima necessità di radicale revisione, che non esaurisce le
proprie ragioni nella vicenda tormentata della prima edizione,
ma è da ricondurre a un urgente bisogno di ripensamento
complessivo del romanzo. Pirandello inizia a lavorare a
Suo marito
all’incirca a metà del primo
decennio del secolo, forse poco dopo aver concluso
Il fu Mattia Pascal
e qualche tempo prima di portare a
compimento I vecchi e i
giovani, uscito nel 1913.
[3]
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Già alla fine dell’Ottocento
Pirandello si era cimentato con la misura del romanzo: nell’Esclusa
(edito nel 1901, ma la
stesura originale è del 1893) e nel
Turno,
invero poco più che un racconto lungo (1902, ma la prima
redazione va fatta risalire circa al 1895). Egli, però, non
poteva non considerare Suo
marito una prova del
fuoco come romanziere, in certo qual modo il suo vero ‘secondo’
romanzo, dopo la fondamentale svolta, il salto di qualità, del
Fu Mattia Pascal,
commissionatogli da Giovanni Cena per la “Nuova Antologia”, con
l’allettante promessa d’un immediato anticipo di mille lire.
Il fu Mattia Pascal
comincia a uscire sulla
rivista, il 16 aprile 1904, ancora durante il suo farsi:
l’ultima puntata compare nel numero del 16 giugno successivo. Il
testo fu poi raccolto in volume nel medesimo anno dalla stessa
“Nuova Antologia”, secondo una consuetudine della rivista. Sarà
ristampato sei anni dopo, presso i Fratelli Treves, nella
“Biblioteca amena”, con lievi modifiche.
Suo marito,
cronologicamente, è dunque il secondo romanzo affatto
novecentesco di Pirandello e, soprattutto, il secondo romanzo
messo in cantiere dopo il tracollo finanziario del 1903, il
secondo dal quale si sarebbe atteso anche un successo economico,
insomma. Il risultato invero, come profitto materiale, fu assai
poco soddisfacente. Volendo riassumere un po’ seccamente,
Suo marito
è il secondo romanzo ove Luigi
rielabora artisticamente un’obiettiva grave crisi esistenziale,
materiale e personale. Quanto
Il fu
Mattia Pascal è
strettamente legato all’eclatante manifestarsi della malattia
della moglie, tanto la consapevolezza del fallimento
matrimoniale, il dolore per il dissolversi della propria vita
coniugale (cioè, secondo la convinzione di Luigi, le conseguenze
di quella malattia) stanno alle spalle di
Suo marito.
La storia esterna della pubblicazione risulta relativamente
singolare. Diffusasi negli ambienti letterari la notizia che
Pirandello è intenzionato a pubblicare un romanzo che trae
spunto dalla vicenda matrimoniale di Grazia Deledda, scrittrice
già ben accreditata e che
gode di autorevoli
protettori, la reazione, nient’affatto favorevole, della Deledda
non si fa aspettare. Ella esercita la propria influenza, diretta
e indiretta, affinché il romanzo venga respinto dalle maggiori
case editrici. E Treves, attento alle ragioni d’impresa e poco
incline a trovarsi invischiato in una possibile
querelle
che non promette nulla di buono,
declina prudentemente l’offerta di Pirandello, con ragioni di
fatto pretestuose.
[4]
Il romanzo, anche grazie
all’interessamento di Ojetti, finalmente esce sotto un’insegna
di minor lustro, quella di Quattrini di Firenze, nel 1911, con
la riconoscente dedica “A Ugo Ojetti / fraternamente”.
[5]
«Esaurita la prima edizione
[Pirandello] non permise più la ristampa», secondo la
testimonianza del figlio Stefano nell’Avvertenza
a
Giustino Roncella nato Boggiòlo,
pubblicato postumo nel 1941. Ciò accade forse per delicatezza
verso la Deledda (è la tesi di Stefano, che, confesso, non mi
convince), più probabilmente per il timore di possibili rivalse
anche giudiziarie della scrittrice, potenzialmente gravose per
un Pirandello che non può permettersi il
rischio e le spese d’un processo, o per il suggerimento
stesso degli editori, ispirato da consimili preoccupazioni, o
per qualche più o meno velata pressione esterna. O per tutte
queste cose insieme. La
princeps di
Suo marito rimane così
una sorta di edizione ‘fantasma’, oggi rara, apparsa e scomparsa
in breve volgere di tempo.
[6]
Pirandello non dimentica tuttavia
quel romanzo e, molti anni più tardi, vi rimette mano,
presumibilmente intorno al 1934, apportando notevoli
cambiamenti. La seconda stesura rimane però interrotta
all’inizio del quinto capitolo e viene pubblicata qualche anno
dopo, come s’è detto, con un criterio filologicamente
discutibile.
[7]
Gli ostacoli frapposti dalla Deledda alla pubblicazione di
Suo marito
indispongono parecchio Pirandello.
[8]
Peraltro è facile capire come
la Deledda fosse irritata dal vedere pubblicato un romanzo che
molti ormai avrebbero letto, con pettegola malizia ben più che
con interesse letterario, come un romanzo su di lei e sul
marito, Palmiro Madesani.
