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Giustino
Roncella nato Boggiolo (Suo Marito)
CAPITOLO PRIMO -
IL BANCHETTO |
Da
quindici giorni Attilio Raceni, direttore della rassegna femminile
Le Grazie, scontava con infinite noje, arrabbiature e dispiaceri
d’ogni genere una sua gentile idea: quella di salutare con un
banchetto la giovane e già illustre scrittrice Silvia Roncella,
venuta da poco tempo col marito a stabilirsi da Taranto a Roma.
Partendo l’invito da una rassegna come la sua, la quale, più che a
una qualche reputazione letteraria, aspirava a esser considerata
òrgano della mondanità intellettuale romana, e mirando quell’invito
nella sua intenzione, non tanto a rendere onore alla scrittrice
quanto a mostrar viva la rassegna con un atto di pura cortesia fuori
d’ogni competizione letteraria, non s’aspettava da parte dei
letterati colleghi della Roncella, dei critici più autorevoli della
letteratura contemporanea nei grandi giornali quotidiani e, in
genere, degli amici giornalisti, tanti tentennamenti e "ma" e "se" e
"forse", ombrosità, riserve, anche recisi e sgarbati rifiuti, che
gli avevano rappresentato la letteratura militante in Italia come
una meschina pettegola farmacia di villaggio; e più d’una volta
aveva sospirato per l’amara considerazione che un’idea come la sua
ben altre accoglienze avrebbe avute certamente a Parigi, dove in
parte il comune orgoglio nazionale (sia benedetto!) in parte quella
più diffusa e sentita cognizione delle cose ordinarie del viver
civile, che affievolisce risentimenti e gelosie pur non impedendo la
stima particolare che ciascuno in segreto può fare dell’altro,
consigliano di non negare onore a chi per giudizio ormai universale
se lo sia comunque meritato; come a lui pareva che fosse il caso
della Roncella, dopo il grande successo del romanzo La casa dei
nani.
Lo confortava la fervida adesione del senatore Romualdo Borghi che
era stato del resto il vero padrino della fama di Silvia Roncella.
Nell’antica autorevolissima rassegna La vita italiana il Borghi
aveva accolto infatti le prime novelle, i primi racconti della
giovanissima scrittrice. C’era poi la promessa di partecipazione, se
non proprio sicura molto probabile, di Maurizio Gueli, l’insigne
maestro da tutti rispettato forse per il fatto che da circa dieci
anni, vale a dire dal suo ultimo libro Favole di Roma, né
sollecitazioni d’amici né ricche profferte di editori riuscivano a
smuoverlo dal silenzio in cui s’era chiuso.
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Più delle opere, che non avevano mai avuto in verità molti lettori,
questo silenzio e la vita appartata e schiva ch’egli conduceva,
quasi tutto l’anno relegato nella malinconica villa di Monteporzio
presso Roma, gli meritavano, a detta dei maligni, il rispetto anche
da parte d’una certa accolta di giovani letterati, i quali,
macerandosi nella nobilissima ambizione di far cose grandi e
comunque nuove che reggessero al paragone delle antiche nostre, o
moderne straniere secondo un loro gusto particolare, o preferivano
non far niente, o se qualche cosa intanto facevano, piccola, a modo
d’assaggio o di studio, per l’animo stesso con cui la facevano,
doveva dar loro ambasce crudelissime d’insoddisfazione, delle quali
s’alleviavano e sfogavano tramutandole in un superiore disdegno
contro chiunque s’arrischiava a fare quanto poteva, senz’affanno,
non solo, ma anzi con allegra spensieratezza.
Il guajo per il Raceni era questo: che alcuni di tali giovani (non
più tanto giovani) degnissimi certo di considerazione ma troppo
difficoltosi, in luogo di combattere le loro battaglie in private
rassegnine da leggersi tra di loro, erano riusciti da qualche tempo
a trovar posto nei maggiori fogli politici quotidiani d’Italia, i
quali, santo cielo, non si rivolgevano solamente ai pochi letterati
di professione ma a ogni specie di lettori: e di là seminavano il
discredito sulla grama letteratura italiana contemporanea, che in
fondo, se di più non sapeva, pur quanto poteva dare, dava.
Ora il marito della Roncella gli s’era tanto raccomandato perché a
quella "fraterna àgape letteraria" com’egli bellamente l’aveva
chiamata nell’ultimo fascicolo de Le Grazie, tutti i quotidiani più
in vista fossero rappresentati dai loro redattori letterari; e,
proprio da costoro, aveva avuto i rifiuti più recisi e sdegnosi. Ma
sperava ancora d’indurre a venire altri redattori di quegli stessi
giornali, di più facile contentatura. E poi, e poi voleva comporre
attorno alla Roncella una magnifica corona di belle dame, amiche e
collaboratrici de Le Grazie.
Fin dalla nascita era quasi predestinato e votato alla letteratura
femminile. Perché sua "mammà", Teresa Raceni-Villardi, era stata
un’esimia poetessa, e in casa di "mammà" convenivano tante
scrittrici, alcune già morte, altre adesso attempatelle, su le cui
ginocchia poteva dire quasi quasi d’esser cresciuto. E dei loro
vezzi e delle loro carezze gli era rimasta come una levigatura
indelebile in tutta la persona, quasiché quelle mani lievi e
delicate, lisciandolo, lisciandolo, lo avessero composto per sempre
in quella sua ambigua beltà artificiale, per cui, se si umettava le
labbra con la punta della lingua, se s'inchinava sorridente ad
ascoltare, se si rizzava sul busto se volgeva il capo o si ravviava
i capelli, mosse, gesti, aria atteggiamenti erano più da donna che
da uomo.
Presa sotto braccio la busta di cuojo, dove, tra articoli e bozze di
stampa della rassegna, aveva ficcato un fascio di carte che si
riferivano al banchetto, s’avviava verso la casa di Dora Barmis,
sapientissima consigliera dalle colonne de Le Grazie alle signore e
signorine italiane della bellezza e di tutte le raffinatezze
intellettuali, quand’ecco, verso Piazza Venezia, un clamor confuso,
lontano, e un corri corri di gente.
Costernato, s’accostò in via San Marco a un grosso mercante di
stoviglie d'alluminio che, sbuffando, tirava giù le bande su le
vetrine della bottega.
- Perché? Cos’è?
- Mah, dice... non so, - grugní quello in risposta, senza voltarsi.
Uno spazzino, seduto tranquillamente su una stanga del carretto con
la gr nata in ispalla a mo di bandiera e un braccio a contrappeso
sul bastone di essa, si cavò la pipetta di bocca; sputò; disse:
- Ciarifanno.
Il Raceni si voltò a guardarlo.
- Dimostrazione? E perché?
- Cani! - gridò il mercante panciuto, rizzandosi, ansante e
paonazzo.
Stava sdraiato sotto il carretto dello spazzino un vecchio cane
spelato, con gli occhi tra le cispe socchiusi; al "Cani!" del
mercante levò appena il capo dalle zampe senza schiudere gli occhi,
solo raggrinzando un po' le orecchie. Dicevano a lui? S’aspettava un
calcio. Il calcio non venne; dunque non dicevano a lui. E si
ricompose a dormire, mentre un turbine di fischi si levava dalla
prossima piazza e, subito dopo, un urlío che arrivava al cielo.
Il tumulto vi doveva esser grande.
Il Raceni s’avviò di fretta. Bell’affare se non si passava! Come se
fossero pochi i pensieri, le noje, le cure per quel maledettissimo
banchetto, ecco qua, ci voleva ora quest’altro impedimento della
canaglia che reclamava per le vie di Roma qualche nuovo diritto. E,
santo cielo, s’era d’aprile e faceva una bellissima giornata!
Davanti a Piazza Venezia il volto gli s'allungò, come se un filo
interno tutta un tratto glielo tirasse. Lo spettacolo violento gli
riempí la vista e lo tenne lí un pezzo a bocca aperta, sopraffatto e
compreso.
La piazza rigurgitava di popolo. I cordoni dei soldati erano
all’imboccatura di via del Plebiscito e del Corso. Parecchi
dimostranti s’erano arrampicati sul tram d’aspetto e di là urlavano
a squarciagola:
- Morte ai traditorííí!
- Mortèèè!
Nel dispetto rabbioso contro tutta quella feccia dell’umanità che
non voleva starsi quieta, gli sorse d’improvviso il proposito
disperato d’attraversare a furia di gomiti la piazza. Se vi fosse
riuscito, avrebbe pregato l’ufficiale che stava di guardia al Corso,
che lo facesse passare per favore. Ma sí! Tutta un tratto, dal mezzo
della piazza:
- Pè , pè-pèèèè!
La tromba. Il primo squillo. Scompiglio, serra serra: molti,
sospinti dalla piena nel forte del tumulto, volevano sguizzare e
bàttersela, ma non potevano far altro che divincolarsi
rabbiosamente, presi com’erano, pigiati e incalzati tutt’intorno da
altri a ridosso, mentre i più facinorosi, concitando, volevano
rompere la calca, o meglio, cacciarsela davanti, tra fischi e urli
più tempestosi di prima:
- Via! Avantííí!
- Sforziamo i cordonííí!
E la tromba, di nuovo:
- Pè , pè-pèèèè!
D’improvviso, senza saper come, Attilio Raceni, soffocato, pesto,
boccheggiante come un pesce, si ritrovò rimbalzato al Foro Trajano
in mezzo alla folla fuggiasca e delirante.
Gli sembrò che la Colonna vacillasse.
Dove riparare? Per dove prendere?
Poiché il grosso della folla s’avventava sù per Magnanapoli, pensò
di scappare per la salita delle Tre Cannelle; ma intoppò anche lí
nei soldati che già si disponevano in cordone per Via Nazionale.
- Non si passa!
- Senta, per favore, io dovrei...
Una spinta furiosa gli troncò la spiegazione, facendolo schizzar col
naso sulla faccia dell’ufficiale. Questi, furibondo lo respinse
subito indietro con un pugno nello stomaco; ma un nuovo
violentissimo spintone lo scaraventò tra i soldati che cedettero
all’impeto.
Rimbombò tremenda dalla piazza una scarica di fucili.
E Attilio Raceni, tra la folla impazzita dal terrore si trovò
perduto in mezzo alla cavalleria sopravvenuta di corsa, forse da
piazza della Pilotta. Via, via con gli altri a gambe levate
inseguito dai cavalli, tra tutta quella torma di bruti in fuga.
S’arrestò, che non tirava più fiato, all’imboccatura di Via Quattro
Fontane.
- Vigliacchi! Farabutti; gridava tra i denti, svoltando per quella
via; e quasi piangeva dalla rabbia, pallido e stravolto; e si
tastava le costole, i fianchi, e tremava tutto e cercava di
rassettarsi gli abiti addosso, per toglier via subito ogni traccia
della violenza patita e della fuga che l’avviliva di fronte a se
stesso.
- Vigliacchi! Farabutti!
Si voltò a guardare indietro, se mai qualcuno lo vedesse in quello
stato.
Sissignori, un vecchietto. Eccolo lí. Affacciato alla finestra d’un
mezzanino, se lo stava a godere, e dal piacere che provava nel
vederlo cosí tutto rimescolato, persino si grattava sul mento la
barbetta gialliccia.
Il Raceni abbassò subito gli occhi. Ma, guardandosi le mani,
s’accorse d’aver perduto nella fuga la busta di cuojo.
- Oh Dio!
Come avrebbe fatto ora a rammentarsi di tutti coloro che aveva
invitati al banchetto? di coloro che avevano aderito o s’erano
scusati di non potervi partecipare? E le bozze? E gli articoli?
D’un tratto, nella cresciuta agitazione, diventata prima smarrimento
e ora rabbia, si sovvenne del vecchietto che stava a goderselo dalla
finestra del mezzanino. Si voltò di nuovo a guardarlo. E sissignori,
eccolo ancora là che rideva, rideva...
- Cretino! - gli gridò; e si mise a salire in fretta per poi
scendere a via Sistina, dove Dora Barmis abitava in quattro
stanzette d’una vecchia casa dal tetto basso basso e quasi buje.
Piaceva a Dora Barmis far sapere a tutti ch’era povera; e
tutti lo credevano, sorridendo intanto agli abiti che le ammiravano
addosso, squisitamente capricciosi. Il salottino ch’era anche
scrittojo, l’alcova, la saletta da pranzo e quella d’ingresso erano,
come la padrona, addobbati alla bizzarra, e certo non poveramente.
Divisa da anni da un marito che nessuno aveva mai conosciuto, bruna,
agile, pieghevole, dagli occhi bistrati violentemente, la voce un
po’ rauca, dimostrava con tutte le mosse del corpo e gli sguardi e i
sorrisi come e quanto conoscesse l’arte di svegliare e irritare i
più raffinati e veementi desiderii maschili. Rideva poi come una
pazza, quando li vedeva fiammeggiare ben svegli in certi occhi; ma
ancor più forse rideva quando certi altri occhi vedeva invece
illanguidirsi nella promessa d’un sentimento duraturo.
Il Raceni la trovò nel salottino, in una bella vestaglia giapponese
ampiamente scollata, presso una piccola scrivania di ghisa
nichelata, intenta a leggere un nuovo romanzo francese.
- Povero Attilio, povero Attilio, - gli disse dopo aver tanto riso
al racconto dell’ingrata avventura. - Sedete. Che posso offrirvi per
sedarvi lo spirito esagitato?
E cosí gonfiando le parole, lo guardò con aria di benevola
canzonatura, strizzando un poco gli occhi e piegando il capo sul
collo nudo provocante.
- Nulla? Proprio nulla? Del resto, sapete? state bene cosí: un po’
scomposto. Ve l’ho sempre detto: una... una nuance di brutalità
v’andrebbe a maraviglia. Ma giù, giù quella mano, in nome di Dio!
Sempre tra i capelli. L’avete bella, lo sappiamo!
- Per favore, Dora! - sbuffò il Raceni.- Non ne posso più! Sono cosí
esasperato!
Dora Barmis scoppiò di nuovo a ridere, poggiando le mani sulla
scrivania e rovesciandosi indietro.
- Per il banchetto? - poi disse. - Ma dunque proprio? Mentre i miei
fratelli proletarii reclamano...
- Non scherziamo, vi prego, Dora, o me ne vado! - minacciò il
Raceni.
La Barmis si levò in piedi.
- Vi pare ch'io scherzi? Vi dico sul serio. Non mi affannerei tanto,
se fossi in voi. Silvia Roncella... ma prima di tutto ditemi com’è:
mi muojo dalla curiosità di conoscerla. Ancora non riceve?
- Eh no! Non hanno ancora trovato casa, poverini. La vedrete al
banchetto.
- Datemi un po’ di fuoco, e poi rispondetemi francamente.
Accese la sigaretta, chinandosi e scoprendo tutto il seno attraverso
la scollatura, nel protendere il volto verso il fiammifero. Poi, tra
il fumo, domandò:
- Ne siete già innamorato?
- Siete matta? - scattò il Raceni. - Non mi fate arrabbiare.
- Bruttina, allora?
Il Raceni non rispose. Accavalciò una gamba su l’altra; alzò la
faccia al soffitto; chiuse gli occhi.
- Ah no, caro!- esclamò la Barmis.- Cosí non ne facciamo niente.
Siete venuto da me per ajuto; dovete prima soddisfare la mia
curiosità.
- Ma scusatemi! - tornò a sbuffare il Raceni, sgruppandosi. - Mi
fate certe domande!
- Ho capito, - disse allora la Barmis. - Qui sta tra due: o
ne siete davvero innamorato, o dev’essere bruttina sul serio. Sù
via, rispondete: come veste? Male, senza dubbio.
- Maluccio. Inesperta, capirete.
- Capito, capito. Diciamo, se non vi dispiace, un’anatroccola
arruffata. Aspettate, - aggiunse poi, accostandoglisi. - Vi casca la
spilla... Uh, e come vi siete annodata codesta cravatta?
- Mah, - fece il Raceni. - Tra quel...
S’interruppe. Il volto di Dora gli stava troppo vicino. Intenta a
riannodargli la cravatta, si sentí guardata. Quand’ebbe finito, gli
diede un biscottino sul naso e, sorridendogli d’un sorriso
indefinibile:
- Dunque? - gli domandò. - Dicevamo... ah, la Roncella! Non vi piace
anatroccola? Scimmietta, allora.
- V’ingannate, - rispose il Raceni. - È bellina, v’assicuro. Poco
appariscente, forse; ma ha certi occhi!
- Neri?
- No, chiari, soavissimi. E un sorriso molto intelligente. Dev'esser
buona, tanto!
Dora Barmis lo investí:
- Buona avete detto? buona? Ma andate là! Chi ha scritto La casa dei
nani non può essere buona, ve lo dico io.
- Ve
lo dico io! Quella lí, caro, dev’aver dentro uno spirito affilato
come un pugnale. No. Piuttosto come un rasojo. E dite un po’, è vero
che ha un porro peloso qua, sul labbro?
- Un porro?
- Peloso, qua.
- Non me ne sono accorto. Ma no, chi ve l’ha detto?
- Me lo sono immaginato. Per me, la Roncella deve avere un porro
peloso sul labbro. Mi è parso di vederglielo sempre, leggendo le sue
cose. E dite: il marito? Com’è il marito?
- Lasciatelo perdere! - rispose impaziente il Raceni. - Parliamo sul
serio, adesso, vi prego.
- Del banchetto? Sentite: la Roncella, caro, non è più per noi.
Troppo, troppo alto ormai ha spiccato il volo la vostra colombella:
ha valicato le Alpi e il mare; andrà a farsi il nido lontano
lontano, con molte pagliuzze doro, nelle grandi riviste di Francia,
di Germania, d’Inghilterra. Come volete che deponga più qualche
ovetto azzurro, sia pur piccolo piccolo cosí, su l’ara delle nostre
povere Grazie?
- Ma che ovetti! che ovetti! - fece, scrollandosi, il Raceni.- Né
ovetti di colomba, né uova di struzzo. Non scriverà più per nessuna
rivista, la Roncella. Si darà tutta al teatro.
- Al teatro? Ah sí? - esclamò la Barmis, incuriosita.
- Mica a recitare! Non ci mancherebbe altro! A scrivere.
- Per il teatro?
- Già. Perché il marito...
- Ah giusto! il marito! Come si chiama?
- Boggiòlo.
- Sí sí, ricordo, Boggiòlo. E scrive anche lui, Boggiòlo?
- Eh altro! All'archivio notarile.
- Oh Dio! Notajo?
- Archivista. Bravo giovane. Basta, vi prego. Voglio uscire al più
presto da questa briga. Avevo con me la lista degli invitati, e quei
cani... Ma vediamo un po’ di rifarla. Scrivete. Oh, sapete che il
Gueli ha aderito? È la prova più certa ch’egli stima davvero la
Roncella, come dicevano.
Dora Barmis rimase un po’ assorta a pensare; poi disse:
- Non capisco. Il Gueli... Mi pare cosí diverso!
- Non discutiamo, - troncò il Raceni. - Scrivete: Maurizio Gueli.
- Aggiungo tra parentesi, se non vi dispiace, permettendo la Frezzi.
Poi?
- Il senatore Borghi.
- Ha accettato?
- Eh, perbacco, presiederà! Scrivete: donna Francesca Lampugnani.
- La mia simpatica presidentessa, sí, sí. Cara, cara, cara!
- Donna Maria Rosa Borné-Laturzi, - seguitò a dettare il Raceni.
- Oh Dio! - sbuffò la Barmis. – Quell’onesta gallina faraona?
- È decorativa, scrivete. Poi: Filiberto Litti.
- Di bene in meglio! - approvò la Barmis. – L’archeologia accanto
all’antichità! E dite, Raceni: il banchetto lo faremo tra le rovine
del Foro?
- Già, a proposito! - esclamò il Raceni. - Dobbiamo ancora stabilire
il luogo, e se di sera o di mattina.
- Di sera? No! Siamo in primavera. Bisogna farlo di giorno, in un
bel posto, fuori. Aspettate: al Castello di Costantino. Ecco.
Delizioso. Nella sala vetrata, con tutta la campagna davanti... i
monti Albani... i Castelli... e poi, di fronte, il Palatino... Sí,
sí, là! Sarà un incanto! Senz’altro!
- Vada per il Castello di Costantino, - disse il Raceni. - Andremo
insieme domani, se non vi dispiace, a dare le ordinazioni. Saremo,
credo, una trentina. Sentite, Giustino mi si è tanto raccomandato...
- Chi è Giustino?
- Ma il marito, ve l’ho detto, Giustino Boggiòlo, santo cielo! Mi si
è tanto raccomandato per la stampa. Vorrebbe molti giornalisti. Ho
invitato il Lampini.
- Ah, Ciceroncino, bravo!
- E, mi pare, altri quattro o cinque, non so: Barduzzi, Centanni,
Federici e quello... come si chiama? della Capitale...
- Mola?
- Mola. Segnateli. Ci vorrebbe qualche altro un po’ più... un po’
più... Venendo il Gueli, capirete... Per esempio, Casimiro Luna.
- Aspettate, - disse la Barmis. - Se viene donna Francesca
Lampugnani, non sarà difficile trascinare il Betti.
- Ma ha scritto male della Casa dei nani, il Betti, non avete visto?
- Meglio, anzi! Invitatelo. Ne parlerò poi io a donna Francesca.
Quanto a Miro Luna non dispero di trascinarlo con me.
- Fareste felice il Boggiòlo, felice addirittura! Oh, segnate
intanto l’onorevole Carpi, e quello zoppetto, il poeta...
- Ah, Zago, sí! Carino, poveretto! Che bei versi sa fare! L’amo,
sapete? Guardate lí il ritratto. Me lo son fatto dare. Non vi sembra
Leopardi con gli occhiali?
- Faustino Toronti, - seguitò a dettare il Raceni.- E il Jàcono...
- No!- gridò Dora Barmis, scaraventando la penna.- Avete invitato
anche Raimondo Jàcono, quell’odiosissimo napoletanaccio? Non vengo
più io, allora! Jettatore! Jettatore! Toccate ferro, per carità!
- Abbiate pazienza, non ho potuto farne a meno, - rispose dolente il
Raceni. - Era con lo Zago... Invitando l’uno, ho dovuto invitare
anche l’altro.
- E allora io vi impongo Flavia Morlacchi, - disse la Barmis. - Qua:
Fla-vi-a Morlacchi. Staranno bene insieme. Il cane e la gatta.
- Speriamo che non tornino a mordersi e a sgraffiarsi!
Rileggendo, poco dopo, la lista, s’indugiarono tutte due a far
girare come una mola d’arrotino questo o quel nome per il gusto di
affilare il taglio, ancora un po’, alla loro lingua che non ne aveva
bisogno. Tanto che alla fine un moscone, che se ne stava quieto a
dormire tra le pieghe d’una portiera, si destò e con molto slancio
volle entrar terzo nella conversazione. Ma Dora mostrò d'averne
terrore, più che ribrezzo, e prima s’aggrappò al Raceni,
stringendoglisi forte contro il petto, cacciandogli i capelli
odorosi sotto il mento; poi scappò a chiudersi nell’alcova, gridando
dietro l’uscio che non sarebbe rientrata, se lui prima non faceva
andar via per la finestra o non uccideva quell’orribile bestia.
- Ve la lascio qua, e me ne vado- le disse placidamente il Raceni,
prendendo la nuova lista dalla scrivania.
- No, per carità, Raceni!- scongiurò Dora di là.
- E allora aprite!
- Ecco, apro, ma voi... oh! che fate? No! Entra il moscone, Dio,
Raceni!
- E fate presto!
Attraverso lo spiraglio le due bocche s’erano congiunte e lo
spiraglio a mano a mano s’allargava, quando dalla via s’intesero gli
strilli di parecchi giornalai:
- Terza edizioneee! Quattro morti e venti feritííí! Lo scontro con
la truppààà! L’eccidio di Piazza Navonààà!
Attilio Raceni si staccò, pallido, dal bacio:
- Sentite? Quattro morti... Ma perdio! non hanno proprio da fare
costoro? E ci potevo essere anch’io là in mezzo, pensate!
Dei trenta che dovevano partecipare al banchetto sú al
Castello di Costantino solo cinque a mezzogiorno erano venuti, che
si pentivano in segreto della loro puntualità, temendo potesse
parere soverchia premura o troppa degnazione.
Prima fra tutti era venuta Flavia Morlacchi, poetessa, romanziera e
anche drammaturga. Gli altri quattro, sopraggiunti, la avevano
lasciata in disparte. Erano il vecchio professore d’archeologia e
poeta dimenticato Filiberto Litti, il novelliere piacentino Faustino
Toronti, lezioso e casto, il grasso romanziere napoletano Raimondo
Jàcono e il poeta veneziano Cosimo Zago, rachitico e zoppo d’un
piede. Stavano tutte cinque nel terrazzo, davanti la sala vetrata.
Filiberto Litti, lungo asciutto legnoso, con baffoni bianchi e
moschetta, un pajo d’enormi orecchie carnose e paonazze parlava,
balbutendo un po’, delle rovine del Palatino come di cosa sua.
Faustino Toronti ormai vecchiotto anche lui, cosí che non pareva,
sarchiati i capelli su gli orecchi e i baffetti ritinti, fingeva
d'ascoltarlo. Raimondo Jàcono voltava le spalle alla Morlacchi e
guardava compassionevolmente lo Zago, il quale ammirava nella fresca
limpidezza di quel dolcissimo giorno d’aprile tutto il verde paese
che si scopriva di là.
Arrivava appena al parapetto del terrazzo, il poverino; ancora con
un vecchio pastrano inverdito che gli sgonfiava da collo; aveva
posato su la cimasa una mano nocchieruta, dalle unghie rose,
deformata dallo sforzo continuo di spingere la stampella, e ora,
socchiudendo gli occhi dolenti dietro gli occhiali, ripeteva come se
non avesse mai goduto in vita sua di tanta festa di luce e di
colori:
- Che incanto! Come è bello questo sole! Che vista!
- Già... già... - masticò il Jàcono. - Molto bello. Non svenire.
Peccato che...
- Quei monti là... guarda, fragili, quasi... sono ancora gli Albani?
- Gli Appennini o gli Albani... domandalo al professor Litti, che è
archeologo.
- E... e che ci han da fare, scusi, i monti, scusi, con... con
l’archeologia?- domandò un po’ risentito il Litti.
- Professore, voi che dite!- esclamò il napoletanaccio. - Monumenti
della natura, della più venerabile antichità. Altro che le fesseríe
degli uomini andate a male! Peccato che.. dicevo... sono le dodici e
mezzo, ohé! Ho fame io.
La Morlacchi, di là, fece una smorfia di disgusto. Gonfiava in
silenzio, ma si fingeva incantata anche lei, come lo Zago, dello
stupendo paesaggio. Gli Appennini o gli Albani? Non lo sapeva
neanche lei. Ma che importava il nome? Nessuno come lei, più di lei,
sapeva intenderne l’"azzurra" poesia. E domandò a se stessa se la
parola colombario... austero colombario, avrebbe reso bene
l’immagine di quelle rovine del Palatino: occhi ciechi, occhi
d’ombra dello spettro romano feroce e glorioso, indarno aperti
ancora là, sul colle, allo spettacolo della verde vita maliosa di
questo Aprile d’un tempo lontano.
Di questo Aprile d'un tempo lontano...
Bel verso! Languido...
E abbassò su gli occhi torbidi e scialbi le grosse pàlpebre.
Aveva spiccato dalla natura e dalla storia il fiore d’una bella
immagine, in grazia della quale poteva non pentirsi più, ora,
d’essersi abbassata a fare onore a quella Silvia Roncella, tanto
più giovine di lei, ancor quasi principiante, inculta e digiuna
affatto di poesia.
Volse, cosí pensando, con atto di sdegno la faccia ruvida, in
cui spiccavano violentemente le tumide labbra dipinte, verso
quei quattro che non si curavano di lei; eresse il busto e
sollevò una mano sovraccarica d’anelli per palparsi lievemente
su la fronte il crine che pareva di capecchio.
Forse lo Zago meditava anche lui una poesia, pinzandosi con le
dita gl’ispidi peluzzi neri sparsi sul labbro. Ma per comporre
aveva bisogno di saper prima tante cose, lui, che non voleva più
domandare a uno che dichiarava d’aver fame davanti a uno
spettacolo come quello.
Sopravvenne, saltellando secondo il solito suo, il giovine
giornalista Tito Lampini, Ciceroncino come lo chiamavano, autore
anche lui di un volumetto di versi; smilzo, dalla testa secca,
quasi calva, su un collo stralungo riparato da un solino alto
per lo meno otto dita.
La Morlacchi lo investí con voce stridula:
- Ma che modo è codesto, Lampini? Si dice per mezzodí; a momenti
è il tocco; non si vede nessuno...
Il Lampini s’inchinò, aprí le braccia, si volse sorridendo agli
altri quattro e disse:
- Scusi, ma che c’entro io, signora mia?
- Voi non centrate, lo so, - riprese la Morlacchi. - Ma il
Raceni, almeno, come ordinatore del banchetto...
- Ar...archi...architriclino, già, - corresse timidamente con la
lingua imbrogliata, ponendosi una mano davanti la bocca, il
Lampini, e guardando l’archeologo professor Litti per fargli
vedere che lo sapeva.
- Già, va bene; ma avrebbe dovuto trovarsi qua, mi sembra. Non è
piacevole, ecco.
- Ha ragione, non è piacevole; ma io sono qua un invitato come
lei, signora. Permette?
E il Lampini, tornando a inchinarsi frettolosamente, andò a
stringere la mano al Litti, al Toronti, al Jàcono. Non conosceva
lo Zago.
- Sono venuto in vettura, io, anzi, temendo di far tardi, -
annunziò. - Ma già viene qualche altro. Ho visto per la salita
donna Francesca Lampugnani e il Betti e anche la Barmis con
Casimiro Luna.
Guardò nella sala vetrata, dov’era già apparecchiata la lunga
tavola adorna di molti fiori e con una fronda d’edera
serpeggiante tutt’in giro; poi si rivolse alla Morlacchi,
dolente ch’ella se ne stésse là in disparte, e disse:
- Ma la signora, scusi, non potrebbe?...
Raimondo Jàcono lo interruppe a tempo:
- Di’, Lampini, tu che ti ficchi da per tutto: la hai già
veduta, codesta Roncella?
- No. Tant’è vero che non mi ficco affatto. Non ho avuto ancora
il piacere e l’onore...
E il Lampini, inchinandosi una terza volta, mandò un sorriso
gentile alla Morlacchi.
- Molto giovane? - domandò Filiberto Litti, stirandosi e
guardandosi sottecchi uno dei lunghissimi baffi bianchi, che
parevano finti, appiccicati nella faccia legnosa.
- Ventiquattr’anni, dicono, - rispose Faustino Toronti.
- Fa anche versi? - tornò a domandare il Litti, stirandosi e
guardandosi l’altro baffo, adesso.
- No, per fortuna! - gridò il Jàcono. - Professore, voi ci
volete tutti morti! Un’altra poetessa in Italia? Di’ di’,
Lampini, e il marito?
- Sí, il marito sí, - disse il Lampini. - È venuto la settimana
scorsa in redazione per avere una copia del giornale con
l’articolo di Betti su La casa dei nani.
- E come si chiama?
- Il marito? Non lo so.
- Mi par d'aver inteso Bòggiolo, - disse il Toronti.- O Boggiòlo.
Qualcosa cosí.
- Grassottino, belloccio, - aggiunse il Lampini, - occhiali
d’oro, barbetta bionda, quadra. E deve avere una bellissima
calligrafia. Si vede dai baffi.
I quattro risero. Sorrise anche di là, senza volerlo, la
Morlacchi.
Vennero sul terrazzo, tirando un gran sospiro di soddisfazione,
la marchesa donna Francesca Lampugnani, alta, dall’incesso
maestoso, come se recasse sul seno magnifico un cartellino con
la scritta: Presidentessa del circolo di coltura feminile, e il
suo bel paladino Riccardo Betti, che nello sguardo un po’
languido, nei mezzi sorrisi sotto gli sparsi baffi biondissimi e
nei gesti e nell’abito, come nella prosa de suoi articoli,
affettava la dignità, la misura, la correttezza, le maniere
tutte insomma del... no, du vrai monde.
Tanto il Betti quanto Casimiro Luna erano venuti unicamente per
far piacere a donna Francesca che, in qualità di presidentessa
del Circolo di coltura femminile, proprio non poteva mancare a
quel banchetto. Appartenevano al fior fiore del giornalismo, tra
diplomatico e mondano, genere particolare, e non avrebbero mai
degnato della loro presenza quella riunione di letterati. Il
Betti lo dava a divedere chiaramente; Casimiro Luna, invece, più
gajo, irruppe romorosamente nel terrazzo con Dora Barmis.
Passando per l’andito, aveva dato della gran toppa del Castello
di Costantino e dell’enorme chiave di cartone, esposte lí per
burla, una spiegazione di cui la Barmis, ridendo, si fingeva
scandalizzata, e aveva già chiesto ajuto alla Marchesa, e ora,
in quel suo italiano che voleva a tutti i costi parer francese:
- Ma io vi trovo abominevole, - protestava, - abominevole, Luna!
Che è questo continuo, odioso persifflage?
Lei sola, dei quattro nuovi venuti, s’accostò dopo quello sfogo
alla Morlacchi e la trasse a forza con sé nel gruppo, non
volendo perdere le altre salaci arguzie del "terribile" Luna.
Il Litti, seguitando a stirarsi ora questo ora quel baffo e ora
il collo, come se non riuscisse mai ad assettarsi bene la testa
sul busto, guardava adesso quella gente, ne ascoltava la
chiacchiera volubile, e sentiva a mano a mano infocarsi vieppiù
le grosse orecchie carnose. Pensava che tutti costoro vivevano a
Roma come avrebbero potuto vivere in qualunque altra città
moderna, e che la nuova popolazione di Roma era composta di
gente come quella, fatua e bastarda. Che sapevano di Roma tutti
costoro? Tre o quattro frasucce retoriche. Che visione ne
avevano? Il Corso, il Pincio, i caffè , i salotti dei palazzi o
i saloni dei grandi alberghi, le sale da tè , le redazioni dei
giornali. Erano come le vie nuove, le case nuove, senza storia,
senza carattere; vie e case che avevano allargato la città solo
materialmente, e svisandola. Quando più angusta era la cerchia
delle mura, la grandezza di Roma spaziava e sconfinava nel
mondo; ora, allargata la cerchia, eccola là, la nuova Roma. E
Filiberto Litti si stirava il collo.
Parecchi altri, intanto, erano venuti: marmaglia, che cominciava
a impicciare i camerieri che recavano i serviti alle due o tre
coppie di forestieri che desinavano nella sala vetrata.
Tra questi giovani, più o men chiomati, aspiranti alla gloria,
erano tre fanciulle, evidentemente studentesse di lettere: due
con gli occhiali, patite e taciturne; la terza, invece,
vivacissima, dai capelli rossi, tagliati a tondo maschilmente,
dal visetto vispo, lentigginoso, dagli occhietti grigi, in cui
la malizia pareva vermicasse: rideva, rideva, si buttava via
dalle risa, e promoveva una smorfia tra di sdegno e di pietà in
un uomo grave, anziano, che s’aggirava tra tanta gioventù non
curato. Era Mario Puglia, che in altri tempi aveva cantato con
un certo impeto artificiale e con volgare abbondanza. Ora si
sentiva già entrato nella storia, e non cantava più. Era però
rimasto zazzeruto e con molta forfora sul bavero della vecchia
redengote.
Casimiro Luna, che lo contemplava da un pezzo, accigliato, a un
certo punto sospirò e disse piano:
- Chi sa dov’ha lasciato la chitarra...
- Cariolin Cariolin! - gridarono alcuni in quel momento, facendo
largo a un omettino profumato, elegantissimo, che pareva fatto e
messo in piedi per ischerzo, con una ventina di capelli lunghi,
raffilati sul capo calvo, due violette all’occhiello e la
caramella.
Momo Cariolin, sorridendo e inchinandosi, salutò tutti con ambo
le mani inanellate e corse a baciar la mano a donna Francesca
Lampugnani. Conosceva tutti; non sapeva far altro che strisciar
riverenze, baciare la mano alle signore, dir barzellette in
veneziano; ed entrava da per tutto, in tutti i salotti più in
vista, in tutte le redazioni dei giornali, da per tutto accolto
con festa; non si sapeva perché. Non rappresentava nulla, e
tuttavia riusciva a dare un certo tono alle radunanze, ai
banchetti, ai convegni, forse per quel suo garbo inappuntabile,
complimentoso, per quella sua cert’aria diplomatica.
Vennero con la vecchia poetessa donna Maria Rosa Bornè-Laturzi
il deputato conferenziere Silvestro Carpi e il romanziere
lombardo Carlino Sanna di passaggio per Roma. La Bornè-Laturzi,
come poetessa (diceva Casimiro Luna) era un’ottima madre di
famiglia. Non ammetteva che la poesia, l’arte in genere, dovesse
servire di scusa al mal costume. Per cui non salutò né la Barmis
né la Morlacchi, salutò soltanto la marchesa Lampugnani perché
marchesa e perché presidentessa, Filiberto Litti perché
archeologo, e si lasciò baciare la mano da Cariolin, perché
Cariolin la baciava soltanto alle vere dame.
Si erano formati intanto parecchi gruppi; ma la conversazione
languiva. Ciascuno era geloso di sé, costernato di sé soltanto;
e questa costernazione gli impediva di pensare. Tutti ripetevano
ciò che qualcuno, facendo un grande sforzo, era riuscito a dire
o sul tempo o sul paesaggio. Tito Lampini saltellava da un
crocchio all’altro, per ridire, sorridendo con la mano davanti
la bocca, qualche frasuccia che gli pareva graziosa, raccolta
qua e là, come se fosse venuta a lui lí per lí.
C’erano i malinconici annojati e i romorosi come il Luna. E
quelli invidiavano questi, non perché ne avessero stima ma
perché sapevano che alla fine la sfrontatezza trionfa. Essi li
avrebbero molto volentieri imitati; ma, essendo timidi, e per
non confessare a se stessi la propria timidezza, preferivano
credere che la serietà dei loro intenti li trattenesse dal fare
altrettanto.
Sconcertava tutti un lanternone squallido, biondissimo, con gli
occhiali azzurri a staffa, i capelli lunghi sul lunghissimo
collo. Portava sulla finanziera una mantelletta grigia; piegava
quel collo di cicogna di qua e di là e si scarniva le unghie con
le dita irrequiete. Era evidentemente uno straniero: svedese o
norvegese. Nessuno lo conosceva, nessuno sapeva chi fosse, e
tutti lo guardavano con stupore e ribrezzo.
Vedendosi guardato cosí, forse con l’intenzione di sorridere,
mostrava certi lunghi denti da morto, spaventosi.
Era una vera sconcezza, tra tanta vanità, quella macabra
apparizione. Dove mai era andato a dissotterrarla il Raceni?
La Barmis domandò al Luna che cosa pensasse della Roncella.
- Amica mia, un gran bene! Non ho mai letto un rigo di lei.
- E avete torto, - disse donna Francesca Lampugnani sorridendo.-
V’assicuro, Luna, avete torto.
- Ne... neanch'io veramente, - soggiunse il Litti. - Ma... mi
pare che tutta questa fama impro... improvvisa... Almeno per
quel che n’ho sentito dire...
- Già, - fece il Betti, tirandosi fuori i polsini con una certa
sprezzatura signorile. - Le manca un pochino troppo la forma...
- Ignorantissima! - proruppe Raimondo Jàcono.
- Ecco, - disse allora Casimiro Luna.- Io l’amo forse per
questo.
Carlino Sanna, il romanziere lombardo di passaggio per Roma,
sorrise nella grinta caprigna, lasciandosi cadere dall’occhio il
monocolo; si passò una mano sui capelli grigi crespi e disse
piano:
- Ma offrirle un banchetto, non vi pare un pochino troppo, via?
Come dire che a Milano non l’avrebbero fatto.
- Un banchetto, sí, Dio mio, che male c’è?- domandò donna
Francesca Lampugnani.
- Intanto s’improvvisa una fama! - sbuffò di nuovo il Jàcono.
- Uhhh! - fecero tutti.
E il Jàcono, acceso:
- Ne parleranno tutti i giornali!
- E poi? - fece Dora Barmis, aprendo le braccia e stringendosi
nelle spalle.
La conversazione tutta un tratto s’accese. Si misero tutti a
parlare della Roncella, come se ora soltanto si ricordassero
d’essere convenuti là per lei. Nessuno se ne dichiarava
ammiratore convinto. Qua e là qualcuno le riconosceva qualche
qualità, una tal quale penetrazione strana, per la cura forse
troppo minuziosa, miope anzi, dei particolari, e qualche
atteggiamento nuovo e un certo sapore insolito nelle narrazioni.
Ma pareva a tutti che si fosse fatto troppo rumore intorno alla
Casa dei nani che, sí, forse era un romanzo notevole,
affermazione d’un ingegno non comune senza dubbio; ma non poi
quel capolavoro che s’era voluto proclamare. Strano, a ogni
modo, che avesse potuto scriverlo una giovinetta vissuta finora
quasi fuori d’ogni pratica del mondo, laggiù a Taranto. C’era
fantasia e anche pensiero; poca letteratura, ma vita, vita.
- Ha sposato da poco?
- Da uno o due anni, dicono.
Tutti i discorsi, a un tratto, furono interrotti, perché sul
terrazzo si presentavano il senatore Romualdo Borghi, direttore
della Vita Italiana, già ministro della pubblica istruzione, e
Maurizio Gueli. I due stavano male insieme. Piccolo e tozzo, il
Borghi, coi capelli lunghi e la faccia piatta, cuojacea, da
vecchia serva pettegola; il Gueli, alto, dall’aria ancora
giovanile, non ostanti i capelli bianchi che contrastavano col
bruno caldo del volto maschio, austero.
Il banchetto assumeva ora, con l’intervento del Gueli e del
Borghi, una grande importanza.
Non pochi si maravigliarono che il Maestro fosse venuto ad
attestare di presenza alla Roncella la stima in cui già a
qualcuno aveva dichiarato di tenerla. Si sapeva ch’era molto
affabile e amico dei giovani; ma questo suo intervento al
banchetto pareva troppa degnazione, e molti ne soffrivano per
invidia, prevedendo che la Roncella avrebbe avuto in quel giorno
quasi una consacrazione ufficiale; altri si sentivano più
alleggeriti. Essendo venuto il Gueli, via, potevano venire anche
loro.
Ma come mai il Raceni tardava ancora? Era un’indecenza! Lasciar
tutti cosí ad aspettare; e lí il Gueli e il Borghi smarriti fra
gli altri, senza qualcuno che li accogliesse.
- Eccoli! eccoli! - annunziò accorrendo il Lampini ch’era sceso
giù a vedere. - Vengono! Sono arrivati in vettura! Salgono!
- C'è il Raceni?
- Sí, con la Roncella e il marito. Eccoli!
Tutti si voltarono a guardare con vivissima curiosità verso
l’entrata del terrazzo.
Inizio pagina
Silvia Roncella apparve, pallidissima, a braccio del Raceni, con
la vista intorpidita dall’interna agitazione.
Subito tra i convenuti che si scostavano per farla passare si
propagò un susurrío fitto fitto di commenti: - Quella? -
Piccola! - Veste male... - Begli occhi! - Dio che cappello! -
Poverina, soffre! - Magrolina! - È proprio brutta! - No, perché?
ora che sorride, è graziosa. - Timida timida... - Bellina, eh? -
Pare impossibile! - Vestitela bene, pettinatela bene, e poi
vedrete! - Oh, dire che sia bella, non si potrebbe dire! - È
tanto impacciata, poverina! - Impacciata? Non pare... - Che le
dice il Gueli? - Ma il marito, signori! Guardate, guardate là il
marito! - Dov'è? dov'è? - Là accanto al Gueli, guardatelo,
guardatelo!
Tutti, come se la Roncella fosse improvvisamente scomparsa, non
ebbero più occhi, d’ora in poi, che per quel suo marito in
marsina, lucido, quasi di porcellana smaltata; occhiali d’oro,
barbetta d’oro a ventaglio; un bel pajo di baffi affilati; i
capelli tagliati a spazzola, pari pari.
Attilio Raceni, per levarlo di tra i piedi al Gueli e al Borghi,
lo trasse con sé; poi chiamò la Barmis.
- Ecco, l’affido a voi, Dora. Giustino Boggiòlo, il marito. Dora
Barmis. Io vado di là a vedere che si fa in cucina. Intanto, vi
prego, fate prender posto.
- Lei è cavaliere? - domandò per prima cosa Dora Barmis,
offrendo il braccio a Giustino Boggiòlo.
- Sí, veramente... Giova per l’ufficio, sa?
- Lei è l’uomo più fortunato della terra! - esclamò allora con
impeto la Barmis, stringendogli forte forte il braccio.
Giustino Boggiòlo diventò vermiglio, sorrise:
- Io?
- Lei, lei. La invidio. Vorrei esser uomo ed esser lei.
Sissignore. Per avere in moglie Silvia Roncella. Come dev’essere
buona!
- Sí, tanto, veramente.
- E lei deve farla felice, badi! Obbligo sacrosanto. Guaj a lei
se non la fa felice! Mi guardi negli occhi. Perché è venuto in
frak?
- Mah, credevo...
- Di mezzogiorno, in frak? Non lo faccia mai più!
La riprensione fece restare un po’ male Giustino Boggiòlo. Ma
subito Dora Barmis chiamò Casimiro Luna.
- Vi presento, Luna, il cavalier Giustino Boggiòlo, il marito.
- Ah, benissimo! E si vede! Mi congratulo.
Giustino Boggiòlo si rifece vermiglio.
- Fortunatissimo, grazie! - esclamò. - Desideravo tanto di
conoscerla, signor Luna. Sa perché?
- Qua il braccio! – gl’intimò Dora. - Lei è affidato a me!
- Sissignora, grazie.
E, rivolto al Luna:
Lei scrive nel Corriere, è vero? So che paga bene, il Corriere.
Glielo domando perché Silvia ha avuto richiesto un romanzo.
Sissignore, dal Corriere. Ma forse non accetteremo. Perché
veramente in Italia... - E terminò la frase in una smusata.
Riprese: - In Germania la Grundbau, cinquemila e cinquecento
marchi, sa? per diritto di traduzione della Casa dei nani.
Anticipati, e pagando lei a parte la traduttrice. Non so quanto,
sissignore. Si chiama... aspetti, Sci... Sci... non mi ricordo
bene, ah sí, Schweizer-Sidler. Buona, buona. Traduce bene, mi
dicono. In Italia conviene di più il teatro.
- Ah, non c'è dubbio, - fece il Luna, incastrandosi il monocolo
per goderselo meglio.
Giustino Boggiòlo seguitò:
- Io, prima, letteratura, non ne mangiavo, sa? A poco a poco,
vedendo che qualche affaruccio si poteva fare...
- Sù, sù, a tavola! - lo interruppe a questo punto furiosamente
la Barmis. - Prendono posto! Starete accanto a noi, Luna?
- Ma certo, figuratevi!
- Con permesso, - pregò Giustino Boggiòlo. - C'è là il signor
Lifjeld che traduce in svedese La casa dei nani. Debbo dirgli
una parolina.
E, lasciando il braccio della Barmis, s’accostò a quel
lanternone biondiccio che sconcertava tutti col màcabro aspetto.
- Fate presto! - gli gridò la Barmis.
Silvia Roncella aveva già preso posto tra Maurizio Gueli e il
senatore Romualdo Borghi. Il Raceni che aveva disposto con molto
accorgimento gl’invitati, vedendo Casimiro Luna sedere in un
angolo presso la Barmis, corse ad avvertirlo che il suo posto
non era lí, che diamine! Sù, sù, accanto alla marchesa
Lampugnani.
- No, grazie, Raceni, - gli rispose il Luna. - Mi lasci qua, la
prego: abbiamo con noi il marito!
Come se avesse inteso, Silvia Roncella si volse a cercare con
gli occhi Giustino. Quello sguardo allungato in giro per la
tavola e poi nella sala espresse un penosissimo sforzo,
interrotto a un certo punto dalla vista d’una persona cara, a
cui ella sorrise con dolcezza. Era una vecchia signora, venuta
in carrozza con lei, a cui nessuno badava, smarrita là in un
cantuccio, poiché il Raceni non aveva più pensato di presentarla
almeno ai vicini di tavola, come aveva promesso. La vecchia
signora, che aveva un bellissimo parrucchino biondo sulla fronte
e molta cipria in viso, fece alla Roncella un breve gesto vivace
con la mano, come per dirle: "Sù! sù!"; e la Roncella tornò a
sorriderle mestamente, chinando più volte il capo, appena
appena; poi si voltò verso il Gueli che le rivolgeva la parola.
Giustino Boggiòlo, rientrando con lo svedese nella sala vetrata,
s’accostò al Raceni che aveva preso il posto del Luna accanto
alla Lampugnani e gli disse piano che il Lifjeld, professore di
psicologia all’Università di Upsala, dottissimo, non aveva dove
sedere. Subito il Raceni gli cedette il posto, presentandolo di
qua alla Lampugnani, di là a donna Maria Rosa Bornè-Laturzi.
Erano le conseguenze della perdita della prima lista degli
invitati: la tavola era apparecchiata per trenta e i commensali
erano trentacinque. Basta: egli, il Raceni, si sarebbe
accomodato alla meglio in qualche angolo.
- Senta, - soggiunse pianissimo Giustino Boggiòlo, tirandolo per
la manica e porgendogli di nascosto un pezzettino di carta
arrotolato. - C'è scritto il titolo del dramma di Silvia.
Sarebbe bene che il senatore Borghi, quando farà il brindisi lo
annunziasse, che ne dice? Ci penserà lei.
I camerieri entrarono di corsa, recando il primo servito. S’era
fatto tardi, e il pasto imminente comandò subito a tutti un
silenzio religioso.
Maurizio Gueli lo notò, si volse a guardare le rovine del
Palatino e sorrise. Poi si chinò verso Silvia Roncella e le
disse piano:
- Vedrà che a un certo punto s’affacceranno di là a guardarci,
soddisfatti, gli antichi Romani.
S’affacciarono davvero?
Nessuno dei commensali certo se n’accorse. La realtà di quel
banchetto, con le invidie segrete che aprivano le labbra di
questo e di quello a falsi sorrisi e a complimenti avvelenati;
con le gelosie mal nascoste che tiravano qua e là due a
maldicenze sommesse; con le ambizioni insoddisfatte e le
illusioni e le aspirazioni che non trovavano modo di
manifestarsi teneva schiave tutte quelle anime irrequiete per lo
sforzo che a ciascuna costava la simulazione e la difesa. Come
le lumache le quali, non potendo o non volendo ricacciarsi
dentro il guscio, segregano a riparo la bava e se n'avvolgono e
tra quel vano bollichío iridescente allungano i tentoni oculati,
friggevano quelle anime nelle loro chiacchiere, tra cui la
malizia di tratto in tratto drizzava le corna.
Chi poteva pensare alle rovine del Palatino e immaginarvi
affacciate le anime degli antichi Romani a mirar soddisfatte
quel moderno simposio?
Soltanto Maurizio Gueli, che nelle Favole di Roma aveva
raggruppato e fuso, scoprendo le più riposte e bizzarre
analogie, la vita e le figure più espressive delle tre Rome,
chiamando per esempio Cicerone a difendere davanti al Senato il
prefetto d’una provincia siciliana, prevaricatore, un
gustosissimo prefetto clericale dei giorni nostri.
Davano quelle rovine, davanti alle fatue ambizioni di tutti
quegli effimeri letterati a banchetto, un senso di infinita
tristezza, per la vanità stessa che agguagliava alle fatue
d’oggi le antichissime ambizioni di gloria e d’impero, destinate
com’erano tutte a crollare nel vuoto ove ogni memoria
necessariamente si perde: il vuoto che non consente nessun
fondamento di certezza a nessuna gloria, a nessun impero, a
nessuna ideale costruzione degli uomini, piccola o grande che
sia. Cosí che, alle piccole d’oggi, come potevano essere
costituite da tutti quei banchettanti, veniva quasi un allegro
diritto d’esser tenute in qualche considerazione, per il solo
fatto che erano là per un momento in piedi, e quei banchettanti
potevano godersi il bel sole e la bella vista di quella
giornata, e gustar quei cibi su una tersa tovaglia tutta
luccicante di cristalli e d’argenterie, mentre tutto di là era
rovina e silenzio. E ben dunque potevano con invidia affacciarsi
da quella rovina gli antichi Romani a salutare con lungo
svolazzío di bianche toghe questi banchettanti d’oggi, agli
occhi di Maurizio Gueli.
Chi s'affacciò?
Molti senatori forse per raccomandare a Romualdo Borghi, loro
venerando collega, di non mangiar altro che carne per la salute
delle patrie lettere, lui diabetico. E poi? Poi tutti i poeti e
i prosatori di Roma: i comici e i lirici e gli storici e i
romanzieri. Tutti? Tutti no. Lucrezio no, né Virgilio, né
Tacito. Forse Plauto e Catullo, forse Orazio, e certo uno che
più di tutti accennava di voler parteciparvi, non perché lo
degnasse, ma per riderne, come già aveva fatto d’una cena
famosa, a Cuma.
Ma c’era pure laggiù la campagna lontana che dai vetri della
sala si scorgeva, verde e dorata nel vasto abbagliamento del
sole.
Chi pensava ai fili d'erba che crescevano là, alle foglie che vi
brillavano, agli uccelli per cui cominciava la stagione felice,
alle lucertole acquattate al primo tepore del sole, alle righe
nere delle formiche tra un solco e una breve radura?
Un villano passa e schiaccia con le scarpacce ferrate quei fili
d'erba, schiaccia una moltitudine di quelle formiche.
Fissarne una fra tante e seguirla con gli occhi per un pezzo,
immedesimandosi con essa cosí piccola e incerta tra il va e
vieni delle altre. Fissare tra tanti un filo d'erba, e tremare
con esso a ogni lieve soffio d'aria. Poi alzar gli occhi a
guardare altrove; quindi riabbassarli a ricercar tra tanti quel
filo d'erba, quella formichetta, e non poter più ritrovare né
l’uno né l’altra... Mai più.
Che cos’era?
Un improvviso silenzio nella tavolata. Romualdo Borghi s’era
levato per il brindisi. La Roncella guardava smarritamente il
marito, il quale le faceva cenno d’alzarsi anche lei, subito. Si
alzava, turbata, con gli occhi bassi. Ma che avveniva di là,
nell’angolo ov’era seduto il marito?
Giustino Boggiòlo s’era voluto alzare, come se toccasse anche a
lui il brindisi del Borghi. Ritto in piedi, militarmente. E
invano Dora Barmis da un lato e Casimiro Luna dall’altro lo
tiravano giù per le falde della marsina:
- Giù lei! Giù lei! Stia seduto! Che c’entra lei?
Non ci fu verso di farlo sedere. Venuto in frak di mezzogiorno,
volle riceversi anche lui, come marito, il brindisi del Borghi
alla moglie.
- Gentili signore, signori cari! - aveva cominciato il Borghi
col mento sul petto e gli occhi chiusi. - È una bella e
ricordevole ventura per noi tutti il poter dare su la soglia
d’una nuova vita il benvenuto a questa giovine forte, già
avviata e qua giunta con passo di gloria.
- Benissimo! - esclamarono due o tre.
Giustino Boggiòlo volse gli occhi lustri in giro e notò con
piacere che tre dei giornalisti intervenuti prendevano appunti.
"Passo di gloria" - benissimo. Poi guardò il Raceni per
domandargli se aveva comunicato al Borghi il titolo del dramma
di Silvia scritto in quel cartellino che gli aveva porto prima
di sedere a tavola; ma il Raceni stava attentissimo al brindisi
e non si voltava. Giustino Boggiòlo cominciò a struggersi
dentro.
- Che dirà Roma,- seguitava intanto il Borghi che aveva
sollevato il capo e tentava d’aprire gli occhi, - che dirà Roma,
l’immortale anima di Roma all’anima di questa giovine? Pare, o
signori, che la grandezza di Roma ami piuttosto la severa maestà
della Storia anziché gli estri immaginosi dell’Arte. L’epopea di
Roma, o signori, è nelle prime deche di Livio; negli Annali di
Tacito è la tragedia. (Bene! Bravo! Benissimo!).
Giustino Boggiòlo s’inchinò agli applausi, benché con gli occhi
fissi sempre al Raceni che non si voltava ancora. La Barmis
tornò a tirargli le falde della marsina.
- La parola di Roma è la Storia: e questa voce sopraffà
qualunque voce individuale...
Oh ecco, ecco, il Raceni si voltava, approvando col capo. Subito
Giustino Boggiòlo, con gli occhi che gli schizzavano dalle
orbite per l’intenso sforzo d’attirar l’attenzione di lui, gli
fece un segno. Il Raceni non capiva.
- Ma il Giulio Cesare, o signori? ma il Coriolano? ma l’Antonio
e Cleopatra? I grandi drammi romani dello Shakespeare...
"Quel rotoletto di carta che le ho dato..." dicevano intanto le
dita di Giustino Boggiòlo, aprendosi e chiudendosi con stizzosa
smania, poiché il Raceni non comprendeva ancora e lo guardava
come sbigottito.
Scoppiarono applausi, e Giustino Boggiòlo tornò a inchinarsi
meccanicamente.
- Scusi, è Shakespeare lei?- gli domandò sottovoce Casimiro
Luna.
- Io? Nossignore.
- E dunque segga, segga! - gli disse Dora Barmis. - Chi sa
quanto durerà questo magnifico brindisi!
- ... per tutte le vicende, o signori, d’una evoluzione
infinita! (Bene! Bravo! Benissimo!) Ora il tumulto della nuova
vita vuole una voce nuova, una voce che...
Finalmente! aveva capito il Raceni; si cercava in tasca... Sí,
eccolo là il rotoletto di carta... - Questo?- Sí, sí! -
Ma come più darlo al Borghi ormai? Se n’era dimenticato...
Troppo tardi, adesso. . . Ma via, stésse sicuro il Boggiòlo;
avrebbe pensato lui a comunicare quel titolo ai giornalisti,
dopo il pranzo.
Tutto questo discorso fu tenuto a furia di cenni, da un capo
all’altro della tavola.
Nuovi applausi scoppiarono. Il Borghi si voltava a toccare col
calice il calice della festeggiata: il brindisi era finito, con
gran sollievo di tutti. E i commensali si levarono, anch’essi
coi calici in mano, e s’accostarono in fretta alla Roncella.
- Io tocco con lei; tanto, è lo stesso! - disse Dora a Giustino.
- Sissignora, grazie! - rispose questi, stordito dalla stizza. -
Ma santo Dio, ha guastato tutto!
- Io? - domandò la Barmis.
