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il fu mattia pascal
CAPITOLO 1 -
Premessa |
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Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di
certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne
approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de' miei amici o conoscenti
dimostrava d'aver perduto il senno fino al punto di venire da me per
qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle,
socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:
- Io mi chiamo Mattia Pascal.
- Grazie, caro. Questo lo so.
- E ti par poco?
Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo
allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non
poter più rispondere, cioè, come prima, all'occorrenza:
- Io mi chiamo Mattia Pascal.
Qualcuno vorrà bene compiangermi (costa così poco), immaginando
l'atroce cordoglio d'un disgraziato, al quale avvenga di
scoprire tutt'a un tratto che... sì, niente, insomma: né padre,
né madre, né come fu o come non fu; e vorrà pur bene indignarsi
(costa anche meno) della corruzione dei costumi, e de' vizii, e
della tristezza dei tempi, che di tanto male possono esser
cagione a un povero innocente.
Ebbene, si accomodi. Ma è mio dovere avvertirlo che non si
tratta propriamente di questo. Potrei qui esporre, di fatti, in
un albero genealogico, l'origine e la discendenza della mia
famiglia e dimostrare come qualmente non solo ho conosciuto mio
padre e mia madre, ma e gli antenati miei e le loro azioni, in
un lungo decorso di tempo, non tutte veramente lodevoli.
E allora? |
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Ecco: il mio caso è assai più strano e diverso; tanto
diverso e strano che mi faccio a narrarlo.
Fui, per circa due anni, non so se più cacciatore di topi che
guardiano di libri nella biblioteca che un monsignor Boccamazza,
nel 1803, volle lasciar morendo al nostro Comune. E' ben chiaro
che questo Monsignore dovette conoscer poco l'indole e le
abitudini de' suoi concittadini; o forse sperò che il suo
lascito dovesse col tempo e con la comodità accendere nel loro
animo l'amore per lo studio. Finora, ne posso rendere
testimonianza, non si è acceso: e questo dico in lode de' miei
concittadini: Del dono anzi il Comune si dimostrò così poco
grato al Boccamazza, che non volle neppure erigergli un mezzo
busto pur che fosse, e i libri lasciò per molti e molti anni
accatastati in un vasto e umido magazzino, donde poi li trasse,
pensate voi in quale stato, per allogarli nella chiesetta fuori
mano di Santa Maria Liberale, non so per qual ragione
sconsacrata. Qua li affidò, senz'alcun discernimento, a titolo
di beneficio, e come sinecura, a qualche sfaccendato ben
protetto il quale, per due lire al giorno, stando a guardarli, o
anche senza guardarli affatto, ne avesse sopportato per alcune
ore il tanfo della muffa e del vecchiume.
Tal sorte toccò anche a me; e fin dal primo giorno io concepii
così misera stima dei libri, sieno essi a stampa o manoscritti
(come alcuni antichissimi della nostra biblioteca), che ora non
mi sarei mai e poi mai messo a scrivere, se, come ho detto, non
stimassi davvero strano il mio caso e tale da poter servire
d'ammaestramento a qualche curioso lettore, che per avventura,
riducendosi finalmente a effetto l'antica speranza della
buon'anima di monsignor Boccamazza, capitasse in questa
biblioteca, a cui io lascio questo mio manoscritto, con
l'obbligo però che nessuno possa aprirlo se non cinquant'anni
dopo la mia terza, ultima e definitiva morte.
Giacché, per il momento (e Dio sa quanto me ne duole), io sono
morto, sì, già due volte, ma la prima per errore, e la
seconda... sentirete.
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il fu mattia pascal
CAPITOLO 2 -
Premessa seconda (filosofica) a mo' di scusa |
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L'idea o piuttosto, il consiglio di scrivere mi è venuto dal
mio reverendo amico don Eligio Pellegrinotto, che al presente ha in
custodia i libri della Boccamazza, e al quale io affido il
manoscritto appena sarà terminato, se mai sarà.
Lo scrivo qua, nella chiesetta sconsacrata, al lume che mi viene
dalla lanterna lassù, della cupola; qua, nell'abside riservata
al bibliotecario e chiusa da una bassa cancellata di legno a
pilastrini, mentre don Eligio sbuffa sotto l'incarico che si è
eroicamente assunto di mettere un po' d'ordine in questa vera
babilonia di libri. Temo che non ne verrà mai a capo. Nessuno
prima di lui s'era curato di sapere, almeno all'ingrosso, dando
di sfuggita un'occhiata ai dorsi, che razza di libri quel
Monsignore avesse donato al Comune: si riteneva che tutti o
quasi dovessero trattare di materie religiose. Ora il
Pellegrinotto ha scoperto, per maggior sua consolazione, una
varietà grandissima di materie nella biblioteca di Monsignore; e
siccome i libri furon presi di qua e di là nel magazzino e
accozzati così come venivano sotto mano, la confusione è
indescrivibile. Si sono strette per la vicinanza fra questi
libri amicizie oltre ogni dire speciose: don Eligio
Pellegrinotto mi ha detto, ad esempio, che ha stentato non poco
a staccare da un trattato molto licenzioso Dell'arte di amar
le donne libri tre di Anton Muzio Porro, dell'anno 1571,
una Vita e morte di Faustino Materucci, Benedettino di
Polirone, che taluni chiamano beato, biografia edita a
Mantova nel 1625. Per l'umidità, le legature de' due volumi si
erano fraternamente appiccicate. Notare che nel libro secondo di
quel trattato licenzioso si discorre a lungo della vita e delle
avventure monacali.
Molti libri curiosi e piacevolissimi don Eligio Pellegrinotto,
arrampicato tutto il giorno su una scala da lampionajo, ha
pescato negli scaffali della biblioteca, Ogni qual volta ne
trova uno, lo lancia dall'alto, con garbo, sul tavolone che sta
in mezzo; la chiesetta ne rintrona; un nugolo di polvere si
leva, da cui due o tre ragni scappano via spaventati: io accorro
dall'abside, scavalcando la cancellata; do prima col libro
stesso la caccia ai ragni su pe'l tavolone polveroso; poi apro
il libro e mi metto a leggiucchiarlo.
Così, a poco a poco, ho fatto il gusto a siffatte letture. Ora
don Eligio mi dice che il mio libro dovrebbe esser condotto sul
modello di questi ch'egli va scovando nella biblioteca, aver
cioè il loro particolar sapore. Io scrollo le spalle e gli
rispondo che non è fatica per me. E poi altro mi trattiene.
Tutto sudato e impolverato, don Eligio scende dalla scala e
viene a prendere una boccata d'aria nell'orticello che ha
trovato modo di far sorgere qui dietro l'abside, riparato giro
giro da stecchi e spuntoni.
- Eh, mio reverendo amico, - gli dico io, seduto sul murello,
col mento appoggiato al pomo del bastone, mentr'egli attende
alle sue lattughe. - Non mi par più tempo, questo, di scriver
libri, neppure per ischerzo. In considerazione anche della
letteratura, come per tutto il resto, io debbo ripetere il mio
solito ritornello: Maledetto sia Copernico!
- Oh oh oh, che c'entra Copernico! - esclama don Eligio,
levandosi su la vita, col volto infocato sotto il cappellaccio
di paglia.
- C'entra, don Eligio. Perché, quando la Terra non girava...
- E dàlli! Ma se ha sempre girato!
- Non è vero. L'uomo non lo sapeva, e dunque era come se non
girasse. Per tanti, anche adesso non gira. L'ho detto l'altro
giorno a un vecchio contadino, e sapete come m'ha risposto?
ch'era una buona scusa per gli ubriachi. Del resto, anche voi
scusate, non potete mettere in dubbio che Giosuè fermò il Sole.
Ma lasciamo star questo. Io dico che quando la Terra non girava,
e l'uomo, vestito da greco o da romano, vi faceva così bella
figura e così altamente sentiva di sé e tanto si compiaceva
della propria dignità, credo bene che potesse riuscire accetta
una narrazione minuta e piena d'oziosi particolari. Si legge o
non si legge in Quintiliano, come voi m'avete insegnato, che la
storia doveva esser fatta per raccontare e non per provare?
- Non nego, - risponde don Eligio, - ma è vero altresì che non
si sono mai scritti libri così minuti, anzi minuziosi in tutti i
più riposti particolari, come dacché, a vostro dire, la Terra
s'è messa a girare.
- E va bene! Il signor conte si levò per tempo, alle ore
otto e mezzo precise... La signora contessa indossò un abito
lilla con una ricca fioritura di merletti alla gola... Teresina
si moriva di fame... Lucrezia spasimava d'amore... Oh,
santo Dio! e che volete che me n'importi? Siamo o non siamo su
un'invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un
granellino di sabbia impazzito che gira e gita e gira, senza
saper perché, senza pervenir mai a destino, come se ci provasse
gusto a girar così, per farci sentire ora un po' più di caldo,
ora un po' più di freddo, e per farci morire - spesso con la
coscienza d'aver commesso una sequela di piccole sciocchezze -
dopo cinquanta o sessanta giri? Copernico, Copernico, don Eligio
mio ha rovinato l'umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci
siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell'infinita
nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente
nell'Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni e
che valore dunque volete che abbiano le notizie, non dico delle
nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità?
Storie di vermucci ormai le nostre. Avete letto di quel piccolo
disastro delle Antille? Niente. La Terra, poverina, stanca di
girare, come vuole quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto
un piccolo moto d'impazienza, e ha sbuffato un po' di fuoco per
una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le aveva mosso
quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non
sono stati mai così nojosi come adesso. Basta. Parecchie
migliaja di vermucci abbrustoliti. E tiriamo innanzi. Chi ne
parla più?
Don Eligio Pellegrinotto mi fa però osservare che per quanti
sforzi facciamo nel crudele intento di strappare, di distruggere
le illusioni che la provvida natura ci aveva create a fin di
bene, non ci riusciamo. Per fortuna, l'uomo si distrae
facilmente.
Questo è vero. Il nostro Comune, in certe notti segnate nel
calendario, non fa accendere i lampioni, e spesso - se è nuvolo
- ci lascia al bujo.
Il che vuol dire, in fondo, che noi anche oggi crediamo che la
luna non stia per altro nel cielo, che per farci lume di notte,
come il sole di giorno, e le stelle per offrirci un magnifico
spettacolo. Sicuro. E dimentichiamo spesso e volentieri di
essere atomi infinitesimali per rispettarci e ammirarci a
vicenda, e siamo capaci di azzuffarci per un pezzettino di terra
o di dolerci di certe cose, che, ove fossimo veramente
compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie
incalcolabili.
Ebbene, in grazia di questa distrazione provvidenziale, oltre
che per la stranezza del mio caso, io parlerò di me, ma quanto
più brevemente mi sarà possibile, dando cioè soltanto quelle
notizie che stimerò necessarie.
Alcune di esse, certo, non mi faranno molto onore; ma io mi
trovo ora in una condizione così eccezionale, che posso
considerarmi come già fuori della vita, e dunque senza obblighi
e senza scrupoli di sorta.
Cominciamo.
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il fu mattia pascal
CAPITOLO 3 -
La casa e la talpa |
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Ho detto troppo presto, in principio, che ho conosciuto mio padre.
Non l'ho conosciuto. Avevo quattr'anni e mezzo quand'egli morì.
Andato con un suo trabaccolo in Corsica, per certi negozii che vi
faceva, non torno più, ucciso da una perniciosa, in tre giorni, a
trentotto anni. Lasciò tuttavia nell'agiatezza la moglie e i due
figli: Mattia (che sarei io, e fui) e Roberto, maggiore di me di due
anni.
Qualche vecchio del paese si compiace ancora di dare a credere
che la ricchezza di mio padre (la quale pure non gli dovrebbe
più dar ombra, passata com'è da un pezzo in altre mani) avesse
origini - diciamo così - misteriose.
Vogliono che se la fosse procacciata giocando a carte, a
Marsiglia, col capitano d'un vapore mercantile inglese, il
quale, dopo aver perduto tutto il denaro che aveva seco, e non
doveva esser poco, si era anche giocato un grosso carico di
zolfo imbarcato nella lontana Sicilia per conto d'un negoziante
di Liverpool (sanno anche questo! e il nome?), d'un negoziante
di Liverpool, che aveva noleggiato il vapore; quindi, per
disperazione, salpando, s'era annegato in alto mare. Così il
vapore era approdato a Liverpool, alleggerito anche del peso del
capitano. Fortuna che aveva per zavorra la malignità de' miei
compaesani.
Possedevamo terre e case. Sagace e avventuroso, mio padre non
ebbe mai pe' suoi commerci stabile sede: sempre in giro con quel
suo trabaccolo, dove trovava meglio e più opportunamente
comprava e subito rivendeva mercanzie d'ogni genere; e perché
non fosse tentato a imprese troppo grandi e rischiose, investiva
a mano a mano i guadagni in terre e case, qui, nel proprio
paesello, dove presto forse contava di riposarsi negli agi
faticosamente acquistati, contento e in pace tra la moglie e i
figliuoli.
Così acquistò prima la terra delle Due Riviere ricca di
olivi e di gelsi, poi il podere della Stìa anch'esso
riccamente beneficato e con una bella sorgiva d'acqua, che fu
presa quindi per il molino; poi tutta la poggiata dello
Sperone ch'era il miglior vigneto della nostra contrada, e
infine San Rocchino, ove edificò una villa deliziosa.
In paese, oltre alla casa in cui abitavamo, acquistò due altre
case e tutto quell'isolato, ora ridotto e acconciato ad
arsenale.
La sua morte quasi improvvisa fu la nostra rovina. Mia madre,
inetta al governo dell'eredità, dovette affidarlo a uno che, per
aver ricevuto tanti beneficii da mio padre fino a cangiar di
stato, stimo dovesse sentir l'obbligo di almeno un po' di
gratitudine, la quale, oltre lo zelo e l'onestà, non gli sarebbe
costata sacrifizii d'alcuna sorta, poiché era lautamente
remunerato,
Santa donna, mia madre! D'indole schiva e placidissima, aveva
così scarsa esperienza della vita e degli uomini! A sentirla
parlare, pareva una bambina. Parlava con accento nasale e rideva
anche col naso, giacché ogni volta, come si vergognasse di
ridere, stringeva le labbra. Gracilissima di complessione, fu,
dopo la morte di mio padre, sempre malferma in salute; ma non si
lagnò mai de' suoi mali, né credo se ne infastidisse neppure con
se stessa, accettandoli, rassegnata, come una conseguenza
naturale della sua sciagura. Forse si aspettava di morire
anch'essa, dal cordoglio, e doveva dunque ringraziare Iddio che
la teneva in vita, pur così tapina e tribolata, per il bene dei
figliuoli.
Aveva per noi una tenerezza addirittura morbosa, piena di
palpiti e di sgomento: ci voleva sempre vicini, quasi temesse di
perderci, e spesso mandava in giro le serve per la vasta casa,
appena qualcuno di noi si fosse un po' allontanato.
Come una cieca, s'era abbandonata alla guida del marito;
rimastane senza, si sentì sperduta nel mondo. E non uscì più di
casa, tranne le domeniche, di mattina per tempo, per andare a
messa nella prossima chiesa, accompagnata dalle due vecchie
serve, ch'ella trattava come parenti. Nella stessa casa, anzi,
si restrinse a vivere in tre camere soltanto, abbandonando le
molte altre alle scarse cure delle serve e alle nostre
diavolerie.
Spirava, in quelle stanze, da tutti i mobili d'antica foggia,
dalle tende scolorite, quel tanfo speciale delle cose antiche,
quasi il respiro d'un altro tempo; e ricordo che più d'una volta
io mi guardai attorno con una strana costernazione che mi veniva
dalla immobilità silenziosa di quei vecchi oggetti da tanti anni
lì senz'uso, senza vita.
Fra coloro che più spesso venivano a visitar la mamma era una
sorella di mio padre, zitellona bisbetica, con un pajo d'occhi
da furetto, bruna e fiera. Si chiamava Scolastica. Ma si
tratteneva, ogni volta, pochissimo, perché tutt'a un tratto,
discorrendo, s'infuriava, e scappava via senza salutare nessuno.
Io, da ragazzo, ne avevo una gran paura. La guardavo con tanto
d'occhi, specialmente quando la vedevo scattare in piedi su le
furie e le sentivo gridare, rivolta a mia madre e pestando
rabbiosamente un piede sul pavimento:
- Senti il vuoto? La talpa! la talpa!
Alludeva al Malagna, all'amministratore che ci scavava soppiatto
la fossa sotto i piedi.
Zia Scolastica (l'ho saputo dipoi) voleva a tutti i costi che
mia madre riprendesse marito. Di solito, le cognate non hanno di
queste idee né dànno di questi consigli. Ma ella aveva un
sentimento aspro e dispettoso della giustizia; e più per questo,
certo, che per nostro amore, non sapeva tollerare che quell'uomo
ci rubasse così, a man salva. Ora, data l'assoluta inettitudine
e la cecità di mia madre, non ci vedeva altro rimedio, che un
secondo marito. E lo designava anche in persona d'un pover'uomo,
che si chiamava Gerolamo Pomino.
Costui era vedovo, con un figliuolo, che vive tuttora e si
chiama Gerolamo come il padre: amicissimo mio, anzi più che
amico, come dirò appresso. Fin da ragazzo veniva col padre in
casa nostra, ed era la disperazione mia e di mio fratello Berto.
Il padre, da giovane, aveva aspirato lungamente alla mano di zia
Scolastica, che non aveva voluto saperne, come non aveva voluto
saperne, del resto, di alcun altro; e non già perché non si
fosse sentita disposta ad amare, ma perché il più lontano
sospetto che l'uomo da lei amato avesse potuto anche col solo
pensiero tradirla, le avrebbe fatto commettere - diceva - un
delitto. Tutti finti, per lei, gli uomini, birbanti e traditori.
Anche Pomino? No, ecco: Pomino, no. Ma se n'era accorta troppo
tardi. Di tutti gli uomini che avevano chiesto la sua mano, e
che poi si erano ammogliati, ella era riuscita a scoprire
qualche tradimento, e ne aveva ferocemente goduto. Solo di
Pomino, niente; anzi il pover'uomo era stato un martire della
moglie.
E perché dunque, ora, non lo sposava lei ? Oh bella, perché era
vedovo! era appartenuto a un'altra donna, alla quale forse,
qualche volta, avrebbe potuto pensare. E poi perché... via! si
vedeva da cento miglia lontano, non ostante la timidezza: era
innamorato, era innamorato... s'intende di chi, quel povero
signor Pomino!
Figurarsi se mia madre avrebbe mai acconsentito. Le sarebbe
parso un vero e proprio sacrilegio. Ma non credeva forse
neppure, poverina, che zia Scolastica dicesse sul serio; e
rideva in quel suo modo particolare alle sfuriate della cognata,
alle esclamazioni del povero signor Pomino, che si trovava lì
presente a quelle discussioni, e al quale la zitellona
scaraventava le lodi più sperticate.
M'immagino quante volte egli avrà esclamato, dimenandosi su la
seggiola, come su un arnese di tortura:
- Oh santo nome di Dio benedetto!
Omino lindo, aggiustato, dagli occhietti ceruli mansueti, credo
che s'incipriasse e avesse anche la debolezza di passarsi un po'
di rossetto, appena appena, un velo, su le guance: certo si
compiaceva d'aver conservato fino alla sua età i capelli, che si
pettinava con grandissima cura, a farfalla, e si rassettava
continuamente con le mani.
Io non so come sarebbero andati gli affari nostri, se mia madre,
non certo per sé ma in considerazione dell'avvenire dei suoi
figliuoli, avesse seguìto il consiglio di zia Scolastica e
sposato il signor Pomino. E' fuor di dubbio però che peggio di
come andarono, affidati al Malagna (la talpa!), non sarebbero
potuti andare.
Quando Berto e io fummo cresciuti, gran parte degli averi
nostri, è vero, era andata in fumo; ma avremmo potuto almeno
salvare dalle grinfie di quel ladro il resto che, se non più
agiatamente, ci avrebbe certo permesso di vivere: senza bisogni.
Fummo due scioperati; non ci volemmo dar pensiero di nulla,
seguitando, da grandi, a vivere come nostra madre, da piccoli,
ci aveva abituati.
Non aveva voluto nemmeno mandarci a scuola. Un tal Pinzone fu il
nostro ajo e precettore. Il suo vero nome era Francesco, o
Giovanni, Del Cinque; ma tutti lo chiamavano Pinzone, ed egli ci
s'era già tanto abituato che si chiamava Pinzone da sé.
Era d'una magrezza che incuteva ribrezzo; altissimo di statura;
e più alto, Dio mio, sarebbe stato, se il busto, tutt'a un
tratto quasi stanco di tallir gracile in sù, non gli si fosse
curvato sotto la nuca in una discreta gobbetta, da cui il collo
pareva uscisse penosamente, come quel d'un pollo spennato, con
un grosso nottolino protuberante, che gli andava sù e giù.
Pinzone si sforzava spesso di tener tra i denti le labbra, come
per mordere, castigare e nascondere un risolino tagliente, che
gli era proprio; ma lo sforzo in parte era vano, perché questo
risolino, non potendo per le labbra così imprigionate, gli
scappava per gli occhi, più acuto e beffardo che mai.
Molte cose con quegli occhietti egli doveva vedere nella nostra
casa, che né la mamma né noi vedevamo. Non parlava, forse perché
non stimava dover suo parlare, o perché - com'io ritengo più
probabile - ne godeva in segreto, velenosamente.
Noi facevamo di lui tutto quello che volevamo; egli ci lasciava
fare; ma poi, come se volesse stare in pace con la propria
coscienza, quando meno ce lo saremmo aspettato, ci tradiva.
Un giorno, per esempio, la mamma gli ordinò di condurci in
chiesa; era prossima la Pasqua, e dovevamo confessarci. Dopo la
confessione, una breve visitina alla moglie inferma del Malagna,
e subito a casa. Figurarsi che divertimento! Ma, appena in
istrada, noi due proponemmo a Pinzone una scappatella: gli
avremmo pagato un buon litro di vino, purché lui, invece che in
chiesa e dal Malagna, ci avesse lasciato andare alla Stìa
in cerca di nidi. Pinzone accettò felicissimo, stropicciandosi
le mani, con gli occhi sfavillanti. Bevve; andammo nel podere;
fece il matto con noi per circa tre ore, ajutandoci ad
arrampicarci su gli alberi, arrampicandocisi egli stesso. Ma
alla sera, di ritorno a casa, appena la mamma gli domandò se
avevamo fatto la nostra confessione e la visita al Malagna:
- Ecco, le dirò... - rispose, con la faccia più tosta del mondo;
e le narrò per filo e per segno quanto avevamo fatto.
Non giovavano a nulla le vendette che di questi suoi tradimenti
noi ci prendevamo. Eppure ricordo che non eran da burla. Una
sera, per esempio, io e Berto, sapendo che egli soleva dormire,
seduto su la cassapanca, nella saletta d'ingresso, in attesa
della cena, saltammo furtivamente dal letto, in cui ci avevano
messo per castigo prima dell'ora solita, riuscimmo a scovare una
canna di stagno, da serviziale, lunga due palmi, la riempimmo
d'acqua saponata nella vaschetta del bucato; e, così armati,
andammo cautamente a lui, gli accostammo la canna alle nari - e
zifff! -. Lo vedemmo balzare fin sotto al soffitto.
Quanto con un siffatto precettore dovessimo profittar nello
studio, non sarà difficile immaginare. La colpa però non era
tutta di Pinzone; ché egli anzi, pur di farci imparare qualche
cosa, non badava a metodo né a disciplina, e ricorreva a mille
espedienti per fermare in qualche modo la nostra attenzione.
Spesso con me, ch'ero di natura molto impressionabile, ci
riusciva. Ma egli aveva una erudizione tutta sua particolare,
curiosa e bislacca. Era, per esempio, dottissimo in bisticci:
conosceva la poesia fidenziana e la maccaronica, la
burchiellesca e la leporeambica, e citava allitterazioni e
annominazioni e versi correlativi e incatenati e retrogradi di
tutti i poeti perdigiorni, e non poche rime balzane componeva
egli stesso.
Ricordo a San Rocchino, un giorno, ci fece ripetere
alla collina dirimpetto non so più quante volte questa sua
Eco:
In cuor di donna quanto dura amore? - (Ore). Ed
ella non mi amò quant'io l'amai? - (Mai). Or chi sei
tu che sì ti lagni meco? - (Eco).
E ci dava a sciogliere tutti gli Enimmi in ottava rima
di Giulio Cesare Croce, e quelli in sonetti del Moneti e gli
altri, pure in sonetti, d'un altro scioperatissimo che aveva
avuto il coraggio di nascondersi sotto il nome di Caton
l'Uticense. Li aveva trascritti con inchiostro tabaccoso in un
vecchio cartolare dalle pagine ingiallite.
- Udite, udite quest'altro dello Stigliani. Bello! Che sarà?
Udite:
A un tempo stesso io mi son una, e due, E fo due ciò ch'era
una primamente. Una mi adopra con le cinque sue Contra infiniti
che in capo ha la gente. Tutta son bocca dalla cinta in sue, E
più mordo sdentata che con dente. Ho due bellichi a contrapposti
siti, Gli occhi ho ne' piedi, e spesso a gli occhi i diti.
Mi pare di vederlo ancora, nell'atto di recitare, spirante
delizia da tutto il volto, con gli occhi semichiusi, facendo con
le dita il chiocciolino.
Mia madre era convinta che al bisogno nostro potesse bastare ciò
che Pinzone c'insegnava; e credeva fors'anche, nel sentirci
recitare gli enimmi del Croce o dello Stigliani, che ne avessimo
già di avanzo. Non così zia Scolastica, la quale - non riuscendo
ad appioppare a mia madre il suo prediletto Pomino - s'era messa
a perseguitar Berto e me. Ma noi, forti della protezione della
mamma, non le davamo retta, e lei si stizziva così fieramente
che, se avesse potuto senza farsi vedere o sentire, ci avrebbe
certo picchiato fino a levarci la pelle. Ricordo che una volta,
scappando via al solito su le furie, s'imbatté in me per una
delle stanze abbandonate; m'afferrò per il mento, me lo strinse
forte forte con le dita, dicendomi: - Bellino! bellino!
bellino! - e accostandomi, man mano che diceva, sempre più
il volto al volto, con gli occhi negli occhi, finché poi emise
una specie di grugnito e mi lasciò, ruggendo tra i denti:
- Muso di cane!
Ce l'aveva specialmente con me, che pure attendevo agli
strampalati insegnamenti di Pinzone senza confronto più di
Berto. Ma doveva esser la mia faccia placida e stizzosa e quei
grossi occhiali rotondi che mi avevano imposto per raddrizzarmi
un occhio, il quale, non so perché, tendeva a guardare per conto
suo, altrove.
Erano per me, quegli occhiali, un vero martirio. A un certo
punto, li buttai via e lasciai libero l'occhio di guardare dove
gli piacesse meglio. Tanto, se dritto, quest'occhio non
m'avrebbe fatto bello. Ero pieno di salute, e mi bastava.
A diciott'anni m'invase la faccia un barbone rossastro e
ricciuto, a scàpito del naso piuttosto piccolo, che si trovò
come sperduto tra esso e la fronte spaziosa e grave.
Forse, se fosse in facoltà dell'uomo la scelta d'un naso adatto
alla propria faccia, o se noi, vedendo un pover'uomo oppresso da
un naso troppo grosso per il suo viso smunto, potessimo dirgli:
« Questo naso sta bene a me, e me lo piglio; » forse,
dico, io avrei cambiato il mio volentieri, e così anche gli
occhi e tante altre parti della mia persona. Ma sapendo bene che
non si può, rassegnato alle mie fattezze, non me ne curavo più
che tanto.
Berto, al contrario, bello di volto e di corpo (almeno
paragonato con me), non sapeva staccarsi dallo specchio e si
lisciava e si accarezzava e sprecava denari senza fine per le
cravatte più nuove, per i profumi più squisiti e per la
biancheria e il vestiario. Per fargli dispetto, un giorno, io
presi dal suo guardaroba una marsina nuova fiammante, un
panciotto elegantissimo di velluto nero, il gibus, e me ne andai
a caccia così parato.
Batta Malagna, intanto, se ne veniva a piangere presso mia madre
le mal'annate che lo costringevano a contrar debiti onerosissimi
per provvedere alle nostre spese eccessive e ai molti lavori di
riparazione di cui avevano continuamente bisogno le campagne.
- Abbiamo avuto un'altra bella bussata! - diceva ogni volta,
entrando.
La nebbia aveva distrutto sul nascere le olive, a Due
Riviere; oppure la fillossera i vigneti dello Sperone.
Bisognava piantare vitigni americani, resistenti al male. E
dunque, altri debiti. Poi il consiglio di vendere lo Sperone,
per liberarsi dagli strozzini, che lo assediavano. E così prima
fu venduto lo Sperone, poi Due Riviere, poi
San Rocchino. Restavano le case e il podere della
Stia, col molino. Mia madre s'aspettava ch'egli un giorno
venisse a dire ch'era seccata la sorgiva.
Noi fummo, è vero, scioperati, e spendevamo senza misura; ma è
anche vero che un ladro più ladro di Batta Malagna non nascerà
mai più su la faccia della terra. E' il meno che io possa
dirgli, in considerazione della parentela che fui costretto a
contrarre con lui.
Egli ebbe l'arte di non farci mancare mai nulla, finché visse
mia madre. Ma quell'agiatezza, quella libertà fino al capriccio,
di cui ci lasciava godere, serviva a nascondere l'abisso che
poi, morta mia madre, ingojò me solo; giacché mio fratello ebbe
la ventura di contrarre a tempo un matrimonio vantaggioso.
Il mio matrimonio, invece...
- Bisognerà pure che ne parli, eh, don Eligio, del mio
matrimonio?
Arrampicato là, su la sua scala da lampionajo, don Eligio
Pellegrinotto mi risponde:
- E come no? Sicuro. Pulitamente...
- Ma che pulitamente! Voi sapete bene che...
Don Eligio ride, e tutta la chiesetta sconsacrata con lui. Poi
mi consiglia:
- S'io fossi in voi, signor Pascal, vorrei prima leggermi
qualche novella del Boccaccio o del Bandello. Per il tono, per
il tono...
Ce l'ha col tono, don Eligio. Auff! Io butto giù come vien
viene.
Coraggio, dunque;
avanti!
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il fu mattia pascal
CAPITOLO 4 -
Fu così |
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Un giorno, a caccia, mi fermai, stranamente impressionato, innanzi a
un pagliajo nano e panciuto, che aveva un pentolino in cima allo
stollo.
- Ti conosco, - gli dicevo, - ti conosco...
Poi, a un tratto, esclamai:
- To'! Batta Malagna.
Presi un tridente, ch'era lì per terra, e glielo infissi nel
pancione con tanta voluttà, che il pentolino in cima allo stollo
per poco non cadde. Ed ecco Batta Malagna, quando, sudato e
sbuffante, portava il cappello su le ventitré.
Scivolava tutto: gli scivolavano nel lungo faccione di qua e di
là, le sopracciglia e gli occhi; gli scivolava il naso su i
baffi melensi e sul pizzo; gli scivolavano dall'attaccatura del
collo le spalle; gli scivolava il pancione languido, enorme,
quasi fino a terra, perché, data l'imminenza di esso su le
gambette tozze, il sarto, per vestirgli quelle gambette, era
costretto a tagliargli quanto mai agiati i calzoni; cosicché, da
lontano, pareva che indossasse invece, bassa bassa, una veste, e
che la pancia gli arrivasse fino a terra.
Ora come, con una faccia e con un corpo così fatti, Malagna
potesse esser tanto ladro, io non so. Anche i ladri m'immagino,
debbono avere una certa impostatura, ch'egli mi pareva non
avesse. Andava piano, con quella sua pancia pendente, sempre con
le mani dietro la schiena, e tirava fuori con tanta fatica
quella sua voce molle, miagolante! Mi piacerebbe sapere com'egli
li ragionasse con la sua propria coscienza i furti che di
continuo perpetrava a nostro danno. Non avendone, come ho detto,
alcun bisogno, una ragione a se stesso, una scusa, doveva pur
darla. Forse, io dico, rubava per distrarsi in qualche modo,
pover'uomo.
Doveva essere infatti, entro di sé, tremendamente afflitto da
una di quelle mogli che si fanno rispettare.
Aveva commesso l'errore di scegliersi la moglie d'un paraggio
superiore al suo, ch'era molto basso. Or questa donna, sposata a
un uomo di condizione pari alla sua, non sarebbe stata forse
così fastidiosa com'era con lui, a cui naturalmente doveva
dimostrare, a ogni minima occasione, ch'ella nasceva bene e che
a casa sua si faceva così e così. Ed ecco il Malagna,
obbediente, far così e così, come diceva lei - per parere un
signore anche lui. - Ma gli costava tanto! Sudava sempre,
sudava.
Per giunta, la signora Guendalina poco dopo il matrimonio, si
ammalò d'un male di cui non poté più guarire, giacché, per
guarirne, avrebbe dovuto fare un sacrifizio superiore alle sue
forze: privarsi nientemeno di certi pasticcini coi tartufi, che
le piacevano tanto, e di simili altre golerie, e anche, anzi
soprattutto, del vino. Non che ne bevesse molto; sfido! nasceva
bene: ma non avrebbe dovuto berne neppure un dito, ecco.
Io e Berto, giovinetti, eravamo qualche volta invitati a pranzo
dal Malagna. Era uno spasso sentirgli fare, coi dovuti riguardi,
una predica alla moglie su la continenza, mentre lui mangiava,
divorava con tanta voluttà i cibi più succulenti:
- Non ammetto, - diceva, - che per il momentaneo piacere che
prova la gola al passaggio d'un boccone, per esempio, come
questo - (e giù il boccone) - si debba poi star male
un'intera giornata. Che sugo c'è? Io son certo che me ne
sentirei, dopo, profondamente avvilito. Rosina! - (chiamava
la serva) - Dammene ancora un po'. Buona, questa salsa
majonese!
- Majonese! - scattava allora la moglie inviperita. -
Basta così! Guarda, il Signore dovrebbe farti provare che cosa
vuol dire star male di stomaco. Impareresti ad aver
considerazione per tua moglie.
- Come, Guendalina! Non ne ho? - esclamava Malagna, mentre si
versava un po' di vino.
La moglie, per tutta risposta, si levava da sedere, gli toglieva
dalle mani il bicchiere e andava a buttare il vino dalla
finestra.
- E perché? - gemeva quello, restando.
E la moglie:
- Perché per me è veleno! Me ne vedi versare un dito nel
bicchiere? Toglimelo, e va' a buttarlo dalla finestra, come ho
fatto io, capisci?
Malagna guardava, mortificato, sorridente, un po' Berto, un po'
me, un po' la finestra, un po' il bicchiere; poi diceva:
- Oh Dio, e che sei forse una bambina? Io, con la violenza? Ma
no, cara: tu, da te, con la ragione dovresti importelo il
freno...
- E come? - gridava la moglie. - Con la tentazione sotto gli
occhi? vedendo te che ne bevi tanto e te l'assapori e te lo
guardi controlume, per farmi dispetto? Va' là, ti dico! Se fossi
un altro marito, per non farmi soffrire...
Ebbene, Malagna arrivò fino a questo: non bevve più vino, per
dare esempio di continenza alla moglie, e per non farla
soffrire.
Poi - rubava... Eh sfido! Qualche cosa bisognava pur che
facesse.
Se non che, poco dopo, venne a sapere che la signora Guendalina
se lo beveva di nascosto, lei, il vino. Come se, per non farle
male, potesse bastare che il marito non se ne accorgesse. E
allora anche lui, Malagna, riprese a bere, ma fuor di casa, per
non mortificare la moglie.
Seguitò tuttavia a rubare, è vero. Ma io so ch'egli desiderava
con tutto il cuore dalla moglie un certo compenso alle
afflizioni senza fine che gli procurava; desiderava cioè che
ella un bel giorno si fosse riso- luta a mettergli al mondo un
figliuolo. Ecco! Il furto allora avrebbe avuto uno scopo, una
scusa. Che non si fa per il bene dei figliuoli?
La moglie però deperiva di giorno in giorno, e Malagna non osava
neppure di esprimerle questo suo ardentissimo desiderio. Forse
ella era anche sterile, di natura. Bisognava aver tanti riguardi
per quel suo male. Che se poi fosse morta di parto, Dio
liberi?... E poi c'era anche il rischio che non portasse a
compimento il figliuolo.
Così si rassegnava.
Era sincero? Non lo dimostrò abbastanza alla morte della signora
Guendalina. La pianse, oh la pianse molto, e sempre la ricordò
con una devozione così rispettosa che, al posto di lei, non
volle più mettere un'altra signora - che! che! - e lo avrebbe
potuto bene, ricco come già s'era fatto; ma prese la figlia d'un
fattore di campagna, sana, florida, robusta e allegra; e così
unicamente perché non potesse esser dubbio che ne avrebbe avuto
la prole desiderata. Se si affrettò un po' troppo, via...
bisogna pur considerare che non era più un giovanotto e tempo da
perdere non ne aveva.
Oliva, figlia di Pietro Salvoni, nostro fattore a Due
Riviere, io la conoscevo bene, da ragazza.
Per cagion sua, quante speranze non feci concepire alla mamma:
ch'io stessi cioè per metter senno e prender gusto alla
campagna. Non capiva più nei panni, dalla consolazione,
poveretta! Ma un giorno la terribile zia Scolastica le aprì gli
occhi:
- E non vedi, sciocca, che va sempre a Due Riviere?
- Sì, per il raccolto delle olive.
- D'un'oliva, d'un'oliva, d'un'oliva sola, bietolona!
La mamma allora mi fece una ramanzina coi fiocchi: che mi
guardassi bene dal commettere il peccato mortale d'indurre in
tentazione e di perdere per sempre una povera ragazza, ecc.,
ecc.
Ma non c'era pericolo. Oliva era onesta, di una onestà
incrollabile, perché radicata nella coscienza del male che si
sarebbe fatto, cedendo. Questa coscienza appunto le toglieva
tutte quelle insulse timidezze de' finti pudori, e la rendeva
ardita e sciolta.
Come rideva! Due ciriege, le labbra. E che denti!
Ma, da quelle labbra, neppure un bacio; dai denti, sì, qualche
morso, per castigo, quand'io la afferravo per le braccia e non
volevo lasciarla se prima non le allungavo un bacio almeno su i
capelli.
Nient'altro.
Ora, così bella, così giovane e fresca, moglie di Batta
Malagna... Mah! Chi ha il coraggio di voltar le spalle a certe
fortune? Eppure Oliva sapeva bene come il Malagna fosse
diventato ricco! Me ne diceva tanto male, un giorno, poi, per
questa ricchezza appunto, lo sposò.
Passa intanto un anno dalle nozze; ne passano due; e niente
figliuoli.
Malagna, entrato da tanto tempo nella convinzione che non ne
aveva avuti dalla prima moglie solo per la sterilità o per la
infermità continua di questa, non concepiva ora neppur
lontanamente il sospetto che potesse dipender da lui. E cominciò
a mostrare il broncio a Oliva.
- Niente?
- Niente.
Aspettò ancora un anno, il terzo: invano. Allora prese a
rimbrottarla apertamente; e in fine, dopo un altro anno, ormai
disperando per sempre, al colmo dell'esasperazione, si mise a
malmenarla senza alcun ritegno; gridandole in faccia che con
quella apparente floridezza ella lo aveva ingannato, ingannato,
ingannato; che soltanto per aver da lei un figliuolo egli
l'aveva innalzata fino a quel posto, già tenuto da una signora,
da una vera signora, alla cui memoria, se non fosse stato per
questo, non avrebbe fatto mai un tale affronto.
La povera Oliva non rispondeva, non sapeva che dire; veniva
spesso a casa nostra per sfogarsi con mia madre, che la
confortava con buone parole a sperare ancora, poiché infine era
giovane, tanto giovane:
- Vent'anni?
- Ventidue...
E dunque, via! S'era dato più d'un caso d'aver figliuoli anche
dopo dieci, anche dopo quindici anni dal giorno delle nozze.
- Quindici? Ma, e lui? Lui era già vecchio; e se...
A Oliva era nato fin dal primo anno il sospetto che, via, tra
lui e lei - come dire? - la mancanza potesse più esser di lui
che sua, non ostante che egli si ostinasse a dir di no. Ma se ne
poteva far la prova? Oliva, sposando, aveva giurato a se stessa
di mantenersi onesta, e non voleva, neanche per riacquistar la
pace, venir meno al giuramento.
Come le so io queste cose? Oh bella, come le so!... Ho pur detto
che ella veniva a sfogarsi a casa nostra; ho detto che la
conoscevo da ragazza; ora la vedevo piangere per l'indegno modo
d'agire e la stupida e provocante presunzione di quel laido
vecchiaccio, e... debbo proprio dir tutto? Del resto, fu no; e
dunque basta.
Me ne consolai presto. Avevo allora, o credevo d'avere (ch'è lo
stesso) tante cose per il capo. Avevo anche quattrini, che -
oltre al resto - forniscono pure certe idee, le quali senza di
essi non si avrebbero. Mi ajutava però maledettamente a
spenderli Gerolamo II Pomino, che non ne era mai provvisto
abbastanza, per la saggia parsimonia paterna.
Mino era come l'ombra nostra; a turno, mia e di Berto; e
cangiava con meravigliosa facoltà scimmiesca, secondo che
praticava con Berto o con me. Quando s'appiccicava a Berto,
diventava subito un damerino; e il padre allora, che aveva anche
lui velleità d'eleganza, apriva un po' la bocca al sacchetto. Ma
con Berto ci durava poco. Nel vedersi imitato finanche nel modo
di camminare, mio fratello perdeva subito la pazienza, forse per
paura del ridicolo, e lo bistrattava fino a cavarselo di torno.
Mino allora tornava ad appiccicarsi a me; e il padre a stringer
la bocca al sacchetto.
Io avevo con lui più pazienza, perché volentieri pigliavo a
godermelo. Poi me ne pentivo. Riconoscevo d'aver ecceduto per
causa sua in qualche impresa, o sforzato la mia natura o
esagerato la dimostrazione de' miei sentimenti per il gusto di
stordirlo o di cacciarlo in qualche impiccio, di cui
naturalmente soffrivo anch'io le conseguenze.
Ora Mino, un giorno, a caccia, a proposito del Malagna, di cui
gli avevo raccontato le prodezze con la moglie, mi disse che
aveva adocchiato una ragazza, figlia d'una cugina del Malagna
appunto, per la quale avrebbe commesso volentieri qualche grossa
bestialità. Ne era capace; tanto più che la ragazza non pareva
restìa; ma egli non aveva avuto modo finora neppur di parlarle.
- Non ne avrai avuto il coraggio, va' là! - dissi io ridendo.
Mino negò; ma arrossì troppo, negando.
- Ho parlato però con la serva, - s'affrettò a soggiungermi. - E
n'ho saputo di belle, sai? M'ha detto che il tuo Malanno
lo han lì sempre per casa, e che, così all'aria, le sembra che
mediti qualche brutto tiro, d'accordo con la cugina, che è una
vecchia strega.
- Che tiro?
- Mah, dice che va lì a piangere la sua sciagura di non aver
figliuoli. La vecchia, dura, arcigna, gli risponde che gli sta
bene. Pare che essa, alla morte della prima moglie del Malagna,
si fosse messo in capo di fargli sposare la propria figliuola e
si fosse adoperata in tutti i modi per riuscirvi; che poi,
disillusa, n'abbia detto di tutti i colori all'indirizzo di quel
bestione, nemico dei parenti, traditore del proprio sangue,
ecc., ecc., e che se la sia presa anche con la figliuola che non
aveva saputo attirare a sé lo zio. Ora, infine, che il vecchio
si dimostra tanto pentito di non aver fatto lieta la nipote, chi
sa qual'altra perfida idea quella strega può aver concepito.
Mi turai gli orecchi con le mani, gridando a Mino:
- Sta' zitto!
Apparentemente, no; ma in fondo ero pur tanto ingenuo, in quel
tempo. Tuttavia - avendo notizia delle scene ch'erano avvenute e
avvenivano in casa Malagna - pensai che il sospetto di quella
serva potesse in qualche modo esser fondato, e volli tentare,
per il bene d'Oliva, se mi fosse riuscito d'appurare qualche
cosa. Mi feci dare da Mino il recapito di quella strega. Mino mi
si raccomandò per la ragazza.
- Non dubitare, - gli risposi. - La lascio a te, che diamine!
E il giorno dopo, con la scusa d'una cambiale, di cui per
combinazione quella mattina stessa avevo saputo dalla mamma la
scadenza in giornata, andai a scovar Malagna in casa della
vedova Pescatore.
Avevo corso apposta, e mi precipitai dentro tutto accaldato e in
sudore.
- Malagna, la cambiale!
Se già non avessi saputo ch'egli non aveva la coscienza pulita,
me ne sarei accorto senza dubbio quel giorno vedendolo balzare
in piedi pallido, scontraffatto, balbettando:
- Che... che cam..., che cambiale?
