Da
quindici giorni Attilio Raceni, direttore della rassegna femminile
Le Grazie, scontava con infinite noje, arrabbiature e dispiaceri
d’ogni genere una sua gentile idea: quella di salutare con un
banchetto la giovane e già illustre scrittrice Silvia Roncella,
venuta da poco tempo col marito a stabilirsi da Taranto a Roma.
Partendo l’invito da una rassegna come la sua, la quale, più che a
una qualche reputazione letteraria, aspirava a esser considerata
òrgano della mondanità intellettuale romana, e mirando quell’invito
nella sua intenzione, non tanto a rendere onore alla scrittrice
quanto a mostrar viva la rassegna con un atto di pura cortesia fuori
d’ogni competizione letteraria, non s’aspettava da parte dei
letterati colleghi della Roncella, dei critici più autorevoli della
letteratura contemporanea nei grandi giornali quotidiani e, in
genere, degli amici giornalisti, tanti tentennamenti e "ma" e "se" e
"forse", ombrosità, riserve, anche recisi e sgarbati rifiuti, che
gli avevano rappresentato la letteratura militante in Italia come
una meschina pettegola farmacia di villaggio; e più d’una volta
aveva sospirato per l’amara considerazione che un’idea come
la sua ben altre accoglienze avrebbe avute
certamentea Parigi,
dove in parte il comune orgoglio nazionale (sia benedetto!) in parte
quella più diffusa e sentita cognizione delle cose ordinarie del viver civile,
che affievolisce risentimenti e gelosie pur non impedendo la stima particolare
che ciascuno in segreto può fare dell’altro, consigliano di non negare onore a
chi per giudizio ormai universale se lo sia comunque meritato; come a lui pareva
che fosse il caso della Roncella, dopo il grande successo del romanzo La casa dei
nani.
Lo confortava la fervida adesione del senatore Romualdo Borghi che
era stato del resto il vero padrino della fama di Silvia Roncella.
Nell’antica autorevolissima rassegna La vita italiana il Borghi aveva accolto
infatti le prime novelle, i primi racconti della giovanissima scrittrice.
C’era poi la promessa di partecipazione, se
non proprio sicura molto probabile, di Maurizio Gueli, l’insigne
maestro da tutti rispettato forse per il fatto che da circa dieci
anni, vale a dire dal suo ultimo libro Favole di Roma, né
sollecitazioni d’amici né ricche profferte di editori riuscivano a
smuoverlo dal silenzio in cui s’era chiuso.
Più delle opere, che non avevano mai avuto in verità
molti lettori, questo silenzio e la vita appartata e schiva ch’egli conduceva,
quasi tutto l’anno relegato nella malinconica villa di Monteporzio presso Roma,
gli meritavano, a detta dei maligni, il rispetto anche da parte d’una certa
accolta di giovani letterati, i quali, macerandosi nella nobilissima ambizione
di far cose grandi e comunque nuove che reggessero al paragone delle antiche
nostre, o moderne straniere secondo un loro gusto particolare, o preferivano non
far niente, o se qualche cosa intanto facevano, piccola, a modo d’assaggio o di
studio, per l’animo stesso con cui la facevano, doveva dar loro ambasce
crudelissime d’insoddisfazione, delle quali s’alleviavano e sfogavano
tramutandole in un superiore disdegno contro chiunque s’arrischiava a fare
quanto poteva, senz’affanno, non solo, ma anzi con allegra spensieratezza.
Il guajo per il Raceni era questo: che alcuni di tali giovani (non più tanto
giovani) degnissimi certo di considerazione ma troppo difficoltosi, in luogo di
combattere le loro battaglie in private rassegnine da leggersi tra di loro,
erano riusciti da qualche tempo a trovar posto nei maggiori fogli politici
quotidiani d’Italia, i quali, santo cielo, non si rivolgevano solamente ai pochi
letterati di professione ma a ogni specie di lettori: e di là seminavano il
discredito sulla grama letteratura italiana contemporanea, che in fondo, se di
più non sapeva, pur quanto poteva dare, dava.
Ora il marito della Roncella gli s’era tanto raccomandato perché a quella
"fraterna àgape letteraria" com’egli bellamente l’aveva chiamata nell’ultimo
fascicolo de Le Grazie, tutti i quotidiani più in vista fossero rappresentati
dai loro redattori letterari; e, proprio da costoro, aveva avuto i rifiuti più
recisi e sdegnosi. Ma sperava ancora d’indurre a venire altri redattori di
quegli stessi giornali, di più facile contentatura. E poi, e poi voleva comporre
attorno alla Roncella una magnifica corona di belle dame, amiche e
collaboratrici de Le Grazie.
Fin dalla nascita era quasi predestinato e votato alla letteratura femminile.
Perché sua "mammà", Teresa Raceni-Villardi, era stata un’esimia poetessa, e in
casa di "mammà" convenivano tante scrittrici, alcune già morte, altre adesso
attempatelle, su le cui ginocchia poteva dire quasi quasi d’esser cresciuto. E
dei loro vezzi e delle loro carezze gli era rimasta come una levigatura
indelebile in tutta la persona, quasiché quelle mani lievi e delicate,
lisciandolo, lisciandolo, lo avessero composto per sempre in quella sua ambigua
beltà artificiale, per cui, se si umettava le labbra con la punta della lingua,
se s'inchinava sorridente ad ascoltare, se si rizzava sul busto se volgeva il
capo o si ravviava i capelli, mosse, gesti, aria atteggiamenti erano più da
donna che da uomo.
Presa sotto braccio la busta di cuojo, dove, tra articoli e bozze di stampa
della rassegna, aveva ficcato un fascio di carte che si riferivano al banchetto,
s’avviava verso la casa di Dora Barmis, sapientissima consigliera dalle colonne
de Le Grazie alle signore e signorine italiane della bellezza e di tutte le
raffinatezze intellettuali, quand’ecco, verso Piazza Venezia, un clamor confuso,
lontano, e un corri corri di gente.
Costernato, s’accostò in via San Marco a un grosso mercante di stoviglie
d'alluminio che, sbuffando, tirava giù le bande su le vetrine della bottega.
- Perché? Cos’è?
- Mah, dice... non so,
- grugní quello in risposta, senza voltarsi.
Uno spazzino, seduto tranquillamente su una stanga del carretto con la gr nata
in ispalla a mo di bandiera e un braccio a contrappeso sul bastone di essa, si
cavò la pipetta di bocca; sputò; disse:
- Ciarifanno.
Il Raceni si voltò a guardarlo.
- Dimostrazione? E perché?
- Cani!
- gridò il mercante panciuto, rizzandosi, ansante e paonazzo.
Stava sdraiato sotto il carretto dello spazzino un vecchio cane spelato, con gli
occhi tra le cispe socchiusi; al "Cani!" del mercante levò appena il capo dalle
zampe senza schiudere gli occhi, solo raggrinzando un po' le orecchie. Dicevano
a lui? S’aspettava un calcio. Il calcio non venne; dunque non dicevano a lui. E
si ricompose a dormire, mentre un turbine di fischi si levava dalla prossima
piazza e, subito dopo, un urlío che arrivava al cielo.
Il tumulto vi doveva esser grande.
Il Raceni s’avviò di fretta. Bell’affare se non si passava! Come se fossero
pochi i pensieri, le noje, le cure per quel maledettissimo banchetto, ecco qua,
ci voleva ora quest’altro impedimento della canaglia che reclamava per le vie di
Roma qualche nuovo diritto. E, santo cielo, s’era d’aprile e faceva una
bellissima giornata!
Davanti a Piazza Venezia il volto gli s'allungò, come se un filo interno tutta
un tratto glielo tirasse. Lo spettacolo violento gli riempí la vista e lo tenne
lí un pezzo a bocca aperta, sopraffatto e compreso.
La piazza rigurgitava di popolo. I cordoni dei soldati erano all’imboccatura di
via del Plebiscito e del Corso. Parecchi dimostranti s’erano arrampicati sul
tram d’aspetto e di là urlavano a squarciagola:
- Morte ai traditorííí!
- Mortèèè!
Nel dispetto rabbioso contro tutta quella feccia dell’umanità che non voleva
starsi quieta, gli sorse d’improvviso il proposito disperato d’attraversare a
furia di gomiti la piazza. Se vi fosse riuscito, avrebbe pregato l’ufficiale che
stava di guardia al Corso, che lo facesse passare per favore. Ma sí! Tutta un
tratto, dal mezzo della piazza:
- Pè , pè-pèèèè!
La tromba. Il primo squillo. Scompiglio, serra serra: molti, sospinti dalla
piena nel forte del tumulto, volevano sguizzare e bàttersela, ma non potevano
far altro che divincolarsi rabbiosamente, presi com’erano, pigiati e incalzati
tutt’intorno da altri a ridosso, mentre i più facinorosi, concitando, volevano
rompere la calca, o meglio, cacciarsela davanti, tra fischi e urli più
tempestosi di prima:
- Via! Avantííí!
- Sforziamo i cordonííí!
E la tromba, di nuovo:
- Pè , pè-pèèèè!
D’improvviso, senza saper come, Attilio Raceni, soffocato, pesto, boccheggiante
come un pesce, si ritrovò rimbalzato al Foro Trajano in mezzo alla folla
fuggiasca e delirante.
Gli sembrò che la Colonna vacillasse.
Dove riparare? Per dove prendere?
Poiché il grosso della folla s’avventava sù per Magnanapoli, pensò di scappare
per la salita delle Tre Cannelle; ma intoppò anche lí nei soldati che già si
disponevano in cordone per Via Nazionale.
- Non si passa!
- Senta, per favore, io dovrei...
Una spinta furiosa gli troncò la spiegazione, facendolo schizzar col naso sulla
faccia dell’ufficiale. Questi, furibondo lo respinse subito indietro con un
pugno nello stomaco; ma un nuovo violentissimo spintone lo scaraventò tra i
soldati che cedettero all’impeto.
Rimbombò tremenda dalla piazza una scarica di fucili.
E Attilio Raceni, tra la folla impazzita dal terrore si trovò perduto in mezzo
alla cavalleria sopravvenuta di corsa, forse da piazza della Pilotta. Via, via
con gli altri a gambe levate inseguito dai cavalli, tra tutta quella torma di
bruti in fuga.
S’arrestò, che non tirava più fiato, all’imboccatura di Via Quattro Fontane.
- Vigliacchi! Farabutti; gridava tra i denti, svoltando per quella via; e quasi
piangeva dalla rabbia, pallido e stravolto; e si tastava le costole, i fianchi,
e tremava tutto e cercava di rassettarsi gli abiti addosso, per toglier via
subito ogni traccia della violenza patita e della fuga che l’avviliva di fronte
a se stesso.
- Vigliacchi! Farabutti!
Si voltò a guardare indietro, se mai qualcuno lo vedesse in quello stato.
Sissignori, un vecchietto. Eccolo lí. Affacciato alla finestra d’un mezzanino,
se lo stava a godere, e dal piacere che provava nel vederlo così tutto
rimescolato, persino si grattava sul mento la barbetta gialliccia.
Il Raceni abbassò subito gli occhi. Ma, guardandosi le mani, s’accorse d’aver
perduto nella fuga la busta di cuojo.
- Oh Dio!
Come avrebbe fatto ora a rammentarsi di tutti coloro che aveva invitati al
banchetto? di coloro che avevano aderito o s’erano scusati di non potervi
partecipare? E le bozze? E gli articoli?
D’un tratto, nella cresciuta agitazione, diventata prima smarrimento e ora
rabbia, si sovvenne del vecchietto che stava a goderselo dalla finestra del
mezzanino. Si voltò di nuovo a guardarlo. E sissignori, eccolo ancora là che
rideva, rideva...
- Cretino!
- gli gridò; e si mise a salire in fretta per poi scendere a via
Sistina, dove Dora Barmis abitava in quattro stanzette d’una vecchia casa dal
tetto basso basso e quasi buje.
Piaceva a Dora Barmis far sapere a tutti ch’era povera; e tutti lo credevano,
sorridendo intanto agli abiti che le ammiravano addosso, squisitamente
capricciosi. Il salottino ch’era anche scrittojo, l’alcova, la saletta da pranzo
e quella d’ingresso erano, come la padrona, addobbati alla bizzarra, e certo non
poveramente.
Divisa da anni da un marito che nessuno aveva mai conosciuto, bruna, agile,
pieghevole, dagli occhi bistrati violentemente, la voce un po’ rauca, dimostrava
con tutte le mosse del corpo e gli sguardi e i sorrisi come e quanto conoscesse
l’arte di svegliare e irritare i più raffinati e veementi desiderii maschili.
Rideva poi come una pazza, quando li vedeva fiammeggiare ben svegli in certi
occhi; ma ancor più forse rideva quando certi altri occhi vedeva invece
illanguidirsi nella promessa d’un sentimento duraturo.
Il Raceni la trovò nel salottino, in una bella vestaglia giapponese ampiamente
scollata, presso una piccola scrivania di ghisa nichelata, intenta a leggere un
nuovo romanzo francese.
- Povero Attilio, povero Attilio,
- gli disse dopo aver tanto riso al racconto
dell’ingrata avventura.
- Sedete. Che posso offrirvi per sedarvi lo spirito
esagitato?
E così gonfiando le parole, lo guardò con aria di benevola canzonatura,
strizzando un poco gli occhi e piegando il capo sul collo nudo provocante.
- Nulla? Proprio nulla? Del resto, sapete? state bene così: un po’ scomposto. Ve
l’ho sempre detto: una... una nuance di brutalità v’andrebbe a maraviglia. Ma
giù, giù quella mano, in nome di Dio! Sempre tra i capelli. L’avete bella, lo
sappiamo!
- Per favore, Dora!
- sbuffò il Raceni.
- Non ne posso più! Sono così esasperato!
Dora Barmis scoppiò di nuovo a ridere, poggiando le mani sulla scrivania e
rovesciandosi indietro.
- Per il banchetto?
- poi disse.
- Ma dunque proprio? Mentre i miei fratelli
proletarii reclamano...
- Non scherziamo, vi prego, Dora, o me ne vado!
- minacciò il Raceni.
La Barmis si levò in piedi.
- Vi pare ch'io scherzi? Vi dico sul serio. Non mi affannerei tanto, se fossi in
voi. Silvia Roncella... ma prima di tutto ditemi com’è: mi muojo dalla curiosità
di conoscerla. Ancora non riceve?
- Eh no! Non hanno ancora trovato casa, poverini. La vedrete al banchetto.
- Datemi un po’ di fuoco, e poi rispondetemi francamente.
Accese la sigaretta, chinandosi e scoprendo tutto il seno attraverso la
scollatura, nel protendere il volto verso il fiammifero. Poi, tra il fumo,
domandò:
- Ne siete già innamorato?
- Siete matta?
- scattò il Raceni.
- Non mi fate arrabbiare.
- Bruttina, allora?
Il Raceni non rispose. Accavalciò una gamba su l’altra; alzò la faccia al
soffitto; chiuse gli occhi.
- Ah no, caro!
- esclamò la Barmis.
- Così non ne facciamo niente. Siete venuto da
me per ajuto; dovete prima soddisfare la mia curiosità.
- Ma scusatemi!
- tornò a sbuffare il Raceni, sgruppandosi.
- Mi fate certe
domande!
- Ho capito,
- disse allora la Barmis.
- Qui sta tra due: o ne siete davvero
innamorato, o dev’essere bruttina sul serio. Sù via, rispondete: come veste?
Male, senza dubbio.
- Maluccio. Inesperta, capirete.
- Capito, capito. Diciamo, se non vi dispiace, un’anatroccola arruffata.
Aspettate,
- aggiunse poi, accostandoglisi.
- Vi casca la spilla... Uh, e come
vi siete annodata codesta cravatta?
- Mah,
- fece il Raceni.
- Tra quel...
S’interruppe. Il volto di Dora gli stava troppo vicino. Intenta a riannodargli
la cravatta, si sentí guardata. Quand’ebbe finito, gli diede un biscottino sul
naso e, sorridendogli d’un sorriso indefinibile:
- Dunque?
- gli domandò.
- Dicevamo... ah, la Roncella! Non vi piace anatroccola?
Scimmietta, allora.
- V’ingannate,
- rispose il Raceni.
- È bellina, v’assicuro. Poco appariscente,
forse; ma ha certi occhi!
- Neri?
- No, chiari, soavissimi. E un sorriso molto intelligente. Dev'esser buona,
tanto!
Dora Barmis lo investí:
- Buona avete detto? buona? Ma andate là! Chi ha scritto La casa dei nani non
può essere buona, ve lo dico io.
- Ve lo dico io! Quella lí, caro, dev’aver dentro uno spirito affilato come un
pugnale. No. Piuttosto come un rasojo. E dite un po’, è vero che ha un porro
peloso qua, sul labbro?
- Un porro?
- Peloso, qua.
- Non me ne sono accorto. Ma no, chi ve l’ha detto?
- Me lo sono immaginato. Per me, la Roncella deve avere un porro peloso sul
labbro. Mi è parso di vederglielo sempre, leggendo le sue cose. E dite: il
marito? Com’è il marito?
- Lasciatelo perdere!
- rispose impaziente il Raceni.
- Parliamo sul serio,
adesso, vi prego.
- Del banchetto? Sentite: la Roncella, caro, non è più per noi. Troppo, troppo
alto ormai ha spiccato il volo la vostra colombella: ha valicato le Alpi e il
mare; andrà a farsi il nido lontano lontano, con molte pagliuzze doro, nelle
grandi riviste di Francia, di Germania, d’Inghilterra. Come volete che deponga
più qualche ovetto azzurro, sia pur piccolo piccolo così, su l’ara delle nostre
povere Grazie?
- Ma che ovetti! che ovetti!
- fece, scrollandosi, il Raceni.
- Né ovetti di
colomba, né uova di struzzo. Non scriverà più per nessuna rivista, la Roncella.
Si darà tutta al teatro.
- Al teatro? Ah sí?
- esclamò la Barmis, incuriosita.
- Mica a recitare! Non ci mancherebbe altro! A scrivere.
- Per il teatro?
- Già. Perché il marito...
- Ah giusto! il marito! Come si chiama?
- Boggiòlo.
- Sí sí, ricordo, Boggiòlo. E scrive anche lui, Boggiòlo?
- Eh altro! All'archivio notarile.
- Oh Dio! Notajo?
- Archivista. Bravo giovane. Basta, vi prego. Voglio uscire al più presto da
questa briga. Avevo con me la lista degli invitati, e quei cani... Ma vediamo un
po’ di rifarla. Scrivete. Oh, sapete che il Gueli ha aderito? È la prova più
certa ch’egli stima davvero la Roncella, come dicevano.
Dora Barmis rimase un po’ assorta a pensare; poi disse:
- Non capisco. Il Gueli... Mi pare così diverso!
- Non discutiamo,
- troncò il Raceni.
- Scrivete: Maurizio Gueli.
- Aggiungo tra parentesi, se non vi dispiace, permettendo la Frezzi. Poi?
- Il senatore Borghi.
- Ha accettato?
- Eh, perbacco, presiederà! Scrivete: donna Francesca Lampugnani.
- La mia simpatica presidentessa, sí, sí. Cara, cara, cara!
- Donna Maria Rosa Borné-Laturzi,
- seguitò a dettare il Raceni.
- Di bene in meglio!
- approvò la Barmis. – L’archeologia accanto all’antichità!
E dite, Raceni: il banchetto lo faremo tra le rovine del Foro?
- Già, a proposito!
- esclamò il Raceni.
- Dobbiamo ancora stabilire il luogo, e
se di sera o di mattina.
- Di sera? No! Siamo in primavera. Bisogna farlo di giorno, in un bel posto,
fuori. Aspettate: al Castello di Costantino. Ecco. Delizioso. Nella sala
vetrata, con tutta la campagna davanti... i monti Albani... i Castelli... e poi,
di fronte, il Palatino... Sí, sí, là! Sarà un incanto! Senz’altro!
- Vada per il Castello di Costantino,
- disse il Raceni.
- Andremo insieme
domani, se non vi dispiace, a dare le ordinazioni. Saremo, credo, una trentina.
Sentite, Giustino mi si è tanto raccomandato...
- Chi è Giustino?
- Ma il marito, ve l’ho detto, Giustino Boggiòlo, santo cielo! Mi si è tanto
raccomandato per la stampa. Vorrebbe molti giornalisti. Ho invitato il Lampini.
- Ah, Ciceroncino, bravo!
- E, mi pare, altri quattro o cinque, non so: Barduzzi, Centanni, Federici e
quello... come si chiama? della Capitale...
- Mola?
- Mola. Segnateli. Ci vorrebbe qualche altro un po’ più... un po’ più... Venendo
il Gueli, capirete... Per esempio, Casimiro Luna.
- Aspettate,
- disse la Barmis.
- Se viene donna Francesca Lampugnani, non sarà
difficile trascinare il Betti.
- Ma ha scritto male della Casa dei nani, il Betti, non avete visto?
- Meglio, anzi! Invitatelo. Ne parlerò poi io a donna Francesca. Quanto a Miro
Luna non dispero di trascinarlo con me.
- Fareste felice il Boggiòlo, felice addirittura! Oh, segnate intanto
l’onorevole Carpi, e quello zoppetto, il poeta...
- Ah, Zago, sí! Carino, poveretto! Che bei versi sa fare! L’amo, sapete?
Guardate lí il ritratto. Me lo son fatto dare. Non vi sembra Leopardi con gli
occhiali?
- Faustino Toronti,
- seguitò a dettare il Raceni.
- E il Jàcono...
- No!
- gridò Dora Barmis, scaraventando la penna.
- Avete invitato anche Raimondo
Jàcono, quell’odiosissimo napoletanaccio? Non vengo più io, allora! Jettatore!
Jettatore! Toccate ferro, per carità!
- Abbiate pazienza, non ho potuto farne a meno,
- rispose dolente il Raceni.
-
Era con lo Zago... Invitando l’uno, ho dovuto invitare anche l’altro.
- E allora io vi impongo Flavia Morlacchi,
- disse la Barmis.
- Qua: Fla-vi-a
Morlacchi. Staranno bene insieme. Il cane e la gatta.
- Speriamo che non tornino a mordersi e a sgraffiarsi!
Rileggendo, poco dopo, la lista, s’indugiarono tutte due a far girare come una
mola d’arrotino questo o quel nome per il gusto di affilare il taglio, ancora un
po’, alla loro lingua che non ne aveva bisogno. Tanto che alla fine un moscone,
che se ne stava quieto a dormire tra le pieghe d’una portiera, si destò e con
molto slancio volle entrar terzo nella conversazione. Ma Dora mostrò d'averne
terrore, più che ribrezzo, e prima s’aggrappò al Raceni, stringendoglisi forte
contro il petto, cacciandogli i capelli odorosi sotto il mento; poi scappò a
chiudersi nell’alcova, gridando dietro l’uscio che non sarebbe rientrata, se lui
prima non faceva andar via per la finestra o non uccideva quell’orribile bestia.
- Ve la lascio qua, e me ne vado
- le disse placidamente il Raceni, prendendo la
nuova lista dalla scrivania.
- No, per carità, Raceni!
- scongiurò Dora di là.
- E allora aprite!
- Ecco, apro, ma voi... oh! che fate? No! Entra il moscone, Dio, Raceni!
- E fate presto!
Attraverso lo spiraglio le due bocche s’erano congiunte e lo spiraglio a mano a
mano s’allargava, quando dalla via s’intesero gli strilli di parecchi giornalai:
- Terza edizioneee! Quattro morti e venti feritííí! Lo scontro con la truppààà!
L’eccidio di Piazza Navonààà!
Attilio Raceni si staccò, pallido, dal bacio:
- Sentite? Quattro morti... Ma perdio! non hanno proprio da fare costoro? E ci
potevo essere anch’io là in mezzo, pensate!
Dei trenta che dovevano partecipare al banchetto sú al Castello di Costantino
solo cinque a mezzogiorno erano venuti, che si pentivano in segreto della loro
puntualità, temendo potesse parere soverchia premura o troppa degnazione.
Prima fra tutti era venuta Flavia Morlacchi, poetessa, romanziera e anche
drammaturga. Gli altri quattro, sopraggiunti, la avevano lasciata in disparte.
Erano il vecchio professore d’archeologia e poeta dimenticato Filiberto Litti,
il novelliere piacentino Faustino Toronti, lezioso e casto, il grasso romanziere
napoletano Raimondo Jàcono e il poeta veneziano Cosimo Zago, rachitico e zoppo
d’un piede. Stavano tutte cinque nel terrazzo, davanti la sala vetrata.
Filiberto Litti, lungo asciutto legnoso, con baffoni bianchi e moschetta, un
pajo d’enormi orecchie carnose e paonazze parlava, balbutendo un po’, delle
rovine del Palatino come di cosa sua. Faustino Toronti ormai vecchiotto anche
lui, così che non pareva, sarchiati i capelli su gli orecchi e i baffetti
ritinti, fingeva d'ascoltarlo. Raimondo Jàcono voltava le spalle alla Morlacchi
e guardava compassionevolmente lo Zago, il quale ammirava nella fresca
limpidezza di quel dolcissimo giorno d’aprile tutto il verde paese che si
scopriva di là.
Arrivava appena al parapetto del terrazzo, il poverino; ancora con un vecchio
pastrano inverdito che gli sgonfiava da collo; aveva posato su la cimasa una
mano nocchieruta, dalle unghie rose, deformata dallo sforzo continuo di spingere
la stampella, e ora, socchiudendo gli occhi dolenti dietro gli occhiali,
ripeteva come se non avesse mai goduto in vita sua di tanta festa di luce e di
colori:
- Che incanto! Come è bello questo sole! Che vista!
- Già... già...
- masticò il Jàcono.
- Molto bello. Non svenire. Peccato che...
- Quei monti là... guarda, fragili, quasi... sono ancora gli Albani?
- Gli Appennini o gli Albani... domandalo al professor Litti, che è archeologo.
- E... e che ci han da fare, scusi, i monti, scusi, con... con l’archeologia?
-
domandò un po’ risentito il Litti.
- Professore, voi che dite!
- esclamò il napoletanaccio.
- Monumenti della
natura, della più venerabile antichità. Altro che le fesseríe degli uomini
andate a male! Peccato che.. dicevo... sono le dodici e mezzo, ohé! Ho fame io.
La Morlacchi, di là, fece una smorfia di disgusto. Gonfiava in silenzio, ma si
fingeva incantata anche lei, come lo Zago, dello stupendo paesaggio. Gli
Appennini o gli Albani? Non lo sapeva neanche lei. Ma che importava il nome?
Nessuno come lei, più di lei, sapeva intenderne l’"azzurra" poesia. E domandò a
se stessa se la parola colombario... austero colombario, avrebbe reso bene
l’immagine di quelle rovine del Palatino: occhi ciechi, occhi d’ombra dello
spettro romano feroce e glorioso, indarno aperti ancora là, sul colle, allo
spettacolo della verde vita maliosa di questo Aprile d’un tempo lontano.
Di questo Aprile d'un tempo lontano...
Bel verso! Languido...
E abbassò su gli occhi torbidi e scialbi le grosse pàlpebre.
Aveva spiccato dalla natura e dalla storia il fiore d’una bella immagine, in
grazia della quale poteva non pentirsi più, ora, d’essersi abbassata a fare
onore a quella Silvia Roncella, tanto più giovine di lei, ancor quasi
principiante, inculta e digiuna affatto di poesia.
Volse, così pensando, con atto di sdegno la faccia ruvida, in cui spiccavano
violentemente le tumide labbra dipinte, verso quei quattro che non si curavano
di lei; eresse il busto e sollevò una mano sovraccarica d’anelli per palparsi
lievemente su la fronte il crine che pareva di capecchio.
Forse lo Zago meditava anche lui una poesia, pinzandosi con le dita gl’ispidi
peluzzi neri sparsi sul labbro. Ma per comporre aveva bisogno di saper prima
tante cose, lui, che non voleva più domandare a uno che dichiarava d’aver fame
davanti a uno spettacolo come quello.
Sopravvenne, saltellando secondo il solito suo, il giovine giornalista Tito
Lampini, Ciceroncino come lo chiamavano, autore anche lui di un volumetto di
versi; smilzo, dalla testa secca, quasi calva, su un collo stralungo riparato da
un solino alto per lo meno otto dita.
La Morlacchi lo investí con voce stridula:
- Ma che modo è codesto, Lampini? Si dice per mezzodí; a momenti è il tocco; non
si vede nessuno...
Il Lampini s’inchinò, aprí le braccia, si volse sorridendo agli altri quattro e
disse:
- Scusi, ma che c’entro io, signora mia?
- Voi non centrate, lo so,
- riprese la Morlacchi.
- Ma il Raceni, almeno, come
ordinatore del banchetto...
- Ar...archi...architriclino, già,
- corresse timidamente con la lingua
imbrogliata, ponendosi una mano davanti la bocca, il Lampini, e guardando
l’archeologo professor Litti per fargli vedere che lo sapeva.
- Già, va bene; ma avrebbe dovuto trovarsi qua, mi sembra. Non è piacevole,
ecco.
- Ha ragione, non è piacevole; ma io sono qua un invitato come lei, signora.
Permette?
E il Lampini, tornando a inchinarsi frettolosamente, andò a stringere la mano al
Litti, al Toronti, al Jàcono. Non conosceva lo Zago.
- Sono venuto in vettura, io, anzi, temendo di far tardi,
- annunziò.
- Ma già
viene qualche altro. Ho visto per la salita donna Francesca Lampugnani e il
Betti e anche la Barmis con Casimiro Luna.
Guardò nella sala vetrata, dov’era già apparecchiata la lunga tavola adorna di
molti fiori e con una fronda d’edera serpeggiante tutt’in giro; poi si rivolse
alla Morlacchi, dolente ch’ella se ne stésse là in disparte, e disse:
- Ma la signora, scusi, non potrebbe?...Raimondo Jàcono lo interruppe a tempo:
- Di’, Lampini, tu che ti ficchi da per tutto: la hai già veduta, codesta
Roncella?
- No. Tant’è vero che non mi ficco affatto. Non ho avuto ancora il piacere e
l’onore...
E il Lampini, inchinandosi una terza volta, mandò un sorriso gentile alla
Morlacchi.
- Molto giovane?
- domandò Filiberto Litti, stirandosi e guardandosi sottecchi
uno dei lunghissimi baffi bianchi, che parevano finti, appiccicati nella faccia
legnosa.
- Fa anche versi?
- tornò a domandare il Litti, stirandosi e guardandosi l’altro
baffo, adesso.
- No, per fortuna!
- gridò il Jàcono.
- Professore, voi ci volete tutti morti!
Un’altra poetessa in Italia? Di’ di’, Lampini, e il marito?
- Sí, il marito sí,
- disse il Lampini.
- È venuto la settimana scorsa in
redazione per avere una copia del giornale con l’articolo di Betti su La casa
dei nani.
- E come si chiama?
- Il marito? Non lo so.
- Mi par d'aver inteso Bòggiolo,
- disse il Toronti.
- O Boggiòlo. Qualcosa così.
- Grassottino, belloccio,
- aggiunse il Lampini,
- occhiali d’oro, barbetta
bionda, quadra. E deve avere una bellissima calligrafia. Si vede dai baffi.
I quattro risero. Sorrise anche di là, senza volerlo, la Morlacchi.
Vennero sul terrazzo, tirando un gran sospiro di soddisfazione, la marchesa
donna Francesca Lampugnani, alta, dall’incesso maestoso, come se recasse sul
seno magnifico un cartellino con la scritta: Presidentessa del circolo di
coltura feminile, e il suo bel paladino Riccardo Betti, che nello sguardo un po’
languido, nei mezzi sorrisi sotto gli sparsi baffi biondissimi e nei gesti e
nell’abito, come nella prosa de suoi articoli, affettava la dignità, la misura,
la correttezza, le maniere tutte insomma del... no, du vrai monde.
Tanto il Betti quanto Casimiro Luna erano venuti unicamente per far piacere a
donna Francesca che, in qualità di presidentessa del Circolo di coltura
femminile, proprio non poteva mancare a quel banchetto. Appartenevano al fior
fiore del giornalismo, tra diplomatico e mondano, genere particolare, e non
avrebbero mai degnato della loro presenza quella riunione di letterati. Il Betti
lo dava a divedere chiaramente; Casimiro Luna, invece, più gajo, irruppe
romorosamente nel terrazzo con Dora Barmis. Passando per l’andito, aveva dato
della gran toppa del Castello di Costantino e dell’enorme chiave di cartone,
esposte lí per burla, una spiegazione di cui la Barmis, ridendo, si fingeva
scandalizzata, e aveva già chiesto ajuto alla Marchesa, e ora, in quel suo
italiano che voleva a tutti i costi parer francese:
- Ma io vi trovo abominevole,
- protestava,
- abominevole, Luna! Che è questo
continuo, odioso persifflage?
Lei sola, dei quattro nuovi venuti, s’accostò dopo quello sfogo alla Morlacchi e
la trasse a forza con sé nel gruppo, non volendo perdere le altre salaci arguzie
del "terribile" Luna.
Il Litti, seguitando a stirarsi ora questo ora quel baffo e ora il collo, come
se non riuscisse mai ad assettarsi bene la testa sul busto, guardava adesso
quella gente, ne ascoltava la chiacchiera volubile, e sentiva a mano a mano
infocarsi vieppiù le grosse orecchie carnose. Pensava che tutti costoro vivevano
a Roma come avrebbero potuto vivere in qualunque altra città moderna, e che la
nuova popolazione di Roma era composta di gente come quella, fatua e bastarda.