Una frizione tra due futuri premi Nobel risulta comunque
interessante. La questione pare aver avuto altri strascichi
proprio in tal senso. Secondo Pirandello, infatti, la Deledda,
che ottiene il riconoscimento nel 1926 – in quell’occasione egli
muove commenti amari e sprezzanti su di lei nella corrispondenza
con il figlio Stefano –, avrebbe ostacolato in ogni modo (ma
invano) la candidatura dello scrittore siciliano per il 1934.
Non risulta che ci sia mai stato alcun chiarimento tra i due,
che peraltro si spengono a pochi mesi di distanza l’uno
dall’altro: la Deledda muore il 16 agosto 1936, Pirandello il 10
dicembre successivo. [9]
In fatto di stile, di buona educazione, Pirandello forse non fu
inappuntabile. Nel merito, però, ha sostanzialmente ragione.
Benché lo spunto narrativo sia ripreso dalla vicenda familiare
della scrittrice sarda, infatti, si tratta davvero nulla più che
di uno spunto. La controversia esterna peraltro può aver
contribuito a pregiudicare non tanto la valutazione artistica
dell’opera, quanto il ruolo da essa svolto nell’evoluzione della
scrittura pirandelliana. E, per inciso, ha fatto trascurare
altre probabili suggestioni: p. es. quelle sulla “miseria d’una
vita coniugale senza amore e senza stima”, ricavate da un
romanzo da Pirandello pubblicamente apprezzato,
Una donna
(1906) di Sibilla Aleramo.
[10]
Strutturalmente Suo marito
rivela alcune delle
ragioni della svolta verso il teatro. L’articolazione di molte
scene del romanzo è affatto teatrale. Non penso tanto a quelle
in cui si dà resoconto dei drammi scritti da Silvia Roncella
(titoli che saranno di Pirandello stesso) o nelle quali si
riflette sul farsi
del teatro, quanto a scene
proprie dell’intreccio.
Ricordo, p. es., l’incontro dello zio Ippolito con il
corrispondente americano (III, 1), incontro sul quale si avrà
modo di ritornare per altre ragioni; i vari tentativi di
seduzione posti in atto dalla Barmis: “teatralmente”
notevolissimo quello in cui Giustino sopraggiunge mentr’ella si
libera del povero Zago (II, 4). Soprattutto in alcune scene
minori, di contorno, Pirandello sembra tentare l’abbozzo d’una
sceneggiatura teatrale. Molte spie, insomma, suggeriscono di
leggerlo come un romanzo di preparazione al teatro.
La rielaborazione artistica del dato personale appare quasi
trasparente, e risulta complementare alla riflessione
metaletteraria sull’agire artistico, riflessione oltremodo
pressante a cavaliere degli anni Dieci, quando si sta per
affermare la vocazione teatrale dello scrittore.
Suo marito
tende a costituirsi come il romanzo
di Pirandello romanziere che diventa drammaturgo, così come una
crisalide si appresta a diventare farfalla, per parafrasare il
titolo del quinto capitolo. In tal senso la parabola della
protagonista, dalla narrativa al teatro, anticipa e prefigura
quella dell’autore. E nulla ha a che spartire con le vicende di
casa Deledda.
Suo marito è forse il
romanzo più apertamente autobiografico di Pirandello.
Autobiografico nel senso che oggetti cruciali della narrazione
s’individuano, appena sotto la superficie della finzione
narrativa, tanto il Pirandello uomo quanto il Pirandello
scrittore, quanto il difficile rapporto tra le due identità,
percepite da Luigi come distinte e separate, ma, al tempo
stesso, inevitabilmente combinate, talvolta in collisione.
L’implicazione personale, per paradosso, è denunciata pure dalla
scelta tecnico-stilistica del ritorno nel romanzo a un narratore
esterno, che serve a Pirandello per prendere le distanze da
possibili eccessi di coinvolgimento, dopo la felice esperienza
dell’io narrante omodiegetico usato nel
Fu Mattia Pascal,
e ripreso più tardi nei
Quaderni di Serafino Gubbio operatore
e in
Uno, nessuno e centomila.
[11]
La cronologia del romanzo
Il romanzo si articola in sette capitoli, ciascuno con un
proprio titolo, secondo la pratica inaugurata nel
Fu Mattia Pascal
e poi riutilizzata solo in
Uno, nessuno e centomila
(ove però i capitoli
intitolati sono suddivisi in otto
Libri
senza titolo), capitoli scanditi da
piccole ma non insignificanti ellissi temporali. La narrazione
si snoda lungo un arco di circa due anni. Inizia in aprile, con
la presentazione di Silvia alla società letteraria romana e la
notizia della gravidanza di lei, e si conclude nel maggio di due
anni dopo, con il funerale del piccolo Vittorio.
