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IL FU MATTIA
PASCAL
Capitolo 17
Reincarnazione
Arrivai alla stazione in tempo per il treno delle dodici
e dieci per Pisa.
Preso il biglietto, mi rincantucciai in un vagone di
seconda classe, con la visiera del berrettino calcata fin sul
naso, non tanto per nascondermi, quanto per non vedere. Ma
vedevo lo stesso, col pensiero: avevo l'incubo di quel
cappellaccio e di quel bastone, lasciati lì, sul parapetto del
ponte. Ecco, forse qualcuno, in quel momento, passando di là, li
scorgeva... o forse già qualche guardia notturna era corsa in
questura a dar l'avviso... E io ero ancora a Roma! Che
s'aspettava? Non tiravo più fiato...
Finalmente il convoglio si scrollò. Per fortuna ero
rimasto solo nello scompartimento. Balzai in piedi, levai le
braccia, trassi un interminabile respiro di sollievo, come se mi
fossi tolto un macigno di sul petto. Ah! tornavo a esser vivo, a
esser io, io Mattia Pascal. Lo avrei gridato forte a tutti, ora:
«Io, io, Mattia Pascal! Sono io! Non sono morto! Eccomi qua!». E
non dover più mentire, non dover più temere d'essere scoperto!
Ancora no, veramente: finché non arrivavo a Miragno... Là,
prima, dovevo dichiararmi, farmi riconoscer vivo, rinnestarmi
alle mie radici sepolte... Folle! Come mi ero illuso che potesse
vivere un tronco reciso dalle sue radici? Eppure, eppure, ecco,
ricordavo l'altro viaggio, quello da Alenga a Torino: m'ero
stimato felice, allo stesso modo, allora. Folle! La liberazione!
dicevo... M'era parsa quella la liberazione! Sì, con la cappa di
piombo della menzogna addosso! Una cappa di piombo addosso a
un'ombra... Ora avrei avuto di nuovo la moglie addosso, è vero,
e quella suocera... Ma non le avevo forse avute addosso anche da
morto? Ora almeno ero vivo, e agguerrito. Ah, ce la saremmo
veduta!
Mi pareva, a ripensarci, addirittura inverosimile la
leggerezza con cui, due anni addietro, m'ero gettato fuori
d'ogni legge, alla ventura. E mi rivedevo nei primi giorni,
beato nell'incoscienza, o piuttosto nella follia, a Torino, e
poi man mano nelle altre città, in pellegrinaggio, muto, solo,
chiuso in me, nel sentimento di ciò che mi pareva allora la mia
felicità; ed eccomi in Germania, lungo il Reno, su un piroscafo:
era un sogno? no, c'ero stato davvero! ah, se avessi potuto
durar sempre in quelle condizioni; viaggiare, forestiere della
vita... Ma a Milano, poi... quel povero cucciolotto che volevo
comperare da un vecchio cerinajo... Cominciavo già ad
accorgermi... E poi... ah poi!
Ripiombai col pensiero a Roma; entrai come un'ombra nella
casa abbandonata. Dormivano tutti? Adriana, forse, no...
m'aspetta ancora, aspetta che io rincasi; le avranno detto che
sono andato in cerca di due padrini, per battermi col Bernaldez;
non mi sente ancora rincasare, e teme e piange...
Mi premetti forte le mani sul volto, sentendomi stringere
il cuore d'angoscia.
- Ma se io per te non potevo esser vivo, Adriana, -
gemetti, - meglio che tu ora mi sappia morto! morte le labbra
che colsero un bacio dalla tua bocca, povera Adriana...
Dimentica! Dimentica!
Ah, che sarebbe avvenuto in quella casa, nella prossima
mattina, quando qualcuno della questura si sarebbe presentato a
dar l'annunzio? A qual ragione, passato il primo sbalordimento,
avrebbero attribuito il mio suicidio? Al duello imminente? Ma
no! Sarebbe stato, per lo meno, molto strano che un uomo, il
quale non aveva mai dato prova d'essere un codardo, si fosse
ucciso per paura di un duello... E allora? Perché non potevo
trovar padrini? Futile pretesto! O forse... chi sa! era
possibile che ci fosse sotto, in quella mia strana esistenza,
qualche mistero...
