Nel 1902 esce Il turno, un romanzo
ancora ambientato in Sicilia e che ancora risente dell'influenza esercitata
sull'autore dai suoi modelli. La vicenda si presenta semplice, e per
questa ragione mette in luce con maggiore evidenza quel gusto per il paradosso
sociale che accompagnerà tanta parte dell'esperienza letteraria pirandelliana.
Marcantonio Ravì progetta di dare la bella figlia Stellina in sposa ad un
anziano e ricco gentiluomo, già quattro volte vedovo, don Diego Alcozèr. Don Diego è vecchio e ricco e - nei
progetti di Marcantonio - non potrà vivere ancora a lungo: in seguito la figlia,
ormai ricca, sarà libera di sposare il giovane da lei amato, Pepé Alletto, un
povero ma serio lavoratore.
Il progetto che, più o meno secondo i dettami della loro volontà o del caso, ha
visto i tre uomini protagonisti contro le proteste di Stellina, in un girandola
di equivoci non si avvera: don
Diego si mostra di fibra più sana del previsto e Stellina, ormai stanca della
lugubre attesa, ottiene l'annullamento del matrimonio per sposare un terzo
incomodo nel frattempo sopraggiunto.
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Il sottofondo della narrazione è costituito, anche in
questa seconda prova, dal ritratto della società provinciale siciliana, con i
suoi pregiudizi e le sue maschere: ma in quest'opera, che nelle misure si
presenta a metà strada tra il romanzo breve e la novella, emergono già quei
tipici equivoci, e l'inarrestabile influenza del fato sulle vicende ed i
progetti umani, che distingueranno anche la produzione più matura di Pirandello.
Accanto
al tema del fatale equivoco è un tono di satira grottesca: al termine del
romanzo, morto Ciro, il secondo marito di Stellina, si intuisce che verrà ormai
"il turno" del povero Pepé, ma, proprio nella camera ardente ecco il commento di
Marcantonio, rivolto alla figlia:
"Questo, che pareva un leone, eccolo qua:
morto! E quel vecchiaccio, sano e pieno di vita! Doman l'altro, sposa Tina
Mèndola, la tua cara amica... Don Pepè, dopo tutto...".
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Una battuta, questa
conclusiva, che fotografa tanta vita "paesana" italiana, soprattutto nelle
regioni meridionali della penisola, e non solo agli albori del Novecento.
CRITICA
La
scena madre di questo romanzo è data dal discorso a tre in cui due vecchi: Don
Diego Alcozer e Marcantonio Rovi e un giovane, Pepè Alletto, si trovavano
associati da un dolore comune per darsi conforto reciproco. I tre sono portati a
socializzare dalla piega stessa degli avvenimenti che li avevano divisi e posti
uno contro l’altro. La battuta rivolta dall’Alcozei al giovane Alletto: «Io,
voi, il nostro ex suocero dobbiamo anzi consolarci a vicenda oramai» risolve una
serie di eventi posti sotto il segno del grottesco e del paradosso. Il Rovi ha
voluto dare la figlia in sposa all’Alcozei, vecchio ma ricco, puntando sulla
morte che non può essere lontana, e sulla possibilità che la figlia convoli a
nozze più gradite con Pepè Alletto. Il disegno è chiaro agli interessati: ma
tutti fanno finta di niente.
Ognuno lo accetta tacitamente è continua a recitare
la sua parte trovandovi il proprio tornaconto. Ma gli avvenimenti non si
conformano ai progetti: la realtà sfugge di mano ai protagonisti, i quali
finiscono con l’essere travolti nella girandola degli equivoci da loro stessi
provocati. Il vecchio non si decide a morire, l’amore del giovane urta contro
numerosi ostacoli, e la donna annullato il matrimonio decide di sposare un terzo
intruso.
Così si trovano insieme ad assaporare l’amaro della sconfitta, e il
padre, frustrato nei suoi piani, il marito agrodolce nella sua forzatamente
saggia rassegnazione è più avvilito di tutti il giovane, sopraffatto dal corso
imprevisto degli avvenimenti.
Pubblicato nel 1902, “Il Turno” è sia il romanzo breve sia il racconto lungo. L’azione si svolge in Sicilia: una localizzazione per nulla casuale che fa corpo
con la vicenda, con il linguaggio e il carattere dei personaggi si situa con
esattezza in quell’ambiente non per un’esigenza di colore locale ma per una
precisa ragione esistenziale.