Gl’indicatori temporali presenti nella narrazione sono
deliberatamente rari e vaghi, pur se l’ambientazione è
contemporanea e rappresenta l’atmosfera degli anni d’inizio
secolo. E se certo a Pirandello non preme in modo precipuo dare
una collocazione precisa alla vicenda, è mia impressione ch’essa
però non sia del tutto indifferente allo scrittore. Iniziamo con
l’elencare tali indizi cronologici. Giustino (III, 3) «aveva
calcolato che per l’ottobre la moglie sarebbe stata libera [cioè
avrebbe partorito]; invece…», e (III, 1) C. Nathan Crowell, il
cronista del “Nation” (in effetti davvero una prestigiosa
testata statunitense) annota sul proprio taccuino l’appuntamento
con « Mr Boggiolo, thursday,
23 (morning)»: il 23
ottobre, ovviamente. Non mi sembra azzardato ipotizzare che la
scelta del nome del cronista americano abbia un qualche rilievo
e una sfumatura ironica: Nathan, infatti, è il nome del sindaco
di Roma. E non un sindaco qualsiasi. Il 25 novembre 1907 il
Consiglio comunale elegge sindaco di Roma Ernesto Nathan, figlio
di Abramo, agente di cambio, e di
Sara Levi, nato a Londra nel 1845, ebreo, inglese di nascita di
modi e di accento, mazziniano di formazione, massone (era stato
gran maestro dal 1896 al 1903), venuto presto in Italia, dopo la
morte del padre, e divenuto cittadino italiano in virtù d’una
legge speciale. La sua elezione, sostenuta dal “blocco” laico e
popolare (del quale faceva parte anche la Camera del lavoro), fu
una vera e propria rivoluzione rispetto alla serie di prìncipi
romani che l’aveva preceduto nella carica. E, inutile dirlo, fu
ferocemente avversata dagli ambienti papalini e conservatori.
Nathan, sindaco fino al dicembre 1913, si trova, dunque, a
governare la città durante l’anno del cinquantenario dell’Unità
d’Italia: il che, vedremo, non è senza rilievo.
Il nome “Crowell”, poi, (che contiene in sé anche l’immagine del
corvo, crow)
[12]
mi pare intenda
consapevolmente alludere a Oliver Cromwell, temporaneo
abbattitore della corona britannica e fiero avversario della
Chiesa cattolica. Nell’anno in questione, dunque, il 23 ottobre
dovrebbe essere caduto di giovedì. Si tratterebbe quindi del
1902, l’unico tra il 1890 e l’anno della pubblicazione del
romanzo in cui il 23 ottobre fu un giovedì. Forse una piccola
svista? Tale datazione, infatti, non coincide con quella che si
può evincere dall’episodio del tumulto di piazza nel quale si
trova marginalmente coinvolto Raceni mentre si reca a casa
Barmis (I, 2). Qui Pirandello ha presente un fatto storico ben
preciso: i gravi scontri avvenuti a Roma il 2 aprile 1908,
durante i funerali d’un muratore, il pontarolo Cesare Premucci,
morto per un incidente sul lavoro. L’itinerario della
manifestazione prevedeva il passaggio dal Foro romano, Via
Cavour, Via Giovanni Lanza, Via dello Statuto, Piazza Vittorio
Emanuele, Campo Verano, ma il corteo, di due-tremila persone,
muta itinerario, e da Via della Consolazione prende Via
Montanara, Lungotevere Cenci, Via Aurelia, sboccando su Corso
Vittorio Emanuele per dirigersi all’ambasciata d’Austria, in
Piazza Venezia. Giunto a Piazza del Gesù, trova Via del
Plebiscito bloccata da una compagnia del 47° fanteria. Alle 16
passano due carri carichi di mattoni da Piazza del Gesù, i
manifestanti se ne impossessano e li lanciano sui soldati.
Partono i primi colpi d’arma da fuoco che fanno svuotare la
piazza. Alle 16.35 vengono tolti i cordoni della forza pubblica
da Via del Plebiscito. Sul selciato restano quattro morti (tra i
quali uno dei leaders
del Sindacato muratori,
l’anarchico Paolo Chiarella) e una ventina di feriti, poi
condotti all’ospedale della Consolazione. L’episodio suscita
notevole clamore in città, e anche qualche interpellanza
parlamentare. La sera stessa le organizzazioni dei lavoratori
proclamano lo sciopero generale, in segno di protesta e lutto.
Nathan si trova in una situazione d’oggettiva difficoltà
politica non solo con gli avversari (che reclamano azioni
repressive), ma anche con gli alleati della Camera del lavoro.
La giunta Nathan, che si vuol presentare quale compagine aperta
al mondo del lavoro, subisce un indubbio contraccolpo
d’immagine. E nel movimento operaio e socialista romano cresce
l’atteggiamento anti-”bloccardo”. La soluzione, diciamo così, di
mediazione adottata dal sindaco – la visita in ospedale ai
feriti d’entrambe le parti, l’esposizione a mezz’asta della
bandiera in Campidoglio, lo sconsigliare lo sciopero generale –
non cela, anzi rende più espliciti i problemi della giunta.
[13]
La
preparazione della giunta “bloccarda”, d’altro canto, era stato
uno degli elementi che portarono alla spaccatura della Camera
del lavoro, dalla quale, nel 1907 uscirono prima gli anarchici,
poi i pochi mazziniani dissidenti dal partito repubblicano, e
anche i sindacalisti rivoluzionari, che diedero vita alla Lega
generale del lavoro. La ricomposizione avvenne poi faticosamente
nel 1910, su posizioni di fatto anarcosindacaliste e di distacco
dalla giunta Nathan.