Oh, sì: l'avrebbero senza dubbio pensato! M'uccidevo
così, senz'alcuna ragione apparente, senza averne prima
dimostrato in qualche modo l'intenzione. Sì: qualche stranezza,
più d'una, l'avevo commessa in quegli ultimi giorni: quel
pasticcio del furto, prima sospettato, poi improvvisamente
smentito... Oh che forse quei denari non erano miei? dovevo
forse restituirli a qualcuno? m'ero indebitamente appropriato
d'una parte di essi e avevo tentato di farmi credere vittima
d'un furto, poi m'ero pentito, e, in fine, ucciso? Chi sa! Certo
ero stato un uomo misteriosissimo: non un amico, non una
lettera, mai, da nessuna parte...
Quanto avrei fatto meglio a scrivere qualche cosa in quel
bigliettino, oltre il nome, la data e l'indirizzo: una ragione
qualunque del suicidio. Ma in quel momento... E poi, che
ragione?
«Chi sa come e quanto,» pensai, smaniando, «strilleranno
adesso i giornali di questo Adriano Meis misterioso... Salterà
certo fuori quel mio famoso cugino, quel tal Francesco Meis
torinese, ajuto-agente, a dar le sue informazioni alla questura:
si faranno ricerche, su la traccia di queste informazioni, e chi
sa che cosa ne verrà fuori. Sì, ma i danari? l'eredità? Adriana
li ha veduti, tutti que' miei biglietti di banca... Figuriamoci
Papiano! Assalto allo stipetto! Ma lo troverà vuoto... E allora,
perduti? in fondo al fiume? Peccato! peccato! Che rabbia non
averli rubati tutti a tempo! La questura sequestrerà i miei
abiti, i miei libri... A chi andranno? Oh! almeno un ricordo
alla povera Adriana! Con che occhi guarderà ella, ormai, quella
mia camera deserta?»
Così, domande, supposizioni, pensieri, sentimenti
tumultuavano in me, mentre il treno rombava nella notte. Non mi
davano requie.
Stimai prudente fermarmi qualche giorno a Pisa per non
stabilire una relazione tra la ricomparsa di Mattia Pascal a
Miragno e la scomparsa di Adriano Meis a Roma, relazione che
avrebbe potuto facilmente saltare a gli occhi, specie se i
giornali di Roma avessero troppo parlato di questo suicidio.
Avrei aspettato a Pisa i giornali di Roma, quelli de la sera e
quelli del mattino; poi, se non si fosse fatto troppo chiasso,
prima che a Miragno, mi sarei recato a Oneglia, da mio fratello
Roberto, a sperimentare su lui l'impressione che avrebbe fatto
la mia resurrezione. Ma dovevo assolutamente vietarmi di fare il
minimo accenno alla mia permanenza in Roma, alle avventure, ai
casi che m'erano occorsi. Di quei due anni e mesi d'assenza
avrei dato fantastiche notizie, di lontani viaggi... Ah, ora,
ritornando vivo, avrei potuto anch'io prendermi il gusto di dire
bugie, tante, tante, tante, anche della forza di quelle del
cavalier Tito Lenzi, e più grosse ancora!
Mi restavano più di cinquantadue mila lire. I creditori,
sapendomi morto da due anni, s'erano certo contentati del podere
della Stìa col mulino. Venduto l'uno e l'altro, s'erano
forse aggiustati alla meglio: non mi avrebbero più molestato.
Avrei pensato io, se mai, a non farmi più molestare. Con
cinquantadue mila lire, a Miragno, via, non dico grasso, avrei
potuto vivere discretamente.
Lasciato il treno a Pisa, prima di tutto mi recai a
comperare un cappello, della forma e della dimensione di quelli
che Mattia Pascal ai suoi dì soleva portare; subito dopo mi feci
tagliar la chioma di quell'imbecille d'Adriano Meis.
- Corti, belli corti, eh? - dissi al barbiere.
M'era già un po' ricresciuta la barba, e ora, coi capelli
corti, ecco che cominciai a riprender il mio primo aspetto, ma
di molto migliorato, più fino, già... ma sì, ringentilito.
L'occhio non era più storto, eh! non era più quello
caratteristico di Mattia Pascal.
Ecco, qualche cosa d'Adriano Meis mi sarebbe tuttavia
rimasta in faccia. Ma somigliavo pur tanto a Roberto, ora; oh,
quanto non avrei mai supposto.
