Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che
mi chiamavo Mattia Pascal.
E me ne approfittavo.
Ogni qual volta qualcuno de' miei amici o conoscenti dimostrava d'aver perduto
il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi
stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:
- Io mi chiamo Mattia Pascal.
- Grazie, caro. Questo lo so.
- E ti par poco?
Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa
volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè,
come prima, all'occorrenza:
- Io mi chiamo Mattia Pascal.
Qualcuno vorrà bene
compiangermi (costa così poco), immaginando l'atroce cordoglio d'un disgraziato, al quale avvenga di scoprire tutt'a un tratto che...
sì, niente, insomma: né padre, né madre, né come fu o come non fu;
e vorrà pur bene indignarsi (costa anche meno) della corruzione dei
costumi, e de' vizii, e
della tristezza dei tempi, che di tanto male possono esser
cagione a un povero innocente.
Ebbene, si accomodi. Ma è mio dovere avvertirlo che non si
tratta propriamente di questo. Potrei qui esporre, di fatti, in
un albero genealogico, l'origine e la discendenza della mia
famiglia e dimostrare come qualmente non solo ho conosciuto mio
padre e mia madre, ma e gli antenati miei e le loro azioni, in
un lungo decorso di tempo, non tutte veramente lodevoli.
E allora?
Ecco: il mio caso è assai più strano e diverso; tanto
diverso e strano che mi faccio a narrarlo.
Fui, per circa due anni, non so se più cacciatore di topi che
guardiano di libri nella biblioteca che un monsignor Boccamazza,
nel 1803, volle lasciar morendo al nostro Comune. E' ben chiaro
che questo Monsignore dovette conoscer poco l'indole e le
abitudini de' suoi concittadini; o forse sperò che il suo
lascito dovesse col tempo e con la comodità accendere nel loro
animo l'amore per lo studio. Finora, ne posso rendere
testimonianza, non si è acceso: e questo dico in lode de' miei
concittadini: Del dono anzi il Comune si dimostrò così poco
grato al Boccamazza, che non volle neppure erigergli un mezzo busto pur che
fosse, e i libri lasciò per molti e molti anni accatastati in un vasto e umido
magazzino, donde poi li trasse, pensate voi in quale stato, per allogarli nella
chiesetta fuori mano di Santa Maria Liberale, non so per qual ragione
sconsacrata.
Qua li affidò, senz'alcun discernimento, a titolo di beneficio, e come sinecura,
a qualche sfaccendato ben protetto il quale, per due lire al giorno, stando a
guardarli, o anche senza guardarli affatto, ne avesse sopportato per alcune ore
il tanfo della muffa e del vecchiume.
Tal sorte toccò anche a me; e fin dal primo giorno io concepii
così misera stima dei libri, sieno essi a stampa o manoscritti
(come alcuni antichissimi della nostra biblioteca), che ora non
mi sarei mai e poi mai messo a scrivere, se, come ho detto, non
stimassi davvero strano il mio caso e tale da poter servire
d'ammaestramento a qualche curioso lettore, che per avventura,
riducendosi finalmente a effetto l'antica speranza della
buon'anima di monsignor Boccamazza, capitasse in questa
biblioteca, a cui io lascio questo mio manoscritto, con
l'obbligo però che nessuno possa aprirlo se non cinquant'anni
dopo la mia terza, ultima e definitiva morte.
Giacché, per il momento (e Dio sa quanto me ne duole), io sono
morto, sì, già due volte, ma la prima per errore, e la
seconda... sentirete.
CAPITOLO 2 - Premessa seconda (filosofica) a mo' di scusa
L'idea o piuttosto, il consiglio di scrivere mi è venuto dal
mio reverendo amico don Eligio Pellegrinotto, che al presente ha in
custodia i libri della Boccamazza, e al quale io affido il
manoscritto appena sarà terminato, se mai sarà.
Lo scrivo qua, nella chiesetta sconsacrata, al lume che mi viene
dalla lanterna lassù, della cupola; qua, nell'abside riservata
al bibliotecario e chiusa da una bassa cancellata di legno a
pilastrini, mentre don Eligio sbuffa sotto l'incarico che si è
eroicamente assunto di mettere un po' d'ordine in questa vera
babilonia di libri. Temo che non ne verrà mai a capo. Nessuno
prima di lui s'era curato di sapere, almeno all'ingrosso, dando
di sfuggita un'occhiata ai dorsi, che razza di libri quel
Monsignore avesse donato al Comune: si riteneva che tutti o
quasi dovessero trattare di materie religiose. Ora il
Pellegrinotto ha scoperto, per maggior sua consolazione, una
varietà grandissima di materie nella biblioteca di Monsignore; e
siccome i libri furon presi di qua e di là nel magazzino e
accozzati così come venivano sotto mano, la confusione è
indescrivibile. Si sono strette per la vicinanza fra questi
libri amicizie oltre ogni dire speciose: don Eligio
Pellegrinotto mi ha detto, ad esempio, che ha stentato non poco
a staccare da un trattato molto licenzioso Dell'arte di amar
le donne libri tre di Anton Muzio Porro, dell'anno 1571,
una Vita e morte di Faustino Materucci, Benedettino di
Polirone, che taluni chiamano beato, biografia edita a
Mantova nel 1625. Per l'umidità, le legature de' due volumi si
erano fraternamente appiccicate. Notare che nel libro secondo di
quel trattato licenzioso si discorre a lungo della vita e delle
avventure monacali.
Molti libri curiosi e piacevolissimi don Eligio Pellegrinotto,
arrampicato tutto il giorno su una scala da lampionajo, ha
pescato negli scaffali della biblioteca, Ogni qual volta ne
trova uno, lo lancia dall'alto, con garbo, sul tavolone che sta
in mezzo; la chiesetta ne rintrona; un nugolo di polvere si
leva, da cui due o tre ragni scappano via spaventati: io accorro
dall'abside, scavalcando la cancellata; do prima col libro
stesso la caccia ai ragni su pe'l tavolone polveroso; poi apro
il libro e mi metto a leggiucchiarlo.
Così, a poco a poco, ho fatto il gusto a siffatte letture. Ora
don Eligio mi dice che il mio libro dovrebbe esser condotto sul
modello di questi ch'egli va scovando nella biblioteca, aver
cioè il loro particolar sapore. Io scrollo le spalle e gli
rispondo che non è fatica per me. E poi altro mi trattiene.
Tutto sudato e impolverato, don Eligio scende dalla scala e
viene a prendere una boccata d'aria nell'orticello che ha
trovato modo di far sorgere qui dietro l'abside, riparato giro
giro da stecchi e spuntoni.
- Eh, mio reverendo amico, - gli dico io, seduto sul murello,
col mento appoggiato al pomo del bastone, mentr'egli attende
alle sue lattughe. - Non mi par più tempo, questo, di scriver
libri, neppure per ischerzo. In considerazione anche della
letteratura, come per tutto il resto, io debbo ripetere il mio
solito ritornello: Maledetto sia Copernico!
- Oh oh oh, che c'entra Copernico! - esclama don Eligio,
levandosi su la vita, col volto infocato sotto il cappellaccio
di paglia.
- C'entra, don Eligio. Perché, quando la Terra non girava...
- E dàlli! Ma se ha sempre girato!
- Non è vero. L'uomo non lo sapeva, e dunque era come se non
girasse. Per tanti, anche adesso non gira. L'ho detto l'altro
giorno a un vecchio contadino, e sapete come m'ha risposto?
ch'era una buona scusa per gli ubriachi. Del resto, anche voi
scusate, non potete mettere in dubbio che Giosuè fermò il Sole.
Ma lasciamo star questo. Io dico che quando la Terra non girava,
e l'uomo, vestito da greco o da romano, vi faceva così bella
figura e così altamente sentiva di sé e tanto si compiaceva
della propria dignità, credo bene che potesse riuscire accetta
una narrazione minuta e piena d'oziosi particolari. Si legge o
non si legge in Quintiliano, come voi m'avete insegnato, che la
storia doveva esser fatta per raccontare e non per provare?
- Non nego, - risponde don Eligio, - ma è vero altresì che non
si sono mai scritti libri così minuti, anzi minuziosi in tutti i
più riposti particolari, come dacché, a vostro dire, la Terra
s'è messa a girare.
- E va bene! Il signor conte si levò per tempo, alle ore
otto e mezzo precise... La signora contessa indossò un abito
lilla con una ricca fioritura di merletti alla gola... Teresina
si moriva di fame... Lucrezia spasimava d'amore... Oh,
santo Dio! e che volete che me n'importi? Siamo o non siamo su
un'invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un
granellino di sabbia impazzito che gira e gita e gira, senza
saper perché, senza pervenir mai a destino, come se ci provasse
gusto a girar così, per farci sentire ora un po' più di caldo,
ora un po' più di freddo, e per farci morire - spesso con la
coscienza d'aver commesso una sequela di piccole sciocchezze -
dopo cinquanta o sessanta giri? Copernico, Copernico, don Eligio
mio ha rovinato l'umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci
siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell'infinita
nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente
nell'Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni e
che valore dunque volete che abbiano le notizie, non dico delle
nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità?
Storie di vermucci ormai le nostre. Avete letto di quel piccolo
disastro delle Antille? Niente. La Terra, poverina, stanca di
girare, come vuole quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto
un piccolo moto d'impazienza, e ha sbuffato un po' di fuoco per
una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le aveva mosso
quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non
sono stati mai così nojosi come adesso. Basta. Parecchie
migliaja di vermucci abbrustoliti. E tiriamo innanzi. Chi ne
parla più?
Don Eligio Pellegrinotto mi fa però osservare che per quanti
sforzi facciamo nel crudele intento di strappare, di distruggere
le illusioni che la provvida natura ci aveva create a fin di
bene, non ci riusciamo. Per fortuna, l'uomo si distrae
facilmente.
Questo è vero. Il nostro Comune, in certe notti segnate nel
calendario, non fa accendere i lampioni, e spesso - se è nuvolo
- ci lascia al bujo.
Il che vuol dire, in fondo, che noi anche oggi crediamo che la
luna non stia per altro nel cielo, che per farci lume di notte,
come il sole di giorno, e le stelle per offrirci un magnifico
spettacolo. Sicuro. E dimentichiamo spesso e volentieri di
essere atomi infinitesimali per rispettarci e ammirarci a
vicenda, e siamo capaci di azzuffarci per un pezzettino di terra
o di dolerci di certe cose, che, ove fossimo veramente
compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie
incalcolabili.
Ebbene, in grazia di questa distrazione provvidenziale, oltre
che per la stranezza del mio caso, io parlerò di me, ma quanto
più brevemente mi sarà possibile, dando cioè soltanto quelle
notizie che stimerò necessarie.
Alcune di esse, certo, non mi faranno molto onore; ma io mi
trovo ora in una condizione così eccezionale, che posso
considerarmi come già fuori della vita, e dunque senza obblighi
e senza scrupoli di sorta.
Ho detto troppo presto, in principio, che ho conosciuto mio padre.
Non l'ho conosciuto. Avevo quattr'anni e mezzo quand'egli morì.
Andato con un suo trabaccolo in Corsica, per certi negozii che vi
faceva, non torno più, ucciso da una perniciosa, in tre giorni, a
trentotto anni. Lasciò tuttavia nell'agiatezza la moglie e i due
figli: Mattia (che sarei io, e fui) e Roberto, maggiore di me di due
anni.
Qualche vecchio del paese si compiace ancora di dare a credere
che la ricchezza di mio padre (la quale pure non gli dovrebbe
più dar ombra, passata com'è da un pezzo in altre mani) avesse
origini - diciamo così - misteriose.
Vogliono che se la fosse procacciata giocando a carte, a
Marsiglia, col capitano d'un vapore mercantile inglese, il
quale, dopo aver perduto tutto il denaro che aveva seco, e non
doveva esser poco, si era anche giocato un grosso carico di
zolfo imbarcato nella lontana Sicilia per conto d'un negoziante
di Liverpool (sanno anche questo! e il nome?), d'un negoziante
di Liverpool, che aveva noleggiato il vapore; quindi, per
disperazione, salpando, s'era annegato in alto mare. Così il
vapore era approdato a Liverpool, alleggerito anche del peso del
capitano. Fortuna che aveva per zavorra la malignità de' miei
compaesani.
Possedevamo terre e case. Sagace e avventuroso, mio padre non
ebbe mai pe' suoi commerci stabile sede: sempre in giro con quel
suo trabaccolo, dove trovava meglio e più opportunamente
comprava e subito rivendeva mercanzie d'ogni genere; e perché
non fosse tentato a imprese troppo grandi e rischiose, investiva
a mano a mano i guadagni in terre e case, qui, nel proprio
paesello, dove presto forse contava di riposarsi negli agi
faticosamente acquistati, contento e in pace tra la moglie e i
figliuoli.
Così acquistò prima la terra delle Due Riviere ricca di
olivi e di gelsi, poi il podere della Stìa anch'esso
riccamente beneficato e con una bella sorgiva d'acqua, che fu
presa quindi per il molino; poi tutta la poggiata dello
Sperone ch'era il miglior vigneto della nostra contrada, e
infine San Rocchino, ove edificò una villa deliziosa.
In paese, oltre alla casa in cui abitavamo, acquistò due altre
case e tutto quell'isolato, ora ridotto e acconciato ad
arsenale.
La sua morte quasi improvvisa fu la nostra rovina. Mia madre,
inetta al governo dell'eredità, dovette affidarlo a uno che, per
aver ricevuto tanti beneficii da mio padre fino a cangiar di
stato, stimo dovesse sentir l'obbligo di almeno un po' di
gratitudine, la quale, oltre lo zelo e l'onestà, non gli sarebbe
costata sacrifizii d'alcuna sorta, poiché era lautamente
remunerato,
Santa donna, mia madre! D'indole schiva e placidissima, aveva
così scarsa esperienza della vita e degli uomini! A sentirla
parlare, pareva una bambina. Parlava con accento nasale e rideva
anche col naso, giacché ogni volta, come si vergognasse di
ridere, stringeva le labbra. Gracilissima di complessione, fu,
dopo la morte di mio padre, sempre malferma in salute; ma non si
lagnò mai de' suoi mali, né credo se ne infastidisse neppure con
se stessa, accettandoli, rassegnata, come una conseguenza
naturale della sua sciagura. Forse si aspettava di morire
anch'essa, dal cordoglio, e doveva dunque ringraziare Iddio che
la teneva in vita, pur così tapina e tribolata, per il bene dei
figliuoli.
Aveva per noi una tenerezza addirittura morbosa, piena di
palpiti e di sgomento: ci voleva sempre vicini, quasi temesse di
perderci, e spesso mandava in giro le serve per la vasta casa,
appena qualcuno di noi si fosse un po' allontanato.
Come una cieca, s'era abbandonata alla guida del marito;
rimastane senza, si sentì sperduta nel mondo. E non uscì più di
casa, tranne le domeniche, di mattina per tempo, per andare a
messa nella prossima chiesa, accompagnata dalle due vecchie
serve, ch'ella trattava come parenti. Nella stessa casa, anzi,
si restrinse a vivere in tre camere soltanto, abbandonando le
molte altre alle scarse cure delle serve e alle nostre
diavolerie.
Spirava, in quelle stanze, da tutti i mobili d'antica foggia,
dalle tende scolorite, quel tanfo speciale delle cose antiche,
quasi il respiro d'un altro tempo; e ricordo che più d'una volta
io mi guardai attorno con una strana costernazione che mi veniva
dalla immobilità silenziosa di quei vecchi oggetti da tanti anni
lì senz'uso, senza vita.
Fra coloro che più spesso venivano a visitar la mamma era una
sorella di mio padre, zitellona bisbetica, con un pajo d'occhi
da furetto, bruna e fiera. Si chiamava Scolastica. Ma si
tratteneva, ogni volta, pochissimo, perché tutt'a un tratto,
discorrendo, s'infuriava, e scappava via senza salutare nessuno.
Io, da ragazzo, ne avevo una gran paura. La guardavo con tanto
d'occhi, specialmente quando la vedevo scattare in piedi su le
furie e le sentivo gridare, rivolta a mia madre e pestando
rabbiosamente un piede sul pavimento:
- Senti il vuoto? La talpa! la talpa!
Alludeva al Malagna, all'amministratore che ci scavava soppiatto
la fossa sotto i piedi.
Zia Scolastica (l'ho saputo dipoi) voleva a tutti i costi che
mia madre riprendesse marito. Di solito, le cognate non hanno di
queste idee né dànno di questi consigli. Ma ella aveva un
sentimento aspro e dispettoso della giustizia; e più per questo,
certo, che per nostro amore, non sapeva tollerare che quell'uomo
ci rubasse così, a man salva. Ora, data l'assoluta inettitudine
e la cecità di mia madre, non ci vedeva altro rimedio, che un
secondo marito. E lo designava anche in persona d'un pover'uomo,
che si chiamava Gerolamo Pomino.
Costui era vedovo, con un figliuolo, che vive tuttora e si
chiama Gerolamo come il padre: amicissimo mio, anzi più che
amico, come dirò appresso. Fin da ragazzo veniva col padre in
casa nostra, ed era la disperazione mia e di mio fratello Berto.
Il padre, da giovane, aveva aspirato lungamente alla mano di zia
Scolastica, che non aveva voluto saperne, come non aveva voluto
saperne, del resto, di alcun altro; e non già perché non si
fosse sentita disposta ad amare, ma perché il più lontano
sospetto che l'uomo da lei amato avesse potuto anche col solo
pensiero tradirla, le avrebbe fatto commettere - diceva - un
delitto. Tutti finti, per lei, gli uomini, birbanti e traditori.
Anche Pomino? No, ecco: Pomino, no. Ma se n'era accorta troppo
tardi. Di tutti gli uomini che avevano chiesto la sua mano, e
che poi si erano ammogliati, ella era riuscita a scoprire
qualche tradimento, e ne aveva ferocemente goduto. Solo di
Pomino, niente; anzi il pover'uomo era stato un martire della
moglie.
E perché dunque, ora, non lo sposava lei ? Oh bella, perché era
vedovo! era appartenuto a un'altra donna, alla quale forse,
qualche volta, avrebbe potuto pensare. E poi perché... via! si
vedeva da cento miglia lontano, non ostante la timidezza: era
innamorato, era innamorato... s'intende di chi, quel povero
signor Pomino!
Figurarsi se mia madre avrebbe mai acconsentito. Le sarebbe
parso un vero e proprio sacrilegio. Ma non credeva forse
neppure, poverina, che zia Scolastica dicesse sul serio; e
rideva in quel suo modo particolare alle sfuriate della cognata,
alle esclamazioni del povero signor Pomino, che si trovava lì
presente a quelle discussioni, e al quale la zitellona
scaraventava le lodi più sperticate.
M'immagino quante volte egli avrà esclamato, dimenandosi su la
seggiola, come su un arnese di tortura:
- Oh santo nome di Dio benedetto!
Omino lindo, aggiustato, dagli occhietti ceruli mansueti, credo
che s'incipriasse e avesse anche la debolezza di passarsi un po'
di rossetto, appena appena, un velo, su le guance: certo si
compiaceva d'aver conservato fino alla sua età i capelli, che si
pettinava con grandissima cura, a farfalla, e si rassettava
continuamente con le mani.
Io non so come sarebbero andati gli affari nostri, se mia madre,
non certo per sé ma in considerazione dell'avvenire dei suoi
figliuoli, avesse seguìto il consiglio di zia Scolastica e
sposato il signor Pomino. E' fuor di dubbio però che peggio di
come andarono, affidati al Malagna (la talpa!), non sarebbero
potuti andare.
Quando Berto e io fummo cresciuti, gran parte degli averi
nostri, è vero, era andata in fumo; ma avremmo potuto almeno
salvare dalle grinfie di quel ladro il resto che, se non più
agiatamente, ci avrebbe certo permesso di vivere: senza bisogni.
Fummo due scioperati; non ci volemmo dar pensiero di nulla,
seguitando, da grandi, a vivere come nostra madre, da piccoli,
ci aveva abituati.
Non aveva voluto nemmeno mandarci a scuola. Un tal Pinzone fu il
nostro ajo e precettore. Il suo vero nome era Francesco, o
Giovanni, Del Cinque; ma tutti lo chiamavano Pinzone, ed egli ci
s'era già tanto abituato che si chiamava Pinzone da sé.
Era d'una magrezza che incuteva ribrezzo; altissimo di statura;
e più alto, Dio mio, sarebbe stato, se il busto, tutt'a un
tratto quasi stanco di tallir gracile in sù, non gli si fosse
curvato sotto la nuca in una discreta gobbetta, da cui il collo
pareva uscisse penosamente, come quel d'un pollo spennato, con
un grosso nottolino protuberante, che gli andava sù e giù.
Pinzone si sforzava spesso di tener tra i denti le labbra, come
per mordere, castigare e nascondere un risolino tagliente, che
gli era proprio; ma lo sforzo in parte era vano, perché questo
risolino, non potendo per le labbra così imprigionate, gli
scappava per gli occhi, più acuto e beffardo che mai.
Molte cose con quegli occhietti egli doveva vedere nella nostra
casa, che né la mamma né noi vedevamo. Non parlava, forse perché
non stimava dover suo parlare, o perché - com'io ritengo più
probabile - ne godeva in segreto, velenosamente.
Noi facevamo di lui tutto quello che volevamo; egli ci lasciava
fare; ma poi, come se volesse stare in pace con la propria
coscienza, quando meno ce lo saremmo aspettato, ci tradiva.
Un giorno, per esempio, la mamma gli ordinò di condurci in
chiesa; era prossima la Pasqua, e dovevamo confessarci. Dopo la
confessione, una breve visitina alla moglie inferma del Malagna,
e subito a casa. Figurarsi che divertimento! Ma, appena in
istrada, noi due proponemmo a Pinzone una scappatella: gli
avremmo pagato un buon litro di vino, purché lui, invece che in
chiesa e dal Malagna, ci avesse lasciato andare alla Stìa
in cerca di nidi. Pinzone accettò felicissimo, stropicciandosi
le mani, con gli occhi sfavillanti. Bevve; andammo nel podere;
fece il matto con noi per circa tre ore, ajutandoci ad
arrampicarci su gli alberi, arrampicandocisi egli stesso. Ma
alla sera, di ritorno a casa, appena la mamma gli domandò se
avevamo fatto la nostra confessione e la visita al Malagna:
- Ecco, le dirò... - rispose, con la faccia più tosta del mondo;
e le narrò per filo e per segno quanto avevamo fatto.
Non giovavano a nulla le vendette che di questi suoi tradimenti
noi ci prendevamo. Eppure ricordo che non eran da burla. Una
sera, per esempio, io e Berto, sapendo che egli soleva dormire,
seduto su la cassapanca, nella saletta d'ingresso, in attesa
della cena, saltammo furtivamente dal letto, in cui ci avevano
messo per castigo prima dell'ora solita, riuscimmo a scovare una
canna di stagno, da serviziale, lunga due palmi, la riempimmo
d'acqua saponata nella vaschetta del bucato; e, così armati,
andammo cautamente a lui, gli accostammo la canna alle nari - e
zifff! -. Lo vedemmo balzare fin sotto al soffitto.
Quanto con un siffatto precettore dovessimo profittar nello
studio, non sarà difficile immaginare. La colpa però non era
tutta di Pinzone; ché egli anzi, pur di farci imparare qualche
cosa, non badava a metodo né a disciplina, e ricorreva a mille
espedienti per fermare in qualche modo la nostra attenzione.
Spesso con me, ch'ero di natura molto impressionabile, ci
riusciva. Ma egli aveva una erudizione tutta sua particolare,
curiosa e bislacca. Era, per esempio, dottissimo in bisticci:
conosceva la poesia fidenziana e la maccaronica, la
burchiellesca e la leporeambica, e citava allitterazioni e
annominazioni e versi correlativi e incatenati e retrogradi di
tutti i poeti perdigiorni, e non poche rime balzane componeva
egli stesso.
Ricordo a San Rocchino, un giorno, ci fece ripetere
alla collina dirimpetto non so più quante volte questa sua
Eco:
In cuor di donna quanto dura amore? - (Ore). Ed
ella non mi amò quant'io l'amai? - (Mai). Or chi sei
tu che sì ti lagni meco? - (Eco).
E ci dava a sciogliere tutti gli Enimmi in ottava rima
di Giulio Cesare Croce, e quelli in sonetti del Moneti e gli
altri, pure in sonetti, d'un altro scioperatissimo che aveva
avuto il coraggio di nascondersi sotto il nome di Caton
l'Uticense. Li aveva trascritti con inchiostro tabaccoso in un
vecchio cartolare dalle pagine ingiallite.
- Udite, udite quest'altro dello Stigliani. Bello! Che sarà?
Udite:
A un tempo stesso io mi son una, e due, E fo due ciò ch'era
una primamente. Una mi adopra con le cinque sue Contra infiniti
che in capo ha la gente. Tutta son bocca dalla cinta in sue, E
più mordo sdentata che con dente. Ho due bellichi a contrapposti
siti, Gli occhi ho ne' piedi, e spesso a gli occhi i diti.