- No, signora, il Raceni. Gli avevo dato il titolo del coso...
del dramma, e ha visto che ha fatto? se l’è ficcato in tasca e
se l’è dimenticato! Queste cose non si fanno! Il senatore, tanto
buono... Oh, ecco, scusi, signora, mi chiamano di là i
giornalisti... Grazie, Raceni. Il titolo del dramma? Lei è il
signor Mola? Sí, della Capitale, lo so. Grazie, fortunatissimo.
Sono il marito, sissignore: da un anno e mezzo. In quattro atti.
Il titolo? L’isola nuova. Lei è Centanni? Fortunatissimo... Suo
marito, sissignore. L’isola nuova, in quattro atti. Già lo
traducono in francese, sa? Lo traduce il Deriches, sissignore.
Deriches, sissignore, cosí. Lei è Federici? Fortunatissimo...
Suo marito, sissignore: l’ho sposata da un anno e mezzo. L’isola
nuova. Anzi, guardi, se volesse avere la bontà d’aggiungere che
non è propriamente un dramma...
- Boggiòlo! Boggiòlo! - venne a chiamarlo di corsa il Raceni.
- Che cos’è?
- Venga! La sua signora si risente male. Meglio andar via.
- Eh, - fece dolente il Boggiòlo tra i giornalisti, inarcando le
ciglia e aprendo le braccia.
Lasciò intendere cosí di che genere fosse il male della
mogliettina, e accorse.
- Lei è un gran birbante! - gli diceva poco dopo Dora Barmis,
facendogli gli occhiacci e stringendogli le braccia. - Lei si
deve stare quieto, ha capito? quieto. Ora vada! vada! Ma non si
dimentichi di venire da me, presto. Gliela farò io allora la
ramanzina, malacarne!
E lo minacciò con un dito, mentr’egli, inchinandosi e sorridendo
a tutti, vermiglio, confuso, felice, si ritraeva con la moglie e
il Raceni dal terrazzo.
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Giustino
Roncella nato Boggiolo (Suo Marito)
CAPITOLO SECONDO -
SCUOLA DI GRANDEZZA |
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Nella cupa quiete del mattino cinereo quel profondo cortile di
vecchia casa, umido e quasi bujo, pareva sussultasse di tratto in
tratto alla domanda che, con voce cornea e un verso che accorava, vi
lanciava un grosso pappagallo da una finestra a mezzanino.
- Che si fa?
Era il pappagallo della signorina Ely Facelli, di quella vecchina
molto incipriata e col parrucchino biondo che aveva assistito al
banchetto in onore della Roncella. Locataria d’un appartamento di
quella casa, ne aveva ceduto alcune stanze in subaffitto a Giustino
Boggiòlo, per intercessione del Raceni.
Poste lí sul cortile, quelle stanze non erano allegre. E c’era poi
la delizia di questo pappagallo a cui d’ora in ora la signorina Ely,
stropicciandosi le manine fredde e ben curate, veniva a dimostrare
con quella domanda la sua premura quasi materna:
- Che si fa?
Naturalmente la stupidissima bestia ne aveva preso il vezzo, e
quella domanda pareva rivolgesse per suo conto quant’era lunga la
giornata, a tutti gl’inquilini della casa:
- Che si fa?
Da tutti i quattro piani gl’inquilini gli rispondevano, ciascuno a
suo modo, sbuffando, secondo la qualità e il fastidio delle proprie
occupazioni in quel momento:
- Mi lavo!
- Accendo il fuoco!
- Sudo!
- Mi soffio il naso!
E qualcuno, anche peggio: piano, tra sé, non potendo forte, da certi
posti.
Una voce baritonale gli rispondeva sempre a un modo, costantemente,
a tutte le ore del giorno:
- M’annòòòjo!
Era la voce del signor Ippolito Roncella, zio della scrittrice.
Impiegato a riposo, invece di ritirarsi a Taranto sua città natale,
dove, morto il fratello, non avrebbe trovato più nessuno della sua
famiglia, era rimasto a Roma per ajutare (diceva) con la sua
pensione la nipote venuta da circa tre mesi a stabilirsi nella
Capitale col marito. Ma già se n’era pentito, e come!
Non poteva soffrire quel suo nuovo nipote, Giustino Boggiòlo.
- Afa! Afa! - sbuffava, appena qualcuno glielo nominava.
Che è l’afa? Ristagno di luce in basso, che snerva l’elasticità
dell’aria. Quel suo nuovo nipote era come l’afa: s’indugiava a far
luce, la più inutile luce, terra terra; vale a dire a spiegare le
cose più ovvie, più chiare, come se le vedesse lui solo e gli altri,
senza il suo lume, non le potessero vedere.
Soffiava, il signor Ippolito, soffiava piano piano prima, per non
offenderlo; alla fine, non potendone più, sbuffava e sbatteva anche
le mani per restituire l’elasticità all’aria da respirare.
Per fargli dispetto, intanto, invece di starsene nella sua stanza
ch’era forse la migliore dell’appartamentino, se ne stava quasi
tutto il giorno nello studiolo arredato di vecchi mobili, se non
meschini, certo molto comuni; e lí dàgli a fumare, non ostante che
il medico lo avesse ammonito più volte di smettere, se non voleva
incorrere in qualche serio malanno. Ma sapeva che Giustino non
poteva soffrire il fumo. A certi terribili assalti di tosse per
l’intossicamento dei bronchi, strozzato, paonazzo in volto, con gli
occhi schizzanti dalle orbite, tempestava coi pugni, coi piedi, si
convelleva; ma seguitava a fumare perché Giustino non poteva
soffrire il fumo. E fumando, si lisciava con una mano su la spalla
il fiocco d’un berretto da bersagliere che teneva sempre in capo.
Come un poppante la poppa della mamma, cosí egli, fumando in quella
sua grossa pipa di schiuma, aveva bisogno di lisciare qualcosa, e
non volendo la magnifica barba grigia ricciuta, lavata e pettinata
ogni mattina con grandissima cura, si faceva venire su la spalla con
una mossa del collo il fiocco di quel berretto da bersagliere e si
metteva a lisciar quello.
Fumando e lisciando, pensava.
Pensava che sua nipote Silvia l’aveva fin da ragazza, quel viziaccio
di scribacchiare. Quattro, cinque libri aveva stampato, e forse più.
Ma non s’aspettava dovesse arrivargli a Roma letterata già famosa.
Uh, il giorno avanti, le avevano offerto finanche un banchetto
tant’altri pazzi scribacchiatori, come lei. Non era però cattiva, in
fondo, no; anzi non pareva nemmeno che avesse, povera figliuola,
quella specie bacamento cerebrale. Ma c’era il marito, quell’afoso,
insoffribile marito che glielo stuzzicava e fomentava in tutti i
modi. Aveva comperato di seconda mano una macchina da scrivere e
ogni sera dopo cena stava fino a mezzanotte, fino al tocco, fino
alle tre, a sonare su quel pianofortino lí, per ricopiare tutto
quello che la moglie aveva scombiccherato durante giornata: il
materiale, come lo chiamava, da mandare il giorno appresso alle
rassegne, agli editori, ai traduttori, coi quali era in continua
corrispondenza. Ecco là lo scaffale a casellario; e poi registri,
copialettere. Commercio, con tutti i sagramenti. Di che? Di fumo.
Ma pareva si cominciasse davvero a smerciare oh, quel fumo; e dallo
smercio, a cavar qualche profitto.
Segno che il numero dei pazzi al mondo è in continuo aumento.
C’è la vita, piena di infinite assurdità, le quali non han neppur
bisogno di parere verosimili, perché sono vere. Ebbene, nossignori.
Sforzarsi d’inventarne di verosimili, perché pajano vere. Quelle
vere della vita non bastano. Anche verosimili! E un uomo, Signore
Iddio, un uomo che ci faceva sù bottega!
E anche, per giunta, quella signorina Facelli, che ormai alla sua
età, avrebbe dovuto vergognarsi e sentire il dovere d’esser seria!
Bacata anche lei, non del verme solitario della letteratura, ma del
tarlo dell’erudizione e della tignola della storia. Aveva scoperto
questa sciagurata, villeggiando a Catino presso Farfa, una certa
lapide latina nella chiesetta di Sant’Eustachio, e aveva composto
(lei cosí piccolina) una mastodontica opera Dell’ultima dinastia
longobarda e dell’origine del potere temporale dei Papi (con
documenti inediti), nella quale aveva dimostrato, contro il
Gregorovius nientedimeno, che Adelchi non era morto in Calabria, ma
nel catino; cioè lí a Catino, sissignori, presso Farfa; e ora
s’aspettava che il suo caro inquilino Boggiòlo facesse, come aveva
promesso, il miracolo di trovarle un editore e, chi sa, fors’anche
poi un traduttore (tedesco, s’intende) per quella sua mastodontica
opera ancora inedita. Intanto gli stava attorno premurosa a fargli
continue e pressanti esibizioni d’ogni servizio.
Eccola qua.
- S’accomodi, s’accomodi, - brontolò il signor Ippolito senza
scomporsi, udendo dietro l’uscio dello studiolo la vocina dolce
dolce che chiedeva:
- Si può?
Veniva, com’al solito, a dar lezione d’inglese a Giustino, dalle
otto alle nove. Gratis. Perché, come si poteva argomentare dal
parrucchino biondo arricciolato che teneva sulla fronte dentro una
reticella invisibile, era mezzo inglese, inglese per parte di madre,
la signorina Ely Facelli. Rimasta nubile per aver fatto con
l’occhialino analisi troppo sottili in gioventù sul naso un tantino
storto o sulle mani un tantino grosse di questo o di quel
pretendente, pentita troppo tardi di tanta schifiltà, era adesso
tutta miele per gli uomini; ma non pericolosa. Il signor Ippolito
s’ostinava a chiamarla La Longobarda.
- Ben levato, buon giorno, signor Ippolito, - disse entrando con
molti inchini e spremendo dagli occhi e dal bocchino un sorrisetto
di cui avrebbe potuto fare a meno, poiché il signor Ippolito aveva
abbassato subito gli occhi per non vederla, brontolando:
- Bene a lei, signorina. Tengo in capo, al solito, e non mi alzo,
perché già lei qua è come di casa, si sa.- Ma sí, grazie, stia
comodo, per carità! – s’affrettò a dire la signorina Ely,
protendendo le manine piene di giornali. Poi domandò: - E forse
ancora a letto il signor Boggiòlo? Sono venuta di furia perché ho
letto... ah sapesse quante belle cose della festa di jeri in questi
giornali! Riportano il magnifico brindisi del senatore Borghi,
annunziano con tanti augurii il dramma della signora Silvia! Chi sa
quanto dev’esserne contento il signor Giustino!
- Piove, no?
- Come dice?
- Non piove? Mi pareva che piovesse.
La signorina Ely
conosceva il vizio del signor Ippolito di dare quelle brusche
giratine al discorso, quando non gli garbava; pur non di meno,
questa volta, restò un po’ confusetta: raccapezzatasi, rispose
frettolosamente:
- No no; ma sa? starà poco forse. È nuvolo. Tanto bello jeri, e
oggi... Ah jeri, jeri, una giornata che mai più! Una giornata...
Come dice?
- Doni, - muggí il signor Ippolito, - doni, dico, del Padreterno,
signora mia, messo di buon umore dall’allegria degli uomini. Be’,
come vanno, come vanno codeste lezioni d’inglese?
- Ah, benissimo! - esclamò la vecchia signorina. - Dimostra
un’attitudine, il signor Giustino, a imparare le lingue
un’attitudine che mai più! Già il francese, proprio bene; l’inglese
fra quattro o cinque mesi (forse prima) lo parlerà discretamente.
Attaccheremo poi subito col tedesco.
- Anche il tedesco?
- Eh sí, non potrebbe farne a meno. Serve, serve tanto, sa?
- Per i suoi Longobardi?
- Lei scherza sempre coi miei Longobardi, cattivo! - disse la
signorina Ely. - Gli serve per veder chiaro nei contratti che fa,
per sapere a chi affida le traduzioni, e poi per rendersi conto del
movimento letterario; per leggere gli articoli, le critiche dei
giornali.
- E per morire? non gli serve? dica un po’!
- Come sarebbe, per morire?
- Che deve morire, scusi, non ci pensa mai, il signor Giustino?
La signorina Ely parò le manine, inorridita.
- Oh! Che dice mai, signor Ippolito!
- Mah! - esclamò, scrollandosi, il signor Ippolito. - Quando vedo
fare (anche a lei, scusi) certe cose che mi sembra possano esser
fatte soltanto per ischerzo... Sa che cosa è questa?
E con la mano sotto il mento sollevò delicatamente la magnifica
barba.
La signorina Ely guardò con tanto d’occhi.
- Eh, una barba...
- Barba. Appunto. E questa è una manica. Manica di giacca. Stoffa di
lana. Un po’ pelosa. E questo sa cos’è? Un fiocco di berretto da
bersagliere. Ecco. Non so se mi sono spiegato. Cose tutte, cara
signorina, che si possono toccare. Toccare. Ha capito? Aspetti.
Si tirò, con uno strappo netto, un pelo della barba, più per dare
uno sfogo alla stizza che man mano parlando gli cresceva, che per
dare un altro esempio, e mise quel pelo sulla mano della signorina
Ely che guardava imbalordita.
- Prenda. Pelo di barba. Vero. Non so se mi sono spiegato. E guardi
adesso tutta la sua letteratura.
Trasse dalla pipa una grossa boccata di fumo, e la soffiò.
- Non so se mi sono spiegato. Ma ecco qua il signor Giustino, -
s’interruppe improvvisamente, balzando in piedi. - Lo riconosco al
passo!
Difatti il nipote entrava per prendere la lezione d’inglese, prima
di recarsi all’ufficio.
Doveva aver dormito male. Era molto accigliato. Diede due diversi
"Buon giorno" alla signorina Ely e allo zio che si disponeva a
uscire dallo studiolo appestato dal fumo; appena lo vide uscire,
corse a spalancare la finestra, stronfiando.
- Ha veduto i giornali? - gli domandò subito per richiamarlo a una
cosa piacevole, la signorina Ely.
- Sissignora, li ho di là, - rispose, brusco, Giustino. - Li aveva
portati anche lei? Grazie. Eh, devo comperarne ancora tanti!
Bisognerà mandarne via parecchi. Ma ha visto che razza di
pasticcioni codesti signori giornalisti?
- Mi pareva che... - arrischiò la signorina Ely.
- Quando le cose non si sanno, - la interruppe, brusco, Giustino -
non si dicono, o, se si vogliono dire, si domandano prima a chi le
sa, come stanno e come non stanno. Non fossi stato là! Ero là,
pronto a dare tutte le spiegazioni possibili e immaginabili, tutti i
chiarimenti; che c’entrava cavarsi dalla manica certe fandonie? Il
Lifjeld qua... no, dov’è? su la Tribuna, diventato un editore
tedesco. E poi, guardi: Deloche... qua, Deloche invece di Deriches.
Non sanno neanche il francese; e fanno i giornalisti! Deloche... Mi
dispiace perché debbo mandare i giornali anche in Francia; e cosí,
con la correzione a penna, bella figura ci facciamo!
- Come sta, come sta la signora Silvia?- domandò la Facelli, per non
insistere su quel tasto che sonava male.
Sonò peggio quest’altro.
- Mi lasci stare! - sbuffò Giustino, buttando sulla scrivania i
giornali. - Una nottataccia!
- Eh, l’emozione...
- Ma che emozione! Quella, emozione? Perché lei lo sappia, è una
donna, quella, che non la smuove neanche il Padre eterno! Tanta
gente convenuta là per lei, il fior fiore della letteratura e del
giornalismo, il Gueli, il Borghi: crede che le abbia fatto piacere?
Nemmen per sogno. Già, ha visto? ho dovuto trascinarla per forza. E
le giuro su l’anima di mio padre Signorina, che questo banchetto è
venuto da sé, voglio dire in mente al Raceni, a lui soltanto; io non
ci sono entrato per nulla. Mi pare che, dopo tutto, sia riuscito
bene.
- Benissimo, come no? - approvò subito la signorina Ely. - Una festa
che mai più!
- Be’, a sentir lei, - fece Giustino, - dice e sostiene che ha fatto
una pessima figura.
- Chi? - esclamò la signorina Ely battendo le mani. - La signora
Silvia? Ma chi lo dice?
- Chi lo dice? Lo dice lei! Ridendo, lo dice. Perché non gliene
importa nulla, dice. Ora, si deve stare o non si deve stare sulla
breccia? Per prima cosa io voglio saper questo. Perché io faccio, io
faccio; ma se poi lei invece di secondarmi, di ajutarmi, vuol
tirarsi indietro e mettermi come si dice i bastoni tra le ruote...
Insomma, chi scrive? Scrive lei; mica scrivo io! E se la cosa va,
domando e dico perché non dobbiamo fare in modo che vada il meglio
possibile?
- Ma sicuro! - approvò di nuovo, convintissima, la signorina Ely.
Giustino stette un po’ a guardarla; poi le si accostò e le fece,
piano, questa confidenza:
- Avrà ingegno; saprà magari scrivere; ma certe cose, creda pure,
non le capisce. E non parlo d’inesperienza, badi. Due volumi,
buttati via cosí, prima di sposare me, senza contratto. Una cosa
incredibile! Appena posso farò di tutto per riscattarli, quantunque
per i libri ormai illusioni non me ne faccia più. Il romanzo sí, il
romanzo va; ma non siamo in Inghilterra e nemmeno in Francia. Ora ha
fatto il dramma - si è lasciata persuadere. Io non me n’intendo.
L’ha letto il senatore Borghi e dice che... sí, l’esito non si può
prevedere, ma gli piace; è una cosa... non so com’ha detto...
classica, mi pare... sí, e poi un’altra cosa, classica e... non
ricordo più. Ora, se l’imbrocchiamo col teatro, capirà, signora mia,
può essere la nostra fortuna.
- Eh altro! - esclamò la signorina Ely.
- Ma dobbiamo prepararci, - soggiunse con stizza Giustino, giungendo
le mani – C’è aspettativa, curiosità. Ora c’è stato questo
banchetto. Io ho potuto vedere che è piaciuta.
- Moltissimo!
- Guardi, l’ha invitata la marchesa Lampugnani, che ho sentito dire
è tra le prime di Roma; l’ha invitata anche quell’altra, che ha pure
un salotto molto ricercato... come si chiama? la Bornè-Laturzi.
Bisogna andare, non è vero? Mostrarsi. Ci vanno tanti giornalisti.
Sarà utile che lei li veda, parli con loro, si faccia conoscere,
apprezzare. Ebbene, chi sa quanto mi farà penare per persuaderla!
- Forse perché, - arrischiò impacciata la signorina Ely, - forse
perché si trova in quello stato...
- Ma no! - negò subito Giustino. - Ancora per due o tre mesi non
parrà neppure; potrà presentarsi benissimo! Le ho detto che le farò
un abito nuovo. Anzi, ecco, volevo dirle appunto questo, Signorina,
se lei mi sapesse indicare una buona sarta, senza troppe pretese,
perché... aspetti, scusi; e se poi mi volesse accompagnare per la
scelta di quest’abito e... e anche, sí, a persuadere Silvia che,
santo cielo, si lasci guidare e faccia quello che deve. Il dramma
andrà in scena verso i primi di novembre.
- Ah, cosí tardi?
- No, anzi è presto. La buona stagione per i teatri comincia sempre
a novembre. E aspettare non mi dispiace. Il terreno non è ancora
preparato come vorrei. Conosco pochi. Il vero chiodo è Silvia,
Silvia ancora cosí impacciata. Abbiamo ancora davanti a noi parecchi
mesi. Vorrei concertare un programmino. Per me, non ce ne sarebbe
bisogno; ma per Silvia... Mi fa stizza, creda. non che si ribelli ai
consigli; ma non vuole forzarsi per nulla a investirsi della sua
parte, a vincere insomma la propria indole...
- Schiva, già!
- Come dice?
- Indole schiva, dicevo.
- Sí; le mancano le maniere, ecco. Schiva; mi piace questa parola;
bisogna che me la tenga a mente. Sí, schiva. Un po’ di scuola, di
quella che intendo io, le sarebbe più necessaria del pane. Mi sono
accorto, cara signorina, che c’è come una tacita intesa tra tanti
che si riconoscono all’aria: basta che pronunzino un nome, il
nome... aspetti, com’è?... di quel poeta inglese di Piazza di
Spagna, morto giovane...
- Keats! Keats! - gridò la signorina Ely, come toccata nel cuore.
- Chizzi, già... questo! Appena dicono Chizzi, hanno detto tutto:
non c’è più bisogno di niente: si sono capiti. Oppure dicono, non
so, il nome d’un pittore olandese, com’è?
- Van Gogh?
- Questo, già: sono quattro, cinque di questi nomi difficili; li
pronunziano scambiandosi uno sguardo d’intelligenza, e fanno una
figurona! Lei ch’è tanto dotta, signorina, mi dovrebbe far questo
piacere: insegnarli a Silvia.
E come no? Promise, felicissima, la signorina Ely; e aveva la sarta,
intanto, e per l’abito (un bell’abito nero, no? di stoffa lucida)
bisognava farlo in modo...
- naturalmente!
- ...sí, che si possa, insomma...
- Naturalmente!
- ...a mano a mano...
- naturalmente, allargare. Vorrei che si andasse domani insieme a
comperarlo.
Stabilito questo, Giustino trasse dal cassetto della scrivania
alcuni albums e li mostrò, sbuffando.
- Guardi, quattro, oggi!
Un affar serio, quegli albums. Ne piovevano da tutte le parti.
Ammiratrici, ammiratori che, direttamente o per mezzo del Raceni o
anche del senatore Borghi, chiedevano un pensiero o la semplice
apposizione della firma. A dar retta a tutti, Silvia avrebbe perduto
chi sa quanto tempo. È vero che, per ora, faceva poco, in
considerazione dello stato in cui si trovava; ma a qualche lavorino
leggero tuttavia attendeva. La seccatura di quegli albums se l’era
perciò accollata lui: vi scriveva lui i pensieri invece della
moglie. Non se ne sarebbe accorto nessuno, perché sapeva imitare
appuntino la scrittura e la firma di Silvia. I pensieri li traeva
dai libri di lei già stampati; anzi, per non star lí ogni volta a
sfogliare e cercare, se n’era ricopiati una filza in un quadernetto,
e qua e là ne aveva anche inserito qualcuno suo, che poteva passare.
In quelli della moglie s’era arrischiato a far di nascosto qualche
correzioncina ortografica, perché, leggendo nei giornali gli
articoli di scrittori raffinati (come per esempio il Betti, che
aveva trovato tanto da ridire sulla prosa di Silvia) s’era accorto
che costoro scrivevano, chi sa perché, con lettera majuscola certe
parole. Ebbene, anche lui, ogni qualvolta nei pensieri di Silvia ne
trovava qualcuna majuscolabile, là, una bella majuscola! Santo
cielo, se si poteva fare con cosí poca spesa una migliore figura...
Sedettero alla fine, maestra e scolaro, davanti la scrivania.
- Perché faccio tutto questo io? - sospirò Giustino. - Me lo sa dire
lei?
Aprí la grammatica inglese e la porse alla signorina Ely.
- Forma negativa, - cominciò poi a recitare con gli occhi chiusi. -
Present tense: I do not go, io non vado; thou dost not go, tu non
vai; he does not go, egli non va...
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Ma per la scuola di grandezza a cui intendeva assoggettar la
moglie selvatica e riluttante, per quanto timida e docile in
apparenza, Giustino vedeva che quella brava signorina Facelli
non poteva bastare, e che c’era bisogno di ben altra maestra.
Piemontese montanaro testardo, voleva a qualunque costo superar
tutti gli ostacoli di quella via per cui s’era messo a caso e
del tutto impreparato; e arrivare fino a dare alla moglie, se
non proprio la ricchezza, che non gli pareva possibile, almeno
tutti quei maggiori profitti finanziarii che si potevano cavare
speculando sulla fama di lei. Certo, non era una buona partita
da trattare, né facile. Bisognava prenderci un po’ di gusto. E
lui a poco a poco ce l’aveva preso; se nera anzi infervorato
tanto che il cuore, si può dire, non gli batteva più per altro.
Gli premeva il guadagno, ma non per il guadagno, bensí perché
era la prova, lí ballante e sonante, di quel che voleva
dimostrare a quella sua moglie troppo sulle nuvole e inesperta,
cioè che accanto a lei c’era un uomo.
Il ritegno di Silvia lo irritava sopra tutto perché non gli
pareva logico. Se seguitava a scrivere, santo cielo, che
c’entrava poi tutto quel ritegno, quel farsi quasi strappar di
mano ciò che aveva scritto, perché lui glielo facesse fruttare
in fama e denaro?
- Le cose si fanno o non si fanno.
Aveva ancora bisogno anche lui di un po’ di pratica e fors’anche
di qualche consiglio; ragion per cui, quel giorno stesso,
all’uscita dall’Archivio Notarile, decise di recarsi in casa di
Dora Barmis, maestra ben più sapiente della signorina Ely
Facelli.
Appoggiata alla cassapanca della saletta d’ingresso trovò una
stampella, su la stampella un cappello a cencio. La bussola che
metteva nel salotto, chiusa. Soffuso nella penombra il color
verde giallino della carta a scacchi applicata ai vetri.
- Ma no, no, no! v’ho detto no, dunque basta! – s’intese gridare
di dentro, irosamente.
La servetta, venuta ad aprirgli, restò a questo grido un po’
perplessa se entrare in quel momento ad annunziarlo.
- Disturbo? - domandò Giustino, un po’ sbigottito.
La servetta si strinse nelle spalle, poi si fece coraggio,
picchiò sul vetro della bussola, aprí.
- Ah, voi Boggiòlo? Che piacere! Entrate, entrate, - esclamò
Dora Barmis protendendo il capo e sforzandosi di comporre subito
a un’aria sorridente il volto alterato dallo sdegno e dal
dispetto.
Giustino Boggiòlo entrò un po’ titubante, inchinando il capo
anche a Cosimo Zago che, pallidissimo, s’era levato su un piede
e si reggeva penosamente su la spalliera d’una seggiola,
spenzolando l’altra gambina rattratta.
- A rivederla,- disse lo Zago alla Barmis, con voce che voleva
parer calma.
- Addio, - gli rispose subito Dora, sprezzante, senza guardarlo;
e tornò a sorridere a Giustino. - Sedete, sedete, Boggiòlo. Come
siete stato bravo... Ma tardi, eh?
Appena lo Zago, zoppicando malamente, fu uscito, fece un balzo
sulla seggiola, con le braccia levate, sbuffò, poi prese a dire
precipitosamente:
- Non ne potevo più! ah caro amico, non ne potevo più, grazie,
grazie d’esser venuto a liberarmi, non ne potevo più! - E
seguitò, tirando un gran respiro: - Ah, come vi fa pentire la
gente d’avere un po’ di cuore! Ma se un uomo disgraziato viene a
dirvi: "Sono brutto, sono storpio", che gli rispondete voi? "No,
caro, perché? Pensate che la natura v’ha poi compensato con
altri doni". È la verità. Sapeste che bei versi sa fare quel
poverino! Lo dico a tutti; l’ho detto anche a lui; ma cosí, tout
bonnement, come si può dire a un collega. Ora me ne fa pentire.
È inutile, c’est toujours ainsi. Non dovevo dirglielo; sapete
perché? perché sono donna. Non ci penso neppure, tante volte,
che sono donna, ve l’assicuro. Me ne dimentico, me ne dimentico
cosí facilmente! Sapete come me ne ricordo? Vedendo certuni che
mi guardano in un certo modo... Oh Dio! Scoppio a ridere. Ma
già, dico tra me, davvero! sono donna! Che cosa triste... E poi,
ormai vecchia, no? Sù... eh perbacco! fatemi un complimento,
dite che non sono vecchia!
- Non c’è mica bisogno di dirlo, - fece Giustino, arrossendo.
Dora Barmis scoppiò a ridere al suo solito.
- Caro! Caro! Vi vergognate? Ma no, via, non ci pensate!
Prendete il tè? un vermouth? Ecco, fumate.
E gli porse con una mano la scatola delle sigarette, mentre con
l’altra premeva il bottone del campanello elettrico sotto il
palco che reggeva tanti libri e ninnoli e statuette e ritratti,
sospeso là su l’ampio divano ad angolo, ricoperto di stoffe
antiche.
- Grazie, non fumo, - disse Giustino.
Dora posò la scatola delle sigarette sul tavolino basso, a due
piani, che stava davanti al divano. Entrò la servetta.
- Porta il vermouth. A me, il tè. Qua, Nina; preparo io.
Poco dopo, la servetta rientrò con la tejera, col vermouth e le
paste in una coppa argentata. Dora versò il vermouth a Giustino
e gli disse:
- Di ben altro, ora che ci ripenso, dovreste vergognarvi voi,
bel tomo! E questo, badate, ve lo dico ora sul serio.
- Di che? - domandò Giustino, che già aveva capito: tanto vero
che schiuse le labbra sotto i baffi a un sorrisino fatuo.
Dora ripigliò, agitando un dito e con un tono di minaccia e di
severo ammonimento:
- Voi avete dalla natura un sacro deposito, Boggiòlo! (Prendete
questo fondant). Vostra moglie non appartiene solamente a voi. I
vostri diritti, caro, devono essere limitati. Voi magari, se
vostra moglie non ne soffre... Dite un po’, è gelosa di voi,
vostra moglie?
- Ma no. Del resto, non posso dirlo, perché...
- ...non le avete mai fatto il più piccolo torto, non è vero?
Siete dunque davvero un bravo figliuolo. Si vede. Ma troppo
bravo forse, eh? Dite la verità. No, no, voi dovreste
risparmiarla, Boggiòlo. Del resto, gli uomini dànno un brutto
nome alla cosa...
Chiuse il medio e l’anulare d’una mano e mostrò a Giustino
graziosamente le corna. Rise, e aggiunse:
- Pesano sulla testa degli uomini. Una donna di spirito non
dovrebbe curarsene. Le hanno anche le farfalle... E sapete come
si chiamano quelle delle farfalle? Antenne, caro. Si chiamano
antenne. Un uomo può avere, spesso di nascosto, le corna. La
donna porta sempre sperticatissime antenne (di farfalla,
s’intende!). Sù, caro. Sù, gli occhi. Perché non mi guardate? Vi
sembro molto curiosa? Oh, bravo: cosí. Vi dico sul serio. Non si
dev’essere troppo bravo marito, quando si ha una moglie come la
vostra. Conoscete la poetessa Bertolè Viazzi? Non è venuta al
banchetto, perché, povera donna...
- Anche lei? - domandò Giustino, afflitto.
- Eh, ma molto più grave! - esclamò Dora. - Ha un marito
addirittura terribile quella lí!
Giustino si strinse nelle spalle:
- D’altra parte...
- Ma che d’altra parte! - scattò Dora. - Bisogna che il marito
in certi casi abbia considerazione. Pensate: da quattro anni la
Bertolè lavora a un poema. Lo sappiamo tutti. Ebbene, saperla,
povera donna, con una gestazione come quella nella testa, un
poema, vi dico! e poi, nello stesso tempo, vederla deformata nel
ventre da un’altra gestazione, no via! è una soperchieria
crudele! crudele!
- Capisco, - fece Giustino angustiato. - E creda che è seccato
molto anche a me. Ma Silvia durante tutto questo tempo non farà
nulla.
- E sarà un tempo prezioso sprecato!
- Lo dice a me? Sprecato; non solo, ma la famiglia che cresce; e
chi sa poi quante spese... e poi la lontananza, perché il
bambino dovremo mandarlo via, a bàlia, dalla nonna...
- A Taranto?
- No, a Taranto. La mamma di Silvia è morta da tanti anni. Da
mia madre, a Cargiore.
- Cargiore? - domandò Dora, sdrajandosi tutta sul divano. –
Dov’è Cargiore?
- In Piemonte, signora. Oh, un villaggetto sparso, di poche
case, sopra Giaveno.
- Perché voi siete piemontese, già. E come mai avete sposata la
Roncella meridionale?
- Mah! Mi mandarono a Taranto, dopo il concorso...
- Uh, poverino.
- Un anno e mezzo d’esilio, creda!
- Non dovreste rimpiangerlo più...
- Ah, certo! Fortuna per me, che il padre di Silvia, allora mio
capo...
- All’Archivio?
- Capo-archivista, sissignora. Oh, un buon impiego, per questo!
Mi prese subito a benvolere...
- E voi, birbante, gl’innamoraste la figliuola letterata?
- Eh, per forza... - sorrise Giustino.
- Come, per forza?
- Dico per forza, perché, vacci oggi vacci domani: un povero
giovane, là solo... Lei non può capire che cosa sia. Vissuto
sempre con la mamma, abituato alle cure di lei... L’onorevole
Datti, deputato del mio collegio, m’aveva promesso che presto
m’avrebbe fatto chiamare a Roma, all’archivio del Consiglio di
Stato. Ma sí, le promesse dei deputati! E poi, anche se il Datti
avesse mantenuto la promessa, mia madre non avrebbe potuto
raggiungermi a Roma. Dovevo prender moglie.
- Ed ecco, caro Boggiòlo, perché le mogli ingannano i mariti! -
sospirò Dora.
Giustino ne fu stordito.
-
Non capisco...
- Ma sí, caro! Perché gli uomini che ragionano cosí, son proprio
quelli che una donna non vorrebbe avere.
- Silvia, veramente... - si provò a obbiettare Giustino.
- Oh, lo so bene, ne sono convinta, - lo interruppe subito Dora.
- Ma il vostro errore è nel credere che vostra moglie sia una
donna.
- Non è una donna?
- No, caro.
- E che è allora?
- È Silvia Roncella.
- Ma io, sa? non m’innamorai di Silvia perché letterata.
Tutt’altro! Non ci pensavo neppure, allora, alla letteratura.
Sapevo, sí, che Silvia aveva stampato due libri; ma questo anzi
per me... Basta!
- No no, raccontate, raccontate, - lo incitò Dora. - Mi fate
tanto piacere.
- C’è poco da raccontare, - disse Giustino. - Quando andai la
prima volta in casa di lei, m’immaginavo di trovare... non so,
una giovine con la testa accesa. Ma che! Già lei l’ha veduta!
- Ah sí, un amore!
- Il padre, mio suocero, buon’anima...
- Le è morto anche il padre?
- Sissignora, di colpo. Un mese appena dopo il nostro
matrimonio, poverino. Eh, n’era fanatico, lui. Dava a leggere a
tutti gl’impiegati i libri della figlia, e anche i giornali che
ne parlavano. Se ne compiaceva, si sa. Li diede a leggere anche
a me...
- E voi li leggeste, come per dovere d’ufficio?
- Capirà! Silvia però ne soffriva, ne soffriva proprio e non
permetteva mai che se ne parlasse in sua presenza. Quieta
quieta, modesta, attendeva alle cure domestiche; faceva tutto
lei in casa. Quando sposammo, mi fece perfino ridere, dicendomi
che aveva quel vizio di scrivere. Lo chiamava vizio. E volle che
le promettessi di non farci caso. In compenso, non mi sarei mai
accorto né di quando scriveva né di come avrebbe fatto a
scrivere tra le faccende di casa.
- E voi?
- Eh, promisi. Poi però, pochi mesi dopo il matrimonio arrivò
dalla Germania un vaglia di mille marchi per diritto di
traduzione. Non se l’aspettava nemmeno lei. Tutta contenta che
in quei libri fosse riconosciuto un merito, che forse nemmeno
lei stessa supponeva d’avere, aveva ceduto... cosí, senza
pretendere nulla, il diritto di traduzione.
- E allora subito, voi...
- Eh, aprii gli occhi! Venivano altre richieste da rassegne, da
giornali. Silvia mi confessò che nel cassetto aveva tant’altri
manoscritti, l’abbozzo d’un romanzo, La casa dei nani. Gratis?
Come, gratis? Non è lavoro? E il lavoro non deve fruttare? Loro
letterati stessi, per questa parte, non sanno farsi valere. Ci
vuole uno che le sappia queste cose, e ci badi. Io, guardi,
appena capii che c’era da cavarne qualche cosa, cominciai a
prender subito le debite informazioni. Mi misi in corrispondenza
con un mio amico librajo di Torino per avere notizie del
commercio librario; con parecchi redattori di rassegne e
giornali che avevano scritto bene dei libri di Silvia; scrissi,
mi ricordo, anche al Raceni...
- Eh, mi ricordo anch’io. Ci faceste tanto ridere, caro...
- Non avevo ancora la pratica. Studiai la legge della proprietà
letteraria e anche il trattato di Berna sui diritti d’autore.
Contrattavo dapprima cosí a tentoni, si sa... Ma poi, vedendo
che le cose andavano... Silvia si spaventava dei patti che
facevo; nel vederli poi accettati, quando le mostravo il danaro
guadagnato, restava. Eh sfido! Però, sa, posso dire d’averlo
guadagnato io, il danaro, perché lei dai suoi lavori non avrebbe
saputo cavare mai nulla.
- Che uomo prezioso siete voi, Boggiòlo! - disse Dora,
chinandosi a mirarlo da vicino.
- Non dico questo, - fece Giustino, - ma creda che gli affari li
so trattare. Mi ci metto con impegno, ecco. Debbo gratitudine
agli amici, al Raceni, per esempio, ch’è stato buono con mia
moglie fin da principio. E anche a lei...
- Ma no, a me! Che ho fatto io?
- Anche lei cara, anche lei, insieme col Raceni, è stata tanto
buona. E il senatore Borghi, anche. Gli debbo la mia venuta a
Roma. La debbo a lui, mica al Datti. Non ci voleva, giusto in
questo momento, il guajo della gravidanza.
- Vedete? - esclamò Dora. - E la vostra signora, chi sa quanto
soffrirà poi a staccarsi dal bambino! Potete esser certo che vi
nascerà un maschio.
- Perché? Come lo sa?
- Lo so. Voi siete distratto da troppe preoccupazioni e fate le
cose come per dovere. Ora tutto dipende da chi desidera di più,
sul momento: se desidera di più la donna, nasce un maschio; se
desidera di più l’uomo, nasce una femmina.
Giustino sorrise.
- E allora, - disse – speriamo che veramente abbia desiderato di
più lei... Sarebbe meglio un maschio. Dovendo lavorare...
- È molto triste! - sospirò Dora. - Un figliuolo! Dev’essere
terribile sentirsi madre! Io morrei di gioja e di spavento. Dio
Dio Dio, non mi ci fate pensare!
Scattò in piedi. Si recò presso l’uscio della camera accanto e
cercò sotto la portiera la chiavetta della luce elettrica; prima
di girarla si volse e disse con voce cangiata:
- O vogliamo restare cosí? Amo questa pena del giorno che muore.
M’intristisce e m’intenerisce. Divento però anche cattiva, certe
volte, pensando in quest’ombra. Mi nasce una invidia angosciosa
della casa altrui, d’ogni casa che non sia come questa mia...
- Ma è tanto bello qua... - disse Giustino, guardando in giro.
- Voglio dire, cosí sola, - spiegò Dora. - Vi odio tutti, io,
vojaltri uomini. Perché sarebbe tanto più facile a voi uomini
esser buoni, e non siete, e ve ne vantate. Ridete delle vostre
perfidie. E ne ho riso anch’io, tante volte, ascoltandovi. Ma
poi, a ripensarci sola, in quest’ora, che voglia, che voglia m’è
nata... d’uccidere! Sù sù, facciamo luce, sarà meglio!
Era impallidita davvero e aveva negli occhi bistrati come un
velo di lagrime.
- Non dico per voi, badate, - soggiunse, tornando a sedere. - So
che voi siete buono. Volete essere mio amico sincero?
- Felicissimo! – s’affrettò a rispondere Giustino, un po’
commosso.
- Datemi la mano. Proprio sincero? Ne cerco uno da tanto tempo
che mi sia come un fratello.
E stringeva la mano.
- Sissignora...
- Col quale io possa parlare a cuore aperto!
E stringeva vieppiù la mano.
- Sissignora...
- Ah se voi sapeste quanto sia doloroso questo sentirsi sola,
sola nell’anima, intendo: perché il corpo... Oh, non mi guardano
che il corpo, come sono fatta... i fianchi, il seno, la bocca...
Gli occhi però non me li guardano, perché si vergognano... Ed io
voglio essere guardata negli occhi, negli occhi...
E seguitava a stringere la mano.
- Sissignora... - ripeté Giustino, guardandola negli occhi,
smarrito e vermiglio.
- Perché negli occhi ho l’anima, l’anima che cerca un’anima a
cui confidarsi e dire che non è vero che noi non crediamo alla
bontà; che non siamo sincere quando ridiamo di tutto, quando per
parere esperti diventiamo cinici, Boggiòlo! Boggiòlo!
- Che debbo fare? - domandò stordito, smarrito, Giustino, sotto
la morsa di quella mano cosí frale e pur cosí nervosa e forte.
Dora Barmis si buttò via dalle risa.
- Ma no, davvero! - disse allora con forza Giustino per
riprendersi. - Se io posso fare per lei qualche cosa, sono qua,
signora. Vuole un amico? Sono qua. Glielo dico davvero.
- Grazie, grazie, - rispose Dora, tirandosi sù. - Scusatemi, se
ho riso. Vi credo: voi siete troppo... oh Dio... sapete che i
muscoli da cui dipende il riso non obbediscono alla volontà, ma
a certi moti emozionali incoscienti? Io non sono avvezza a una
bontà come la vostra. La vita per me è stata cattiva; e,
trattando con uomini cattivi, anch’io... purtroppo... non vorrei
farvi male! Forse la vostra bontà degenererebbe... No?
Malignerebbero gli altri. Direbbero che ho voluto togliervi a
vostra moglie, cosí, per gusto di far male... E poi sarei capace
di riderne anch’io, sí, capace di tutto... Basta! basta!
parliamo d’altro. Sapete chi m’ha chiesto di vostra moglie? La
marchesa Lampugnani. Voi avete un invito, e ancora non siete
andati.
- Sissignora, domani sera, infallibilmente - disse Giustino. -
Silvia non ha potuto prima. Ero anzi venuto per questo. Ci sarà
lei, domani sera, dalla Marchesa?
- Sí sí, - rispose Dora. - Non mancate! S’interessa tanto di
vostra moglie la Lampugnani, e desidera proprio vederla. Voi le
fate fare una vita troppo ritirata.
- Io? Io no, signora; io anzi vorrei... Ma Silvia è ancora un
po’... non saprei come dire...
- Non me la guastate! Lasciatela com’è , per carità! Non la
forzate!
- No, ecco... per saperci regolare, capirà... Ci va molta gente
dalla Marchesa?
- Oh, i soliti... Forse domani sera ci sarà anche il Gueli
(permettendo la Frezzi, si sa!).
- La Frezzi? E chi è?
- Una donna terribile, caro. Colei che tiene in dominio assoluto
il Gueli.
- Ah, non ha moglie il Gueli?
- Ha la Frezzi. Non vi basta? Dite un po’, ama la musica la
vostra signora?
- Credo, - rispose Giustino, impacciato. Non so bene. Ne ha
sentita poca, là a Taranto. Si fa molta musica in casa della
Marchesa?
- Talvolta, sí. Viene il violoncellista Beggler, il Milani, il
Cordova, il Furlini, quelli del quartetto, sapete?
- Eh già, - sospirò Giustino. - Un po’ di conoscenza è
necessaria di... di questa musica difficile... Wagner...
- No, Wagner, col quartetto! - esclamò Dora. - Ciaikowski,
Dvorak... E poi, si sa, Glazounov, Mahler, Raff. Basta saperli
pronunziare, caro Boggiòlo. Non ve ne date pensiero. Se non
dovessi guastarmi la professione, scriverei un libro, caro mio,
da far epoca. Lo vorrei intitolare il Bazar della Sapienza.
Proponetelo a vostra moglie. Le darei io tutta la materia da
trattarvi. Una filza di questi nomi difficili; poi un po’ di
storia dell’arte, preellenismo, arte micenaica e via dicendo; un
po’ di Nietzsche, un po’ di Bergson, un po’ di Freud; qualche
conferenza; e avvezzarsi a prendere il tè, caro Boggiòlo. Voi
non ne prendete; avete torto. Chi prende il tè per la prima
volta, comincia subito a capire tante cose. Volete provare?
- Ma veramente l’ho preso, qualche volta, - disse Giustino.
- E non avete capito nulla?
- Se devo dire la verità, preferisco il caffè.
- Caro! Non lo dite, però! Il tè, il tè; bisogna avvezzarsi a
prendere il tè. Verrete in frak, domani sera, dalla Marchesa.
Gli uomini, in frak; le donne... no, qualcuna viene anche senza
decolleté.
- Glielo volevo domandare, - disse Giustino. - Perché Silvia...
- Ma sfido! - lo interruppe Dora, ridendo forte. - Senza
decolleté, lei, in quello stato: non c’è bisogno di dirlo.
- E scusi, mi potrebbe suggerire... - cominciò allora a
domandare Giustino.
E fuori una prima domanda, e poi un’altra e un’altra ancora e
tante altre per quella famosa scuola di grandezza a cui voleva
sottoporre la moglie e un po’ anche se stesso.
Dora rispose volentieri e con brio e abbondanza a tutte le
domande; cosicché Giustino, allorché se n’andò, si sentiva
girare la testa come un arcolajo.
Da un pezzo, accostandosi ora a questo ora a quel letterato,
osservava, studiava che cosa ci voleva per far bella figura. Gli
sembrava tutto, però, come campato in aria. L’istabilità della
fama lo angosciava. Era come l’esitar sospeso d’uno di quegli
argentei pennacchioli di cardo che il più lieve soffio porta
via. La moda poteva da un momento all’altro mandare ai sette
cieli il nome di Silvia o buttarlo a terra, disperderlo in un
angolo bujo.
- Ma sí, niente di serio, caro mio, - gli aveva detto Dora. -
Malafede o ignoranza. Non si fa critica; si fa politica
letteraria. E si giuoca come alla Borsa, al rialzo o al ribasso
dei valori. Oggi la Roncella può valere cento, domani zero.
Strada facendo per ritornare a casa, aveva il sospetto che la
Barmis si fosse un po’ burlata di lui. Ma questo tuttavia non
gli impediva d’ammirarne lo spirito. Era stata una lezione, in
fin dei conti. Doveva prenderne, e molte, di quelle lezioni,
anche a costo di soffrire in principio qualche
mortificazioncella.
E come per raccogliere il frutto di quei primi insegnamenti,
rientrò in casa, quella sera, con tre libri nuovi da far leggere
alla moglie:
1) un breve compendio illustrato di storia dell’arte:
2) un libro francese su Nietzsche;
3) un libro italiano su Riccardo Wagner.
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Giustino
Roncella nato Boggiolo (Suo Marito)
CAPITOLO TERZO -
MISTRESS RONCELLA, TWO ACCOUCHEMENTS |
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La
servotta abruzzese, che rideva sempre vedendo quel berretto da
bersagliere in capo al signor Ippolito, entrò nello studiolo ad
annunziare un signore forestiere, che voleva parlare col signor
Giustino.
- All’Archivio! - le gridò il signor Ippolito, come passando agli
atti una "pratica" d’ufficio.
- Se poteva riceverlo la signora, dice.
- Pollo d’India, e non lo sai che la signora è... (e disse con le
mani com’era).
Quindi soggiunse:
- Fallo passare. Parlerà con me.
La servotta uscì, com’era entrata, ridendo. E il signor Ippolito
borbottò tra sé, stropicciandosi le mani:
- Ora l’accomodo io.
Entrò poco dopo nello studiolo un signore biondissimo, dalla faccia
rosea, da bamboccione ingenuo, con certi occhi azzurri, chiari come
di vetro e ridenti.
Il signor Ippolito accennò di levarsi con grandissima cura il
berretto.
- Prego, segga pure. Qua, qua, sulla poltrona. Permette ch’io tenga
in capo? Mi raffredderei.
Prese il biglietto che quel signore tra smarrito e sconcertato gli
porgeva e vi lesse: C. NATHAN CROWELL.
- Inglese?
- No, signor, americano, - rispose il Crowell, quasi incidendo con
la pronunzia le sillabe. - Corrispondente giornale americano The
Nation, New York. Signor Bòggiolo...
- No, Boggiòlo, scusi.
- Ah! Boggiòlo, grazie. Signor Boggiòlo - accordato - intervista -
su – nuova - grande - opera - grande - scrittrice italiana - Silvia
- Roncella.
- Per questa mattina? - domandò il signor Ippolito, parando le mani.
(Ah che vellicazione al ventre gli producevano lo stile telegrafico
e lo stento della pronunzia di quel forestiere!)
Il signor Crowell s’alzò, trasse di tasca un taccuino e mostrò in
una paginetta l’appunto scritto a lapis: Mr Boggiolo, thursday, 27 (morning).
- Benissimo. Non capisco; ma fa lo stesso, - disse il signor
Ippolito. – S’accomodi. Mio nipote, come vede, non c’è.
- Ni-pote?
- Sissignore. Giustino Boggiòlo, mio ni-po-te... Nipote, sa?
sarebbe... nepos, in latino; neveu, in francese. L’inglese non lo
so... Lei capisce l’italiano?
- Sí, poco, - rispose, sempre più smarrito e sconcertato, il signor
Crowell.
- Meno male, - riprese il signor Ippolito. - Ma nipote, intanto,
eh?... Veramente, mio nipote, non lo capisco neanche io. Lasciamo
andare. C’è stato un contrattempo, veda.
Il signor Crowell s’agitò un poco sulla seggiola, come se certe
parole gli facessero proprio male e credesse di non meritarsele.
- Ecco, le spiego, - disse il signor Ippolito, agitandosi un poco
anche lui. - Giustino è andato all’ufficio... uffi-uf-fi-cio,
all’ufficio, sissignore (Archivio Notarile). È andato per domandare
il permesso... - ancora, già! e perderà l’impiego, glielo dico io! -
il permesso d’assentarsi, perché jersera noi abbiamo avuto una bella
consolazione.
A quest’annunzio il signor Crowell rimase dapprima un po’ perplesso,
poi tutt’a un tratto ebbe un prorompimento di vivissima ilarità,
come se finalmente gli si fosse fatta la luce.
- Conciolescione? - ripeté con gli occhi pieni di lagrime. -
Veramente, conciolescione?
Questa volta ci restò brutto il signor Ippolito, invece.
- Ma no, sa! - disse irritato. - Che diavolo ha capito? Abbiamo
ricevuto da Cargiore un telegramma con cui la signora Velia Boggiòlo,
che sarebbe la mamma di Giustino, sissignore, ci annunzia per oggi
la sua venuta; e non c’è mica da stare allegri, perché viene per
assistere Silvia, mia nipote, la quale finalmente... siamo lí lí:
tra pochi giorni, o maschio o femmina. E speriamo tutti che sia
maschio, perché, se nasce femmina e si mette a scrivere anche lei,
Dio ne liberi e scampi, caro signore! Ha capito?
("Scommetto che non ha capito un corno!" borbottò tra sé,
guardandolo.)
Il signor Crowell gli sorrise.
Il signor Ippolito, allora, sorrise anche lui al signor Crowell. E
tutti e due, cosí sorridenti, si guardarono un pezzo. Che bella
cosa, eh? Sicuro... sicuro...
Bisognava riprendere daccapo la conversazione, adesso.
- Mi pare che lei tanto tanto non lo... non lo... mastichi, ecco,
l’italiano, - disse bonariamente il signor Ippolito: - Scusi,
part... par-to-ri-re, almeno...
- Oh, si, partorire, benissimo, - affermò il Crowell.
- Sia lodato Dio! - esclamò il Roncella. - Ora, mia nipote... faccia
conto che ci siamo.
- Grande opera? dramma?
- Nossignore: figliuolo. Figliuolo di carne. Ih, com’è duro lei
d’intendere certe cose! Io che voglio parlare con creanza. Il dramma
è già partorito. Sono cominciate le prove l’altro jeri, a teatro. E
forse, sa? verranno alla luce tutte due insieme, dramma e figliuolo.
Due parti... cioè , parti, sí, plurale di parto... parti nel senso
di... di... partori... là, partorizioni, capisce?
Il signor Crowell diventò molto serio; s’eresse sulla vita;
impallidí; disse:
- Molto interessante.
E, tratto di tasca un altro taccuino, prese frettolosamente
l’appunto: Mrs Roncella two accouchements.
- Ma creda pure, - riprese il signor Ippolito, sollevato e contento,
- che questo è nulla. C’è ben altro! Lei crede che meriti tanta
considerazione mia nipote Silvia? Non dico di no; sarà una grande
scrittrice. Ma c’è qualcuno molto più grande di lei in questa casa,
e che merita d’esser preso in maggiore considerazione dalla stampa
internazionale.
- Veramente? Qua? In questa casa? - domandò, sbarrando gli occhi, il
signor Crowell.
- Sissignore, - rispose il Roncella. - Mica io, sa! Il marito, il
marito di Silvia.
- Mister Bòggiolo?
- Se lei lo vuol chiamare Bòggiolo si serva pure, ma le ho detto che
si chiama Boggiòlo. Incommensurabilmente più grande. Sí. Guardi,
Silvia stessa, mia nipote, riconosce che lei non sarebbe nulla, o
ben poco, senza di lui.
- Molto interessante, - ripeté con la stessa aria di prima il signor
Crowell, ma un po’ più pallido.
- Sissignore. E se lei vuole, potrei parlarle di lui fino a
domattina, - seguitò il signor Ippolito. - E lei mi ringrazierebbe.
- Oh, sí, io molto ringraziare, signore, - disse alzandosi e
inchinandosi più volte il signor Crowell.
- No, dicevo, - riprese il signor Ippolito, - segga, segga, per
carità! Mi ringrazierebbe, dicevo, perché la sua... come la chiama?
intervista, già, già, intervista... la sua intervista riuscirebbe
molto più... più... saporita, diremo, che se riferisse notizie sul
nuovo dramma di Silvia. Già io poco potrei dargliene, perché la
letteratura non è affar mio, e non ho mai letto un rigo, che si dice
un rigo, di mia nipote. Per principio, sa? e un po’ anche per
stabilire un certo equilibrio salutare in famiglia. Ne legge tanti
lui, mio nipote! E li leggesse soltanto... Scusi, è vero che in
America i letterati sono pagati a un tanto a parola?
Il signor Crowell s’affrettò a dir di sí e aggiunse che ogni parola
degli scrittori più famosi soleva esser pagata anche una lira, anche
due e perfino due lire e cinquanta centesimi, in moneta nostrale.
- Gesù! Gesù! - esclamò il signor Ippolito. - Scrivo, per esempio,
ohibò, due lire e cinquanta? E allora, figuriamoci, gli Americani
non scriveranno mai quasi, già, scriveranno sempre quasi quasi, già
già... Ora comprendo perché quel povero figliuolo... Ah dev’essere
uno strazio per lui contare tutte le parole che gli sgorbia la
moglie e pensare quanto guadagnerebbe in America. Per ciò dice
sempre che l’Italia è un paese di straccioni e d’analfabeti... Caro
signore, da noi le parole vanno più a buon mercato; anzi si può dire
che siano l’unica cosa che vada a buon mercato; e per questo ci
sfoghiamo tanto a chiacchierare e si può dire che non facciamo
altro...
Chi sa dove sarebbe arrivato il signor Ippolito quella mattina, se
non fosse sopravvenuto a precipizio Giustino a levargli dalle
grinfie quella vittima innocente.
Giustino non tirava più fiato: acceso in volto e in sudore, volse
un’occhiata feroce allo zio e poi, tartagliando in inglese, si scusò
del ritardo col signor Crowell e lo pregò che fosse contento di
rimandare alla sera l’intervista, perché adesso egli doveva recarsi
alla stazione a prendere la madre, poi al Valle per la prova del
dramma, poi...
- Ma se lo stavo servendo io! - gli disse il signor Ippolito.
- Lei dovrebbe almeno farmi il piacere di non immischiarsi in queste
faccende, non poté tenersi di rispondergli Giustino. - Pare che me
lo faccia apposta, scusi!
Si volse di nuovo all’Americano; lo pregò di attenderlo un istante
perché voleva vedere di là come stésse la moglie; sarebbero poi
andati via insieme.
- Perde l’impiego, perde l’impiego, com’è vero Dio! - ripeté il
signor Ippolito, stropicciandosi di nuovo le mani, contentone,
appena Giustino varcò la soglia.
- Ha perduto la testa - ora perde l’impiego.
Il signor Crowell, per significargli che non capiva proprio nulla,
seguitava a sorridergli simpaticamente.
Non rivedeva la
madre da più di quattro anni, da quando cioè lo avevano sbalestrato
là a Taranto.
Quante cose erano avvenute in quei quattro anni, e come si sentiva
cambiato, ora che l’imminente arrivo della madre lo richiamava alla
vita che aveva vissuto con lei, agli umili e santi affetti
rigorosamente custoditi, ai modesti pensieri, da cui per tante
vicende imprevedute s’era staccato e poi, anche dentro se stesso, a
poco a poco allontanato!
Quella vita quieta e romita, tra le nevi e il verde dei prati sonori
d’acqua, tra i castagni del suo Cargiore lassù vegliato dal
borboglío perenne del Sangone, quegli affetti, quei pensieri avrebbe
riabbracciato tra breve in sua madre, ma con un penoso disagio
interno, con non tranquilla coscienza.
Sposando, aveva nascosto alla madre che Silvia fosse una letterata;
le aveva parlato a lungo, invece, nelle sue lettere, delle qualità
di lei che alla madre sarebbero riuscite più accette; vere,
pertanto; ma appunto per ciò sentiva ora più spinoso il disagio: ché
proprio lui aveva indotto la moglie a trascurare quelle qualità; e
se ora Silvia dal libro spiccava un salto sul palcoscenico, a questo
salto la aveva spinta lui. E se ne sarebbe accorta bene la madre in
quel momento, trovando Silvia derelitta e bisognosa soltanto di cure
materne, lontanissima da ogni pensiero che non si riferisse al suo
stato; e trovando lui invece, là, tra i comici, in mezzo alle brighe
d’una prima rappresentazione.
Non era più un ragazzo, è vero; doveva ormai regolarsi con la
propria testa; e non vedeva nulla di male, del resto, in ciò che
faceva; tuttavia da buon figliuolo com’era sempre stato, obbediente
e sottomesso alla volontà e incline ai desiderii, al modo di pensare
e di sentire della sua buona mamma si turbava al pensiero di non
avere l’approvazione di lei, di far cosa che a lei, anzi, certamente
doveva dispiacere. Tanto più se ne turbava, in quanto prevedeva che
la sua santa vecchierella, venuta per amor suo da cosí lontano a
soffrire con la nuora, non gli avrebbe in alcun modo manifestato la
sua riprovazione, né mosso il minimo rimprovero.
Molta gente attendeva con lui il treno da Torino, già in ritardo.
Per stornarsi da quei pensieri molesti, si sforzava d’attendere alla
grammatica inglese, che portava sempre con sé, per mettere a
profitto ogni ritaglio di tempo; e si mise ad andare sù e giù per la
banchina. A ogni fischio di treno, si voltava o si fermava.