Il guajo fu, quando - dopo essermi liberato di tutti quei
capellacci - mi rimisi in capo il cappello comperato poc'anzi:
mi sprofondò fin su la nuca! Dovetti rimediare, con l'ajuto del
barbiere, ponendo un giro di carta sotto la fodera.
Per non entrare così, con le mani vuote, in un albergo,
comperai una valigia: ci avrei messo dentro, per il momento,
l'abito che indossavo e il pastrano. Mi toccava rifornirmi di
tutto, non potendo sperare che, dopo tanto tempo, là a Miragno,
mia moglie avesse conservato qualche mio vestito e la
biancheria. Comperai l'abito bell'e fatto, in un negozio, e me
lo lasciai addosso; con la valigia nuova, scesi all'Hotel
Nettuno.
Ero già stato a Pisa quand'ero Adriano Meis, ed ero sceso
allora all'Albergo di Londra. Avevo già ammirato tutte le
meraviglie d'arte della città; ora, stremato di forze per le
emozioni violente, digiuno dalla mattina del giorno avanti,
cascavo di fame e di sonno. Presi qualche cibo, e quindi dormii
quasi fino a sera.
Appena sveglio, però, caddi in preda a una fosca smania
crescente. Quella giornata quasi non avvertita da me, tra le
prime faccende e poi in quel sonno di piombo in cui ero caduto,
chi sa intanto com'era passata lì, in casa Paleari! Rimescolìo,
sbalordimento, curiosità morbosa di estranei, indagini
frettolose, sospetti, strampalate ipotesi, insinuazioni, vane
ricerche; e i miei abiti e i miei libri, là, guardati con quella
costernazione che ispirano gli oggetti appartenenti a qualcuno
tragicamente morto.
E io avevo dormito! E ora, in questa impazienza
angosciosa, avrei dovuto aspettare fino alla mattina del giorno
seguente, per saper qualche cosa dai giornali di Roma.
Frattanto, non potendo correre a Miragno, o almeno a
Oneglia, mi toccava a rimanere in una bella condizione, dentro
una specie di parentesi di due, di tre giorni e fors'anche più:
morto di là, a Miragno, come Mattia Pascal; morto di qua, a
Roma, come Adriano Meis.
Non sapendo che fare, sperando di distrarmi un po' da
tante costernazioni, portai questi due morti a spasso per Pisa.
Oh, fu una piacevolissima passeggiata! Adriano Meis, che
c'era stato, voleva quasi quasi far da guida e da cicerone a
Mattia Pascal; ma questi oppresso da tante cose che andava
rivolgendo in mente, si scrollava con fosche maniere, scoteva un
braccio come per levarsi di torno quell'ombra esosa, capelluta,
in abito lungo, col cappellaccio a larghe tese e con gli
occhiali.
«Va' via! va'! Tornatene al fiume, affogato!»
Ma ricordavo che anche Adriano Meis, passeggiando due
anni addietro per le vie di Pisa, s'era sentito importunato,
infastidito allo stesso modo dall'ombra, ugualmente esosa, di
Mattia Pascal, e avrebbe voluto con lo stesso gesto cavarsela
dai piedi, ricacciandola nella gora del molino, là, alla Stìa.
Il meglio era non dar confidenza a nessuno dei due. O bianco
campanile, tu potevi pendere da una parte; io, tra quei due, né
di qua né di là.
Come Dio volle, arrivai finalmente a superare quella
nuova interminabile nottata d'ambascia e ad avere in mano i
giornali di Roma.
Non dirò che, alla lettura, mi tranquillassi: non potevo.
La costernazione che mi teneva, fu però presto ovviata dal
vedere che alla notizia del mio suicidio i giornali avevano dato
le proporzioni d'uno dei soliti fatti di cronaca. Dicevano
tutti, sù per giù, la stessa cosa: del cappello, del bastone
trovati sul Ponte Margherita, col laconico bigliettino; ch'ero
torinese, uomo alquanto singolare, e che s'ignoravano le ragioni
che mi avevano spinto al triste passo. Uno però avanzava la
supposizione che ci fosse di mezzo una «ragione intima»,
fondandosi sul «diverbio con un giovane pittore spagnuolo, in
casa di un notissimo personaggio del mondo clericale».