Mi pare di vederlo ancora, nell'atto di recitare, spirante
delizia da tutto il volto, con gli occhi semichiusi, facendo con
le dita il chiocciolino.
Mia madre era convinta che al bisogno nostro potesse bastare ciò
che Pinzone c'insegnava; e credeva fors'anche, nel sentirci
recitare gli enimmi del Croce o dello Stigliani, che ne avessimo
già di avanzo. Non così zia Scolastica, la quale - non riuscendo
ad appioppare a mia madre il suo prediletto Pomino - s'era messa
a perseguitar Berto e me. Ma noi, forti della protezione della
mamma, non le davamo retta, e lei si stizziva così fieramente
che, se avesse potuto senza farsi vedere o sentire, ci avrebbe
certo picchiato fino a levarci la pelle. Ricordo che una volta,
scappando via al solito su le furie, s'imbatté in me per una
delle stanze abbandonate; m'afferrò per il mento, me lo strinse
forte forte con le dita, dicendomi: - Bellino! bellino!
bellino! - e accostandomi, man mano che diceva, sempre più
il volto al volto, con gli occhi negli occhi, finché poi emise
una specie di grugnito e mi lasciò, ruggendo tra i denti:
- Muso di cane!
Ce l'aveva specialmente con me, che pure attendevo agli
strampalati insegnamenti di Pinzone senza confronto più di
Berto. Ma doveva esser la mia faccia placida e stizzosa e quei
grossi occhiali rotondi che mi avevano imposto per raddrizzarmi
un occhio, il quale, non so perché, tendeva a guardare per conto
suo, altrove.
Erano per me, quegli occhiali, un vero martirio. A un certo
punto, li buttai via e lasciai libero l'occhio di guardare dove
gli piacesse meglio. Tanto, se dritto, quest'occhio non
m'avrebbe fatto bello. Ero pieno di salute, e mi bastava.
A diciott'anni m'invase la faccia un barbone rossastro e
ricciuto, a scapito del naso piuttosto piccolo, che si trovò
come sperduto tra esso e la fronte spaziosa e grave.
Forse, se fosse in facoltà dell'uomo la scelta d'un naso adatto
alla propria faccia, o se noi, vedendo un pover'uomo oppresso da
un naso troppo grosso per il suo viso smunto, potessimo dirgli:
« Questo naso sta bene a me, e me lo piglio; » forse, dico, io
avrei cambiato il mio volentieri, e così anche gli occhi e tante altre parti
della mia persona. Ma sapendo bene che non si può, rassegnato alle mie fattezze,
non me ne curavo più che tanto.
Berto, al contrario, bello di volto e di corpo (almeno
paragonato con me), non sapeva staccarsi dallo specchio e si
lisciava e si accarezzava e sprecava denari senza fine per le
cravatte più nuove, per i profumi più squisiti e per la
biancheria e il vestiario. Per fargli dispetto, un giorno, io
presi dal suo guardaroba una marsina nuova fiammante, un
panciotto elegantissimo di velluto nero, il gibus, e me ne andai
a caccia così parato.
Batta Malagna, intanto, se ne veniva a piangere presso mia madre
le mal'annate che lo costringevano a contrar debiti onerosissimi
per provvedere alle nostre spese eccessive e ai molti lavori di
riparazione di cui avevano continuamente bisogno le campagne.
- Abbiamo avuto un'altra bella bussata! - diceva ogni volta,
entrando.
La nebbia aveva distrutto sul nascere le olive, a Due
Riviere; oppure la fillossera i vigneti dello Sperone.
Bisognava piantare vitigni americani, resistenti al male. E
dunque, altri debiti. Poi il consiglio di vendere lo Sperone,
per liberarsi dagli strozzini, che lo assediavano. E così prima
fu venduto lo Sperone, poi Due Riviere, poi
San Rocchino. Restavano le case e il podere della
Stia, col molino. Mia madre s'aspettava ch'egli un giorno
venisse a dire ch'era seccata la sorgiva.
Noi fummo, è vero, scioperati, e spendevamo senza misura; ma è
anche vero che un ladro più ladro di Batta Malagna non nascerà
mai più su la faccia della terra. E' il meno che io possa
dirgli, in considerazione della parentela che fui costretto a
contrarre con lui.
Egli ebbe l'arte di non farci mancare mai nulla, finché visse
mia madre. Ma quell'agiatezza, quella libertà fino al capriccio,
di cui ci lasciava godere, serviva a nascondere l'abisso che
poi, morta mia madre, ingojò me solo; giacché mio fratello ebbe
la ventura di contrarre a tempo un matrimonio vantaggioso.
Il mio matrimonio, invece...
- Bisognerà pure che ne parli, eh, don Eligio, del mio
matrimonio?
Arrampicato là, su la sua scala da lampionajo, don Eligio
Pellegrinotto mi risponde:
- E come no? Sicuro. Pulitamente...
- Ma che pulitamente! Voi sapete bene che...
Don Eligio ride, e tutta la chiesetta sconsacrata con lui. Poi
mi consiglia:
- S'io fossi in voi, signor Pascal, vorrei prima leggermi
qualche novella del Boccaccio o del Bandello. Per il tono, per
il
tono...
Ce l'ha col tono, don Eligio. Auff! Io butto giù come vien
viene.
Un giorno, a caccia, mi fermai, stranamente impressionato, innanzi a
un pagliajo nano e panciuto, che aveva un pentolino in cima allo
stollo.
- Ti conosco, - gli dicevo, - ti conosco...
Poi, a un tratto, esclamai:
- To'! Batta Malagna.
Presi un tridente, ch'era lì per terra, e glielo infissi nel
pancione con tanta voluttà, che il pentolino in cima allo stollo
per poco non cadde. Ed ecco Batta Malagna, quando, sudato e
sbuffante, portava il cappello su le ventitré.
Scivolava tutto: gli scivolavano nel lungo faccione di qua e di
là, le sopracciglia e gli occhi; gli scivolava il naso su i
baffi melensi e sul pizzo; gli scivolavano dall'attaccatura del
collo le spalle; gli scivolava il pancione languido, enorme,
quasi fino a terra, perché, data l'imminenza di esso su le
gambette tozze, il sarto, per vestirgli quelle gambette, era
costretto a tagliargli quanto mai agiati i calzoni; cosicché, da
lontano, pareva che indossasse invece, bassa bassa, una veste, e
che la pancia gli arrivasse fino a terra.
Ora come, con una faccia e con un corpo così fatti, Malagna
potesse esser tanto ladro, io non so. Anche i ladri m'immagino,
debbono avere una certa impostatura, ch'egli mi pareva non
avesse. Andava piano, con quella sua pancia pendente, sempre con
le mani dietro la schiena, e tirava fuori con tanta fatica
quella sua voce molle, miagolante! Mi piacerebbe sapere com'egli
li ragionasse con la sua propria coscienza i furti che di
continuo perpetrava a nostro danno. Non avendone, come ho detto,
alcun bisogno, una ragione a se stesso, una scusa, doveva pur
darla. Forse, io dico, rubava per distrarsi in qualche modo,
pover'uomo.
Doveva essere infatti, entro di sé, tremendamente afflitto da
una di quelle mogli che si fanno rispettare.
Aveva commesso l'errore di scegliersi la moglie d'un paraggio
superiore al suo, ch'era molto basso. Or questa donna, sposata a
un uomo di condizione pari alla sua, non sarebbe stata forse
così fastidiosa com'era con lui, a cui naturalmente doveva
dimostrare, a ogni minima occasione, ch'ella nasceva bene e che
a casa sua si faceva così e così. Ed ecco il Malagna,
obbediente, far così e così, come diceva lei - per parere un
signore anche lui. - Ma gli costava tanto! Sudava sempre,
sudava.
Per giunta, la signora Guendalina poco dopo il matrimonio, si
ammalò d'un male di cui non poté più guarire, giacché, per
guarirne, avrebbe dovuto fare un sacrifizio superiore alle sue
forze: privarsi nientemeno di certi pasticcini coi tartufi, che
le piacevano tanto, e di simili altre golerie, e anche, anzi
soprattutto, del vino. Non che ne bevesse molto; sfido! nasceva
bene: ma non avrebbe dovuto berne neppure un dito, ecco.
Io e Berto, giovinetti, eravamo qualche volta invitati a pranzo
dal Malagna. Era uno spasso sentirgli fare, coi dovuti riguardi,
una predica alla moglie su la continenza, mentre lui mangiava,
divorava con tanta voluttà i cibi più succulenti:
- Non ammetto, - diceva, - che per il momentaneo piacere che
prova la gola al passaggio d'un boccone, per esempio, come
questo - (e giù il boccone) - si debba poi star male
un'intera giornata. Che sugo c'è? Io son certo che me ne
sentirei, dopo, profondamente avvilito. Rosina! - (chiamava
la serva) - Dammene ancora un po'. Buona, questa salsa
majonese!
- Majonese! - scattava allora la moglie inviperita. -
Basta così! Guarda, il Signore dovrebbe farti provare che cosa
vuol dire star male di stomaco. Impareresti ad aver
considerazione per tua moglie.
- Come, Guendalina! Non ne ho? - esclamava Malagna, mentre si
versava un po' di vino.
La moglie, per tutta risposta, si levava da sedere, gli toglieva
dalle mani il bicchiere e andava a buttare il vino dalla
finestra.
- E perché? - gemeva quello, restando.
E la moglie:
- Perché per me è veleno! Me ne vedi versare un dito nel
bicchiere? Toglimelo, e va' a buttarlo dalla finestra, come ho
fatto io, capisci?
Malagna guardava, mortificato, sorridente, un po' Berto, un po'
me, un po' la finestra, un po' il bicchiere; poi diceva:
- Oh Dio, e che sei forse una bambina? Io, con la violenza? Ma
no, cara: tu, da te, con la ragione dovresti importelo il
freno...
- E come? - gridava la moglie. - Con la tentazione sotto gli
occhi? vedendo te che ne bevi tanto e te l'assapori e te lo
guardi controlume, per farmi dispetto? Va' là, ti dico! Se fossi
un altro marito, per non farmi soffrire...
Ebbene, Malagna arrivò fino a questo: non bevve più vino, per
dare esempio di continenza alla moglie, e per non farla
soffrire.
Poi - rubava... Eh sfido! Qualche cosa bisognava pur che
facesse.
Se non che, poco dopo, venne a sapere che la signora Guendalina
se lo beveva di nascosto, lei, il vino. Come se, per non farle
male, potesse bastare che il marito non se ne accorgesse. E
allora anche lui, Malagna, riprese a bere, ma fuor di casa, per
non mortificare la moglie.
Seguitò tuttavia a rubare, è vero. Ma io so ch'egli desiderava
con tutto il cuore dalla moglie un certo compenso alle
afflizioni senza fine che gli procurava; desiderava cioè che
ella un bel giorno si fosse riso- luta a mettergli al mondo un
figliuolo. Ecco! Il furto allora avrebbe avuto uno scopo, una
scusa. Che non si fa per il bene dei figliuoli?
La moglie però deperiva di giorno in giorno, e Malagna non osava
neppure di esprimerle questo suo ardentissimo desiderio. Forse
ella era anche sterile, di natura. Bisognava aver tanti riguardi
per quel suo male. Che se poi fosse morta di parto, Dio
liberi?... E poi c'era anche il rischio che non portasse a
compimento il figliuolo.
Così si rassegnava.
Era sincero? Non lo dimostrò abbastanza alla morte della signora
Guendalina. La pianse, oh la pianse molto, e sempre la ricordò
con una devozione così rispettosa che, al posto di lei, non
volle più mettere un'altra signora - che! che! - e lo avrebbe
potuto bene, ricco come già s'era fatto; ma prese la figlia d'un
fattore di campagna, sana, florida, robusta e allegra; e così
unicamente perché non potesse esser dubbio che ne avrebbe avuto
la prole desiderata. Se si affrettò un po' troppo, via...
bisogna pur considerare che non era più un giovanotto e tempo da
perdere non ne aveva.
Oliva, figlia di Pietro Salvoni, nostro fattore a Due
Riviere, io la conoscevo bene, da ragazza.
Per cagion sua, quante speranze non feci concepire alla mamma:
ch'io stessi cioè per metter senno e prender gusto alla
campagna. Non capiva più nei panni, dalla consolazione,
poveretta! Ma un giorno la terribile zia Scolastica le aprì gli
occhi:
- E non vedi, sciocca, che va sempre a Due Riviere?
La mamma allora mi fece una ramanzina coi fiocchi: che mi
guardassi bene dal commettere il peccato mortale d'indurre in
tentazione e di perdere per sempre una povera ragazza, ecc.,
ecc.
Ma non c'era pericolo. Oliva era onesta, di una onestà
incrollabile, perché radicata nella coscienza del male che si
sarebbe fatto, cedendo. Questa coscienza appunto le toglieva
tutte quelle insulse timidezze de' finti pudori, e la rendeva
ardita e sciolta.
Come rideva! Due ciriege, le labbra. E che denti!
Ma, da quelle labbra, neppure un bacio; dai denti, sì, qualche
morso, per castigo, quand'io la afferravo per le braccia e non
volevo lasciarla se prima non le allungavo un bacio almeno su i
capelli.
Nient'altro.
Ora, così bella, così giovane e fresca, moglie di Batta
Malagna... Mah! Chi ha il coraggio di voltar le spalle a certe
fortune? Eppure Oliva sapeva bene come il Malagna fosse
diventato ricco! Me ne diceva tanto male, un giorno, poi, per
questa ricchezza appunto, lo sposò.
Passa intanto un anno dalle nozze; ne passano due; e niente
figliuoli.
Malagna, entrato da tanto tempo nella convinzione che non ne
aveva avuti dalla prima moglie solo per la sterilità o per la
infermità continua di questa, non concepiva ora neppur
lontanamente il sospetto che potesse dipender da lui. E cominciò
a mostrare il broncio a Oliva.
- Niente?
- Niente.
Aspettò ancora un anno, il terzo: invano. Allora prese a
rimbrottarla apertamente; e in fine, dopo un altro anno, ormai
disperando per sempre, al colmo dell'esasperazione, si mise a
malmenarla senza alcun ritegno; gridandole in faccia che con
quella apparente floridezza ella lo aveva ingannato, ingannato,
ingannato; che soltanto per aver da lei un figliuolo egli
l'aveva innalzata fino a quel posto, già tenuto da una signora,
da una vera signora, alla cui memoria, se non fosse stato per
questo, non avrebbe fatto mai un tale affronto.
La povera Oliva non rispondeva, non sapeva che dire; veniva
spesso a casa nostra per sfogarsi con mia madre, che la
confortava con buone parole a sperare ancora, poiché infine era
giovane, tanto giovane:
- Vent'anni?
- Ventidue...
E dunque, via! S'era dato più d'un caso d'aver figliuoli anche
dopo dieci, anche dopo quindici anni dal giorno delle nozze.
- Quindici? Ma, e lui? Lui era già vecchio; e se...
A Oliva era nato fin dal primo anno il sospetto che, via, tra
lui e lei - come dire? - la mancanza potesse più esser di lui
che sua, non ostante che egli si ostinasse a dir di no. Ma se ne
poteva far la prova? Oliva, sposando, aveva giurato a se stessa
di mantenersi onesta, e non voleva, neanche per riacquistar la
pace, venir meno al giuramento.
Come le so io queste cose? Oh bella, come le so!... Ho pur detto
che ella veniva a sfogarsi a casa nostra; ho detto che la
conoscevo da ragazza; ora la vedevo piangere per l'indegno modo
d'agire e la stupida e provocante presunzione di quel laido
vecchiaccio, e... debbo proprio dir tutto? Del resto, fu no; e
dunque basta.
Me ne consolai presto. Avevo allora, o credevo d'avere (ch'è lo
stesso) tante cose per il capo. Avevo anche quattrini, che -
oltre al resto - forniscono pure certe idee, le quali senza di
essi non si avrebbero. Mi ajutava però maledettamente a
spenderli Gerolamo II Pomino, che non ne era mai provvisto
abbastanza, per la saggia parsimonia paterna.
Mino era come l'ombra nostra; a turno, mia e di Berto; e
cangiava con meravigliosa facoltà scimmiesca, secondo che
praticava con Berto o con me. Quando s'appiccicava a Berto,
diventava subito un damerino; e il padre allora, che aveva anche
lui velleità d'eleganza, apriva un po' la bocca al sacchetto. Ma
con Berto ci durava poco. Nel vedersi imitato finanche nel modo
di camminare, mio fratello perdeva subito la pazienza, forse per
paura del ridicolo, e lo bistrattava fino a cavarselo di torno.
Mino allora tornava ad appiccicarsi a me; e il padre a stringer
la bocca al sacchetto.
Io avevo con lui più pazienza, perché volentieri pigliavo a
godermelo. Poi me ne pentivo. Riconoscevo d'aver ecceduto per
causa sua in qualche impresa, o sforzato la mia natura o
esagerato la dimostrazione de' miei sentimenti per il gusto di
stordirlo o di cacciarlo in qualche impiccio, di cui
naturalmente soffrivo anch'io le conseguenze.
Ora Mino, un giorno, a caccia, a proposito del Malagna, di cui
gli avevo raccontato le prodezze con la moglie, mi disse che
aveva adocchiato una ragazza, figlia d'una cugina del Malagna
appunto, per la quale avrebbe commesso volentieri qualche grossa
bestialità. Ne era capace; tanto più che la ragazza non pareva
restìa; ma egli non aveva avuto modo finora neppur di parlarle.
- Non ne avrai avuto il coraggio, va' là! - dissi io ridendo.
Mino negò; ma arrossì troppo, negando.
- Ho parlato però con la serva, - s'affrettò a soggiungermi. - E
n'ho saputo di belle, sai? M'ha detto che il tuo Malanno
lo han lì sempre per casa, e che, così all'aria, le sembra che
mediti qualche brutto tiro, d'accordo con la cugina, che è una
vecchia strega.
- Che tiro?
- Mah, dice che va lì a piangere la sua sciagura di non aver
figliuoli. La vecchia, dura, arcigna, gli risponde che gli sta
bene. Pare che essa, alla morte della prima moglie del Malagna,
si fosse messo in capo di fargli sposare la propria figliuola e
si fosse adoperata in tutti i modi per riuscirvi; che poi,
disillusa, n'abbia detto di tutti i colori all'indirizzo di quel
bestione, nemico dei parenti, traditore del proprio sangue,
ecc., ecc., e che se la sia presa anche con la figliuola che non
aveva saputo attirare a sé lo zio. Ora, infine, che il vecchio
si dimostra tanto pentito di non aver fatto lieta la nipote, chi
sa qual'altra perfida idea quella strega può aver concepito.
Mi turai gli orecchi con le mani, gridando a Mino:
- Sta' zitto!
Apparentemente, no; ma in fondo ero pur tanto ingenuo, in quel
tempo. Tuttavia - avendo notizia delle scene ch'erano avvenute e
avvenivano in casa Malagna - pensai che il sospetto di quella
serva potesse in qualche modo esser fondato, e volli tentare,
per il bene d'Oliva, se mi fosse riuscito d'appurare qualche
cosa. Mi feci dare da Mino il recapito di quella strega. Mino mi
si raccomandò per la ragazza.
- Non dubitare, - gli risposi. - La lascio a te, che diamine!
E il giorno dopo, con la scusa d'una cambiale, di cui per
combinazione quella mattina stessa avevo saputo dalla mamma la
scadenza in giornata, andai a scovar Malagna in casa della
vedova Pescatore.
Avevo corso apposta, e mi precipitai dentro tutto accaldato e in
sudore.
- Malagna, la cambiale!
Se già non avessi saputo ch'egli non aveva la coscienza pulita,
me ne sarei accorto senza dubbio quel giorno vedendolo balzare
in piedi pallido, scontraffatto, balbettando:
- Che... che cam..., che cambiale?
- La cambiale così e così, che scade oggi... Mi manda la mamma,
che n'è tanto impensierita!
Batta Malagna cadde a sedere, esalando in un ah
interminabile tutto lo spavento che per un istante lo aveva
oppresso.
- Ma fatto!... tutto fatto!... Perbacco, che soprassalto... L'ho
rinnovata, eh? a tre mesi, pagando i frutti, s'intende. Ti sei
davvero fatta codesta corsa per così poco?
E rise, rise, facendo sobbalzare il pancione; m'invitò a sedere;
mi presentò alle donne.
- Mattia Pascal. Marianna Dondi, vedova Pescatore, mia cugina.
Romilda, mia nipote.
Volle che, per rassettarmi dalla corsa, bevessi qualcosa.
- Romilda, se non ti dispiace...
Come se fosse a casa sua.
Romilda si alzò, guardando la madre, per consigliarsi con gli
occhi di lei, e poco dopo, non ostanti le mie proteste, tornò
con un piccolo vassojo su cui era un bicchiere e una bottiglia
di vermouth. Subito, a quella vista, la madre si alzò
indispettita, dicendo alla figlia:
- Ma no! ma no! Da' qua!
Le tolse il vassojo dalle mani e uscì per rientrare poco dopo
con un altro vassojo di lacca, nuovo fiammante, che reggeva una
magnifica rosoliera: un elefante inargentato, con una botte di
vetro sul groppone, e tanti bicchierini appesi tutt'intorno, che
tintinnivano.
Avrei preferito il vermouth. Bevvi il rosolio. Ne bevvero anche
il Malagna e la madre. Romilda, no.
Mi trattenni poco, quella prima volta, per avere una scusa a
tornare: dissi che mi premeva di rassicurar la mamma intorno a
quella cambiale, e che sarei venuto di lì a qualche giorno a
goder con più agio della compagnia delle signore.
Non mi parve, dall'aria con cui mi salutò, che Marianna Dondi,
vedova Pescatore, accogliesse con molto piacere l'annunzio d'una
mia seconda visita: mi porse appena la mano: gelida mano, secca,
nodosa, gialliccia; e abbassò gli occhi e strinse le labbra. Mi
compensò la figlia con un simpatico sorriso che prometteva
cordiale accoglienza, e con uno sguardo, dolce e mesto a un
tempo, di quegli occhi che mi fecero fin dal primo vederla una
così forte impressione: occhi d'uno strano color verde, cupi,
intensi, ombreggiati da lunghissime ciglia; occhi notturni, tra
due bande di capelli neri come l'ebano, ondulati, che le
scendevano su la fronte e su le tempie, quasi a far meglio
risaltare la viva bianchezza de la pelle.
La casa era modesta; ma già tra i vecchi mobili si notavano
parecchi nuovi venuti, pretensiosi e goffi nell'ostentazione
della loro novità troppo appariscente: due grandi lumi di
majolica, per esempio, ancora intatti, dai globi di vetro
smerigliato, di strana foggia, su un'umilissima mensola dal
piano di marmo ingiallito, che reggeva uno specchio tetro in una
cornice tonda, qua e là scrostata, la quale pareva si aprisse
nella stanza come uno sbadiglio d'affamato. C'era poi, davanti
al divanuccio sgangherato, un tavolinetto con le quattro zampe
dorate e il piano di porcellana dipinto di vivacissimi colori;
poi uno stipetto a muro, di lacca giapponese, ecc., ecc., e su
questi oggetti nuovi gli occhi di Malagna si fermavano con
evidente compiacenza, come già su la rosoliera recata in trionfo
dalla cugina vedova Pescatore.
Le pareti della stanza eran quasi tutte tappezzate di vecchie e
non brutte stampe, di cui il Malagna volle farmi ammirare
qualcuna, dicendomi ch'erano opera di Francesco Antonio
Pescatore, suo cugino, valentissimo incisore (morto pazzo, a
Torino, - aggiunse piano), del quale volle anche mostrarmi il
ritratto.
- Eseguito con le proprie mani, da sé, davanti allo specchio.
Ora io, guardando Romilda e poi la madre, avevo poc'anzi
pensato: « Somiglierà al padre! ». Adesso, di fronte al ritratto
di questo, non sapevo più che pensare.
Non voglio arrischiare supposizioni oltraggiose. Stimo, è vero,
Marianna Dondi, vedova Pescatore, capace di tutto; ma come
immaginare un uomo, e per giunta bello, capace d'essersi
innamorato di lei? Tranne che non fosse stato un pazzo più pazzo
del marito.
Riferii a Mino le impressioni di quella prima visita. Gli parlai
di Romilda con tal calore d'ammirazione, ch'egli subito se ne
accese, felicissimo che anche a me fosse tanto piaciuta e d'aver
la mia approvazione.
Io allora gli domandai che intenzioni avesse: la madre, sì,
aveva tutta l'aria d'essere una strega; ma la figliuola, ci
avrei giurato, era onesta. Nessun dubbio su le mire infami del
Malagna; bisognava dunque, a ogni costo, al più presto, salvare
la ragazza.
- E come? - mi domandò Pomino, che pendeva affascinato dalle mie
labbra.
- Come? Vedremo. Bisognerà prima di tutto accertarsi di tante
cose; andare in fondo; studiar bene. Capirai, non si può mica
prendere una risoluzione così su due piedi. Lascia fare a me:
t'ajuterò. Codesta avventura mi piace.