- La cambiale così e così, che scade oggi... Mi manda la mamma,
che n'è tanto impensierita!
Batta Malagna cadde a sedere, esalando in un ah
interminabile tutto lo spavento che per un istante lo aveva
oppresso.
- Ma fatto!... tutto fatto!... Perbacco, che soprassalto... L'ho
rinnovata, eh? a tre mesi, pagando i frutti, s'intende. Ti sei
davvero fatta codesta corsa per così poco?
E rise, rise, facendo sobbalzare il pancione; m'invitò a sedere;
mi presentò alle donne.
- Mattia Pascal. Marianna Dondi, vedova Pescatore, mia cugina.
Romilda, mia nipote.
Volle che, per rassettarmi dalla corsa, bevessi qualcosa.
- Romilda, se non ti dispiace...
Come se fosse a casa sua.
Romilda si alzò, guardando la madre, per consigliarsi con gli
occhi di lei, e poco dopo, non ostanti le mie proteste, tornò
con un piccolo vassojo su cui era un bicchiere e una bottiglia
di vermouth. Subito, a quella vista, la madre si alzò
indispettita, dicendo alla figlia:
- Ma no! ma no! Da' qua!
Le tolse il vassojo dalle mani e uscì per rientrare poco dopo
con un altro vassojo di lacca, nuovo fiammante, che reggeva una
magnifica rosoliera: un elefante inargentato, con una botte di
vetro sul groppone, e tanti bicchierini appesi tutt'intorno, che
tintinnivano.
Avrei preferito il vermouth. Bevvi il rosolio. Ne bevvero anche
il Malagna e la madre. Romilda, no.
Mi trattenni poco, quella prima volta, per avere una scusa a
tornare: dissi che mi premeva di rassicurar la mamma intorno a
quella cambiale, e che sarei venuto di lì a qualche giorno a
goder con più agio della compagnia delle signore.
Non mi parve, dall'aria con cui mi salutò, che Marianna Dondi,
vedova Pescatore, accogliesse con molto piacere l'annunzio d'una
mia seconda visita: mi porse appena la mano: gelida mano, secca,
nodosa, gialliccia; e abbassò gli occhi e strinse le labbra. Mi
compensò la figlia con un simpatico sorriso che prometteva
cordiale accoglienza, e con uno sguardo, dolce e mesto a un
tempo, di quegli occhi che mi fecero fin dal primo vederla una
così forte impressione: occhi d'uno strano color verde, cupi,
intensi, ombreggiati da lunghissime ciglia; occhi notturni, tra
due bande di capelli neri come l'ebano, ondulati, che le
scendevano su la fronte e su le tempie, quasi a far meglio
risaltare la viva bianchezza de la pelle.
La casa era modesta; ma già tra i vecchi mobili si notavano
parecchi nuovi venuti, pretensiosi e goffi nell'ostentazione
della loro novità troppo appariscente: due grandi lumi di
majolica, per esempio, ancora intatti, dai globi di vetro
smerigliato, di strana foggia, su un'umilissima mensola dal
piano di marmo ingiallito, che reggeva uno specchio tetro in una
cornice tonda, qua e là scrostata, la quale pareva si aprisse
nella stanza come uno sbadiglio d'affamato. C'era poi, davanti
al divanuccio sgangherato, un tavolinetto con le quattro zampe
dorate e il piano di porcellana dipinto di vivacissimi colori;
poi uno stipetto a muro, di lacca giapponese, ecc., ecc., e su
questi oggetti nuovi gli occhi di Malagna si fermavano con
evidente compiacenza, come già su la rosoliera recata in trionfo
dalla cugina vedova Pescatore.
Le pareti della stanza eran quasi tutte tappezzate di vecchie e
non brutte stampe, di cui il Malagna volle farmi ammirare
qualcuna, dicendomi ch'erano opera di Francesco Antonio
Pescatore, suo cugino, valentissimo incisore (morto pazzo, a
Torino, - aggiunse piano), del quale volle anche mostrarmi il
ritratto.
- Eseguito con le proprie mani, da sé, davanti allo specchio.
Ora io, guardando Romilda e poi la madre, avevo poc'anzi
pensato: « Somiglierà al padre! ». Adesso, di fronte al ritratto
di questo, non sapevo più che pensare.
Non voglio arrischiare supposizioni oltraggiose. Stimo, è vero,
Marianna Dondi, vedova Pescatore, capace di tutto; ma come
immaginare un uomo, e per giunta bello, capace d'essersi
innamorato di lei? Tranne che non fosse stato un pazzo più pazzo
del marito.
Riferii a Mino le impressioni di quella prima visita. Gli parlai
di Romilda con tal calore d'ammirazione, ch'egli subito se ne
accese, felicissimo che anche a me fosse tanto piaciuta e d'aver
la mia approvazione.
Io allora gli domandai che intenzioni avesse: la madre, sì,
aveva tutta l'aria d'essere una strega; ma la figliuola, ci
avrei giurato, era onesta. Nessun dubbio su le mire infami del
Malagna; bisognava dunque, a ogni costo, al più presto, salvare
la ragazza.
- E come? - mi domandò Pomino, che pendeva affascinato dalle mie
labbra.
- Come? Vedremo. Bisognerà prima di tutto accertarsi di tante
cose; andare in fondo; studiar bene. Capirai, non si può mica
prendere una risoluzione così su due piedi. Lascia fare a me:
t'ajuterò. Codesta avventura mi piace.
- Eh... ma... - obbiettò allora Pomino, timidamente, cominciando
a sentirsi sulle spine nel vedermi così infatuato. - Tu diresti
forse... sposarla?
- Non dico nulla, io, per adesso. Hai paura, forse?
- No, perché?
- Perché ti vedo correre troppo. Piano piano, e rifletti. Se
veniamo a conoscere ch'ella è davvero come dovrebbe essere:
buona, saggia, virtuosa (bella è, non c'è dubbio, e ti piace,
non è vero?) - oh! poniamo ora che veramente ella sia esposta,
per la nequizia della madre e di quell'altra canaglia, a un
pericolo gravissimo, a uno scempio, a un mercato infame:
proveresti ritegno innanzi a un atto meritorio, a un'opera
santa, di salvazione?
- Io no... no! - fece Pomino. - Ma... mio padre?
- S'opporrebbe? Per qual ragione? Per la dote, è vero? Non per
altro! Perché ella, sai? è figlia d'un artista, d'un
valentissimo incisore, morto... sì, morto bene, insomma, a
Torino... Ma tuo padre è ricco, e non ha che te solo: ti può
dunque contentare, senza badare alla dote! Che se poi, con le
buone, non riesci a vincerlo, niente paura: un bel volo dal
nido, e s'aggiusta ogni cosa. Pomino, hai il cuore di stoppa?
Pomino rise, e io allora gli dimostrai quattro e quattr'otto che
egli era nato marito, come si nasce poeta. Gli descrissi a vivi
colori, seducentissimi, la felicità della vita coniugale con la
sua Romilda; l'affetto, le cure, la gratitudine ch'ella avrebbe
avuto per lui, suo salvatore. E, per concludere:
- Tu ora, - gli dissi, - devi trovare il modo e la maniera di
farti notare da lei e di parlarle o di scriverle. Vedi, in
questo momento, forse, una tua lettera potrebbe essere per lei,
assediata da quel ragno, un'àncora di salvezza. Io intanto
frequenterò la casa; starò a vedere; cercherò di cogliere
l'occasione di presentarti. Siamo intesi?
- Intesi.
Perché mostravo tanta smania di maritar Romilda? - Per niente.
Ripeto: per il gusto di stordire Pomino. Parlavo e parlavo, e
tutte le difficoltà sparivano. Ero impetuoso, e prendevo tutto
alla leggera. Forse per questo, allora, le donne mi amavano, non
ostante quel mio occhio un po' sbalestrato e il mio corpo da
pezzo da catasta. Questa volta, però, - debbo dirlo - la mia
foga proveniva anche dal desiderio di sfondare la trista ragna
ordita da quel laido vecchio, e farlo restare con un palmo di
naso; dal pensiero della povera Oliva; e anche - perché no? -
dalla speranza di fare un bene a quella ragazza che veramente mi
aveva fatto una grande impressione.
Che colpa ho io se Pomino eseguì con troppa timidezza le mie
prescrizioni? che colpa ho io se Romilda, invece d'innamorarsi
di Pomino, s'innamorò di me, che pur le parlavo sempre di lui?
che colpa, infine, se la perfidia di Marianna Dondi, vedova
Pescatore, giunse fino a farmi credere ch'io con la mia arte, in
poco tempo, fossi riuscito a vincere la diffidenza di lei e a
fare anche un miracolo: quello di farla ridere più d'una volta,
con le mie uscite balzane? Le vidi a poco a poco ceder le armi;
mi vidi accolto bene; pensai che, con un giovanotto lì per casa,
ricco (io mi credevo ancora ricco) e che dava non dubbii segni
di essere innamorato della figlia, ella avesse finalmente smesso
la sua iniqua idea, se pure le fosse mai passata per il capo.
Ecco: ero giunto finalmente a dubitarne!
Avrei dovuto, è vero, badare al fatto che non m'era più avvenuto
d'incontrarmi col Malagna in casa di lei, e che poteva non esser
senza ragione ch'ella mi ricevesse soltanto di mattina. Ma chi
ci badava? Era, del resto, naturale, poiché io ogni volta, per
aver maggior libertà, proponevo gite in campagna, che si fanno
più volentieri di mattina. Mi ero poi innamorato anch'io di
Romilda, pur seguitando sempre a parlarle dell'amore di Pomino;
innamorato come un matto di quegli occhi belli, di quel nasino,
di quella bocca, di tutto, finanche d'un piccolo porro ch'ella
aveva sulla nuca, ma finanche d'una cicatrice quasi invisibile
in una mano, che le baciavo e le baciavo e le baciavo... per
conto di Pomino, perdutamente.
Eppure, forse, non sarebbe accaduto nulla di grave, se una
mattina Romilda (eravamo alla Stìa e avevamo lasciato
la madre ad ammirare il molino), tutt'a un tratto, smettendo lo
scherzo troppo ormai prolungato sul suo timido amante lontano,
non avesse avuto un'improvvisa convulsione di pianto e non
m'avesse buttato le braccia al collo, scongiurandomi tutta
tremante che avessi pietà di lei; me la togliessi comunque,
purché via lontano, lontano dalla sua casa, lontano da quella
sua madraccia, da tutti subito, subito, subito...
Lontano? Come potevo così subito condurla via lontano?
Dopo, sì, per parecchi giorni, ancora ebbro di lei, cercai il
modo, risoluto a tutto, onestamente. E già cominciavo a
predisporre mia madre alla notizia del mio prossimo matrimonio,
ormai inevitabile, per debito di coscienza, quando, senza saper
perché, mi vidi arrivare una lettera secca secca di Romilda, che
mi diceva di non occuparmi più di lei in alcun modo e di non
recarmi mai più in casa sua, considerando come finita per sempre
la nostra relazione.
Ah sì? E come? Che era avvenuto?
Lo stesso giorno Oliva corse piangendo in casa nostra ad
annunziare alla mamma ch'ella era la donna più infelice di
questo mondo, che la pace della sua casa era per sempre
distrutta. Il suo uomo era riuscito a far la prova che non
mancava per lui aver figliuoli; era venuto ad annunziarglielo,
trionfante.
Ero presente a questa scena. Come abbia fatto a frenarmi lì per
lì, non so. Mi trattenne il rispetto per la mamma. Soffocato
dall'ira, dalla nausea, scappai a chiudermi in camera, e solo,
con le mani tra i capelli, cominciai a domandarmi come mai
Romilda, dopo quanto era avvenuto fra noi, si fosse potuta
prestare a tanta ignominia! Ah, degna figlia della madre! Non il
vecchio soltanto avevano entrambe vilissimamente ingannato, ma
anche me, anche me! E, come la madre, anche lei dunque si era
servita di me, vituperosamente, per il suo fine infame, per la
sua ladra voglia! E quella povera Oliva, intanto! Rovinata,
rovinata...
Prima di sera uscii, ancor tutto fremente, diretto alla casa
d'Oliva. Avevo con me, in tasca, la lettera di Romilda.
Oliva, in lagrime, raccoglieva le sue robe: voleva tornare dal
suo babbo, a cui finora, per prudenza, non aveva fatto neppure
un cenno di quanto le era toccato a soffrire.
- Ma, ormai, che sto più a farci? - mi disse. - E' finita! Se si
fosse almeno messo con qualche altra, forse...
- Ah tu sai dunque, - le domandai, - con chi s'è messo ?
Chinò più volte il capo, tra i singhiozzi, e si nascose la
faccia tra le mani.
- Una ragazza! - esclamò poi, levando le braccia. E la madre! la
madre! la madre! D'accordo, capisci? La propria madre!
- Lo dici a me? - feci io. - Tieni: leggi.
E le porsi la lettera.
Oliva la guardò, come stordita; la prese e mi do mandò:
- Che vuol dire?
Sapeva leggere appena. Con lo sguardo mi chiese se fosse proprio
necessario ch'ella facesse quello sforzo, in quel momento.
- Leggi, - insistetti io.
E allora ella si asciugò gli occhi, spiegò il foglio e si mise a
interpretar la scrittura, pian piano, sillabando. Dopo le prime
parole, corse con gli occhi alla firma, e mi guardò, sgranando
gli occhi:
- Tu?
- Da' qua, - le dissi, - te la leggo io, per intero.
Ma ella si strinse la carta contro il seno:
- No! - gridò. - Non te la do più! Questa ora mi serve!
- E a che potrebbe servirti? - le domandai, sorridendo
amaramente. - Vorresti mostrargliela? Ma in tutta codesta
lettera non c'è una parola per cui tuo marito potrebbe non
credere più a ciò che egli invece è felicissimo di credere. Te
l'hanno accalappiato bene, va' là!
- Ah, è vero! è vero! - gemette Oliva. - Mi è venuto con le mani
in faccia, gridandomi che mi fossi guardata bene dal metter in
dubbio l'onorabilità di sua nipote!
- E dunque? - dissi io, ridendo acre. - Vedi? Tu non puoi più
ottener nulla negando. Te ne devi guardar bene! Devi anzi dirgli
di sì, che è vero, verissimo ch'egli può aver figliuoli...
comprendi?
Ora perché mai, circa un mese dopo, Malagna picchiò, furibondo,
la moglie, e, con la schiuma ancora alla bocca, si precipitò in
casa mia, gridando che esigeva subito una riparazione perché io
gli avevo disonorata, rovinata una nipote, una povera orfana?
Soggiunse che, per non fare uno scandalo, egli avrebbe voluto
tacere. Per pietà di quella poveretta, non avendo egli
figliuoli, aveva anzi risoluto di tenersi quella creatura,
quando sarebbe nata, come sua. Ma ora che Dio finalmente gli
aveva voluto dare la consolazione d'aver un figliuolo
legittimo, lui, dalla propria moglie, non poteva, non
poteva più, in coscienza, fare anche da padre a quell'altro che
sarebbe nato da sua nipote.
- Mattia provveda! Mattia ripari! - concluse, congestionato dal
furore. - E subito! Mi si obbedisca subito! E non mi si
costringa a dire di più, o a fare qualche sproposito!
Ragioniamo un po', arrivati a questo punto. Io n'ho viste di
tutti i colori. Passare anche per imbecille o per... peggio, non
sarebbe, in fondo, per me, un gran guajo. Già - ripeto - son
come fuori della vita, e non m'importa più di nulla. Se dunque,
arrivato a questo punto, voglio ragionare, è soltanto per la
logica.
Mi sembra evidente che Romilda non ha dovuto far nulla di male,
almeno per indurre in inganno lo zio. Altrimenti, perché Malagna
avrebbe subito a suon di busse rinfacciato alla moglie il
tradimento e incolpato me presso mia madre d'aver recato
oltraggio alla nipote?
Romilda infatti sostiene che, poco dopo quella nostra gita alla
Stìa, sua madre, avendo ricevuto da lei la confessione
dell'amore che ormai la legava a me indissolubilmente, montata
su tutte le furie, le aveva gridato in faccia che mai e poi mai
avrebbe acconsentito a farle sposare uno scioperato, già quasi
all'orlo del precipizio. Ora, poiché da sé, ella, aveva recato a
se stessa il peggior male che a una fanciulla possa capitare,
non restava più a lei, madre previdente, che di trarre da questo
male il miglior partito. Quale fosse, era facile intendere.
Venuto, al- l'ora solita, il Malagna, ella andò via, con una
scusa, e la lasciò sola con lo zio. E allora, lei, Romilda,
piangendo - dice - a calde lagrime, si gittò ai piedi di lui,
gli fece intendere la sua sciagura e ciò che la madre avrebbe
preteso da lei; lo pregò d'interporsi, d'indurre la madre a più
onesti consigli, poiché ella era già d'un altro, a cui voleva
serbarsi fedele.
Malagna s'intenerì - ma fino a un certo segno. Le disse che ella
era ancor minorenne, e perciò sotto la potestà della madre, la
quale, volendo, avrebbe potuto anche agire contro di me,
giudiziariamente; che anche lui, in coscienza, non avrebbe
saputo approvare un matrimonio con un discolo della mia forza,
sciupone e senza cervello, e che non avrebbe potuto perciò
consigliarlo alla madre; le disse che al giusto e naturale
sdegno materno bisognava che lei sacrificasse pure qualche cosa,
che sarebbe poi stata, del resto, la sua fortuna; e concluse che
egli non avrebbe potuto infine far altro che provvedere - a
patto però che si fosse serbato con tutti il massimo segreto -
provvedere al nascituro, fargli da padre, ecco, giacché egli non
aveva figliuoli e ne desiderava tanto e da tanto tempo uno.
Si può essere - domando io - più onesti di così?
Ecco qua: tutto quello che aveva rubato al padre egli lo avrebbe
rimesso al figliuolo nascituro.
Che colpa ha lui, se io, - poi, - ingrato e sconoscente, andai a
guastargli le uova nel paniere?
Due, no! eh, due, no, perbacco!
Gli parvero troppi, forse perché avendo già Roberto, com'ho
detto, contratto un matrimonio vantaggioso, stimò che non lo
avesse danneggiato tanto, da dover rendere anche per lui.
In conclusione, si vede che - capitato in mezzo a così brava
gente - tutto il male lo avevo fatto io. E dovevo dunque
scontarlo.
Mi ricusai dapprima, sdegnosamente. Poi, per le preghiere di mia
madre, che già vedeva la rovina della nostra casa e sperava
ch'io potessi in qualche modo salvarmi, sposando la nipote di
quel suo nemico, cedetti e sposai.
Mi pendeva, tremenda, sul capo l'ira di Marianna Dondi, vedova
Pescatore.
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il fu mattia pascal
CAPITOLO 5 - maturazione |
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La strega non si sapeva dar pace:
- Che hai concluso? - mi domandava. - Non t'era bastato, di',
esserti introdotto in casa mia come un ladro per insidiarmi la
figliuola e rovinarmela? Non t'era bastato?
- Eh no, cara suocera! - le rispondevo. - Perché, se mi fossi
arrestato lì vi avrei fatto un piacere, reso un servizio...
- Lo senti? - strillava allora alla figlia. - Si vanta, osa
vantarsi per giunta della bella prodezza che è andato a
commettere c quella... - e qui una filza di laide parole
all'indirizzo di Oliva; poi, arrovesciando le mani su i fianchi,
appuntando le gomita davanti: - Ma che hai concluso? Non hai
rovinato anche tuo figlio, così? Ma già, a lui, che glien'importa?
E' suo anche quello, è suo...
Non mancava mai di schizzare in fine questo veleno, sapendo la
virtù ch'esso aveva sull'animo di Romilda, gelosa di quel figlio
che sarebbe nato a Oliva, tra gli agi e in letizia; mentre il
suo, nell'angustia, nell'incertezza del domani, e fra tutta
quella guerra. Le facevano crescere questa gelosia anche le
notizie che qualche buona donna, fingendo di non saper nulla,
veniva a recarle della zia Malagna, ch'era così contenta, così
felice della grazia che Dio finalmente aveva voluto concederle:
ah, si era fatta un fiore; non era stata mai così bella e
prosperosa!
E lei, intanto, ecco: buttata lì su una poltrona, rivoltata da
continue nausee; pallida, disfatta, imbruttita, senza più un
momento di bene, senza più voglia neanche di parlare o d'aprir
gli occhi.
Colpa mia anche questa? Pareva di sì. Non mi poteva più né
vedere né sentire. E fu peggio, quando per salvare il podere
della Stìa, col molino, si dovettero vendere le case, e
la povera mamma fu costretta a entrar nell'inferno di casa mia.
Già, quella vendita non giovò a nulla. Il Malagna, con quel
figlio nascituro, che lo abilitava ormai a non aver più né
ritegno né scrupolo, fece l'ultima: si mise d'accordo con gli
strozzini, e comprò lui, senza figurare, le case, per pochi
bajocchi. I debiti che gravavano su la Stìa restarono
così per la maggior parte scoperti e il podere insieme col
molino fu messo dai creditori sotto amministrazione giudiziaria.
E fummo liquidati.
Che fare ormai? Mi misi, ma quasi senza speranza, in cerca di
un'occupazione qual si fosse, per provvedere ai bisogni più
urgenti della famiglia. Ero inetto a tutto; e la fama che m'ero
fatta con le mie imprese giovanili e con la mia scioperataggine
non invogliava certo nessuno a darmi da lavorare. Le scene poi,
a cui giornalmente mi toccava d'assistere e di prender parte in
casa mia mi toglievano quella calma che mi abbisognava per
raccogliermi un po' a considerare, ciò che avrei potuto e saputo
fare.
Mi cagionava un vero e proprio ribrezzo il veder mia madre, lì
in contatto con la vedova Pescatore. La santa vecchietta mia,
non più ignara, ma agli occhi miei irresponsabile de' suoi
torti, dipesi dal non aver saputo credere fino a tanto alla
nequizia degli uomini, se ne stava tutta ristretta in sé, con le
mani in grembo, gli occhi bassi, seduta in un cantuccio, ma come
se non fosse ben sicura di poterci stare, lì a quel posto; come
se fosse sempre in attesa di partire, di partire tra poco - se
Dio voleva! E non dava fastidio neanche all'aria. Sorrideva ogni
tanto a Romilda, pietosamente; non osava più di accostarsele;
perché, una volta, pochi giorni dopo la sua entrata in casa
nostra, essendo accorsa a prestarle ajuto, era stata
sgarbatamente allontanata da quella strega.
- Faccio io, faccio io; so quel che debbo fare.
Per prudenza, avendo Romilda veramente bisogno d'ajuto in quel
momento, m'ero stato zitto; ma spiavo perché nessuno le mancasse
di rispetto.
M'accorgevo intanto che questa guardia ch'io facevo a mia madre
irritava sordamente la strega e anche mia moglie, e temevo che,
quand'io non fossi in casa, esse, per sfogar la stizza e votarsi
il cuore della bile, la maltrattassero. Sapevo di certo che la
mamma non mi avrebbe detto mai nulla. E questo pensiero mi
torturava. Quante, quante volte non le guardai gli occhi per
vedere se avesse pianto! Ella mi sorrideva, mi carezzava con lo
sguardo, poi mi domandava:
- Perché mi guardi così?
- Stai bene, mamma?
Mi faceva un atto appena appena con la mano e mi rispondeva:
- Bene; non vedi? Va' da tua moglie, va'; soffre, poverina.
Pensai di scrivere a Roberto, a Oneglia, per dirgli che si
prendesse lui in casa la mamma, non per togliermi un peso che
avrei tanto volentieri sopportato anche nelle ristrettezze in
cui mi trovavo, ma per il bene di lei unicamente.
Berto mi rispose che non poteva; non poteva perché la sua
condizione di fronte alla famiglia della moglie e alla moglie
stessa era penosissima, dopo il nostro rovescio: egli viveva
ormai su la dote della moglie, e non avrebbe dunque potuto
imporre a questa anche il peso della suocera. Del resto, la
mamma - diceva - si sarebbe forse trovata male allo stesso modo
in casa sua, perché anche egli conviveva con la madre della
moglie, buona donna, sì, ma che poteva diventar cattiva per le
inevitabili gelosie e gli attriti che nascono tra suocere. Era
dunque meglio che la mamma rimanesse a casa mia; se non altro,
non si sarebbe così allontanata negli ultimi anni dal suo paese
e non sarebbe stata costretta a cangiar vita e abitudini. Si
dichiarava infine dolentissimo di non potere, per tutte le
considerazioni esposte più sù, prestarmi un anche menomo
soccorso pecuniario, come con tutto il cuore avrebbe voluto.
Io nascosi questa lettera alla mamma. Forse se l'animo
esasperato in quel momento non mi avesse offuscato il giudizio,
non me ne sarei tanto indignato; avrei considerato, per esempio,
secondo la natural disposizione del mio spirito, che se un
rosignolo dà via le penne della coda, può dire: mi resta il dono
del canto; ma se le fate dar via a un pavone, le penne della
coda, che gli resta? Rompere anche per poco l equilibrio che
forse gli costava tanto studio, l'equilibrio per cui poteva
vivere pulitamente e fors'anche con una cert'aria di dignità
alle spalle della moglie, sarebbe stato per Berto sacrifizio
enorme, una perdita irreparabile. Oltre alla bella presenza,
alle garbate maniere, a quella sua impostatura d'elegante
signore, non aveva più nulla, lui, da dare alla moglie neppure
un briciolo di cuore, che forse l'avrebbe compensata del
fastidio che avrebbe potuto recarle la povera mamma mia. Mah!
Dio l'aveva fatto così; gliene aveva dato pochino pochino, di
cuore. Che poteva farci, povero Berto?
Intanto le angustie crescevano; e io non trovavo da porvi
riparo. Furon venduti gli ori della mamma, cari ricordi. La
vedova Pescatore, temendo che io e mia madre fra poco dovessimo
anche vivere sulla sua rendituccia dotale di quarantadue lire
mensili, diventava di giorno in giorno più cupa e di più fosche
maniere. Prevedevo da un momento all'altro un prorompimento del
suo furore, contenuto ormai da troppo tempo, forse per la
presenza e per il contegno della mamma. Nel vedermi aggirar per
casa come una mosca senza capo, quella bufera di femmina mi
lanciava certe occhiatacce, lampi forieri di tempesta. Uscivo
per levar la corrente e impedire la scarica. Ma poi temevo per
la mamma, e rincasavo.
Un giorno, però, non feci a tempo. La tempesta, mente, era
scoppiata, e per un futilissimo pretesto: per una visita delle
due vecchie serve alla mamma.
Una di esse, non avendo potuto metter nulla da parte, perché
aveva dovuto mantenere una figlia rimasta vedova con tre
bambini, s'era subito allogata altrove a servire; ma l'altra,
Margherita, sola al mondo, più fortunata, poteva ora riposar la
sua vecchiaja, col gruzzoletto raccolto in tanti anni di
servizio in casa nostra. Ora pare che con queste due buone
donne, già fidate compagne di tanti anni, la mamma si fosse pian
piano rammaricata di quel suo misero e amarissimo stato. Subito
allora Margherita, la buona vecchierella che già l'aveva
sospettato e non osava dirglielo, le aveva profferto d'andar via
con lei, a casa sua: aveva due camerette pulite, con un
terrazzino che guardava il mare, pieno di fiori: sarebbero state
insieme, in pace: oh, ella sarebbe stata felice di poterla
ancora servire, di poterle dimostrare ancora l'affetto e la
devozione che sentiva per lei.
Ma poteva accettar mia madre la profferta di quella povera
vecchia? Donde l'ira della vedova Pescatore.
Io la trovai, rincasando, con le pugna protese contro
Margherita, la quale pur le teneva testa coraggiosamente, mentre
la mamma, spaventata, con le lagrime agli occhi, tutta tremante,
si teneva aggrappata con ambo le mani all'altra vecchietta, come
per ripararsi.
Veder mia madre in quell'atteggiamento e perdere il lume degli
occhi fu tutt'uno. Afferrai per un braccio la vedova Pescatore e
la mandai a ruzzolar lontano. Ella si rizzò in un lampo e mi
venne incontro, per saltarmi addosso; ma s'arrestò di fronte a
me.
- Fuori! - mi gridò. - Tu e tua madre, via! Fuori di casa mia!
- Senti; - le dissi io allora, con la voce che mi tremava dal
violento sforzo che facevo su me stesso, per contenermi. -
Senti: vattene via tu, or ora, con le tue gambe, e non
cimentarmi più. Vattene,; per il tuo bene! vattene!
Romilda, piangendo e gridando, si levò dalla poltrona e venne a
buttarsi tra le braccia della madre:
- No! Tu con me, mamma! Non mi lasciare, non mi lasciare qua
sola!
Ma quella degna madre la respinse, furibonda:
- L'hai voluto? tientelo ora, codesto mal ladrone! Io vado sola!
Ma non se ne andò s'intende.
Due giorni dopo, mandata - suppongo - da Margherita, venne in
gran furia, al solito, zia Scolastica, per portarsi via con sé
la mamma.
Questa scena merita di essere rappresentata.
La vedova Pescatore stava quella mattina, a fare il pane,
sbracciata, con la gonnella tirata sù e arrotolata intorno alla
vita, per non sporcarsela. Si voltò appena, vedendo entrare la
zia e seguitò ad abburattare, come se nulla fossa. La zia non ci
fece caso; del resto, ella era entrata senza salutar nessuno;
diviata a mia madre, come se in quella casa non ci fosse altri
che lei.
- Subito, via vèstiti! Verrai con me. Mi fu sonata non so che
campana. Eccomi qua. Via, presto! il fagottino!.
Parlava a scatti. Il naso adunco, fiero, nella faccia bruna,
itterica, le fremeva, le si arricciava di tratto in tratto, e
gli occhi le sfavillavano.
La vedova Pescatore, zitta.
Finito di abburattare; intrisa la farina e coagulatala in pasta,
ora essa la brandiva alta e la sbatteva forte apposta, su la
madia: rispondeva così a quel che diceva la zia. Questa, allora,
rincarò la dose. E quella, sbattendo man mano più forte «
Ma sì! - ma certo! - ma come no? - ma sicuramente! » ; poi,
come se non bastasse, andò a prendete il mattarello; e se lo
pose lì accanto, su la madia, come per dire: ci ho anche questo.
Non l'avesse mai fatto!- Zia Scolastica scattò in piedi, si
tolse furiosamente lo scialletto che teneva su le spalle e lo
lanciò a mia madre:
- Eccoti! lascia tutto. Via subito!
E andò a piantarsi di faccia alla vedova Pescatore. Questa, per
non averla così dinanzi a petto, si tirò un passo indietro,
minacciosa, come volesse brandire il matterello; e allora zia
Scolastica, preso a due mani dalla madia il grosso batuffolo
della pasta, gliel'appiastrò sul capo, glielo tirò giù su la
faccia e, a pugni chiusi, là là, là, sul naso, sugli occhi, in
bocca, dove coglieva coglieva. Quindi afferrò per un braccio mia
madre e se la trascinò via.
Quel che seguì fu per me solo. La vedova Pescatore, ruggendo
dalla rabbia, si strappò la pasta dalla faccia, dai capelli
tutti appiastricciati, e venne a buttarla in faccia a me, che
ridevo, ridevo in una specie di convulsione; m'afferrò la barba,
mi sgraffiò tutto; poi, come impazzita, si buttò per terra e
cominciò a strapparsi le vesti addosso, a rotolarsi, a
rotolarsi, frenetica, sul pavimento; mia moglie intanto (</I>sit
venia verbo</I>) receva di là, tra acutissime strida, mentr'io:
- Le gambe! le gambe! - gridavo alla vedova Pescatore per terra.
- Non mi mostrate le gambe, per carità!
Posso dire che da allora ho fatto il gusto a ridere di tutte le
mie sciagure e d'ogni mio tormento. Mi vidi, in quell'istante,
attore d'una tragedia che più buffa non si sarebbe potuta
immaginare: mia madre, scappata via, così, con quella matta; mia
moglie, di là, che... lasciamola stare!; Marianna Pescatore lì
per terra; e io, io che non avevo più pane, quel che si dice
pane, per il giorno appresso, io con la barba tutta
impastocchiata, il viso sgraffiato, grondante non sapevo ancora
se di sangue o di lagrime, per il troppo ridere. Andai ad
accertarmene allo specchio. Erano lagrime; ma ero anche
sgraffiato bene. Ah quel mio occhio, in quel momento, quanto mi
piacque! Per disperato, mi s'era messo a guardare più che mai
altrove, altrove per conto suo. E scappai via, risoluto a non
rientrare in casa, se prima non avessi trovato comunque da
mantenere, anche miseramente, mia moglie e me.
Dal dispetto rabbioso che sentivo in quel momento per la
sventatezza mia di tanti anni, argomentavo però facilmente che
la mia sciagura non poteva ispirare a nessuno, non che
compatimento, ma neppur considerazione. Me l'ero ben meritata.
Uno solo avrebbe potuto averne pietà: colui che aveva fatto man
bassa d'ogni nostro avere; ma figurarsi se Malagna poteva più
sentir l'obbligo di venirmi in soccorso dopo quanto era avvenuto
tra me e lui.
Il soccorso, invece, mi venne da chi meno avrei potuto
aspettarmelo.
Rimasto tutto quel giorno fuori di casa, verso sera, m'imbattei
per combinazione in Pomino, che, fingendo di non accorgersi di
me, voleva tirar via di lungo.
- Pomino!
Si volse, torbido in faccia, e si fermò con gli occhi bassi:
- Che vuoi?
- Pomino! - ripetei io più forte, scotendolo per una spalla e
ridendo di quella sua mutria. - Dici sul serio?
Oh, ingratitudine umana! Me ne voleva, per giunta, me ne voleva,
Pomino, del tradimento che, a suo credere, gli avevo fatto. Né
mi riuscì di convincerlo che il tradimento invece lo aveva fatto
lui a me, e che avrebbe dovuto non solo ringraziarmi, ma
buttarsi anche a faccia per terra, a baciare dove io ponevo i
piedi.
Ero ancora com'ebbro di quella gajezza mala che si era
impadronita di me da quando m'ero guardato allo specchio.
Vedi questi sgraffii? - gli dissi, a un certo punto. - Lei me li
ha fatti!
- Ro... cioè, tua moglie?
- Sua madre!
E gli narrai come e perché. Sorrise, ma parcamente. Forse pensò
che a lui non li avrebbe fatti, quegli sgraffii, la vedova
Pescatore: era in ben altra condizione dalla mia, e aveva altra
indole e altro cuore, lui.
Mi venne allora la tentazione di domandargli perché dunque, se
veramente n'era cosi addogliato, non l'aveva sposata lui,
Romilda, a tempo, magari prendendo il volo con la, com'io gli
avevo consigliato, prima che, per la sua ridicola timidezza o
per la sua indecisione, fosse capitata a me la disgrazia
d'innamorarmene; e altro, ben altro avrei voluto dirgli,
nell'orgasmo in cui mi trovavo; ma mi trattenni. Gli domandai,
invece, porgendogli la mano, con chi se la facesse, di quei
giorni.
- Con nessuno! - sospirò egli allora. - Con nessuno! Mi annojo,
mi annojo mortalmente!
Dall'esasperazione con cui proferì queste parole mi parve
d'intendere a un tratto la vera ragione per cui Pomino era così
addogliato. Ecco qua: non tanto Romilda egli forse rimpiangeva,
quanto la compagnia che gli era venuta a mancare; Berto non
c'era più; con me non poteva più praticare, perché c'era Romilda
di mezzo, e che restava più dunque da fare al povero Pomino?
- Ammógliati, caro! - gli dissi. - Vedrai come si sta allegri!
Ma egli scosse il capo, seriamente, con gli occhi chiusi; alzò
una mano:
- Mai! mai più!
- Bravo, Pomino: persèvera! Se desideri compagnia, sono a tua
disposizione, anche per tutta la notte, se vuoi.
E gli manifestai il proponimento che avevo fatto, uscendo di
casa, e gli esposi anche le disperate condizioni in cui mi
trovavo. Pomino si commosse, da vero amico, e mi profferse quel
po' di denaro che aveva con sé. Lo ringraziai di cuore, e gli
dissi che quell'aiuto non m'avrebbe giovato a nulla: il giorno
appresso sarei stato da capo. Un collocamento fisso
m'abbisognava.
Aspetta! - esclamò allora Pomino. - Sai che mio padre è ora al
Municipio?
- No. Ma me l'immagino.
- Assessore comunale per la pubblica istruzione.
- Questo non me lo sarei immaginato.
- Jersera, a cena... Aspetta! Conosci Romitelli?
- No.
- Come no! Quello che sta laggiù, alla biblioteca Boccamazza. E'
sordo, quasi cieco, rimbecillito, e non si regge più sulle
gambe. Jersera, a cena, mio padre mi diceva che la biblioteca è
ridotta in uno stato miserevole e che bisogna provvedere con la
massima sollecitudine. Ecco il posto per te!
- Bibliotecario? - esclamai. - Ma io...
- Perché no? - disse Pomino. - Se l'ha fatto Romitelli...
Questa ragione mi convinse.
Pomino mi consigliò di farne parlare a suo padre da zia
Scolastica. Sarebbe stato meglio.
Il giorno appresso, io mi recai a visitar la mamma e ne parlai a
lei, poiché zia Scolastica, da me, non volle farsi vedere. E
così, quattro giorni dopo, diventai bibliotecario. Settanta lira
al mese. Più ricco della vedova Pescatore! Potevo cantar
vittoria.
Nei primi mesi fu un divertimento, con quel Romitelli, a cui non
ci fu verso di fare intendere che era stato giubilato dal Comune
e che per ciò non doveva più venire alla biblioteca. Ogni
mattina, alla stess'ora, né un minuto prima né un minuto dopo,
me lo vedevo spuntare a quattro piedi (compresi i due bastoni,
uno per mano, che gli servivano meglio dei piedi). Appena
arrivato, si toglieva dal taschino del panciotto un vecchio
cipollone di rame, e lo appendeva a muro con tutta la
formidabile catena; sedeva, coi due bastoni fra le gambe, traeva
di tasca la papalina, la tabacchiera e un pezzolone a dadi rossi
e neri; s'infrociava una grossa presa di tabacco, si puliva, poi
apriva il cassetto del tavolino e ne traeva un libraccio che
apparteneva alla biblioteca: Dizionario storico dei
musicisti, artisti e amatori morti e viventi, stampato a
Venezia nel 1758.
- Signor Romitelli! - gli gridavo, vedendogli fare tutte queste
operazioni, tranquillissimamente, senza dare il minimo segno
d'accorgersi di me.
Ma a chi dicevo? Non sentiva neanche le cannonate. Lo scotevo
per un braccio, ed egli allora si voltava, strizzava gli occhi,
contraeva tutta la faccia per sbirciarmi, poi mi mostrava i
denti gialli, forse intendendo di sorridermi, così; quindi
abbassava il capo sul libro, come se volesse farsene guanciale;
ma che! leggeva a quel modo, a due centimetri di distanza, con
un occhio solo; leggeva forte:
- Birnbaum, Giovanni Abramo... Birnbaum, Giovanni Abramo,
fece stampare... Birnbaum, Giovanni Abramo, fece stampare a
Lipsia, nel 1738... a Lipsia nel 1738... un opuscolo in-8°:
Osservazioni imparziali su un passo delicato del Musicista
critico. Mitzler... Mitzler inserì... Mitzler inserì questo
scritto nel primo volume della sua Biblioteca musicale. Nel
1739...
E seguitava così, ripetendo due o tre volte nomi e date, come
per cacciarsele a memoria. Perché leggesse cosi forte, non
saprei. Ripeto, non sentiva neanche le cannonate.
Io stavo a guardarlo, stupito. O che poteva importare a
quell'uomo in quello stato, a due passi ormai dalla tomba (morì
difatti quattro mesi dopo la mia nomina a bibliotecario), che
poteva importargli che Birnbaum Giovanni Abramo avesse fatto
stampare a Lipsia nel 1738 un opuscolo in-8°? E non gli fosse
almeno costata tutto quello stento la lettura! Bisognava proprio
riconoscere che non potesse farne a meno di quelle date lì e di
quelle notizie di musicisti (lui, così sordo!) e artisti e
amatori, morti e viventi fino al 1758. O credeva forse che un
bibliotecario, essendo la biblioteca fatta per leggervi, fosse
obbligato a legger lui, posto che non aveva veduto mai apparirvi
anima viva; e aveva preso quel libro, come avrebbe potuto
prenderne un altro? Era tanto imbecillito, che anche questa
supposizione è possibile, e anzi molto più probabile della
prima.
Intanto, sul tavolone lì in mezzo, c'era uno strato di polvere
alto per lo meno un dito; tanto che io - per riparare in certo
qual modo alla nera ingratitudine de' miei concittadini - potei
tracciarvi a grosse lettere questa iscrizione:
A MONSIGNOR BOCCAMAZZA
MUNIFICENTISSIMO DONATORE IN PERENNE ATTESTATO DI GRATITUDINE
I CONCITTADINI QUESTA LAPIDE POSERO
Precipitavano poi, a quando a quando, dagli scaffali due o tre
libri, seguiti da certi topi grossi quanto un coniglio.
Furono per me come la mela di Newton.
Ho trovato! - esclamai tutto contento. - Ecco l'occupazione per
me, mentre Romitelli legge il suo Birnbaum.
E, per cominciare, scrissi una elaboratissima istanza,
d'ufficio, all'esimio cavalier Gerolamo Pomino, assessore
comunale per la pubblica istruzione, affinché la biblioteca
Boccamazza o di Santa Maria Liberale fosse con la maggior
sollecitudine provveduta di un pajo di gatti per lo meno, il cui
mantenimento non avrebbe importato quasi alcuna spesa al Comune,
atteso che i suddetti animali avrebbero avuto da nutrirsi in
abbondanza col provento della loro caccia. Soggiungevo che non
sarebbe stato male provvedere altresì la biblioteca d'una mezza
dozzina di trappole e dell'esca necessaria, per non dire
cacio, parola volgare, che - da subalterno - non stimai
conveniente sottoporre agli occhi d'un assessore comunale per la
pubblica istruzione.
Mi mandarono dapprima due gattini così miseri che si
spaventarono subito di quegli enormi topi, e - per non morir di
fame - si ficcavano loro nelle trappole, a mangiarsi il cacio.
Li trovavo ogni mattina là, imprigionati, magri, brutti, e così
afflitti che pareva non avessero più né forza né volontà di
miagolare.
Reclamai, e vennero due bei gattoni lesti e serii, che senza
perder tempo si misero a fare il loro dovere. Anche le trappole
servivano: e queste me li davan vivi, i topi. Ora, una sera,
indispettito che di quelle mie fatiche e di quelle mie vittorie
il Romitelli non si volesse minimamente dar per inteso, come se
lui avesse soltanto l'obbligo di leggere e i topi quello di
mangiarsi i libri della biblioteca, volli, prima d'andarmene,
cacciarne due, vivi, entro il cassetto del suo tavolino. Speravo
di sconcertargli, almeno per la mattina seguente, la consueta
nojosissima lettura. Ma che! Come aprì il cassetto e si sentì
sgusciare sotto il naso quelle due bestie, si voltò verso me,
che già non mi potevo più reggere e davo in uno scoppio di risa,
e mi domandò:
- Che è stato?
- Due topi, signor Romitelli!
- Ah, topi... - fece lui tranquillamente.
Erano di casa; c'era avvezzo; e riprese, come se nulla fosse
stato, la lettura del suo libraccio.
In un Trattato degli Arbori di Giovan Vittorio Soderini
si legge che i frutti maturano « parte per caldezza e parte per
freddezza; perciocché il calore, come in tutti è manifesto,
ottiene la forza del concuocere, ed è la semplice cagione della
maturezza ». Ignorava dunque Giovan Vittorio Soderini che oltre
al calore, i fruttivendoli hanno sperimentato un'altra
cagione della maturezza. Per portare la primizia al mercato
e venderla più cara, essi colgono i frutti, mele e pesche e
pere, prima che sian venuti a quella condizione che li rende
sani e piacevoli, e li maturano loro a furia d'ammaccature.
Ora così venne a maturazione l'anima mia, ancora acerba.
In poco tempo, divenni un altro da quel che ero prima. Morto il
Romitelli mi trovai qui solo, mangiato dalla noja, in questa
chiesetta fuori mano, fra tutti questi libri; tremendamente
solo, e pur senza voglia di compagnia. Avrei potuto
trattenermici soltanto poche ore al giorno; ma per le strade del
paese mi vergognavo di farmi vedere, così ridotto in miseria; da
casa mia rifuggivo come da una prigione; e dunque, meglio qua,
mi ripetevo. Ma che fare? La caccia ai topi, sì; ma poteva
bastarmi?