Che sapevano di Roma tutti costoro? Tre o quattro frasucce retoriche. Che
visione ne avevano? Il Corso, il Pincio, i caffè , i salotti dei palazzi o i
saloni dei grandi alberghi, le sale da tè , le redazioni dei giornali. Erano
come le vie nuove, le case nuove, senza storia, senza carattere; vie e case che
avevano allargato la città solo materialmente, e svisandola. Quando più angusta
era la cerchia delle mura, la grandezza di Roma spaziava e sconfinava nel mondo;
ora, allargata la cerchia, eccola là, la nuova Roma. E Filiberto Litti si
stirava il collo.
Parecchi altri, intanto, erano venuti: marmaglia, che cominciava a impicciare i
camerieri che recavano i serviti alle due o tre coppie di forestieri che
desinavano nella sala vetrata.
Tra questi giovani, più o men chiomati, aspiranti alla gloria, erano tre
fanciulle, evidentemente studentesse di lettere: due con gli occhiali, patite e
taciturne; la terza, invece, vivacissima, dai capelli rossi, tagliati a tondo
maschilmente, dal visetto vispo, lentigginoso, dagli occhietti grigi, in cui la
malizia pareva vermicasse: rideva, rideva, si buttava via dalle risa, e
promoveva una smorfia tra di sdegno e di pietà in un uomo grave, anziano, che
s’aggirava tra tanta gioventù non curato. Era Mario Puglia, che in altri tempi
aveva cantato con un certo impeto artificiale e con volgare abbondanza. Ora si
sentiva già entrato nella storia, e non cantava più. Era però rimasto zazzeruto
e con molta forfora sul bavero della vecchia redengote.
Casimiro Luna, che lo contemplava da un pezzo, accigliato, a un certo punto
sospirò e disse piano:
- Chi sa dov’ha lasciato la chitarra...
- Cariolin Cariolin!
- gridarono alcuni in quel momento, facendo largo a un
omettino profumato, elegantissimo, che pareva fatto e messo in piedi per
ischerzo, con una ventina di capelli lunghi, raffilati sul capo calvo, due
violette all’occhiello e la caramella.
Momo Cariolin, sorridendo e inchinandosi, salutò tutti con ambo le mani
inanellate e corse a baciar la mano a donna Francesca Lampugnani. Conosceva
tutti; non sapeva far altro che strisciar riverenze, baciare la mano alle
signore, dir barzellette in veneziano; ed entrava da per tutto, in tutti i
salotti più in vista, in tutte le redazioni dei giornali, da per tutto accolto
con festa; non si sapeva perché. Non rappresentava nulla, e tuttavia riusciva a
dare un certo tono alle radunanze, ai banchetti, ai convegni, forse per quel suo
garbo inappuntabile, complimentoso, per quella sua cert’aria diplomatica.
Vennero con la vecchia poetessa donna Maria Rosa Bornè-Laturzi il deputato
conferenziere Silvestro Carpi e il romanziere lombardo Carlino Sanna di
passaggio per Roma. La Bornè-Laturzi, come poetessa (diceva Casimiro Luna) era
un’ottima madre di famiglia. Non ammetteva che la poesia, l’arte in genere,
dovesse servire di scusa al mal costume. Per cui non salutò né la Barmis né la
Morlacchi, salutò soltanto la marchesa Lampugnani perché marchesa e perché
presidentessa, Filiberto Litti perché archeologo, e si lasciò baciare la mano da
Cariolin, perché Cariolin la baciava soltanto alle vere dame.
Si erano formati intanto parecchi gruppi; ma la conversazione languiva. Ciascuno
era geloso di sé, costernato di sé soltanto; e questa costernazione gli impediva
di pensare. Tutti ripetevano ciò che qualcuno, facendo un grande sforzo, era
riuscito a dire o sul tempo o sul paesaggio. Tito Lampini saltellava da un
crocchio all’altro, per ridire, sorridendo con la mano davanti la bocca, qualche
frasuccia che gli pareva graziosa, raccolta qua e là, come se fosse venuta a lui
lí per lí.
C’erano i malinconici annojati e i romorosi come il Luna. E quelli invidiavano
questi, non perché ne avessero stima ma perché sapevano che alla fine la
sfrontatezza trionfa. Essi li avrebbero molto volentieri imitati; ma, essendo
timidi, e per non confessare a se stessi la propria timidezza, preferivano
credere che la serietà dei loro intenti li trattenesse dal fare altrettanto.
Sconcertava tutti un lanternone squallido, biondissimo, con gli occhiali azzurri
a staffa, i capelli lunghi sul lunghissimo collo. Portava sulla finanziera una
mantelletta grigia; piegava quel collo di cicogna di qua e di là e si scarniva
le unghie con le dita irrequiete. Era evidentemente uno straniero: svedese o
norvegese. Nessuno lo conosceva, nessuno sapeva chi fosse, e tutti lo guardavano
con stupore e ribrezzo.
Vedendosi guardato così, forse con l’intenzione di sorridere, mostrava certi
lunghi denti da morto, spaventosi.
Era una vera sconcezza, tra tanta vanità, quella macabra apparizione. Dove mai
era andato a dissotterrarla il Raceni?
La Barmis domandò al Luna che cosa pensasse della Roncella.
- Amica mia, un gran bene! Non ho mai letto un rigo di lei.
- E avete torto,
- disse donna Francesca Lampugnani sorridendo.
- V’assicuro,
Luna, avete torto.
- Ne... neanch'io veramente,
- soggiunse il Litti.
- Ma... mi pare che tutta
questa fama impro... improvvisa... Almeno per quel che n’ho sentito dire...
- Già,
- fece il Betti, tirandosi fuori i polsini con una certa sprezzatura
signorile.
- Le manca un pochino troppo la forma...
- Ignorantissima!
- proruppe Raimondo Jàcono.
- Ecco,
- disse allora Casimiro Luna.
- Io l’amo forse per questo.
Carlino Sanna, il romanziere lombardo di passaggio per Roma, sorrise nella
grinta caprigna, lasciandosi cadere dall’occhio il monocolo; si passò una mano
sui capelli grigi crespi e disse piano:
- Ma offrirle un banchetto, non vi pare un pochino troppo, via?
Come dire che a Milano non l’avrebbero fatto.
- Un banchetto, sí, Dio mio, che male c’è?
- domandò donna Francesca Lampugnani.
- Intanto s’improvvisa una fama!
- sbuffò di nuovo il Jàcono.
- Uhhh!
- fecero tutti.
E il Jàcono, acceso:
- Ne parleranno tutti i giornali!
- E poi?
- fece Dora Barmis, aprendo le braccia e stringendosi nelle spalle.
La conversazione tutta un tratto s’accese. Si misero tutti a parlare della
Roncella, come se ora soltanto si ricordassero d’essere convenuti là per lei.
Nessuno se ne dichiarava ammiratore convinto. Qua e là qualcuno le riconosceva
qualche qualità, una tal quale penetrazione strana, per la cura forse troppo
minuziosa, miope anzi, dei particolari, e qualche atteggiamento nuovo e un certo
sapore insolito nelle narrazioni. Ma pareva a tutti che si fosse fatto troppo
rumore intorno alla Casa dei nani che, sí, forse era un romanzo notevole,
affermazione d’un ingegno non comune senza dubbio; ma non poi quel capolavoro
che s’era voluto proclamare. Strano, a ogni modo, che avesse potuto scriverlo
una giovinetta vissuta finora quasi fuori d’ogni pratica del mondo, laggiù a
Taranto. C’era fantasia e anche pensiero; poca letteratura, ma vita, vita.
- Ha sposato da poco?
- Da uno o due anni, dicono.
Tutti i discorsi, a un tratto, furono interrotti, perché sul terrazzo si
presentavano il senatore Romualdo Borghi, direttore della Vita Italiana, già
ministro della pubblica istruzione, e Maurizio Gueli. I due stavano male
insieme. Piccolo e tozzo, il Borghi, coi capelli lunghi e la faccia piatta,
cuojacea, da vecchia serva pettegola; il Gueli, alto, dall’aria ancora
giovanile, non ostanti i capelli bianchi che contrastavano col bruno caldo del
volto maschio, austero.
Il banchetto assumeva ora, con l’intervento del Gueli e del Borghi, una grande
importanza.
Non pochi si maravigliarono che il Maestro fosse venuto ad attestare di presenza
alla Roncella la stima in cui già a qualcuno aveva dichiarato di tenerla. Si
sapeva ch’era molto affabile e amico dei giovani; ma questo suo intervento al
banchetto pareva troppa degnazione, e molti ne soffrivano per invidia,
prevedendo che la Roncella avrebbe avuto in quel giorno quasi una consacrazione
ufficiale; altri si sentivano più alleggeriti. Essendo venuto il Gueli, via,
potevano venire anche loro.
Ma come mai il Raceni tardava ancora? Era un’indecenza! Lasciar tutti così ad
aspettare; e lí il Gueli e il Borghi smarriti fra gli altri, senza qualcuno che
li accogliesse.
- Eccoli! eccoli!
- annunziò accorrendo il Lampini ch’era sceso giù a vedere.
-
Vengono! Sono arrivati in vettura! Salgono!
- C'è il Raceni?
- Sí, con la Roncella e il marito. Eccoli!
Tutti si voltarono a guardare con vivissima curiosità verso l’entrata del
terrazzo.
Silvia Roncella apparve, pallidissima, a braccio del Raceni, con la vista
intorpidita dall’interna agitazione.
Subito tra i convenuti che si scostavano per farla passare si propagò un
susurrío fitto fitto di commenti:
- Quella?
- Piccola!
- Veste male...
- Begli
occhi!
- Dio che cappello!
- Poverina, soffre!
- Magrolina!
- È proprio brutta!
- No, perché? ora che sorride, è graziosa.
- Timida timida...
- Bellina, eh?
-
Pare impossibile!
- Vestitela bene, pettinatela bene, e poi vedrete!
- Oh, dire
che sia bella, non si potrebbe dire!
- È tanto impacciata, poverina!
-
Impacciata? Non pare...
- Che le dice il Gueli?
- Ma il marito, signori!
Guardate, guardate là il marito!
- Dov'è? dov'è?
- Là accanto al Gueli,
guardatelo, guardatelo!
Tutti, come se la Roncella fosse improvvisamente scomparsa, non ebbero più
occhi, d’ora in poi, che per quel suo marito in marsina, lucido, quasi di
porcellana smaltata; occhiali d’oro, barbetta d’oro a ventaglio; un bel pajo di
baffi affilati; i capelli tagliati a spazzola, pari pari.
Attilio Raceni, per levarlo di tra i piedi al Gueli e al Borghi, lo trasse con
sé; poi chiamò la Barmis.
- Ecco, l’affido a voi, Dora. Giustino Boggiòlo, il marito. Dora Barmis. Io vado
di là a vedere che si fa in cucina. Intanto, vi prego, fate prender posto.
- Lei è cavaliere?
- domandò per prima cosa Dora Barmis, offrendo il braccio a
Giustino Boggiòlo.
- Sí, veramente... Giova per l’ufficio, sa?
- Lei è l’uomo più fortunato della terra!
- esclamò allora con impeto la Barmis,
stringendogli forte forte il braccio.
Giustino Boggiòlo diventò vermiglio, sorrise:
- Io?
- Lei, lei. La invidio. Vorrei esser uomo ed esser lei. Sissignore. Per avere in
moglie Silvia Roncella. Come dev’essere buona!
- Sí, tanto, veramente.
- E lei deve farla felice, badi! Obbligo sacrosanto. Guaj a lei se non la fa
felice! Mi guardi negli occhi. Perché è venuto in frak?
- Mah, credevo...
- Di mezzogiorno, in frak? Non lo faccia mai più!
La riprensione fece restare un po’ male Giustino Boggiòlo. Ma subito Dora Barmis
chiamò Casimiro Luna.
- Vi presento, Luna, il cavalier Giustino Boggiòlo, il marito.
- Ah, benissimo! E si vede! Mi congratulo.
Giustino Boggiòlo si rifece vermiglio.
- Fortunatissimo, grazie!
- esclamò.
- Desideravo tanto di conoscerla, signor
Luna. Sa perché?
- Qua il braccio! – gl’intimò Dora.
- Lei è affidato a me!
- Sissignora, grazie.
E, rivolto al Luna:
-
Lei scrive nel Corriere, è vero? So che paga bene, il Corriere. Glielo domando
perché Silvia ha avuto richiesto un romanzo. Sissignore, dal Corriere. Ma forse
non accetteremo. Perché veramente in Italia...
E terminò la frase in una smusata. Riprese:
- In Germania la Grundbau, cinquemila e cinquecento marchi,
sa? per diritto di traduzione della Casa dei nani. Anticipati, e pagando lei a
parte la traduttrice. Non so quanto, sissignore. Si chiama... aspetti, Sci...
Sci... non mi ricordo bene, ah sí, Schweizer-Sidler. Buona, buona. Traduce bene,
mi dicono. In Italia conviene di più il teatro.
- Ah, non c'è dubbio,
- fece il Luna, incastrandosi il monocolo per goderselo
meglio.
Giustino Boggiòlo seguitò:
- Io, prima, letteratura, non ne mangiavo, sa? A poco a poco, vedendo che
qualche affaruccio si poteva fare...
- Sù, sù, a tavola!
- lo interruppe a questo punto furiosamente la Barmis.
-
Prendono posto! Starete accanto a noi, Luna?
- Ma certo, figuratevi!
- Con permesso,
- pregò Giustino Boggiòlo.
- C'è là il signor Lifjeld che
traduce in svedese La casa dei nani. Debbo dirgli una parolina.
E, lasciando il braccio della Barmis, s’accostò a quel lanternone biondiccio che
sconcertava tutti col màcabro aspetto.
- Fate presto!
- gli gridò la Barmis.
Silvia Roncella aveva già preso posto tra Maurizio Gueli e il senatore Romualdo
Borghi. Il Raceni che aveva disposto con molto accorgimento gl’invitati, vedendo
Casimiro Luna sedere in un angolo presso la Barmis, corse ad avvertirlo che il
suo posto non era lí, che diamine! Sù, sù, accanto alla marchesa Lampugnani.
- No, grazie, Raceni,
- gli rispose il Luna.
- Mi lasci qua, la prego: abbiamo
con noi il marito!
Come se avesse inteso, Silvia Roncella si volse a cercare con gli occhi
Giustino. Quello sguardo allungato in giro per la tavola e poi nella sala
espresse un penosissimo sforzo, interrotto a un certo punto dalla vista d’una
persona cara, a cui ella sorrise con dolcezza. Era una vecchia signora, venuta
in carrozza con lei, a cui nessuno badava, smarrita là in un cantuccio, poiché
il Raceni non aveva più pensato di presentarla almeno ai vicini di tavola, come
aveva promesso. La vecchia signora, che aveva un bellissimo parrucchino biondo
sulla fronte e molta cipria in viso, fece alla Roncella un breve gesto vivace
con la mano, come per dirle: "Sù! sù!"; e la Roncella tornò a sorriderle
mestamente, chinando più volte il capo, appena appena; poi si voltò verso il
Gueli che le rivolgeva la parola.
Giustino Boggiòlo, rientrando con lo svedese nella sala vetrata, s’accostò al
Raceni che aveva preso il posto del Luna accanto alla Lampugnani e gli disse
piano che il Lifjeld, professore di psicologia all’Università di Upsala,
dottissimo, non aveva dove sedere. Subito il Raceni gli cedette il posto,
presentandolo di qua alla Lampugnani, di là a donna Maria Rosa Bornè-Laturzi.
Erano le conseguenze della perdita della prima lista degli invitati: la tavola
era apparecchiata per trenta e i commensali erano trentacinque. Basta: egli, il
Raceni, si sarebbe accomodato alla meglio in qualche angolo.
- Senta,
- soggiunse pianissimo Giustino Boggiòlo, tirandolo per la manica e
porgendogli di nascosto un pezzettino di carta arrotolato.
- C'è scritto il
titolo del dramma di Silvia. Sarebbe bene che il senatore Borghi, quando farà il
brindisi lo annunziasse, che ne dice? Ci penserà lei.
I camerieri entrarono di corsa, recando il primo servito. S’era fatto tardi, e
il pasto imminente comandò subito a tutti un silenzio religioso.
Maurizio Gueli lo notò, si volse a guardare le rovine del Palatino e sorrise.
Poi si chinò verso Silvia Roncella e le disse piano:
- Vedrà che a un certo punto s’affacceranno di là a guardarci, soddisfatti, gli
antichi Romani.
S’affacciarono davvero?
Nessuno dei commensali certo se n’accorse. La realtà di quel banchetto, con le
invidie segrete che aprivano le labbra di questo e di quello a falsi sorrisi e a
complimenti avvelenati; con le gelosie mal nascoste che tiravano qua e là due a
maldicenze sommesse; con le ambizioni insoddisfatte e le illusioni e le
aspirazioni che non trovavano modo di manifestarsi teneva schiave tutte quelle
anime irrequiete per lo sforzo che a ciascuna costava la simulazione e la
difesa. Come le lumache le quali, non potendo o non volendo ricacciarsi dentro
il guscio, segregano a riparo la bava e se n'avvolgono e tra quel vano bollichío
iridescente allungano i tentoni oculati, friggevano quelle anime nelle loro
chiacchiere, tra cui la malizia di tratto in tratto drizzava le corna.
Chi poteva pensare alle rovine del Palatino e immaginarvi affacciate le anime
degli antichi Romani a mirar soddisfatte quel moderno simposio?
Soltanto Maurizio Gueli, che nelle Favole di Roma aveva raggruppato e fuso,
scoprendo le più riposte e bizzarre analogie, la vita e le figure più espressive
delle tre Rome, chiamando per esempio Cicerone a difendere davanti al Senato il
prefetto d’una provincia siciliana, prevaricatore, un gustosissimo prefetto
clericale dei giorni nostri.
Davano quelle rovine, davanti alle fatue ambizioni di tutti quegli effimeri
letterati a banchetto, un senso di infinita tristezza, per la vanità stessa che
agguagliava alle fatue d’oggi le antichissime ambizioni di gloria e d’impero,
destinate com’erano tutte a crollare nel vuoto ove ogni memoria necessariamente
si perde: il vuoto che non consente nessun fondamento di certezza a nessuna
gloria, a nessun impero, a nessuna ideale costruzione degli uomini, piccola o
grande che sia. Così che, alle piccole d’oggi, come potevano essere costituite
da tutti quei banchettanti, veniva quasi un allegro diritto d’esser tenute in
qualche considerazione, per il solo fatto che erano là per un momento in piedi,
e quei banchettanti potevano godersi il bel sole e la bella vista di quella
giornata, e gustar quei cibi su una tersa tovaglia tutta luccicante di cristalli
e d’argenterie, mentre tutto di là era rovina e silenzio. E ben dunque potevano
con invidia affacciarsi da quella rovina gli antichi Romani a salutare con lungo
svolazzío di bianche toghe questi banchettanti d’oggi, agli occhi di Maurizio
Gueli.
Chi s'affacciò?
Molti senatori forse per raccomandare a Romualdo Borghi, loro venerando collega,
di non mangiar altro che carne per la salute delle patrie lettere, lui
diabetico. E poi? Poi tutti i poeti e i prosatori di Roma: i comici e i lirici e
gli storici e i romanzieri. Tutti? Tutti no. Lucrezio no, né Virgilio, né
Tacito. Forse Plauto e Catullo, forse Orazio, e certo uno che più di tutti
accennava di voler parteciparvi, non perché lo degnasse, ma per riderne, come
già aveva fatto d’una cena famosa, a Cuma.
Ma c’era pure laggiù la campagna lontana che dai vetri della sala si scorgeva,
verde e dorata nel vasto abbagliamento del sole.
Chi pensava ai fili d'erba che crescevano là, alle foglie che vi brillavano,
agli uccelli per cui cominciava la stagione felice, alle lucertole acquattate al
primo tepore del sole, alle righe nere delle formiche tra un solco e una breve
radura?
Un villano passa e schiaccia con le scarpacce ferrate quei fili d'erba,
schiaccia una moltitudine di quelle formiche.
Fissarne una fra tante e seguirla con gli occhi per un pezzo, immedesimandosi
con essa così piccola e incerta tra il va e vieni delle altre. Fissare tra tanti
un filo d'erba, e tremare con esso a ogni lieve soffio d'aria. Poi alzar gli
occhi a guardare altrove; quindi riabbassarli a ricercar tra tanti quel filo
d'erba, quella formichetta, e non poter più ritrovare né l’uno né l’altra... Mai
più.
Che cos’era?
Un improvviso silenzio nella tavolata. Romualdo Borghi s’era levato per il
brindisi. La Roncella guardava smarritamente il marito, il quale le faceva cenno
d’alzarsi anche lei, subito. Si alzava, turbata, con gli occhi bassi. Ma che
avveniva di là, nell’angolo ov’era seduto il marito?
Giustino Boggiòlo s’era voluto alzare, come se toccasse anche a lui il brindisi
del Borghi. Ritto in piedi, militarmente. E invano Dora Barmis da un lato e
Casimiro Luna dall’altro lo tiravano giù per le falde della marsina:
- Giù lei! Giù lei! Stia seduto! Che c’entra lei?
Non ci fu verso di farlo sedere. Venuto in frak di mezzogiorno, volle riceversi
anche lui, come marito, il brindisi del Borghi alla moglie.
- Gentili signore, signori cari!
- aveva cominciato il Borghi col mento sul
petto e gli occhi chiusi.
- È una bella e ricordevole ventura per noi tutti il
poter dare su la soglia d’una nuova vita il benvenuto a questa giovine forte,
già avviata e qua giunta con passo di gloria.
- Benissimo!
- esclamarono due o tre.
Giustino Boggiòlo volse gli occhi lustri in giro e notò con piacere che tre dei
giornalisti intervenuti prendevano appunti.
"Passo di gloria"
- benissimo. Poi guardò il Raceni per domandargli se aveva
comunicato al Borghi il titolo del dramma di Silvia scritto in quel cartellino
che gli aveva porto prima di sedere a tavola; ma il Raceni stava attentissimo al
brindisi e non si voltava. Giustino Boggiòlo cominciò a struggersi dentro.
- Che dirà Roma,
- seguitava intanto il Borghi che aveva sollevato il capo e
tentava d’aprire gli occhi,
- che dirà Roma, l’immortale anima di Roma all’anima
di questa giovine? Pare, o signori, che la grandezza di Roma ami piuttosto la
severa maestà della Storia anziché gli estri immaginosi dell’Arte. L’epopea di
Roma, o signori, è nelle prime deche di Livio; negli Annali di Tacito è la
tragedia. (Bene! Bravo! Benissimo!).
Giustino Boggiòlo s’inchinò agli applausi, benché con gli occhi fissi sempre al
Raceni che non si voltava ancora. La Barmis tornò a tirargli le falde della
marsina.
- La parola di Roma è la Storia: e questa voce sopraffà qualunque voce
individuale...
Oh ecco, ecco, il Raceni si voltava, approvando col capo. Subito Giustino
Boggiòlo, con gli occhi che gli schizzavano dalle orbite per l’intenso sforzo
d’attirar l’attenzione di lui, gli fece un segno. Il Raceni non capiva.
- Ma il Giulio Cesare, o signori? ma il Coriolano? ma l’Antonio e Cleopatra? I
grandi drammi romani dello Shakespeare...
"Quel rotoletto di carta che le ho dato..." dicevano intanto le dita di Giustino Boggiòlo, aprendosi e chiudendosi con stizzosa smania, poiché il Raceni non
comprendeva ancora e lo guardava come sbigottito.
Scoppiarono applausi, e Giustino Boggiòlo tornò a inchinarsi meccanicamente.
- Scusi, è Shakespeare lei?
- gli domandò sottovoce Casimiro Luna.
- Io? Nossignore.
- E dunque segga, segga!
- gli disse Dora Barmis.
- Chi sa quanto durerà questo
magnifico brindisi!
- ... per tutte le vicende, o signori, d’una evoluzione infinita! (Bene! Bravo!
Benissimo!) Ora il tumulto della nuova vita vuole una voce nuova, una voce
che...
Finalmente! aveva capito il Raceni; si cercava in tasca... Sí, eccolo là il
rotoletto di carta...
- Questo?
- Sí, sí!
Ma come più darlo al Borghi ormai? Se n’era dimenticato... Troppo tardi, adesso.
. . Ma via, stésse sicuro il Boggiòlo; avrebbe pensato lui a comunicare quel
titolo ai giornalisti, dopo il pranzo.
Tutto questo discorso fu tenuto a furia di cenni, da un capo all’altro della
tavola.
Nuovi applausi scoppiarono. Il Borghi si voltava a toccare col calice il calice
della festeggiata: il brindisi era finito, con gran sollievo di tutti. E i
commensali si levarono, anch’essi coi calici in mano, e s’accostarono in fretta
alla Roncella.
- Io tocco con lei; tanto, è lo stesso!
- disse Dora a Giustino.
- Sissignora, grazie!
- rispose questi, stordito dalla stizza.
- Ma santo Dio,
ha guastato tutto!
- Io?
- domandò la Barmis.
- No, signora, il Raceni. Gli avevo dato il titolo del coso... del dramma, e ha
visto che ha fatto? se l’è ficcato in tasca e se l’è dimenticato! Queste cose
non si fanno! Il senatore, tanto buono... Oh, ecco, scusi, signora, mi chiamano
di là i giornalisti... Grazie, Raceni. Il titolo del dramma? Lei è il signor
Mola? Sí, della Capitale, lo so. Grazie, fortunatissimo. Sono il marito,
sissignore: da un anno e mezzo. In quattro atti. Il titolo? L’isola nuova. Lei è
Centanni? Fortunatissimo... Suo marito, sissignore. L’isola nuova, in quattro
atti. Già lo traducono in francese, sa? Lo traduce il Deriches, sissignore.
Deriches, sissignore, così. Lei è Federici? Fortunatissimo... Suo marito,
sissignore: l’ho sposata da un anno e mezzo. L’isola nuova. Anzi, guardi, se
volesse avere la bontà d’aggiungere che non è propriamente un dramma...
- Boggiòlo! Boggiòlo!
- venne a chiamarlo di corsa il Raceni.
- Che cos’è?
- Venga! La sua signora si risente male. Meglio andar via.
- Eh,
- fece dolente il Boggiòlo tra i giornalisti, inarcando le ciglia e
aprendo le braccia.
Lasciò intendere così di che genere fosse il male della mogliettina, e accorse.
- Lei è un gran birbante!
- gli diceva poco dopo Dora Barmis, facendogli gli
occhiacci e stringendogli le braccia.
- Lei si deve stare quieto, ha capito?
quieto. Ora vada! vada! Ma non si dimentichi di venire da me, presto. Gliela
farò io allora la ramanzina, malacarne!
E lo minacciò con un dito, mentr’egli, inchinandosi e sorridendo a tutti,
vermiglio, confuso, felice, si ritraeva con la moglie e il Raceni dal terrazzo.
Nella cupa quiete del mattino cinereo quel profondo cortile di
vecchia casa, umido e quasi bujo, pareva sussultasse di tratto in
tratto alla domanda che, con voce cornea e un verso che accorava, vi
lanciava un grosso pappagallo da una finestra a mezzanino.
- Che si fa?
Era il pappagallo della signorina Ely Facelli, di quella vecchina
molto incipriata e col parrucchino biondo che aveva assistito al
banchetto in onore della Roncella. Locataria d’un appartamento di
quella casa, ne aveva ceduto alcune stanze in subaffitto a Giustino
Boggiòlo, per intercessione del Raceni.
Poste lí sul cortile, quelle stanze non erano allegre. E c’era poi
la delizia di questo pappagallo a cui d’ora in ora la signorina Ely,
stropicciandosi le manine fredde e ben curate, veniva a dimostrare
con quella domanda la sua premura quasi materna:
- Che si fa?
Naturalmente la stupidissima bestia ne aveva preso il vezzo, e
quella domanda pareva rivolgesse per suo conto quant’era lunga la
giornata, a tutti gl’inquilini della casa:
- Che si fa?
Da tutti i quattro piani gl’inquilini gli rispondevano, ciascuno a
suo modo, sbuffando, secondo la qualità e il fastidio delle proprie
occupazioni in quel momento:
- Mi lavo!
- Accendo il fuoco!
- Sudo!
- Mi soffio il naso!
E qualcuno, anche peggio: piano, tra sé, non potendo forte, da certi
posti.
Una voce baritonale gli rispondeva sempre a un modo, costantemente,
a tutte le ore del giorno:
- M’annòòòjo!
Era la voce del signor Ippolito Roncella, zio della scrittrice.
Impiegato a riposo, invece di ritirarsi a Taranto sua città natale,
dove, morto il fratello, non avrebbe trovato più nessuno della sua
famiglia, era rimasto a Roma per ajutare (diceva) con la sua
pensione la nipote venuta da circa tre mesi a stabilirsi nella
Capitale col marito. Ma già se n’era pentito, e come!
Non poteva soffrire quel suo nuovo nipote, Giustino Boggiòlo.
Che è l’afa? Ristagno di luce in basso, che snerva l’elasticità
dell’aria. Quel suo nuovo nipote era come l’afa: s’indugiava a far
luce, la più inutile luce, terra terra; vale a dire a spiegare le
cose più ovvie, più chiare, come se le vedesse lui solo e gli altri,
senza il suo lume, non le potessero vedere.
Soffiava, il signor Ippolito, soffiava piano piano prima, per non
offenderlo; alla fine, non potendone più, sbuffava e sbatteva anche
le mani per restituire l’elasticità all’aria da respirare.
Per fargli dispetto, intanto, invece di starsene nella sua stanza
ch’era forse la migliore dell’appartamentino, se ne stava quasi
tutto il giorno nello studiolo arredato di vecchi mobili, se non
meschini, certo molto comuni; e lí dàgli a fumare, non ostante che
il medico lo avesse ammonito più volte di smettere, se non voleva
incorrere in qualche serio malanno. Ma sapeva che Giustino non
poteva soffrire il fumo. A certi terribili assalti di tosse per
l’intossicamento dei bronchi, strozzato, paonazzo in volto, con gli
occhi schizzanti dalle orbite, tempestava coi pugni, coi piedi, si
convelleva; ma seguitava a fumare perché Giustino non poteva
soffrire il fumo. E fumando, si lisciava con una mano su la spalla
il fiocco d’un berretto da bersagliere che teneva sempre in capo.
Come un poppante la poppa della mamma, così egli, fumando in quella
sua grossa pipa di schiuma, aveva bisogno di lisciare qualcosa, e
non volendo la magnifica barba grigia ricciuta, lavata e pettinata
ogni mattina con grandissima cura, si faceva venire su la spalla con
una mossa del collo il fiocco di quel berretto da bersagliere e si
metteva a lisciar quello.
Fumando e lisciando, pensava.
Pensava che sua nipote Silvia l’aveva fin da ragazza, quel viziaccio
di scribacchiare. Quattro, cinque libri aveva stampato, e forse più.
Ma non s’aspettava dovesse arrivargli a Roma letterata già famosa.
Uh, il giorno avanti, le avevano offerto finanche un banchetto
tant’altri pazzi scribacchiatori, come lei. Non era però cattiva, in
fondo, no; anzi non pareva nemmeno che avesse, povera figliuola,
quella specie bacamento cerebrale. Ma c’era il marito, quell’afoso,
insoffribile marito che glielo stuzzicava e fomentava in tutti i
modi. Aveva comperato di seconda mano una macchina da scrivere e
ogni sera dopo cena stava fino a mezzanotte, fino al tocco, fino
alle tre, a sonare su quel pianofortino lí, per ricopiare tutto
quello che la moglie aveva scombiccherato durante giornata: il
materiale, come lo chiamava, da mandare il giorno appresso alle
rassegne, agli editori, ai traduttori, coi quali era in continua
corrispondenza. Ecco là lo scaffale a casellario; e poi registri,
copialettere. Commercio, con tutti i sagramenti. Di che? Di fumo.
Ma pareva si cominciasse davvero a smerciare oh, quel fumo; e dallo
smercio, a cavar qualche profitto.
Segno che il numero dei pazzi al mondo è in continuo aumento.
C’è la vita, piena di infinite assurdità, le quali non han neppur
bisogno di parere verosimili, perché sono vere. Ebbene, nossignori.
Sforzarsi d’inventarne di verosimili, perché pajano vere. Quelle
vere della vita non bastano. Anche verosimili! E un uomo, Signore
Iddio, un uomo che ci faceva sù bottega!
E anche, per giunta, quella signorina Facelli, che ormai alla sua
età, avrebbe dovuto vergognarsi e sentire il dovere d’esser seria!
Bacata anche lei, non del verme solitario della letteratura, ma del
tarlo dell’erudizione e della tignola della storia. Aveva scoperto
questa sciagurata, villeggiando a Catino presso Farfa, una certa
lapide latina nella chiesetta di Sant’Eustachio, e aveva composto
(lei così piccolina) una mastodontica opera Dell’ultima dinastia
longobarda e dell’origine del potere temporale dei Papi (con
documenti inediti), nella quale aveva dimostrato, contro il
Gregorovius nientedimeno, che Adelchi non era morto in Calabria, ma
nel catino; cioè lí a Catino, sissignori, presso Farfa; e ora
s’aspettava che il suo caro inquilino Boggiòlo facesse, come aveva
promesso, il miracolo di trovarle un editore e, chi sa, fors’anche
poi un traduttore (tedesco, s’intende) per quella sua mastodontica
opera ancora inedita. Intanto gli stava attorno premurosa a fargli
continue e pressanti esibizioni d’ogni servizio.
