Capitolo XXV
Ogni sera i tre sconfitti si riunivano là, in casa di don Diego,
per la partitina. Spesso il discorso cadeva sul Coppa, che il
Ravì, rivolgendosi a Pepè, chiamava vostro cognato.
- Mio cognato, un corno! - rispondeva Pepè. - La povera sorella
mia è morta, e l'ha fatta morir lui... Dunque, chiamatelo ora
vostro genero.
- Genero, se l'avessi riconosciuto, - rimbeccava don
Marcantonio. - Mentre voi, per cognato, si; e dovreste averne
ancora rimorso, come se aveste commesso un fratricidio.
Don Diego allora tornava ad interporsi per riconciliarli, ma
dentro di sé scialava, a quelle scenette.
- Non esageriamo, signori miei, non vi riscaldate... Perché
ricadere ogni volta su codesto discorso, se sapete che vi
scotta? Via, via... ripigliamo la partita! Non facciamo come i
galletti in gabbia che si beccano l'un l'altro, in luogo di
consolarsi a vicenda. Siamo stati traditi tutti e tre. Il fatto
è fatto, e non se ne parli più. Non giudichiamo soltanto dal
caso nostro un degno galantuomo.
- Un assassino! - scattava a questo punto il Ravì, battendo le
pugna sulla tavola.
- Eh eh, ti ha ucciso la figlia?
- Mi ha ucciso la figlia, gnorsì!
- Quanti te l'hanno uccisa, insomma, codesta figlia? Prima
dicevi don Pepè...
- Sì, lui! - si ripigliava don Marcantonio. - Lui, senza
volerlo, con le mani di suo cognato...
- Vostro genero, - correggeva Pepè.
- Daccapo?
E don Diego si affrettava a buttare una carta in tavola:
- Striscio e busso forte.
Giocavano per pochi soldi a partita, e la vincita la mettevan da
parte, per farne poi un pranzetto in comune, non volendo il Ravì
accettare a nessun patto i reiterati inviti di don Diego, che
avrebbe voluto averlo ogni giorno a tavola, per non restar solo.
- Non accetto. Scusatemi, don Diego; non per voi, ma per la
gente. Mi chiamano Mammone: non so che voglia dire, ma perdio,
voi potete gridarlo forte in faccia ai calunniatori: vi ho mai
chiesto un centesimo, un miserabilissimo centesimo in prestito?
- Lasciali cantare! - gli rispondeva don Diego.
- Nossignore. Giochiamo, e poi faremo il pranzetto. Lo pagherò
io, perché, finora almeno, perdo più di voi due. A questo patto,
sì.
Pepè non aveva le ragioni di don Marcantonio per non accettare
l'invito dell'Alcozèr, e rimaneva spesso a desinare con lui, non
solo, ma anche a dormir la notte, lì, nello stesso letto, ove
Stellina aveva dormito. Per quest'idea soltanto vi era
addivenuto, per la voluttà cioè dell'amarezza angosciosa che gli
procuravano il ricordo e l'immagine di lei, in quella casa.
Ogni sera, appena andato via il Ravì, egli e don Diego, prima di
mettersi a letto, si trattenevano un pezzo al balconcino
prospiciente la campagna e là in fondo il mare. Si scorgeva di
lì, lontana, la cascina del Coppa; e Pepè, col capo appoggiato
alla ringhiera di ferro, appuntava gli occhi al lume che si
vedeva acceso laggiù, in mezzo al bujo della campagna. Lì, dove
ardeva quel lume, era Stellina! Egli quasi la vedeva, quasi la
seguiva per le stanze di quella cascina ben nota, dove sua
sorella aveva tant'anni dolorato, e si domandava: " Che farà in
questo momento? che pensa? che dice? ". E si struggeva dentro,
ringojando le lagrime silenziose che gli appannavano gli occhi
fissi là, a quel lume lontano.
Si abbandonava talmente a quella visione, che talvolta il capo
pian piano, senza ch'egli lo avvertisse, gli scivolava dalla
ringhiera e dava un crollo.
- Don Pepè, dormite? - gli domandava allora l'Alcozèr.
E Pepè gli rispondeva di no, col capo, per non rivelare il
pianto con la voce.
- Se volete andare a letto, io son pronto, - riprendeva don
Diego.