- Eh... ma... - obbiettò allora Pomino, timidamente, cominciando
a sentirsi sulle spine nel vedermi così infatuato. - Tu diresti
forse... sposarla?
- Non dico nulla, io, per adesso. Hai paura, forse?
- No, perché?
- Perché ti vedo correre troppo. Piano piano, e rifletti. Se
veniamo a conoscere ch'ella è davvero come dovrebbe essere:
buona, saggia, virtuosa (bella è, non c'è dubbio, e ti piace,
non è vero?) - oh! poniamo ora che veramente ella sia esposta,
per la nequizia della madre e di quell'altra canaglia, a un
pericolo gravissimo, a uno scempio, a un mercato infame:
proveresti ritegno innanzi a un atto meritorio, a un'opera
santa, di salvazione?
- Io no... no! - fece Pomino. - Ma... mio padre?
- S'opporrebbe? Per qual ragione? Per la dote, è vero? Non per
altro! Perché ella, sai? è figlia d'un artista, d'un
valentissimo incisore, morto... sì, morto bene, insomma, a
Torino... Ma tuo padre è ricco, e non ha che te solo: ti può
dunque contentare, senza badare alla dote! Che se poi, con le
buone, non riesci a vincerlo, niente paura: un bel volo dal
nido, e s'aggiusta ogni cosa. Pomino, hai il cuore di stoppa?
Pomino rise, e io allora gli dimostrai quattro e quattr'otto che
egli era nato marito, come si nasce poeta. Gli descrissi a vivi
colori, seducentissimi, la felicità della vita coniugale con la
sua Romilda; l'affetto, le cure, la gratitudine ch'ella avrebbe
avuto per lui, suo salvatore. E, per concludere:
- Tu ora, - gli dissi, - devi trovare il modo e la maniera di
farti notare da lei e di parlarle o di scriverle. Vedi, in
questo momento, forse, una tua lettera potrebbe essere per lei,
assediata da quel ragno, un'àncora di salvezza. Io intanto
frequenterò la casa; starò a vedere; cercherò di cogliere
l'occasione di presentarti. Siamo intesi?
- Intesi.
Perché mostravo tanta smania di maritar Romilda? - Per niente.
Ripeto: per il gusto di stordire Pomino. Parlavo e parlavo, e
tutte le difficoltà sparivano. Ero impetuoso, e prendevo tutto
alla leggera. Forse per questo, allora, le donne mi amavano, non
ostante quel mio occhio un po' sbalestrato e il mio corpo da
pezzo da catasta. Questa volta, però, - debbo dirlo - la mia
foga proveniva anche dal desiderio di sfondare la trista ragna
ordita da quel laido vecchio, e farlo restare con un palmo di
naso; dal pensiero della povera Oliva; e anche - perché no? -
dalla speranza di fare un bene a quella ragazza che veramente mi
aveva fatto una grande impressione.
Che colpa ho io se Pomino eseguì con troppa timidezza le mie
prescrizioni? che colpa ho io se Romilda, invece d'innamorarsi
di Pomino, s'innamorò di me, che pur le parlavo sempre di lui?
che colpa, infine, se la perfidia di Marianna Dondi, vedova
Pescatore, giunse fino a farmi credere ch'io con la mia arte, in
poco tempo, fossi riuscito a vincere la diffidenza di lei e a
fare anche un miracolo: quello di farla ridere più d'una volta,
con le mie uscite balzane? Le vidi a poco a poco ceder le armi;
mi vidi accolto bene; pensai che, con un giovanotto lì per casa,
ricco (io mi credevo ancora ricco) e che dava non dubbii segni
di essere innamorato della figlia, ella avesse finalmente smesso
la sua iniqua idea, se pure le fosse mai passata per il capo.
Ecco: ero giunto finalmente a dubitarne!
Avrei dovuto, è vero, badare al fatto che non m'era più avvenuto
d'incontrarmi col Malagna in casa di lei, e che poteva non esser
senza ragione ch'ella mi ricevesse soltanto di mattina. Ma chi
ci badava? Era, del resto, naturale, poiché io ogni volta, per
aver maggior libertà, proponevo gite in campagna, che si fanno
più volentieri di mattina. Mi ero poi innamorato anch'io di
Romilda, pur seguitando sempre a parlarle dell'amore di Pomino;
innamorato come un matto di quegli occhi belli, di quel nasino,
di quella bocca, di tutto, finanche d'un piccolo porro ch'ella
aveva sulla nuca, ma finanche d'una cicatrice quasi invisibile
in una mano, che le baciavo e le baciavo e le baciavo... per
conto di Pomino, perdutamente.
Eppure, forse, non sarebbe accaduto nulla di grave, se una
mattina Romilda (eravamo alla Stìa e avevamo lasciato
la madre ad ammirare il molino), tutt'a un tratto, smettendo lo
scherzo troppo ormai prolungato sul suo timido amante lontano,
non avesse avuto un'improvvisa convulsione di pianto e non
m'avesse buttato le braccia al collo, scongiurandomi tutta
tremante che avessi pietà di lei; me la togliessi comunque,
purché via lontano, lontano dalla sua casa, lontano da quella
sua madraccia, da tutti subito, subito, subito...
Lontano? Come potevo così subito condurla via lontano?
Dopo, sì, per parecchi giorni, ancora ebbro di lei, cercai il
modo, risoluto a tutto, onestamente. E già cominciavo a
predisporre mia madre alla notizia del mio prossimo matrimonio,
ormai inevitabile, per debito di coscienza, quando, senza saper
perché, mi vidi arrivare una lettera secca secca di Romilda, che
mi diceva di non occuparmi più di lei in alcun modo e di non
recarmi mai più in casa sua, considerando come finita per sempre
la nostra relazione.
Ah sì? E come? Che era avvenuto?
Lo stesso giorno Oliva corse piangendo in casa nostra ad
annunziare alla mamma ch'ella era la donna più infelice di
questo mondo, che la pace della sua casa era per sempre
distrutta. Il suo uomo era riuscito a far la prova che non
mancava per lui aver figliuoli; era venuto ad annunziarglielo,
trionfante.
Ero presente a questa scena. Come abbia fatto a frenarmi lì per
lì, non so. Mi trattenne il rispetto per la mamma. Soffocato
dall'ira, dalla nausea, scappai a chiudermi in camera, e solo,
con le mani tra i capelli, cominciai a domandarmi come mai
Romilda, dopo quanto era avvenuto fra noi, si fosse potuta
prestare a tanta ignominia! Ah, degna figlia della madre! Non il
vecchio soltanto avevano entrambe vilissimamente ingannato, ma
anche me, anche me! E, come la madre, anche lei dunque si era
servita di me, vituperosamente, per il suo fine infame, per la
sua ladra voglia! E quella povera Oliva, intanto! Rovinata,
rovinata...
Prima di sera uscii, ancor tutto fremente, diretto alla casa
d'Oliva. Avevo con me, in tasca, la lettera di Romilda.
Oliva, in lagrime, raccoglieva le sue robe: voleva tornare dal
suo babbo, a cui finora, per prudenza, non aveva fatto neppure
un cenno di quanto le era toccato a soffrire.
- Ma, ormai, che sto più a farci? - mi disse. - E' finita! Se si
fosse almeno messo con qualche altra, forse...
- Ah tu sai dunque, - le domandai, - con chi s'è messo ?
Chinò più volte il capo, tra i singhiozzi, e si nascose la
faccia tra le mani.
- Una ragazza! - esclamò poi, levando le braccia. E la madre! la
madre! la madre! D'accordo, capisci? La propria madre!
- Lo dici a me? - feci io. - Tieni: leggi.
E le porsi la lettera.
Oliva la guardò, come stordita; la prese e mi do mandò:
- Che vuol dire?
Sapeva leggere appena. Con lo sguardo mi chiese se fosse proprio
necessario ch'ella facesse quello sforzo, in quel momento.
- Leggi, - insistetti io.
E allora ella si asciugò gli occhi, spiegò il foglio e si mise a
interpretar la scrittura, pian piano, sillabando. Dopo le prime
parole, corse con gli occhi alla firma, e mi guardò, sgranando
gli occhi:
- Tu?
- Da' qua, - le dissi, - te la leggo io, per intero.
Ma ella si strinse la carta contro il seno:
- No! - gridò. - Non te la do più! Questa ora mi serve!
- E a che potrebbe servirti? - le domandai, sorridendo
amaramente. - Vorresti mostrargliela? Ma in tutta codesta
lettera non c'è una parola per cui tuo marito potrebbe non
credere più a ciò che egli invece è felicissimo di credere. Te
l'hanno accalappiato bene, va' là!
- Ah, è vero! è vero! - gemette Oliva. - Mi è venuto con le mani
in faccia, gridandomi che mi fossi guardata bene dal metter in
dubbio l'onorabilità di sua nipote!
- E dunque? - dissi io, ridendo acre. - Vedi? Tu non puoi più
ottener nulla negando. Te ne devi guardar bene! Devi anzi dirgli
di sì, che è vero, verissimo ch'egli può aver figliuoli...
comprendi?
Ora perché mai, circa un mese dopo, Malagna picchiò, furibondo,
la moglie, e, con la schiuma ancora alla bocca, si precipitò in
casa mia, gridando che esigeva subito una riparazione perché io
gli avevo disonorata, rovinata una nipote, una povera orfana?
Soggiunse che, per non fare uno scandalo, egli avrebbe voluto
tacere. Per pietà di quella poveretta, non avendo egli
figliuoli, aveva anzi risoluto di tenersi quella creatura,
quando sarebbe nata, come sua. Ma ora che Dio finalmente gli
aveva voluto dare la consolazione d'aver un figliuolo
legittimo, lui, dalla propria moglie, non poteva, non
poteva più, in coscienza, fare anche da padre a quell'altro che
sarebbe nato da sua nipote.
- Mattia provveda! Mattia ripari! - concluse, congestionato dal
furore. - E subito! Mi si obbedisca subito! E non mi si
costringa a dire di più, o a fare qualche sproposito!
Ragioniamo un po', arrivati a questo punto. Io n'ho viste di
tutti i colori. Passare anche per imbecille o per... peggio, non
sarebbe, in fondo, per me, un gran guajo. Già - ripeto - son
come fuori della vita, e non m'importa più di nulla. Se dunque,
arrivato a questo punto, voglio ragionare, è soltanto per la
logica.
Mi sembra evidente che Romilda non ha dovuto far nulla di male,
almeno per indurre in inganno lo zio. Altrimenti, perché Malagna
avrebbe subito a suon di busse rinfacciato alla moglie il
tradimento e incolpato me presso mia madre d'aver recato
oltraggio alla nipote?
Romilda infatti sostiene che, poco dopo quella nostra gita alla
Stìa, sua madre, avendo ricevuto da lei la confessione
dell'amore che ormai la legava a me indissolubilmente, montata
su tutte le furie, le aveva gridato in faccia che mai e poi mai
avrebbe acconsentito a farle sposare uno scioperato, già quasi
all'orlo del precipizio. Ora, poiché da sé, ella, aveva recato a
se stessa il peggior male che a una fanciulla possa capitare,
non restava più a lei, madre previdente, che di trarre da questo
male il miglior partito. Quale fosse, era facile intendere.
Venuto, al- l'ora solita, il Malagna, ella andò via, con una
scusa, e la lasciò sola con lo zio. E allora, lei, Romilda,
piangendo - dice - a calde lagrime, si gittò ai piedi di lui,
gli fece intendere la sua sciagura e ciò che la madre avrebbe
preteso da lei; lo pregò d'interporsi, d'indurre la madre a più
onesti consigli, poiché ella era già d'un altro, a cui voleva
serbarsi fedele.
Malagna s'intenerì - ma fino a un certo segno. Le disse che ella
era ancor minorenne, e perciò sotto la potestà della madre, la
quale, volendo, avrebbe potuto anche agire contro di me,
giudiziariamente; che anche lui, in coscienza, non avrebbe
saputo approvare un matrimonio con un discolo della mia forza,
sciupone e senza cervello, e che non avrebbe potuto perciò
consigliarlo alla madre; le disse che al giusto e naturale
sdegno materno bisognava che lei sacrificasse pure qualche cosa,
che sarebbe poi stata, del resto, la sua fortuna; e concluse che
egli non avrebbe potuto infine far altro che provvedere - a
patto però che si fosse serbato con tutti il massimo segreto -
provvedere al nascituro, fargli da padre, ecco, giacché egli non
aveva figliuoli e ne desiderava tanto e da tanto tempo uno.
Si può essere - domando io - più onesti di così?
Ecco qua: tutto quello che aveva rubato al padre egli lo avrebbe
rimesso al figliuolo nascituro.
Che colpa ha lui, se io, - poi, - ingrato e sconoscente, andai a
guastargli le uova nel paniere?
Due, no! eh, due, no, perbacco!
Gli parvero troppi, forse perché avendo già Roberto, com'ho
detto, contratto un matrimonio vantaggioso, stimò che non lo
avesse danneggiato tanto, da dover rendere anche per lui.
In conclusione, si vede che - capitato in mezzo a così brava
gente - tutto il male lo avevo fatto io. E dovevo dunque
scontarlo.
Mi ricusai dapprima, sdegnosamente. Poi, per le preghiere di mia
madre, che già vedeva la rovina della nostra casa e sperava
ch'io potessi in qualche modo salvarmi, sposando la nipote di
quel suo nemico, cedetti e sposai.
Mi pendeva, tremenda, sul capo l'ira di Marianna Dondi, vedova
Pescatore.
- Che hai concluso? - mi domandava. - Non t'era bastato, di',
esserti introdotto in casa mia come un ladro per insidiarmi la
figliuola e rovinarmela? Non t'era bastato?
- Eh no, cara suocera! - le rispondevo. - Perché, se mi fossi
arrestato lì vi avrei fatto un piacere, reso un servizio...
- Lo senti? - strillava allora alla figlia. - Si vanta, osa
vantarsi per giunta della bella prodezza che è andato a
commettere c quella... - e qui una filza di laide parole
all'indirizzo di Oliva; poi, arrovesciando le mani su i fianchi,
appuntando le gomita davanti: - Ma che hai concluso? Non hai
rovinato anche tuo figlio, così? Ma già, a lui, che glien'importa?
E' suo anche quello, è suo...
Non mancava mai di schizzare in fine questo veleno, sapendo la
virtù ch'esso aveva sull'animo di Romilda, gelosa di quel figlio
che sarebbe nato a Oliva, tra gli agi e in letizia; mentre il
suo, nell'angustia, nell'incertezza del domani, e fra tutta
quella guerra. Le facevano crescere questa gelosia anche le
notizie che qualche buona donna, fingendo di non saper nulla,
veniva a recarle della zia Malagna, ch'era così contenta, così
felice della grazia che Dio finalmente aveva voluto concederle:
ah, si era fatta un fiore; non era stata mai così bella e
prosperosa!
E lei, intanto, ecco: buttata lì su una poltrona, rivoltata da
continue nausee; pallida, disfatta, imbruttita, senza più un
momento di bene, senza più voglia neanche di parlare o d'aprir
gli occhi.
Colpa mia anche questa? Pareva di sì. Non mi poteva più né
vedere né sentire. E fu peggio, quando per salvare il podere
della Stìa, col molino, si dovettero vendere le case, e
la povera mamma fu costretta a entrar nell'inferno di casa mia.
Già, quella vendita non giovò a nulla. Il Malagna, con quel
figlio nascituro, che lo abilitava ormai a non aver più né
ritegno né scrupolo, fece l'ultima: si mise d'accordo con gli
strozzini, e comprò lui, senza figurare, le case, per pochi
bajocchi. I debiti che gravavano su la Stìa restarono
così per la maggior parte scoperti e il podere insieme col
molino fu messo dai creditori sotto amministrazione giudiziaria.
E fummo liquidati.
Che fare ormai? Mi misi, ma quasi senza speranza, in cerca di
un'occupazione qual si fosse, per provvedere ai bisogni più
urgenti della famiglia. Ero inetto a tutto; e la fama che m'ero
fatta con le mie imprese giovanili e con la mia scioperataggine
non invogliava certo nessuno a darmi da lavorare. Le scene poi,
a cui giornalmente mi toccava d'assistere e di prender parte in
casa mia mi toglievano quella calma che mi abbisognava per
raccogliermi un po' a considerare, ciò che avrei potuto e saputo
fare.
Mi cagionava un vero e proprio ribrezzo il veder mia madre, lì
in contatto con la vedova Pescatore. La santa vecchietta mia,
non più ignara, ma agli occhi miei irresponsabile de' suoi
torti, dipesi dal non aver saputo credere fino a tanto alla
nequizia degli uomini, se ne stava tutta ristretta in sé, con le
mani in grembo, gli occhi bassi, seduta in un cantuccio, ma come
se non fosse ben sicura di poterci stare, lì a quel posto; come
se fosse sempre in attesa di partire, di partire tra poco - se
Dio voleva! E non dava fastidio neanche all'aria. Sorrideva ogni
tanto a Romilda, pietosamente; non osava più di accostarsele;
perché, una volta, pochi giorni dopo la sua entrata in casa
nostra, essendo accorsa a prestarle ajuto, era stata
sgarbatamente allontanata da quella strega.
- Faccio io, faccio io; so quel che debbo fare.
Per prudenza, avendo Romilda veramente bisogno d'ajuto in quel
momento, m'ero stato zitto; ma spiavo perché nessuno le mancasse
di rispetto.
M'accorgevo intanto che questa guardia ch'io facevo a mia madre
irritava sordamente la strega e anche mia moglie, e temevo che,
quand'io non fossi in casa, esse, per sfogar la stizza e votarsi
il cuore della bile, la maltrattassero. Sapevo di certo che la
mamma non mi avrebbe detto mai nulla. E questo pensiero mi
torturava. Quante, quante volte non le guardai gli occhi per
vedere se avesse pianto! Ella mi sorrideva, mi carezzava con lo
sguardo, poi mi domandava:
- Perché mi guardi così?
- Stai bene, mamma?
Mi faceva un atto appena appena con la mano e mi rispondeva:
- Bene; non vedi? Va' da tua moglie, va'; soffre, poverina.
Pensai di scrivere a Roberto, a Oneglia, per dirgli che si
prendesse lui in casa la mamma, non per togliermi un peso che
avrei tanto volentieri sopportato anche nelle ristrettezze in
cui mi trovavo, ma per il bene di lei unicamente.
Berto mi rispose che non poteva; non poteva perché la sua
condizione di fronte alla famiglia della moglie e alla moglie
stessa era penosissima, dopo il nostro rovescio: egli viveva
ormai su la dote della moglie, e non avrebbe dunque potuto
imporre a questa anche il peso della suocera. Del resto, la
mamma - diceva - si sarebbe forse trovata male allo stesso modo
in casa sua, perché anche egli conviveva con la madre della
moglie, buona donna, sì, ma che poteva diventar cattiva per le
inevitabili gelosie e gli attriti che nascono tra suocere. Era
dunque meglio che la mamma rimanesse a casa mia; se non altro,
non si sarebbe così allontanata negli ultimi anni dal suo paese
e non sarebbe stata costretta a cangiar vita e abitudini. Si
dichiarava infine dolentissimo di non potere, per tutte le
considerazioni esposte più sù, prestarmi un anche menomo
soccorso pecuniario, come con tutto il cuore avrebbe voluto.
Io nascosi questa lettera alla mamma. Forse se l'animo
esasperato in quel momento non mi avesse offuscato il giudizio,
non me ne sarei tanto indignato; avrei considerato, per esempio,
secondo la natural disposizione del mio spirito, che se un
rosignolo dà via le penne della coda, può dire: mi resta il dono
del canto; ma se le fate dar via a un pavone, le penne della
coda, che gli resta? Rompere anche per poco l equilibrio che
forse gli costava tanto studio, l'equilibrio per cui poteva
vivere pulitamente e fors'anche con una cert'aria di dignità
alle spalle della moglie, sarebbe stato per Berto sacrifizio
enorme, una perdita irreparabile. Oltre alla bella presenza,
alle garbate maniere, a quella sua impostatura d'elegante
signore, non aveva più nulla, lui, da dare alla moglie neppure
un briciolo di cuore, che forse l'avrebbe compensata del
fastidio che avrebbe potuto recarle la povera mamma mia. Mah!
Dio l'aveva fatto così; gliene aveva dato pochino pochino, di
cuore. Che poteva farci, povero Berto?
Intanto le angustie crescevano; e io non trovavo da porvi
riparo. Furon venduti gli ori della mamma, cari ricordi. La
vedova Pescatore, temendo che io e mia madre fra poco dovessimo
anche vivere sulla sua rendituccia dotale di quarantadue lire
mensili, diventava di giorno in giorno più cupa e di più fosche
maniere. Prevedevo da un momento all'altro un prorompimento del
suo furore, contenuto ormai da troppo tempo, forse per la
presenza e per il contegno della mamma. Nel vedermi aggirar per
casa come una mosca senza capo, quella bufera di femmina mi
lanciava certe occhiatacce, lampi forieri di tempesta. Uscivo
per levar la corrente e impedire la scarica. Ma poi temevo per
la mamma, e rincasavo.
Un giorno, però, non feci a tempo. La tempesta, mente, era
scoppiata, e per un futilissimo pretesto: per una visita delle
due vecchie serve alla mamma.
Una di esse, non avendo potuto metter nulla da parte, perché
aveva dovuto mantenere una figlia rimasta vedova con tre
bambini, s'era subito allogata altrove a servire; ma l'altra,
Margherita, sola al mondo, più fortunata, poteva ora riposar la
sua vecchiaja, col gruzzoletto raccolto in tanti anni di
servizio in casa nostra. Ora pare che con queste due buone
donne, già fidate compagne di tanti anni, la mamma si fosse pian
piano rammaricata di quel suo misero e amarissimo stato. Subito
allora Margherita, la buona vecchierella che già l'aveva
sospettato e non osava dirglielo, le aveva profferto d'andar via
con lei, a casa sua: aveva due camerette pulite, con un
terrazzino che guardava il mare, pieno di fiori: sarebbero state
insieme, in pace: oh, ella sarebbe stata felice di poterla
ancora servire, di poterle dimostrare ancora l'affetto e la
devozione che sentiva per lei.
Ma poteva accettar mia madre la profferta di quella povera
vecchia? Donde l'ira della vedova Pescatore.
Io la trovai, rincasando, con le pugna protese contro
Margherita, la quale pur le teneva testa coraggiosamente, mentre
la mamma, spaventata, con le lagrime agli occhi, tutta tremante,
si teneva aggrappata con ambo le mani all'altra vecchietta, come
per ripararsi.
Veder mia madre in quell'atteggiamento e perdere il lume degli
occhi fu tutt'uno. Afferrai per un braccio la vedova Pescatore e
la mandai a ruzzolar lontano. Ella si rizzò in un lampo e mi
venne incontro, per saltarmi addosso; ma s'arrestò di fronte a
me.
- Fuori! - mi gridò. - Tu e tua madre, via! Fuori di casa mia!
- Senti; - le dissi io allora, con la voce che mi tremava dal
violento sforzo che facevo su me stesso, per contenermi. -
Senti: vattene via tu, or ora, con le tue gambe, e non
cimentarmi più. Vattene,; per il tuo bene! vattene!
Romilda, piangendo e gridando, si levò dalla poltrona e venne a
buttarsi tra le braccia della madre:
- No! Tu con me, mamma! Non mi lasciare, non mi lasciare qua
sola!
Ma quella degna madre la respinse, furibonda:
- L'hai voluto? tientelo ora, codesto mal ladrone! Io vado sola!
Ma non se ne andò s'intende.
Due giorni dopo, mandata - suppongo - da Margherita, venne in
gran furia, al solito, zia Scolastica, per portarsi via con sé
la mamma.
Questa scena merita di essere rappresentata.
La vedova Pescatore stava quella mattina, a fare il pane,
sbracciata, con la gonnella tirata sù e arrotolata intorno alla
vita, per non sporcarsela. Si voltò appena, vedendo entrare la
zia e seguitò ad abburattare, come se nulla fossa. La zia non ci
fece caso; del resto, ella era entrata senza salutar nessuno;
diviata a mia madre, come se in quella casa non ci fosse altri
che lei.
- Subito, via vèstiti! Verrai con me. Mi fu sonata non so che
campana. Eccomi qua. Via, presto! il fagottino!.
Parlava a scatti. Il naso adunco, fiero, nella faccia bruna,
itterica, le fremeva, le si arricciava di tratto in tratto, e
gli occhi le sfavillavano.
La vedova Pescatore, zitta.
Finito di abburattare; intrisa la farina e coagulatala in pasta,
ora essa la brandiva alta e la sbatteva forte apposta, su la
madia: rispondeva così a quel che diceva la zia. Questa, allora,
rincarò la dose. E quella, sbattendo man mano più forte «
Ma sì! - ma certo! - ma come no? - ma sicuramente! » ; poi,
come se non bastasse, andò a prendete il mattarello; e se lo
pose lì accanto, su la madia, come per dire: ci ho anche questo.