[14]
Il
bilancio dell’episodio del 2 aprile 1908, ben vivo in quegli
anni nella memoria non solo dei romani, coincide con quello di
«quattro morti e venti feritii!… Lo scontro con la truppaaa!
L’assalto a Palazzo Braschi!
[15]
L’eccidio
di Piazza Navona», urlato dagli strilloni alla fine di I, 3. Nel
1908, in effetti, il 23 ottobre fu un venerdì. Tuttavia, se
Pirandello avesse inteso suggerire un anno preciso per l’inizio
della vicenda del romanzo, che, tra l’altro, avrebbe potuto
servire a distinguere ulteriormente la vicenda dei personaggi da
quella dei Deledda-Madesani, giunti a Roma nel 1900, il 1908
parrebbe dunque l’anno più probabile. Tale ipotesi, inoltre,
risulta interessante anche in relazione ai tempi di composizione
del romanzo, stabilendo, almeno per quest’episodio, un sicuro
terminus post quem.
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Peraltro la scena della rivolta di piazza risulta un po’ una
zeppa sotto il profilo narrativo. Non pare servire ad altro che
a concludere ancora più grottescamente, grazie alla distrazione
procurata dalle voci degli strilloni che improvvise salgono
dalla via per annunciare “l’eccidio di Piazza Navona”, il già
goffo tentativo di seduzione della Barmis da parte di Raceni (I,
3), personaggio presentato in apertura di romanzo con tratti
effeminati tali da poter far supporre inclinazioni omosessuali.
Per far perdere a Raceni la lista degl’invitati alla cena di
presentazione di Silvia alla società letteraria romana in fondo
sarebbe bastato un incidente qualsiasi. Nel romanzo è presente
almeno un’altra, più velata, allusione ironica alla politica
della giunta Nathan: nell’episodio (V, 1) dell’acquisto e
dell’allestimento di “Villa Silvia” da parte di Giustino,
episodio che ha naturalmente ben più complesse implicazioni
narrative. “Villa Silvia” merita, infatti, un’attenzione critica
non distratta, non foss’altro per l’inchiostro velenoso nel
quale Pirandello, con occultamenti retorici lucidi e crudeli,
intinge la penna per disegnare quell’abitazione come perfetto
rovesciamento, come antipode d’un ipotetico, ideale
locus amoenus
coniugale. Essa è luogo, come
osserva Silvia tra sé non appena lo vede, “donde ogni intimità
familiare doveva esser bandita” (V, 1), una casa che nega il suo
essere casa coniugale: casa coniugale, s’intende, come la
concepisce, assai tradizionalmente, l’autore. Dalla
presentazione che se ne fa, per mezzo della voce di Giustino in
indiretto libero, ci si accorge che nel villino non c’è una
stanza per il piccolo Vittorio. Il figlio della coppia,
attraverso tale atto mancato, è già presentato/percepito come
intruso, estraneo alla costruzione del successo della moglie,
attività in cui s’esaurisce il ‘senso della vita’ di Giustino.
“Villa Silvia” corrisponde a una scenografia di cartapesta, è la
velleitaria opera d’arte di Giustino, l’impresa naturalmente
destinata al fiasco. E nell’ultimo capitolo, infatti, (VII, 1)
sbrigativamente, in una frase nominale, ne viene dichiarata
l’eliminazione (“[Silvia] viveva sola, in apparenza.
Il villino, tutti i mobili,
venduti”, corsivo mio).
“Villa Silvia” è il contrappeso materiale
du côté de chez
Giustino della creatività letteraria
di Silvia. Ma qui ci importa osservare le caratteristiche
tipicamente borghesi del villino:
«Bisognava vedere il salotto, a sinistra, subito come
s’entrava; e poi l’altro salotto accanto; e poi la sala da
pranzo che dava sul giardino. Lo studio era su, al piano di
sopra, a cui si accedeva per un’ampia bella scala di marmo dalla
ringhiera a pilastrini, che cominciava poco più oltre l’uscio
del salotto. Lo studio – su – e le camere, due belle camere
accanto, gemelle […]. Due camere. E poi lo stanzino da bagno, e
il lavabo e il guardaroba».
Nella decisione, rispondente a un’esigenza economico-sociale,
dell’acquisto d’una casa s’applica il genio piccolo-borghese di
Giustino, che, compiaciuto, dichiara ai lettori, con precisione
scrupolosa, prezzo e modalità di pagamento, in una sorta di “a
parte” affatto teatrale:
«Ma c’era di più. Non l’aveva mica preso in affitto, quel
villino. – Zitti, per carità!
– Lo aveva comperato. Sissignori, comperato, per novanta mila
lire. Sessanta mila pagate là, sul tamburo; le altre trenta da
pagare a respiro, in tre anni. E – zitti! – circa venti altre
mila lire aveva speso finora per l’arredo». (V, 1)
A lui calza come un guanto l’idea d’un “villino” in “quella via
nuova, tutta di villini, di là da ponte Margherita, ai Prati, in
via Plinio; uno dei primi, con giardinetto attorno, cancellata e
tutto. Fuorimano? Che fuorimano! Due passi, e si era al Corso.