Pepè gli faceva cenno con la mano d'aspettare ancora un po'. Ah,
egli era certo, era certo che Stellina, come lui, era stata
ingannata, tradita. Non sapeva egli forse, per bocca dello
stesso Ciro, ch'ella avrebbe voluto rimanere nel monastero,
piuttosto che acconsentire al tradimento insospettato di quelle
nozze? Poi aveva detto di sì, o meglio, aveva dovuto piegare il
capo, comprendendo purtroppo che colui che tanto la amava non
avrebbe potuto recarle ajuto, e che il padre non se la sarebbe
ripresa mai più in casa, e che lì nel monastero, infine, sotto
la sorella del Coppa, non poteva neanche rimanere.
Ed ecco, adesso, ella era lì, lì in potere di quell'uome
prepotente che glie l'aveva strappata dalle braccia...
strappata, sì, a viva forza, come a viva forza ora, certo, la
costringeva ad accondiscendere col corpo (ah, non con l'anima,
no!) alle brame del suo amore... Povera Stellina! Egli doveva
compiangerla e commiserarla...
Si struggeva dentro così, ogni dì più, pascendosi dell'amarezza
che gli davano il proprio avvilimento, la profonda malinconia,
la coscienza di non poter far nulla. Era immagrito e pallido,
come se fosse or ora scampato da una mortale malattia. Ah, se
non avesse avuto quella vecchina di sua madre... se non avesse
temuto di spezzare anche la vita di lei...
Certe sere don Diego lo infastidiva parlandogli dei suoi
angosciosi terrori, degli spiriti che popolavano le tremende
insonnie delle sue aride notti.
- Chi non li ha veduti, lo so, non ci crede... Chi poi li ha
veduti, caro don Pepè, non ne parla, per paura che la notte non
sia bastonato da loro. Perché, sapete? bastonano. Io, per dir la
verità, finora non ho mai assaggiato le loro mani: ma quanti
dispetti! tirarmi le coperte dal letto, rovesciarmi le seggiole
nella camera, spegnermi il lampadino da notte... E li ho veduti
con quest'occhi, vi giuro; tra le tende dell'alcova, per
esempio, certe notti, affacciarsi una testa coi capelli rossi
ricci e tanto di lingua fuori... Quando mi è morta...
aspettate... la seconda o la terza?... - sì, Luzza, la seconda
moglie... dopo alcuni giorni, il suo spirito mi girava per casa.
La sentivo ogni notte sfaccendar per le stanze, da quella buona
massaja ch'era stata in vita, buon'anima, debbo dirlo... E una
notte le vidi sporgere il capo dall'uscio e guardarmi nel letto;
sorrise, e mi fe' cenno con la mano, come se volesse dirmi: "
Goditi pure il calduccio del letto; alla casa ci bado io ".
Un'altra notte, sentii nella stanza da pranzo un baccano
d'inferno. Che era accaduto? Niente! L'altra moglie, la prima,
Angelina, c'era venuta anche lei, e si bisticciavano tra loro.
Le ho sentite io, vi dico, con questi orecchi: l'una diceva
all'altra, che la padrona lì era lei... A un tratto, brum! Non
so quanti piatti per terra... Al fracasso, balzo dal letto, mi
reco - figuratevi con che spavento! - nella sala da pranzo: i
cocci erano lì, sul pavimento... c'è poco da dire!
- Qualche gatto...
- Ma che gatto, don Pepè! Se gatti in casa non ne ho mai
avuti...
- Qualche topo, allora...
- Eh già, o il terremoto! Si tratta di chiamarli con un nome o
con un altro. Voi li chiamate topi, perché non ci credete. E son
pure topi, dite, quando, per esempio, udite il rumore dei loro
passi nell'altra stanza, ora affrettati e leggeri, tic-tic-tic,
ora come di persona che passeggi, sopra pensiero? Son pure gatti
e topi, quando vi sentite chiamare coi più brutti nomi da
quattro voci diverse, come avviene a me, che non posso star solo
la notte, perché altrimenti mi tornano in casa tutt'e quattro le
mogli morte a maltrattarmi, a svillaneggiarmi? Eh, via, don Pepè!
Dio ve ne liberi e scampi!
Ma non si contentava solo di parlarne don Diego. Spesso, durante
la notte, angosciato dall'insonnia, parendogli di udir qualche
rumore nel silenzio della casa, svegliava Pepè.
- Non mi pizzicate, santo Dio! - gridava questi. - State
tranquillo: non dormo! Per la centesima volta vi ripeto che
pizzichi non ne voglio: se no, domani notte preparatevi a dormir
solo.
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