Eccola qua.
- S’accomodi, s’accomodi,
- brontolò il signor Ippolito senza
scomporsi, udendo dietro l’uscio dello studiolo la vocina dolce
dolce che chiedeva:
- Si può?
Veniva, com’al solito, a dar lezione d’inglese a Giustino, dalle
otto alle nove. Gratis. Perché, come si poteva argomentare dal
parrucchino biondo arricciolato che teneva sulla fronte dentro una
reticella invisibile, era mezzo inglese, inglese per parte di madre,
la signorina Ely Facelli. Rimasta nubile per aver fatto con
l’occhialino analisi troppo sottili in gioventù sul naso un tantino
storto o sulle mani un tantino grosse di questo o di quel
pretendente, pentita troppo tardi di tanta schifiltà, era adesso
tutta miele per gli uomini; ma non pericolosa. Il signor Ippolito
s’ostinava a chiamarla La Longobarda.
- Ben levato, buon giorno, signor Ippolito,
- disse entrando con
molti inchini e spremendo dagli occhi e dal bocchino un sorrisetto
di cui avrebbe potuto fare a meno, poiché il signor Ippolito aveva
abbassato subito gli occhi per non vederla, brontolando:
- Bene a lei, signorina. Tengo in capo, al solito, e non mi alzo,
perché già lei qua è come di casa, si sa.
- Ma sí, grazie, stia
comodo, per carità! – s’affrettò a dire la signorina Ely,
protendendo le manine piene di giornali.
Poi domandò:
- E forse
ancora a letto il signor Boggiòlo? Sono venuta di furia perché ho
letto... ah sapesse quante belle cose della festa di jeri in questi
giornali! Riportano il magnifico brindisi del senatore Borghi,
annunziano con tanti augurii il dramma della signora Silvia! Chi sa
quanto dev’esserne contento il signor Giustino!
- Piove, no?
- Come dice?
- Non piove? Mi pareva che piovesse.
La signorina Ely
conosceva il vizio del signor Ippolito di dare quelle brusche
giratine al discorso, quando non gli garbava; pur non di meno,
questa volta, restò un po’ confusetta: raccapezzatasi, rispose
frettolosamente:
- No no; ma sa? starà poco forse. È nuvolo. Tanto bello jeri, e
oggi... Ah jeri, jeri, una giornata che mai più! Una giornata...
Come dice?
- Doni,
- muggí il signor Ippolito,
- doni, dico, del Padreterno,
signora mia, messo di buon umore dall’allegria degli uomini. Be’,
come vanno, come vanno codeste lezioni d’inglese?
- Ah, benissimo!
- esclamò la vecchia signorina.
- Dimostra
un’attitudine, il signor Giustino, a imparare le lingue
un’attitudine che mai più! Già il francese, proprio bene; l’inglese
fra quattro o cinque mesi (forse prima) lo parlerà discretamente.
Attaccheremo poi subito col tedesco.
- Anche il tedesco?
- Eh sí, non potrebbe farne a meno. Serve, serve tanto, sa?
- Per i suoi Longobardi?
- Lei scherza sempre coi miei Longobardi, cattivo!
- disse la
signorina Ely.
- Gli serve per veder chiaro nei contratti che fa,
per sapere a chi affida le traduzioni, e poi per rendersi conto del
movimento letterario; per leggere gli articoli, le critiche dei
giornali.
- E per morire? non gli serve? dica un po’!
- Come sarebbe, per morire?
- Che deve morire, scusi, non ci pensa mai, il signor Giustino?
La signorina Ely parò le manine, inorridita.
- Oh! Che dice mai, signor Ippolito!
- Mah!
- esclamò, scrollandosi, il signor Ippolito.
- Quando vedo
fare (anche a lei, scusi) certe cose che mi sembra possano esser
fatte soltanto per ischerzo... Sa che cosa è questa?
E con la mano sotto il mento sollevò delicatamente la magnifica
barba.
La signorina Ely guardò con tanto d’occhi.
- Eh, una barba...
- Barba. Appunto. E questa è una manica. Manica di giacca. Stoffa di
lana. Un po’ pelosa. E questo sa cos’è? Un fiocco di berretto da
bersagliere. Ecco. Non so se mi sono spiegato. Cose tutte, cara
signorina, che si possono toccare. Toccare. Ha capito? Aspetti.
Si tirò, con uno strappo netto, un pelo della barba, più per dare
uno sfogo alla stizza che man mano parlando gli cresceva, che per
dare un altro esempio, e mise quel pelo sulla mano della signorina
Ely che guardava imbalordita.
- Prenda. Pelo di barba. Vero. Non so se mi sono spiegato. E guardi
adesso tutta la sua letteratura.
Trasse dalla pipa una grossa boccata di fumo, e la soffiò.
- Non so se mi sono spiegato. Ma ecco qua il signor Giustino,
-
s’interruppe improvvisamente, balzando in piedi.
- Lo riconosco al
passo!
Difatti il nipote entrava per prendere la lezione d’inglese, prima
di recarsi all’ufficio.
Doveva aver dormito male. Era molto accigliato. Diede due diversi
"Buon giorno" alla signorina Ely e allo zio che si disponeva a
uscire dallo studiolo appestato dal fumo; appena lo vide uscire,
corse a spalancare la finestra, stronfiando.
- Ha veduto i giornali?
- gli domandò subito per richiamarlo a una
cosa piacevole, la signorina Ely.
- Sissignora, li ho di là,
- rispose, brusco, Giustino.
- Li aveva
portati anche lei? Grazie. Eh, devo comperarne ancora tanti!
Bisognerà mandarne via parecchi. Ma ha visto che razza di
pasticcioni codesti signori giornalisti?
- Mi pareva che...
- arrischiò la signorina Ely.
- Quando le cose non si sanno,
- la interruppe, brusco, Giustino
-
non si dicono, o, se si vogliono dire, si domandano prima a chi le
sa, come stanno e come non stanno. Non fossi stato là! Ero là,
pronto a dare tutte le spiegazioni possibili e immaginabili, tutti i
chiarimenti; che c’entrava cavarsi dalla manica certe fandonie? Il
Lifjeld qua... no, dov’è? su la Tribuna, diventato un editore
tedesco. E poi, guardi: Deloche... qua, Deloche invece di Deriches.
Non sanno neanche il francese; e fanno i giornalisti! Deloche... Mi
dispiace perché debbo mandare i giornali anche in Francia; e così,
con la correzione a penna, bella figura ci facciamo!
- Come sta, come sta la signora Silvia?- domandò la Facelli, per non
insistere su quel tasto che sonava male.
Sonò peggio quest’altro.
- Mi lasci stare!
- sbuffò Giustino, buttando sulla scrivania i
giornali.
- Una nottataccia!
- Eh, l’emozione...
- Ma che emozione! Quella, emozione? Perché lei lo sappia, è una
donna, quella, che non la smuove neanche il Padre eterno! Tanta
gente convenuta là per lei, il fior fiore della letteratura e del
giornalismo, il Gueli, il Borghi: crede che le abbia fatto piacere?
Nemmen per sogno. Già, ha visto? ho dovuto trascinarla per forza. E
le giuro su l’anima di mio padre Signorina, che questo banchetto è
venuto da sé, voglio dire in mente al Raceni, a lui soltanto; io non
ci sono entrato per nulla. Mi pare che, dopo tutto, sia riuscito
bene.
- Benissimo, come no?
- approvò subito la signorina Ely.
- Una festa
che mai più!
- Be’, a sentir lei,
- fece Giustino,
- dice e sostiene che ha fatto
una pessima figura.
- Chi?
- esclamò la signorina Ely battendo le mani.
- La signora
Silvia? Ma chi lo dice?
- Chi lo dice? Lo dice lei! Ridendo, lo dice. Perché non gliene
importa nulla, dice. Ora, si deve stare o non si deve stare sulla
breccia? Per prima cosa io voglio saper questo. Perché io faccio, io
faccio; ma se poi lei invece di secondarmi, di ajutarmi, vuol
tirarsi indietro e mettermi come si dice i bastoni tra le ruote...
Insomma, chi scrive? Scrive lei; mica scrivo io! E se la cosa va,
domando e dico perché non dobbiamo fare in modo che vada il meglio
possibile?
- Ma sicuro!
- approvò di nuovo, convintissima, la signorina Ely.
Giustino stette un po’ a guardarla; poi le si accostò e le fece,
piano, questa confidenza:
- Avrà ingegno; saprà magari scrivere; ma certe cose, creda pure,
non le capisce. E non parlo d’inesperienza, badi. Due volumi,
buttati via così, prima di sposare me, senza contratto. Una cosa
incredibile! Appena posso farò di tutto per riscattarli, quantunque
per i libri ormai illusioni non me ne faccia più. Il romanzo sí, il
romanzo va; ma non siamo in Inghilterra e nemmeno in Francia. Ora ha
fatto il dramma si è lasciata persuadere. Io non me n’intendo.
L’ha letto il senatore Borghi e dice che... sí, l’esito non si può
prevedere, ma gli piace; è una cosa... non so com’ha detto...
classica, mi pare... sí, e poi un’altra cosa, classica e... non
ricordo più. Ora, se l’imbrocchiamo col teatro, capirà, signora mia,
può essere la nostra fortuna.
- Eh altro!
- esclamò la signorina Ely.
- Ma dobbiamo prepararci,
- soggiunse con stizza Giustino, giungendo
le mani – C’è aspettativa, curiosità. Ora c’è stato questo
banchetto. Io ho potuto vedere che è piaciuta.
- Moltissimo!
- Guardi, l’ha invitata la marchesa Lampugnani, che ho sentito dire
è tra le prime di Roma; l’ha invitata anche quell’altra, che ha pure
un salotto molto ricercato... come si chiama? la Bornè-Laturzi.
Bisogna andare, non è vero? Mostrarsi. Ci vanno tanti giornalisti.
Sarà utile che lei li veda, parli con loro, si faccia conoscere,
apprezzare. Ebbene, chi sa quanto mi farà penare per persuaderla!
- Forse perché,
- arrischiò impacciata la signorina Ely,
- forse
perché si trova in quello stato...
- Ma no!
- negò subito Giustino.
- Ancora per due o tre mesi non
parrà neppure; potrà presentarsi benissimo! Le ho detto che le farò
un abito nuovo. Anzi, ecco, volevo dirle appunto questo, Signorina,
se lei mi sapesse indicare una buona sarta, senza troppe pretese,
perché... aspetti, scusi; e se poi mi volesse accompagnare per la
scelta di quest’abito e... e anche, sí, a persuadere Silvia che,
santo cielo, si lasci guidare e faccia quello che deve. Il dramma
andrà in scena verso i primi di novembre.
- Ah, così tardi?
- No, anzi è presto. La buona stagione per i teatri comincia sempre
a novembre. E aspettare non mi dispiace. Il terreno non è ancora
preparato come vorrei. Conosco pochi. Il vero chiodo è Silvia,
Silvia ancora così impacciata. Abbiamo ancora davanti a noi parecchi
mesi. Vorrei concertare un programmino. Per me, non ce ne sarebbe
bisogno; ma per Silvia... Mi fa stizza, creda. non che si ribelli ai
consigli; ma non vuole forzarsi per nulla a investirsi della sua
parte, a vincere insomma la propria indole...
- Schiva, già!
- Come dice?
- Indole schiva, dicevo.
- Sí; le mancano le maniere, ecco. Schiva; mi piace questa parola;
bisogna che me la tenga a mente. Sí, schiva. Un po’ di scuola, di
quella che intendo io, le sarebbe più necessaria del pane. Mi sono
accorto, cara signorina, che c’è come una tacita intesa tra tanti
che si riconoscono all’aria: basta che pronunzino un nome, il
nome... aspetti, com’è?... di quel poeta inglese di Piazza di
Spagna, morto giovane...
- Keats! Keats!
- gridò la signorina Ely, come toccata nel cuore.
- Chizzi, già... questo! Appena dicono Chizzi, hanno detto tutto:
non c’è più bisogno di niente: si sono capiti. Oppure dicono, non
so, il nome d’un pittore olandese, com’è?
- Van Gogh?
- Questo, già: sono quattro, cinque di questi nomi difficili; li
pronunziano scambiandosi uno sguardo d’intelligenza, e fanno una
figurona! Lei ch’è tanto dotta, signorina, mi dovrebbe far questo
piacere: insegnarli a Silvia.
E come no? Promise, felicissima, la signorina Ely; e aveva la sarta,
intanto, e per l’abito (un bell’abito nero, no? di stoffa lucida)
bisognava farlo in modo...
- naturalmente!
- ...sí, che si possa, insomma...
- Naturalmente!
- ...a mano a mano...
- naturalmente, allargare. Vorrei che si andasse domani insieme a
comperarlo.
Stabilito questo, Giustino trasse dal cassetto della scrivania
alcuni albums e li mostrò, sbuffando.
- Guardi, quattro, oggi!
Un affar serio, quegli albums. Ne piovevano da tutte le parti.
Ammiratrici, ammiratori che, direttamente o per mezzo del Raceni o
anche del senatore Borghi, chiedevano un pensiero o la semplice
apposizione della firma. A dar retta a tutti, Silvia avrebbe perduto
chi sa quanto tempo. È vero che, per ora, faceva poco, in
considerazione dello stato in cui si trovava; ma a qualche lavorino
leggero tuttavia attendeva. La seccatura di quegli albums se l’era
perciò accollata lui: vi scriveva lui i pensieri invece della
moglie. Non se ne sarebbe accorto nessuno, perché sapeva imitare
appuntino la scrittura e la firma di Silvia. I pensieri li traeva
dai libri di lei già stampati; anzi, per non star lí ogni volta a
sfogliare e cercare, se n’era ricopiati una filza in un quadernetto,
e qua e là ne aveva anche inserito qualcuno suo, che poteva passare.
In quelli della moglie s’era arrischiato a far di nascosto qualche
correzioncina ortografica, perché, leggendo nei giornali gli
articoli di scrittori raffinati (come per esempio il Betti, che
aveva trovato tanto da ridire sulla prosa di Silvia) s’era accorto
che costoro scrivevano, chi sa perché, con lettera majuscola certe
parole. Ebbene, anche lui, ogni qualvolta nei pensieri di Silvia ne
trovava qualcuna majuscolabile, là, una bella majuscola! Santo
cielo, se si poteva fare con così poca spesa una migliore figura...
Sedettero alla fine, maestra e scolaro, davanti la scrivania.
- Perché faccio tutto questo io?
- sospirò Giustino.
- Me lo sa dire
lei?
Aprí la grammatica inglese e la porse alla signorina Ely.
- Forma negativa,
- cominciò poi a recitare con gli occhi chiusi.
-
Present tense: I do not go, io non vado; thou dost not go, tu non
vai; he does not go, egli non va...
Ma per la scuola di grandezza a cui intendeva assoggettar la
moglie selvatica e riluttante, per quanto timida e docile in
apparenza, Giustino vedeva che quella brava signorina Facelli
non poteva bastare, e che c’era bisogno di ben altra maestra.
Piemontese montanaro testardo, voleva a qualunque costo superar
tutti gli ostacoli di quella via per cui s’era messo a caso e
del tutto impreparato; e arrivare fino a dare alla moglie, se
non proprio la ricchezza, che non gli pareva possibile, almeno
tutti quei maggiori profitti finanziarii che si potevano cavare
speculando sulla fama di lei. Certo, non era una buona partita
da trattare, né facile. Bisognava prenderci un po’ di gusto. E
lui a poco a poco ce l’aveva preso; se nera anzi infervorato
tanto che il cuore, si può dire, non gli batteva più per altro.
Gli premeva il guadagno, ma non per il guadagno, bensí perché
era la prova, lí ballante e sonante, di quel che voleva
dimostrare a quella sua moglie troppo sulle nuvole e inesperta,
cioè che accanto a lei c’era un uomo.
Il ritegno di Silvia lo irritava sopra tutto perché non gli
pareva logico. Se seguitava a scrivere, santo cielo, che
c’entrava poi tutto quel ritegno, quel farsi quasi strappar di
mano ciò che aveva scritto, perché lui glielo facesse fruttare
in fama e denaro?
- Le cose si fanno o non si fanno.
Aveva ancora bisogno anche lui di un po’ di pratica e fors’anche
di qualche consiglio; ragion per cui, quel giorno stesso,
all’uscita dall’Archivio Notarile, decise di recarsi in casa di
Dora Barmis, maestra ben più sapiente della signorina Ely
Facelli.
Appoggiata alla cassapanca della saletta d’ingresso trovò una
stampella, su la stampella un cappello a cencio. La bussola che
metteva nel salotto, chiusa. Soffuso nella penombra il color
verde giallino della carta a scacchi applicata ai vetri.
- Ma no, no, no! v’ho detto no, dunque basta! – s’intese gridare
di dentro, irosamente.
La servetta, venuta ad aprirgli, restò a questo grido un po’
perplessa se entrare in quel momento ad annunziarlo.
- Disturbo?
- domandò Giustino, un po’ sbigottito.
La servetta si strinse nelle spalle, poi si fece coraggio,
picchiò sul vetro della bussola, aprí.
- Ah, voi Boggiòlo? Che piacere! Entrate, entrate,
- esclamò
Dora Barmis protendendo il capo e sforzandosi di comporre subito
a un’aria sorridente il volto alterato dallo sdegno e dal
dispetto.
Giustino Boggiòlo entrò un po’ titubante, inchinando il capo
anche a Cosimo Zago che, pallidissimo, s’era levato su un piede
e si reggeva penosamente su la spalliera d’una seggiola,
spenzolando l’altra gambina rattratta.
- A rivederla,- disse lo Zago alla Barmis, con voce che voleva
parer calma.
- Addio,
- gli rispose subito Dora, sprezzante, senza guardarlo;
e tornò a sorridere a Giustino.
- Sedete, sedete, Boggiòlo. Come
siete stato bravo... Ma tardi, eh?
Appena lo Zago, zoppicando malamente, fu uscito, fece un balzo
sulla seggiola, con le braccia levate, sbuffò, poi prese a dire
precipitosamente:
- Non ne potevo più! ah caro amico, non ne potevo più, grazie,
grazie d’esser venuto a liberarmi, non ne potevo più!
- E
seguitò, tirando un gran respiro:
- Ah, come vi fa pentire la
gente d’avere un po’ di cuore! Ma se un uomo disgraziato viene a
dirvi: "Sono brutto, sono storpio", che gli rispondete voi? "No,
caro, perché? Pensate che la natura v’ha poi compensato con
altri doni". È la verità. Sapeste che bei versi sa fare quel
poverino! Lo dico a tutti; l’ho detto anche a lui; ma così, tout
bonnement, come si può dire a un collega. Ora me ne fa pentire.
È inutile, c’est toujours ainsi. Non dovevo dirglielo; sapete
perché? perché sono donna. Non ci penso neppure, tante volte,
che sono donna, ve l’assicuro. Me ne dimentico, me ne dimentico
così facilmente! Sapete come me ne ricordo? Vedendo certuni che
mi guardano in un certo modo... Oh Dio! Scoppio a ridere. Ma
già, dico tra me, davvero! sono donna! Che cosa triste... E poi,
ormai vecchia, no? Sù... eh perbacco! fatemi un complimento,
dite che non sono vecchia!
- Non c’è mica bisogno di dirlo,
- fece Giustino, arrossendo.
Dora Barmis scoppiò a ridere al suo solito.
- Caro! Caro! Vi vergognate? Ma no, via, non ci pensate!
Prendete il tè? un vermouth? Ecco, fumate.
E gli porse con una mano la scatola delle sigarette, mentre con
l’altra premeva il bottone del campanello elettrico sotto il
palco che reggeva tanti libri e ninnoli e statuette e ritratti,
sospeso là su l’ampio divano ad angolo, ricoperto di stoffe
antiche.
- Grazie, non fumo,
- disse Giustino.
Dora posò la scatola delle sigarette sul tavolino basso, a due
piani, che stava davanti al divano. Entrò la servetta.
- Porta il vermouth. A me, il tè. Qua, Nina; preparo io.
Poco dopo, la servetta rientrò con la tejera, col vermouth e le
paste in una coppa argentata. Dora versò il vermouth a Giustino
e gli disse:
- Di ben altro, ora che ci ripenso, dovreste vergognarvi voi,
bel tomo! E questo, badate, ve lo dico ora sul serio.
- Di che?
- domandò Giustino, che già aveva capito: tanto vero
che schiuse le labbra sotto i baffi a un sorrisino fatuo.
Dora ripigliò, agitando un dito e con un tono di minaccia e di
severo ammonimento:
- Voi avete dalla natura un sacro deposito, Boggiòlo! (Prendete
questo fondant). Vostra moglie non appartiene solamente a voi. I
vostri diritti, caro, devono essere limitati. Voi magari, se
vostra moglie non ne soffre... Dite un po’, è gelosa di voi,
vostra moglie?
- Ma no. Del resto, non posso dirlo, perché...
- ...non le avete mai fatto il più piccolo torto, non è vero?
Siete dunque davvero un bravo figliuolo. Si vede. Ma troppo
bravo forse, eh? Dite la verità. No, no, voi dovreste
risparmiarla, Boggiòlo. Del resto, gli uomini dànno un brutto
nome alla cosa...
Chiuse il medio e l’anulare d’una mano e mostrò a Giustino
graziosamente le corna. Rise, e aggiunse:
- Pesano sulla testa degli uomini. Una donna di spirito non
dovrebbe curarsene. Le hanno anche le farfalle... E sapete come
si chiamano quelle delle farfalle? Antenne, caro. Si chiamano
antenne. Un uomo può avere, spesso di nascosto, le corna. La
donna porta sempre sperticatissime antenne (di farfalla,
s’intende!). Sù, caro. Sù, gli occhi. Perché non mi guardate? Vi
sembro molto curiosa? Oh, bravo: così. Vi dico sul serio. Non si
dev’essere troppo bravo marito, quando si ha una moglie come la
vostra. Conoscete la poetessa Bertolè Viazzi? Non è venuta al
banchetto, perché, povera donna...
- Anche lei?
- domandò Giustino, afflitto.
- Eh, ma molto più grave!
- esclamò Dora.
- Ha un marito
addirittura terribile quella lí!
Giustino si strinse nelle spalle:
- D’altra parte...
- Ma che d’altra parte!
- scattò Dora.
- Bisogna che il marito
in certi casi abbia considerazione. Pensate: da quattro anni la
Bertolè lavora a un poema. Lo sappiamo tutti. Ebbene, saperla,
povera donna, con una gestazione come quella nella testa, un
poema, vi dico! e poi, nello stesso tempo, vederla deformata nel
ventre da un’altra gestazione, no via! è una soperchieria
crudele! crudele!
- Capisco,
- fece Giustino angustiato.
- E creda che è seccato
molto anche a me. Ma Silvia durante tutto questo tempo non farà
nulla.
- E sarà un tempo prezioso sprecato!
- Lo dice a me? Sprecato; non solo, ma la famiglia che cresce; e
chi sa poi quante spese... e poi la lontananza, perché il
bambino dovremo mandarlo via, a bàlia, dalla nonna...
- A Taranto?
- No, a Taranto. La mamma di Silvia è morta da tanti anni. Da
mia madre, a Cargiore.
- Cargiore?
- domandò Dora, sdrajandosi tutta sul divano. –
Dov’è Cargiore?
- In Piemonte, signora. Oh, un villaggetto sparso, di poche
case, sopra Giaveno.
- Perché voi siete piemontese, già. E come mai avete sposata la
Roncella meridionale?
- Mah! Mi mandarono a Taranto, dopo il concorso...
- Uh, poverino.
- Un anno e mezzo d’esilio, creda!
- Non dovreste rimpiangerlo più...
- Ah, certo! Fortuna per me, che il padre di Silvia, allora mio
capo...
- All’Archivio?
- Capo-archivista, sissignora. Oh, un buon impiego, per questo!
Mi prese subito a benvolere...
- E voi, birbante, gl’innamoraste la figliuola letterata?
- Eh, per forza...
- sorrise Giustino.
- Come, per forza?
- Dico per forza, perché, vacci oggi vacci domani: un povero
giovane, là solo... Lei non può capire che cosa sia. Vissuto
sempre con la mamma, abituato alle cure di lei... L’onorevole
Datti, deputato del mio collegio, m’aveva promesso che presto
m’avrebbe fatto chiamare a Roma, all’archivio del Consiglio di
Stato. Ma sí, le promesse dei deputati! E poi, anche se il Datti
avesse mantenuto la promessa, mia madre non avrebbe potuto
raggiungermi a Roma. Dovevo prender moglie.
- Ed ecco, caro Boggiòlo, perché le mogli ingannano i mariti!
-
sospirò Dora.
Giustino ne fu stordito.
-
Non capisco...
- Ma sí, caro! Perché gli uomini che ragionano così, son proprio
quelli che una donna non vorrebbe avere.
- Silvia, veramente...
- si provò a obbiettare Giustino.
- Oh, lo so bene, ne sono convinta,
- lo interruppe subito Dora.
- Ma il vostro errore è nel credere che vostra moglie sia una
donna.
- Non è una donna?
- No, caro.
- E che è allora?
- È Silvia Roncella.
- Ma io, sa? non m’innamorai di Silvia perché letterata.
Tutt’altro! Non ci pensavo neppure, allora, alla letteratura.
Sapevo, sí, che Silvia aveva stampato due libri; ma questo anzi
per me... Basta!
- No no, raccontate, raccontate,
- lo incitò Dora.
- Mi fate
tanto piacere.
- C’è poco da raccontare,
- disse Giustino.
- Quando andai la
prima volta in casa di lei, m’immaginavo di trovare... non so,
una giovine con la testa accesa. Ma che! Già lei l’ha veduta!
- Ah sí, un amore!
- Il padre, mio suocero, buon’anima...
- Le è morto anche il padre?
- Sissignora, di colpo. Un mese appena dopo il nostro
matrimonio, poverino. Eh, n’era fanatico, lui. Dava a leggere a
tutti gl’impiegati i libri della figlia, e anche i giornali che
ne parlavano. Se ne compiaceva, si sa. Li diede a leggere anche
a me...
- E voi li leggeste, come per dovere d’ufficio?
- Capirà! Silvia però ne soffriva, ne soffriva proprio e non
permetteva mai che se ne parlasse in sua presenza. Quieta
quieta, modesta, attendeva alle cure domestiche; faceva tutto
lei in casa. Quando sposammo, mi fece perfino ridere, dicendomi
che aveva quel vizio di scrivere. Lo chiamava vizio. E volle che
le promettessi di non farci caso. In compenso, non mi sarei mai
accorto né di quando scriveva né di come avrebbe fatto a
scrivere tra le faccende di casa.
- E voi?
- Eh, promisi. Poi però, pochi mesi dopo il matrimonio arrivò
dalla Germania un vaglia di mille marchi per diritto di
traduzione. Non se l’aspettava nemmeno lei. Tutta contenta che
in quei libri fosse riconosciuto un merito, che forse nemmeno
lei stessa supponeva d’avere, aveva ceduto... così, senza
pretendere nulla, il diritto di traduzione.
- E allora subito, voi...
- Eh, aprii gli occhi! Venivano altre richieste da rassegne, da
giornali. Silvia mi confessò che nel cassetto aveva tant’altri
manoscritti, l’abbozzo d’un romanzo, La casa dei nani. Gratis?
Come, gratis? Non è lavoro? E il lavoro non deve fruttare? Loro
letterati stessi, per questa parte, non sanno farsi valere. Ci
vuole uno che le sappia queste cose, e ci badi. Io, guardi,
appena capii che c’era da cavarne qualche cosa, cominciai a
prender subito le debite informazioni. Mi misi in corrispondenza
con un mio amico librajo di Torino per avere notizie del
commercio librario; con parecchi redattori di rassegne e
giornali che avevano scritto bene dei libri di Silvia; scrissi,
mi ricordo, anche al Raceni...
- Eh, mi ricordo anch’io. Ci faceste tanto ridere, caro...
- Non avevo ancora la pratica. Studiai la legge della proprietà
letteraria e anche il trattato di Berna sui diritti d’autore.
Contrattavo dapprima così a tentoni, si sa... Ma poi, vedendo
che le cose andavano... Silvia si spaventava dei patti che
facevo; nel vederli poi accettati, quando le mostravo il danaro
guadagnato, restava. Eh sfido! Però, sa, posso dire d’averlo
guadagnato io, il danaro, perché lei dai suoi lavori non avrebbe
saputo cavare mai nulla.
- Che uomo prezioso siete voi, Boggiòlo!
- disse Dora,
chinandosi a mirarlo da vicino.
- Non dico questo,
- fece Giustino,
- ma creda che gli affari li
so trattare. Mi ci metto con impegno, ecco. Debbo gratitudine
agli amici, al Raceni, per esempio, ch’è stato buono con mia
moglie fin da principio. E anche a lei...
- Ma no, a me! Che ho fatto io?
- Anche lei cara, anche lei, insieme col Raceni, è stata tanto
buona. E il senatore Borghi, anche. Gli debbo la mia venuta a
Roma. La debbo a lui, mica al Datti. Non ci voleva, giusto in
questo momento, il guajo della gravidanza.
- Vedete?
- esclamò Dora.
- E la vostra signora, chi sa quanto
soffrirà poi a staccarsi dal bambino! Potete esser certo che vi
nascerà un maschio.
- Perché? Come lo sa?
- Lo so. Voi siete distratto da troppe preoccupazioni e fate le
cose come per dovere. Ora tutto dipende da chi desidera di più,
sul momento: se desidera di più la donna, nasce un maschio; se
desidera di più l’uomo, nasce una femmina.
Giustino sorrise.
- E allora,
- disse – speriamo che veramente abbia desiderato di
più lei... Sarebbe meglio un maschio. Dovendo lavorare...
- È molto triste!
- sospirò Dora.
- Un figliuolo! Dev’essere
terribile sentirsi madre! Io morrei di gioja e di spavento. Dio
Dio Dio, non mi ci fate pensare!
Scattò in piedi. Si recò presso l’uscio della camera accanto e
cercò sotto la portiera la chiavetta della luce elettrica; prima
di girarla si volse e disse con voce cangiata:
- O vogliamo restare così? Amo questa pena del giorno che muore.
M’intristisce e m’intenerisce. Divento però anche cattiva, certe
volte, pensando in quest’ombra. Mi nasce una invidia angosciosa
della casa altrui, d’ogni casa che non sia come questa mia...
- Ma è tanto bello qua...
- disse Giustino, guardando in giro.
- Voglio dire, così sola,
- spiegò Dora.
- Vi odio tutti, io,
vojaltri uomini. Perché sarebbe tanto più facile a voi uomini
esser buoni, e non siete, e ve ne vantate. Ridete delle vostre
perfidie. E ne ho riso anch’io, tante volte, ascoltandovi. Ma
poi, a ripensarci sola, in quest’ora, che voglia, che voglia m’è
nata... d’uccidere! Sù sù, facciamo luce, sarà meglio!
Era impallidita davvero e aveva negli occhi bistrati come un
velo di lagrime.
- Non dico per voi, badate,
- soggiunse, tornando a sedere.
- So
che voi siete buono. Volete essere mio amico sincero?
- Felicissimo! – s’affrettò a rispondere Giustino, un po’
commosso.
- Datemi la mano. Proprio sincero? Ne cerco uno da tanto tempo
che mi sia come un fratello.
E stringeva la mano.
- Sissignora...
- Col quale io possa parlare a cuore aperto!
E stringeva vieppiù la mano.
- Sissignora...
- Ah se voi sapeste quanto sia doloroso questo sentirsi sola,
sola nell’anima, intendo: perché il corpo... Oh, non mi guardano
che il corpo, come sono fatta... i fianchi, il seno, la bocca...
Gli occhi però non me li guardano, perché si vergognano... Ed io
voglio essere guardata negli occhi, negli occhi...
E seguitava a stringere la mano.
- Sissignora...
- ripeté Giustino, guardandola negli occhi,
smarrito e vermiglio.
- Perché negli occhi ho l’anima, l’anima che cerca un’anima a
cui confidarsi e dire che non è vero che noi non crediamo alla
bontà; che non siamo sincere quando ridiamo di tutto, quando per
parere esperti diventiamo cinici, Boggiòlo! Boggiòlo!
- Che debbo fare?
- domandò stordito, smarrito, Giustino, sotto
la morsa di quella mano così frale e pur così nervosa e forte.
Dora Barmis si buttò via dalle risa.
- Ma no, davvero!
- disse allora con forza Giustino per
riprendersi.
- Se io posso fare per lei qualche cosa, sono qua,
signora. Vuole un amico? Sono qua. Glielo dico davvero.
- Grazie, grazie,
- rispose Dora, tirandosi sù.
- Scusatemi, se
ho riso. Vi credo: voi siete troppo... oh Dio... sapete che i
muscoli da cui dipende il riso non obbediscono alla volontà, ma
a certi moti emozionali incoscienti? Io non sono avvezza a una
bontà come la vostra. La vita per me è stata cattiva; e,
trattando con uomini cattivi, anch’io... purtroppo... non vorrei
farvi male! Forse la vostra bontà degenererebbe... No?