La prima volta che mi avvenne di trovarmi con un libro tra le
mani, tolto così a caso, senza saperlo, da uno degli scaffali'
provai un brivido d'orrore. Mi sarei io dunque ridotto come il
Romitelli, a sentir l'obbligo di leggere, io bibliotecario, per
tutti quelli che non venivano alla biblioteca? E scaraventai il
libro a terra. Ma poi lo ripresi; e - sissignori - mi misi a
leggere anch'io, e anch'io con un occhio solo, perché
quell'altro non voleva saperne.
Lessi così di tutto un po', disordinatamente; ma libri, in
ispecie, di filosofia. Pesano tanto: eppure, chi se ne ciba e se
li mette in corpo, vive tra le nuvole. Mi sconcertarono peggio
il cervello, già di per sé balzano. Quando la testa mi fumava,
chiudevo la biblioteca e mi recavo per un sentieruolo scosceso,
a un lembo di spiaggia solitaria.
La vista del mare mi faceva cadere in uno sgomento attonito, che
diveniva man mano oppressione intollerabile. Sedevo su la
spiaggia e m'impedivo di guardarlo, abbassando il capo: ma ne
sentivo per tutta la riviera il fragorìo, mentre lentamente,
lentamente, mi lasciavo scivolar di tra le dita la sabbia densa
e greve, mormorando:
- Così, sempre, fino alla morte, senz'alcun mutamento, mai...
L'immobilità della condizione di quella mia esistenza mi
suggeriva allora pensieri sùbiti, strani, quasi lampi di follia.
Balzavo in piedi, come per scuotermela d'addosso, e mi mettevo a
passeggiare lungo la riva; ma vedevo allora il mare mandar senza
requie, là, alla sponda, le sue stracche ondate sonnolente;
vedevo quelle sabbie lì abbandonate; gridavo con rabbia,
scotendo le pugna:
- Ma perché? ma perché?
E mi bagnavo i piedi.
Il mare allungava forse un po' più qualche ondata, per
ammonirmi:
« Vedi, caro, che si guadagna a chieder certi perché? Ti bagni i
piedi. Torna alla tua biblioteca! L'acqua salata infradicia le
scarpe; e quattrini da buttar via non ne hai. Torna alla
biblioteca, e lascia i libri di filosofia: va', va' piuttosto a
leggere anche tu che Birnbaum Giovanni Abramo fece stampare a
Lipsia nel 1738 un opuscolo in-8°: ne trarrai senza dubbio
maggior profitto. »
Ma un giorno finalmente vennero a dirmi che mia moglie era stata
assalita dalle doglie, e che corressi subito a casa. Scappai
come un dàino: ma più per sfuggire a me stesso, per non rimanere
neanche un minuto a tu per tu con me, a pensare che io stavo per
avere un figliuolo, io, in quelle condizioni, un figliuolo!
Appena arrivato alla porta di casa, mia suocera m'afferrò per le
spalle e mi fece girar su me stesso:
- Un medico! Scappa! Romilda muore!
Viene da restare, no? a una siffatta notizia a bruciapelo. E
invece, « Correte! ». Non mi sentivo più le gambe; non sapevo
più da qual parte pigliare; e mentre correvo, non so come, - Un
medico! un medico! - andavo dicendo; e la gente si fermava per
via, e pretendeva che mi fermassi anch'io a spiegare che cosa mi
fosse accaduto; mi sentivo tirar per le maniche, mi vedevo di
fronte facce pallide, costernate; scansavo, scansavo tutti: - Un
medico! un medico!
E il medico intanto era la, già a casa mia. Quando trafelato, in
uno stato miserando, dopo aver girato tutte le farmacie,
rincasai, disperato e furibondo, la prima bambina era già nata;
si stentava a far venir l'altra alla luce.
- Due!
Mi pare di vederle ancora, lì, nella cuna, l'una accanto
all'altra: si sgraffiavano fra loro con quelle manine cosi
gracili eppur quasi artigliate da un selvaggio istinto, che
incuteva ribrezzo e pietà: misere, misere, misere, più di quei
due gattini che ritrovavo ogni mattina dentro le trappole; e
anch'esse non avevano forza di vagire come quelli di miagolare;
e intanto, ecco, si sgraffiavano!
Le scostai, e al primo contatto di quelle carnucce tènere e
fredde, ebbi un brivido nuovo, un tremor di tenerezza,
ineffabile: - erano mie!
Una mi morì pochi giorni dopo; l'altra volle darmi il tempo,
invece, di affezionarmi a lei, con tutto l'ardore di un padre
che, non avendo più altro, faccia della propria creaturina lo
scopo unico della sua vita; volle aver la crudeltà di morirmi,
quando aveva già quasi un anno, e s'era fatta tanto bellina,
tanto, con quei riccioli d'oro ch'io m'avvolgevo attorno le dita
e le baciavo senza saziarmene mai; mi chiamava papà, e io le
rispondevo subito: - Figlia -; e lei di nuovo: - Papà...-; così,
senza ragione, come si chiamano gli uccelli tra loro.
Mi morì contemporaneamente alla mamma mia, nello stesso giorno e
quasi alla stess'ora. Non sapevo più come spartire le mie cure e
la mia pena. Lasciavo la piccina mia che riposava, e scappavo
dalla mamma, che non si curava di sé, della sua morte, e mi
domandava di lei, della nipotina, struggendosi di non poterla
più rivedere, baciare per l'ultima volta. E durò nove giorni,
questo strazio! Ebbene, dopo nove giorni e nove notti di veglia
assidua, senza chiuder occhio neanche per un minuto... debbo
dirlo? - molti forse avrebbero ritegno a confessarlo; ma è pure
umano, umano, umano - io non sentii pena, no, sul momento:
rimasi un pezzo in una tetraggine attonita, spaventevole, e mi
addormentai. Sicuro. Dovetti prima dormire. Poi, sì, quando mi
destai, il dolore m'assalì rabbioso, feroce, per la figlietta
mia, per la mamma mia, che non erano più... E fui quasi per
impazzire. Un'intera notte vagai per il paese e per le campagne;
non so con che idee per la mente; so che, alla fine, mi ritrovai
nel podere della Stìa, presso alla gora del molino, e
che un tal Filippo, vecchio mugnajo, lì di guardia, mi prese con
sé, mi fece sedere più là, sotto gli alberi, e mi parlò a lungo,
a lungo della mamma e anche di mio padre e de' bei tempi
lontani; e mi disse che non dovevo piangere e disperarmi cosi,
perché per attendere alla figlioletta mia, nel mondo di là, era
accorsa la nonna, la nonnina buona, che la avrebbe tenuta sulle
ginocchia e le avrebbe parlato di me sempre e non me la avrebbe
lasciata mai sola, mai.
Tre giorni dopo Roberto, come se avesse voluto pagarmi le
lagrime, mi mandò cinquecento lire. Voleva che provvedessi a una
degna sepoltura della mamma, diceva. Ma ci aveva già pensato zia
Scolastica.
Quelle cinquecento lire rimasero un pezzo tra le pagine di un
libraccio della biblioteca.
Poi servirono per me; e furono - come dirò - la cagione della
mia prima morte.
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il fu mattia pascal
CAPITOLO
6 - tac tac tac... |
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Lei sola, là dentro, quella pallottola d'avorio, correndo graziosa
nella roulette, in senso inverso al quadrante, pareva
giocasse:
« Tac tac tac »
Lei sola: - non certo quelli che la guardavano, sospesi nel
supplizio che cagionava loro il capriccio di essa, a cui - ecco
- sotto, su i quadrati gialli del tavoliere, tante mani avevano
recato, come in offerta votiva, oro, oro e oro, tante mani che
tremavano adesso nell'attesa angosciosa, palpando inconsciamente
altro oro, quello della prossima posta, mentre gli occhi
supplici pareva dicessero: « Dove a te piaccia, dove a te
piaccia di cadere, graziosa pallottola d'avorio, nostra dea
crudele! ».
Ero capitato là, a Montecarlo, per caso.
Dopo una delle solite scene con mia suocera e mia moglie, che
ora, oppresso e fiaccato com'ero dalla doppia recente sciagura,
mi cagionavano un disgusto intollerabile; non sapendo più
resistere alla noja, anzi allo schifo di vivere a quel modo;
miserabile, senza né probabilità né speranza di miglioramento,
senza più il conforto che mi veniva dalla mia dolce bambina,
senza alcun compenso, anche minimo, all'amarezza, allo
squallore, all'orribile desolazione in cui ero piombato; per una
risoluzione quasi improvvisa, ero fuggito dal paese, a piedi,
con le cinquecento lire di Berto in tasca.
Avevo pensato, via facendo, di recarmi a Marsiglia, dalla
stazione ferroviaria del paese vicino, a cui m'ero diretto:
giunto a Marsiglia, mi sarei imbarcato, magari con un biglietto
di terza classe, per l'America, così alla ventura.
Che avrebbe potuto capitarmi di peggio, alla fin fine, di ciò
che avevo sofferto e soffrivo a casa mia? Sarei andato incontro,
sì, ad altre catene, ma più gravi di quella che già stavo per
strapparmi dal piede non mi sarebbero certo sembrate. E poi
avrei veduto altri paesi, altre genti, altra vita, e mi sarei
sottratto almeno all'oppressione che mi soffocava e mi
schiacciava.
Se non che, giunto a Nizza, m'ero sentito cader l'animo.
Gl'impeti miei giovanili erano abbattuti da un pezzo: troppo
ormai la noja mi aveva tarlato dentro, e svigorito il cordoglio.
L'avvilimento maggiore m'era venuto dalla scarsezza del denaro
con cui avrei dovuto avventurarmi nel bujo della sorte, così
lontano, incontro a una vita affatto ignota, e senz'alcuna
preparazione.
Ora, sceso a Nizza, non ben risoluto ancora di ritornare a casa,
girando per la città, m'era avvenuto di fermarmi innanzi a una
grande bottega su l'Avenue de la Gare, che recava
questa insegna a grosse lettere dorate:
DÉPOT DE ROULETTES DE PRECISION
Ve n'erano esposte d'ogni dimensione, con altri attrezzi del
giuoco e varii opuscoli che avevano sulla copertina il disegno
della roulette;
Si sa che gl'infelici facilmente diventano superstiziosi, per
quanto poi deridano l'altrui credulità e le speranze che a loro
stessi la superstizione certe volte fa d'improvviso concepire e
che non vengono mai a effetto, s'intende.
Ricordo che io, dopo aver letto il titolo d'uno di quegli
opuscoli: Méthode pour gagner à la roulette, mi
allontanai dalla bottega con un sorriso sdegnoso e di
commiserazione. Ma, fatti pochi passi, tornai in- dietro, e (per
curiosità, via, non per altro!) con quello stesso sorriso
sdegnoso e di commiserazione su le labbra, entrai nella bottega
e comprai quell'opuscolo.
Non sapevo affatto di che si trattasse, in che consistesse il
giuoco e come fosse congegnato. Mi misi a leggere; ma ne
compresi ben poco.
« Forse dipende, » pensai, « perché non ne so molto, io, di
francese. »
Nessuno me l'aveva insegnato; avevo imparato da me qualche cosa,
così, leggiucchiando nella biblioteca; non ero poi per nulla
sicuro della pronunzia e temevo di far ridere, parlando.
Questo timore appunto mi rese dapprima perplesso se andare o no;
ma poi pensai che m'ero partito per avventurarmi fino in
America, sprovvisto di tutto e senza conoscere neppur di vista
l'inglese e lo spagnuolo; dunque via, con quel po' di francese
di cui potevo disporre e con la guida di quell'opuscolo, fino a
Montecarlo, li a due passi, avrei potuto bene avventurarmi.
« Né mia suocera né mia moglie, » dicevo fra me, in treno, «
sanno di questo po' di denaro, che mi resta in portafogli. Andrò
a buttarlo lì, per togliermi ogni tentazione. Spero che potrò
conservare tanto da pagarmi il ritorno a casa. E se no... »
Avevo sentito dire che non difettavano alberi - solidi - nel
giardino attorno alla bisca. In fin de' conti, magari mi sarei
appeso economicamente a qualcuno di essi, con la cintola dei
calzoni, e ci avrei fatto anche una bella figura. Avrebbero
detto:
« Chi sa quanto avrà perduto questo povero uomo! »
Mi aspettavo di meglio, dico la verità. L'ingresso, sì, non c'è
male; si vede che hanno avuto quasi l'intenzione d'innalzare un
tempio alla Fortuna, con quelle otto colonne di marmo. Un
portone e due porte laterali. Su queste era scritto Tirez:
e fin qui ci arrivavo; arrivai anche al Poussez del
portone, che evidentemente voleva dire il contrario; spinsi ed
entrai.
Pessimo gusto! E fa dispetto. Potrebbero almeno offrire a tutti
coloro che vanno a lasciar lì tanto denaro la soddisfazione di
vedersi scorticati in un luogo men sontuoso e più bello. Tutte
le grandi città si compiacciono adesso di avere un bel mattatojo
per le povere bestie, le quali pure, prive come sono d'ogni
educazione, non possono goderne. E vero tuttavia che la maggior
parte della gente che va lì ha ben altra voglia che quella di
badare al gusto della decorazione di quelle cinque sale, come
coloro che seggono su quei divani, giro giro, non sono spesso in
condizione di accorgersi della dubbia eleganza dell'imbottitura.
Vi seggono, di solito, certi disgraziati, cui la passione del
giuoco ha sconvolto il cervello nel modo più singolare: stanno
li a studiare il così detto equilibrio delle probabilità, e
meditano seriamente i colpi da tentare, tutta un'architettura di
giuoco, consultando appunti su le vicende de' numeri: vogliono
insomma estrarre la logica dal caso, come dire il sangue dalle
pietre; e son sicurissimi che, oggi o domani, vi riusciranno.
Ma non bisogna meravigliarsi di nulla.
- Ah, il 12! il 12! - mi diceva un signore di Lugano, pezzo
d'omone, la cui vista avrebbe suggerito le più consolanti
riflessioni su le resistenti energie della razza umana. - Il 12
è il re dei numeri; ed è il mio numero! Non mi tradisce mai! Si
diverte, sì, a farmi dispetti, magari spesso; ma poi, alla fine,
mi compensa, mi compensa sempre della mia fedeltà.
Era innamorato del numero 12, quell'omone lì, e non sapeva più
parlare d'altro. Mi raccontò che il giorno precedente quel suo
numero non aveva voluto sortire neppure una volta; ma lui non
s'era dato per vinto: volta per volta, ostinato, la sua posta
sul 12; era rimasto su la breccia fino all'ultimo, fino all'ora
in cui i croupiers annunziano:
- Messieurs, aux trois dernier!
Ebbene, al primo di quei tre ultimi colpi, niente; niente
neanche al secondo; al terzo e ultimo, pàffete: il 12.
- M'ha parlato! - concluse, con gli occhi brillanti di gioja -
M'ha parlato!
E' vero che, avendo perduto tutta la giornata, non gli eran
restati per quell'ultima posta che pochi scudi; dimodoché, alla
fine, non aveva potuto rifarsi di nulla. Ma che gl'importava? Il
numero 12 gli aveva parlato!
Sentendo questo discorso, mi vennero a mente quattro versi del
povero Pinzone, il cui cartolare de' bisticci col seguito delle
sue rime balzane, rinvenuto durante lo sgombero di casa, sta ora
in biblioteca; e volli recitarli a quel signore:
Ero già stanco di stare alla bada della Fortuna. La dea
capricciosa dovea pure passar per la mia strada.
E passò finalmente. Ma tignosa.
E quel signore allora si prese la testa con tutt'e due le mani e
contrasse dolorosamente, a lungo, tutta la faccia. Lo guardai,
prima sorpreso, poi costernato.
- Che ha?
- Niente. Rido, - mi rispose.
Rideva così! Gli faceva tanto male, tanto male la testa, che non
poteva soffrire lo scotimento del riso.
Andate a innamorarvi del numero 12!
Prima di tentare la sorte - benché senz'alcuna illusione - volli
stare un pezzo a osservare, per rendermi conto del modo con cui
procedeva il giuoco.
Non mi parve affatto complicato, come il mio opuscolo m'aveva
lasciato immaginare.
In mezzo al tavoliere, sul tappeto verde numerato, era incassata
la roulette. Tutt'intorno, i giocatori, uomini e donne,
vecchi e giovani, d'ogni paese e d'ogni condizione, parte
seduti, parte in piedi, s'affrettavano nervosamente a disporre
mucchi e mucchietti di luigi e di scudi e biglietti di banca, su
i numeri gialli dei quadrati; quelli che non riuscivano ad
accostarsi, o non volevano, dicevano al croupier i
numeri e i colori su cui intendevano di giocare, e il
croupier, subito, col rastrello disponeva le loro poste
secondo l'indicazione, con meravigliosa destrezza; si faceva
silenzio, un silenzio strano, angoscioso, quasi vibrante di
frenate violenze, rotto di tratto in tratto dalla voce monotona
sonnolenta dei croupiers:
- Messieurs, faites vos jeux
Mentre di là, presso altri tavolieri, altre voci ugualmente
monotone dicevano:
Le jeu est fait! Rien ne va plus!
Alla fine, il croupier lanciava la pallottola sulla
roulette
- Tac tac tac...
E tutti gli occhi si volgevano a lei con varia espressione:
d'ansia, di sfida, d'angoscia, di terrore. Qualcuno fra quelli
rimasti in piedi, dietro coloro che avevano avuto la fortuna di
trovare una seggiola, si sospingeva per intravedere ancora la
propria posta, prima che i rastrelli dei croupiers si
allungassero ad arraffarla.
La boule, alla fine, cadeva sul quadrante, e il
croupier ripeteva con la solita voce la formula d'uso e
annunziava il numero sortito e il colore.
Arrischiai la prima posta di pochi scudi sul tavoliere di
sinistra nella prima sala, così, a casaccio, sul venticinque; e
stetti anch'io a guardare la perfida pallottola, ma sorridendo,
per una specie di vellicazione interna, curiosa, al ventre.
Cade la boule sul quadrante, e:
- Vingtcinq! - annunzia il croupier. -
Rouge, impair et passe!
Avevo vinto! Allungavo la mano sul mio mucchietto moltiplicato,
quanto un signore, altissimo di statura, da le spalle poderose
troppo in sù, che reggevano una piccola testa con gli occhiali
d'oro sul naso rincagnato, la fronte sfuggente, i capelli lunghi
e lisci su la nuca, tra biondi e grigi, come il pizzo e i baffi,
me la scostò senza tante cerimonie e si prese lui il mio denaro.
Nel mio povero e timidissimo francese, volli fargli notare che
aveva sbagliato - oh, certo involontariamente!
Era un tedesco, e parlava il francese peggio di me, ma con un
coraggio da leone: mi si scagliò addosso, sostenendo che lo
sbaglio invece era mio, e che il denaro era suo.
Mi guardai attorno, stupito: nessuno fiatava, neppure il mio
vicino che pur mi aveva veduto posare quei pochi scudi sul
venticinque. Guardai i croupiers: immobili,
impassibili, come statue. « Ah sì? » dissi tra me e,
quietamente, mi tirai su la mano gli altri scudi che avevo
posato sul tavolino innanzi a me, e me la filai.
« Ecco un metodo, pour gagner à la roulette, » pensai,
« che non è contemplato nel mio opuscolo. E chi sa che non sia
l'unico, in fondo! »
Ma la fortuna, non so per quali suoi fini segreti, volle darmi
una solenne e memorabile smentita.
Appressatomi a un altro tavoliere, dove si giocava forte, stetti
prima un buon pezzo a squadrar la gente che vi stava attorno:
erano per la maggior parte signori in marsina; c'eran parecchie
signore; più d'una mi parve equivoca; la vista d'un certo ometto
biondo biondo, dagli occhi grossi, ceruli, venati di sangue e
contornati da lunghe ciglia quasi bianche, non m'affidò molto,
in prima; era in marsina anche lui, ma si vedeva che non era
solito di portarla: volli vederlo alla prova: puntò forte:
perdette; non si scompose: ripuntò anche forte, al colpo
seguente: via! non sarebbe andato appresso ai miei quattrinucci.
Benché, di prima colta, avessi avuto quella scottatura, mi
vergognai del mio sospetto. C'era tanta gente là che buttava a
manate oro e argento, come fossero rena, senza alcun timore, e
dovevo temere io per la mia miseriola?
Notai, fra gli altri, un giovinetto, pallido come di cera, con
un grosso monocolo all'occhio sinistro il quale affettava
un'aria di sonnolenta indifferenza; sedeva scompostamente;
tirava fuori dalla tasca dei calzoni i suoi luigi; li posava a
casaccio su un numero qualunque e, senza guardare, pinzandosi i
peli dei baffetti nascenti aspettava che la boule
cadesse; domandava allora al suo vicino se aveva perduto.
Lo vidi perdere sempre.
Quel suo vicino era un signore magro, elegantissimo, su i
quarant'anni; ma aveva il collo troppo lungo e gracile, ed era
quasi senza mento, con un pajo d'occhietti neri, vivaci, e bei
capelli corvini, abbondanti, rialzati sul capo. Godeva,
evidentemente, nel risponder di sì al giovinetto. Egli, qualche
volta, vinceva.
Mi posi accanto a un grosso signore, dalla carnagione così
bruna, che le occhiaje e le palpebre gli apparivano come
affumicate; aveva i capelli grigi, ferruginei, e il pizzo ancor
quasi tutto nero e ricciuto; spirava forza e salute; eppure,
come se la corsa della pallottola d'avorio gli promovesse
l'asma, egli si metteva ogni volta ad arrangolare, forte,
irresistibilmente. La gente si voltava a guardarlo; ma raramente
egli se n'accorgeva: smetteva allora per un istante, si guardava
attorno, con un sorriso nervoso, e tornava ad arrangolare, non
potendo farne a meno, finché la boule non cadeva sul
quadrante.
A poco a poco, guardando, la febbre del giuoco prese anche me. I
primi colpi mi andarono male. Poi cominciai a sentirmi come in
uno stato d'ebbrezza estrosa curiosissima: agivo quasi
automaticamente, per improvvise, incoscienti ispirazioni;
puntavo, ogni volta, dopo gli altri, all'ultimo, là! e subito
acquistavo la coscienza, la certezza che avrei vinto; e vincevo.
Puntavo dapprima poco; poi, man mano, di più, di più, senza
contare. Quella specie di lucida ebbrezza cresceva intanto in
me, né s'intorbidava per qualche colpo fallito, perché mi pareva
d'averlo quasi preveduto; anzi, qualche volta, dicevo tra me: «
Ecco, questo lo perderò; debbo perderlo ». Ero come
elettrizzato. A un certo punto, ebbi l'ispirazione di arrischiar
tutto, là e addio; e vinsi. Gli orecchi mi ronzavano; ero tutto
in sudore, e gelato. Mi parve che uno dei croupiers
come sorpreso di quella mia tenace fortuna, mi osservasse.
Nell'esagitazione in cui mi trovavo, sentii nello sguardo di
quell'uomo come una sfida, e arrischiai tutto di nuovo, quel che
avevo di mio e quel che avevo vinto, senza pensarci due volte:
la mano mi andò su lo stesso numero di prima, il 35; fui per
ritrarla; ma no, lì, lì di nuovo, come se qualcuno me l'avesse
comandato.
Chiusi gli occhi, dovevo essere pallidissimo. Si fece un gran
silenzio, e mi parve che si facesse per me solo, come se tutti
fossero sospesi nell'ansia mia terribile. La boule
girò, girò un'eternità, con una lentezza che esasperava di punto
in punto l'insostenibile tortura. Alfine cadde.
M'aspettavo che il croupier, con la solita voce (mi
parve lontanissima), dovesse annunziare:
- Trentecinq, noir, impair et passe!
Presi il denaro e dovetti allontanarmi, come un ubriaco. Caddi a
sedere sul divano, sfinito; appoggiai il capo alla spalliera,
per un bisogno improvviso, irresistibile, di dormire, di
ristorarmi con un po' di sonno. E già quasi vi cedevo, quando mi
sentii addosso un peso, un peso materiale, che subito mi fece
riscuotere. Quanto avevo vinto? Aprii gli occhi, ma dovetti
richiuderli immediatamente: mi girava la testa. Il caldo, là
dentro, era soffocante. Come! Era già sera? Avevo intraveduto i
lumi accesi. E quanto tempo avevo dunque giocato? Mi alzai pian
piano; uscii.
Fuori, nell'atrio, era ancora giorno. La freschezza dell'aria mi
rinfrancò.
Parecchia gente passeggiava lì: alcuni meditabondi, solitarii;
altri, a due, a tre, chiacchierando e fumando.
Io osservavo tutti. Nuovo del luogo, ancora impacciato, avrei
voluto parere anch'io almeno un poco come di casa: e studiavo
quelli che mi parevano più disinvolti; se non che, quando meno
me l'aspettavo, qualcuno di questi, ecco, impallidiva, fissava
gli occhi, ammutoliva, poi buttava via la sigaretta, e, tra le
risa dei compagni, scappava via; rientrava nella sala da giuoco.
Perché ridevano i compagni? Sorridevo anch'io, istintivamente,
guardando come uno scemo.
- A toi, mon chéri! - sentii dirmi, piano, da una voce
femminile, un po' rauca.
Mi voltai; e vidi una di quelle donne che già sedevano con me
attorno al tavoliere, porgermi, sorridendo, una rosa. Un'altra
ne teneva per sé: le aveva comperate or ora al banco di fiori,
là, nel vestibolo.
Avevo dunque l'aria così goffa e da allocco?
M'assalì una stizza violenta; rifiutai, senza ringraziare, e
feci per scostarmi da lei; ma ella mi prese, ridendo, per un
braccio, e - affettando con me, innanzi a gli altri, un tratto
confidenziale - mi parlò piano, affrettatamente. Mi parve di
comprendere che mi proponesse di giocare con lei, avendo
assistito poc'anzi ai miei colpi fortunati: ella, secondo le mie
indicazioni, avrebbe puntato per me e per lei.
Mi scrollai tutto: sdegnosamente, e la piantai lì in asso.
Poco dopo, rientrando nella sala da giuoco, la vidi che
conversava con un signore bassotto, bruno, barbuto, con gli
occhi un po' loschi, spagnuolo all'aspetto. Gli aveva dato la
rosa poc'anzi offerta a me. A una certa mossa d'entrambi,
m'accorsi che parlavano di me; e mi misi in guardia.
Entrai in un'altra sala; m'accostai al primo tavoliere, ma senza
intenzione di giocare; ed ecco, ivi a poco, quel signore, senza
più la donna, accostarsi anche lui al tavoliere, ma facendo le
viste di non accorgersi di me.
Mi posi allora a guardarlo risolutamente, per fargli intendere
che m'ero bene accorto di tutto, e che con me, dunque, l'avrebbe
sbagliata.
Ma non aveva affatto l'apparenza d'un mariuolo, costui. Lo vidi
giocare, e forte: perdette tre colpi consecutivi: batteva
ripetutamente le pàlpebre, forse per lo sforzo che gli costava
la volontà di nascondere il turbamento. Al terzo colpo fallito,
mi guardò e sorrise.
Lo lasciai lì, e ritornai nell'altra sala, al tavoliere dove
dianzi avevo vinto.
I croupiers s'erano dati il cambio. La donna era lì al
posto di prima. Mi tenni addietro, per non farmi scorgere, e
vidi ch'ella giocava modestamente, e non tutte le partite. Mi
feci innanzi; ella mi scorse: stava per giocare e si trattenne,
aspettando evidentemente che giocassi io, per puntare dov'io
puntavo. Ma aspettò invano. Quando il croupier disse: -
Le jeu est fait! Rien ne va plus! - la guardai, ed ella
alzò un dito per minacciarmi scherzosamente. Per parecchi giri
non giocai; poi, eccitatomi di nuovo alla vista degli altri
giocatori, e sentendo che si raccendeva in me l'estro di prima,
non badai più a lei e mi rimisi a giocare.
Per qual misterioso suggerimento seguivo così infallibilmente la
variabilità imprevedibile nei numeri e nei colori? Era solo
prodigiosa divinazione nell'incoscienza, la mia? E come si
spiegano allora certe ostinazioni pazze, addirittura pazze, il
cui ricordo mi desta i brividi ancora, considerando ch'io
cimentavo tutto, tutto, la vita fors'anche, in quei colpi ch'eran
vere e proprie sfide alla sorte? No, no: io ebbi proprio il
sentimento di una forza quasi diabolica in me, in quei momenti,
per cui domavo, affascinavo la fortuna, legavo al mio il suo
capriccio. E non era soltanto in me questa convinzione; s'era
anche propagata negli altri, rapidamente; e ormai quasi tutti
seguivano il mio giuoco rischiosissimo. Non so per quante volte
passò il rosso, su cui mi ostinavo a puntare: puntavo su lo
zero, e sortiva lo zero. Finanche quel giovinetto, che tirava i
luigi dalla tasca dei calzoni, s'era scosso e infervorato; quel
grosso signore bruno arrangolava più che mai. L'agitazione
cresceva di momento in momento attorno al tavoliere; eran
fremiti d'impazienza, scatti di brevi gesti nervosi, un furor
contenuto a stento, angoscioso e terribile. Gli stessi
croupiers avevano perduto la loro rigida impassibilità.
A un tratto, di fronte a una puntata formidabile, ebbi come una
vertigine. Sentii gravarmi addosso una responsabilità tremenda.
Ero poco men che digiuno dalla mattina, e vibravo tutto, tremavo
dalla lunga violenta emozione. Non potei più resistervi e, dopo
quel colpo, mi ritrassi, vacillante. Sentii afferrarmi per un
braccio. Concitatissimo, con gli occhi che gli schizzavano
fiamme, quello spagnoletto barbuto e atticciato voleva a ogni
costo trattenermi - Ecco: erano le undici e un quarto; i
croupiers invitavano ai tre ultimi colpi: avremmo fatto
saltare la banca!
Mi parlava in un italiano bastardo, comicissimo; poiché io, che
non connettevo già più, mi ostinavo a rispondergli nella mia
lingua:
- No, no, basta! non ne posso più. Mi lasci andare, caro
signore.
Mi lasciò andare; ma mi venne appresso. Salì con me nel treno di
ritorno a Nizza, e volle assolutamente che cenassi con lui e
prendessi poi alloggio nel suo stesso albergo.
Non mi dispiacque molto dapprima l'ammirazione quasi timorosa
che quell'uomo pareva felicissimo di tributarmi, come a un
taumaturgo. La vanità umana non ricusa talvolta di farsi
piedistallo anche di certa stima che offende e l'incenso acre e
pestifero di certi indegni e meschini turiboli. Ero come un
generale che avesse vinto un'asprissima e disperata battaglia,
ma per caso, senza saper come. Già cominciavo a sentirlo, a
rientrare in me, e man mano cresceva il fastidio che mi recava
la compagnia di quell'uomo.
Tuttavia, per quanto facessi, appena sceso a Nizza, non mi
riuscì di liberarmene: dovetti andar con lui a cena. E allora
egli mi confessò che me l'aveva mandata lui, là, nell'atrio del
casino, quella donnetta allegra, alla quale da tre giorni egli
appiccicava le ali per farla volare, almeno terra terra; ali di
biglietti di banca; dava cioè qualche centinajo di lire per
farle tentar la sorte. La donnetta aveva dovuto vincer bene,
quella sera, seguendo il mio giuoco, giacché, all'uscita, non
s'era più fatta vedere.
- Che podo far? La póvara avrà trovato de meglio. Sono viechio,
ió. E agradecio Dio, ántes, che me la son levada de sobre!
Mi disse che era a Nizza da una settimana e che ogni mattina
s'era recato a Montecarlo, dove aveva avuto sempre, fino a
quella sera, una disdetta incredibile. Voleva sapere com'io
facessi a vincere. Dovevo certo aver capito il giuoco o
possedere qualche regola infallibile.
Mi misi a ridere e gli risposi che fino alla mattina di quello
stesso giorno non avevo visto neppure dipinta una roulette,
e che non solo non sapevo affatto come ci si giocasse, ma non
sospettavo nemmen lontanamente che avrei giocato e vinto a quel
modo. Ne ero stordito e abbagliato più di lui.
Non si convinse. Tanto vero che, girando abilmente il discorso
(credeva senza dubbio d'aver da fare con una birba matricolata)
e parlando con meravigliosa disinvoltura in quella sua lingua
mezzo spagnuola e mezzo Dio sa che cosa, venne a farmi la stessa
proposta a cui aveva tentato di tirarmi, nella mattinata, col
gancio di quella donnetta allegra.
- Ma no, scusi! - esclamai io, cercando tuttavia d'attenuare con
un sorriso il risentimento. - Può ella sul serio ostinarsi a
credere che per quel giuoco là ci possano esser regole o si
possa aver qualche segreto? Ci vuol fortuna! ne ho avuta oggi;
potrò non averne domani, o potrò anche averla di nuovo; spero di
sì!
- Ma porqué lei, - mi domandò, - non ha voluto occi aproveciarse
de la sua forturna?
- Io, aprove...
- Si, come puedo decir? avantaciarse, voilà!
- Ma secondo i miei mezzi, caro signore!
- Bien! - disse lui. - Podo ió por lei. Lei, la fortuna, ió
metaró el dinero.
- E allora forse perderemo! - conclusi io, sorridendo. - No,
no... Guardi! Se lei mi crede davvero così fortunato, - sarò
tale al giuoco; in tutto il resto, no di certo - facciamo così:
senza patti fra noi e senza alcuna responsabilità da parte mia,
che non voglio averne, lei punti il suo molto dov'io il mio
poco, come ha fatto oggi; e, se andrà bene...
Non mi lasciò finire: scoppiò in una risata strana, che voleva
parer maliziosa, e disse:
- Eh no, segnore mio! no! Occi, sì, l'ho fatto: no lo fado
domani seguramente! Si lei punta forte con migo, bien! si no, no
lo fado seguramente! Gracie tante!
Lo guardai, sforzandomi di comprendere che cosa volesse dire:
c'era senza dubbio in quel suo riso e in quelle sue parole un
sospetto ingiurioso per me. Mi turbai, e gli domandai una
spiegazione.
Smise di ridere; ma gli rimase sul volto come l'impronta
svanente di quel riso.
- Digo che no, che no lo fado, - ripeté. - No digo altro!
Battei forte una mano su la tavola e, con voce alterata,
incalzai:
- Nient'affatto! Bisogna invece che dica, spieghi che cosa ha
inteso di significare con le sue parole e col suo riso
imbecille! Io non comprendo!
Lo vidi, man mano che parlavo, impallidire e quasi
rimpiccolirsi; evidentemente stava per chiedermi scusa. Mi
alzai, sdegnato, dando una spallata.
- Bah! Io disprezzo lei e il suo sospetto, che non arrivo
neanche a immaginare!
Pagai il mio conto e uscii.
Ho conosciuto un uomo venerando e degno anche, per le
singolarissime doti dell'intelligenza, d'essere grandemente
ammirato: non lo era, né poco né molto, per un pajo di
calzoncini, io credo, chiari, a quadretti, troppo aderenti alle
gambe misere, ch'egli si ostinava a portare. Gli abiti che
indossiamo, il loro taglio, il loro colore, possono far pensare
di noi le più strane cose.
Ma io sentivo ora un dispetto tanto maggiore, in quanto mi
pareva di non esser vestito male. Non ero in marsina, è vero, ma
avevo un abito nero, da lutto, decentissimo. E poi, se - vestito
di questi stessi panni - quel tedescaccio in prima aveva potuto
prendermi per un babbeo, tanto che s'era arraffato come niente
il mio denaro; come mai adesso costui mi prendeva per un
mariuolo?
« Sarà forse per questo barbone, » pensavo, andando, « o per
questi capelli troppo corti... »
Cercavo intanto un albergo qualunque, per chiudermi a vedere
quanto avevo vinto. Mi pareva d'esser pieno di denari: ne avevo
un po' da per tutto, nelle tasche della giacca e dei calzoni e
in quelle del panciotto; oro, argento, biglietti di banca;
dovevano esser molti, molti!
Sentii sonare le due. Le vie erano deserte. Passò una vettura
vuota; vi montai.
Con niente avevo fatto circa undicimila lire! Non ne vedevo da
un pezzo, e mi parvero in prima una gran somma. Ma poi, pensando
alla mia vita d'un tempo, provai un grande avvilimento per me
stesso. Eh che! Due anni di biblioteca, col contorno di tutte le
altre sciagure, m'avevan dunque immiserito a tal segno il cuore?
Presi a mordermi col mio nuovo veleno, guardando il denaro lì
sul letto:
« Va', uomo virtuoso, mansueto bibliotecario, va', ritorna a
casa a placare con questo tesoro la vedova Pescatore. Ella
crederà che tu l'abbia rubato e acquisterà subito per te una
grandissima stima. O va' piuttosto in America, come avevi prima
deliberato, se questo non ti par premio degno alla tua grossa
fatica. Ora potresti, così munito. Undicimila lire! Che
ricchezza! »
Raccolsi il denaro; lo buttai nel cassetto del comodino, e mi
coricai. Ma non potei prender sonno. Che dovevo fare, insomma?
Ritornare a Montecarlo, a restituir quella vincita
straordinaria? o contentarmi di essa e godermela modestamente?
ma come? avevo forse più animo e modo di godere, con quella
famiglia che mi ero formata? Avrei vestito un po' meno
poveramente mia moglie, che non solo non si curava più di
piacermi, ma pareva facesse anzi di tutto per riuscirmi
incresciosa, rimanendo spettinata tutto il giorno, senza busto,
in ciabatte, e con le vesti che le cascavano da tutte le parti.
Riteneva forse che, per un marito come me, non valesse più la
pena di farsi bella? Del resto, dopo il grave rischio corso nel
parto, non s'era più ben rimessa in salute. Quanto all'animo, di
giorno in giorno s'era fatta più aspra, non solo contro me, ma
contro tutti. E questo rancore e la mancanza d'un affetto vivo e
vero s'eran messi come a nutrire in lei un'accidiosa pigrizia.
Non s'era neppure affezionata alla bambina, la cui nascita
insieme con quell'altra, morta di pochi giorni, era stata per
lei una sconfitta di fronte al bel figlio maschio d'Oliva, nato
circa un mese dopo, florido e senza stento, dopo una gravidanza
felice. Tutti quei disgusti poi e quegli attriti che sorgono,
quando il bisogno, come un gattaccio ispido e nero s'accovaccia
su la cenere d'un focolare spento, avevano reso ormai odiosa a
entrambi la convivenza. Con undicimila lire avrei potuto
rimetter la pace in casa e far rinascere l'amore già iniquamente
ucciso in sul nascere dalla vedova Pescatore? Follie! E dunque?
Partire per l'America? Ma perché sarei andato a cercar tanto
lontano la Fortuna, quand'essa pareva proprio che avesse voluto
fermarmi qua, a Nizza, senza ch'io ci pensassi, davanti a quella
bottega d'attrezzi di giuoco? Ora bisognava ch'io mi mostrassi
degno di lei, dei suoi favori, se veramente, come sembrava, essa
voleva accordarmeli. Via, via! O tutto o niente. In fin de'
conti, sarei ritornato come ero prima. Che cosa erano mai
undicimila lire?
Così il giorno dopo tornai a Montecarlo. Ci tornai per dodici
giorni di fila. Non ebbi più né modo né tempo di stupirmi allora
del favore, più favoloso che straordinario, della fortuna: ero
fuori di me, matto addirittura; non ne provo stupore neanche
adesso, sapendo pur troppo che tiro essa m'apparecchiava,
favorendomi in quella maniera e in quella misura. In nove giorni
arrivai a metter sù una somma veramente enorme giocando alla
disperata: dopo il nono giorno cominciai a perdere, e fu un
precipizio. L'estro prodigioso, come se non avesse più trovato
alimento nella mia già esausta energia nervosa, venne a
mancarmi. Non seppi, o meglio, non potei arrestarmi a tempo. Mi
arrestai, mi riscossi, non per mia virtù, ma per la violenza
d'uno spettacolo orrendo, non infrequente, pare, in quel luogo.
Entravo nelle sale da giuoco, la mattina del dodicesimo giorno,
quando quel signore di Lugano, innamorato del numero 12, mi
raggiunse, sconvolto e ansante, per annunziarmi, più col cenno
che con le parole, che uno s'era poc'anzi ucciso là, nel
giardino. Pensai subito che fosse quel mio spagnuolo, e ne
provai rimorso. Ero sicuro ch'egli m'aveva ajutato a vincere.
Nel primo giorno, dopo quella nostra lite, non aveva voluto
puntare dov'io puntavo, e aveva perduto sempre; nei giorni
seguenti, vedendomi vincere con tanta persistenza, aveva tentato
di fare il mio giuoco; ma non avevo voluto più io, allora: come
guidato per mano dalla stessa Fortuna, presente e invisibile, mi
ero messo a girare da un tavoliere all'altro. Da due giorni non
lo avevo più veduto, proprio dacché m'ero messo a perdere, e
forse perché lui non mi aveva più dato la caccia.
Ero certissimo, accorrendo al luogo indicatomi, di trovarlo lì,
steso per terra, morto. Ma vi trovai invece quel giovinetto
pallido che affettava un'aria di sonnolenta indifferenza,
tirando fuori i luigi dalla tasca dei calzoni per puntarli senza
nemmeno guardare.
Pareva più piccolo, lì in mezzo al viale: stava composto, coi
piedi uniti, come se si fosse messo a giacere prima, per non
farsi male, cadendo; un braccio era aderente al corpo; l'altro,
un po' sospeso, con la mano raggrinchiata e un dito, l'indice,
ancora nell'atto di tirare. Era presso a questa mano la
rivoltella; più là, il cappello. Mi parve dapprima che la palla
gli fosse uscita dall'occhio sinistro, donde tanto sangue, ora
rappreso, gli era colato su la faccia. Ma no: quel sangue era
schizzato di lì, come un po' dalle narici e dagli orecchi;
altro, in gran copia, n'era poi sgorgato dal forellino alla
tempia destra, su la rena gialla del viale, tutto raggrumato.
Una dozzina di vespe vi ronzavano attorno; qualcuna andava a
posarsi anche lì, vorace, su l'occhio. Fra tanti che guardavano,
nessuno aveva pensato a cacciarle via. Trassi dalla tasca un
fazzoletto e lo stesi su quel misero volto orribilmente
sfigurato. Nessuno me ne seppe grado: avevo tolto il meglio
dello spettacolo.
Scappai via; ritornai a Nizza per partirne quel giorno stesso.
Avevo con me circa ottantaduemila lire.
Tutto potevo immaginare, tranne che, nella sera di quello stesso
giorno, dovesse accadere anche a me qualcosa di simile.
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il fu mattia pascal
CAPITOLO 7 - cambio
treno |
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Pensavo:
« Riscatterò la Stìa, e mi ritirerò là, in campagna, a
fare il mugnajo. Si sta meglio vicini alla terra; e - sotto -
fors'anche meglio.
« Ogni mestiere, in fondo, ha qualche sua consolazione. Ne ha
finanche quello del becchino. Il mugnajo può consolarsi col
frastuono delle macine e con lo spolvero che vola per aria e lo
veste di farina.
« Son sicuro che, per ora, non si rompe nemmeno un sacco, là,
nel molino. Ma appena lo riavrò io:
« - Signor Mattia, la nottola del palo! Signor Mattia, s'è rotta
la bronzina! Signor Mattia, i denti del lubecchio!
« Come quando c'era la buon'anima della mamma, e Malagna
amministrava.
« E mentr'io attenderò al molino, il fattore mi ruberà i frutti
della campagna; e se mi porrò invece a badare a questa, il
mugnajo mi ruberà la molenda. E di qua il mugnajo e di là il
fattore faranno l'altalena, e io nel mezzo a godere.
« Sarebbe forse meglio che cavassi dalla veneranda cassapanca di
mia suocera uno dei vecchi abiti di Francesco Antonio Pescatore,
che la vedova custodisce con la canfora e col pepe come sante
reliquie, e ne vestissi Marianna Dondi e mandassi lei a fare il
mugnajo e a star sopra al fattore.
« L'aria di campagna farebbe certamente bene a mia moglie. Forse
a qualche albero cadranno le foglie, vedendola; gli uccelletti
ammutoliranno; speriamo che non secchi la sorgiva. E io rimarrò
bibliotecario, solo soletto, a Santa Maria Liberale. »
Così pensavo, e il treno intanto correva. Non potevo chiudere
gli occhi, ché subito m'appariva con terribile precisione il
cadavere di quel giovinetto, là, nel viale, piccolo e composto
sotto i grandi alberi immobili nella fresca mattina. Dovevo
perciò consolarmi così, con un altro incubo, non tanto
sanguinoso, almeno materialmente: quello di mia suocera e di mia
moglie. E godevo nel rappresentarmi la scena dell'arrivo, dopo
quei tredici giorni di scomparsa misteriosa.
Ero certo (mi pareva di vederle!), che avrebbero affettato
entrambe, al mio entrare, la più sdegnosa indifferenza. Appena
un'occhiata, come per dire:
« To', qua di nuovo? Non t'eri rotto l'osso del collo? »
Zitte loro, zitto io.
Ma poco dopo, senza dubbio, la vedova Pescatore avrebbe
cominciato a sputar bile, rifacendosi dall'impiego che forse
avevo perduto.