Un altro diceva «probabilmente per dissesti finanziarii».
Notizie vaghe, insomma, e brevi. Solo un giornale del mattino,
solito di narrar diffusamente i fatti del giorno, accennava
«alla sorpresa e al dolore della famiglia del cavalier Anselmo
Paleari, caposezione al Ministero della pubblica istruzione, ora
a riposo, presso cui il Meis abitava, molto stimato per il suo
riserbo e pe' suoi modi cortesi». - Grazie! - Anche questo
giornale, riferendo la sfida corsa col pittore spagnuolo M. B.,
lasciava intendere che la ragione del suicidio dovesse cercarsi
in una segreta passione amorosa.
M'ero ucciso per Pepita Pantogada, insomma. Ma, alla
fine, meglio così. Il nome d'Adriana non era venuto fuori, né
s'era fatto alcun cenno de' miei biglietti di banca. La questura
dunque, avrebbe indagato nascostamente. Ma su quali tracce?
Potevo partire per Oneglia.
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Trovai Roberto in villa, per la vendemmia. Quel ch'io provassi
nel rivedere la mia bella riviera, in cui credevo di non dover
più metter piede, sarà facile intendere. Ma la gioja m'era
turbata dall'ansia d'arrivare, dall'apprensione d'esser
riconosciuto per via da qualche estraneo prima che dai parenti,
dall'emozione di punto in punto crescente che mi cagionava il
pensiero di ciò che avrebbero essi provato nel rivedermi vivo,
d'un tratto, innanzi a loro. Mi s'annebbiava la vista, a
pensarci, mi s'oscuravano il cielo e il mare, il sangue mi
frizzava per le vene, il cuore mi batteva in tumulto. E mi
pareva di non arrivar mai!
Quando, finalmente, il servo venne ad aprire il cancello
della graziosa villa, recata in dote a Berto dalla moglie, mi
sembrò, attraversando il viale, ch'io tornassi veramente
dall'altro mondo.
- Favorisca, - mi disse il servo, cedendomi il passo su
l'entrata della villa. - Chi debbo annunziare?
Non mi trovai più in gola la voce per rispondergli.
Nascondendo lo sforzo con un sorriso, balbettai:
- Di'... dite... ditegli che... sì, c'è... c'è... un suo
amico... intimo, che... che viene da lontano... Così...
Per lo meno quel servo dovette credermi balbuziente.
Depose la mia valigia accanto all'attaccapanni e m'invitò a
entrare nel salotto lì presso.
Fremevo nell'attesa, ridevo, sbuffavo, mi guardavo
attorno, in quel salottino chiaro, ben messo, arredato di mobili
nuovi di lacca verdina. Vidi a un tratto, su la soglia
dell'uscio per cui ero entrato un bel bimbetto, di circa
quattr'anni, con un piccolo annaffiatojo in una mano e un
rastrellino nell'altra. Mi guardava con tanto d'occhi.
Provai una tenerezza indicibile: doveva essere un mio
nipotino, il figlio maggiore di Berto; mi chinai, gli accennai
con la mano di farsi avanti; ma gli feci paura; scappò via.
Sentii in quel punto schiudere l'altro uscio del salotto.
Mi rizzai, gli occhi mi s'intorbidarono dalla commozione, una
specie di riso convulso mi gorgogliò in gola.
Roberto era rimasto innanzi a me, turbato, quasi
stordito.
- Con chi...? - fece.
- Berto! - gli gridai, aprendo le braccia. - Non mi
riconosci?
Diventò pallidissimo, al suono della mia voce, si passò
rapidamente una mano su la fronte e su gli occhi, vacillò,
balbettando:
- Com'è... com'è... com'è?
Ma io fui pronto a sorreggerlo, quantunque egli si
traesse indietro, quasi per paura.
- Son io! Mattia! non aver paura! Non sono morto... Mi
vedi? Toccami! Sono io, Roberto. Non sono mai stato più vivo
d'adesso! Sù, sù, sù...
- Mattia! Mattia! Mattia! - prese a dire il povero Berto,
non credendo ancora agli occhi suoi. - Ma com'è? Tu? Oh Dio...
com'è? Fratello mio! Caro Mattia!
E m'abbracciò forte, forte, forte. Mi misi a piangere
come un bambino.