Non l'avesse mai fatto!- Zia Scolastica scattò in piedi, si
tolse furiosamente lo scialletto che teneva su le spalle e lo
lanciò a mia madre:
- Eccoti! lascia tutto. Via subito!
E andò a piantarsi di faccia alla vedova Pescatore. Questa, per
non averla così dinanzi a petto, si tirò un passo indietro,
minacciosa, come volesse brandire il matterello; e allora zia
Scolastica, preso a due mani dalla madia il grosso batuffolo
della pasta, gliel'appiastrò sul capo, glielo tirò giù su la
faccia e, a pugni chiusi, là là, là, sul naso, sugli occhi, in
bocca, dove coglieva coglieva. Quindi afferrò per un braccio mia
madre e se la trascinò via.
Quel che seguì fu per me solo. La vedova Pescatore, ruggendo
dalla rabbia, si strappò la pasta dalla faccia, dai capelli
tutti appiastricciati, e venne a buttarla in faccia a me, che
ridevo, ridevo in una specie di convulsione; m'afferrò la barba,
mi sgraffiò tutto; poi, come impazzita, si buttò per terra e
cominciò a strapparsi le vesti addosso, a rotolarsi, a
rotolarsi, frenetica, sul pavimento; mia moglie intanto (sit
venia verbo) receva di là, tra acutissime strida, mentr'io:
- Le gambe! le gambe! - gridavo alla vedova Pescatore per terra.
- Non mi mostrate le gambe, per carità!
Posso dire che da allora ho fatto il gusto a ridere di tutte le
mie sciagure e d'ogni mio tormento. Mi vidi, in quell'istante,
attore d'una tragedia che più buffa non si sarebbe potuta
immaginare: mia madre, scappata via, così, con quella matta; mia
moglie, di là, che... lasciamola stare!; Marianna Pescatore lì
per terra; e io, io che non avevo più pane, quel che si dice
pane, per il giorno appresso, io con la barba tutta
impastocchiata, il viso sgraffiato, grondante non sapevo ancora
se di sangue o di lagrime, per il troppo ridere. Andai ad
accertarmene allo specchio. Erano lagrime; ma ero anche
sgraffiato bene. Ah quel mio occhio, in quel momento, quanto mi
piacque! Per disperato, mi s'era messo a guardare più che mai
altrove, altrove per conto suo. E scappai via, risoluto a non
rientrare in casa, se prima non avessi trovato comunque da
mantenere, anche miseramente, mia moglie e me.
Dal dispetto rabbioso che sentivo in quel momento per la
sventatezza mia di tanti anni, argomentavo però facilmente che
la mia sciagura non poteva ispirare a nessuno, non che
compatimento, ma neppur considerazione. Me l'ero ben meritata.
Uno solo avrebbe potuto averne pietà: colui che aveva fatto man
bassa d'ogni nostro avere; ma figurarsi se Malagna poteva più
sentir l'obbligo di venirmi in soccorso dopo quanto era avvenuto
tra me e lui.
Il soccorso, invece, mi venne da chi meno avrei potuto
aspettarmelo.
Rimasto tutto quel giorno fuori di casa, verso sera, m'imbattei
per combinazione in Pomino, che, fingendo di non accorgersi di
me, voleva tirar via di lungo.
- Pomino!
Si volse, torbido in faccia, e si fermò con gli occhi bassi:
- Che vuoi?
- Pomino! - ripetei io più forte, scotendolo per una spalla e
ridendo di quella sua mutria. - Dici sul serio?
Oh, ingratitudine umana! Me ne voleva, per giunta, me ne voleva,
Pomino, del tradimento che, a suo credere, gli avevo fatto. Né
mi riuscì di convincerlo che il tradimento invece lo aveva fatto
lui a me, e che avrebbe dovuto non solo ringraziarmi, ma
buttarsi anche a faccia per terra, a baciare dove io ponevo i
piedi.
Ero ancora com'ebbro di quella gajezza mala che si era
impadronita di me da quando m'ero guardato allo specchio.
Vedi questi sgraffii? - gli dissi, a un certo punto. - Lei me li
ha fatti!
- Ro... cioè, tua moglie?
- Sua madre!
E gli narrai come e perché. Sorrise, ma parcamente. Forse pensò
che a lui non li avrebbe fatti, quegli sgraffii, la vedova
Pescatore: era in ben altra condizione dalla mia, e aveva altra
indole e altro cuore, lui.
Mi venne allora la tentazione di domandargli perché dunque, se
veramente n'era cosi addogliato, non l'aveva sposata lui,
Romilda, a tempo, magari prendendo il volo con la, com'io gli
avevo consigliato, prima che, per la sua ridicola timidezza o
per la sua indecisione, fosse capitata a me la disgrazia
d'innamorarmene; e altro, ben altro avrei voluto dirgli,
nell'orgasmo in cui mi trovavo; ma mi trattenni. Gli domandai,
invece, porgendogli la mano, con chi se la facesse, di quei
giorni.
- Con nessuno! - sospirò egli allora. - Con nessuno! Mi annojo,
mi annojo mortalmente!
Dall'esasperazione con cui proferì queste parole mi parve
d'intendere a un tratto la vera ragione per cui Pomino era così
addogliato. Ecco qua: non tanto Romilda egli forse rimpiangeva,
quanto la compagnia che gli era venuta a mancare; Berto non
c'era più; con me non poteva più praticare, perché c'era Romilda
di mezzo, e che restava più dunque da fare al povero Pomino?
- Ammógliati, caro! - gli dissi. - Vedrai come si sta allegri!
Ma egli scosse il capo, seriamente, con gli occhi chiusi; alzò
una mano:
- Mai! mai più!
- Bravo, Pomino: persèvera! Se desideri compagnia, sono a tua
disposizione, anche per tutta la notte, se vuoi.
E gli manifestai il proponimento che avevo fatto, uscendo di
casa, e gli esposi anche le disperate condizioni in cui mi
trovavo. Pomino si commosse, da vero amico, e mi profferse quel
po' di denaro che aveva con sé. Lo ringraziai di cuore, e gli
dissi che quell'aiuto non m'avrebbe giovato a nulla: il giorno
appresso sarei stato da capo. Un collocamento fisso
m'abbisognava.
Aspetta! - esclamò allora Pomino. - Sai che mio padre è ora al
Municipio?
- No. Ma me l'immagino.
- Assessore comunale per la pubblica istruzione.
- Questo non me lo sarei immaginato.
- Jersera, a cena... Aspetta! Conosci Romitelli?
- No.
- Come no! Quello che sta laggiù, alla biblioteca Boccamazza. E'
sordo, quasi cieco, rimbecillito, e non si regge più sulle
gambe. Jersera, a cena, mio padre mi diceva che la biblioteca è
ridotta in uno stato miserevole e che bisogna provvedere con la
massima sollecitudine. Ecco il posto per te!
- Bibliotecario? - esclamai. - Ma io...
- Perché no? - disse Pomino. - Se l'ha fatto Romitelli...
Questa ragione mi convinse.
Pomino mi consigliò di farne parlare a suo padre da zia
Scolastica. Sarebbe stato meglio.
Il giorno appresso, io mi recai a visitar la mamma e ne parlai a
lei, poiché zia Scolastica, da me, non volle farsi vedere. E
così, quattro giorni dopo, diventai bibliotecario. Settanta lira
al mese. Più ricco della vedova Pescatore! Potevo cantar
vittoria.
Nei primi mesi fu un divertimento, con quel Romitelli, a cui non
ci fu verso di fare intendere che era stato giubilato dal Comune
e che per ciò non doveva più venire alla biblioteca. Ogni
mattina, alla stess'ora, né un minuto prima né un minuto dopo,
me lo vedevo spuntare a quattro piedi (compresi i due bastoni,
uno per mano, che gli servivano meglio dei piedi). Appena
arrivato, si toglieva dal taschino del panciotto un vecchio
cipollone di rame, e lo appendeva a muro con tutta la
formidabile catena; sedeva, coi due bastoni fra le gambe, traeva
di tasca la papalina, la tabacchiera e un pezzolone a dadi rossi
e neri; s'infrociava una grossa presa di tabacco, si puliva, poi
apriva il cassetto del tavolino e ne traeva un libraccio che
apparteneva alla biblioteca: Dizionario storico dei
musicisti, artisti e amatori morti e viventi, stampato a
Venezia nel 1758.
- Signor Romitelli! - gli gridavo, vedendogli fare tutte queste
operazioni, tranquillissimamente, senza dare il minimo segno
d'accorgersi di me.
Ma a chi dicevo? Non sentiva neanche le cannonate. Lo scotevo
per un braccio, ed egli allora si voltava, strizzava gli occhi,
contraeva tutta la faccia per sbirciarmi, poi mi mostrava i
denti gialli, forse intendendo di sorridermi, così; quindi
abbassava il capo sul libro, come se volesse farsene guanciale;
ma che! leggeva a quel modo, a due centimetri di distanza, con
un occhio solo; leggeva forte:
- Birnbaum, Giovanni Abramo... Birnbaum, Giovanni Abramo,
fece stampare... Birnbaum, Giovanni Abramo, fece stampare a
Lipsia, nel 1738... a Lipsia nel 1738... un opuscolo in-8°:
Osservazioni imparziali su un passo delicato del Musicista
critico. Mitzler... Mitzler inserì... Mitzler inserì questo
scritto nel primo volume della sua Biblioteca musicale. Nel
1739...
E seguitava così, ripetendo due o tre volte nomi e date, come
per cacciarsele a memoria. Perché leggesse cosi forte, non
saprei. Ripeto, non sentiva neanche le cannonate.
Io stavo a guardarlo, stupito. O che poteva importare a
quell'uomo in quello stato, a due passi ormai dalla tomba (morì
difatti quattro mesi dopo la mia nomina a bibliotecario), che
poteva importargli che Birnbaum Giovanni Abramo avesse fatto
stampare a Lipsia nel 1738 un opuscolo in-8°? E non gli fosse
almeno costata tutto quello stento la lettura! Bisognava proprio
riconoscere che non potesse farne a meno di quelle date lì e di
quelle notizie di musicisti (lui, così sordo!) e artisti e
amatori, morti e viventi fino al 1758. O credeva forse che un
bibliotecario, essendo la biblioteca fatta per leggervi, fosse
obbligato a legger lui, posto che non aveva veduto mai apparirvi
anima viva; e aveva preso quel libro, come avrebbe potuto
prenderne un altro? Era tanto imbecillito, che anche questa
supposizione è possibile, e anzi molto più probabile della
prima.
Intanto, sul tavolone lì in mezzo, c'era uno strato di polvere
alto per lo meno un dito; tanto che io - per riparare in certo
qual modo alla nera ingratitudine de' miei concittadini - potei
tracciarvi a grosse lettere questa iscrizione:
A MONSIGNOR BOCCAMAZZA
MUNIFICENTISSIMO DONATORE IN PERENNE ATTESTATO DI GRATITUDINE
I CONCITTADINI QUESTA LAPIDE POSERO
Precipitavano poi, a quando a quando, dagli scaffali due o tre
libri, seguiti da certi topi grossi quanto un coniglio.
Furono per me come la mela di Newton.
Ho trovato! - esclamai tutto contento. - Ecco l'occupazione per
me, mentre Romitelli legge il suo Birnbaum.
E, per cominciare, scrissi una elaboratissima istanza,
d'ufficio, all'esimio cavalier Gerolamo Pomino, assessore
comunale per la pubblica istruzione, affinché la biblioteca
Boccamazza o di Santa Maria Liberale fosse con la maggior
sollecitudine provveduta di un pajo di gatti per lo meno, il cui
mantenimento non avrebbe importato quasi alcuna spesa al Comune,
atteso che i suddetti animali avrebbero avuto da nutrirsi in
abbondanza col provento della loro caccia. Soggiungevo che non
sarebbe stato male provvedere altresì la biblioteca d'una mezza
dozzina di trappole e dell'esca necessaria, per non dire
cacio, parola volgare, che - da subalterno - non stimai
conveniente sottoporre agli occhi d'un assessore comunale per la
pubblica istruzione.
Mi mandarono dapprima due gattini così miseri che si
spaventarono subito di quegli enormi topi, e - per non morir di
fame - si ficcavano loro nelle trappole, a mangiarsi il cacio.
Li trovavo ogni mattina là, imprigionati, magri, brutti, e così
afflitti che pareva non avessero più né forza né volontà di
miagolare.
Reclamai, e vennero due bei gattoni lesti e serii, che senza
perder tempo si misero a fare il loro dovere. Anche le trappole
servivano: e queste me li davan vivi, i topi. Ora, una sera,
indispettito che di quelle mie fatiche e di quelle mie vittorie
il Romitelli non si volesse minimamente dar per inteso, come se
lui avesse soltanto l'obbligo di leggere e i topi quello di
mangiarsi i libri della biblioteca, volli, prima d'andarmene,
cacciarne due, vivi, entro il cassetto del suo tavolino. Speravo
di sconcertargli, almeno per la mattina seguente, la consueta
nojosissima lettura. Ma che! Come aprì il cassetto e si sentì
sgusciare sotto il naso quelle due bestie, si voltò verso me,
che già non mi potevo più reggere e davo in uno scoppio di risa,
e mi domandò:
- Che è stato?
- Due topi, signor Romitelli!
- Ah, topi... - fece lui tranquillamente.
Erano di casa; c'era avvezzo; e riprese, come se nulla fosse
stato, la lettura del suo libraccio.
In un Trattato degli Arbori di Giovan Vittorio Soderini
si legge che i frutti maturano « parte per caldezza e parte per
freddezza; perciocché il calore, come in tutti è manifesto,
ottiene la forza del concuocere, ed è la semplice cagione della
maturezza ». Ignorava dunque Giovan Vittorio Soderini che oltre
al calore, i fruttivendoli hanno sperimentato un'altra
cagione della maturezza. Per portare la primizia al mercato
e venderla più cara, essi colgono i frutti, mele e pesche e
pere, prima che sian venuti a quella condizione che li rende
sani e piacevoli, e li maturano loro a furia d'ammaccature.
Ora così venne a maturazione l'anima mia, ancora acerba.
In poco tempo, divenni un altro da quel che ero prima. Morto il
Romitelli mi trovai qui solo, mangiato dalla noja, in questa
chiesetta fuori mano, fra tutti questi libri; tremendamente
solo, e pur senza voglia di compagnia. Avrei potuto
trattenermici soltanto poche ore al giorno; ma per le strade del
paese mi vergognavo di farmi vedere, così ridotto in miseria; da
casa mia rifuggivo come da una prigione; e dunque, meglio qua,
mi ripetevo. Ma che fare? La caccia ai topi, sì; ma poteva
bastarmi?
La prima volta che mi avvenne di trovarmi con un libro tra le
mani, tolto così a caso, senza saperlo, da uno degli scaffali'
provai un brivido d'orrore. Mi sarei io dunque ridotto come il
Romitelli, a sentir l'obbligo di leggere, io bibliotecario, per
tutti quelli che non venivano alla biblioteca? E scaraventai il
libro a terra. Ma poi lo ripresi; e - sissignori - mi misi a
leggere anch'io, e anch'io con un occhio solo, perché
quell'altro non voleva saperne.
Lessi così di tutto un po', disordinatamente; ma libri, in
ispecie, di filosofia. Pesano tanto: eppure, chi se ne ciba e se
li mette in corpo, vive tra le nuvole. Mi sconcertarono peggio
il cervello, già di per sé balzano. Quando la testa mi fumava,
chiudevo la biblioteca e mi recavo per un sentieruolo scosceso,
a un lembo di spiaggia solitaria.
La vista del mare mi faceva cadere in uno sgomento attonito, che
diveniva man mano oppressione intollerabile. Sedevo su la
spiaggia e m'impedivo di guardarlo, abbassando il capo: ma ne
sentivo per tutta la riviera il fragorìo, mentre lentamente,
lentamente, mi lasciavo scivolar di tra le dita la sabbia densa
e greve, mormorando:
- Così, sempre, fino alla morte, senz'alcun mutamento, mai...
L'immobilità della condizione di quella mia esistenza mi
suggeriva allora pensieri sùbiti, strani, quasi lampi di follia.
Balzavo in piedi, come per scuotermela d'addosso, e mi mettevo a
passeggiare lungo la riva; ma vedevo allora il mare mandar senza
requie, là, alla sponda, le sue stracche ondate sonnolente;
vedevo quelle sabbie lì abbandonate; gridavo con rabbia,
scotendo le pugna:
- Ma perché? ma perché?
E mi bagnavo i piedi.
Il mare allungava forse un po' più qualche ondata, per
ammonirmi:
« Vedi, caro, che si guadagna a chieder certi perché? Ti bagni i
piedi. Torna alla tua biblioteca! L'acqua salata infradicia le
scarpe; e quattrini da buttar via non ne hai. Torna alla
biblioteca, e lascia i libri di filosofia: va', va' piuttosto a
leggere anche tu che Birnbaum Giovanni Abramo fece stampare a
Lipsia nel 1738 un opuscolo in-8°: ne trarrai senza dubbio
maggior profitto. »
Ma un giorno finalmente vennero a dirmi che mia moglie era stata
assalita dalle doglie, e che corressi subito a casa. Scappai
come un dàino: ma più per sfuggire a me stesso, per non rimanere
neanche un minuto a tu per tu con me, a pensare che io stavo per
avere un figliuolo, io, in quelle condizioni, un figliuolo!
Appena arrivato alla porta di casa, mia suocera m'afferrò per le
spalle e mi fece girar su me stesso:
- Un medico! Scappa! Romilda muore!
Viene da restare, no? a una siffatta notizia a bruciapelo. E
invece, « Correte! ». Non mi sentivo più le gambe; non sapevo
più da qual parte pigliare; e mentre correvo, non so come, - Un
medico! un medico! - andavo dicendo; e la gente si fermava per
via, e pretendeva che mi fermassi anch'io a spiegare che cosa mi
fosse accaduto; mi sentivo tirar per le maniche, mi vedevo di
fronte facce pallide, costernate; scansavo, scansavo tutti: - Un
medico! un medico!
E il medico intanto era la, già a casa mia. Quando trafelato, in
uno stato miserando, dopo aver girato tutte le farmacie,
rincasai, disperato e furibondo, la prima bambina era già nata;
si stentava a far venir l'altra alla luce.
- Due!
Mi pare di vederle ancora, lì, nella cuna, l'una accanto
all'altra: si sgraffiavano fra loro con quelle manine cosi
gracili eppur quasi artigliate da un selvaggio istinto, che
incuteva ribrezzo e pietà: misere, misere, misere, più di quei
due gattini che ritrovavo ogni mattina dentro le trappole; e
anch'esse non avevano forza di vagire come quelli di miagolare;
e intanto, ecco, si sgraffiavano!
Le scostai, e al primo contatto di quelle carnucce tènere e
fredde, ebbi un brivido nuovo, un tremor di tenerezza,
ineffabile: - erano mie!
Una mi morì pochi giorni dopo; l'altra volle darmi il tempo,
invece, di affezionarmi a lei, con tutto l'ardore di un padre
che, non avendo più altro, faccia della propria creaturina lo
scopo unico della sua vita; volle aver la crudeltà di morirmi,
quando aveva già quasi un anno, e s'era fatta tanto bellina,
tanto, con quei riccioli d'oro ch'io m'avvolgevo attorno le dita
e le baciavo senza saziarmene mai; mi chiamava papà, e io le
rispondevo subito: - Figlia -; e lei di nuovo: - Papà...-; così,
senza ragione, come si chiamano gli uccelli tra loro.
Mi morì contemporaneamente alla mamma mia, nello stesso giorno e
quasi alla stess'ora. Non sapevo più come spartire le mie cure e
la mia pena. Lasciavo la piccina mia che riposava, e scappavo
dalla mamma, che non si curava di sé, della sua morte, e mi
domandava di lei, della nipotina, struggendosi di non poterla
più rivedere, baciare per l'ultima volta. E durò nove giorni,
questo strazio! Ebbene, dopo nove giorni e nove notti di veglia
assidua, senza chiuder occhio neanche per un minuto... debbo
dirlo? - molti forse avrebbero ritegno a confessarlo; ma è pure
umano, umano, umano - io non sentii pena, no, sul momento:
rimasi un pezzo in una tetraggine attonita, spaventevole, e mi
addormentai. Sicuro. Dovetti prima dormire. Poi, sì, quando mi
destai, il dolore m'assalì rabbioso, feroce, per la figlietta
mia, per la mamma mia, che non erano più... E fui quasi per
impazzire. Un'intera notte vagai per il paese e per le campagne;
non so con che idee per la mente; so che, alla fine, mi ritrovai
nel podere della Stìa, presso alla gora del molino, e
che un tal Filippo, vecchio mugnajo, lì di guardia, mi prese con
sé, mi fece sedere più là, sotto gli alberi, e mi parlò a lungo,
a lungo della mamma e anche di mio padre e de' bei tempi
lontani; e mi disse che non dovevo piangere e disperarmi cosi,
perché per attendere alla figlioletta mia, nel mondo di là, era
accorsa la nonna, la nonnina buona, che la avrebbe tenuta sulle
ginocchia e le avrebbe parlato di me sempre e non me la avrebbe
lasciata mai sola, mai.
Tre giorni dopo Roberto, come se avesse voluto pagarmi le
lagrime, mi mandò cinquecento lire. Voleva che provvedessi a una
degna sepoltura della mamma, diceva. Ma ci aveva già pensato zia
Scolastica.
Quelle cinquecento lire rimasero un pezzo tra le pagine di un
libraccio della biblioteca.
Poi servirono per me; e furono - come dirò - la cagione della
mia prima morte.
Lei sola, là dentro, quella pallottola d'avorio, correndo graziosa
nella roulette, in senso inverso al quadrante, pareva
giocasse:
« Tac tac tac »
Lei sola: - non certo quelli che la guardavano, sospesi nel
supplizio che cagionava loro il capriccio di essa, a cui - ecco
- sotto, su i quadrati gialli del tavoliere, tante mani avevano
recato, come in offerta votiva, oro, oro e oro, tante mani che
tremavano adesso nell'attesa angosciosa, palpando inconsciamente
altro oro, quello della prossima posta, mentre gli occhi
supplici pareva dicessero: « Dove a te piaccia, dove a te
piaccia di cadere, graziosa pallottola d'avorio, nostra dea
crudele! ».
Ero capitato là, a Montecarlo, per caso.
Dopo una delle solite scene con mia suocera e mia moglie, che
ora, oppresso e fiaccato com'ero dalla doppia recente sciagura,
mi cagionavano un disgusto intollerabile; non sapendo più
resistere alla noja, anzi allo schifo di vivere a quel modo;
miserabile, senza né probabilità né speranza di miglioramento,
senza più il conforto che mi veniva dalla mia dolce bambina,
senza alcun compenso, anche minimo, all'amarezza, allo
squallore, all'orribile desolazione in cui ero piombato; per una
risoluzione quasi improvvisa, ero fuggito dal paese, a piedi,
con le cinquecento lire di Berto in tasca.
Avevo pensato, via facendo, di recarmi a Marsiglia, dalla
stazione ferroviaria del paese vicino, a cui m'ero diretto:
giunto a Marsiglia, mi sarei imbarcato, magari con un biglietto
di terza classe, per l'America, così alla ventura.
Che avrebbe potuto capitarmi di peggio, alla fin fine, di ciò
che avevo sofferto e soffrivo a casa mia? Sarei andato incontro,
sì, ad altre catene, ma più gravi di quella che già stavo per
strapparmi dal piede non mi sarebbero certo sembrate. E poi
avrei veduto altri paesi, altre genti, altra vita, e mi sarei
sottratto almeno all'oppressione che mi soffocava e mi
schiacciava.
Se non che, giunto a Nizza, m'ero sentito cader l'animo.
Gl'impeti miei giovanili erano abbattuti da un pezzo: troppo
ormai la noja mi aveva tarlato dentro, e svigorito il cordoglio.
L'avvilimento maggiore m'era venuto dalla scarsezza del denaro
con cui avrei dovuto avventurarmi nel bujo della sorte, così
lontano, incontro a una vita affatto ignota, e senz'alcuna
preparazione.
Ora, sceso a Nizza, non ben risoluto ancora di ritornare a casa,
girando per la città, m'era avvenuto di fermarmi innanzi a una
grande bottega su l'Avenue de la Gare, che recava
questa insegna a grosse lettere dorate:
DÉPOT DE ROULETTES DE PRECISION
Ve n'erano esposte d'ogni dimensione, con altri attrezzi del
giuoco e varii opuscoli che avevano sulla copertina il disegno
della roulette;
Si sa che gl'infelici facilmente diventano superstiziosi, per
quanto poi deridano l'altrui credulità e le speranze che a loro
stessi la superstizione certe volte fa d'improvviso concepire e
che non vengono mai a effetto, s'intende.
Ricordo che io, dopo aver letto il titolo d'uno di quegli
opuscoli: Méthode pour gagner à la roulette, mi
allontanai dalla bottega con un sorriso sdegnoso e di
commiserazione. Ma, fatti pochi passi, tornai in- dietro, e (per
curiosità, via, non per altro!) con quello stesso sorriso
sdegnoso e di commiserazione su le labbra, entrai nella bottega
e comprai quell'opuscolo.