Fu dato finalmente il segnale d’arrivo. I numerosi aspettanti si
affollarono, con gli occhi al convoglio che entrava sbuffante e
strepitoso nella stazione. Si schiusero i primi sportelli; la gente
accorse, cercando da una vettura all’altra.
- Eccola! - disse Giustino, cacciandosi anche lui tra la ressa per
raggiungere una delle ultime vetture di seconda classe, da cui s’era
sporta con aria smarrita la testa d’una vecchina pallida, vestita di
nero.
- Mamma! Mamma!
Questa si volse, alzò una mano e gli sorrise con gli occhi, la cui
vivacità contrastava col pallore del volto già appassito dagli anni.
Nella gioja di rivedere il figliuolo la piccola signora Velia cercò
quasi un rifugio dallo sbalordimento che la aveva oppressa durante
tutto il lunghissimo viaggio. Ma pur rimaneva come intronata;
rispondeva a monosillabi, e guardava, guardava il figliuolo che le
pareva diventato un altro, tra tanta gente e tanta confusione. Anche
il suono della voce, anche lo sguardo, Dio mio!
La stessa impressione aveva Giustino della vista della madre.
Sentivano entrambi che qualcosa tra loro s’era come allentata,
disgiunta. Quell’intimità naturale, che prima impediva loro di
vedersi cosí come si vedevano adesso; non più come un essere solo,
ma due; non già diversi, ma staccati. E non s’era egli difatti
nutrito, lontano da lei - pensava la madre d’una vita che le era
ignota? non aveva egli adesso un’altra donna accanto, ch’ella non
conosceva e che certo doveva essergli cara più di lei?
Tuttavia, quando si vide sola, finalmente, con lui in vettura, e
vide salvi la valigia e il sacchetto che aveva portati con sé, si
sentí sollevata e confortata.
- Tua moglie? - domandò, dando a vedere nel tono della voce e nello
sguardo, che ne aveva una gran soggezione.
- T’aspetta, - le rispose Giustino. - Soffre molto!
- Eh, poverina... - sospirò la signora Velia, socchiudendo gli
occhi. - Ho paura però, che poco io potrò fare... perché forse per
lei... non sarò... non sarò buona, ecco...
- Ma che! - la interruppe Giustino. - Non ti mettere in capo codeste
prevenzioni, mamma! Tu vedrai quanto la stimerai...
- Lo credo, lo so bene, - s’affrettò a dire la signora Velia. -
Dicevo per me...
- Perché ti figuri che una che scrive, - soggiunse Giustino, - debba
essere per forza una smorfiosa? Nient’affatto. Vedrai. Troppo...
troppo modesta, anzi... È la mia disperazione! E poi, sí, in quello
stato... Via, via, mammina, è come te, sai? Senza differenza.
La vecchietta approvò col capo. Le ferirono il cuore quelle parole.
Era la mamma, lei; e un’altra donna, adesso, per il figliuolo era
come lei, senza differenza. Ma approvò, approvò col capo.
- Faccio tutto io! - seguitò Giustino. - Gli affari li tratto io.
Del resto, ohé, a Roma, cara mamma, tutto il doppio, sai? Non te ne
puoi fare neanche un’idea! E se non ci s’ajuta in tutti i modi! Lei
lavora a casa; io faccio fruttare il suo lavoro fuori.
- E... frutta, frutta? - domandò timidamente la madre, cercando di
smorzare l’acume degli occhi.
- Perché ci sono io, che lo faccio fruttare! - rispose Giustino. -
Opera mia, non ti figurare! Sono io... tutta opera mia... Quello che
fa lei sarebbe come niente, perché la cosa... la... la letteratura,
capisci? è una cosa che... puoi farla e puoi anche non farla,
secondo i giorni. Oggi ti viene un’idea; sai scriverla; la scrivi.
Che ti costa? Non ti costa niente! Per se stessa, la letteratura, è
niente; non dà, non darebbe frutto, se non ci fosse chi la fa
fruttare. Io, ecco! E se lei ora è cosí conosciuta in Italia...
- Anche dalle nostre parti, conosciuta? - arrischiò la signora
Velia.
- Ma anche fuori d’Italia! - esclamò Giustino. - Tratto con la
Francia, io! Con la Francia, con la Germania, con la Spagna. Ora
comincio con l’Inghilterra! Vedi? Studio l’inglese. Ma è un affar
serio, l’Inghilterra! Basta; l’anno scorso, sai quanto? Quasi
sessantacinque mila lire, tra originali e traduzioni. Più, con le
traduzioni.
- Oh Dio quanto! - esclamò la signora Velia, ricadendo nella
costernazione.
- E che cosa sono? - sogghignò Giustino. - Mi fai ridere... Sapessi
quanto si guadagna in America, in Inghilterra! Milioni, come niente.
Ma quest’anno, chi sa!
Invece d’attenuare, si sentiva ora spinto a esagerare da
un’irritazione che, di fronte a se stesso, fingeva gli fosse
cagionata dall’angustia mentale della madre, mentre gli era in fondo
cagionata da quel disagio interno, da quel rimorso.
La madre lo guardò e abbassò subito gli occhi.
Ah, com’era tutto preso, infatuato, povero figliuolo, dalle idee
della moglie! Che guadagni sognava! E non le aveva domandato nulla
del loro paese; appena appena a lei della salute e se aveva
viaggiato bene. Sospirò, come tornando di lontano; disse:
- Ti saluta tanto la Graziella, sai?
- Ah, brava! - esclamò Giustino. - Sta bene la Graziella?
- Comincia a essere stolida, come me, - gli rispose la madre. - Ma,
tu sai, è fidata. Anche il Prever ti saluta.
- Sempre matto?
- Sempre, - fece la vecchietta, sorridendo.
- Ti vuole sposare ancora?
La signora Velia agitò una mano, come se cacciasse via una mosca,
sorrise e ripeté:
- Matto... matto... Abbiamo già la neve a Cargiore, sai? La neve su
Roccia Vrè e sul Rubinett!
- Se tutto andrà bene, - disse Giustino, - dopo il parto chi sa che
Silvia non venga sù con te, a Cargiore, per alcuni mesi.
- Sù, con la neve? - domandò, quasi sgomenta, la madre.
- Anzi! - esclamò Giustino. - Le piacerà tanto: non l’ha mai veduta!
Io dovrò muovermi per affari, forse... Speriamo! Riparleremo poi di
questo, a lungo. Tu vedrai come t’accorderai subito con Silvia che,
poverina, è cresciuta senza mamma... Adesso ti presenterò. Ti
lascerò con lei, perché debbo scappar subito a teatro per le prove.
Non s’accorgeva che la madre lo guardava senza capire; come non
s’accorgeva del male che faceva alla moglie parlandole in quei
giorni del dramma, di ritorno da quelle prove, tutto acceso, anzi
col volto qua e là pezzato di rosso, come se gli avessero dato tanti
pizzicotti. Ma non poteva proprio farne a meno.
Era rimasto gabbato nel computo dei giorni: aveva calcolato che per
i primi di ottobre la moglie sarebbe stata libera, e invece...
invece, ecco qua, L’isola nuova andava proprio in iscena mentre
Silvia si trovava ancora in quello stato.
La compagnia Carmi-Revelli, scritturata al teatro Valle giusto per
quel mese, faceva assegnamento sopra tutto su quel lavoro nuovo, che
s’era accaparrato da parecchi mesi. Non era possibile rimandarne la
rappresentazione.
Giustino era in uno stato da far pietà.
Non riusciva a intendere nulla da quelle prove, e veniva ad
annunziarlo alla moglie avvilito e pur come ubriaco.
Quel palcoscenico bujo, intanfato di muffa e di polvere bagnata;
quei macchinisti che martellavano sui telaj inchiodando le scene per
la rappresentazione della sera; tutti i pettegolezzi e le piccinerie
e la svogliatezza e la cascaggine di quei comici sparsi a gruppetti
qua e là, quel suggeritore nella buca col copione davanti, pieno di
tagli e di richiami; il direttore capocomico, sempre arcigno e
sgarbato, seduto presso alla buca; quello che copiava lí su un
tavolinetto le parti; il trovarobe in faccende tra i cassoni, tutto
sudato e sbuffante, gli avevano cagionato un disinganno crudele.
S’era fatto mandare da Taranto parecchie fotografie di marinaj e
popolane di Terra d’Otranto, per i figurini, e anche vesti e scialli
e berretti, per modelli. Perché il dramma si svolgeva in un’isoletta
del Jonio, feracissima, già luogo di pena, abbandonata dopo un
disastro tellurico, che aveva ridotto un mucchio di rovine la
cittaduzza che vi sorgeva. Sgombrata dai pochi superstiti, era
rimasta deserta per anni, destinata probabilmente a scomparire un
giorno dalle acque.
Ora la Roncella aveva immaginato che una prima colonia di marinaj
d’Otranto, rozzi, primitivi, andata di nascosto ad annidarsi tra
quelle rovine, non ostante la terribile minaccia incombente su
l’isola, viva là, fuori d’ogni legge, quasi fuori del tempo. Tra
loro, una sola donna, la Spera, donna da trivio, ma ora lí onorata
come una regina, venerata come una santa, e contesa ferocemente a
colui che l’ha condotta con sé: un tal Currao, divenuto, per ciò
solo, capo della colonia. Ma Currao è anche il più forte e col
dominio di tutti mantiene a sé la donna, la quale in quella vita
nuova, diventata un’altra, ha riacquistato le virtù native,
custodisce per tutti il fuoco, è la dispensiera d’ogni conforto
familiare, e ha dato a Currao un figliuolo ch’egli adora.
Un giorno, però, uno di quei marinaj, il rivale più accanito di
Currao, sorpreso da costui nell’atto di trarre a sé con la violenza
la donna, e sopraffatto, sparisce dall’isola. Si sarà forse buttato
in mare su una tavola; avrà forse raggiunto a nuoto qualche nave che
passava lontana.
Inizio pagina
Di lí a qualche tempo, una nuova colonia sbarca nell’isola,
guidata da quel fuggiasco: altri marinaj che recano però con sé
le loro donne, madri, mogli, figlie e sorelle. Quando gli uomini
della prima colonia s’accorgono di questo, smettono
d’osteggiarne l’approdo sotto il comando di Currao. Questi resta
solo, perde d’un tratto ogni potestà; la Spera ridiventa subito
per tutti quella di prima. Ma ella non tanto se ne duole per sé,
quanto per lui; s’avvede, sente che egli, prima cosí orgoglioso
di lei, ora ne ha onta; ne sopporta in pace il disprezzo. Alla
fine la Spera s’accorge che Currao, per rialzarsi di fronte a se
stesso e agli altri, medita d’abbandonarla. Dileggiandola,
alcuni giovani marinaj, quelli stessi che già spasimarono tanto
per lei invano, vengono a dirle ch’egli non si cura più di farle
la guardia perché s’è messo a farla invece a Mita, figliuola
d’un vecchio marinajo, Padron Dodo, che è come il capo della
nuova colonia. La Spera lo sa; e s’aggrappa ora al figliuolo,
con la speranza di trattenere cosí l’uomo che le sfugge. Ma il
vecchio Padron Dodo, per consentire alle nozze, pretende che
Currao abbia con sé il ragazzo. La Spera prega, scongiura, si
rivolge ad altri perché s’interpongano. Nessuno vuol darle
ascolto. Allora si reca a supplicare il vecchio e la sposa; ma
quegli le dimostra che dev’essere più contenta che il figliuolo
rimanga col padre; l’altra la assicura che il ragazzo sarà da
lei ben trattato. Disperata, la donna, per non abbandonare il
figliuolo e per colpire nel cuore l’uomo che l’abbandona, in un
impeto di rabbia furibonda abbraccia la sua creatura e in quel
terribile abbraccio, ruggendo, la soffoca. Cade un masso, dopo
quel ruggito, e un altro, lugubremente, nel silenzio che segue
al delitto; e altre grida lontane si levano dall’isola. La Spera
abita in cima a un poggio, tra le rovine d’una casa crollata al
tempo del primo disastro. Pare che non sia ben certa se lei
stessa col suo ruggito abbia fatto crollare quei massi, abbia
suscitato quelle grida d’orrore. Ma no, no, è la terra! è la
terra! Balza in piedi; sopravvengono urlanti, scontraffatti dal
terrore, alcuni fuggiaschi, scampati all’estrema rovina. S’è
aperta la terra! È sprofondata la terra! La Spera sente
chiamarsi, sente chiamare il figliuolo dalla voce del marito giù
dalla costa del poggio; accorre, vacillando, con gli altri, si
sporge di lassù a guardare, raccapricciata, e tra clamori che
vengono dabbasso, grida: - Ti s’è aperta sotto i piedi la terra?
T’ha inghiottito a metà? Il figlio? Te l’avevo ucciso io con le
mie mani! Muori dannato!
La Carmi, prima attrice della compagnia, si dichiarava
entusiasta della parte di Spera, e assicurava che ne avrebbe
fatto una "creazione". Ma non sapeva ancora neanche lei una
parola della parte; passava davanti alla buca del suggeritore e
ripeteva meccanicamente, come tutti gli altri, le battute che
quello, vociando e dando le indicazioni secondo le didascalie,
leggeva nel copione. Solo il caratterista Adolfo Grimi
cominciava a dare qualche rilievo, qualche espressione alla
parte del vecchio Padron Dodo e il Revelli a quella di Currao;
ma a Giustino pareva che cosí l’uno che l’altro le caricassero
un po’ troppo; il Grimi baritoneggiava addirittura. In
confidenza e con garbo Giustino glielo aveva fatto notare; ma al
Revelli non s’arrischiava, e si struggeva dentro. Avrebbe voluto
domandare a questo e a quello come avrebbero fatto quel tal
gesto, come avrebbero proferita quella tal frase. Alla terza o
alla quarta prova, il Revelli, piccato dell’entusiasmo ostentato
dalla Carmi, s’era messo a interrompere tutti, di tratto in
tratto, e sgarbatamente; interrompeva tante volte proprio per un
nonnulla, sul più bello, quando a Giustino pareva già che tutto
andasse bene e la scena cominciasse a prender calore, ad
assumere vita da sé, vincendo man mano l’indifferenza degli
attori e costringendoli a colorire la voce e a muovere i primi
gesti. La Grassi, ad esempio, che faceva la parte di Mita per
uno sgarbo del Revelli per poco non s’era messa a piangere.
Perdio! Almeno con le donne avrebbe dovuto essere un po’ più
gentile, colui! Giustino s’era fatto in quattro per consolarla.
Non s’accorgeva che sul palcoscenico parecchi comici e sopra
tutti il Grimi, lo pigliavano in giro. Erano finanche arrivati,
quando il Revelli non c’era, a fargli provare le "battute" più
difficili del dramma.
- Come direbbe lei questo?
E lui, subito! Sapeva, sapeva benissimo che avrebbe detto male;
non prendeva mica sul serio gli applausi e gli urli di
ammirazione di quei burloni scapati; ma almeno avrebbe fatto
intravveder loro l’intenzione della moglie nello scrivere
quelle... come si chiamavano? ah, già, battute... quelle
battute, sicuro.
Cercava in tutti i modi d’infiammarli, d’averli cooperatori
amorosi a quella suprema e decisiva impresa. Gli pareva che
alcuni comici fossero un po’ sgomenti dell’arditezza di certe
scene, della violenza di certe situazioni. Egli stesso, per dire
la verità, non era tranquillo su più d’un punto, e qualche volta
era assalito dallo sgomento anche lui, guardando dal
palcoscenico la sala del teatro, tutte quelle file di poltrone e
di sedie disposte lí, come in attesa, gli ordini dei palchi,
tutte quelle bocche aperte in giro, nell’ombra, minacciose. E
poi le quinte sconnesse, le scene tirate sù a metà, il disordine
del palcoscenico, in quella mezza luce umida e polverosa, i
discorsi alieni dei comici che finivano di provare qualche scena
e non prestavano ascolto ai compagni ch’erano in prova, le
arrabbiature del Revelli, la voce fastidiosa del suggeritore, lo
sconcertavano, gli scompigliavano l’animo, gl’impedivano di
costruirsi l’idea di ciò che sarebbe stato fra poche sere lo
spettacolo.
Laura Carmi veniva a scuoterlo da quei subitanei abbattimenti.
- Boggiòlo, ebbene? Non siamo contenti?
- Signora mia... - sospirava Giustino, aprendo le braccia
respirando con piacere il profumo dell’elegantissima attrice,
dalle forme provocanti, dall’espressione voluttuosa, quantunque
avesse il volto quasi tutto rifatto artificialmente, gli occhi
allungati, le pàlpebre annerite, le labbra invermigliate, e
sotto tanta biuta le s’intravvedessero i guasti dell’età e la
stanchezza.
- Sù, caro! Sarà un successone, vedrete!
- Lei crede?
- Ma senza dubbio! Novità, potenza, poesia: c’è tutto! E non c’è
teatro, - soggiungeva con una smorfia di disgusto. - Né
personaggi, né stile, né azione, qui sentent le "théâtre". Voi
comprendete?
Giustino si riconfortava.
- Senta, signora Carmi: lei dovrebbe farmi un piacere: dovrebbe
farmi sentire il ruggito di Spera all’ultimo atto, quando
soffoca il figlio.
- Ah, impossibile, caro! Quello deve nascere lí per lí. Voi
scherzate? Mi lacererebbe la gola... E poi, se lo sento una
volta, io stessa, anche fatto da me, addio! lo ricopio alla
rappresentazione. Mi verrebbe a freddo. No, no! Deve nascere lí
per lí. Ah, sublime, quell’amplesso. Rabbia d’amore e d’odio
insieme. La Spera, capite? vuole quasi far rientrare in sé, nel
proprio seno, il figliuolo che le vogliono strappare dalle
braccia, e lo strozza! Vedrete! Sentirete!
- Sarà il suo figliuolo? - le domandava, gongolante, Giustino.
- No, strozzo il figlio di Grimi, - gli rispondeva la Carmi. -
Mio figlio, caro Boggiòlo, per vostra norma, non metterà mai
piede su un palcoscenico. Che! Che!
Finita la prova, Giustino Boggiòlo scappava nelle redazioni dei
giornali, a trovare qua il Lampini, Ciceroncino, là il Centanni
o il Federici o il Mola, coi quali aveva stretto amicizia e per
mezzo dei quali aveva già fatto conoscenza con quasi tutti i
giornalisti cosí detti militanti della Capitale.
Anche costoro, è vero, se lo pigliavano a godere, apertamente.
Ma non se n’aveva per male. Mirava alla mèta, lui.
Casimiro Luna aveva saputo che all’Archivio Notarile gli
storpiavano il nome chiamandolo Giustino Roncello. Indegnità!
Volgarità! I cognomi si rispettano, i cognomi non si storpiano!
E aveva aperto tra i colleghi una sottoscrizione a dieci
centesimi per offrire al Boggiòlo cento biglietti da visita
stampati cosí:
|
GIUSTINO RONCELLA
NATO BOGGIÒLO |
Sí, sí, benissimo. Ma lui, intanto, da Casimiro Luna
aveva ottenuto un brillante articolo su tutta quanta l’opera
della moglie, ed era riuscito a far rilevare da tutti i giornali
la "vivissima attesa" del pubblico per il nuovo dramma L’isola
nuova, stuzzicando la curiosità con "interviste" e
"indiscrezioni".
La sera rincasava stanco morto e stralunato.
- La Carmi è grande! - annunziava. - E quella piccola Grassi
nella parte di Mita, un amore! Si sono già affissi per le vie i
primi manifesti a strisce. Stasera comincia la prenotazione dei
posti. È un vero e proprio avvenimento, sai? Dicono che verranno
i maggiori critici teatrali di Milano, di Torino e di Bologna.
La sera della vigilia ritornò a casa com’ebbro addirittura.
Recava tre notizie: due luminose, come il sole; l’altra, nera,
viscida e velenosa come una serpe. Il teatro, tutto venduto; la
prova generale, riuscita a meraviglia; i giornalisti e qualche
letterato che vi avevano assistito, rimasti tutti quanti
sbalorditi, a bocca aperta. Solo il Betti, Riccardo Betti, quel
frigido imbecille tutto leccato, aveva osato dire nientemeno che
L’isola nuova era "La Medea tradotta in tarentino".
- La Medea, capisci? - diceva a Silvia. - La Medea! Che sarà
questa Medea? Dice che è una tragedia d’Euripide. Fammi il
piacere, cara! Domattina, appena arriva la signora Facelli da
Catino, fattela prestare questa benedetta Medea: stùdiale,
stùdiale queste benedette cose greche, mice... non so come le
chiamino... micenàtiche... stùdiale! Vanno tanto oggi! Capisci
che con una frase, buttata cosí, ti possono stroncare? La Medea
tradotta in tarentino... Sono tanti imbecilli che non capiscono
nulla, peggio di me! Li conosco adesso! Oh se li conosco! oh se
li conosco!
La sera della prima rappresentazione, fin dalla piazzetta di
Sant’Eustachio la via del teatro era ingombra, ostruita dalle
vetture, tra le quali la gente si cacciava impaziente e agitata.
Per non stare a far lí la coda, Giustino smontò dalla vettura e
sguisciò tra i legni e la folla.
Su la meschina facciata del teatro le grosse lampade elettriche
vibravano, ronzavano, quasi partecipassero al vivo fermento di
quella serata memorabile.
Ecco Raceni su la soglia.
- Ebbene?
- Mi lasci stare! - sbuffò Giustino, con un gesto disperato. -
Ci siamo! Le doglie. L’ho lasciata con le doglie!
- Santo Dio! Era da aspettarselo... L’emozione...
- Il diavolo! dica il diavolo, mi faccia il piacere! - E
Giustino, rigirando gli occhi come un pazzo, si provò ad
accostarsi al botteghino, innanzi al quale si pigiava la gente
per acquistare i biglietti d’ingresso. Vide, levandosi su la
punta dei piedi, il cartellino affisso su lo sportello del
botteghino: - Tutto esaurito- e n’ebbe un certo rinfranco,
quantunque se l’aspettasse.
Un signore lo urtò, di furia.
- Di niente... Ma, è inutile, sa? Glielo dico io: non c’è più
posti! Torni domani sera. Si replica.
- Venga, venga, Boggiòlo! - lo chiamò il Raceni. - Meglio che si
faccia vedere sul palcoscenico.
- Due... quattro... uno... tre... uno... tre... - gridavano
intanto all’ingresso le maschere in livrea di gran gala,
ritirando i biglietti.
- Ma dove si vuol ficcare tutta questa gente adesso? - domandò
Giustino su le spine. - Quanti biglietti d’ingresso avranno dato
via? Sto in pensiero, creda, sto proprio in pensiero... Ho un
brutto presentimento...
- Ma non dica cosí! - gli diede sulla voce il Raceni.
- Per Silvia, dicevo... - soggiunse Giustino, - per avere io il
dramma... L’ho lasciata, creda, molto, molto male... Speriamo
che tutto vada bene... ma ho paura che... E poi, guardi, tutta
questa gente... dove si ficcherà? Starà scomoda, sarà
impaziente, turbolenta... Ohé, paga, e vorrà godere... Ma poteva
venire la seconda sera, perdio! Si replica... Andiamo,
andiamo...
Tutto il teatro risonava d’un fragorío sommesso di gigantesco
alveare. Come saziare la brama di godimento, la curiosità, i
gusti, l’aspettativa di tutto quel popolo, già per il suo stesso
assembramento sollevato a una vita diversa dalla comune, più
vasta, più calda, più fusa?
Avvertí come uno smarrimento angoscioso, Giustino, guardando
attraverso l’entrata della platea il vaso rigurgitante di
spettatori. Il volto, di solito rubicondo, gli era diventato
paonazzo.
Sul palcoscenico stenebrato appena da alcune lampadine
elettriche accese dietro i fondali, i macchinisti e il trovarobe
davano gli ultimi tocchi. Il direttore di scena, col campanello
in mano, faceva fretta; voleva dar subito il primo segnale agli
attori.
Alcuni di questi erano già pronti; la piccola Grassi parata da
Mita e il Grimi da Padron Dodo, con la barba finta, grigia e
corta, il volto affumicato come un presciutto, orribile a
vedersi cosí da vicino, il berrettone marinaresco ripiegato su
un orecchio, i calzoni rimboccati e i piedi che parevano scalzi
in una maglia color carne, parlavano con Tito Lampini in marsina
e col Centanni e il Mola. Appena videro Giustino e il Raceni,
vennero loro incontro, rumorosamente.
- Eccolo qua! - gridò il Grimi, levando le braccia. - Ebbene,
come va? come va?
- Teatrone! - esclamò il Centanni.
- Contento, eh? - aggiunse il Mola.
- Coraggio! - gli disse la Grassina, stringendogli forte forte
la mano.
Il Lampini gli domandò:
- La sua signora?
- Male... male...- prese a dire Giustino.
Ma il Raceni, sgranando gli occhi, gli fece un rapido cenno col
capo. Giustino comprese, abbassò le pàlpebre e aggiunse:
- Capiranno che... tanto... tanto bene non può stare...
- Ma starà bene! benone starà! benone! fece il Grimi col suo
vocione pastoso, dimenando il capo e sogghignando.
- La signora Carmi? - domandò Giustino. In camerino, - rispose
la Grassi.
Si sentiva attraverso il sipario il rimescolío incessante degli
spettatori in attesa. Mille voci confuse, prossime, lontane,
rombanti, e sbatacchiar d’usci e stridore di chiavi e scalpiccío
di piedi. Il mare nel fondo della scena, il Grimi vestito da
marinajo, diedero a Giustino l’impressione che ci fosse un gran
molo di là con tanti piroscafi in partenza. Gli orecchi presero
d’un tratto a gridargli e una densa oscurità gli occupò il
cervello.
- Vediamo la sala! - gli disse il Raceni, prendendolo sotto il
braccio e tirandolo verso la spia del telone. - Non si lasci
scappare, per carità! - aggiunse poi, piano, - che la signora è
soprapparto.
- Ho capito, ho capito, rispose Giustino, che si sentiva morire
le gambe accostandosi alla ribalta. - Senta, Raceni, lei mi
dovrebbe fare il piacere di correre a casa mia a ogni fin
d’atto.
- Ma s’intende! - lo interruppe il Raceni, - non c’è bisogno che
me lo dica.
- Per Silvia, dicevo... - soggiunse Giustino, - per avere io
notizie... Capirà che a lei non si potrà dir nulla. Ah che
sciagurata combinazione! E meno male che ho avuto la ispirazione
di far venire mia madre! Poi c’è lo zio... E ho sacrificato
anche quella povera signorina Facelli, che aveva tanto desiderio
d’assistere allo spettacolo!
Mise l’occhio alla spia e restò sgomento a mirare prima giù
nelle poltrone, in platea, poi in giro nei palchi e sù al
loggione formicolante di teste. Erano inquieti, impazienti
lassù, vociavano, battevano le mani, pestavano i piedi. Giustino
sobbalzò a una scampanellata furiosa del buttafuori.
- Niente! - gli disse il Raceni, trattenendolo, - è il primo
segnale.
Tutti, tutti i palchi erano straordinariamente affollati e non
un posto vuoto in platea, e che ressa nel breve spazio dei posti
all’in piedi! Giustino si sentí come arso dal soffio infocato
della sala luminosa, dallo spettacolo di tanta moltitudine in
attesa, che lo feriva, lo trafiggeva con gl’innumerevoli occhi.
Tutti, tutti quegli occhi col loro luccichío irrequieto
rendevano terribile e mostruosa la folla compatta. Cercò di
distinguere, di riconoscere qualcuno lí nelle poltrone. Ah ecco
il Luna, che guardava nei palchi e inchinava il capo,
sorridendo... ecco là il Betti, che puntava il binocolo. Chi sa
a quanti e quante volte aveva ripetuto quella sua frase, con
signorile sprezzatura:
- La Medea tradotta in tarentino. - (Imbecille!).
Guardò di nuovo ai palchi e, seguendo le indicazioni del Raceni,
cercò nel primo ordine il Gueli, nel secondo donna Francesca
Lampugnani, la Bornè-Laturzi; ma non riuscí a scorgere né queste
né quello.
Era gonfio d’orgoglio, ora, pensando che già era uno splendido e
magnifico spettacolo per se stesso quel teatro cosí pieno, e che
si doveva a lui: opera sua, frutto del suo costante, indefesso
lavoro, la considerazione di cui godeva la moglie, la fama di
lei.
L’autore, il vero autore di tutto, si sentiva lui.
- Boggiòlo! Boggiòlo!
Si volse: gli stava davanti Dora Barmis, raggiante.
- Che magnificenza! Non ho mai visto un teatro simile! Un mago,
siete un mago, Boggiòlo! Una vera magnificenza, à ne voir que
les dehors. E che miracolo, avete visto? E in teatro Livia
Frezzi! Dicono che sia già terribilmente gelosa di vostra
moglie.
- Di mia moglie? - esclamò Giustino, stordito. - E perché?
Era cosí infatuato in quel momento, che se la Barmis gli avesse
detto che l’amica del Gueli e tutte le donne ch’erano in teatro
deliravano per lui, lo avrebbe compreso e creduto facilmente. Ma
sua moglie... - che centrava sua moglie? Livia Frezzi gelosa di
Silvia? E perché?
- Perché? - soggiunse la Barmis. - Ma chi sa quante donne
saranno tra poco gelose di Silvia Roncella! Che peccato ch’ella
non sia qui! Come sta? come sta?
Giustino non ebbe tempo di risponderle. Squillarono i
campanelli. Dora Barmis gli strinse forte forte la mano e scappò
via. Il Raceni lo trascinò tra le quinte di destra.
Si levò il sipario, e a Giustino Boggiòlo parve che gli
scoperchiassero l’anima e che tutta quella moltitudine d’un
tratto silenziosa s’apparecchiasse al feroce godimento del
supplizio di lui.
Supplizio inaudito, quasi di vivisezione. Con un che di
vergognoso; come se egli fosse tutto una nudità esposta, che da
un momento all’altro, per qualche falsa mossa impreveduta,
potesse apparire atrocemente ridicola e sconcia.
Sapeva a memoria da capo a fondo il dramma, le parti di tutti
gli attori dalla prima all’ultima battuta, e involontariamente
per poco non le ripeteva ad alta voce, mentre quasi in preda a
continue scosse elettriche si voltava a scatti di qua e di là
con gli occhi brillanti spasimosi, i pomelli accesi, straziato
dalla lentezza dei comici, che gli pareva s’indugiassero apposta
su ogni battuta per prolungargli il supplizio, come se anch’essi
ci si divertissero.
Il Raceni, caritatevolmente, a un certo punto tentò di
strapparlo di là, di condurlo nel camerino del Revelli, non
ancora entrato in scena; ma non riuscí a smuoverlo.
Man mano che la rappresentazione procedeva, una violenza strana,
un fascino teneva e legava lí Giustino, sgomento, come al
cospetto d’un fenomeno mostruoso.
Il dramma che sua moglie aveva scritto, ch’egli sapeva a memoria
parola per parola, finora quasi covato da lui - ecco, si
staccava, si staccava da tutti, s’inalzava, s’inalzava come un
pallone di carta ch’egli avesse diligentemente portato lí, in
quella sera di festa, tra la folla, e che avesse a lungo e con
cura trepidante sorretto su le fiamme da lui stesso suscitate
perché si gonfiasse; a cui ora infine egli avesse acceso lo
stoppaccio; si staccava da lui, si liberava palpitante e
luminoso, si inalzava, si inalzava nel cielo, traendosi seco
tutta la sua anima pericolante e quasi tirandogli le viscere, il
cuore, il respiro, nell’attesa angosciosa che da un istante
all’altro un buffo d’aria, una scossa di vento, non lo
abbattesse da un lato, ed esso non s’incendiasse, non fosse
divorato lí nell’alto dallo stesso fuoco ch’egli vi aveva
acceso.
Ma dov’era il clamore della folla per quell’inalzamento?
Ecco: la mostruosità del fenomeno era questo silenzio terribile
in mezzo al quale il dramma s’inalzava. Esso solo, lí, da sé e
per conto suo viveva, sospendendo, anzi assorbendo la vita di
tutti, strappando a lui le parole di bocca, e con le parole il
fiato.
E quella vita là, di cui egli ormai sentiva l’indipendenza
prodigiosa, quella vita che si svolgeva ora calma e possente,
ora rapida e tumultuosa in mezzo a tanto silenzio, gl’incuteva
sgomento e quasi orrore, misti a un dispetto a mano a mano
crescente; come se il dramma, godendo di se stesso, godendo di
vivere in sé e per sé solo, sdegnasse di piacere altrui,
impedisse che gli altri manifestassero il loro compiacimento, si
assumesse insomma una parte troppo preponderante e troppo seria,
trascurando e rimpiccolendo le cure innumerevoli ch’egli se
n’era dato sinora, fino a farle apparire inutili e meschine, e
compromettendo quegli interessi materiali a cui egli doveva
attendere sopra tutto.
Se non scoppiavano applausi... se tutti restavano cosí sino alla
fine, sospesi e intontiti... Ma com’era? che cos’era avvenuto?
Tra poco il primo atto sarebbe terminato... Non un applauso...
non un segno d’approvazione... niente!
Gli pareva d’impazzire... apriva e chiudeva le mani,
affondandosi le unghie nelle palme, e si grattava la fronte
ardente e pur bagnata di sudor freddo. Figgeva gli occhi nel
viso alterato del Raceni tutto intento allo spettacolo, e gli
pareva di leggervi il suo stesso sgomento... no, uno sgomento
nuovo, quasi uno sbalordimento... forse quello stesso che teneva
tutti gli spettatori...
Per un momento temette non fosse una cosa atroce e orribile, non
mai finora perpetrata, quel dramma, e che tra poco, da un
istante all’altro non scoppiasse una feroce insurrezione di
tutti gli spettatori sdegnati, adontati. Ah era veramente una
cosa terribile quel silenzio! Com’era? com’era? si soffriva? si
godeva? Nessuno fiatava... E le grida dei comici sul
palcoscenico, già all’ultima scena, rimbombavano. Ecco, ora
calava la tela...
Parve a Giustino che egli, egli solo, lí dal fondale, con
l’ansia sua, con la sua brama, con tutta l’anima in un tremendo
sforzo supremo strappasse dalla sala, dopo un attimo eterno di
voraginosa aspettazione, gli applausi, i primi applausi, secchi,
stentati, come un crepitío di sterpi, di stoppie bruciate, poi
una vampata, un incendio: applausi pieni, caldi, lunghi, lunghi,
strepitosi, assordanti... - e allora si sentí rilassare tutte le
membra e venir meno, quasi cadendo, affogando in mezzo a quello
scroscio frenetico, che durava, ecco, durava, durava ancora,
incessante, crescente, senza fine.
Il Raceni lo aveva raccolto tra le braccia, sul petto,
singhiozzante e lo sorreggeva, mentre quattro, cinque, sette,
dieci volte gli attori si presenta ano alla ribalta, a
quell’incendio là.
Egli singhiozzava, rideva e singhiozzava e tremava tutto di
gioja. Dalle braccia del Raceni cadde tra quelle della Carmi e
poi del Revelli, e poi del Grimi che gli stampò sulle labbra,
sulla punta del naso e sulla guancia i colori della truccatura
perché in un impeto di commozione egli volle baciarlo a ogni
costo, non ostante che quegli, sapendo il guajo che ne sarebbe
venuto, si schermisse. E col volto cosí impiastricciato, seguitò
a cadere tra le braccia dei giornalisti e di tutti i conoscenti
accorsi sul palcoscenico a congratularsi; non sapeva far altro;
era cosí esausto, spossato, sfinito, che solo in quell’abbandono
trovava sollievo; e ormai s’abbandonava a tutti, quasi
meccanicamente, si sarebbe abbandonato anche tra le braccia dei
pompieri di guardia, dei macchinisti, dei servi di scena, se
finalmente a distoglierlo da quel gesto comico e
compassionevole, a scuoterlo con una forte scrollatina di
braccia non fosse sopravvenuta la Barmis, che lo guidò nel
camerino della Carmi per fargli ripulire la faccia. Il Raceni
era scappato a casa a prendere notizie della moglie.
Nei corridoj, nei palchi era un gridío, un’esagitazione, un
subbuglio. Tutti gli spettatori, per tre quarti d’ora soggiogati
dal fascino possente di quella creazione cosí nuova e
straordinaria, cosí viva da capo a fondo d’una vita che non dava
respiro, rapida, violenta, tutta lampeggiante di guizzi
impreveduti, s’erano come liberati con quell’applauso frenetico,
interminabile, dallo stupore che li aveva oppressi. Era in tutti
adesso una gioja tumultuosa, la certezza assoluta che quella
vita, la quale, nella sua novità d’atteggiamenti e
d’espressioni, si dimostrava d’una saldezza cosí adamantina, non
avrebbe potuto più frangersi per alcun urto di casi, poiché ogni
arbitrio ormai, come nella stessa realtà, sarebbe apparso
necessario, dominato e reso logico dalla fatalità dell’azione.
Consisteva appunto in questo il miracolo d’arte, a cui quella
s’era quasi con sgomento si assisteva. Pareva non ci fosse la
premeditata concezione d’un autore, ma che l’azione nascesse lí
per lí, di minuto in minuto, incerta, imprevedibile, dall’urto
di selvagge passioni, nella libertà d’una vita fuori d’ogni
legge e quasi fuori del tempo, nell’arbitrio assoluto di tante
volontà che si sopraffacevano a vicenda, di tanti esseri
abbandonati a se stessi, che compivano la loro azione nella
piena indipendenza della loro natura, cioè contro ogni fine che
l’autore si fosse proposto.
Molti, tra i più accesi e pur non di meno afflitti dal dubbio
che la loro impressione potesse non collegare col giudizio dei
competenti, cercavano con gli occhi nelle poltrone, nei palchi,
i visi dei critici drammatici dei più diffusi giornali
quotidiani e si facevano indicare quelli venuti da fuori, e
stavano a spiarli a lungo.
Segnatamente su un palco di prima fila si appuntavano gli occhi
di costoro: nel palco di Zeta, terrore di tutti gli attori e
autori che venivano ad affrontare il giudizio del pubblico
romano.
Zeta discuteva animatamente con due altri critici, il Devicis
venuto da Milano, il Còrica venuto da Napoli. Approvava?
Disapprovava? e che cosa? il dramma o l’interpretazione degli
attori? Ecco, entrava nel palco un altro critico. Chi era? Ah,
il Fongia di Torino... Come rideva! E fingeva di piangere e di
abbandonarsi sul petto del Còrica e poi del Devicis. Perché?
Zeta scattava in piedi, con un gesto di fierissimo sdegno, e
gridava qualcosa, per cui gli altri tre prorompevano in una
fragorosa risata. Nel palco accanto, una signora dal volto
bruno, torbido, dagli occhi verdi profondamente cerchiati,
dall’aria cupa, rigidamente altera, si levò e andò a sedere
all’altro angolo del palco, mentre dal fondo un signore dai
capelli grigi... - ah, il Gueli! il Gueli! Maurizio Gueli! -
sporgeva il capo a guardare nel palco dei critici.
- Maestro; perdonate, - gli disse allora Zeta, - e fatemi
perdonare dalla signora. Ma quello è un guajo, Maestro! Quello è
la rovina della povera figliola! Se voi volete bene alla
Roncella...
- Io? Per carità! - fece il Gueli, e si ritrasse col viso
alterato, guardando negli occhi la sua amica.
Questa, con un fremito di riso tagliente sulle labbra nere e
restringendo un po’ le pàlpebre quasi a smorzare il lampo degli
occhi verdi, chinò più volte il capo e disse al giornalista:
- Eh, molto... molto bene...
- Signora, con ragione! - esclamò allora quello. - Genuina
figliuola di Maurizio Gueli, la Roncella! Lo dico, l’ho detto e
lo dirò. Questa è una cosa grande, signora mia! Una cosa grande!
La Roncella è grande! Ma chi la salverà da suo marito?
Livia Frezzi tornò a sorridere come prima e disse:
- Non abbia paura... Non le mancherà l’ajuto... Paterno,
s’intende!
Poco dopo questa conversazione da un palco all’altro, mentre già
si levava il sipario sul secondo atto, Maurizio Gueli e la
Frezzi lasciavano il teatro come due che, non potendo più oltre
frenare in sé l’impeto dell’avversa passione, corressero fuori
per non dare un laido e scandaloso spettacolo di sé. Stavano per
montare in vettura, quando da un’altra vettura arrivata di gran
furia smontò, stravolto, Attilio Raceni.
- Ah, Maestro, che sventura!
- Che cos’è?- domandò con voce che voleva parer calma il Gueli.
- Muore... muore... La Roncella, forse, a quest’ora... l’ho
lasciata che... vengo a prendere il marito...
E senza neanche salutare la signora, il Raceni s’avventò dentro
il teatro.
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Giustino
Roncella nato Boggiolo (Suo Marito)
CAPITOLO QUARTO -
IL PADRONE DELL’ISOLA |
|
I
giornali avevano divulgato la notizia che la Roncella, per miracolo
scampata alla morte proprio nel momento del trionfo del suo dramma,
finalmente in grado di sopportare lo strapazzo d’un lungo viaggio,
partiva quella mattina, ancora convalescente, per andare a
recuperare le forze e la salute in Piemonte, nel paesello nativo del
marito.
Giornalisti e letterati, ammiratori e ammiratrici erano accorsi alla
stazione per vederla, per salutarla, e s’affollavano davanti la
porta della sala d’aspetto, poiché il medico che la assisteva e che
l’avrebbe accompagnata fino a Torino, non permetteva che molti le
facessero ressa attorno.
- Cargiore? Dov’è Cargiore?
- Uhm! Presso Torino, dicono.
- Ci farà freddo!
- Eh, altro... Mah!
Quelli intanto che erano ammessi a stringerle la mano, a
congratularsi, non ostanti le proteste del medico, le preghiere del
marito, non sapevano più staccarsene per dar passo agli altri; e,
seppur si allontanavano un poco dal divano ov’ella stava seduta tra
la suocera e la bàlia, rimanevano nella sala a spiare con occhi
intenti ogni minimo atto, ogni sguardo, ogni sorriso di lei.
Quelli di fuori picchiavano ai vetri, chiamavano, facevano cenni
d’impazienza e d’irritazione; ma nessuno se ne dava per inteso; anzi
qualcuno pareva si compiacesse di mostrarsi sfrontato fino al punto
di guardare con dispettoso sorriso canzonatorio quello spettacolo
d’impazienza e d’irritazione.
L’isola nuova aveva avuto veramente un trionfo. La notizia della
morte dell’autrice, diffusasi in un baleno nel teatro, durante la
prima rappresentazione, alla fine del secondo atto, quando già tutto
il pubblico era preso e affascinato dalla prepotente originalità del
dramma, aveva suscitato una cosí nuova e solenne manifestazione di
lutto e d’entusiasmo insieme, che ancora, dopo circa due mesi, ne
durava un fremito di commozione in tutti coloro che avevano avuto la
ventura di parteciparvi.
La mattina appresso tutti i giornali avevano descritto con colori
cosí straordinarii quella serata memorabile che in tutte le città
d’Italia s’era subito acceso il desiderio più impaziente di vedere
al più presto rappresentato il dramma e d’avere intanto altre
notizie dell’autrice e del suo stato, altre notizie del lavoro.
Bastava guardare Giustino Boggiòlo per farsi un’idea dell’enormità
dell’avvenimento, della febbre di curiosità per tutto divampata. Non
la moglie, ma lui pareva uscito or ora dalle strette della morte.
Strappato, quella sera, dalle braccia dei comici che lo tenevano per
le spalle, per le falde della giacca, a impedire che si presentasse,
o piuttosto, si precipitasse alla ribalta, ad annunziare come un
pazzo al pubblico l’imminente morte della moglie, era stato
trascinato via, a casa, piangente, convulso da Attilio Raceni.
Balzato da una violenta, terribile emozione a un’altra opposta non
meno terribile e violenta, ah Dio che nottata, che nottata aveva
passato, là accanto alla moglie; e poi che giornate! che giornate!
Ora la moglie - bene o male - eccola là, s’era liberata di tutti i
suoi affanni; quel che doveva fare, lo aveva fatto: eccolo là, tra i
veli, quel caro gracile roseo cosino in braccio alla bàlia; e andava
lontano, a riposarsi, a ristorarsi nella pace e nell’ozio. Mentre
lui...
Già prima di tutto, altro che quel cosino là, lui! Un gigante, un
gigante aveva messo sù, lui; un gigante che ora, subito, voleva
darsi a camminare a grandi gambate per tutta Italia, per tutta
Europa e fors’anche poi per le Americhe, a mietere allori, a
insaccar danari; e toccava a lui d’andargli dietro, a lui già
stremato di forze, esausto per il parto gigantesco.
Perché veramente per Giustino Boggiòlo il gigante non era il dramma
composto da sua moglie; il gigante era quel trionfo, di cui lui
solamente si riconosceva autore.
Ma sí! se non ci fosse stato lui, se lui non avesse operato miracoli
in tutti quei mesi di preparazione, ora difatti tanta gente sarebbe
accorsa lí, alla stazione, a ossequiare la moglie, a felicitarla, ad
augurarle il buon viaggio!
- Prego, prego... Mi facciano la grazia, siano buoni... Il medico,
hanno sentito?... E poi, guardino, ci sono tant’altri di là... Sí,
grazie, grazie... Prego, per carità... A turno, a turno, dice il
medico... Grazie, prego, per carità...- si rivolgeva intanto a
questo e a quello, con le mani avanti, cercando di tenerne quanti
più poteva discosti dalla moglie, per regolare anche quel servizio
nel modo più lodevole, cosí che la stampa poi, quella sera stessa,
ne potesse parlare come d’un altro avvenimento. - Grazie, oh prego,
per carità... Oh signora Marchesa, quanta degnazione... Sí, sí,
vada, grazie... Venga, venga avanti, Zago, ecco, le faccio stringere
la mano, e poi via, mi raccomando. Un po’ di largo, prego,
signori... Grazie, grazie... Oh signora Barmis, signora Barmis, mi
dia ajuto, per carità... Guardi, Raceni, se viene il senatore
Borghi... Largo, largo, per favore... Sissignore, parte senz’avere
assistito neanche a una rappresentazione del suo dramma... Come
dice? Ah sí... purtroppo, sí, neanche una volta, neanche alle
prove... Eh, come si fa? deve partire, perché io... Grazie, Centanni!...
Deve partire... Ciao, Mola, ciao! E mi raccomando, sai?... Deve
partire, perché... Come dice? Sissignora, quella è la Carmi, la
prima attrice... La Spera, sissignora! Perché io... mi lasci stare,
ah, mi lasci stare... Non me ne parli! A Napoli, a Bologna, a
Firenze, a Milano, a Torino, a Venezia... non so come spartirmi...
sette, sette compagnie in giro, sissignore...
Cosí, una parola a questo, una a quello, per lasciar tutti contenti;
e occhiatine e sorrisi d’intelligenza ai giornalisti; e tutte quelle
notizie distribuite cosí, quasi per incidenza; e ora questo ora quel
nome pronunziato forte a bella posta, perché i giornalisti ne
prendessero nota.
- Meravigliosa! meravigliosa! - non rifiniva intanto di esclamare la
Barmis tra il crocchio dei comici venuti anch’essi, come tanti
altri, a vedere per la prima volta e a conoscere l’autrice del
dramma.
Quelli, per non parere imbronciati, assentivano col capo. Erano
venuti, sicuri d’una calorosissima accoglienza da parte della
Roncella al cospetto di tutti, d’una accoglienza quale si conveniva,
se non proprio agli artefici primi di tanto trionfo, ai più efficaci
cooperatori di lei, non facilmente surrogabili o superabili, via!
Erano stati accolti invece, come tutti gli altri, e subito allora
s’erano immelensite le arie con cui erano entrati, e raggelati i
modi.
- Sí, ma soffre, - osservava il Grimi, facendo boccacce con gravità
baritonale. - È chiaro che soffre, guardatela! Ve lo dico io che
soffre quella poverina là...
- Tanto di donnetta, che forza! - diceva invece la Carmi,
mordicchiandosi il labbro. - Chi lo direbbe? Me la immaginavo
tutt’altra! Negli occhi, sí... forse negli occhi qualcosa c’è. Certi
lampi, sí... Perché il grande della sua arte, non saprei, è in certi
guizzi improvvisi, in certi bruschi arresti, che vi scuotono e vi
stònano. Noi siamo abituati a un solo tono; a quelli che ci dicono:
la vita è questa; ad altri che ci dicono: la vita è quest’altra. Ora
la Roncella vi dipinge un lato, anch’essa della vita, ma poi tutta
un tratto si volta e vi presenta anche l’altro lato, subito. Ecco,
questo mi pare!
E la Carmi volse gli occhi in giro come a raccogliere gli applausi,
o almeno i segni del consenso di chi stava a sentirla, e vendicarsi
cosí, cioè con vera superiorità, della freddezza e della
ingratitudine della Roncella. Non raccolse neanche il consenso del
suo crocchio, perché tanto la Barmis quanto i suoi compagni di
palcoscenico s’accorsero bene ch’essa più che per loro aveva parlato
per essere intesa dagli altri, e sopra tutto dalla Roncella.
Due soli, rincantucciati in un angolo, la vecchia signorina Ely
Facelli e Cosimo Zago appoggiato alla stampella, approvarono col
capo, e Laura Carmi li guatò con sdegno, come se essi con la loro
approvazione la avessero insultata.
A un tratto, un vivo movimento di curiosità si propagò nella sala e
molti, levandosi il cappello, inchinandosi, s’affrettarono a trarsi
da canto per lasciare passare uno, cui evidentemente l’insospettata
presenza di tanta gente cagionava, più che fastidio e imbarazzo, un
vero e profondo turbamento, quasi ira, stizza e vergogna insieme; un
turbamento che saltava agli occhi di tutti e che non poteva affatto
spiegarsi col solo sdegno ben noto in quell’uomo di darsi in pascolo
alla gente.Altro doveva esserci sotto; e altro c’era. Lo diceva piano, in un
orecchio del Raceni, Dora Barmis, con gioja feroce:
- Teme che i giornalisti questa sera, nel resoconto, facciano il suo
nome! E sicuro che lo faranno! sfido io, se lo faranno! in prima!
capolista! Chi sa, caro mio, dove avrà detto alla Frezzi che sarebbe
andato; e invece, eccolo qua; è venuto qua... E questa sera Livia
Frezzi leggerà i giornali; leggerà in prima il nome di lui, e
figuratevi che scenata gli farà! Gelosa pazza, ve l’ho già detto!
gelosa pazza; ma - siamo giusti - con ragione, mi sembra... Per me,
via, non c’è più dubbio!
- Ma statevi zitta! - le diede su la voce il Raceni. - Che dite! Se
le può esser padre!
- Bambino! - esclamò allora la Barmis con un sorriso di
commiserazione.
Non poté aggiunger altro, perché, imminente ormai la partenza, la
Roncella tra Maurizio Gueli e il senatore Romualdo Borghi, col
marito davanti, battistrada, si disponeva a uscire dalla sala per
prendere posto sul treno.
Tutti si scoprirono il capo; si levò qua e là qualche grido
d’evviva, a cui rispose tutta un tratto un lungo scroscio di
applausi, e Giustino Boggiòlo, già preparato, in attesa, guardando
di qua e di là, sorridente, raggiante, con gli occhi lustri e i
pomelli accesi, s’inchinò a ringraziare più volte, invece della
moglie.
Nella sala, dietro la porta vetrata, rimase sola a singhiozzare
dentro il moccichino profumato la signorina Ely Facelli, dimenticata
e inconsolabile. Guardando cauto, obliquo, lo zoppetto Cosimo Zago
balzò con la stampella a quel posto del divano ove poc’anzi stava
seduta la Roncella, ghermí una piccola piuma che s’era staccata dai
boa di lei e se la cacciò in tasca appena in tempo da non essere
scoperto dal romanziere napoletano Raimondo Jàcono, il quale
riattraversava sbuffante la sala per andar via, stomacato.
- Ohé, tu? che fai? Mi sembri un cane sperduto, caro mio... Senti,
senti che grida? Gli osanna! È la santa del giorno! Buffoni, peggio
di quel suo marito! Sù, sù, coraggio, figlio mio! È la cosa più
facile del mondo, non t’avvilire. Quella ha preso Medea e l’ha
rifatta stracciona di Taranto; tu piglia Ulisse e rifallo gondoliere
veneziano. Un trionfo! Te l’assicuro io! E vedrai che quella mo’ si
fa ricca, oh! Seicento, settecento mila lire, come niente! Balla,
comare, che fortuna suona!
Ritornando a casa in vettura con la signorina Facelli (la poverina
non sapeva staccarsi i fazzoletto dagli occhi, ma ormai non tanto
più per il cordoglio della partenza di Silvia, quanto per non
scoprire i guasti che le lagrime avevano cagionato, lunghi e
profondi, alla sua chimica), Giustino Boggiòlo scoteva le spalle,
arricciava il naso, friggeva, pareva che ce l’avesse proprio con
lei. Ma no, povera signorina Ely, no; lei non c’entrava per nulla.
Tre minuti prima della partenza del treno, s’era attaccato a
Giustino un nuovo fastidio; ne aveva pochi! quasi un pezzo di carta,
uno straccio, un vilucchio, che s’attacchi al piede d’un corridore
tutto compreso della gara in una pista assiepata di popolo. Il
senatore Borghi, parlando con Silvia affacciata al finestrino della
vettura, le aveva chiesto nientemeno il copione de L’isola nuova per
pubblicarlo nella sua rassegna. Per fortuna aveva fatto in tempo a
intromettersi, a dimostrargli che non era possibile: già tre
editori, tra i primi, gli avevano fatto ricchissime profferte e
ancora egli li teneva a bada tutti e tre, temendo che la diffusione
del libro potesse scemare la curiosità del pubblico in tutte quelle
città che aspettavano con febbrile impazienza la rappresentazione
del dramma. Ebbene, il Borghi allora, in cambio, s’era fatto
promettere da Silvia una novella - lunghetta, lunghetta - per la
Vita Italiana.
- Ma a quali patti, scusi? - cominciò a dire Giustino, come se
avesse accanto nella vettura il senatore direttore e già ministro, e
non quella sconsolata signorina Ely. - A quali patti? Bisogna
vedere; bisogna intenderci, ora... Non sono più i tempi della Casa
dei nani, caro signor senatore! Gratitudine, va bene! Ma la
gratitudine, prima di tutto, non bisogna sfruttarla, ecco! Come
dice?
Approvò, approvò più volte col capo, dentro il moccichino, la
signorina Ely; ma per Giustino fu come se avesse invece
disapprovato. Difatti incalzò:
- Sicuro! Perché al mio paese, chi sfrutta la gratitudine non solo
perde ogni merito del beneficio, ma si regola... no, che dico?
peggio! si regola peggio di chi nega con crudeltà un ajuto che
potrebbe prestare. Questo me lo conservo, guardi! proprio per il
primo album che mi manderà lui, il signor senatore. Ah, signorina
mia, - seguitò. - Cento teste dovrei avere, cento, e sarebbero
poche! Se penso a tutto quello che devo fare, mi prende la
vertigine! Ora vado all’ufficio e domando sei mesi d’aspettativa.
Non posso farne a meno. E se non me l’accordano? Mi dica lei... Se
non me l’accordano? Sarà un affar serio; mi vedrò costretto a...
a... Come dice?
Nulla. Oh santo Dio, perché insistere cosí, se proprio non fiatava
la signorina Ely! Alzò un dito per far segno di no, che non aveva
parlato. E allora Giustino:
- Ma veda, per forza... Vedrà che per forza mi costringeranno a dare
un calcio all’ufficio! E poi cominceranno a dire, uh, ne sono
sicuro!, cominceranno a dire che vivo alle spalle di mia moglie. Io,
già! alle spalle di mia moglie! Come se mia moglie senza di me...
roba da ridere, via! Già si vede: eccola là: dove se n’è andata? In
villeggiatura. E chi resta qua, a lavorare, a far la guerra? Guerra,
sa? guerra davvero, guerra... Si entra ora in campo! Sette eserciti
e cento città! Se ci resisto... Andate a pensare all’ufficio! Se
domani lo perdo, per chi lo perdo? Io perdo per lei... Bah, non ci
pensiamo più!
Aveva tante cose per il capo, che più di qualche minuto di sfogo non
poteva concedere al dispiacere anche grave che qualcuna gli
cagionava. Tuttavia non poté fare a meno di ripensare, prima
d’arrivare a casa, a quella tal richiesta a tradimento del senatore
Borghi.
Gli aveva fatto troppa stizza, ecco; anche perché, se mai, gli
pareva che non alla moglie, ma a lui avrebbe dovuto rivolgersi il
signor senatore.
Ma, poi, Cristo santo! un po’ di discrezione! Quella poverina
partiva per rimettersi in salute, per riposarsi. Se a qualche cosa
poi, là a Cargiore, le fosse venuto voglia di pensare, ma avrebbe
pensato a un nuovo dramma, perbacco! non a cosettine che portan via
tanto tempo, e non fruttano nulla.
Un po’ di discrezione, Cristo santo!
Appena arrivato a casa - paf! un altro inciampo, un altro
grattacapo, un’altra ragione di stizza.
Ma questa, assai più grave!
Trovò nello studiolo un giovinotto lungo lungo, smilzo smilzo, con
una selva di capelli riccioluti indiavolati, pizzo ad uncino, baffi
all’erta, un vecchio fazzoletto verde di seta al collo, che forse
nascondeva la mancanza della camicia, un farsettino nero inverdito,
le cui maniche, sdrucite ai gomiti, gli lasciavano scoperti i polsi
ossuti e pelosi e gli facevano apparire sperticate le braccia e le
mani.
Lo trovò come padrone del campo, in mezzo a una mostra di
venticinque pastelli disposti giro giro per la stanza, sulle
seggiole, sulle poltrone, sulla scrivania, da per tutto: venticinque
pastelli tratti dalle scene culminanti de L’isola nuova.
- E scusi... e scusi... e scusi... - si mise a dire Giustino
Boggiòlo, entrando, stordito e sperduto, tra tutto quell’apparato. -
Chi è lei, scusi?
- Io? - disse il giovinotto, sorridendo con aria di trionfo. - Chi
sono io? Nino Pirino. Sono Nino Pirino, pittorino tarentino, dunque
compatriottino di Silvia Roncella. Lei è il marito, è vero? Piacere!
Ecco, io ho fatto questa roba qua, e sono venuto a mostrarla a
Silvia Roncella, mia celebre compatriota.
- E dov’è? - fece Giustino.
Il giovinotto lo guardò, stordito.
- Dov’è? chi? come?
- Ma se è partita, caro signore! Se è partita poco fa!
- Partita? La Roncella?
- Ma se lo sa tutta Roma, perbacco! C’era tutta Roma alla stazione,
e lei non lo sa! Ho tanto poco tempo da perdere, io, scusi... Ma
già... aspetti un momento... Scusi, queste sono scene de L’isola
nuova, se non sbaglio?
