Capitolo XXVIII
- Sono matto? Geloso d'un vecchio, io, Ciro Coppa?
Appena giunto in città, si sentì liberato da quell'incubo che lo
aveva oppresso tanti mesi in campagna. E nella nuova
disposizione d'animo, volle fare a fidanza con se stesso. Non
temeva più rivali. Lui, Ciro Coppa, doveva temere di Pepè
Alletto, per esempio? Eh via!
Lo cercò anzi per la città, e, trovatolo, lo chiamò a sé, mentre
l'Alletto, facendo le viste di non essersi accorto di lui,
tirava via diritto.
- Pepè! Ti avevo promesso una volta un posticino... Ebbene, te
l'ho trovato. Vuoi venire da me?
- Da te?
- Nel mio studio. Lo riapro domani. Avrai da copiare: meglio tu,
che un altro. Purché non mi faccia errori d'ortografia...
Pepè rimase a guardarlo a bocca aperta.
- Vieni, vieni, - insistette Ciro. - Hai inteso?
- Ho inteso, sì, - rispose Pepè, non sapendo ancora capacitarsi
come e perché il Coppa potesse fargli quella proposta.
- Accetti?
- Io?... E perché no?
- Dunque t'aspetto domattina, alle otto. Ci intenderemo. Addio.
" E` ammattito? " si domandò Pepè, appena il Coppa si fu
allontanato. " Che vuole da me? Vuole accertarsi se tra me e
Stellina non ci fu nulla? Spera di coglierci in fallo? "
Pensò di non andare; si pentì di non aver saputo dirgli di no.
Ma ora, avendo accettato la proposta, non poteva più ritirarsi.
No, no: doveva andare assolutamente per non fargli supporre
ch'egli potesse aver qualche ragione di temere di lui.
E il giorno dopo, alle otto in punto, pallido, con l'animo in
subbuglio, fu nello studio di Ciro.
- Vedi? Tutto cambiato! - gli disse questi mostrandogli la nuova
scrivania, gli scaffali nuovi e le nuove seggiole lungo le
pareti dello scrittojo. - E si cambia vita, caro mio! Arriva un
giorno, in cui l'uomo forte sente il dovere d'impegnarsi in una
lotta superiore, non più contro gli altri, ma contro se stesso:
vincere, dominar la propria natura, l'essenza bestiale, e
acquistare sovr'essa una padronanza assoluta.
Così dicendo, agitava in aria nervosamente il frustino, mentre
Pepè confuso, stordito, approvava col capo.
- Approvi, ma non comprendi! - riprese Ciro, dopo averlo
osservato un momento, con calma. - Non son cose che tu possa
comprendere così di leggieri.
- Veramente non... - balbettò Pepè, tentando un sorrisetto
nell'imbarazzo.
- Lo so! lo so! Te lo spiego con un esempio. Fino al giorno
d'oggi, io sono arrivato al punto che tu, Pepè Alletto,
debolissimo uomo, puoi dire a me, Ciro Coppa, così: " Ciro, io
sostengo che tu sei un vigliacco! ". - Non ridere, imbecille! -
Se mi dicessi così, io, guarda, forse in prima impallidirei un
po', stringerei le pugna per contenermi, chiuderei gli occhi,
inghiottirei; poi, dominato l'impeto, ti risponderei con la
massima calma e con garbo anche: " Caro Pepé, ti sembro un
vigliacco? Ragioniamo, se non ti dispiace, codesto tuo asserto
". Che te ne pare? Né mi fermerò qui, sai! Ogni giorno una nuova
conquista su la mia natura, su la bestia. La vincerò io, non
dubitare! Intanto, siedi là: quello è il tuo tavolino. Ci son
carte da copiare: calligrafia chiara: attento alla
punteggiatura, e bada all'ortografia... Non ti dico altro.
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