Capitolo XXIX
Da quel giorno cominciò per Pepè una nuova vita di indicibili
angustie. Andava ogni mattina allo studio con l'animo sospeso,
nella più angosciosa incertezza, dopo aver meditato tutta la
notte per comprendere, o intravedere almeno, che cosa in fondo
Ciro volesse da lui.
Ciro passeggiava per lo scrittojo, davanti al tavolino.
- L'ortografia... Mi raccomando. Jeri mi hai scritto prestigio
con due g.
Di tanto in tanto si fermava, e Pepè, curvo e intento a
ricopiare, sentendo fissi su lui gli occhi del Coppa, domandava
a se stesso: " Perché mi guarda così? ".
Certi altri giorni Ciro non passeggiava: se ne stava col volto
nascosto, affondato tra le braccia conserte su la scrivania.
Pepè allora levava gli occhi a osservarlo.
" Che ha? Uhm! "
Talvolta, non riuscendo a comprendere qualche parola della bozza
da ricopiare, si vedeva costretto a chiamarlo, e lo faceva
piano. Ciro non rispondeva.
" Dorme? " si domandava Pepè, e lo chiamava di nuovo,
soggiungendo: - Ti senti male?
- No. Mi lavoro dentro, - mormorava cupamente Ciro, senza levar
la testa.
Pepè allungava la faccia a quella risposta enigmatica, ci
ripensava un tratto, poi si stringeva nelle spalle, lasciava in
bianco la parola indecifrabile e si rimetteva a copiare.
- Maledizione! - urlava a un certo punto Ciro, balzando in
piedi. - Maledizione! Maledizione!
- Che hai? - gli domandava Pepè, spaventato dallo scatto
improvviso.
- Dimmi che ti faccio tremare! - ruggiva Ciro, appuntando le
braccia sul tavolino di Pepè. - Dimmi subito, confessa che
quando mi vedi ti tremano i ginocchi!
- E perché?... - balbettava Pepè.
- Ah, non lo sai, buffone, che se ti afferro con queste mani, se
ti do un pugno, ti attondo, ti estinguo?
- Lo so, - diceva Pepè, con un sorriso tremante e gli occhi
supplici. - Ma non c'è ragione... Tranne che non sia
impazzito...
Ciro si staccava dal tavolino.
- Va bene. Scrivi. Devo ridurmi a questo: di metterti in mano
uno scudiscio e di comandarti di scudisciarmi a sangue! Con la
ragione questa mia porca natura non è governabile: ci vuole il
bastone e, se fai piano, non sente neanche questo... La rendo,
la rendo infelice, quella povera figliuola... Bastonate!
Bastonate! Bastonate, mi merito!
Ah, che stesse davvero per impazzire, lo temeva ormai lui
stesso. Da che s'era fatta questa nuova fissazione, di vincer la
propria natura, quasi non mangiava più, non dormiva più, non
aveva più un momento di requie. Voleva dare a se stesso la prova
maggiore della sua vittoria. E questa prova doveva consistere
nel far venire lì, nello studio, Stellina, presente Pepè.
Passeggiando, era tentato d'accostar la bocca al portavoce in un
angolo dello scritto o, per dire a Stellina che venisse giù. Si
fermava a osservar Pepè, quasi per mostrare ai suoi sentimenti
in lotta quanto fosse ridicola, indegna di lui, la gelosia per
quell'essere nullo, per quel mingherlino pallido come un filo di
paglia. Eppure, no, no, ecco: non poteva accostar la bocca al
portavoce lì, in quell'angolo, che lo tentava. E allora andava a
sprofondare il volto tra le braccia, su la scrivania, " a
lavorarsi dentro ", e scattava infine urlando: - Maledizione!
Ne la lotta interna finiva lì, nello studio. Anche in Tribunale,
in Corte d'Assise, gli veniva a un tratto la tentazione di
vincere quel sentimento ribelle a ogni prova. Si volgeva a Pepè,
che gli sedeva accanto, davanti al banco degli avvocati, e gli
ordinava di recarsi allo studio a prendere qualche carta che gli
bisognava.
- Se non la trovi, va' sù da mia moglie, e falla cercar da
lei...
Ma, appena Pepè usciva dalla sala, eccolo corrergli dietro,
chiamandolo a voce alta giù per la scala del palazzo di
giustizia.
- Pepè! Pepè! Torna indietro... Non ho più bisogno di quella
carta...
Un giorno però non fece in tempo a richiamarlo. Gli sguinzagliò
dietro tutti gli uscieri della Corte. Il Pubblico Ministero
stava per chiudere la sua arringa, ed egli non poteva abbandonar
l'aula: doveva parlare.
- Zitto! zitto, perdio! - gridò allora il Coppa trasfigurato,
tutto vibrante, sorgendo in piedi e battendo le pugna sul banco,
rivolto al Procuratore del Re. - Io ottengo in questo momento
una vittoria sublime su me stesso, e non posso tollerare più
oltre che voi rovesciate addosso a me, addosso ai signori
giurati, i calcinacci dell'edificio del buon senso, che da
un'ora vi provate ad abbattere col vostro piccone ottuso e
irrugginito!
Successe un pandemonio: i colleghi avvocati si slanciarono sul
Coppa per farlo tacere e sedere; il Presidente si levò in piedi
scampanellando, coi giudici, i giurati, storditi; il pubblico
diviso proruppe in imprecazioni e in applausi. Tra le grida e la
confusione generale, Ciro colse a volo una frase ingiuriosa del
Procuratore del Re e, afferrato il calamajo dal banco, glielo
scagliò contro come un sasso. Intervennero allora i carabinieri
di sentinella al gabbione: il Presidente urlava:
- Traetelo in arresto!
Tra i carabinieri e il Coppa s'impegnò una viva colluttazione;
questi, come un toro impastojato, cercava in tutti i modi di
divincolarsi; ma a un tratto, quelli se lo videro mancar tra le
braccia, inerte, pesante.
Un improvviso moto d'orrore e di costernazione. L'aula che s'era
votata si ripopolò in breve di volti pallidi, ansiosi,
atterriti: dai banchi dei giurati, dal banco della presidenza,
dalle seggiole, guardavano tutti, in piedi, il Coppa adagiato su
una sedia col capo ripiegato sul petto, rantolante, colpito
d'apoplessia.
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