- Sissignore.
- E che è, roba di tutti L’isola nuova, scusi? Lei prende cosí le
scene e... e se le appropria... Come? con qual diritto?
- Io? che dice? ma no! - fece il giovinotto. - Io sono un artista!
Io ho veduto e...
- Ma nossignore! - esclamò con forza Giustino. - Che ha veduto? Lei
non ha veduto niente. Lei ha veduto L’isola nuova.. .
- Sissignore.
- E questa è l’isola abbandonata, è vero?
- Sissignore.
- E dove l’ha mai veduta lei? esiste forse nella carta geografica,
quest’isola? Lei non ha potuto vederla!
Il giovinotto credeva propriamente che il caso fosse da ridere; e in
verità a ridere aveva disposto lo spirito. Cosí investito contro
ogni sua aspettazione, ora si sentiva rassegare il riso sulle
labbra. Più che mai stordito, disse:
- Eh, con gli occhi no. Con gli occhi no, di certo! non l’ho veduta.
Ma l’ho immaginata, ecco!
- Lei? Ma nossignore! - incalzò Giustino. - Mia moglie! soltanto mia
moglie. L’ha immaginata soltanto mia moglie, non lei! E se mia
moglie non l’avesse immaginata, lei non avrebbe dipinto lí un bel
corno, glielo dico io! La proprietà...
A questo punto Nino Pirino non riuscí a tenere più in freno la
risata che gli gorgogliava dentro da un pezzo.
- La proprietà? ah sí? quale? quella dell’isola? Oh bella! oh bella!
oh bella! Vuol essere lei soltanto il proprietario dell’isola? il
proprietario d’un’isola che non esiste?
Giustino Boggiòlo, sentendo ridere cosí, s’intorbidò tutto dall’ira
e gridò, fremente:
- Ah, non esiste? Lo dice lei che non esiste! Esiste, esiste,
esiste, caro signore! E glielo farò vedere io, se esiste!
- L’isola?
- La proprietà! Il mio diritto di proprietà letteraria! Il mio
diritto, il mio diritto esiste! e lei vedrà se saprò farlo
rispettare e valere! Ci sono qua io, per questo! Tutti ormai sono
avvezzi a violarlo, questo diritto, che pure emana da una legge
dello Stato, perdio, sacrosanta! Ma ripeto che ci sono qua io, ora;
e glielo farò vedere!
- Va bene... ma guardi... sissignore... si calmi, guardi... - gli
diceva intanto il giovinotto, angustiato di vederlo in quelle furie.
- Guardi, io... io non ho voluto usurpare nessun diritto, nessuna
proprietà... Se lei s’arrabbia cosí, guardi, io sono pronto a
lasciarle qua tutti i miei pastelli; e me ne vado. Glieli regalo e
me ne vado. Mi sono inteso di fare un piacere, di fare onore alla
mia illustre compaesana... Sí, volevo anche pregarla di... di...
ajutarmi col prestigio del suo nome, perché credo, via, di meritarmi
qualche ajuto... Sono belli, sa? Li degni almeno d’uno sguardo,
questi miei pastellini... Non c’è male, creda! Glieli regalo, e me
ne vado.
Giustino Boggiòlo si trovò d’un tratto tutto disarmato e restò
brutto di fronte alla generosità di quel ricchissimo straccione.
- No, nient’affatto... grazie... scusi... dicevo, discutevo per
il... la... il... diritto, la proprietà, ecco. Creda che è un affar
serio... come se non esistesse... Una pirateria continua nel campo
letterario... Mi sono riscaldato, perché, veda... in questo momento,
mi... mi riscaldo facilmente: sono stanco, stanco da morirne; e non
c’è peggio della stanchezza! Ma io devo guardarmi davanti e dietro,
caro signore; devo difendere i miei interessi, lei lo capisce bene.
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- Ma certo! ma naturalmente! - esclamò Nino Pirino, rifiatando.
- Però, senta... Non s’arrabbi di nuovo, per carità! Crede che
io non possa fare un quadro, poniamo, sui Promessi sposi? Ecco:
poniamo, leggo i Promessi sposi; ho l’impressione d’una scena;
non posso dipingerla?
Giustino Boggiòlo si concentrò con grande sforzo; rimase un po’
a stirarsi con due dita la moschetta della barba a ventaglio:
- Eh, - poi disse. - Veramente non saprei... Forse, trattandosi
dell’opera d’un autore morto, già caduta da un pezzo in pubblico
dominio... Non so. Bisogna che studii la questione. Qui il suo
caso, a ogni modo, è diverso. Guardi! Sta di fatto che se un
musicista domani mi chiede di musicare L’isola nuova - (glielo
dico perché sono già in trattative con due compositori, tra i
primi) - anche facendosene cavare il libretto da altri, deve
pagare a me quel che io pretendo, e non poco, sa? Ora, se non
sbaglio, il suo caso è lo stesso: lei per la pittura, quello per
la musica.
- Veramente... già... - cominciò a dire Nino Pirino, uncinandosi
vieppiù il pizzo; ma poi, d’un balzo, ricredendosi. - Ma no!
sbaglia, sa! Veda... il caso è un altro! Il musicista paga
perché, per il melodramma, prende le parole; ma se non prende
più le parole, se riesprime solo musicalmente in una sinfonia, o
che so io, le impressioni, i sentimenti suscitati in lui dal
dramma della sua signora, non paga più, sa? ne può stare sicuro;
non paga più nulla!
Giustino Boggiòlo parò le mani come ad arrestare subito un
pericolo o una minaccia.
- Parlo accademicamente, - s’affrettò allora a soggiungere il
giovinotto. - Io le ho già detto perché sono venuto, e, ripeto,
sono pronto a lasciarle qua i miei pastelli e ad andarmene.
Un’idea balenò in quel momento a Giustino. Il dramma prima o
poi, doveva andare a stampa. Farne un’edizione ricchissima,
illustrata, con la riproduzione a colori di quei venticinque
pastelli là... Ecco, il libro cosí non sarebbe andato per le
mani di tutti; cosí egli avrebbe anche impedito lo sfruttamento
dell’opera della moglie da parte di quel pittore; e avrebbe
anche prestato a questo l’ajuto richiesto, morale e materiale,
perché avrebbe imposto all’editore un adeguato compenso per quei
pastelli là.
Nino Pirino si dichiarò entusiasta dell’idea e per poco non
baciò le mani al suo benefattore, il quale intanto aveva avuto
un altro lampo e gli faceva cenno d’aspettare che la luce gli si
facesse intera.
- Ecco. Una prefazione del Gueli, al volume... Cosí, tutti i
maligni che vanno gracchiando che al Gueli il dramma non è
piaciuto... Egli è venuto questa mattina a ossequiare la mia
signora alla stazione, sa? Ma possono ancora dire (li conosco
bene, io) che è stato per mera cortesia. Se il Gueli fa la
prefazione... Benissimo, sí sí, benissimo. Ci andrò oggi stesso,
subito com’esco dall’ufficio. Ma vede quant’altri pensieri,
quant’altro da fare mi dà lei adesso? E ho i minuti contati!
Debbo partire stasera per Bologna. Basta, basta... Vedrò di
pensare a tutto. Lei mi lasci qua i pastelli. Le prometto che
appena passo da Milano... Dica, il suo indirizzo?
Nino Pirino si strinse i gomiti alla vita e domandò, tirando sù
il busto, impacciato:
- Ecco... quando... quando passerà, lei, da Milano?
- Non so, - disse il Boggiòlo. - Fra due, tre mesi al massimo...
- E allora, - sorrise Pirino, - è inutile, sa! Di qui a tre
mesi, ne avrò cangiati otto per lo meno, di indirizzi. Nino
Pirino, ferma in posta: ecco, mi scriva cosí.
Quando, sul tardi, Giustino Boggiòlo rientrò in casa (aveva
appena il tempo di fare in fretta in furia le valige) era cosí
stanco, in tale vana fissità di stordimento, che, appena entrato
nella cupa ombra dello studiolo, trovandosi, senza saper come né
perché, tra le braccia d’una donna, sul seno d’una donna che lo
sorreggeva in piedi e gli carezzava la guancia pian pianino con
una tepida profumata mano e gli diceva con dolce voce materna:
"Poverino... poverino... ma si sa!... ma cosí voi vi
distruggerete, caro!... oh poverino... poverino...",
abbandonato, senza volontà, rinunziando affatto a indovinare
come mai Dora Barmis fosse là, nella sua casa, al bujo, e
potesse sapere ch’egli per tutte le fatiche sostenute, per i
dispiaceri incontrati e la stanchezza enorme aveva quello
strapotente bisogno di conforto e di riposo, la lasciava fare e
si lasciava carezzare e lisciare e coccolare come un bambino
malato.
Forse era entrato nello studiolo vagellando e lamentandosi.
Non ne poteva più, davvero! All’ufficio il capo lo aveva accolto
a modo d’un cane, e gli aveva giurato che la domanda di sei mesi
d’aspettativa non si sarebbe chiamato più il commendator
Riccardo Ricoglia se non gliela faceva respingere, respingere,
respingere. In casa del Gueli, poi... Oh Dio, che cos’era
accaduto in casa del Gueli? Non sapeva raccapezzarsi più...
Aveva sognato? Ma come? Non era andato il Gueli quella mattina
alla stazione? Doveva essersi impazzito. O impazzito lui, o il
Gueli. Ma forse, ecco, in mezzo a tutto quel tramenío
vertiginoso, qualche cosa doveva essere accaduta, a cui non
aveva fatto caso, e per cui ora non poteva capire più nulla;
neanche perché la Barmis fosse là... Forse era giusto, era
naturale che fosse là... e quel conforto pietoso era anche
opportuno, sí, e meritato... ma ora... ma ora basta, ecco.
E fece per staccarsi. Dora gli trattenne con la mano il capo sul
seno:
- No, perché? Aspettate...
- Devo... le... le valige... - balbettò Giustino.
- Ma no! che dite! - gli diede su la voce Dora. - Volete partire
in questo stato? No, caro! no, caro! Qua, qua... Voi non potete,
caro, non potete! E io ve l’impedirò.
Giustino resisté alla pressione della mano parendogli ormai
troppo quel conforto e un poco strano, benché sapesse che la
Barmis spesso non si ricordava più, proprio, d’essere donna.
- Ma... ma come?... - seguitò a balbettare, - senza... senza
lume qui? Che ha fatto la serva della signorina Ely.
- Il lume? Non l’ho voluto io, - disse Dora. – L’avevano
portato. Qua, qua, sedete con me, qua. Si sta bene al bujo...
qua ...
- E le valige? Chi me le fa? - domandò Giustino pietosamente.
- Volete partire per forza?
- Signora mia...
- E se io ve l’impedissi?
Giustino, nel bujo, si sentí stringere con violenza un braccio.
Più che mai sbalordito, sgomento, tremante, ripeté:
- Signora mia...
- Ma stupido! - scattò allora quella con un fremito di riso
convulso, afferrandolo per l’altro braccio e scotendolo. -
Stupido! stupido! Che fate? Non vedete? È stupido... sí, stupido
che voi partiate cosi... Dove sono le valige? Saranno nella
vostra camera. Dov’è la vostra camera? Sù, andiamo, v’ajuterò
io!
E Giustino si sentí trascinare, strappare. Reluttò, perduto,
balbettando:
- Ma... ma se... se non ci portano un lume...
Una stridula risata squarciò a questo punto il bujo e parve
facesse traballare tutta la casa silenziosa.
Giustino era ormai avvezzo a quei sùbiti prorompimenti d’ilarità
folle nella Barmis. Trattando con lei era sempre tra perplessità
angosciose, non riuscendo mai a sapere come dovesse interpretare
certi atti, certi sguardi, certi sorrisi, certe parole di lei.
In quel momento, sí, in verità gli pareva chiaro che... - Già,
ma se poi avesse sbagliato? E poi... ma che! A parte lo stato in
cui si trovava, sarebbe stata una profanazione belle buona, una
vera infamia, sul letto coniugale...
Cosí trovò il coraggio di accendere risolutamente, e anche con
un certo sdegno, un fiammifero.
Una nuova più stridula, più folle risata assalí e scontorse la
Barmis alla vista di lui con quel fiammifero acceso tra le dita.
- Ma perché? - domandò Giustino con stizza. - Al bujo... certo
che...
Ci volle un bel pezzo prima che Dora si riavesse da quella
convulsione di riso e prendesse a ricomporsi, ad asciugarsi le
lagrime. Intanto egli aveva acceso una candela trovata di là su
la scrivania, dopo aver fatto volare tre dei pastelli del
Pirino.
- Ah, vent’anni! vent’anni! vent’anni! - fremette Dora alla
fine. - Sapete, gli uomini? stecchini mi parevano! Qua, tra i
denti, spezzati, e buttati via! Sciocchezze! sciocchezze!
L’anima, adesso, l’anima, l’anima... Dov’è l’anima? Dio! Dio!
Ah, come fa bene respirare.. Dite, Boggiòlo: per voi dov’è?
dentro o fuori? dico l’anima. Dentro di noi o fuori di noi? Sta
tutto qui! Voi dite dentro? Io dico fuori. L’anima è fuori,
caro. L’anima è tutto. E noi, morti, non saremo più nulla, caro.
Più nulla, più nulla... Sù, fate lume! Queste valige subito...
V’ajuterò io... Sul serio!
- Troppo buona - disse Giustino, mogio mogio, sbigottito.
Dora, seduta sul letto a due, guardò in giro i mobili della
cameretta, modesti.
- Ah, qua... - disse. - Bene, sí... Che buono odor di casa, di
famiglia, di provincia... Si, sí... bene, bene... Beato voi,
caro! Sempre cosí! Ma dovete far presto. A che ora parte la
corsa? Ih, subito... Sù, sù, senza perder tempo...
E prese a disporre con sveltezza e maestria nelle due valige
aperte sul letto le robe che Giustino cavava dal cassettone e le
porgeva. Frattanto:
- Sapete perché sono venuta? Volevo avvertirvi che la Carmi...
tutti gli attori della Compagnia... ma specialmente la Carmi,
caro mio, sono feroci contro di voi!
- E perché? - domandò Giustino, restando.
- Ma per vostra moglie, caro! Non ve ne siete accorto? - rispose
Dora, facendogli cenno con le mani di non arrestarsi. - Vostra
moglie... forse, poverina, perché ancora cosí... li ha accolti
male, male, male..
Giustino, inghiottendo amaro, chinò più volte il capo, per
significare che se n’era accorto e doluto tanto.
- Bisogna riparare! - riprese la Barmis. - E dovete riparare
appena da Bologna raggiungerete a Napoli la Compagnia... Ecco,
la Carmi si vuole vendicare a tutti i costi. E voi dovete
assolutamente ajutarla a vendicarsi.
- Io? e come?- domandò Giustino, di nuovo stordito
- Oh Dio mio! - esclamò la Barmis, stringendosi nelle spalle. -
Non pretenderete che ve l’insegni io, come! È difficile con voi!
Ma quando una donna si vuole vendicare di un’altra... Guardate,
la donna può essere anche buona verso un uomo, specialmente se
egli le si dà come un fanciullo. Ma verso un’altra donna la
donna è perfida, caro mio, capace di tutto poi, se crede
d’averne ricevuto uno sgarbo, un affronto. E poi l’invidia!
Sapeste quanta invidia tra le donne, e come le rende cattive!
Voi siete un bravo figliuolo, un gran brav’uomo... enormemente
bravo, capisco, ma, se volete fare i vostri interessi, ecco...
dovete... dovete sforzarvi... farvi un po’ di violenza magari...
Del resto, starete parecchi mesi lontano da vostra moglie, è
vero? Ora, via, non mi darete a intendere...
- Ma no! ma no, creda, signora mia! - esclamò candidamente
Giustino. - Io non ci penso! Non ho neanche il tempo di
pensarci! Per me, ho preso moglie, e basta!
- Come dire che siete appadronato?
- No, - fece serio serio Giustino, - è che proprio non ci penso
più! Tutte le donne per me sono... sono... come se fossero
uomini, ecco! Non ci faccio più differenza. Donna per me è mia
moglie, e basta. Forse per le donne è un’altra cosa. Ma per gli
uomini, creda pure, almeno per me... L’uomo ha tant’altre cose a
cui pensare... Si figuri se io, tra tanti pensieri, con tanto da
fare...
- Oh Dio, lo so! ma io dico nel vostro stesso interesse non
volete capirlo? - riprese la Barmis, trattenendosi a stento di
ridere e affondando il capo nelle valige. - Se voi volete fare i
vostri interessi, caro mio! Per voi, sta bene; ma dovete
trattare con donne per forza: attrici, giornaliste... E se non
fate come vogliono loro? Se non le seguite nel loro istinto? sia
pur malvagio, d’accordo! Se queste donne invidiano vostra
moglie? se vogliono vendicarsi... capite? Vendicarsi cosí, non
tanto perché desiderino voi, ma per fare un dispetto a vostra
moglie? Dico nel vostro stesso interesse... Sono necessità,
caro, che volete farci? necessità della vita! Sù, sù, ecco
fatto; chiudete e partiamo subito. Vi accompagnerò fino alla
stazione.
In vettura, istintivamente gli prese una mano; subito si
ricordò; fu lí lí per lasciargliela; ma poi... tanto, dacché
c’era... Giustino non si ribellò. Pensava a quel che gli era
accaduto in casa del Gueli.
- Mi spieghi un po’ lei, signora: io non so - disse a Dora. -
Sono andato dal Gueli...
- In casa? - domandò Dora, e subito esclamò: - Oh Dio, che avete
fatto?
Ma perché? - replicò Giustino. - Sono andato per... per
chiedergli un favore... Bene. Lo crederebbe? Mi... mi ha accolto
come se non mi avesse mai conosciuto...
- La Frezzi era presente?- domandò la Barmis.
- Sissignora, c’era...
- E allora, che meraviglia? - disse Dora. - Non lo sapete?
- Mi scusi! - riprese Giustino. – C’è da cascar dalle nuvole!
Fingere finanche di non ricordarsi più che questa mattina era
stato alla stazione!
- Anche questo avete detto? lí, voi, in presenza della Frezzi? -
proruppe Dora, ridendo. - Oh povero Gueli, povero Gueli! Che
avete fatto, caro Boggiòlo!
- Ma perché? - tornò a replicar Giustino. - Scusi, sa! io non
posso ammettere che...
- Voi! e già, siamo sempre lí! - esclamò la Barmis. - Volete
fare i conti senza la donna, voi! Ve lo dovete levar dal capo,
caro mio! Volete ottenere un favore dal Gueli? che egli abbia
amicizia per la vostra signora? Provatevi a fare un po’ di corte
a quella sua nemica; e allora...
- Anche a quella?
- Non è mica brutta, vi prego di credere, Livia Frezzi! Non sarà
più una giovinetta, ma...
- Via, non lo dica neanche per ischerzo, - fece Giustino.
- Ma io ve lo dico proprio sul serio, caro, sul serio, sul
serio, - ribatté Dora. - Se non mutate registro, non
concluderete nulla!
E ancora, fino al momento che il treno si scrollò per partire,
Dora Barmis seguitò a battere su quel chiodo:
- Ricordatevi! Sí, sí, la Carmi! la Carmi! Ajutatela a vendicarsi. Pazienza, caro... Addio! Sforzatevi... Nel vostro
interesse... Fatevi un po’ di violenza... Addio, caro, buone
cose! addio! addio!
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Giustino
Roncella nato Boggiolo (Suo Marito)
CAPITOLO QUINTO -
LA SCIMMIA SULL’ELEFANTE |
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L’immagine della scimmia su l’elefante sorse spontanea nelle
redazioni dei giornali di Roma alla notizia dei rinnovati trionfi de
L’isola nuova nelle altre città; seppure non fu portata da qualche
giornalista di Milano o di Bologna o di Torino che riferiva
l’impressione che avevano avuto tutti in quelle città alla vista di
quell’ometto che si dava l’aria di guidare il colossale successo di
quel dramma della moglie.
Non si poteva negare che, senza di lui, L’isola nuova forse non
sarebbe neanche andata in iscena, né per conseguenza passata, come
ora passava, di trionfo in trionfo per tutte le città d’Italia. Ma,
se poteva essere in certo qual modo scusabile, pur saltando agli
occhi goffamente, tutto quel gran da fare ch’egli s’era dato finché
la fama della moglie era ancora modesta, ora che il trionfo era
venuto, non poteva non parere ridicolissimo il veder lui solo in
giro con esso, tutto faccente messa da parte la moglie, come se
veramente non c’entrasse per nulla: quella moglie che pochissimi
avevano appena intravveduta, di cui nessuno quasi aveva notizia: chi
fosse, co . . . . . .
[A
questo punto s’arresta il testo rielaborato dell’A. Diamo da qui
innanzi il testo della prima edizione riprendendo la narrazione
dalla fine della scena tra Giustino e la Barmis, con la quale
terminava non il Cap. IV ("Dopo il Trionfo"), ma il terzo dei
quattro capitoletti in cui esso era suddiviso. Il seguente è dunque
l’ultimo di questi capitoletti. (S. P.)]
Dov’era?
Sí, dirimpetto, oltre il prato, di là dal sentiero, sorgeva nello
spiazzo erboso la chiesa antica, dedicata alla Vergine sidera
scandenti, col lungo campanile dalla cuspide ottagonale e le
finestre bifore e l’orologio che recava una leggenda assai strana
per una chiesa: OGNVNO A SVO MODO; e accanto alla chiesa era la
bianca cura con l’orto solingo, e più là, recinto da muri, il
piccolo cimitero.
All’alba la voce delle campane su quelle povere tombe.
Ma forse la voce, no: il cupo ronzo che si propaga quando han finito
di sonare, penetra in quelle tombe e desta un fremito nei morti,
d’angoscioso desiderio.
Oh donne dei casali sparsi, lasciate, donne di Villareto e di
Galleana, donne di Rufinera e di Pian del Viermo, donne di Brando e
di Fornello, lasciate che a questa messa dell’alba vadano per una
volta tanto esse sole le vostre antiche nonne divote, dal cimitero;
e officii il loro vecchio curato da tant’anni anch’esso sepolto, il
quale forse, appena finita la messa, prima d’andare a riporsi
sotterra, s’indugerà a spiare attraverso il cancelletto l’orto
solingo della Cura, per vedere se al nuovo curato esso sta tanto a
cuore quanto stette a lui.
No, ecco... Dov’era? dov’era?
Sapeva ormai tanti luoghi e il loro nome; luoghi anche lontani da
Cargiore. Era stata su Roccia Corba; sul colle di Bràida, a veder
tutta la Valsusa immensa. Sapeva che il viale, qua, oltre la chiesa,
scende tra i castagni e i cerri a Giaveno, ov’era anche stata,
attraversando giù quella curiosa Via della Buffa, larga, a
bastorovescio, tutta sonora d’acque scorrenti nel mezzo. Sapeva
ch’era la voce del Sangone quella che s’udiva sempre, e più la
notte, e le impediva il sonno tra tante smanie con l’immagine di
tanta acqua in corsa perenne, senza requie. Sapeva che più sù, per
la vallata dell’Indritto, si precipita fragoroso il Sangonetto: era
stata in mezzo al fragore, tra le rocce, e aveva visto gran parte
delle acque devolvere incanalata nei lavori di presa: lí, romorosa,
libera, vorticosa, spumante, sfrenata; qui, placida pei canali,
domata, assoggettata all’industria dell’uomo.
Aveva visitato tutte le frazioni di Cargiore, quei ceppi di case
sparse tra i castagni e gli ontani e i pioppi e ne sapeva il nome.
Sapeva che quella a levante, lontana lontana, alta sul colle, era la
Sacra di Superga. Sapeva i nomi dei monti attorno, già coperti di
neve: Monte Luzera e Monte Uja e la Costa del Pagliajo e il Cugno
dell’Alpet, Monte Brunello e Roccia Vrè. Quello di fronte, a mezzodí,
era il monte Bocciarda; quello di là, il Rubinett.
Sapeva tutto; la avevano già informata di tutto la mamma (madama
Velia, come lí la chiamavano) e la Graziella e quel caro signor
Martino Prever, il pretendente. Sí, di tutto. Ma ella... dov’era?
dov’era?
Si sentiva gli occhi pieni di uno splendor vago, innaturale; aveva
negli orecchi come una perenne onda musicale, ch’era a un tempo voce
e lume, in cui l’anima si cullava serena, con una levità prodigiosa,
ma a patto che non fosse tanto indiscreta da volere intendere quella
voce e fissar quel lume.
Era veramente cosí pieno di fremiti, come a lei pareva, il silenzio
di quelle verdi alture? trapunto, quasi pinzato a tratti da zighi
lunghi, esilissimi, da acuti fili di suono, da fritinníi? Era quel
fremito perenne il riso dei tanti rivoli scorrenti per borri, per
zane, per botri scoscesi e cupi all’ombra di bassi ontani; rivoli
che s’affrettano, in cascatelle garrule spumose, dopo avere irrigato
un prato, benedetti, a far del bene altrove, a un altro campo che li
aspetta, dove par che tutte le foglie li chiamino, ballando festose?
No, no, attorno a tutto - luoghi e cose e persone - ella vedeva
soffusa come una vaporosa aria di sogno, per cui anche gli aspetti
più vicini le sembravan lontani e quasi irreali.
Certe volte, è vero, quell’aria di sogno le si squarciava d’un
tratto, e allora certi aspetti pareva le si avventassero agli occhi
diversi, nella loro nuda realtà. Turbata, urtata da quella dura
fredda impassibile stupidità inanimata, che la assaltava con precisa
violenza, chiudeva gli occhi e si premeva forte le mani su le
tempie. Era davvero cosí quella tal cosa? No, non era forse neanche
cosí! Forse, chi sa come la vedevano gli altri... se pur la
vedevano! E quell’aria di sogno le si ricomponeva.
Una sera, la mamma s’era ritirata nella sua cameretta, perché le
faceva male il capo. Ella era entrata con Graziella a sentir come
stésse. Nella cameretta linda e modesta ardeva solo un lampadino
votivo su una mensola innanzi a un antico crocefisso d’avorio; ma il
plenilunio la inalbava tutta, dolcemente. Graziella, appena entrata,
s’era messa a guardar dietro i vetri della finestra i prati verdi
inondati di lume, e a un tratto aveva sospirato:
- Che luna, madama! Dio, par che faccia giorno di nuovo.
La mamma allora aveva voluto ch’ella aprisse la mezza imposta.
Ah che solennità d’attonito incanto! In qual sogno erano assorti
quegli alti pioppi sorgenti dai prati, che la luna inondava di
limpido silenzio? E a Silvia era parso che quel silenzio si
raffondasse nel tempo, e aveva pensato a notti assai remote,
vegliate come questa dalla Luna, e tutta quella pace attorno aveva
allora acquistato agli occhi suoi un senso arcano. Da lungi,
continuo, profondo, come un cupo ammonimento, il borboglío del
Sangone, ne la valle. Là presso, di tratto in tratto, un curioso
stridore.
- Che stride cosí, Graziella? - aveva domandato la mamma.
E Graziella, affacciata alla finestra, nell’aria chiara, aveva
risposto lietamente:
- Un contadino. Falcia il suo fieno, sotto la luna. Sta a raffilare
la falce.
Donde aveva parlato Graziella? A Silvia era parso ch’ella avesse
parlato dalla Luna.
Poco dopo, da un lontano ceppo di case s’era levato un canto
dolcissimo di donne. E Graziella, parlando ancor quasi dalla Luna,
aveva annunziato:
- Cantano a Rufinera...
Non una parola aveva potuto ella proferire.
Dacché s’era mossa da Roma e, con quel viaggio, tante e tante
immagini nuove le avevano invaso in tumulto lo spirito, da cui già
appena appena si diradavano le tenebre della morte, ella notava in
sé con sgomento un distacco irreparabile da tutta la sua prima vita.
Non poteva più parlare né comunicar con gli altri, con tutti quelli
che volevano seguitare ad aver con lei le relazioni solite finora.
Le sentiva spezzate irrimediabilmente da quel distacco. Sentiva che
ormai ella non apparteneva più a se stessa.
Quel che doveva avvenire, era avvenuto.
Forse perché lassù, dove l’avevano portata, le eran mancate attorno
quelle umili cose consuete, alle quali ella prima si aggrappava,
nelle quali soleva trovar rifugio?
S’era trovata come sperduta lassù, e il suo dèmone ne aveva
profittato. Le veniva da lui quella specie d’ebbrezza sonora n cui
vaneggiava, accesa e stupita, poiché le trasformava con quei vapori
di sogno tutte le cose.
E lui, lui faceva sí che di tratto in tratto la stupidità di esse le
s’avventasse agli occhi, squarciando quei vapori.
Era un dispetto atroce. Specialmente di tutte quelle cose ch’ella
aveva voluto e avrebbe ancora voluto aver più care e sacre, esso si
divertiva ad avventarle agli occhi la stupidità e non rispettava
neppure il suo bambino, la sua maternità! Le suggeriva che stupidi
l’una e l’altro non sarebbero più stati solo a patto ch’ella, mercé
lui, ne facesse una bella creazione. E che cosí era di quelle cose,
come di tutte le altre. E che soltanto per creare ella era nata, e
non già per produrre materialmente stupide cose, né per impacciarsi
e perdersi tra esse.
Là, nella vallata dell’Indritto, che c’era? L’acqua incanalata,
saggia, buona massaja, e l’acqua libera, fragorosa, spumante. Ella
doveva esser questa, e non già quella.
Ecco: sonava l’ora... Come diceva l’orologio del campanile?
|
OGNVNO A
SVO MODO.
Verrà tra poco, senza fin, la neve,
e case e prati, tutto sarà bianco,
il tetto, il campanil di quella pieve,
donde ora, all’alba, qual dal chiuso un branco
di pecorelle, escono per due porte
le borghigiane, ed hanno il damo a fianco.
Hanno pensato all’anima, alla morte
(qua presso è il cimiter pieno di croci),
le riprende or la vita, e parlan forte
liete di riudir le loro voci
nell’aria nuova del festivo giorno,
tra i rivoli che corrono veloci,
tra i prato che verdeggiano d’intorno. |
Ecco
ecco, cosí! A SUO MODO. Ma no! Ma che! Ella finora non aveva mai
scritto un verso! Non sapeva neppure come si facesse a scriverne...
- Come? Oh bella! Ma cosí, come aveva fatto! Cosí come cantavano
dentro... Non i versi, le cose.
Veramente le cantavano dentro tutte le cose, e tutte le si
trasfiguravano, le si rivelavano in nuovi improvvisi aspetti
fantastici. Ed ella godeva d’una gioja quasi divina.
Quelle nuvole e quei monti... Spesso i monti parevano nuvoloni
lontani impietrati, e le nuvole montagne d’aria nere grevi cupe.
Avevano le nuvole verso quei monti un gran da fare! Ora tonando e
lampeggiando li assalivano con furibondi impeti di rabbia; ora
languide, morbide si sdrajavano su i loro fianchi e li avvolgevano
carezzose. Ma né di quelle furie né di questi languori pareva che
essi si curassero levati, con le azzurre fronti al cielo, assorti
nel mistero dei più remoti evi racchiuso in loro. Femmine, e nuvole!
I monti amavano la neve.
E quel prato lassù, di quella stagione, coperto di margherite? S’era
sognato? O aveva voluto la terra fare uno scherzo al cielo,
imbiancando di fiori quel lembo, prima che esso di neve? No, no: in
certi profondi, umidi recessi del bosco ancora spuntavano fiori; e
di tanta vita recondita ella aveva provato quasi uno strano stupor
religioso... Ah, l’uomo che prende tutto alla terra e tutto crede
sia fatto per lui! Anche quella vita? No. Lí, ecco, era signore
assoluto un grosso calabrone ronzante, che s’arrestava a bere con
vorace violenza nei teneri e delicati calici dei fiori, che si
piegavano sotto di lui. E la brutalità di quella bestia bruna,
rombante, vellutata e striata doro offendeva come alcunché d’osceno,
e faceva quasi dispetto la sommissione con cui quelle campanule
tremule gracili subivan l’oltraggio di essa e restavano poi a
tentennar lievi un tratto sul gambo, dopo che quella, sazia e
ingorda tuttavia, se n’era oziando allontanata.
Di ritorno alla quieta casetta, soffriva di non poter più essere o
almeno apparire a quella cara vecchina della suocera qual’era prima.
In verità, forse perché non era mai riuscita a tenersi, a comporsi,
a fissarsi in un solido e stabile concetto di sé, ella aveva sempre
avvertito con viva inquietudine la straordinaria disordinata
mobilità del suo essere interiore, e spesso con una meraviglia
subito cancellata in sé come una vergogna, aveva sorpreso tanti moti
incoscienti, spontanei cosí del suo spirito, come del suo corpo,
strani, curiosissimi, quasi di guizzante bestiola incorreggibile;
sempre aveva avuto una certa paura di sé e insieme una certa
curiosità quasi nata dal sospetto non ci fosse in lei anche
un’estranea che potesse far cose ch’ella non sapeva e non voleva,
smorfie, atti anche illeciti, e altre pensarne, che non stavano
proprio né in cielo né in terra; ma sí! cose orride, talvolta,
addirittura incredibili, che la riempivano di stupore e di
raccapriccio. Lei! lei cosí desiderosa di non prender mai troppo
posto e di non farsi notare, anche per non avere il fastidio di
molti occhi addosso! Temeva ora che la suocera non le scorgesse
negli occhi quel riso che si sentiva fremere dentro ogni qualvolta
nella saletta da pranzo trovava aggrondato e con le ciglia irsute,
gonfio di cupa ferocia quel bravo, innocuo signor Martino Prever,
geloso come un tigre dello zio Ippolito, il quale, seguitando
quietamente a lisciarsi anche lí il fiocco del berretto da
bersagliere e a fumar da mane a sera la lunghissima pipa, si
divertiva un mondo a farlo arrabbiare.
Era anche lui, monsù Prever, un bel vecchione con una barba anche
più lunga di quella dello zio Ippolito, ma incolta e arruffata, con
un pajo d’occhi ceruli chiari da fanciullo, non ostante la ferma
intenzione di farli apparire spesso feroci. Portava sempre in capo
un berretto bianco di tela, con una larga visiera di cuojo. Molto
ricco, cercava soltanto la compagnia della gente più umile, e la
beneficava nascostamente; aveva anche edificato e dotato un asilo
d’infanzia. Possedeva a Cargiore un bel villino, e su la vetta del
Colle di Bràida in Valgioje una grande villa solitaria, donde si
scopriva tra i castagni i faggi e le betulle tutta l’ampia,
magnifica Valsusa, azzurra di vapori. In compenso dei tanti
beneficii ricevuti, il paesello di Cargiore non l’aveva rieletto
sindaco; e forse perciò egli schivava la compagnia delle poche
persone cosí dette per bene. Tuttavia, non abbandonava mai il paese,
neppure d’inverno.
La ragione c’era, e la sapevano tutti lí a Cargiore: quel
persistente cocciuto amore per madama Velia Boggiòlo. Non poteva
stare, povero monsù Martino, non poteva vivere senza vederla, quella
sua madamina. Tutti a Cargiore conoscevano madama Velia, e però
nessuno malignava, anche sapendo che monsù Martino passava quasi
tutto il giorno in casa di lei.
Egli avrebbe voluto sposarla; non voleva lei; e non voleva perché...
oh Dio, perché sarebbe stato ormai inutile, all’età loro. Sposare
per ridere? Non stava egli là, a casa sua, tutto il giorno da
padrone? E dunque! Poteva ormai bastargli... La ricchezza? Ma era
noto a tutti che, essendo il Prever senza parenti né prossimi né
lontani, tutto il suo, tranne forse qualche piccolo legato ai servi,
sarebbe andato un giorno, lo stesso, a madama Velia, se fosse morta
dopo di lui.
Era una specie di fascino, un’attrazione misteriosa che monsù
Martino aveva sentito tardi verso quella donnetta, che pure era
stata sempre cosí quieta, umile, timida, al suo posto. Tardi lui, il
signor Martino; ma un suo fratello, invece, troppo presto e con
tanta violenza che, un giorno, sapendo ch’ella era già fidanzata,
zitto zitto, povero ragazzo, s’era ucciso.
Eran passati più di quarant’anni, e ancora nel cuore di madama Velia
ne durava, se non il rimorso, uno sbigottimento doloroso; e anche
perciò, forse, pur sentendosi qualche volta imbarazzata - ecco - non
diceva proprio infastidita dalla continua presenza del Prever in
casa, la sopportava con rassegnazione. Graziella anzi aveva detto a
Silvia in un orecchio che madama la sopportava per timore che anche
lui, monsù Martino - se ella niente niente si fosse provata ad
allontanarlo un po’ - non facesse, Dio liberi, come quel suo
fratellino. Ma sí, ma sí, perché... - rideva? oh non c’era mica da
ridere: un filettino di pazzia dovevano proprio averlo quei Prever
là, lo dicevano tutti a Cargiore, un filettino di pazzia. Bisognava
sentire come parlava solo, forte, per ore e ore, Monsù forse lo zio,
il signor Ippolito, ecco, avrebbe fatto bene a non insister tanto su
quello scherzo di volerla sposar lui Madama. E Graziella aveva
consigliato a Silvia d’indurre lo zio a dar la baja invece a don
Buti, il curato, che veniva qualche volta in casa anche lui.
- Ecco, a chiel là sí a chiel là!
Ah, quel Don Buti, che disillusione! In quella bianca canonica, con
quell’orto accanto, Silvia s’era immaginato un ben altro uomo di
Dio. Vi aveva trovato invece un lungo prete magro e curvo, tutto
aguzzo, nel naso, negli zigomi, nel mento, e con un pajo d’occhietti
tondi, sempre fissi e spaventati. Disillusione, da un canto; ma,
dall’altro, che gusto aveva provato nel sentir parlare quel
brav’uomo dei prodigi d’un suo vecchio cannocchiale adoperato come
strumento efficacissimo di religione e però sacro a lui quasi quanto
il calice dell’altar maggiore.
Gli uomini, pensava Don Buti, sono peccatori perché vedon bene e
belle grandi le cose vicine, quelle della terra; le cose del cielo,
a cui dovrebbero pensare sopra tutto, le stelle, le vedono male,
invece, e piccoline, perché Dio le volle mettere troppo alte e
lontane. La gente ignorante le guarda, e sí, a dis magara ch’a son
bele; ma cosí piccoline come pajono, non le calcola, non le sa
calcolare, ed ecco che tanta parte della potenza di Dio resta loro
sconosciuta. Bisogna far vedere agli ignoranti che la vera grandezza
è lassù. Onde, il canucial.
E nelle belle serate don Buti lo armava sul sagrato, quel suo
cannocchiale, e chiamava attorno ad esso tutti i suoi parrocchiani
che scendevano anche da Rufinera e da Pian del Viermo le giovani
cantando, i vecchi appoggiati al bastone, i bimbi trascinati dalle
mamme, a vedere le "gran montagne" della Luna. Che risate ne facevan
le rane in fondo ai botri! E pareva che anche le stelle avessero
guizzi d’ilarità in cielo. Allungando, accorciando lo strumento per
adattarlo alla vista di chi si chinava a guardare, don Buti regolava
il turno, e si udivano da lontano, tra la confusione, i suoi
strilli:
- Con un euj soul! con un euj soul!
Ma sí! specialmente le donne e i ragazzi aprivano tanto di bocca e
storcevano in mille smorfie le labbra per riuscire a tener chiuso
l’occhio manco e aperto il diritto, e sbuffavano e appannavan la
lente del cannocchiale, mentre don Buti, credendo che già stessero a
guardare, scoteva in aria le mani col pollice e l’indice congiunti
ed esclamava:
- La gran potensa ‘d Nosgnour, eh? la gran potensa ‘d Nosgnour!
Che scenette gustose quando veniva a parlarne con lo zio Ippolito e
con monsù Martino in quel caro tepido nido tra i monti, pieno di
quel sicuro conforto familiare che spirava da tutti gli oggetti
ormai quasi animati dagli antichi ricordi della casa, santificati
dalle sante oneste cure amorose; che scenette specialmente nei
giorni che pioveva e non si poteva andar fuori neanche un momento!
Ma proprio in quei giorni, appena Silvia cominciava a riassaporar la
pace della vita domestica, ecco sopravvenire il procaccia carico di
posta per lei, e ventate di gloria irrompevano allora là dentro a
investirla, a sconvolgerla tutta, da quei fasci di giornali che il
marito le spediva da questa e da quella città.
Trionfava da per tutto L’isola nuova. E la trionfatrice, la
acclamata da tutte le folle, ecco, era là, in quella casettina
ignorata, perduta in quel verde pianoro su le Prealpi.
Era lei, davvero? o non piuttosto un momento di lei, che era stato?
Un subitaneo lume nello spirito e, nello sprazzo, là, una visione,
di cui poi ella stessa provava stupore...
Inizio pagina
Davvero non sapeva più lei stessa, ora, come e perché le fosse
venuto in mente quel fatto, quell’isola, con quei marinaj... Ah
che ridere! Non lo sapeva lei; ma lo sapevano bene, benissimo lo
sapevano tutti i critici drammatici e non drammatici di tutti i
giornali quotidiani e non quotidiani d’Italia. Quante ne
dicevano! Quante cose scoprivano in quel suo dramma, a cui ella
non si era mai neppur sognata di pensare! Oh, ma cose tutte,
badiamo, che le recavano un gran piacere, perché erano la
ragione appunto delle maggiori lodi; lodi che, in verità, più
che a lei, che quelle cose non aveva mai pensate, andavano
diritte diritte ai signori critici che ve le avevano scoperte.
Ma forse, chi sa! c’erano veramente, se quelli cosí in prima ve
le scoprivano...
Giustino nelle sue lettere frettolose si lasciava intravveder
tra le righe soddisfatto, anzi contentissimo. Si rappresentava,
è vero, come rapito in un turbine, e non rifiniva di lamentarsi
della stanchezza estrema e delle lotte che doveva sostenere con
gli amministratori delle compagnie e con gl’impresarii, delle
arrabbiature che si prendeva coi comici e coi giornalisti; ma
poi parlava di teatroni rigurgitanti di spettatori, di penali a
cui i capocomici si sobbarcavano volentieri pur di trattenersi
ancora per qualche settimana oltre i limiti dei contratti in
questa e in quella "piazza" a soddisfar la richiesta di nuove
repliche da parte del pubblico, che non si stancava di accorrere
e di acclamare in delirio.
Leggendo quei giornali e quelle lettere, da cui le vampava
innanzi agli occhi la visione affascinante di quei teatri, di
tanta e tanta moltitudine che la acclamava, che acclamava lei,
lei l’autrice - Silvia si sentiva risollevare da quell’émpito
tutto pungente di brividi già avvertito nella sala d’aspetto
della stazione di Roma, allorché per la prima volta s’era
trovata di fronte al suo trionfo, impreparata, prostrata,
smarrita.
Risollevata da quell’émpito, e tutta accesa ora e vibrante,
domandava a se stessa perché non doveva esser là, lei, dove la
acclamavano con tanto calore, anziché qua, nascosta, appartata,
messa da canto, come se non fosse lei!
Ma sí, se non lo diceva chiaramente, lo lasciava pure intender
bene Giustino, che lei lí non c’entrava, che tutto doveva far
lui, lí, lui che sapeva ormai a meraviglia come si dovesse fare
ogni cosa.
Eh già, lui... Se lo immaginava, lo vedeva or faccente,
accaldato, or su le furie, ora esultante tra i comici, tra i
giornalisti; e un senso le si destava, non d’invidia, né di
gelosia, ma piuttosto di smanioso fastidio, un’irritazione
ancora non ben definita, tra d’angustia, di pena e di dispetto.
Che doveva pensar mai di lei e di lui tutta quella gente? di lui
in ispecie, nel vederlo cosí? ma anche di lei? che forse era una
stupida? Stupida, no, se aveva potuto scrivere quel dramma...
Ma, via, una che non sapeva forse né muoversi né parlare;
impresentabile?
Sí, era vero: senza di lui L’isola nuova forse non sarebbe
neanche andata in iscena. Egli aveva pensato a tutto; e di tutto
ella doveva essergli grata. Ma ecco, se stava bene o poteva
almeno non saltar tanto agli occhi tutto quel gran da fare
ch’egli s’era dato finché il nome di lei era ancor modesto,
modesta la fama, e lei poteva starsene in ombra, chiusa, in
disparte ora che il trionfo era venuto a coronare tutto quel suo
fervido impegno, che figura ci faceva lui, lui solo là, in mezzo
ad esso? Poteva più ella starsene cosí in disparte, ora, e
lasciar lí lui solo, esposto, come l’artefice di tutto, senza
che il ridicolo investisse e coprisse insieme lui e lei? Ora che
il trionfo era venuto, ora che egli alla fine - lei reluttante -
era riuscito nel suo intento, a sospingerla, a lanciarla verso
la luce abbagliante della gloria, ella - per forza - sí, anche
contro voglia e facendosi violenza, doveva apparire, mostrarsi,
farsi avanti; e lui - per forza - ritirarsi, ora, non esser più
cosí faccente, cosí accanito, sempre in mezzo: tutto lui!
La prima impressione del ridicolo, di cui già agli occhi suoi
cominciava a vestirsi il marito, Silvia l’aveva avuta da una
lettera della Barmis, nella quale si parlava del Gueli e della
visita inconsulta che Giustino era andato a fargli per averne la
prefazione al volume dell’Isola nuova. Nelle sue lettere
Giustino non gliene aveva mai fatto alcun cenno. Alcune frasi
della Barmis sul Gueli, non chiare, sinuose, la avevano spinta a
strappare quella lettera con schifo.
Pochi giorni dopo, le pervenne del Gueli appunto una lettera,
anch’essa non ben chiara, che le accrebbe il malumore e il
turbamento. Il Gueli si scusava con lei di non poter fare la
prefazione alla stampa del dramma, con certi vaghi accenni a
segrete ragioni che gli avevano impedito la prima sera di
assistere all’intera rappresentazione di esso; parlava anche di
certe miserie (senza dir quali) tragiche e ridicole a un tempo,
che avviluppan le anime e sbarrano la via, quando non tolgano
anche il respiro; e terminava con la preghiera che ella (se
voleva rispondergli) anziché a casa indirizzasse la risposta
presso gli ufficii di redazione della Vita Italiana, ov’egli di
tanto in tanto si recava a parlar di lei col Borghi.
Silvia lacerò con dispetto anche questa lettera. Quella
preghiera in coda la offese. Ma già tutta la lettera le parve
un’offesa. La miseria tragica e ridicola a un tempo, di cui egli
le parlava, non doveva esser altro per lui che la Frezzi; ma
egli ne parlava a lei come di cosa che ella dovesse intendere e
conoscer bene per propria esperienza. Ne resultava chiarissima,
insomma, un’allusione al marito. E di tale allusione Silvia si
offese tanto più, in quanto che già veramente cominciava a
scorgere il ridicolo del marito.
L’inverno intanto s’era inoltrato, orribile su quelle alture.
Piogge continue e vento e neve e nebbia, nebbia che soffocava.
Se ella non avesse avuto in sé tante ragioni di smania e di
oppressione, quel tempo gliele avrebbe date. Sarebbe scappata
via, sola, a raggiungere il marito, se il pensiero di lasciare
il bambino prima del tempo non l’avesse trattenuta.
Aveva per quella sua creaturina momenti di tenerezza angosciosa,
sentendo di non poter essere per lei una mamma quale avrebbe
voluto. E anche di quest’angoscia, che il pensiero del figlio le
cagionava, incolpava con rancor sordo il marito che con quel suo
testardo furore l’aveva tant’oltre spinta e disviata dai
raccolti affetti, dalle modeste cure.
Ah forse egli se l’era già bell’e tracciato il suo piano: farla
scrivere, là, come una macchina; e perché la macchina non avesse
intoppi, via il figlio, isolarla; poi badare a tutto lui, fuori,
gestir lui quella nuova grande azienda letteraria. Ah, no! ah
no! Se lei non doveva esser più neanche madre...
Ma forse era ingiusta. Il marito nelle ultime lettere le parlava
della nuova casa che, tra poco, in primavera, avrebbero avuto a
Roma, e le diceva di prepararsi a uscir finalmente dal guscio,
intendendo che il suo salotto fosse domani il ritrovo del fior
fiore dell’arte, delle lettere, del giornalismo. Anche
quest’altra idea però, di dover rappresentare una parte, la
parte della "gran donna" in mezzo alla insulsa vanità di tanti
letterati e giornalisti e signore cosí dette intellettuali, la
sconcertava, le dava uggia e nausea in quei momenti.
Forse meglio, forse meglio rimaner lí nascosta, in quel nido tra
i monti, accanto a quella cara vecchina e al suo bambino, lí tra
il signor Prever e lo zio Ippolito, il quale anche lui diceva di
non volere andar via mai più, mai più di lí, mai più e strizzava
un occhio furbescamente ammiccando a chièl, a monsù Martino, che
si rodeva dentro nel sentirgli dir cosí.
Ah povero zio!... Mai più, mai più davvero, povero zio! Davvero
lui doveva rimanere per sempre lí a Cargiore!
Una sera, mentre si affannava a gridare contro a Giustino, di
cui poc’anzi era arrivata una lettera, nella quale annunziava
che, messo alle strette, s’era licenziato dall’impiego; e a
gridar contro il signor Prever, il quale misteriosamente si
ostinava a dire che alla fin fine non sarebbe stato un gran
danno, perché... perché... un giorno... chi sa! (alludeva senza
dubbio alle sue disposizioni testamentarie) - tutta un tratto,
aveva stravolto gli occhi, lo zio Ippolito, e storto la bocca
come per uno sbadiglio mancato; un gran sussulto delle spalle
poderose e del capo gli aveva fatto saltar su la faccia il
fiocco del berretto da bersagliere; poi giù il capo sul petto, e
l’estremo abbandono di tutte le membra.
Fulminato!
Quanto tempo, quante pene perdute invano dal signor Prever per
andare a scovar con quel tempaccio il medico condotto il quale
alla fine venne a dire tutto affannato quel che già si sapeva; e
dalla povera Graziella per condurre il curato con l’olio santo!
"Piano! piano! Non gli guastate cosí la bella barba!" avrebbe
voluto ella dire a tutti, scostandoli, per starselo a mirare
ancora per poco lí sul letto, il suo povero zio, immobile e
severo, con le braccia in croce.
" - Che fa, signor Ippolito?"
" - Il giardiniere..."
E, mirandolo, non riusciva a levarsi dagli occhi quel fiocco del
berretto che nell’orrendo sussulto gli era saltato su la faccia,
povero zio! povero zio! Tutta una pazzia per lui e quell’impegno
testardo di Giustino e la letteratura, i libri, il teatro. .. Ah
sí; ma pazzia fors’anche tutta quanta la vita, ogni affanno,
ogni cura, povero zio!
Voleva restar lí? Ed ecco, ci restava. Lí, nel piccolo cimitero,
presso la bianca cura. Il suo rivale, il signor Prever che non
sapeva consolarsi d’aver provato tanta stizza per la venuta di
lui, ecco, gli dava ricetto nella sua gentilizia, ch’era la più
bella del cimitero di Cargiore...
I giorni che seguirono quell’improvvisa morte dello zio Ippolito
furono pieni per Silvia d’una dura, ottusa, orrida tetraggine,
in cui più che mai le si rappresentò cruda la stupidità di tutte
le cose e della vita.
Giustino seguitò a mandarle, prima da Genova, poi da Milano, poi
da Venezia, fasci e fasci di giornali e lettere. Ella non li
aprí, non li toccò nemmeno.
La violenza di quella morte aveva spezzato il lieve superficiale
accordo di sentimenti tra lei e le persone e anche le cose che
la circondavano lí; accordo che si sarebbe potuto mantenere e
per breve tempo, solo a patto che nulla di grave e d’inatteso
fosse venuto a scoprir l’interno degli animi e la diversità
degli affetti e delle nature.
Scomparso cosí d’un tratto dal suo lato colui che la confortava
con la sua presenza, colui che aveva nelle vene il Suo stesso
sangue e rappresentava la sua famiglia, si sentí sola e come in
esilio in quella casa, in quei luoghi, se non proprio tra
nemici, fra estranei che non potevano comprenderla, né
direttamente partecipare al suo dolore, e che, col modo onde la
guardavano e seguivan taciti e come in attesa tutti i suoi
movimenti e gli atti con cui esprimeva il suo cordoglio, le
facevano intendere ancor più e quasi vedere e toccare la sua
solitudine, inasprendogliene di mano in mano la sensazione. Si
vide esclusa da tutte le parti: la suocera e la bàlia, poiché il
suo bambino doveva rimaner lí affidato alle loro cure, la
escludevano già fin d’ora dalla sua maternità; il marito,
correndo di città in città, di teatro in teatro, la escludeva
dal suo trionfo; e tutti cosí le strappavano le cose sue più
preziose e nessuno si curava di lei, lasciata lí in quel vuoto,
sola. Che doveva far lei? Non aveva più nessuno della sua
famiglia, morto il padre, morto ora anche lo zio; fuori e tanto
lontana dal suo paese; distolta da tutte le sue abitudini;
sbalzata lanciata in una via che rifuggiva dal percorrere cosí,
non col suo passo, liberamente, ma quasi per violenza altrui,
sospinta dietro da un altro... E la suocera forse la accusava
entro di sé d’aver fuorviato lei il marito, d’avergli riempito
l’animo di fumo e acceso la testa fino al punto da fargli
perdere l’impiego. Ma sí! ma sí! aveva già scorto chiaramente
quest’accusa in qualche obliqua occhiata di lei, colta
all’improvviso. Quegli occhietti vivi nel pallore del volto, che
si volgevano sempre altrove, quasi a sperdere l’acume degli
sguardi, dimostravano bene una certa sbigottita diffidenza di
lei, un rammarico che si voleva celare, pieno d’ansie e di
timori per il figliuolo.
Lo sdegno per questa ingiustizia però, anziché contro quella
vecchina ignara, si ritorceva nel cuore di Silvia contro il
marito lontano. Era egli cagione di quella ingiustizia, egli,
accecato cosí dal suo furore, che non vedeva più né il male che
faceva a lei, né quello che faceva a se stesso. Bisognava
arrestarlo, gridargli che la smettesse. Ma come? era possibile
ora che tant’oltre erano spinte le cose, ora che quel dramma,
composto in silenzio, nell’ombra e nel segreto, aveva suscitato
tanto fragore e acceso tanta luce attorno al suo nome? Come
poteva giudicare ella, da quel cantuccio, senz’aver veduto ancor
nulla, che cosa avrebbe dovuto o potuto fare? Avvertiva
confusamente che non poteva e non doveva essere più qual’era
stata finora; che doveva buttar via per sempre quel che
d’angusto e di primitivo aveva voluto serbare alla sua
esistenza, e dar campo invece e abbandonarsi a quella segreta
potenza che aveva in sé e che finora non aveva voluto conoscer
bene. Solo a pensarci, se ne sentiva turbare, rimescolar tutta
dal profondo. E questo le si affermava preciso innanzi agli
occhi: che, cangiata lei, non poteva più il marito restarle
davanti, tra i piedi, cosí a cavallo della sua fama e con la
tromba in bocca.
In che strani atteggiamenti da pazzi si storcevano i tronchi
ischeletriti degli alberi affondati giù nelle neve, con viluppi,
stracci, sbréndoli di nebbia impigliati tra gl’ispidi rami!
Guardandoli dalla finestra, ella si passava macchinalmente la
mano su la fronte e su gli occhi, quasi per levarseli, quegli
sbréndoli di nebbia, anche dai pensieri ispidi, atteggiati
pazzescamente, come quegli alberi là, nel gelo della sua anima.
Fissava su l’umida imporrita ringhiera di legno del ballatojo le
gocce di pioggia in fila, pendule, lucenti su lo sfondo plumbeo
del cielo. Veniva un soffio d’aria; urtava quelle gocce
abbrividenti; l’una traboccava nell’altra, e tutte insieme in un
rivoletto scorrevano giù per la bacchetta della ringhiera. Tra
una bacchetta e l’altra ella allungava lo sguardo fino alla cura
che sorgeva là dirimpetto, accanto alla chiesa; vedeva le cinque
finestre verdi che guardavan l’orto solingo sotto la neve,
guarnite di certe tendine, che col loro candore dicevano
d’essere state lavate e stirate insieme coi mensali degli
altari. Che dolcezza di pace in quella bianca cura! Lí presso,
il cimitero...
Silvia s’alzava all’improvviso, s’avvolgeva lo scialle attorno
al capo e usciva fuori, su la neve, diretta al cimitero, per
fare una visita allo zio. Dura e fredda come la morte era la
tetraggine del suo spirito.
Cominciò a rompersi questa tetraggine col sopravvenire della
primavera, allorché la suocera, che la aveva tanto pregata di
non andar tutti i giorni con quella neve, con quel vento, con
quella pioggia al cimitero, si mise invece a pregarla, or che
venivano le belle giornate, ad andar con la bàlia e col piccino
giù per la via di Giaveno, al sole.
Ed ella prese ad uscire col bambino. Mandava innanzi per quella
via la bàlia, dicendole che la aspettasse al primo tabernacolo;
ed entrava nel cimitero per la visita consueta allo zio.
Una mattina, lí davanti al primo tabernacolo, trovò con la bàlia,
impostato dietro una macchina fotografica, un giovane
giornalista venuto sù da Torino proprio per lei, o, com’egli
disse, "alla scoperta di Silvia Roncella e del suo romitorio".
Quanto la fece parlare e ridere quel grazioso matto, che volle
saper tutto e veder tutto e tutto fotografare e sopra tutto lei
in tutti gli atteggiamenti, con la bàlia e senza bàlia, col
bambino e senza bambino, dichiarandosi felice addirittura di
aver scoperto una miniera, una miniera affatto inesplorata, una
miniera vergine, una miniera doro.
Quand’egli andò via, Silvia restò a lungo stupita di se stessa.
Anche lei, anche lei si era scoperta un’altra, or ora, di fronte
a quel giornalista. Si era sentita felice anche lei di parlare
di parlare... E non sapeva più che cosa gli avesse detto. Tante
cose! Sciocchezze? Forse... Ma aveva parlato, finalmente! Era
stata lei, quale ormai doveva essere.
E godé senza fine il giorno appresso nel veder riprodotta la sua
immagine in tanti diversi atteggiamenti sul giornale che quegli
le mandò e nel leggere tutte le cose che le aveva fatto dire, ma
sopra tutto per le espressioni di meraviglia e di entusiasmo che
quel giornalista profondeva, più che per l’artista ormai
celebre, per lei donna ancora a tutti ignota.
Una copia di quel giornale Silvia a sua volta volle spedir
subito al marito per dargli una prova che, via - a mettercisi -
non lui soltanto, ma poteva far per benino le cose anche lei.
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Giustino
Roncella nato Boggiolo (Suo Marito)
CAPITOLO SESTO -
LA CRISALIDE E IL BRUCO |
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Disingannati, sempre; ma che si possa per giunta rimanere con
avvilimento di rimorso anche dopo essere stati intesi e assorti in
un’opera da cui ci aspettavamo lode e gratitudine, par troppo.