In esso è già funzionante quel
meccanismo del racconto pirandelliano che fa ruotare cose momenti e figure
emergenti dalla memoria con un’evidenza quasi visionaria, senza tuttavia mai
staccarli interamente dal loro autore. Il suo tempo narrativo si svolge a ritmi
regolari, ma progredendo produce dal suo interno una dimensione nuova,
un’espressività che dilata il significato del racconto e gli da come un doppio
fondo. Il testo pirandelliano viene così ad assumere un aspetto bifronte,
risultando composto da due momenti, dalla rappresentazione e dal ripiegamento su
di essa, della cosa direttamente percepita e dalla proiezione che l’accompagna.
Ne “Il Turno”, sotto l’apparente linearità del racconto, questo processo di
rifrazione della realtà si trova già in atto. Il suo meccanismo è fatto scattare
dal sovrapporsi della realtà sull’azione libera degli uomini. Gli atti hanno
effetto impreveduti che vanno oltre e contro le premesse. L’accadimento non
corrisponde al progetto. Prese nella logica inesorabile del reale che inventa
soluzioni non vincolate da schemi preordinati, ma le impone, poi con ferreo
rigore, i protagonisti restano chiusi come sorci in trappola e si dibattono per
liberarsi senza poterci riuscire. L’individuo è visto non isolatamente ma in un
insieme all’interno di una situazione. Mettendosi dal punto di vista
dell’umorismo lo scrittore infatti assume una posizione critica davanti alla
realtà.
La sua è una visione riflessa consistente nel
“sentimento del
contrario”, come si esprime lo stesso Pirandello provocate dall’attività della
riflessione che, “non si cela, non diventa come ordinariamente nell’arte, una
forma di sentimento, ma il suo contrario pur seguendo passo passo il sentimento
come l’anima segue il corpo”. Qui, ne “Il Turno” l’oggetto della riflessione è
l’individuo nella società provinciale siciliana di fine secolo. Lo scrittore si
incontra già con il mondo della piccola borghesia la cui presenza sarà rivelata
dalla critica a proposito de “Il fu Mattia Pascal”. La visione globale
dell’ambiente accompagna la rappresentazione dell’individuo. Ma il risultato di
questo processo non è l’abolizione del personaggio. L’individuo non viene
diluito nella totalità, classe ambiente, che sia. Pirandello mette una cura
particolare nel disegnare il personaggio, nel seguirne il comportamento. La
rappresentazione che ne diventa tanto più personalizzata e concreta quanto
maggiormente l’individuo è visto in simbiosi con l’ambiente.
Lo scrittore si
addentra allora in un minuzioso lavoro di contrappunto per il quale mette a
profitto quella “riflessione” generatrice di umorismo che obbietta il sentimento
del contrario. Ne “Il Turno” viene ritagliato con estremo rigore nel fondo della
società provinciale di Sfrigunto il ritratto del giovane Pepè Alletto.
L’ambiente annulla le sue qualità di giovane colto e gentile e ne fa un inetto,
un
pauroso, un succube, allo stesso modo in cui soffoca le energie vitali e
l’intraprendenza del suo amico, protettore e rivale in amore, l’avvocato Ciro
Cappa, facendone uno stravagante e un despota, oppure inchioda Marcantonio Rovi
alla mania di calcolo economico, inducendolo ad imporre alla figlia un
matrimonio d’interesse, o ancora ispira al vecchio Alcozei una serie di ridicoli
matrimoni per evadere dalla solitudine. Scontrandosi poi, queste passioni
finiscono col distruggere i loro stessi prodotti, e col trovare nell’ambiente in
cui avevano gettato le radici, la gramigna che le soffoca.. una legge, questa,
che ritorna puntualmente in Pirandello, e che si applica, già dall’inizio e
questo piccolo mondo de “Il Turno”, dominato dall’intrigo amoroso e dalla beffa
matrimoniale.
Nell’ambito di questo motivo ricorrente con frequenza in
Pirandello, Trova modo di situarsi la nota del grottesco come elemento di punta
della rappresentazione antica. Ad essere investito qui è soprattutto il giovane
Alletto. Figurarsi che si ritiene già impegnato per la tacita stravagante intesa
matrimoniale del Rovi e si persuada essere suo dovere difendere l’onorosità
dell’altrui sposa a sé promessa, per cui si misura in duello e si prende una
sinistra sciabolata, e subisce poi da parte del Cappa una protezione che egli
accetta per garantirsi il possesso dell’amata, mentre l’altro gliela offre per
potersela sposare, come debitamente fa, pensando bene poi di morirsene per
lasciare finalmente al malcapitato Pepè il turno per convolare alle sospirate
nozze.
