Man
mano che le ore si trascinavano lentissime, cresceva l'ansia di
Marta. L'aspettazione diveniva di punto in punto più angosciosa.
Finalmente, nelle prime ore del pomeriggio, arrivò Rocco Pentàgora.
Si presentò ansante, quasi smarrito, su la soglia.
Parve a Marta più alto nella magrezza lasciatagli dalla malattia,
durante la quale gli erano caduti i capelli, che già rispuntavano
lievi, quasi aerei, finissimi e un po' ricciuti; e la fronte gli si
era allargata, e schiarita la pelle, sebbene fosse tuttavia
pallidissimo. Negli occhi aveva un'espressione nuova, ridente, quasi
infantile.
-
Marta! - esclamò, scorgendola, accorrendo a lei.
Turbata dalla vista del marito così trasfigurato e ingentilito dalla
convalescenza, turbata dallo slancio appassionato, Marta, senza
volerlo, lo rattenne con un cenno confidenziale di tacere, e gli
additò il letto e la madre in agonia.
Subito il figlio si rivolse al letto, si curvò sulla madre,
chiamando:
-
Mamma! mamma! Non mi senti, mamma? Guardami... sono venuto!
La
moribonda aprì gli occhi e lo guardò attonita, come se non lo
riconoscesse.
Egli
soggiunse:
-
Non mi vedi? Sono io... sono venuto... Adesso guarirai...
La
baciò piano in fronte, e si portò via con un rapido atto della mano
le lagrime dagli occhi.
La
madre moribonda continuò a guardarlo, fisso, richiudendo di tanto in
tanto, con lenta pena, le pàlpebre, come se il corpo ormai non
avesse più forza da dare alcun altro segno di vita. O era un cenno
ultimo, quasi lontano, dello spirito già inoltrato nella morte, quel
lento moto delle palpebre?
Marta frenava a stento le lagrime per pudore davanti alla Juè, che
ostentava smorfiosamente il suo pianto.
Man
mano però gli occhi della moribonda s'animarono, s'animarono
alquanto, come se dal fondo della morte un estremo residuo di vita
le tornasse a galla. Schiuse e mosse le labbra.
-
Che dici? - domandò con viva ansia il figlio, curvandosi vie più su
lei.
-
Muojo... - alitò la madre, quasi impercettibilmente.
-
No, no... - la confortò egli. - Se stai meglio, ora... Ci sono qua
io... E c'è anche Marta... Non l'hai veduta? Marta, qua... vieni
qua...
Marta andò all'altro lato del letto, e la moribonda si volse a
guardarla, come prima aveva guardato il figlio.
-
Eccola... La vedi? - soggiunse egli. - Eccola Marta... E` questa...
Ti ricordi quanto ti parlai di lei, l'ultima volta?
La
moribonda trasse un sospiro, a stento. Pareva non intendesse, e
guardava con gli occhi invagati. Poi le ceree guance le si
colorirono un po' d'una tenuissima tinta rosea, e mosse una mano
sotto le coperte. Subito Marta le sollevò e pose la mano in quella
di lei, che agitò l'altra, guardando il figlio. Questi seguì
l'esempio di Marta e la madre allora congiunse con uno sforzo le
loro due mani, traendo un altro sospiro.
-
Sì, sì... - fece, commosso, Rocco alla madre, stringendo forte la
mano di Marta, che non poté più frenare le lagrime.
I
due Juè guardavano sbalorditi dalla sponda del letto ora Marta ora
Rocco.
Poco
dopo, la moribonda richiuse gli occhi, rientrando quasi nella
profondità misteriosa, ove la morte l'aspettava.
Marta ritrasse timidamente la mano dalla mano del marito.
-
Riposa di nuovo, - fece sottovoce la Juè. - Lasciamola riposare...
Senta, signora Marta, io e Fifo approfittiamo di questo momento di
calma per scappare un po' a casa. Bisogna pensare a tutto. Non fo
per vantarmi, ma nelle occasioni so trovarmi... Fifo, dillo tu... La
pena c'è, si capisce; ma come si dice? sacco vuoto non si regge...
Il povero signor Rocco, dopo tante ore di ferrovia, avrà certo
bisogno di qualche ristoro...
-
No... no... io no...
-
Lascino fare a me... - lo interruppe la Juè.
-
Marta piuttosto, - disse Rocco.
-
Lascino fare a me! - ripeté donna Maria Rosa. - Penso io a tutto...