Malignerebbero gli altri. Direbbero che ho voluto togliervi a
vostra moglie, così, per gusto di far male... E poi sarei capace
di riderne anch’io, sí, capace di tutto... Basta! basta!
parliamo d’altro. Sapete chi m’ha chiesto di vostra moglie? La
marchesa Lampugnani. Voi avete un invito, e ancora non siete
andati.
- Sissignora, domani sera, infallibilmente
- disse Giustino.
-
Silvia non ha potuto prima. Ero anzi venuto per questo. Ci sarà
lei, domani sera, dalla Marchesa?
- Sí sí,
- rispose Dora.
- Non mancate! S’interessa tanto di
vostra moglie la Lampugnani, e desidera proprio vederla. Voi le
fate fare una vita troppo ritirata.
- Io? Io no, signora; io anzi vorrei... Ma Silvia è ancora un
po’... non saprei come dire...
- Non me la guastate! Lasciatela com’è , per carità! Non la
forzate!
- No, ecco... per saperci regolare, capirà... Ci va molta gente
dalla Marchesa?
- Oh, i soliti... Forse domani sera ci sarà anche il Gueli
(permettendo la Frezzi, si sa!).
- La Frezzi? E chi è?
- Una donna terribile, caro. Colei che tiene in dominio assoluto
il Gueli.
- Ah, non ha moglie il Gueli?
- Ha la Frezzi. Non vi basta? Dite un po’, ama la musica la
vostra signora?
- Credo,
- rispose Giustino, impacciato. Non so bene. Ne ha
sentita poca, là a Taranto. Si fa molta musica in casa della
Marchesa?
- Talvolta, sí. Viene il violoncellista Beggler, il Milani, il
Cordova, il Furlini, quelli del quartetto, sapete?
- Eh già,
- sospirò Giustino.
- Un po’ di conoscenza è
necessaria di... di questa musica difficile... Wagner...
- No, Wagner, col quartetto!
- esclamò Dora.
- Ciaikowski,
Dvorak... E poi, si sa, Glazounov, Mahler, Raff. Basta saperli
pronunziare, caro Boggiòlo. Non ve ne date pensiero. Se non
dovessi guastarmi la professione, scriverei un libro, caro mio,
da far epoca. Lo vorrei intitolare il Bazar della Sapienza.
Proponetelo a vostra moglie. Le darei io tutta la materia da
trattarvi. Una filza di questi nomi difficili; poi un po’ di
storia dell’arte, preellenismo, arte micenaica e via dicendo; un
po’ di Nietzsche, un po’ di Bergson, un po’ di Freud; qualche
conferenza; e avvezzarsi a prendere il tè, caro Boggiòlo. Voi
non ne prendete; avete torto. Chi prende il tè per la prima
volta, comincia subito a capire tante cose. Volete provare?
- Ma veramente l’ho preso, qualche volta,
- disse Giustino.
- E non avete capito nulla?
- Se devo dire la verità, preferisco il caffè.
- Caro! Non lo dite, però! Il tè, il tè; bisogna avvezzarsi a
prendere il tè. Verrete in frak, domani sera, dalla Marchesa.
Gli uomini, in frak; le donne... no, qualcuna viene anche senza
decolleté.
- Glielo volevo domandare,
- disse Giustino.
- Perché Silvia...
- Ma sfido!
- lo interruppe Dora, ridendo forte.
- Senza
decolleté, lei, in quello stato: non c’è bisogno di dirlo.
- E scusi, mi potrebbe suggerire...
- cominciò allora a
domandare Giustino.
E fuori una prima domanda, e poi un’altra e un’altra ancora e
tante altre per quella famosa scuola di grandezza a cui voleva
sottoporre la moglie e un po’ anche se stesso.
Dora rispose volentieri e con brio e abbondanza a tutte le
domande; cosicché Giustino, allorché se n’andò, si sentiva
girare la testa come un arcolajo.
Da un pezzo, accostandosi ora a questo ora a quel letterato,
osservava, studiava che cosa ci voleva per far bella figura. Gli
sembrava tutto, però, come campato in aria. L’istabilità della
fama lo angosciava. Era come l’esitar sospeso d’uno di quegli
argentei pennacchioli di cardo che il più lieve soffio porta
via. La moda poteva da un momento all’altro mandare ai sette
cieli il nome di Silvia o buttarlo a terra, disperderlo in un
angolo bujo.
- Ma sí, niente di serio, caro mio,
- gli aveva detto Dora.
-
Malafede o ignoranza. Non si fa critica; si fa politica
letteraria. E si giuoca come alla Borsa, al rialzo o al ribasso
dei valori. Oggi la Roncella può valere cento, domani zero.
Strada facendo per ritornare a casa, aveva il sospetto che la
Barmis si fosse un po’ burlata di lui. Ma questo tuttavia non
gli impediva d’ammirarne lo spirito. Era stata una lezione, in
fin dei conti. Doveva prenderne, e molte, di quelle lezioni,
anche a costo di soffrire in principio qualche
mortificazioncella.
E come per raccogliere il frutto di quei primi insegnamenti,
rientrò in casa, quella sera, con tre libri nuovi da far leggere
alla moglie:
1) un breve compendio illustrato di storia dell’arte:
2) un libro francese su Nietzsche;
3) un libro italiano su Riccardo Wagner.
La servotta abruzzese, che rideva
sempre vedendo quel berretto da bersagliere in capo al signor Ippolito, entrò
nello studiolo ad annunziare un signore forestiere, che voleva parlare col
signor Giustino.
- All’Archivio!
- le gridò il signor Ippolito, come passando agli atti una
"pratica" d’ufficio.
- Se poteva riceverlo la signora, dice.
- Pollo d’India, e non lo sai che la signora è... (e disse con le mani com’era).
Quindi soggiunse:
- Fallo passare. Parlerà con me.
La servotta uscì, com’era entrata, ridendo. E il signor Ippolito borbottò tra
sé, stropicciandosi le mani:
- Ora l’accomodo io.
Entrò poco dopo nello studiolo un signore biondissimo, dalla faccia rosea, da
bamboccione ingenuo, con certi occhi azzurri, chiari come di vetro e ridenti.
Il signor Ippolito accennò di levarsi con grandissima cura il berretto.
- Prego, segga pure. Qua, qua, sulla poltrona. Permette ch’io tenga in capo? Mi
raffredderei.
Prese il biglietto che quel signore tra smarrito e sconcertato gli porgeva e vi
lesse: C. NATHAN CROWELL.
- Inglese?
- No, signor, americano,
- rispose il Crowell, quasi incidendo con la pronunzia
le sillabe.
- Corrispondente giornale americano The Nation, New York. Signor
Bòggiolo...
- No, Boggiòlo, scusi.
- Ah! Boggiòlo, grazie. Signor Boggiòlo
- accordato
- intervista
- su – nuova
-
grande
- opera
- grande
- scrittrice italiana
- Silvia
- Roncella.
- Per questa mattina?
- domandò il signor Ippolito, parando le mani. (Ah che
vellicazione al ventre gli producevano lo stile telegrafico e lo stento della
pronunzia di quel forestiere!)
Il signor Crowell s’alzò, trasse di tasca un taccuino e mostrò in una paginetta
l’appunto scritto a lapis: Mr BOGGIÒLO, thursday, 27 (morning).
- Benissimo. Non capisco; ma fa lo stesso,
- disse il signor Ippolito. –
S’accomodi. Mio nipote, come vede, non c’è.
- Ni-pote?
- Sissignore. Giustino Boggiòlo, mio ni-po-te... Nipote, sa? sarebbe... nepos,
in latino; neveu, in francese. L’inglese non lo so... Lei capisce l’italiano?
- Sí, poco,
- rispose, sempre più smarrito e sconcertato, il signor Crowell.
- Meno male,
- riprese il signor Ippolito.
- Ma nipote, intanto, eh?...
Veramente, mio nipote, non lo capisco neanche io. Lasciamo andare. C’è stato un
contrattempo, veda.
Il signor Crowell s’agitò un poco sulla seggiola, come se certe parole gli
facessero proprio male e credesse di non meritarsele.
- Ecco, le spiego,
- disse il signor Ippolito, agitandosi un poco anche lui.
-
Giustino è andato all’ufficio... uffi-uf-fi-cio, all’ufficio, sissignore
(Archivio Notarile). È andato per domandare il permesso...
- ancora, già! e
perderà l’impiego, glielo dico io!
- il permesso d’assentarsi, perché jersera
noi abbiamo avuto una bella consolazione.
A quest’annunzio il signor Crowell rimase dapprima un po’ perplesso, poi tutt’a
un tratto ebbe un prorompimento di vivissima ilarità, come se finalmente gli si
fosse fatta la luce.
- Conciolescione?
- ripeté con gli occhi pieni di lagrime.
- Veramente,
conciolescione?
Questa volta ci restò brutto il signor Ippolito, invece.
- Ma no, sa!
- disse irritato.
- Che diavolo ha capito? Abbiamo ricevuto da
Cargiore un telegramma con cui la signora Velia Boggiòlo, che sarebbe la mamma
di Giustino, sissignore, ci annunzia per oggi la sua venuta; e non c’è mica da
stare allegri, perché viene per assistere Silvia, mia nipote, la quale
finalmente... siamo lí lí: tra pochi giorni, o maschio o femmina. E speriamo
tutti che sia maschio, perché, se nasce femmina e si mette a scrivere anche lei,
Dio ne liberi e scampi, caro signore! Ha capito?
("Scommetto che non ha capito un corno!" borbottò tra sé, guardandolo.)
Il signor Crowell gli sorrise.
Il signor Ippolito, allora, sorrise anche lui al signor Crowell. E tutti e due,
così sorridenti, si guardarono un pezzo. Che bella cosa, eh? Sicuro... sicuro...
Bisognava riprendere daccapo la conversazione, adesso.
- Mi pare che lei tanto tanto non lo... non lo... mastichi, ecco, l’italiano,
-
disse bonariamente il signor Ippolito:
- Scusi, part... par-to-ri-re, almeno...
- Oh, si, partorire, benissimo,
- affermò il Crowell.
- Sia lodato Dio!
- esclamò il Roncella.
- Ora, mia nipote... faccia conto che
ci siamo.
- Grande opera? dramma?
- Nossignore: figliuolo. Figliuolo di carne. Ih, com’è duro lei d’intendere
certe cose! Io che voglio parlare con creanza. Il dramma è già partorito. Sono
cominciate le prove l’altro jeri, a teatro. E forse, sa? verranno alla luce
tutte due insieme, dramma e figliuolo. Due parti... cioè , parti, sí, plurale di
parto... parti nel senso di... di... partori... là, partorizioni, capisce?
Il signor Crowell diventò molto serio; s’eresse sulla vita; impallidí; disse:
- Molto interessante.
E, tratto di tasca un altro taccuino, prese frettolosamente l’appunto: Mrs
Roncella two accouchements.
- Ma creda pure,
- riprese il signor Ippolito, sollevato e contento,
- che
questo è nulla. C’è ben altro! Lei crede che meriti tanta considerazione mia
nipote Silvia? Non dico di no; sarà una grande scrittrice. Ma c’è qualcuno molto
più grande di lei in questa casa, e che merita d’esser preso in maggiore
considerazione dalla stampa internazionale.
- Veramente? Qua? In questa casa?
- domandò, sbarrando gli occhi, il signor
Crowell.
- Sissignore,
- rispose il Roncella.
- Mica io, sa! Il marito, il marito di
Silvia.
- Mister Bòggiolo?
- Se lei lo vuol chiamare Bòggiolo si serva pure, ma le ho detto che si chiama
Boggiòlo. Incommensurabilmente più grande. Sí. Guardi, Silvia stessa, mia
nipote, riconosce che lei non sarebbe nulla, o ben poco, senza di lui.
- Molto interessante,
- ripeté con la stessa aria di prima il signor Crowell, ma
un po’ più pallido.
- Sissignore. E se lei vuole, potrei parlarle di lui fino a domattina,
- seguitò
il signor Ippolito.
- E lei mi ringrazierebbe.
- Oh, sí, io molto ringraziare, signore,
- disse alzandosi e inchinandosi più
volte il signor Crowell.
- No, dicevo,
- riprese il signor Ippolito,
- segga, segga, per carità! Mi
ringrazierebbe, dicevo, perché la sua... come la chiama? intervista, già, già,
intervista... la sua intervista riuscirebbe molto più... più... saporita,
diremo, che se riferisse notizie sul nuovo dramma di Silvia. Già io poco potrei
dargliene, perché la letteratura non è affar mio, e non ho mai letto un rigo,
che si dice un rigo, di mia nipote. Per principio, sa? e un po’ anche per
stabilire un certo equilibrio salutare in famiglia. Ne legge tanti lui, mio
nipote! E li leggesse soltanto... Scusi, è vero che in America i letterati sono
pagati a un tanto a parola?
Il signor Crowell s’affrettò a dir di sí e aggiunse che ogni parola degli
scrittori più famosi soleva esser pagata anche una lira, anche due e perfino due
lire e cinquanta centesimi, in moneta nostrale.
- Gesù! Gesù!
- esclamò il signor Ippolito.
- Scrivo, per esempio, ohibò, due
lire e cinquanta? E allora, figuriamoci, gli Americani non scriveranno mai
quasi, già, scriveranno sempre quasi quasi, già già... Ora comprendo perché quel
povero figliuolo... Ah dev’essere uno strazio per lui contare tutte le parole
che gli sgorbia la moglie e pensare quanto guadagnerebbe in America. Per ciò
dice sempre che l’Italia è un paese di straccioni e d’analfabeti... Caro
signore, da noi le parole vanno più a buon mercato; anzi si può dire che siano
l’unica cosa che vada a buon mercato; e per questo ci sfoghiamo tanto a
chiacchierare e si può dire che non facciamo altro...
Chi sa dove sarebbe arrivato il signor Ippolito quella mattina, se non fosse
sopravvenuto a precipizio Giustino a levargli dalle grinfie quella vittima
innocente.
Giustino non tirava più fiato: acceso in volto e in sudore, volse un’occhiata
feroce allo zio e poi, tartagliando in inglese, si scusò del ritardo col signor
Crowell e lo pregò che fosse contento di rimandare alla sera l’intervista,
perché adesso egli doveva recarsi alla stazione a prendere la madre, poi al
Valle per la prova del dramma, poi...
- Ma se lo stavo servendo io!
- gli disse il signor Ippolito.
- Lei dovrebbe almeno farmi il piacere di non immischiarsi in queste faccende,
- non poté tenersi di rispondergli Giustino.
- Pare che me lo faccia apposta,
scusi!
Si volse di nuovo all’Americano; lo pregò di attenderlo un istante perché voleva
vedere di là come stésse la moglie; sarebbero poi andati via insieme.
- Perde l’impiego, perde l’impiego, com’è vero Dio!
- ripeté il signor Ippolito,
stropicciandosi di nuovo le mani, contentone, appena Giustino varcò la soglia.
- Ha perduto la testa
- ora perde l’impiego.
Il signor Crowell, per significargli che non capiva proprio nulla, seguitava a
sorridergli simpaticamente.
Non rivedeva la madre da più di quattro anni, da quando cioè lo avevano
sbalestrato là a Taranto.
Quante cose erano avvenute in quei quattro anni, e come si sentiva cambiato, ora
che l’imminente arrivo della madre lo richiamava alla vita che aveva vissuto con
lei, agli umili e santi affetti rigorosamente custoditi, ai modesti pensieri, da
cui per tante vicende imprevedute s’era staccato e poi, anche dentro se stesso,
a poco a poco allontanato!
Quella vita quieta e romita, tra le nevi e il verde dei prati sonori d’acqua,
tra i castagni del suo Cargiore lassù vegliato dal borboglío perenne del Sangone,
quegli affetti, quei pensieri avrebbe riabbracciato tra breve in sua madre, ma
con un penoso disagio interno, con non tranquilla coscienza.
Sposando, aveva nascosto alla madre che Silvia fosse una letterata; le aveva
parlato a lungo, invece, nelle sue lettere, delle qualità di lei che alla madre
sarebbero riuscite più accette; vere, pertanto; ma appunto per ciò sentiva ora
più spinoso il disagio: ché proprio lui aveva indotto la moglie a trascurare
quelle qualità; e se ora Silvia dal libro spiccava un salto sul palcoscenico, a
questo salto la aveva spinta lui. E se ne sarebbe accorta bene la madre in quel
momento, trovando Silvia derelitta e bisognosa soltanto di cure materne,
lontanissima da ogni pensiero che non si riferisse al suo stato; e trovando lui
invece, là, tra i comici, in mezzo alle brighe d’una prima rappresentazione.
Non era più un ragazzo, è vero; doveva ormai regolarsi con la propria testa; e
non vedeva nulla di male, del resto, in ciò che faceva; tuttavia da buon
figliuolo com’era sempre stato, obbediente e sottomesso alla volontà e incline
ai desiderii, al modo di pensare e di sentire della sua buona mamma si turbava
al pensiero di non avere l’approvazione di lei, di far cosa che a lei, anzi,
certamente doveva dispiacere. Tanto più se ne turbava, in quanto prevedeva che
la sua santa vecchierella, venuta per amor suo da così lontano a soffrire con la
nuora, non gli avrebbe in alcun modo manifestato la sua riprovazione, né mosso
il minimo rimprovero.
Molta gente attendeva con lui il treno da Torino, già in ritardo. Per stornarsi
da quei pensieri molesti, si sforzava d’attendere alla grammatica inglese, che
portava sempre con sé, per mettere a profitto ogni ritaglio di tempo; e si mise
ad andare sù e giù per la banchina. A ogni fischio di treno, si voltava o si
fermava.
Fu dato finalmente il segnale d’arrivo. I numerosi aspettanti si affollarono,
con gli occhi al convoglio che entrava sbuffante e strepitoso nella stazione. Si
schiusero i primi sportelli; la gente accorse, cercando da una vettura
all’altra.
- Eccola!
- disse Giustino, cacciandosi anche lui tra la ressa per raggiungere
una delle ultime vetture di seconda classe, da cui s’era sporta con aria
smarrita la testa d’una vecchina pallida, vestita di nero.
- Mamma! Mamma!
Questa si volse, alzò una mano e gli sorrise con gli occhi, la cui vivacità
contrastava col pallore del volto già appassito dagli anni.
Nella gioja di rivedere il figliuolo la piccola signora Velia cercò quasi un
rifugio dallo sbalordimento che la aveva oppressa durante tutto il lunghissimo
viaggio. Ma pur rimaneva come intronata; rispondeva a monosillabi, e guardava,
guardava il figliuolo che le pareva diventato un altro, tra tanta gente e tanta
confusione. Anche il suono della voce, anche lo sguardo, Dio mio!
La stessa impressione aveva Giustino della vista della madre.
Sentivano entrambi che qualcosa tra loro s’era come allentata, disgiunta.
Quell’intimità naturale, che prima impediva loro di vedersi così come si
vedevano adesso; non più come un essere solo, ma due; non già diversi, ma
staccati. E non s’era egli difatti nutrito, lontano da lei pensava la madre
d’una vita che le era ignota? non aveva egli adesso un’altra donna accanto,
ch’ella non conosceva e che certo doveva essergli cara più di lei?
Tuttavia, quando si vide sola, finalmente, con lui in vettura, e vide salvi la
valigia e il sacchetto che aveva portati con sé, si sentí sollevata e
confortata.
- Tua moglie?
- domandò, dando a vedere nel tono della voce e nello sguardo, che
ne aveva una gran soggezione.
- T’aspetta,
- le rispose Giustino.
- Soffre molto!
- Eh, poverina...
- sospirò la signora Velia, socchiudendo gli occhi.
- Ho paura
però, che poco io potrò fare... perché forse per lei... non sarò... non sarò
buona, ecco...
- Ma che!
- la interruppe Giustino.
- Non ti mettere in capo codeste
prevenzioni, mamma! Tu vedrai quanto la stimerai...
- Lo credo, lo so bene,
- s’affrettò a dire la signora Velia.
- Dicevo per me...
- Perché ti figuri che una che scrive,
- soggiunse Giustino,
- debba essere per
forza una smorfiosa? Nient’affatto. Vedrai. Troppo... troppo modesta, anzi... È
la mia disperazione! E poi, sí, in quello stato... Via, via, mammina, è come te,
sai? Senza differenza.
La vecchietta approvò col capo. Le ferirono il cuore quelle parole. Era la
mamma, lei; e un’altra donna, adesso, per il figliuolo era come lei, senza
differenza. Ma approvò, approvò col capo.
- Faccio tutto io!
- seguitò Giustino.
- Gli affari li tratto io. Del resto, ohé,
a Roma, cara mamma, tutto il doppio, sai? Non te ne puoi fare neanche un’idea! E
se non ci s’ajuta in tutti i modi! Lei lavora a casa; io faccio fruttare il suo
lavoro fuori.
- E... frutta, frutta?
- domandò timidamente la madre, cercando di smorzare
l’acume degli occhi.
- Perché ci sono io, che lo faccio fruttare!
- rispose Giustino.
- Opera mia,
non ti figurare! Sono io... tutta opera mia... Quello che fa lei sarebbe come
niente, perché la cosa... la... la letteratura, capisci? è una cosa che... puoi
farla e puoi anche non farla, secondo i giorni. Oggi ti viene un’idea; sai
scriverla; la scrivi. Che ti costa? Non ti costa niente! Per se stessa, la
letteratura, è niente; non dà, non darebbe frutto, se non ci fosse chi la fa
fruttare. Io, ecco! E se lei ora è così conosciuta in Italia...
- Anche dalle nostre parti, conosciuta?
- arrischiò la signora Velia.
- Ma anche fuori d’Italia!
- esclamò Giustino.
- Tratto con la Francia, io! Con
la Francia, con la Germania, con la Spagna. Ora comincio con l’Inghilterra!
Vedi? Studio l’inglese. Ma è un affar serio, l’Inghilterra! Basta; l’anno
scorso, sai quanto? Quasi sessantacinque mila lire, tra originali e traduzioni.
Più, con le traduzioni.
- Oh Dio quanto!
- esclamò la signora Velia, ricadendo nella costernazione.
- E che cosa sono?
- sogghignò Giustino.
- Mi fai ridere... Sapessi quanto si
guadagna in America, in Inghilterra! Milioni, come niente. Ma quest’anno, chi
sa!
Invece d’attenuare, si sentiva ora spinto a esagerare da un’irritazione che, di
fronte a se stesso, fingeva gli fosse cagionata dall’angustia mentale della
madre, mentre gli era in fondo cagionata da quel disagio interno, da quel
rimorso.
La madre lo guardò e abbassò subito gli occhi.
Ah, com’era tutto preso, infatuato, povero figliuolo, dalle idee della moglie!
Che guadagni sognava! E non le aveva domandato nulla del loro paese; appena
appena a lei della salute e se aveva viaggiato bene. Sospirò, come tornando di
lontano; disse:
- Ti saluta tanto la Graziella, sai?
- Ah, brava!
- esclamò Giustino.
- Sta bene la Graziella?
- Comincia a essere stolida, come me,
- gli rispose la madre.
- Ma, tu sai, è
fidata. Anche il Prever ti saluta.
- Sempre matto?
- Sempre,
- fece la vecchietta, sorridendo.
- Ti vuole sposare ancora?
La signora Velia agitò una mano, come se cacciasse via una mosca, sorrise e
ripeté:
- Matto... matto... Abbiamo già la neve a Cargiore, sai? La neve su Roccia Vrè e
sul Rubinett!
- Se tutto andrà bene,
- disse Giustino,
- dopo il parto chi sa che Silvia non
venga sù con te, a Cargiore, per alcuni mesi.
- Sù, con la neve?
- domandò, quasi sgomenta, la madre.
- Anzi!
- esclamò Giustino.
- Le piacerà tanto: non l’ha mai veduta! Io dovrò
muovermi per affari, forse... Speriamo! Riparleremo poi di questo, a lungo. Tu
vedrai come t’accorderai subito con Silvia che, poverina, è cresciuta senza
mamma... Adesso ti presenterò. Ti lascerò con lei, perché debbo scappar subito a
teatro per le prove.
Non s’accorgeva che la madre lo guardava senza capire; come non s’accorgeva del
male che faceva alla moglie parlandole in quei giorni del dramma, di ritorno da
quelle prove, tutto acceso, anzi col volto qua e là pezzato di rosso, come se
gli avessero dato tanti pizzicotti. Ma non poteva proprio farne a meno.
Era rimasto gabbato nel computo dei giorni: aveva calcolato che per i primi di
ottobre la moglie sarebbe stata libera, e invece... invece, ecco qua, L’isola
nuova andava proprio in iscena mentre Silvia si trovava ancora in quello stato.
La compagnia Carmi-Revelli, scritturata al teatro Valle giusto per quel mese,
faceva assegnamento sopra tutto su quel lavoro nuovo, che s’era accaparrato da
parecchi mesi. Non era possibile rimandarne la rappresentazione.
Giustino era in uno stato da far pietà.
Non riusciva a intendere nulla da quelle prove, e veniva ad annunziarlo alla
moglie avvilito e pur come ubriaco.
Quel palcoscenico bujo, intanfato di muffa e di polvere bagnata; quei
macchinisti che martellavano sui telaj inchiodando le scene per la
rappresentazione della sera; tutti i pettegolezzi e le piccinerie e la
svogliatezza e la cascaggine di quei comici sparsi a gruppetti qua e là, quel
suggeritore nella buca col copione davanti, pieno di tagli e di richiami; il
direttore capocomico, sempre arcigno e sgarbato, seduto presso alla buca; quello
che copiava lí su un tavolinetto le parti; il trovarobe in faccende tra i
cassoni, tutto sudato e sbuffante, gli avevano cagionato un disinganno crudele.
S’era fatto mandare da Taranto parecchie fotografie di marinaj e popolane di
Terra d’Otranto, per i figurini, e anche vesti e scialli e berretti, per
modelli. Perché il dramma si svolgeva in un’isoletta del Jonio, feracissima, già
luogo di pena, abbandonata dopo un disastro tellurico, che aveva ridotto un
mucchio di rovine la cittaduzza che vi sorgeva. Sgombrata dai pochi superstiti,
era rimasta deserta per anni, destinata probabilmente a scomparire un giorno
dalle acque.
Ora la Roncella aveva immaginato che una prima colonia di marinaj d’Otranto,
rozzi, primitivi, andata di nascosto ad annidarsi tra quelle rovine, non ostante
la terribile minaccia incombente su l’isola, viva là, fuori d’ogni legge, quasi
fuori del tempo. Tra loro, una sola donna, la Spera, donna da trivio, ma ora lí
onorata come una regina, venerata come una santa, e contesa ferocemente a colui
che l’ha condotta con sé: un tal Currao, divenuto, per ciò solo, capo della
colonia. Ma Currao è anche il più forte e col dominio di tutti mantiene a sé la
donna, la quale in quella vita nuova, diventata un’altra, ha riacquistato le
virtù native, custodisce per tutti il fuoco, è la dispensiera d’ogni conforto
familiare, e ha dato a Currao un figliuolo ch’egli adora.
Un giorno, però, uno di quei marinaj, il rivale più accanito di Currao, sorpreso
da costui nell’atto di trarre a sé con la violenza la donna, e sopraffatto,
sparisce dall’isola. Si sarà forse buttato in mare su una tavola; avrà forse
raggiunto a nuoto qualche nave che passava lontana.
Di lí a qualche tempo, una nuova colonia sbarca nell’isola, guidata da quel
fuggiasco: altri marinaj che recano però con sé le loro donne, madri, mogli,
figlie e sorelle. Quando gli uomini della prima colonia s’accorgono di questo,
smettono d’osteggiarne l’approdo sotto il comando di Currao. Questi resta solo,
perde d’un tratto ogni potestà; la Spera ridiventa subito per tutti quella di
prima. Ma ella non tanto se ne duole per sé, quanto per lui; s’avvede, sente che
egli, prima così orgoglioso di lei, ora ne ha onta; ne sopporta in pace il
disprezzo. Alla fine la Spera s’accorge che Currao, per rialzarsi di fronte a se
stesso e agli altri, medita d’abbandonarla. Dileggiandola, alcuni giovani
marinaj, quelli stessi che già spasimarono tanto per lei invano, vengono a dirle
ch’egli non si cura più di farle la guardia perché s’è messo a farla invece a
Mita, figliuola d’un vecchio marinajo, Padron Dodo, che è come il capo della
nuova colonia. La Spera lo sa; e s’aggrappa ora al figliuolo, con la speranza di
trattenere così l’uomo che le sfugge. Ma il vecchio Padron Dodo, per consentire
alle nozze, pretende che Currao abbia con sé il ragazzo. La Spera prega,
scongiura, si rivolge ad altri perché s’interpongano. Nessuno vuol darle
ascolto. Allora si reca a supplicare il vecchio e la sposa; ma quegli le
dimostra che dev’essere più contenta che il figliuolo rimanga col padre; l’altra
la assicura che il ragazzo sarà da lei ben trattato. Disperata, la donna, per
non abbandonare il figliuolo e per colpire nel cuore l’uomo che l’abbandona, in
un impeto di rabbia furibonda abbraccia la sua creatura e in quel terribile
abbraccio, ruggendo, la soffoca. Cade un masso, dopo quel ruggito, e un altro,
lugubremente, nel silenzio che segue al delitto; e altre grida lontane si levano
dall’isola. La Spera abita in cima a un poggio, tra le rovine d’una casa
crollata al tempo del primo disastro. Pare che non sia ben certa se lei stessa
col suo ruggito abbia fatto crollare quei massi, abbia suscitato quelle grida
d’orrore. Ma no, no, è la terra! è la terra! Balza in piedi; sopravvengono
urlanti, scontraffatti dal terrore, alcuni fuggiaschi, scampati all’estrema
rovina. S’è aperta la terra! È sprofondata la terra! La Spera sente chiamarsi,
sente chiamare il figliuolo dalla voce del marito giù dalla costa del poggio;
accorre, vacillando, con gli altri, si sporge di lassù a guardare,
raccapricciata, e tra clamori che vengono dabbasso, grida:
- Ti s’è aperta sotto
i piedi la terra? T’ha inghiottito a metà? Il figlio? Te l’avevo ucciso io con
le mie mani! Muori dannato!
La Carmi, prima attrice della compagnia, si dichiarava entusiasta della parte di
Spera, e assicurava che ne avrebbe fatto una "creazione". Ma non sapeva ancora
neanche lei una parola della parte; passava davanti alla buca del suggeritore e
ripeteva meccanicamente, come tutti gli altri, le battute che quello, vociando e
dando le indicazioni secondo le didascalie, leggeva nel copione. Solo il
caratterista Adolfo Grimi cominciava a dare qualche rilievo, qualche espressione
alla parte del vecchio Padron Dodo e il Revelli a quella di Currao; ma a
Giustino pareva che così l’uno che l’altro le caricassero un po’ troppo; il
Grimi baritoneggiava addirittura. In confidenza e con garbo Giustino glielo
aveva fatto notare; ma al Revelli non s’arrischiava, e si struggeva dentro.
Avrebbe voluto domandare a questo e a quello come avrebbero fatto quel tal
gesto, come avrebbero proferita quella tal frase. Alla terza o alla quarta
prova, il Revelli, piccato dell’entusiasmo ostentato dalla Carmi, s’era messo a
interrompere tutti, di tratto in tratto, e sgarbatamente; interrompeva tante
volte proprio per un nonnulla, sul più bello, quando a Giustino pareva già che
tutto andasse bene e la scena cominciasse a prender calore, ad assumere vita da
sé, vincendo man mano l’indifferenza degli attori e costringendoli a colorire la
voce e a muovere i primi gesti. La Grassi, ad esempio, che faceva la parte di
Mita per uno sgarbo del Revelli per poco non s’era messa a piangere. Perdio!
Almeno con le donne avrebbe dovuto essere un po’ più gentile, colui! Giustino
s’era fatto in quattro per consolarla.
Non s’accorgeva che sul palcoscenico parecchi comici e sopra tutti il Grimi, lo
pigliavano in giro. Erano finanche arrivati, quando il Revelli non c’era, a
fargli provare le "battute" più difficili del dramma.
- Come direbbe lei questo?
E lui, subito! Sapeva, sapeva benissimo che avrebbe detto male; non prendeva
mica sul serio gli applausi e gli urli di ammirazione di quei burloni scapati;
ma almeno avrebbe fatto intravveder loro l’intenzione della moglie nello
scrivere quelle... come si chiamavano? ah, già, battute... quelle battute,
sicuro.
Cercava in tutti i modi d’infiammarli, d’averli cooperatori amorosi a quella
suprema e decisiva impresa. Gli pareva che alcuni comici fossero un po’ sgomenti
dell’arditezza di certe scene, della violenza di certe situazioni. Egli stesso,
per dire la verità, non era tranquillo su più d’un punto, e qualche volta era
assalito dallo sgomento anche lui, guardando dal palcoscenico la sala del
teatro, tutte quelle file di poltrone e di sedie disposte lí, come in attesa,
gli ordini dei palchi, tutte quelle bocche aperte in giro, nell’ombra,
minacciose. E poi le quinte sconnesse, le scene tirate sù a metà, il disordine
del palcoscenico, in quella mezza luce umida e polverosa, i discorsi alieni dei
comici che finivano di provare qualche scena e non prestavano ascolto ai
compagni ch’erano in prova, le arrabbiature del Revelli, la voce fastidiosa del
suggeritore, lo sconcertavano, gli scompigliavano l’animo, gl’impedivano di
costruirsi l’idea di ciò che sarebbe stato fra poche sere lo spettacolo.