Non sapevo affatto di che si trattasse, in che consistesse il
giuoco e come fosse congegnato. Mi misi a leggere; ma ne
compresi ben poco.
« Forse dipende, » pensai, « perché non ne so molto, io, di
francese. »
Nessuno me l'aveva insegnato; avevo imparato da me qualche cosa,
così, leggiucchiando nella biblioteca; non ero poi per nulla
sicuro della pronunzia e temevo di far ridere, parlando.
Questo timore appunto mi rese dapprima perplesso se andare o no;
ma poi pensai che m'ero partito per avventurarmi fino in
America, sprovvisto di tutto e senza conoscere neppur di vista
l'inglese e lo spagnuolo; dunque via, con quel po' di francese
di cui potevo disporre e con la guida di quell'opuscolo, fino a
Montecarlo, li a due passi, avrei potuto bene avventurarmi.
« Né mia suocera né mia moglie, » dicevo fra me, in treno, «
sanno di questo po' di denaro, che mi resta in portafogli. Andrò
a buttarlo lì, per togliermi ogni tentazione. Spero che potrò
conservare tanto da pagarmi il ritorno a casa. E se no... »
Avevo sentito dire che non difettavano alberi - solidi - nel
giardino attorno alla bisca. In fin de' conti, magari mi sarei
appeso economicamente a qualcuno di essi, con la cintola dei
calzoni, e ci avrei fatto anche una bella figura. Avrebbero
detto:
« Chi sa quanto avrà perduto questo povero uomo! »
Mi aspettavo di meglio, dico la verità. L'ingresso, sì, non c'è
male; si vede che hanno avuto quasi l'intenzione d'innalzare un
tempio alla Fortuna, con quelle otto colonne di marmo. Un
portone e due porte laterali. Su queste era scritto Tirez:
e fin qui ci arrivavo; arrivai anche al Poussez del
portone, che evidentemente voleva dire il contrario; spinsi ed
entrai.
Pessimo gusto! E fa dispetto. Potrebbero almeno offrire a tutti
coloro che vanno a lasciar lì tanto denaro la soddisfazione di
vedersi scorticati in un luogo men sontuoso e più bello. Tutte
le grandi città si compiacciono adesso di avere un bel mattatojo
per le povere bestie, le quali pure, prive come sono d'ogni
educazione, non possono goderne. E vero tuttavia che la maggior
parte della gente che va lì ha ben altra voglia che quella di
badare al gusto della decorazione di quelle cinque sale, come
coloro che seggono su quei divani, giro giro, non sono spesso in
condizione di accorgersi della dubbia eleganza dell'imbottitura.
Vi seggono, di solito, certi disgraziati, cui la passione del
giuoco ha sconvolto il cervello nel modo più singolare: stanno
li a studiare il così detto equilibrio delle probabilità, e
meditano seriamente i colpi da tentare, tutta un'architettura di
giuoco, consultando appunti su le vicende de' numeri: vogliono
insomma estrarre la logica dal caso, come dire il sangue dalle
pietre; e son sicurissimi che, oggi o domani, vi riusciranno.
Ma non bisogna meravigliarsi di nulla.
- Ah, il 12! il 12! - mi diceva un signore di Lugano, pezzo
d'omone, la cui vista avrebbe suggerito le più consolanti
riflessioni su le resistenti energie della razza umana. - Il 12
è il re dei numeri; ed è il mio numero! Non mi tradisce mai! Si
diverte, sì, a farmi dispetti, magari spesso; ma poi, alla fine,
mi compensa, mi compensa sempre della mia fedeltà.
Era innamorato del numero 12, quell'omone lì, e non sapeva più
parlare d'altro. Mi raccontò che il giorno precedente quel suo
numero non aveva voluto sortire neppure una volta; ma lui non
s'era dato per vinto: volta per volta, ostinato, la sua posta
sul 12; era rimasto su la breccia fino all'ultimo, fino all'ora
in cui i croupiers annunziano:
- Messieurs, aux trois dernier!
Ebbene, al primo di quei tre ultimi colpi, niente; niente
neanche al secondo; al terzo e ultimo, pàffete: il 12.
- M'ha parlato! - concluse, con gli occhi brillanti di gioja -
M'ha parlato!
E' vero che, avendo perduto tutta la giornata, non gli eran
restati per quell'ultima posta che pochi scudi; dimodoché, alla
fine, non aveva potuto rifarsi di nulla. Ma che gl'importava? Il
numero 12 gli aveva parlato!
Sentendo questo discorso, mi vennero a mente quattro versi del
povero Pinzone, il cui cartolare de' bisticci col seguito delle
sue rime balzane, rinvenuto durante lo sgombero di casa, sta ora
in biblioteca; e volli recitarli a quel signore:
Ero già stanco di stare alla bada della Fortuna. La dea
capricciosa dovea pure passar per la mia strada.
E passò finalmente. Ma tignosa.
E quel signore allora si prese la testa con tutt'e due le mani e
contrasse dolorosamente, a lungo, tutta la faccia. Lo guardai,
prima sorpreso, poi costernato.
- Che ha?
- Niente. Rido, - mi rispose.
Rideva così! Gli faceva tanto male, tanto male la testa, che non
poteva soffrire lo scotimento del riso.
Andate a innamorarvi del numero 12!
Prima di tentare la sorte - benché senz'alcuna illusione - volli
stare un pezzo a osservare, per rendermi conto del modo con cui
procedeva il giuoco.
Non mi parve affatto complicato, come il mio opuscolo m'aveva
lasciato immaginare.
In mezzo al tavoliere, sul tappeto verde numerato, era incassata
la roulette. Tutt'intorno, i giocatori, uomini e donne,
vecchi e giovani, d'ogni paese e d'ogni condizione, parte
seduti, parte in piedi, s'affrettavano nervosamente a disporre
mucchi e mucchietti di luigi e di scudi e biglietti di banca, su
i numeri gialli dei quadrati; quelli che non riuscivano ad
accostarsi, o non volevano, dicevano al croupier i
numeri e i colori su cui intendevano di giocare, e il
croupier, subito, col rastrello disponeva le loro poste
secondo l'indicazione, con meravigliosa destrezza; si faceva
silenzio, un silenzio strano, angoscioso, quasi vibrante di
frenate violenze, rotto di tratto in tratto dalla voce monotona
sonnolenta dei croupiers:
- Messieurs, faites vos jeux
Mentre di là, presso altri tavolieri, altre voci ugualmente
monotone dicevano:
Le jeu est fait! Rien ne va plus!
Alla fine, il croupier lanciava la pallottola sulla
roulette
- Tac tac tac...
E tutti gli occhi si volgevano a lei con varia espressione:
d'ansia, di sfida, d'angoscia, di terrore. Qualcuno fra quelli
rimasti in piedi, dietro coloro che avevano avuto la fortuna di
trovare una seggiola, si sospingeva per intravedere ancora la
propria posta, prima che i rastrelli dei croupiers si
allungassero ad arraffarla.
La boule, alla fine, cadeva sul quadrante, e il
croupier ripeteva con la solita voce la formula d'uso e
annunziava il numero sortito e il colore.
Arrischiai la prima posta di pochi scudi sul tavoliere di
sinistra nella prima sala, così, a casaccio, sul venticinque; e
stetti anch'io a guardare la perfida pallottola, ma sorridendo,
per una specie di vellicazione interna, curiosa, al ventre.
Cade la boule sul quadrante, e:
- Vingtcinq! - annunzia il croupier. -
Rouge, impair et passe!
Avevo vinto! Allungavo la mano sul mio mucchietto moltiplicato,
quanto un signore, altissimo di statura, da le spalle poderose
troppo in sù, che reggevano una piccola testa con gli occhiali
d'oro sul naso rincagnato, la fronte sfuggente, i capelli lunghi
e lisci su la nuca, tra biondi e grigi, come il pizzo e i baffi,
me la scostò senza tante cerimonie e si prese lui il mio denaro.
Nel mio povero e timidissimo francese, volli fargli notare che
aveva sbagliato - oh, certo involontariamente!
Era un tedesco, e parlava il francese peggio di me, ma con un
coraggio da leone: mi si scagliò addosso, sostenendo che lo
sbaglio invece era mio, e che il denaro era suo.
Mi guardai attorno, stupito: nessuno fiatava, neppure il mio
vicino che pur mi aveva veduto posare quei pochi scudi sul
venticinque. Guardai i croupiers: immobili,
impassibili, come statue. « Ah sì? » dissi tra me e,
quietamente, mi tirai su la mano gli altri scudi che avevo
posato sul tavolino innanzi a me, e me la filai.
« Ecco un metodo, pour gagner à la roulette, » pensai,
« che non è contemplato nel mio opuscolo. E chi sa che non sia
l'unico, in fondo! »
Ma la fortuna, non so per quali suoi fini segreti, volle darmi
una solenne e memorabile smentita.
Appressatomi a un altro tavoliere, dove si giocava forte, stetti
prima un buon pezzo a squadrar la gente che vi stava attorno:
erano per la maggior parte signori in marsina; c'eran parecchie
signore; più d'una mi parve equivoca; la vista d'un certo ometto
biondo biondo, dagli occhi grossi, ceruli, venati di sangue e
contornati da lunghe ciglia quasi bianche, non m'affidò molto,
in prima; era in marsina anche lui, ma si vedeva che non era
solito di portarla: volli vederlo alla prova: puntò forte:
perdette; non si scompose: ripuntò anche forte, al colpo
seguente: via! non sarebbe andato appresso ai miei quattrinucci.
Benché, di prima colta, avessi avuto quella scottatura, mi
vergognai del mio sospetto. C'era tanta gente là che buttava a
manate oro e argento, come fossero rena, senza alcun timore, e
dovevo temere io per la mia miseriola?
Notai, fra gli altri, un giovinetto, pallido come di cera, con
un grosso monocolo all'occhio sinistro il quale affettava
un'aria di sonnolenta indifferenza; sedeva scompostamente;
tirava fuori dalla tasca dei calzoni i suoi luigi; li posava a
casaccio su un numero qualunque e, senza guardare, pinzandosi i
peli dei baffetti nascenti aspettava che la boule
cadesse; domandava allora al suo vicino se aveva perduto.
Lo vidi perdere sempre.
Quel suo vicino era un signore magro, elegantissimo, su i
quarant'anni; ma aveva il collo troppo lungo e gracile, ed era
quasi senza mento, con un pajo d'occhietti neri, vivaci, e bei
capelli corvini, abbondanti, rialzati sul capo. Godeva,
evidentemente, nel risponder di sì al giovinetto. Egli, qualche
volta, vinceva.
Mi posi accanto a un grosso signore, dalla carnagione così
bruna, che le occhiaje e le palpebre gli apparivano come
affumicate; aveva i capelli grigi, ferruginei, e il pizzo ancor
quasi tutto nero e ricciuto; spirava forza e salute; eppure,
come se la corsa della pallottola d'avorio gli promovesse
l'asma, egli si metteva ogni volta ad arrangolare, forte,
irresistibilmente. La gente si voltava a guardarlo; ma raramente
egli se n'accorgeva: smetteva allora per un istante, si guardava
attorno, con un sorriso nervoso, e tornava ad arrangolare, non
potendo farne a meno, finché la boule non cadeva sul
quadrante.
A poco a poco, guardando, la febbre del giuoco prese anche me. I
primi colpi mi andarono male. Poi cominciai a sentirmi come in
uno stato d'ebbrezza estrosa curiosissima: agivo quasi
automaticamente, per improvvise, incoscienti ispirazioni;
puntavo, ogni volta, dopo gli altri, all'ultimo, là! e subito
acquistavo la coscienza, la certezza che avrei vinto; e vincevo.
Puntavo dapprima poco; poi, man mano, di più, di più, senza
contare. Quella specie di lucida ebbrezza cresceva intanto in
me, né s'intorbidava per qualche colpo fallito, perché mi pareva
d'averlo quasi preveduto; anzi, qualche volta, dicevo tra me: «
Ecco, questo lo perderò; debbo perderlo ». Ero come
elettrizzato. A un certo punto, ebbi l'ispirazione di arrischiar
tutto, là e addio; e vinsi. Gli orecchi mi ronzavano; ero tutto
in sudore, e gelato. Mi parve che uno dei croupiers
come sorpreso di quella mia tenace fortuna, mi osservasse.
Nell'esagitazione in cui mi trovavo, sentii nello sguardo di
quell'uomo come una sfida, e arrischiai tutto di nuovo, quel che
avevo di mio e quel che avevo vinto, senza pensarci due volte:
la mano mi andò su lo stesso numero di prima, il 35; fui per
ritrarla; ma no, lì, lì di nuovo, come se qualcuno me l'avesse
comandato.
Chiusi gli occhi, dovevo essere pallidissimo. Si fece un gran
silenzio, e mi parve che si facesse per me solo, come se tutti
fossero sospesi nell'ansia mia terribile. La boule
girò, girò un'eternità, con una lentezza che esasperava di punto
in punto l'insostenibile tortura. Alfine cadde.
M'aspettavo che il croupier, con la solita voce (mi
parve lontanissima), dovesse annunziare:
- Trentecinq, noir, impair et passe!
Presi il denaro e dovetti allontanarmi, come un ubriaco. Caddi a
sedere sul divano, sfinito; appoggiai il capo alla spalliera,
per un bisogno improvviso, irresistibile, di dormire, di
ristorarmi con un po' di sonno. E già quasi vi cedevo, quando mi
sentii addosso un peso, un peso materiale, che subito mi fece
riscuotere. Quanto avevo vinto? Aprii gli occhi, ma dovetti
richiuderli immediatamente: mi girava la testa. Il caldo, là
dentro, era soffocante. Come! Era già sera? Avevo intraveduto i
lumi accesi. E quanto tempo avevo dunque giocato? Mi alzai pian
piano; uscii.
Fuori, nell'atrio, era ancora giorno. La freschezza dell'aria mi
rinfrancò.
Parecchia gente passeggiava lì: alcuni meditabondi, solitarii;
altri, a due, a tre, chiacchierando e fumando.
Io osservavo tutti. Nuovo del luogo, ancora impacciato, avrei
voluto parere anch'io almeno un poco come di casa: e studiavo
quelli che mi parevano più disinvolti; se non che, quando meno
me l'aspettavo, qualcuno di questi, ecco, impallidiva, fissava
gli occhi, ammutoliva, poi buttava via la sigaretta, e, tra le
risa dei compagni, scappava via; rientrava nella sala da giuoco.
Perché ridevano i compagni? Sorridevo anch'io, istintivamente,
guardando come uno scemo.
- A toi, mon chéri! - sentii dirmi, piano, da una voce
femminile, un po' rauca.
Mi voltai; e vidi una di quelle donne che già sedevano con me
attorno al tavoliere, porgermi, sorridendo, una rosa. Un'altra
ne teneva per sé: le aveva comperate or ora al banco di fiori,
là, nel vestibolo.
Avevo dunque l'aria così goffa e da allocco?
M'assalì una stizza violenta; rifiutai, senza ringraziare, e
feci per scostarmi da lei; ma ella mi prese, ridendo, per un
braccio, e - affettando con me, innanzi a gli altri, un tratto
confidenziale - mi parlò piano, affrettatamente. Mi parve di
comprendere che mi proponesse di giocare con lei, avendo
assistito poc'anzi ai miei colpi fortunati: ella, secondo le mie
indicazioni, avrebbe puntato per me e per lei.
Mi scrollai tutto: sdegnosamente, e la piantai lì in asso.
Poco dopo, rientrando nella sala da giuoco, la vidi che
conversava con un signore bassotto, bruno, barbuto, con gli
occhi un po' loschi, spagnuolo all'aspetto. Gli aveva dato la
rosa poc'anzi offerta a me. A una certa mossa d'entrambi,
m'accorsi che parlavano di me; e mi misi in guardia.
Entrai in un'altra sala; m'accostai al primo tavoliere, ma senza
intenzione di giocare; ed ecco, ivi a poco, quel signore, senza
più la donna, accostarsi anche lui al tavoliere, ma facendo le
viste di non accorgersi di me.
Mi posi allora a guardarlo risolutamente, per fargli intendere
che m'ero bene accorto di tutto, e che con me, dunque, l'avrebbe
sbagliata.
Ma non aveva affatto l'apparenza d'un mariuolo, costui. Lo vidi
giocare, e forte: perdette tre colpi consecutivi: batteva
ripetutamente le pàlpebre, forse per lo sforzo che gli costava
la volontà di nascondere il turbamento. Al terzo colpo fallito,
mi guardò e sorrise.
Lo lasciai lì, e ritornai nell'altra sala, al tavoliere dove
dianzi avevo vinto.
I croupiers s'erano dati il cambio. La donna era lì al
posto di prima. Mi tenni addietro, per non farmi scorgere, e
vidi ch'ella giocava modestamente, e non tutte le partite. Mi
feci innanzi; ella mi scorse: stava per giocare e si trattenne,
aspettando evidentemente che giocassi io, per puntare dov'io
puntavo. Ma aspettò invano. Quando il croupier disse: -
Le jeu est fait! Rien ne va plus! - la guardai, ed ella
alzò un dito per minacciarmi scherzosamente. Per parecchi giri
non giocai; poi, eccitatomi di nuovo alla vista degli altri
giocatori, e sentendo che si raccendeva in me l'estro di prima,
non badai più a lei e mi rimisi a giocare.
Per qual misterioso suggerimento seguivo così infallibilmente la
variabilità imprevedibile nei numeri e nei colori? Era solo
prodigiosa divinazione nell'incoscienza, la mia? E come si
spiegano allora certe ostinazioni pazze, addirittura pazze, il
cui ricordo mi desta i brividi ancora, considerando ch'io
cimentavo tutto, tutto, la vita fors'anche, in quei colpi ch'eran
vere e proprie sfide alla sorte? No, no: io ebbi proprio il
sentimento di una forza quasi diabolica in me, in quei momenti,
per cui domavo, affascinavo la fortuna, legavo al mio il suo
capriccio. E non era soltanto in me questa convinzione; s'era
anche propagata negli altri, rapidamente; e ormai quasi tutti
seguivano il mio giuoco rischiosissimo. Non so per quante volte
passò il rosso, su cui mi ostinavo a puntare: puntavo su lo
zero, e sortiva lo zero. Finanche quel giovinetto, che tirava i
luigi dalla tasca dei calzoni, s'era scosso e infervorato; quel
grosso signore bruno arrangolava più che mai. L'agitazione
cresceva di momento in momento attorno al tavoliere; eran
fremiti d'impazienza, scatti di brevi gesti nervosi, un furor
contenuto a stento, angoscioso e terribile. Gli stessi
croupiers avevano perduto la loro rigida impassibilità.
A un tratto, di fronte a una puntata formidabile, ebbi come una
vertigine. Sentii gravarmi addosso una responsabilità tremenda.
Ero poco men che digiuno dalla mattina, e vibravo tutto, tremavo
dalla lunga violenta emozione. Non potei più resistervi e, dopo
quel colpo, mi ritrassi, vacillante. Sentii afferrarmi per un
braccio. Concitatissimo, con gli occhi che gli schizzavano
fiamme, quello spagnoletto barbuto e atticciato voleva a ogni
costo trattenermi - Ecco: erano le undici e un quarto; i
croupiers invitavano ai tre ultimi colpi: avremmo fatto
saltare la banca!
Mi parlava in un italiano bastardo, comicissimo; poiché io, che
non connettevo già più, mi ostinavo a rispondergli nella mia
lingua:
- No, no, basta! non ne posso più. Mi lasci andare, caro
signore.
Mi lasciò andare; ma mi venne appresso. Salì con me nel treno di
ritorno a Nizza, e volle assolutamente che cenassi con lui e
prendessi poi alloggio nel suo stesso albergo.
Non mi dispiacque molto dapprima l'ammirazione quasi timorosa
che quell'uomo pareva felicissimo di tributarmi, come a un
taumaturgo. La vanità umana non ricusa talvolta di farsi
piedistallo anche di certa stima che offende e l'incenso acre e
pestifero di certi indegni e meschini turiboli. Ero come un
generale che avesse vinto un'asprissima e disperata battaglia,
ma per caso, senza saper come. Già cominciavo a sentirlo, a
rientrare in me, e man mano cresceva il fastidio che mi recava
la compagnia di quell'uomo.
Tuttavia, per quanto facessi, appena sceso a Nizza, non mi
riuscì di liberarmene: dovetti andar con lui a cena. E allora
egli mi confessò che me l'aveva mandata lui, là, nell'atrio del
casino, quella donnetta allegra, alla quale da tre giorni egli
appiccicava le ali per farla volare, almeno terra terra; ali di
biglietti di banca; dava cioè qualche centinajo di lire per
farle tentar la sorte. La donnetta aveva dovuto vincer bene,
quella sera, seguendo il mio giuoco, giacché, all'uscita, non
s'era più fatta vedere.
- Che podo far? La póvara avrà trovato de meglio. Sono viechio,
ió. E agradecio Dio, ántes, che me la son levada de sobre!
Mi disse che era a Nizza da una settimana e che ogni mattina
s'era recato a Montecarlo, dove aveva avuto sempre, fino a
quella sera, una disdetta incredibile. Voleva sapere com'io
facessi a vincere. Dovevo certo aver capito il giuoco o
possedere qualche regola infallibile.
Mi misi a ridere e gli risposi che fino alla mattina di quello
stesso giorno non avevo visto neppure dipinta una roulette,
e che non solo non sapevo affatto come ci si giocasse, ma non
sospettavo nemmen lontanamente che avrei giocato e vinto a quel
modo. Ne ero stordito e abbagliato più di lui.
Non si convinse. Tanto vero che, girando abilmente il discorso
(credeva senza dubbio d'aver da fare con una birba matricolata)
e parlando con meravigliosa disinvoltura in quella sua lingua
mezzo spagnuola e mezzo Dio sa che cosa, venne a farmi la stessa
proposta a cui aveva tentato di tirarmi, nella mattinata, col
gancio di quella donnetta allegra.
- Ma no, scusi! - esclamai io, cercando tuttavia d'attenuare con
un sorriso il risentimento. - Può ella sul serio ostinarsi a
credere che per quel giuoco là ci possano esser regole o si
possa aver qualche segreto? Ci vuol fortuna! ne ho avuta oggi;
potrò non averne domani, o potrò anche averla di nuovo; spero di
sì!
- Ma porqué lei, - mi domandò, - non ha voluto occi aproveciarse
de la sua forturna?
- Io, aprove...
- Si, come puedo decir? avantaciarse, voilà!
- Ma secondo i miei mezzi, caro signore!
- Bien! - disse lui. - Podo ió por lei. Lei, la fortuna, ió
metaró el dinero.
- E allora forse perderemo! - conclusi io, sorridendo. - No,
no... Guardi! Se lei mi crede davvero così fortunato, - sarò
tale al giuoco; in tutto il resto, no di certo - facciamo così:
senza patti fra noi e senza alcuna responsabilità da parte mia,
che non voglio averne, lei punti il suo molto dov'io il mio
poco, come ha fatto oggi; e, se andrà bene...
Non mi lasciò finire: scoppiò in una risata strana, che voleva
parer maliziosa, e disse:
- Eh no, segnore mio! no! Occi, sì, l'ho fatto: no lo fado
domani seguramente! Si lei punta forte con migo, bien! si no, no
lo fado seguramente! Gracie tante!
Lo guardai, sforzandomi di comprendere che cosa volesse dire:
c'era senza dubbio in quel suo riso e in quelle sue parole un
sospetto ingiurioso per me. Mi turbai, e gli domandai una
spiegazione.
Smise di ridere; ma gli rimase sul volto come l'impronta
svanente di quel riso.
- Digo che no, che no lo fado, - ripeté. - No digo altro!
Battei forte una mano su la tavola e, con voce alterata,
incalzai:
- Nient'affatto! Bisogna invece che dica, spieghi che cosa ha
inteso di significare con le sue parole e col suo riso
imbecille! Io non comprendo!
Lo vidi, man mano che parlavo, impallidire e quasi
rimpiccolirsi; evidentemente stava per chiedermi scusa. Mi
alzai, sdegnato, dando una spallata.
- Bah! Io disprezzo lei e il suo sospetto, che non arrivo
neanche a immaginare!
Pagai il mio conto e uscii.
Ho conosciuto un uomo venerando e degno anche, per le
singolarissime doti dell'intelligenza, d'essere grandemente
ammirato: non lo era, né poco né molto, per un pajo di
calzoncini, io credo, chiari, a quadretti, troppo aderenti alle
gambe misere, ch'egli si ostinava a portare. Gli abiti che
indossiamo, il loro taglio, il loro colore, possono far pensare
di noi le più strane cose.
Ma io sentivo ora un dispetto tanto maggiore, in quanto mi
pareva di non esser vestito male. Non ero in marsina, è vero, ma
avevo un abito nero, da lutto, decentissimo. E poi, se - vestito
di questi stessi panni - quel tedescaccio in prima aveva potuto
prendermi per un babbeo, tanto che s'era arraffato come niente
il mio denaro; come mai adesso costui mi prendeva per un
mariuolo?