E penserò un pochino anche a me e quest'anima di Purgatorio... Non
abbiamo assaggiato neppur l'acqua, da stanotte. Ma, come si fa?
Bisogna aver pazienza... Arrivederli, arrivederli... E stiano di
buon animo, eh?
I
due Juè andarono via. Da un canto Marta avrebbe voluto trattenerli
ancora, a viva forza, per non restare sola col marito; dall'altro,
per quanta agitazione le cagionasse il pensiero dell'estrema
confessione, considerandola ormai inevitabile, anelava che avvenisse
al più presto.
- Oh
Marta! Marta mia! - esclamò Rocco, aprendo le braccia e chiamandola
a sé.
Marta si levò da sedere in preda a un tremito convulso, e gli disse:
- Di
là... di là... No... aspetta... Voglio dirti subito tutto...
Vieni...
-
Come? Non mi perdoni? - le chiese egli, seguendola nell'altra stanza
quasi al bujo.
-
Aspetta... - ripeté Marta, senza guardarlo. - Io... io non ho nulla
da perdonarti, se tu...
S'interruppe; contrasse tutto il volto, chiudendo gli occhi, come
per un interno spasimo insopportabile. Poi volse uno sguardo di
cordoglio al marito, e riprese, risolutamente:
-
Senti, Rocco: tu lo sapevi...
S'interruppe di nuovo, a un tratto, notando su la guancia di Rocco
la lunga cicatrice rimastagli della ferita riportata nel duello con
l'Alvignani. Sentì cadersi l'animo, e si strinse il volto, forte,
forte, con ambo le mani.
-
Perdonami! Perdonami! insistette, supplicò egli, posandole
amorosamente le mani su le braccia.
-
No, Rocco! Senti: io non ti chiedo nulla per me... - riprese Marta,
scoprendo il volto. - Voglio dirti soltanto questo: pensa che il
babbo ci lasciò nella miseria: la mamma, Maria... senza colpa... per
causa tua. Sole... tre povere donne, in mezzo alla strada, tra la
guerra infame di tutto il paese...
-
Dunque non mi perdoni? Non vuoi? Vedrai, Marta, vedrai come ti
compenserò... Tua madre, Maria, verranno con noi... in casa
nostra... Non è già inteso? C'è bisogno di dirlo? Con noi, per
sempre! Volevi dirmi questo? Via, per carità, Marta, non ritorniamo
più sul passato... Piangi? Perché?
Marta, con la faccia di nuovo nascosta tra le mani, scoteva il capo,
piangendo; e invano Rocco la stringeva a dir la ragione del pianto e
del muto negare.
-
Ah, per la mamma... per Maria... - scoppiò a dire finalmente,
scoprendo di nuovo il volto in fiamme, inondato di lagrime. -
Sentimi, Rocco...
-
Ancora? - domandò egli, perplesso, confuso, afflitto.
-
Sì: io ti lascio libero, libero, da questa sera stessa... Non puoi
pretendere di più, da me...
-
Come!
- Ti
lascio, sì... ti lascio la via libera, perché tu possa fare quello
che devi verso mia madre, verso mia sorella, da uomo onesto... Non
chiedo nulla per me! Intendimi... intendimi...
-
Non t'intendo! Che vuoi da me? Mi lasci libero? Io non ti capisco...
Ma comanda, farò tutto quello che vorrai... Non piangere! Dovrei
piangere io... Perdonami a qualsiasi patto; accetto tutto, purché mi
perdoni...
- Oh
Dio! Ora no, Rocco! ora no... Prima, prima dovevi chiedermi perdono,
con codesta voce, e non te l'avrei negato... Ora no, non posso
accordare più nulla, io!
-
Perché?
-
Debbo morire. Sì... E morrò. Ma... Dio... Dio! Se non ho potuto
difendermi... e la rabbia mi è rimasta nel cuore... Che sono io ora?
Mi vedi? Che sono?... Sono ciò che la gente, per causa tua, m'ha
creduta e mi crede ancora e sempre mi crederebbe, anche se io
accettassi ora il tuo pentimento. E` troppo tardi: lo intendi? Sono
perduta! Vedi che n'hai fatto di me? Ero sola... mi avete
perseguitata... ero sola e senza ajuto... Ora sono perduta!
Egli
restò a guardarla attonito, quasi temendo di comprendere, d'aver
compreso:
-
Marta! E come... tu... Ah, Dio!... Tu...