M'ero infatti portata via la chiave della biblioteca: alla
notizia del mia sparizione, avevano dovuto certo scassinare la
porta, per ordine della questura: e, non trovandomi là entro,
morto, né avendosi d'altra parte tracce o notizie di me, quelli
del Municipio avevano forse aspettato, tre, quattro, cinque
giorni, una settimana, il mio ritorno; poi avevano dato a
qualche altro sfaccendato il mio posto.
Dunque, che stavo a far lì, seduto? M'ero buttato di nuovo, da
me, in mezzo a una strada? Ci stéssi! Due povere donne non
potevano aver l'obbligo di mantenere un fannullone, un pezzaccio
da galera, che scappava via così, chi sa per quali altre
prodezze, ecc., ecc.
Io, zitto.
Man mano, la bile di Marianna Dondi cresceva, per quel mio
silenzio dispettoso, cresceva, ribolliva, scoppiava: - e io,
ancora lì, zitto!
A un certo punto, avrei cavato dalla tasca in petto il
portafogli e mi sarei messo a contare sul tavolino i miei
biglietti da mille: là, là, là e là...
Spalancamento d'occhi e di bocca di Marianna Dondi e anche di
mia moglie.
Poi:
« - Dove li hai rubati?
« - ...settantasette, settantotto, settantanove, ottanta,
ottantuno; cinquecento, seicento, settecento; dieci, venti,
venticinque; ottantunmila settecento venticinque lire, e
quaranta centesimi in tasca. »
Quietamente avrei raccolti i biglietti, li avrei rimessi nel
portafogli, e mi sarei alzato.
« - Non mi volete più in casa? Ebbene, tante grazie! Me ne vado,
e salute a voi. »
Ridevo, così pensando.
I miei compagni di viaggio mi osservavano e sorridevano
anch'essi, sotto sotto.
Allora, per assumere un contegno più serio, mi mettevo a pensare
a' miei creditori, fra cui avrei dovuto dividere quei biglietti
di banca. Nasconderli, non potevo. E poi, a che m'avrebbero
servito, nascosti?
Godermeli, certo quei cani non me li avrebbero lasciati godere.
Per rifarsi lì, col molino della Stìa e coi frutti del
podere, dovendo pagare anche l'amministrazione, che si mangiava
poi tutto a due palmenti (a due palmenti era anche il molino),
chi sa quant'anni ancora avrebbero dovuto aspettare. Ora, forse,
con un'offerta in contanti, me li sarei levati d'addosso a buon
patto. E facevo il conto:
« Tanto a quella mosca canina del Recchioni; tanto, a Filippo
Brìsigo, e mi piacerebbe che gli servissero per pagarsi il
funerale: non caverebbe più sangue ai poverelli!; tanto a
Cichin Lunaro, il torinese; tanto, alla vedova Lippani...
Chi altro c'è ? Ih! hai voglia! Il Della Piana, Bossi e
Margottini... Ecco tutta la mia vincita! »
Avevo vinto per loro a Montecarlo, in fin dei conti! Che rabbia
per que' due giorni di perdita ! Sarei stato ricco di nuovo...
ricco!
Mettevo ora certi sospironi, che facevano voltare più dei
sorrisi di prima i miei compagni di viaggio. Ma io non trovavo
requie. Era imminente la sera: l'aria pareva di cenere; e
l'uggia del viaggio era insopportabile.
Alla prima stazione italiana comprai un giornale con la speranza
che mi facesse addormentare. Lo spiegai, e al lume del lampadino
elettrico, mi misi a leggere. Ebbi così la consolazione di
sapere che il castello di Valençay, messo all'incanto per la
seconda volta, era stato aggiudicato al signor conte De
Castellane per la somma di due milioni e trecentomila franchi.
La tenuta attorno al castello era di duemila ottocento ettari:
la più vasta di Francia.
« Press'a poco, come la Stìa... »
Lessi che l'imperatore di Germania aveva ricevuto a Potsdam, a
mezzodì, l'ambasciata marocchina, e che al ricevimento aveva
assistito il segretario di Stato, barone de Richtofen. La
missione, presentata poi all'imperatrice, era stata trattenuta a
colazione, e chi sa come aveva divorato!
Anche lo Zar e la Zarina di Russia avevano ricevuto a Peterhof
una speciale missione tibetana, che aveva presentato alle LL. MM.
i doni del Lama.
« I doni del Lama? » domandai a me stesso, chiudendo gli occhi,
cogitabondo. « Che saranno? »
Papaveri: perché mi addormentai. Ma papaveri di scarsa virtù: mi
ridestai, infatti, presto, a un urto del treno che si fermava a
un'altra stazione.
Guardai l'orologio: eran le otto e un quarto. Fra un'oretta,
dunque, sarei arrivato.
Avevo il giornale ancora in mano e lo voltai per cercare in
seconda pagina qualche dono migliore di quelli del Lama. Gli
occhi mi andarono su un <B>suicidio</B> così, in grassetto.
Pensai subito che potesse esser quello di Montecarlo, e
m'affrettai a leggere. Ma mi arrestai sorpreso al primo rigo,
stampato di minutissimo carattere: « Ci telegrafano da
Miragno ».
« Miragno? Chi si sarà suicidato nel mio paese? »
Lessi: « Jeri, sabato 28, è stato rinvenuto nella gora d'un
mulino un cadavere in istato d'avanzata putrefazione... ».
A un tratto, la vista mi s'annebbiò, sembrandomi di scorgere nel
rigo seguente il nome del mio podere; e, siccome stentavo a
leggere, con un occhio solo, quella stampa minuscola, m'alzai in
piedi, per essere più vicino al lume.
« ... putrefazione. Il molino è sito in un podere detto
della Stìa, a circa due chilometri dalla nostra città. Accorsa
sopra luogo l'autorità giudiziaria con altra gente, il cadavere
fu estratto dalla gora per le constatazioni di legge e
piantonato. Più tardi esso fu riconosciuto per quello del nostro...
»
Il cuore mi balzò in gola e guardai, spiritato, i miei compagni
di viaggio che dormivano tutti.
« Accorsa sopra luogo... estratto dalla gora... e
piantonato... fu riconosciuto per quello del nostro
bibliotecario... »
« Io? »
« Accorsa sopra luogo... più tardi... per quello del nostro
bibliotecario Mattia Pascal, scomparso da parecchi giorni. Causa
del suicidio: dissesti finanziarii. »
« Io?... Scomparso... riconosciuto... Mattia Pascal...
»
Rilessi con piglio feroce e col cuore in tumulto non so più
quante volte quelle poche righe. Nel primo impeto, tutte le mie
energie vitali insorsero violentemente per protestare: come se
quella notizia, così irritante nella sua impassibile laconicità,
potesse anche per me esser vera. Ma, se non per me, era pur vera
per gli altri; e la certezza che questi altri avevano fin da
jeri della mia morte era su me come una insopportabile
sopraffazione, permanente, schiacciante... Guardai di nuovo i
miei compagni di viaggio e, quasi anch'essi, lì, sotto gli occhi
miei, riposassero in quella certezza, ebbi la tentazione di
scuoterli da quei loro scomodi e penosi atteggiamenti,
scuoterli, svegliarli, per gridar loro che non era vero.
« Possibile? »
E rilessi ancora una volta la notizia sbalorditoja.
Non potevo più stare alle mosse. Avrei voluto che il treno
s'arrestasse, avrei voluto che corresse a precipizio: quel suo
andar monotono, da automa duro, sordo e greve, mi faceva
crescere di punto in punto l'orgasmo. Aprivo e chiudevo le mani
continuamente, affondandomi le unghie nelle palme; spiegazzavo
il giornale; lo rimettevo in sesto per rilegger la notizia che
già sapevo a memoria, parola per parola.
« Riconosciuto! Ma è possibile che m'abbiano
riconosciuto?... In istato d'avanzata putrefazione...
puàh! »
Mi vidi per un momento, lì nell'acqua verdastra della gora,
fradicio, gonfio, orribile, galleggiante... Nel raccapriccio
istintivo, incrociai le braccia sul petto e con le mani mi
palpai, mi strinsi:
« Io, no; io, no... Chi sarà stato?... mi somigliava, certo...
Avrà forse avuto la barba anche lui, come la mia... la mia
stessa corporatura... E m'han riconosciuto!... Scomparso da
parecchi giorni... Eh già! Ma io vorrei sapere, vorrei
sapere chi si è affrettato così a riconoscermi. Possibile che
quel disgraziato là fosse tanto simile a me? vestito come me?
tal quale? Ma sarà stata lei, forse, lei, Marianna Dondi, la
vedova Pescatore: oh! m'ha pescato subito, m'ha riconosciuto
subito! Non le sarà parso vero, figuriamoci! - E' lui, è
lui! mio genero! ah, povero Mattia! ah, povero figliuolo mio!
- E si sarà messa a piangere fors'anche; si sarà pure
inginocchiata accanto al cadavere di quel poveretto, che non ha
potuto tirarle un calcio e gridarle: - Ma lèvati di qua: non ti
conosco -. »
Fremevo. Finalmente il treno s'arrestò a un'altra stazione.
Aprii lo sportello e mi precipitai giù, con l'idea confusa di
fare qualche cosa, subito: un telegramma d'urgenza per smentire
quella notizia.
Il salto che spiccai dal vagone mi salvò: come se mi avesse
scosso dal cervello quella stupida fissazione, intravidi in un
baleno... ma sì! la mia liberazione la libertà una vita nuova!
Avevo con me ottantaduemila lire, e non avrei più dovuto darle a
nessuno! Ero morto, ero morto: non avevo più debiti, non avevo
più moglie, non avevo più suocera: nessuno! libero! libero!
libero! Che cercavo di più?
Pensando così, dovevo esser rimasto in un atteggiamento
stranissimo, là su la banchina di quella stazione. Avevo
lasciato aperto lo sportello del vagone. Mi vidi attorno
parecchia gente, che mi gridava non so che cosa; uno, infine, mi
scosse e mi spinse, gridandomi più forte:
- Il treno riparte!
- Ma lo lasci, lo lasci ripartire, caro signore! - gli gridai
io, a mia volta. - Cambio treno!
Mi aveva ora assalito un dubbio: il dubbio se quella notizia
fosse già stata smentita; se già si fosse riconosciuto l'errore,
a Miragno; se fossero saltati fuori i parenti del vero morto a
correggere la falsa identificazione.
Prima di rallegrarmi così, dovevo bene accertarmi, aver notizie
precise e particolareggiate. Ma come procurarmele?
Mi cercai nelle tasche il giornale. Lo avevo lasciato in treno.
Mi voltai a guardare il binario deserto, che si snodava lucido
per un tratto nella notte silenziosa, e mi sentii come smarrito,
nel vuoto, in quella misera stazionuccia di passaggio. Un dubbio
più forte mi assalì, allora: che io avessi sognato?
Ma no:
« Ci telegrafano da Miragno. Jeri, sabato 28... »
Ecco: potevo ripetere a memoria, parola per parola, il
telegramma. Non c'era dubbio! Tuttavia, sì, era troppo poco; non
poteva bastarmi.
Guardai la stazione; lessi il nome: ALENGA.
Avrei trovato in quel paese altri giornali? Mi sovvenne che era
domenica. A Miragno, dunque, quella mattina, era uscito Il
Foglietto, l'unico giornale che vi si stampasse. A tutti i
costi dovevo procurarmene una copia. Lì avrei trovato tutte le
notizie particolareggiate che m'abbisognavano. Ma come sperare
di trovare ad Alenga Il Foglietto? Ebbene: avrei
telegrafato sotto un falso nome alla redazione del giornale.
Conoscevo il direttore, Miro Colzi, Lodoletta come
tutti lo chiamavano a Miragno, da quando, giovinetto, aveva
pubblicato con questo titolo gentile il suo primo e ultimo
volume di versi.
Per Lodoletta però non sarebbe stato un avvenimento quella
richiesta di copie del suo giornale da Alenga? Certo la notizia
più « interessante » di quella settimana, e perciò il pezzo
più forte di quel numero, doveva essere il mio suicidio. E non
mi sarei dunque esposto al rischio che la richiesta insolita
facesse nascere in lui qualche sospetto?
« Ma che! » pensai poi. « A Lodoletta non può venire in mente
ch'io non mi sia affogato davvero. Cercherà la ragione della
richiesta in qualche altro pezzo forte del suo numero
d'oggi. Da tempo combatte strenuamente contro il Municipio per
la conduttura dell'acqua e per l'impianto del gas. Crederà
piuttosto che sia per questa sua "campagna". »
Entrai nella stazione.
Per fortuna, il vetturino dell'unico legnetto, quello de la
posta, stava ancora lì a chiacchierare con gl'impiegati
ferroviarii: il paesello era a circa tre quarti d'ora di
carrozza dalla stazione, e la via era tutta in salita.
Montai su quel decrepito calessino sgangherato, senza fanali; e
via nel buio.
Avevo da pensare a tante cose; pure, di tratto in tratto, la
violenta impressione ricevuta alla lettura di quella notizia che
mi riguardava così da vicino mi si ridestava in quella nera,
ignota solitudine, e mi sentivo, allora, per un attimo, nel
vuoto, come poc'anzi alla vista del binario deserto; mi sentivo
paurosamente sciolto dalla vita, superstite di me stesso,
sperduto, in attesa di vivere oltre la morte, senza intravedere
ancora in qual modo.
Domandai, per distrarmi, al vetturino, se ci fosse ad Alenga
un'agenzia giornalistica:
- Come dice? Nossignore!
- Non si vendono giornali ad Alenga?
- Ah! sissignore. Li vende il farmacista, Grottanelli.
- C'è un albergo?
- C'è la locanda del Palmentino.
Era smontato da cassetta per alleggerire un po' la vecchia rozza
che soffiava con le froge a terra. Lo discernevo appena. A un
certo punto accese la pipa e lo vidi, allora, come a sbalzi, e
pensai: « Se egli sapesse chi porta... ».
Ma ritorsi subito a me stesso la domanda:
« Chi porta? Non lo so più nemmeno io. Chi sono io ora? Bisogna
che ci pensi. Un nome, almeno, un nome, bisogna che me lo dia
subito, per firmare il telegramma e per non trovarmi poi
imbarazzato se, alla locanda, me lo domandano. Basterà che pensi
soltanto al nome, per adesso. Vediamo un po'! Come mi chiamo? »
Non avrei mai supposto che dovesse costarmi tanto stento e
destarmi tanta smania la scelta di un nome e di un cognome. Il
cognome specialmente! Accozzavo sillabe, cosi, senza pensare:
venivano fuori certi cognomi, come: Strozzani, Parbetta,
Martoni, Bartusi, che m'irritavano peggio i nervi. Non vi
trovavo alcuna proprietà, alcun senso. Come se, in fondo, i
cognomi dovessero averne... Eh, via! uno qualunque... Martoni,
per esempio, perché no? Carlo Martoni... Uh, ecco fatto! Ma,
poco dopo, davo una spallata: « Sì! Carlo Martello... ». E la
smania ricominciava.
Giunsi al paese, senza averne fissato alcuno. Fortunatamente,
là, dal farmacista, ch'era anche ufficiale telegrafico e
postale, droghiere, cartolajo, giornalajo, bestia e non so che
altro, non ce ne fu bisogno. Comprai una copia dei pochi
giornali che gli arrivavano: giornali di Genova: Il Caffaro
e Il Secolo XIX; gli domandai poi se potevo avere
Il Foglietto di Miragno.
Aveva una faccia da civetta, questo Grottanelli con un pajo
d'occhi tondi tondi, come di vetro, su cui abbassava, di tratto
in tratto, quasi con pena certe pàlpebre cartilaginose.
- Il Foglietto? Non lo conosco.
- E' un giornaluccio di provincia, settimanale, - gli spiegai. -
Vorrei averlo. Il numero d'oggi, s'intende.
- Il Foglietto? Non lo dieci - badava a ripetere.
- E va bene! Non importa che lei non lo conosca io le pago le
spese per un vaglia telegrafico alla redazione. Ne vorrei avere
dieci venti copie, domani o al più presto. Si può?
Non rispondeva: con gli occhi fissi, senza sguardo, ripeteva
ancora: - Il Foglietto?... Non lo conosco -. Finalmente
si risolse a fare il vaglia telegrafico sotto la mia dettatura,
indicando per il recapito la sua farmacia.
E il giorno appresso, dopo una notte insonne, sconvolta da un
tempestoso mareggiamento di pensieri, là nella Locanda del
Palmentino, ricevetti quindici copie del Foglietto.
Nei due giornali di Genova che, appena rimasto solo, m'ero
affrettato a leggere, non avevo trovato alcun cenno. Mi
tremavano le mani nello spiegare Il Foglietto. In prima
pagina, nulla. Cercai nelle due interne, e subito mi saltò a gli
occhi un segno di lutto in capo alla terza pagina e, sotto, a
grosse lettere, il mio nome. Così:
MATTIA PASCAL
Non si avevano notizie di lui da alquanti giorni: giorni
di tremenda costernazione e d'inenarrabile angoscia per la
desolata famiglia; costernazione e angoscia condivise dalla
miglior parte della nostra cittadinanza, che lo amava e lo
stimava per la bontà dell'animo, per la giovialità del
carattere e per quella natural modestia, che gli aveva
permesso, insieme con le altre doti, di sopportare senza
avvilimento e con rassegnazione gli avversi fati, onde dalla
spensierata agiatezza si era in questi ultimi tempi ridotto
in umile stato.
Quando, dopo il primo giorno dell'inesplicabile assenza,
la famiglia impressionata si recò alla Biblioteca
Boccamazza, dove egli, zelantissimo del suo ufficio, si
tratteneva quasi tutto il giorno ad arricchire con dotte
letture la sua vivace intelligenza, trovò chiusa la porta;
subito, innanti a questa porta chiusa, sorse nero e
trepidante il sospetto, sospetto tosto fugato dalla lusinga
che durò parecchi dì, man mano però raffievolendosi, ch'egli
si fosse allontanato dal paese per qualche sua segreta
ragione.
Ma ahimè! La verità doveva purtroppo esser quella!
La perdita recente della madre adoratissima e, a un
tempo, dell'unica figlioletta, dopo la perdita degli aviti
beni, aveva profondamente sconvolto l'animo del povero amico
nostro. Tanto che, circa tre mesi addietro, già una prima
volta, di notte tempo, egli aveva tentato di pôr fine a'
suoi miseri giorni, là, nella gora appunto di quel molino,
che gli ricordava i passati splendori della sua casa ed il
suo tempo felice.
...Nessun maggior dolore Che ricordarsi del tempo
felice Nella miseria...
Con le lacrime agli occhi e singhiozzando cel narrava,
innanzi al grondante e disfatto cadavere, un vecchio
mugnajo, fedele e devoto alla famiglia degli antichi
padroni. Era calata la notte, lugubre; una lucerna rossa era
stata deposta lì per terra, presso al cadavere vigilato da
due Reali Carabinieri e il vecchio Filippo Brina (lo
segnaliamo all'ammirazione dei buoni) parlava e lagrimava
con noi. Egli era riuscito in quella triste notte a impedire
che l'infelice riducesse ad effetto il violento proposito;
ma non si trovò più là Filippo Brina pronto ad impedirlo,
questa seconda volta. E Mattia Pascal giacque, forse tutta
una notte e metà del giorno appresso, nella gora di quel
molino.
Non tentiamo nemmeno di descrivere la straziante scena
che seguì sul luogo, quando l'altro ieri, in sul far della
sera, la vedova sconsolata si trovò innanzi alla miseranda
spoglia irriconoscibile del diletto compagno, che era andato
a raggiungere la figlioletta sua.
Tutto il paese ha preso parte al cordoglio di lei e ha
voluto dimostrarlo accompagnando all'estrema dimora il
cadavere, a cui rivolse brevi e commosse parole d'addio il
nostro assessore comunale cav. Pomino.
Noi inviamo alla povera famiglia immersa in tanto lutto,
al fratello Roberto lontano da Miragno, le nostre più
sentite condoglianze, e col cuore lacerato diciamo per
l'ultima volta al nostro buon Mattia: - Vale, diletto amico,
vale!
M. C.
Anche senza queste due iniziali avrei riconosciuto Lodoletta
come autore della necrologia.
Ma debbo innanzi tutto confessare che la vista del mio nome
stampato lì, sotto quella striscia nera, per quanto me
l'aspettassi, non solo non mi rallegrò affatto, ma mi accelerò
talmente i battiti del cuore, che, dopo alcune righe, dovetti
interrompere la lettura. La « tremenda costernazione e
l'inenarrabile angoscia » della mia famiglia non mi fecero
ridere, né l'amore e la stima dei miei concittadini per le mie
belle virtù, né il mio zelo per l'ufficio. Il ricordo di quella
mia tristissima notte alla Stìa, dopo la morte della
mamma e della mia piccina, ch'era stato come una prova, e forse
la più forte, del mio suicidio, mi sorprese dapprima, quale una
impreveduta e sinistra partecipazione del caso; poi mi cagionò
rimorso e avvilimento.
Eh, no! non mi ero ucciso, io, per la morte della mamma e della
figlietta mia, per quanto forse, quella notte, ne avessi avuto
l'idea! Me n'ero fuggito, è vero, disperatamente; ma, ecco,
ritornavo ora da una casa di giuoco, dove la Fortuna nel modo
più strano mi aveva arriso e continuava ad arridermi, e un
altro, invece, s'era ucciso per me, un altro, un forestiere
certo, cui io rubavo il compianto dei parenti lontani e degli
amici, e condannavo - oh suprema irrisione! - a subir quello che
non gli apparteneva falso compianto, e finanche l'elogio funebre
dell'incipriato cavalier Pomino!
Questa fu la prima impressione alla lettura di quella mia
necrologia sul Foglietto.
Ma poi pensai che quel pover'uomo era morto non certo per causa
mia, e che io, facendomi vivo non avrei potuto far rivivere
anche lui; pensai che approfittandomi della sua morte, io non
solo non frodavo affatto i suoi parenti, ma anzi venivo a render
loro un bene: per essi, infatti, il morto ero io non lui, ed
essi potevano crederlo scomparso e sperare ancora, sperare di
vederlo un giorno o l'altro ricomparire.
Restavano mia moglie e mia suocera. Dovevo proprio credere alla
loro pena per la mia morte, a tutta quella « inenarrabile
angoscia », a quel « cordoglio straziante » del funebre
pezzo forte di Lodoletta? Bastava, perbacco, aprir pian
piano un occhio a quel povero morto, per accorgersi che non ero
io; e anche ammesso che gli occhi fossero rimasti in fondo alla
gora, via! una moglie, che veramente non voglia, non può
scambiare così facilmente un altro uomo per il proprio marito.
Si erano affrettate a riconoscermi in quel morto? La vedova
Pescatore sperava ora che Malagna, commosso e forse non esente
di rimorso per quel mio barbaro suicidio, venisse in ajuto della
povera vedova? Ebbene: contente loro, contentissimo io!
« Morto? affogato? Una croce, e non se ne parli più! »
Mi levai, stirai le braccia e trassi un lunghissimo respiro di
sollievo.
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il fu mattia pascal
CAPITOLO
8 - adriano meis |
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Subito, non tanto per ingannare gli altri, che avevan o voluto
ingannarsi da sé, con una leggerezza non deplorabile forse nel caso
mio, ma certamente non degna d'encomio, quanto per obbedire alla
Fortuna e soddisfare a un mio proprio bisogno, mi posi a far di me
un altr'uomo.
Poco o nulla avevo da lodarmi di quel disgraziato che per forza
avevano voluto far finire miseramente nella gora d'un molino.
Dopo tante sciocchezze commesse, egli non meritava forse sorte
migliore.
Ora mi sarebbe piaciuto che, non solo esteriormente, ma anche
nell'intimo, non rimanesse più in me alcuna traccia di lui.
Ero solo ormai, e più solo di com'ero non avrei potuto essere su
la terra, sciolto nel presente d'ogni legame e d'ogni obbligo,
libero, nuovo e assolutamente padrone di me, senza più il
fardello del mio passato, e con I'avvenire dinanzi, che avrei
potuto foggiarmi a piacer mio.
Ah, un pajo d'ali! Come mi sentivo leggero!
Il sentimento che le passate vicende mi avevano dato della vita
non doveva aver più per me, ormai, ragion d'essere. Io dovevo
acquistare un nuovo sentimento della vita, senza avvalermi
neppur minimamente della sciagurata esperienza del fu Mattia
Pascal.
Stava a me: potevo e dovevo esser l'artefice del mio nuovo
destino, nella misura che la Fortuna aveva voluto concedermi.
« E innanzi tutto, » dicevo a me stesso, « avrò cura di questa
mia libertà: me la condurrò a spasso per vie piane e sempre
nuove, né le farò mai portare alcuna veste gravosa. Chiuderò gli
occhi e passerò oltre appena lo spettacolo della vita in qualche
punto mi si presenterà sgradevole. Procurerò di farmela più
tosto con le cose che si sogliono chiamare inanimate, e andrò in
cerca di belle vedute, di ameni luoghi tranquilli. Mi darò a
poco a poco una nuova educazione; mi trasformerò con amoroso e
paziente studio, sicché, alla fine, io possa dire non solo di
aver vissuto due vite, ma d'essere stato due uomini. »
Già ad Alenga, per cominciare, ero entrato, poche ore prima di
partire, da un barbiere, per farmi accorciar la barba: avrei
voluto levarmela tutta, li stesso, insieme coi baffi; ma il
timore di far nascere qualche sospetto in quel paesello mi aveva
trattenuto.
Il barbiere era anche sartore, vecchio, con le reni quasi
ingommate dalla lunga abitudine di star curvo, sempre in una
stessa positura, e portava gli occhiali su la punta del naso.
Più che barbiere doveva esser sartore. Calò come un flagello di
Dio su quella barbaccia che non m'apparteneva più, armato di
certi forbicioni da maestro di lana, che avevan bisogno d'esser
sorretti in punta con l'altra mano. Non m'arrischiai neppure a
fiatare: chiusi gli occhi, e non li riaprii, se non quando mi
sentii scuotere pian piano.
Il brav'uomo, tutto sudato, mi porgeva uno specchietto perché
gli sapessi dire se era stato bravo.
Mi parve troppo!
- No, grazie, - mi schermii. - Lo riponga. Non vorrei fargli
paura.
Sbarrò tanto d'occhi, e:
- A chi? - domandò.
- Ma a codesto specchietto. Bellino! Dev'essere antico...
Era tondo, col manico d'osso intarsiato: chi sa che storia aveva
e donde e come era capitato lì, in quella sarto-barbieria. Ma
infine, per non dar dispiacere al padrone, che seguitava a
guardarmi stupito, me lo posi sotto gli occhi.
Se era stato bravo!
Intravidi da quel primo scempio qual mostro fra breve sarebbe
scappato fuori dalla necessaria e radicale; alterazione dei
connotati di Mattia Pascal! Ed ecco una nuova ragione d'odio per
lui! Il mento piccolissimo, puntato e rientrato, ch'egli aveva
nascosto per tanti e tanti anni sotto quel barbone, mi parve un
tradimento. Ora avrei dovuto portarlo scoperto, quel cosino
ridicolo! E che naso mi aveva lasciato in eredità! E
quell'occhio!
« Ah, quest'occhio, » pensai, « così in estasi da un lato,
rimarrà sempre suo nella mia nuova faccia! Io non potrò far
altro che nasconderlo alla meglio dietro un pajo d'occhiali
colorati, che coopereranno, figuriamoci, a rendermi più amabile
l'aspetto. Mi farò crescere i capelli e, con questa bella fronte
spaziosa, con gli occhiali e tutto raso, sembrerò un filosofo
tedesco. Finanziera e cappellaccio a larghe tese. »
Non c'era via di mezzo: filosofo dovevo essere per forza con
quella razza d'aspetto. Ebbene, pazienza: mi sarei armato d'una
discreta filosofia sorridente per passare in mezzo a questa
povera umanità, la quale, per quanto avessi in animo di
sforzarmi, mi pareva difficile che non dovesse più parermi un
po' ridicola e meschina.
Il nome mi fu quasi offerto in treno, partito da poche ore da
Alenga per Torino.
Viaggiavo con due signori che discutevano animatamente
d'iconografia cristiana, in cui si dimostravano entrambi molto
eruditi, per un ignorante come me.
Uno, il più giovane, dalla faccia pallida, oppressa da una folta
e ruvida barba nera, pareva provasse una grande e particolar
soddisfazione nell'enunciar la notizia ch'egli diceva
antichissima, sostenuta da Giustino Martire, da Tertulliano e da
non so chi altri, secondo la quale Cristo sarebbe stato
bruttissimo.
Parlava con un vocione cavernoso, che contrastava stranamente
con la sua aria da ispirato.
- Ma si, ma si, bruttissimo! bruttissimo! Ma anche Cirillo
d'Alessandria! Sicuro, Cirillo d'Alessandria arriva finanche ad
affermare che Cristo fu il più brutto degli uomini.
L'altro, ch'era un vecchietto magro magro, tranquillo nel suo
ascetico squallore, ma pur con una piega a gli angoli della
bocca che tradiva la sottile ironia, seduto quasi su la schiena,
col collo lungo proteso come sotto un giogo, sosteneva invece
che non c'era da fidarsi delle più antiche testimonianze.
- Perché la Chiesa, nei primi secoli, tutta volta a
consustanziarsi la dottrina e lo spirito del suo ispiratore, si
dava poco pensiero, ecco, poco pensiero delle sembianze corporee
di lui.
A un certo punto vennero a parlare della Veronica e di due
statue della città di Paneade, credute immagini di Cristo e
della emorroissa.
- Ma sì! - scattò il giovane barbuto. - Ma se non c'è più dubbio
ormai! Quelle due statue rappresentano l'imperatore Adriano con
la città inginocchiata ai piedi.
Il vecchietto seguitava a sostener pacificamente la sua
opinione, che doveva esser contraria, perché quell'altro,
incrollabile, guardando me, s'ostinava a ripetere :
- Adriano!
- ...Beronike, in greco. Da Beronike poi:
Veronica...
- Adriano! (a me).
- Oppure, Veronica, vera icon: storpiatura
probabilissima...
- Adriano! (a me).
- Perché la Beronike degli Atti di Pilato...
- Adriano!
Ripeté così Adriano! non so più quante volte, sempre
con gli occhi rivolti a me.
Quando scesero entrambi a una stazione e mi lasciarono solo
nello scompartimento, m'affacciai al finestrino, per seguirli
con gli occhi: discutevano ancora, allontanandosi.
A un certo punto però il vecchietto perdette la pazienza e prese
la corsa.
- Chi lo dice? - gli domandò forte il giovane, fermo, con aria
di sfida.
Quegli allora si voltò per gridargli:
- Camillo De Meis!
Mi parve che anche lui gridasse a me quel nome, a me che stavo
intanto a ripetere meccanicamente: - Adriano... -.
Buttai subito via quel de e ritenni il Meis.
« Adriano Meis! Si... Adriano Meis: suona bene... »
Mi parve anche che questo nome quadrasse bene alla faccia
sbarbata e con gli occhiali, ai capelli lunghi, al cappellaccio
alla finanziera che avrei dovuto portare.
« Adriano Meis. Benone! M'hanno battezzato. »
Recisa di netto ogni memoria in me della vita precedente,
fermato l'animo alla deliberazione di ricominciare da quel punto
una nuova vita, io era invaso e sollevato come da una fresca
letizia infantile; mi sentivo come rifatta vergine e trasparente
la coscienza, e lo spirito vigile e pronto a trar profitto di
tutto per la costruzione del mio nuovo io. Intanto l'anima mi
tumultuava nella gioja di quella nuova libertà. Non avevo mai
veduto così uomini e cose; l'aria tra essi e me s'era d'un
tratto quasi snebbiata; e mi si presentavan facili e lievi le
nuove relazioni che dovevano stabilirsi tra noi, poiché ben poco
ormai io avrei avuto bisogno di chieder loro per il mio intimo
compiacimento. Oh levità deliziosa dell'anima; serena,
ineffabile ebbrezza! La Fortuna mi aveva sciolto di ogni
intrico, all'improvviso, mi aveva sceverato dalla vita comune,
reso spettatore estraneo della briga in cui gli altri si
dibattevano ancora, e mi ammoniva dentro:
« Vedrai, vedrai com'essa t'apparirà curiosa, ora, a guardarla
cosi da fuori! Ecco là uno che si guasta il fegato e fa
arrabbiare un povero vecchietto per sostener che Cristo fu il
più brutto degli uomini... »
Sorridevo. Mi veniva di sorridere così di tutto e a ogni cosa: a
gli alberi della campagna, per esempio, che mi correvano
incontro con stranissimi atteggiamenti nella loro fuga
illusoria; a le ville sparse qua e là, dove mi piaceva
d'immaginar coloni con le gote gonfie per sbuffare contro la
nebbia nemica degli olivi o con le braccia levate a pugni chiusi
contro il cielo che non voleva mandar acqua: e sorridevo agli
uccelletti che si sbandavano, spaventati da quel coso nero che
correva per la campagna, fragoroso; all'ondeggiar dei fili
telegrafici, per cui passavano certe notizie ai giornali, come
quella da Miragno del mio suicidio nel molino della Stìa;
alle povere mogli dei cantonieri che presentavan la bandieruola
arrotolata, gravide e col cappello del marito in capo.
Se non che, a un certo punto, mi cadde lo sguardo su l'anellino
di fede che mi stringeva ancora l'anulare della mano sinistra.
Ne ricevetti una scossa violentissima: strizzai gli occhi e mi
strinsi la mano con l'altra mano, tentando di strapparmi quel
cerchietto d'oro, così, di nascosto, per non vederlo più. Pensai
ch'esso si apriva e che, internamente, vi erano incisi due nomi:
Mattia-Romilda, e la data del matrimonio. Che dovevo
farne?
Aprii gli occhi e rimasi un pezzo accigliato, a contemplarlo
nella palma della mano.
Tutto, attorno, mi s'era rifatto nero.
Ecco ancora un resto della catena che mi legava al passato!
Piccolo anello, lieve per sé, eppur così pesante! Ma la catena
era già spezzata, e dunque via anche quell'ultimo anello!
Feci per buttarlo dal finestrino, ma mi trattenni. Favorito così
eccezionalmente dal caso, io non potevo più fidarmi di esso;
tutto ormai dovevo creder possibile, finanche questo: che un
anellino buttato nell'aperta campagna, trovato per combinazione
da un contadino, passando di mano in mano, con quei due nomi
incisi internamente e la data, facesse scoprir la verità, che
l'annegato della Stìa cioè non era il bibliotecario
Mattia Pascal.
« No, no, » pensai, « in luogo più sicuro... Ma dove? »
Il treno, in quella, si fermò a un'altra stazione. Guardai, e
subito mi sorse un pensiero, per Ia cui attuazione. provai
dapprima un certo ritegno. Lo dico, perché mi serva di scusa
presso coloro che amano il bel gesto, gente poco riflessiva,
alla quale piace di non ricordarsi che l'umanità è pure oppressa
da certi bisogni, a cui purtroppo deve obbedire anche chi sia
compreso da un profondo cordoglio. Cesare, Napoleone e, per
quanto possa parere indegno, anche la donna più bella... Basta.
Da una parte c'era scritto Uomini e dall'altra
Donne; e lì intombai il mio anellino di fede.
Quindi, non tanto per distrarmi, quanto per cercar di dare una
certa consistenza a quella mia nuova vita campata nel vuoto, mi
misi a pensare ad Adriano Meis, a immaginargli un passato, a
domandarmi chi fu mio padre, dov'ero nato, ecc. - posatamente
sforzandomi di vedere e di fissar bene tutto, nelle più minute
particolarità.
Ero figlio unico: su questo mi pareva che non ci fosse da
discutere.
« Più unico di così... Eppure no! Chi sa quanti sono come me,
nella mia stessa condizione, fratelli miei. Si lascia il
cappello e la giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto
d'un ponte, su un fiume; e poi, invece di buttarsi giù, si va
via tranquillamente, in America o altrove. Si pesca dopo alcuni
giorni un cadavere irriconoscibile: sarà quello de la lettera
lasciata sul parapetto del ponte. E non se ne parla più! E vero
che io non ci ho messo la mia volontà: né lettera, né giacca, né
cappello... Ma son pure come loro, con questo di più: che posso
godermi senza alcun rimorso la mia libertà. Han voluto
regalarmela, e dunque... »
Dunque diciamo figlio unico. Nato... - sarebbe prudente non
precisare alcun luogo di nascita. Come si fa? Non si può nascer
mica su le nuvole, levatrice la luna, quantunque in biblioteca
abbia letto che gli antichi, fra tanti altri mestieri, le
facessero esercitare anche questo, e le donne incinte la
chiamassero in soccorso col nome di Lucina.
Su le nuvole, no; ma su un piroscafo, sì, per esempio, si può
nascere. Ecco, benone! nato in viaggio. I miei genitori
viaggiavano... per farmi nascere su un piroscafo. Via, via, sul
serio! Una ragione plausibile per mettere in viaggio una donna
incinta, prossima a partorire... O che fossero andati in America
i miei genitori? Perché no? Ci vanno tanti... Anche Mattia
Pascal, poveretto, voleva andarci. E allora queste ottantadue
mila lire diciamo che le guadagnò mio padre, là in America? Ma
che! Con ottantadue mila lire in tasca, avrebbe aspettato prima,
che la moglie mettesse al mondo il figliuolo, comodamente, in
terraferma. E poi, baje! Ottantadue mila lire un emigrato non le
guadagna più cosi facilmente in America. Mio padre... - a
proposito, come si chiamava? Paolo. Sì: Paolo Meis. Mio padre,
Paolo Meis, s'era illuso, come tanti altri. Aveva stentato tre,
quattr'anni; poi, avvilito, aveva scritto da Buenos-Aires una
lettera al nonno...
Ah, un nonno, un nonno io volevo proprio averlo conosciuto, un
caro vecchietto, per esempio, come quello ch'era sceso testé dal
treno, studioso d'iconografia cristiana.
Misteriosi capricci della fantasia! Per quale inesplicabile
bisogno e donde mi veniva d'immaginare in quel momento mio
padre, quel Paolo Meis, come uno scavezzacollo? Ecco, sì, egli
aveva dato tanti dispiaceri al nonno: aveva sposato contro la
volontà di lui e se n'era scappato in America. Doveva forse
sostenere anche lui che Cristo era bruttissimo. E brutto davvero
e sdegnato l'aveva veduto là, in America, se con la moglie lì lì
per partorire, appena ricevuto il soccorso dal nonno, se n'era
venuto via.
Ma perché proprio in viaggio dovevo esser nato io? Non sarebbe
stato meglio nascere addirittura in America, nell'Argentina,
pochi mesi prima del ritorno in patria de' miei genitori? Ma si!
Anzi il nonno s'era intenerito per il nipotino innocente; per
me, unicamente per me aveva perdonato il figliuolo. Così io,
piccino piccino, avevo traversato l'Oceano, e forse in terza
classe, e durante il viaggio avevo preso una bronchite e per
miracolo non ero morto. Benone! Me lo diceva sempre il nonno. Io
però non dovevo rimpiangere come comunemente si suol fare, di
non esser morto, allora di pochi mesi. No: perché, in fondo, che
dolori avevo sofferto io, in vita mia? Uno solo, per dire la
verità: quello de la morte del povero nonno, col quale ero
cresciuto. Mio padre, Paolo Meis, scapato e insofferente di
giogo, era fuggito via di nuovo in America, dopo alcuni mesi,
lasciando la moglie e me col nonno; e là era morto di febbre
gialla. A tre anni, io ero rimasto orfano anche di madre, e
senza memoria perciò de' miei genitori; solo con queste scarse
notizie di loro. Ma c'era di più! Non sapevo neppure con
precisione il mio luogo di nascita. Nell'Argentina, va bene! Ma
dove? Il nonno lo ignorava, perché mio padre non gliel'aveva mai
detto o perché se n'era dimenticato, e io non potevo certamente
ricordarmelo.
Riassumendo:
a) figlio unico di Paolo Meis; - b) nato in
America nell'Argentina, senz'altra designazione; - c)
venuto in Italia di pochi mesi (bronchite); - d) senza
memoria né quasi notizia dei genitori; - e) cresciuto
col nonno.
Dove? Un po' da per tutto. Prima a Nizza. Memorie confuse:
Piazza Massena, la Promenade, Avenue de la
Gare... Poi, a Torino.
Ecco, ci andavo adesso, e mi proponevo tante cose: mi proponevo
di scegliere una via e una casa, dove il nonno mi aveva lasciato
fino all'età di dieci anni affidato alle cure di una famiglia
che avrei immaginato lì sul posto, perché avesse tutti i
caratteri del luogo; mi proponevo di vivere, o meglio
d'inseguire con la fantasia, lì, su la realtà, la vita d'Adriano
Meis piccino.
Questo inseguimento, questa costruzione fantastica d'una vita
non realmente vissuta, ma colta man mano negli altri e nei
luoghi e fatta e sentita mia, mi procurò una gioja strana e
nuova, non priva d'una certa mestizia, nei primi tempi del mio
vagabondaggio. Me ne feci un'occupazione. Vivevo non nel
presente soltanto, ma anche per il mio passato cioè per gli anni
che Adriano Meis non aveva vissuti.
Nulla o ben poco ritenni di quel che avevo prima fantasticato.
Nulla s'inventa, è vero, che non abbia una qualche radice, più o
men profonda, nella realtà; e anche le cose più strane possono
esser vere, anzi nessuna fantasia arriva a concepire certe
follie, certe inverosimili avventure che si scatenano e
scoppiano dal seno tumultuoso della vita; ma pure, come e quanto
appare diversa dalle invenzioni che noi possiamo trarne la
realtà viva e spirante! Di quante cose sostanziali, minutissime,
inimmaginabili ha bisogno la nostra invenzione per ridiventare
quella stessa realtà da cui fu tratta, di quante fila che la
riallaccino nel complicatissimo intrico della vita, fila che noi
abbiamo recise per farla diventare una cosa a sé!
Or che cos'ero io, se non un uomo inventato? Una invenzione
ambulante che voleva e, del resto, doveva forzatamente stare per
sé, pur calata nella realtà.
Assistendo alla vita degli altri e osservandola minuziosamente,
ne vedevo gl'infiniti legami e, al tempo stesso, vedevo le tante
mie fila spezzate. Potevo io rannodarle, ora, queste fila con la
realtà? Chi sa dove mi avrebbero trascinato; sarebbero forse
diventate subito redini di cavalli scappati, che avrebbero
condotto a precipizio la povera biga della mia necessaria
invenzione. No. Io dovevo rannodar queste fila soltanto con la
fantasia.
E seguivo per le vie e nei giardini i ragazzetti dai cinque ai
dieci anni, e studiavo le loro mosse, i loro giuochi, e
raccoglievo le loro espressioni, per comporne a poco a poco
l'infanzia di Adriano Meis. Vi riuscii così bene, che essa alla
fine assunse nella mia mente una consistenza quasi reale.
Non volli immaginarmi una nuova mamma. Mi sarebbe parso di
profanar la memoria viva e dolorosa della mia mamma vera. Ma un
nonno, sì, il nonno del mio primo fantasticare, volli crearmelo.
Oh, di quanti nonnini veri, di quanti vecchietti inseguiti e
studiati un po' a Torino, un po' a Milano, un po' a Venezia, un
po' a Firenze, si compose quel nonnino mio! Toglievo a uno qua
la tabacchiera d'osso e il pezzolone a dadi rossi e neri, a un
altro là il bastoncino, a un terzo gli occhiali e la barba a
collana, a un quarto il modo di camminare e di soffiarsi il
naso, a un quinto il modo di parlare e di ridere; e ne venne
fuori un vecchietto fino un po' bizzoso, amante delle arti, un
nonnino spregiudicato, che non mi volle far seguire un corso
regolare di studii, preferendo d'istruirmi lui, con la viva
conversazione e conducendomi con sé, di città in città, per
musei e gallerie.
Visitando Milano, Padova, Venezia, Ravenna, Firenze, Perugia, lo
ebbi sempre con me, come un'ombra, quel mio nonnino
fantasticato, che più d'una volta mi parlò anche per bocca d'un
vecchio cicerone.
Ma io volevo vivere anche per me, nel presente. M'assaliva di
tratto in tratto l'idea di quella mia libertà sconfinata, unica,
e provavo una felicità improvvisa, così forte, che quasi mi ci
smarrivo in un beato stupore; me la sentivo entrar nel petto con
un respiro lunghissimo e largo, che mi sollevava tutto lo
spirito. Solo! solo! solo! padrone di me! senza dover dar conto
di nulla a nessuno! Ecco, potevo andare dove mi piaceva: a
Venezia? a Venezia! a Firenze? a Firenze!; e quella mia felicità
mi seguiva dovunque. Ah, ricordo un tramonto, a Torino, nei
primi mesi di quella mia nuova vita, sul Lungo Po, presso al
ponte che ritiene per una pescaja l'impeto delle acque che vi
fremono irose: l'aria era d'una trasparenza meravigliosa; tutte
le cose in ombra parevano smaltate in quella limpidezza; e io,
guardando, mi sentii così ebro della mia libertà, che temetti
quasi d'impazzire, di non potervi resistere a lungo.