« Sarà forse per questo barbone, » pensavo, andando, « o per
questi capelli troppo corti... »
Cercavo intanto un albergo qualunque, per chiudermi a vedere
quanto avevo vinto. Mi pareva d'esser pieno di denari: ne avevo
un po' da per tutto, nelle tasche della giacca e dei calzoni e
in quelle del panciotto; oro, argento, biglietti di banca;
dovevano esser molti, molti!
Sentii sonare le due. Le vie erano deserte. Passò una vettura
vuota; vi montai.
Con niente avevo fatto circa undicimila lire! Non ne vedevo da
un pezzo, e mi parvero in prima una gran somma. Ma poi, pensando
alla mia vita d'un tempo, provai un grande avvilimento per me
stesso. Eh che! Due anni di biblioteca, col contorno di tutte le
altre sciagure, m'avevan dunque immiserito a tal segno il cuore?
Presi a mordermi col mio nuovo veleno, guardando il denaro lì
sul letto:
« Va', uomo virtuoso, mansueto bibliotecario, va', ritorna a
casa a placare con questo tesoro la vedova Pescatore. Ella
crederà che tu l'abbia rubato e acquisterà subito per te una
grandissima stima. O va' piuttosto in America, come avevi prima
deliberato, se questo non ti par premio degno alla tua grossa
fatica. Ora potresti, così munito. Undicimila lire! Che
ricchezza! »
Raccolsi il denaro; lo buttai nel cassetto del comodino, e mi
coricai. Ma non potei prender sonno. Che dovevo fare, insomma?
Ritornare a Montecarlo, a restituir quella vincita
straordinaria? o contentarmi di essa e godermela modestamente?
ma come? avevo forse più animo e modo di godere, con quella
famiglia che mi ero formata? Avrei vestito un po' meno
poveramente mia moglie, che non solo non si curava più di
piacermi, ma pareva facesse anzi di tutto per riuscirmi
incresciosa, rimanendo spettinata tutto il giorno, senza busto,
in ciabatte, e con le vesti che le cascavano da tutte le parti.
Riteneva forse che, per un marito come me, non valesse più la
pena di farsi bella? Del resto, dopo il grave rischio corso nel
parto, non s'era più ben rimessa in salute. Quanto all'animo, di
giorno in giorno s'era fatta più aspra, non solo contro me, ma
contro tutti. E questo rancore e la mancanza d'un affetto vivo e
vero s'eran messi come a nutrire in lei un'accidiosa pigrizia.
Non s'era neppure affezionata alla bambina, la cui nascita
insieme con quell'altra, morta di pochi giorni, era stata per
lei una sconfitta di fronte al bel figlio maschio d'Oliva, nato
circa un mese dopo, florido e senza stento, dopo una gravidanza
felice. Tutti quei disgusti poi e quegli attriti che sorgono,
quando il bisogno, come un gattaccio ispido e nero s'accovaccia
su la cenere d'un focolare spento, avevano reso ormai odiosa a
entrambi la convivenza. Con undicimila lire avrei potuto
rimetter la pace in casa e far rinascere l'amore già iniquamente
ucciso in sul nascere dalla vedova Pescatore? Follie! E dunque?
Partire per l'America? Ma perché sarei andato a cercar tanto
lontano la Fortuna, quand'essa pareva proprio che avesse voluto
fermarmi qua, a Nizza, senza ch'io ci pensassi, davanti a quella
bottega d'attrezzi di giuoco? Ora bisognava ch'io mi mostrassi
degno di lei, dei suoi favori, se veramente, come sembrava, essa
voleva accordarmeli. Via, via! O tutto o niente. In fin de'
conti, sarei ritornato come ero prima. Che cosa erano mai
undicimila lire?
Così il giorno dopo tornai a Montecarlo. Ci tornai per dodici
giorni di fila. Non ebbi più né modo né tempo di stupirmi allora
del favore, più favoloso che straordinario, della fortuna: ero
fuori di me, matto addirittura; non ne provo stupore neanche
adesso, sapendo pur troppo che tiro essa m'apparecchiava,
favorendomi in quella maniera e in quella misura. In nove giorni
arrivai a metter sù una somma veramente enorme giocando alla
disperata: dopo il nono giorno cominciai a perdere, e fu un
precipizio. L'estro prodigioso, come se non avesse più trovato
alimento nella mia già esausta energia nervosa, venne a
mancarmi. Non seppi, o meglio, non potei arrestarmi a tempo. Mi
arrestai, mi riscossi, non per mia virtù, ma per la violenza
d'uno spettacolo orrendo, non infrequente, pare, in quel luogo.
Entravo nelle sale da giuoco, la mattina del dodicesimo giorno,
quando quel signore di Lugano, innamorato del numero 12, mi
raggiunse, sconvolto e ansante, per annunziarmi, più col cenno
che con le parole, che uno s'era poc'anzi ucciso là, nel
giardino. Pensai subito che fosse quel mio spagnuolo, e ne
provai rimorso. Ero sicuro ch'egli m'aveva ajutato a vincere.
Nel primo giorno, dopo quella nostra lite, non aveva voluto
puntare dov'io puntavo, e aveva perduto sempre; nei giorni
seguenti, vedendomi vincere con tanta persistenza, aveva tentato
di fare il mio giuoco; ma non avevo voluto più io, allora: come
guidato per mano dalla stessa Fortuna, presente e invisibile, mi
ero messo a girare da un tavoliere all'altro. Da due giorni non
lo avevo più veduto, proprio dacché m'ero messo a perdere, e
forse perché lui non mi aveva più dato la caccia.
Ero certissimo, accorrendo al luogo indicatomi, di trovarlo lì,
steso per terra, morto. Ma vi trovai invece quel giovinetto
pallido che affettava un'aria di sonnolenta indifferenza,
tirando fuori i luigi dalla tasca dei calzoni per puntarli senza
nemmeno guardare.
Pareva più piccolo, lì in mezzo al viale: stava composto, coi
piedi uniti, come se si fosse messo a giacere prima, per non
farsi male, cadendo; un braccio era aderente al corpo; l'altro,
un po' sospeso, con la mano raggrinchiata e un dito, l'indice,
ancora nell'atto di tirare. Era presso a questa mano la
rivoltella; più là, il cappello. Mi parve dapprima che la palla
gli fosse uscita dall'occhio sinistro, donde tanto sangue, ora
rappreso, gli era colato su la faccia. Ma no: quel sangue era
schizzato di lì, come un po' dalle narici e dagli orecchi;
altro, in gran copia, n'era poi sgorgato dal forellino alla
tempia destra, su la rena gialla del viale, tutto raggrumato.
Una dozzina di vespe vi ronzavano attorno; qualcuna andava a
posarsi anche lì, vorace, su l'occhio. Fra tanti che guardavano,
nessuno aveva pensato a cacciarle via. Trassi dalla tasca un
fazzoletto e lo stesi su quel misero volto orribilmente
sfigurato. Nessuno me ne seppe grado: avevo tolto il meglio
dello spettacolo.
Scappai via; ritornai a Nizza per partirne quel giorno stesso.
Avevo con me circa ottantaduemila lire.
Tutto potevo immaginare, tranne che, nella sera di quello stesso
giorno, dovesse accadere anche a me qualcosa di simile.
« Riscatterò la Stìa, e mi ritirerò là, in campagna, a
fare il mugnajo. Si sta meglio vicini alla terra; e - sotto -
fors'anche meglio.
« Ogni mestiere, in fondo, ha qualche sua consolazione. Ne ha
finanche quello del becchino. Il mugnajo può consolarsi col
frastuono delle macine e con lo spolvero che vola per aria e lo
veste di farina.
« Son sicuro che, per ora, non si rompe nemmeno un sacco, là,
nel molino. Ma appena lo riavrò io:
« - Signor Mattia, la nottola del palo! Signor Mattia, s'è rotta
la bronzina! Signor Mattia, i denti del lubecchio!
« Come quando c'era la buon'anima della mamma, e Malagna
amministrava.
« E mentr'io attenderò al molino, il fattore mi ruberà i frutti
della campagna; e se mi porrò invece a badare a questa, il
mugnajo mi ruberà la molenda. E di qua il mugnajo e di là il
fattore faranno l'altalena, e io nel mezzo a godere.
« Sarebbe forse meglio che cavassi dalla veneranda cassapanca di
mia suocera uno dei vecchi abiti di Francesco Antonio Pescatore,
che la vedova custodisce con la canfora e col pepe come sante
reliquie, e ne vestissi Marianna Dondi e mandassi lei a fare il
mugnajo e a star sopra al fattore.
« L'aria di campagna farebbe certamente bene a mia moglie. Forse
a qualche albero cadranno le foglie, vedendola; gli uccelletti
ammutoliranno; speriamo che non secchi la sorgiva. E io rimarrò
bibliotecario, solo soletto, a Santa Maria Liberale. »
Così pensavo, e il treno intanto correva. Non potevo chiudere
gli occhi, ché subito m'appariva con terribile precisione il
cadavere di quel giovinetto, là, nel viale, piccolo e composto
sotto i grandi alberi immobili nella fresca mattina. Dovevo
perciò consolarmi così, con un altro incubo, non tanto
sanguinoso, almeno materialmente: quello di mia suocera e di mia
moglie. E godevo nel rappresentarmi la scena dell'arrivo, dopo
quei tredici giorni di scomparsa misteriosa.
Ero certo (mi pareva di vederle!), che avrebbero affettato
entrambe, al mio entrare, la più sdegnosa indifferenza. Appena
un'occhiata, come per dire:
« To', qua di nuovo? Non t'eri rotto l'osso del collo? »
Zitte loro, zitto io.
Ma poco dopo, senza dubbio, la vedova Pescatore avrebbe
cominciato a sputar bile, rifacendosi dall'impiego che forse
avevo perduto.
M'ero infatti portata via la chiave della biblioteca: alla
notizia del mia sparizione, avevano dovuto certo scassinare la
porta, per ordine della questura: e, non trovandomi là entro,
morto, né avendosi d'altra parte tracce o notizie di me, quelli
del Municipio avevano forse aspettato, tre, quattro, cinque
giorni, una settimana, il mio ritorno; poi avevano dato a
qualche altro sfaccendato il mio posto.
Dunque, che stavo a far lì, seduto? M'ero buttato di nuovo, da
me, in mezzo a una strada? Ci stéssi! Due povere donne non
potevano aver l'obbligo di mantenere un fannullone, un pezzaccio
da galera, che scappava via così, chi sa per quali altre
prodezze, ecc., ecc.
Io, zitto.
Man mano, la bile di Marianna Dondi cresceva, per quel mio
silenzio dispettoso, cresceva, ribolliva, scoppiava: - e io,
ancora lì, zitto!
A un certo punto, avrei cavato dalla tasca in petto il
portafogli e mi sarei messo a contare sul tavolino i miei
biglietti da mille: là, là, là e là...
Spalancamento d'occhi e di bocca di Marianna Dondi e anche di
mia moglie.
Quietamente avrei raccolti i biglietti, li avrei rimessi nel
portafogli, e mi sarei alzato.
« - Non mi volete più in casa? Ebbene, tante grazie! Me ne vado,
e salute a voi. »
Ridevo, così pensando.
I miei compagni di viaggio mi osservavano e sorridevano
anch'essi, sotto sotto.
Allora, per assumere un contegno più serio, mi mettevo a pensare
a' miei creditori, fra cui avrei dovuto dividere quei biglietti
di banca. Nasconderli, non potevo. E poi, a che m'avrebbero
servito, nascosti?
Godermeli, certo quei cani non me li avrebbero lasciati godere.
Per rifarsi lì, col molino della Stìa e coi frutti del
podere, dovendo pagare anche l'amministrazione, che si mangiava
poi tutto a due palmenti (a due palmenti era anche il molino),
chi sa quant'anni ancora avrebbero dovuto aspettare. Ora, forse,
con un'offerta in contanti, me li sarei levati d'addosso a buon
patto. E facevo il conto:
« Tanto a quella mosca canina del Recchioni; tanto, a Filippo
Brìsigo, e mi piacerebbe che gli servissero per pagarsi il
funerale: non caverebbe più sangue ai poverelli!; tanto a
Cichin Lunaro, il torinese; tanto, alla vedova Lippani...
Chi altro c'è ? Ih! hai voglia! Il Della Piana, Bossi e
Margottini... Ecco tutta la mia vincita! »
Avevo vinto per loro a Montecarlo, in fin dei conti! Che rabbia
per que' due giorni di perdita ! Sarei stato ricco di nuovo...
ricco!
Mettevo ora certi sospironi, che facevano voltare più dei
sorrisi di prima i miei compagni di viaggio. Ma io non trovavo
requie. Era imminente la sera: l'aria pareva di cenere; e
l'uggia del viaggio era insopportabile.
Alla prima stazione italiana comprai un giornale con la speranza
che mi facesse addormentare. Lo spiegai, e al lume del lampadino
elettrico, mi misi a leggere. Ebbi così la consolazione di
sapere che il castello di Valençay, messo all'incanto per la
seconda volta, era stato aggiudicato al signor conte De
Castellane per la somma di due milioni e trecentomila franchi.
La tenuta attorno al castello era di duemila ottocento ettari:
la più vasta di Francia.
« Press'a poco, come la Stìa... »
Lessi che l'imperatore di Germania aveva ricevuto a Potsdam, a
mezzodì, l'ambasciata marocchina, e che al ricevimento aveva
assistito il segretario di Stato, barone de Richtofen. La
missione, presentata poi all'imperatrice, era stata trattenuta a
colazione, e chi sa come aveva divorato!
Anche lo Zar e la Zarina di Russia avevano ricevuto a Peterhof
una speciale missione tibetana, che aveva presentato alle LL. MM.
i doni del Lama.
« I doni del Lama? » domandai a me stesso, chiudendo gli occhi,
cogitabondo. « Che saranno? »
Papaveri: perché mi addormentai. Ma papaveri di scarsa virtù: mi
ridestai, infatti, presto, a un urto del treno che si fermava a
un'altra stazione.
Guardai l'orologio: eran le otto e un quarto. Fra un'oretta,
dunque, sarei arrivato.
Avevo il giornale ancora in mano e lo voltai per cercare in
seconda pagina qualche dono migliore di quelli del Lama. Gli
occhi mi andarono su un suicidio così, in grassetto.
Pensai subito che potesse esser quello di Montecarlo, e
m'affrettai a leggere. Ma mi arrestai sorpreso al primo rigo,
stampato di minutissimo carattere: « Ci telegrafano da
Miragno ».
« Miragno? Chi si sarà suicidato nel mio paese? »
Lessi: « Jeri, sabato 28, è stato rinvenuto nella gora d'un
mulino un cadavere in istato d'avanzata putrefazione... ».
A un tratto, la vista mi s'annebbiò, sembrandomi di scorgere nel
rigo seguente il nome del mio podere; e, siccome stentavo a
leggere, con un occhio solo, quella stampa minuscola, m'alzai in
piedi, per essere più vicino al lume.
« ... putrefazione. Il molino è sito in un podere detto
della Stìa, a circa due chilometri dalla nostra città. Accorsa
sopra luogo l'autorità giudiziaria con altra gente, il cadavere
fu estratto dalla gora per le constatazioni di legge e
piantonato. Più tardi esso fu riconosciuto per quello del nostro...
»
Il cuore mi balzò in gola e guardai, spiritato, i miei compagni
di viaggio che dormivano tutti.
« Accorsa sopra luogo... estratto dalla gora... e
piantonato... fu riconosciuto per quello del nostro
bibliotecario... »
« Io? »
« Accorsa sopra luogo... più tardi... per quello del nostro
bibliotecario Mattia Pascal, scomparso da parecchi giorni. Causa
del suicidio: dissesti finanziarii. »
Rilessi con piglio feroce e col cuore in tumulto non so più
quante volte quelle poche righe. Nel primo impeto, tutte le mie
energie vitali insorsero violentemente per protestare: come se
quella notizia, così irritante nella sua impassibile laconicità,
potesse anche per me esser vera. Ma, se non per me, era pur vera
per gli altri; e la certezza che questi altri avevano fin da
jeri della mia morte era su me come una insopportabile
sopraffazione, permanente, schiacciante... Guardai di nuovo i
miei compagni di viaggio e, quasi anch'essi, lì, sotto gli occhi
miei, riposassero in quella certezza, ebbi la tentazione di
scuoterli da quei loro scomodi e penosi atteggiamenti,
scuoterli, svegliarli, per gridar loro che non era vero.
« Possibile? »
E rilessi ancora una volta la notizia sbalorditoja.
Non potevo più stare alle mosse. Avrei voluto che il treno
s'arrestasse, avrei voluto che corresse a precipizio: quel suo
andar monotono, da automa duro, sordo e greve, mi faceva
crescere di punto in punto l'orgasmo. Aprivo e chiudevo le mani
continuamente, affondandomi le unghie nelle palme; spiegazzavo
il giornale; lo rimettevo in sesto per rilegger la notizia che
già sapevo a memoria, parola per parola.
« Riconosciuto! Ma è possibile che m'abbiano
riconosciuto?... In istato d'avanzata putrefazione...
puàh! »
Mi vidi per un momento, lì nell'acqua verdastra della gora,
fradicio, gonfio, orribile, galleggiante... Nel raccapriccio
istintivo, incrociai le braccia sul petto e con le mani mi
palpai, mi strinsi:
« Io, no; io, no... Chi sarà stato?... mi somigliava, certo...
Avrà forse avuto la barba anche lui, come la mia... la mia
stessa corporatura... E m'han riconosciuto!... Scomparso da
parecchi giorni... Eh già! Ma io vorrei sapere, vorrei
sapere chi si è affrettato così a riconoscermi. Possibile che
quel disgraziato là fosse tanto simile a me? vestito come me?
tal quale? Ma sarà stata lei, forse, lei, Marianna Dondi, la
vedova Pescatore: oh! m'ha pescato subito, m'ha riconosciuto
subito! Non le sarà parso vero, figuriamoci! - E' lui, è
lui! mio genero! ah, povero Mattia! ah, povero figliuolo mio!
- E si sarà messa a piangere fors'anche; si sarà pure
inginocchiata accanto al cadavere di quel poveretto, che non ha
potuto tirarle un calcio e gridarle: - Ma lèvati di qua: non ti
conosco -. »
Fremevo. Finalmente il treno s'arrestò a un'altra stazione.
Aprii lo sportello e mi precipitai giù, con l'idea confusa di
fare qualche cosa, subito: un telegramma d'urgenza per smentire
quella notizia.
Il salto che spiccai dal vagone mi salvò: come se mi avesse
scosso dal cervello quella stupida fissazione, intravidi in un
baleno... ma sì! la mia liberazione la libertà una vita nuova!
Avevo con me ottantaduemila lire, e non avrei più dovuto darle a
nessuno! Ero morto, ero morto: non avevo più debiti, non avevo
più moglie, non avevo più suocera: nessuno! libero! libero!
libero! Che cercavo di più?
Pensando così, dovevo esser rimasto in un atteggiamento
stranissimo, là su la banchina di quella stazione. Avevo
lasciato aperto lo sportello del vagone. Mi vidi attorno
parecchia gente, che mi gridava non so che cosa; uno, infine, mi
scosse e mi spinse, gridandomi più forte:
- Il treno riparte!
- Ma lo lasci, lo lasci ripartire, caro signore! - gli gridai
io, a mia volta. - Cambio treno!
Mi aveva ora assalito un dubbio: il dubbio se quella notizia
fosse già stata smentita; se già si fosse riconosciuto l'errore,
a Miragno; se fossero saltati fuori i parenti del vero morto a
correggere la falsa identificazione.
Prima di rallegrarmi così, dovevo bene accertarmi, aver notizie
precise e particolareggiate. Ma come procurarmele?
Mi cercai nelle tasche il giornale. Lo avevo lasciato in treno.
Mi voltai a guardare il binario deserto, che si snodava lucido
per un tratto nella notte silenziosa, e mi sentii come smarrito,
nel vuoto, in quella misera stazionuccia di passaggio. Un dubbio
più forte mi assalì, allora: che io avessi sognato?
Ma no:
« Ci telegrafano da Miragno. Jeri, sabato 28... »
Ecco: potevo ripetere a memoria, parola per parola, il
telegramma. Non c'era dubbio! Tuttavia, sì, era troppo poco; non
poteva bastarmi.
Guardai la stazione; lessi il nome: ALENGA.
Avrei trovato in quel paese altri giornali? Mi sovvenne che era
domenica. A Miragno, dunque, quella mattina, era uscito Il
Foglietto, l'unico giornale che vi si stampasse. A tutti i
costi dovevo procurarmene una copia. Lì avrei trovato tutte le
notizie particolareggiate che m'abbisognavano. Ma come sperare
di trovare ad Alenga Il Foglietto? Ebbene: avrei
telegrafato sotto un falso nome alla redazione del giornale.
Conoscevo il direttore, Miro Colzi, Lodoletta come
tutti lo chiamavano a Miragno, da quando, giovinetto, aveva
pubblicato con questo titolo gentile il suo primo e ultimo
volume di versi.
Per Lodoletta però non sarebbe stato un avvenimento quella
richiesta di copie del suo giornale da Alenga? Certo la notizia
più « interessante » di quella settimana, e perciò il pezzo
più forte di quel numero, doveva essere il mio suicidio. E non
mi sarei dunque esposto al rischio che la richiesta insolita
facesse nascere in lui qualche sospetto?
« Ma che! » pensai poi. « A Lodoletta non può venire in mente
ch'io non mi sia affogato davvero. Cercherà la ragione della
richiesta in qualche altro pezzo forte del suo numero
d'oggi. Da tempo combatte strenuamente contro il Municipio per
la conduttura dell'acqua e per l'impianto del gas. Crederà
piuttosto che sia per questa sua "campagna". »
Entrai nella stazione.
Per fortuna, il vetturino dell'unico legnetto, quello de la
posta, stava ancora lì a chiacchierare con gl'impiegati
ferroviarii: il paesello era a circa tre quarti d'ora di
carrozza dalla stazione, e la via era tutta in salita.
Montai su quel decrepito calessino sgangherato, senza fanali; e
via nel buio.
Avevo da pensare a tante cose; pure, di tratto in tratto, la
violenta impressione ricevuta alla lettura di quella notizia che
mi riguardava così da vicino mi si ridestava in quella nera,
ignota solitudine, e mi sentivo, allora, per un attimo, nel
vuoto, come poc'anzi alla vista del binario deserto; mi sentivo
paurosamente sciolto dalla vita, superstite di me stesso,
sperduto, in attesa di vivere oltre la morte, senza intravedere
ancora in qual modo.
Domandai, per distrarmi, al vetturino, se ci fosse ad Alenga
un'agenzia giornalistica:
- Come dice? Nossignore!
- Non si vendono giornali ad Alenga?
- Ah! sissignore. Li vende il farmacista, Grottanelli.
- C'è un albergo?
- C'è la locanda del Palmentino.
Era smontato da cassetta per alleggerire un po' la vecchia rozza
che soffiava con le froge a terra. Lo discernevo appena. A un
certo punto accese la pipa e lo vidi, allora, come a sbalzi, e
pensai: « Se egli sapesse chi porta... ».
Ma ritorsi subito a me stesso la domanda:
« Chi porta? Non lo so più nemmeno io. Chi sono io ora? Bisogna
che ci pensi. Un nome, almeno, un nome, bisogna che me lo dia
subito, per firmare il telegramma e per non trovarmi poi
imbarazzato se, alla locanda, me lo domandano. Basterà che pensi
soltanto al nome, per adesso. Vediamo un po'! Come mi chiamo? »
Non avrei mai supposto che dovesse costarmi tanto stento e
destarmi tanta smania la scelta di un nome e di un cognome. Il
cognome specialmente! Accozzavo sillabe, cosi, senza pensare:
venivano fuori certi cognomi, come: Strozzani, Parbetta,
Martoni, Bartusi, che m'irritavano peggio i nervi. Non vi
trovavo alcuna proprietà, alcun senso. Come se, in fondo, i
cognomi dovessero averne... Eh, via! uno qualunque... Martoni,
per esempio, perché no? Carlo Martoni... Uh, ecco fatto! Ma,
poco dopo, davo una spallata: « Sì! Carlo Martello... ». E la
smania ricominciava.
Giunsi al paese, senza averne fissato alcuno. Fortunatamente,
là, dal farmacista, ch'era anche ufficiale telegrafico e
postale, droghiere, cartolajo, giornalajo, bestia e non so che
altro, non ce ne fu bisogno. Comprai una copia dei pochi
giornali che gli arrivavano: giornali di Genova: Il Caffaro
e Il Secolo XIX; gli domandai poi se potevo avere
Il Foglietto di Miragno.
Aveva una faccia da civetta, questo Grottanelli con un pajo
d'occhi tondi tondi, come di vetro, su cui abbassava, di tratto
in tratto, quasi con pena certe pàlpebre cartilaginose.