Eppure...
Voleva che volassero, Giustino, volassero le due carrozzelle per
giungere presto a casa, ritornando dalla stazione ove, insieme con
Dora Barmis e Attilio Raceni, era andato ad accogliere Silvia.
L’aspetto della moglie, all’arrivo, lo aveva sconcertato; più che
più, poi, le poche parole e gli sguardi e i modi, nel breve tratto
dall’interno della stazione all’uscita, finché non s’era messa con
la Barmis in una vettura, e lui col Raceni non era saltato in
un’altra.
- Il viaggio... Sarà stanca... Poi, cosí sola... - disse a Giustino
il Raceni, impressionato anche lui dal torbido volto e dal gelido
tratto della Roncella.
- Eh già... - riconobbe subito Giustino. - Capisco. Dovevo andar io
lassù, a prenderla. Ma come facevo? Qua, con la casa addosso,
sossopra. E poi, sa? La morte dello zio. C’è anche questo. L’ha
sentita. Eh, l’ha sentita, l’ha sentita troppo, quella morte...
Questa volta fu il Raceni a riconoscer subito:
- Ah già... ah già...
- Capisce? - riprese Giustino. – Nell’andar sù, era con lui; ora è
ritornata sola... L’ha lasciato là... E mica lo zio solo! Ma già, sí!
dovevo dovevo dovevo proprio andar io a prenderla a Cargiore... C’è
stato anche il distacco dal bambino, per dio! Lei capisce?
E il Raceni, di nuovo:
- Ah già... ah già... Sicuro... sicuro...
A quante cose non avevano pensato, infervorati tutti e tre nei
lavori d’addobbo della nuova casa!
Erano andati alla stazione festanti, con la soddisfazione di esser
riusciti a costo d’incredibili fatiche a farle trovar tutto in
ordine; ed ecco qua, d’un tratto ora s’accorgevano che, non solo non
meritavano né ringraziamenti né gratitudine per tutto quello che
avevano fatto, ma dovevano per giunta pentirsi di non aver pensato,
non diciamo al lutto di quella morte recente, ma nemmeno allo
strazio della madre nel distaccarsi dal suo bambino.
Ogni minuto a Giustino, adesso, sapeva un’ora. Sperava che Silvia,
appena entrata nella nuova casa, non avrebbe pensato più a nulla,
dallo stupore... Non glien’aveva fatto apposta alcun cenno, nelle
lettere.
Prodigi - ecco, questa era la parola - prodigi aveva operato, col
consiglio e l’ajuto assiduo della Barmis e anche... sí, anche del
Raceni, poverino!
Diceva casa, ma cosí, tanto per dire. Che casa! Non era casa. Era...
- ma, zitti, per carità, che Silvia ancora non lo sappia! un villino
era - zitti! - un villino in quella via nuova, tutta di villini, di
là da ponte Margherita, ai Prati, in via Plinio; uno dei primi, con
giardinetto attorno, cancellata e tutto. Fuorimano? Che fuorimano!
Due passi e si era al Corso. Via signorile, silenziosa; la meglio
che si potesse scegliere per una che doveva scrivere! Ma c’era di
più. Non l’aveva mica preso in affitto, quel villino. - zitti, per
carità! - Lo aveva comperato. Sissignori, comperato, per novantamila
lire. Sessantamila pagate là, sul tamburo; le altre trenta da pagare
a respiro, in tre anni. E - zitti! - circa venti altre mila lire
aveva speso finora per l’arredo. Meraviglioso! Con la sapienza della
Barmis in materia... Tutto arredo nuovo e di stile: semplice,
sobrio, snello e solido: mobili del Ducrot! Bisognava vedere il
salotto, a sinistra, subito come s’entrava; e poi l’altro salotto
accanto; e poi la sala da pranzo che dava sul giardino. Lo studio
era sù, al piano di sopra, a cui si accedeva per un’ampia bella
scala di marmo, dalla ringhiera a pilastrini, che cominciava poco
più oltre l’uscio del salotto. Lo studio - sù - e le camere, due
belle camere accanto, gemelle. Veramente Giustino, non sapendo come
Silvia la pensasse su questo punto, ma anche dal canto suo, ecco,
avrebbe voluto una camera sola. Dora Barmis se n’era mostrata
indignata, inorridita:
- Ma per carità! Non lo dite neppure... Volete guastar tutto?
Divisi, divisi, divisi... Imparate a vivere, caro! Mi avete detto
che d’ora in poi prenderete sempre il tè...
Due camere. E poi lo stanzino da bagno, e il lavabo, e il
guardaroba... Meraviglie! O pazzie? Ecco, a dir vero, pareva avesse
perduto quel suo famoso taccuino il Boggiòlo in questa occasione.
S’era sbilanciato, e come! Ma aveva tanto denaro in mano! E la
tentazione... Per ogni oggetto che gli era stato presentato in
parecchi esemplari di vario prezzo, aveva veduto soltanto quel
pochino pochino che avrebbe speso di più a scegliere il più bello;
e, sissignori, alla fine tutti quei pochini pochini di più, sommati
insieme, avevano arrotondato quella bellissima pancia di zeri alla
spesa per l’arredo.
Della compera del villino, invece, non era pentito. Che! Potendolo
fare, avendo cioè tanto in mano da liberarsi della prepotente usura
dei padroni di casa, sarebbe stata una pazzia non comperare,
seguitare a buttar via da due a trecento lire al mese per un
appartamentino appena appena decente. Il villino rimaneva, e quei
denari della pigione sarebbero invece volati in tasca dei padroni di
casa. È vero che, a non comperare il villino, anche il capitale
sarebbe rimasto. D’accordo! bisognava ora dunque fare il calcolo se
col frutto d’un capitale di novantamila si sarebbe pagata una
pigione mensile di trecento lire. Non si sarebbe pagata! E intanto,
invece d’un appartamentino appena appena decente, con novantamila
lire si aveva quel villino là, quella reggia! Ma, e i pesi? Sí, è
vero, le tasse, e poi tante altre spese in più. Manutenzione,
illuminazione, servizio... Con una casa messa sù a quel modo, certo
non poteva bastare più una servotta abruzzese; ci volevano a dir
poco tre servi. Giustino, per il momento, ne aveva presi due in
prova; anzi, uno e mezzo; o piuttosto, due mezzi: ecco: una mezza
cuoca e un mezzo camerlere (valet de chambre, valet de chambre, come
gli suggeriva di chiamarlo la Barmis): ragazzo svelto, con la sua
brava livrea, per la pulizia, per servire in tavola e aprir la
torta.
Ecco, ora, subito appena le due carrozzelle arrivavano al cancello,
Èmere (si chiamava Èmere)...
- Ohé, Èmere!... Èmere!...- gridò Giustino, nella notte, smontando;
e poi, rivolto al Raceni:- Ha visto?... Non si trova al posto... Che
gli avevo detto?
Ah, eccolo: sta ad aprir la luce, prima sù, poi giù: ecco, tutto il
villino appare dalle finestre illuminato, splendido, sotto il cielo
stellato; sembra un incanto! Ma a Silvia, già smontata con la Barmis,
tocca di aspettare dietro il cancello chiuso, e tocca al Raceni di
tirar giù da cassetta le valige, mentre un cane abbaja da un villino
accanto e Giustino paga in fretta i vetturini e corre subito alla
moglie per mostrarle su uno dei pilastri che reggono il cancello la
targa di marmo con l’iscrizione: Villa Silvia.
Le guardò gli occhi, prima. Durante la corsa aveva supposto ch’ella,
parlando nell’altra vettura con la Barmis dello zio morto e del
bambino abbandonato, avesse pianto. Purtroppo, no, non aveva pianto.
Conservava lo stesso aspetto che all’arrivo: torbido, rigido,
gelido.
- Vedi? Nostro! - le disse. - Tuo... tuo... Villa Silvia, vedi?
Tuo... L’ho comperato!
Silvia aggrottò le ciglia, guardò il marito; guardò le finestre
illuminate.
- Un villino?
- Vedrà che bellezza, signora Silvia! - esclamò il Raceni.
Èmere accorse ad aprire il cancello e s’impostò, cavandosi e
reggendo col braccio all’altezza del capo il berretto gallonato,
senza scomporsi minimamente al rimprovero che gli gridò in faccia
Giustino:
- Bella prontezza! bella puntualità!
L’irritazione di Giustino era accresciuta dalla mutria della Barmis.
Certo Silvia, in vettura, non si era mostrata gentile con lei. E
aveva faticato tanto, s’era affannata tanto con lui quella povera
donna! Bel modo di ringraziar la gente!
- Vedi? - riprese, rivolto alla moglie, appena entrato nel
vestibolo. - Vedi, eh? Non sono venuto a Cargiore... a prenderti,
ma... eh?... vedi, eh? per prepararti qua questa sorpresa, eh, con
l’ajuto di... come dici? eh? che vestibolo! con l’ajuto di questa
nostra cara amica e del Raceni...
- Ma no! ma che dite! statevi zitto! - cercò d’interromperlo subito
la Barmis.
Protestò anche il Raceni.
- Ma nient’affatto! - insisté Giustino. - Se non fosse stato per
voi! Sí, infatti... io solo... Adesso - questo è niente! - adesso
vedrai... Abbiamo motivo, non solo di ringraziarvi, ma di restarvi
grati eternamente...
- Oh Dio, com’esagerate! - sorrise la Barmis. - Lasciate stare.
Badate piuttosto alla vostra signora che dev’essere molto stanca...
- Sí, ecco, proprio stanca... - disse allora Silvia, con un sorriso
dolce e freddo a un tempo. - E chiedo scusa se non ringrazio come
dovrei... Questo viaggio interminabile...
- Già dev’essere a ordine la cena, - s’affrettò a dire il Raceni,
tutto commosso da quel sorriso (finalmente!) e da quelle buone
parole (ah che voce s’era fatta la Roncella! che dolcezza! Un’altra
voce... Già, tutta gli pareva un’altra!). - Un piccolo ristoro; poi,
subito il riposo!
- Ma prima, - disse Giustino, aprendo l’uscio del salotto, -
prima... come! almeno cosí, sopra sopra, bisogna che veda... Avanti,
avanti... O meglio, ecco, faccio strada io...
E cominciò la spiegazione, interrotto di tratto in tratto dalla
Barmis con tanti: "ma sí,... ma andate innanzi... ma questo poi lo
vedrà", per ogni minuzia su cui lo vedeva indugiare ripetendo
goffamente, con orribili stonature, tutto ciò che già gli aveva
detto lei per spiegargliene la proprietà, la finezza, la
convenienza, il gusto.
- Vedi? Di porcellana... Sono del... Di chi sono, signora? ah, già,
del Lerche... Lerche, norvegese... Pajono niente; eppure, cara
mia... costano! costano! Ma che finezza, eh?... questo gattino, eh?
che amore! Sí, andiamo innanzi, andiamo innanzi... Tutta roba del
Ducrot!... È il primo, sai? Adesso è il primo, è vero, signora? Non
c’è che lui... Mobili del Ducrot! tutti mobili del Ducrot... Anche
questo... E guarda qua questa poltrona... come la chiamano? tutta di
pelle fina... non so che pelle... Ne hai due compagne sù nello
studio... pure del Ducrot! Vedrai che studio!
Se Silvia avesse detto una parola, o almeno avesse con lo sguardo,
con un cenno anche lieve dimostrato curiosità, gradimento
meraviglia, Dora Barmis avrebbe preso a parlar lei, a far lei
brevemente e col debito tatto, il debito rilievo, le debite
sfumature, l’illustrazione di tutte quelle squisitezze; tanto
soffriva a quelle grottesche spiegazioni del Boggiòlo, che le pareva
gualcissero, azzoppassero, spiegazzassero ogni cosa.
Ma Silvia soffriva più di lei a vedere, a sentir parlare il marito
cosí; per sé e per lui soffriva: e s’immaginava in quel momento
quanto spasso doveva essersene preso quella donna, se non il Raceni,
nell’arredar quella casa a suo modo coi denari di lui; e ne provava
sdegno dispetto onta, per cui a mano a mano, procedendo,
s’irrigidiva vieppiù; e pur tuttavia non troncava quel supplizio,
rattenuta dalla curiosità, che si forzava a non mostrare, di veder
quella casa, che non le pareva sua, ma estranea, fatta non più per
viverci come finora ella aveva vissuto, ma per rappresentarvi d’ora
in poi, sempre e per forza, una commedia; anche davanti a se stessa;
obbligata a trattar coi dovuti riguardi tutti quegli oggetti di
squisita eleganza, che la avrebbero tenuta in continua suggezione;
obbligata a ricordarsi sempre ella parte che doveva recitar tra
loro. E pensava che ormai, come non aveva più il bambino, cosí
neanche la casa - ecco - aveva più, qual’essa la aveva finora intesa
e amata. Ma doveva esser cosí, purtroppo. E dunque presto, via, da
brava attrice, si sarebbe impadronita di quelle stanze, di quei
mobili là, da palcoscenico, donde ogni intimità familiare doveva
esser bandita.
Quando vide, sù, la sua camera divisa da quella del marito:
- Ah, sí, ecco, - disse. - Bene, bene...
E fu la sola approvazione che le uscisse dalle labbra quella sera.
Giustino, che si sentiva come un macigno sul petto al pensiero di
quest’altra novità forse non gradita, che Silvia avrebbe trovata
nella nuova casa, e già in mente raggirava le maniere migliori per
presentare e colorir la cosa senza offendere la moglie da un canto,
né dall’altro promuovere il riso della Barmis; si sentí d’un tratto
alleggerito e felicissimo, non intendendo affatto il perché del
compiacimento della moglie.
- E io sto qua, vedi? qua accanto,- s’affrettò a spiegare. - Qua,
proprio qua... Camere, come si chiamano? ah, gemelle, già... camere
gemelle, perché vedi? tal quale... questa è la mia! E cos’hai tu di
là? Il mio ritratto. E cos’ho io, di qua? Il tuo ritratto. Vedi?
Camere gemelle. Ti piacciono, eh? Eh già, ormai, tutti fanno cosí...
E va bene! Sono proprio contento...
La Barmis e il Raceni, vedendolo, quella sera, come un cagnolino
appresso alla moglie, se ne meravigliavano, si guardavano tratto
tratto negli occhi e sorridevano.
Ma Giustino quella sera era cosí sottomesso e desideroso
dell’approvazione di Silvia non già perché, reduce da quel giro
trionfale de L’isola nuova per le principali città della penisola,
fosse cresciuta in lui la stima di lei, e questa ora gl’imponesse
maggior rispetto e considerazione; né già perché dall’aspetto di lei
indovinava, o intravvedeva almeno, mutato verso di lui l’animo della
moglie. La stima era quella stessa di prima. Dell’effettivo merito
artistico di lei egli in verità non si era mai riconosciuto buon
giudice, e tuttora non se ne curava affatto, pago che questo merito
fosse riconosciuto dagli altri e sinceramente convinto che cosí
fosse - almeno in quella misura - per l’opera straordinaria ch’egli
all’uopo aveva messa e seguitava a mettere. Tutta opera sua, si sa,
quel riconoscimento. Quanto poi all’animo di lei, come avrebbe
potuto dubitare che esso - ora più che mai - fosse pieno di
ammirazione e di gratitudine?
E dunque? Dunque altre ragioni dovevano esserci che né la Barmis né
il Raceni si figuravano.
Era pentito Giustino d’aver troppo speso per l’arredo, e temeva da
un canto che questo potesse farlo alcun poco scapitare appunto in
quell’ammirazione e in quella gratitudine; dall’altro, desiderava
l’approvazione come un balsamo che gli quietasse il rimorso. Era poi
davvero dolente d’aver fatto viaggiare sola per la prima volta la
moglie senza aver pensato al distacco dal figlio e alla morte dello
zio (uniche ragioni, queste, per lui del rigido contegno di Silvia).
E infine... c’era un altro perché, intimo, particolarissimo, che
aveva fondamento nella più rigorosa, nella più scrupolosa osservanza
de suoi doveri coniugali per sei lunghissimi mesi a un bell’incirca.
Almeno quest’ultima ragione Dora Barmis avrebbe potuto supporla.
Ella sorrideva, veramente, sotto sotto... Ma sí, via! senza dubbio
la aveva supposta...
Non per essa solamente, però, quando fu l’ora d’andare a cena, la
quale era pure, fin da prima della loro partenza per la stazione,
già ordinata e apparecchiata per quattro, non volle assolutamente
cedere alle insistenti preghiere di Giustino, e andò via. Il Raceni
da un canto avvertiva che sarebbe stato sconveniente non seguire la
Barmis; ma dall’altro era rimasto come abbagliato dalla Roncella fin
dal primo rivederla; e non seppe risponder no appena ella con un
sorriso gli disse:
- Resterete almeno voi...
E seguitò di proposito Silvia ad abbagliarlo, durante la cena,
quella sera, con molto stupore e anche con molto dispetto di
Giustino, che a un certo punto non poté più reggere e sbuffò:
- Ma quella Barmis, perbacco! Quanto mi dispiace!
- Oh Dio! - esclamò Silvia. - Se non ha voluto rimanere... L’hai
tanto pregata!
- Avresti dovuto pregarla anche tu! - rimbeccò allora Giustino.
E Silvia, freddamente:
- Gliel’ho detto, mi pare; come l’ho detto al Raceni...
- Ma non hai affatto insistito! Potevi insistere...
- Non insisto mai, - disse Silvia; e aggiunse, rivolgendosi
sorridente al Raceni: - Ho insistito con voi? Mi pare di no. Se la
Barmis avesse avuto piacere di star con noi...
- Piacere! piacere! E se se ne fosse andata, - proruppe Giustino al
colmo della stizza, - per non recarti disturbo dopo il viaggio?
- Giustino! - lo richiamò subito Silvia con tono di rimprovero, ma
pur seguitando a sorridere. - Ora tu fai uno sgarbo al Raceni che è
rimasto. Povero Raceni!
- Nient’affatto! nient’affatto! - si ribellò Giustino. - Io difendo
la Barmis dal tuo sospetto. Il Raceni sa che ci reca piacere, se
l’abbiamo trattenuto!
Veramente non parve punto al Raceni che ne recasse molto a lui; ma
sí a lei, tanto; e non capiva più nei panni, povero giovine: s’era
invermigliato come un papavero, e tutto il sangue si sentiva
scorrere per le vene come fuoco liquido, con tanta repenza, che
n’era addirittura stordito.
Giustino, che lo vedeva cosí e udiva a quando a quando ripetere a
Silvia tra i sorrisi: "Povero Raceni!... Povero Raceni!", si sentiva
intanto, a sua volta, divampar dentro un altro fuoco: fuoco di
stizza, anzi d’ira, fomentato anche dal dispetto di non scorgere
ancora nella moglie alcun segno di ‘piacere, di meraviglia,
d’ammirazione per quella sala da pranzo, per quella suppellettile da
tavola, per quella splendida giardiniera in mezzo, tutta piena e
fragrante di garofani bianchi, per il servizio inappuntabile di cui
Èmere qua, in quella bella livrea, e di là la cuoca, davano il primo
saggio. Niente! nemmeno un segno! come se ella fosse sempre vissuta
in mezzo a quegli splendori, abituata a vedersi servita cosí, a
cenare cosí, ad aver di quei commensali a tavola; o come se, prima
d’arrivare, fosse già a conoscenza di tutto e s’aspettasse di trovar
quel villino di proprietà loro e arredato cosí, anzi come se, non
lui, ma lei, lei solamente avesse pensato a tutto e tutto preparato.
Ma come? Glielo faceva apposta? E perché? Com’era? Proprio perché
lui non era andato a prenderla a Cargiore? perché non aveva pensato
al distacco dal bambino? Ma se non ne pareva afflitta né punto né
poco! Eccola là, rideva... Ma che modo di ridere era quello, adesso?
E dàlli ancora con quel "povero Raceni!".
Intronò addirittura Giustino e si sentí strappar tutto internamente,
dalle dita dei piedi sù sù alla radice dei capelli, quando Silvia
annunziò al Raceni una grande novità: che aveva scritto versi, a
Cargiore, tanti versi, e gli promise di regalargliene un saggio per
Le Grazie.
- Versi? Che versi? Tu hai fatto versi? - esplose. - Ma fa il
piacere!
Silvia lo guardò come se non capisse affatto.
- Perché? - disse. - Non potevo scriverne? Non ne avevo mai scritti,
è vero. Ma mi son venuti fatti da sé, creda Raceni. Non so - questo
sí - se siano belli o brutti. Saranno brutti magari...
- E li vorresti pubblicare su Le Grazie? - domandò Giustino, con gli
occhi più che mai inveleniti dalla stizza.
- Ma, scusate, perché no, Boggiòlo? - si risentí il Raceni. -
Credete sul serio che possano esser brutti? Figuratevi con quale
ansia saranno cercati e letti, come una nuova, inattesa
manifestazione del talento di Silvia Roncella!
- No no, per carità, non dite cosí, Raceni, - s’affrettò a
protestare Silvia. - Non ve li do più, altrimenti. Sono versucci, a
cui non dovete dare alcuna importanza. Ve li do a questo patto, e
soltanto per farvi un piacere.
- Sta bene, sta bene... – masticò allora Giustino. – Ma...
permetti?... ti faccio osservare... non per il Raceni che... sta
bene, gliel’hai promessi; basta. Avevi promesso prima però al
senatore Borghi una novella, e non gliel’hai fatta!
- Oh Dio, gliela farò, se mi verrà... – rispose Silvia.
- Ecco... io dico... invece dei versi... almeno avresti potuto far
questa novella, a Cargiore! – non seppe tenersi di rimbrottare
ancora Giustino. – E intanto... se ora non puoi dar più codesti
versi al senatore, avendoli promessi al Raceni... direi di... di
aspettare almeno che abbi pronta la novella per il Borghi.
Tutto attraverso, tutto attraverso, quella sera per guastargli la
festa della presa di possesso del villino, premio di tanti travagli!
Ah, ora, anche tornare indietro voleva la moglie, ai bei tempi
quando spargeva cosí, in regalo a tutti, i suoi lavori? voleva anche
mettersi a far da sé, approfittando che lui quella sera non voleva
proprio perdere del tutto quei necessarii tratti manierosi verso di
lei?
Ahimè, avvertiva che li perdeva; e anche perciò di punto in punto
sentiva crescersi l’orgasmo. Ma sfido! per forza! Il disinganno
della lode mancata, della mancata meraviglia, tutto il contegno di
lei, quello sgarbo immeritato alla Barmis, ora quella promessa al
Raceni...
Per
sfogarsi, per farsi in certo modo svaporar le furie, scaraventò a
questo, appena andato via, una filza d’improperie e d’ingiurie: -
Stupido! imbecille! pulcinella!
Ma ecco qua Silvia prenderne le difese, sorridendo:
- E la gratitudine, Giustino? Se ti ha tanto ajutato?
- Lui? Impicciato mi ha! – scattò furente Giustino. – Impicciato
soltanto! come adesso! come sempre! La Barmis mi ha ajutato davvero,
capisci? lei, sí! la Barmis, che tu invece hai fatto andar via a
quel modo. E a questo qua, sorrisi, complimenti, povero Raceni,
povero Raceni, e anche... anche il regalo dei versi, perdio!
- Ma non fanno insieme, tutti e due? – disse Silvia. – Lui,
direttore; lei, redattrice?... Sarà meglio, credi, d’ora in poi, per
tutto l’ajuto che t’hanno prestato, compensarli ogni tanto cosí,
affinché non si prendano più il piacere di servirci per... non so
bene perché...
- Ah no, cara, no, cara... senti, cara... – prese allora a dire
Giustino, finendo di perdere ogni dominio di sé, punto cosí sul
vivo. – Mi devi fare il piacere di non immischiarti in queste cose,
che sono affar mio! Ma hai veduto, di’? hai veduto tutto bene? Io
non so... Tutte queste cose qui... È tutto nostro! Ed è frutto,
dico, di lavoro mio, di tanti pensieri, di tante cure! Vuoi
insegnarmi tu, ora, scusa, come si deve fare, quel che si deve dire?
Silvia troncò subito la discussione, dichiarandosi stanca sfinita
dal lungo viaggio e bisognosa di riposo.
Comprese bene ch’egli non avrebbe mai ceduto su quel punto e che, a
volergli impedire o anche per poco ostacolare quello che ormai
considerava il suo ufficio, la sua professione, sarebbe accaduto
inevitabilmente un tale urto tra loro da determinare una rottura
insanabile.
Meglio lo comprese, allorché – respinto – egli nella camera accanto,
spogliandosi, cominciò a dare sfogo senza più alcun ritegno al
disinganno, alla stizza acerrima, alla rabbia, con imprecazioni e
rimbrotti e raffacci e pentimenti e scatti di maligno riso, che
tanto più la sdegnavano e la ferivano, quanto più le accrescevano
innanzi agli occhi la ormai scoperta e sfolgorante ridicolaggine di
lui.
- Ma sí! aveva ragione quella! Ajutatela, Boggiòlo, ajutatela a
vendicarsi! Stupido io che non l’ho fatto! Ecco il premio! ecco la
ricompensa! Stupido... stupido... stupido... Centomila occasioni...
E va bene! Questo è niente, signori! Non siamo ancora a niente!
Quello che si vedrà adesso!... Regaliamo, regaliamo... Facciamo
versi, e regaliamo... La poesia, adesso!... Scappa fuori la
poesia... Ma sí! cominciamo a vivere tra le nuvole, senza più occhi
per vedere qua tutte queste spese... Prosa, prosa, questa da non
calcolare... Tante pene, tanto lavoro, tanti denari: ecco il
ringraziamento! Lo sapevamo... Ma sí, cose da niente... Un villino?
Buh, che cos’è? Mobili del Ducrot? Buh! li sapevamo... Ah, eccoci a
letto! Che bel letto di rose!... Che delizia incignarlo cosí, caro
signor Ducrot! Corri di qua, stupido! scappa di là! rómpiti il
collo! pèrdici il fiato! pèrdici l’impiego! prega, minaccia, briga!
Ecco il premio, signori! ecco il premio!
E seguitò cosí, al bujo, per più di un’ora rigirandosi tra le smanie
su per il letto, tossendo, sbuffando, sghignando...
Ella intanto di là, tutta ristretta in sé sotto le coperte, con la
faccia affondata nel guanciale per non sentirlo, malediceva la fama,
a cui con l’ajuto di lui, cioè a prezzo di tante risa e di tante
beffe della gente, era salita. Da tutte quelle risa, ora, da tutte
quelle beffe si sentiva assalita, frustata, avviluppata, con la
romba che le era rimasta negli orecchi per il frastuono del treno.
Ah come non se n’era accorta prima? Soltanto adesso, ecco, tutti gli
spettacoli che egli aveva dato di sé, uno più dell’altro ridicolo,
le saltavano agli occhi, le si rappresentavano con tal cruda
vivezza, che era uno strazio: tutti gli spettacoli, da quello primo
del banchetto, quando al brindisi del Borghi s’era levato in piedi
insieme con lei, come se quel brindisi dovesse riferirsi anche a lui
perché suo marito; all’ultimo cui ella aveva assistito, là, alla
stazione, prima della partenza per Cargiore, allorché, facendo da
battistrada, s’era inchinato per conto di lei agli applausi ch’erano
scoppiati nella sala di aspetto.
Ah, poter tornare indietro, rinchiudersi nel suo guscio a lavorar
quieta e ignorata! Ma egli non avrebbe mai permesso che andasse cosí
frustrata l’opera sua di tanti anni, ove riponeva ormai tutta la sua
compiacenza. Con quel villino, che riteneva, e forse a ragione,
soltanto frutto del suo lavoro, s’era inteso di edificare quasi un
tempio alla Fama, per officiarvi, per pontificarvi! Follia sperare
che ora volesse rinunziarci! Vi aveva fitto il capo e là, là sarebbe
rimasto per sempre e per forza attaccato a quella fama, di cui si
riconosceva l’artefice! E sempre più grande avrebbe cercato di
renderla per apparirvi in mezzo sempre più ridicolo.
Era il suo fato, ed era inevitabile.
Ma come avrebbe fatto ella a resistere a quel supplizio, ora che la
benda le era caduta dagli occhi?
Pochi giorni dopo, Giustino volle dar principio con solennità
all’istituzione dei "lunedí letterarii di Villa Silvia", come la
Barmis gli aveva suggerito.
Per quel primo, estese gl’inviti a tutti i più noti maestri di
musica e critici musicali di Roma, perché pretesto all’inaugurazione
era la lettura a pianoforte di alcune parti dell’opera L’isola nuova
già compiuta dal giovine maestro Aldo di Marco.
Il nome del maestro era a tutti ignoto. Si sapeva soltanto che
questo di Marco era veneziano israelita e ricchissimo, e che per
musicar L’isola nuova aveva fatto tali profferte, che Boggiòlo s’era
affrettato a rompere le trattative già bene avviate con uno tra i
più insigni compositori.
Benché a Giustino non premesse tanto né poco il buon esito
dell’opera, che anzi desiderava modesto perché non désse alcun’ombra
al dramma, aveva tuttavia fatto annunziare dagli amici giornalisti
che quell’opera avrebbe tra poco rivelato all’Italia, ecc. ecc.; e
aveva anche fatto riprodurre nei giornali l’esile e, ahimè, non ben
chiomata immagine del giovine maestro veneziano, il quale ecc. ecc.
L’annunzio gli era sembrato doveroso e opportuno, non solo in
considerazione dell’ingente somma sborsata dal maestro per musicare
il dramma fortunato (ridotto in versi da Cosimo Zago), ma anche per
accrescer solennità all’inaugurazione.
Avrebbe potuto farne a meno.
Quella lettura a pianoforte e quel giovine maestro ignoto,
dall’aspetto cosí poco promettente, rappresentavan per tutti un
fastidio e un ingombro. Era invece vivissima la curiosità di veder
la Roncella in casa sua, donna, dopo il trionfo.
Silvia se l’aspettava; e, nell’orgasmo che le suscitava il pensiero
di dover tra poco affrontare questa curiosità, vedendo il marito in
grandi ambasce per i preparativi e pur con l’aria di chi sa tutto e
non ha bisogno di nessuno, avrebbe voluto gridargli:
"Basta! Lascia star tutto; non affannarti più! Vengono per me, per
me soltanto! Tu non c’entri più; tu non hai più da far nulla, altro
che da starti zitto, quieto, in un canto!".
L’orgasmo non era soltanto per la curiosità da affrontare; era anche
per lui, anzi sopra tutto per lui.
Ricorse finanche all’astuzia di fingersi gelosa della Barmis e
gl’impedí con ciò di ricorrere a costei per quei preparativi, con la
speranza che, mancandogli questo ajuto, egli non si désse più tanto
da fare e si lasciasse persuadere che aveva già fatto abbastanza e
non occorreva più altra sua opera.
Giustino, all’idea che la moglie - venuta (fosse pure per lui) in
tanta celebrità - cominciava a essere, quantunque a torto, un po’
gelosa, provò un certo piacere, che gli fece manifestare come
avvolta tutta in un roseo sorrisetto fatuo l’irritazione che questa
gelosia gli cagionava in quel momento.
L’ajuto della Barmis gli era indispensabile. Ma Silvia tenne duro.
- No, quella no! quella no!
- Ma, Dio... Silvia, dici sul serio? Se io...
Silvia scosse il capo con rabbia e si nascose il volto tra le mani,
per interromperlo.
Di quella sua finzione ebbe all’improvviso onta e ribrezzo, vedendo
che egli in fondo se ne compiaceva: onta e ribrezzo, perché le parve
che anche lei, ora, cominciasse a beffarsi di lui come tutti gli
altri, per lo spettacolo anche di questa fatuità.
Subito, credendo di dargli uno scrollo poderoso, per salvarlo e
salvarsi, facendo cadere anche a lui la benda dagli occhi, proruppe:
- Ma perché, perché vuoi far ridere? di te e di me? ancora? Non ti
accorgi che la Barmis ride di te; ne ha sempre riso? e tutti con
lei, tutti! Non te n’accorgi?
Giustino non tentennò minimamente a quest’impeto di rabbia della
moglie; la guardò con un sorriso quasi di compassione e alzò una
mano a un gesto, più che di sdegno, di filosofica noncuranza.
- Ridono? Eh, da tanto...- disse. - Ma tira la somma cara mia, e
vedi se sono sciocchi quelli che ridono o io che... ecco qua, ho
fatto tutto questo e t’ho messa alla testa! Lasciali ridere. Vedi?
Essi ridono, e io me ne servo e ottengo da loro tutto quello che
voglio. Eccole qua, eccole qua, tutte le loro risa...
E agitò le mani guardando in giro la stanza, come per dire: "Vedi in
quante belle cose si sono convertite?".
Silvia sentí cascarsi le braccia; restò a mirarlo a bocca aperta.
Ah, dunque, egli sapeva? se n’era già accorto? e aveva seguitato,
senza curarsene, e voleva ancor seguitare? non gli importava affatto
che tutti ridessero di lui e di lei? Oh Dio ma dunque... - se era
sicuro, sicurissimo che la fama di lei era opera sua unicamente, e
che tutta quest’opera sua, in fondo, non era consistita in altro che
nel far ridere di sé, per poi convertire queste risa in lauti
guadagni, in quel villino là, ne bei mobili che lo adornavano - che
voleva dire? voleva dir forse che per lui era tutta una cosa da
ridere la letteratura, una cosa di cui un uomo di sano criterio,
sagace e accorto, non avrebbe potuto impacciarsi se non cosí, cioè a
patto di trar profitto delle risa degli sciocchi che la prendevano
sul serio?
Questo voleva dire? Ma no!
Seguitando a guardare il marito, Silvia riconobbe subito che ella,
supponendo cosí, gli prestava una veduta che non era da lui. No, no!
Non poteva esser voluto da lui stesso il ridicolo di cui s’era
valso. Fin da quando, laggiù a Taranto, erano arrivati quei trecento
marchi per la traduzione delle Procellarie, aveva cominciato a
prender tanto sul serio la letteratura, che sciocchezza per lui era
soltanto il non curarsi dei frutti ch’essa, come ogni altro lavoro -
se amministrato bene - può rendere... E s’era messo ad amministrare,
ad amministrare con tal fervore, anzi con tanto accanimento da
tirarsi addosso le risa di tutti. Non le aveva provocate lui con
intenzione, quelle risa, per farci sù bottega; ma era stato
costretto a sopportarle; e le stimava ora da sciocchi solo perché
egli, pur tra esse e con esse, era riuscito nell’intento. Ma la
saviezza sua aveva per piedistallo quelle risa e tutta da quelle
risa era composta: non avrebbe dovuto più muoversi ora: al minimo
movimento, lo squarcio d’una risata! Quanto più serio voleva ora
apparire, tanto più ridicolo sarebbe sembrato.
Ah quella serata dell’inaugurazione! Fin nel fruscío degli abiti,
nel lieve sgrigliolío delle scarpe attutito dalla spessezza dei
tappeti, in ogni rumore, fosse d’una seggiola smossa, d’un uscio
aperto, d’un cucchiaino agitato nella tazza; e poi nel frastuono del
pianoforte allorché il di Marco cominciò a sonare; sorrisetti,
risatine, sghigni, scrosci di risa fragorose, sbardellate,
squacquerate parve a Silvia d’avvertire, e le sembrò dileggio ogni
sorriso di deferenza o di compiacimento per lei; il dileggio
credette di scorgere in ogni sguardo, in ogni gesto, sotto ogni
parola dei tanti convitati.
Si sforzò di non badare al marito; ma come, se lo aveva sempre
davanti, là, piccolo, tutto aggiustato, irrequieto, raggiante, e
sentiva che tutti da ogni parte lo chiamavano? Ecco, ora il Luna se
lo prendeva a braccio, e altri quattro, cinque giornalisti gli
correvano attorno, in frotta; ora lo chiamava la Lampugnani di là
tra il crocchio delle più spiritose signore.
Ella avrebbe voluto esser per tutto o trattener tutti attorno a sé;
non potendo, nel ribollimento dello sdegno, aveva a quando a quando
la tentazione di dire o far qualcosa inaudita, non mai veduta, da
far passare a ognuno la voglia di ridere, di venir lí per mettere in
burla il marito, e col marito, per conseguenza, anche lei.
Le toccava, invece, di sopportar la corte quasi sfacciata che tutti
quei giovani letterati e giornalisti si permettevano di farle, come
se ella, avendo per fortuna un marito di quella fatta, cosí
felicemente disposto a esibirla a tutti, un marito che tanto
s’adoperava a farla entrare nelle grazie d’ognuno, un marito che,
via, non avrebbe potuto neanche lei in nessun modo prendere sul
serio, non potesse, non dovesse rifiutarla, quella corte, anche per
non dare a lui questo dispiacere.
E difatti, ecco, non le si accostava egli di tanto in tanto per
raccomandarle di far buon viso ora all’uno, ora all’altro, e proprio
ai più sfrontati, a quelli che ella aveva allontanato da sé con duro
e freddo sprezzo? Il Betti, il Betti, colui che aveva finora colto
ogni occasione per scriver male di lei in parecchi giornali, e quel
Paolo Baldani venuto da poco da Bologna, bellissimo giovine e
critico eruditissimo, facitor di versi e giornalista, il quale con
incredibile tracotanza le aveva bisbigliato una dichiarazione
d’amore in piena regola?
Ah, non solamente le risa e le beffe, ma - pur di riuscire anche
questo? - si domandava Silvia, a quelle brevi, furtive
raccomandazioni del marito, che non potevano parere a lei, com’eran
per lui, innocenti. - Anche questo?
E gelava di ribrezzo e avvampava sempre più di sdegno.
Le più strane idee le guizzavano intanto per la mente, incutendo a
lei stessa sgomento, poiché le scoprivano sempre più nel fondo
dell’essere quelle parti di sé ancora inesplorate, tutto ciò che di
sé ella finora non aveva voluto conoscere, ma di cui aveva già il
presentimento che, se un giorno il suo dèmone se ne fosse
impossessato, chi sa dove l’avrebbe trascinata.
Finiva di scomporsi nella sua coscienza ogni concetto che ella
finora s’era sforzata di tener fermo, e intravvedeva che abbandonata
a quella nuova sua sorte, o piuttosto, all’estro del caso, e ormai
cosí senza più alcuna voluta consistenza interiore, l’animo suo
poteva cambiarsi in un punto, rivelarsi da un istante all’altro
capace di tutto, delle più impensate, inattese risoluzioni.
- Mi pare che... dico... mi pare che... tutto bene, eh? benissimo,
mi pare... – s’affrettò a dirle Giustino, quando gli ultimi invitati
se ne furono andati, per scuoterla dall’atteggiamento in cui era
rimasta: rigida in piedi, con gli occhi acuti, intenti, e la bocca
serrata.
Si sentiva ancora nella mano gelida la stretta di fuoco che le aveva
dato il Baldani or ora, nell’accomiatarsi.
- Tutto bene, no?... - ripeté Giustino. - E, sai, passando di qua e
di là, ho sentito che dicevano di te tante... buone, buone cose...
sí...
Silvia si scosse e lo guardò con tali occhi, ch’egli restò un pezzo
come smarrito, con su le labbra quel sorriso vano di chi s’accorge
che uno sta a scoprirci un’altra faccia che ancora noi non ci
conosciamo.
- Non credi? - poi chiese. - Tutto bene, ti dico... Soltanto quella
musica del di Marco mi pare che... hai sentito? dotta, sí... sarà
musica dotta, ma...
- Dobbiamo seguitare cosí?- domandò d’un tratto Silvia, con voce
strana, come se la voce sola fosse lí, e tutta lei assente, in una
lontananza infinita. - Ti avverto che cosí io non posso fare più
nulla.
- Come... perché?... anzi, ora che... ma come! - fece Giustino quasi
a un tempo colpito da più parti alla sprovvista. - Con quello studio
lassù...
Silvia strizzò gli occhi, contrasse tutto il volto e squassò la
testa.
- Ma come? - ripeté Giustino. - Puoi chiuderti lí... Chi ti
disturba?... Con tanto silenzio... Ecco, anzi ti volevo dire...
Tutti domandano che cosa prepari di nuovo. Ho risposto: niente, per
ora. Nessuno ci vuol credere. Certo un nuovo dramma, dicono.
Pagherebbero chi sa che cosa per un cenno, una notizia, un titolo...
Dovresti pensarci, ecco, rimetterti al lavoro adesso...
- Come? come? come? - gridò Silvia, scotendo le pugna, smaniosa,
esasperata. - Non posso pensare, non posso far più nulla io! Per me,
è finita! Potevo lavorare ignorata, quando non mi sapevo neanche io
stessa! Ora non posso più nulla! è finita! Non sono più quella! non
mi ritrovo più in me! è finita! è finita!
Giustino la seguí con gli occhi in quelle smanie; poi, con una mossa
del capo:
- Andiamo bene! - esclamò. - Ora che si comincia, è finita? Ma che
dici? Scusa, quando si lavora, perché si lavora? Per raggiungere un
fine, mi pare! Tu volevi lavorare e restare ignorata? Lavorare,
allora, perché? per niente?
- Per niente! per niente! per niente!- rispose Silvia con foga. -
Ecco, proprio cosí, per niente! Lavorare per lavorare, e
nient’altro! senza sapere né come né quando, di nascosto a tutti e
quasi di nascosto a me stessa!
- Ma codeste sono pazzie che ti vengono ora! - gridò Giustino,
cominciando ad alterarsi anche lui. - E allora io he ho fatto? ho
fatto male a far valere il tuo lavoro, è vero? vuoi dir questo?
Silvia con le mani di nuovo sul volto accennò di sí, col capo, più
volte.
- Ah sí? - riprese Giustino. - E allora perché mi hai lasciato fare
sinora? Me lo dici per ringraziamento, adesso che ne raccogli il
frutto a cui aspirano quanti lavorano come te: la gloria e
l’agiatezza? Te ne lagni... E non è pazzia? Ma va là, cara; saranno
i nervi! Del resto, scusa, che c’entri tu? chi ti dice
d’immischiarti in cose che non ti riguardano?
Silvia lo guardò sbalordita.
- Non mi riguardano?
- No, cara, che non ti riguardano! - replicò subito Giustino. - Tu
lavora per nulla, come prima; ritorna a lavorare come ti pare e
piace; e lascia il pensiero a me del rimanente. Eh, lo so bene...
che novità!... lo so bene che, se fosse per te.. Ma, scusa, se il
sugo ce lo cavo io, con l’opera mia, tu che n’hai da fare? che
faccio carico a te anche di questo? Questo è affar mio! Tu mi dài
carta scritta; scrivi per niente, come vuoi; bùttala; io la prendo e
te la cambio in denari ballanti e sonanti. Me lo puoi impedire? È
affar mio, e tu non centri. Tu lavora com’hai lavorato fin adesso;
lavora per lavorare... ma lavora! Perché se tu non lavori più, io...
io... che faccio più io? me lo dici? Io ho perduto l’impiego, cara
mia, per attendere ai tuoi lavori. Bisogna che a questo, ohé, tu ci
pensi! La responsabilità ora è mia... dico, del tuo lavoro. Abbiamo
guadagnato molto, è vero, e ancora ce ne sarà, con L’isola nuova. Ma
tu vedi qua come sono cresciute tutte le spese... Ora è un altro
piede di casa. Trentamila lire si devono ancora pagare per il
villino. Potevo pagarle; ma ho pensato di tenere qualche cosa da
parte, perché tu avessi un certo respiro... Adesso ti raccoglierai.
È stata una scossa troppo forte, un cangiamento troppo repentino...
Ti abituerai presto; ritroverai la calma... Il più è fatto, cara
mia. Abbiamo la casa... la ho voluta apposta cosí; ho speso, ma...
per l’apparenza, sai?... tutto fa! La tua firma vale, adesso, vale
molto, per se stessa... Senza regalare niente a nessuno! Se Raceni
aspetta i versi che gli hai promessi per la sua rassegna, può star
fresco! Io non glieli do. Povero Raceni, povero Raceni, vedrai
quanto frutteranno adesso quei versi... Lascia fare a me! Basta che
tu ti rimetta a scrivere... Scrivi, e non pensare a nulla. Lassù,
perbacco, in quello studio magnifico...
Silvia non vide in questo lungo discorso di Giustino la buona
intenzione di ricondurla alla calma e alla ragione, al
riconoscimento e alla gratitudine di quanto aveva fatto e voleva
ancor fare per lei; vide soltanto ciò che poteva, in quel momento
d’esasperazione, porglielo di fronte, nemico e tiranno: che egli
cioè le faceva ora un obbligo perentorio di lavorare, avendo perduto
l’impiego: lavorare per dare ancora a lui una professione, la quale
adesso, oltre che ridicola, sarebbe forse sembrata a tutti odiosa.
Non voleva egli vivere sul lavoro e del lavoro di lei, attribuendosi
poi tutto il merito dei guadagni? Finché il lavoro a lei non era
costato alcuno sforzo, ella poteva anche riconoscere che il merito
di quei guadagni insperati fosse tutto o quasi tutto di lui; non più
ora che egli le faceva cosí espresso e preciso obbligo di lavorare;
ora che il lavoro le costava un supplizio al solo pensiero di
doverlo affidare a lui, tutto, senza poterne disporre neanche d’una
minima parte a piacer suo; tutto, tutto, perché ancora tra le beffe
e ora anche con la disistima degli altri ne facesse mercato, ecco;
un capo d’entrata di tutto, pur di quei poveri, intimi e schivi
versucci là... Mercato, anche a costo della dignità di lei! Lo
avvertiva egli, questo? Era mai possibile che il furore lo accecasse
fino al punto da non farglielo vedere?
Insonne tutta la notte, Silvia stette a pensare, e a un certo
punto, col favore del bujo e del silenzio, sorprese in sé, nel
fondo del suo essere, come un rimescolío strano di sentimenti
ch’era sicura di aver mai avuti: sentimenti remotissimi, da cui
le saliva alla gola un’angoscia inattesa, quasi di nostalgia.
Ecco, vedeva sorgere chiare e precise le case della sua Taranto;
vedeva entro quelle le sue buone, mansuete compaesane, le quali,
use a vedersi custodite dall’uomo gelosamente e con lo scrupolo
più rigoroso, perché nessun sospetto potesse arrivar fino a
loro; use a veder l’uomo rientrare ogni volta nella propria casa
come in un tempio da tener chiuso a tutti gli estranei e anche
ai parenti che non fossero i più intimi, si turbavano, si
offendevano come per una irriverenza al loro pudore, se l’uomo
cominciava ad aprir quel tempio, quasi più non importandogli
della loro buona reputazione.
No no: ella non aveva mai avuto questi sentimenti: suo padre,
laggiù, era stato sempre ospitale specialmente verso
gl’impiegati subalterni, forestieri: ella anzi li aveva sdegnati
questi sentimenti, sapendo che molti mormoravano su
quell’ospitalità del padre, la quale senza dubbio avrebbe reso
difficile un matrimonio di lei con qualcuno del paese. Le pareva
allora che la donna dovesse anzi offendersi di quella gelosa
cura degli uomini come d’una mancanza di stima e di fiducia.
Come mai anche ella ora si offendeva del contrario, scopriva in
sé quei sentimenti insospettati, simili in tutto a quelli delle
donne di laggiù?
La ragione le apparve chiara a un tratto.
Quasi tutte le donne di laggiù erano sposate senz’amore, per
calcoli di convenienza, per prendere uno stato; ed entravan
soggette e obbedienti nella casa del marito, ch’era il padrone.
La loro obbedienza, la loro devozione non eran mosse da affetto,
ma solo dalla stima per l’uomo che lavora e che mantiene; stima
che poteva reggersi solo a patto che quest’uomo, con la
laboriosità, se non in tutto con la buona condotta, certo a ogni
modo col rigore sapesse conservare a sé il rispetto che si deve
al padrone. Ora, un uomo che allentava il rigore fino ad aprire
agli altri la propria casa, scadeva subito nella stima anche di
quei medesimi ch’erano ammessi, e la donna sentiva una vera e
propria offesa al suo pudore perché si vedeva scoperta in quella
sua intimità senz’amore, in quel suo stato di soggezione a un
uomo che non se lo meritava più per il solo fatto che permetteva
una cosa che gli altri non avrebbero mai permessa.
Ebbene, anch’ella aveva sposato senz’amore, mossa dalla
necessità di prendere uno stato e persuasa da un sentimento di
stima e di gratitudine per colui che la toglieva in moglie senza
adombrarsi di un’altra grave colpa, che avrebbe dato ombra ai
compaesani, oltre all’ospitalità del padre: la sua letteratura.
Ma ecco, ora egli s’era messo a far bottega di quel segreto su
cui era edificata la stima, la gratitudine di lei; s’era messo a
vendere e a gridare con tanto baccano la merce, perché tutti
entrassero nel vivo segreto di lei e vedessero e toccassero.
Qual rispetto potevano aver gli altri d’un tal uomo? Ne ridevano
tutti, ed egli non se ne curava! Quale stima più poteva averne
lei e qual gratitudine, se egli ora, invertendo le parti, la
costringeva anche al lavoro e voleva viver di esso?
Più di tutto in quel momento la offendeva che gli altri
potessero credere che ella amasse ancora un tal uomo o gli fosse
peraltro devota.
Forse credeva questo anche lui? O la sicurezza sua riposava su
la fiducia nell’onestà di lei? Ah, sí; ma onesta per se
medesima; non già per lui! La sicurezza sua non poteva aver su
lei altro effetto che quello di irritarla come una sfida, e
offenderla e colmarla di sdegno.
No no: cosí non poteva più seguitare a vivere, ella: lo vedeva.
Due giorni appresso, com’era da aspettarsi dopo quella stretta
di mano, tornò al villino Paolo Baldani.
Giustino Boggiòlo lo accolse a braccia aperte.
- Disturbare, lei? Ma che dice! Onore, piacere...
- Piano, piano... - disse sorridendo, ponendosi un dito su le
labbra, il Baldani. - La vostra signora è sù? Non vorrei farmi
sentire. Ho bisogno di voi.
- Di me? Eccomi... Che posso?... Entriamo qua, in salotto... o
se vuole, andiamo in giardino... o nel salottino qui accanto.
Silvia è sù, nel suo studio.
- Grazie, basterà qui, - disse il Baldani, sedendo nel salotto;
poi, protendendosi verso il Boggiòlo, aggiunse a bassa voce: -
Debbo essere per forza indiscreto.
- Lei? ma no... perché? anzi...
- È necessario, amico mio. Ma quando l’indiscrezione è a fin di
bene, un gentiluomo non deve ritrarsene. Ecco, vi dirò. Ho
pronto uno studio esauriente su la personalità artistica di
Silvia Roncella...
- Oh gra...
- Piano, aspettate! Son venuto per rivolgervi alcune domande...
dirò, intime, specialissime, a cui voi solamente siete in grado
di rispondere. Vorrei da voi, caro Boggiòlo, certi lumi... dirò
fisiologici.
Giustino dal tono basso, misterioso con cui il Baldani seguitava
a parlare era quasi tirato per la punta del naso ad ascoltare a
capo chino, con gli occhi intenti c la bocca aperta.
- Fisio?
- logici. Mi spiego. La critica, amico mio, ha oggi ben altri
bisogni d’indagine, che non sentiva per lo innanzi. Per
l’intelligenza compiuta d’una personalità è necessaria la
conoscenza profonda e precisa anche de’ più oscuri bisogni, dei
bisogni più segreti e più riposti dell’organismo. Sono indagini
molto delicate. Un uomo, capirete, vi si sottopone senza tanti
scrupoli; ma una donna... eh, una donna... dico, una donna come
la vostra signora, intendiamoci! ne conosco tante che si
sottoporrebbero a queste indagini senz’alcuno scrupolo, anche
più apertamente degli uomini; per esempio... là, non facciamo
nomi! Ora, avventare un giudizio, come tanti fanno, fondato
solamente su i tratti fisionomici apparenti, è da ciarlatani. La
forma d’un naso, Dio mio, può benissimo non corrispondere alla
vera natura di colui che lo porta in faccia. Il nasino cosí
grazioso della vostra signora, ad esempio, ha tutti i caratteri
della sensualità...
- Ah, sí? - domandò Giustino, meravigliato.
- Sí, sí, certo, - raffermò con gran serietà il Baldani. -
Eppure, forse... Ecco, per compire il mio studio, io avrei
bisogno da voi, caro Boggiòlo, di alcune notizie... ripeto,
intime, imprescindibili per la intelligenza compiuta della
personalità della Roncella. Se permettete, vi rivolgo una o due
domande, non più. Ecco, vorrei sapere se la vostra signora...
E il Baldani, accostandoglisi ancor più, ancor più piano, con
garbo e sempre serio, fece la prima domanda. Giustino, curvo con
gli occhi più che mai intenti, diventò rosso rosso, ascoltando,
alla fine, ponendosi le due mani sul petto e raddrizzandosi:
- Ah, nossignore! nossignore! - negò con vivacità. - Questo
glielo posso giurare!
- Proprio? - disse il Baldani, scrutandolo negli occhi.
- Glielo posso giurare! - ripeté con solennità Giustino.
- E allora, - riprese il Baldani, - abbiate la compiacenza di
dirmi, se...
E pian piano, come prima, con garbo, sempre serio, fece la
seconda domanda. Questa volta Giustino, ascoltando, aggrottò un
po’ le ciglia, poi espresse una gran meraviglia, domandò:
- E perché?
- Come siete ingenuo! - sorrise il Baldani; e gli spiegò quel
perché.
Giustino allora, diventando di nuovo rosso rosso come un
papavero, dapprima appuntí le labbra come se volesse soffiare,
poi le schiuse a un risolino vano e rispose, esitante:
- Questo... ecco... sí, qualche volta... ma creda che...
- Per carità! - lo interruppe il Baldani. - Non c’è bisogno che
me lo diciate. Chi può mai pensare che Silvia Roncella... ma per
carità! Basta, basta cosí. Erano questi i due punti che più mi
premeva di chiarire. Grazie di cuore, caro Boggiòlo, grazie!
Giustino, un po’ sconcertato ma pur sorridente, si grattò un
orecchio e domandò:
- Ma scusi, che forse nell’articolo?...
Paolo Baldani lo interruppe, negando col dito; poi disse:
- Prima di tutto non è un articolo; è uno studio, v’ho detto.
Vedrete! Le indagini restano segrete; servono a me, per farmi
lume nella critica. Poi, poi vedrete. Se voleste ora aver la
bontà d’annunziarmi alla vostra signora...
- Subito! - disse Giustino. - Abbia la pazienza d’attendere un
momentino...
E corse sù allo studio di Silvia, ad annunziarglielo. Era
sicurissimo d’averla convinta col suo ultimo discorso, e non
s’aspettava perciò che ella si rifiutasse fieramente di vedere
il Baldani.
- Ma perché? - le domandò, restando.
Silvia ebbe la tentazione di gettargli in faccia la risposta
vera, per scomporlo da quell’atteggiamento di attonita, dolente
meraviglia; ma temette che egli le rifacesse quel gesto di
filosofica noncuranza, come allorché gli aveva rinfacciato le
risa e le beffe della gente.
- Perché non voglio! - gli disse. - Perché mi secca! Vedi che
sto qui a rompermi la testa!
- Eh via, cinque minuti... - insistette Giustino. - Ha pronto
uno studio su tutta l’opera tua, sai! Oggi, una critica del
Baldani, bada... è il critico di moda... critica, aspetta! come
la chiamano? non so... una critica nuova, che se ne parla tanto,
adesso, cara mia! Cinque minuti... Ti studia, e basta. Lo faccio
passare?
- Bella cosa, bella cosa, - diceva, poco dopo, Paolo Baldani lí
nello studio, battendo lievemente la mano feminea sul bracciuolo
della poltrona e rimirando con occhi un po’ strizzati Giustino
Boggiòlo.- Bella cosa, signora, vedere un uomo cosí sollecito
della vostra fama e del vostro lavoro, cosí interamente devoto a
voi. M’immagino come ne dovete esser lieta!
- Ma sa?... perché... se io... - tentò subito d’interloquire
Giustino, temendo che Silvia non gli volesse rispondere.
Il Baldani lo fermò con la mano. Non aveva finito.
- Permettete? - disse; e seguitò: - Lo noto, perché tanta
sollecitudine e tanta devozione debbono aver pure il loro peso
nella valutazione dell’opera vostra, in quanto che, mercé di
esse, voi certamente potete, senza veruna estranea cura,
abbandonarvi tutta alla divina gioja di creare.
Pareva che parlasse cosí, ora, per ischerzo; che di quel suo
parlar dipinto egli per il primo avvertisse l’affettazione e la
accompagnasse con un lievissimo, appena percettibile risolino
ironico, non già per attenuarla però, ma anzi per armarla del
fascino d’una inquietante ambiguità. - "Quello che ho dentro, lo
so io solo" - pareva dicesse. - "Per voi, per tutti, ho questo
lusso di parole, ecco, e me ne vesto con signorile sprezzatura;
ma posso anche, all’occorrenza, buttarlo via e spogliarmene, per
mostrarmi a un tratto bello e forte nella mia nuda animalità".
Questa animalità Silvia gli scorgeva chiaramente nel fondo degli
occhi: ne aveva avuto una prova nella sfrontata dichiarazione
dell’altra sera; era certa che ne avrebbe avuto un nuovo e più
sfrontato assalto, se per poco il marito si fosse allontanato
dallo scrittojo. Intanto - oh schifo! - egli lodava e ammirava
innanzi a lei Giustino, per farselo amico e, dopo averlo
guardato, ecco, rivolgeva gli occhi a lei con incredibile
impudenza. Il Baldani, difatti, col suo sguardo le diceva: "Tu
non ti sogni neppure di sospettare quel che so di te..."
- Gioja di creare? - proruppe Silvia. - Non l’ho mai provata. E
sono proprio dolente di non poter più attendere ora, come prima,
a quelle che lei chiama cure estranee. Erano le sole tra cui mi
ritrovassi; che mi déssero qualche sicurezza. Tutta la mia
sapienza era in esse! Perché io non so nulla, proprio. Non
capisco nulla, io. Se lei mi parla d’arte, io non capisco nulla
di nulla.
Giustino si agitò, tutto scombussolato, su la seggiola. Il
Baldani lo notò, si voltò a guardarlo, sorrise e disse:
- Ma questa è una confessione preziosa... preziosa.
- Vuol sapere, se le serve, che cosa stavo a fare io, - seguitò
Silvia, - messa qua di proposito a scrivere? Ho contato sul mio
braccio le righette bianche e nere di questo mio abito di mezzo
lutto: centosettantatre nere e centosettantadue bianche, dal
polso all’attaccatura della spalla. E cosí soltanto so che ho un
braccio e questa veste. Altrimenti, non so nulla; nulla, nulla,
proprio nulla.
- E questo spiega tutto! - esclamò allora il Baldani, come se
proprio lí la aspettasse. - Tutta la vostra arte è qui, signora
mia.