Avevo già effettuato da capo a piedi la mia trasformazione
esteriore: tutto sbarbato, con un pajo di occhiali azzurri
chiari e coi capelli lunghi, scomposti artisticamente: parevo
proprio un altro! Mi fermavo qualche volta a conversar con me
stesso innanzi a uno specchio e mi mettevo a ridere.
« Adriano Meis! Uomo felice! Peccato che debba esser conciato
così... Ma, via' che te n'importa? Va benone! Se non fosse per
quest'occhio di lui di quell'imbecille, non saresti
poi, alla fin fine, tanto brutto, nella stranezza un po'
spavalda della tua figura. Fai un po' ridere le donne, ecco. Ma
la colpa, in fondo, non è tua. Se quell'altro non avesse portato
i capelli così corti, tu non saresti ora obbligato a portarli
così lunghi: e non certo per tuo gusto, lo so, vai ora sbarbato
come un prete. Pazienza! Quando le donne ridono... ridi anche
tu: è il meglio che possa fare. »
Vivevo, per altro, con me e di me, quasi esclusivamente.
Scambiavo appena qualche parola con gli albergatori, coi
camerieri, coi vicini di tavola, ma non mai per voglia
d'attaccar discorso. Dal ritegno anzi che ne provavo, mi accorsi
ch'io non avevo affatto il gusto della menzogna. Del resto,
anche gli altri mostravan poca voglia di parlare con me: forse a
causa del mio aspetto, mi prendevano per uno straniero. Ricordo
che, visitando Venezia, non ci fu verso di levar dal capo a un
vecchio gondoliere ch'io fossi tedesco, austriaco. Ero nato, sì,
nell'Argentina ma da genitori italiani. La mia vera, diciamo
così « estraneità » era ben altra e la conoscevo io solo: non
ero più niente io; nessuno stato civile mi registrava, tranne
quello di Miragno, ma come morto, con l'altro nome.
Non me n'affliggevo; tuttavia per austriaco, no, per austriaco
non mi piaceva di passare. Non avevo avuto mai occasione di
fissar la mente su la parola « patria ». Avevo da pensare a ben
altro, un tempo! Ora, nell'ozio cominciavo a prender l'abitudine
di riflettere su tante cose che non avrei mai creduto potessero
anche per poco interessarmi. Veramente, ci cascavo senza
volerlo, e spesso mi avveniva di scrollar le spalle, seccato. Ma
di qualche cosa bisognava pure che mi occupassi, quando mi
sentivo stanco di girare, di vedere. Per sottrarmi alle
riflessioni fastidiose e inutili, mi mettevo talvolta a riempire
interi fogli di carta della mia nuova firma, provandomi a
scrivere con altra grafia, tenendo la penna diversamente di come
la tenevo prima. A un certo punto però stracciavo la carta e
buttavo via la penna. Io potevo benissimo essere anche
analfabeta! A chi dovevo scrivere? Non ricevevo né potevo più
ricever lettere da nessuno.
Questo pensiero, come tanti altri del resto, mi faceva dare un
tuffo nel passato. Rivedevo allora la casa, Ia biblioteca, le
vie di Miragno, la spiaggia; e mi domandavo: « Sarà ancora
vestita di nero Romilda? Forse sì per gli occhi del mondo. Che
farà? ». E me la immaginavo, come tante volte e tante l'avevo
veduta là per casa; e m'immaginavo anche la vedova Pescatore,
che imprecava certo alla mia memoria.
« Nessuna delle due, » pensavo, « si sarà recata neppure una
volta a visitar nel cimitero quel pover'uomo, che pure è morto
così barbaramente. Chi sa dove mi hanno seppellito! Forse la zia
Scolastica non avrà voluto fare per me la spesa che fece per la
mamma; Roberto, tanto meno; avrà detto: - Chi gliel'ha fatto
fare? Poteva vivere infine con due lire al giorno, bibliotecario
-. Giacerò come un cane, nel campo dei poveri... Via, via, non
ci pensiamo! Me ne dispiace per quel pover'uomo, il quale forse
avrà avuto parenti più umani de' miei che lo avrebbero trattato
meglio. - Ma, del resto, anche a lui, ormai, che glien'importa?
S'è levato il pensiero! »
Seguitai ancora per qualche tempo a viaggiare. Volli spingermi
oltre l'Italia; visitai le belle contrade del Reno, fino a
Colonia, seguendo il fiume a bordo d'un piroscafo; mi trattenni
nelle città principali: a Mannheim, a Worms, a Magonza, a Bingen,
a Coblenza... Avrei voluto andar più sù di Colonia, più sù della
Germania, almeno in Norvegia; ma poi pensai che io dovevo
imporre un certo freno alla mia libertà. Il denaro che avevo
meco doveva servirmi per tutta la vita, e non era molto. Avrei
potuto vivere ancora una trentina d'anni; e così fuori d'ogni
legge, senza alcun documento tra le mani che comprovasse, non
dico altro, la mia esistenza reale, ero nell'impossibilità di
procacciarmi un qualche impiego; se non volevo dunque ridurmi a
mal partito, bisognava che mi restringessi a vivere con poco.
Fatti i conti, non avrei dovuto spendere più di duecento lire al
mese: pochine; ma già per ben due anni avevo anche vissuto con
meno, e non io solo. Mi sarei dunque adattato.
In fondo, ero già un po' stanco di quell'andar girovagando
sempre solo e muto. Istintivamente cominciavo a sentir il
bisogno di un po' di compagnia. Me ne accorsi in una triste
giornata di novembre, a Milano, tornato da poco dal mio giretto
in Germania.
Faceva freddo, ed era imminente la pioggia, con la sera. Sotto
un fanale scorsi un vecchio cerinajo, a cui la cassetta, che
teneva dinanzi con una cinta a tracolla, impediva di ravvolgersi
bene in un logoro mantelletto che aveva su le spalle. Gli
pendeva dalle pugna strette sul mento un cordoncino, fino ai
piedi. Mi chinai a guardare e gli scoprii tra le scarpacce rotte
un cucciolotto minuscolo, di pochi giorni, che tremava tutto di
freddo e gemeva continuamente, lì rincantucciato. Povera
bestiolina! Domandai al vecchio se la vendesse. Mi rispose di sì
e che me l'avrebbe venduta anche per poco, benché valesse molto:
ah, si sarebbe fatto un bel cane, un gran cane, quella bestiola:
- Venticinque lire...
Seguitò a tremare il povero cucciolo, senza inorgoglirsi punto
di quella stima: sapeva di certo che il padrone con quel prezzo
non aveva affatto stimato i suoi futuri meriti, ma la
imbecillità che aveva creduto di leggermi in faccia.
Io intanto, avevo avuto il tempo di riflettere che, comprando
quel cane, mi sarei fatto sì, un amico fedele e discreto, il
quale per amarmi e tenermi in pregio non mi avrebbe mai
domandato chi fossi veramente e donde venissi e se le mie carte
fossero in regola; ma avrei dovuto anche mettermi a pagare una
tassa: io che non ne pagavo più! Mi parve come una prima
compromissione della mia libertà, un lieve intacco ch'io stessi
per farle.
- Venticinque lire? Ti saluto! - dissi al vecchio cerinajo.
Mi calcai il cappellaccio su gli occhi e, sotto la pioggerella
fina fina che già il cielo cominciava a mandare, m'allontanai,
considerando però, per la prima volta, che era bella, sì, senza
dubbio, quella mia libertà così sconfinata, ma anche un tantino
tiranna, ecco, se non mi consentiva neppure di comperarmi un
cagnolino.
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il fu mattia pascal
CAPITOLO
9 - un pò di nebbia |
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Del primo inverno, se rigido, piovoso, nebbioso, quasi non m'ero
accorto tra gli svaghi de' viaggi e nell'ebbrezza della nuova
libertà. Ora questo secondo mi sorprendeva già un po' stanco, come
ho detto, del vagabondaggio e deliberato a impormi un freno. E mi
accorgevo che... sì, c'era un po' di nebbia, c'era; e faceva freddo;
m'accorgevo che per quanto il mio animo si opponesse a prender
qualità dal colore del tempo, pur ne soffriva.
« Ma sta' a vedere,» mi rampognavo,«che non debba più far nuvolo
perché tu possa ora godere serenamente della tua libertà! »
M'ero spassato abbastanza, correndo di qua e di là: Adriano Meis
aveva avuto in quell'anno la sua giovinezza spensierata; ora
bisognava che diventasse uomo, si raccogliesse in sé, si
formasse un abito di vita quieto e modesto. Oh, gli sarebbe
stato facile, libero com'era e senz'obblighi di sorta!
Così mi pareva; e mi misi a pensare in quale città mi sarebbe
convenuto di fissar dimora, giacché come un uccello senza nido
non potevo più oltre rimanere, se proprio dovevo compormi una
regolare esistenza. Ma dove? in una grande città o in una
piccola? Non sapevo risolvermi.
Chiudevo gli occhi e col pensiero volavo a quelle città che
avevo già visitate; dall'una all'altra, indugiandomi in ciascuna
fino a rivedere con precisione quella tal via, quella tal
piazza, quel tal luogo, insomma, di cui serbavo più viva
memoria; e dicevo:
« Ecco, io vi sono stato! Ora, quanta vita mi sfugge, che
séguita ad agitarsi qua e là variamente. Eppure, in quanti
luoghi ho detto: - Qua vorrei aver casa! Come ci vivrei
volentieri! -. E ho invidiato gli abitanti che, quietamente, con
le loro abitudini e le loro consuete occupazioni, potevano
dimorarvi, senza conoscere quel senso penoso di precarietà che
tien sospeso l'animo di chi viaggia. »
Questo senso penoso di precarietà mi teneva ancora e non mi
faceva amare il letto su cui mi ponevo a dormire, i varii
oggetti che mi stavano intorno.
Ogni oggetto in noi suol trasformarsi secondo le immagini
ch'esso evoca e aggruppa, per cosi dire, attorno a sé. Certo un
oggetto può piacere anche per se stesso, per la diversità delle
sensazioni gradevoli che ci suscita in una percezione armoniosa;
ma ben più spesso il piacere che un oggetto ci procura non si
trova nell'oggetto per se medesimo. La fantasia lo abbellisce
cingendolo e quasi irraggiandolo d'immagini care. Né noi lo
percepiamo più qual esso è, ma così, quasi animato dalle
immagini che suscita in noi o che le nostre abitudini vi
associano. Nell'oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi
mettiamo di noi, l'accordo, l'armonia che stabiliamo tra esso e
noi, l'anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata
dai nostri ricordi.
Or come poteva avvenire per me tutto questo in una camera
d'albergo ?
Ma una casa, una casa mia, tutta mia, avrei potuto più averla? I
miei denari erano pochini... Ma una casettina modesta, di poche
stanze? Piano: bisognava vedere, considerar bene prima, tante
cose. Certo, libero, liberissimo, io potevo essere soltanto
così, con la valigia in mano: oggi qua, domani là. Fermo in un
luogo, proprietario d'una casa, eh, allora : registri e tasse
subito! E non mi avrebbero iscritto all'anagrafe? Ma
sicuramente! E come? con un nome falso? E allora, chi sa?, forse
indagini segrete intorno a me da parte della polizia... Insomma,
impicci, imbrogli!... No, via: prevedevo di non poter più avere
una casa mia, oggetti miei. Ma mi sarei allogato a pensione in
qualche famiglia, in una camera mobiliata. Dovevo affliggermi
per così poco?
L'inverno, L'inverno m'ispirava queste riflessioni malinconiche,
La prossima festa di Natale che fa desiderare il tepore d'un
cantuccio caro, il raccoglimento, l'intimità della casa.
Non avevo certo da rimpiangere quella di casa mia. L'altra, più
antica, della casa paterna, l'unica ch'io potessi ricordare con
rimpianto, era già distrutta da un pezzo, e non da quel mio
nuovo stato. Sicché dunque dovevo contentarmi, pensando che
davvero non sarei stato più lieto, se avessi passato a Miragno,
tra mia moglie e mia suocera - (rabbrividivo!) - quella festa di
Natale.
Per ridere, per distrarmi, m'immaginavo intanto, con un buon
panettone sotto il braccio, innanzi alla porta di casa mia.
« - Permesso? Stanno ancora qua le signore Romilda Pescatore,
vedova Pascal, e Marianna Dondi, vedova Pescatore? »
« - Sissignore. Ma chi è lei? »
« - Io sarei il defunto marito della signora Pascal, quel povero
galantuomo morto l'altr'anno, annegato. Ecco, vengo lesto lesto
dall'altro mondo per passare le feste in famiglia, con licenza
dei superiori. Me ne riparto subito! »
Rivedendomi cosi all'improvviso, sarebbe morta dallo spavento la
vedova Pescatore? Che! Lei? Figuriamoci! Avrebbe fatto rimorire
me, dopo due giorni.
La mia fortuna - dovevo convincermene - la mia fortuna
consisteva appunto in questo: nell'essermi liberato della
moglie, della suocera, dei debiti, delle afflizioni umilianti
della mia prima vita. Ora, ero libero del tutto. Non mi bastava?
Eh via, avevo ancora tutta una vita innanzi a me. Per il
momento... chi sa quanti erano soli com'ero io!
« Si, ma questi tali, » m'induceva a riflettere il cattivo
tempo, quella nebbia maledetta, « o son forestieri e hanno
altrove una casa, a cui un giorno o l'altro potranno far
ritorno, o se non hanno casa come te, potranno averla domani, e
intanto avran quella ospitale di qualche amico. Tu invece, a
volerla dire, sarai sempre e dovunque un forestiere: ecco la
differenza. Forestiere della vita, Adriano Meis. »
Mi scrollavo, seccato, esclamando:
- E va bene! Meno impicci. Non ho amici? Potrò averne...
Già nella trattoria che frequentavo in quei giorni, un signore,
mio vicino di tavola, s'era mostrato inchinevole a far amicizia
con me. Poteva avere da quarant'anni : calvo sì e no, bruno, con
occhiali d'oro, che non gli si reggevano bene sul naso, forse
per il peso de la catenella pur d'oro. Ah, per questo un ometto
tanto carino! Figurarsi che, quando si levava da sedere e si
poneva il cappello in capo, pareva subito un altro: un ragazzino
pareva. Il difetto era nelle gambe, così piccole, che non gli
arrivavano neanche a terra, se stava seduto: egli non si alzava
propriamente da sedere, ma scendeva piuttosto dalla sedia.
Cercava di rimediare a questo difetto, portando i tacchi alti.
Che c'è di male? Sì, facevan troppo rumore quei tacchi; ma gli
rendevano intanto così graziosamente imperiosi i passettini da
pernice.
Era molto bravo poi, ingegnoso - forse un pochino bisbetico e
volubile - ma con vedute sue, originali; ed era anche cavaliere.
Mi aveva dato il suo biglietto da visita: - Cavalier Tito
Lenzi.
A proposito di questo biglietto da visita, per poco non mi feci
anche un motivo d'infelicità della cattiva figura che mi pareva
d'aver fatta, non potendo ricambiarglielo. Non avevo ancora
biglietti da visita: provavo un certo ritegno a farmeli stampare
col mio nuovo nome. Miserie! Non si può forse fare a meno de'
biglietti da visita? Si dà a voce il proprio nome, e via.
Così feci; ma, perdir la verità, il mio vero nome... basta!
Che bei discorsi sapeva fare il cavalier Tito Lenzi! Anche il
latino sapeva; citava come niente Cicerone.
- La coscienza? Ma la coscienza non serve, caro signore! La
coscienza, come guida, non può bastare. Basterebbe forse, ma se
essa fosse castello e non piazza, per così dire; se noi cioè
potessimo riuscire a concepirci isolatamente, ed essa non fosse
per sua natura aperta agli altri. Nella coscienza, secondo me,
insomma, esiste una relazione essenziale... sicuro, essenziale,
tra me che penso e gli altri esseri che io penso. E dunque non è
un assoluto che basti a se stesso, mi spiego? Quando i
sentimenti, le inclinazioni, i gusti di questi altri che io
penso o che lei pensa non si riflettono in me o in lei, noi non
possiamo essere né paghi, né tranquilli, né lieti; tanto vero
che tutti lottiamo perché i nostri sentimenti, i nostri
pensieri, le nostre inclinazioni, i nostri gusti si riflettano
nella coscienza degli altri. E se questo non avviene, perché...
diciamo cosi, l'aria del momento non si presta a trasportare e a
far fiorire, caro signore, i germi... i germi della sua idea
nella mente altrui, lei non può dire che la sua coscienza le
basta. A che le basta? Le basta per viver solo? per isterilire
nell'ombra? Eh via! Eh via! Senta; io odio la retorica, vecchia
bugiarda fanfarona, civetta con gli occhiali. La retorica,
sicuro, ha foggiato questa bella frase con tanto di petto in
fuori: « Ho la mia coscienza e mi basta ». Già!
Cicerone prima aveva detto: Mea mihi conscientia pluris est
quam hominum sermo. Cicerone però, diciamo la verità,
eloquenza, eloquenza, ma... Dio ne scampi e liberi, caro
signore! Nojoso più d'un principiante di violino!
Me lo sarei baciato. Se non che, questo mio caro ometto non
volle perseverare negli arguti e concettosi discorsi, di cui ho
voluto dare un saggio; cominciò a entrare in confidenza; e
allora io, che già credevo facile e bene avviata la nostra
amicizia, provai subito un certo impaccio, sentii dentro me
quasi una forza che mi obbligava a scostarmi, a ritrarmi. Finché
parlò lui e la conversazione s'aggirò su argomenti vaghi, tutto
andò bene; ma ora il cavalier Tito Lenzi voleva che parlassi io.
- Lei non è di Milano, è vero?
- No...
- Di passaggio?
- Sì...
- Bella città Milano, eh?
- Bella, già...
Parevo un pappagallo ammaestrato. E più le sue domande mi
stringevano, e io con le mie risposte m'allontanavo. E ben
presto fui in America. Ma come l'ometto mio seppe ch'ero nato in
Argentina, balzò dalla sedia e venne a stringermi calorosamente
la mano:
- Ah, mi felicito con lei, caro signore! La invidio! Ah,
l'America... Ci sono stato.
C'era stato? Scappa!
- In questo caso, - m'affrettai a dirgli, - debbo io piuttosto
felicitarmi con lei che c'è stato, perché io posso quasi quasi
dire di non esserci stato, tuttoché nativo di là; ma ne venni
via di pochi mesi; sicché dunque i miei piedi non han proprio
toccato il suolo americano, ecco!
- Che peccato! - esclamò dolente il cavalier Tito Lenzi. - Ma
lei ci avrà parenti, laggiù, m'immagino!
- No, nessuno...
- Ah, dunque, è venuto in Italia con tutta la famiglia, e vi si
è stabilito? Dove ha preso stanza?
Mi strinsi ne le spalle:
- Mah! - sospirai, tra le spine, - un po' qua, un po' là... Non
ho famiglia e... e giro.
- Che piacere! Beato lei! Gira... Non ha proprio nessuno?
- Nessuno...
- Che piacere! beato lei! la invidio!
- Lei dunque ha famiglia? - volli domandargli, a mia volta, per
deviare da me il discorso.
- E no, purtroppo! - sospirò egli allora, accigliandosi. - Son
solo e sono stato sempre solo!
- E dunque, come me!...
- Ma io mi annojo, caro signore! m'annojo! - scattò l'ometto. -
Per me, la solitudine... eh si, infine, mi sono stancato. Ho
tanti amici; ma, creda pure, non è una bella cosa, a una certa
età, andare a casa e non trovar nessuno. Mah! C'è chi comprende
e chi non comprende, caro signore. Sta molto peggio chi
comprende, perché alla fine si ritrova senza energia e senza
volontà. Chi comprende, infatti, dice: « Io non devo far questo,
non devo far quest'altro, per non commettere questa o quella
bestialità ». Benissimo! Ma a un certo punto s'accorge che la
vita è tutta una bestialità, e allora dica un po' lei che cosa
significa il non averne commessa nessuna: significa per lo meno
non aver vissuto, caro signore.
- Ma lei, - mi provai a confortarlo, - lei è ancora in tempo,
fortunatamente...
- Di commettere bestialità? Ma ne ho già commesse tante, creda
pure! - rispose con un gesto e un sorriso fatuo. - Ho viaggiato,
ho girato come lei e... avventure, avventure... anche molto
curiose e piccanti... si, via, me ne son capitate. Guardi, per
esempio, a Vienna, una sera...
Cascai dalle nuvole. Come! Avventure amorose, lui? Tre, quattro,
cinque, in Austria, in Francia, in Italia... anche in Russia? E
che avventure! Una più ardita dell'altra... Ecco qua, per dare
un altro saggio, un brano di dialogo tra lui e una donna
maritata:
LUI: - Eh, a pensarci, lo so, cara signora... Tradire il marito,
Dio mio! La fedeltà, l'onestà, la dignità... tre grosse, sante
parole, con tanto d'accento su l'a. E poi: l'onore!
altra parola enorme... Ma, in pratica, credete, è un'altra cosa,
cara signora: cosa di pochissimo momento! Domandate alle vostre
amiche che ci si sono avventurate.
LA DONNA MARITATA: - Sì; e tutte quante han provato poi un
grande disinganno!
LUI: - Ma sfido ma si capisce! Perché impedite, trattenute da
quelle parolacce, hanno messo un anno, sei mesi, troppo tempo a
risolversi. E il disinganno diviene appunto dalla sproporzione
tra l'entità del fatto e il troppo pensiero che se ne son date.
Bisogna risolversi subito, cara signora! Lo penso, lo faccio. E'
cosi semplice!
Bastava guardarlo, bastava considerare un poco quella sua
minuscola ridicola personcina, per accorgersi ch'egli mentiva,
senza bisogno d'altre prove.
Allo stupore seguì in me un profondo avvilimento di vergogna per
lui, che non si rendeva conto del miserabile effetto che
dovevano naturalmente produrre quelle sue panzane, e anche per
me che vedevo mentire con tanta disinvoltura e tanto gusto lui,
lui che non ne avrebbe avuto alcun bisogno; mentre io, che non
potevo farne a meno, io ci stentavo e ci soffrivo fino a
sentirmi, ogni volta, torcer l'anima dentro.
Avvilimento e stizza. Mi veniva d'afferrargli un braccio e di
gridargli:
« Ma scusi, cavaliere, perché? perché? »
Se però erano ragionevoli e naturali in me l'avvilimento e la
stizza, mi accorsi, riflettendoci bene, che sarebbe stata per lo
meno sciocca quella domanda. Infatti, se il caro ometto
imbizzarriva cosi a farmi credere a quelle sue avventure, la
ragione era appunto nel non aver egli alcun bisogno di mentire;
mentre io... io vi ero obbligato dalla necessità. Ciò che per
lui, insomma, poteva essere uno spasso e quasi l'esercizio d'un
diritto, era per me, all'incontro, obbligo increscioso,
condanna.
E che seguiva da questa riflessione? Ahimè, che io, condannato
inevitabilmente a mentire dalla mia condizione, non avrei potuto
avere mai più un amico, un vero amico. E dunque, né casa, né
amici... Amicizia vuol dire confidenza; e come avrei potuto io
confidare a qualcuno il segreto di quella mia vita senza nome e
senza passato, sorta come un fungo dal suicidio di Mattia
Pascal? Io potevo aver solamente relazioni superficiali,
permettermi solo co' miei simili un breve scambio di parole
aliene.
Ebbene, erano gl'inconvenienti della mia fortuna. Pazienza! Mi
sarei scoraggiato per questo?
« Vivrò con me e di me, come ho vissuto finora! »
Sì; ma ecco: per dir la verità, temevo che della mia compagnia
non mi sarei tenuto né contento né pago. E poi, toccandomi la
faccia e scoprendomela sbarbata, passandomi una mano su quei
capelli lunghi o rassettandomi gli occhiali sul naso, provavo
una strana impressione: mi pareva quasi di non esser più io, di
non toccare me stesso.
Siamo giusti, io mi ero conciato a quel modo per gli altri, non
per me. Dovevo ora star con me, così mascherato? E se tutto ciò
che avevo finto e immaginato di Adriano Meis non doveva servire
per gli altri, per chi doveva servire? per me? Ma io, se mai,
potevo crederci solo a patto che ci credessero gli altri.
Ora, se questo Adriano Meis non aveva il coraggio di dir bugie,
di cacciarsi in mezzo alla vita, e si appartava e rientrava in
albergo, stanco di vedersi solo, in quelle tristi giornate
d'inverno, per le vie di Milano, e si chiudeva nella compagnia
del morto Mattia Pascal, prevedevo che i fatti miei, eh,
avrebbero cominciato a camminar male; che insomma non mi
s'apparecchiava un divertimento, e che la mia bella fortuna,
allora...
Ma la verità forse era questa: che nella mia libertà sconfinata,
mi riusciva difficile cominciare a vivere in qualche modo. Sul
punto di prendere una risoluzione, mi sentivo come trattenuto,
mi pareva di vedere tanti impedimenti e ombre e ostacoli.
Ed ecco, mi cacciavo, di nuovo, fuori, per le strade, osservavo
tutto, mi fermavo a ogni nonnulla, riflettevo a lungo su le
minime cose; stanco, entravo in un caffè, leggevo qualche
giornale, guardavo la gente che entrava e usciva; alla fine,
uscivo anch'io. Ma la vita, a considerarla così, da spettatore
estraneo, mi pareva ora senza costrutto e senza scopo; mi
sentivo sperduto tra quel rimescolìo di gente. E intanto il
frastuono, il fermento continuo della città m'intronavano.
« Oh perché gli uomini, » domandavo a me stesso, smaniosamente,
« si affannano così a rendere man mano più complicato il
congegno della loro vita? Perché tutto questo stordimento di
macchine? E che farà l'uomo quando le macchine faranno tutto? Si
accorgerà allora che il così detto progresso non ha nulla a che
fare con la felicità? Di tutte le invenzioni, con cui la scienza
crede onestamente d'arricchire l'umanità (e la impoverisce,
perché costano tanto care), che gioja in fondo proviamo noi,
anche ammirandole? »
In un tram elettrico, il giorno avanti, m'ero imbattuto in un
pover'uomo, di quelli che non possono fare a meno di comunicare
a gli altri tutto ciò che passa loro per la mente.
- Che bella invenzione! - mi aveva detto. - Con due soldini, in
pochi minuti, mi giro mezza Milano.
Vedeva soltanto i due soldini della corsa, quel pover'uomo, e
non pensava che il suo stipendiuccio se n'andava tutto quanto e
non gli bastava per vivere intronato di quella vita fragorosa,
col tram elettrico, con la luce elettrica, ecc., ecc.
Eppure la scienza, pensavo, ha l'illusione di render più facile
e più comoda l'esistenza! Ma, anche ammettendo che la renda
veramente più facile, con tutte le sue macchine così difficili e
complicate, domando io: « E qual peggior servizio a chi sia
condannato a una briga vana, che rendergliela facile e quasi
meccanica? ».
Rientravo in albergo.
Là, in un corridojo, sospesa nel vano d'una finestra, c'era una
gabbia con un canarino. Non potendo con gli altri e non sapendo
che fare, mi mettevo a conversar con lui, col canarino: gli
rifacevo il verso con le labbra, ed esso veramente credeva che
qualcuno gli parlasse e ascoltava e forse coglieva in quel mio
pispissìo care notizie di nidi, di foglie, di libertà... Si
agitava nella gabbia, si voltava, saltava, guardava di traverso,
scotendo la testina, poi mi rispondeva, chiedeva, ascoltava
ancora. Povero uccellino! lui sì m'inteneriva, mentre io non
sapevo che cosa gli avessi detto...
Ebbene, a pensarci non avviene anche a noi uomini qualcosa di
simile? Non crediamo anche noi che la natura ci parli? e non ci
sembra di cogliere un senso nelle sue voci misteriose, una
risposta, secondo i nostri desiderii, alle affannose domande che
le rivolgiamo? E intanto la natura, nella sua infinita
grandezza, non ha forse il più lontano sentore di noi e della
nostra vana illusione.
Ma vedete un po' a quali conclusioni uno scherzo suggerito
dall'ozio può condurre un uomo condannato a star solo con se
stesso! Mi veniva quasi di prendermi a schiaffi. Ero io dunque
sul punto di diventare sul serio un filosofo?
No, no, via, non era logica la mia condotta. Così, non avrei
potuto più oltre durarla. Bisognava ch'io vincessi ogni ritegno,
prendessi a ogni costo una risoluzione.
Io, insomma, dovevo vivere, vivere, vivere.
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il fu mattia pascal
CAPITOLO
10 - acquasantiera e portacenere |
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Pochi giorni dopo ero a Roma, per prendervi dimora.
Perché a Roma e non altrove? La ragione vera la vedo adesso,
dopo tutto quello che m'è occorso, ma non la dirò per non
guastare il mio racconto con riflessioni che, a questo punto,
sarebbero inopportune. Scelsi allora Roma, prima di tutto perché
mi piacque sopra ogni altra città, e poi perché mi parve più
adatta a ospitar con indifferenza, tra tanti forestieri, un
forestiere come me.
La scelta della casa, cioè d'una cameretta decente in qualche
via tranquilla, presso una famiglia discreta, mi costò molta
fatica. Finalmente la trovai in via Ripetta, alla vista del
fiume. A dir vero, la prima impressione che ricevetti della
famiglia che doveva ospitarmi fu poco favorevole; tanto che,
tornato all'albergo, rimasi a lungo perplesso se non mi
convenisse di cercare ancora.
Su Ia porta, al quarto piano, c'erano due targhette: PALEARI
di qua, PAPIANO di là; sotto a questa, un biglietto da
visita, fissato con due bullette di rame, nel quale si leggeva:
Silvia Caporale.
Venne ad aprirmi un vecchio su i sessant'anni (Paleari? Papiano?),
in mutande di tela, coi piedi scalzi entro un pajo di ciabatte
rocciose, nudo il torso roseo, ciccioso, senza un pelo, le mani
insaponate e con un fervido turbante di spuma in capo.
- Oh scusi! - esclamò. - Credevo che fosse la serva... Abbia
pazienza mi trova cosi... Adriana! Terenzio! E subito, via! Vedi
che c'è qua un signore.. Abbia pazienza un momentino;
favorisca... Che cosa desidera?
- S'affitta qua una camera mobiliata?
- Sissignore. Ecco mia figlia: parlerà con lei. Sù, Adriana, la
camera!
Apparve, tutta confusa, una signorinetta piccola piccola,
bionda, pallida, dagli occhi ceruli, dolci e mesti, come tutto
il volto. Adriana, come me! « Oh, guarda un po'! » pensai. «
Neanche a farlo apposta!
- Ma Terenzio dov'è? - domandò l'uomo dal turbante di spuma.
- Oh Dio, papà, sai bene che è a Napoli, da jeri. Ritìrati! Se
ti vedessi... - gli rispose la signorinetta mortificata, con una
vocina tenera che, pur nella lieve irritazione, esprimeva la
mitezza dell'indole.
Quegli si ritirò, ripetendo: - Ah già! ah già! -,
strascicando le ciabatte e seguitando a insaponarsi il capo
calvo e anche il grigio barbone.
Non potei fare a meno di sorridere, ma benevolmente, per non
mortificare di più la figliuola. Ella socchiuse gli occhi, come
per non vedere il mio sorriso.
Mi parve dapprima una ragazzetta; poi, osservando bene
l'espressione del volto, m'accorsi ch'era già donna e che doveva
perciò portare, se vogliamo, quella veste da camera che la
rendeva un po' goffa, non adattandosi al corpo e alle fattezze
di lei così piccolina. Vestiva di mezzo lutto.
Parlando pianissimo e sfuggendo di guardarmi (chi sa che
impressione le feci in prima!), m'introdusse, attraverso un
corridojo bujo, nella camera che dovevo prendere in affitto.
Aperto l'uscio, mi sentii allargare il petto, all'aria, alla
luce che entravano per due ampie finestre prospicienti il fiume.
Si vedeva in fondo in fondo Monte Mario, Ponte Margherita e
tutto il nuovo quartiere dei Prati fino a Castel Sant'Angelo; si
dominava il vecchio ponte di Ripetta e il nuovo che vi si
costruiva accanto; più là il ponte Umberto e tutte le vecchie
case di Tordinona che seguivan la voluta ampia del fiume; in
fondo, da quest'altra parte, si scorgevano le verdi alture del
Gianicolo, col fontanone di San Pietro in Montorio e la statua
equestre di Garibaldi.
In grazia di quella spaziosa veduta presi in affitto la camera,
che era per altro addobbata con graziosa semplicità, di
tappezzeria chiara, bianca e celeste.
- Questo terrazzino qui accanto, - volle dirmi la ragazzetta in
veste da camera, - appartiene pure a noi, almeno per ora. Lo
butteranno giù, dicono, perché fa aggetto.
- Fa... che cosa?
- Aggetto: non si dice così? Ma ci vorrà tempo prima che sia
finito il Lungotevere.
Sentendola parlare piano, con tanta serietà, vestita a quel
modo, sorrisi e dissi:
- Ah sì?
Se ne offese. Chinò gli occhi e si strinse un po' il labbro tra
i denti. Per farle piacere, allora, le parlai anch'io con
gravità:
- E scusi, signorina: non ci sono bambini, è vero, in casa?
Scosse il capo senza aprir bocca. Forse nella mia domanda sentì
ancora un sapor d'ironia, ch'io però non avevo voluto metterci.
Avevo detto bambini e non bambine. Mi
affrettai a riparare un'altra volta.
- E... dica, signorina: loro non affittano altre camere, è vero?
- Questa è la migliore, - mi rispose, senza guardarmi. - Se non
le accomoda...
- No no... Domandavo per sapere se...
- Ne affittiamo un'altra, - disse allora ella, alzando gli occhi
con aria d'indifferenza forzata. - Di là, posta sul davanti...
su la via. E occupata da una signorina che sta con noi ormai da
due anni: dà lezioni di pianoforte... non in casa.
Accennò, così dicendo, un sorriso lieve lieve, e mesto.
Aggiunse:
- Siamo io, il babbo e mio cognato...
- Paleari?
- No: Paleari è il babbo; mio cognato si chiama Terenzio
Papiano. Deve però andar via, col fratello che per ora sta anche
lui qua con noi. Mia sorella è morta... da sei mesi.
Per cangiar discorso, le domandai che pigione avrei dovuto
pagare; ci accordammo subito; le domandai anche se bisognava
lasciare una caparra.
- Faccia lei, - mi rispose. - Se vuole piuttosto lasciare il
nome...
Mi tastai in petto, sorridendo nervosamente, e dissi:
- Non ho... non ho neppure un biglietto da visita... Mi chiamo
Adriano, sì, appunto: ho sentito che si chiama Adriana anche
lei, signorina. Forse le farà dispiacere...
- Ma no! Perché? - fece lei, notando evidentemente il mio
curioso imbarazzo e ridendo questa volta come una vera bambina.
Risi anch'io e soggiunsi:
- E allora, se non le dispiace, mi chiamo Adriano Meis: ecco
fatto! Potrei alloggiare qua stasera stessa? O tornerò meglio
domattina...
Ella mi rispose: - Come vuole, - ma io me ne andai con
l'impressione che le avrei fatto un gran piacere se non fossi
più tornato. Avevo osato nientemeno di non tenere nella debita
considerazione quella sua veste da camera.
Potei vedere però e toccar con mano, pochi giorni dopo, che la
povera fanciulla doveva proprio portarla, quella veste da
camera, di cui ben volentieri, forse, avrebbe fatto a meno.
Tutto il peso della casa era su le sue spalle, e guaj se non ci
fosse stata lei!
Il padre, Anselmo Paleari, quel vecchio che mi era venuto
innanzi con un turbante di spuma in capo, aveva pure così, come
di spuma, il cervello. Lo stesso giorno che entrai in casa sua,
mi si presentò, non tanto - disse - per rifarmi le scuse del
modo poco decente in cui mi era apparso la prima volta, quanto
per il piacere di far la mia conoscenza, avendo io l'aspetto
d'uno studioso o d'un artista, forse:
- Sbaglio?
- Sbaglia. Artista... per niente ! studioso... così così... Mi
piace leggere qualche libro.
- Oh, ne ha di buoni! - fece lui, guardando i dorsi di quei
pochi che avevo già disposti sul palchetto della scrivania. -
Poi, qualche altro giorno, le mostrerò i miei, eh? Ne ho di
buoni anch'io. Mah!
E scrollò le spalle e rimase lì, astratto, con gli occhi
invagati, evidentemente senza ricordarsi più di nulla, né
dov'era né con chi era; ripeté altre due volte: - Mah!...
Mah!, - con gli angoli della bocca contratti in giù, e mi
voltò le spalle per andarsene, senza salutarmi.
Ne provai, lì per lì, una certa meraviglia; ma poi, quando egli
nella sua camera mi mostrò i libri, come aveva promesso, non
solo quella piccola distrazione di mente mi spiegai, ma anche
tant'altre cose. Quei libri recavano titoli di questo genere:
La Mort et l'au-delà - L'homme et ses corps - Les sept
principes de l'homme - Karma - La clef de la Théosophie - A B C
de la Théosophie - La doctrine secrète - Le Plan Astral -
ecc., ecc.
Era ascritto alla scuola teosofica il signor Anselmo Paleari.
Lo avevano messo a riposo, da caposezione in non so qual
Ministero, prima del tempo, e lo avevano rovinato, non solo
finanziariamente, ma anche perché libero e padrone del suo
tempo, egli si era adesso sprofondato tutto ne' suoi fantastici
studii e nelle sue nuvolose meditazioni, astraendosi più che mai
dalla vita materiale. Per lo meno mezza la sua pensione doveva
andarsene nell'acquisto di quei libri. Già se n'era fatta una
piccola biblioteca. La dottrina teosofica però non doveva
soddisfarlo interamente. Certo il tarlo della critica lo rodeva,
perché, accanto a quei libri di teosofia, aveva anche una ricca
collezione di saggi e di studii filosofici antichi e moderni e
libri d'indagine scientifica. In questi ultimi tempi si era dato
anche a gli esperimenti spiritici.
Aveva scoperto nella signorina Silvia Caporale, maestra di
pianoforte, sua inquilina, straordinarie facoltà medianiche, non
ancora bene sviluppate, per dire la verità, ma che si sarebbero
senza dubbio sviluppate, col tempo e con l'esercizio, fino a
rivelarsi superiori a quelle di tutti i medium più
celebrati.
Io, per conto mio, posso attestare di non aver mai veduto in
urla faccia volgarmente brutta, da maschera carnevalesca, un
pajo d'occhi più dolenti di quelli della signorina Silvia
Caporale. Eran nerissimi, intensi, ovati, e davan l'impressione
che dovessero aver dietro un contrappeso di piombo, come quelli
delle bambole automatiche. La signorina Silvia Caporale aveva
più di quarant'anni e anche un bel pajo di baffi, sotto il naso
a pallottola sempre acceso.
Seppi di poi che questa povera donna era arrabbiata d'amore, e
beveva; si sapeva brutta, ormai vecchia e, per disperazione,
beveva. Certe sere si riduceva in casa in uno stato veramente
deplorevole: col cappellino a sghimbescio, la pallottola del
naso rossa come una carota e gli occhi semichiusi, più dolenti
che mai.
Si buttava sul letto, e subito tutto il vino bevuto le riveniva
fuori trasformato in un infinito torrente di lagrime. Toccava
allora alla povera piccola mammina in veste da camera vegliarla,
confortarla fino a tarda notte: ne aveva pietà, pietà che
vinceva la nausea: la sapeva sola al mondo e infelicissima, con
quella rabbia in corpo che le faceva odiar la vita, a cui già
due volte aveva attentato; la induceva pian piano a prometterle
che sarebbe stata buona che non l'avrebbe fatto più; e
sissignori, il giorno appresso se la vedeva comparire tutta
infronzolata e con certe mossette da scimmia, trasformata di
punto in bianco in bambina ingenua e capricciosa.
Le poche lire che le avveniva di guadagnare di tanto in tanto
facendo provar le canzonette a qualche attrice esordiente di
caffè-concerto, se n'andavano così o per bere o per
infronzolarsi, ed ella non pagava né l'affitto della camera né
quel po' che le davano da mangiare là in famiglia. Ma non si
poteva mandar via. Come avrebbe fatto il signor Anselmo Paleari
per i suoi esperimenti spiritici?
C'era in fondo, però, un'altra ragione. La signorina Caporale,
due anni avanti, alla morte della madre, aveva smesso casa e,
venendo a viver lì dai Paleari, aveva affidato circa sei mila
lire, ricavate dalla vendita dei mobili, a Terenzio Papiano, per
un negozio che questi le aveva proposto, sicurissimo e lucroso:
le sei mila lire erano sparite.
Quando ella stessa, la signorina Caporale, lagrimando, mi fece
questa confessione, io potei scusare in qualche modo il signor
Anselmo Paleari, il quale per quella sua follia soltanto m'era
parso dapprima che tenesse una donna di tal risma a contatto
della propria figliuola.
E' vero che per la piccola Adriana, che si dimostrava così
istintivamente buona e anzi troppo savia, non v'era forse da
temere: ella infatti più che d'altro si sentiva offesa
nell'anima da quelle pratiche misteriose del padre, da
quell'evocazione di spiriti per mezzo della signorina Caporale.
Era religiosa la piccola Adriana. Me ne accorsi fin dai primi
giorni per via di un'acquasantiera di vetro azzurro appesa a
muro sopra il tavolino da notte, accanto al mio letto. M'ero
coricato con la sigaretta in bocca, ancora accesa, e m'ero messo
a leggere uno di quei libri del Paleari; distratto, avevo poi
posato il mozzicone spento in quell'acquasantiera. Il giorno
dopo, essa non c'era più. Sul tavolino da notte, invece, c'era
un portacenere. Volli domandarle se la avesse tolta lei dal
muro; ed ella, arrossendo leggermente, mi rispose:
- Scusi tanto, m'è parso che le bisognasse piuttosto un
portacenere.
- Ma c'era acqua benedetta nell'acquasantiera?
- C'era. Abbiamo qui dirimpetto la chiesa di San Rocco...
E se n'andò. Mi voleva dunque santo quella minuscola mammina, se
al fonte di San Rocco aveva attinto l'acqua benedetta anche per
la mia acquasantiera? Per la mia e per la sua, certamente. Il
padre non doveva usarne. E nell'acquasantiera della signorina
Caporale, seppure ne aveva, vin santo, piuttosto.
Ogni minimo che - sospeso come già da un pezzo mi sentivo in un
vuoto strano - mi faceva ora cadere in lunghe riflessioni.
Questo dell'acquasantiera m'indusse a pensare che, fin da
ragazzo, io non avevo più atteso a pratiche religiose, né ero
più entrato in alcuna chiesa per pregare, andato via Pinzone che
mi vi conduceva insieme con Berto, per ordine della mamma. Non
avevo mai sentito alcun bisogno di domandare a me stesso se
avessi veramente una fede. E Mattia Pascal era morto di mala
morte senza conforti religiosi.
Improvvisamente, mi vidi in una condizione assai speciosa. Per
tutti quelli che mi conoscevano, io mi ero tolto - bene o male -
il pensiero più fastidioso e più affliggente che si possa avere,
vivendo: quello della morte. Chi sa quanti, a Miragno, dicevano:
- Beato lui, alla fine! Comunque sia, ha risolto il problema.
E non avevo risolto nulla, io, intanto. Mi trovavo ora coi libri
d'Anselmo Paleari tra le mani, e questi libri m'insegnavano che
i morti, quelli veri, si trovavano nella mia identica
condizione, nei « gusci » del Kâmaloka, specialmente i
suicidi, che il signor Leadbeater, autore del Plan Astral
(premier degré du monde invisible, d'après la théosophie),
raffigura come eccitati da ogni sorta d'appetiti umani, a cui
non possono soddisfare, sprovvisti come sono del corpo carnale,
ch'essi però ignorano d'aver perduto.
« Oh, guarda un po', » pensavo, « ch'io quasi quasi potrei
credere che mi sia davvero affogato nel molino della Stìa
e che intanto mi illuda di vivere ancora. »
Si sa che certe specie di pazzia sono contagiose. Quella del
Paleari, per quanto in prima mi ribellassi, alla fine mi
s'attaccò. Non che credessi veramente di esser morto: non
sarebbe stato un gran male, giacché il forte è morire, e, appena
morti, non credo che si possa avere il tristo desiderio di
ritornare in vita. Mi accorsi tutt'a un tratto che dovevo
proprio morire ancora: ecco il male! Chi se ne ricordava più?
Dopo il mio suicidio alla Stìa, io naturalmente non
avevo veduto più altro, innanzi a me, che la vita. Ed ecco qua,
ora: il signor Anselmo Paleari mi metteva innanzi di continuo
l'ombra della morte.