Via signorile, silenziosa; la meglio che si potesse scegliere
per una che doveva scrivere!”, un villino ammobiliato “con la
sapienza della Barmis in materia”. E nell’allestire il costoso
arredamento liberty,
alla moda, Giustino vince la severa parsimonia che gli fa
segnare sul “taccuino” ricordato in III, 1, “tutti i denari
ch’egli avrebbe speso, se si fosse sbilanciato”: sdrucito
calepino che narrativamente presenta, con effetto quasi
d’ipotiposi, un minuzioso, divertito catalogo di risparmi su
uscite da poche lire, affatto degno d’un modesto epigono dei
grandi avari della letteratura. Ora, invece,
«s’era sbilanciato, e
come! Ma aveva tanto denaro in mano! E la tentazione… per ogni
oggetto che gli era stato presentato in parecchi esemplari di
vario prezzo, aveva veduto soltanto quel pochino pochino che
avrebbe speso di più a scegliere il più bello; e, sissignori,
alla fine tutti quei pochini pochini di più, sommati insieme,
avevano arrotondato quella bellissima pancia di zeri alla spesa
per l’arredo» (V, 1)
Sull’arredo ritorneremo tra poco. Ora importa segnalare che al
lettore del tempo, romano ma non solo, quel villino posto in una
via tra piazza Cavour e Via Cola di Rienzo, nell’attuale rione
Prati, richiama la trasformazione urbanistica della città nei
primi anni del Novecento, cioè proprio gli anni
dell’amministrazione Nathan, che in quell’area promosse cospicui
interventi strutturali, anche grazie all’occasione offerta dal
cinquantenario dell’Unità d’Italia. È forse eccessivo ipotizzare
qui un criptico riferimento al saggio di Engels del 1872
dedicato alla questione delle abitazioni ( Wohnungsfrage),
di cui nel 1901 a Roma era stata pubblicata la traduzione16
e al dibattito conseguente
sulla casa come diritto per i ceti popolari, e come compenso e
riconoscimento d’un ruolo sociale per i ceti medi impiegatizi.
Ma certo Pirandello non può non alludere, con ironia, alla
vivace discussione intorno al piano regolatore del 1909,
preparato, su mandato del sindaco, da Edmondo Sanjust di
Teulada, celebre urbanista sardo, cattolico-liberale vicino a
Giolitti, estraneo alla logiche politiche romane. Sanjust di
Teulada individua tre tipologie abitative, corrispondenti alle
esigenze popolari, della borghesia, della classe dirigente: gli
“edifici intensivi”, i “villini”, appunto, e i “giardini”,
corrispondenti a diverse zone della città. Nel regolamento
edilizio del 1911 si dice che i villini «dovranno essere isolati
dalle vie, con rientranze dal filo stradale non inferiori a
quattro metri, composti di non più di due piani oltre il piano
terreno sopraelevato dal suolo. Potrà essere ammessa qualche
parziale sopraelevazione quando questa contribuisca al decoro
del fabbricato. La costruzione dovrà avere vedute e prospetto su
tutte le fronti […]». Le zone a villini sono presenti in tutti i
settori in espansione dell’abitato, ma in particolare nei
quadranti di nord-est
[16]
Pinciano, Salario e
Nomentano, e di ovest sud-ovest Aventino e Monteverde. E gli
anni di Nathan sono segnati dal decollo dell’edilizia
residenziale pubblica, anch’essa a suo modo partecipe del
progetto d’una “Terza Roma” presente nella mente e nell’attività
politica del sindaco, e non malvista da Giolitti stesso.
[17]
Più immediatamente trasparente e di costume l’ironia di
Pirandello sull’arredamento del “villino”. I mobili del Ducrot,
le porcellane del Lerche che adornano “Villa Silvia” (idealmente
contrapposti, come indizio d’ascesa sociale, ai “mobili, se non
meschini certo molto comuni, comperati di combinazione o a un
tanto al mese”, II, 1, della prima residenza romana della
famiglia) richiamano un ben preciso gusto corrente, attraverso
un meccanismo evocativo – non scevro di facile, deliberato
antidannunzianesimo – ammiccante al lettore, meccanismo per più
d’un verso analogo a quello che accompagna l’elenco delle
gozzaniane buone cose di pessimo gusto ( I
colloqui, tra l’altro,
escono anch’essi proprio nel 1911), ma con uno sguardo un po’
più tagliente, un po’ meno malinconico e sorridente.
[18]
Il villino, lo scenario, viene meticolosamente preparato da
Giustino per diventare d’un canto officina ove la moglie possa
lavorare in completa tranquillità (lo studio appartato al piano
di sopra), d’altro lato ambientazione ideale per il salotto
mondano da esibire negl’ingenuamente pretenziosi “lunedì
letterari di Villa Silvia”. E come una quinta di teatro, come un
luogo non proprio lo percepisce, negativamente, Silvia:
«Quella casa, che non le pareva sua ma estranea, fatta non
più per viverci come finora ella aveva vissuto, ma per
rappresentarvi d’ora in poi, sempre e per forza, una commedia;
anche davanti a sé stessa». (V, 1)
Pirandello costruisce un abile gioco letterario di situazioni
speculari.