- Nelle righette bianche e nere? - domandò Silvia, fingendo
quasi sgomento.
- No, - sorrise il Baldani. - Nella vostra meravigliosa
incoscienza, la quale spiega la non meno meravigliosa natività
spontanea dell’opera vostra. Voi siete una vera forza della
natura; dirò meglio, siete la natura stessa che si serve dello
strumento della vostra fantasia per creare opere sopra le
comuni. La vostra logica, intanto, è quella della vita, e voi
non potete averne coscienza, perché logica ingenita, logica
mobile e complessa. Vedete, signora mia: gli elementi che
costituiscono il vostro spirito sono straordinariamente
numerosi, e voi li ignorate; essi si aggregano, si disgregano
con una facilità, con una rapidità prodigiosa, e questo non
dipende dalla vostra volontà; essi non si lasciano fissar da voi
in alcuna forma stabile: si mantengono, dirò cosí, in uno stato
di perpetua fusione, senza mai rapprendersi; duttili, plastici,
fluidi; e voi potete assumere tutte le forme senza che lo
sappiate, senza che lo vogliate per riflessione.
- Ecco! ecco! ecco! - cominciò a dire Giustino, scattando, tutto
esultante e gongolante. - Questo è! questo è! Glielo dica,
glielo ripeta, glielo faccia entrar bene in mente, caro Baldani!
Lei sta facendo in questo momento opera di vero amico. È un po’
confusetta, veda... un po’ incerta, dopo questo trionfo.
- Ma no! - gridò Silvia su le brage, cercando d’interromperlo.
- Sí, sí, sí! - incalzò invece Giustino, levandosi in piedi e
facendosi in mezzo, quasi per impedire che gli sfuggisse
quell’occasione propizia, ora che la teneva acciuffata. - Santo
Dio, te l’ha spiegato cosí bene, qua, il Baldani! È proprio cosí
com’ha detto lei, Baldani! Non trova, non trova l’argomento del
nuovo dramma, e...
- Non trova? Ma se già ce l’ha! - esclamò il Baldani sorridendo.
- Posso permettermi un suggerimento per l’affetto che vi porto?
Il dramma ce l’avete già! Credono gli sciocchi (e lo van
dicendo) che sia più agevole creare fuori delle esperienze
quotidiane, ponendo cose e persone in luoghi immaginarii, in
tempi indeterminati, quasi che l’arte abbia da impacciarsi della
cosí detta realtà comune, e non crei essa una realtà sua propria
e superiore. Ma io so le vostre forze e so che voi potete
confondere questi beoti e ridurli al silenzio e costringerli
all’ammirazione, affrontando e dominando una materia affatto
diversa da quella de L’isola nuova. Un dramma d’anime, e nel
mezzo nostro, cittadino. Voi avete nel vostro volume delle
Procellarie una novella, la terza, se ben ricordo, intitolata Se
non cosí... Ecco il dramma nuovo! Pensateci. Io mi stimerò
felice di avervelo additato; se potrò dire un giorno: Questo
dramma ella lo ha scritto per me; ho insinuato io nella matrice
della sua fantasia, per la fecondazione, questo nuovo germe
vitale!
Si alzò; disse a Giustino quasi con solennità:
- Lasciamola sola.
Le si fece innanzi; le prese la mano, inchinandosi; vi depose un
bacio; uscí.
Silvia, appena sola, fu assalita da quella fiera stizza che si
prova allorché, dibattuti in una tempesta da cui non scorgevamo
più né quasi più speravamo salvezza, d’un tratto e con
tranquillo gesto ci vediamo offrire da chi meno avremmo voluto -
ecco qua, una tavola, una fune. Vorremmo piuttosto affogare, che
servircene, per non riconoscere di dover la nostra salvezza a
uno che con tanta facilità ce l’ha offerta. Questa facilità, che
vuol quasi dmostrarci sciocca e vana la disperazione nostra di
poc’anzi, ci sembra un insulto, e vorremmo subito dimostrare
invece a nostra volta sciocco e vano l’ajuto cosí facilmente
offerto; ma avvertiamo intanto che, contro la nostra volontà,
già ci siamo aggrappati ad esso.
Silvia smaniava di rimettersi al lavoro, a un lavoro che la
prendesse tutta e le impedisse di vedere, di pensare a se stessa
e di sentirsi. Ma cercava e non trovava; e si struggeva nella
smania, sempre più convincendosi che veramente ormai ella non
poteva più far nulla.
Ora, non volle andare a prendere dallo scaffale il libro delle
Procellarie; ma già vi era dentro con lo spirito, già si
sforzava di vedere il dramma in quella terza novella indicata
dal Baldani.
C’era? Sí, c’era veramente. Il dramma d’una moglie sterile.
Ersilia Groa, ricca provinciale, non bella, di cuore ardente e
profondo, ma rigida e dura d’aspetto e di maniere, ha sposato da
sei anni Leonardo Arciani, letterato senza più voglia dopo le
nozze - né di scrivere né d’attendere a libri, pur avendo
destato con un suo romanzo grandi speranze e viva attesa nel
pubblico. Quegli anni di matrimonio son passati in apparenza
tranquilli. Ersilia non sa offrire da sé quel tesoro d’affetti
che chiude in cuore; forse teme che esso non abbia alcun valore
per il marito. Poco egli le chiede e poco ella gli dà; gli
darebbe tutto se egli volesse. Sotto quella apparente
tranquillità, dunque, il vuoto. Solo un figlio potrebbe
riempirlo; ma ormai, dopo sei anni, ella dispera d’averne.
Arriva un giorno al marito una lettera. Leonardo non ha segreti
per lei: leggono quella lettera insieme. È di una cugina di lui,
Elena Orgera, che un tempo gli fu fidanzata: le è morto il
marito; è rimasta povera e senza assegnamenti, con un figliuolo
che vorrebbe fosse ammesso in un collegio di orfani; gli chiede
un soccorso. Leonardo se ne sdegna; ma Ersilia stessa lo
persuade a mandare quel soccorso. Ivi a poco, improvvisamente,
egli ritorna al lavoro. Ersilia non ha mai veduto lavorare il
marito; ignara affatto di lettere, non sa spiegarsi quel nuovo
improvviso fervore; vede ch’egli deperisce di giorno in giorno);
teme che si ammali; vorrebbe almeno che non si affannasse tanto.
Ma egli le dice che l’estro gli si è ridestato, che ella non può
comprendere che sia. E cosí, per circa un anno, riesce a
ingannarla. Quando Ersilia alla fine scopre il tradimento, il
marito ha già una bambina da Elena Orgera. Duplice tradimento:
ed Ersilia non sa se più le sanguini il cuore per il marito che
colei le ha tolto o per la figlia che ha potuto dargli.
Veramente la coscienza ha curiosi pudori: Leonardo Arciani
strappa il cuore alla moglie, le ruba l’amore, la pace: si fa
scrupolo del denaro. Eh! col denaro della moglie, no, da
galantuomo non vuol mantenere un nido fuori della casa. Ma gli
scarsi e incerti proventi del suo lavoro affannato non possono
bastare a sopperire ai bisogni, che presto cominciano a riempir
di spine quel nido. Ersilia, appena scoperto il tradimento, s’è
chiusa in sé ermeticamente, senza lasciar trapelare al marito né
lo sdegno né il cordoglio: ha solo preteso che egli seguitasse a
vivere in casa, per non dare scandalo; ma separato affatto da
lei. E non gli rivolge più né uno sguardo né una parola.
Leonardo, oppresso da un peso che non può sopportare, resta
profondamente ammirato del dignitoso, austero contegno della
moglie, la quale forse comprende che, oltre e sopra ogni suo
diritto, c’è per lui ormai un dovere più imperioso: quello verso
la figlia. Sí, difatti, Ersilia comprende questo dovere: lo
comprende perché sa quel che le manca; lo comprende tanto che,
se egli ora, stremato e avvilito com’è, ritornasse a lei,
abbandonando con l’amante la figlia, ella ne avrebbe orrore. Di
questo tacito sublime compatimento di lei egli ha una prova nel
silenzio, nella pace, in tante cure pudicamente dissimulate che
ritrova in casa. E l’ammirazione diviene a mano a mano
gratitudine; la gratitudine, amore. Lí, in quel nido di spine,
egli non va più, ora, che per la figlia. Ed Ersilia lo sa. Che
aspetta? Lo ignora ella stessa; e intanto si nutre in segreto
dell’amore che già sente nato in lui. Sopravviene, a rompere
questo stato di cose, il padre di lei, Guglielmo Groa, grosso
mercante di campagna, ruvido, inculto, ma pieno d’arguto buon
senso.
Ecco, il dramma poteva aver principio qui, con l’arrivo del
padre. Ersilia, che da tre anni non rivolge la parola al marito,
si reca a trovarlo nella sede d’un giornale quotidiano, dov’egli
è sopportato come redattore artistico, per prevenirlo che il
padre, a cui ella ha tutto nascosto, è già in sospetto e verrà
quella mattina stessa a provocare una spiegazione. Vuole che gli
sappia fingere per risparmiare almeno al padre quel cordoglio. È
una scusa; teme in realtà che il padre, per venire a una
soluzione impossibile, infranga irrimediabilmente quel tacito
accordo di sentimenti ch’ella ha penato tanto a stabilire tra
lei e il marito, e che le è cagione d’ineffabile spasimo segreto
e insieme d’ineffabile segreta dolcezza. Ersilia non trova il
marito nella redazione del giornale e gli lascia un biglietto,
promettendo che ritornerà presto per ajutarlo a fingere, quando
il padre, che si è recato ad assistere a una seduta mattutina
della Camera, verrà lí per parlargli. Leonardo trova il
biglietto della moglie e sa dall’usciere che è venuta poc’anzi a
cercar di lui anche un’altra signora. È la Orgera, da cui egli
non è più andato da una settimana, sentendosi spiato dagli occhi
sospettosi del suocero. Ella ritorna difatti poco dopo, in quel
momento cosí poco opportuno, e invano Leonardo le spiega perché
non è venuto e in prova le dà a leggere quel biglietto della
moglie. Ella deride l’abnegazione di Ersilia, che vuol
risparmiare noje e amarezze al marito, mentre lei... eh, lei
rappresenta il bisogno, la crudezza d’una realtà non più
sostenibile: i fornitori che vogliono esser pagati, il padrone
di casa che minaccia lo sfratto. Meglio finirla! Già tutto è
finito tra loro. Egli ama la moglie, quella sublime silenziosa:
ebbene, ritorni a lei, e basta cosí! Leonardo le risponde che se
potesse la soluzione esser cosí semplice, già da un pezzo egli
ci sarebbe venuto; ma purtroppo non può esser quella la
soluzione, legati come sono l’uno all’altra; e dunque, via, se
ne vada per ora; le promette che verrà a trovarla appena potrà.
In mal punto per Leonardo, cosí amareggiato, sopravviene il
suocero prima del tempo, seccato delle chiacchiere parlamentari.
Guglielmo Groa non sa d’aver di fronte nel genero un altro padre
che al par di lui deve difendere la propria figlia; crede a un
traviamento del genero, riparabile con un po’ di tatto e di
denaro, e gli profferisce ajuto e lo invita a confidarsi a lui.
Leonardo è stanco di mentire; confessa la sua colpa, ma dice che
ne ha già avuto la punizione più grave che potesse aspettarsene,
e rifiuta come inutile l’ajuto del suocero e anche di ragionare
con lui. Il Groa crede che la punizione di cui parla Leonardo
sia quel lavoro a cui s’è condannato, e lo rimbrotta aspramente.
Quando Ersilia, troppo tardi, sopraggiunge, il padre e il marito
stan quasi per venire alle mani. Vedendo Ersilia, Leonardo,
sovreccitato, fremente, s’affretta a raccogliere le carte dalla
scrivania e scappa; il Groa allora fa per lanciarglisi addosso,
ruggendo: "Ah, non vuoi ragionare?", ma Ersilia lo arresta col
grido: "Ha la figlia, babbo ha la figlia! Come vuoi che
ragioni?".
Con questo grido poteva esser chiuso il primo atto. A principio
del secondo, una scena tra il padre e la figlia. Tutte due hanno
atteso invano, la notte, che Leonardo rincasasse. Ora Ersilia
svela al padre tutto il suo martirio, e come fu ingannata, e
come e perché s’era acconciata in silenzio a quella pena. Ella
quasi difende il marito, perché - messo tra lei e la figlia - è
corso da questa. Dove sono i figli è la casa! Il padre se ne
indigna; si ribella; vuole subito ripartirsene; e, come Leonardo
sopravviene per poco, a prendersi i libri e le carte, gli va
innanzi e gli dice che rimanga pur lí; andrà via lui, or ora.
Leonardo resta perplesso, non sapendo come interpretare
quell’improvviso invito del suocero a rimanere. Ma ecco Ersilia.
Ella entra per dirgli che non parte da lei quell’invito e che
anzi egli, se vuole, può andare. E allora Leonardo piange e dice
alla moglie il suo tormento e il pentimento e l’ammirazione per
lei e la gratitudine. Ersilia gli domanda perché soffre, se ha
con sé la figlia; e Leonardo le risponde che quella donna gliela
vorrebbe togliere, perché egli non basta a mantenerla e perché
non vuol più vederlo in quelle smanie. "Ah, sí?" grida Ersilia.
"Questo vorrebbe? E allora...". Il suo piano è fatto. Ella
comprende che non può riavere il marito se non cosí, cioè a
patto d’avere insieme la figlia Non gliene dice nulla; e, poiché
egli chiede il perdono, glielo accorda, ma nello stesso tempo si
svincola dalle braccia di lui e lo costringe ad andar via: "No,
no", gli dice. "Ora tu non puoi più rimanere qui! Due case, no;
qua io e là tua figlia, no! Va’ va’: so quello che tu desideri:
va’!". E lo manda via a forza, e subito com’egli esce, scoppia
in un pianto di gioja.
Inizio pagina
Il terzo atto doveva svolgersi nel nido di spine, in casa di
Elena Orgera. Leonardo è venuto a trovar la bambina, ma si è
dimenticato di portarle un regaluccio che le aveva promesso. La
bambina, Dinuccia, ha pianto molto aspettandolo; ora si è
addormentata di là. Leonardo dice che tornerà presto col
giocattolo e va via. La bimba, che ha ormai cinque anni, si
sveglia; viene in iscena, domanda del babbo e vuole che la mamma
le parli del regalo ch’egli le porterà: una campagna con tanti
alberetti e le pecorelle e il cane e il pastore. Si sente sonare
alla porta. (Eccolo!) dice la madre. E la bimba vuole andar lei
ad aprire. Si ripresenta poco dopo su la soglia, tutta confusa,
con una signora velata. È Ersilia Arciani, che ha veduto andar
via dalla casa il marito e non sospetta ch’egli debba tra poco
ritornare. Sospetta Elena, invece, una congiura tra la moglie e
il marito per portarle via la figlia; e grida, minaccia di
chiamar ajuto, inveisce, smania. Invano Ersilia tenta di
calmarla, di dimostrarle che il suo sospetto è infondato,
ch’ella non vuole né può farle alcuna violenza; che è venuta a
parlare al suo cuore di madre, per il bene della sua bambina, la
quale sarebbe adottata, uscirebbe dall’ombra della colpa,
sarebbe ricca e felice; invano poi le grida ch’ella non ha il
diritto di pretendere ch’egli abbandoni la figlia, se lei non
vuol cederla. L’uscio di casa è rimasto aperto per la confusione
della bambina nel vedersi innanzi quella signora invece del
babbo; e Leonardo, entrando in quel punto, si trova in mezzo
alla contesa delle due donne, stupito di veder lí la moglie. La
bambina ode la voce del padre e picchia all’uscio della camera
ove Elena è corsa a rinchiuderla appena Ersilia Arciani sè
svelata. Ora ella apre di furia quell’uscio, si toglie in
braccio la piccina e grida ai due d’andar via, subito, via! A
questo scatto, Leonardo, percosso, si rivolge alla moglie e la
spinge ad abbandonare quell’impresa disumana e a ritrarsi.
Ersilia se ne va. E allora nell’animo di Elena, che ha veduto in
sua presenza scacciata la moglie, segue all’orgasmo la
confusione, lo smarrimento, e vorrebbe che Leonardo subito
corresse a raggiunger la moglie e andasse via per sempre con
lei. Ma Leonardo, al colmo dell’esasperazione, le grida: "No!" e
si prende tra le gambe la piccina e le dà il regaluccio e
comincia a disporre, nella scatola, la cascina, gli alberetti,
le pecorelle, il pastore, il cane, tra le risa, i gridi di
gioja, le liete domande infantili di Dinuccia. Elena, ascoltando
quelle domande della bimba e le rispose del padre angosciato,
ripensa a tutto ciò che le ha detto colei che se n’è andata, su
l’avvenire della sua piccina, e tra le lagrime comincia a
rivolgere a Leonardo, tutto intento alla gioja della figliuola,
qualche domanda: "Diceva, l’adozione... ma è possibile?" e
Leonardo non le risponde e seguita a parlare delle pecorelle e
del cane con la bambina. Ivi a poco, un’altra domanda di Elena,
o una considerazione amara su lei o su Dinuccia, se mai ella...
Leonardo non ne può più; balza in piedi; prende in braccio la
figlia e le grida: "Me la dài?" ("No! no! no!" risponde a
precipizio Elena, strappandogliela e cadendo in ginocchio
innanzi alla piccina abbracciata: "Non è possibile, no! ora non
posso, ora non posso! Vattene! vattene! Poi... chi sa! se ne
avrò la forza, per lei! Ma ora vattene! vattene! vattene!".
Ecco, sí, poteva esser questo il dramma. Ella lo vedeva chiaro
innanzi a sé, tutto, fin nei particolari dell’architettura
scenica. Ma che lo dovesse al suggerimento del Baldani, la
irritava. E non si sentiva attratta da esso minimamente.
Non aveva mai lavorato cosí, volendo e costruendo la sua opera.
L’opera, appena intuita, s’era sempre voluta invece lei stessa
prepotentemente, senza che ella provocasse nel suo spirito alcun
movimento atto a effettuarla. Ogni opera in lei s’era sempre
mossa da sé, perché da sé soltanto s’era voluta; ed ella non
aveva mai fatto altro che obbedire docile e con amor seguace a
questa volontà di vita, a ogni suo spontaneo movimento
interiore. Or che la voleva lei e doveva darle lei il movimento,
non sapeva più come cominciare, da che parte rifarsi. Si sentiva
arida e vuota, e in quell’aridità e in quel vuoto smaniava.
La vista di Giustino, il quale non osava chiederle notizia del
lavoro, a cui fingeva di saperla ritornata, e faceva di tutto
perché ella credesse che di questo egli fosse certo,
appartandola, imponendo a Èmere silenzio, allontanando da lei
ogni cura della casa, le suscitava ogni volta tale stizza, che
sarebbe trascesa in escandescenze, se la nausea di altre più
volgari da parte di lui non l’avesse trattenuta. Avrebbe voluto
gridargli:
- Smettila! Rispàrmiati codeste finzioni! Io non fo nulla, e tu
lo sai! Non posso e non so più far nulla, cosí, già te l’ho
detto! Èmere può anche fischiare, in maniche di camicia,
lavorando, e rovesciar seggiole e romperti tutti codesti famosi
mobili del Ducrot: io ne godrei tanto, caro mio! Mi metterei io
a romper tutto, tutto, tutto qua dentro, e anche le mura se
potessi!
Quel che aveva avvertito tanti e tanti anni fa, a Taranto, per
una causa molto minore, allorché il padre aveva voluto mandare a
stampa le prime sue novelle, che cioè il pensiero della lode,
con cui queste erano state accolte, s’era interposto tra lei e
le nuove cose che avrebbe voluto descrivere e rappresentare,
turbandola cosí che per circa un anno non aveva potuto più
toccar la penna, avvertiva adesso, la stessa confusione, la
stessa ambascia, la stessa costernazione, ma centuplicate.
Anziché infiammarla, il recente trionfo la assiderava; anziché
sollevarla, la schiacciava, la annientava. E se cercava di
riscaldarsi, sentiva subito che il calore che si dava era
artificiale; e se cercava di rilevarsi da quell’avvilimento, da
quella prostrazione, sentiva nello sforzo irrigidirsi, vanamente
impettita. Quasi inevitabilmente quel trionfo la induceva a
strafare. E ora, per non strafare, ecco l’eccesso opposto:
l’arido stento, la rigida nudità scheletrica.
Cosí, come uno scheletro, nell’arido stento di quel lavoro
forzato, le veniva fuori penosamente il nuovo dramma, rigido,
nudo.
- Ma no, perché? Ma se va benissimo! - le disse il Baldani,
quand’ella, per far tacere il marito, gli lesse il primo atto e
parte del secondo. - E del carattere di questa vostra stupenda
creatura, di Ersilia Arciani, tanta sostenutezza austera, questa
che a voi sembra rigidità. Va benissimo, vi assicuro. L’anima e
i modi di Ersilia Arciani, debbono governare cosí tutta l’opera,
per necessità. Seguitate, seguitate.
D’altra guida, d’altro consiglio, in difetto dell’estro, Silvia
sentiva bisogno in quel momento.
Era stata notata da tutti l’assenza di Maurizio Gueli, la sera
dell’inaugurazione. Molti, e certo non senza malignità, avevano
domandato quella sera a Giustino:
- E il Gueli? non viene?
E Giustino di rimando:
- Ma è a Roma? Mi hanno detto che è in villa, a Monteporzio.
Anche da Silvia, specialmente alcune signore, cosí senza parere,
avevano voluto notizie del Gueli. Silvia sapeva che, o per
gelosia o per invidia o, a ogni modo, per ferirla, donne e
letterati si sarebbero messi o prima o poi a malignar su lei.
Il marito stesso, del resto, era il primo a dare, senza bisogno,
pretesto e materia alla malignità. E con un siffatto marito ella
stessa ormai riconosceva che sarebbe stato quasi impossibile
rimanere insospettata. Il suo stesso amor proprio,
irresistibilmente, l’avrebbe tratta per tanti segni a far
nascere sospetti, perché ella non poteva sottostare più, innanzi
agli occhi di tutti, al ridicolo di cui egli la copriva,
fingendo di non accorgersene ancora. Doveva per forza, in
qualche modo, dimostrare di provarne o dolore e dispetto, e
forse avrebbe fatto peggio, perché si sarebbe troppo avvilita e
tutti allora ne avrebbero approfittato per addolorarla e
indispettirla ancor più; o lo stesso piacere degli altri, e
allora, se da un canto si sarebbe in parte salvata
dall’avvilimento, non poteva più lei stessa dall’altro
pretendere che si francasse dai più tristi giudizii della gente.
Può, impune, una donna deridere apertamente il proprio marito?
Né ella, del resto, con intenzione o per finzione avrebbe saputo
farlo. Ma temeva lo facesse, contro la sua volontà, per
irresistibile reazione, il suo stesso amor proprio. Ed ecco
inevitabili i sospetti e le malignità. No no, davvero, ella non
poteva più in alcun modo durare, schietta e onesta, in quelle
condizioni.
Fu lieta dell’assenza del Gueli, la sera dell’inaugurazione.
Lieta, non tanto perché veniva meno una ragione di malignare più
forte delle altre, essendo già nota a tutti la simpatia del
Gueli per lei, quanto perché, dopo quella lettera ch’egli le
aveva inviato a Cargiore, non lo avrebbe ella stessa veduto
volentieri. Non ne sapeva ancor bene il perché. Ma il pensiero
che la simpatia del Gueli, ben nota a lei anche per via segreta
e per una ragione di cui in principio s’era sdegnata, désse
pretesto a malignità, la feriva molto più che ogn’altro sospetto
che potesse sorgere o per il Betti o per il Luna o per il
Baldani, per chiunque altro.
Ella non avrebbe mai, con nessuno, ingannato il marito. Per
quanto si fosse franta al tumulto di tanti nuovi pensieri e
sentimenti la compagine della sua prima coscienza, per quanto
l’ira, il dispetto, che la condotta del marito le suscitava,
potessero incitarla a vendicarsi, questo credeva ancora di poter
sicuramente affermare a se stessa: che nessuna passione, nessun
impeto di ribellione la avrebbero mai travolta fino al punto di
venir meno al suo debito di lealtà. Se domani non avesse più
saputo resistere a convivere in quelle condizioni col marito;
se, non pure indifesa, ma quasi indotta e spinta, col cuore
ormai non solamente vuoto d’affetto per lui, ma anche repugnante
ed affogato di nausea e di tristezza, si fosse sentita
avviluppare e trascinare da qualche disperata passione, ella no,
non avrebbe ingannato a tradimento, mai. Lo avrebbe detto al
marito, e a qualunque costo avrebbe salvato la sua lealtà.
Purtroppo nulla più in quella casa aveva potere di trattenerla
con la voce degli antichi ricordi. Quella era per lei una casa
quasi estranea, da cui le poteva esser facile andar via; le
destava attorno di continuo l’immagine d’una vita falsa
artificiale, vacua, insulsa, alla quale, non persuasa più da
alcun affetto, non riusciva ad accostumarsi, e che anzi
l’obbligo ormai imprescindibile del suo lavoro le rendeva
odiosa. E neppure da quel lavoro forzato le era concesso di trar
la soddisfazione ch’esso, se non a lei, serviva almeno a far
piacere a un altro che gliene restasse grato. Grata doveva
restar lei, per giunta, al marito che la trattava come il
villano tratta il bue che tira l’aratro, come il cocchiere
tratta la cavalla che tira la vettura, che l’uno e l’altro si
prendono il merito della buona aratura e della bella corsa e
vogliono esser poi ringraziati del fieno e della stalla.
Ora, della simpatia più o meno sincera che le dimostravano i
Baldani, i Luna, adesso anche il Betti, tutti quei giovani
letterati e giornalisti chiomati e vestiti di soperchio, ella
poteva non fare alcun caso né apprensionirsi affatto; paura
aveva invece di quella del Gueli, che come lei sapeva
avviluppato da una miseria tragica e ridicola a un tempo, che
gli toglieva il respiro (cosí le aveva scritto); paura aveva del
Gueli, perché più d’ogni altro poteva leggerle in cuore; perché
della presenza e del consiglio di lui ella in quel momento
infastidita, urtata dalla frigida e spavalda saccenteria del
Baldani, sentiva cosí acuto e urgente bisogno.
Chiusa lí nello studio, si sorprendeva con gli occhi attoniti e
lo spirito sospeso, tutta intenta a seguir pensieri, da cui si
riscoteva con orrore.
Erano quei pensieri come una scala agevole, per cui ella - ecco
- poteva scendere anche alla sua perdizione; erano una sequela
di scuse per tranquillare la coscienza antica, per mascherar
l’aspetto odioso di un’azione che quella coscienza antica le
rappresentava ancora come una colpa, e attenuar la condanna
della gente.
La serietà austera, l’età del Gueli non farebbero sospettare
ch’ella per basso pervertimento cercasse in lui l’amante,
anziché una guida degna e quasi paterna, un nobile compagno
ideale. E parimenti forse il Gueli in lei soltanto e per lei
troverebbe la forza di rompere il tristo legame con quella donna
che da tanti anni lo opprimeva.
E il figlio?
Per un momento, questo nome, gittandosi attraverso quel torbido
immaginare, lo disperdeva. Ma subito l’idea del figlio le
richiamava con angoscia alla memoria un ordine di vita una
castità di cure, un’intimità santa, che altri e non lei aveva
voluto violentemente spezzare.
Se ella avesse potuto aggrapparsi al figlio che le era stato
strappato e non pensare né attender più a nulla, avrebbe trovato
certamente nel suo bambino la forza di chiudersi tutta
nell’ufficio della maternità e di non esser più altro che madre,
la forza di resistere a ogni tentazione d’arte per non dar più
pretesto al marito d’offenderla e di ridurla alla disperazione
con quel furor di guadagni e quello spettacolo di bravure.
A un solo patto avrebbe potuto seguitare a convivere col marito,
cioè a patto di rinunziare all’arte. Ma poteva più ora? Non
poteva più. Egli ormai non aveva altro impiego che quello
d’agente del suo lavoro, ed ella doveva lavorare per forza e non
poteva più, cosí: né esser madre né lavorare poteva più. Doveva
per forza? E allora, via, via di là! via da lui. Gli avrebbe
lasciato la casa e tutto. Cosí non poteva più reggere. Ma che
sarebbe avvenuto di lei?
A questa domanda, tutto lo spirito le si scombujava e le si
arretrava con orrore. Ma qual gioja poteva darle il riconoscere
di non aver fatto altro che immaginare? Poco dopo, ricadeva in
quelle torbide immaginazioni, e, purtroppo, con minor rimorso
per la stolida petulanza del marito che seguitava a importunarla
quanto più la vedeva disviata dal lavoro e smaniosa.
Per questo, quando alla fine Maurizio Gueli, inatteso,
all’improvviso, si presentò nel villino con uno strano aspetto
risoluto, con insoliti modi, e la guardò negli occhi e con
evidente sdegno accolse tutti gl’inchini e le cerimonie e le
feste di Giustino, ella si vide a un tratto perduta. Per
fortuna, sentendo il marito sfogarsi col Gueli senza nulla
comprendere, a un certo punto ebbe cosí viva e forte
l’impressione d’esser cacciata quasi a urtoni e a percosse e
tirata per i capelli a commettere una follia, ebbe tanta
vergogna del suo stato e tale onta ne provò, che poté avere
contro il Gueli uno scatto di fierezza, allorché questi,
prendendo ardire dall’aspetto scombujato di lei, si rivoltò
aspramente contro il marito e per poco non lo trattò in sua
presenza da volgare sfruttatore.
Allo scatto impreveduto, il Gueli restò come percosso in capo.
- Comprendo... comprendo... comprendo... - disse, chiudendo gli
occhi, con un tono e un’aria di cosí intensa profonda disperata
amarezza, che apparve subito chiaro agli occhi di Silvia che
cosa egli avesse compreso senza né sdegno né offesa.
E se ne andò.
Giustino, stordito e stizzito da un canto, mortificato
dall’altro per il modo com’il Gueli era andato via, non volendo
dire né in sua difesa né contro quello, pensò bene di togliersi
di perplessità rimproverando alla moglie la violenza con cui...
- ma potè appena accennare il rimprovero: Silvia gli si fece
innanzi, a petto, tutta vibrante e stravolta, gridando:
- Va’ via! taci! O mi butto dalla finestra!
Comando e minaccia furon cosí fieri e perentorii, l’aspetto e la
voce cosí alterati, che Giustino s’insaccò nelle spalle e uscí
cucciolo cucciolo dallo studio.
Gli parve che la moglie volesse impazzire. O che le era
accaduto? Non la riconosceva più! - Mi butto dalla finestra...
taci!... va’ via!- Non si era mai permessa di parlargli cosí...
Eh, le donne! A far troppo per loro... Ecco qua, che ansa aveva
preso! – Va’ via! taci!...- Come se non fosse a quel posto per
lui! Se non era pazzia, qualcos’altro era, peggio, peggio
dell’ingratitudine...
Col naso stretto e arricciato, Giustino, ferito nel cuore,
stentava a dirlo a se stesso che cosa gli pareva che fosse. Ma
sí, via, ma sí! gli voleva far pesare ingenerosamente, adesso,
la necessità del suo lavoro, quando per lei - egli - senza mai
lamentarsi, senza darsi requie un momento, s’era dato tanto da
fare; e per lei, per potere attendere e dedicarsi tutto a lei,
aveva rinunziato finanche all’impiego, senza esitare! Ecco qua:
non pensava più di dover tutto a lui, lo vedeva senza impiego e
in attesa del suo lavoro e ne profittava per trattarlo come un
servo: - Va’ via! taci!...
Ah, un annetto... no, che diceva un annetto? - un mesetto, un
mesetto solo senza di lui avrebbe voluto vederla, con un dramma
da far rappresentare o con un contratto da stabilire con qualche
editore! Si sarebbe accorta bene allora, se aveva bisogno di
lui...
Ma no, via! non era possibile che non riconoscesse questo...
Altro doveva esserci! Quel mutamento, da che era ritornata da
Cargiore; quella scontentezza; quelle smanie; quelle bizze;
tutta quell’acerbità per lui... O che forse sul serio supponeva
che egli con la Barmis...?
Giustino stirò il collo avanti e contrasse in giù gli angoli
della bocca, a esprimere nello stupore quel dubbio, e aprí le
braccia e seguitò a pensare.
Il fatto era che, appena ritornata da Cargiore, con la scusa
d’aver trovato quelle due maledette camere gemelle volute dalla
Barmis, ella, come se avesse sospettato fosse pensiero suo e di
questa tenerla separata di letto, quasi quasi non voleva più
sapere di lui. Forse l’orgoglio non le lasciava manifestare
apertamente questo sentimento di rancore e di gelosia, e si
sfogava a quel modo...
Ma santo Dio, santo Dio, santo Dio, come supporlo capace d’una
cosa simile? Se qualche volta, a tavola, aveva mostrato
dispiacere dell’allontanamento cosí brusco della Barmis, questo
dispiacere - avrebbe dovuto capirlo - non era se non per la
mancanza di tutti quei saggi consigli e utili ammaestramenti che
una donna di tanto gusto e di tanta esperienza avrebbe potuto
dare a lei. Perché capiva che cosí testardamente chiusa in sé,
cosí sola, senz’amicizie ella non poteva stare. Di lavorare non
le andava; la casa non le piaceva; di lui forse sospettava
indegnamente; non voleva veder nessuno, né uscire per distrarsi
un pochino... Che vita era quella? L’altro giorno, all’arrivo
d’una lettera da Cargiore, in cui la nonna parlava con tanta
tenerezza del nipotino, era scoppiata in un pianto, in un
pianto...
Per parecchi giorni Giustino, tenendo il broncio alla moglie,
ruminò se non fosse il caso di far venire a Roma il bambino con
la bàlia. Era anche per lui una crudeltà tenerlo cosí lontano;
non per il bambino veramente, che in migliori mani non poteva
essere affidato. Pensò che il bimbo certo riempirebbe subito il
vuoto ch’ella sentiva in quella casa e anche nell’animo in quel
momento. Ma aveva anche da pensare a tant’altre cose lui, a
tant’altre necessità impellenti, a tanti impegni contratti in
vista dei nuovi lavori a cui ella avrebbe dovuto attendere. Ora,
se stentava tanto a lavorare cosí con le mani libere, figurarsi
col bambino lí, che la assorbirebbe tutta nelle cure materne...
D’un tratto, una notizia lungamente attesa venne a distrar
Giustino da questo e da ogni altro pensiero. A Parigi l’Isola
nuova, già tradotta dal Deriches, sarebbe andata in iscena su i
primi dell’entrante mese. A Parigi! a Parigi! Egli doveva
partire.
Ripreso dalla frenesia del lavoro preparatorio, armato di quel
telegramma del Deriches che lo chiamava a Parigi, si mise in
giro dalla redazione di un giornale all’altra. E ogni mattina,
su la scrivania, nello studio, e a mezzogiorno, a tavola, nella
sala da pranzo, e la sera, sul tavolino da notte, in camera,
faceva trovare a Silvia tre o quattro giornali alla volta, non
solamente di Roma, ma anche di Milano e di Torino e di Napoli e
di Firenze e di Bologna, ove quelle prossime rappresentazioni
parigine erano annunziate come un nuovo e grande avvenimento,
una nuova consacrazione trionfale dell’arte italiana.
Silvia fingeva di non accorgersene. Ma egli non dubitò
minimamente, che questo suo nuovo lavoro preparatorio avesse
fatto su lei un grandissimo effetto, allorché, una di quelle
notti, sentí che la moglie nella camera accanto si levava
all’improvviso dal letto e si rivestiva per andare a chiudersi
nello studio. Dapprima, per dir la verità, se ne apprensioní; ma
poi, spiando per il buco della serratura e accorgendosi ch’ella
era seduta alla scrivania nell’atteggiamento che soleva prendere
ogni qual volta si metteva a scrivere ispirata, per miracolo
cosí in camicia com’era, al bujo, e coi piedi scalzi non si
diede a trar salti da montone per la contentezza. Eccola lí!
eccola lí! era tornata al lavoro! come prima! al lavoro! al
lavoro!
E non dormí neanche lui tutta quella notte, in febbrile attesa;
e, come fu giorno corse con le mani avanti incontro a Èmere per
impedirgli che facesse il minimo rumore, e subito lo mandò in
cucina a ordinare alla cuoca che preparasse il caffè e la
colazione per la signora, subito! Appena preparati:
- Ps! Senti... Bussa, ma pian piano, e domanda se vuole... piano
però, eh? piano, mi raccomando!
Èmere tornò poco dopo, col vassojo in mano, a dire che la
signora non voleva nulla.
- E va bene! zitto... lascia... La signora lavora... zitti
tutti!
Si costernò un poco quando, anche a mezzogiorno, Èmere, mandato
con le stesse raccomandazioni ad annunziare ch’era in tavola,
tornò a dire che la signora non voleva nulla.
- Che fa? scrive?
- Scrive, sissignore.
- E come t’ha detto?
- Non voglio nulla, via!
- E scrive sempre?
- Scrive, sissignore.
- Va bene, va bene; lasciamola scrivere... zitti tutti!
- Si porta in tavola intanto per il signore? - domandò Èmere
sottovoce.
Giustino, levato dalla notte, aveva veramente appetito; ma
sedere a tavola lui solo, mentre la moglie di là lavorava
digiuna, non gli parve ben fatto. Si struggeva di sapere a che
cosa lavorasse con tanto fervore. Al dramma? Al dramma,
certamente. Ma voleva finirlo cosí tutto d’un fiato? aspettar di
mangiare, che lo avesse finito? Un’altra pazzia, questa...
Verso le tre del pomeriggio Silvia, disfatta, vacillante, uscí
dallo studio e andò a buttarsi sul letto, al bujo. Subito
Giustino corse alla scrivania, a vedere: restò disingannato: vi
trovò una novella, una lunga novella. Su l’ultimo foglio, sotto
la firma, era scritto: Per il senatore Borghi. Senz’alcun
piacere si mise a leggerla; ma dopo le prime righe cominciò a
interessarsi... Oh guarda! Cargiore... don Buti col suo
cannocchiale... il signor Martino... la storia della mamma... il
suicidio di quel fratellino del Prever... Una novella strana,
fantastica, piena d’amarezza e di dolcezza insieme, nella quale
palpitavano tutte le impressioni ch’ella aveva avuto durante
quell’indimenticabile soggiorno lassù. Aveva dovuto averne
all’improvviso, nella notte la visione...
Via, pazienza, se non era il dramma! Qualche cosa era, intanto.
E ora a lui! Le avrebbe fatto vedere che cosa saprebbe fare
anche con quel poco che gli dava in mano. Per lo meno
cinquecento lire doveva pagar quella novella il signor senatore:
cinquecento lire, subito, o niente.
E andò la sera dal Borghi, alla redazione della Vita Italiana.
Forse Maurizio Gueli era stato là da poco e aveva detto male di
lui a Romualdo Borghi. Ma della schifiltosa freddezza con cui
questi lo accolse, Giustino non si curò, anzi gli piacque,
perché cosí, sottratto all’obbligo d’ogni riguardo per l’antica
riconoscenza, poté dal canto suo con altrettanta freddezza dir
chiari i patti e le condizioni. E lasciò che il Borghi pensasse
di lui quel che gli pareva, premendogli soltanto di far vedere
alla moglie tutto quel di più ch’ella doveva unicamente a lui.
Pochi giorni dopo la pubblicazione di quella novella su la Vita
Italiana, Silvia ricevette dal Gueli un biglietto di fervida
ammirazione e di cordiale compiacimento.
Vittoria! vittoria! vittoria! Appena scorso quel biglietto
Giustino, frenetico di gioja, corse a prendere il cappello e i
bastone:
- Vado a ringraziarlo a casa! Vedi? s’invita da sé.
Silvia gli si parò davanti.
- Dove? quando? - gli domandò fremente. - Qua non fa altro che
congratularsi. Ti proibisco di...
- Ma santo Dio! - la interruppe egli. - Ci vuol tanto a
comprendere? Dopo la partaccia che gli hai fatta, ti scrive in
questo modo... Lasciami fare, cara mia! lasciami fare! Io ho
bell’e capito che quel Baldani ti dà nel naso; l’ho bell’e
capito, sai? e vedi che non l’ho fatto più venire. Ma il Gueli è
un’altra cosa! Il Gueli è un maestro, un maestro vero! Gli
leggerai il dramma; seguirai i suoi consigli; vi chiuderete qua;
lavorerete insieme... Domani io devo partire; lasciami partir
tranquillo! La novella, va bene; ma a me preme il dramma, cara
mia! in questo momento ci vuole il dramma, il dramma, il dramma!
Lascia fare a me, ti prego!
E scappò via, alla casa del Gueli.
Silvia non cercò più di trattenerlo. Contrasse il volto in una
smorfia di nausea e d’odio, torcendosi le mani.
Ah, il dramma voleva? Ebbene: dopo tanta commedia, avrebbe avuto
il dramma
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Giustino
Roncella nato Boggiolo (Suo Marito)
CAPITOLO SETTIMO -
VOLA VIA |
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Maurizio Gueli era in uno dei più crudeli momenti della sua vita
tristissima. Per la nona o decima volta, ridotto agli estremi della
pazienza, aveva trovato nella disperazione la forza di strappare il
capo dal capestro. Era suo questo paragone bestiale, e se lo
ripeteva con voluttà. Livia Frezzi era da quindici giorni nella
villa di Monteporzio, sola; e lui, in Roma, solo.
Solo diceva, e non libero, sapendo per trista esperienza che, quanto
più forte affermava il proposito di non ricongiungersi mai più con
quella donna, tanto più prossimo ne era il giorno. Che se era vero
ch’egli con lei non poteva più vivere, era vero altresí che non
poteva senza di lei.
Venuto da Genova a Roma circa venti anni fa, nel suo miglior
momento, quando già in Italia e fuori con la pubblicazione del
Socrate demente si stabiliva indiscussa la sua fama di scrittor
bizzarro e profondo, a cui la vivida e possente genialità permetteva
di giocare coi più gravi pensieri e la poderosa dottrina con quella
stessa agilità graziosa con cui un equilibrista giuoca co’ suoi
globetti di vetro colorati, era stato accolto in casa del suo
vecchio amico Angelo Frezzi, mediocre storiografo, che da poco aveva
sposato, in seconde nozze, Livia Maduri.
Egli aveva allora trentacinque anni, e Livia poco più di venti.
Non il prestigio della fama però aveva innamorato Livia Frezzi del
Gueli, come tanti allora facilmente credettero. Di quella fama,
anzi, e di quella certa ebbrezza ch’egli in quel momento ne aveva,
ella si era mostrata fin da principio cosí gelidamente sdegnosa,
ch’egli subito, per picca, s’era intestato di vincerla, quasi
costretto a chiuder gli occhi su i suoi doveri verso l’amico e verso
l’ospite dall’acerbità stessa con cui ella, apertamente, senza tener
conto dell’amicizia antica del marito per lui, senza alcun riguardo
per l’ospitalità, gli s’era posta di fronte, nemica.
Maurizio Gueli ricordava in sua scusa d’aver tentato, veramente, in
principio, di fuggire per non tradir l’amicizia e l’ospitalità. Ma
ormai il dispetto di sé e di tutti, il disgusto della sua viltà
verso quella donna, l’obbrobrio della sua schiavitù gli avevano
riempito l’animo di tale e tanta amarezza, lo avevano reso cosí
crudamente spietato contro se stesso, ch’egli non riusciva più a
concedersi alcuna finzione. Se pur dunque ricordava quel tentativo
di fuga, in fondo sapeva bene di non poter dare ad esso alcun peso
in suo favore, che se davvero egli avesse voluto salvar sé e non
tradire l’amico, senz’altro avrebbe dovuto voltar le spalle e
allontanarsi dalla casa ospitale.
Invece... Ma sí! S’era ripetuta in lui per la millesima volta quella
solita farsa delle quattro o cinque o dieci o venti anime in
contrasto, che ciascun uomo, secondo la propria capacità, alberga in
sé, distinte e mobili, com’egli credeva, e di cui con perspicuità
meravigliosa aveva sempre saputo scoprire e rappresentare il vario
giuoco simultaneo in se medesimo e negli altri.
Per una finzione spesso incosciente, suggerita dal tornaconto o
imposta da quel bisogno spontaneo di volerci in un modo anziché in
un altro, d’apparire a noi stessi diversi da quel che siamo, si
assume una di quelle tante anime e secondo essa si accetta la più
favorevole interpretazione fittizia di tutti gli atti che, di
nascosto alla nostra coscienza, furbescamente operano le altre.
Tende ognuno ad ammogliarsi per tutta la vita con un’anima sola, con
la più comoda, con quella che ci porta in dote la facoltà più adatta
a conseguire lo stato a cui aspiriamo; ma fuori dell’onesto tetto
coniugale della nostra coscienza è assai difficile che non si abbian
poi tresche e trascorsi con le altre anime rejette, da cui nascono
atti e pensieri bastardi, che subito ci affrettiamo a legittimare.
Non
si era forse accorto il suo vecchio amico Angelo Frezzi che non
aveva da stentar molto per costringerlo a rimanere in casa sua,
quand’egli aveva manifestato il desiderio d’andarsene, desiderio
finto doppiamente e sapientemente, poiché il desiderio suo era
invece di rimanere e lo vestiva del dolore di non riuscir gradito
alla signora? E se Angelo Frezzi se n’era accorto bene, perché aveva
tanto protestato e tempestato per trattenerlo? Ma aveva certo
rappresentato una farsa anche lui! Due anime, la sociale e la
morale, cioè quella che lo faceva andar sempre vestito in redengote
e gli poneva su le grosse labbra pallide con qualche filamento di
biascia il più amabile dei sorrisi, e quell’altra che gli faceva
spesso abbassare con tanta languida dignità le pàlpebre acquose e
macerate su gli occhi azzurrognoli ovati venati impudenti, avevano
fatto sfoggio in lui della loro virtù, sostenendo con accigliata
fermezza che l’amico meritamente venuto in tanta fama non si sarebbe
mai e poi mai macchiato d’un tradimento all’amico e all’ospite;
mentre una terza animula astuta e beffarda gli suggeriva sotto
sotto, cosí a bassa voce ch’egli poteva benissimo fingere di non
udirla: - "Bravo, caro, cosí, trattienilo! Tu sai bene che sarebbe
per te gran ventura s’egli riuscisse a portarti via questa seconda
moglie cosí male assortita, con un capino cosí levato e aspra e dura
e pertinace anche contro te, poverino, troppo vecchio, eh, troppo
vecchio per lei! Insisti, e quanto più fingi di crederlo incapace di
tradirti, quanto più fiducioso ti mostri, tanto più ti riuscirà
facile far d’un nonnulla un capo di scandalo".
E difatti Angelo Frezzi, ancor senz’ombra di ragione, almeno da
parte della moglie, cosí in prima aveva gridato al tradimento, che
era dovuto passare ancora un anno, avanti che Livia, andata a viver
sola, si concedesse a lui.
In quell’anno egli si era legato in tal modo da non potersi più
sciogliere, derogando a se stesso in tutto, impegnandosi ad
accogliere e a seguire senz’alcun sacrifizio tutti i pensieri e i
sentimenti di lei.
Fingeva ora di credere che questo suo legame consistesse nel dovere
imprescindibile assunto verso quella donna che aveva perduto per lui
stato e reputazione, scacciata ancora innocente dal marito. Certo
egli lo sentiva questo dovere; ma pur sapeva, in fondo, che esso non
era la sola e vera ragione della sua schiavitù. E quale, allora, la
vera ragione? Forse la pietà che egli, sano di mente, e con la
tranquilla coscienza di non aver mai dato alcun pretesto, alcun
incentivo alla gelosia di lei, doveva usare verso quella donna,
senza dubbio di mente inferma? Oh sí, vera anche questa pietà, come
vero quel dovere; ma più che ragione della sua schiavitù, non era
forse questa pietà una scusa, una nobile scusa, con cui egli vestiva
il cocente bisogno che lo ritrascinava a quella donna, dopo un mese
o più di lontananza, durante il quale aveva anche finto di credere
che, alla sua età, dopo aver dato per tanti anni a colei il meglio
di sé, non avrebbe potuto riprendere più la vita con nessun’altra? E
vere, vere, sí, fondatissime, quest’altre considerazioni, ma, a
pesarle nella bilancia nascosta nell’intimità più segreta della
coscienza, egli sapeva bene che l’età, la dignità erano scuse
anch’esse e non ragioni. Se un’altra donna, difatti, non cercata,
avesse avuto potere d’attrarlo a sé strappandolo dalla suggezione,
liberandolo dall’invasamento di colei che gli aveva ispirato una
abominazione profonda e invincibile d’ogni altro abbraccio e lo
teneva in tale stato di schiva timidità ombrosa, da non poter piú
non che aver contatto, ma neppur pensare al contatto d’altra donna;
oh, egli non avrebbe certamente badato piú a età, a dignità, a
dovere a pietà, a nulla. Eccola, eccola dunque, la vera ragione
della sua schiavitú; era questa schiva timidità ombrosa, che
proveniva dal potere fascinoso di Livia Frezzi.
Nessuno era in grado di comprendere come e perché quella donna
avesse potuto esplicare sul Gueli un fascino cosí potente e
persistente, anzi una cosí nefasta malía. Era sí, senza dubbio, una
bella donna, Livia Frezzi; ma la rigida durezza del portamento, la
severità dello sguardo, ostile senza curiosità, lo sprezzo quasi
ostentato d’ogni garbo, toglievano ogni grazia e ogni attrattiva a
quella bellezza. Pareva, era anzi manifesto ch’ella faceva di tutto
per non piacere.
Ebbene: consisteva appunto in questo il suo fascino; e solo poteva
comprenderlo colui al quale unicamente ella voleva piacere.
Ciò che le altre donne belle dànno all’uomo, cui nell’intimità si
concedono, è cosí poco a confronto di quanto han profuso tutto il
giorno agli altri, e questo poco è concesso con modi e grazie e
sorrisi cosí simili in tutto a quelli che esse prodigano a tanti e
che tanti perciò, pur non entrati in quell’intimità, conoscono o
facilmente immaginano, che - a pensarci - si smaga subito la gioja
del possederle.
Livia Frezzi aveva dato a Maurizio Gueli la gioja del possesso unico
e intero. Nessuno poteva conoscerla o immaginarla, com’egli la
conosceva e la vedeva nei momenti dell’abbandono. Ella era tutta per
uno; chiusa a tutti, fuor che a uno.
Allo stesso modo però voleva che quest’uno fosse tutto per lei:
chiuso in lei tutto e per sempre, tutto esclusivamente suo, non solo
coi sensi, col cuore, con la mente, ma finanche con lo sguardo.
Guardare, anche senza la minima intenzione, un’altra donna, era già
per lei quasi un delitto. Ella non guardava nessuno, mai. Delitto
era piacere altrui oltre i limiti della piú fredda cortesia.
Displiceas aliis, sic ego tutus ero.
Gelosia? Ma che gelosia! Comportarsi cosí era come dimandava la
serietà, come dimandava l’onestà. Ella era seria e onesta; non
gelosa. E cosí voleva che si comportassero tutti.
Per contentarla, bisognava restringersi e costringersi a vivere per
lei unicamente, escludersi affatto dalla vita altrui. E non bastava
nemmeno: che se gli altri, pur non curati, pur non guardati, e
fors’anche per questo, mostravano comunque il minimo interesse o
qualche curiosità per un’esistenza cosí appartata, per un contegno
cosí schivo e sdegnoso, ella n’avrebbe fatto colpa ugualmente a
colui che stava con lei, come se fosse egli cagione se gli altri lo
guardavano o se ne curavano in qualche modo.
Ora, impedire questo non era affatto possibile a Maurizio Gueli. Per
quanto facesse, la sua fama era tanta, che non poteva passare
inosservato. Egli poteva tutt’al piú non guardare; ma come impedire
che tanti lo guardassero? Riceveva da tutte le parti inviti,
lettere, omaggi; poteva non accettar mai alcuno di quegli inviti,
non rispondere mai ad alcuna lettera, ad alcun omaggio; ma,
nossignori, doveva anche dar conto a lei degli inviti che riceveva,
delle lettere e degli omaggi che gli arrivavano.
Ella comprendeva che tutto quell’interesse, tutta quella curiosità
dipendevano dalla fama di lui, dalla letteratura ch’egli professava;
e contro questa fama perciò e contro la letteratura appuntava più
fieramente il suo livore, armato d’ispido dileggio; covava per esse
il più acre e cupo rancore.
Livia Frezzi era fermamente convinta che la professione del
letterato non potesse comportare alcuna serietà, alcuna onestà; che
fosse anzi la più ridicola e la più disonesta delle professioni,
come quella che consisteva in una continua offerta di sé, in un
continuo commercio di vanità, in un accatto di fatue soddisfazioni,
in un perpetuo struggimento di piacere altrui e d’averne lodi.
Soltanto una sciocca, a suo modo di vedere, poteva gloriarsi della
fama dell’uomo con cui conviveva, provar piacere pensando che
quest’uomo, da tante donne ammirato e desiderato, apparteneva o
diceva d’appartenere a lei solamente. Come e in che poteva
appartenere a una sola quest’uomo, se voleva piacere a tutti e a
tutte, se giorno e notte s’affannava per esser lodato e ammirato,
per darsi in pascolo alla gente e procurar diletto a quanti più
poteva, per attirar continuamente l’attenzione su di sé e correr su
la bocca di tutti ed esser mostrato a dito? se da sé si esponeva di
continuo a tutte le tentazioni? Data quella voglia irresistibile di
piacere altrui, era mai da credere ch’egli potesse resistere a tutte
quelle tentazioni?
Invano tante volte il Gueli s’era provato a dimostrarle che un vero
artista, come egli era o credeva almeno di essere, non andava cosí a
caccia di fatue soddisfazioni, né si struggeva cosí di piacere
altrui; che non era già un buffone tutto inteso a dare spasso alla
gente e a farsi ammirar dalle donne; e che la lode di cui egli
poteva compiacersi era solo quella dei pochi a cui riconosceva
capacità d’intenderlo. Trascinato dalla foga della difesa però,
spesso per un punto solo perdeva ogni effetto; se, per esempio, gli
avveniva di soggiungere, a modo di considerazione generale, ch’era
pure umano, del resto, e senz’ombra di male, che non solamente un
letterato ma chiunque provasse una certa soddisfazione nel veder
bene accolta e pregiata dagli altri la propria opera, qualunque
fosse. Ah, ecco, gli altri! gli altri! sempre il pensiero degli
altri! Ella non lo aveva mai avuto, codesto pensiero! Per lui non
c’era alcun male, in questo? E come in questo, chi sa in quant’altre
cose! Dov’era il male per lui? in che consisteva? Chi poteva mai
veder chiaro nella coscienza d’un letterato, la cui professione era
un continuo giuoco di finzioni? Fingere, fingere sempre, dare
apparenza di realtà a tutte le cose non vere! Ed era senz’altro
apparenza tutta quella austerità, tutta quella dignitosa onestà
ch’egli ostentava. Chi sa quanti sbalzi di cuore e sussulti interni
e fremiti e solletichíi per un’occhiatina misteriosa, per un
risolino di donna appena appena accennato, passando per via! L’età?
Ma che età! Può forse invecchiare il cuore d’un letterato? Quanto
più vecchio, tanto più ridicolo.
Al dileggio incessante, alla denigrazione feroce, Maurizio Gueli si
sentiva dentro tòrcere le viscere e rivoltare il cuore. Perché egli
avvertiva in pari tempo la ridicolaggine atroce della sua tragedia.
essere lo zimbello d’una vera e propria follía, soffrire il martirio
per colpe immaginarie, per colpe che non erano colpe e che, del
resto, egli si era sempre guardato bene dal commettere, anche a
costo di parere sgarbato, superbo e scontroso, per non dare a lei il
minimo incentivo. Ma pareva tuttavia che le commettesse, a sua
insaputa, chi sa come e chi sa quando.
Manifestamente, egli era due: uno per sé; un altro per lei.
E quest’altro ch’ella vedeva in lui, carpendo a volo, fantasma
tristo, ogni sguardo, ogni sorriso, ogni gesto, il suono stesso
della voce, non che il senso delle parole, tutto insomma di lui, e
travisandolo e falsandolo agli occhi di lei, assumeva vita, e per
lei viveva esso solo ed egli non esisteva più: non esisteva più, se
non per l’indegno, disumano supplizio di vedersi vivere in quel
fantasma, e solo in quello; e invano s’arrovellava a distruggerlo:
ella non credeva più in lui; ella vedeva in lui quello solamente, e,
com’era giusto, lo faceva segno d’odio e di scherno.
Viveva talmente quest’altro, ch’ella s’era foggiato di lui, assumeva
nella morbosa immaginazione di lei una cosí solida, evidente
consistenza, ch’egli stesso quasi lo vedeva vivere della sua vita,
ma indegnamente falsata; de suoi pensieri, ma stravolti; d’ogni suo
sguardo, d’ogni sua parola, d’ogni suo gesto; lo vedeva vivere cosí,
ch’egli stesso talvolta arrivava fino al punto di dubitare di se
medesimo, di rimanere in forse, se lui non fosse quello davvero. Ed
era cosí cosciente ormai dell’alterazione che ogni suo minimo atto
avrebbe subíto nell’immediata appropriazione di quell’altro, che gli
pareva quasi di vivere con due anime, di pensare a un tempo con due
teste, in un senso per sé, in un altro senso per quello.
- Ecco, - avvertiva subito, - se io ora dico cosí, le mie parole
assumeranno per lei quest’altro significato.
E non sbagliava mai, perché egli conosceva perfettamente quell’altro
lui che viveva in lei e per lei, cosí vivo com’egli stesso era vivo,
anzi forse di più, perché egli viveva soltanto per soffrire, mentre
quello viveva nella mente di lei per godere, per ingannare, per
fingere, per tant’altre cose una più indegna dell’altra; egli
reprimeva in sé ogni moto, soffogava anche i più innocenti
desiderii, si vietava tutto, finanche di sorridere a una visione
d’arte che gli passasse per la mente, e di parlare e di guardare;
mentre quell’altro, chi sa come, chi sa quando, trovava modo di
sfuggire a quella galera, con la sua inconsistenza di fantasma
svaporante da una vera e propria follía, e correva per il mondo a
farne d’ogni colore.
Più di quanto aveva fatto per stare in pace con lei Maurizio Gueli
non poteva fare: s’era escluso dalla vita, aveva finanche rinunziato
all’arte: non scriveva più un rigo da oltre dieci anni. Ma questo
suo sacrificio non era valso a nulla. Ella non poteva calcolarlo.