TRAMA
Marcantonio Rovi, un povero uomo siciliano pensa che la felicità della sua
adorata figlia si possa ottenere se questa sposasse il ricco settantenne Don
Diego Alcozei, perché alla morte di questo, al massimo due o tre anni, ricca del
patrimonio lasciato può sposare chi vuole. Dopo varie insistenze e sacrifici del
Rovi, la figlia accetta. Intanto il Rovi promette segretamente a Pepè Alletto,
un giovane buono ma povero che alla morte del vecchio le darà in sposa la
figlia. Il giovane si ritiene impegnato e sente suo dovere difendere la dignità
della sposa promessale inquinata da cattive voci. Sfida in duello colui che ha
detto cattive cose e riceve una sinistra sciabolata. La realtà sfugge di mano ai
protagonisti: il vecchio non si decide a morire, l’amore del giovane incontra
notevoli ostacoli e Stellina (La figlia di Marcantonio), annullato il
matrimonio, sposa l’avvocato Cappa. E se pure alla fine del romanzo s’intuisce
che verrà il turno per il malcapitato Pepè, morto il secondo marito, l’elemento
grottesco ha ormai avuto il sopravvento e con esso quell’umorismo scettico con
cui Pirandello investe gli aspetti più assurdi e penosi dell’esistenza.
ALTRO RIASSUNTO
Il
romanzo prende le mosse dal progetto di don Marcantonio Ravì di dare in moglie
la giovane figlia Stellina a Don Diego Alcozér, che è vecchio, ma assai ricco e
veterano di ben quattro matrimoni e altrettante vedovanze. Se la figlia lo sposerà, alla morte
del vecchio, che ormai non può tardare, ella sarà ricca e potrà sposare il suo
spasimante Pepè Alletto, un giovane un po' sciocco e vanesio, di cui ella è
innamorata, il quale perciò dovrà aspettare un po' il suo “turno”. Il progetto va in porto: don Diego
Alcoréz sposa Stellina tra i commenti malevoli della città. Avviene però che don
Diego, vicino alla giovane sposa, si sente sempre più arzillo e vegeto e non
mostra nessuna intenzione di lasciare questo mondo, nemmeno quando è colpito da
una brutta polmonite, dalla quale si rimette miracolosamente, tra il disappunto
di Stellina che non si rassegna ad un matrimonio così assurdo. Per fortuna interviene suo cognato,
l'avvocato Ciro Coppa, vedovo di una sorella di Pepè, uomo violento e
irascibile, che per favorire Pepè riesce ad ottenere l'annullamento del
matrimonio di Stellina per vizio di consenso. Ma anche questa volta Pepè si
accorge che non è ancora arrivato il suo “turno”, perché Stellina sposa
l'avvocato Ciro Coppa. Esso arriverà soltanto quando l'avvocato muore di colpo
apoplettico durante una fuoribonda discussione in tribunale col procuratore del
re.
TITOLO
È la sintesi dell’argomento svolto. Dopo vicende alterne finalmente arriva
“Il Turno” per Pepè di convolare a nozze con Stellina reduce da due matrimoni.
PERSONAGGI
Al centro della storia c’è il giovane Pepè Alletto, ragazzo di buone doti,
il cantare, suonare il pianoforte, ballare e sa anche il francese ma a nulla
servono queste qualità perché è povero e succube del destino che prepara e
dispone per lui molteplici cose. Vorrebbe sposare Stellina, ma il padre
Marcantonio l’ha data in sposa a Don Diego. Aspetta con impazienza la morte di
questo che non avviene. Intanto Stellina annulla il matrimonio con Don Diego ma
non per sposare Pepè ma l’avvocato Cappa, cognato e protettore dello stesso Pepè.
Soltanto morto il Cappa può finalmente sperare che sia il suo turno. Altri
personaggi sono: Stellina, che sposa Don Diego per volere del padre e poi il
Cappa debitrice nei suoi confronti, Marcantonio che come ogni padre vuole il
bene per la sua figlia; Don Diego, sposato per 4 volte, decide di sposare
Stellina per la quinta, ben consapevole che tutti aspettano la sua morte per
dividersi l’eredità, ma ben contento di nascondere la vecchiaia con giovani.
CONCLUSIONE
Alla fine del romanzo s’intuisce che verrà il turno di Pepè per convolare a
nozze. Il romanzo si conclude perciò con l’elemento grottesco che ha avuto il
sopravvento e con un tocco di umorismo da parte di Marcantonio: «bisogna aver
occhio a tutto nella vita, ed anche a questo…».
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