Non sapeva più parlar d'altro, questo benedett'uomo! Ne parlava
però con tanto fervore e gli scappavan fuori di tratto in
tratto, nella foga del discorso, certe immagini e certe
espressioni così singolari, che, ascoltandolo, mi passava subito
la voglia di cavarmelo d'attorno e d'andarmene ad abitare
altrove. Del resto, la dottrina e la fede del signor Paleari,
tuttoché mi sembrassero talvolta puerili, erano in fondo
confortanti; e, poiché purtroppo mi s'era affacciata l'idea che,
un giorno o l'altro, io dovevo pur morire sul serio, non mi
dispiaceva di sentirne parlare a quel modo.
- C'è logica? - mi domandò egli un giorno, dopo avermi letto un
passo di un libro del Finot, pieno d'una filosofia così
sentimentalmente macabra, che pareva il sogno d'un becchino
morfinomane, su la vita nientemeno dei vermi nati dalla
decomposizione del corpo umano. - C'è logica? Materia, sì
materia: ammettiamo che tutto sia materia. Ma c'è forma e forma,
modo e modo, qualità e qualità: c'è il sasso e l'etere
imponderabile, perdio! Nel mio stesso corpo, c'è l'unghia, il
dente, il pelo, e c'è perbacco il finissimo tessuto oculare.
Ora, sissignore, chi vi dice di no? quella che chiamiamo anima
sarà materia anch'essa; ma vorrete ammettermi che non sarà
materia come l'unghia, come il dente, come il pelo: sarà materia
come l'etere, o che so io. L'etere, sì, l'ammettete come
ipotesi, e l'anima no? C'è logica? Materia, sissignore. Segua il
mio ragionamento, e veda un po' dove arrivo, concedendo tutto.
Veniamo alla Natura. Noi consideriamo adesso l'uomo come l'erede
di una serie innumerevole di generazioni, è vero? come il
prodotto di una elaborazione ben lenta della Natura. Lei, caro
signor Meis, ritiene che sia una bestia anch'esso, crudelissima
bestia e, nel suo insieme, ben poco pregevole? Concedo anche
questo, e dico: sta bene, l'uomo rappresenta nella scala degli
esseri un gradino non molto elevato; dal verme all'uomo poniamo
otto, poniamo sette, poniamo cinque gradini. Ma, perdiana!, la
Natura ha faticato migliaja, migliaja e migliaja di secoli per
salire questi cinque gradini, dal verme all'uomo; s'è dovuta
evolvere, è vero? questa materia per raggiungere come forma e
come sostanza questo quinto gradino, per diventare questa bestia
che ruba, questa bestia che uccide, questa bestia bugiarda, ma
che pure è capace di scrivere la Divina Commedia,
signor Meis, e di sacrificarsi come ha fatto sua madre e mia
madre; e tutt'a un tratto, pàffete, torna zero? C'è logica? Ma
diventerà verme il mio naso, il mio piede, non l'anima mia, per
bacco! materia anch'essa, sissignore, chi vi dice di no? ma non
come il mio naso o come il mio piede. C'è logica?
- Scusi, signor Paleari, - gli obbiettai io, - un grand'uomo
passeggia, cade, batte la testa, diventa scemo. Dov'è l'anima?
Il signor Anselmo restò un tratto a guardare, come se
improvvisamente gli fosse caduto un macigno innanzi ai piedi.
- Dov'è l'anima?
- Sì, lei o io, io che non sono un grand'uomo, ma che pure...
via, ragiono: passeggio, cado, batto la testa, divento scemo.
Dov'è l'anima?
Il Paleari giunse le mani e, con espressione di benigno
compatimento, mi rispose:
- Ma, santo Dio, perché vuol cadere e batter la testa, caro
signor Meis?
- Per un'ipotesi...
- Ma nossignore: passeggi pure tranquillamente. Prendiamo i
vecchi che, senza bisogno di cadere e batter la testa, possono
naturalmente diventare scemi. Ebbene, che vuol dire? Lei
vorrebbe provare con questo che, fiaccandosi il corpo, si
raffievolisce anche l'anima, per dimostrar così che l'estinzione
dell'uno importi l'estinzione dell'altra? Ma scusi! Immagini un
po' il caso contrario: di corpi estremamente estenuati in cui
pur brilla potentissima la luce dell'anima: Giacomo Leopardi! e
tanti vecchi come per esempio Sua Santità Leone XIII! E dunque?
Ma immagini un pianoforte e un sonatore: a un certo punto,
sonando, il pianoforte si scorda; un tasto non batte più; due,
tre corde si spezzano; ebbene, sfido! con uno strumento così
ridotto, il sonatore, per forza, pur essendo bravissimo, dovrà
sonar male. E se il pianoforte poi tace, non esiste più neanche
il sonatore?
- Il cervello sarebbe il pianoforte; il sonatore l'anima?
- Vecchio paragone, signor Meis! Ora se il cervello si guasta,
per forza l'anima s'appalesa scema, o matta, o che so io. Vuol
dire che, se il sonatore avrà rotto, non per disgrazia, ma per
inavvertenza o per volontà lo strumento, pagherà: chi rompe
paga: si paga tutto, si paga. Ma questa è un'altra questione.
Scusi, non vorrà dir nulla per lei che tutta l'umanità, tutta,
dacché se ne ha notizia, ha sempre avuto l'aspirazione a
un'altra vita, di là? E' un fatto, questo, un fatto, una prova
reale.
- Dicono: l'istinto della conservazione...
- Ma nossignore, perché me n'infischio io, sa? di questa vile
pellaccia che mi ricopre! Mi pesa, la sopporto perché so che
devo sopportarla; ma se mi provano, perdiana, che - dopo averla
sopportata per altri cinque o sei o dieci anni - io non avrò
pagato lo scotto in qualche modo, e che tutto finirà lì ma io la
butto via oggi stesso, in questo stesso momento: e dov'è allora
l'istinto della conservazione? Mi conservo unicamente perché
sento che non può finire cosi! Ma altro è l'uomo singolo,
dicono, altro è l'umanità. L'individuo finisce, la specie
continua la sua evoluzione. Bel modo di ragionare, codesto! Ma
guardi un po'! Come se l'umanità non fossi io, non fosse lei e,
a uno a uno, tutti. E non abbiamo ciascuno lo stesso sentimento,
che sarebbe cioè la cosa più assurda e più atroce, se tutto
dovesse consister qui, in questo miserabile soffio che è la
nostra vita terrena: cinquanta, sessant'anni di noja, di
miserie, di fatiche: perché? per niente! per l'umanità? Ma se
l'umanità anch'essa un giorno dovrà finire? Pensi un po': e
tutta questa vita, tutto questo progresso, tutta questa
evoluzione perché sarebbero stati? Per niente? E il niente, il
puro niente, dicono intanto che non esiste... Guarigione
dell'astro, è vero? come ha detto lei l'altro giorno. Va bene:
guarigione; ma bisogna vedere in che senso. Il male della
scienza, guardi, signor Meis, è tutto qui: che vuole occuparsi
della vita soltanto.
- Eh, - sospirai io, sorridendo, - poiché dobbiamo vivere...
- Ma dobbiamo anche morire! - ribatté il Paleari.
- Capisco; perché però pensarci tanto?
- Perché? ma perché non possiamo comprendere la vita, se in
qualche modo non ci spieghiamo la morte! Il criterio direttivo
delle nostre azioni, il filo per uscir da questo labirinto, il
lume insomma, signor Meis, il lume deve venirci di là, dalla
morte.
- Col bujo che ci fa?
- Bujo? Bujo per lei! Provi ad accendervi una lampadina di fede,
con l'olio puro dell'anima. Se questa lampadina manca, noi ci
aggiriamo qua, nella vita, come tanti ciechi, con tutta la luce
elettrica che abbiamo inventato! Sta bene, benissimo, per la
vita, la lampadina elettrica; ma noi, caro signor Meis, abbiamo
anche bisogno di quell'altra che ci faccia un po' di luce per la
morte. Guardi, io provo anche, certe sere, ad accendere un certo
lanternino col vetro rosso; bisogna ingegnarsi in tutti i modi,
tentar comunque di vedere. Per ora, mio genero Terenzio è a
Napoli. Tornerà fra qualche mese, e allora la inviterò ad
assistere a qualche nostra modesta sedutina, se vuole. E chi sa
che quel lanternino... Basta, non voglio dirle altro.
Come si vede, non era molto piacevole la compagnia di Anselmo
Paleari. Ma, pensandoci bene potevo io senza rischio, o meglio,
senza vedermi costretto a mentire, aspirare a qualche altra
compagnia men lontana dalla vita? Mi ricordavo ancora del
cavalier Tito Lenzi. Il signor Paleari invece non si curava di
saper nulla di me, pago dell'attenzione ch'io prestavo a' suoi
discorsi. Quasi ogni mattina, dopo la consueta abluzione di
tutto il corpo, mi accompagnava nelle mie passeggiate; andavamo
o sul Gianicolo o su l'Aventino o su Monte Mario, talvolta sino
a Ponte Nomentano, sempre parlando della morte.
« Ed ecco che bel guadagno ho fatto io, » pensavo, « a non esser
morto davvero! »
Tentavo qualche volta di trarlo a parlar d'altro; ma pareva che
il signor Paleari non avesse occhi per lo spettacolo della vita
intorno; camminava quasi sempre col cappello in mano; a un certo
punto, lo alzava come per salutar qualche ombra ed esclamava:
- Sciocchezze!
Una sola volta mi rivolse, all'improvviso, una domanda
particolare:
- Perché sta a Roma lei, signor Meis?
Mi strinsi ne le spalle e gli risposi:
- Perché mi piace di starci...
- Eppure è una città triste, - osservò egli, scotendo il capo. -
Molti si meravigliano che nessuna impresa vi riesca, che nessuna
idea viva vi attecchisca. Ma questi tali si meravigliano perché
non vogliono riconoscere che Roma è morta.
- Morta anche Roma? - esclamai, costernato.
- Da gran tempo, signor Meis! Ed è vano, creda, ogni sforzo per
farla rivivere. Chiusa nel sogno del suo maestoso passato, non
ne vuol più sapere di questa vita meschina che si ostina a
formicolarle intorno. Quando una città ha avuto una vita come
quella di Roma, con caratteri cosi spiccati e particolari, non
può diventare una città moderna, cioè una città come un'altra.
Roma giace là, col suo gran cuore frantumato, a le spalle del
Campidoglio. Son forse di Roma queste nuove case? Guardi, signor
Meis. Mia figlia Adriana mi ha detto dell'acquasantiera, che
stava in camera sua, si ricorda? Adriana gliela tolse dalla
camera, quell'acquasantiera; ma, l'altro giorno, le cadde di
mano e si ruppe: ne rimase soltanto la conchetta, e questa, ora,
è in camera mia, su la mia scrivania, adibita all'uso che lei
per primo, distrattamente, ne aveva fatto. Ebbene, signor Meis,
il destino di Roma è l'identico. I papi ne avevano fatto - a
modo loro, s'intende - un'acquasantiera; noi italiani ne abbiamo
fatto, a modo nostro, un portacenere. D'ogni paese siamo venuti
qua a scuotervi la cenere del nostro sigaro, che è poi il
simbolo della frivolezza di questa miserrima vita nostra e
dell'amaro e velenoso piacere che essa ci dà.
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il fu mattia pascal
CAPITOLO
11 - di sera, guardando il fiume |
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Man mano che la familiarità cresceva per la considerazione e la
benevolenza che mi dimostrava il padron di casa, cresceva anche per
me la difficoltà del trattare, il segreto impaccio che già avevo
provato e che spesso ora diventava acuto come un rimorso, nel
vedermi lì, intruso in quella famiglia, con un nome falso, coi
lineamenti alterati, con una esistenza fittizia e quasi
inconsistente. E mi proponevo di trarmi in disparte quanto più mi
fosse possibile, ricordando di continuo a me stesso che non dovevo
accostarmi troppo alla vita altrui, che dovevo sfuggire ogni
intimità e contentarmi di vivere così fuor fuori.
- Libero! - dicevo ancora; ma già cominciavo a penetrare il
senso e a misurare i confini di questa mia libertà.
Ecco: essa, per esempio, voleva dire starmene lì, di sera,
affacciato a una finestra, a guardare il fiume che fluiva nero e
silente tra gli argini nuovi e sotto i ponti che vi riflettevano
i lumi dei loro fanali, tremolanti come serpentelli di fuoco;
seguire con la fantasia il corso di quelle acque, dalla remota
fonte apennina, via per tante campagne, ora attraverso la città,
poi per la campagna di nuovo, fino alla foce; fingermi col
pensiero il mare tenebroso e palpitante in cui quelle acque,
dopo tanta corsa, andavano a perdersi, e aprire di tratto in
tratto la bocca a uno sbadiglio.
- Libertà... libertà... - mormoravo. - Ma pure, non sarebbe lo
stesso anche altrove?
Vedevo qualche sera nel terrazzino lì accanto la mammina di casa
in veste da camera, intenta a innaffiare i vasi di fiori. « Ecco
la vita! » pensavo. E seguivo con gli occhi la dolce fanciulla
in quella sua cura gentile, aspettando di punto in punto che
ella levasse lo sguardo verso la mia finestra. Ma invano. Sapeva
che stavo lì; ma, quand'era sola, fingeva di non accorgersene.
Perché? effetto di timidezza soltanto, quel ritegno, o forse me
ne voleva ancora, in segreto, la cara mammina, della poca
considerazione ch'io crudelmente mi ostinavo a dimostrarle?
Ecco, ella ora, posato l'annaffiatojo, si appoggiava al
parapetto del terrazzino e si metteva a guardare il fiume anche
lei, forse per darmi a vedere che non si curava né punto né poco
di me, poiché aveva per proprio conto pensieri ben gravi da
meditare, in quell'atteggiamento, e bisogno di solitudine.
Sorridevo tra me, così pensando; ma poi, vedendola andar via dal
terrazzino, riflettevo che quel mio giudizio poteva anche essere
errato, frutto del dispetto istintivo che ciascuno prova nel
vedersi non curato; e: « Perché, del resto, » mi domandavo, «
dovrebbe ella curarsi di me, rivolgermi, senza bisogno, la
parola? Io qui rappresento la disgrazia della sua vita, la
follia di suo padre; rappresento forse un'umiliazione per lei.
Forse ella rimpiange ancora il tempo che suo padre era in
servizio e non aveva bisogno d'affittar camere e d'avere
estranei per casa. E poi un estraneo come me! Io le faccio forse
paura, povera bambina, con quest'occhio e con questi occhiali...
».
Il rumore di qualche vettura sul prossimo ponte di legno mi
scoteva da quelle riflessioni; sbuffavo, mi ritraevo dalla
finestra; guardavo il letto, guardavo i libri, restavo un po'
perplesso tra questi e quello, scrollavo infine le spalle, davo
di piglio al cappellaccio e uscivo, sperando di liberarmi,
fuori, da quella noja smaniosa.
Andavo, secondo l'ispirazione del momento, o nelle vie più
popolate o in luoghi solitarii. Ricordo, una notte, in piazza
San Pietro, l'impressione di sogno, d'un sogno quasi lontano,
ch'io m'ebbi da quel mondo secolare, racchiuso lì tra le braccia
del portico maestoso, nel silenzio che pareva accresciuto dal
continuo fragore delle due fontane. M'accostai a una di esse, e
allora quell'acqua soltanto mi sembrò viva, lì, e tutto il resto
quasi spettrale e profondamente malinconico nella silenziosa,
immota solennità.
Ritornando per via Borgo Nuovo, m'imbattei a un certo punto in
un ubriaco, il quale, passandomi accanto e vedendomi
cogitabondo, si chinò, sporse un po' il capo, a guardarmi in
volto da sotto in sù, e mi disse, scotendomi leggermente il
braccio:
- Allegro!
Mi fermai di botto, sorpreso, a squadrarlo da capo a piedi.
- Allegro! - ripeté, accompagnando l'esortazione con un gesto
della mano che significava: « Che fai? che pensi? non ti curar
di nulla! ».
E s'allontanò, cempennante, reggendosi con una mano al muro.
A quell'ora, per quella via deserta, lì vicino al gran tempio e
coi pensieri ancora in mente, ch'esso mi aveva suscitati,
l'apparizione di questo ubriaco e il suo strano consiglio
amorevole e filosoficamente pietoso, m'intronarono: restai non
so per quanto tempo a seguir con gli occhi quell'uomo, poi
sentii quel mio sbalordimento rompersi, quasi, in una folle
risata.
« Allegro! Si, caro. Ma io non posso andare in una taverna come
te, a cercar l'allegria, che tu mi consigli, in fondo a un
bicchiere. Non ce la saprei trovare io lì, purtroppo! Ne so
trovarla altrove! Io vado al caffè, mio caro, tra gente per
bene, che fuma e ciarla di politica. Allegri tutti, anzi felici,
noi potremmo essere a un sol patto, secondo un avvocatino
imperialista che frequenta il mio caffè: a patto d'esser
governati da un buon re assoluto. Tu non le sai, povero ubriaco
filosofo, queste cose; non ti passano neppure per la mente. Ma
la causa vera di tutti i nostri mali, di questa tristezza
nostra, sai qual è? La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè
il governo della maggioranza. Perché, quando il potere è in mano
d'uno solo, quest'uno sa d'esser uno e di dover contentare
molti; ma quando i molti governano, pensano soltanto a contentar
se stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa:
la tirannia mascherata da libertà. Ma sicuramente! Oh perché
credi che soffra io? Io soffro appunto per questa tirannia
mascherata da libertà... Torniamo a casa! »
Ma quella era la notte degl'incontri.
Passando, poco dopo, per Tordinona quasi al bujo, intesi un
forte grido, tra altri soffocati, in uno dei vicoli che sbucano
in questa via. Improvvisamente mi vidi precipitare innanzi un
groviglio di rissanti. Eran quattro miserabili, armati di nodosi
bastoni, addosso a una donna da trivio.
Accenno a quest'avventura, non per farmi bello d'un atto di
coraggio, ma per dire anzi della paura che provai per le
conseguenze di esso. Erano quattro quei mascalzoni, ma avevo
anch'io un buon bastone ferrato. E vero che due di essi mi
s'avventarono contro anche coi coltelli. Mi difesi alla meglio,
facendo il mulinello e saltando a tempo in qua e in là per non
farmi prendere in mezzo; riuscii alla fine ad appoggiar sul capo
al più accanito un colpo bene assestato, col pomo di ferro: lo
vidi vacillare, poi prender la corsa; gli altri tre allora,
forse temendo che qualcuno stesse ormai per accorrere agli
strilli della donna, lo seguirono. Non so come, mi trovai ferito
alla fronte. Gridai alla donna, che non smetteva ancora di
chiamare ajuto, che si stesse zitta; ma ella, vedendomi con la
faccia rigata di sangue, non seppe frenarsi e, piangendo, tutta
scarmigliata, voleva soccorrermi, fasciarmi col fazzoletto di
seta che portava sul seno, stracciato nella rissa.
- No, no, grazie, - le dissi, schermendomi con ribrezzo. -
Basta... Non è nulla! Va', va' subito... Non ti far vedere.
E mi recai alla fontanella, che è sotto la rampa del ponte lì
vicino, per bagnarmi la fronte. Ma, mentr'ero lì, ecco due
guardie affannate, che vollero sapere che cosa fosse accaduto.
Subito, la donna, che era di Napoli, prese a narrare il « guajo
che aveva passato » con me, profondendo le frasi più affettuose
e ammirative del suo repertorio dialettale al mio indirizzo. Ci
volle del bello e del buono, per liberarmi di quei due zelanti
questurini, che volevano assolutamente condurmi con loro, perché
denunziassi il fatto. Bravo! Non ci sarebbe mancato altro! Aver
da fare con la questura, adesso! comparire il giorno dopo nella
cronaca dei giornali come un quasi eroe, io che me ne dovevo
star zitto, in ombra, ignorato da tutti...
Eroe, ecco, eroe non potevo più essere davvero. Se non a patto
di morirci... Ma se ero già morto!
- E vedovo lei, scusi, signor Meis?
Questa domanda mi fu rivolta a bruciapelo, una sera, dalla
signorina Caporale nel terrazzino, dove ella si trovava con
Adriana e dove mi avevano invitato a passare un po' di tempo in
loro compagnia.
Restai male, lì per lì; risposi:
- Io no; perché?
- Perché lei col pollice si stropiccia sempre l'anulare, come
chi voglia far girare un anello attorno al dito. Cosi... E vero,
Adriana?
Ma guarda un po' fin dove vanno a cacciarsi gli occhi delle
donne, o meglio, di certe donne, poiché Adriana dichiarò di non
essersene mai accorta.
- Non ci avrai fatto attenzione! - esclamò la Caporale.
Dovetti riconoscere che, per quanto neanche io vi avessi fatto
mai attenzione, poteva darsi che avessi quel vezzo.
- Ho tenuto difatti, - mi vidi costretto ad aggiungere, - per
molto tempo, qui, un anellino, che poi ho dovuto far tagliare da
un orefice, perché mi serrava troppo il dito e mi faceva male.
- Povero anellino! - gemette allora, storcignandosi, la
quarantenne, in vena quella sera di lezii infantili. - Tanto
stretto le stava? Non voleva uscirle più dal dito? Sarà stato
forse il ricordo d'un...
- Silvia! - la interruppe la piccola Adriana, in tono di
rimprovero.
- Che male c'è? - riprese quella. - Volevo dire d'un primo
amore... Sù, ci dica qualche cosa, signor Meis. Possibile, che
lei non debba parlar mai?
- Ecco, - dissi io, - pensavo alla conseguenza che lei ha tratto
dal mio vezzo di stropicciarmi il dito. Conseguenza arbitraria,
cara signorina. Perché i vedovi, ch'io mi sappia, non sogliono
levarsi l'anellino di fede. Pesa, se mai, la moglie, non
l'anellino, quando la moglie non c'è più. Anzi, come ai veterani
piace fregiarsi delle loro medaglie, così al vedovo, credo,
portar l'anellino.
- Eh sì! - esclamò la Caporale. - Lei storna abilmente il
discorso.
- Come! Se voglio anzi approfondirlo!
- Che approfondire! Non approfondisco mai nulla, io. Ho avuto
questa impressione, e basta.
- Che fossi vedovo?
- Sissignore. Non pare anche a te, Adriana, che ne abbia l'aria,
il signor Meis?
Adriana si provò ad alzar gli occhi su me, ma li riabbassò
subito, non sapendo - timida com'era - sostenere lo sguardo
altrui; sorrise lievemente del suo solito sorriso dolce e mesto,
e disse:
- Che vuoi che sappia io dell'aria dei vedovi? Sei curiosa!
Un pensiero, un'immagine dovette balenarle in quel punto alla
mente; si turbò, e si volse a guardare il fiume sottostante.
Certo quell'altra comprese, perché sospirò e si volse anche lei
a guardare il fiume.
Un quarto, invisibile, era venuto evidentemente a cacciarsi tra
noi. Compresi alla fine anch'io, guardando la veste da camera di
mezzo lutto di Adriana, e argomentai che Terenzio Papiano, il
cognato che si trovava ancora a Napoli, non doveva aver l'aria
del vedovo compunto, e che, per conseguenza, quest'aria, secondo
la signorina Caporale, la avevo io.
Confesso che provai gusto che quella conversazione finisse così
male. Il dolore cagionato ad Adriana col ricordo della sorella
morta e di Papiano vedovo, era infatti per la Caporale il
castigo della sua indiscrezione.
Se non che, volendo esser giusti, questa che pareva a me
indiscrezione, non era in fondo naturale curiosità
scusabilissima, in quanto che per forza doveva nascere da quella
specie di silenzio strano che era attorno alla mia persona? E
giacché la solitudine mi riusciva ormai insopportabile e non
sapevo resistere alla tentazione d'accostarmi a gli altri,
bisognava pure che alle domande di questi altri, i quali avevano
bene il diritto di sapere con chi avessero da fare, io
soddisfacessi, rassegnato, nel miglior modo possibile, cioè
mentendo, inventando: non c'era via di mezzo! La colpa non era
degli altri, era mia; adesso l'avrei aggravata, è vero, con la
menzogna; ma se non volevo, se ci soffrivo, dovevo andar via,
riprendere il mio vagabondaggio chiuso e solitario.
Notavo che Adriana stessa, la quale non mi rivolgeva mai alcuna
domanda men che discreta, stava pure tutta orecchi ad ascoltare
ciò che rispondevo a quelle della Caporale, che, per dir la
verità, andavano spesso un po' troppo oltre i limiti della
curiosità naturale e scusabile.
Una sera, per esempio, lì nel terrazzino, ove ora solitamente ci
riunivamo quand'io tornavo da cena, mi domandò, ridendo e
schermendosi da Adriana che le gridava eccitatissima: - No,
Silvia, te lo proibisco! Non t'arrischiare! - mi domandò:
- Scusi, signor Meis, Adriana vuol sapere perché lei non si fa
crescere almeno i baffi...
- Non è vero! - gridò Adriana. - Non ci creda, signor Meis! E
stata lei, invece... Io...
Scoppiò in lagrime, improvvisamente, la cara mammina. Subito la
Caporale cercò di confortarla, dicendole:
- Ma no, via! che c'entra! che c'è di male?
Adriana la respinse con un gomito:
- C'è di male che tu hai mentito, e mi fai rabbia! Parlavamo
degli attori di teatro che sono tutti... così, e allora tu hai
detto: « Come il signor Meis! Chi sa perché non si fa
crescere almeno i baffi?... », e io ho ripetuto: « Già, chi sa
perché... ».
- Ebbene, - riprese la Caporale, - chi dice « Chi sa
perché... », vuol dire che vuol saperlo!
- Ma l'hai detto prima tu! - protestò Adriana, al colmo della
stizza.
- Posso rispondere? - domandai io per rimetter la calma.
- No, scusi, signor Meis: buona sera! - disse Adriana, e si alzò
per andar via
Ma la Caporale la trattenne per un braccio:
- Eh via, come sei sciocchina! Si fa per ridere... Il signor
Adriano è tanto buono, che ci compatisce. Non è vero, signor
Adriano? Glielo dica lei... per che non si fa crescere almeno i
baffi.
Questa volta Adriana rise, con gli occhi ancora lagrimosi.
- Perché c'è sotto un mistero, - risposi io allora alterando
burlescamente la voce. - Sono congiurato!
- Non ci crediamo! - esclamò la Caporale con lo stesso tono; ma
poi soggiunse: - Però, senta: che è un sornione non si può
mettere in dubbio. Che cosa è andato a fare, per esempio, oggi
dopopranzo alla Posta?
- Io alla Posta?
- Sissignore. Lo nega? L'ho visto con gli occhi miei. Verso le
quattro... Passavo per piazza San Silvestro...
- Si sarà ingannata, signorina: non ero io.
- Già, già, - fece la Caporale, incredula. - Corrispondenza
segreta... Perché, è vero, Adriana?, non riceve mai lettere in
casa questo signore. Me l'ha detto la donna di servizio,
badiamo!
Adriana s'agitò, seccata, su la seggiola.
- Non le dia retta, - mi disse, rivolgendomi un rapido sguardo
dolente e quasi carezzevole.
- Né in casa, né ferme in posta! - risposi io. - E vero
purtroppo! Nessuno mi scrive, signorina, per la semplice ragione
che non ho più nessuno che mi possa scrivere.
- Nemmeno un amico? Possibile? Nessuno?
- Nessuno. Siamo io e l'ombra mia, su la terra. Me la son
portata a spasso, quest'ombra, di qua e di là continuamente, e
non mi son mai fermato tanto, finora, in un luogo, da potervi
contrarre un'amicizia duratura.
- Beato lei, - esclamò la Caporale, sospirando, - che ha potuto
viaggiare tutta la vita! Ci parli almeno de' suoi viaggi, via,
se non vuol parlarci d'altro.
A poco a poco, superati gli scogli delle prime domande
imbarazzanti, scansandone alcuni coi remi della menzogna, che mi
servivan da leva e da puntello, aggrappandomi, quasi con tutte e
due le mani, a quelli che mi stringevano più da presso, per
girarli pian piano, prudentemente, la barchetta della mia
finzione poté alla fine filare al largo e issar la vela della
fantasia.
E ora io, dopo un anno e più di forzato silenzio, provavo un
gran piacere a parlare, a parlare, ogni sera, lì nel terrazzino,
di quel che avevo veduto, delle osservazioni fatte, degli
incidenti che mi erano occorsi qua e là. Meravigliavo io stesso
d'avere accolto, viaggiando, tante impressioni, che il silenzio
aveva quasi sepolte in me, e che ora, parlando, risuscitavano,
mi balzavan vive dalle labbra. Quest'intima meraviglia coloriva
straordinariamente la mia narrazione; dal piacere poi che le due
donne, ascoltando, dimostravano di provarne, mi nasceva a mano a
mano il rimpianto d'un bene che non avevo allora realmente
goduto; e anche di questo rimpianto s'insaporava ora la mia
narrazione.
Dopo alcune sere, l'atteggiamento, il tratto della signorina
Caporale erano radicalmente mutati a mio riguardo. Gli occhi
dolenti le si appesantirono d'un languore così intenso, che
richiamavan più che mai l'immagine del contrappeso di piombo
interno, e più che mai buffo apparve il contrasto fra essi e la
faccia da maschera carnevalesca. Non c'era dubbio: s'era
innamorata di me la signorina Caporale!
Dalla sorpresa ridicolissima che ne provai, m'accorsi intanto
che io, in tutte quelle sere, non avevo parlato affatto per lei,
ma per quell'altra che se n'era stata sempre taciturna ad
ascoltare. Evidentemente però quest'altra aveva anche sentito
ch'io parlavo per lei sola, giacché subito tra noi si stabilì
come una tacita intesa di pigliarci a godere insieme il comico e
impreveduto effetto de' miei discorsi sulle sensibilissime corde
sentimentali della quarantenne maestra di pianoforte.
Ma, con questa scoperta, nessun pensiero men che puro entrò in
me per Adriana: quella sua candida bontà soffusa di mestizia non
poteva ispirarne; provavo però tanta letizia di quella prima
confidenza quale e quanta la delicata timidezza poteva
consentirgliene. Era un fuggevole sguardo, come il lampo d una
grazia dolcissima; era un sorriso di commiserazione per la
ridicola lusinga di quella povera donna; era qualche benevolo
richiamo ch'ella mi accennava con gli occhi e con un lieve
movimento del capo, se io eccedevo un po', per il nostro spasso
segreto, nel dar filo di speranza all'aquilone di colei che or
si librava nei cieli della beatitudine, ora svariava per qualche
mia stratta improvvisa e violenta.
- Lei non deve aver molto cuore, - mi disse una volta la
Caporale, - se è vero ciò che dice e che io non credo, d'esser
passato finora incolume per la vita.
- Incolume? come?
- Sì, intendo senza contrarre passioni...
- Ah, mai, signorina, mai!
- Non ci ha voluto dire, intanto, donde le fosse venuto
quell'anellino che si fece tagliare da un orefice perché le
serrava troppo il dito...
- E mi faceva male! Non gliel'ho detto? Ma si! Era un ricordo
del nonno, signorina.
- Bugia!
- Come vuol lei; ma guardi, io posso finanche dirle che il nonno
m'aveva regalato quell'anellino a Firenze, uscendo dalla
Galleria degli Uffizi, e sa perché? perché io, che avevo allora
dodici anni, avevo scambiato un Perugino per un
Raffaello. Proprio così. In premio di questo sbaglio m'ebbi
l'anellino, comprato in una delle bacheche a Ponte Vecchio. Il
nonno infatti riteneva fermamente, non so per quali sue ragioni,
che quel quadro del Perugino dovesse invece essere attribuito a
Raffaello. Ecco spiegato il mistero! Capirà che tra la mano d'un
giovinetto di dodici anni e questa manaccia mia, ci corre. Vede?
Ora son tutto così, come questa manaccia che non comporta
anellini graziosi. Il cuore forse ce l'avrei; ma io sono anche
giusto, signorina; mi guardo allo specchio, con questo bel pajo
d'occhiali, che pure sono in parte pietosi, e mi sento cader le
braccia: « Come puoi tu pretendere, mio caro Adriano, » dico a
me stesso, « che qualche donna s'innamori di te? ».
- Oh che idee! - esclamò la Caporale. - Ma lei crede d'esser
giusto, dicendo così? E' ingiustissimo, invece, verso noi donne.
Perché la donna, caro signor Meis, lo sappia, è più generosa
dell'uomo, e non bada come questo alla bellezza esteriore
soltanto.
- Diciamo allora che la donna è anche più coraggiosa dell'uomo,
signorina. Perché riconosco che, oltre alla generosità, ci
vorrebbe una buona dose di coraggio per amar veramente un uomo
come me.
- Ma vada via! Già lei prova gusto a dirsi e anche a farsi più
brutto che non sia.
- Questo è vero. E sa perché? Per non ispirare compassione a
nessuno. Se cercassi, veda, d'acconciarmi in qualche modo, farei
dire: « Guarda un po' quel pover'uomo: si lusinga d'apparir meno
brutto con quel pajo di baffi! ». Invece, così, no. Sono brutto?
E là: brutto bene, di cuore, senza misericordia. Che ne dice?
La signorina Caporale trasse un profondo sospiro.
- Dico che ha torto, - poi rispose. - Se provasse invece a farsi
crescere un po' la barba, per esempio, s'accorgerebbe subito di
non essere quel mostro che lei dice.
- E quest'occhio qui? - le domandai.
- Oh Dio, poiché lei ne parla con tanta disinvoltura, - fece la
Caporale, - avrei voluto dirglielo da parecchi giorni: perché
non s'assoggetta, scusi, a una operazione ormai facilissima?
Potrebbe, volendo, liberarsi in poco tempo anche di questo lieve
difetto.
- Vede, signorina? - conclusi io. - Sarà che la donna è più
generosa dell'uomo; ma le faccio notare che a poco a poco lei mi
ha consigliato di combinarmi un'altra faccia.
Perché avevo tanto insistito su questo discorso? Volevo proprio
che la maestra Caporale mi spiattellasse lì, in presenza
d'Adriana, ch'ella mi avrebbe amato, anzi mi amava, anche così,
tutto raso, e con quell'occhio sbalestrato? No. Avevo tanto
parlato e avevo rivolto tutte quelle domande particolareggiate
alla Caporale, perché m'ero accorto del piacere forse
incosciente che provava Adriana alle risposte vittoriose che
quella mi dava.
Compresi così, che, non ostante quel mio strambo aspetto, ella
avrebbe potuto amarmi. Non lo dissi neanche a me
stesso; ma, da quella sera in poi, mi sembrò più soffice il
letto ch'io occupavo in quella casa, più gentili tutti gli
oggetti che mi circondavano, più lieve l'aria che respiravo, più
azzurro il cielo, più splendido il sole. Volli credere che
questo mutamento dipendesse ancora perché Mattia Pascal era
finito lì, nel molino della Stìa, e perché io, Adriano
Meis, dopo avere errato un pezzo sperduto in quella nuova
libertà illimitata, avevo finalmente acquistato l'equilibrio,
raggiunto l'ideale che m'ero prefisso, di far di me un
altr'uomo, per vivere un'altra vita, che ora, ecco, sentivo,
sentivo piena in me.
E il mio spirito ridiventò ilare, come nella prima giovinezza;
perdette il veleno dell'esperienza. Finanche il signor Anselmo
Paleari non mi sembrò più tanto nojoso: l'ombra, la nebbia, il
fumo della sua filosofia erano svaniti al sole di quella mia
nuova gioja. Povero signor Anselmo! delle due cose, a cui si
doveva, secondo lui, pensare su la terra, egli non s'accorgeva
che pensava ormai a una sola: ma forse, via! aveva anche pensato
a vivere a' suoi bei dì! Era più degna di compassione la maestra
Caporale, a cui neanche il vino riusciva a dar
l'</I>allegria</I> di quell'indimenticabile ubriaco di Via Borgo
Nuovo: voleva vivere, lei, poveretta, e stimava ingenerosi gli
uomini che badano soltanto alla bellezza esteriore. Dunque,
intimamente, nell'anima, ci sentiva bella, lei? Oh chi sa di
quali e quanti sacrifizii sarebbe stata capace veramente, se
avesse trovato un uomo « generoso »! Forse non avrebbe più
bevuto neppure un dito di vino.
« Se noi riconosciamo, » pensavo, « che errare è dell'uomo, non
è crudeltà sovrumana la giustizia? »
E mi proposi di non esser più crudele verso la povera signorina
Caporale. Me lo proposi; ma, ahimè, fui crudele senza volerlo; e
anzi tanto più, quanto meno volli essere. La mia affabilità fu
nuova esca al suo facile fuoco. E intanto avveniva questo: che,
alle mie parole, la povera donna impallidiva, mentre Adriana
arrossiva. Non sapevo bene ciò che dicessi, ma sentivo che ogni
parola, il suono, l'espressione di essa non spingeva mai tanto
oltre il turbamento di colei a cui veramente era diretta, da
rompere la segreta armonia, che già - non so come - s'era tra
noi stabilita.
Le anime hanno un loro particolar modo d'intendersi, d'entrare
in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono
tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nella
schiavitù delle esigenze sociali. Han bisogni lor proprii e loro
proprie aspirazioni le anime, di cui il corpo non si dà per
inteso, quando veda l'impossibilità di soddisfarli e di tradurle
in atto. E ogni qualvolta due che comunichino fra loro così, con
le anime soltanto, si trovano soli in qualche luogo, provano un
turbamento angoscioso e quasi una repulsione violenta d'ogni
minimo contatto materiale, una sofferenza che li allontana, e
che cessa subito, non appena un terzo intervenga. Allora,
passata l'angoscia, le due anime sollevate si ricercano e
tornano a sorridersi da lontano.
Quante volte non ne feci l'esperienza con Adriana! Ma l'impaccio
ch'ella provava era allora per me effetto del natural ritegno e
della timidezza della sua indole, e il mio credevo derivasse dal
rimorso che la finzione mi cagionava, la finzione del mio
essere, continua, a cui ero obbligato, di fronte al candore e
alla ingenuità di quella dolce e mite creatura.
La vedevo ormai con altri occhi. Ma non s'era ella veramente
trasformata da un mese in qua? Non s'accendevano ora d'una più
viva luce interiore i suoi sguardi fuggitivi? e i suoi sorrisi
non accusavano ora men penoso lo sforzo che le costava quel suo
fare da savia mammina, il quale a me da prima era apparso come
un'ostentazione?
Sì, forse anch'ella istintivamente obbediva al bisogno mio
stesso, al bisogno di farsi l'illusione d'una nuova vita, senza
voler sapere né quale né come. Un desiderio vago, come un'aura
dell'anima, aveva schiuso pian piano per lei, come per me, una
finestra nell'avvenire, donde un raggio dal tepore inebriante
veniva a noi, che non sapevamo intanto appressarci a quella
finestra né per richiuderla né per vedere che cosa ci fosse di
là.
Risentiva gli effetti di questa nostra pura soavissima ebrezza
la povera signorina Caporale.
- Oh sa, signorina, - diss'io a questa una sera, - che quasi
quasi ho deciso di seguire il suo consiglio?
- Quale? - mi domandò ella.
- Di farmi operare da un oculista.
La Caporale batté le mani, tutta contenta.
- Ah! Benissimo! Il dottor Ambrosini! Chiami l'Ambrosini: è il
più bravo: fece l'operazione della cateratta alla povera mamma
mia. Vedi? vedi, Adriana, che lo specchio ha parlato? Che ti
dicevo io?
Adriana sorrise, e sorrisi anch'io.
- Non lo specchio, signorina - dissi però. - S'è fatto sentire
il bisogno. Da un po' di tempo a questa parte, l'occhio mi fa
male: non mi ha servito mai bene; tuttavia non vorrei perderlo.
Non era vero: aveva ragione lei, la signorina Caporale: lo
specchio, lo specchio aveva parlato e mi aveva detto che se
un'operazione relativamente lieve poteva farmi sparire dal volto
quello sconcio connotato così particolare di Mattia Pascal,
Adriano Meis avrebbe potuto anche fare a meno degli occhiali
azzurri, concedersi un pajo di baffi e accordarsi insomma, alla
meglio, corporalmente, con le proprie mutate condizioni di
spirito.
Pochi giorni dopo, una scena notturna, a cui assistetti,
nascosto dietro la persiana d'una delle mie finestre, venne a
frastornarmi all'improvviso.
La scena si svolse nel terrazzino lì accanto, dove mi ero
trattenuto fin verso le dieci, in compagnia delle due donne.
Ritiratomi in camera, m'ero messo a leggere, distratto, uno dei
libri prediletti del signor Anselmo, su la Rincarnazione.
Mi parve, a un certo punto, di sentir parlare nel terrazzino:
tesi l'orecchio per accertarmi se vi fosse Adriana. No. Due vi
parlavan basso, concitatamente: sentivo una voce maschile, che
non era quella del Paleari. Ma di uomini in casa non c'eravamo
altri che lui e io. Incuriosito, m'appressai alla finestra per
guardar dalle spie della persiana. Nel bujo mi parve discernere
la signorina Caporale. Ma chi era quell'uomo con cui essa
parlava? Che fosse arrivato da Napoli, improvvisamente, Terenzio
Papiano?
Da una parola proferita un po' più forte dalla Caporale compresi
che parlavano di me. M'accostai di più alla persiana e tesi
maggiormente l'orecchio. Quell'uomo si mostrava irritato delle
notizie che certo la maestra di pianoforte gli aveva dato di me;
ed ecco, ora essa cercava d'attenuar l'impressione che quelle
notizie avevan prodotto nell'animo di colui.
- Ricco? - domandò egli, a un certo punto.
E la Caporale:
- Non so. Pare! Certo campa sul suo, senza far nulla...
- Sempre per casa?
- Ma no! E poi domani lo vedrai...
Disse proprio così: vedrai. Dunque gli dava del tu;
dunque il Papiano (non c'era più dubbio) era l'amante della
signorina Caporale... E come mai, allora, in tutti quei giorni,
s'era ella dimostrata così condiscendente con me?
La mia curiosità diventò più che mai viva; ma, quasi a farmelo
apposta, quei due si misero a parlare pianissimo. Non potendo
più con gli orecchi, cercai d'ajutarmi con gli occhi. Ed ecco,
vidi che la Caporale posava una mano su la spalla di Papiano.
Questi, poco dopo, la respinse sgarbatamente.
- Ma come potevo io impedirlo? - disse quella, alzando un po' la
voce con intensa esasperazione. - Chi sono io? che rappresento
io in questa casa?
- Chiamami Adriana! - le ordinò quegli allora, imperioso.
Sentendo proferire il nome di Adriana con quel tono, strinsi le
pugna e sentii frizzarmi il sangue per le vene.
- Dorme, - disse la Caporale.
E colui, fosco, minaccioso :
- Va' a svegliarla! subito!
Non so come mi trattenni dallo spalancar di furia la persiana.
Lo sforzo che feci per impormi quel freno, mi richiamò intanto
in me stesso per un momento. Le medesime parole, che aveva or
ora proferite con tanta esasperazione quella povera donna, mi
vennero alle labbra: « Chi sono io? che rappresento io in questa
casa? ».
Mi ritrassi dalla finestra. Subito però mi sovvenne la scusa che
io ero pure in ballo lì: parlavano di me, quei due, e quell'uomo
voleva ancora parlarne con Adriana: dovevo sapere, conoscere i
sentimenti di colui a mio riguardo.
La facilità però con cui accolsi questa scusa per la
indelicatezza che commettevo spiando e origliando così nascosto,
mi fece sentire, intravedere ch'io ponevo innanzi il mio proprio
interesse per impedirmi di assumer coscienza di quello ben più
vivo che un'altra mi destava in quel momento.
Tornai a guardare attraverso le stecche della persiana.
La Caporale non era più nel terrazzino. L'altro, rimasto solo,
s'era messo a guardare il fiume appoggiato con tutti e due i
gomiti sul parapetto e la testa tra le mani.
In preda a un'ansia smaniosa, attesi, curvo, stringendomi forte
con le mani i ginocchi, che Adriana si facesse al terrazzino. La
lunga attesa non mi stancò affatto, anzi mi sollevò man mano, mi
procurò una viva e crescente soddisfazione: supposi che Adriana,
di là, non volesse arrendersi alla prepotenza di quel villano.
Forse la Caporale la pregava a mani giunte. Ed ecco, intanto,
colui, là nel terrazzino, si rodeva dal dispetto. Sperai, a un
certo punto, che la maestra venisse a dire che Adriana non aveva
voluto levarsi. Ma no: eccola!
Papiano le andò subito incontro.
- Lei vada a letto! - intimò alla signorina Caporale. - Mi lasci
parlare con mia cognata.
Quella ubbidì, e allora Papiano fece per chiudere le imposte tra
la sala da pranzo e il terrazzino.
- Nient'affatto! - disse Adriana, tendendo un braccio contro
l'imposta.
- Ma io ho da parlarti! - inveì il cognato, con fosca maniera,
sforzandosi di parlar basso.
- Parla così! Che vuoi dirmi? - riprese Adriana. - Avresti
potuto aspettare fino a domani.