- Il Foglietto? Non lo conosco.
- E' un giornaluccio di provincia, settimanale, - gli spiegai. -
Vorrei averlo. Il numero d'oggi, s'intende.
- Il Foglietto? Non lo dieci - badava a ripetere.
- E va bene! Non importa che lei non lo conosca io le pago le
spese per un vaglia telegrafico alla redazione. Ne vorrei avere
dieci venti copie, domani o al più presto. Si può?
Non rispondeva: con gli occhi fissi, senza sguardo, ripeteva
ancora: - Il Foglietto?... Non lo conosco -. Finalmente
si risolse a fare il vaglia telegrafico sotto la mia dettatura,
indicando per il recapito la sua farmacia.
E il giorno appresso, dopo una notte insonne, sconvolta da un
tempestoso mareggiamento di pensieri, là nella Locanda del
Palmentino, ricevetti quindici copie del Foglietto.
Nei due giornali di Genova che, appena rimasto solo, m'ero
affrettato a leggere, non avevo trovato alcun cenno. Mi
tremavano le mani nello spiegare Il Foglietto. In prima
pagina, nulla. Cercai nelle due interne, e subito mi saltò a gli
occhi un segno di lutto in capo alla terza pagina e, sotto, a
grosse lettere, il mio nome. Così:
MATTIA PASCAL
Non si avevano notizie di lui da alquanti giorni: giorni
di tremenda costernazione e d'inenarrabile angoscia per la
desolata famiglia; costernazione e angoscia condivise dalla
miglior parte della nostra cittadinanza, che lo amava e lo
stimava per la bontà dell'animo, per la giovialità del
carattere e per quella natural modestia, che gli aveva
permesso, insieme con le altre doti, di sopportare senza
avvilimento e con rassegnazione gli avversi fati, onde dalla
spensierata agiatezza si era in questi ultimi tempi ridotto
in umile stato.
Quando, dopo il primo giorno dell'inesplicabile assenza,
la famiglia impressionata si recò alla Biblioteca
Boccamazza, dove egli, zelantissimo del suo ufficio, si
tratteneva quasi tutto il giorno ad arricchire con dotte
letture la sua vivace intelligenza, trovò chiusa la porta;
subito, innanti a questa porta chiusa, sorse nero e
trepidante il sospetto, sospetto tosto fugato dalla lusinga
che durò parecchi dì, man mano però raffievolendosi, ch'egli
si fosse allontanato dal paese per qualche sua segreta
ragione.
Ma ahimè! La verità doveva purtroppo esser quella!
La perdita recente della madre adoratissima e, a un
tempo, dell'unica figlioletta, dopo la perdita degli aviti
beni, aveva profondamente sconvolto l'animo del povero amico
nostro. Tanto che, circa tre mesi addietro, già una prima
volta, di notte tempo, egli aveva tentato di pôr fine a'
suoi miseri giorni, là, nella gora appunto di quel molino,
che gli ricordava i passati splendori della sua casa ed il
suo tempo felice.
...Nessun maggior dolore Che ricordarsi del tempo
felice Nella miseria...
Con le lacrime agli occhi e singhiozzando cel narrava,
innanzi al grondante e disfatto cadavere, un vecchio
mugnajo, fedele e devoto alla famiglia degli antichi
padroni. Era calata la notte, lugubre; una lucerna rossa era
stata deposta lì per terra, presso al cadavere vigilato da
due Reali Carabinieri e il vecchio Filippo Brina (lo
segnaliamo all'ammirazione dei buoni) parlava e lagrimava
con noi. Egli era riuscito in quella triste notte a impedire
che l'infelice riducesse ad effetto il violento proposito;
ma non si trovò più là Filippo Brina pronto ad impedirlo,
questa seconda volta. E Mattia Pascal giacque, forse tutta
una notte e metà del giorno appresso, nella gora di quel
molino.
Non tentiamo nemmeno di descrivere la straziante scena
che seguì sul luogo, quando l'altro ieri, in sul far della
sera, la vedova sconsolata si trovò innanzi alla miseranda
spoglia irriconoscibile del diletto compagno, che era andato
a raggiungere la figlioletta sua.
Tutto il paese ha preso parte al cordoglio di lei e ha
voluto dimostrarlo accompagnando all'estrema dimora il
cadavere, a cui rivolse brevi e commosse parole d'addio il
nostro assessore comunale cav. Pomino.
Noi inviamo alla povera famiglia immersa in tanto lutto,
al fratello Roberto lontano da Miragno, le nostre più
sentite condoglianze, e col cuore lacerato diciamo per
l'ultima volta al nostro buon Mattia: - Vale, diletto amico,
vale!
M. C.
Anche senza queste due iniziali avrei riconosciuto Lodoletta
come autore della necrologia.
Ma debbo innanzi tutto confessare che la vista del mio nome
stampato lì, sotto quella striscia nera, per quanto me
l'aspettassi, non solo non mi rallegrò affatto, ma mi accelerò
talmente i battiti del cuore, che, dopo alcune righe, dovetti
interrompere la lettura. La « tremenda costernazione e
l'inenarrabile angoscia » della mia famiglia non mi fecero
ridere, né l'amore e la stima dei miei concittadini per le mie
belle virtù, né il mio zelo per l'ufficio. Il ricordo di quella
mia tristissima notte alla Stìa, dopo la morte della
mamma e della mia piccina, ch'era stato come una prova, e forse
la più forte, del mio suicidio, mi sorprese dapprima, quale una
impreveduta e sinistra partecipazione del caso; poi mi cagionò
rimorso e avvilimento.
Eh, no! non mi ero ucciso, io, per la morte della mamma e della
figlietta mia, per quanto forse, quella notte, ne avessi avuto
l'idea! Me n'ero fuggito, è vero, disperatamente; ma, ecco,
ritornavo ora da una casa di giuoco, dove la Fortuna nel modo
più strano mi aveva arriso e continuava ad arridermi, e un
altro, invece, s'era ucciso per me, un altro, un forestiere
certo, cui io rubavo il compianto dei parenti lontani e degli
amici, e condannavo - oh suprema irrisione! - a subir quello che
non gli apparteneva falso compianto, e finanche l'elogio funebre
dell'incipriato cavalier Pomino!
Questa fu la prima impressione alla lettura di quella mia
necrologia sul Foglietto.
Ma poi pensai che quel pover'uomo era morto non certo per causa
mia, e che io, facendomi vivo non avrei potuto far rivivere
anche lui; pensai che approfittandomi della sua morte, io non
solo non frodavo affatto i suoi parenti, ma anzi venivo a render
loro un bene: per essi, infatti, il morto ero io non lui, ed
essi potevano crederlo scomparso e sperare ancora, sperare di
vederlo un giorno o l'altro ricomparire.
Restavano mia moglie e mia suocera. Dovevo proprio credere alla
loro pena per la mia morte, a tutta quella « inenarrabile
angoscia », a quel « cordoglio straziante » del funebre
pezzo forte di Lodoletta? Bastava, perbacco, aprir pian
piano un occhio a quel povero morto, per accorgersi che non ero
io; e anche ammesso che gli occhi fossero rimasti in fondo alla
gora, via! una moglie, che veramente non voglia, non può
scambiare così facilmente un altro uomo per il proprio marito.
Si erano affrettate a riconoscermi in quel morto? La vedova
Pescatore sperava ora che Malagna, commosso e forse non esente
di rimorso per quel mio barbaro suicidio, venisse in ajuto della
povera vedova? Ebbene: contente loro, contentissimo io!
« Morto? affogato? Una croce, e non se ne parli più! »
Mi levai, stirai le braccia e trassi un lunghissimo respiro di
sollievo.
Subito, non tanto per ingannare gli altri, che avevan o voluto
ingannarsi da sé, con una leggerezza non deplorabile forse nel caso
mio, ma certamente non degna d'encomio, quanto per obbedire alla
Fortuna e soddisfare a un mio proprio bisogno, mi posi a far di me
un altr'uomo.
Poco o nulla avevo da lodarmi di quel disgraziato che per forza
avevano voluto far finire miseramente nella gora d'un molino.
Dopo tante sciocchezze commesse, egli non meritava forse sorte
migliore.
Ora mi sarebbe piaciuto che, non solo esteriormente, ma anche
nell'intimo, non rimanesse più in me alcuna traccia di lui.
Ero solo ormai, e più solo di com'ero non avrei potuto essere su
la terra, sciolto nel presente d'ogni legame e d'ogni obbligo,
libero, nuovo e assolutamente padrone di me, senza più il
fardello del mio passato, e con I'avvenire dinanzi, che avrei
potuto foggiarmi a piacer mio.
Ah, un pajo d'ali! Come mi sentivo leggero!
Il sentimento che le passate vicende mi avevano dato della vita
non doveva aver più per me, ormai, ragion d'essere. Io dovevo
acquistare un nuovo sentimento della vita, senza avvalermi
neppur minimamente della sciagurata esperienza del fu Mattia
Pascal.
Stava a me: potevo e dovevo esser l'artefice del mio nuovo
destino, nella misura che la Fortuna aveva voluto concedermi.
« E innanzi tutto, » dicevo a me stesso, « avrò cura di questa
mia libertà: me la condurrò a spasso per vie piane e sempre
nuove, né le farò mai portare alcuna veste gravosa. Chiuderò gli
occhi e passerò oltre appena lo spettacolo della vita in qualche
punto mi si presenterà sgradevole. Procurerò di farmela più
tosto con le cose che si sogliono chiamare inanimate, e andrò in
cerca di belle vedute, di ameni luoghi tranquilli. Mi darò a
poco a poco una nuova educazione; mi trasformerò con amoroso e
paziente studio, sicché, alla fine, io possa dire non solo di
aver vissuto due vite, ma d'essere stato due uomini. »
Già ad Alenga, per cominciare, ero entrato, poche ore prima di
partire, da un barbiere, per farmi accorciar la barba: avrei
voluto levarmela tutta, li stesso, insieme coi baffi; ma il
timore di far nascere qualche sospetto in quel paesello mi aveva
trattenuto.
Il barbiere era anche sartore, vecchio, con le reni quasi
ingommate dalla lunga abitudine di star curvo, sempre in una
stessa positura, e portava gli occhiali su la punta del naso.
Più che barbiere doveva esser sartore. Calò come un flagello di
Dio su quella barbaccia che non m'apparteneva più, armato di
certi forbicioni da maestro di lana, che avevan bisogno d'esser
sorretti in punta con l'altra mano. Non m'arrischiai neppure a
fiatare: chiusi gli occhi, e non li riaprii, se non quando mi
sentii scuotere pian piano.
Il brav'uomo, tutto sudato, mi porgeva uno specchietto perché
gli sapessi dire se era stato bravo.
Mi parve troppo!
- No, grazie, - mi schermii. - Lo riponga. Non vorrei fargli
paura.
Sbarrò tanto d'occhi, e:
- A chi? - domandò.
- Ma a codesto specchietto. Bellino! Dev'essere antico...
Era tondo, col manico d'osso intarsiato: chi sa che storia aveva
e donde e come era capitato lì, in quella sarto-barbieria. Ma
infine, per non dar dispiacere al padrone, che seguitava a
guardarmi stupito, me lo posi sotto gli occhi.
Se era stato bravo!
Intravidi da quel primo scempio qual mostro fra breve sarebbe
scappato fuori dalla necessaria e radicale; alterazione dei
connotati di Mattia Pascal! Ed ecco una nuova ragione d'odio per
lui! Il mento piccolissimo, puntato e rientrato, ch'egli aveva
nascosto per tanti e tanti anni sotto quel barbone, mi parve un
tradimento. Ora avrei dovuto portarlo scoperto, quel cosino
ridicolo! E che naso mi aveva lasciato in eredità! E
quell'occhio!
« Ah, quest'occhio, » pensai, « così in estasi da un lato,
rimarrà sempre suo nella mia nuova faccia! Io non potrò far
altro che nasconderlo alla meglio dietro un pajo d'occhiali
colorati, che coopereranno, figuriamoci, a rendermi più amabile
l'aspetto. Mi farò crescere i capelli e, con questa bella fronte
spaziosa, con gli occhiali e tutto raso, sembrerò un filosofo
tedesco. Finanziera e cappellaccio a larghe tese. »
Non c'era via di mezzo: filosofo dovevo essere per forza con
quella razza d'aspetto. Ebbene, pazienza: mi sarei armato d'una
discreta filosofia sorridente per passare in mezzo a questa
povera umanità, la quale, per quanto avessi in animo di
sforzarmi, mi pareva difficile che non dovesse più parermi un
po' ridicola e meschina.
Il nome mi fu quasi offerto in treno, partito da poche ore da
Alenga per Torino.
Viaggiavo con due signori che discutevano animatamente
d'iconografia cristiana, in cui si dimostravano entrambi molto
eruditi, per un ignorante come me.
Uno, il più giovane, dalla faccia pallida, oppressa da una folta
e ruvida barba nera, pareva provasse una grande e particolar
soddisfazione nell'enunciar la notizia ch'egli diceva
antichissima, sostenuta da Giustino Martire, da Tertulliano e da
non so chi altri, secondo la quale Cristo sarebbe stato
bruttissimo.
Parlava con un vocione cavernoso, che contrastava stranamente
con la sua aria da ispirato.
- Ma si, ma si, bruttissimo! bruttissimo! Ma anche Cirillo
d'Alessandria! Sicuro, Cirillo d'Alessandria arriva finanche ad
affermare che Cristo fu il più brutto degli uomini.
L'altro, ch'era un vecchietto magro magro, tranquillo nel suo
ascetico squallore, ma pur con una piega a gli angoli della
bocca che tradiva la sottile ironia, seduto quasi su la schiena,
col collo lungo proteso come sotto un giogo, sosteneva invece
che non c'era da fidarsi delle più antiche testimonianze.
- Perché la Chiesa, nei primi secoli, tutta volta a
consustanziarsi la dottrina e lo spirito del suo ispiratore, si
dava poco pensiero, ecco, poco pensiero delle sembianze corporee
di lui.
A un certo punto vennero a parlare della Veronica e di due
statue della città di Paneade, credute immagini di Cristo e
della emorroissa.
- Ma sì! - scattò il giovane barbuto. - Ma se non c'è più dubbio
ormai! Quelle due statue rappresentano l'imperatore Adriano con
la città inginocchiata ai piedi.
Il vecchietto seguitava a sostener pacificamente la sua
opinione, che doveva esser contraria, perché quell'altro,
incrollabile, guardando me, s'ostinava a ripetere :
- Adriano!
- ...Beronike, in greco. Da Beronike poi:
Veronica...
- Adriano! (a me).
- Oppure, Veronica, vera icon: storpiatura
probabilissima...
- Adriano! (a me).
- Perché la Beronike degli Atti di Pilato...
- Adriano!
Ripeté così Adriano! non so più quante volte, sempre
con gli occhi rivolti a me.
Quando scesero entrambi a una stazione e mi lasciarono solo
nello scompartimento, m'affacciai al finestrino, per seguirli
con gli occhi: discutevano ancora, allontanandosi.
A un certo punto però il vecchietto perdette la pazienza e prese
la corsa.
- Chi lo dice? - gli domandò forte il giovane, fermo, con aria
di sfida.
Quegli allora si voltò per gridargli:
- Camillo De Meis!
Mi parve che anche lui gridasse a me quel nome, a me che stavo
intanto a ripetere meccanicamente: - Adriano... -.
Buttai subito via quel de e ritenni il Meis.
Mi parve anche che questo nome quadrasse bene alla faccia
sbarbata e con gli occhiali, ai capelli lunghi, al cappellaccio
alla finanziera che avrei dovuto portare.
« Adriano Meis. Benone! M'hanno battezzato. »
Recisa di netto ogni memoria in me della vita precedente,
fermato l'animo alla deliberazione di ricominciare da quel punto
una nuova vita, io era invaso e sollevato come da una fresca
letizia infantile; mi sentivo come rifatta vergine e trasparente
la coscienza, e lo spirito vigile e pronto a trar profitto di
tutto per la costruzione del mio nuovo io. Intanto l'anima mi
tumultuava nella gioja di quella nuova libertà. Non avevo mai
veduto così uomini e cose; l'aria tra essi e me s'era d'un
tratto quasi snebbiata; e mi si presentavan facili e lievi le
nuove relazioni che dovevano stabilirsi tra noi, poiché ben poco
ormai io avrei avuto bisogno di chieder loro per il mio intimo
compiacimento. Oh levità deliziosa dell'anima; serena,
ineffabile ebbrezza! La Fortuna mi aveva sciolto di ogni
intrico, all'improvviso, mi aveva sceverato dalla vita comune,
reso spettatore estraneo della briga in cui gli altri si
dibattevano ancora, e mi ammoniva dentro:
« Vedrai, vedrai com'essa t'apparirà curiosa, ora, a guardarla
cosi da fuori! Ecco là uno che si guasta il fegato e fa
arrabbiare un povero vecchietto per sostener che Cristo fu il
più brutto degli uomini... »
Sorridevo. Mi veniva di sorridere così di tutto e a ogni cosa: a
gli alberi della campagna, per esempio, che mi correvano
incontro con stranissimi atteggiamenti nella loro fuga
illusoria; a le ville sparse qua e là, dove mi piaceva
d'immaginar coloni con le gote gonfie per sbuffare contro la
nebbia nemica degli olivi o con le braccia levate a pugni chiusi
contro il cielo che non voleva mandar acqua: e sorridevo agli
uccelletti che si sbandavano, spaventati da quel coso nero che
correva per la campagna, fragoroso; all'ondeggiar dei fili
telegrafici, per cui passavano certe notizie ai giornali, come
quella da Miragno del mio suicidio nel molino della Stìa;
alle povere mogli dei cantonieri che presentavan la bandieruola
arrotolata, gravide e col cappello del marito in capo.
Se non che, a un certo punto, mi cadde lo sguardo su l'anellino
di fede che mi stringeva ancora l'anulare della mano sinistra.
Ne ricevetti una scossa violentissima: strizzai gli occhi e mi
strinsi la mano con l'altra mano, tentando di strapparmi quel
cerchietto d'oro, così, di nascosto, per non vederlo più. Pensai
ch'esso si apriva e che, internamente, vi erano incisi due nomi:
Mattia-Romilda, e la data del matrimonio. Che dovevo
farne?
Aprii gli occhi e rimasi un pezzo accigliato, a contemplarlo
nella palma della mano.
Tutto, attorno, mi s'era rifatto nero.
Ecco ancora un resto della catena che mi legava al passato!
Piccolo anello, lieve per sé, eppur così pesante! Ma la catena
era già spezzata, e dunque via anche quell'ultimo anello!
Feci per buttarlo dal finestrino, ma mi trattenni. Favorito così
eccezionalmente dal caso, io non potevo più fidarmi di esso;
tutto ormai dovevo creder possibile, finanche questo: che un
anellino buttato nell'aperta campagna, trovato per combinazione
da un contadino, passando di mano in mano, con quei due nomi
incisi internamente e la data, facesse scoprir la verità, che
l'annegato della Stìa cioè non era il bibliotecario
Mattia Pascal.
« No, no, » pensai, « in luogo più sicuro... Ma dove? »
Il treno, in quella, si fermò a un'altra stazione. Guardai, e
subito mi sorse un pensiero, per Ia cui attuazione. provai
dapprima un certo ritegno. Lo dico, perché mi serva di scusa
presso coloro che amano il bel gesto, gente poco riflessiva,
alla quale piace di non ricordarsi che l'umanità è pure oppressa
da certi bisogni, a cui purtroppo deve obbedire anche chi sia
compreso da un profondo cordoglio. Cesare, Napoleone e, per
quanto possa parere indegno, anche la donna più bella... Basta.
Da una parte c'era scritto Uomini e dall'altra
Donne; e lì intombai il mio anellino di fede.
Quindi, non tanto per distrarmi, quanto per cercar di dare una
certa consistenza a quella mia nuova vita campata nel vuoto, mi
misi a pensare ad Adriano Meis, a immaginargli un passato, a
domandarmi chi fu mio padre, dov'ero nato, ecc. - posatamente
sforzandomi di vedere e di fissar bene tutto, nelle più minute
particolarità.
Ero figlio unico: su questo mi pareva che non ci fosse da
discutere.
« Più unico di così... Eppure no! Chi sa quanti sono come me,
nella mia stessa condizione, fratelli miei. Si lascia il
cappello e la giacca, con una lettera in tasca, sul parapetto
d'un ponte, su un fiume; e poi, invece di buttarsi giù, si va
via tranquillamente, in America o altrove. Si pesca dopo alcuni
giorni un cadavere irriconoscibile: sarà quello de la lettera
lasciata sul parapetto del ponte. E non se ne parla più! E vero
che io non ci ho messo la mia volontà: né lettera, né giacca, né
cappello... Ma son pure come loro, con questo di più: che posso
godermi senza alcun rimorso la mia libertà. Han voluto
regalarmela, e dunque... »
Dunque diciamo figlio unico. Nato... - sarebbe prudente non
precisare alcun luogo di nascita. Come si fa? Non si può nascer
mica su le nuvole, levatrice la luna, quantunque in biblioteca
abbia letto che gli antichi, fra tanti altri mestieri, le
facessero esercitare anche questo, e le donne incinte la
chiamassero in soccorso col nome di Lucina.
Su le nuvole, no; ma su un piroscafo, sì, per esempio, si può
nascere. Ecco, benone! nato in viaggio. I miei genitori
viaggiavano... per farmi nascere su un piroscafo. Via, via, sul
serio! Una ragione plausibile per mettere in viaggio una donna
incinta, prossima a partorire... O che fossero andati in America
i miei genitori? Perché no? Ci vanno tanti... Anche Mattia
Pascal, poveretto, voleva andarci. E allora queste ottantadue
mila lire diciamo che le guadagnò mio padre, là in America? Ma
che! Con ottantadue mila lire in tasca, avrebbe aspettato prima,
che la moglie mettesse al mondo il figliuolo, comodamente, in
terraferma. E poi, baje! Ottantadue mila lire un emigrato non le
guadagna più cosi facilmente in America. Mio padre... - a
proposito, come si chiamava? Paolo. Sì: Paolo Meis. Mio padre,
Paolo Meis, s'era illuso, come tanti altri. Aveva stentato tre,
quattr'anni; poi, avvilito, aveva scritto da Buenos-Aires una
lettera al nonno...
Ah, un nonno, un nonno io volevo proprio averlo conosciuto, un
caro vecchietto, per esempio, come quello ch'era sceso testé dal
treno, studioso d'iconografia cristiana.
Misteriosi capricci della fantasia! Per quale inesplicabile
bisogno e donde mi veniva d'immaginare in quel momento mio
padre, quel Paolo Meis, come uno scavezzacollo? Ecco, sì, egli
aveva dato tanti dispiaceri al nonno: aveva sposato contro la
volontà di lui e se n'era scappato in America. Doveva forse
sostenere anche lui che Cristo era bruttissimo. E brutto davvero
e sdegnato l'aveva veduto là, in America, se con la moglie lì lì
per partorire, appena ricevuto il soccorso dal nonno, se n'era
venuto via.
Ma perché proprio in viaggio dovevo esser nato io? Non sarebbe
stato meglio nascere addirittura in America, nell'Argentina,
pochi mesi prima del ritorno in patria de' miei genitori? Ma si!
Anzi il nonno s'era intenerito per il nipotino innocente; per
me, unicamente per me aveva perdonato il figliuolo. Così io,
piccino piccino, avevo traversato l'Oceano, e forse in terza
classe, e durante il viaggio avevo preso una bronchite e per
miracolo non ero morto. Benone! Me lo diceva sempre il nonno. Io
però non dovevo rimpiangere come comunemente si suol fare, di
non esser morto, allora di pochi mesi. No: perché, in fondo, che
dolori avevo sofferto io, in vita mia? Uno solo, per dire la
verità: quello de la morte del povero nonno, col quale ero
cresciuto. Mio padre, Paolo Meis, scapato e insofferente di
giogo, era fuggito via di nuovo in America, dopo alcuni mesi,
lasciando la moglie e me col nonno; e là era morto di febbre
gialla. A tre anni, io ero rimasto orfano anche di madre, e
senza memoria perciò de' miei genitori; solo con queste scarse
notizie di loro. Ma c'era di più! Non sapevo neppure con
precisione il mio luogo di nascita. Nell'Argentina, va bene! Ma
dove? Il nonno lo ignorava, perché mio padre non gliel'aveva mai
detto o perché se n'era dimenticato, e io non potevo certamente
ricordarmelo.
Riassumendo:
a) figlio unico di Paolo Meis; - b) nato in
America nell'Argentina, senz'altra designazione; - c)
venuto in Italia di pochi mesi (bronchite); - d) senza
memoria né quasi notizia dei genitori; - e) cresciuto
col nonno.
Dove? Un po' da per tutto. Prima a Nizza. Memorie confuse:
Piazza Massena, la Promenade, Avenue de la
Gare... Poi, a Torino.