Giustino allestisce un palcoscenico, non comprendendo però che
lo spettacolo che vi andrà in scena sarà la definitiva rovina
del suo matrimonio, perfettamente corrispondente, parallela e
rovesciata, all’effettivo successo dell’opera teatrale di
Silvia. E quello di “Villa Silvia” sarà uno spettacolo doloroso
e mediocre al tempo stesso, il cui primo indifferente
spettatore, oltre che componente della messinscena, è il
cameriere (anzi: valet de
chambre) Èmere. Figurina
evanescente, è vero, ma felicemente sbozzata con i tratti
dell’imperturbabile maggiordomo, una sorta di Jeeves, privo però
di connotati comici, tutto risolto nello straniante distacco e
nell’impassibilità superba, efferatamente umoristici, di fronte
alle disgrazie dei datori di lavoro.
Come in un mediocre dramma borghese, quasi una parodia
ibseniana, nel villino matura il distacco di Silvia dal marito,
la decisione della fuga con Gueli, concepita durante gl’incontri
promossi dallo stesso Giustino per favorire la nascita della
nuova opera teatrale di Silvia. Lì si consuma la scenata
rivelatrice della Frezzi a Giustino, lì si affollano i
giornalisti e gli amici al diffondersi della notizia che la
Frezzi ha ferito Gueli: un ‘dramma della gelosia’, quest’ultimo,
che volutamente e grottescamente riecheggia modesti
feuilletons
alla Mastriani, se non addirittura
atmosfere da scontata
pochade.
NOTE
[1].
L’edizione di riferimento del romanzo è quella a cura di Mario
Costanzo, nel primo dei due “Meridiani” che raccolgono
Tutti i romanzi
di Pirandello
(Mondadori, Milano, 1973), (testo: pp. 587-873, apparato: pp.
1048-1117). Altre edizioni di
Suo marito
da tener presenti sono
quelle a cura di Rita Guerricchio, Giunti, Firenze, 1994; a cura
di Laura Nay, cronologia di Simona Costa, Mondadori, Milano,
1994. Sono da registrare poi le edizioni a cura di Italo Borzi e
Maria Argenziano, in L. Pirandello,
Tutti i romanzi,
Newton, Roma, 1993, ristampati nel 1994, (e, autonomamente, ivi,
Biblioteca economica Newton, 1995); a cura di Paola Brengola e
Fabio Mantegazza, Opportunity Book, Milano, 1995. Segnalo poi le
traduzioni in francese:
Le mari de sa femme,
traduit de l’italienne par Monique Baccelli, Paris, Balland,
1986; e in inglese:
Her Husband,
Translated and with an Afterword by Martha King and Mary Ann
Frese Witt, Durham NC, Duke University Press, 2000.
[2].
Peraltro
pure il titolo
Giustino Roncella nato Boggiòlo
ha avuto una sua fortuna
editoriale, anche recente. Cfr. l’edizione con introduzione di
Grazia Maria Griffini, cronologia della vita di Pirandello e dei
suoi tempi e bibliografia, a cura di Corrado Simioni, Modadori,
Milano, 1973 (ristampe: 1980, 1991). Ne ricordo anche la
traduzione in rumeno
Giustino Roncella nascut Boggiòlo,
traducere de Adriana Lazarescu, Bucaresti, Eminescu, 1988.
[3].
Il 2 aprile 1905 la rivista torinese “Il Campo” dà il romanzo in
preparazione; l’ 1 giugno dello stesso anno sul “Tirso” di Roma
il romanzo è dato per ultimato. Probabilmente, però, Pirandello
vi si impegnò davvero a pieno ritmo qualche tempo dopo: in una
lettera a Ojetti del 18 dicembre 1908 dichiara di proporsi di
consegnarlo a Treves per l’aprile successivo; e in un’altra allo
stesso del 9 febbraio 1911 afferma di essersi rimesso “tutto
al romanzo, per
poterlo consegnare al Treves alla fine del venturo marzo”.
[4].
Treves sostiene di non poter pubblicare
Suo marito
perché ha appena respinto
la proposta di un fantomatico romanzo,
Sua moglie,
ove si sarebbe alluso “in modo evidente alla moglie di Lei, caro
signor Pirandello […], mettendola in ridicolo in modo tale che
non si può [fare] a meno di riconoscerla”; per “delicatezza”
egli non ha voluto dare a un suo autore, Pirandello appunto, “un
grave dispiacere a vedersi messo in burletta”, concludendo,
“Ella ha capito la parabola, e non ha bisogno di altre parole
per spiegare l’impossibilità morale in cui mi trovo di
pubblicare Suo
marito”. Massimo
Grillandi, Treves,
Utet, Torino, 1977, p. 303.
[5].
Così il frontespizio:
LUIGI
PIRANDELLO/
SUO MARITO / ROMANZO/
[logo dell’editore a centro pagina] /
LA
RINASCITA
DEL LIBRO
/ CASA EDITRICE
ITALIANA di A. QUATTRINI, FIRENZE. In calce al
controfrontespizio: Firenze, 1911. – Stab. Tipografico di A.