- No! ora! - ribatté quegli, afferrandole un braccio e
attirandola a sé.
- Insomma! - gridò Adriana, svincolandosi fieramente.
Non mi potei più reggere: aprii la persiana.
- Oh! signor Meis! - chiamò ella subito. - Vuol venire un po'
qua, se non le dispiace?
- Eccomi, signorina! - m'affrettai a rispondere.
Il cuore mi balzò in petto dalla gioja, dalla riconoscenza: d'un
salto, fui nel corridojo: ma lì, presso l'uscio della mia
camera, trovai quasi asserpolato su un baule un giovane smilzo,
biondissimo, dal volto lungo lungo, diafano, che apriva a
malapena un pajo d'occhi azzurri, languidi, attoniti: m'arrestai
un momento, sorpreso, a guardarlo; pensai che fosse il fratello
di Papiano; corsi al terrazzino.
- Le presento, signor Meis, - disse Adriana, - mio cognato
Terenzio Papiano, arrivato or ora da Napoli.
- Felicissimo! Fortunatissimo! - esclamò quegli, scoprendosi,
strisciando una riverenza, e stringendomi calorosamente la mano.
- Mi dispiace ch'io sia stato tutto questo tempo assente da
Roma; ma son sicuro che la mia cognatina avrà saputo provvedere
a tutto, è vero? Se le mancasse qualche cosa, dica, dica tutto,
sa! Se le bisognasse, per esempio, una scrivania più ampia... o
qualche altro oggetto, dica senza cerimonie... A noi piace
accontentare gli ospiti che ci onorano.
- Grazie, grazie, - dissi io. - Non mi manca proprio nulla.
Grazie.
- Ma dovere, che c'entra! E si avvalga pure di me, sa, in tutte
le sue opportunità, per quel poco che posso valere... Adriana,
figliuola mia, tu dormivi: ritorna pure a letto, se vuoi...
- Eh, tanto, - fece Adriana, sorridendo mestamente, - ora che mi
son levata...
E s'appressò al parapetto, a guardare il fiume.
Sentii ch'ella non voleva lasciarmi solo con colui. Di che
temeva? Rimase lì, assorta, mentre l'altro, col cappello ancora
in mano, mi parlava di Napoli, dove aveva dovuto trattenersi più
tempo che non avesse preveduto, per copiare un gran numero di
documenti dell'archivio privato dell'eccellentissima duchessa
donna Teresa Ravaschieri Fieschi: Mamma Duchessa, come
tutti la chiamavano, Mamma Carità, com'egli avrebbe
voluto chiamarla: documenti di straordinario valore, che
avrebbero recato nuova luce su la fine del regno delle due
Sicilie e segnatamente su la figura di Gaetano Filangieri,
principe di Satriano, che il marchese Giglio, don Ignazio Giglio
d'Auletta, di cui egli, Papiano, era segretario, intendeva
illustrare in una biografia minuta e sincera. Sincera almeno
quanto la devozione e la fedeltà ai Borboni avrebbero al signor
marchese consentito.
Non la finì più. Godeva certo della propria loquela, dava alla
voce, parlando, inflessioni da provetto filodrammatico, e qua
appoggiava una risatina e là un gesto espressivo. Ero rimasto
intronato, come un ceppo d'incudine, e approvavo di tanto in
tanto col capo e di tanto in tanto volgevo uno sguardo ad
Adriana, che se ne stava ancora a guardare il fiume.
- Eh, purtroppo! - baritoneggiò, a mo' di conclusione, Papiano.
- Borbonico e clericale, il marchese Giglio d'Auletta! E io, io
che... (devo guardarmi dal dirlo sottovoce, anche qui, in casa
mia) io che ogni mattina, prima d'andar via, saluto con la mano
la statua di Garibaldi sul Gianicolo (ha veduto? di qua si
scorge benissimo), io che griderei ogni momento: « Viva il XX
settembre! », io debbo fargli da segretario! Degnissimo uomo,
badiamo! ma borbonico e clericale. Sissignore... Pane! Le giuro
che tante volte mi viene da sputarci sopra, perdoni! Mi resta
qua in gola, m'affoga... Ma che posso farci? Pane! pane!
Scrollò due volte le spalle, alzò le braccia e si percosse le
anche.
- Sù, sù, Adrianuccia! - poi disse, accorrendo a lei e
prendendole, lievemente, con ambo le mani la vita : - A letto! E
tardi. Il signore avrà sonno.
Innanzi all'uscio della mia camera Adriana mi strinse forte la
mano, come finora non aveva mai fatto. Rimasto solo, io tenni a
lungo il pugno stretto, come per serbar la pressione della mano
di lei. Tutta quella notte rimasi a pensare, dibattendomi tra
continue smanie. La cerimoniosa ipocrisia, la servilità
insinuante e loquace, il malanimo di quell'uomo mi avrebbero
certamente reso intollerabile la permanenza in quella casa, su
cui egli - non c'era dubbio - voleva tiranneggiare,
approfittando della dabbenaggine del suocero. Chi sa a quali
arti sarebbe ricorso! Già me n'aveva dato un saggio, cangiando
di punto in bianco, al mio apparire. Ma perché vedeva così di
malocchio ch'io alloggiassi in quella casa? perché non ero io
per lui un inquilino come un altro? Che gli aveva detto di me la
Caporale? poteva egli sul serio esser geloso di costei? o era
geloso di un'altra? Quel suo fare arrogante e sospettoso; l'aver
cacciato via la Caporale per restar solo con Adriana, alla quale
aveva preso a parlare con tanta violenza; la ribellione di
Adriana; il non aver ella permesso ch'egli chiudesse le imposte;
il turbamento ond'era presa ogni qualvolta s'accennava al
cognato assente, tutto, tutto ribadiva in me il sospetto odioso
ch'egli avesse qualche mira su lei.
Ebbene e perché me n'arrovellavo tanto? Non potevo alla fin fine
andar via da quella casa, se colui anche per poco m'infastidiva?
Che mi tratteneva? Niente. Ma con tenerissimo compiacimento
ricordavo che ella dal terrazzino m'aveva chiamato, come per
esser protetta da me, e che infine m'aveva stretto forte forte
la mano...
Avevo lasciato aperta la gelosia, aperti gli scuri. A un certo
punto, la luna, declinando, si mostrò nel vano della mia
finestra, proprio come se volesse spiarmi, sorprendermi ancora
sveglio a letto, per dirmi:
« Ho capito, caro, ho capito! E tu, no? davvero? »
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il fu mattia pascal
CAPITOLO
12 - L'OCCHIO E PAPIANO |
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- La tragedia d'Oreste in un teatrino di marionette! - venne ad
annunziarmi il signor Anselmo Paleari. - Marionette automatiche, di
nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei
Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis.
- La tragedia d'Oreste?
- Già! D'après Sophocle, dice il manifestino. Sarà
l'</I>Elettra</I>. Ora senta un po, che bizzarria mi viene in
mente! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta
che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra
Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del
teatrino, che avverrebbe? Dica lei.
- Non saprei, - risposi, stringendomi ne le spalle.
- Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente
sconcertato da quel buco nel cielo.
- E perché?
- Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl'impulsi della
vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi,
sul punto, gli andrebbero lì a quello strappo, donde ora ogni
sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si
sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe
Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica
e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo
di carta.
E se ne andò, ciabattando.
Dalle vette nuvolose delle sue astrazioni il signor Anselmo
lasciava spesso precipitar così, come valanghe, i suoi pensieri.
La ragione, il nesso, l'opportunità di essi rimanevano lassù,
tra le nuvole, dimodoché difficilmente a chi lo ascoltava
riusciva di capirci qualche cosa.
L'immagine della marionetta d'Oreste sconcertata dal buco nel
cielo mi rimase tuttavia un pezzo nella mente. A un certo punto:
« Beate le marionette, » sospirai, « su le cui teste di legno il
finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità
angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E
possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia
e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza
soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e
per le loro azioni quel cielo è un tetto proporzionato.
« E il prototipo di queste marionette, caro signor Anselmo, »
seguitai a pensare, « voi l'avete in casa, ed è il vostro
indegno genero, Papiano. Chi più di lui pago del cielo di
cartapesta, basso basso, che gli sta sopra, comoda e tranquilla
dimora di quel Dio proverbiale, di maniche larghe, pronto a
chiuder gli occhi e ad alzare in remissione la mano; di quel Dio
che ripete sonnacchioso a ogni marachella: - Ajutati, ch'io
t'ajuto -? E s'ajuta in tutti i modi il vostro Papiano. La vita
per lui è quasi un gioco d'abilità. E come gode a cacciarsi in
ogni intrigo: alacre, intraprendente, chiacchierone! »
Aveva circa quarant'anni, Papiano, ed era alto di statura e
robusto di membra: un po' calvo, con un grosso pajo di baffi
brizzolati appena appena sotto il naso, un bel nasone dalle
narici frementi; occhi grigi, acuti e irrequieti come le mani.
Vedeva tutto e toccava tutto. Mentre, per esempio, stava a
parlar con me, s'accorgeva - non so come - che Adriana, dietro a
lui, stentava a pulire e a rimettere a posto qualche oggetto
nella camera, e subito, assaettandosi:
- <I>Pardon!
Correva a lei, le toglieva l'oggetto dalle mani:
- No, figliuola mia, guarda: si fa cosi!
E lo ripuliva lui, lo rimetteva a posto lui, e tornava a me.
Oppure s'accorgeva che il fratello, il quale soffriva di
convulsioni epilettiche, « s'incantava », e correva a dargli
schiaffetti su le guance, biscottini sul naso:
- Scipione! Scipione!
O gli soffiava in faccia, fino a farlo rinvenire.
Chi sa quanto mi ci sarei divertito, se non avessi avuto quella
maledetta coda di paglia!
Certo egli se ne accorse fin dai primi giorni, o - per lo meno -
me la intravide. Cominciò un assedio fitto fitto di cerimonie,
ch'eran tutte uncini per tirarmi a parlare. Mi pareva che ogni
sua parola, ogni sua domanda, fosse pur la più ovvia,
nascondesse un'insidia. Non avrei voluto intanto mostrar
diffidenza per non accrescere i suoi sospetti; ma l'irritazione
ch'egli mi cagionava con quel suo tratto da vessatore
servizievole m'impediva di dissimularla bene.
L'irritazione mi proveniva anche da altre due cause interne e
segrete. Una era questa: ch'io, senza aver commesso cattive
azioni, senz'aver fatto male a nessuno, dovevo guardarmi così,
davanti e dietro, umoroso e sospettoso, come se avessi perduto
il diritto d'esser lasciato in pace. L'altra, non avrei voluto
confessarla a me stesso, e appunto perciò m'irritava più
fortemente, sotto sotto. Avevo un bel dirmi:
« Stupido! vattene via, levati dai piedi codesto seccatore! »
Non me ne andavo: non potevo più andarmene.
La lotta che facevo contro me stesso, per non assumer coscienza
di ciò che sentivo per Adriana, m'impediva intanto di riflettere
alle conseguenze della mia anormalissima condizione d'esistenza
rispetto a questo sentimento. E restavo lì, perplesso, smanioso
nella mal contentezza di me, anzi in orgasmo continuo, eppur
sorridente di fuori.
Di ciò che m'era occorso di scoprire quella sera, nascosto
dietro la persiana, non ero ancor venuto in chiaro. Pareva che
la cattiva impressione che Papiano aveva ricevuto di me alle
notizie della signorina Caporale, si fosse cancellata subito
alla presentazione. Egli mi tormentava, è vero, ma come se non
potesse farne a meno; non certo col disegno segreto di farmi
andar via; anzi, al contrario! Che macchinava? Adriana, dopo il
ritorno di lui, era diventata triste e schiva, come nei primi
giorni. La signorina Silvia Caporale dava del lei a Papiano,
almeno in presenza degli altri, ma quell'arcifanfano dava del tu
a lei, apertamente; arrivava finanche a chiamarla Rea Silvia;
e io non sapevo come interpretare queste sue maniere
confidenziali e burlesche. Certo quella disgraziata non meritava
molto rispetto per il disordine della sua vita, ma neanche
d'esser trattata a quel modo da un uomo che non aveva con lei né
parentela né affinità.
Una sera (c'era la luna piena, e pareva giorno), dalla mia
finestra la vidi, sola e triste, là, nel terrazzino, dove ora ci
riunivamo raramente, e non più col piacere di prima, poiché
v'interveniva anche Papiano che parlava per tutti. Spinto dalla
curiosità, pensai d'andarla a sorprendere in quel momento
d'abbandono.
Trovai, al solito, nel corridojo, presso all'uscio della mia
camera, asserpolato sul baule, il fratello di Papiano, nello
stesso atteggiamento in cui lo avevo veduto la prima volta.
Aveva eletto domicilio lassù, o faceva la sentinella a me per
ordine del fratello?
La signorina Caporale, nel terrazzino, piangeva. Non volle dirmi
nulla, dapprima; si lamentò soltanto d'un fierissimo mal di
capo. Poi, come prendendo una risoluzione improvvisa, si voltò a
guardarmi in faccia, mi porse una mano e mi domandò:
- E mio amico lei?
- Se vuol concedermi quest'onore... - le risposi, inchinandomi.
- Grazie. Non mi faccia complimenti, per carità! Se sapesse che
bisogno ho io d'un amico, d'un vero amico, in questo momento!
Lei dovrebbe comprenderlo, lei che è solo al mondo, come me...
Ma lei è uomo! Se sapesse... se sapesse...
Addentò il fazzolettino che teneva in mano, per impedirsi di
piangere; non riuscendovi, lo strappò a più riprese,
rabbiosamente.
- Donna, brutta e vecchia, - esclamò: - tre disgrazie, a cui non
c'è rimedio! Perché vivo io?
- Si calmi, via, - la pregai, addolorato. - Perché dice cosi,
signorina?
Non mi riuscì dir altro.
- Perché... - proruppe lei, ma s'arrestò d'un tratto.
- Dica, - la incitai. - Se ha bisogno d'un amico...
Ella si portò agli occhi il fazzolettino lacerato, e...
- Io avrei piuttosto bisogno di morire! - gemette con
accoramento così profondo e intenso, che mi sentii subito un
nodo d'angoscia alla gola.
Non dimenticherò mai più la piega dolorosa di quella bocca
appassita e sgraziata nel proferire quelle parole, né il fremito
del mento su cui si torcevano alcuni peluzzi neri.
- Ma neanche la morte mi vuole, - riprese. - Niente... scusi,
signor Meis! Che ajuto potrebbe darmi lei? Nessuno. Tutt'al più,
di parole... si, un po' di compassione. Sono orfana, e debbo
star qua, trattata come... forse lei se ne sarà accorto. E non
ne avrebbero il diritto, sa! Perché non mi fanno mica
l'elemosina...
E qui la signorina Caporale mi parlò delle sei mila lire
scroccatele da Papiano, a cui io ho già accennato altrove.
Per quanto il cordoglio di quell'infelice m'interessasse, non
era certo quello che volevo saper da lei. Approfittandomi (lo
confesso) dell'eccitazione in cui ella si trovava, fors'anche
per aver bevuto qualche bicchierino di più, m'arrischiai a
domandarle:
- Ma, scusi, signorina, perché lei glielo ha dato, quel danaro?
- Perché? - e strinse le pugna. - Due perfidie, una più nera
dell'altra! Gliel'ho dato per dimostrargli che avevo ben
compreso che cosa egli volesse da me. Ha capito? Con la moglie
ancora in vita, costui...
- Ho capito.
- Si figuri, - riprese con foga. - La povera Rita...
- La moglie?
- Sì Rita, la sorella d'Adriana... Due anni malata, tra la vita
e la morte... Si figuri, se io... Ma già, qua lo sanno, com'io
mi comportai; lo sa Adriana, e perciò mi vuol bene; lei sì,
poverina. Ma come son rimasta io ora? Guardi: per lui, ho dovuto
anche dar via il pianoforte, ch'era per me... tutto, capirà! non
per la mia professione soltanto: io parlavo col mio pianoforte!
Da ragazza, all'Accademia, componevo; ho composto anche dopo,
diplomata; poi ho lasciato andare. Ma quando avevo il
pianoforte, io componevo ancora, per me sola, all'improvviso; mi
sfogavo... m'inebriavo fino a cader per terra, creda, svenuta,
in certi momenti. Non so io stessa che cosa m'uscisse
dall'anima: diventavo una cosa sola col mio strumento, e le mie
dita non vibravano più su una tastiera: io facevo piangere e
gridare l'anima mia. Posso dirle questo soltanto, che una sera
(stavamo, io e la mamma, in un mezzanino) si raccolse gente, giù
in istrada, che m'applaudi alla fine, a lungo. E io ne ebbi
quasi paura.
- Scusi, signorina, - le proposi allora, per confortarla in
qualche modo. - E non si potrebbe prendere a nolo un pianoforte?
Mi piacerebbe tanto, tanto, sentirla sonare; e se lei...
- No, - m'interruppe, - che vuole che suoni io più! E finita per
me. Strimpello canzoncine sguajate. Basta. E finita...
- Ma il signor Terenzio Papiano, - m'arrischiai di nuovo a
domandare, - le ha promesso forse la restituzione di quel
denaro?
- Lui? - fece subito, con un fremito d'ira, la signorina Capo
rale. - E chi gliel'ha mai chiesto! Ma sì, me lo promette
adesso, se io lo ajuto... Già! Vuol essere ajutato da me,
proprio da me; ha avuto la sfrontatezza di propormelo, cosi,
tranquillamente...
- Ajutarlo? In che cosa?
- In una nuova perfidia! Comprende? Io vedo che lei ha compreso.
- Adri... la... la signorina Adriana? - balbettai.
- Appunto. Dovrei persuaderla io! lo, capisce?
- A sposar lui?
- S'intende. Sa perché? Ha, o piuttosto, dovrebbe avere
quattordici o quindici mila lire di dote quella povera
disgraziata: la dote della sorella, che egli doveva subito
restituire al signor Anselmo, poiché Rita è morta senza lasciar
figliuoli. Non so che imbrogli abbia fatto. Ha chiesto un anno
di tempo per questa restituzione. Ora spera che... Zitto... ecco
Adriana!
Chiusa in sé e più schiva del solito, Adriana s'appressò a noi:
cinse con un braccio la vita della signorina Caporale e accennò
a me un lieve saluto col capo. Provai, dopo quelle confidenze,
una stizza violenta nel vederla così sottomessa e quasi schiava
dell'odiosa tirannia di quel cagliostro. Poco dopo però,
comparve nel terrazzino, come un'ombra, il fratello di Papiano.
- Eccolo, - disse piano la Caporale ad Adriana.
Questa socchiuse gli occhi, sorrise amaramente, scosse il capo e
si ritrasse dal terrazzino, dicendomi:
- Scusi, signor Meis. Buona sera.
- La spia, - mi susurrò la signorina Caporale, ammiccando.
- Ma di che teme la signorina Adriana? - mi scappò detto, nella
cresciuta irritazione. - Non capisce che, facendo così, dà più
ansa a colui da insuperbire e da far peggio il tiranno? Senta,
signorina, io le confesso che provo una grande invidia per tutti
coloro che sanno prender gusto e interessarsi alla vita, e li
ammiro. Tra chi si rassegna a far la parte della schiava e chi
si assume, sia pure con la prepotenza, quella del padrone, la
mia simpatia è per quest'ultimo.
La Caporale notò l'animazione con cui avevo parlato e, con aria
di sfida, mi disse:
- E perché allora non prova a ribellarsi lei per primo ?
- Io?
- Lei, lei, - affermò ella, guardandomi negli occhi, aizzosa.
- Ma che c'entro io? - risposi. - Io potrei ribellarmi in una
sola maniera: andandomene.
- Ebbene, - concluse maliziosamente la signorina Caporale, -
forse questo appunto non vuole Adriana.
- Ch'io me ne vada?
Quella fece girar per aria il fazzolettino sbrendolato e poi se
lo raccolse intorno a un dito sospirando:
- Chi sa!
Scrollai le spalle.
- A cena! a cena! - esclamai; e la lasciai lì in asso, nel
terrazzino.
Per cominciare da quella sera stessa, passando per il corridojo,
mi fermai innanzi al baule, su cui Scipione Papiano era tornato
ad accoccolarsi, e:
- Scusi, - gli dissi, - non avrebbe altro posto dove star seduto
più comodamente? Qua lei m'impiccia.
Quegli mi guardò balordo, con gli occhi languenti, senza
scomporsi.
- Ha capito? - incalzai, scotendolo per un braccio.
Ma come se parlassi al muro! Si schiuse allora l'uscio in fondo
al corridojo, ed apparve Adriana.
- La prego, signorina, - le dissi, - veda un po' di fare
intender lei a questo poveretto che potrebbe andare a sedere
altrove.
- E malato, - cercò di scusarlo Adriana.
- E però che è malato! - ribattei io. - Qua non sta bene: gli
manca l'aria... e poi, seduto su un baule... Vuole che lo dica
io al fratello?
- No no, - s'affrettò a rispondermi lei. - Glielo dirò io, non
dubiti.
- Capirà, - soggiunsi. - Non sono ancora re, da avere una
sentinella alla porta.
Perdetti, da quella sera in poi, il dominio di me stesso;
cominciai a sforzare apertamente la timidezza di Adriana; chiusi
gli occhi e m'abbandonai, senza più riflettere, al mio
sentimento.
Povera cara mammina! Ella si mostrò dapprincipio come tenuta tra
due, tra la paura e la speranza. Non sapeva affidarsi a questa,
indovinando che il dispetto mi spingeva; ma sentivo d'altra
parte che la paura in lei era pur cagionata dalla speranza fino
a quel momento segreta e quasi incosciente di non perdermi; e
perciò, dando io ora a questa sua speranza alimento co' miei
nuovi modi risoluti, non sapeva neanche cedere del tutto alla
paura.
Questa sua delicata perplessità, questo riserbo onesto
m'impedirono intanto di trovarmi subito a tu per tu con me
stesso e mi fecero impegnare sempre più nella sfida quasi
sottintesa con Papiano.
M'aspettavo che questi mi si piantasse di fronte fin dal primo
giorno, smettendo i soliti complimenti e le solite cerimonie.
Invece, no. Tolse il fratello dal posto di guardia, lì sul
baule, come io volevo, e arrivò finanche a celiar su l'aria
impacciata e smarrita d'Adriana in mia presenza.
- La compatisca, signor Meis: è vergognosa come una monacella la
mia cognatina!
Questa inattesa remissione, tanta disinvoltura m'impensierirono.
Dove voleva andar a parare?
Una sera me lo vidi arrivare in casa insieme con un tale che
entrò battendo forte il bastone sul pavimento, come se, tenendo
i piedi entro un pajo di scarpe di panno che non facevan rumore,
volesse sentire così, battendo il bastone, ch'egli camminava.
- Dôva ca l'è stô me car parent? - si mise a gridare
con stretto accento torinese, senza togliersi dal capo il
cappelluccio dalle tese rialzate, calcato fin su gli occhi a
sportello, appannati dal vino, né la pipetta dalla bocca, con
cui pareva stesse a cuocersi il naso più rosso di quello della
signorina Caporale. - Dôva ca l'è stô me car parent?
- Eccolo, - disse Papiano, indicandomi; poi rivolto a me: -
Signor Adriano, una grata sorpresa! Il signor Francesco Meis, di
Torino, suo parente.
- Mio parente? - esclamai, trasecolando.
Quegli chiuse gli occhi, alzò come un orso una zampa e la tenne
un tratto sospesa, aspettando che io gliela stringessi.
Lo lasciai lì, in quell'atteggiamento, per contemplarlo un
pezzo; poi:
- Che farsa è codesta? - domandai.
- No, scusi, perché? - fece Terenzio Papiano. - Il signor
Francesco Meis mi ha proprio assicurato che è suo...
- Cusin, - appoggiò quegli, senza aprir gli occhi. -
Tut i Meis i sôma parent.
- Ma io non ho il bene di conoscerla! - protestai.
- Oh ma côsta ca l'è bela! - esclamò colui. - L'è
propi për lon che mi't son vnù a trôvè.
- Meis? di Torino? - domandai io, fingendo di cercar nella
memoria. - Ma io non son di Torino!
- Come! Scusi, - interloquì Papiano. - Non mi ha detto che fino
a dieci anni lei stette a Torino?
- Ma si! - riprese quegli allora, seccato che si mettesse in
dubbio una cosa per lui certissima. - Cusin, cusin!
Questo signore qua... come si chiama?
- Terenzio Papiano, a servirla.
- Terenziano: a l'à dime che to pare a l'è andàit an
America: cosa ch'a veul di' lon? a veul di' che ti t' ses fieul
'd barba Antoni ca l'è andàit 'ntla America. E nui sôma cusin.
- Ma se mio padre si chiamava Paolo...
- Antoni!
- Paolo, Paolo, Paolo. Vuol saperlo meglio di me?
Colui si strinse nelle spalle e stirò in sù la bocca:
- A m'smiava Antôni, - disse stropicciandosi il mento
ispido d'una barba di quattro giorni almeno, quasi tutta grigia.
- 'I veui nen côtradite: sarà prô Paôlo. I ricordo nen ben,
perché mi' i l'hai nen conôssulo.
Pover'uomo! Era in grado di saperlo meglio di me come si
chiamasse quel suo zio andato in America; eppure si rimise,
perché a ogni costo volle esser mio parente. Mi disse che suo
padre, il quale si chiamava Francesco come lui, ed era fratello
di Antonio... cioè di Paolo, mio padre, era andato via da
Torino, quand'egli era ancor masnà, di sette anni, e
che - povero impiegato - aveva vissuto sempre lontano dalla
famiglia, un po' qua, un po' là. Sapeva poco, dunque, dei
parenti, sia paterni, sia materni: tuttavia, era certo,
certissimo d'esser mio cugino.
Ma il nonno, almeno, il nonno, lo aveva conosciuto? Volli
domandarglielo. Ebbene, sì: lo aveva conosciuto, non ricordava
con precisione se a Pavia o a Piacenza.
- Ah si? proprio conosciuto? e com'era?
Era... non se ne ricordava lui, franc nen.
- A son passà trant'ani...
Non pareva affatto in mala fede; pareva piuttosto uno sciagurato
che avesse affogato la propria anima nel vino, per non sentir
troppo il peso della noja e della miseria. Chinava il capo, con
gli occhi chiusi, approvando tutto ciò ch'io dicevo per
pigliarmelo a godere; son sicuro che se gli avessi detto che da
bambini noi eravamo cresciuti insieme e che parecchie volte io
gli avevo strappato i capelli, egli avrebbe approvato allo
stesso modo. Non dovevo mettere in dubbio soltanto una cosa, che
noi cioè fossimo cugini: su questo non poteva transigere: era
ormai stabilito, ci s'era fissato, e dunque basta.
A un certo punto, però, guardando Papiano e vedendolo
gongolante, mi passò la voglia di scherzare. Licenziai quel
pover'uomo mezzo ubriaco, salutandolo : - Caro parente!
- e domandai a Papiano, con gli occhi fissi negli occhi, per
fargli intender bene che non ero pane pe' suoi denti:
- Mi dica adesso dov'è andato a scovare quel bel tomo.
- Scusi tanto, signor Adriano ! - premise quell'imbroglione, a
cui non posso fare a meno di riconoscere una grande genialità. -
Mi accorgo di non essere stato felice...
- Ma lei è felicissimo, sempre! - esclamai io.
- No, intendo: di non averle fatto piacere. Ma creda pure che è
stata una combinazione. Ecco qua: son dovuto andare questa
mattina all'Agenzia delle imposte, per conto del marchese, mio
principale. Mentr'ero là, ho sentito chiamar forte: « Signor
Meis! Signor Meis! ». Mi volto subito, credendo che vi sia
anche lei, per qualche affare, chi sa avesse, dico, bisogno di
me, sempre pronto a servirla. Ma che! chiamavano a questo bel
tomo, come lei ha detto giustamente; e allora, così... per
curiosità, mi avvicinai e gli domandai se si chiamasse proprio
Meis e di che paese fosse, poiché io avevo l'onore e il piacere
d'ospitare in casa un signor Meis... Ecco com'è andata! Lui mi
ha assicurato che lei doveva essere suo parente, ed è voluto
venire a conoscerla...
- All'Agenzia dell'imposte?
- Sissignore, è impiegato là: ajuto-agente.
Dovevo crederci? Volli accertarmene. Ed era vero, sì; ma era
vero del pari che Papiano, insospettito, mentre io volevo
prenderlo di fronte, là, per contrastare nel presente a' suoi
segreti armeggii, mi sfuggiva, mi sfuggiva per ricercare invece
nel mio passato e assaltarmi così quasi a le spalle.
Conoscendolo bene, avevo pur troppo ragione di temere che egli,
con quel fiuto nel naso, fosse bracco da non andare a lungo a
vento: guaj se fosse riuscito ad aver sentore della minima
traccia: l'avrebbe certo seguitata fino al molino della Stìa.
Figurarsi dunque il mio spavento, quando, ivi a pochi giorni,
mentre me ne stavo in camera a leggere, mi giunse dal corridojo,
come dall'altro mondo, una voce, una voce ancor viva nella mia
memoria.
- Agradecio Dio, ántes che me la son levada de sobre!
Lo Spagnuolo ? quel mio spagnoletto barbuto e atticciato di
Montecarlo? colui che voleva giocar con me e col quale m'ero
bisticciato a Nizza?... Ah, perdio! Ecco la traccia! Era
riuscito a scoprirla Papiano!
Balzai in piedi, reggendomi al tavolino per non cadere,
nell'improvviso smarrimento angoscioso: stupefatto, quasi
atterrito, tesi l'orecchio, con l'idea di fuggire non appena
quei due - Papiano e lo Spagnuolo (era lui, non c'era dubbio: lo
avevo veduto nella sua voce) - avessero attraversato il
corridojo. Fuggire? E se- Papiano, entrando, aveva domandato
alla serva s'io fossi in casa? Che avrebbe pensato della mia
fuga? Ma d'altra parte, se già sapeva ch'io non ero Adriano
Meis? Piano! Che notizia poteva aver di me quello Spagnuolo? Mi
aveva veduto a Montecarlo. Gli avevo io detto, allora, che mi
chiamavo Mattia Pascal? Forse! Non ricordavo...
Mi trovai, senza saperlo, davanti allo specchio, come se
qualcuno mi ci avesse condotto per mano. Mi guardai. Ah
quell'occhio maledetto ! Forse per esso colui mi avrebbe
riconosciuto. Ma come mai, come mai Papiano era potuto arrivare
fin là, fino alla mia avventura di Montecarlo? Questo più d'ogni
altro mi stupiva. Che fare intanto? Niente. Aspettar lì che ciò
che doveva avvenire avvenisse.
Non avvenne nulla. E pur non di meno la paura non mi passò,
neppure la sera di quello stesso giorno, allorché Papiano,
spiegandomi il mistero per me insolubile e terribile di quella
visita, mi dimostrò ch'egli non era affatto su la traccia del
mio passato, e che solo il caso, di cui da un pezzo godevo i
favori, aveva voluto farmene un altro, rimettendomi tra i piedi
quello Spagnuolo, che forse non si ricordava più di me né punto
né poco.
Secondo le notizie che Papiano mi diede di lui, io, andando a
Montecarlo, non potevo non incontrarvelo, poich'egli era un
giocatore di professione. Strano era che lo incontrassi ora a
Roma, o piuttosto, che io, venendo a Roma, mi fossi intoppato in
una casa, ove anch'egli poteva entrare. Certo, s'io non avessi
avuto da temere, questo caso non mi sarebbe parso tanto strano:
quante volte infatti non ci avviene d'imbatterci
inaspettatamente in qualcuno che abbiamo conosciuto altrove per
combinazione? Del resto, egli aveva o credeva d'avere le sue
buone ragioni per venire a Roma e in casa di Papiano. Il torto
era mio, o del caso che mi aveva fatto radere la barba e
cangiare il nome.
Circa vent'anni addietro, il marchese Giglio d'Auletta, di cui
Papiano era il segretario, aveva sposato l'unica sua figliuola a
don Antonio Pantogada, addetto all'Ambasciata di Spagna presso
la Santa Sede. Poco dopo il matrimonio, il Pantogada, scoperto
una notte dalla polizia in una bisca insieme con altri
dell'aristocrazia romana, era stato richiamato a Madrid. Là
aveva fatto il resto, e forse qualcos'altro di peggio, per cui
era stato costretto a lasciar la diplomazia. D'allora in poi, il
marchese d'Auletta non aveva avuto più pace, forzato
continuamente a mandar danaro per pagare i debiti di giuoco del
genero incorreggibile. Quattr'anni fa, la moglie del Pantogada
era morta, lasciando una giovinetta di circa sedici anni, che il
marchese aveva voluto prendere con sé, conoscendo pur troppo in
quali mani altrimenti sarebbe rimasta. Il Pantogada non avrebbe
voluto lasciarsela scappare; ma poi, costretto da una impellente
necessità di denaro, aveva ceduto. Ora egli minacciava senza
requie il suocero di riprendersi la figlia, e quel giorno
appunto era venuto a Roma con questo intento, per scroccare cioè
altro danaro al povero marchese, sapendo bene che questi non
avrebbe mai e poi mai abbandonato nelle mani di lui la sua cara
nipote Pepita.
Aveva parole di fuoco, lui, Papiano, per bollare questo indegno
ricatto del Pantogada. Ed era veramente sincera quella sua
collera generosa. E mentre egli parlava, io non potevo fare a
meno di ammirare il privilegiato congegno della sua coscienza
che, pur potendo indignarsi così, realmente, delle altrui
nequizie, gli permetteva poi di farne delle simili o quasi,
tranquillissimamente, a danno di quel buon uomo del Paleari, suo
suocero.
Intanto il marchese Giglio quella volta voleva tener duro. Ne
seguiva che il Pantogada sarebbe rimasto a Roma parecchio tempo
e sarebbe certo venuto a trovare in casa Terenzio Papiano, col
quale doveva intendersi a meraviglia. Un incontro dunque fra me
e quello Spagnuolo sarebbe stato forse inevitabile, da un giorno
all'altro. Che fare?
Non potendo con altri, mi consigliai di nuovo con lo specchio.
In quella lastra l'immagine del fu Mattia Pascal, venendo a
galla come dal fondo della gora, con quell'occhio che solamente
m'era rimasto di lui, mi parlò così:
« In che brutto impiccio ti sei cacciato, Adriano Meis! Tu hai
paura di Papiano, confessalo! e vorresti dar la colpa a me,
ancora a me, solo perché io a Nizza mi bisticciai con lo
Spagnuolo. Eppure ne avevo ragione, tu lo sai. Ti pare che possa
bastare per il momento il cancellarti dalla faccia l'ultima
traccia di me? Ebbene, segui il consiglio della signorina
Caporale e chiama il dottor Ambrosini, che ti rimetta l'occhio a
posto. Poi... vedrai! »
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il fu mattia pascal
CAPITOLO
13 - IL LANTERNINO |
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Quaranta giorni al bujo.
Riuscita, oh, riuscita benissimo l'operazione. Solo che l'occhio
mi sarebbe forse rimasto un pochino pochino più grosso
dell'altro. Pazienza! E intanto, sì, al bujo quaranta giorni, in
camera mia.
Potei sperimentare che l'uomo, quando soffre, si fa una
particolare idea del bene e del male, e cioè del bene che gli
altri dovrebbero fargli e a cui egli pretende, come se dalle
proprie sofferenze gli derivasse un diritto al compenso; e del
male che egli può fare a gli altri, come se parimenti dalle
proprie sofferenze vi fosse abilitato. E se gli altri non gli
fanno il bene quasi per dovere, egli li accusa e di tutto il
male ch'egli fa quasi per diritto, facilmente si scusa.
Dopo alcuni giorni di quella prigionia cieca, il desiderio, il
bisogno d'esser confortato in qualche modo crebbe fino
all'esasperazione. Sapevo, si, di trovarmi in una casa estranea;
e che perciò dovevo anzi ringraziare i miei ospiti delle cure
delicatissime che avevano per me. Ma non mi bastavano più,
quelle cure; m'irritavano anzi, come se mi fossero usate per
dispetto. Sicuro! Perché indovinavo da chi mi venivano. Adriana
mi dimostrava per mezzo di esse, ch'ella era col pensiero quasi
tutto il giorno Lì con me, in camera mia; e grazie della
consolazione! Che mi valeva, se io intanto, col mio, la
inseguivo di qua e di là per casa, tutto il giorno, smaniando?
Lei sola poteva confortarmi: doveva; lei che più degli altri era
in grado d'intendere come e quanto dovesse pesarmi la noja,
rodermi il desiderio di vederla o di sentirmela almeno vicina.
E la smania e la noja erano accresciute anche dalla rabbia che
mi aveva suscitato la notizia della subitanea partenza da Roma
del Pantogada. Mi sarei forse rintanato lì per quaranta giorni
al bujo, se avessi saputo ch'egli doveva andar via cosi presto?
Per consolarmi, il signor Anselmo Paleari mi volle dimostrare
con un lungo ragionamento che il bujo era immaginario.
- Immaginario? Questo? - gli gridai.
- Abbia pazienza mi spiego.
E mi svolse (fors'anche perché fossi preparato a gli esperimenti
spiritici, che si sarebbero fatti questa volta in camera mia,
per procurarmi un divertimento) mi svolse, dico, una sua
concezione filosofica, speciosissima, che si potrebbe forse
chiamare lanterninosofia.
Di tratto in tratto, il brav'uomo s'interrompeva per domandarmi:
- Dorme, signor Meis?
E io ero tentato di rispondergli:
- Sì, grazie, dormo, signor Anselmo.
Ma poiché l'intenzione in fondo era buona, di tenermi cioè
compagnia, gli rispondevo che mi divertivo invece moltissimo e
lo pregavo anzi di seguitare.
E il signor Anselmo, seguitando, mi dimostrava che, per nostra
disgrazia, noi non siamo come l'albero che vive e non si sente,
a cui la terra, il sole, l'aria, la pioggia, il vento, non
sembra che sieno cose ch'esso non sia: cose amiche o nocive. A
noi uomini, invece, nascendo, è toccato un tristo privilegio:
quello di sentirci vivere, con la bella illusione che
ne risulta: di prendere cioè come una realtà fuori di noi questo
nostro interno sentimento della vita, mutabile e vario, secondo
i tempi, i casi e la fortuna.
E questo sentimento della vita per il signor Anselmo era appunto
come un lanternino che ciascuno di noi porta in sé acceso; un
lanternino che ci fa vedere sperduti su la terra, e ci fa vedere
il male e il bene; un lanternino che projetta tutt'intorno a noi
un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l'ombra
nera, l'ombra paurosa che non esisterebbe, se il lanternino non
fosse acceso in noi, ma che noi dobbiamo pur troppo creder vera,
fintanto ch'esso si mantiene vivo in noi. Spento alla fine a un
soffio, ci accoglierà la notte perpetua dopo il giorno fumoso
della nostra illusione, o non rimarremo noi piuttosto alla mercé
dell'Essere, che avrà soltanto rotto le vane forme della nostra
ragione?
- Dorme, signor Meis?
- Segua, segua pure, signor Anselmo: non dormo. Mi par quasi di
vederlo, codesto suo lanternino.
- Ah, bene... Ma poiché lei ha l'occhio offeso, non ci
addentriamo troppo nella filosofia, eh? e cerchiamo piuttosto
d'inseguire per ispasso le lucciole sperdute, che sarebbero i
nostri lanternini, nel bujo della sorte umana. Io direi innanzi
tutto che son di tanti colori; che ne dice lei? secondo il vetro
che ci fornisce l'illusione, gran mercantessa, gran mercantessa
di vetri colorati. A me sembra però, signor Meis, che in certe
età della storia, come in certe stagioni della vita individuale,
si potrebbe determinare il predominio d'un dato colore, eh? In
ogni età, infatti, si suole stabilire tra gli uomini un certo
accordo di sentimenti che dà lume e colore a quei lanternoni che
sono i termini astratti: Verità, Virtù, Bellezza, Onore,
e che so io... E non le pare che fosse rosso, ad esempio, il
lanternone della Virtù pagana? Di color violetto, color
deprimente, quello della Virtù cristiana. Il lume d'una idea
comune è alimentato dal sentimento collettivo; se questo
sentimento però si scinde, rimane sì in piedi la lanterna del
termine astratto, ma la fiamma dell'idea vi crepita dentro e vi
guizza e vi singhiozza, come suole avvenire in tutti i periodi
che son detti di transizione. Non sono poi rare nella storia
certe fiere ventate che spengono d'un tratto tutti quei
lanternoni. Che piacere! Nell'improvviso bujo, allora è
indescrivibile lo scompiglio delle singole lanternine: chi va di
qua, chi di là, chi torna indietro, chi si raggira; nessuna più
trova la via: si urtano, s'aggregano per un momento in dieci, in
venti; ma non possono mettersi d'accordo, e tornano a
sparpagliarsi in gran confusione, in furia angosciosa: come le
formiche che non trovino più la bocca del formicajo, otturata
per ispasso da un bambino crudele. Mi pare, signor Meis, che noi
ci troviamo adesso in uno di questi momenti. Gran bujo e gran
confusione! Tutti i lanternoni, spenti. A chi dobbiamo
rivolgerci? Indietro, forse? Alle lucernette superstiti, a
quelle che i grandi morti lasciarono accese su le loro tombe?
Ricordo una bella poesia di Niccolò Tommaseo:
La piccola mia lampa Non, come sol, risplende, Né, come
incendio, fuma; Non stride e non consuma, Ma con la cima
tende Al ciel che me la diè.
Starà su me, sepolto, Viva; né pioggia o Vento, Né in lei
le età potranno; E quei che passeranno Erranti, a lume
spento, Lo accenderan da me.
Ma come, signor Meis, se alla lampa nostra manca l'olio sacro
che alimentava quella del Poeta? Molti ancora vanno nelle chiese
per provvedere dell'alimento necessario le loro lanternucce.
Sono, per lo più, poveri vecchi, povere donne, a cui mentì la
vita, e che vanno innanzi, nel bujo dell'esistenza, con quel
loro sentimento acceso come una lampadina votiva, cui con
trepida cura riparano dal gelido soffio degli ultimi disinganni,
ché duri almeno accesa fin là, fino all'orlo fatale, al quale
s'affrettano, tenendo gli occhi intenti alla fiamma e pensando
di continuo: « Dio mi vede! » per non udire i clamori
della vita intorno, che suonano ai loro orecchi come tante
bestemmie. « Dio mi vede... » perché lo vedono loro, non
solamente in sé, ma in tutto, anche nella loro miseria, nelle
loro sofferenze, che avranno un premio, alla fine. Il fioco, ma
placido lume di queste lanternucce desta certo invidia
angosciosa in molti di noi; a certi altri, invece, che si
credono armati, come tanti Giove, del fulmine domato dalla
scienza, e, in luogo di quelle lanternucce, recano in trionfo le
lampadine elettriche, ispira una sdegnosa commiserazione. Ma
domando io ora, signor Meis: E se tutto questo bujo,
quest'enorme mistero, nel quale indarno i filosofi dapprima
specularono, e che ora, pur rinunziando all'indagine di esso, la
scienza non esclude, non fosse in fondo che un inganno come un
altro, un inganno della nostra mente, una fantasia che non si
colora? Se noi finalmente ci persuadessimo che tutto questo
mistero non esiste fuori di noi, ma soltanto in noi, e
necessariamente, per il famoso privilegio del sentimento che noi
abbiamo della vita, del lanternino cioè, di cui le ho finora
parlato? Se la morte, insomma, che ci fa tanta paura, non
esistesse e fosse soltanto, non l'estinzione della vita, ma il
soffio che spegne in noi questo lanternino, lo sciagurato
sentimento che noi abbiamo di essa, penoso, pauroso, perché
limitato, definito da questo cerchio d'ombra fittizia, oltre il
breve àmbito dello scarso lume, che noi, povere lucciole
sperdute, ci projettiamo attorno, e in cui la vita nostra rimane
come imprigionata, come esclusa per alcun tempo dalla vita
universale, eterna, nella quale ci sembra che dovremo un giorno
rientrare, mentre già ci siamo e sempre vi rimarremo, ma senza
più questo sentimento d'esilio che ci angoscia? Il limite è
illusorio, è relativo al poco lume nostro, della nostra
individualità: nella realtà della natura non esiste. Noi, - non
so se questo possa farle piacere - noi abbiamo sempre vissuto e
sempre vivremo con l'universo; anche ora, in questa forma
nostra, partecipiamo a tutte le manifestazioni dell'universo, ma
non lo sappiamo, non lo vediamo, perché purtroppo questo
maledetto lumicino piagnucoloso ci fa vedere soltanto quel poco
a cui esso arriva; e ce lo facesse vedere almeno com'esso è in
realtà! Ma nossignore: ce lo colora a modo suo, e ci fa vedere
certe cose, che noi dobbiamo veramente lamentare, perbacco, che
forse in un'altra forma d'esistenza non avremo più una bocca per
poterne fare le matte risate. Risate, signor Meis, di tutte le
vane, stupide afflizioni che esso ci ha procurate, di tutte le
ombre, di tutti i fantasmi ambiziosi e strani che ci fece
sorgere innanzi e intorno, della paura che c'ispirò!