Ecco, ci andavo adesso, e mi proponevo tante cose: mi proponevo
di scegliere una via e una casa, dove il nonno mi aveva lasciato
fino all'età di dieci anni affidato alle cure di una famiglia
che avrei immaginato lì sul posto, perché avesse tutti i
caratteri del luogo; mi proponevo di vivere, o meglio
d'inseguire con la fantasia, lì, su la realtà, la vita d'Adriano
Meis piccino.
Questo inseguimento, questa costruzione fantastica d'una vita
non realmente vissuta, ma colta man mano negli altri e nei
luoghi e fatta e sentita mia, mi procurò una gioja strana e
nuova, non priva d'una certa mestizia, nei primi tempi del mio
vagabondaggio. Me ne feci un'occupazione. Vivevo non nel
presente soltanto, ma anche per il mio passato cioè per gli anni
che Adriano Meis non aveva vissuti.
Nulla o ben poco ritenni di quel che avevo prima fantasticato.
Nulla s'inventa, è vero, che non abbia una qualche radice, più o
men profonda, nella realtà; e anche le cose più strane possono
esser vere, anzi nessuna fantasia arriva a concepire certe
follie, certe inverosimili avventure che si scatenano e
scoppiano dal seno tumultuoso della vita; ma pure, come e quanto
appare diversa dalle invenzioni che noi possiamo trarne la
realtà viva e spirante! Di quante cose sostanziali, minutissime,
inimmaginabili ha bisogno la nostra invenzione per ridiventare
quella stessa realtà da cui fu tratta, di quante fila che la
riallaccino nel complicatissimo intrico della vita, fila che noi
abbiamo recise per farla diventare una cosa a sé!
Or che cos'ero io, se non un uomo inventato? Una invenzione
ambulante che voleva e, del resto, doveva forzatamente stare per
sé, pur calata nella realtà.
Assistendo alla vita degli altri e osservandola minuziosamente,
ne vedevo gl'infiniti legami e, al tempo stesso, vedevo le tante
mie fila spezzate. Potevo io rannodarle, ora, queste fila con la
realtà? Chi sa dove mi avrebbero trascinato; sarebbero forse
diventate subito redini di cavalli scappati, che avrebbero
condotto a precipizio la povera biga della mia necessaria
invenzione. No. Io dovevo rannodar queste fila soltanto con la
fantasia.
E seguivo per le vie e nei giardini i ragazzetti dai cinque ai
dieci anni, e studiavo le loro mosse, i loro giuochi, e
raccoglievo le loro espressioni, per comporne a poco a poco
l'infanzia di Adriano Meis. Vi riuscii così bene, che essa alla
fine assunse nella mia mente una consistenza quasi reale.
Non volli immaginarmi una nuova mamma. Mi sarebbe parso di
profanar la memoria viva e dolorosa della mia mamma vera. Ma un
nonno, sì, il nonno del mio primo fantasticare, volli crearmelo.
Oh, di quanti nonnini veri, di quanti vecchietti inseguiti e
studiati un po' a Torino, un po' a Milano, un po' a Venezia, un
po' a Firenze, si compose quel nonnino mio! Toglievo a uno qua
la tabacchiera d'osso e il pezzolone a dadi rossi e neri, a un
altro là il bastoncino, a un terzo gli occhiali e la barba a
collana, a un quarto il modo di camminare e di soffiarsi il
naso, a un quinto il modo di parlare e di ridere; e ne venne
fuori un vecchietto fino un po' bizzoso, amante delle arti, un
nonnino spregiudicato, che non mi volle far seguire un corso
regolare di studii, preferendo d'istruirmi lui, con la viva
conversazione e conducendomi con sé, di città in città, per
musei e gallerie.
Visitando Milano, Padova, Venezia, Ravenna, Firenze, Perugia, lo
ebbi sempre con me, come un'ombra, quel mio nonnino
fantasticato, che più d'una volta mi parlò anche per bocca d'un
vecchio cicerone.
Ma io volevo vivere anche per me, nel presente. M'assaliva di
tratto in tratto l'idea di quella mia libertà sconfinata, unica,
e provavo una felicità improvvisa, così forte, che quasi mi ci
smarrivo in un beato stupore; me la sentivo entrar nel petto con
un respiro lunghissimo e largo, che mi sollevava tutto lo
spirito. Solo! solo! solo! padrone di me! senza dover dar conto
di nulla a nessuno! Ecco, potevo andare dove mi piaceva: a
Venezia? a Venezia! a Firenze? a Firenze!; e quella mia felicità
mi seguiva dovunque. Ah, ricordo un tramonto, a Torino, nei
primi mesi di quella mia nuova vita, sul Lungo Po, presso al
ponte che ritiene per una pescaja l'impeto delle acque che vi
fremono irose: l'aria era d'una trasparenza meravigliosa; tutte
le cose in ombra parevano smaltate in quella limpidezza; e io,
guardando, mi sentii così ebro della mia libertà, che temetti
quasi d'impazzire, di non potervi resistere a lungo.
Avevo già effettuato da capo a piedi la mia trasformazione
esteriore: tutto sbarbato, con un pajo di occhiali azzurri
chiari e coi capelli lunghi, scomposti artisticamente: parevo
proprio un altro! Mi fermavo qualche volta a conversar con me
stesso innanzi a uno specchio e mi mettevo a ridere.
« Adriano Meis! Uomo felice! Peccato che debba esser conciato
così... Ma, via' che te n'importa? Va benone! Se non fosse per
quest'occhio di lui di quell'imbecille, non saresti
poi, alla fin fine, tanto brutto, nella stranezza un po'
spavalda della tua figura. Fai un po' ridere le donne, ecco. Ma
la colpa, in fondo, non è tua. Se quell'altro non avesse portato
i capelli così corti, tu non saresti ora obbligato a portarli
così lunghi: e non certo per tuo gusto, lo so, vai ora sbarbato
come un prete. Pazienza! Quando le donne ridono... ridi anche
tu: è il meglio che possa fare. »
Vivevo, per altro, con me e di me, quasi esclusivamente.
Scambiavo appena qualche parola con gli albergatori, coi
camerieri, coi vicini di tavola, ma non mai per voglia
d'attaccar discorso. Dal ritegno anzi che ne provavo, mi accorsi
ch'io non avevo affatto il gusto della menzogna. Del resto,
anche gli altri mostravan poca voglia di parlare con me: forse a
causa del mio aspetto, mi prendevano per uno straniero. Ricordo
che, visitando Venezia, non ci fu verso di levar dal capo a un
vecchio gondoliere ch'io fossi tedesco, austriaco. Ero nato, sì,
nell'Argentina ma da genitori italiani. La mia vera, diciamo
così « estraneità » era ben altra e la conoscevo io solo: non
ero più niente io; nessuno stato civile mi registrava, tranne
quello di Miragno, ma come morto, con l'altro nome.
Non me n'affliggevo; tuttavia per austriaco, no, per austriaco
non mi piaceva di passare. Non avevo avuto mai occasione di
fissar la mente su la parola « patria ». Avevo da pensare a ben
altro, un tempo! Ora, nell'ozio cominciavo a prender l'abitudine
di riflettere su tante cose che non avrei mai creduto potessero
anche per poco interessarmi. Veramente, ci cascavo senza
volerlo, e spesso mi avveniva di scrollar le spalle, seccato. Ma
di qualche cosa bisognava pure che mi occupassi, quando mi
sentivo stanco di girare, di vedere. Per sottrarmi alle
riflessioni fastidiose e inutili, mi mettevo talvolta a riempire
interi fogli di carta della mia nuova firma, provandomi a
scrivere con altra grafia, tenendo la penna diversamente di come
la tenevo prima. A un certo punto però stracciavo la carta e
buttavo via la penna. Io potevo benissimo essere anche
analfabeta! A chi dovevo scrivere? Non ricevevo né potevo più
ricever lettere da nessuno.
Questo pensiero, come tanti altri del resto, mi faceva dare un
tuffo nel passato. Rivedevo allora la casa, Ia biblioteca, le
vie di Miragno, la spiaggia; e mi domandavo: « Sarà ancora
vestita di nero Romilda? Forse sì per gli occhi del mondo. Che
farà? ». E me la immaginavo, come tante volte e tante l'avevo
veduta là per casa; e m'immaginavo anche la vedova Pescatore,
che imprecava certo alla mia memoria.
« Nessuna delle due, » pensavo, « si sarà recata neppure una
volta a visitar nel cimitero quel pover'uomo, che pure è morto
così barbaramente. Chi sa dove mi hanno seppellito! Forse la zia
Scolastica non avrà voluto fare per me la spesa che fece per la
mamma; Roberto, tanto meno; avrà detto: - Chi gliel'ha fatto
fare? Poteva vivere infine con due lire al giorno, bibliotecario
-. Giacerò come un cane, nel campo dei poveri... Via, via, non
ci pensiamo! Me ne dispiace per quel pover'uomo, il quale forse
avrà avuto parenti più umani de' miei che lo avrebbero trattato
meglio. - Ma, del resto, anche a lui, ormai, che glien'importa?
S'è levato il pensiero! »
Seguitai ancora per qualche tempo a viaggiare. Volli spingermi
oltre l'Italia; visitai le belle contrade del Reno, fino a
Colonia, seguendo il fiume a bordo d'un piroscafo; mi trattenni
nelle città principali: a Mannheim, a Worms, a Magonza, a Bingen,
a Coblenza... Avrei voluto andar più sù di Colonia, più sù della
Germania, almeno in Norvegia; ma poi pensai che io dovevo
imporre un certo freno alla mia libertà. Il denaro che avevo
meco doveva servirmi per tutta la vita, e non era molto. Avrei
potuto vivere ancora una trentina d'anni; e così fuori d'ogni
legge, senza alcun documento tra le mani che comprovasse, non
dico altro, la mia esistenza reale, ero nell'impossibilità di
procacciarmi un qualche impiego; se non volevo dunque ridurmi a
mal partito, bisognava che mi restringessi a vivere con poco.
Fatti i conti, non avrei dovuto spendere più di duecento lire al
mese: pochine; ma già per ben due anni avevo anche vissuto con
meno, e non io solo. Mi sarei dunque adattato.
In fondo, ero già un po' stanco di quell'andar girovagando
sempre solo e muto. Istintivamente cominciavo a sentir il
bisogno di un po' di compagnia. Me ne accorsi in una triste
giornata di novembre, a Milano, tornato da poco dal mio giretto
in Germania.
Faceva freddo, ed era imminente la pioggia, con la sera. Sotto
un fanale scorsi un vecchio cerinajo, a cui la cassetta, che
teneva dinanzi con una cinta a tracolla, impediva di ravvolgersi
bene in un logoro mantelletto che aveva su le spalle. Gli
pendeva dalle pugna strette sul mento un cordoncino, fino ai
piedi. Mi chinai a guardare e gli scoprii tra le scarpacce rotte
un cucciolotto minuscolo, di pochi giorni, che tremava tutto di
freddo e gemeva continuamente, lì rincantucciato. Povera
bestiolina! Domandai al vecchio se la vendesse. Mi rispose di sì
e che me l'avrebbe venduta anche per poco, benché valesse molto:
ah, si sarebbe fatto un bel cane, un gran cane, quella bestiola:
- Venticinque lire...
Seguitò a tremare il povero cucciolo, senza inorgoglirsi punto
di quella stima: sapeva di certo che il padrone con quel prezzo
non aveva affatto stimato i suoi futuri meriti, ma la
imbecillità che aveva creduto di leggermi in faccia.
Io intanto, avevo avuto il tempo di riflettere che, comprando
quel cane, mi sarei fatto sì, un amico fedele e discreto, il
quale per amarmi e tenermi in pregio non mi avrebbe mai
domandato chi fossi veramente e donde venissi e se le mie carte
fossero in regola; ma avrei dovuto anche mettermi a pagare una
tassa: io che non ne pagavo più! Mi parve come una prima
compromissione della mia libertà, un lieve intacco ch'io stessi
per farle.
- Venticinque lire? Ti saluto! - dissi al vecchio cerinajo.
Mi calcai il cappellaccio su gli occhi e, sotto la pioggerella
fina fina che già il cielo cominciava a mandare, m'allontanai,
considerando però, per la prima volta, che era bella, sì, senza
dubbio, quella mia libertà così sconfinata, ma anche un tantino
tiranna, ecco, se non mi consentiva neppure di comperarmi un
cagnolino.
Del primo inverno, se rigido, piovoso, nebbioso, quasi non m'ero
accorto tra gli svaghi de' viaggi e nell'ebbrezza della nuova
libertà. Ora questo secondo mi sorprendeva già un po' stanco, come
ho detto, del vagabondaggio e deliberato a impormi un freno. E mi
accorgevo che... sì, c'era un po' di nebbia, c'era; e faceva freddo;
m'accorgevo che per quanto il mio animo si opponesse a prender
qualità dal colore del tempo, pur ne soffriva.
« Ma sta' a vedere,» mi rampognavo,«che non debba più far nuvolo
perché tu possa ora godere serenamente della tua libertà! »
M'ero spassato abbastanza, correndo di qua e di là: Adriano Meis
aveva avuto in quell'anno la sua giovinezza spensierata; ora
bisognava che diventasse uomo, si raccogliesse in sé, si
formasse un abito di vita quieto e modesto. Oh, gli sarebbe
stato facile, libero com'era e senz'obblighi di sorta!
Così mi pareva; e mi misi a pensare in quale città mi sarebbe
convenuto di fissar dimora, giacché come un uccello senza nido
non potevo più oltre rimanere, se proprio dovevo compormi una
regolare esistenza. Ma dove? in una grande città o in una
piccola? Non sapevo risolvermi.
Chiudevo gli occhi e col pensiero volavo a quelle città che
avevo già visitate; dall'una all'altra, indugiandomi in ciascuna
fino a rivedere con precisione quella tal via, quella tal
piazza, quel tal luogo, insomma, di cui serbavo più viva
memoria; e dicevo:
« Ecco, io vi sono stato! Ora, quanta vita mi sfugge, che
séguita ad agitarsi qua e là variamente. Eppure, in quanti
luoghi ho detto: - Qua vorrei aver casa! Come ci vivrei
volentieri! -. E ho invidiato gli abitanti che, quietamente, con
le loro abitudini e le loro consuete occupazioni, potevano
dimorarvi, senza conoscere quel senso penoso di precarietà che
tien sospeso l'animo di chi viaggia. »
Questo senso penoso di precarietà mi teneva ancora e non mi
faceva amare il letto su cui mi ponevo a dormire, i varii
oggetti che mi stavano intorno.
Ogni oggetto in noi suol trasformarsi secondo le immagini
ch'esso evoca e aggruppa, per cosi dire, attorno a sé. Certo un
oggetto può piacere anche per se stesso, per la diversità delle
sensazioni gradevoli che ci suscita in una percezione armoniosa;
ma ben più spesso il piacere che un oggetto ci procura non si
trova nell'oggetto per se medesimo. La fantasia lo abbellisce
cingendolo e quasi irraggiandolo d'immagini care. Né noi lo
percepiamo più qual esso è, ma così, quasi animato dalle
immagini che suscita in noi o che le nostre abitudini vi
associano. Nell'oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi
mettiamo di noi, l'accordo, l'armonia che stabiliamo tra esso e
noi, l'anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata
dai nostri ricordi.
Or come poteva avvenire per me tutto questo in una camera
d'albergo ?
Ma una casa, una casa mia, tutta mia, avrei potuto più averla? I
miei denari erano pochini... Ma una casettina modesta, di poche
stanze? Piano: bisognava vedere, considerar bene prima, tante
cose. Certo, libero, liberissimo, io potevo essere soltanto
così, con la valigia in mano: oggi qua, domani là. Fermo in un
luogo, proprietario d'una casa, eh, allora : registri e tasse
subito! E non mi avrebbero iscritto all'anagrafe? Ma
sicuramente! E come? con un nome falso? E allora, chi sa?, forse
indagini segrete intorno a me da parte della polizia... Insomma,
impicci, imbrogli!... No, via: prevedevo di non poter più avere
una casa mia, oggetti miei. Ma mi sarei allogato a pensione in
qualche famiglia, in una camera mobiliata. Dovevo affliggermi
per così poco?
L'inverno, L'inverno m'ispirava queste riflessioni malinconiche,
La prossima festa di Natale che fa desiderare il tepore d'un
cantuccio caro, il raccoglimento, l'intimità della casa.
Non avevo certo da rimpiangere quella di casa mia. L'altra, più
antica, della casa paterna, l'unica ch'io potessi ricordare con
rimpianto, era già distrutta da un pezzo, e non da quel mio
nuovo stato. Sicché dunque dovevo contentarmi, pensando che
davvero non sarei stato più lieto, se avessi passato a Miragno,
tra mia moglie e mia suocera - (rabbrividivo!) - quella festa di
Natale.
Per ridere, per distrarmi, m'immaginavo intanto, con un buon
panettone sotto il braccio, innanzi alla porta di casa mia.
« - Permesso? Stanno ancora qua le signore Romilda Pescatore,
vedova Pascal, e Marianna Dondi, vedova Pescatore? »
« - Sissignore. Ma chi è lei? »
« - Io sarei il defunto marito della signora Pascal, quel povero
galantuomo morto l'altr'anno, annegato. Ecco, vengo lesto lesto
dall'altro mondo per passare le feste in famiglia, con licenza
dei superiori. Me ne riparto subito! »
Rivedendomi cosi all'improvviso, sarebbe morta dallo spavento la
vedova Pescatore? Che! Lei? Figuriamoci! Avrebbe fatto rimorire
me, dopo due giorni.
La mia fortuna - dovevo convincermene - la mia fortuna
consisteva appunto in questo: nell'essermi liberato della
moglie, della suocera, dei debiti, delle afflizioni umilianti
della mia prima vita. Ora, ero libero del tutto. Non mi bastava?
Eh via, avevo ancora tutta una vita innanzi a me. Per il
momento... chi sa quanti erano soli com'ero io!
« Si, ma questi tali, » m'induceva a riflettere il cattivo
tempo, quella nebbia maledetta, « o son forestieri e hanno
altrove una casa, a cui un giorno o l'altro potranno far
ritorno, o se non hanno casa come te, potranno averla domani, e
intanto avran quella ospitale di qualche amico. Tu invece, a
volerla dire, sarai sempre e dovunque un forestiere: ecco la
differenza. Forestiere della vita, Adriano Meis. »
Mi scrollavo, seccato, esclamando:
- E va bene! Meno impicci. Non ho amici? Potrò averne...
Già nella trattoria che frequentavo in quei giorni, un signore,
mio vicino di tavola, s'era mostrato inchinevole a far amicizia
con me. Poteva avere da quarant'anni : calvo sì e no, bruno, con
occhiali d'oro, che non gli si reggevano bene sul naso, forse
per il peso de la catenella pur d'oro. Ah, per questo un ometto
tanto carino! Figurarsi che, quando si levava da sedere e si
poneva il cappello in capo, pareva subito un altro: un ragazzino
pareva. Il difetto era nelle gambe, così piccole, che non gli
arrivavano neanche a terra, se stava seduto: egli non si alzava
propriamente da sedere, ma scendeva piuttosto dalla sedia.
Cercava di rimediare a questo difetto, portando i tacchi alti.
Che c'è di male? Sì, facevan troppo rumore quei tacchi; ma gli
rendevano intanto così graziosamente imperiosi i passettini da
pernice.
Era molto bravo poi, ingegnoso - forse un pochino bisbetico e
volubile - ma con vedute sue, originali; ed era anche cavaliere.
Mi aveva dato il suo biglietto da visita: - Cavalier Tito
Lenzi.
A proposito di questo biglietto da visita, per poco non mi feci
anche un motivo d'infelicità della cattiva figura che mi pareva
d'aver fatta, non potendo ricambiarglielo. Non avevo ancora
biglietti da visita: provavo un certo ritegno a farmeli stampare
col mio nuovo nome. Miserie! Non si può forse fare a meno de'
biglietti da visita? Si dà a voce il proprio nome, e via.
Così feci; ma, perdir la verità, il mio vero nome... basta!
Che bei discorsi sapeva fare il cavalier Tito Lenzi! Anche il
latino sapeva; citava come niente Cicerone.
- La coscienza? Ma la coscienza non serve, caro signore! La
coscienza, come guida, non può bastare. Basterebbe forse, ma se
essa fosse castello e non piazza, per così dire; se noi cioè
potessimo riuscire a concepirci isolatamente, ed essa non fosse
per sua natura aperta agli altri. Nella coscienza, secondo me,
insomma, esiste una relazione essenziale... sicuro, essenziale,
tra me che penso e gli altri esseri che io penso. E dunque non è
un assoluto che basti a se stesso, mi spiego? Quando i
sentimenti, le inclinazioni, i gusti di questi altri che io
penso o che lei pensa non si riflettono in me o in lei, noi non
possiamo essere né paghi, né tranquilli, né lieti; tanto vero
che tutti lottiamo perché i nostri sentimenti, i nostri
pensieri, le nostre inclinazioni, i nostri gusti si riflettano
nella coscienza degli altri. E se questo non avviene, perché...
diciamo cosi, l'aria del momento non si presta a trasportare e a
far fiorire, caro signore, i germi... i germi della sua idea
nella mente altrui, lei non può dire che la sua coscienza le
basta. A che le basta? Le basta per viver solo? per isterilire
nell'ombra? Eh via! Eh via! Senta; io odio la retorica, vecchia
bugiarda fanfarona, civetta con gli occhiali. La retorica,
sicuro, ha foggiato questa bella frase con tanto di petto in
fuori: « Ho la mia coscienza e mi basta ». Già!
Cicerone prima aveva detto: Mea mihi conscientia pluris est
quam hominum sermo. Cicerone però, diciamo la verità,
eloquenza, eloquenza, ma... Dio ne scampi e liberi, caro
signore! Nojoso più d'un principiante di violino!
Me lo sarei baciato. Se non che, questo mio caro ometto non
volle perseverare negli arguti e concettosi discorsi, di cui ho
voluto dare un saggio; cominciò a entrare in confidenza; e
allora io, che già credevo facile e bene avviata la nostra
amicizia, provai subito un certo impaccio, sentii dentro me
quasi una forza che mi obbligava a scostarmi, a ritrarmi. Finché
parlò lui e la conversazione s'aggirò su argomenti vaghi, tutto
andò bene; ma ora il cavalier Tito Lenzi voleva che parlassi io.
- Lei non è di Milano, è vero?
- No...
- Di passaggio?
- Sì...
- Bella città Milano, eh?
- Bella, già...
Parevo un pappagallo ammaestrato. E più le sue domande mi
stringevano, e io con le mie risposte m'allontanavo. E ben
presto fui in America. Ma come l'ometto mio seppe ch'ero nato in
Argentina, balzò dalla sedia e venne a stringermi calorosamente
la mano:
- Ah, mi felicito con lei, caro signore! La invidio! Ah,
l'America... Ci sono stato.
C'era stato? Scappa!
- In questo caso, - m'affrettai a dirgli, - debbo io piuttosto
felicitarmi con lei che c'è stato, perché io posso quasi quasi
dire di non esserci stato, tuttoché nativo di là; ma ne venni
via di pochi mesi; sicché dunque i miei piedi non han proprio
toccato il suolo americano, ecco!
- Che peccato! - esclamò dolente il cavalier Tito Lenzi. - Ma
lei ci avrà parenti, laggiù, m'immagino!
- No, nessuno...
- Ah, dunque, è venuto in Italia con tutta la famiglia, e vi si
è stabilito? Dove ha preso stanza?
Mi strinsi ne le spalle:
- Mah! - sospirai, tra le spine, - un po' qua, un po' là... Non
ho famiglia e... e giro.
- Che piacere! Beato lei! Gira... Non ha proprio nessuno?
- Nessuno...
- Che piacere! beato lei! la invidio!
- Lei dunque ha famiglia? - volli domandargli, a mia volta, per
deviare da me il discorso.
- E no, purtroppo! - sospirò egli allora, accigliandosi. - Son
solo e sono stato sempre solo!
- E dunque, come me!...
- Ma io mi annojo, caro signore! m'annojo! - scattò l'ometto. -
Per me, la solitudine... eh si, infine, mi sono stancato. Ho
tanti amici; ma, creda pure, non è una bella cosa, a una certa
età, andare a casa e non trovar nessuno. Mah! C'è chi comprende
e chi non comprende, caro signore. Sta molto peggio chi
comprende, perché alla fine si ritrova senza energia e senza
volontà. Chi comprende, infatti, dice: « Io non devo far questo,
non devo far quest'altro, per non commettere questa o quella
bestialità ». Benissimo! Ma a un certo punto s'accorge che la
vita è tutta una bestialità, e allora dica un po' lei che cosa
significa il non averne commessa nessuna: significa per lo meno
non aver vissuto, caro signore.
- Ma lei, - mi provai a confortarlo, - lei è ancora in tempo,
fortunatamente...
- Di commettere bestialità? Ma ne ho già commesse tante, creda
pure! - rispose con un gesto e un sorriso fatuo. - Ho viaggiato,
ho girato come lei e... avventure, avventure... anche molto
curiose e piccanti... si, via, me ne son capitate. Guardi, per
esempio, a Vienna, una ser