Quattrini. . La copertina, di fondo giallino, ha una cornice
marroncina che racchiude tre altre cornici nere: nella prima, in
testa, è il nome della collezione:
IL ROMANZO ITALIANO;
nella seconda, la più grande delle tre, al centro:
LUIGI PIRANDELLO
/
SUO MARITO
[il titolo in rosso e in
corpo più grande]; nella terza, in calce: Casa Editrice Italiana
di A. Quattrini Firenze. A p. 1 (non numerata) l’indice dei
capitoli. A p. 3 (non numerata) la dedica: “A UGO OJETTI /
fraternamente”.
A p. 5 (non numerata) un elenco di “ROMANZI
E NOVELLE / dello
stesso autore” e l’annuncio come “Di
prossima pubblicazione”
di “Terzetti. (Novelle) / I vecchi e i giovani. (Romanzo)”. Il
testo del romanzo comincia a p. 7 e si chiude a p. 344, con la
parola “FINE” in calce. Mi si conceda una nota divagante, ma
spero non inutile. Attilio Quattrini non rappresenta forse il
vertice dell’editoria fiorentina dell’epoca, ma la sua
produzione è tutt’altro che priva d’interesse, oserei dire non
inferiore a quella del più noto Salani, altro editore fiorentino
che si rivolge a un pubblico ‘di massa’. Quattrini è noto per
edizioni popolari a grande tiratura, e per opere a dispense
tascabili. Pubblica pure diverse collane di letteratura (la più
solida è la “Biblioteca amena”: il nome è ripreso tal quale da
quella, altrimenti prestigiosa, di Treves, ma eloquente è il
seduttivo titolo “Romanzi audaci”, ove escono, tra gli altri,
Bel-Ami
nel 1924 e
La biondina
di Marco Praga nel 1926),
con titoli e autori di altalenante valore, tra i quali si
annoverano comunque anche numerosi classici italiani e
stranieri: da Tasso a Foscolo, da Balzac a Maupassant, da
Tolstoj a Dostoevskij. Tra i collaboratori della casa editrice
si contano nomi di spicco nella cultura italiana del tempo:
Bontempelli e Prezzolini, soprattutto. Di Luigi Pirandello
Quattrini pubblica, qualche anno dopo
Suo marito,
pure Le due
maschere (1914)
e Il turno
(1920). Anche Grazia
Deledda (che pare dunque non aver serbato rancore per chi aveva
dato alle stampe
Suo marito) fa
uscire per i tipi di Quattrini i
Racconti sardi
(1913, con ristampe
nel 1914, 1917, 1919),
Le tentazioni
(1916),
La giustizia
(1923). Lo stesso
D’Annunzio si serve di Quattrini nel 1910 per un’edizione di
Isaotta Guttadauro
e altre poesie,
nel 1913 pubblica
Il fuoco
(ristampato nel 1917), nel 1914
La musica di Wagner e la
genesi del Parsifal
– unica edizione autonoma
di questo testo, per quanto mi risulta –, sempre nel 1914 le
Favole mondane
(la prima
edizione!),
Giovanni Episcopo
(ristampato nel 1917), nel
1921 Il libro
delle vergini.
Va poi ricordato che la Casa Editrice Italiana stampa la prima
serie (1910-1911), diretta da Prezzolini, dei “Quaderni della
Voce” - modellati, com’è noto, anche tipograficamente sui
“Cahiers de la Quinzaine” di Charles Péguy –, l’ottavo dei
quali, uscito nel 1911, fu
Il Trentino veduto da un
socialista. Note e notizie,
di Benito Mussolini – ripubblicato in facsimile recentemente,
con titolo lievemente diverso:
Il Trentino visto da un
socialista, con
uno scritto di Franco Cardini, Trento, La finestra, 2003. Il
rapporto della casa editrice, attenta più a soddisfare le
esigenze del pubblico che ad assecondare sperimentazioni
letterarie, con i giovani intellettuali vociani fu però breve e
difficile, forse anche per problemi di distribuzione nelle
librerie e di scarsa cura editoriale nei “Quaderni” (almeno
alcuni, si dice, mandati in stampa senza revisione delle bozze)
e, pare, per il rifiuto di pubblicare due opere di Papini (Un
uomo finito) e
Soffici (il
Lemmonio Boreo).
Il fratello di Attilio, Antonio, anzi Antonio Garibaldo
Quattrini (Morlupo, 1880-Roma, 1937) è anche personaggio
eclettico e vivace, figura senz’altro degna d’approfondimento,
al di là della sua collaborazione editoriale con Attilio:
giornalista (fu tra i fondatori del “Tirreno” e collaboratore
del “New York Times”), autore di resoconti di viaggio, in
particolare marinareschi, romanzi avventurosi, polizieschi,
fiabe, soggetti cinematografici. Sulle vicende della casa
editrice si veda ora
La Casa Editrice Italiana di Attilio Quattrini (1909-1931),
a cura di Carlo Maria Simonetti, catalogo a cura di Alessandra
Biagianti, Reggello, Firenze libri, 2007.
[6].
In SBN si trovano cinque
sole copie: due a Milano (Biblioteca comunale Sormani e
Biblioteca del Centro APICE dell’Università degli Studi), una a
Gallarate (Biblioteca civica Luigi Majno), una a Firenze
(Nazionale Centrale), una a Torino (Biblioteca del Centro studi
Piero Gobetti). Il titolo è di difficile reperibilità anche sul
mercato antiquario.