L’arte per lei era un giuoco disonesto: dovere, dunque, e nessun
merito, per un uomo serio, il rinunziarvi. Ella non aveva mai letto
nemmeno una pagina dei libri di lui, e se ne vantava. Della vita
ideale, delle doti migliori di lui, ignorava dunque tutto. In lui
non vedeva altro che l’uomo, un uomo che, per forza, cosí
violentato, cosí escluso da ogn’altra vita, cosí privato d’ogn’altra
soddisfazione, per forza a tutte le sue rinunzie, a tutte le sue
privazioni, a tutti i suoi sacrifizii doveva cercare in lei
quell’unico compenso ch’ella poteva dargli, quell’unico sfogo che
con lei poteva concedersi. E di qui appunto il tristo concetto
ch’ella se n’era formato, quel fantasma che s’era foggiato di lui e
che ella unicamente vedeva vivere, senza punto comprendere che egli
era cosí soltanto per lei, perché non trovava da poter essere con
lei in altro modo. Né questo il Gueli glielo poteva dimostrare, per
timore d’offenderla nella sua rigidissima onestà. Spesso ella,
assediata da continui sospetti e sdegnata, gli negava anche quel
compenso; e allora egli si irritava più vilmente entro di sé per la
sua schiavitù; quando poi ella era più inchinevole a cedere, ed egli
ne profittava; subito, con la stanchezza, una più generosa
irritazione lo assaliva, un fremito d’indignazione lo scoteva dalla
gravezza tetra della voluttà sazia e stracca; vedeva a qual prezzo
otteneva quelle soddisfazioni del senso da una donna pur schiva
d’ogni sensualità e che tuttavia lo abbrutiva, non concedendogli di
vivere la vita dello spirito e condannandolo alla perversità di
quell’unione per forza lussuriosa. E se in quei momenti ella era
cosí malaccorta da riprendere il dileggio, scoppiava pronta e fiera
la ribellione.
In questi momenti di stanchezza appunto erano avvenute le temporanee
separazioni: o egli era partito per Monteporzio ed ella era rimasta
a Roma, o viceversa, risolutissimi entrambi a non riunirsi mai più.
Ma a Roma o fuori, egli aveva pur sempre seguitato a provvedere al
mantenimento di lei, priva affatto di mezzi. Maurizio Gueli, se non
più ricco, come lo aveva lasciato il padre, socio tra i maggiori
d’una delle prime agenzie di navigazione transoceanica, era ancor
molto agiato.
Se non che, appena solo, egli si sentiva sperduto nella vita, da cui
per tanto tempo si era escluso; avvertiva subito di non avervi più
radici e di non potervisi più in alcun modo ripiantare, non
solamente per l’età; il concetto che gli altri s’eran formato di
lui, dopo tanti anni di clausura austera, gli pesava addosso come
una cappa, gli misurava i passi, gl’imponeva con arcigna vigilanza
il contegno, il riserbo ormai consueto, lo condannava a essere quale
gli altri lo credevano e lo volevano; lo stupore che leggeva in
tanti visi appena si mostrava in qualche luogo a lui insolito, la
vista degli altri abituati a vivere liberamente, e il segreto
avvertimento del suo impaccio e del suo disagio di fronte
all’insolenza di quei fortunati che non avevan mai reso conto a
nessuno del loro tempo e dei loro atti, lo turbavano, lo avvilivano,
lo irritavano. E con ribrezzo un’altra cosa avvertiva, un fenomeno
addirittura mostruoso: appena solo, gli pareva di scoprire in sé,
vivo veramente, a ogni passo, a ogni sguardo, a ogni sorriso, a ogni
gesto, quell’altro lui che viveva nella morbosa immaginazione della
Frezzi, quel tristo fantasma odiato, che lo scherniva dentro,
dicendogli:
- "Ecco, tu ora vai dove ti piace, tu ora guardi di qua e di là,
anche le donne; tu ora sorridi, tu ora ti muovi, e credi di fare
innocentemente? non sai che tutto questo è male, è male, è male? Se
ella lo sapesse! se ella ti vedesse! Tu che hai sempre negato, tu
che le hai detto sempre di non aver piacere d’andare in alcun luogo,
ad alcun ritrovo, di non guardar le donne, di non sorridere... Ma,
tanto, sai? anche a non farlo, ella crederà sempre che tu l’abbia
fatto; e dunque fallo, fallo pure, ché è lo stesso!".
Ebbene, no: egli non poteva più farlo; non sapeva più farlo; si
sentiva dentro tenuto, esasperatamente, dall’iniquità del giudizio
di quella donna; vedeva il male, non già per sé, in quello che
faceva, ma per colei che da tanti anni lo aveva abituato a stimarlo
male e come tale lo aveva attribuito a quell’altro lui che - secondo
lei - usava farlo continuamente, anche quand’egli non lo faceva,
anche quand’egli, per stare in pace si vietava di farlo, come se
veramente fosse male.
Tutta questa complicazione di segreti avvertimenti gl’ingenerava un
tal disgusto, una tale uggia, un avvilimento cosí dispettoso, una
cosí sorda e agra e negra tristezza, che subito tornava a ritrarsi
dal contatto e dalla vista degli altri e, di nuovo appartato, nel
vuoto, nella solitudine orribile, si sprofondava a considerare la
sua miseria a un tempo tragica e ridicola, ormai senza più rimedio.
Non riusciva a far lo sforzo d’astrarsene per rimettersi al lavoro,
che solo avrebbe potuto salvarlo. E allora cominciavano a risorgere
tutte quelle scuse ch’egli fingeva di creder ragioni della sua
schiavitù; risorgevano istigate principalmente dal bisogno
istintivo, man mano più urgente, della sua ancor forte maschilità,
dal ricordo malioso degli amplessi di lei.
E ritornava alla sua catena.
Era proprio sul
punto di ritornare, quando Giustino Boggiòlo venne a invitarlo al
villino, dove Silvia - a suo dire - lo aspettava con impazienza.
Maurizio Gueli abitava in una vecchia casa di via Ripetta alla vista
del fiume, che egli ricordava fluente tra le sponde naturali,
scoscese, popolate di querci; ricordava anche il vecchio ponte di
legno rintronante a ogni vettura e, presso la casa, l’ampia
scalinata del porto e le tartane di Sicilia che venivano a
ormeggiarvisi cariche di vino, e i canti che si levavano la sera da
quelle taverne galleggianti con le vele attendate, mentre
serpeggiavan nell’acqua nera, rossi e lunghi, i riflessi dei lumi.
Ora la scalinata e il ponte di legno, le sponde naturali e quelle
maestose querci erano sparite: un nuovo grande quartiere sorgeva di
là dal fiume incassato tra grige dighe. E come il fiume tra quelle
dighe, come i Prati di Castello con quelle vie diritte e lunghe,
ancor senza colore di tempo, la sua vita in venti anni s’era
disciplinata, scolorita, ammiserita, irrigidita.
Per le due grandi finestre dello studio austero, che pareva
piuttosto una sala di biblioteca, senza un quadro, senza gingilli
d’arte, dalle pareti occupate tutte da alti scaffali sovraccarichi
di libri, entrava l’ultimo abbagliamento purpureo del crepuscolo
fiammeggiante dietro i cipressi di Monte Mario.
Sprofondato nel seggiolone di cuojo innanzi alla grande antica
scrivania massiccia, Maurizio Gueli rimase un pezzo accigliato e
torbido a guatar quell’ometto che quasi vaporava innanzi a lui nel
purpureo abbagliamento; quell’ometto che veniva, cosí sorridente e
sicuro, a cimentare il destino di due vite.
Già in due occasioni egli aveva manifestato alla Roncella la stima e
la simpatia per l’opera e per l’ingegno di lei, partecipando al
banchetto in suo onore, quando da poco ella era arrivata a Roma, e
andando a salutarla alla stazione dopo il trionfo del dramma; le
aveva poi scritto una prima volta a Cargiore, e di recente era stato
a visitarla nel villino di via Plinio. Tutte queste attestazioni di
stima e di simpatia avevano potuto aver luogo durante l’una o
l’altra separazione dalla Frezzi; e per esse egli aveva provato
tanto più forte il turbamento, quell’impressione di trasgredire e di
far male, in quanto che subito aveva intravveduto in quella giovine,
dallo spirito cosí simile al suo, per quanto ancor selvatico e
inculto, quella che avrebbe potuto liberarlo dalla soggezione della
Frezzi, se la troppa distanza dell’età, il dovere di lei se non
verso quell’indegno marito, certamente verso il figlio, non gli
avessero fatto considerare come un vero e proprio delitto il solo
pensarlo. Eppure, nella lettera che le aveva diretto a Cargiore si
era lasciato andare a dirle più che non dovesse, e ultimamente,
nella visita al villino, a farle intendere assai più che non
dicesse. Le aveva letto negli occhi lo stesso orrore che egli aveva
del proprio stato e, insieme, lo stesso terrore di strapparsene; e
aveva ammirato lo sforzo con cui a un tratto era riuscita a
riprendersi di fronte a lui, quasi scacciandolo. Doveva ora credere
a quel che gli diceva il marito, che ella cioè lo aspettava con
impazienza? Voleva dire, senza dubbio, che aveva preso una violenta,
disperata risoluzione, da cui non si tornava più indietro. E aveva
mandato proprio il marito, a invitarlo? No: questo gli parve troppo,
e non da lei. L’invito seguiva certamente al biglietto di
congratulazione ch’egli le aveva scritto dopo la lettura della
novella su la Vita Italiana; e quell’impazienza era forse
un’aggiunta del marito.
Maurizio Gueli non avrebbe voluto riconoscerlo; ma pur vedeva
chiaramente che istigatore era stato lui, due volte: con la sua
visita, prima; con quel biglietto, poi. E avendo ella resistito alla
prima istigazione, quasi offendendolo, era naturale che ora, dopo
quel biglietto, lo invitasse.
Doveva andare? Poteva rifiutarsi; addurre una scusa, un pretesto.
Ah, la violenza continua, in cui da venti anni era tenuta la sua
vita, la continua esasperazione dell’animo lo traevano, appena solo,
a eccedere inevitabilmente, a commettere atti inconsulti, a
compromettere e a compromettersi.
Era infatti per lui eccesso, atto inconsulto, compromissione grave
ciò che per ogni altro sarebbe stato innocuo e comunissimo atto
senza conseguenze: una visita, un biglietto di congratulazione...
Egli doveva considerarli delitti, e tali in fondo ritenerli
veramente nella mostruosa coscienza che quella donna gli aveva
fatto, per cui avevan peso di piombo anche i più lievi e innocenti
atti della vita: uno sguardo, un sorriso, una parola...
Maurizio Gueli si sentí sollevare da un impeto di ribellione, da una
prepotente foga d’orgoglio; ritorse contro la Frezzi l’irritazione
che in quel momento provava per la coscienza del male che in verità
credeva d’aver fatto con quella visita prima, con quel biglietto
poi; e per togliersi dalla vista quel figuro là in attesa della
risposta, promise che presto sarebbe venuto.
- La incoraggi, sa! - gli diceva ora Giustino, accomiatandosi,
davanti alla porta. - La spinga, la spinga anche con forza... Questo
benedetto dramma! È già alla fine del secondo atto; le manca il
terzo; ma l’ha già tutto pensato; e creda che... a me par bello,
ecco; e anche... anche il Baldani che l’ha sentito, dice che...
- Il Baldani?
Dal tono con cui il Gueli fece questa domanda, Giustino comprese
d’aver toccato un tasto che non doveva toccare. Ignorava che Paolo
Baldani s’era scagliato in quei giorni con furia demolitrice, in una
serie d’articoli su un giornale fiorentino, contro tutta l’opera
letteraria e filosofica del Gueli, dal Socrate demente alle Favole
di Roma.
- Già... sí, è venuto a visitare Silvia, e... - rispose impacciato,
esitante. - Silvia veramente non voleva; sono stato io... sa? per...
per spingerla...
- Dica alla Roncella ch’io verrò da lei questa sera stessa, - troncò
il Gueli, allontanandolo da sé con una quasi opaca durezza di
sguardo.
Giustino si profuse in inchini e in ringraziamenti.
- Perché io parto domani per Parigi, - volle aggiungere, già sul
pianerottolo, - per assistere a...
Ma il Gueli non gli diede tempo di finire: chinò appena il capo e
chiuse l’uscio.
La sera andò a Villa Silvia. Vi ritornò il giorno appresso, quando
già Giustino Boggiòlo era partito per Parigi; e d’allora in poi ogni
giorno, o di mattina o nel pomeriggio.
Era in entrambi la stessa coscienza, che un minimo atto, una minima
concessione, un minimo abbandono, avrebbe determinato un
rivolgimento assoluto e intero della loro esistenza.
Ma come sarebbe stato a lungo possibile impedirlo, se tanta era
l’esasperazione delle loro anime e cosí chiaramente l’uno la
avvertiva nell’altra? se i loro occhi, incontrandosi, s’abbagliavano
a vicenda, le loro mani tremavano al pensiero d’un fortuito
contatto, e quella ritenutezza li manteneva in uno stato di cosí
angosciosa, insostenibile sospensione, da far loro considerare come
un riposo, come una liberazione ciò che più temevano e a cui
volevano sfuggire?
Il solo fatto che egli veniva lí e che ella lo accoglieva e tutti e
due stavano insieme e soli, pur quasi senza guardarsi e senz’affatto
toccarsi, era già concessione peccaminosa per l’uno e per l’altra,
una compromissione che sentivano a mano a mano irreparabile.
Avvertivano entrambi di cedere sempre più, inevitabilmente, a una
violenza non già d’un interno sentimento reciproco che li attraesse;
ma, al contrario, a una violenza esterna che li premesse e li
spingesse a unirsi contro lo sforzo che essi anzi facevano per
resistere e tenersi discosti, sentendo che la loro unione sarebbe
per forza quale essi in fondo non avrebbero voluto.
Ah, potersi liberare a vicenda da quelle condizioni odiose, senza
che la loro unione fosse possibile solo a costo d’una colpa che
incuteva a lei ribrezzo e orrore, a lui sgomento e rimorso!
La violenza che avvertivano era appunto questa: di dover commettere
quella colpa più forte di loro, ma necessaria, inevitabile, se
volevano liberarsi. Ed ecco, eran lí, messi insieme, per
commetterla, tremanti, disposti e restii.
Egli aveva dietro di sé la fiera ombra di quella donna rigida livida
irsuta, che già gli fischiava negli orecchi di non poter più
ritornare a lei, di non poter più mentire, adesso, negare che della
libertà aveva profittato per avvicinarsi a un’altra donna: eccola
lí, quella! onesta, è vero? onesta come lui, simile in tutto a lui;
ah quella sí! e lo avrebbe ricondotto all’arte, quella, prendendolo
per mano, a viver di poesia; e gli avrebbe riacceso col fuoco della
gioventù il sangue intorpidito... Ma via, perché cosí timido? Sù,
sù, coraggio! Ah, forse l’amore... già! l’amore lo rimbamboliva...
Che bella manina, eh? con quella venuccia azzurra che si diramava...
Posarsela su la fronte, passarsela su gli occhi, quella manina... e
baciarla, baciarla lí su le unghie rosee... Quelle, no, non
sgraffiavano. Gattina mansa, gattina mansa..: Sù, provarsi a
strisciarle la groppa! Miagolío o belato? Povera pecorella, che un
marito infame voleva mungere e tosare...
Come andar di nuovo incontro a un simile dileggio? Sentiva quelle
parole, come se la Frezzi veramente gliele fischiasse dietro le
spalle.
E dietro, a spingerla, ella si sentiva il marito che appunto la
aveva messa e lasciata lí col Gueli e se n’era partito per Parigi, a
dar spettacolo anche là delle sue bravure, a convertire in denari
anche là lo spasso che avrebbe offerto ad attori, attrici e
scrittori e giornalisti francesi, sicuro che intanto qua ella col
Gueli gli apparecchiava il nuovo dramma. Lo voleva! non voleva
altro! E come non gli era importato di tutte le risa, cosí non
gl’importava ora che la moglie fosse sospettata da tutti i pettegoli
che, durante la sua assenza, vedevano andar lí il Gueli già libero
della Frezzi, il Gueli su la cui simpatia per lei s’era già tanto
malignato.
Stavano entrambi, con quella loro tempesta compressa a stento in
petto, saggi e discosti ancora, là, fermi al posto e al cómpito
assegnato: intenti a quel nuovo dramma che pareva, col titolo, li
irridesse e li aizzasse: - Se non cosí...
Le propose egli forse perciò di mutare quel titolo? L’atto della
protagonista, di quella Ersilia Arciani, quel suo andare in casa
dell’amante del marito a prendersi la bimba, gli suggeriva
l’immagine del nibbio che piomba in un nido a ghermirvi il pulcino.
Ecco, forse il dramma poteva intitolarsi cosí: Nibbio.
Ma conveniva all’indole di Ersilia Arciani, alla ragione e al
sentimento ond’era mossa a quell’atto l’idea di rapacità crudele che
il nibbio richiama? Non conveniva, secondo lei. Ma Silvia intendeva
perché egli, con quella proposta di mutare il titolo, tendeva ad
alterar l’indole della protagonista, a dare una ragione di vendetta
e un intento aggressivo a quell’atto di lei: egli certo in
quell’indole chiusa, in quella rigidezza austera di Ersilia Arciani
vedeva alcunché della Frezzi e non sapeva tollerar che quella fosse
e si dimostrasse cosí nobile, cosí indulgente alla colpa, e la
voleva snaturare. Snaturandola però cosí, non sarebbe stato
tutt’altro il dramma? Bisognava riprenderlo, ripensarlo tutto
daccapo.
Egli restava in apparenza assorto a quelle sagge osservazioni che
ella gli faceva in un tono che chiaramente lasciava intendere
d’avere inteso e di non volere insistere per non toccare una piaga
ancor viva e dolorosa.
Erano già apparse sui giornali di Roma, di Milano, di Torino lunghe
conversazioni del marito coi corrispondenti da Parigi, i quali, pur
parlando seriamente del dramma e della viva ansia con cui il
pubblico parigino ne attendeva la rappresentazione, con un tono poi
che lasciava chiaramente sottintendere un’intenzione di burla,
decantavano la prodigiosa attività, lo zelo, il fervore ammirevole
di quell’ometto "che talmente considerava come sua l’opera della
moglie, che quasi era debito ne venisse gloria anche a lui". Venne
alla fine il telegramma di Giustino annunziante il trionfo, e
seguirono il telegramma giornali e giornali e giornali col giudizio
dei critici più autorevoli tutti in gran parte benigni.
Silvia impedí al Gueli d’indugiarsi a leggere innanzi a lei, anche
per conto suo, quei giornali.
- No, per carità, per carità! Non posso più sentirne parlare! Le
giuro che darei... non so, mi par poco ogni cosa, tutto, tutto
darei, per non averlo scritto, quel dramma!
Èmere, intanto, quasi a ogni ora veniva ad annunziare una nuova
visita. Silvia avrebbe voluto far dire a tutti che non era in casa.
Ma il Gueli le fece intendere che avrebbe fatto male. Ella scendeva
giù nel salotto, e lui rimaneva lí, nascosto nello studio, ad
aspettarla, scorrendo quei giornali, o piuttosto, pensando. Giù,
intanto, con lei erano o il Baldani o il Luna o il Betti.
- Ah, gioventù! - sospirò una volta il Gueli nel vederla rientrar
nello studio col volto acceso.
- No! che dice? - scattò ella pronta e fiera. - Io ne ho schifo! ne
ho schifo! Ah, deve finire, deve finire, deve finire... Se sapesse
come li tratto!Già qualche silenzio d’una gravezza enorme cadeva tra
i loro discorsi stanchi e trascinati a forza; qualche silenzio,
durante il quale sentivano il loro sangue fremere e frizzare e le
loro anime angosciarsi nell’ansia d’una tremenda attesa. Ecco,
bastava che in uno di quei momenti egli stendesse una mano su la
mano di lei: ella gliel’avrebbe lasciata, e irresistibilmente
avrebbe appoggiato il capo, nascosto il viso sul petto di lui; e il
loro destino, ormai inevitabile, si sarebbe compiuto. Perché dunque
ritardarlo ancora? Ah, perché! perché ancora l’uno e l’altra
potevano pensare questo loro abbandono e perciò tenersi ancora,
quantunque già dentro di sé abbandonati l’uno all’altra
perdutamente.
Doveva pur venire l’istante che non l’avrebbero più pensato!
Si vedevano arrivati al limite estremo d’un atto che avrebbe segnato
la fine della loro prima vita, senz’essersi ancora detta una parola
d’amore, parlando d’arte, come un’alunna può parlarne al suo
maestro; si sarebbero a un tratto ritrovati di là, smarriti,
angosciati, sconvolti, all’inizio d’una nuova vita, non sapendo
neppure come dirsi, come intendersi su la via da prendere subito,
subito, perché ella a ogni modo si allontanasse di là.
Sentivano cosí assolutamente il bisogno di fuggire, più per pietà di
sé che per amore, che il disgusto d’indugiarsi nei particolari del
modo bastava a trattenerli ancora.
Certo, avrebbe dovuto anch’egli lasciar la sua casa tutta piena dei
ricordi di colei. Dove andare? Bisognava trovar qualche rifugio,
almeno per il primo momento, un ricovero per sottrarsi allo scoppio
dello scandalo inevitabile. Anche questo li avviliva profondamente e
li disgustava.
Non avevano essi il diritto di vivere in pace, alla fine, e
umanamente, nella pienezza incontaminata della loro dignità? Perché
avvilirsi? perché nascondersi? Ma perché né il marito né colei
avrebbero accettato in silenzio le ragioni che essi, prima ancora di
venir meno al loro debito di lealtà verso l’uno e verso l’altra,
potevano gittar loro in faccia, affermando quel diritto cosí a lungo
e in tanti modi calpestato; avrebbero gridato, cercato d’impedire...
Altro disgusto, più forte del primo.
Tra questi pensieri stavan sospesi e trattenuti, quand’egli alla
vigilia appunto del ritorno di Giustino da Parigi - avviò un
discorso nel quale subito ella sottintese una proposta risolutiva di
quel loro stato di pena.
Pesava su loro come una condanna quel dramma stento e duro, ch’ella
aveva cominciato e non riusciva a condurre a fine; nella discussione
su i personaggi e le scene di esso s’era impigliata finora
l’ambascia della loro irresoluzione. Ora, la proposta di lui di
metter da canto e lasciar lí quel dramma e il suggerimento
improvviso di un altro da comporre insieme, fondato su una visione
ch’egli aveva avuto tant’anni addietro della Campagna romana, presso
Ostia, tra la gente di Sabina, che scende a svernar colà in orride
capanne, significarono chiaramente per lei la fine della
irresoluzione; e più chiaramente ancora ella scoprí in lui, il
proposito di troncare ogni indugio e d’affrontar la loro vita nuova,
nobile e operosa, nell’invito che le fece per il giorno appresso -
il giorno appunto che doveva arrivare il marito – d’andare insieme a
veder quei luoghi presso Ostia, luoghi minacciosi, dalla parte verso
il mare, ove giganteggia una torre solitaria, Tor Boacciana, con a’
piedi il fiume traversato da un’alzaja, lungo la quale passa una
barcaccia per il tragitto di qualche pescatore silenzioso, di
qualche cacciatore...
- Domani? - chiese ella; e l’aria e la voce espressero una totale
remissione.
- Sí, domani, domani stesso. A che ora arriverà?
Ella intese subito chi, e rispose:
- Alle nove.
- Bene. Sarò qui alle nove e mezzo. Non bisognerà dir nulla. Parlerò
io. Partiremo subito dopo.
Non si dissero altro. Egli andò via in fretta; ella rimase tutta
vibrante sotto l’oscura imminenza del suo nuovo destino.
La torre... il fiume traversato dall’alzaja... la barca che
traghetta i rari passanti per quei luoghi minacciosi...
Aveva sognato?
Là, dunque, il ricovero? A Ostia... Non bisognava dir nulla...
Domani!
Ella avrebbe lasciato tutto qui; sí, tutto, tutto. Gli avrebbe
scritto. Fino all’ultimo non avrebbe mentito. Di questo sopra tutto
era grata al Gueli. Anche partendo, il giorno appresso, non avrebbe
mentito. In quel dramma, con quel dramma da lui proposto sarebbe
entrata nella vita nuova, con l’arte e dentro l’arte, nobilmente.
Era la via; non era un mezzo o un pretesto d’inganno: la via per
uscire, senza menzogna e senza vergogna, da quella casa odiosa, non
più sua.
Inizio pagina
- Via, via, fate presto, fate presto: non arriverete a tempo!
Giustino gridò dal cancello del villino quest’ultima
raccomandazione ai due che s’allontanavano in carrozza, e
aspettò che Silvia almeno, se non il Gueli, si voltasse a
salutarlo con la mano.
Non si voltò.
E Giustino, seccato di quella mutria persistente della moglie,
scrollò le spalle e risalì in camera ad aspettare che Èmere
venisse ad annunziargli che il bagno era pronto.
- Che donna! - pensava. - Far quel viso disgustato anche a un
invito cosí gentile... Il duomo d’Orvieto: bello! Arte antica...
roba da studiare...
Veramente, tanto tanto non era piaciuto neanche a lui, che
proprio nel giorno, anzi quasi nel punto stesso del suo arrivo
da Parigi, il Gueli fosse venuto a invitar la moglie a quella
gita artistica. Ma se il Gueli non sapeva che egli sarebbe
arrivato quella mattina! Ne aveva mostrato tanto dispiacere,
anche perché il giorno appresso doveva partire per Milano e non
avrebbe avuto più il tempo di mostrare a Silvia tutte le
meraviglie d’arte racchiuse là - nel duomo d’Orvieto.
Bello, bello, il duomo d’Orvieto: lo aveva sentito dire...
Certo, non avrebbe potuto fare una grande impressione a lui che
Veniva da Parigi, ma... arte antica, roba da studiare...
Proprio urtante, ecco, quel viso disgustato. Tanto più che il
Gueli, santo Dio, s’era prestato cosí gentilmente a tenerle
compagnia in quei giorni, e con tanta grazia la esortava a non
farsi scrupolo dell’arrivo del marito, il quale, essendosi
certamente divertito a Parigi, non poteva aversi a male che la
moglie si pigliasse qualche svago per poche ore, fino alla
sera... Ma già, quando lui stesso, perbacco, le aveva detto: -
"Va’ pure, ti prego, mi fai piacere!".
Giustino si picchiò due volte la fronte con un dito, fece una
smusata e canterellò:
- Non mi piaaàce... non mi piaaàce...
Èmere venne ad annunziargli che il bagno era bell’e pronto.
- Eccomi!
Steso poco dopo, deliziosamente, nella bianca vasca smaltata, in
cui l’acqua assumeva una dolcissima tinta azzurrina; ripensando
al fragoroso turbinío degli splendori di Parigi nella nitida
quiete di quel luminoso stanzino da bagno, suo, si sentí beato.
Sentí che quello alla fine era veramente il riposo del
trionfatore.
Deliziosa lí, in quel tepido bagno, anche la sensazione della
stanchezza, che gli ricordava quanto aveva lavorato per vincere
a quel modo.
Ah, questa vittoria di Parigi, questa vittoria di Parigi era
stata il vero coronamento di tutta l’opera sua! Ora si poteva
dire appieno soddisfatto: felice, ecco.
Tutto sommato, era anche bene che Silvia si fosse recata a
quella gita. Con la stanchezza e nella prima foga dell’arrivo
egli avrebbe forse sciupato l’effetto del racconto e delle
descrizioni che voleva farle.
Ora, dopo il bagno, prenderebbe un ristoro, poi andrebbe a
dormire. Riposatamente, la sera, il racconto e le descrizioni
alla moglie e al Gueli delle "gran cose" di Parigi. Gli sarebbe
piaciuto che fosse presente qualche giornalista, da riferirli
poi al pubblico, magari in forma d’intervista. Ma domani, eh! ne
avrebbe trovato uno, cento ne avrebbe trovati, felicissimi di
contentarlo.
Si svegliò verso le otto di sera, e per prima cosa pensò ai
regali ch’aveva portato da Parigi alla moglie: una magnifica
vestaglia, tutta una spuma di merletti; un’elegantissima borsa
da passeggio d’ultimo modello; tre pettini e un ferma-capelli di
tartaruga chiara, finissimi, e poi un arredo d’argento
artisticamente lavorato per la scrivania. Volle trarli dalle
valige perché la moglie, subito com’entrava, s’empisse gli occhi
di meraviglia e di piacere: i pettini e la borsa su la
specchiera; la vestaglia, sul letto. Si fece ajutar da Èmere a
portare i pezzi dell’altro regalo su la scrivania; ve li depose,
e rimase lí nello studio per vedere che cosa avesse fatto la
moglie durante la sua assenza.
Come, come? Niente! Possibile? Il dramma... oh, che! ancora alla
fine del secondo atto... Su la prima cartella il titolo era
cancellato e accanto alla cancellatura era scritto tra parentesi
Nibbio seguíto da un punto interrogativo.
Che voleva dire?
Ma come! Niente? Neanche un rigo, in tanti giorni! Possibile?
Frugò nei cassetti: niente!
Di mezzo alle cartelle grandi del dramma scivolò una cartellina
staccata. La prese: vi erano scritte qua e là di minutissimo
carattere alcune parole: fugacità lucida... poi, più sotto:
fredde difficoltà amare... più sotto ancora: tra tanto prosperar
di menzogne... e poi: Quante salde opinioni che traballano come
ubriachi... e infine: campane, gocce d’acqua in fila su la
ringhiera del ballatojo... alberi pazzi e pensieri pazzi... le
tendine bianche della canonica, l’orlo sbrindellato d’una veste
su una scarpa scalcagnata...
Uhm! Giustino fece un viso lungo lungo. Rivoltò la cartellina.
Niente. Non c’era altro.
Eccolo là tutto quello che aveva scritto la moglie in circa
venti giorni! Non era valso a nulla dunque, neppure il consiglio
del Gueli... Che significavano quelle frasi staccate?
Si posò le mani su le guance e ve le tenne un pezzo. Gli occhi
gli andarono su la seconda frase: fredde difficoltà amare...
- Ma perché? disse forte, scrollando le spalle.
E si mise a passeggiare per lo studio, ancora con le mani su le
guance. Perché e quali difficoltà ora che tutto, mercé lui, era
facile e piano: aperta la via, e che via! un vialone senza più
né sassi né sterpi, da correre di trionfo in trionfo?
- Difficoltà amare. Fredde difficoltà amare. Fredde e amare...
Uhm! Ma quali? perché?
E seguitava a passeggiare, con le mani, ora, afferrate dietro la
schiena. Si fermava un tratto, più assorto, con gli occhi
chiusi, e riprendeva ad andare per rifermarsi poco dopo,
ripetendo a ogni fermata, adesso, con un lungo stiramento del
viso:
- Alberi pazzi e pensieri pazzi...
E lui che s’aspettava il dramma finito e che contava di
cominciar domani stesso a intercalare le prime "indiscrezioni"
Entrò Èmere a recargli i giornali della sera
- E come? - gli domandò Giustino - Già cosí tardi?
- Passate le dieci, - rispose Èmere.
- Ah sí? E come? - ripeté Giustino che, avendo dormito fino a
tardi, aveva perduto l’esatta percezione del tempo - Che hanno
fatto? Avrebbero dovuto esser qui alle nove e mezzo al più
tardi... Il treno arriva alle nove meno dieci...
Èmere aspettò, impalato, che il padrone finisse quelle sue
considerazioni, e poi disse:
- Giovanna voleva sapere se si deve aspettare la signora.
- Ma sicuro che si deve aspettare! - rispose irritato, Giustino.
- E anche il signor Gueli che cenerà con noi... Forse qualche
ritardo... Se... se... ma no! se avessero perduto la corsa,
avrebbero fatto un telegramma. Sono già le dieci?
- Passate, - ripeté Èmere, sempre impalato, impassibile.
Giustino, guardandolo, sentí crescersi l’irritazione. Aprí un
giornale per guardar negli avvisi, se per caso ci fosse qualche
cambiamento nell’orario delle ferrovie.
- Arrivi... arrivi... arrivi... Ecco qua: da Chiusi ore 20 e 50.
- Sissignore, - disse Èmere.- La corsa è già arrivata.
- Come lo sai, imbecille?
- Lo so perché il signore, qua, del villino accanto che va e
viene da Chiusi, giusto sarà arrivato da un tre quarti d’ora.
- Ah sí?
- Sissignore. Anzi, sentendo il rumore della carrozza e
immaginando che fosse la signora, io ero sceso ad aprire il
cancello. Ho visto invece il signore del villino accanto, che
viene da Chiusi... Se la signora è andata a Chiusi...
- È andata a Orvieto! - gridò Giustino. - Ma è la stessa
linea... Vuol dire che hanno proprio perduto la corsa!
- Se il signore vuole che vada a domandare qui accanto...
- Che cosa?
- Se il signore è proprio arrivato da Chiusi...
- Sí, sí, va’, e dí intanto alla Giovanna che aspetti.
Èmere andò, e Giustino, riprendendo concitatamente a
passeggiare:
- Hanno perduto la corsa.. - hanno perduto la corsa... hanno
perduto la corsa... - si mise a dire con gesti di rabbia.
- Orvieto!... la gita a Orvieto!... il duomo d’Orvieto!.. Giusto
oggi, il duomo d’Orvieto! che c’entrava? Se hanno la testa!...
Certi bisogni precipitosi, irresistibili... certe idee!... Poi
s’arrabbiano se sentono dire da quello... come si chiama? che
sono tutti quanti un’infunata di pazzi! Il duomo d’Orvieto...
Avesse lavorato, capivo la distrazione! Non ha fatto nulla,
perdio! Alberi pazzi e pensieri pazzi... ecco: lo dice lei
stessa...
Èmere tornò a dire che il signore del villino accanto era
proprio arrivato da Chiusi.
- E va bene! - gli gridò Giustino. - Porta in tavola per me
solo! Avrebbero potuto almeno spedire un telegramma, mi pare.
A tavola, la vista dei due coperti apparecchiati per la moglie e
per il Gueli, a cui si riprometteva il piacere di raccontare le
"gran cose" di Parigi, gli accrebbe il dispetto, e ordinò a
Èmere che li sparecchiasse.
Èmere forse stava a guardarlo come lo aveva sempre guardato; ma
a Giustino parve che quella sera lo guardasse in altro modo, e
anche di questo provò stizza, e lo mandò in cucina.
- Quand’ho bisogno, ti chiamo.
La vista d’un marito, a cui avvenga che la moglie, per un caso
impreveduto, resti la notte a dormir fuori in compagnia d’un
altro uomo, dev’esser molto divertente per uno che non abbia
moglie, specie poi se questo marito è arrivato quel giorno
stesso in casa dopo venti giorni d’assenza e ha portato alla
moglie tanti bei regali. Bel regalo, in ricambio!
Giustino si sarebbe guardato bene dall’immaginare che il Gueli,
gentiluomo austero, più che maturo, potesse minimamente
profittare d’un caso come quello... Che! che! E poi, Silvia, il
riserbo, l’onestà in persona! Ma un telegramma, perdio, un
telegramma avrebbero potuto spedirlo, anzi dovuto, dovuto, ecco:
un telegramma avrebbero dovuto spedirlo.
Questa mancanza del telegramma non spedito si fece a mano a mano
più grave agli occhi di Giustino, perché a mano a mano si gonfiò
di tutta la stizza che egli provava per quella gita giusto nel
giorno del suo arrivo, per il racconto delle "gran cose" di
Parigi che gli era rimasto in gola e gl’impediva di mangiare,
per i regali che la moglie non avrebbe visti e per il meritato
compenso che aveva tutto il diritto d’aspettarsene dopo venti
giorni d’assenza, perdio! Non spedire neanche un telegramma...
Il silenzio della casa, forse perché egli stava con l’orecchio
in attesa della scampanellata d’un fattorino del telegrafo, gli
fece a un tratto una sinistra impressione. Si alzò da tavola;
guardò di nuovo nel giornale l’orario della ferrovia per sapere
a che ora il giorno appresso la moglie poteva esser di ritorno,
e vide, che non prima del tocco: arrivava un’altra corsa di
mattina, ma troppo presto per una signora. Era sperabile che, se
non durante la notte, la mattina per tempo arrivasse il
telegramma, il telegramma, il telegramma. E andò sù per leggersi
a letto il giornale e aspettare il sonno che certamente per
tante ragioni sarebbe tardato a venire.
Sporse il capo dall’uscio a guardar la camera vuota della
moglie. Che pena! Sul letto, come in attesa, era la bella
vestaglia di merletti. Per il riflesso della campana attorno
alla lampadina di luce elettrica, il bianco dei merletti si
coloriva d’una soave tenuissima tinta rosea. Giustino se ne
sentí turbato e angosciato, e volse gli occhi alla specchiera
per vedere i pettini e la borsa appesa a uno dei bracci che
reggevano in bilico lo specchio; vi si accostò e, notando un
certo disordine lí sul piano della specchiera, certo per la
fretta con cui Silvia la mattina, all’importuno invito del
Gueli, s’era acconciata, Si mise a rassettare, pensando che
doveva esser pure ben triste per la moglie, ormai abituata a
dormire in una camera come quella, passar la notte chi sa in
quale misero alberguccio d’Orvieto...
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Si svegliò tardi, la mattina, e per prima cosa domandò a Èmere
se non era arrivato il telegramma.
Non era arrivato.
Qualche disgrazia? Qualche incidente? Ma no! il Gueli, Silvia
Roncella non erano due viaggiatori come gli altri. Se qualche
disgrazia fosse loro occorsa, si sarebbe subito saputo. E poi,
tanto più, se mai, il Gueli o qualcun altro gli avrebbe
telegrafato, per non tenerlo in più gravi angustie con quel
silenzio. Pensò di telegrafar lui a Orvieto; ma dove indirizzare
il telegramma? No, niente. Meglio aspettare con pazienza
l’arrivo del treno. Intanto avrebbe atteso a sistemare i conti
arretrati da tanti giorni, quello degli introiti e quello degli
esiti. Un bel da fare!
Era da circa tre ore tutto immerso nella sua minuziosissima
contabilità, e però lontano ormai da ogni costernazione per la
moglie, quando Èmere venne ad annunziargli che c’era giù una
signora che gli voleva parlare.
- Una signora? Chi?
- Voleva vedere propriamente la signora. Le ho detto che la
signora non c’è.
- Ma chi è? - gridò Giustino. - Signora... signora... signora...
È mai stata qui?
- Nossignore, mai.
- Forestiera?
- Nossignore, non pare.
- E chi può essere? - domandò a se stesso Giustino. - Ecco,
vengo.
E scese al salotto. Restò su la soglia come basito al cospetto
di Livia Frezzi, la quale, col viso scontraffatto, orribilmente
macerato, quasi pinzato qua e là da rapidi guizzi nervosi, lo
investí coi denti serrati e le labbra divaricate e gli occhi
verdi fissi e scoloriti...
- Non è tornata? Non sono ancora tornati?
Giustino, nel vedersela addosso, irta cosí di furia dilaniatrice,
ebbe paura e insieme compassione e sdegno.
- Ah, sa anche lei? - fece. - Jersera... jersera certo...
avranno perduto la... la corsa... ma... ma forse a momenti...
La Frezzi gli si fece ancor più addosso, proprio quasi ad
aggredirlo:
- Dunque voi sapevate? voi avete permesso che andassero insieme?
voi!
- Come... signora mia... ma perché? - rispose, traendosi
indietro. - Lei... lei s’immagina... io compatisco... ma...
- Voi? - incalzò la Frezzi.
E allora Giustino, giungendo pietosamente le mani, quasi a
raccogliere e a offrire con supplice atto la ragione a quella
povera donna:
- Ma che ci può esser di male, scusi? Io la prego di credere che
la mia signora...
Livia Frezzi non lo lasciò proseguire: serrò le mani artigliate
accanto al volto contratto, quasi spremuto per fare uscir fuori
dei denti serrati l’insulto imbevuto di tutto il suo fiele, di
tutto il suo disprezzo e proruppe:
- Imbecille!
- Ah, perdio! - scattò Giustino. - Lei m’insulta a casa mia!
Insulta me e la mia signora col suo sospetto indegno!
- Ma se li hanno visti, - riprese quella, faccia contro faccia,
con le labbra stirate ora da un orribile ghigno. - Insieme, a
braccetto, tra le rovine di Ostia... cosí!
E sporse una mano per afferrargli il braccio.
Giustino si scansò.
- Ostia? ma che Ostia! Lei travede! Chi gliel’ha detto? Se sono
andati a Orvieto!
- A Orvieto, è vero? - sghignò ancora la Frezzi. - Ve l’hanno
detto loro?
- Ma sissignora! Il signor Gueli! - affermò con forza Giustino.
- Una gita artistica, una visita al duomo d’Orvieto... Arte
antica, roba da...
- Imbecille! imbecille! imbecille! - proruppe di nuovo la
Frezzi. - Gli avete, cosí, tenuto mano?
Giustino, pallidissimo, levò un braccio e, contenendosi a
stento, fremette:
- Ringrazii Dio, signora, d’esser donna, se no...
Più torbida e più fiera che mai, la Frezzi gli tenne testa
interrompendolo:
- Voi, voi ringraziate Dio piuttosto, che non l’ho trovata qui!
Ma saprò trovar lui, e sentirete!
Scappò via con questa minaccia, e Giustino rimase a guardarsi
attorno, vibrante e stordito, movendo le dieci dita delle mani
in aria come non sapesse che prendere e che toccare.
- È impazzita... è impazzita... è impazzita... - bisbigliava. -
Capace di commettere un delitto...
Che doveva far lui? Uscire, correrle dietro? Uno scandalo per
istrada... Ma intanto?
Si sentiva come trascinato dalla furia di colei, e protendeva il
corpo quasi per lanciarsi alla corsa, e subito lo arretrava
trattenuto da una riflessione che non aveva tempo né modo
d’affermarsi nel confuso sbigottimento, nella perplessità, tra
tanti incerti, opposti consigli. E vaneggiava:
- Ostia... che Ostia!... Sarebbero tornati... A braccetto... tra
le rovine... È pazza... Li hanno visti... Chi può averli
visti?... E sono andati a dirlo a lei?... Qualcuno che la sa
gelosa, e ci si spassa... E intanto? Costei è capace d’andare
alla stazione e di far chi sa che cosa...
Guardò l’orologio, senza pensare che la Frezzi non aveva alcuna
ragione d’andare alla stazione a quell’ora, se supponeva che il
Gueli e Silvia fossero andati a Ostia e non a Orvieto; e chiamò
Èmere perché gli portasse giù il cappello e il bastone. Mancava
quasi mezz’ora al tocco; aveva appena il tempo di trovarsi
presente all’arrivo del treno.
- Alla stazione, caccia! - gridò, montando su la prima vettura
incontrata presso il Ponte Margherita.
Ma vi giunse pochi istanti dopo l’arrivo del treno da Chiusi. Ne
scendevano ancora gli ultimi passeggeri. Guardò tra questi. Non
c’erano! Corse verso l’uscita, lanciando occhiate qua e là su
tutti quelli che si lasciava indietro. Non li vedeva! Possibile
che non fossero arrivati neppure con quel treno? Forse erano già
usciti, s’eran già messi in vettura... Ma non li avrebbe
incontrati, venendo, lí presso la stazione?
- Mi saranno sfuggiti!
E saltò in un’altra vettura per farsi riportare al villino, di
furia.
Era quasi sicuro, quando vi giunse, che Èmere dovesse
rispondergli che nessuno era arrivato.
Non poteva più esser dubbio ormai che qualche cosa di grave
doveva essere accaduto. Si trovava fra la stranezza (che ora gli
saltava agli occhi losca) di quella gita proposta giusto sul
punto del suo arrivo, a cui, dopo il mancato ritorno, seguiva un
cosí lungo, inesplicabile silenzio, e il sospetto oltraggioso di
quella pazza. Avrebbe voluto arrestarlo perché non riempisse
quel vuoto e quel silenzio e non s’impadronisse anche di lui,
quell’oltraggioso sospetto; e tentava di parargli contro, per
sbigottirlo, l’enormità dell’inganno che quei due gli avrebbero
fatto, incommensurabile per la sua coscienza di marito
esemplare, che sempre e tutto si era speso per la moglie, fino a
conquistarle quei trionfi e l’agiatezza; e la fama d’austerità
di cui godeva il Gueli, e l’onestà, l’onestà di sua moglie,
scontrosa e dura. Strana, sí: ella era stata strana in quegli
ultimi tempi, dopo il trionfo del dramma, ma appunto perché
quella sua onestà scontrosa e dura, amante della semplicità e
dell’ombra, non sapeva ancora acconciarsi al fasto e allo
splendore della fama. No, no, via! come dubitare dell’onestà di
lei, che gli doveva, se non altro, tanta gratitudine, e della
lealtà del Gueli, già vecchio, e poi cosí legato da tanti anni a
quella donna, schiavo di lei?
Uno sprazzo... Che forse al Gueli il servo avesse telegrafato a
Orvieto l’improvviso arrivo della Frezzi da Monteporzio, e ora
egli non osasse ritornare a Roma? Ma, perdio, doveva tenersi
Silvia con sé, là, per la sua paura di ritornare? E Silvia
prestarsi, senza capire che n’andava di mezzo la sua dignità? Ma
che, no! Non era possibile! Avrebbe capito che, più stavano a
ritornare, più sarebbero cresciuti i sospetti e le furie di
quella pazza... Tranne che il Gueli, persuaso da quella paura,
perseguitato da quel sospetto, ora, fuori delle grinfie della
Frezzi, non inducesse Silvia...
Quel silenzio, quel silenzio con lui, più di tutto era grave!
Doveva egli andare a Orvieto? E se non c’erano più? Se non
c’erano mai stati? Ecco, già ne dubitava... Forse erano andati
altrove... Gli sovvenne a un tratto che il Gueli aveva detto di
dover partire per Milano. Che si fosse portata seco Silvia fin
lassù? Ma come? senza darne avviso? Se onestamente fosse nato
loro il desiderio di visitare qualche altro luogo,
glien’avrebbero dato notizia in qualche modo. No, no...
Dov’erano andati?
Ah, ecco il campanello! Balzò allo squillo, non aspettò che
Èmere corresse ad aprire il cancello, vi corse lui, si trovò di
fronte il postino che gli porgeva una lettera.
Era di Silvia! Ah, finalmente... Ma come? Su la busta, un
francobollo di città... Gli scriveva da Roma?
- Va’! va’! - gridò a Èmere, accorso, mostrandogli che aveva
preso lui la lettera.
E strappò la busta, lí nel giardino stesso, innanzi al cancello.
La lettera, brevissima, d’una ventina di righe in tutto, era
senza luogo di provenienza né data né intestazione. Lette le
prime parole, egli si provò a trarre, come trafitto, due volte
invano il respiro; il volto gli si sbiancò; gli s’intorbidarono
gli occhi; vi passò sopra una mano; poi strinse questa e l’altra
che reggeva la lettera, e la lettera si spiegazzò.
Ma come?... via?... cosí?... per non ingannarlo? E guardava
fieramente un placido leoncino di terracotta là presso il
cancello, che, con la testa allungata su le zampe anteriori,
niente, seguitava a dormire. - Ma come? e non l’aveva ingannato,
con quel vecchio lí?... non era andata via con lui? E gli
lasciava tutto... che voleva dir tutto? che era più tutto, che
era più lui, se ella... Ma come? Perché? Non una ragione!
Niente... Se ne andava via cosí, senza dire perché... Perché
egli aveva fatto tanto, troppo, per lei? Questo, il compenso?
Gli buttava in faccia tutto... Come se egli avesse lavorato per
sé solo e non per lei insieme! E poteva più star lí, egli, senza
di lei? Era il crollo... il crollo di tutta la sua vita... il
suo annientamento... Ma come? Nulla, nulla, nulla di preciso,
diceva quella lettera; non parlava affatto del Gueli; diceva di
non volerlo ingannare e soltanto affermava recisamente il
proposito di rompere la loro convivenza. E proveniva da Roma!
Era ella dunque a Roma? E dove? In casa del Gueli, no, non era
possibile; c’era la Frezzi, e costei era venuta da lui quella
mattina stessa. Forse non era a Roma; e quella lettera era stata
mandata a qualcuno perché la impostasse. A chi? Forse al
Raceni... forse alla signorina Ely Facelli... Qualche cosa
all’uno o all’altra aveva dovuto scrivere e, se non altro, dalla
busta si sarebbe scoperto il luogo di provenienza. Egli doveva
andare, rintracciarla a ogni costo, farla parlare, che gli
spiegasse perché non poteva più vivere con lui, e farle
intendere la ragione. Doveva essersi impazzita! Forse il
Gueli... No, egli non sapeva ancor credere che si fosse potuta
mettere col Gueli! Ma forse questi, chi sa che le aveva istigato
contro di lui, vessato com’era dalla Frezzi, impazzito anche
lui... Ah pazzi, pazzi tutti! E che cieco era stato lui ad
andare a invitarlo contro la volontà di lei... Chi sa che si
figurava di lui il Gueli! Che egli volesse vessar la moglie come
la Frezzi vessava lui? Ecco, sí, doveva averle messo in capo
questa nequizia... Perché egli la spingeva a lavorare? Ma per
lei! per lei! per mantenerla nella fama, nell’altezza a cui la
aveva inalzata con tante fatiche! Tutto, tutto per lei! Se egli
aveva anche perduto l’impiego per lei? se per se stesso non era
più vissuto, come sospettar di lui una tale nequizia? Ella, se
mai, ella, Silvia aveva sfruttato lui, s’era preso tutto il suo
lavoro, tutto il suo tempo, tutta l’anima sua; ed ecco, ora lo
abbandonava, ora lo buttava lí, via, come uno straccio inutile.
Poteva egli tenersi il villino, i guadagni fatti su i lavori di
lei? Pazzie! Neanche a pensarci! Ed ecco, restava in mezzo a una
strada, senza più stato, senza professione, come un sacco
vuoto... No, no, perdio! Prima che scoppiasse lo scandalo, la
avrebbe ritrovata! la avrebbe ritrovata!
S’avventò al cancello per correre alla casa della signorina Ely
Facelli; ma non l’aveva ancora aperto tutto, che due cronisti, e
subito dopo un terzo e un quarto, gli si pararono di fronte con
visi alterati dalla corsa e dall’ansia.
- Che è stato?
- Il Gueli... - disse uno, ansimante. - È stato ferito il
Gueli...
- E Silvia? - gridò Giustino.
- No, niente! - rispose un altro, che tirava appena il fiato. -
Stia tranquillo, non c’era!
- E dov’è? dov’è? - domandò Giustino, smaniando e cercando di
scappare.
- Non è a Roma! non è a Roma! - gli gridarono quelli a coro, per
trattenerlo.
- Se era col Gueli! - esclamò Giustino, fremendo, convulso. - E
la lettera... la lettera è da Roma!
- Una lettera, ah... una lettera della sua signora? L’ha
ricevuta lei?
- Ma sí! Eccola qua... Sarà un quarto d’ora... Con francobollo
di città...
- Si può vederla? chiese uno, timidamente.
Ma un altro s’affrettò a chiarire:
- No, sa! Non è possibile! È certo che la sua signora è a Ostia.
- A Ostia? Certo?
Giustino si portò le mani al volto e tornò a fremere:
- Ah, dunque è vero! dunque è vero! dunque è vero! quattro
rimasero a guardarlo, impietositi; uno chiese:
- Lei sapeva che la sua signora era a Roma?
- No, jeri, - scattò Giustino, - col Gueli... mi dissero che
andavano a Orvieto...
- A Orvieto? No, che!
- Pretesto!
- Per metterla su una falsa traccia...
- Se il Gueli, guardi, tornava da Ostia...
- Scusi, - ripeté quello, allungando una mano, - si potrebbe
vederla codesta lettera?
Giustino tirò indietro il braccio.
- No, niente... dice che... niente! Ma dove, dove è stato ferito
il Gueli?
- Due ferite, gravissime!
- Al ventre, al braccio destro...
Giustino squassò la testa:
- No! dico, dove? dove? a casa? per istrada?
- A casa, a casa... Dalla Frezzi... Ritornava da Ostia e...
appena giunto a casa...
- Da Ostia? Dunque, l’avrà impostata lui, la lettera... - Ah,
ecco... già... è probabile...
Giustino tornò a coprirsi il volto con le mani, gemendo: - È
finita! è finita! è finita!
Poi domandò con rabbia:
- È stata arrestata la Frezzi?
- Sí, subito!
- Io lo sapevo, che avrebbe commesso un delitto! È stata qua
questa mattina!
- La Frezzi?
- Sí, qua, a cercar di mia moglie! E non le son corso dietro! -
Ah, amici miei! amici miei! amici miei! - soggiunse, tendendo le
braccia a Dora Barmis, al Raceni, al Lampini, al Centanni, al
Mola, al Federici, che, appena volata la notizia del delitto,
erano accorsi prima alla casa del Gueli, e avevano ancora nei
volti l’orrore del sangue sparso là nelle stanze e nella scala
invase dai curiosi, e la febbre dello scandalo enorme.
Dora Barmis, rompendo in lagrime, gli buttò le braccia al collo;
tutti gli altri gli si fecero intorno, premurosi e commossi; ed
entrarono cosí a gruppo nel salotto del villino. Qua, Dora
Barmis, che gli teneva ancora un braccio intorno al collo, per
poco non se lo fece sedere su le ginocchia. Non rifiniva dal
gemere tra le lagrime abbondanti:
- Poverino... poverino... poverino...
Intenerito da questo compianto e sentendosi a poco a poco
racconsolare, riscaldare il cuore da quell’attestato di stima e
d’affetto di tutti quegli amici letterati e giornalisti:
- Che infamia! - prese a dire Giustino guardandoli a uno a uno
in faccia, pietosamente. - Oh, amici miei, che infamia! A me, a
me questo tradimento! Mi siete tutti testimonii di quello che io
ho fatto per questa donna! Qua, qua, tutt’intorno, anche le cose
parlano! Io, tutto, per lei! Ed ecco, ecco il compenso! Torno
jeri da Parigi... anche lí, la gloria, in uno dei primi teatri
di Francia... feste, banchetti, ricevimenti... tutti, cosí,
attorno a me, a sentir le notizie che davo di lei, della sua
vita, dei suoi lavori... torno qua, sissignori! oh che infamia,
amico mio, amico mio, caro Baldani, grazie! Che infamia, sí! che
indegnità, grazie! Caro Luna, anche lei! grazie... Caro Betti,
grazie; grazie a tutti, amici miei... Anche lei, Jàcono? Sí, una
vera perfidia, grazie! Oh, caro Zago, povero Zago... vede? vede
- No! - gridò a un tratto, scorgendo i quattro cronisti intenti
a ricopiar la lettera della moglie, che gli doveva esser caduta
di mano.- No! Lo dicano a tutti, lo sappia la stampa e l’oda
tutta l’Italia! E sappiatelo anche voi, e lo sappiano anche
tutti i miei amici di Francia: Qua, ella, in questa lettera,
sissignori, dice che mi lascia tutto! Ma lascio tutto io, io a
lei! Ne ho schifo! A lei, io, io ho dato tutto, io a lei... e mi
sono rovinato! Lascio tutto qua... casa, titoli, danaro... tutto
tutto... e me ne ritorno dal mio figliuolo, io, senza nulla,
rovinato. Dal mio figliuolo... Non ho mai pensato neanche al mio
figliuolo... io, per lei! per lei!
A questo punto la Barmis non poté più reggere, balzò in piedi e
l’abbracciò freneticamente. Giustino, tra lo stordimento e la
commozione di tutti, scoppiò in dirottissimo pianto, nascondendo
il volto su la spalla di quella sua consolatrice.
- Sublime, sublime, - diceva piano il Luna al Baldani, uscendo
dal salotto. - Sublime! Ah, bisognerebbe assolutamente,
poverino, che subito qualche altra scrittrice, subito se lo
prendesse per segretario! Peccato, peccato, che quella Barmis là
non sappia scrivere... È proprio sublime, poverino!
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Giustino
Roncella nato Boggiolo (Suo Marito)
CAPITOLO OTTAVO -
LUME
SPENTO |
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- E
‘l giudisi? douva t’ l’as ‘l giudisi, martuf?
Il bimbo, a cavalcioni su le gambe di nonno Prever, lo guardava con
gli occhioni intenti e ridenti, frenandosi; poi subito alzava una
manina e con l’indice teso si toccava la fronte.
- Bel e si.
- L’è nen vera! - gli gridava allora il vecchione, afferrandogli con
le grosse mani e fingendo di volergli strappar la pancina: - T’ l’as
anvece sí, sí, sí...
E il bimbo, a questo scherzo tante volte ripetuto, si buttava via
dalle risa.
La nonna, allo scatto di quelle fresche risa infantili, si voltava a
guardare la testolina rovesciata del nipotino. Non rideva troppo? E
c’era una maledetta mosca che ronzava, cosí urtante, malaugurosa,
nella camera. La cercava nel vano; quindi tornava con occhi dolenti
a rimirare il figliuolo che se ne stava presso la finestra a guardar
fuori, col capo insaccato nelle spalle e le mani in tasca, taciturno
e scuro.
Già da circa nove mesi le era ritornato da Roma, cosí, quasi ignudo,
con quegli abiti che aveva indosso e la poca biancheria. Ma avesse
perduto soltanto la roba e l’impiego! Il cuore, il cervello, la
vita, tutto, tutto aveva perduto, dietro a quella donna là, che per
forza doveva esser cattiva.
Sessanta e più anni aveva ella vissuto, la signora Velia, e non
aveva mai veduto alcun uomo ridursi in quello stato per una donna
onesta e buona.
Dio, non più neanche un filo d’amore per quel piccino, per lei!
Eccolo là: non voleva pensare più a niente; guardava e pareva non
vedesse e non udisse, alienato da ogni senso, vuoto, distrutto,
spento.
Solo per qualche traccia rimasta del soggiorno di colei nella casa
accennava di rianimarsi un po’, e come un cane che si sdraj su le
vestigia del padrone morto, quasi a covarne l’ultimo sentore, che
non se ne vada via anche quello, stava lí e non c’era verso di
mandarlo fuori a distrarsi.
Già più volte il Prever gli aveva proposto di andare con la
Graziella, per qualche mese, per una settimana, per un giorno
almeno, alla villa sul colle di Bràida; e poi, che lo ajutasse un
po’ - essendo egli ormai vecchio – nell’amministrazione dei beni. A
quest’ultima proposta, s’era un po’ scosso, ma come per il peso di
un obbligo, col quale gli si volesse rendere crudelmente più grave
l’infelicità. Tanto che il Prever, subito, lo aveva esonerato, non
ostante che don Buti, il curato, sostenesse che bisognava
persistere, anche lasciandogli credere che gli si facesse quel
carico per obbligo e con crudeltà.
Meisiña, - diceva, - avei nen paura ch’a la treuva amera.
Medicina il signor Prever non voleva essere; o, se mai, dolce; cosí
amara, no.
- Grazious! - diceva a madama Velia, appena don Buti se n’andava. -
Chiel a ven con so canucial për meisiña, e mi i dovria I vení sí con
i me count ‘d cassa...