Laura Carmi veniva a scuoterlo da quei subitanei abbattimenti.
- Boggiòlo, ebbene? Non siamo contenti?
- Signora mia...
- sospirava Giustino, aprendo le braccia respirando con piacere
il profumo dell’elegantissima attrice, dalle forme provocanti, dall’espressione
voluttuosa, quantunque avesse il volto quasi tutto rifatto artificialmente, gli
occhi allungati, le pàlpebre annerite, le labbra invermigliate, e sotto tanta
biuta le s’intravvedessero i guasti dell’età e la stanchezza.
- Sù, caro! Sarà un successone, vedrete!
- Lei crede?
- Ma senza dubbio! Novità, potenza, poesia: c’è tutto! E non c’è teatro,
-
soggiungeva con una smorfia di disgusto.
- Né personaggi, né stile, né azione,
qui sentent le "théâtre". Voi comprendete?
Giustino si riconfortava.
- Senta, signora Carmi: lei dovrebbe farmi un piacere: dovrebbe farmi sentire il
ruggito di Spera all’ultimo atto, quando soffoca il figlio.
- Ah, impossibile, caro! Quello deve nascere lí per lí. Voi scherzate? Mi
lacererebbe la gola... E poi, se lo sento una volta, io stessa, anche fatto da
me, addio! lo ricopio alla rappresentazione. Mi verrebbe a freddo. No, no! Deve
nascere lí per lí. Ah, sublime, quell’amplesso. Rabbia d’amore e d’odio insieme.
La Spera, capite? vuole quasi far rientrare in sé, nel proprio seno, il
figliuolo che le vogliono strappare dalle braccia, e lo strozza! Vedrete!
Sentirete!
- Sarà il suo figliuolo?
- le domandava, gongolante, Giustino.
- No, strozzo il figlio di Grimi,
- gli rispondeva la Carmi.
- Mio figlio, caro
Boggiòlo, per vostra norma, non metterà mai piede su un palcoscenico. Che! Che!
Finita la prova, Giustino Boggiòlo scappava nelle redazioni dei giornali, a
trovare qua il Lampini, Ciceroncino, là il Centanni o il Federici o il Mola, coi
quali aveva stretto amicizia e per mezzo dei quali aveva già fatto conoscenza
con quasi tutti i giornalisti così detti militanti della Capitale.
Anche costoro, è vero, se lo pigliavano a godere, apertamente. Ma non se n’aveva
per male. Mirava alla mèta, lui.
Casimiro Luna aveva saputo che all’Archivio Notarile gli storpiavano il nome
chiamandolo Giustino Roncello. Indegnità! Volgarità! I cognomi si rispettano, i
cognomi non si storpiano! E aveva aperto tra i colleghi una sottoscrizione a
dieci centesimi per offrire al Boggiòlo cento biglietti da visita stampati così:
GIUSTINO RONCELLA
NATO BOGGIÒLO
Sí, sí, benissimo. Ma lui, intanto, da Casimiro Luna aveva ottenuto un brillante
articolo su tutta quanta l’opera della moglie, ed era riuscito a far rilevare da
tutti i giornali la "vivissima attesa" del pubblico per il nuovo dramma L’isola
nuova, stuzzicando la curiosità con "interviste" e "indiscrezioni".
La sera rincasava stanco morto e stralunato.
- La Carmi è grande!
- annunziava.
- E quella piccola Grassi nella parte di
Mita, un amore! Si sono già affissi per le vie i primi manifesti a strisce.
Stasera comincia la prenotazione dei posti. È un vero e proprio avvenimento,
sai? Dicono che verranno i maggiori critici teatrali di Milano, di Torino e di
Bologna.
La sera della vigilia ritornò a casa com’ebbro addirittura. Recava tre notizie:
due luminose, come il sole; l’altra, nera, viscida e velenosa come una serpe. Il
teatro, tutto venduto; la prova generale, riuscita a meraviglia; i giornalisti e
qualche letterato che vi avevano assistito, rimasti tutti quanti sbalorditi, a
bocca aperta. Solo il Betti, Riccardo Betti, quel frigido imbecille tutto
leccato, aveva osato dire nientemeno che L’isola nuova era "La Medea tradotta in
tarentino".
- La Medea, capisci?
- diceva a Silvia.
- La Medea! Che sarà questa Medea? Dice
che è una tragedia d’Euripide. Fammi il piacere, cara! Domattina, appena arriva
la signora Facelli da Catino, fattela prestare questa benedetta Medea: stùdiale,
stùdiale queste benedette cose greche, mice... non so come le chiamino...
micenàtiche... stùdiale! Vanno tanto oggi! Capisci che con una frase, buttata
così, ti possono stroncare? La Medea tradotta in tarentino... Sono tanti
imbecilli che non capiscono nulla, peggio di me! Li conosco adesso! Oh se li
conosco! oh se li conosco!
La sera della prima rappresentazione, fin dalla piazzetta di Sant’Eustachio la
via del teatro era ingombra, ostruita dalle vetture, tra le quali la gente si
cacciava impaziente e agitata.
Per non stare a far lí la coda, Giustino smontò dalla vettura e sguisciò tra i
legni e la folla.
Su la meschina facciata del teatro le grosse lampade elettriche vibravano,
ronzavano, quasi partecipassero al vivo fermento di quella serata memorabile.
Ecco Raceni su la soglia.
- Ebbene?
- Mi lasci stare!
- sbuffò Giustino, con un gesto disperato.
- Ci siamo! Le
doglie. L’ho lasciata con le doglie!
- Santo Dio! Era da aspettarselo... L’emozione...
- Il diavolo! dica il diavolo, mi faccia il piacere!
- E Giustino, rigirando gli
occhi come un pazzo, si provò ad accostarsi al botteghino, innanzi al quale si
pigiava la gente per acquistare i biglietti d’ingresso. Vide, levandosi su la
punta dei piedi, il cartellino affisso su lo sportello del botteghino:
- Tutto
esaurito
- e n’ebbe un certo rinfranco, quantunque se l’aspettasse.
Un signore lo urtò, di furia.
- Di niente... Ma, è inutile, sa? Glielo dico io: non c’è più posti! Torni
domani sera. Si replica.
- Venga, venga, Boggiòlo!
- lo chiamò il Raceni.
- Meglio che si faccia vedere
sul palcoscenico.
- Due... quattro... uno... tre... uno... tre...
- gridavano intanto all’ingresso
le maschere in livrea di gran gala, ritirando i biglietti.
- Ma dove si vuol ficcare tutta questa gente adesso?
- domandò Giustino su le
spine.
- Quanti biglietti d’ingresso avranno dato via? Sto in pensiero, creda,
sto proprio in pensiero... Ho un brutto presentimento...
- Ma non dica così!
- gli diede sulla voce il Raceni.
- Per Silvia, dicevo...
- soggiunse Giustino,
- per avere io il dramma... L’ho
lasciata, creda, molto, molto male... Speriamo che tutto vada bene... ma ho
paura che... E poi, guardi, tutta questa gente... dove si ficcherà? Starà
scomoda, sarà impaziente, turbolenta... Ohé, paga, e vorrà godere... Ma poteva
venire la seconda sera, perdio! Si replica... Andiamo, andiamo...
Tutto il teatro risonava d’un fragorío sommesso di gigantesco alveare. Come
saziare la brama di godimento, la curiosità, i gusti, l’aspettativa di tutto
quel popolo, già per il suo stesso assembramento sollevato a una vita diversa
dalla comune, più vasta, più calda, più fusa?
Avvertí come uno smarrimento angoscioso, Giustino, guardando attraverso
l’entrata della platea il vaso rigurgitante di spettatori. Il volto, di solito
rubicondo, gli era diventato paonazzo.
Sul palcoscenico stenebrato appena da alcune lampadine elettriche accese dietro
i fondali, i macchinisti e il trovarobe davano gli ultimi tocchi. Il direttore
di scena, col campanello in mano, faceva fretta; voleva dar subito il primo
segnale agli attori.
Alcuni di questi erano già pronti; la piccola Grassi parata da Mita e il Grimi
da Padron Dodo, con la barba finta, grigia e corta, il volto affumicato come un
presciutto, orribile a vedersi così da vicino, il berrettone marinaresco
ripiegato su un orecchio, i calzoni rimboccati e i piedi che parevano scalzi in
una maglia color carne, parlavano con Tito Lampini in marsina e col Centanni e
il Mola. Appena videro Giustino e il Raceni, vennero loro incontro,
rumorosamente.
- Eccolo qua!
- gridò il Grimi, levando le braccia.
- Ebbene, come va? come va?
- Teatrone!
- esclamò il Centanni.
- Contento, eh?
- aggiunse il Mola.
- Coraggio!
- gli disse la Grassina, stringendogli forte forte la mano.
Il Lampini gli domandò:
- La sua signora?
- Male... male...
- prese a dire Giustino.
Ma il Raceni, sgranando gli occhi, gli fece un rapido cenno col capo. Giustino
comprese, abbassò le pàlpebre e aggiunse:
- Capiranno che... tanto... tanto bene non può stare...
- Ma starà bene! benone starà! benone! fece il Grimi col suo vocione pastoso,
dimenando il capo e sogghignando.
- La signora Carmi?
- domandò Giustino. In camerino,
- rispose la Grassi.
Si sentiva attraverso il sipario il rimescolío incessante degli spettatori in
attesa. Mille voci confuse, prossime, lontane, rombanti, e sbatacchiar d’usci e
stridore di chiavi e scalpiccío di piedi. Il mare nel fondo della scena, il
Grimi vestito da marinajo, diedero a Giustino l’impressione che ci fosse un gran
molo di là con tanti piroscafi in partenza. Gli orecchi presero d’un tratto a
gridargli e una densa oscurità gli occupò il cervello.
- Vediamo la sala!
- gli disse il Raceni, prendendolo sotto il braccio e
tirandolo verso la spia del telone.
- Non si lasci scappare, per carità!
-
aggiunse poi, piano,
- che la signora è soprapparto.
- Ho capito, ho capito, - rispose Giustino, che si sentiva morire le gambe
accostandosi alla ribalta.
- Senta, Raceni, lei mi dovrebbe fare il piacere di
correre a casa mia a ogni fin d’atto.
- Ma s’intende!
- lo interruppe il Raceni,
- non c’è bisogno che me lo dica.
- Per Silvia, dicevo...
- soggiunse Giustino,
- per avere io notizie... Capirà
che a lei non si potrà dir nulla. Ah che sciagurata combinazione! E meno male
che ho avuto la ispirazione di far venire mia madre! Poi c’è lo zio... E ho
sacrificato anche quella povera signorina Facelli, che aveva tanto desiderio
d’assistere allo spettacolo!
Mise l’occhio alla spia e restò sgomento a mirare prima giù nelle poltrone, in
platea, poi in giro nei palchi e sù al loggione formicolante di teste. Erano
inquieti, impazienti lassù, vociavano, battevano le mani, pestavano i piedi.
Giustino sobbalzò a una scampanellata furiosa del buttafuori.
- Niente!
- gli disse il Raceni, trattenendolo,
- è il primo segnale.
Tutti, tutti i palchi erano straordinariamente affollati e non un posto vuoto in
platea, e che ressa nel breve spazio dei posti all’in piedi! Giustino si sentí
come arso dal soffio infocato della sala luminosa, dallo spettacolo di tanta
moltitudine in attesa, che lo feriva, lo trafiggeva con gl’innumerevoli occhi.
Tutti, tutti quegli occhi col loro luccichío irrequieto rendevano terribile e
mostruosa la folla compatta. Cercò di distinguere, di riconoscere qualcuno lí
nelle poltrone. Ah ecco il Luna, che guardava nei palchi e inchinava il capo,
sorridendo... ecco là il Betti, che puntava il binocolo. Chi sa a quanti e
quante volte aveva ripetuto quella sua frase, con signorile sprezzatura:
- La Medea tradotta in tarentino.
- (Imbecille!).
Guardò di nuovo ai palchi e, seguendo le indicazioni del Raceni, cercò nel primo
ordine il Gueli, nel secondo donna Francesca Lampugnani, la Bornè-Laturzi; ma
non riuscí a scorgere né queste né quello.
Era gonfio d’orgoglio, ora, pensando che già era uno splendido e magnifico
spettacolo per se stesso quel teatro così pieno, e che si doveva a lui: opera
sua, frutto del suo costante, indefesso lavoro, la considerazione di cui godeva
la moglie, la fama di lei.
L’autore, il vero autore di tutto, si sentiva lui.
- Boggiòlo! Boggiòlo!
Si volse: gli stava davanti Dora Barmis, raggiante.
- Che magnificenza! Non ho mai visto un teatro simile! Un mago, siete un mago,
Boggiòlo! Una vera magnificenza, à ne voir que les dehors. E che miracolo, avete
visto? E in teatro Livia Frezzi! Dicono che sia già terribilmente gelosa di
vostra moglie.
- Di mia moglie?
- esclamò Giustino, stordito.
- E perché?
Era così infatuato in quel momento, che se la Barmis gli avesse detto che
l’amica del Gueli e tutte le donne ch’erano in teatro deliravano per lui, lo
avrebbe compreso e creduto facilmente. Ma sua moglie...
- che centrava sua
moglie? Livia Frezzi gelosa di Silvia? E perché?
- Perché?
- soggiunse la Barmis.
- Ma chi sa quante donne saranno tra poco
gelose di Silvia Roncella! Che peccato ch’ella non sia qui! Come sta? come sta?
Giustino non ebbe tempo di risponderle. Squillarono i campanelli. Dora Barmis
gli strinse forte forte la mano e scappò via. Il Raceni lo trascinò tra le
quinte di destra.
Si levò il sipario, e a Giustino Boggiòlo parve che gli scoperchiassero l’anima
e che tutta quella moltitudine d’un tratto silenziosa s’apparecchiasse al feroce
godimento del supplizio di lui.
Supplizio inaudito, quasi di vivisezione. Con un che di vergognoso; come se egli
fosse tutto una nudità esposta, che da un momento all’altro, per qualche falsa
mossa impreveduta, potesse apparire atrocemente ridicola e sconcia.
Sapeva a memoria da capo a fondo il dramma, le parti di tutti gli attori dalla
prima all’ultima battuta, e involontariamente per poco non le ripeteva ad alta
voce, mentre quasi in preda a continue scosse elettriche si voltava a scatti di
qua e di là con gli occhi brillanti spasimosi, i pomelli accesi, straziato dalla
lentezza dei comici, che gli pareva s’indugiassero apposta su ogni battuta per
prolungargli il supplizio, come se anch’essi ci si divertissero.
Il Raceni, caritatevolmente, a un certo punto tentò di strapparlo di là, di
condurlo nel camerino del Revelli, non ancora entrato in scena; ma non riuscí a
smuoverlo.
Man mano che la rappresentazione procedeva, una violenza strana, un fascino
teneva e legava lí Giustino, sgomento, come al cospetto d’un fenomeno mostruoso.
Il dramma che sua moglie aveva scritto, ch’egli sapeva a memoria parola per
parola, finora quasi covato da lui
- ecco, si staccava, si staccava da tutti, s’inalzava,
s’inalzava come un pallone di carta ch’egli avesse diligentemente portato lí, in
quella sera di festa, tra la folla, e che avesse a lungo e con cura trepidante
sorretto su le fiamme da lui stesso suscitate perché si gonfiasse; a cui ora
infine egli avesse acceso lo stoppaccio; si staccava da lui, si liberava
palpitante e luminoso, si inalzava, si inalzava nel cielo, traendosi seco tutta
la sua anima pericolante e quasi tirandogli le viscere, il cuore, il respiro,
nell’attesa angosciosa che da un istante all’altro un buffo d’aria, una scossa
di vento, non lo abbattesse da un lato, ed esso non s’incendiasse, non fosse
divorato lí nell’alto dallo stesso fuoco ch’egli vi aveva acceso.
Ma dov’era il clamore della folla per quell’inalzamento?
Ecco: la mostruosità del fenomeno era questo silenzio terribile in mezzo al
quale il dramma s’inalzava. Esso solo, lí, da sé e per conto suo viveva,
sospendendo, anzi assorbendo la vita di tutti, strappando a lui le parole di
bocca, e con le parole il fiato.
E quella vita là, di cui egli ormai sentiva l’indipendenza prodigiosa, quella
vita che si svolgeva ora calma e possente, ora rapida e tumultuosa in mezzo a
tanto silenzio, gl’incuteva sgomento e quasi orrore, misti a un dispetto a mano
a mano crescente; come se il dramma, godendo di se stesso, godendo di vivere in
sé e per sé solo, sdegnasse di piacere altrui, impedisse che gli altri
manifestassero il loro compiacimento, si assumesse insomma una parte troppo
preponderante e troppo seria, trascurando e rimpiccolendo le cure innumerevoli
ch’egli se n’era dato sinora, fino a farle apparire inutili e meschine, e
compromettendo quegli interessi materiali a cui egli doveva attendere sopra
tutto.
Se non scoppiavano applausi... se tutti restavano così sino alla fine, sospesi e
intontiti... Ma com’era? che cos’era avvenuto? Tra poco il primo atto sarebbe
terminato... Non un applauso... non un segno d’approvazione... niente!
Gli pareva d’impazzire... apriva e chiudeva le mani, affondandosi le unghie
nelle palme, e si grattava la fronte ardente e pur bagnata di sudor freddo.
Figgeva gli occhi nel viso alterato del Raceni tutto intento allo spettacolo, e
gli pareva di leggervi il suo stesso sgomento... no, uno sgomento nuovo, quasi
uno sbalordimento... forse quello stesso che teneva tutti gli spettatori...
Per un momento temette non fosse una cosa atroce e orribile, non mai finora
perpetrata, quel dramma, e che tra poco, da un istante all’altro non scoppiasse
una feroce insurrezione di tutti gli spettatori sdegnati, adontati. Ah era
veramente una cosa terribile quel silenzio! Com’era? com’era? si soffriva? si
godeva? Nessuno fiatava... E le grida dei comici sul palcoscenico, già
all’ultima scena, rimbombavano. Ecco, ora calava la tela...
Parve a Giustino che egli, egli solo, lí dal fondale, con l’ansia sua, con la
sua brama, con tutta l’anima in un tremendo sforzo supremo strappasse dalla
sala, dopo un attimo eterno di voraginosa aspettazione, gli applausi, i primi
applausi, secchi, stentati, come un crepitío di sterpi, di stoppie bruciate, poi
una vampata, un incendio: applausi pieni, caldi, lunghi, lunghi, strepitosi,
assordanti...
- e allora si sentí rilassare tutte le membra e venir meno, quasi
cadendo, affogando in mezzo a quello scroscio frenetico, che durava, ecco,
durava, durava ancora, incessante, crescente, senza fine.
Il Raceni lo aveva raccolto tra le braccia, sul petto, singhiozzante e lo
sorreggeva, mentre quattro, cinque, sette, dieci volte gli attori si presenta
ano alla ribalta, a quell’incendio là.
Egli singhiozzava, rideva e singhiozzava e tremava tutto di gioja. Dalle braccia
del Raceni cadde tra quelle della Carmi e poi del Revelli, e poi del Grimi che
gli stampò sulle labbra, sulla punta del naso e sulla guancia i colori della
truccatura perché in un impeto di commozione egli volle baciarlo a ogni costo,
non ostante che quegli, sapendo il guajo che ne sarebbe venuto, si schermisse. E
col volto così impiastricciato, seguitò a cadere tra le braccia dei giornalisti
e di tutti i conoscenti accorsi sul palcoscenico a congratularsi; non sapeva far
altro; era così esausto, spossato, sfinito, che solo in quell’abbandono trovava
sollievo; e ormai s’abbandonava a tutti, quasi meccanicamente, si sarebbe
abbandonato anche tra le braccia dei pompieri di guardia, dei macchinisti, dei
servi di scena, se finalmente a distoglierlo da quel gesto comico e
compassionevole, a scuoterlo con una forte scrollatina di braccia non fosse
sopravvenuta la Barmis, che lo guidò nel camerino della Carmi per fargli
ripulire la faccia. Il Raceni era scappato a casa a prendere notizie della
moglie.
Nei corridoj, nei palchi era un gridío, un’esagitazione, un subbuglio. Tutti gli
spettatori, per tre quarti d’ora soggiogati dal fascino possente di quella
creazione così nuova e straordinaria, così viva da capo a fondo d’una vita che
non dava respiro, rapida, violenta, tutta lampeggiante di guizzi impreveduti,
s’erano come liberati con quell’applauso frenetico, interminabile, dallo stupore
che li aveva oppressi. Era in tutti adesso una gioja tumultuosa, la certezza
assoluta che quella vita, la quale, nella sua novità d’atteggiamenti e
d’espressioni, si dimostrava d’una saldezza così adamantina, non avrebbe potuto
più frangersi per alcun urto di casi, poiché ogni arbitrio ormai, come nella
stessa realtà, sarebbe apparso necessario, dominato e reso logico dalla fatalità
dell’azione.
Consisteva appunto in questo il miracolo d’arte, a cui quella s’era quasi con
sgomento si assisteva. Pareva non ci fosse la premeditata concezione d’un
autore, ma che l’azione nascesse lí per lí, di minuto in minuto, incerta,
imprevedibile, dall’urto di selvagge passioni, nella libertà d’una vita fuori
d’ogni legge e quasi fuori del tempo, nell’arbitrio assoluto di tante volontà
che si sopraffacevano a vicenda, di tanti esseri abbandonati a se stessi, che
compivano la loro azione nella piena indipendenza della loro natura, cioè contro
ogni fine che l’autore si fosse proposto.
Molti, tra i più accesi e pur non di meno afflitti dal dubbio che la loro
impressione potesse non collegare col giudizio dei competenti, cercavano con gli
occhi nelle poltrone, nei palchi, i visi dei critici drammatici dei più diffusi
giornali quotidiani e si facevano indicare quelli venuti da fuori, e stavano a
spiarli a lungo.
Segnatamente su un palco di prima fila si appuntavano gli occhi di costoro: nel
palco di Zeta, terrore di tutti gli attori e autori che venivano ad affrontare
il giudizio del pubblico romano.
Zeta discuteva animatamente con due altri critici, il Devicis venuto da Milano,
il Còrica venuto da Napoli. Approvava? Disapprovava? e che cosa? il dramma o
l’interpretazione degli attori? Ecco, entrava nel palco un altro critico. Chi
era? Ah, il Fongia di Torino... Come rideva! E fingeva di piangere e di
abbandonarsi sul petto del Còrica e poi del Devicis. Perché? Zeta scattava in
piedi, con un gesto di fierissimo sdegno, e gridava qualcosa, per cui gli altri
tre prorompevano in una fragorosa risata. Nel palco accanto, una signora dal
volto bruno, torbido, dagli occhi verdi profondamente cerchiati, dall’aria cupa,
rigidamente altera, si levò e andò a sedere all’altro angolo del palco, mentre
dal fondo un signore dai capelli grigi...
- ah, il Gueli! il Gueli! Maurizio
Gueli!
- sporgeva il capo a guardare nel palco dei critici.
- Maestro; perdonate,
- gli disse allora Zeta,
- e fatemi perdonare dalla
signora. Ma quello è un guajo, Maestro! Quello è la rovina della povera
figliola! Se voi volete bene alla Roncella...
- Io? Per carità!
- fece il Gueli, e si ritrasse col viso alterato, guardando
negli occhi la sua amica.
Questa, con un fremito di riso tagliente sulle labbra nere e restringendo un po’
le pàlpebre quasi a smorzare il lampo degli occhi verdi, chinò più volte il capo
e disse al giornalista:
- Eh, molto... molto bene...
- Signora, con ragione!
- esclamò allora quello.
- Genuina figliuola di Maurizio
Gueli, la Roncella! Lo dico, l’ho detto e lo dirò. Questa è una cosa grande,
signora mia! Una cosa grande! La Roncella è grande! Ma chi la salverà da suo
marito?
Livia Frezzi tornò a sorridere come prima e disse:
- Non abbia paura... Non le mancherà l’ajuto... Paterno, s’intende!
Poco dopo questa conversazione da un palco all’altro, mentre già si levava il
sipario sul secondo atto, Maurizio Gueli e la Frezzi lasciavano il teatro come
due che, non potendo più oltre frenare in sé l’impeto dell’avversa passione,
corressero fuori per non dare un laido e scandaloso spettacolo di sé. Stavano
per montare in vettura, quando da un’altra vettura arrivata di gran furia
smontò, stravolto, Attilio Raceni.
- Ah, Maestro, che sventura!
- Che cos’è?
- domandò con voce che voleva parer calma il Gueli.
- Muore... muore... La Roncella, forse, a quest’ora... l’ho lasciata che...
vengo a prendere il marito...
E senza neanche salutare la signora, il Raceni s’avventò dentro il teatro.
I giornali avevano divulgato la
notizia che la Roncella, per miracolo scampata alla morte proprio nel momento
del trionfo del suo dramma, finalmente in grado di sopportare lo strapazzo d’un
lungo viaggio, partiva quella mattina, ancora convalescente, per andare a
recuperare le forze e la salute in Piemonte, nel paesello nativo del marito.
Giornalisti e letterati, ammiratori e ammiratrici erano accorsi alla stazione
per vederla, per salutarla, e s’affollavano davanti la porta della sala
d’aspetto, poiché il medico che la assisteva e che l’avrebbe accompagnata fino a
Torino, non permetteva che molti le facessero ressa attorno.
- Cargiore? Dov’è Cargiore?
- Uhm! Presso Torino, dicono.
- Ci farà freddo!
- Eh, altro... Mah!
Quelli intanto che erano ammessi a stringerle la mano, a congratularsi, non
ostanti le proteste del medico, le preghiere del marito, non sapevano più
staccarsene per dar passo agli altri; e, seppur si allontanavano un poco dal
divano ov’ella stava seduta tra la suocera e la bàlia, rimanevano nella sala a
spiare con occhi intenti ogni minimo atto, ogni sguardo, ogni sorriso di lei.
Quelli di fuori picchiavano ai vetri, chiamavano, facevano cenni d’impazienza e
d’irritazione; ma nessuno se ne dava per inteso; anzi qualcuno pareva si
compiacesse di mostrarsi sfrontato fino al punto di guardare con dispettoso
sorriso canzonatorio quello spettacolo d’impazienza e d’irritazione.
L’isola nuova aveva avuto veramente un trionfo. La notizia della morte
dell’autrice, diffusasi in un baleno nel teatro, durante la prima
rappresentazione, alla fine del secondo atto, quando già tutto il pubblico era
preso e affascinato dalla prepotente originalità del dramma, aveva suscitato una
così nuova e solenne manifestazione di lutto e d’entusiasmo insieme, che ancora,
dopo circa due mesi, ne durava un fremito di commozione in tutti coloro che
avevano avuto la ventura di parteciparvi.
La mattina appresso tutti i giornali avevano descritto con colori così
straordinarii quella serata memorabile che in tutte le città d’Italia s’era
subito acceso il desiderio più impaziente di vedere al più presto rappresentato
il dramma e d’avere intanto altre notizie dell’autrice e del suo stato, altre
notizie del lavoro.
Bastava guardare Giustino Boggiòlo per farsi un’idea dell’enormità
dell’avvenimento, della febbre di curiosità per tutto divampata. Non la moglie,
ma lui pareva uscito or ora dalle strette della morte.
Strappato, quella sera, dalle braccia dei comici che lo tenevano per le spalle,
per le falde della giacca, a impedire che si presentasse, o piuttosto, si
precipitasse alla ribalta, ad annunziare come un pazzo al pubblico l’imminente
morte della moglie, era stato trascinato via, a casa, piangente, convulso da
Attilio Raceni.
Balzato da una violenta, terribile emozione a un’altra opposta non meno
terribile e violenta, ah Dio che nottata, che nottata aveva passato, là accanto
alla moglie; e poi che giornate! che giornate!
Ora la moglie
- bene o male
- eccola là, s’era liberata di tutti i suoi affanni;
quel che doveva fare, lo aveva fatto: eccolo là, tra i veli, quel caro gracile
roseo cosino in braccio alla bàlia; e andava lontano, a riposarsi, a ristorarsi
nella pace e nell’ozio. Mentre lui...
Già prima di tutto, altro che quel cosino là, lui! Un gigante, un gigante aveva
messo sù, lui; un gigante che ora, subito, voleva darsi a camminare a grandi
gambate per tutta Italia, per tutta Europa e fors’anche poi per le Americhe, a
mietere allori, a insaccar danari; e toccava a lui d’andargli dietro, a lui già
stremato di forze, esausto per il parto gigantesco.
Perché veramente per Giustino Boggiòlo il gigante non era il dramma composto da
sua moglie; il gigante era quel trionfo, di cui lui solamente si riconosceva
autore.
Ma sí! se non ci fosse stato lui, se lui non avesse operato miracoli in tutti
quei mesi di preparazione, ora difatti tanta gente sarebbe accorsa lí, alla
stazione, a ossequiare la moglie, a felicitarla, ad augurarle il buon viaggio!
- Prego, prego... Mi facciano la grazia, siano buoni... Il medico, hanno
sentito?... E poi, guardino, ci sono tant’altri di là... Sí, grazie, grazie...
Prego, per carità... A turno, a turno, dice il medico... Grazie, prego, per
carità...
- si rivolgeva intanto a questo e a quello, con le mani avanti,
cercando di tenerne quanti più poteva discosti dalla moglie, per regolare anche
quel servizio nel modo più lodevole, così che la stampa poi, quella sera stessa,
ne potesse parlare come d’un altro avvenimento.
- Grazie, oh prego, per
carità... Oh signora Marchesa, quanta degnazione... Sí, sí, vada, grazie...
Venga, venga avanti, Zago, ecco, le faccio stringere la mano, e poi via, mi
raccomando. Un po’ di largo, prego, signori... Grazie, grazie... Oh signora
Barmis, signora Barmis, mi dia ajuto, per carità... Guardi, Raceni, se viene il
senatore Borghi... Largo, largo, per favore... Sissignore, parte senz’avere
assistito neanche a una rappresentazione del suo dramma... Come dice? Ah sí...
purtroppo, sí, neanche una volta, neanche alle prove... Eh, come si fa? deve
partire, perché io... Grazie, Centanni!... Deve partire... Ciao, Mola, ciao! E
mi raccomando, sai?... Deve partire, perché... Come dice? Sissignora, quella è
la Carmi, la prima attrice... La Spera, sissignora! Perché io... mi lasci stare,
ah, mi lasci stare... Non me ne parli! A Napoli, a Bologna, a Firenze, a Milano,
a Torino, a Venezia... non so come spartirmi... sette, sette compagnie in giro,
sissignore...
Così, una parola a questo, una a quello, per lasciar tutti contenti; e
occhiatine e sorrisi d’intelligenza ai giornalisti; e tutte quelle notizie
distribuite così, quasi per incidenza; e ora questo ora quel nome pronunziato
forte a bella posta, perché i giornalisti ne prendessero nota.
- Meravigliosa! meravigliosa!
- non rifiniva intanto di esclamare la Barmis tra
il crocchio dei comici venuti anch’essi, come tanti altri, a vedere per la prima
volta e a conoscere l’autrice del dramma.
Quelli, per non parere imbronciati, assentivano col capo. Erano venuti, sicuri
d’una calorosissima accoglienza da parte della Roncella al cospetto di tutti,
d’una accoglienza quale si conveniva, se non proprio agli artefici primi di
tanto trionfo, ai più efficaci cooperatori di lei, non facilmente surrogabili o
superabili, via! Erano stati accolti invece, come tutti gli altri, e subito
allora s’erano immelensite le arie con cui erano entrati, e raggelati i modi.
- Sí, ma soffre,
- osservava il Grimi, facendo boccacce con gravità baritonale.
- È chiaro che soffre, guardatela! Ve lo dico io che soffre quella poverina
là...
- Tanto di donnetta, che forza!
- diceva invece la Carmi, mordicchiandosi il
labbro.
- Chi lo direbbe? Me la immaginavo tutt’altra! Negli occhi, sí... forse
negli occhi qualcosa c’è. Certi lampi, sí... Perché il grande della sua arte,
non saprei, è in certi guizzi improvvisi, in certi bruschi arresti, che vi
scuotono e vi stònano. Noi siamo abituati a un solo tono; a quelli che ci
dicono: la vita è questa; ad altri che ci dicono: la vita è quest’altra. Ora la
Roncella vi dipinge un lato, anch’essa della vita, ma poi tutta un tratto si
volta e vi presenta anche l’altro lato, subito. Ecco, questo mi pare!
E la Carmi volse gli occhi in giro come a raccogliere gli applausi, o almeno i
segni del consenso di chi stava a sentirla, e vendicarsi così, cioè con vera
superiorità, della freddezza e della ingratitudine della Roncella. Non raccolse
neanche il consenso del suo crocchio, perché tanto la Barmis quanto i suoi
compagni di palcoscenico s’accorsero bene ch’essa più che per loro aveva parlato
per essere intesa dagli altri, e sopra tutto dalla Roncella.
Due soli, rincantucciati in un angolo, la vecchia signorina Ely Facelli e Cosimo
Zago appoggiato alla stampella, approvarono col capo, e Laura Carmi li guatò con
sdegno, come se essi con la loro approvazione la avessero insultata.