[7].
Per praticità editoriale (Tutti
i romanzi di
Pirandello comparvero nella collezione ‘Omnibus’ di Mondadori
nel 1941 – e poi, nel 1953, nella ‘Biblioteca moderna’ –) viene
evitata ogni appendice. Il figlio Stefano si limita a
pubblicare, con un’Avvertenza
(pp. 841-3) e
una nota a piè di pagina (p. 927), la parte rifatta “e di
seguito il resto qual era nella prima edizione”. Mario Costanzo,
nell’edizone citata, adotta una soluzione filologicamente più
corretta: “ristampare per intero il testo della prima edizione,
senza integrazione o restauri; e, per intero, in appendice,
tutta la parte del romanzo ‘rifatta’ dall’A. prima della morte,
nel testo fornito dai curatori dell’ ‘Omnibus’ Mondadori 1941”,
p. 1049.
[8].
Sulla non facile vicenda editoriale del romanzo e sulle reazioni
della Deledda Pirandello ritorna più volte nella corrispondenza
con Ojetti: L.Pirandello,
Carteggi inediti con
Ojetti- Albertini-Orvieto-Novaro-De Gubernatis-De Filippo,
a cura di Sarah Zappulla Muscarà, Roma, Bulzoni, 1980,
passim.
I passi più significativi sono riprodotti dalla Guerricchio
nell’Introduzione
e nella
Nota al testo
all’edizione del romanzo da
lei curata.
[9].
I rapporti tra i due, che pur si frequentarono ed ebbero
amicizie in comune, si mantennero sempre freddi. L’argomento,
comunque, è ancora da approfondire adeguatamente. Per intanto si
veda l’articolo giornalistico di Massimo Onofri,
Chi ha paura della
Deledda? Dall’ostilità di Pirandello all’incomprensione dei
critici, “La
Nuova Sardegna”, 11 agosto 2006, p. 35: del medesimo studioso si
attende la pubblicazione di
Luigi Pirandello e Grazia
Deledda: un incontro mancato,
relazione tenuta il 24 novembre 2006 al convegno internazionale
di studi
Isola/Mondo. La Sardegna fra arcaismi e modernità (1718-1918)
organizzato dall’Università degli Studi di Sassari (Sassari,
22-24 novembre 2006).
[10].
La recensione elogiativa compare sulla “Gazzetta del popolo” di
Torino del 27 dicembre 1906. La si legge ora in Sarah Zappulla
Muscarà,
Pirandello in guanti gialli (con scritti sconosciuti o rari e
mai raccolti in volume di Luigi Pirandello),
II ed. aggiornata, Sciascia, Caltanissetta-Roma, 1988, p. 232.
[11].
È almeno da registrare che la tecnica del narratore esterno è
impiegata anche ne
I vecchi e i giovani,
“romanzo storico” la cui elaborazione è, almeno in parte,
pressoché coeva a
Suo marito. Lì
tale tecnica però si giustifica con ragioni, mi pare, affatto
diverse, collegate, tra l’altro, allo statuto del romanzo
storico ottocentesco.
[12].
Non vado oltre, ché il simbolismo del corvo nella cultura
occidentale è contraddittorio: uccello di malaugurio (per il
colore, il grido lugubre, il nutrirsi di cadaveri), ma anche
simbolo di perspicacia (Noè –Genesi,
8, 6-7-, trascorsi quaranta giorni dal diluvio, fa dapprima
uscire un corvo per verificare se le acque si fossero ritirate),
di solitudine, di speranza (per Svetonio il suo verso ripete
sempre cras, cras).
‘Corvo’, poi, era (è?) termine usato spregiativamente come
sinonimo di prete.
[13].
Confronta gli articoli
comparsi sull’“Avanti!” del 3, 4, 5 aprile e ss.
[14].
M. Canali, Nathan
e il movimento operaio romano. La scissione della Camera del
lavoro (1907-1910),
“Storia contemporanea. Rivista bimestrale di studi storici”, XV,
6, dicembre 1984, pp. 1065-92.
[15].
Palazzo Braschi in Via di
San Pantaleo (tra Piazza Navona e Corso Vittorio Emanuele II),
oggi sede del Museo di Roma, allora del Ministero dell’Interno.
[16].
F. Engels, Per la
questione delle abitazioni,
Luigi Mongini, Roma, 1901.
[17].
Confronta, indicativamente, G. Talamo, G. Bonetta,
Roma nel Novecento: da
Giolitti alla Repubblica,
Cappelli, Bologna, 1987; e Vittorio Vidotto,
Roma contemporanea,
Laterza, Roma, 2006.
[18].
E.
Sessa, Ducrot:
mobili e arti decorative,
Novecento, Palermo, 1989; E. Sessa,
Ernesto Basile:
dall’eclettismo classicista al modernismo,
Novecento, Palermo, 2002; E. Sessa.,
Mobili e arredi di
Ernesto Basile nella produzione Ducrot,
prefazione di Gianni Pirrone, Novecento, Palermo, 1980. Per le
“porcellane” del Lerche cfr.
Hans Stoltenberg Lerche
(1865-1920): sculture, disegni, vetri, ceramiche,
a cura di Mario Quesada, Il Cardo, Venezia, 1996.
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