Oh perché dunque il signor Anselmo Paleari, pur dicendo, e
con ragione, tanto male del lanternino che ciascuno di noi porta
in sé acceso, ne voleva accendere ora un altro col vetro rosso,
là in camera mia, pe' suoi esperimenti spiritici? Non era già di
troppo quell'uno?
Volli domandarglielo.
- Correttivo! - mi rispose. - Un lanternino contro l'altro!
Del resto a un certo punto questo si spegne, sa!
- E le sembra che sia il miglior mezzo, codesto, per vedere
qualche cosa? - m'arrischiai a osservare.
- Ma la così detta luce, scusi, - ribatté pronto il signor
Anselmo, - può servire per farci vedere ingannevolmente qua,
nella così detta vita; per farci vedere di là da questa, non
serve affatto, creda, anzi nuoce. Sono stupide pretensioni di
certi scienziati di cuor meschino e di più meschino intelletto,
i quali vogliono credere per loro comodità che con questi
esperimenti si faccia oltraggio alla scienza o alla natura. Ma
nossignore! Noi vogliamo scoprire altre leggi, altre forse,
altra vita nella natura, sempre nella natura, perbacco! oltre la
scarsissima esperienza normale; noi vogliamo sforzare l'angusta
comprensione, che i nostri sensi limitati ce ne dànno
abitualmente. Ora, scusi, non pretendono gli scienziati per i
primi ambiente e condizioni adatti per la buona riuscita dei
loro esperimenti? Si può fare a meno della camera oscura nella
fotografia? E dunque? Ci sono poi tanti mezzi di controllo!
Il signor Anselmo però, come potei vedere poche sere dopo,
non ne usava alcuno. Ma erano esperimenti in famiglia! Poteva
mai sospettare che la signorina Caporale e Papiano si
prendessero il gusto d'ingannarlo? e perché, poi? che gusto?
Egli era più che convinto e non aveva affatto bisogno di quegli
esperimenti per rafforzar la sua fede. Come uomo dabbenissimo
che era, non arrivava a supporre che potessero ingannarlo per
altro fine. Quanto alla meschinità affliggente e puerile dei
resultati, la teosofia s'incaricava di dargliene una spiegazione
plausibilissima. Gli esseri superiori del <I>Piano Mentale,
o di più sù, non potevano discendere a comunicare con noi per
mezzo di un medium bisognava dunque contentarsi delle
manifestazioni grossolane di anime di trapassati inferiori, del
Piano Astrale, cioè del più prossimo al nostro: ecco.
E chi poteva dirgli di no?*
Io sapevo che Adriana s'era sempre ricusata d'assistere a questi
esperimenti. Dacché me ne stavo tappato in camera, al bujo, ella
non era entrata se non raramente, e non mai sola, a domandarmi
come stessi. Ogni volta quella domanda pareva ed era infatti
rivolta per pura convenienza. Lo sapeva, lo sapeva bene come
stavo! Mi pareva finanche di sentire un certo sapor d'ironia
birichina nella voce di lei, perché già ella ignorava per qual
ragione mi fossi così d'un tratto risoluto ad assoggettarmi
all'operazione, e doveva perciò ritenere ch'io soffrissi per
vanità, per farmi cioè più bello o meno brutto, con l'occhio
accomodato secondo il consiglio della Caporale.
- Sto benone, signorina! - le rispondevo. - Non vedo niente...
- Eh, ma vedrà, vedrà meglio poi, - diceva allora Papiano.
Approfittandomi del bujo, alzavo un pugno, come per
scaraventarglielo in faccia. Ma lo faceva apposta certamente,
perch'io perdessi quel po' di pazienza che mi restava ancora.
Non era possibile ch'egli non s'accorgesse del fastidio che mi
recava: glielo dimostravo in tutti i modi, sbadigliando,
sbuffando; eppure, eccolo là: seguitava a entrare in camera mia
quasi ogni sera (ah lui, sì) e vi si tratteneva per ore intere,
chiacchierando senza fine. In quel bujo, la sua voce mi toglieva
quasi il respiro, mi faceva torcere su la sedia, come su un
aculeo, artigliar le dita: avrei voluto strozzarlo in certi
momenti. Lo indovinava? lo sentiva? Proprio in quei momenti,
ecco, la sua voce diventava più molle, quasi carezzevole.
Noi abbiamo bisogno d'incolpar sempre qualcuno dei nostri danni
e delle nostre sciagure. Papiano, in fondo, faceva tutto per
spingermi ad andar via da quella casa; e di questo, se la voce
della ragione avesse potuto parlare in me, in quei giorni, io
avrei dovuto ringraziarlo con tutto il cuore. Ma come potevo
ascoltarla, questa benedetta voce della ragione, se essa mi
parlava appunto per la bocca di lui, di Papiano, il quale per me
aveva torto, torto evidente, torto sfacciato? Non voleva egli
mandarmi via, infatti, per frodare il Paleari e rovinare
Adriana? Questo soltanto io potevo allora comprendere da tutti
que' suoi discorsi. Oh possibile che la voce della ragione
dovesse proprio scegliere la bocca di Papiano per farsi udire da
me? Ma forse ero io che, per trovarmi una scusa, la mettevo in
bocca a lui, perché mi paresse ingiusta, io che mi sentivo già
preso nei lacci della vita e smaniavo, non per il bujo
propriamente, né per il fastidio che Papiano, parlando, mi
cagionava.
Di che mi parlava? Di Pepita Pantogada, sera per sera.
Benché io vivessi modestissimamente, s'era fitto in capo che
fossi molto ricco. E ora, per deviare il mio pensiero da
Adriana, forse vagheggiava l'idea di farmi innamorare di quella
nipote del marchese Giglio d'Auletta, e me la descriveva come
una fanciulla saggia e fiera, piena d'ingegno e di volontà,
recisa nei modi, franca e vivace; bella, poi; uh, tanto bella!
bruna, esile e formosa a un tempo; tutta fuoco, con un pajo
d'occhi fulminanti e una bocca che strappava i baci. Non diceva
nulla della dote: - Vistosissima! - tutta la sostanza del
marchese d'Auletta, nientemeno. Il quale, senza dubbio, sarebbe
stato felicissimo di darle presto marito, non solo per liberarsi
del Pantogada che lo vessava, ma anche perché non andavano tanto
d'accordo nonno e nipote: il marchese era debole di carattere,
tutto chiuso in quel suo mondo morto; Pepita invece, forte,
vibrante di vita.
Non comprendeva che più egli elogiava questa Pepita, più
cresceva in me l'antipatia per lei, prima ancora di conoscerla?
La avrei conosciuta - diceva - fra qualche sera, perché egli la
avrebbe indotta a intervenire alle prossime sedute spiritiche.
Anche il marchese Giglio d'Auletta avrei conosciuto, che lo
desiderava tanto per tutto ciò che egli, Papiano, gli aveva
detto di me. Ma il marchese non usciva più di casa, e poi non
avrebbe mai preso parte a una seduta spiritica, per le sue idee
religiose.
- E come? - domandai. - Lui, no; e intanto permette che vi
prenda parte la nipote?
- Ma perché sa in quali mani l'affida! - esclamò alteramente
Papiano.
Non volli saper altro. Perché Adriana si ricusava d'assistere a
quegli esperimenti? Pe' suoi scrupoli religiosi. Ora, se la
nipote del marchese Giglio avrebbe preso parte a quelle sedute,
col consenso del nonno clericale, non avrebbe potuto anch'ella
parteciparvi? Forte di questo argomento, io cercai di
persuaderla, la vigilia della prima seduta.
Era entrata in camera mia col padre, il quale udita la mia
proposta:
- Ma siamo sempre lì, signor Meis! - sospirò. - La religione, di
fronte a questo problema, drizza orecchie d'asino e adombra,
come la scienza. Eppure i nostri esperimenti, l'ho già detto e
spiegato tante volte a mia figlia, non sono affatto contrarii né
all'una né all'altra. Anzi, per la religione segnatamente sono
una prova delle verità che essa sostiene.
- E se io avessi paura? - obbiettò Adriana.
- Di che? - ribatté il padre. - Della prova?
- O del bujo? - aggiunsi io. - Siamo tutti qua, con lei,
signorina! Vorrà mancare lei sola?
- Ma io... - rispose, impacciata, Adriana, - io non ci credo,
ecco... non posso crederci, e... che so!
Non poté aggiunger altro. Dal tono della voce, dall'imbarazzo,
io però compresi che non soltanto la religione vietava ad
Adriana d'assistere a quegli esperimenti. La paura messa avanti
da lei per iscusa poteva avere altre cause, che il signor
Anselmo non sospettava. O le doleva forse d'assistere allo
spettacolo miserevole del padre puerilmente ingannato da Papiano
e dalla signorina Caporale?
Non ebbi animo d'insistere più oltre.
Ma ella, come se mi avesse letto in cuore il dispiacere che il
suo rifiuto mi cagionava, si lasciò sfuggire nel bujo un: -
Del resto... - ch'io colsi subito a volo:
- Ah brava! L'avremo dunque con noi?
- Per domani sera soltanto, - concesse ella, sorridendo.
Il giorno appresso, sul tardi, Papiano venne a preparare la
camera: v'introdusse un tavolino rettangolare, d'abete, senza
cassetto, senza vernice, dozzinale; sgombrò un angolo della
stanza; vi appese a una funicella un lenzuolo; poi recò una
chitarra, un collaretto da cane con molti sonaglioli, e altri
oggetti. Questi preparativi furono fatti al lume del famoso
lanternino dal vetro rosso. Preparando, non smise - s'intende! -
un solo istante di parlare.
- Il lenzuolo serve, sa! serve... non saprei, da... da
accumulatore, diciamo, di questa forza misteriosa: lei lo vedrà
agitarsi, signor Meis, gonfiarsi come una vela, rischiararsi a
volte d'un lume strano, quasi direi siderale. Sissignore! Non
siamo ancora riusciti a ottenere « materializzazioni », ma luci
sì: ne vedrà, se la signorina Silvia questa sera si troverà in
buone disposizioni. Comunica con lo spirito di Un suo antico
compagno d'Accademia, morto, Dio ne scampi, di tisi, a
diciott'anni. Era di... non so, di Basilea, mi pare: ma
stabilito a Roma da un pezzo, con la famiglia. Un genio, sa, per
la musica: reciso dalla morte crudele prima che avesse potuto
dare i suoi frutti. Così almeno dice la signorina Caporale.
Anche prima che ella sapesse d'aver questa facoltà medianica,
comunicava con lo spirito di Max. Sissignore: si chiamava così,
Max... aspetti, Max Oliz, se non sbaglio. Sissignore! Invasata
da questo spirito, improvvisava sul pianoforte, fino a cader per
terra, svenuta, in certi momenti. Una sera si raccolse perfino
gente, giù in istrada, che poi la applaudì...
- E la signorina Caporale ne ebbe quasi paura, - aggiunsi io,
placidamente.
- Ah, lo sa? - fece Papiano, restando.
- Me l'ha detto lei stessa. Sicché dunque applaudirono la musica
di Max sonata con le mani della signorina Caporale?
- Già, già! Peccato che non abbiamo in casa un pianoforte.
Dobbiamo contentarci di qualche motivetto, di qualche spunto,
accennato su la chitarra. Max s'arrabbia, sa! fino a strappar le
corde, certe volte... Ma sentirà stasera. Mi pare che sia tutto
in ordine, ormai.
- E dica un po', signor Terenzio. Per curiosità, - volli
domandargli, prima che andasse via, - lei ci crede? ci crede
proprio?
- Ecco, - mi rispose subito, come se avesse preveduto la
domanda. - Per dire la verità, non riesco a vederci chiaro.
- Eh sfido!
- Ah, ma non perché gli esperimenti si facciano al bujo,
badiamo! I fenomeni, le manifestazioni sono reali, non c'è che
dire: innegabili. Noi non possiamo mica diffidare di noi
stessi...
- E perché no? Anzi!
- Come? Non capisco!
- C'inganniamo così facilmente! Massime quando ci piaccia di
credere in qualche cosa...
- Ma a me, no, sa: non piace! - protestò Papiano. - Mio suocero,
che è molto addentro in questi studii, ci crede. Io, fra
l'altro, veda, non ho neanche il tempo di pensarci... se pure ne
avessi voglia. Ho tanto da fare, tanto, con quei maledetti
Borboni del marchese che mi tengono lì a chiodo! Perdo qui
qualche serata. Dal canto mio, son d'avviso, che noi, finché per
grazia di Dio siamo vivi, non potremo saper nulla della morte; e
dunque, non le pare inutile pensarci? Ingegnamoci di vivere alla
meglio, piuttosto, santo Dio! Ecco come io la penso, signor
Meis. A rivederla, eh? Ora scappo a prendere in via dei
Pontefici la signorina Pantogada.
Ritornò dopo circa mezz'ora, molto contrariato: insieme con la
Pantogada e la governante era venuto un certo pittore spagnuolo,
che mi fu presentato a denti stretti come amico di casa Giglio.
Si chiamava Manuel Bernaldez e parlava correttamente l'italiano;
non ci fu verso però di fargli pronunciare l'esse del mio
cognome: pareva che ogni volta, nell'atto di proferirla, avesse
paura che la lingua gliene restasse ferita.
- Adriano Mei, - diceva, come se tutt'a un tratto
fossimo diventati amiconi.
- Adriano Tui, - mi veniva quasi di rispondergli.
Entrarono le donne: Pepita, la governante, la signorina
Caporale, Adriana.
- Anche tu? Che novità? - le disse Papiano con mal garbo.
Non se l'aspettava quest'altro tiro. Io intanto, dal modo con
cui era stato accolto il Bernaldez, avevo capito che il marchese
Giglio non doveva saper nulla dell'intervento di lui alla
seduta, e che doveva esserci sotto qualche intrighetto con la
Pepita.
Ma il gran Terenzio non rinunziò al suo disegno. Disponendo
intorno al tavolino la catena medianica, si fece sedere accanto
Adriana e pose accanto a me la Pantogada.
Non ero contento? No. E Pepita neppure. Parlando tal quale come
il padre, ella si ribellò subito:
- Gracie tanto, asì no puede ser! Ió voglio estar entre el
segnor Paleari e la mia governante, caro segnor Terenzio!
La semioscurità rossastra permetteva appena di discernere i
contorni; cosicché non potei vedere fino a qual punto
rispondesse al vero il ritratto che della signorina Pantogada
m'aveva abbozzato Papiano; il tratto però, la voce e quella
sùbita ribellione s'accordavano perfettamente all'idea che m'ero
fatta di lei, dopo quella descrizione.
Certo, rifiutando cosi sdegnosamente il posto che Papiano le
aveva assegnato accanto a me, la signorina Pantogada
m'offendeva; ma io non solo non me n'ebbi a male, ma anzi me ne
rallegrai.
- Giustissimo! - esclamò Papiano. - E allora, si può far così:
accanto al signor Meis segga la signora Candida; poi prenda
posto lei, signorina. Mio suocero rimanga dov'è: e noi altri tre
pure così, come stiamo. Va bene?
E no! non andava bene neanche così: né per me, né per la
signorina Caporale, né per Adriana e né - come si vide poco dopo
- per la Pepita, la quale stette molto meglio in una nuova
catena disposta proprio dal genialissimo spirito di Max.
Per il momento, io mi vidi accanto quasi un fantasima di donna,
con una specie di collinetta in capo (era cappello? era cuffia?
parrucca? che diavolo era?). Di sotto quel carico enorme uscivan
di tratto in tratto certi sospiri terminati da un breve gemito.
Nessuno aveva pensato a presentarmi a quella signora Candida :
ora, per far la catena, dovevamo tenerci per mano; e lei
sospirava. Non le pareva ben fatto, ecco. Dio, che mano fredda!
Con l'altra mano tenevo la sinistra della signorina Caporale
seduta a capo del tavolino, con le spalle contro il lenzuolo
appeso all'angolo; Papiano le teneva la destra. Accanto ad
Adriana, dall'altra parte, sedeva il pittore; il signor Anselmo
stava all'altro capo del tavolino, dirimpetto alla Caporale.
Papiano disse:
- Bisognerebbe spiegare innanzi tutto al signor Meis e alla
signorina Pantogada il linguaggio... come si chiama?
- Tiptologico, - suggerì il signor Anselmo.
- Prego, anche a me, - si rinzelò la signora Candida, agitandosi
su la seggiola.
- Giustissimo! Anche alla signora Candida, si sa!
- Ecco, - prese a spiegare il signor Anselmo. - Due colpi
vogliono dir sì...
- Colpi? - interruppe Pepita. - Che colpi?
- Colpi, - rispose Papiano, - o battuti sul tavolino o su le
seggiole o altrove o anche fatti percepire per via di
toccamenti.
- Ah no-no-no-no-nó!! - esclamò allora quella a
precipizio, balzando in piedi. - Ió non ne amo, tocamenti.
De chi?
- Ma dello spirito di Max, signorina, - le spiegò Papiano. -
Gliel'ho accennato, venendo: non fanno mica male, si rassicuri.
- Tittologichi, - aggiunse con aria di commiserazione,
da donna superiore, la signora Candida.
- E dunque, - riprese il signor Anselmo, - due colpi, sì;
tre colpi, no; quattro, bujo cinque,
parlate; sei, luce. Basterà così. E ora
concentriamoci, signori miei.
Si fece silenzio. Ci concentrammo.
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il fu mattia pascal
CAPITOLO
14 - LE PRODEZZE DI MAX |
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Apprensione? No. Neanche per ombra. Ma una viva curiosità mi teneva
e anche un certo timore che Papiano stésse per fare una pessima
figura. Avrei dovuto goderne; e, invece, no. Chi non prova pena, o
piuttosto, un frigido avvilimento nell'assistere a una commedia mal
rappresentata da comici inesperti?
« Tra due sta, » pensavo: « o egli è molto abile, o
l'ostinazione di tenersi accanto Adriana non gli fa veder bene
dove si mette, lasciando il Bernaldez e Pepita, me e Adriana
disillusi e perciò in grado d'accorgerci senza alcun gusto,
senz'alcun compenso, della sua frode. Meglio di tutti se
n'accorgerà Adriana che gli sta più vicina; ma lei già sospetta
la frode e vi è preparata. Non potendo starmi accanto, forse in
questo momento ella domanda a se stessa perché rimanga lì ad
assistere a una farsa per lei non solamente insulsa, ma anche
indegna e sacrilega. E Ia stessa domanda certo, dal canto loro,
si rivolgono il Bernaldez e Pepita. Come mai Papiano non se ne
rende conto, or che s'è visto fallire il colpo d'allogarmi
accanto la Pantogada? Si fida dunque tanto della propria
abilità? Stiamo a vedere. »
Facendo queste riflessioni, io non pensavo affatto alla
signorina Caporale. A un tratto, questa si mise a parlare, come
in un leggero dormiveglia.
- La catena, - disse, - la catena va mutata...
- Abbiamo già Max? - domandò premurosamente quel buon uomo del
signor Anselmo.
La risposta della Caporale si fece attendere un bel po'.
- Sì, - poi disse penosamente, quasi con affanno. - Ma siamo in
troppi, questa sera...
- E' vero sì! - scattò Papiano. - Mi sembra però, che così
stiamo benone.
- Zitto! - ammonì il Paleari. - Sentiamo che dice Max.
- La catena, - riprese la Caporale, - non gli par bene
equilibrata. Qua, da questo lato (</I>e sollevò la mia
mano</I>), ci sono due donne accanto. Il signor Anselmo farebbe
bene a prendere il posto della signorina Pantogada, e viceversa.
- Subito! - esclamò il signor Anselmo, alzandosi. - Ecco,
signorina, segga qua!
E Pepita, questa volta, non si ribellò. Era accanto al pittore.
- Poi, - soggiunse la Caporale, - la signora Candida...
Papiano la interruppe:
- Al posto d'Adriana, è vero? Ci avevo pensato. Va benone!
Io strinsi forte, forte, forte, la mano di Adriana fino a farle
male, appena ella venne a prender posto accanto a me.
Contemporaneamente la signorina Caporale mi stringeva l'altra
mano, come per domandarmi: « E' contento così? ». «
Ma sì, contentone! » le risposi io con un'altra stretta,
che significava anche: « E ora fate pure, fate pure quel che vi
piace ! ».
- Silenzio ! - intimò a questo punto il signor Anselmo.
E chi aveva fiatato? Chi? Il tavolino! Quattro colpi: -
Bujo!
Giuro di non averli sentiti.
Se non che, appena spento il lanternino, avvenne tal cosa che
scompigliò d'un tratto tutte le mie supposizioni. La signorina
Caporale cacciò uno strillo acutissimo, che ci fece sobbalzar
tutti quanti dalle seggiole.
- Luce! luce!
Che era avvenuto?
Un pugno! La signorina Caporale aveva ricevuto un pugno su la
bocca, formidabile: le sanguinavano le gengive.
Pepita e la signora Candida scattarono in piedi, spaventate.
Anche Papiano s'alzò per riaccendere il lanternino. Subito
Adriana ritrasse dalla mia mano la sua. Il Bernaldez col
faccione rosso, perché teneva tra le dita un fiammifero,
sorrideva, tra sorpreso e incredulo, mentre il signor Anselmo,
costernatissimo, badava a ripetere:
- Un pugno! E come si spiega?
Me lo domandavo anch'io, turbato. Un pugno? Dunque quel
cambiamento di posti non era concertato avanti tra i due. Un
pugno? Dunque la signorina Caporale s'era ribellata a Papiano. E
ora?
Ora, scostando la seggiola e premendosi un fazzoletto su la
bocca, la Caporale protestava di non voler più saperne. E Pepita
Pantogada strillava:
- Gracie, segnori! gracie! Aqui se dano cachetes!
- Ma no! ma no! - esclamò il Paleari. - Signori miei, questo è
un fatto nuovo, stranissimo! Bisogna chiederne spiegazione.
- A Max? - domandai io.
- A Max, già! Che lei, cara Silvia, abbia male interpretato i
suggerimenti di lui nella disposizione della catena?
- E probabile! è probabile! - esclamò il Bernaldez, ridendo.
- Lei, signor Meis, che ne pensa? - mi domandò il Paleari, a cui
il Bernaldez non andava proprio a genio.
- Eh, di sicuro, questo pare, - dissi io.
Ma la Caporale negò recisamente col capo.
- E allora? - riprese il signor Anselmo. - Come si spiega? Max
violento! E quando mai? Che ne dici tu, Terenzio?
Non diceva nulla, Terenzio, protetto dalla semioscurità: alzò le
spalle, e basta.
- Via - diss'io allora alla Caporale. - Vogliamo contentare il
signor Anselmo, signorina? Domandiamo a Max una spiegazione: che
se poi egli si dimostrerà di nuovo spirito... di poco spirito,
lasceremo andare. Dico bene, signor Papiano?
- Benissimo! - rispose questi. - Domandiamo, domandiamo pure. Io
ci sto.
- Ma non ci sto io, così! - rimbeccò la Caporale, rivolta
proprio a lui.
- Lo dice a me? - fece Papiano. - Ma se lei vuol lasciare
andare...
- Sì, sarebbe meglio, - arrischiò timidamente Adriana.
Ma subito il signor Anselmo le diede su la voce:
- Ecco la paurosa! Son puerilità, perbacco! Scusi, lo dico anche
a lei, Silvia! Lei conosce bene lo spirito che le è familiare, e
sa che questa è la prima volta che... Sarebbe un peccato, via!
perché - spiacevole quanto si voglia quest'incidente - i
fenomeni accennavano questa sera a manifestarsi con insolita
energia.
- Troppa! - esclamò il Bernaldez, sghignazzando e promovendo il
riso degli altri.
- E io, - aggiunsi, - non vorrei buscarmi un pugno su
quest'occhio qui...
- Ni tampoco ió! - aggiunse Pepita.
- A sedere! - ordinò allora Papiano, risolutamente. - Seguiamo
il consiglio del signor Meis. Proviamoci a domandare una
spiegazione. Se i fenomeni si rivelano di nuovo con troppa
violenza, smetteremo. A sedere!
E soffiò sul lanternino.
Io cercai al bujo la mano di Adriana, ch'era fredda e tremante.
Per rispettare il suo timore, non gliela strinsi in prima; pian
piano, gradatamente, gliela premetti, come per infonderle
calore, e, col calore, la fiducia che tutto adesso sarebbe
proceduto tranquillamente. Non poteva esser dubbio, infatti, che
Papiano, forse pentito della violenza a cui s'era lasciato
andare, aveva cangiato avviso. A ogni modo avremmo certo avuto
un momento di tregua; poi forse, io e Adriana, in quel bujo,
saremmo stati il bersaglio di Max. « Ebbene, » dissi tra me, «
se il giuoco diventerà troppo pesante, lo faremo durar poco. Non
permetterò che Adriana sia tormentata. »
Intanto il signor Anselmo s'era messo a parlare con Max, proprio
come si parla a qualcuno vero e reale, lì presente.
- Ci sei?
Due colpi, lievi, sul tavolino. C'era!
- E come va, Max, - domandò il Paleari, in tono d'amorevole
rimprovero, - che tu, tanto buono tanto gentile, hai trattato
così malamente la signorina Silvia? Ce lo vuoi dire?
Questa volta il tavolino si agitò dapprima un poco, quindi tre
colpi secchi e sodi risonarono nel mezzo di esso. Tre colpi:
dunque, no: non ce lo voleva dire.
- Non insistiamo! - si rimise il signor Anselmo. - Tu sei forse
ancora un po' alterato, eh, Max? Lo sento, ti conosco... ti
conosco... Vorresti dirci almeno se la catena così disposta ti
accontenta?
Non aveva il Paleari finito di far questa domanda, ch'io sentii
picchiarmi rapidamente due volte su la fronte, quasi con la
punta di un dito.
- Sì! - esclamai subito, denunciando il fenomeno; e strinsi la
mano d'Adriana.
Debbo confessare che quel « toccamento » inatteso mi fece pure,
lì per li, una strana impressione. Ero sicuro che, se avessi
levato a tempo la mano avrei ghermito quella di Papiano, e
tuttavia... La delicata leggerezza del tocco e la precisione
erano state, a ogni modo, meravigliose. Poi, ripeto, non me
l'aspettavo. Ma perché intanto Papiano aveva scelto me per
manifestar la sua remissione? Aveva voluto con quel segno
tranquillarmi, o era esso all'incontro una sfida e significava:
« Adesso vedrai se son contento »?
- Bravo, Max! - esclamò il signor Anselmo.
E io, tra me:
« (Bravo, sì! Che fitta di scapaccioni ti darei!) »
- Ora, se non ti dispiace - riprese il padron di casa, -
vorresti darci un segno del tuo buon animo verso di noi?
Cinque colpi sul tavolino intimarono: - Parlate!
- Che significa? - domandò la signora Candida, impaurita.
- Che bisogna parlare, - spiegò Papiano, tranquillamente.
E Pepita :
- A chi?
- Ma a chi vuol lei, signorina! Parli col suo vicino, per
esempio.
- Forte?
- Sì, - disse il signor Anselmo. - Questo vuol dire, signor Meis,
che Max ci prepara intanto qualche bella manifestazione. Forse
una luce... chi sa! Parliamo, parliamo...
E che dire? Io già parlavo da un pezzo con la mano d'Adriana, e
non pensavo, ahimè, non pensavo più a nulla! Tenevo a quella
manina un lungo discorso intenso, stringente, e pur carezzevole,
che essa ascoltava tremante e abbandonata; già! l'avevo
costretta a cedermi le dita, a intrecciarle con le mie.
Un'ardente ebbrezza mi aveva preso, che godeva dello spasimo che
le costava lo sforzo di reprimer la sua foga smaniosa per
esprimersi invece con le maniere d'una dolce tenereza, come
voleva il candore di quella timida anima soave.
Ora, in tempo che le nostre mani facevano questo discorso fitto
fitto, io cominciai ad avvertire come uno strofinio alla
traversa, tra le due gambe posteriori della seggiola; e mi
turbai. Papiano non poteva col piede arrivare fin là; e,
quand'anche, la traversa fra le gambe anteriori gliel'avrebbe
impedito. Che si fosse alzato dal tavolino e fosse venuto dietro
alla mia seggiola? Ma, in questo caso, la signora Candida, se
non era proprio scema, avrebbe dovuto avvertirlo. Prima di
comunicare a gli altri il fenomeno, avrei voluto in qualche modo
spiegarmelo; ma poi pensai che, avendo ottenuto ciò che mi
premeva, ora, quasi per obbligo, mi conveniva secondar la frode,
senz'altro indugio, per non irritare maggiormente Papiano. E
avviai a dire quel che sentivo.
- Davvero? - esclamò Papiano, dal suo posto, con una meraviglia
che mi parve sincera.
Né minor meraviglia dimostrò la signorina Caporale.
Sentii rizzarmi i capelli su la fronte. Dunque, quel fenomeno
era vero?
- Strofinìo? - domandò ansiosamente il signor Anselmo. - Come
sarebbe? come sarebbe?
- Ma sì! - confermai, quasi stizzito. - E séguita! Come se ci
fosse qua dietro un cagnolino... ecco!
Un alto scoppio di risa accolse questa mia spiegazione.
- Ma è Minerva! è Minerva! - gridò Pepita Pantogada.
- Chi è Minerva? - domandai, mortificato.
- Ma la mia cagnetta! - riprese quella, ridendo ancora. - La
viechia mia, segnore, che se grata asì soto tute le sedie. Con
permisso! con permisso!
Il Bernaldez accese un altro fiammifero, e Pepita s'alzò per
prendere quella cagnetta, che si chiamava Minerva, e
accucciarsela in grembo.
- Ora mi spiego, - disse contrariato il signor Anselmo, - ora mi
spiego la irritazione di Max. C'è poca serietà, questa sera,
ecco!
Per il signor Anselmo, forse, sì: ma - a dir vero - non ce ne fu
molta di più per noi nelle sere successive, rispetto allo
spiritismo, s'intende.
Chi poté più badare alle prodezze di Max nel buio? Il tavolino
scricchiolava, si moveva, parlava con picchi sodi o lievi; altri
picchi s'udivano su le cartelle delle nostre seggiole e, or qua
or là, su i mobili della camera, e raspamenti, strascichii e
altri rumori; strane luci fosforiche, come fuochi fatui, si
accendevano nell'aria per un tratto, vagolando, e anche il
lenzuolo si rischiarava e si gonfiava come una vela; e un
tavolinetto porta-sigari si fece parecchie passeggiatine per la
camera e una volta finanche balzò sul tavolino intorno al quale
sedevamo in catena; e la chitarra come se avesse messo le ali,
volò dal cassettone su cui era posata e venne a strimpellar su
noi... Mi parve però che Max manifestasse meglio le sue eminenti
facoltà musicali coi sonaglioli d'un collaretto da cane che a un
certo punto fu messo al collo della signorina Caporale; il che
parve al signor Anselmo uno scherzo affettuoso e graziosissimo
di Max; ma la signorina Caporale non lo gradì molto.
Era entrato evidentemente in iscena, protetto dal bujo,
Scipione, il fratello di Papiano, con istruzioni
particolarissime. Costui era davvero epilettico, ma non così
idiota come il fratello Terenzio e lui stesso volevano dare a
intendere. Con la lunga abitudine dell'oscurità, doveva aver
fatto l'occhio a vederci al bujo. In verità, non potrei dire
fino a che punto egli si dimostrasse destro in quelle frodi
congegnate avanti col fratello e con la Caporale; per noi, cioè
per me e per Adriana, per Pepita e il Bernaldez, poteva far
quello che gli piaceva e tutto andava bene, comunque lo facesse:
lì, egli non doveva contentare che il signor Anselmo e la
signora Candida; e pareva vi riuscisse a meraviglia. E vero
bensì, che né l'uno né l'altra erano di difficile contentatura.
Oh, il signor Anselmo gongolava di gioja; pareva in certi
momenti un ragazzetto al teatrino delle marionette; e a certe
sue esclamazioni puerili io soffrivo, non solo per l'avvilimento
che mi cagionava il vedere un uomo, non certamente sciocco,
dimostrarsi tale fino all'inverosimile; ma anche perché Adriana
mi faceva comprendere che provava rimorso a godere così, a
scapito della serietà del padre, approfittandosi della ridicola
dabbenaggine di lui.
Questo solo turbava di tratto in tratto la nostra gioja. Eppure,
conoscendo Papiano, avrebbe dovuto nascermi il sospetto che, se
egli si rassegnava a lasciarmi accanto Adriana e, contrariamente
a' miei timori, non ci faceva mai disturbare dallo spirito di
Max, anzi pareva che ci favorisse e ci proteggesse, doveva aver
fatto qualche altra pensata. Ma era tale in quei momenti la
gioja che mi procurava la libertà indisturbata nel bujo, che
questo sospetto non mi s'affacciò affatto.
- No! - strillo a un certo punto la signorina Pantogada.
E subito il signor Anselmo:
- Dica, dica, signorina! che è stato? che ha sentito?
Anche il Bernaldez la spinse a dire, premurosamente; e allora
Pepita:
- Aquì, su un lado, una carecia...
- Con la mano? - domandò il Paleari. - Delicata, è vero? Fredda,
furtiva e delicata... Oh, Max, se vuole, sa esser gentile con le
donne! Vediamo un po', Max, potresti rifar la carezza alla
signorina?
- Aquì està! aquì está! - si mise a gridare subito
Pepita ridendo.
- Che vuol dire? - domando il signor Anselmo.
- Rifà, rifà... m'acareccia!
- E un bacio, Max? - propose allora il Paleari.
- No! - strillò Pepita, di nuovo.
Ma un bel bacione sonoro le fu scoccato su la guancia.
Quasi involontariamente io mi recai allora la mano di Adriana
alla bocca; poi, non contento, mi chinai a cercar la bocca di
lei, e così il primo bacio, bacio lungo e muto, fu scambiato fra
noi.
Che seguì? ci volle un pezzo, prima ch'io smarrito di confusione
e di vergogna, potessi riavermi in quell'improvviso disordine.
S'erano accorti di quel nostro bacio? Gridavano. Uno, due
fiammiferi, accesi; poi anche la candela, quella stessa che
stava entro il lanternino dal vetro rosso. E tutti in piedi!
Perché? Perché? Un gran colpo, un colpo formidabile, come
vibrato da un pugno di gigante invisibile, tonò sul tavolino,
così, in piena luce. Allibimmo tutti e, più di ogni altro,
Papiano e la signorina Caporale.
- Scipione! Scipione! - chiamò Terenzio.
L'epilettico era caduto per terra e rantolava stranamente.
- A sedere! - gridò il signor Anselmo. - E caduto in trance
anche lui! Ecco, ecco, il tavolino si muove, si solleva, si
solleva... La levitazione! Bravo, Max! Evviva !
E davvero il tavolino, senza che nessuno lo toccasse, si levò
alto più d'un palmo dal suolo e poi ricadde pesantemente.
La Caporale, livida, tremante, atterrita, venne a nascondere la
faccia sul mio petto. La signorina Pantogada e la governante
scapparono via dalla camera, mentre il Paleari gridava
irritatissimo:
- No, qua, perbacco! Non rompete la catena! Ora viene il meglio!
Max! Max!
- Ma che Max! - esclamò Papiano, scrollandosi alla fine dal
terrore che lo teneva inchiodato e accorrendo al fratello per
scuoterlo e richiamarlo in sé.
Il ricordo del bacio fu per il momento soffocato in me dallo
stupore per quella rivelazione veramente strana e inesplicabile,
a cui avevo assistito. Se, come sosteneva il Paleari, la forza
misteriosa che aveva agito in quel momento, alla luce, sotto gli
occhi miei, proveniva da uno spirito invisibile, evidentemente,
questo spirito non era quello di Max: bastava guardar Papiano e
la signorina Caporale per convincersene. Quel Max, lo avevano
inventato loro. Chi dunque aveva agito? chi aveva avventato sul
tavolino quel pugno formidabile?
Tante cose lette nei libri del Paleari mi balzarono in tumulto
alla mente; e, con un brivido, pensai a quello sconosciuto che
s'era annegato nella gora del molino alla Stìa, a cui
io avevo tolto il compianto de' suoi e degli estranei.
« Se fosse lui! » dissi tra me. « Se fosse venuto a trovarmi,
qua, per vendicarsi, svelando ogni cosa... »
Il Paleari intanto, che - solo - non aveva provato né meraviglia
né sgomento, non riusciva ancora a capacitarsi come un fenomeno
così semplice e comune, quale la levitazione del tavolino, ci
avesse tanto impressionato, dopo quel po' po' di meraviglie a
cui avevamo precedentemente assistito. Per lui contava ben poco
che il fenomeno si fosse manifestato alla luce. Piuttosto non
sapeva spiegarsi come mai Scipione si trovasse là, in camera
mia, mentr'egli lo credeva a letto.
- Mi fa specie, - diceva - perché di solito questo poveretto non
si cura di nulla. Ma si vede che queste nostre sedute misteriose
gli han destato una certa curiosità: sarà venuto a spiare, sarà
entrato furtivamente, e allora... pàffete, acchiappato! Perché e
innegabile, sa, signor Meis, che i fenomeni straordinarii della
medianità traggono in gran parte origine dalla nevrosi
epilettica, catalettica e isterica. Max prende da tutti, sottrae
anche a noi buona parte d'energia nervosa, e se ne vale per la
produzione dei fenomeni. E' accertato! Non si sente anche lei,
difatti, come se le avessero sottratto qualche cosa?
- Ancora no, per dire la verità.
Quasi fino all'alba mi rivoltai sul letto, fantasticando di
quell'infelice, sepolto nel cimitero di Miragno, sotto il mio
nome. Chi era? Donde veniva? Perché si era ucciso? Forse voleva
che quella sua triste fine si sapesse: era stata forse
riparazione, espiazione... e io me n'ero approfittato! Più d'una
volta, al bujo - lo confesso - gelai di paura. Quel pugno, lì,
sul tavolino, in camera mia, non lo avevo udito io solo. Lo
aveva scagliato lui? E non era egli ancor lì, nel silenzio,
presente e invisibile, accanto a me? Stavo in orecchi, se
m'avvenisse di cogliere qualche rumore nella camera. Poi
m'addormentai e feci sogni paurosi.
Il giorno appresso aprii le finestre alla luce.
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il fu mattia pascal
CAPITOLO
15 - IO E L'OMBRA MIA |
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Mi è avvenuto più volte, svegliandomi nel cuor della notte (la
notte, in questo caso, non dimostra veramente d'aver cuore), mi è
avvenuto di provare al bujo, nel silenzio, una strana meraviglia,
uno strano impaccio al ricordo di qualche cosa fatta durante il
giorno, alla luce, senz'abbadarci; e ho domandato allora a me stesso
se, a determinar le nostre azioni, non concorrano anche i colori, la
vista delle cose circostanti, il vario frastuono della vita. Ma sì,
senza dubbio; e chi sa quant'altre cose! Non viviamo noi, secondo il
signor Anselmo, in relazione con l'universo? Ora sta a vedere quante
sciocchezze questo maledetto universo ci fa commettere, di cui poi
chiamiamo responsabile la misera coscienza nostra, tirata da forze
esterne, abbagliata da una luce che è fuor di lei. E, all'incontro,
quante deliberazioni prese, quanti disegni architettati, quanti
espedienti macchinati durante la notte non appajono poi vani e non
crollano e non sfumano alla luce del giorno? Com'altro è il giorno,
altro la notte, così forse una cosa siamo noi di giorno, altra di
notte: miserabilissima cosa, ahimè, così di notte come di giorno.
So che, aprendo dopo quaranta giorni le finestre della mia
camera, io non provai alcuna gioja nel riveder la luce. Il
ricordo di ciò che avevo fatto in quei giorni al bujo me la
offuscò orribilmente. Tutte le ragioni e le scuse e le
persuasioni che in quel bujo avevano avuto il loro peso e il
loro valore, non ne ebbero più alcuno, appena spalancate le
finestre, o ne ebbero un altro al tutto opposto. E invano quel
povero me che per tanto tempo se n'era stato con le finestre
chiuse e aveva fatto di tutto per alleviarsi la noja smaniosa
della prigionia, ora - timido come un cane bastonato - andava
appresso a quell'altro me che aveva aperte le finestre e si
destava alla luce del giorno, accigliato, severo, impetuoso;
invano cercava di stornarlo dai foschi pensieri, inducendolo a
compiacersi piuttosto, dinanzi allo specchio, del buon esito
dell'operazione e della barba ricresciuta e anche del pallore
che in qualche modo m'ingentiliva l'aspetto.
« Imbecille, che hai fatto? che hai fatto? »
Che avevo fatto? Niente, siamo giusti! Avevo fatto all'amore. Al
bujo - era colpa mia? - non avevo veduto più ostacoli, e avevo
perduto il ritegno che m'ero imposto. Papiano voleva togliermi
Adriana; la signorina Caporale me l'aveva data, me l'aveva fatta
sedere accanto, e s'era buscato un pugno sulla bocca, poverina;
io soffrivo, e - naturalmente - per quelle sofferenze credevo
com'ogni altro sciagurato (leggi uomo) d'aver diritto a un
compenso, e - poiché l'avevo allato - me l'ero preso; lì si
facevano gli esperimenti della morte, e Adriana, accanto a me,
era la vita, la vita che aspetta un bacio per schiudersi alla
gioja; ora Manuel Bernaldez aveva baciato al bujo la sua Pepita,
e allora anch'io...
- Ah!
Mi buttai su la poltrona, con le mani su la faccia. Mi sentivo
fremere le labbra al ricordo di quel bacio. Adriana! Adriana!
Che speranze le avevo acceso in cuore con quel bacio? Mia sposa,
è vero? Aperte le finestre, festa per tutti!
Rimasi, non so per quanto tempo, li su quella poltrona, a
pensare, ora con gli occhi sbarrati, ora restringendomi tutto in
me, rabbiosamente, come per schermirmi da un fitto spasimo
interno. Vedevo finalmente: vedevo in tutta la sua crudezza la
frode della mia illusione: che cos'era in fondo ciò che m'era
sembrata la più grande delle fortune, nella prima ebbrezza della
mia liberazione.
Avevo già sperimentato come la mia libertà, che a principio
m'era parsa senza limiti, ne avesse purtroppo nella scarsezza
del mio denaro; poi m'ero anche accorto ch'essa più propriamente
avrebbe potuto chiamarsi solitudine e noja, e che mi condannava
a una terribile pena: quella della compagnia di me stesso; mi
ero allora accostato agli altri; ma il proponimento di guardarmi
bene dal riallacciare, foss'anche debolissimamente, le fila
recise, a che era valso? Ecco: s'erano riallacciate da sé,
quelle fila; e la vita, per quanto io, già in guardia, mi fossi
opposto, la vita mi aveva trascinato, con la sua foga
irresistibile: la vita che non era più per me. Ah, ora me
n'accorgevo veramente, ora che non potevo più con vani pretesti,
con infingimenti quasi puerili, con pietose, meschinissime scuse
impedirmi di assumer coscienza del mio sentimento per Adriana,
attenuare il valore delle mie intenzioni, delle mie parole, de'
miei atti. Troppe cose, senza parlare, le avevo detto,
stringendole la mano, inducendola a intrecciar con le mie le sue
dita; e un bacio, un bacio infine aveva suggellato il nostro
amore. Ora, come risponder coi fatti alla promessa? Potevo far
mia Adriana? Ma nella gora del molino, là alla Stìa, ci
avevano buttato me quelle due buone donne, Romilda e la vedova
Pescatore,- non ci s'eran mica buttate loro! E libera dunque era
rimasta lei, mia moglie; non io, che m'ero acconciato a fare il
morto, lusingandomi di poter diventare un altro uomo, vivere
un'altra vita. Un altr'uomo, sì ma a patto di non far nulla. E
che uomo dunque? Un'ombra d'uomo! E che vita? Finché m'ero
contentato di star chiuso in me e di veder vivere gli altri, sì,
avevo potuto bene o male salvar l'illusione ch'io stessi vivendo
un'altra vita; ma ora che a questa m'ero accostato fino a
cogliere un bacio da due care labbra, ecco, mi toccava a
ritrarmene inorridito, come se avessi baciato Adriana con le
labbra d'un morto, d'un morto che non poteva rivivere per lei!
Labbra mercenarie, sì, avrei potuto baciarne; ma che sapor di
vita in quelle labbra? Oh, se Adriana, conoscendo il mio strano
caso... Lei? No... no... che! neanche a pensarci! Lei, così
pura, così timida... Ma se pur l'amore fosse stato in lei più
forte di tutto, più forte d'ogni riguardo sociale... ah povera
Adriana, e come avrei potuto io chiuderla con me nel vuoto della
mia sorte, farla compagna d'un uomo che non poteva in alcun modo
dichiararsi e provarsi vivo? Che fare? che fare?
Due colpi all'uscio mi fecero balzar dalla poltrona. Era lei,
Adriana
Per quanto con uno s | |