Marta piegò il volto tra le mani, e chinò ripetutamente il capo, tra
i singhiozzi.
Rocco le afferrò allora le braccia per staccarle le mani dal volto,
e la scosse, ancora stupito, ancor quasi incredulo:
- Tu
dunque... dunque, dopo... con lui? Parla! Spiègati! Ah, dunque è
vero? è vero? Parla! Guardami in faccia! Quel miserabile... Non dici
nulla? Ah miserabile, - proruppe allora. - E` vero! E io ho potuto
credere... e io sono venuto qua, a chiedere perdono... E ora... di',
fors'anche prima... di', con lui?
-
No! - gridò Marta, infiammata di sdegno. - Non lo intendi che tu, tu
stesso, con le tue mani, e tutti, tutti con te, m'avete ridotta fino
al punto d'accettare ajuto da lui; avete fatto in modo che da lui
soltanto venisse alla vita mia, tra le amarezze e le ingiustizie,
una parola di conforto, un atto di giustizia? Ah tu no, tu solo non
puoi rinfacciarmi nulla! So bene quel che mi resta da fare: sono
caduta sotto la guerra vostra, non m'importa! Non si parli più di
me! Ma tu, tu fa' pure quello che devi: ripara! Tu sai che per causa
tua, mia madre e mia sorella sono ridotte a vivere di me soltanto.
Chi resterà per loro? Come vivranno? Voglio prima saper questo...
Per questo t'ho confessato tutto... Potevo tacere, ingannarti. Siimi
almeno grato di questo... e in compenso, ajuta... ajuta la mia
famiglia, perché non io, ma tu, tu l'hai ridotta nello stato in cui
ora si trova!
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Rocco si era seduto, e coi gomiti su i ginocchi e la faccia tra
le mani ripeteva piano, tra sé, senza espressione, come se il
cervello non gli reggesse più:
- Miserabile... miserabile...
Nel silenzio momentaneamente sopravvenuto, Marta colse dalla
camera attigua come un rantolo cupo, profondo, e uscì dalla
stanza per accorrere al letto della moribonda.
Egli la seguì e là, affatto dimentico della madre morente,
domandò, sotto gli occhi di lei, furibondo:
- Dimmi, dimmi tutto! Voglio saperlo... voglio saper tutto!
Dimmelo...
- No! - rispose Marta con ferma fierezza. - Se debbo morire.
E si chinò a rassettare i guanciali sotto il capo della
giacente, che seguitava a mandare, dalla profondità del coma in
cui era caduta, il sordo rantolo mortale.
- Morire? - domandò egli con scherno. - E perché? perché non vai
da lui? T'ha ajutata? continui ad ajutarti...
Marta non rispose all'amaro oltraggio; chiuse soltanto gli occhi
lentamente, poi terse con un fazzoletto il sudor ghiaccio dalla
fronte della moribonda.
Rocco seguitò:
- Ecco una via per te! Vattene a Roma! Perché morire?
- Oh Rocco! - fece Marta. - Tua madre è ancora qui... Fallo per
lei...
Egli tacque, impallidì, contemplando la madre. L'idea della
morte, manifestata da Marta, assunse allora, subito, dentro di
lui una terribile immagine. Premendosi le tempie con le mani,
uscì dalla camera.
Era già quasi sera. Marta guardò macchinalmente nell'ombra
sopravvenuta il lume vuoto sul tavolino: chi poteva pensare che
l'agonia si sarebbe protratta fino a tanto? Sedette presso la
sponda del letto con gli occhi intenti nell'ombra sul volto
dell'agonizzante, quasi aspettando dal proposito a lungo
meditato e maturatosi in lei sordamente la spinta per alzarsi e
andarsene. Più del rantolo della moribonda sentiva il suono
cadenzato dei passi del marito nell'altra stanza, e aspettava,
come se il suono di quei passi le indicasse la traccia dei
pensieri di lui. Intuiva, sentiva, che in quel momento egli
risaliva angosciosamente col pensiero agli anni passati,
assalito in quel bujo dalle memorie e dai rimorsi... Ah, i
rimorsi erano per tutti: per due soltanto, no: Maria e la madre.
E Marta aspettava dal marito giustizia per esse: non aspettava
altro, seguendo con gli orecchi i passi di lui.
A un tratto, silenzio, nell'altra stanza. Aveva egli deciso?