- Com'è? - riprese a domandar Berto che piangeva anche
lui. - Com'è? com'è?
- Eccomi qua... Vedi? Son tornato... non dall'altro
mondo, no... sono stato sempre in questo mondaccio... Sù... Ora
ti dirò...
Tenendomi forte per le braccia, col volto pieno di
lagrime, Roberto mi guardava ancora trasecolato:
- Ma come... se là...?
- Non ero io... Ti dirò. M'hanno scambiato... lo ero
lontano da Miragno e ho saputo, come l'hai saputo forse tu, da
un giornale, il mio suicidio alla Stìa.
- Non eri dunque tu? - esclamò Berto. - E che hai fatto?
- Il morto. Sta' zitto. Ti racconterò tutto. Per ora non
posso. Ti dico questo soltanto, che sono andato di qua e di là,
credendomi felice, dapprima, sai?: poi, per... per tante
vicissitudini, mi sono accorto che avevo sbagliato, che fare il
morto non è una bella professione: ed eccomi qua: mi rifaccio
vivo .
- Mattia, l'ho sempre detto io, Mattia, matto...
Matto! matto! matto! - esclamò Berto. - Ah che gioja m'hai dato!
Chi poteva aspettarsela? Mattia vivo... qua! Ma sai che non ci
so credere ancora? Lasciati guardare... Mi sembri un altro!
- Vedi che mi sono aggiustato anche l'occhio?
- Ah già, sì... per questo mi pareva... non so... ti
guardavo, ti guardavo... Benone! Sù, andiamo di là, da mia
moglie... Oh! Ma aspetta... tu...
Si fermò improvvisamente e mi guardò, sconvolto:
- Tu vuoi tornare a Miragno?
- Certamente, stasera.
- Dunque non sai nulla?
Si coprì il volto con le mani e gemette:
- Disgraziato! Che hai fatto... che hai fatto...? Ma non
sai che tua moglie...?
- Morta? - esclamai, restando.
- No! Peggio! Ha... ha ripreso marito!
Trasecolai.
- Marito?
- Sì, Pomino! Ho ricevuto la partecipazione. Sarà più
d'un anno.
- Pomino? Pomino, marito di... - balbettai; ma subito un
riso amaro, come un rigurgito di bile, mi saltò alla gola, e
risi, risi fragorosamente.
Roberto mi guardava sbalordito, forse temendo che fossi
levato di cervello.
- Ridi?
- Ma si! ma sì! ma sì! - gli gridai, scotendolo per le
braccia. - Tanto meglio! Questo è il colmo della mia fortuna!
- Che dici? - scattò Roberto, quasi rabbiosamente. -
Fortuna? Ma se tu ora vai lì...
- Subito ci corro, figùrati!
- Ma non sai dunque che ti tocca a riprendertela?
- Io? Come!
- Ma certo! - raffermò Berto, mentre sbalordito lo
guardavo io, ora, a mia volta. - Il secondo matrimonio
s'annulla, e tu sei obbligato a riprendertela.
Sentii sconvolgermi tutto.
- Come! Che legge è questa? - gridai. - Mia moglie si
rimarita, ed io.. Ma che? Sta' zitto! Non è possibile!
- E io ti dico invece che è proprio così! - sostenne
Berto. - Aspetta: c'è di là mio cognato. Te lo spiegherà meglio
lui, che è dottore in legge. Vieni... o meglio, no: attendi un
po' qua: mia moglie è incinta; non vorrei che, per quanto ti
conosca poco, le potesse far male un'impressione troppo forte...
Vado a prevenirla... Attendi, eh?
E mi tenne la mano fin sulla soglia dell'uscio, come se
temesse ancora, che - lasciandomi per un momento - io potessi
sparir di nuovo.
Rimasto solo, mi misi a fare in quel salottino le volte
del leone. «Rimaritata! con Pomino! Ma sicuro... Anche la stessa
moglie. Lui - eh già! - la aveva amata prima. Non gli sarà parso
vero! E anche lei... figuriamoci! Ricca, moglie di Pomino... E
mentre lei qua s'era rimaritata, io là a Roma... E ora devo
riprendermela! Ma possibile?»
Poco dopo, Roberto venne a chiamarmi tutto esultante. Ero
ormai però tanto scombussolato da questa notizia inattesa, che
non potei rispondere alla festa che mi fecero mia cognata e la
madre e il fratello di lei. Berto se n'accorse, e interpellò
subito il cognato su ciò che mi premeva soprattutto di sapere.