A un tratto, un vivo movimento di curiosità si propagò nella sala e molti,
levandosi il cappello, inchinandosi, s’affrettarono a trarsi da canto per
lasciare passare uno, cui evidentemente l’insospettata presenza di tanta gente
cagionava, più che fastidio e imbarazzo, un vero e profondo turbamento, quasi
ira, stizza e vergogna insieme; un turbamento che saltava agli occhi di tutti e
che non poteva affatto spiegarsi col solo sdegno ben noto in quell’uomo di darsi
in pascolo alla gente.Altro doveva esserci sotto; e altro c’era. Lo diceva
piano, in un orecchio del Raceni, Dora Barmis, con gioja feroce:
- Teme che i giornalisti questa sera, nel resoconto, facciano il suo nome! E
sicuro che lo faranno! sfido io, se lo faranno! in prima! capolista! Chi sa,
caro mio, dove avrà detto alla Frezzi che sarebbe andato; e invece, eccolo qua;
è venuto qua... E questa sera Livia Frezzi leggerà i giornali; leggerà in prima
il nome di lui, e figuratevi che scenata gli farà! Gelosa pazza, ve l’ho già
detto! gelosa pazza; ma
- siamo giusti
- con ragione, mi sembra... Per me, via,
non c’è più dubbio!
- Ma statevi zitta!
- le diede su la voce il Raceni.
- Che dite! Se le può esser
padre!
- Bambino!
- esclamò allora la Barmis con un sorriso di commiserazione.
Non poté aggiunger altro, perché, imminente ormai la partenza, la Roncella tra
Maurizio Gueli e il senatore Romualdo Borghi, col marito davanti, battistrada,
si disponeva a uscire dalla sala per prendere posto sul treno.
Tutti si scoprirono il capo; si levò qua e là qualche grido d’evviva, a cui
rispose tutta un tratto un lungo scroscio di applausi, e Giustino Boggiòlo, già
preparato, in attesa, guardando di qua e di là, sorridente, raggiante, con gli
occhi lustri e i pomelli accesi, s’inchinò a ringraziare più volte, invece della
moglie.
Nella sala, dietro la porta vetrata, rimase sola a singhiozzare dentro il
moccichino profumato la signorina Ely Facelli, dimenticata e inconsolabile.
Guardando cauto, obliquo, lo zoppetto Cosimo Zago balzò con la stampella a quel
posto del divano ove poc’anzi stava seduta la Roncella, ghermí una piccola piuma
che s’era staccata dai boa di lei e se la cacciò in tasca appena in tempo da non
essere scoperto dal romanziere napoletano Raimondo Jàcono, il quale
riattraversava sbuffante la sala per andar via, stomacato.
- Ohé, tu? che fai? Mi sembri un cane sperduto, caro mio... Senti, senti che
grida? Gli osanna! È la santa del giorno! Buffoni, peggio di quel suo marito! Sù,
sù, coraggio, figlio mio! È la cosa più facile del mondo, non t’avvilire. Quella
ha preso Medea e l’ha rifatta stracciona di Taranto; tu piglia Ulisse e rifallo
gondoliere veneziano. Un trionfo! Te l’assicuro io! E vedrai che quella mo’ si
fa ricca, oh! Seicento, settecento mila lire, come niente! Balla, comare, che
fortuna suona!
Ritornando a casa in vettura con la signorina Facelli (la poverina non sapeva
staccarsi i fazzoletto dagli occhi, ma ormai non tanto più per il cordoglio
della partenza di Silvia, quanto per non scoprire i guasti che le lagrime
avevano cagionato, lunghi e profondi, alla sua chimica), Giustino Boggiòlo
scoteva le spalle, arricciava il naso, friggeva, pareva che ce l’avesse proprio
con lei. Ma no, povera signorina Ely, no; lei non c’entrava per nulla.
Tre minuti prima della partenza del treno, s’era attaccato a Giustino un nuovo
fastidio; ne aveva pochi! quasi un pezzo di carta, uno straccio, un vilucchio,
che s’attacchi al piede d’un corridore tutto compreso della gara in una pista
assiepata di popolo. Il senatore Borghi, parlando con Silvia affacciata al
finestrino della vettura, le aveva chiesto nientemeno il copione de L’isola
nuova per pubblicarlo nella sua rassegna. Per fortuna aveva fatto in tempo a
intromettersi, a dimostrargli che non era possibile: già tre editori, tra i
primi, gli avevano fatto ricchissime profferte e ancora egli li teneva a bada
tutti e tre, temendo che la diffusione del libro potesse scemare la curiosità
del pubblico in tutte quelle città che aspettavano con febbrile impazienza la
rappresentazione del dramma. Ebbene, il Borghi allora, in cambio, s’era fatto
promettere da Silvia una novella
- lunghetta, lunghetta
- per la Vita Italiana.
- Ma a quali patti, scusi?
- cominciò a dire Giustino, come se avesse accanto
nella vettura il senatore direttore e già ministro, e non quella sconsolata
signorina Ely.
- A quali patti? Bisogna vedere; bisogna intenderci, ora... Non
sono più i tempi della Casa dei nani, caro signor senatore! Gratitudine, va
bene! Ma la gratitudine, prima di tutto, non bisogna sfruttarla, ecco! Come
dice?
Approvò, approvò più volte col capo, dentro il moccichino, la signorina Ely; ma
per Giustino fu come se avesse invece disapprovato. Difatti incalzò:
- Sicuro! Perché al mio paese, chi sfrutta la gratitudine non solo perde ogni
merito del beneficio, ma si regola... no, che dico? peggio! si regola peggio di
chi nega con crudeltà un ajuto che potrebbe prestare. Questo me lo conservo,
guardi! proprio per il primo album che mi manderà lui, il signor senatore. Ah,
signorina mia,
- seguitò.
- Cento teste dovrei avere, cento, e sarebbero poche!
Se penso a tutto quello che devo fare, mi prende la vertigine! Ora vado
all’ufficio e domando sei mesi d’aspettativa. Non posso farne a meno. E se non
me l’accordano? Mi dica lei... Se non me l’accordano? Sarà un affar serio; mi
vedrò costretto a... a... Come dice?
Nulla. Oh santo Dio, perché insistere così, se proprio non fiatava la signorina
Ely! Alzò un dito per far segno di no, che non aveva parlato. E allora Giustino:
- Ma veda, per forza... Vedrà che per forza mi costringeranno a dare un calcio
all’ufficio! E poi cominceranno a dire, uh, ne sono sicuro!, cominceranno a dire
che vivo alle spalle di mia moglie. Io, già! alle spalle di mia moglie! Come se
mia moglie senza di me... roba da ridere, via! Già si vede: eccola là: dove se
n’è andata? In villeggiatura. E chi resta qua, a lavorare, a far la guerra?
Guerra, sa? guerra davvero, guerra... Si entra ora in campo! Sette eserciti e
cento città! Se ci resisto... Andate a pensare all’ufficio! Se domani lo perdo,
per chi lo perdo? Io perdo per lei... Bah, non ci pensiamo più!
Aveva tante cose per il capo, che più di qualche minuto di sfogo non poteva
concedere al dispiacere anche grave che qualcuna gli cagionava. Tuttavia non
poté fare a meno di ripensare, prima d’arrivare a casa, a quella tal richiesta a
tradimento del senatore Borghi.
Gli aveva fatto troppa stizza, ecco; anche perché, se mai, gli pareva che non
alla moglie, ma a lui avrebbe dovuto rivolgersi il signor senatore.
Ma, poi, Cristo santo! un po’ di discrezione! Quella poverina partiva per
rimettersi in salute, per riposarsi. Se a qualche cosa poi, là a Cargiore, le
fosse venuto voglia di pensare, ma avrebbe pensato a un nuovo dramma, perbacco!
non a cosettine che portan via tanto tempo, e non fruttano nulla.
Un po’ di discrezione, Cristo santo!
Appena arrivato a casa
- paf! un altro inciampo, un altro grattacapo, un’altra
ragione di stizza.
Ma questa, assai più grave!
Trovò nello studiolo un giovinotto lungo lungo, smilzo smilzo, con una selva di
capelli riccioluti indiavolati, pizzo ad uncino, baffi all’erta, un vecchio
fazzoletto verde di seta al collo, che forse nascondeva la mancanza della
camicia, un farsettino nero inverdito, le cui maniche, sdrucite ai gomiti, gli
lasciavano scoperti i polsi ossuti e pelosi e gli facevano apparire sperticate
le braccia e le mani.
Lo trovò come padrone del campo, in mezzo a una mostra di venticinque pastelli
disposti giro giro per la stanza, sulle seggiole, sulle poltrone, sulla
scrivania, da per tutto: venticinque pastelli tratti dalle scene culminanti de
L’isola nuova.
- E scusi... e scusi... e scusi...
- si mise a dire Giustino Boggiòlo, entrando,
stordito e sperduto, tra tutto quell’apparato.
- Chi è lei, scusi?
- Io?
- disse il giovinotto, sorridendo con aria di trionfo.
- Chi sono io? Nino
Pirino. Sono Nino Pirino, pittorino tarentino, dunque compatriottino di Silvia
Roncella. Lei è il marito, è vero? Piacere! Ecco, io ho fatto questa roba qua, e
sono venuto a mostrarla a Silvia Roncella, mia celebre compatriota.
- E dov’è?
- fece Giustino.
Il giovinotto lo guardò, stordito.
- Dov’è? chi? come?
- Ma se è partita, caro signore! Se è partita poco fa!
- Partita? La Roncella?
- Ma se lo sa tutta Roma, perbacco! C’era tutta Roma alla stazione, e lei non lo
sa! Ho tanto poco tempo da perdere, io, scusi... Ma già... aspetti un momento...
Scusi, queste sono scene de L’isola nuova, se non sbaglio?
- Sissignore.
- E che è, roba di tutti L’isola nuova, scusi? Lei prende così le scene e... e
se le appropria... Come? con qual diritto?
- Io? che dice? ma no!
- fece il giovinotto.
- Io sono un artista! Io ho veduto
e...
- Ma nossignore!
- esclamò con forza Giustino.
- Che ha veduto? Lei non ha
veduto niente. Lei ha veduto L’isola nuova.. .
- Sissignore.
- E questa è l’isola abbandonata, è vero?
- Sissignore.
- E dove l’ha mai veduta lei? esiste forse nella carta geografica, quest’isola?
Lei non ha potuto vederla!
Il giovinotto credeva propriamente che il caso fosse da ridere; e in verità a
ridere aveva disposto lo spirito. Così investito contro ogni sua aspettazione,
ora si sentiva rassegare il riso sulle labbra. Più che mai stordito, disse:
- Eh, con gli occhi no. Con gli occhi no, di certo! non l’ho veduta. Ma l’ho
immaginata, ecco!
- Lei? Ma nossignore!
- incalzò Giustino.
- Mia moglie! soltanto mia moglie.
L’ha immaginata soltanto mia moglie, non lei! E se mia moglie non l’avesse
immaginata, lei non avrebbe dipinto lí un bel corno, glielo dico io! La
proprietà...
A questo punto Nino Pirino non riuscí a tenere più in freno la risata che gli
gorgogliava dentro da un pezzo.
- La proprietà? ah sí? quale? quella dell’isola? Oh bella! oh bella! oh bella!
Vuol essere lei soltanto il proprietario dell’isola? il proprietario d’un’isola
che non esiste?
Giustino Boggiòlo, sentendo ridere così, s’intorbidò tutto dall’ira e gridò,
fremente:
- Ah, non esiste? Lo dice lei che non esiste! Esiste, esiste, esiste, caro
signore! E glielo farò vedere io, se esiste!
- L’isola?
- La proprietà! Il mio diritto di proprietà letteraria! Il mio diritto, il mio
diritto esiste! e lei vedrà se saprò farlo rispettare e valere! Ci sono qua io,
per questo! Tutti ormai sono avvezzi a violarlo, questo diritto, che pure emana
da una legge dello Stato, perdio, sacrosanta! Ma ripeto che ci sono qua io, ora;
e glielo farò vedere!
- Va bene... ma guardi... sissignore... si calmi, guardi...
- gli diceva intanto
il giovinotto, angustiato di vederlo in quelle furie.
- Guardi, io... io non ho
voluto usurpare nessun diritto, nessuna proprietà... Se lei s’arrabbia così,
guardi, io sono pronto a lasciarle qua tutti i miei pastelli; e me ne vado.
Glieli regalo e me ne vado. Mi sono inteso di fare un piacere, di fare onore
alla mia illustre compaesana... Sí, volevo anche pregarla di... di... ajutarmi
col prestigio del suo nome, perché credo, via, di meritarmi qualche ajuto...
Sono belli, sa? Li degni almeno d’uno sguardo, questi miei pastellini... Non c’è
male, creda! Glieli regalo, e me ne vado.
Giustino Boggiòlo si trovò d’un tratto tutto disarmato e restò brutto di fronte
alla generosità di quel ricchissimo straccione.
- No, nient’affatto... grazie... scusi... dicevo, discutevo per il... la...
il... diritto, la proprietà, ecco. Creda che è un affar serio... come se non
esistesse... Una pirateria continua nel campo letterario... Mi sono riscaldato,
perché, veda... in questo momento, mi... mi riscaldo facilmente: sono stanco,
stanco da morirne; e non c’è peggio della stanchezza! Ma io devo guardarmi
davanti e dietro, caro signore; devo difendere i miei interessi, lei lo capisce
bene.
- Ma certo! ma naturalmente!
- esclamò Nino Pirino, rifiatando.
- Però, senta...
Non s’arrabbi di nuovo, per carità! Crede che io non possa fare un quadro,
poniamo, sui Promessi sposi? Ecco: poniamo, leggo i Promessi sposi; ho
l’impressione d’una scena; non posso dipingerla?
Giustino Boggiòlo si concentrò con grande sforzo; rimase un po’ a stirarsi con
due dita la moschetta della barba a ventaglio:
- Eh,
- poi disse.
- Veramente non saprei... Forse, trattandosi dell’opera d’un
autore morto, già caduta da un pezzo in pubblico dominio... Non so. Bisogna che
studii la questione. Qui il suo caso, a ogni modo, è diverso. Guardi! Sta di
fatto che se un musicista domani mi chiede di musicare L’isola nuova
- (glielo
dico perché sono già in trattative con due compositori, tra i primi)
- anche
facendosene cavare il libretto da altri, deve pagare a me quel che io pretendo,
e non poco, sa? Ora, se non sbaglio, il suo caso è lo stesso: lei per la
pittura, quello per la musica.
- Veramente... già...
- cominciò a dire Nino Pirino, uncinandosi vieppiù il
pizzo; ma poi, d’un balzo, ricredendosi.
- Ma no! sbaglia, sa! Veda... il caso è
un altro! Il musicista paga perché, per il melodramma, prende le parole; ma se
non prende più le parole, se riesprime solo musicalmente in una sinfonia, o che
so io, le impressioni, i sentimenti suscitati in lui dal dramma della sua
signora, non paga più, sa? ne può stare sicuro; non paga più nulla!
Giustino Boggiòlo parò le mani come ad arrestare subito un pericolo o una
minaccia.
- Parlo accademicamente,
- s’affrettò allora a soggiungere il giovinotto.
- Io
le ho già detto perché sono venuto, e, ripeto, sono pronto a lasciarle qua i
miei pastelli e ad andarmene.
Un’idea balenò in quel momento a Giustino. Il dramma prima o poi, doveva andare
a stampa. Farne un’edizione ricchissima, illustrata, con la riproduzione a
colori di quei venticinque pastelli là... Ecco, il libro così non sarebbe andato
per le mani di tutti; così egli avrebbe anche impedito lo sfruttamento
dell’opera della moglie da parte di quel pittore; e avrebbe anche prestato a
questo l’ajuto richiesto, morale e materiale, perché avrebbe imposto all’editore
un adeguato compenso per quei pastelli là.
Nino Pirino si dichiarò entusiasta dell’idea e per poco non baciò le mani al suo
benefattore, il quale intanto aveva avuto un altro lampo e gli faceva cenno
d’aspettare che la luce gli si facesse intera.
- Ecco. Una prefazione del Gueli, al volume... Così, tutti i maligni che vanno
gracchiando che al Gueli il dramma non è piaciuto... Egli è venuto questa
mattina a ossequiare la mia signora alla stazione, sa? Ma possono ancora dire
(li conosco bene, io) che è stato per mera cortesia. Se il Gueli fa la
prefazione... Benissimo, sí sí, benissimo. Ci andrò oggi stesso, subito com’esco
dall’ufficio. Ma vede quant’altri pensieri, quant’altro da fare mi dà lei
adesso? E ho i minuti contati! Debbo partire stasera per Bologna. Basta,
basta... Vedrò di pensare a tutto. Lei mi lasci qua i pastelli. Le prometto che
appena passo da Milano... Dica, il suo indirizzo?
Nino Pirino si strinse i gomiti alla vita e domandò, tirando sù il busto,
impacciato:
- Ecco... quando... quando passerà, lei, da Milano?
- Non so,
- disse il Boggiòlo.
- Fra due, tre mesi al massimo...
- E allora,
- sorrise Pirino,
- è inutile, sa! Di qui a tre mesi, ne avrò
cangiati otto per lo meno, di indirizzi. Nino Pirino, ferma in posta: ecco, mi
scriva così.
Quando, sul tardi, Giustino Boggiòlo rientrò in casa (aveva appena il tempo di
fare in fretta in furia le valige) era così stanco, in tale vana fissità di
stordimento, che, appena entrato nella cupa ombra dello studiolo, trovandosi,
senza saper come né perché, tra le braccia d’una donna, sul seno d’una donna che
lo sorreggeva in piedi e gli carezzava la guancia pian pianino con una tepida
profumata mano e gli diceva con dolce voce materna: "Poverino... poverino... ma
si sa!... ma così voi vi distruggerete, caro!... oh poverino... poverino...",
abbandonato, senza volontà, rinunziando affatto a indovinare come mai Dora
Barmis fosse là, nella sua casa, al bujo, e potesse sapere ch’egli per tutte le
fatiche sostenute, per i dispiaceri incontrati e la stanchezza enorme aveva
quello strapotente bisogno di conforto e di riposo, la lasciava fare e si
lasciava carezzare e lisciare e coccolare come un bambino malato.
Forse era entrato nello studiolo vagellando e lamentandosi.
Non ne poteva più, davvero! All’ufficio il capo lo aveva accolto a modo d’un
cane, e gli aveva giurato che la domanda di sei mesi d’aspettativa non si
sarebbe chiamato più il commendator Riccardo Ricoglia se non gliela faceva
respingere, respingere, respingere. In casa del Gueli, poi... Oh Dio, che
cos’era accaduto in casa del Gueli? Non sapeva raccapezzarsi più... Aveva
sognato? Ma come? Non era andato il Gueli quella mattina alla stazione? Doveva
essersi impazzito. O impazzito lui, o il Gueli. Ma forse, ecco, in mezzo a tutto
quel tramenío vertiginoso, qualche cosa doveva essere accaduta, a cui non aveva
fatto caso, e per cui ora non poteva capire più nulla; neanche perché la Barmis
fosse là... Forse era giusto, era naturale che fosse là... e quel conforto
pietoso era anche opportuno, sí, e meritato... ma ora... ma ora basta, ecco.
E fece per staccarsi. Dora gli trattenne con la mano il capo sul seno:
- No, perché? Aspettate...
- Devo... le... le valige...
- balbettò Giustino.
- Ma no! che dite!
- gli diede su la voce Dora.
- Volete partire in questo
stato? No, caro! no, caro! Qua, qua... Voi non potete, caro, non potete! E io ve
l’impedirò.
Giustino resisté alla pressione della mano parendogli ormai troppo quel conforto
e un poco strano, benché sapesse che la Barmis spesso non si ricordava più,
proprio, d’essere donna.
- Ma... ma come?...
- seguitò a balbettare,
- senza... senza lume qui? Che ha
fatto la serva della signorina Ely.
- Il lume? Non l’ho voluto io,
- disse Dora. – L’avevano portato. Qua, qua,
sedete con me, qua. Si sta bene al bujo... qua ...
- E le valige? Chi me le fa?
- domandò Giustino pietosamente.
- Volete partire per forza?
- Signora mia...
- E se io ve l’impedissi?
Giustino, nel bujo, si sentí stringere con violenza un braccio. Più che mai
sbalordito, sgomento, tremante, ripeté:
- Signora mia...
- Ma stupido!
- scattò allora quella con un fremito di riso convulso,
afferrandolo per l’altro braccio e scotendolo.
- Stupido! stupido! Che fate? Non
vedete? È stupido... sí, stupido che voi partiate cosi... Dove sono le valige?
Saranno nella vostra camera. Dov’è la vostra camera? Sù, andiamo, v’ajuterò io!
E Giustino si sentí trascinare, strappare. Reluttò, perduto, balbettando:
- Ma... ma se... se non ci portano un lume...
Una stridula risata squarciò a questo punto il bujo e parve facesse traballare
tutta la casa silenziosa.
Giustino era ormai avvezzo a quei sùbiti prorompimenti d’ilarità folle nella
Barmis. Trattando con lei era sempre tra perplessità angosciose, non riuscendo
mai a sapere come dovesse interpretare certi atti, certi sguardi, certi sorrisi,
certe parole di lei. In quel momento, sí, in verità gli pareva chiaro che...
-
Già, ma se poi avesse sbagliato? E poi... ma che! A parte lo stato in cui si
trovava, sarebbe stata una profanazione belle buona, una vera infamia, sul letto
coniugale...
Così trovò il coraggio di accendere risolutamente, e anche con un certo sdegno,
un fiammifero.
Una nuova più stridula, più folle risata assalí e scontorse la Barmis alla vista
di lui con quel fiammifero acceso tra le dita.
- Ma perché?
- domandò Giustino con stizza.
- Al bujo... certo che...
Ci volle un bel pezzo prima che Dora si riavesse da quella convulsione di riso e
prendesse a ricomporsi, ad asciugarsi le lagrime. Intanto egli aveva acceso una
candela trovata di là su la scrivania, dopo aver fatto volare tre dei pastelli
del Pirino.
- Ah, vent’anni! vent’anni! vent’anni!
- fremette Dora alla fine.
- Sapete, gli
uomini? stecchini mi parevano! Qua, tra i denti, spezzati, e buttati via!
Sciocchezze! sciocchezze! L’anima, adesso, l’anima, l’anima... Dov’è l’anima?
Dio! Dio! Ah, come fa bene respirare.. Dite, Boggiòlo: per voi dov’è? dentro o
fuori? dico l’anima. Dentro di noi o fuori di noi? Sta tutto qui! Voi dite
dentro? Io dico fuori. L’anima è fuori, caro. L’anima è tutto. E noi, morti, non
saremo più nulla, caro. Più nulla, più nulla... Sù, fate lume! Queste valige
subito... V’ajuterò io... Sul serio!
- Troppo buona
- disse Giustino, mogio mogio, sbigottito.
Dora, seduta sul letto a due, guardò in giro i mobili della cameretta, modesti.
- Ah, qua...
- disse.
- Bene, sí... Che buono odor di casa, di famiglia, di
provincia... Si, sí... bene, bene... Beato voi, caro! Sempre così! Ma dovete far
presto. A che ora parte la corsa? Ih, subito... Sù, sù, senza perder tempo...
E prese a disporre con sveltezza e maestria nelle due valige aperte sul letto le
robe che Giustino cavava dal cassettone e le porgeva. Frattanto:
- Sapete perché sono venuta? Volevo avvertirvi che la Carmi... tutti gli attori
della Compagnia... ma specialmente la Carmi, caro mio, sono feroci contro di
voi!
- E perché?
- domandò Giustino, restando.
- Ma per vostra moglie, caro! Non ve ne siete accorto?
- rispose Dora,
facendogli cenno con le mani di non arrestarsi.
- Vostra moglie... forse,
poverina, perché ancora così... li ha accolti male, male, male..
Giustino, inghiottendo amaro, chinò più volte il capo, per significare che se
n’era accorto e doluto tanto.
- Bisogna riparare!
- riprese la Barmis.
- E dovete riparare appena da Bologna
raggiungerete a Napoli la Compagnia... Ecco, la Carmi si vuole vendicare a tutti
i costi. E voi dovete assolutamente ajutarla a vendicarsi.
- Io? e come?
- domandò Giustino, di nuovo stordito
- Oh Dio mio!
- esclamò la Barmis, stringendosi nelle spalle.
- Non pretenderete
che ve l’insegni io, come! È difficile con voi! Ma quando una donna si vuole
vendicare di un’altra... Guardate, la donna può essere anche buona verso un
uomo, specialmente se egli le si dà come un fanciullo. Ma verso un’altra donna
la donna è perfida, caro mio, capace di tutto poi, se crede d’averne ricevuto
uno sgarbo, un affronto. E poi l’invidia! Sapeste quanta invidia tra le donne, e
come le rende cattive! Voi siete un bravo figliuolo, un gran brav’uomo...
enormemente bravo, capisco, ma, se volete fare i vostri interessi, ecco...
dovete... dovete sforzarvi... farvi un po’ di violenza magari... Del resto,
starete parecchi mesi lontano da vostra moglie, è vero? Ora, via, non mi darete
a intendere...
- Ma no! ma no, creda, signora mia!
- esclamò candidamente Giustino.
- Io non ci
penso! Non ho neanche il tempo di pensarci! Per me, ho preso moglie, e basta!
- Come dire che siete appadronato?
- No,
- fece serio serio Giustino,
- è che proprio non ci penso più! Tutte le
donne per me sono... sono... come se fossero uomini, ecco! Non ci faccio più
differenza. Donna per me è mia moglie, e basta. Forse per le donne è un’altra
cosa. Ma per gli uomini, creda pure, almeno per me... L’uomo ha tant’altre cose
a cui pensare... Si figuri se io, tra tanti pensieri, con tanto da fare...
- Oh Dio, lo so! ma io dico nel vostro stesso interesse non volete capirlo?
-
riprese la Barmis, trattenendosi a stento di ridere e affondando il capo nelle
valige.
- Se voi volete fare i vostri interessi, caro mio! Per voi, sta bene; ma
dovete trattare con donne per forza: attrici, giornaliste... E se non fate come
vogliono loro? Se non le seguite nel loro istinto? sia pur malvagio, d’accordo!
Se queste donne invidiano vostra moglie? se vogliono vendicarsi... capite?
Vendicarsi così, non tanto perché desiderino voi, ma per fare un dispetto a
vostra moglie? Dico nel vostro stesso interesse... Sono necessità, caro, che
volete farci? necessità della vita! Sù, sù, ecco fatto; chiudete e partiamo
subito. Vi accompagnerò fino alla stazione.
In vettura, istintivamente gli prese una mano; subito si ricordò; fu lí lí per
lasciargliela; ma poi... tanto, dacché c’era... Giustino non si ribellò. Pensava
a quel che gli era accaduto in casa del Gueli.
- Mi spieghi un po’ lei, signora: io non so
- disse a Dora.
- Sono andato dal
Gueli...
- In casa?
- domandò Dora, e subito esclamò:
- Oh Dio, che avete fatto?
Ma perché?
- replicò Giustino.
- Sono andato per... per chiedergli un favore...
Bene. Lo crederebbe? Mi... mi ha accolto come se non mi avesse mai conosciuto...
- La Frezzi era presente?
- domandò la Barmis.
- Sissignora, c’era...
- E allora, che meraviglia?
- disse Dora.
- Non lo sapete?
- Mi scusi!
- riprese Giustino. – C’è da cascar dalle nuvole! Fingere finanche
di non ricordarsi più che questa mattina era stato alla stazione!
- Anche questo avete detto? lí, voi, in presenza della Frezzi?
- proruppe Dora,
ridendo.
- Oh povero Gueli, povero Gueli! Che avete fatto, caro Boggiòlo!
- Ma perché?
- tornò a replicar Giustino.
- Scusi, sa! io non posso ammettere
che...
- Voi! e già, siamo sempre lí!
- esclamò la Barmis.
- Volete fare i conti senza
la donna, voi! Ve lo dovete levar dal capo, caro mio! Volete ottenere un favore
dal Gueli? che egli abbia amicizia per la vostra signora? Provatevi a fare un
po’ di corte a quella sua nemica; e allora...
- Anche a quella?
- Non è mica brutta, vi prego di credere, Livia Frezzi! Non sarà più una
giovinetta, ma...
- Via, non lo dica neanche per ischerzo,
- fece Giustino.
- Ma io ve lo dico proprio sul serio, caro, sul serio, sul serio,
- ribatté
Dora.
- Se non mutate registro, non concluderete nulla!
E ancora, fino al momento che il treno si scrollò per partire, Dora Barmis
seguitò a battere su quel chiodo:
- Ricordatevi! Sí, sí, la Carmi! la Carmi! Ajutatela a vendicarsi. Pazienza,
caro... Addio! Sforzatevi... Nel vostro interesse... Fatevi un po’ di
violenza... Addio, caro, buone cose! addio! addio!
L’immagine della scimmia su l’elefante
sorse spontanea nelle redazioni dei giornali di Roma alla notizia dei rinnovati
trionfi de L’isola nuova nelle altre città; seppure non fu portata da qualche
giornalista di Milano o di Bologna o di Torino che riferiva l’impressione che
avevano avuto tutti in quelle città alla vista di quell’ometto che si dava
l’aria di guidare il colossale successo di quel dramma della moglie.
Non si poteva negare che, senza di lui, L’isola nuova forse non sarebbe neanche
andata in iscena, né per conseguenza passata, come ora passava, di trionfo in
trionfo per tutte le città d’Italia. Ma, se poteva essere in certo qual modo
scusabile, pur saltando agli occhi goffamente, tutto quel gran da fare ch’egli
s’era dato finché la fama della moglie era ancora modesta, ora che il trionfo
era venuto, non poteva non parere ridicolissimo il veder lui solo in giro con
esso, tutto faccente messa da parte la moglie, come se veramente non c’entrasse
per nulla: quella moglie che pochissimi avevano appena intravveduta, di cui
nessuno quasi aveva notizia: chi fosse, co . . . . . .
[A questo punto s’arresta il testo rielaborato dell’Autore. Diamo da qui innanzi il
testo della prima edizione riprendendo la narrazione dalla fine della scena tra
Giustino e la Barmis, con la quale terminava non il Cap. IV ("Dopo il Trionfo"),
ma il terzo dei quattro capitoletti in cui esso era suddiviso. Il seguente è
dunque l’ultimo di questi capitoletti.]
Dov’era?
Sí, dirimpetto, oltre il prato, di là dal sentiero, sorgeva nello spiazzo erboso
la chiesa antica, dedicata alla Vergine sidera scandenti, col lungo campanile
dalla cuspide ottagonale e le finestre bifore e l’orologio che recava una
leggenda assai strana per una chiesa: OGNVNO A SVO MODO; e accanto alla chiesa
era la bianca cura con l’orto solingo, e più là, recinto da muri, il piccolo
cimitero.
All’alba la voce delle campane su quelle povere tombe.
Ma forse la voce, no: il cupo ronzo che si propaga quando han finito di sonare,
penetra in quelle tombe e desta un fremito nei morti, d’angoscioso desiderio.
Oh donne dei casali sparsi, lasciate, donne di Villareto e di Galleana, donne di
Rufinera e di Pian del Viermo, donne di Brando e di Fornello, lasciate che a
questa messa dell’alba vadano per una volta tanto esse sole le vostre antiche
nonne divote, dal cimitero; e officii il loro vecchio curato da tant’anni
anch’esso sepolto, il quale forse, appena finita la messa, prima d’andare a
riporsi sotterra, s’indugerà a spiare attraverso il cancelletto l’orto solingo
della Cura, per vedere se al nuovo curato esso sta tanto a cuore quanto stette a
lui.
No, ecco... Dov’era? dov’era?
Sapeva ormai tanti luoghi e il loro nome; luoghi anche lontani da Cargiore. Era
stata su Roccia Corba; sul colle di Bràida, a veder tutta la Valsusa immensa.
Sapeva che il viale, qua, oltre la chiesa, scende tra i castagni e i cerri a
Giaveno, ov’era anche stata, attraversando giù quella curiosa Via della Buffa,
larga, a bastorovescio, tutta sonora d’acque scorrenti nel mezzo. Sapeva ch’era
la voce del Sangone quella che s’udiva sempre, e più la notte, e le impediva il
sonno tra tante smanie con l’immagine di tanta acqua in corsa perenne, senza
requie. Sapeva che più sù, per la vallata dell’Indritto, si precipita fragoroso
il Sangonetto: era stata in mezzo al fragore, tra le rocce, e aveva visto gran
parte delle acque devolvere incanalata nei lavori di presa: lí, romorosa,
libera, vorticosa, spumante, sfrenata; qui, placida pei canali, domata,
assoggettata all’industria dell’uomo.
Aveva visitato tutte le frazioni di Cargiore, quei ceppi di case sparse tra i
castagni e gli ontani e i pioppi e ne sapeva il nome. Sapeva che quella a
levante, lontana lontana, alta sul colle, era la Sacra di Superga. Sapeva i nomi
dei monti attorno, già coperti di neve: Monte Luzera e Monte Uja e la Costa del
Pagliajo e il Cugno dell’Alpet, Monte Brunello e Roccia Vrè. Quello di fronte, a
mezzodí, era il monte Bocciarda; quello di là, il Rubinett.
Sapeva tutto; la avevano già informata di tutto la mamma (madama Velia, come lí
la chiamavano) e la Graziella e quel caro signor Martino Prever, il pretendente.
Sí, di tutto. Ma ella... dov’era? dov’era?
Si sentiva gli occhi pieni di uno splendor vago, innaturale; aveva negli orecchi
come una perenne onda musicale, ch’era a un tempo voce e lume, in cui l’anima si
cullava serena, con una levità prodigiosa, ma a patto che non fosse tanto
indiscreta da volere intendere quella voce e fissar quel lume.