Marta sorse in piedi e cercò a tentoni lo scialle; trovatolo,
stava per farsi su la soglia a chiamarlo, quando udì picchiare
alla porta. Erano i due Juè di ritorno, seguiti da un guattero
con una cesta di vivande.
- Oh, al bujo? - esclamò donna Maria Rosa, entrando.
- Ho portato la candela... Scusino... oh, dov'è il signor
Rocco?... Fifo, accendi!
Don Fifo accese la candela e apparve nella camera tutto
smarrito, col lungo involto di quattro torce mortuarie tra le
braccia.
Marta s'era curvata sul letto a spiare il volto della morente.
- Come va? come va? - domandò forte la Juè.
Marta, impaurita da un gorgoglìo lungo, strano, raschioso nella
gola della moribonda, levò la faccia sconvolta, guardò perplessa
la Juè, poi risolutamente si recò fino alla soglia dell'altra
stanza, e chiamò nel bujo:
- Vieni... vieni... muore...
Rocco accorse e tutti e due si chinarono sul letto. Don Fifo
uscì dalla camera in punta di piedi, con l'involto delle torce,
chiamandosi dietro con un cenno della mano il guattero.
Rocco levò gli occhi dal volto della madre a quello di Marta,
vicino al suo, e stette un po' a guatarla, prima con le ciglia
aggrottate, poi attonito, quasi istupidito. Marta teneva tra le
sue una mano della morente, su cui stava protesa, come se
volesse infonderle il suo alito.
A un tratto la Juè disse piano, impallidendo:
- Venga, signor Pentàgora...
- E` morta? - domandò Rocco, vedendo Marta lasciar la mano della
madre e rialzarsi sul busto. E chiamò forte, con voce convulsa:
- Mamma! Oh mamma! Mamma mia! - gridò poi, rompendo in
singhiozzi e chinando il volto sul guanciale, accanto al volto
della morta.
- Fifo, Fifo, - chiamò la Juè. - Sù, Fifo: portalo con te... con
te, di là... Coraggio, figliuolo mio... Ha ragione... ha
ragione... Venga... Vada con Fifo...
E con l'ajuto del marito riuscì a strappare Rocco dal corpo
esanime della madre. Don Fifo lo condusse con sé nell'altra
stanza.
- Ho pensato a tutto... - disse sotto voce la Juè a Marta,
appena rimaste sole. Non poteva durare, me l'aspettavo... Ho
comperato quattro belle torce... Prima la lasciamo rassettare;
poi la vestiremo...
Marta non staccava gli occhi sbarrati dal volto del cadavere,
senza cogliere alcuna parola delle tante e tante che la Juè le
diceva, e che forse don Fifo, nell'altra stanza, ripeteva a
Rocco.
- Si scosti un po'... Adesso la vestiamo.
Marta si scostò dal letto, macchinalmente. E la Juè, mentre
vestiva la morta, sotto gli occhi di Marta tremante di ribrezzo,
non cessò di parlare velatamente delle spese fatte, senza
dimenticare nulla, né le medicine, né il medico, né i vetri
rotti della finestra, né la cena, né le torce, né la pigione non
pagata dalla defunta, affinché Marta poi riferisse tutto al
figlio. Terminata la vestizione, coprì con un lenzuolo il
cadavere e accese ai quattro angoli del letto le torce.
- Ecco fatto, - poi disse. - Tutto pulito! Non fo per vantarmi,
ma...
E sedette accanto a Marta, ad ammirar la sua opera.
Passarono così parecchie ore. In quella camera le quattro torce
soltanto pareva vivessero, struggendosi a lento. Di tratto in
tratto, donna Maria Rosa s'alzava, staccava i gocciolotti dal
fusto e ne nutriva le fiammelle.
Finalmente don Fifo si presentò su la soglia e fece alla moglie
un cenno, che Marta non vide. La Juè rispose al cenno del
marito, e poco dopo disse piano a Marta:
- Noi ora ce n'andiamo. Le lascio qui sul tavolino questo pajo
di forbici per smoccolare le torce di tanto in tanto... Se non
le smoccola, badi, le torce scoppiano e il lenzuolo può prendere
fuoco... Mi raccomando. E, a rivederla. Ritorneremo domattina...
- Dica, la prego, alla mamma di non venire... - le disse Marta,
come trasognata. - Le dica che restiamo qua noi, io e il
figlio... dica così, a vegliare la morta... e che stieno
tranquille... e... che io le saluto...