Don Buti, infatti, visto che Giustino non s’era voluto arrendere a
fargli una visitina lí nella canonica a due passi, una sera aveva
portato con sé sotto il tabarro il suo vecchio famoso cannocchiale
per fargli ammirare la gran potensa ‘d Nosgnour come quand’era
piccolino e per tener chiuso l’occhio manco faceva tante smorfie con
la bocca:
- Ratoujin, cosí!
Ma Giustino non s’era commosso alla vista del vecchio cannocchiale;
per non far dispiacere al brav’uomo aveva guardato con esso "le gran
montagne" della Luna e aveva scosso appena appena il capo, con gli
occhi aggrondati, quando don Buti aveva ripetuto col solito gesto il
solito ritornello:
- La gran potensa ‘d Nosgnour, eh? la gran potensa ‘d Nosgnour!
Al ritornello era seguíto un lungo predicozzo pieno di oh! e di eh!
perché da quel tentennar del capo con gli occhi aggrondati la gran
potenza di Dio era parsa a don Buti, se non propriamente messa in
dubbio, riconosciuta però anche capace di permettere che si facesse
tanto male a un povero innocente. Ma al predicozzo Giustino era
rimasto impassibile, come per una cosa che don Buti, nella sua
qualità di sacerdote, dovesse fare, e nella quale lui non avesse
nulla da vedere, fuori com’era di quel dovere sacerdotale e padrone
di pensarla a suo modo, come stava scritto sul campanile della
chiesa.
Da quel cupo torpore di spirito lo aveva un po’ scosso, invece, il
nuovo medico condotto, venuto da poco a Cargiore con una signora che
non si sapeva ancor bene se gli fosse moglie oppur no. Doveva esser
ricca madama, perché il dottor Lais aveva preso in affitto un bel
villinetto di certi signori di Torino e diceva di volerlo comperare.
Alto, asciutto, rigido e preciso come un inglese, coi baffetti
ancora biondi e i capelli già canuti, fitti, corti corti, si dava
l’aria di esercitar la professione tanto per fare qualche cosa;
vestiva con ricca e semplice eleganza e portava sempre un pajo di
splendidi gambali di cuojo, di cui pareva ogni volta si dimenticasse
apposta a casa d’affibbiar qualche stringa, per affibbiarsela fuori,
per istrada o nelle visite, e richiamar cosí su essi l’attenzione.
Si dilettava molto di letteratura, il dottor Lais. Chiamato per un
lieve disturbo del bimbo e saputo che il Boggiòlo era marito della
celebre scrittrice Silvia Roncella e per tanti anni era stato in
mezzo alla letteratura, lo aveva assediato di domande e invitato al
suo villino, ove la sua signora avrebbe avuto certamente tanto
piacere di sentirlo parlare, amante appassionata com’era anch’ella
delle belle lettere e insaziabile divoratrice di libri.
- Se lei non viene, badi! - gli aveva detto. - Son capace di
portarla io qua, la mia signora.
E l’aveva portata, difatti. E tutti e due, egli che pareva un
inglese, ella che pareva una spagnuola (era venezianina), tutta
fiocchi e nastri, tutta cascante di vezzi, bruna, con due occhietti
vivaci neri neri e due labbra carnute rosse rosse, il nasino ritto
fiero e impertinente, avevano fatto parlar Giustino per una intera
serata, ammirati da un canto, dall’altro irritati da certe notizie,
da certi giudizii contrarii alle loro sviscerate simpatie di
dilettanti ammiratori di provincia. - Me schiopa el fiel! -
protestava lei. - Ma come? la Morlacchi... Flavia Morlacchi!...
nessuno davvero la calcolava a Roma? Ma il suo romanzo La vittima...
tanto bello!... Ma Fiocchi di neve... versi meravigliosi!... E il
dramma... com’era intitolato?... Discordia, già già, no, La
Discordia... perdio, applauditissimo a Como, quattr’anni fa!
Il signor Martino e don Buti stavano a sentire e a guardare con
occhi spalancati, a bocca aperta, e la signora Velia mirava
costernata il suo Giustino che, pur senza volerlo, tirato da quei
due, ecco ricascava a parlar di quelle cose e si riscaldava, si
riscaldava... Oh Dio, no: preferiva vederlo scuro taciturno,
sprofondato nel cordoglio, la signora Velia, anziché rianimato cosí,
per quei discorsi. Via, via, quella tentazione! E si sentí più
tranquilla quando, alcuni giorni dopo, a quei due che ebbero la
sfrontatezza di mandargli a chiedere per la servetta un certo libro
della moglie e d’invitarlo a colezione, Giustino rispose che non
aveva il libro e che non poteva andare.
Se li era levati, cosí, d’attorno.
- Che avrà intanto, quest’oggi? - pensava la piccola signora Velia,
seguitando a mirare il figliuolo innanzi alla vetrata della
finestra, mentre Vittorino faceva il diavoletto su le ginocchia del
Prever.
Forse quel giorno era più raffagottato del solito perché la mattina
- per una disattenzione di quella stolida di Graziella - aveva
scoperto una lettera arrivata parecchi giorni addietro e non
distrutta come tutte le altre, quando si poteva, di nascosto a lui.
Tante e tante lettere gli arrivavano ancora, respinte da Roma, anche
dalla Francia, anche dalla Germania... E la signora Velia,
all’arrivo di esse, tentennava il capo, come se dalla distanza da
cui arrivavano misurasse l’estensione del male che colei aveva fatto
al suo figliuolo.
Egli si buttava su quelle lettere come un affamato; andava a
chiudersi in camera e si metteva a rispondere. Ma non rimandava poi
quelle lettere con la risposta direttamente alla moglie. Per mezzo
del signor Martino la signora Velia aveva saputo da monsù Gariola,
il quale aveva in appalto l’ufficio postale, che il figliuolo le
indirizzava a un tal Raceni, a Roma. Forse per il tramite di questo
amico consigliava alla moglie come avrebbe dovuto regolarsi.
Era veramente cosí.
Dalla Barmis e dal Raceni, dopo il suo ritorno a Cargiore, Giustino
aveva ricevuto fino a pochi mesi addietro frequenti lettere, dalle
quali con strazio indicibile aveva saputo in quale disordine vivesse
a Roma la moglie.
Ora egli era più che mai convinto che tra Silvia e il Gueli non
fosse avvenuto nulla di male; e credeva d’averne la prova nel fatto
che il Gueli, quasi miracolosamente guarito dalle due ferite,
sebbene col braccio destro amputato, era ritornato a vivere con la
Frezzi, liberata come incosciente dopo circa cinque mesi di carcere
preventivo, appunto per le aderenze e le brighe del Gueli stesso.
Ah, se egli allora, nel primo momento, non si fosse lasciato
sopraffare dallo scandalo e fosse corso a Ostia a rilevar la moglie
ancora senz’altra colpa che quella d’aver voluto fuggire da lui! No,
no, no: egli non doveva credere, non ostante quell’inganno della
gita a Orvieto, non doveva credere che ella si fosse potuta mettere
col Gueli. Avrebbe dovuto correre a Ostia e ricondurre con sé la
moglie, la quale certamente, allora, non si sarebbe cosí perduta...
Con chi viveva ella ora? La Barmis diceva col Baldani; il Raceni
invece sospettava una relazione col Luna. Viveva sola, in apparenza.
Il villino, tutti i mobili venduti. E nelle ultime lettere il Raceni
lasciava intendere che ella dovesse trovarsi in qualche imbarazzo
finanziario. Ma sfido! Senza di lui... Chi sa come la rubavano
tutti! Forse ella ora riconosceva che cosa volesse dire avere
accanto un uomo come lui! Tutto venduto... Peccato!... Quel
villino... quei mobili del Ducrot...
Da circa due mesi né la Barmis né il Raceni gli scrivevano più, né
alcun altro amico da Roma. Che era accaduto? Forse non avevano
veduto più la ragione di seguitare ancora la corrispondenza con uno
ormai quasi sparito dalla vita. S’era prima stancata la Barmis, ora
non rispondeva più neanche il Raceni.
Ma quel giorno egli non era né per questo silenzio né per la ragione
supposta dalla madre più fosco del solito.
In casa, dacché era ritornato, non entravano più giornali per la
promessa da lui fatta alla madre di non leggerne più. S’era poi
pentito, e come! di questa promessa; ma non aveva osato manifestare
il desiderio di leggere almeno quelli di Torino per timore che la
madre non lo credesse ancor fisso col pensiero a quella donna.
Finché la Barmis e il Raceni gli scrivevano, non aveva sofferto
tanto di quella privazione; ma ora...
Ebbene, quella mattina, in un giornale vecchio d’una ventina di
giorni, nel quale Graziella gli aveva portati avvolti in camera i
colletti e i polsini stirati, aveva letto due notizie sotto la
rubrica dei teatri, che lo avevano tutto sconvolto.
Una era di Roma: l’imminente rappresentazione al teatro Argentina
del nuovo dramma della moglie, quello, quello stesso ch’egli aveva
lasciato incompiuto, Se non cosí... L’altra che a Torino,
all’Alfieri, recitava la Compagnia Carmi-Revelli.
Divorato dalla brama di saper l’esito di quel nuovo dramma a Roma e
forse in altre città, fors’anche a Torino, se c’era la Compagnia
Carmi-Revelli; e di parlarne o con la signora Laura o col Grimi, con
qualcuno insomma; non sapeva come dire alla madre che la mattina
appresso desiderava di scendere a Torino. Temeva che il signor
Prever lo volesse accompagnare. Sapeva in quale costernazione viveva
la madre per lui. A dirle che voleva andar solo cosí lontano,
all’improvviso, quando s’era rifiutato fino al giorno addietro anche
di far due passi fuor di casa, chi sa che pensieri ella avrebbe
fatto... E poi, non aveva più che pochi soldi con sé, residuo dello
stretto costo del viaggio prelevato dai denari recati da Parigi; si
vergognava a dirlo quasi a se stesso, figuriamoci poi a chiederne
per quella ragione alla madre, la quale non aveva altro che quel po’
di pensioncina lasciatale dal marito, e ora, con addosso anche il
peso di lui, stentava più che mai a tirare avanti, poveretta. Il
signor Prever, sí, porgeva qualche soccorso di tanto in tanto,
sottomano, or con una scusa, or con un’altra. Ma se in quel momento
la madre era agli sgoccioli e doveva chiedere ajuto al signor
Martino, ecco che questi avrebbe saputo e certamente si sarebbe
profferto d’accompagnarlo.
Aspettò che il Prever, dopo cena, se n’andasse al suo villino e, per
provocare un nuovo e più pressante invito della madre a procacciarsi
qualche distrazione, si lamentò d’una enorme gravezza al capo.
Sollecito, come s’aspettava, venne l’invito:
- Va’ a Bràida, domani...
- No, piuttosto vorrei... vorrei veder gente ecco. Questa
solitudine, forse, mi fa male...
- Vuoi andare a Torino?
- Ecco, piuttosto...
- Ma sí, subito, domani stesso! – s’affrettò a dire la madre. -
Mando Graziella a fissarti un posto in vettura da monsù Gariola.
- No no, - disse Giustino. - Lascia. Scendo a piedi fino a Giaveno.
- Ma perché?
- Perché... Lascia! Mi farà bene camminare... sto in casa da tanto
tempo. Piuttosto... per il tram a vapore da Giaveno... mamma, io...
La signora Velia capí a volo, e subito alzò una mano verso la fronte
e chiuse gli occhi, come per dire: - Non ci pensare!
Quando entrò nella sua camera, accompagnato dalla mamma che gli
faceva lume, s’accorse che questa sul piano del cassettone aveva
posato tre carte da dieci lire.
- Oh, no! - esclamò. - Che vuoi che me ne faccia di tante? Prendi,
prendi... Basterà una!
La vecchia mamma si scostò parando le mani, e con un sorriso a un
tempo mesto e maliziosetto su le labbra e negli occhi:
- Ma credi davvero, - gli disse, - che la tua vita sia finita,
figliuolo mio?... Tu sei ancor quasi ragazzo... Va’! Va’!
E richiuse l’uscio.
Sceso dalla tramvia a vapore, la prima impressione che
provò nel rimetter piede in città dopo nove mesi d’oscuro e profondo
silenzio interiore, di seppellimento nel cordoglio, fu quella di non
saper più camminare tra il rumore e la confusione. N’ebbe subito un
intronamento quasi di greve e cupa ubriachezza, quell’irritazione,
quell’uggia, quell’astio che prova un malato costretto a muoversi
col ronzo della medicina negli orecchi in mezzo a sani àlacri e
indifferenti.
Volgeva di qua, di là rapide occhiate oblique, per timore che
qualcuno dei conoscenti antichi, non letterati, lo riconoscesse, e
per un altro timore opposto, che fingesse cioè di non riconoscerlo
qualcuno dei conoscenti nuovi, giornalisti e letterati. Assai più
crudele della commiserazione derisoria di quelli gli sarebbe stata
la noncuranza sdegnosa di questi, ora che egli non era più neanche
l’ombra di quel che era stato.
Ah, se un giornalista amico, passando, gli avesse introdotto un
braccio sotto il braccio, festosamente, come a bei tempi, e gli
avesse detto:
- Oh, caro Boggiòlo, ebbene, che notizie?
E gli avesse fatto raccontare il trionfo di Parigi, che non aveva
potuto raccontare a nessuno e gli era rimasto in gola, nodo
d’angoscia che non si sarebbe sciolto mai più!
- E la vostra signora? A che lavori attendiamo? Un nuovo dramma, eh?
Sù, ditemi qualche cosa...
Non sapeva neppure se fosse stato rappresentato il nuovo dramma,
lui, e che esito avesse avuto...
Andò a un’edicola e comperò i giornali di Roma, di Milano e quelli
cittadini.
Non se ne parlava.
Ma negli annunzii degli spettacoli nei giornali di Roma, ecco, al
teatro Argentina: Se non cosí...
Ah, dunque, era stato rappresentato! Dunque aveva avuto un buon
successo! Se si replicava... Chi sa da quante sere? Buon successo...
E si diede a immaginare che, questa volta, doveva essere andata lei,
Silvia, a metterlo in iscena. Vide subito col pensiero il
palcoscenico, di giorno, durante le prove; s’immaginò l’impressione
che aveva dovuto provarne Silvia che non vi era mai stata e si vide
lí con lei, sua guida, tra i comici, ella incerta, smarrita; lui
invece ormai pratico, sicuro; ed ecco le dimostrava tutta la sua
sicurezza, la padronanza che aveva del luogo e d’ogni cosa, e la
esortava a non disperarsi della svogliatezza e della cascaggine di
quelli, dei tagli che si facevano al copione, delle sfuriate del
direttore capocomico... Eh non era mica facile combattere con quei
tipi! Bisognava prenderli per il loro verso e aver pazienza se fino
all’ultimo mostravano di non saper la parte...
A un tratto, s’infoscò in volto. Pensò che forse ella si era fatta
ajutare, accompagnare a quelle prove da qualcuno, forse dal Baldani,
forse dal Luna o dal Betti... Chi era in quel momento il suo amante?
E a questo pensiero, diventò subito una cosa facilissima mettere in
iscena quel dramma, assistere alle prove, combattere con gli attori.
Ma sí, certo, bella forza, ora che ella, mercé lui, s’era fatto
tanto nome e tutte le porte le erano aperte e tutti gli attori
pendevano dalle labbra di lei, tra ossequii e sorrisi; bella forza!
- Ai conti però ti voglio! ai conti! ai conti! - esclamò tra sé. -
Ossequii, sorrisi... sfido! una donna... e poi, ora... senza
marito... Ma ai conti, chi ci bada? Ci baderà lei? Con la bella
pratica che ne ha! Ci baderà lui, il bello... Se la mangeranno viva!
Sí sí, va’ che potrai arrivare a rifarti un villino adesso, come
quello! Aspetta, aspetta...
Aprí un giornale di Torino e vide che al teatro Alfieri la Compagnia
Carmi-Revelli era alle ultime recite.
Rimase un pezzo col giornale aperto innanzi agli occhi, perplesso se
andare o no. La brama di saper notizie del dramma di parlar di lei,
di sentirne parlare, lo spingeva; lo tratteneva il pensiero
d’affrontar la vista, le domande di tutti quegli attori. Come lo
avrebbero accolto? Si burlavano di lui un tempo; ma egli allora
aveva il cappio in mano, con cui, dopo aver permesso che essi
braveggiassero un pezzo come tanti cavallini scapati attorno a lui,
poteva in un momento dare una stratta e legarli addomesticati al
carro del trionfo. Ora, invece...
Si mosse, immerso nei ricordi ch’erano ormai tutta la sua vita, e
dopo un lungo giro si ritrovò, guidato inconsciamente da essi,
innanzi al teatro Alfieri.
Forse a quell’ora c’era prova. S’appressò titubante all’entrata e
finse di leggere nel manifesto il titolo del dramma che si
rappresentava quella sera, poi l’elenco dei personaggi; alla fine,
facendosi animo, come un autor novellino chiese rispettosamente a
uno lí di guardia, che non conosceva, se la signora Carmi era in
teatro.
- Non ancora, - gli rispose quello.
E Giustino rimase innanzi al manifesto senz’ardire di chieder altro.
In altri tempi sarebbe entrato da padrone nel teatro, senza neppur
degnare d’uno sguardo quel cerbero là!
- E il cavalier Revelli? - chiese dopo un pezzo.
- È entrato or ora.
- C’è prova, è vero?
- Prova, prova...
- Sapeva che il Revelli era rigorosissimo nel concedere l’entrata a
estranei durante la prova. Certo, se avesse porto a quell’uomo un
biglietto da visita da presentare al Revelli, questi lo avrebbe
fatto entrare; ma si sarebbe allora trovato esposto alla curiosità
indiscreta e irriverente di tutti. Non volle. Meglio rimaner lí come
un mendico ad attendere la Carmi, che non poteva tardar molto, se
gli altri erano già venuti.
Difatti, la Carmi arrivò poco dopo, in carrozza. Non s’aspettava di
trovar lui lí innanzi alla porta e, nel vedersi salutata, chinò
appena il capo e passò oltre, senza riconoscerlo.
- Signora... - chiamò allora Giustino, trafitto.
La Carmi si volse, strizzando un po’ gli occhi miopi, e subito
allungò il viso in un oooh di meraviglia.
- Voi, Boggiòlo? E come mai qui? come mai?
- Eh... - fece Giustino, aprendo appena appena le braccia.
- Ho saputo, ho saputo, - riprese la Carmi con ansia pietosa. -
Povero amico mio! Che azionaccia vile! Non me la sarei mai
aspettata, credete. Non per lei, badiamo! Ah, ne so qualche cosa io,
dell’ingratitudine di quella donna! Ma per voi, caro. Sù, sù, venite
con me. Sono in ritardo!
Giustino esitò, poi disse con voce tremante e gli occhi invetrati di
lagrime:
- La prego, signora, non... non vorrei farmi vedere...
- Avete ragione, - riconobbe la Carmi. - Aspettate; prendiamo di
qua.
Entrarono nel teatro quasi bujo; attraversarono i! corridojo del
primo ordine dei palchi; là in fondo la Carmi aprí l’usciolino
dell’ultimo palco e disse al Boggiòlo, sotto voce:
- Ecco, aspettatemi qua. Vado sù in palcoscenico e ritorno subito.
Giustino si rannicchiò in fondo al palco, nel bujo con le spalle
alla parete attigua al palcoscenico, per non farsi scorgere dagli
attori, di cui rimbombavano le voci nel teatro vuoto.
- Oh signora, oh signora, - baritoneggiava al solito suo il Grimi,
coprendo la voce fastidiosa del suggeritore, - e vi par troppa
grazia codesta?
- Ma no, nessuna grazia, caro signore, - sorrideva la piccola Grassi
con la sua vocetta tenera.
E il Revelli gridava:
- Più strascicato! più strascicato! Ma nooo, ma nessuna grazia,
amico...
- Il secondo ma non c’è!
- E lei ce lo metta, oh perdio! È naturale!
Inizio pagina
Giustino stava a udire quelle voci note che, pur senza volere, si
alteravano nel dar vita al personaggio della scena; guardava l’ampia
vacuità sonora del teatro in ombra; ne aspirava quel particolare
odor misto d’umido, di polvere e di fiati umani ristagnati, e si
sentiva a mano a mano crescer l’angoscia, come se lo assaltasse alla
gola il ricordo preciso d’una vita che non poteva più esser sua, a
cui non poteva accostarsi più, se non cosí, nascosto, quasi di
furto, o commiserato come dianzi. La Carmi aveva riconosciuto, e
tutti con lei, certo avrebbero riconosciuto ch’egli non meritava
d’esser trattato a quel modo; e questa pietà degli altri, se da un
canto gli faceva sentire più profonda e più amara la sua miseria,
gliela rendeva dall’altro più cara, perché era quasi l’ombra
superstite di ciò che egli era stato.
Aspettò un bel pezzo la Carmi, che doveva provare una lunga scena
col Revelli. Quando alla fine ella venne, lo trovò che piangeva,
seduto, coi gomiti su le ginocchia e la faccia tra le mani. In
silenzio piangeva, ma con calde lagrime abbondanti e sussulti di
singhiozzi raffrenati.
- Sù, sù, - gli disse, posandogli una mano su la spalla. - Capisco,
sí, povero amico; ma via, sù! Cosí non mi sembrate più voi, caro
Boggiòlo! Lo so, consacrato tutto, anima e corpo a quella donna;
ora...
- La rovina, capisce? - proruppe, soffocando la voce e le lagrime,
Giustino, - la rovina, la rovina di tutto un edificio, signora,
messo sù da me, a pietra a pietra! da me, da me soltanto! Sul più
bello, quando già tutto era a posto, e mi toccava di goder la
soddisfazione di quanto avevo fatto, una ventata a tradimento, una
ventata di pazzia, creda, di pazzia, con quel vecchio là, con quel
vecchio pazzo, che si è prestato vilmente, forse per vendicarsi,
distruggendo un’altra vita com’era stata distrutta la sua; giù
tutto, giù tutto, giù tutto!
- Piano, sí, piano, calmatevi! - lo esortava anche col gesto la
Carmi.
- Mi lasci sfogare, per carità! Non parlo e non piango da nove mesi!
Mi hanno distrutto, signora mia! Io non sono più niente, ora! Mi ero
messo tutto in quell’opera che potevo fare io solo, io solo, lo dico
con orgoglio, signora mia, io solo perché non badavo a tutte le
sciocchezze, a tutte le fisime, a tutti i grilli che saltano in
mente a questi letterati; non mi scaldavo mai la testa, io, e li
lasciavo ridere, se volevano ridere; ha riso anche lei di me, è
vero? tutti hanno riso di me; ma che me n’importava? io dovevo
edificare! E c’ero riuscito! E ora... e ora, capisce?
Mentre il Boggiòlo qua, nel bujo del palchetto, parlava e piangeva
cosí, strozzato dall’angoscia, seguitava di là, sul palcoscenico, la
prova. La Carmi notò a un tratto, con un brivido, la strana
contemporaneità di quei due drammi, uno vero, qua, d’un uomo che si
struggeva in lagrime, con le spalle addossate alla parete verso il
palcoscenico, donde sonavan false le voci dell’altro dramma finto,
che al paragone immediato stancava e nauseava come un vano petulante
irriverente giuoco. Ebbe la tentazione di sporgersi dal palchetto e
di far cenno agli attori che smettessero e venissero qui, qui, a
vedere, ad assistere a quest’altro dramma vero. S’accostò invece al
Boggiòlo e di nuovo lo pregò di calmarsi con buone parole e
battendogli ancora la mano su la spalla.
- Sí, sí, grazie, signora... mi calmo, mi calmo, - disse Giustino,
tranghiottendo le lagrime e asciugandosi gli occhi.
- Mi perdoni, signora. Avevo bisogno, proprio bisogno di questo
sfogo. Mi perdoni. Ecco, ora sono calmo. Dica un po’, questo
dramma... questo dramma nuovo, Se non cosí... è andato, eh?... com’è
andato?
- Ah, non me ne parlate! - protestò la Carmi. - È la stessa azione,
caro, la stessa azionaccia che ha fatto a voi! Non me ne parlate,
lasciamo andare...
- Volevo saper l’esito... - insisté, con timidezza, Giustino,
avvilito della sua stessa pena.
- Silvia Roncella, amico mio, è l’ingratitudine fatta persona! -
sentenziò allora la Carmi.- Chi la portò al trionfo? Ditelo voi,
Boggiòlo! Non credetti io sola, io sola, mentre tutti ridevano o
dubitavano, nella potenza del suo ingegno e del suo lavoro? Ebbene,
ecco qua: ha pensato a tutte le altre, tranne che a me, per il nuovo
dramma! Badate, questo lo dico a voi, perché so ciò che anche voi ne
avete ricevuto. Agli altri - ah, perbacco, io tengo alla mia dignità
- agli altri dico che sono stata io a non volerne sapere. E non
recito più neanche L’isola nuova, adesso. Per grazia di Dio, la
gente viene a teatro per me, a sentir me, qualunque cosa io faccia:
non ho bisogno di lei! Ne parlo soltanto perché l’ingratitudine, si
sa, fa sdegno a tutti, e voi potete comprendermi.
Giustino rimase un pezzo in silenzio a tentennare il capo; poi
disse:
- Tutti, sa? tutti gli amici che m’ajutarono, furono trattati cosí
da lei... Ricordo la Barmis, anch’essa... Dunque, questo nuovo
dramma... cosí... com’è andato?
- Mah! - fece la Carmi. - Pare che... niente di straordinario...
Quel che si dice un successo di stima. Qualche scena, qua e là, pare
che sia buona... il finale dell’ultimo atto, specialmente, sí,
quello... quello ha salvato il lavoro... Non avete letto i giornali?
- Nossignora. Da nove mesi. Sono stato chiuso in casa... Scendo ora
per la prima volta a Torino. Io sto qua, sopra Giaveno, nel mio
paesello, con mia madre e il mio bambino...
-
Ah, ve lo siete tenuto con voi, il figliuolo?
- Certo! Con me.. È stato sempre qua, veramente, con mia madre.
- Bravo, bravo, - approvò la Carmi. - E cosí, voi non ne avete più
notizia dunque?
- No, nessuna più. Per caso ho saputo che il nuovo dramma è stato
rappresentato. Ho comperato i giornali, oggi, e ho visto che a Roma
si replica...
Anche a Milano, per questo... - disse la Carmi.
- Ah, si è dato anche a Milano?
- Sí sí, con lo stesso successo.
- Al Manzoni?
- Al Manzoni, già. E tra poco... aspettate, fra tre giorni, da
Milano verrà la Compagnia Fresi a metterlo in iscena qua, in questo
teatro. E lei, la Roncella, è a Milano adesso, e verrà qua ad
assistere alla rappresentazione.
Giustino alla notizia balzò in piedi, anelante.
- Lo sa sicuro?
- Ma sí, mi par d’avere inteso cosi... Che?... Vi fa... vi fa un
certo effetto, eh? Capisco...
La Carmi s’era alzata anche lei e lo guardava pietosamente.
- Verrà?
- Dicono! E io lo credo. La sua presenza, dopo tanto chiasso che si
è fatto attorno a lei, può giovar molto, essendo il dramma anche un
po’ scadente. Il pubblico poi non la conosce ancora e vuol
conoscerla.
- Già già... - disse Giustino, smanioso. - È naturale... questo è
come il primo lavoro per lei... Forse gliel’avranno anche imposto...
Verrà fra tre giorni la Compagnia Fresi?
- Sí, fra tre giorni. C’è giù nell’atrio il cartello, non l’avete
veduto?
Giustino non poté più stare alle mosse; ringraziò la Carmi
dell’affettuosa accoglienza e andò via, sentendosi già soffocare in
quell’ombra fitta del teatro, tutto stravolto com’era dalla tremenda
notizia che quella gli aveva dato.
Silvia, a Torino! La avrebbero chiamata fuori, lí, a teatro, ed egli
la avrebbe riveduta!
Si sentí mancare le gambe uscendo all’aperto; ebbe come una
vertigine e si portò le mani al volto. Tutto il sangue gli era
balzato alla testa e il cuore gli martellava in petto. La avrebbe
riveduta! Ah, chi sa come s’era fatta, adesso, in quel disordine di
vita, sbattuta da quella tempesta! Chi sa com’era cangiata! Forse
non sussisteva più nulla in lei di quella Silvia ch’egli aveva
conosciuta!
Ma no: forse non sarebbe venuta, sapendo che lui poteva scendere da
Cargiore a Torino, e... E se veniva appunto per questo? per
riaccostarsi a lui? Oh Dio, oh Dio... E come poteva più perdonarla,
lui, dopo tanto scandalo? come riprendere a vivere con lei, ora? No,
no... Egli non aveva più alcuno stato; si sarebbe coperto di
vergogna; tutti avrebbero creduto ch’egli si riuniva con lei per
viver di lei, su lei, ancora, turpemente. No, no! Non era più
possibile, ormai... Ella doveva intenderlo. Ma non le aveva lasciato
tutto, partendo? Anche gli altri da questo suo atto avevano potuto
argomentare ch’egli non era un vile sfruttatore. Aveva dato a tutti
la prova che non era capace di vivere con vergogna, lui, d’un denaro
ch’era pur suo in gran parte, frutto del suo lavoro, sangue suo; e
glielo aveva lasciato! Chi poteva accusarlo?
Questa protesta di fierezza, in cui s’indugiava con crescente
soddisfazione, era la scusa con cui, tergiversando, la sua coscienza
accoglieva la segreta speranza che Silvia venisse a Torino per farsi
riprendere da lui.
Ma se ella veniva, invece, perché non poteva farne a meno, per
impegno contratto con la Compagnia Fresi? E forse... chi sa?... non
era sola; forse qualcuno la accompagnava, la sosteneva in quel
viaggio penoso...
No, no: egli non poteva, non doveva far nulla. Solo, a ogni costo,
voleva ritornare a Torino fra poche sere per assistere, di nascosto,
alla rappresentazione del dramma, per rivederla da lontano un’ultima
volta...
Di
nascosto! da lontano!
Un fiume di gente, in quella dolcissima sera di maggio entrava nel
teatro illuminato a festa, le vetture accorrevano rombanti e facevan
ressa lí innanzi alle porte, fra il contrasto delle luci, il brusío
della folla agitata.
Di nascosto, da lontano, egli assisteva a quello spettacolo. Ma non
era ancor l’opera sua, quella, che aveva preso corpo e seguitava ora
ad andare da sé, senza più curarsi di lui?
Sí, era l’opera sua, l’opera che gli aveva assorbito, succhiato
tutta la vita, fino a lasciarlo cosí, vuoto, spento. E gli toccava
di vederla proseguire, là, ecco, in quella fiumana di gente ansiosa,
a cui non poteva più neanche accostarsi, mescolarsi; espulso,
respinto, egli, egli per cui la prima volta quella fiumana s’era
mossa, egli che primo la aveva raccolta e guidata, in quella serata
memorabile al teatro Valle di Roma! Ora doveva aspettare cosí, di
nascosto, da lontano, ch’essa, fragorosa, impaziente, invadesse e
riempisse tutto il teatro, dov’egli si sarebbe cacciato furtivamente
e per ultimo, vergognoso.
Straziato da questo esilio, ch’era d’un passo e infinito, dalla sua
stessa vita, la quale, ecco, viveva là, fuori di lui, innanzi a lui,
e lo lasciava spettatore inerte della sua propria miseria, della sua
nullità adesso, Giustino ebbe un impeto d’orgoglio e pensò che - sí
- seguitava ad andare da sé l’opera sua; ma come? non certo come se
ci fosse lui ancora, a dirigerla, a sorvegliarla, a governarla, a
sorreggerla da tutte le parti! Davvicino avrebbe voluto vedere
com’essa seguitava ad andare senza di lui! Che preparazione aveva
avuto quella prima del nuovo dramma? Appena appena ne avevano
parlato i giornali della sera avanti e della mattina... Se ci fosse
stato lui, invece! Sí, affluiva, seguitava ad affluire la gente; ma
perché? per la memoria dell’Isola nuova, del trionfo procurato da
lui; e per vedere, per conoscere l’autrice, quella timida,
scontrosa, inesperta ragazzetta di Taranto ch’egli, con l’opera sua,
aveva messo avanti a tutti e reso celebre: egli che se ne stava qui,
ora, abbandonato, nascosto nel bujo, mentr’ella di là, nella luce
della gloria, era circondata dall’ammirazione di tutti.
Doveva esser là, certo, sul palcoscenico, a quell’ora. Chi sa
com’era! Che diceva? Possibile che non pensasse ch’egli da Cargiore,
cosí vicino, sarebbe venuto ad assistere alla rappresentazione del
dramma? Oh Dio, oh Dio... lo riassaliva, a farlo tremar tutto, il
pensiero che gli era sorto al primo annunzio ch’ella sarebbe venuta
a Torino: che fosse venuta appunto per riaccostarsi a lui; che si
aspettasse, dopo i primi applausi, una furiosa irruzione di lui sul
palcoscenico e un abbraccio frenetico innanzi a tutti gli attori
commossi; e poi, e poi... oh Dio - si sentiva aprir le reni dai
brividi, un formicolío per tutta la persona - ecco, si scostava da
una parte e dall’altra la tenda, e tutti e due, lei e lui, presi per
mano si mostravano, s’inchinavano, riconciliati e felici, a tutto il
popolo acclamante in delirio.
Follie! follie! Ma, d’altra parte, non passava anche ogni limite
l’improntitudine di lei, di venir là a Torino, fin sotto gli occhi
di lui?
Si struggeva di sapere, di vedere... Ma come poteva da quel
palchetto d’ultima fila, nel centro, che era riuscito ad
accaparrarsi dal giorno avanti?
Vi era entrato or ora, di furia, salendo a quattro a quattro le
scale.
Si teneva in fondo, per non farsi scorgere. Sul suo capo già la
piccionaja strepitava; veniva dal basso, dai palchi, dalla platea,
il fragorìo, il fermento delle grandi serate. Il teatro doveva esser
pieno e splendido.
Ancora anelante, più dall’emozione che dalla corsa, egli guardava il
telone e avrebbe voluto trapanarlo con gli occhi. Ah che avrebbe
pagato per riudire il suono della voce di lei! Credeva di non
ricordarselo più! Come parlava ella adesso? come vestiva? che
diceva?
Sobbalzò a uno squillo prolungato d’un campanello, che rispondeva al
chiasso cresciuto nel loggione. Ed ecco s’apriva la tela!
Istintivamente, nell’improvviso silenzio, egli si fece innanzi,
guardò la scena, che fingeva la sala di redazione d’un giornale.
Conosceva il primo atto e anche il secondo del dramma, e sapeva che
ella non ne era contenta. Forse li aveva rifatti, o forse, se il
successo del dramma era stato mediocre, li aveva lasciati cosí
com’erano, costretta a metter subito in iscena il lavoro per
provvedere a difficoltà finanziarie.
La prima scena, tra Ersilia Arciani e il direttore del giornale
Cesare D’Albis, era tal quale. Ma la Fresi non rappresentava la
parte d’Ersilia con quella rigidezza che Silvia aveva dato al
carattere della protagonista. Forse ella stessa, Silvia, aveva
attenuato quella rigidezza per rendere il personaggio men duro e più
simpatico. Ma, evidentemente, non bastava. In tutto il teatro s’era
già, fin dalle prime battute, diffuso il gelo d’una disillusione.
Giustino lo avvertiva, e da tutto quel gelo si sentiva venire un
gran caldo alla testa, e sudava e s’agitava, smanioso. Per Dio!
esporsi cosí al cimento terribile d’un nuovo dramma, dopo il trionfo
clamoroso del primo, senza un’adeguata preparazione alla stampa,
senza prevenire il pubblico che quel nuovo dramma sarebbe stato
diverso in tutto dal primo, la rivelazione d’un nuovo aspetto
dell’ingegno di Silvia Roncella. Ecco qua le conseguenze: il
pubblico s’aspettava la poesia selvaggia dell’Isola nuova, la
rappresentazione di strani costumi, di personaggi insoliti; si
trovava invece davanti aspetti consueti della vita, prosa, prosa, e
restava freddo, disingannato, scontento.
Avrebbe dovuto goderne, egli; ma no, no! perché quant’era ancora di
vivo in lui era tutto in quell’opera che vedeva cascare, e sentiva
ch’era un peccato ch’egli non ci potesse più metter le mani per
sorreggerla, rialzarla, farla di nuovo trionfare; un peccato per
l’opera e una crudeltà feroce per sé!
Scattò in piedi a uno zittío prolungato che si levò a un tratto
dalla platea, come un vento ad agitare tutto il teatro, e arretrò
fino in fondo al palchetto con le mani sul volto in fiamme, quasi
gliel’avessero sferzato.
L’ostinazione con cui Leonardo Arciani si rifiutava di ragionare col
suocero urtava gli spettatori. Ma forse infine il grido di Ersilia,
che spiegava quell’ostinazione: - Babbo, ha la figlia, la figlia:
non può ragionare! - avrebbe salvato l’atto. Ecco, entrava la Fresi.
Si faceva silenzio. Guglielmo Groa e il genero venivano quasi alle
mani. Il pubblico, non comprendendo ancora, s’agitava vieppiù. E
Giustino, fremente, avrebbe voluto gridar lui dal suo palchetto
d’ultima fila:
- Idioti, non può ragionare! ha la figlia!
Ma ecco, ecco, lo gridava la Fresi... brava! cosí... forte, con
tutta l’anima, come una scudisciata... Il pubblico rompeva in un
aaahhh prolungato... Come?... non piaceva? No... Molti
applaudivano... Ecco, il sipario calava fra gli applausi; ma erano
applausi contrastati; molti anche zittivano... Oh Dio un fischio
acuto, lacerante, dalla piccionaja benedetto, benedetto fischio! in
reazione, infittivano ora gli applausi nelle poltrone, nei palchi...
Giustino, col volto inondato di lagrime, convulso, si storceva le
mani, tentato d’applaudire anche lui furiosamente, e pur non di meno
impedito dall’attesa angosciosa che gli concentrava tutta l’anima
negli occhi. Venivano fuori gli attori... No, ella non c’era...
Silvia non c’era... Fuori! fuori ancora una volta! Oh Dio... C’era?
No... neanche questa volta... Gli applausi cadevano, e con gli
applausi cadeva anche Giustino su una seggiola del palchetto,
sfinito, ansimante, come se avesse fatto una corsa d’un’ora. Dal
fuoco che gli bruciava la fronte venivano fuori gocce di sudore
grosse come lagrime. Tutto ristretto in sé, cercava di dar requie
alle viscere contratte, al cuore tumultuante, e un gemito gli usciva
dalla gola tra l’ansito, come per la crudeltà d’un tormento che non
si possa più sopportare. Ma non poteva star fermo un istante;
s’alzava, s’appoggiava alla parete del palchetto con le braccia
abbandonate, il fazzoletto in mano, il capo ciondoloni... guardava
l’usciolino... si portava il fazzoletto alla bocca e lo strappava...
Era prigioniero lí... Non poteva farsi vedere... Avrebbe voluto
udire almeno i commenti che si facevano su quel primo atto;
accostarsi al palcoscenico, vedere quelli che vi entravano a
confortar l’autrice... Ah, in quel momento ella di certo non pensava
a lui; non esisteva egli per lei: era uno lí della folla, confuso
con tutti... eh no, no, neppure questo: neanche della folla egli
poteva più far parte: egli non doveva esserci, ecco; e non c’era,
difatti: chiuso, nascosto lí in un palchetto che tutti dovevano
creder vuoto, l’unico vuoto, perché c’era uno che non doveva
esserci... Che tentazione, intanto, di correre al palcoscenico,
farsi largo, da padrone, riprendere il suo posto, la bacchetta del
comando! Un furore eroico lo sollevava, di far cose inaudite, non
mai vedute, per cangiar di punto in bianco le sorti di quella
serata, sotto gli occhi attoniti di tutto il pubblico; dimostrare
che c’era lui, adesso, lui, l’autore del trionfo dell’Isola nuova...
Ecco, squillavano i campanelli per il secondo atto. Ricominciava la
battaglia. Oh Dio, come avrebbe fatto ad assistervi, cosí stremato
di forze?
Il pubblico rientrava nella sala agitato, turbolento. Se la prima
scena del secondo atto, tra il padre e la figlia, non piaceva, il
lavoro sarebbe caduto irreparabilmente.
Si alzò la tela.
La scena rappresentava lo studio di Leonardo Arciani. Era giorno, e
il lume rimasto acceso tutta la notte, ardeva ancora su la
scrivania. Guglielmo Groa dormiva, sdrajato su una poltrona, con un
giornale su la faccia. Entrava Ersilia, spegneva il lume, svegliava
il padre e gli annunziava che il marito non era rincasato; alle
domande aspre e recise di quello, come martellate su la roccia, si
rompeva la durezza di Ersilia, e la sua passione chiusa cominciava a
fluire; ella parlava con languida calma accorata e difendeva il
marito, il quale, posto tra lei e la figlia, se n’era andato da
questa: - "Dove sono i figli è la casa!".
Giustino, preso, affascinato anche lui dalla profonda bellezza
di quella scena rappresentata con arte mirabile dalla Fresi, non
avvertiva che il pubblico s’era fatto, ora, attentissimo.
Quando, alla fine, scoppiò un applauso caldo, lungo, unanime,
sentí tutto il sangue d’un tratto piombargli al cuore e d’un
tratto rimontargli alla testa. La battaglia era vinta; ma lui,
lui si vide perduto; se Silvia a quegli applausi insistenti si
presentava a ringraziare il pubblico, non la avrebbe veduta: gli
era calato come un velo davanti agli occhi. No, no, per fortuna!
La rappresentazione seguitava. Egli però non poté più prestare
attenzione. L’ansia, l’angoscia, la smania gli crebbero di punto
in punto, progredendo l’atto, approssimandosi alla fine, alla
scena stupenda tra il marito e la moglie, allorché Ersilia,
perdonando a Leonardo, lo allontana da sé: - "Tu non puoi più
rimanere qua, ora. Due case, no; io qua e tua figlia là, no. Non
è più possibile, vattene! So quello che tu desideri!". - Ah,
come lo diceva la Fresi! Ecco, Leonardo andava via; ella rompeva
in un pianto di gioja, e calava la tela tra applausi fragorosi.
- L’autrice! l’autrice!
Giustino con le braccia strette, incrociate sul petto e le mani
aggrappate agli omeri, quasi a impedire che il cuore gli
balzasse fuori, aspettò mugolando che Silvia comparisse alla
ribalta. Lo spasimo dell’attesa gli rendeva quasi feroce il
viso.
Eccola! No. Erano gli attori. Gli applausi seguitavano
scroscianti.
- L’autrice! Fuori l’autrice!
Eccola! Eccola! Quella? Sí, eccola là tra i due attori. Ma si
distingueva appena, cosí dall’alto: la distanza era troppa e
troppo la commozione gl’intorbidava la vista! Ma ecco, la
chiamavano ancora una volta fuori; eccola, eccola di nuovo: i
due attori si traevano indietro e la lasciavano sola alla
ribalta, là, esposta, a lungo, a lungo, alla dimostrazione
solenne del pubblico acclamante in piedi. Questa volta Giustino
la poté scorgere bene: stava diritta, pallida, e non sorrideva;
inchinava appena il capo, lentamente, con una dignità non
fredda, ma piena d’una invincibile tristezza.
Non pensò più a nascondersi, Giustino, appena ella si ritrasse
dalla ribalta, scappò fuori del palchetto come un forsennato; si
precipitò giù per le scale, incontro alla folla che usciva dalla
sala e ingombrava i corridoi; si fece largo con gesti furiosi,
tra lo stupore di quanti si videro strappati indietro; udí grida
e risa alle sue spalle; trovò l’uscita del teatro, e via, via
quasi di corsa, con una sola sensazione in sé nella tenebra
vorticosa che gli occupava il cervello, tutta trafitta da
sprazzi di luce; quella d’un fuoco che gli divorasse le viscere
e gli désse alla gola un’arsura atroce.
Come un cane battuto, si cacciò dalla piazza nella prima via che
gli s’aprí davanti, lunga, diritta, deserta; e prese ad andare
senza saper dove, con gli occhi chiusi, grattandosi con ambo le
mani i capelli su le tempie e dicendosi senza voce entro la
bocca arida, come di sughero:
- È finita... è finita... è finita...
Questo, dalla vista di lei, gli era penetrato, gli s’era imposto
come una convinzione assoluta: che tutto per lui era finito,
perché quella non era più Silvia, no, no, quella non era più
Silvia; era un’altra, a cui egli non poteva più accostarsi,
lontana, irraggiungibilmente lontana, sopra di lui, sopra di
tutti, per quella tristezza ond’era tutta avvolta, isolata,
inalzata, cosí diritta e austera, com’era uscita dalla tempesta
attraversata; un’altra, per cui egli non aveva più alcuna
ragione d’esistere.
Dove andava? Dove s’era cacciato? Guardò smarrito le case
tacite, buje; guardò i fanali veglianti tristi nel silenzio; si
fermò; fu per cascare; s’appoggiò al muro, con gli occhi a uno
di quei fanali; osservò come un insensato la fiamma immota, poi,
sotto, il cerchio di luce sul marciapiede; allungò lo sguardo
nella via; ma perché cercare di raccapezzarsi, se tutto era
finito? Dove doveva andare? a casa? e perché? doveva seguitare a
vivere, è vero? e perché? Lí, nel vuoto, in ozio, a Cargiore,
per anni e anni e anni... Che gli restava più, che potesse dare
un qualche senso, un qualche valore alla sua vita? Nessun
affetto, che non rappresentasse ormai un dovere insopportabile:
quello per il figlio, quello per la madre. Egli non ne sentiva
più bisogno, di questi affetti; ne sentivano il bisogno gli
altri, il figlio, la madre; ma che poteva più fare per loro?
Vivere, è vero? Vivere per non far morire di dolore la sua
vecchia mamma... Quanto al figlio, se egli fosse morto e morta
la nonna, restava la madre, e sarebbe stato meglio per lui e
meglio anche per lei. Col bambino accanto, ella avrebbe dovuto
per forza pensare a lui, al padre, a quello ch’era stato suo
marito, e cosí egli avrebbe seguitato a esistere per lei, col
figlio, nel figlio.
Ah, come ridursi a piedi, cosí sfinito, da Giaveno a Cargiore?
Certo sua madre stava ad aspettarlo, chi sa fra quali tristi
pensieri per quella sua scomparsa... Era stato come pazzo tutti
quei giorni, da che aveva saputo che Silvia sarebbe venuta a
Torino. Lo aveva saputo anche la madre per mezzo del Prever, a
cui forse qualcuno lo aveva detto in paese, il dottor Lais
probabilmente, che aveva letto la notizia nei giornali. E gli
era entrata in camera, la madre, a scongiurarlo di non scendere
più in città in quei giorni. Ah, poverina! poverina! che
spettacolo le aveva dato! S’era messo a gridare, proprio come un
pazzo, che voleva essere lasciato stare, che non aveva bisogno
della tutela d’alcuno, che non voleva essere soffocato da tutte
quelle premure e paure, né accoppato da tutti quei consigli. E
per tre giorni non era più sceso neanche a desinare e a cenare,
tappato in camera, senza voler vedere nessuno né sentir nulla.
Basta, ora. La aveva riveduta, s’era tolta ogni speranza, che
più gli restava da fare? Ritornare al suo figliuolo, alla sua
mamma, e basta... basta per sempre!
S’avviò, si raccapezzò, si diresse alla stazione della tramvia a
vapore che doveva condurlo a Giaveno; vi giunse appena in tempo
per l’ultima corsa.
Sceso a Giaveno circa a mezzanotte, si mise in via per Cargiore.
Tutto era silenzio, sotto la luna, nella fresca dolcissima notte
di maggio. Provò, più che sgomento della solitudine attonita e
quasi stupefatta nel blando chiaror lunare, una guardinga
ambascia della misteriosa affascinante bellezza della notte
tutta pezzata d’ombre di luna e sonora di trilli argentini. A
tratti, certi segreti mormoríi d’acque e di fronde gli rendevano
più cupa e più vigile l’ambascia. Gli pareva che quei mormoríi
non volessero essere uditi né udire il suono dei suoi passi; ed
egli camminava più lieve. All’improvviso, dietro un cancello un
cane gli abbajò ferocemente e lo fece sobbalzare e tremare e
gelar di spavento. Subito, tant’altri cani presero ad abbajare
da presso, da lontano, protestando contro quel suo passare a
quell’ora. Cessato il tremito, avvertí maggiormente l’estrema
stanchezza che gli aggravava le membra; pensò a che doveva
quella stanchezza, pensò alla via interminabile che aveva
davanti, e subito gli s’oscurò la bellezza della notte, gli
svaní il fascino di essa, e si sprofondò nel vuoto tenebroso del
suo dolore. Andò, andò per più di un’ora, senza voler sostare un
momento a riprender fiato; alla fine non ne poté più e sedette
sul ciglio del viale: proprio cascava a pezzi; non aveva neanche
più forza di reggere il capo. Gli si fece distinto, a poco a
poco, il fragorío profondo del Sangone giù nella valle, poi
anche il fruscio delle foglie nuove dei castagni e la frescura
densa della vallata boscosa, infine il riso d’un rivoletto di
là, e risentí l’arsura della bocca. Si lagnò per far pietà a se
stesso, al suo animo cupo e incrudelito; si vide cosí solo, per
via, nella notte e cosí stanco e disperato, e provò un cocente
bisogno di conforto. Si rialzò per giunger più presto a colei
che sola ormai poteva darglielo. Ma dovette andare per un’altra
ora buona, prima di scorgere la cuspide ottagonale della chiesa,
appuntata come un dito minaccioso al cielo. Quando vi giunse e
volse gli occhi alla sua casa, vi vide con stupore accesi i lumi
a tre finestre. Uno, sí, se lo aspettava; ma tanti perché?
Al bujo, seduto su lo scalino innanzi alla porta, trovò il
Prever che piangeva dirottamente.
- La mamma? - gli gridò.
Il Prever si levò e con la testa bassa gli tese le braccia:
- Rino... Rino... - gemette, tra i singhiozzi, entro il barbone
abbatuffolato.
- Rino?... Ma come?... Che ha?
E, sciogliendosi con rabbia dalle braccia del vecchio, Giustino
corse sù alla camera del bimbo gridando ancora:
- Che ha? che ha?
Restò, su la soglia, davanti allo scompiglio della camera.
Il bimbo era stato tratto or ora da un bagno freddo, e la nonna
lo teneva su le ginocchia, avvolto nel lenzuolo. C’era il dottor
Lais. Graziella e la bàlia piangevano. Il bimbo non piangeva;
tremava tutto, con la testina ricciuta inzuppata d’acqua, gli
occhi serrati, il visino avvampato, quasi paonazzo, già gonfio.
La madre alzò appena gli occhi, e Giustino si sentí trafiggere
da quello sguardo.
- Che ha? che ha? - chiese con voce tremante al dottore. - Che è
accaduto? Cosí... d’un colpo?
- Eh, da due giorni... - fece il dottore.
- Due giorni?
La madre tornò a sogguatarlo.
- Io non so... non so nulla - balbettò allora Giustino al
medico, come a scusarsi. - Ma come? Che ha, dottore! Mi dica!
Che è stato? che è stato?
Il Lais lo prese per un braccio, gli fece un cenno col capo, e
se lo portò nella stanza accanto.
- Lei viene da Torino, è vero? È stato a teatro?
- Sí, - bisbigliò Giustino, guardandolo, intronato.
- Ebbene, - riprese il Lais, esitante. - Se la madre è qua...
- Che cosa?
- Penso che... sarà bene, forse, avvertirla...
- Ma dunque, - gridò Giustino, - dunque Rino... il mio bimbo...
Gli risposero tre scoppi di pianto dalla stanza attigua, e un
quarto alle spalle, del Prever ch’era risalito. Giustino si
volse, si abbandonò tra le braccia del vecchio e ruppe in pianto
anche lui.Il Lais rientrò nella stanza del bimbo, che, riposto
sul letto, pure sprofondato nel letargo, pareva désse gli ultimi
tratti. Già scottava di nuovo. Sopravvenne Giustino, invano
trattenuto dal Prever.
- Voglio sapere che ha! voglio sapere che ha! - gridò al
dottore, in preda a una rabbia feroce.
Il Lais se ne irritò, e gli gridò a sua volta:
- Che ha? Una perniciosa!
E il tono e il cipiglio dicevano: - "Lei se ne viene dal teatro,
e ha il coraggio di domandare a me a codesto modo che cos’ha il
suo figliuolo!".
- Ma come! In tre giorni?
- In tre giorni, sicuro! Che meraviglia? È ben per questo una
perniciosa!... S’è fatto di tutto... ho tentato...
- Rino mio... Rino mio... Oh Dio, dottore... Rirí mio!
E Giustino si buttò in ginocchio accanto al lettuccio, a toccare
con la fronte la manina bruciante del bimbo, e tra i singhiozzi
pensò che non aveva dato mai, mai tutto il suo cuore a
quell’esseruccio che se n’andava, ch’era vissuto circa due anni
quasi fuori dell’anima sua, fuori di quella della madre, povero
bimbo, e aveva trovato rifugio soltanto nell’amor della nonna...
Ed egli poc’anzi aveva pensato di darlo alla madre! Ma non se lo
meritava neanche lei, come non se lo meritava lui! Ed ecco,
perciò il bimbo se ne andava... Non se lo meritavano nessuno dei
due.
Il dottor Lais lo fece alzare da terra e con dolce violenza se
lo portò di nuovo nella camera accanto.
- Ritornerò appena sarà giorno, - gli disse qua. - Se vuole fare
il telegramma alla madre... Mi sembra giusto... Posso, se vuole,
incaricarmi io di passarlo, prima di ritornare. Ecco, scriva
qua.
E gli porse un biglietto del suo taccuino e la penna.
Egli vi scrisse: - Vieni subito. Tuo figlio muore. - Giustino.
Tutta la cameretta era piena di fiori; pieno di fiori il
lettuccio su cui giaceva il cadaverino sotto un velo azzurro;
quattro ceri ardevano agli angoli, quasi a stento, come se le
fiammelle penassero a respirare in quell’aria troppo gravata di
profumi. Anche il morticino ne pareva oppresso: cereo coi globi
degli occhietti induriti sotto le pàlpebre livide.
Tutti quei fiori insieme non facevano più odore: avevano
ammorbato l’aria chiusa di quella cameretta; stordivano e
nauseavano. E il bimbo sotto il velo azzurro, irremovibilmente
abbandonato a quel profumo ammorbante, sprofondato in esso,
prigioniero di esso, ecco, non poteva esser più guardato se non
da lontano, al lume di quei quattro ceri, il cui giallor caldo
rendeva quasi visibile e impenetrabile il graveolente ristagno
di tutti quegli odori.
Soltanto Graziella stava presso l’uscio a mirare con occhi
disfatti dal pianto il cadaverino, allorché, verso le undici,
come in un vento improvviso sù per la scala, tra gemiti e
fruscíi d’abiti e singhiozzi rinnovati giù a pianterreno,
Silvia, sorretta dal dottor Lais, fece per irrompere nella
cameretta e subito s’arrestò poco oltre la soglia, levando le
mani, come a ripararsi da quello spettacolo, e aprendo la bocca
a un grido, a un altro, a un altro, che non poterono romperle
dalla gola. Il dottor Lais se la sentí mancare tra le braccia,
gridò:
- Una sedia!
Graziella la porse; entrambi, sorreggendola, la fecero sedere, e
subito il Lais balzò alla finestra, esclamando:
- Ma, dico, come si fa a star cosí? Qua dentro non si respira!
Aria, aria!
E ritornò sollecito a Silvia, la quale ora, seduta, con le mani
sul volto, il capo piegato come sotto una condanna, che oltre al
peso del cordoglio avesse quello del rimorso e della vergogna,
piangeva scossa da violenti singulti. Pianse cosí un pezzo; poi
levò il capo, sorreggendoselo con le mani allargate di qua e di
là dagli occhi, e guardò il lettuccio; si alzò, vi s’accostò,
dicendo al dottore che voleva impedirglielo:
- No... no... mi lasci... me lo lasci vedere...
E dapprima lo mirò attraverso il velo, poi senza il velo,
soffocando i singhiozzi, rattenendo il respiro per provare in sé
la morte del figlio, che non riconosceva più; e come non poté
regger più oltre a quell’arresto di vita in sé, si chinò a
baciare la fronte del cadaverino e vi gemette sopra:
- Ah, come sei freddo... come sei freddo...
E dentro sé piangeva: - "Perché il mio amore non ha potuto
riscaldarti...".
- Freddo... freddo...
E gli carezzò sul capo, lievemente, i riccioletti biondi.
Il dottor Lais la costrinse a staccarsi dal lettuccio. Ella
guardò Graziella che piangeva, ma le scorse dietro le lagrime
per il bimbo uno sguardo ostile per lei; non ne provò sdegno,
anzi amò l’odio di quella vecchia ch’era un atto d’amore per il
suo bimbo, e si rivolse al dottore:
- Com’è stato? com’è stato?
Il Lais la condusse nella stanza attigua, in quella stessa ov’ella
aveva dormito nei mesi del suo soggiorno là. Il pianto, allora,
che nella cameretta del bimbo le era venuto agli occhi se non
propriamente sforzato, quasi strappato dalla violenza di quella
vista, qua le sgorgò spontaneo e impetuoso: qua si sentí
lacerare il cuore dai ricordi vivi della sua creaturina, qua si
risentí madre veramente, col cuore d’allora, quando la bàlia
ogni mattina le recava a letto il piccino roseo ignudo levato or
ora dal bagno, ed ella, stringendoselo al seno, pensava che
presto le sarebbe toccato di separarsi da lui...
Intanto il Lais le parlava della malattia improvvisa, di quanto
aveva fatto per salvarlo, e le raccontava che anche per il padre
quella sciagura era stata uno schianto inatteso, perché la sera
avanti egli era a teatro ad assistere al dramma di lei, senza
sapere che il bambino fosse cosí gravemente malato.
Silvia levò il capo, percorsa da un brivido, a questa notizia:
- Jersera? a teatro? Ma come non sapeva?...
- Eh, signora, - rispose il Lais. - Con la notizia che lei
sarebbe venuta a Torino...
E con la mano fece un gesto che significava: parve si levasse di
cervello.
- La madre non gliene disse nulla, vedendolo cosí, aggiunse. -
Non suppose veramente che si trattasse d’un caso cosí grave...
Fa pietà, creda, fa pietà! Appena arrivato jeri notte, verso le
due, a piedi da Giaveno, trovò qua il bimbo moribondo. Sono
stato io a suggerirgli di avvisar lei per telegramma, anzi l’ho
passato io stesso il telegramma, quando già il bimbo
purtroppo... È spirato verso le sei... Sente? sente?
Sù per la scaletta, all’improvviso, sonarono i singhiozzi di
Giustino tra uno scalpiccío confuso e le grida di altri che
for | |