Era veramente così pieno di fremiti, come a lei pareva, il silenzio di quelle
verdi alture? trapunto, quasi pinzato a tratti da zighi lunghi, esilissimi, da
acuti fili di suono, da fritinníi? Era quel fremito perenne il riso dei tanti
rivoli scorrenti per borri, per zane, per botri scoscesi e cupi all’ombra di
bassi ontani; rivoli che s’affrettano, in cascatelle garrule spumose, dopo avere
irrigato un prato, benedetti, a far del bene altrove, a un altro campo che li
aspetta, dove par che tutte le foglie li chiamino, ballando festose?
No, no, attorno a tutto
- luoghi e cose e persone
- ella vedeva soffusa come una
vaporosa aria di sogno, per cui anche gli aspetti più vicini le sembravan
lontani e quasi irreali.
Certe volte, è vero, quell’aria di sogno le si squarciava d’un tratto, e allora
certi aspetti pareva le si avventassero agli occhi diversi, nella loro nuda
realtà. Turbata, urtata da quella dura fredda impassibile stupidità inanimata,
che la assaltava con precisa violenza, chiudeva gli occhi e si premeva forte le
mani su le tempie. Era davvero così quella tal cosa? No, non era forse neanche
così! Forse, chi sa come la vedevano gli altri... se pur la vedevano! E
quell’aria di sogno le si ricomponeva.
Una sera, la mamma s’era ritirata nella sua cameretta, perché le faceva male il
capo. Ella era entrata con Graziella a sentir come stésse. Nella cameretta linda
e modesta ardeva solo un lampadino votivo su una mensola innanzi a un antico
crocefisso d’avorio; ma il plenilunio la inalbava tutta, dolcemente. Graziella,
appena entrata, s’era messa a guardar dietro i vetri della finestra i prati
verdi inondati di lume, e a un tratto aveva sospirato:
- Che luna, madama! Dio, par che faccia giorno di nuovo.
La mamma allora aveva voluto ch’ella aprisse la mezza imposta.
Ah che solennità d’attonito incanto! In qual sogno erano assorti quegli alti
pioppi sorgenti dai prati, che la luna inondava di limpido silenzio? E a Silvia
era parso che quel silenzio si raffondasse nel tempo, e aveva pensato a notti
assai remote, vegliate come questa dalla Luna, e tutta quella pace attorno aveva
allora acquistato agli occhi suoi un senso arcano. Da lungi, continuo, profondo,
come un cupo ammonimento, il borboglío del Sangone, ne la valle. Là presso, di
tratto in tratto, un curioso stridore.
- Che stride così, Graziella?
- aveva domandato la mamma.
E Graziella, affacciata alla finestra, nell’aria chiara, aveva risposto
lietamente:
- Un contadino. Falcia il suo fieno, sotto la luna. Sta a raffilare la falce.
Donde aveva parlato Graziella? A Silvia era parso ch’ella avesse parlato dalla
Luna.
Poco dopo, da un lontano ceppo di case s’era levato un canto dolcissimo di
donne. E Graziella, parlando ancor quasi dalla Luna, aveva annunziato:
- Cantano a Rufinera...
Non una parola aveva potuto ella proferire.
Dacché s’era mossa da Roma e, con quel viaggio, tante e tante immagini nuove le
avevano invaso in tumulto lo spirito, da cui già appena appena si diradavano le
tenebre della morte, ella notava in sé con sgomento un distacco irreparabile da
tutta la sua prima vita. Non poteva più parlare né comunicar con gli altri, con
tutti quelli che volevano seguitare ad aver con lei le relazioni solite finora.
Le sentiva spezzate irrimediabilmente da quel distacco. Sentiva che ormai ella
non apparteneva più a se stessa.
Quel che doveva avvenire, era avvenuto.
Forse perché lassù, dove l’avevano portata, le eran mancate attorno quelle umili
cose consuete, alle quali ella prima si aggrappava, nelle quali soleva trovar
rifugio?
S’era trovata come sperduta lassù, e il suo dèmone ne aveva profittato. Le
veniva da lui quella specie d’ebbrezza sonora n cui vaneggiava, accesa e
stupita, poiché le trasformava con quei vapori di sogno tutte le cose.
E lui, lui faceva sí che di tratto in tratto la stupidità di esse le
s’avventasse agli occhi, squarciando quei vapori.
Era un dispetto atroce. Specialmente di tutte quelle cose ch’ella aveva voluto e
avrebbe ancora voluto aver più care e sacre, esso si divertiva ad avventarle
agli occhi la stupidità e non rispettava neppure il suo bambino, la sua
maternità! Le suggeriva che stupidi l’una e l’altro non sarebbero più stati solo
a patto ch’ella, mercé lui, ne facesse una bella creazione. E che così era di
quelle cose, come di tutte le altre. E che soltanto per creare ella era nata, e
non già per produrre materialmente stupide cose, né per impacciarsi e perdersi
tra esse.
Là, nella vallata dell’Indritto, che c’era? L’acqua incanalata, saggia, buona
massaja, e l’acqua libera, fragorosa, spumante. Ella doveva esser questa, e non
già quella.
Ecco: sonava l’ora... Come diceva l’orologio del campanile?
OGNVNO A SVO MODO.
Verrà tra poco, senza fin, la neve,
e case e prati, tutto sarà bianco,
il tetto, il campanil di quella pieve,
donde ora, all’alba, qual dal chiuso un branco
di pecorelle, escono per due porte
le borghigiane, ed hanno il damo a fianco.
Hanno pensato all’anima, alla morte
(qua presso è il cimiter pieno di croci),
le riprende or la vita, e parlan forte
liete di riudir le loro voci
nell’aria nuova del festivo giorno,
tra i rivoli che corrono veloci,
tra i prato che verdeggiano d’intorno.
Ecco ecco, così! A SUO MODO. Ma no! Ma che! Ella finora non aveva mai scritto un
verso! Non sapeva neppure come si facesse a scriverne...
- Come? Oh bella! Ma
così, come aveva fatto! Così come cantavano dentro... Non i versi, le cose.
Veramente le cantavano dentro tutte le cose, e tutte le si trasfiguravano, le si
rivelavano in nuovi improvvisi aspetti fantastici. Ed ella godeva d’una gioja
quasi divina.
Quelle nuvole e quei monti... Spesso i monti parevano nuvoloni lontani
impietrati, e le nuvole montagne d’aria nere grevi cupe. Avevano le nuvole verso
quei monti un gran da fare! Ora tonando e lampeggiando li assalivano con
furibondi impeti di rabbia; ora languide, morbide si sdrajavano su i loro
fianchi e li avvolgevano carezzose. Ma né di quelle furie né di questi languori
pareva che essi si curassero levati, con le azzurre fronti al cielo, assorti nel
mistero dei più remoti evi racchiuso in loro. Femmine, e nuvole! I monti amavano
la neve.
E quel prato lassù, di quella stagione, coperto di margherite? S’era sognato? O
aveva voluto la terra fare uno scherzo al cielo, imbiancando di fiori quel
lembo, prima che esso di neve? No, no: in certi profondi, umidi recessi del
bosco ancora spuntavano fiori; e di tanta vita recondita ella aveva provato
quasi uno strano stupor religioso... Ah, l’uomo che prende tutto alla terra e
tutto crede sia fatto per lui! Anche quella vita? No. Lí, ecco, era signore
assoluto un grosso calabrone ronzante, che s’arrestava a bere con vorace
violenza nei teneri e delicati calici dei fiori, che si piegavano sotto di lui.
E la brutalità di quella bestia bruna, rombante, vellutata e striata doro
offendeva come alcunché d’osceno, e faceva quasi dispetto la sommissione con cui
quelle campanule tremule gracili subivan l’oltraggio di essa e restavano poi a
tentennar lievi un tratto sul gambo, dopo che quella, sazia e ingorda tuttavia,
se n’era oziando allontanata.
Di ritorno alla quieta casetta, soffriva di non poter più essere o almeno
apparire a quella cara vecchina della suocera qual’era prima. In verità, forse
perché non era mai riuscita a tenersi, a comporsi, a fissarsi in un solido e
stabile concetto di sé, ella aveva sempre avvertito con viva inquietudine la
straordinaria disordinata mobilità del suo essere interiore, e spesso con una
meraviglia subito cancellata in sé come una vergogna, aveva sorpreso tanti moti
incoscienti, spontanei così del suo spirito, come del suo corpo, strani,
curiosissimi, quasi di guizzante bestiola incorreggibile; sempre aveva avuto una
certa paura di sé e insieme una certa curiosità quasi nata dal sospetto non ci
fosse in lei anche un’estranea che potesse far cose ch’ella non sapeva e non
voleva, smorfie, atti anche illeciti, e altre pensarne, che non stavano proprio
né in cielo né in terra; ma sí! cose orride, talvolta, addirittura incredibili,
che la riempivano di stupore e di raccapriccio. Lei! lei così desiderosa di non
prender mai troppo posto e di non farsi notare, anche per non avere il fastidio
di molti occhi addosso! Temeva ora che la suocera non le scorgesse negli occhi
quel riso che si sentiva fremere dentro ogni qualvolta nella saletta da pranzo
trovava aggrondato e con le ciglia irsute, gonfio di cupa ferocia quel bravo,
innocuo signor Martino Prever, geloso come un tigre dello zio Ippolito, il
quale, seguitando quietamente a lisciarsi anche lí il fiocco del berretto da
bersagliere e a fumar da mane a sera la lunghissima pipa, si divertiva un mondo
a farlo arrabbiare.
Era anche lui, monsù Prever, un bel vecchione con una barba anche più lunga di
quella dello zio Ippolito, ma incolta e arruffata, con un pajo d’occhi ceruli
chiari da fanciullo, non ostante la ferma intenzione di farli apparire spesso
feroci. Portava sempre in capo un berretto bianco di tela, con una larga visiera
di cuojo. Molto ricco, cercava soltanto la compagnia della gente più umile, e la
beneficava nascostamente; aveva anche edificato e dotato un asilo d’infanzia.
Possedeva a Cargiore un bel villino, e su la vetta del Colle di Bràida in
Valgioje una grande villa solitaria, donde si scopriva tra i castagni i faggi e
le betulle tutta l’ampia, magnifica Valsusa, azzurra di vapori. In compenso dei
tanti beneficii ricevuti, il paesello di Cargiore non l’aveva rieletto sindaco;
e forse perciò egli schivava la compagnia delle poche persone così dette per
bene. Tuttavia, non abbandonava mai il paese, neppure d’inverno.
La ragione c’era, e la sapevano tutti lí a Cargiore: quel persistente cocciuto
amore per madama Velia Boggiòlo. Non poteva stare, povero monsù Martino, non
poteva vivere senza vederla, quella sua madamina. Tutti a Cargiore conoscevano
madama Velia, e però nessuno malignava, anche sapendo che monsù Martino passava
quasi tutto il giorno in casa di lei.
Egli avrebbe voluto sposarla; non voleva lei; e non voleva perché... oh Dio,
perché sarebbe stato ormai inutile, all’età loro. Sposare per ridere? Non stava
egli là, a casa sua, tutto il giorno da padrone? E dunque! Poteva ormai
bastargli... La ricchezza? Ma era noto a tutti che, essendo il Prever senza
parenti né prossimi né lontani, tutto il suo, tranne forse qualche piccolo
legato ai servi, sarebbe andato un giorno, lo stesso, a madama Velia, se fosse
morta dopo di lui.
Era una specie di fascino, un’attrazione misteriosa che monsù Martino aveva
sentito tardi verso quella donnetta, che pure era stata sempre così quieta,
umile, timida, al suo posto. Tardi lui, il signor Martino; ma un suo fratello,
invece, troppo presto e con tanta violenza che, un giorno, sapendo ch’ella era
già fidanzata, zitto zitto, povero ragazzo, s’era ucciso.
Eran passati più di quarant’anni, e ancora nel cuore di madama Velia ne durava,
se non il rimorso, uno sbigottimento doloroso; e anche perciò, forse, pur
sentendosi qualche volta imbarazzata
- ecco
- non diceva proprio infastidita
dalla continua presenza del Prever in casa, la sopportava con rassegnazione.
Graziella anzi aveva detto a Silvia in un orecchio che madama la sopportava per
timore che anche lui, monsù Martino
- se ella niente niente si fosse provata ad
allontanarlo un po’
- non facesse, Dio liberi, come quel suo fratellino. Ma sí,
ma sí, perché...
- rideva? oh non c’era mica da ridere: un filettino di pazzia
dovevano proprio averlo quei Prever là, lo dicevano tutti a Cargiore, un
filettino di pazzia. Bisognava sentire come parlava solo, forte, per ore e ore,
Monsù forse lo zio, il signor Ippolito, ecco, avrebbe fatto bene a non insister
tanto su quello scherzo di volerla sposar lui Madama. E Graziella aveva
consigliato a Silvia d’indurre lo zio a dar la baja invece a don Buti, il
curato, che veniva qualche volta in casa anche lui.
- Ecco, a chiel là sí a chiel là!
Ah, quel Don Buti, che disillusione! In quella bianca canonica, con quell’orto
accanto, Silvia s’era immaginato un ben altro uomo di Dio. Vi aveva trovato
invece un lungo prete magro e curvo, tutto aguzzo, nel naso, negli zigomi, nel
mento, e con un pajo d’occhietti tondi, sempre fissi e spaventati. Disillusione,
da un canto; ma, dall’altro, che gusto aveva provato nel sentir parlare quel
brav’uomo dei prodigi d’un suo vecchio cannocchiale adoperato come strumento
efficacissimo di religione e però sacro a lui quasi quanto il calice dell’altar
maggiore.
Gli uomini, pensava Don Buti, sono peccatori perché vedon bene e belle grandi le
cose vicine, quelle della terra; le cose del cielo, a cui dovrebbero pensare
sopra tutto, le stelle, le vedono male, invece, e piccoline, perché Dio le volle
mettere troppo alte e lontane. La gente ignorante le guarda, e sí, a dis magara
ch’a son bele; ma così piccoline come pajono, non le calcola, non le sa
calcolare, ed ecco che tanta parte della potenza di Dio resta loro sconosciuta.
Bisogna far vedere agli ignoranti che la vera grandezza è lassù. Onde, il
canucial.
E nelle belle serate don Buti lo armava sul sagrato, quel suo cannocchiale, e
chiamava attorno ad esso tutti i suoi parrocchiani che scendevano anche da
Rufinera e da Pian del Viermo le giovani cantando, i vecchi appoggiati al
bastone, i bimbi trascinati dalle mamme, a vedere le "gran montagne" della Luna.
Che risate ne facevan le rane in fondo ai botri! E pareva che anche le stelle
avessero guizzi d’ilarità in cielo. Allungando, accorciando lo strumento per
adattarlo alla vista di chi si chinava a guardare, don Buti regolava il turno, e
si udivano da lontano, tra la confusione, i suoi strilli:
- Con un euj soul! con un euj soul!
Ma sí! specialmente le donne e i ragazzi aprivano tanto di bocca e storcevano in
mille smorfie le labbra per riuscire a tener chiuso l’occhio manco e aperto il
diritto, e sbuffavano e appannavan la lente del cannocchiale, mentre don Buti,
credendo che già stessero a guardare, scoteva in aria le mani col pollice e
l’indice congiunti ed esclamava:
- La gran potensa ‘d Nosgnour, eh? la gran potensa ‘d Nosgnour!
Che scenette gustose quando veniva a parlarne con lo zio Ippolito e con monsù
Martino in quel caro tepido nido tra i monti, pieno di quel sicuro conforto
familiare che spirava da tutti gli oggetti ormai quasi animati dagli antichi
ricordi della casa, santificati dalle sante oneste cure amorose; che scenette
specialmente nei giorni che pioveva e non si poteva andar fuori neanche un
momento!
Ma proprio in quei giorni, appena Silvia cominciava a riassaporar la pace della
vita domestica, ecco sopravvenire il procaccia carico di posta per lei, e
ventate di gloria irrompevano allora là dentro a investirla, a sconvolgerla
tutta, da quei fasci di giornali che il marito le spediva da questa e da quella
città.
Trionfava da per tutto L’isola nuova. E la trionfatrice, la acclamata da tutte
le folle, ecco, era là, in quella casettina ignorata, perduta in quel verde
pianoro su le Prealpi.
Era lei, davvero? o non piuttosto un momento di lei, che era stato? Un subitaneo
lume nello spirito e, nello sprazzo, là, una visione, di cui poi ella stessa
provava stupore...
Davvero non sapeva più lei stessa, ora, come e perché le fosse venuto in mente
quel fatto, quell’isola, con quei marinaj... Ah che ridere! Non lo sapeva lei;
ma lo sapevano bene, benissimo lo sapevano tutti i critici drammatici e non
drammatici di tutti i giornali quotidiani e non quotidiani d’Italia. Quante ne
dicevano! Quante cose scoprivano in quel suo dramma, a cui ella non si era mai
neppur sognata di pensare! Oh, ma cose tutte, badiamo, che le recavano un gran
piacere, perché erano la ragione appunto delle maggiori lodi; lodi che, in
verità, più che a lei, che quelle cose non aveva mai pensate, andavano diritte
diritte ai signori critici che ve le avevano scoperte. Ma forse, chi sa! c’erano
veramente, se quelli così in prima ve le scoprivano...
Giustino nelle sue lettere frettolose si lasciava intravveder tra le righe
soddisfatto, anzi contentissimo. Si rappresentava, è vero, come rapito in un
turbine, e non rifiniva di lamentarsi della stanchezza estrema e delle lotte che
doveva sostenere con gli amministratori delle compagnie e con gl’impresarii,
delle arrabbiature che si prendeva coi comici e coi giornalisti; ma poi parlava
di teatroni rigurgitanti di spettatori, di penali a cui i capocomici si
sobbarcavano volentieri pur di trattenersi ancora per qualche settimana oltre i
limiti dei contratti in questa e in quella "piazza" a soddisfar la richiesta di
nuove repliche da parte del pubblico, che non si stancava di accorrere e di
acclamare in delirio.
Leggendo quei giornali e quelle lettere, da cui le vampava innanzi agli occhi la
visione affascinante di quei teatri, di tanta e tanta moltitudine che la
acclamava, che acclamava lei, lei l’autrice
- Silvia si sentiva risollevare da
quell’émpito tutto pungente di brividi già avvertito nella sala d’aspetto della
stazione di Roma, allorché per la prima volta s’era trovata di fronte al suo
trionfo, impreparata, prostrata, smarrita.
Risollevata da quell’émpito, e tutta accesa ora e vibrante, domandava a se
stessa perché non doveva esser là, lei, dove la acclamavano con tanto calore,
anziché qua, nascosta, appartata, messa da canto, come se non fosse lei!
Ma sí, se non lo diceva chiaramente, lo lasciava pure intender bene Giustino,
che lei lí non c’entrava, che tutto doveva far lui, lí, lui che sapeva ormai a
meraviglia come si dovesse fare ogni cosa.
Eh già, lui... Se lo immaginava, lo vedeva or faccente, accaldato, or su le
furie, ora esultante tra i comici, tra i giornalisti; e un senso le si destava,
non d’invidia, né di gelosia, ma piuttosto di smanioso fastidio, un’irritazione
ancora non ben definita, tra d’angustia, di pena e di dispetto.
Che doveva pensar mai di lei e di lui tutta quella gente? di lui in ispecie, nel
vederlo così? ma anche di lei? che forse era una stupida? Stupida, no, se aveva
potuto scrivere quel dramma... Ma, via, una che non sapeva forse né muoversi né
parlare; impresentabile?
Sí, era vero: senza di lui L’isola nuova forse non sarebbe neanche andata in
iscena. Egli aveva pensato a tutto; e di tutto ella doveva essergli grata. Ma
ecco, se stava bene o poteva almeno non saltar tanto agli occhi tutto quel gran
da fare ch’egli s’era dato finché il nome di lei era ancor modesto, modesta la
fama, e lei poteva starsene in ombra, chiusa, in disparte ora che il trionfo era
venuto a coronare tutto quel suo fervido impegno, che figura ci faceva lui, lui
solo là, in mezzo ad esso? Poteva più ella starsene così in disparte, ora, e
lasciar lí lui solo, esposto, come l’artefice di tutto, senza che il ridicolo
investisse e coprisse insieme lui e lei? Ora che il trionfo era venuto, ora che
egli alla fine
- lei reluttante
- era riuscito nel suo intento, a sospingerla, a
lanciarla verso la luce abbagliante della gloria, ella
- per forza
- sí, anche
contro voglia e facendosi violenza, doveva apparire, mostrarsi, farsi avanti; e
lui
- per forza
- ritirarsi, ora, non esser più così faccente, così accanito,
sempre in mezzo: tutto lui!
La prima impressione del ridicolo, di cui già agli occhi suoi cominciava a
vestirsi il marito, Silvia l’aveva avuta da una lettera della Barmis, nella
quale si parlava del Gueli e della visita inconsulta che Giustino era andato a
fargli per averne la prefazione al volume dell’Isola nuova. Nelle sue lettere
Giustino non gliene aveva mai fatto alcun cenno. Alcune frasi della Barmis sul
Gueli, non chiare, sinuose, la avevano spinta a strappare quella lettera con
schifo.
Pochi giorni dopo, le pervenne del Gueli appunto una lettera, anch’essa non ben
chiara, che le accrebbe il malumore e il turbamento. Il Gueli si scusava con lei
di non poter fare la prefazione alla stampa del dramma, con certi vaghi accenni
a segrete ragioni che gli avevano impedito la prima sera di assistere all’intera
rappresentazione di esso; parlava anche di certe miserie (senza dir quali)
tragiche e ridicole a un tempo, che avviluppan le anime e sbarrano la via,
quando non tolgano anche il respiro; e terminava con la preghiera che ella (se
voleva rispondergli) anziché a casa indirizzasse la risposta presso gli ufficii
di redazione della Vita Italiana, ov’egli di tanto in tanto si recava a parlar
di lei col Borghi.
Silvia lacerò con dispetto anche questa lettera. Quella preghiera in coda la
offese. Ma già tutta la lettera le parve un’offesa. La miseria tragica e
ridicola a un tempo, di cui egli le parlava, non doveva esser altro per lui che
la Frezzi; ma egli ne parlava a lei come di cosa che ella dovesse intendere e
conoscer bene per propria esperienza. Ne resultava chiarissima, insomma,
un’allusione al marito. E di tale allusione Silvia si offese tanto più, in
quanto che già veramente cominciava a scorgere il ridicolo del marito.
L’inverno intanto s’era inoltrato, orribile su quelle alture. Piogge continue e
vento e neve e nebbia, nebbia che soffocava. Se ella non avesse avuto in sé
tante ragioni di smania e di oppressione, quel tempo gliele avrebbe date.
Sarebbe scappata via, sola, a raggiungere il marito, se il pensiero di lasciare
il bambino prima del tempo non l’avesse trattenuta.
Aveva per quella sua creaturina momenti di tenerezza angosciosa, sentendo di non
poter essere per lei una mamma quale avrebbe voluto. E anche di quest’angoscia,
che il pensiero del figlio le cagionava, incolpava con rancor sordo il marito
che con quel suo testardo furore l’aveva tant’oltre spinta e disviata dai
raccolti affetti, dalle modeste cure.
Ah forse egli se l’era già bell’e tracciato il suo piano: farla scrivere, là,
come una macchina; e perché la macchina non avesse intoppi, via il figlio,
isolarla; poi badare a tutto lui, fuori, gestir lui quella nuova grande azienda
letteraria. Ah, no! ah no! Se lei non doveva esser più neanche madre...
Ma forse era ingiusta. Il marito nelle ultime lettere le parlava della nuova
casa che, tra poco, in primavera, avrebbero avuto a Roma, e le diceva di
prepararsi a uscir finalmente dal guscio, intendendo che il suo salotto fosse
domani il ritrovo del fior fiore dell’arte, delle lettere, del giornalismo.
Anche quest’altra idea però, di dover rappresentare una parte, la parte della
"gran donna" in mezzo alla insulsa vanità di tanti letterati e giornalisti e
signore così dette intellettuali, la sconcertava, le dava uggia e nausea in quei
momenti.
Forse meglio, forse meglio rimaner lí nascosta, in quel nido tra i monti,
accanto a quella cara vecchina e al suo bambino, lí tra il signor Prever e lo
zio Ippolito, il quale anche lui diceva di non volere andar via mai più, mai più
di lí, mai più e strizzava un occhio furbescamente ammiccando a chièl, a monsù
Martino, che si rodeva dentro nel sentirgli dir così.
Ah povero zio!... Mai più, mai più davvero, povero zio! Davvero lui doveva
rimanere per sempre lí a Cargiore!
Una sera, mentre si affannava a gridare contro a Giustino, di cui poc’anzi era
arrivata una lettera, nella quale annunziava che, messo alle strette, s’era
licenziato dall’impiego; e a gridar contro il signor Prever, il quale
misteriosamente si ostinava a dire che alla fin fine non sarebbe stato un gran
danno, perché... perché... un giorno... chi sa! (alludeva senza dubbio alle sue
disposizioni testamentarie)
- tutta un tratto, aveva stravolto gli occhi, lo zio
Ippolito, e storto la bocca come per uno sbadiglio mancato; un gran sussulto
delle spalle poderose e del capo gli aveva fatto saltar su la faccia il fiocco
del berretto da bersagliere; poi giù il capo sul petto, e l’estremo abbandono di
tutte le membra.
Fulminato!
Quanto tempo, quante pene perdute invano dal signor Prever per andare a scovar
con quel tempaccio il medico condotto il quale alla fine venne a dire tutto
affannato quel che già si sapeva; e dalla povera Graziella per condurre il
curato con l’olio santo!
"Piano! piano! Non gli guastate così la bella barba!" avrebbe voluto ella dire a
tutti, scostandoli, per starselo a mirare ancora per poco lí sul letto, il suo
povero zio, immobile e severo, con le braccia in croce.
"
- Che fa, signor Ippolito?"
"
- Il giardiniere..."
E, mirandolo, non riusciva a levarsi dagli occhi quel fiocco del berretto che
nell’orrendo sussulto gli era saltato su la faccia, povero zio! povero zio!
Tutta una pazzia per lui e quell’impegno testardo di Giustino e la letteratura,
i libri, il teatro. .. Ah sí; ma pazzia fors’anche tutta quanta la vita, ogni
affanno, ogni cura, povero zio!
Voleva restar lí? Ed ecco, ci restava. Lí, nel piccolo cimitero, presso la
bianca cura. Il suo rivale, il signor Prever che non sapeva consolarsi d’aver
provato tanta stizza per la venuta di lui, ecco, gli dava ricetto nella sua
gentilizia, ch’era la più bella del cimitero di Cargiore...
I giorni che seguirono quell’improvvisa morte dello zio Ippolito furono pieni
per Silvia d’una dura, ottusa, orrida tetraggine, in cui più che mai le si
rappresentò cruda la stupidità di tutte le cose e della vita.
Giustino seguitò a mandarle, prima da Genova, poi da Milano, poi da Venezia,
fasci e fasci di giornali e lettere. Ella non li aprí, non li toccò nemmeno.
La violenza di quella morte aveva spezzato il lieve superficiale accordo di
sentimenti tra lei e le persone e anche le cose che la circondavano lí; accordo
che si sarebbe potuto mantenere e per breve tempo, solo a patto che nulla di
grave e d’inatteso fosse venuto a scoprir l’interno degli animi e la diversità
degli affetti e delle nature.
Scomparso così d’un tratto dal suo lato colui che la confortava con la sua
presenza, colui che aveva nelle vene il Suo stesso sangue e rappresentava la sua
famiglia, si sentí sola e come in esilio in quella casa, in quei luoghi, se non
proprio tra nemici, fra estranei che non potevano comprenderla, né direttamente
partecipare al suo dolore, e che, col modo onde la guardavano e seguivan taciti
e come in attesa tutti i suoi movimenti e gli atti con cui esprimeva il suo
cordoglio, le facevano intendere ancor più e quasi vedere e toccare la sua
solitudine, inasprendogliene di mano in mano la sensazione. Si vide esclusa da
tutte le parti: la suocera e la bàlia, poiché il suo bambino doveva rimaner lí
affidato alle loro cure, la escludevano già fin d’ora dalla sua maternità; il
marito, correndo di città in città, di teatro in teatro, la escludeva dal suo
trionfo; e tutti così le strappavano le cose sue più preziose e nessuno si
curava di lei, lasciata lí in quel vuoto, sola. Che doveva far lei? Non aveva
più nessuno della sua famiglia, morto il padre, morto ora anche lo zio; fuori e
tanto lontana dal suo paese; distolta da tutte le sue abitudini; sbalzata
lanciata in una via che rifuggiva dal percorrere così, non col suo passo,
liberamente, ma quasi per violenza altrui, sospinta dietro da un altro... E la
suocera forse la accusava entro di sé d’aver fuorviato lei il marito, d’avergli
riempito l’animo di fumo e acceso la testa fino al punto da fargli perdere
l’impiego. Ma sí! ma sí! aveva già scorto chiaramente quest’accusa in qualche
obliqua occhiata di lei, colta all’improvviso. Quegli occhietti vivi nel pallore
del volto, che si volgevano sempre altrove, quasi a sperdere l’acume degli
sguardi, dimostravano bene una certa sbigottita diffidenza di lei, un rammarico
che si voleva celare, pieno d’ansie e di timori per il figliuolo.
Lo sdegno per questa ingiustizia però, anziché contro quella vecchina ignara, si
ritorceva nel cuore di Silvia contro il marito lontano. Era egli cagione di
quella ingiustizia, egli, accecato così dal suo furore, che non vedeva più né il
male che faceva a lei, né quello che faceva a se stesso. Bisognava arrestarlo,
gridargli che la smettesse. Ma come? era possibile ora che tant’oltre erano
spinte le cose, ora che quel dramma, composto in silenzio, nell’ombra e nel
segreto, aveva suscitato tanto fragore e acceso tanta luce attorno al suo nome?
Come poteva giudicare ella, da quel cantuccio, senz’aver veduto ancor nulla, che
cosa avrebbe dovuto o potuto fare? Avvertiva confusamente che non poteva e non
doveva essere più qual’era stata finora; che doveva buttar via per sempre quel
che d’angusto e di primitivo aveva voluto serbare alla sua esistenza, e dar
campo invece e abbandonarsi a quella segreta potenza che aveva in sé e che
finora non aveva voluto conoscer bene. Solo a pensarci, se ne sentiva turbare,
rimescolar tutta dal profondo. E questo le si affermava preciso innanzi agli
occhi: che, cangiata lei, non poteva più il marito restarle davanti, tra i
piedi, così a cavallo della sua fama e con la tromba in bocca.
In che strani atteggiamenti da pazzi si storcevano i tronchi ischeletriti degli
alberi affondati giù nelle neve, con viluppi, stracci, sbréndoli di nebbia
impigliati tra gl’ispidi rami! Guardandoli dalla finestra, ella si passava
macchinalmente la mano su la fronte e su gli occhi, quasi per levarseli, quegli
sbréndoli di nebbia, anche dai pensieri ispidi, atteggiati pazzescamente, come
quegli alberi là, nel gelo della sua anima. Fissava su l’umida imporrita
ringhiera di legno del ballatojo le gocce di pioggia in fila, pendule, lucenti
su lo sfondo plumbeo del cielo. Veniva un soffio d’aria; urtava quelle gocce
abbrividenti; l’una traboccava nell’altra, e tutte insieme in un rivoletto
scorrevano giù per la bacchetta della ringhiera. Tra una bacchetta e l’altra
ella allungava lo sguardo fino alla cura che sorgeva là dirimpetto, accanto alla
chiesa; vedeva le cinque finestre verdi che guardavan l’orto solingo sotto la
neve, guarnite di certe tendine, che col loro candore dicevano d’essere state
lavate e stirate insieme coi mensali degli altari. Che dolcezza di pace in
quella bianca cura! Lí presso, il cimitero...
Silvia s’alzava all’improvviso, s’avvolgeva lo scialle attorno al capo e usciva
fuori, su la neve, diretta al cimitero, per fare una visita allo zio. Dura e
fredda come la morte era la tetraggine del suo spirito.
Cominciò a rompersi questa tetraggine col sopravvenire della primavera, allorché
la suocera, che la aveva tanto pregata di non andar tutti i giorni con quella
neve, con quel vento, con quella pioggia al cimitero, si mise invece a pregarla,
or che venivano le belle giornate, ad andar con la bàlia e col piccino giù per
la via di Giaveno, al sole.
Ed ella prese ad uscire col bambino. Mandava innanzi per quella via la bàlia,
dicendole che la aspettasse al primo tabernacolo; ed entrava nel cimitero per la
visita consueta allo zio.
Una mattina, lí davanti al primo tabernacolo, trovò con la bàlia, impostato
dietro una macchina fotografica, un giovane giornalista venuto sù da Torino
proprio per lei, o, com’egli disse, "alla scoperta di Silvia Roncella e del suo
romitorio".
Quanto la fece parlare e ridere quel grazioso matto, che volle saper tutto e
veder tutto e tutto fotografare e sopra tutto lei in tutti gli atteggiamenti,
con la bàlia e senza bàlia, col bambino e senza bambino, dichiarandosi felice
addirittura di aver scoperto una miniera, una miniera affatto inesplorata, una
miniera vergine, una miniera doro.