- Sarà servita, non dubiti. Oh, senta... se per caso, più tardi,
il signor Rocco... e anche lei... la cesta è qui nella
saletta... dico, se per caso... Io non ho affatto appetito. Mi
creda, signora mia: ho come una pietra qua, su la bocca dello
stomaco. Sono molto sensibile... Basta, la saluto. Chiamo
adagino adagino Fifo e ce ne andiamo. Coraggio, e la saluto.
Rimasta sola, Marta tese l'orecchio per ascoltare che cosa il
marito facesse nell'altra stanza. Piangeva in silenzio? pensava?
«Non gl'importa più nulla di me...» disse tra sé Marta. «Non gli
nasce neppure la curiosità di sapere se io sia o no andata
via... Eppure sa dove debbo andare... Ora andrò... Gli ho detto
tutto... Solo del figlio, no. Ma il figlio è mio... mio
soltanto... com'era mio soltanto quell'altro che mi morì per
lui... Ah, se io l'avessi avuto...»
Volse gli occhi al letto, su cui le quattro torce aduggiavano la
giallezza del caldo lume. Alcune rigide pieghe del lenzuolo
accusavano il cadavere nella pesante immobilità.
Paurosamente, con una mano, Marta scoprì il volto della defunta
già trasfigurato; cadde in ginocchio accanto al letto e sciolse
l'enorme cordoglio in uno sgorgo infinito di lagrime,
costringendosi con una mano su la bocca a non gridare, a non
urlare.
Stette così a piangere, finché Rocco non venne dall'attigua
stanza; allora sorse in piedi con lo scialle sotto il braccio,
la faccia tra le mani, e si mosse per uscire.
Rocco la trattenne per un braccio, e le domandò con voce cupa:
- Dove vai?
Marta non rispose.
- Dimmi dove vai, - ripeté lui e, indeciso, stese l'altra mano e
l'afferrò per le due braccia.
Allora Marta scoprì appena il volto:
- Vado... Non lo so... Ti raccomando...
Non la lasciò proseguire: in un impeto, quasi di paura, accostò
il volto al volto di lei, e proruppe in lagrime, abbracciandola:
- No, Marta! No! No! Non mi lasciar solo! Marta! Marta! Marta
mia!
Ella tentò di scostarsi con le braccia; trasse indietro il capo;
ma non riuscì a sciogliersi dall'abbraccio e tremò, così stretta
da lui.
- Rocco, no, è impossibile... Lasciami... E` impossibile...
- Perché?... Perché?... - chiese egli, tenendola sempre a sé,
più stretta, e baciandola perdutamente. - Perché, Marta? Perché
me l'hai detto?
- Lasciami... No... lasciami... Non mi hai voluta... - seguitò
Marta, soffocata dalla commozione, nell'ardente amplesso. - Non
mi hai voluta più.
- Ti voglio! ti voglio! - gridò lui, esasperato, accecato dalla
passione.
- No... lasciami... - scongiurò Marta, schermendosi, già quasi
abbandonata di forze. - Fammi andar via... te ne supplico...
- Marta, dimentico tutto! e tu pure, dimentica! Sei mia! Sei
mia! Non mi vuoi più bene?
- Non è questo, no! - disse Marta in un gemito, affogata
dall'angoscia. - Ma non è più possibile, credimi, non è più
possibile!
- Perché? Lo ami ancora? - gridò Rocco fieramente, sciogliendola
dall'abbraccio.
- No, Rocco, no! Non l'ho mai amato, ti giuro! mai! mai! E ruppe
in singhiozzi irrefrenabili; sentì mancarsi; s'abbandonò tra le
braccia di lui, che istintivamente si tesero di nuovo a
sorreggerla. Fiaccato dal cordoglio, a quel peso, egli fu quasi
per cadere con lei: la sostenne con uno sforzo quasi rabbioso,
nella tremenda esasperazione: strinse i denti, contrasse tutto
il volto e scosse il capo disperatamente. In quest'atto, gli
occhi gli andarono sul volto scoperto della madre sul letto
funebre, tra i quattro ceri. Come se la morta si fosse
affacciata a guardare.
Vincendo il ribrezzo che il corpo della moglie pur tanto
desiderato gl'incuteva, egli se la strinse forte al petto di
nuovo e, con gli occhi fissi sul cadavere, balbettò, preso di
paura:
- Guarda... guarda mia madre... Perdono, perdono... Rimani qui.
Vegliamola insieme...
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