- Ma che legge è questa? - proruppi ancora una volta. -
Scusi! Questa è legge turca!
Il giovane avvocato sorrise, rassettandosi le lenti sul
naso, con aria di superiorità.
- Ma pure è così, - mi rispose. - Roberto ha ragione. Non
rammento con precisione l'articolo, ma il caso è previsto dal
codice: il secondo matrimonio diventa nullo, alla ricomparsa del
primo coniuge.
- E io devo riprendermi, - esclamai irosamente, - una
donna che, a saputa di tutti, è stata per un anno intero in
funzione di moglie con un altr'uomo, il quale...
- Ma per colpa sua, scusi, caro signor Pascal! -
m'interruppe l'avvocatino, sempre sorridente.
- Per colpa mia? Come? - feci io. - Quella buona donna
sbaglia, prima di tutto, riconoscendomi nel cadavere d'un
disgraziato che s'annega, poi s'affretta a riprender marito, e
la colpa è mia? e io devo riprendermela?
- Certo, - replicò quegli, - dal momento che lei, signor
Pascal, non volle correggere a tempo, prima cioè del termine
prescritto dalla legge per contrarre un secondo matrimonio, lo
sbaglio di sua moglie, sbaglio che poté anche - non nego -
essere in mala fede. Lei lo accettò, quel falso riconoscimento,
e se ne avvalse... Oh, badi: io la lodo di questo: per me ha
fatto benissimo. Mi fa specie, anzi, che lei ritorni a
ingarbugliarsi nell'intrico di queste nostre stupide leggi
sociali. Io, ne' panni suoi, non mi sarei fatto più vivo.
La calma, la saccenteria spavalda di questo giovanottino
laureato di fresco m'irritarono.
- Ma perché lei non sa che cosa voglia dire! - gli
risposi, scrollando le spalle.
- Come! - riprese lui. - Si può dare maggior fortuna,
maggior felicità di questa?
- Sì, la provi! la provi! - esclamai, voltandomi verso
Berto, per piantarlo lì, con la sua presunzione.
Ma anche da questo lato trovai spine.
- Oh, a proposito, - mi domandò mio fratello, - e come
hai fatto, in tutto questo tempo, per...?
E stropicciò il pollice e l'indice, per significare
quattrini.
- Come ho fatto? - gli risposi. - Storia lunga! Non sono
adesso in condizione di narrartela. Ma ne ho avuti, sai?
quattrini, e ne ho ancora: non credere dunque ch'io ritorni ora
a Miragno perché ne sia a corto!
- Ah, ti ostini a tornarci? - insistette Berto, - anche
dopo queste notizie?
- Ma si sa che ci torno! - esclamai. - Ti pare che dopo
quello che ho sperimentato e sofferto, voglia fare ancora il
morto? No, caro mio: là, là; voglio le mie carte in regola,
voglio risentirmi vivo, ben vivo, e anche a costo di riprendermi
la moglie. Di, un po', è ancora viva la madre... la vedova
Pescatore ?
- Oh, non so, - mi rispose Berto. - Comprenderai che,
dopo il secondo matrimonio... Ma credo di sì, che sia viva...
- Mi sento meglio! - esclamai. - Ma non importa! Mi
vendicherò! Non son più quello di prima, sai? Soltanto mi
dispiace che sarà una fortuna per quell'imbecille di Pomino!
Risero tutti. Il servo venne intanto ad annunziare ch'era
in tavola. Dovetti fermarmi a desinare; ma fremevo di tanta
impazienza, che non m'accorsi nemmeno di mangiare; sentii però
infine che avevo divorato. La fiera, in me, s'era rifocillata,
per prepararsi all'imminente assalto.
Berto mi propose di trattenermi almeno per quella sera in
villa: la mattina seguente saremmo andati insieme a Miragno.
Voleva godersi la scena del mio ritorno impreveduto alla vita,
quel mio piombar come un nibbio là sul nido di Pomino. Ma io non
tenevo più alle mosse, e non volli saperne: lo pregai di
lasciarmi andar solo, e quella sera stessa, senz'altro indugio.
Partii col treno delle otto: fra mezz'ora, a Miragno.
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