Quand’egli andò via, Silvia restò a lungo stupita di se stessa. Anche lei, anche
lei si era scoperta un’altra, or ora, di fronte a quel giornalista. Si era
sentita felice anche lei di parlare di parlare... E non sapeva più che cosa gli
avesse detto. Tante cose! Sciocchezze? Forse... Ma aveva parlato, finalmente!
Era stata lei, quale ormai doveva essere.
E godé senza fine il giorno appresso nel veder riprodotta la sua immagine in
tanti diversi atteggiamenti sul giornale che quegli le mandò e nel leggere tutte
le cose che le aveva fatto dire, ma sopra tutto per le espressioni di meraviglia
e di entusiasmo che quel giornalista profondeva, più che per l’artista ormai
celebre, per lei donna ancora a tutti ignota.
Una copia di quel giornale Silvia a sua volta volle spedir subito al marito per
dargli una prova che , via
- a mettercisi
- non lui soltanto, ma poteva far per
benino le cose anche lei.
Disingannati, sempre; ma che si possa
per giunta rimanere con avvilimento di rimorso anche dopo essere stati intesi e
assorti in un’opera da cui ci aspettavamo lode e gratitudine, par troppo.
Eppure...
Voleva che volassero, Giustino, volassero le due carrozzelle per giungere presto
a casa, ritornando dalla stazione ove, insieme con Dora Barmis e Attilio Raceni,
era andato ad accogliere Silvia.
L’aspetto della moglie, all’arrivo, lo aveva sconcertato; più che più, poi, le
poche parole e gli sguardi e i modi, nel breve tratto dall’interno della
stazione all’uscita, finché non s’era messa con la Barmis in una vettura, e lui
col Raceni non era saltato in un’altra.
- Il viaggio... Sarà stanca... Poi, così sola...
- disse a Giustino il Raceni,
impressionato anche lui dal torbido volto e dal gelido tratto della Roncella.
- Eh già...
- riconobbe subito Giustino.
- Capisco. Dovevo andar io lassù, a
prenderla. Ma come facevo? Qua, con la casa addosso, sossopra. E poi, sa? La
morte dello zio. C’è anche questo. L’ha sentita. Eh, l’ha sentita, l’ha sentita
troppo, quella morte...
Questa volta fu il Raceni a riconoscer subito:
- Ah già... ah già...
- Capisce?
- riprese Giustino. – Nell’andar sù, era con lui; ora è ritornata
sola... L’ha lasciato là... E mica lo zio solo! Ma già, sí! dovevo dovevo dovevo
proprio andar io a prenderla a Cargiore... C’è stato anche il distacco dal
bambino, per dio! Lei capisce?
E il Raceni, di nuovo:
- Ah già... ah già... Sicuro... sicuro...
A quante cose non avevano pensato, infervorati tutti e tre nei lavori d’addobbo
della nuova casa!
Erano andati alla stazione festanti, con la soddisfazione di esser riusciti a
costo d’incredibili fatiche a farle trovar tutto in ordine; ed ecco qua, d’un
tratto ora s’accorgevano che, non solo non meritavano né ringraziamenti né
gratitudine per tutto quello che avevano fatto, ma dovevano per giunta pentirsi
di non aver pensato, non diciamo al lutto di quella morte recente, ma nemmeno
allo strazio della madre nel distaccarsi dal suo bambino.
Ogni minuto a Giustino, adesso, sapeva un’ora. Sperava che Silvia, appena
entrata nella nuova casa, non avrebbe pensato più a nulla, dallo stupore... Non
glien’aveva fatto apposta alcun cenno, nelle lettere.
Prodigi
- ecco, questa era la parola
- prodigi aveva operato, col consiglio e l’ajuto
assiduo della Barmis e anche... sí, anche del Raceni, poverino!
Diceva casa, ma così, tanto per dire. Che casa! Non era casa. Era...
- ma,
zitti, per carità, che Silvia ancora non lo sappia! un villino era
- zitti!
- un
villino in quella via nuova, tutta di villini, di là da ponte Margherita, ai
Prati, in via Plinio; uno dei primi, con giardinetto attorno, cancellata e
tutto. Fuorimano? Che fuorimano! Due passi e si era al Corso. Via signorile,
silenziosa; la meglio che si potesse scegliere per una che doveva scrivere! Ma
c’era di più. Non l’aveva mica preso in affitto, quel villino.
- zitti, per
carità!
- Lo aveva comperato. Sissignori, comperato, per novantamila lire.
Sessantamila pagate là, sul tamburo; le altre trenta da pagare a respiro, in tre
anni. E
- zitti!
- circa venti altre mila lire aveva speso finora per l’arredo.
Meraviglioso! Con la sapienza della Barmis in materia... Tutto arredo nuovo e di
stile: semplice, sobrio, snello e solido: mobili del Ducrot! Bisognava vedere il
salotto, a sinistra, subito come s’entrava; e poi l’altro salotto accanto; e poi
la sala da pranzo che dava sul giardino. Lo studio era sù, al piano di sopra, a
cui si accedeva per un’ampia bella scala di marmo, dalla ringhiera a pilastrini,
che cominciava poco più oltre l’uscio del salotto.
Lo studio
- sù
- e le camere,
due belle camere accanto, gemelle. Veramente Giustino, non sapendo come Silvia
la pensasse su questo punto, ma anche dal canto suo, ecco, avrebbe voluto una
camera sola. Dora Barmis se n’era mostrata indignata, inorridita:
- Ma per carità! Non lo dite neppure... Volete guastar tutto? Divisi, divisi,
divisi... Imparate a vivere, caro! Mi avete detto che d’ora in poi prenderete
sempre il tè...
Due camere. E poi lo stanzino da bagno, e il lavabo, e il guardaroba...
Meraviglie! O pazzie? Ecco, a dir vero, pareva avesse perduto quel suo famoso
taccuino il Boggiòlo in questa occasione. S’era sbilanciato, e come! Ma aveva
tanto denaro in mano! E la tentazione... Per ogni oggetto che gli era stato
presentato in parecchi esemplari di vario prezzo, aveva veduto soltanto quel
pochino pochino che avrebbe speso di più a scegliere il più bello; e,
sissignori, alla fine tutti quei pochini pochini di più, sommati insieme,
avevano arrotondato quella bellissima pancia di zeri alla spesa per l’arredo.
Della compera del villino, invece, non era pentito. Che! Potendolo fare, avendo
cioè tanto in mano da liberarsi della prepotente usura dei padroni di casa,
sarebbe stata una pazzia non comperare, seguitare a buttar via da due a trecento
lire al mese per un appartamentino appena appena decente. Il villino rimaneva, e
quei denari della pigione sarebbero invece volati in tasca dei padroni di casa.
È vero che, a non comperare il villino, anche il capitale sarebbe rimasto.
D’accordo! bisognava ora dunque fare il calcolo se col frutto d’un capitale di
novantamila si sarebbe pagata una pigione mensile di trecento lire. Non si
sarebbe pagata! E intanto, invece d’un appartamentino appena appena decente, con
novantamila lire si aveva quel villino là, quella reggia! Ma, e i pesi? Sí, è
vero, le tasse, e poi tante altre spese in più. Manutenzione, illuminazione,
servizio... Con una casa messa sù a quel modo, certo non poteva bastare più una
servotta abruzzese; ci volevano a dir poco tre servi. Giustino, per il momento,
ne aveva presi due in prova; anzi, uno e mezzo; o piuttosto, due mezzi: ecco:
una mezza cuoca e un mezzo camerlere (valet de chambre, valet de chambre, come
gli suggeriva di chiamarlo la Barmis): ragazzo svelto, con la sua brava livrea,
per la pulizia, per servire in tavola e aprir la torta.
Ecco, ora, subito appena le due carrozzelle arrivavano al cancello, Èmere (si
chiamava Èmere)...
- Ohé, Èmere!... Èmere!... - gridò Giustino, nella notte, smontando; e poi,
rivolto al Raceni:- Ha visto?... Non si trova al posto... Che gli avevo detto?
Ah, eccolo: sta ad aprir la luce, prima sù, poi giù: ecco, tutto il villino
appare dalle finestre illuminato, splendido, sotto il cielo stellato; sembra un
incanto! Ma a Silvia, già smontata con la Barmis, tocca di aspettare dietro il
cancello chiuso, e tocca al Raceni di tirar giù da cassetta le valige, mentre un
cane abbaja da un villino accanto e Giustino paga in fretta i vetturini e corre
subito alla moglie per mostrarle su uno dei pilastri che reggono il cancello la
targa di marmo con l’iscrizione: Villa Silvia.
Le guardò gli occhi, prima. Durante la corsa aveva supposto ch’ella, parlando
nell’altra vettura con la Barmis dello zio morto e del bambino abbandonato,
avesse pianto. Purtroppo, no, non aveva pianto. Conservava lo stesso aspetto che
all’arrivo: torbido, rigido, gelido.
- Vedi? Nostro!
- le disse.
- Tuo... tuo... Villa Silvia, vedi? Tuo... L’ho
comperato!
Silvia aggrottò le ciglia, guardò il marito; guardò le finestre illuminate.
- Un villino?
- Vedrà che bellezza, signora Silvia!
- esclamò il Raceni.
Èmere accorse ad aprire il cancello e s’impostò, cavandosi e reggendo col
braccio all’altezza del capo il berretto gallonato, senza scomporsi minimamente
al rimprovero che gli gridò in faccia Giustino:
- Bella prontezza! bella puntualità!
L’irritazione di Giustino era accresciuta dalla mutria della Barmis. Certo
Silvia, in vettura, non si era mostrata gentile con lei. E aveva faticato tanto,
s’era affannata tanto con lui quella povera donna! Bel modo di ringraziar la
gente!
- Vedi?
- riprese, rivolto alla moglie, appena entrato nel vestibolo.
- Vedi,
eh? Non sono venuto a Cargiore... a prenderti, ma... eh?... vedi, eh? per
prepararti qua questa sorpresa, eh, con l’ajuto di... come dici? eh? che
vestibolo! con l’ajuto di questa nostra cara amica e del Raceni...
- Ma no! ma che dite! statevi zitto!
- cercò d’interromperlo subito la Barmis.
Protestò anche il Raceni.
- Ma nient’affatto!
- insisté Giustino.
- Se non fosse stato per voi! Sí,
infatti... io solo... Adesso
- questo è niente!
- adesso vedrai... Abbiamo
motivo, non solo di ringraziarvi, ma di restarvi grati eternamente...
- Oh Dio, com’esagerate!
- sorrise la Barmis.
- Lasciate stare. Badate piuttosto
alla vostra signora che dev’essere molto stanca...
- Sí, ecco, proprio stanca...
- disse allora Silvia, con un sorriso dolce e
freddo a un tempo.
- E chiedo scusa se non ringrazio come dovrei... Questo
viaggio interminabile...
- Già dev’essere a ordine la cena,
- s’affrettò a dire il Raceni, tutto commosso
da quel sorriso (finalmente!) e da quelle buone parole (ah che voce s’era fatta
la Roncella! che dolcezza! Un’altra voce... Già, tutta gli pareva un’altra!).
-
Un piccolo ristoro; poi, subito il riposo!
- Ma prima,
- disse Giustino, aprendo l’uscio del salotto,
- prima... come!
almeno così, sopra sopra, bisogna che veda... Avanti, avanti... O meglio, ecco,
faccio strada io...
E cominciò la spiegazione, interrotto di tratto in tratto dalla Barmis con
tanti: "ma sí,... ma andate innanzi... ma questo poi lo vedrà", per ogni minuzia
su cui lo vedeva indugiare ripetendo goffamente, con orribili stonature, tutto
ciò che già gli aveva detto lei per spiegargliene la proprietà, la finezza, la
convenienza, il gusto.
- Vedi? Di porcellana... Sono del... Di chi sono, signora? ah, già, del Lerche...
Lerche, norvegese... Pajono niente; eppure, cara mia... costano! costano! Ma che
finezza, eh?... questo gattino, eh? che amore! Sí, andiamo innanzi, andiamo
innanzi... Tutta roba del Ducrot!... È il primo, sai? Adesso è il primo, è vero,
signora? Non c’è che lui... Mobili del Ducrot! tutti mobili del Ducrot... Anche
questo... E guarda qua questa poltrona... come la chiamano? tutta di pelle
fina... non so che pelle... Ne hai due compagne sù nello studio... pure del
Ducrot! Vedrai che studio!
Se Silvia avesse detto una parola, o almeno avesse con lo sguardo, con un cenno
anche lieve dimostrato curiosità, gradimento meraviglia, Dora Barmis avrebbe
preso a parlar lei, a far lei brevemente e col debito tatto, il debito rilievo,
le debite sfumature, l’illustrazione di tutte quelle squisitezze; tanto soffriva
a quelle grottesche spiegazioni del Boggiòlo, che le pareva gualcissero,
azzoppassero, spiegazzassero ogni cosa.
Ma Silvia soffriva più di lei a vedere, a sentir parlare il marito così; per sé
e per lui soffriva: e s’immaginava in quel momento quanto spasso doveva
essersene preso quella donna, se non il Raceni, nell’arredar quella casa a suo
modo coi denari di lui; e ne provava sdegno dispetto onta, per cui a mano a
mano, procedendo, s’irrigidiva vieppiù; e pur tuttavia non troncava quel
supplizio, rattenuta dalla curiosità, che si forzava a non mostrare, di veder
quella casa, che non le pareva sua, ma estranea, fatta non più per viverci come
finora ella aveva vissuto, ma per rappresentarvi d’ora in poi, sempre e per
forza, una commedia; anche davanti a se stessa; obbligata a trattar coi dovuti
riguardi tutti quegli oggetti di squisita eleganza, che la avrebbero tenuta in
continua suggezione; obbligata a ricordarsi sempre ella parte che doveva recitar
tra loro. E pensava che ormai, come non aveva più il bambino, così neanche la
casa
- ecco
- aveva più, qual’essa la aveva finora intesa e amata. Ma doveva
esser così, purtroppo. E dunque presto, via, da brava attrice, si sarebbe
impadronita di quelle stanze, di quei mobili là, da palcoscenico, donde ogni
intimità familiare doveva esser bandita.
Quando vide, sù, la sua camera divisa da quella del marito:
- Ah, sí, ecco,
- disse.
- Bene, bene...
E fu la sola approvazione che le uscisse dalle labbra quella sera.
Giustino, che si sentiva come un macigno sul petto al pensiero di quest’altra
novità forse non gradita, che Silvia avrebbe trovata nella nuova casa, e già in
mente raggirava le maniere migliori per presentare e colorir la cosa senza
offendere la moglie da un canto, né dall’altro promuovere il riso della Barmis;
si sentí d’un tratto alleggerito e felicissimo, non intendendo affatto il perché
del compiacimento della moglie.
- E io sto qua, vedi? qua accanto,
- s’affrettò a spiegare.
- Qua, proprio qua...
Camere, come si chiamano? ah, gemelle, già... camere gemelle, perché vedi? tal
quale... questa è la mia! E cos’hai tu di là? Il mio ritratto. E cos’ho io, di
qua? Il tuo ritratto. Vedi? Camere gemelle. Ti piacciono, eh? Eh già, ormai,
tutti fanno così... E va bene! Sono proprio contento...
La Barmis e il Raceni, vedendolo, quella sera, come un cagnolino appresso alla
moglie, se ne meravigliavano, si guardavano tratto tratto negli occhi e
sorridevano.
Ma Giustino quella sera era così sottomesso e desideroso dell’approvazione di
Silvia non già perché, reduce da quel giro trionfale de L’isola nuova per le
principali città della penisola, fosse cresciuta in lui la stima di lei, e
questa ora gl’imponesse maggior rispetto e considerazione; né già perché
dall’aspetto di lei indovinava, o intravvedeva almeno, mutato verso di lui
l’animo della moglie. La stima era quella stessa di prima. Dell’effettivo merito
artistico di lei egli in verità non si era mai riconosciuto buon giudice, e
tuttora non se ne curava affatto, pago che questo merito fosse riconosciuto
dagli altri e sinceramente convinto che così fosse
- almeno in quella misura
-
per l’opera straordinaria ch’egli all’uopo aveva messa e seguitava a mettere.
Tutta opera sua, si sa, quel riconoscimento. Quanto poi all’animo di lei, come
avrebbe potuto dubitare che esso
- ora più che mai
- fosse pieno di ammirazione
e di gratitudine?
E dunque? Dunque altre ragioni dovevano esserci che né la Barmis né il Raceni si
figuravano.
Era pentito Giustino d’aver troppo speso per l’arredo, e temeva da un canto che
questo potesse farlo alcun poco scapitare appunto in quell’ammirazione e in
quella gratitudine; dall’altro, desiderava l’approvazione come un balsamo che
gli quietasse il rimorso. Era poi davvero dolente d’aver fatto viaggiare sola
per la prima volta la moglie senza aver pensato al distacco dal figlio e alla
morte dello zio (uniche ragioni, queste, per lui del rigido contegno di Silvia).
E infine... c’era un altro perché, intimo, particolarissimo, che aveva
fondamento nella più rigorosa, nella più scrupolosa osservanza de suoi doveri
coniugali per sei lunghissimi mesi a un bell’incirca. Almeno quest’ultima
ragione Dora Barmis avrebbe potuto supporla. Ella sorrideva, veramente, sotto
sotto... Ma sí, via! senza dubbio la aveva supposta...
Non per essa solamente, però, quando fu l’ora d’andare a cena, la quale era
pure, fin da prima della loro partenza per la stazione, già ordinata e
apparecchiata per quattro, non volle assolutamente cedere alle insistenti
preghiere di Giustino, e andò via. Il Raceni da un canto avvertiva che sarebbe
stato sconveniente non seguire la Barmis; ma dall’altro era rimasto come
abbagliato dalla Roncella fin dal primo rivederla; e non seppe risponder no
appena ella con un sorriso gli disse:
- Resterete almeno voi...
E seguitò di proposito Silvia ad abbagliarlo, durante la cena, quella sera, con
molto stupore e anche con molto dispetto di Giustino, che a un certo punto non
poté più reggere e sbuffò:
- Ma quella Barmis, perbacco! Quanto mi dispiace!
- Oh Dio!
- esclamò Silvia.
- Se non ha voluto rimanere... L’hai tanto pregata!
- Avresti dovuto pregarla anche tu!
- rimbeccò allora Giustino.
E Silvia, freddamente:
- Gliel’ho detto, mi pare; come l’ho detto al Raceni...
- Ma non hai affatto insistito! Potevi insistere...
- Non insisto mai,
- disse Silvia; e aggiunse, rivolgendosi sorridente al Raceni:
- Ho insistito con voi? Mi pare di no. Se la Barmis avesse avuto piacere di star
con noi...
- Piacere! piacere! E se se ne fosse andata,
- proruppe Giustino al colmo della
stizza,
- per non recarti disturbo dopo il viaggio?
- Giustino!
- lo richiamò subito Silvia con tono di rimprovero, ma pur
seguitando a sorridere.
- Ora tu fai uno sgarbo al Raceni che è rimasto. Povero
Raceni!
- Nient’affatto! nient’affatto!
- si ribellò Giustino.
- Io difendo la Barmis
dal tuo sospetto. Il Raceni sa che ci reca piacere, se l’abbiamo trattenuto!
Veramente non parve punto al Raceni che ne recasse molto a lui; ma sí a lei,
tanto; e non capiva più nei panni, povero giovine: s’era invermigliato come un
papavero, e tutto il sangue si sentiva scorrere per le vene come fuoco liquido,
con tanta repenza, che n’era addirittura stordito.
Giustino, che lo vedeva così e udiva a quando a quando ripetere a Silvia tra i
sorrisi: "Povero Raceni!... Povero Raceni!", si sentiva intanto, a sua volta,
divampar dentro un altro fuoco: fuoco di stizza, anzi d’ira, fomentato anche dal
dispetto di non scorgere ancora nella moglie alcun segno di ‘piacere, di
meraviglia, d’ammirazione per quella sala da pranzo, per quella suppellettile da
tavola, per quella splendida giardiniera in mezzo, tutta piena e fragrante di
garofani bianchi, per il servizio inappuntabile di cui Èmere qua, in quella
bella livrea, e di là la cuoca, davano il primo saggio. Niente! nemmeno un
segno! come se ella fosse sempre vissuta in mezzo a quegli splendori, abituata a
vedersi servita così, a cenare così, ad aver di quei commensali a tavola; o come
se, prima d’arrivare, fosse già a conoscenza di tutto e s’aspettasse di trovar
quel villino di proprietà loro e arredato così, anzi come se, non lui, ma lei,
lei solamente avesse pensato a tutto e tutto preparato.
Ma come? Glielo faceva apposta? E perché? Com’era? Proprio perché lui non era
andato a prenderla a Cargiore? perché non aveva pensato al distacco dal bambino?
Ma se non ne pareva afflitta né punto né poco! Eccola là, rideva... Ma che modo
di ridere era quello, adesso? E dàlli ancora con quel "povero Raceni!".
Intronò addirittura Giustino e si sentí strappar tutto internamente, dalle dita
dei piedi sù sù alla radice dei capelli, quando Silvia annunziò al Raceni una
grande novità: che aveva scritto versi, a Cargiore, tanti versi, e gli promise
di regalargliene un saggio per Le Grazie.
- Versi? Che versi? Tu hai fatto versi?
- esplose.
- Ma fa il piacere!
Silvia lo guardò come se non capisse affatto.
- Perché?
- disse.
- Non potevo scriverne? Non ne avevo mai scritti, è vero. Ma
mi son venuti fatti da sé, creda Raceni. Non so
- questo sí
- se siano belli o
brutti. Saranno brutti magari...
- E li vorresti pubblicare su Le Grazie?
- domandò Giustino, con gli occhi più
che mai inveleniti dalla stizza.
- Ma, scusate, perché no, Boggiòlo?
- si risentí il Raceni.
- Credete sul serio
che possano esser brutti? Figuratevi con quale ansia saranno cercati e letti,
come una nuova, inattesa manifestazione del talento di Silvia Roncella!
- No no, per carità, non dite così, Raceni,
- s’affrettò a protestare Silvia.
-
Non ve li do più, altrimenti. Sono versucci, a cui non dovete dare alcuna
importanza. Ve li do a questo patto, e soltanto per farvi un piacere.
- Sta bene, sta bene... – masticò allora Giustino. – Ma... permetti?... ti
faccio osservare... non per il Raceni che... sta bene, gliel’hai promessi;
basta. Avevi promesso prima però al senatore Borghi una novella, e non gliel’hai
fatta!
- Oh Dio, gliela farò, se mi verrà... – rispose Silvia.
- Ecco... io dico... invece dei versi... almeno avresti potuto far questa
novella, a Cargiore! – non seppe tenersi di rimbrottare ancora Giustino. – E
intanto... se ora non puoi dar più codesti versi al senatore, avendoli promessi
al Raceni... direi di... di aspettare almeno che abbi pronta la novella per il
Borghi.
Tutto attraverso, tutto attraverso, quella sera per guastargli la festa della
presa di possesso del villino, premio di tanti travagli! Ah, ora, anche tornare
indietro voleva la moglie, ai bei tempi quando spargeva così, in regalo a tutti,
i suoi lavori? voleva anche mettersi a far da sé, approfittando che lui quella
sera non voleva proprio perdere del tutto quei necessarii tratti manierosi verso
di lei?
Ahimè, avvertiva che li perdeva; e anche perciò di punto in punto sentiva
crescersi l’orgasmo. Ma sfido! per forza! Il disinganno della lode mancata,
della mancata meraviglia, tutto il contegno di lei, quello sgarbo immeritato
alla Barmis, ora quella promessa al Raceni...
Per sfogarsi, per farsi in certo modo svaporar le furie, scaraventò a questo,
appena andato via, una filza d’improperie e d’ingiurie:
- Stupido! imbecille!
pulcinella!
Ma ecco qua Silvia prenderne le difese, sorridendo:
- E la gratitudine, Giustino? Se ti ha tanto ajutato?
- Lui? Impicciato mi ha! – scattò furente Giustino. – Impicciato soltanto! come
adesso! come sempre! La Barmis mi ha ajutato davvero, capisci? lei, sí! la
Barmis, che tu invece hai fatto andar via a quel modo. E a questo qua, sorrisi,
complimenti, povero Raceni, povero Raceni, e anche... anche il regalo dei versi,
perdio!
- Ma non fanno insieme, tutti e due? – disse Silvia. – Lui, direttore; lei,
redattrice?... Sarà meglio, credi, d’ora in poi, per tutto l’ajuto che t’hanno
prestato, compensarli ogni tanto così, affinché non si prendano più il piacere
di servirci per... non so bene perché...
- Ah no, cara, no, cara... senti, cara... – prese allora a dire Giustino,
finendo di perdere ogni dominio di sé, punto così sul vivo. – Mi devi fare il
piacere di non immischiarti in queste cose, che sono affar mio! Ma hai veduto,
di’? hai veduto tutto bene? Io non so... Tutte queste cose qui... È tutto
nostro! Ed è frutto, dico, di lavoro mio, di tanti pensieri, di tante cure! Vuoi
insegnarmi tu, ora, scusa, come si deve fare, quel che si deve dire?
Silvia troncò subito la discussione, dichiarandosi stanca sfinita dal lungo
viaggio e bisognosa di riposo.
Comprese bene ch’egli non avrebbe mai ceduto su quel punto e che, a volergli
impedire o anche per poco ostacolare quello che ormai considerava il suo
ufficio, la sua professione, sarebbe accaduto inevitabilmente un tale urto tra
loro da determinare una rottura insanabile.
Meglio lo comprese, allorché – respinto – egli nella camera accanto,
spogliandosi, cominciò a dare sfogo senza più alcun ritegno al disinganno, alla
stizza acerrima, alla rabbia, con imprecazioni e rimbrotti e raffacci e
pentimenti e scatti di maligno riso, che tanto più la sdegnavano e la ferivano,
quanto più le accrescevano innanzi agli occhi la ormai scoperta e sfolgorante
ridicolaggine di lui.
- Ma sí! aveva ragione quella! Ajutatela, Boggiòlo, ajutatela a vendicarsi!
Stupido io che non l’ho fatto! Ecco il premio! ecco la ricompensa! Stupido...
stupido... stupido... Centomila occasioni... E va bene! Questo è niente,
signori! Non siamo ancora a niente! Quello che si vedrà adesso!... Regaliamo,
regaliamo... Facciamo versi, e regaliamo... La poesia, adesso!... Scappa fuori
la poesia... Ma sí! cominciamo a vivere tra le nuvole, senza più occhi per
vedere qua tutte queste spese... Prosa, prosa, questa da non calcolare... Tante
pene, tanto lavoro, tanti denari: ecco il ringraziamento! Lo sapevamo... Ma sí,
cose da niente... Un villino? Buh, che cos’è? Mobili del Ducrot? Buh! li
sapevamo... Ah, eccoci a letto! Che bel letto di rose!... Che delizia incignarlo
così, caro signor Ducrot! Corri di qua, stupido! scappa di là! rómpiti il collo!
pèrdici il fiato! pèrdici l’impiego! prega, minaccia, briga! Ecco il premio,
signori! ecco il premio!
E seguitò così, al bujo, per più di un’ora rigirandosi tra le smanie su per il
letto, tossendo, sbuffando, sghignando...
Ella intanto di là, tutta ristretta in sé sotto le coperte, con la faccia
affondata nel guanciale per non sentirlo, malediceva la fama, a cui con l’ajuto
di lui, cioè a prezzo di tante risa e di tante beffe della gente, era salita. Da
tutte quelle risa, ora, da tutte quelle beffe si sentiva assalita, frustata,
avviluppata, con la romba che le era rimasta negli orecchi per il frastuono del
treno. Ah come non se n’era accorta prima? Soltanto adesso, ecco, tutti gli
spettacoli che egli aveva dato di sé, uno più dell’altro ridicolo, le saltavano
agli occhi, le si rappresentavano con tal cruda vivezza, che era uno strazio:
tutti gli spettacoli, da quello primo del banchetto, quando al brindisi del
Borghi s’era levato in piedi insieme con lei, come se quel brindisi dovesse
riferirsi anche a lui perché suo marito; all’ultimo cui ella aveva assistito,
là, alla stazione, prima della partenza per Cargiore, allorché, facendo da
battistrada, s’era inchinato per conto di lei agli applausi ch’erano scoppiati
nella sala di aspetto.
Ah, poter tornare indietro, rinchiudersi nel suo guscio a lavorar quieta e
ignorata! Ma egli non avrebbe mai permesso che andasse così frustrata l’opera
sua di tanti anni, ove riponeva ormai tutta la sua compiacenza. Con quel
villino, che riteneva, e forse a ragione, soltanto frutto del suo lavoro, s’era
inteso di edificare quasi un tempio alla Fama, per officiarvi, per pontificarvi!
Follia sperare che ora volesse rinunziarci! Vi aveva fitto il capo e là, là
sarebbe rimasto per sempre e per forza attaccato a quella fama, di cui si
riconosceva l’artefice! E sempre più grande avrebbe cercato di renderla per
apparirvi in mezzo sempre più ridicolo.
Era il suo fato, ed era inevitabile.
Ma come avrebbe fatto ella a resistere a quel supplizio, ora che la benda le era
caduta dagli occhi?
Pochi giorni dopo, Giustino volle dar principio con solennità all’istituzione
dei "lunedí letterarii di Villa Silvia", come la Barmis gli aveva suggerito.
Per quel primo, estese gl’inviti a tutti i più noti maestri di musica e critici
musicali di Roma, perché pretesto all’inaugurazione era la lettura a pianoforte
di alcune parti dell’opera L’isola nuova già compiuta dal giovine maestro Aldo
di Marco.
Il nome del maestro era a tutti ignoto. Si sapeva soltanto che questo di Marco
era veneziano israelita e ricchissimo, e che per musicar L’isola nuova aveva
fatto tali profferte, che Boggiòlo s’era affrettato a rompere le trattative già
bene avviate con uno tra i più insigni compositori.
Benché a Giustino non premesse tanto né poco il buon esito dell’opera, che anzi
desiderava modesto perché non désse alcun’ombra al dramma, aveva tuttavia fatto
annunziare dagli amici giornalisti che quell’opera avrebbe tra poco rivelato
all’Italia, ecc. ecc.; e aveva anche fatto riprodurre nei giornali l’esile e,
ahimè, non ben chiomata immagine del giovine maestro veneziano, il quale ecc.
ecc.
L’annunzio gli era sembrato doveroso e opportuno, non solo in considerazione
dell’ingente somma sborsata dal maestro per musicare il dramma fortunato
(ridotto in versi da Cosimo Zago), ma anche per accrescer solennità
all’inaugurazione.
Avrebbe potuto farne a meno.
Quella lettura a pianoforte e quel giovine maestro ignoto, dall’aspetto così
poco promettente, rappresentavan per tutti un fastidio e un ingombro. Era invece
vivissima la curiosità di veder la Roncella in casa sua, donna, dopo il trionfo.
Silvia se l’aspettava; e, nell’orgasmo che le suscitava il pensiero di dover tra
poco affrontare questa curiosità, vedendo il marito in grandi ambasce per i
preparativi e pur con l’aria di chi sa tutto e non ha bisogno di nessuno,
avrebbe voluto gridargli:
"Basta! Lascia star tutto; non affannarti più! Vengono per me, per me soltanto!
Tu non c’entri più; tu non hai più da far nulla, altro che da starti zitto,
quieto, in un canto!".
L’orgasmo non era soltanto per la curiosità da affrontare; era anche per lui,
anzi sopra tutto per lui.
Ricorse finanche all’astuzia di fingersi gelosa della Barmis e gl’impedí con ciò
di ricorrere a costei per quei preparativi, con la speranza che, mancandogli
questo ajuto, egli non si désse più tanto da fare e si lasciasse persuadere che
aveva già fatto abbastanza e non occorreva più altra sua opera.
Giustino, all’idea che la moglie
- venuta (fosse pure per lui) in tanta
celebrità
- cominciava a essere, quantunque a torto, un po’ gelosa, provò un
certo piacere, che gli fece manifestare come avvolta tutta in un roseo
sorrisetto fatuo l’irritazione che questa gelosia gli cagionava in quel momento.
L’ajuto della Barmis gli era indispensabile. Ma Silvia tenne duro.
- No, quella no! quella no!
- Ma, Dio... Silvia, dici sul serio? Se io...
Silvia scosse il capo con rabbia e si nascose il volto tra le mani, per
interromperlo.
Di quella sua finzione ebbe all’improvviso onta e ribrezzo, vedendo che egli in
fondo se ne compiaceva: onta e ribrezzo, perché le parve che anche lei, ora,
cominciasse a beffarsi di lui come tutti gli altri, per lo spettacolo anche di
questa fatuità.
Subito, credendo di dargli uno scrollo poderoso, per salvarlo e salvarsi,
facendo cadere anche a lui la benda dagli occhi, proruppe:
- Ma perché, perché vuoi far ridere? di te e di me? ancora? Non ti accorgi che
la Barmis ride di te; ne ha sempre riso? e tutti con lei, tutti! Non te
n’accorgi?
Giustino non tentennò minimamente a quest’impeto di rabbia della moglie; la
guardò con un sorriso quasi di compassione e alzò una mano a un gesto, più che
di sdegno, di filosofica noncuranza.
- Ridono? Eh, da tanto...
- disse.
- Ma tira la somma cara mia, e vedi se sono
sciocchi quelli che ridono o io che... ecco qua, ho fatto tutto