Aveva preso sonno sul far del giorno. Durante la notte, aveva
formulato la lettera per il marito, vagliando ogni parola,
escludendo ogni frase di tenerezza per sé, di recriminazione per
lui. S'era poi messa a immaginare la vita degli altri senza di lei,
minutamente; il pianto, la disperazione della madre e della sorella;
il conforto ch'egli, il marito, sarebbe accorso a recare; il
rammarico, la maraviglia dei conoscenti; il compianto... poi, con
l'andar dei giorni, la calma desolata in cui il cordoglio
s'assopisce; e man mano le strane piccole sorprese nel vedere, nel
sentire che la vita ha seguito e segue tuttavia il suo corso, e
noi... noi con essa. I morti? I morti sono lontani...
Dopo
due ore appena di sonno, si svegliò tranquillissima, come se l'animo
avesse, durante il breve riposo, espulso la determinazione violenta.
Né di questa calma si stupì: a lungo aveva pensato, a lungo
discusso, e aveva pensato specialmente ai suoi: nessun rimorso,
dunque; era preparata, già pronta. Dopo colazione avrebbe scritto la
lettera; ecco, e poi, verso sera, sarebbe uscita per impostarla con
le proprie mani; e poi... poi non sarebbe ritornata più a casa.
Ormai ogni difficoltà circa al modo di darsi la morte le appariva
puerile: si sarebbe recata in prossimità della stazione ferroviaria,
e giù, col capo tra le ruote d'un treno; o alla spiaggia, per
annegarsi in qualche punto deserto.
-
Che bel tempo! - disse a Maria, uscendo dalla camera. - Avevo
lasciato gli scuri accostati per svegliarmi appena fosse giorno...
aspetta, aspetta: il giorno non spuntava mai...
Il
cielo infatti era coperto e minaccioso, la prima volta, dopo tanta
stagione serena.
Marta quel giorno fu dolcissima con la madre e con la sorella, in
ogni parola, in ogni sguardo. Fu quasi allegra a tavola. Terminata
la colazione, annunziò alla madre che avrebbe scritto al marito.
-
Sì, figlia mia... Dio t'assista!
La
madre era sicura che Marta accondiscendeva alla riconciliazione; e
con Maria attese tranquilla alle consuete faccende domestiche.
Nel
pomeriggio il cielo s'incavernò: nubi gravide di temporale
s'addensarono su la città, e si levò un gran vento. A ogni sbuffo, i
vetri delle finestre, urtati con violenza, pareva dovessero
fragorosamente cedere alla furia; e sù, la porticina del terrazzo
sbatteva a quando a quando. Guizzò a un tratto, nella tetraggine, un
lampo vivissimo e quasi contemporaneamente il tuono scoppiò
squarciando l'aria con formidabile rimbombo. Marta cacciò un grido
fuggendo dalla camera, e andò ad aggrapparsi alla madre tremando a
verga a verga pallida, convulsa.
-
Hai avuto paura? - le disse la madre, carezzandole i capelli. - Vedi
come sei nervosa? Che bambina!
-
Sì, sì... - fece Marta, scossa da brividi che diventarono
singhiozzi. - Non è possibile che scriva oggi... Scriverò domani...
Tremo tutta...
-
Sta' qui con noi, - le consigliò Maria.
Star
lì con loro, lì, in quella cucinetta raccolta, assaporando la vita
familiare, chiusa, ristretta e santa, la vita che non era più per
lei!
Aveva lacerato tanti e tanti fogli di carta: la lettera facilmente
formulata nella delirante esaltazione della notte, le era parsa, sul
punto di scriverla, quasi inconsistente. S'era messa a pensare per
riformularla; invano! lo spirito le rimaneva attonito; arido il
cervello; e intanto il corpo smaniava sotto l'imposizione della
volontà. Sentiva il corpo l'incombente minaccia del tempo,
l'elettricità vibrante nell'aria, la violenza del vento, e gli occhi
si erano volti a guardar fuori. Si era veduta allora in preda a quel
vento, lungo la spiaggia deserta, col mare mosso, rabbioso, urlante
sotto gli occhi; si era veduta in cerca d'un luogo acconcio per
buttarsi a quelle onde torbide, orrende, giù; e mentre con l'animo
sospeso seguiva quasi i suoi passi fino all'ultimo, fino al punto di
spiccare il salto, era guizzato un lampo, era scoppiato il tuono.
Un
momento dopo, rideva istintivamente alle parole della madre e di
Maria, che la calmavano, scherzando su la paura da lei avuta.
La
sera precipitò orrenda su la città. Marta, la madre e Maria stavano
raccolte a cena, quando una forte scampanellata alla porta fece loro
a un tempo esclamare:
-
Chi sarà a quest'ora?
Era
donna Maria Rosa Juè, la quale entrò con le mani per aria, scotendo
la testa e gridando:
-
Signora mia! signora mia! Che ho da dirle! Càpitano tutte a me! E
che v'ho fatto, Signore Iddio, che v'ho fatto? Quella poveraccia,
l'inquilina mia ai Benfratelli... Signora mia, sta per morire...
Gesù! Gesù! Gesù! Muore lì, come una cagna, salvo il santo
battesimo... Le ho mandato il medico a mie spese; le ho comprato le
medicine: imposture, signora mia, che non servono a nulla, ma tanto
perché non si dica che sia mancata per noi... Non ci ha pagato la
pigione... Basta... Ora io dico: qualche parente questa poveraccia
ce l'avrà, deve avercelo laggiù, nel loro paese... Non parlo per la
miseria della pigione, del medico, delle medicine... ma per il
funerale, signora mia! chi deve mandarla al camposanto? Io e Fifo
abbiamo fatto già troppo, per carità, per amor di prossimo... Con
questo tempaccio, poi! Vento, signora mia, che si porta via le
case... Siamo tornati un momento per prendere un boccone in fretta e
furia... andiamo di nuovo, adesso, per stare a vegliarla magari
tutta la notte... Come si fa? Siamo cristiani! Ah, i mariti, i
mariti! Non parlo del mio: io, per grazia di Dio, indegnamente, due,
signora mia, uno meglio dell'altro: la sant'anima e questo che è il
ritratto di suo fratello, tal quale, lo stesso cuore. Ci roviniamo,
signora mia, per il buon cuore... Possono scrivere loro a qualcuno,
se conoscono qualche parente laggiù?
-
Sì, al figlio... - rispose la signora Agata, stordita dalla furia
con cui la Juè aveva parlato e dall'annunzio inatteso.
-
Come! - esclamò donna Maria Rosa. - Quella poveraccia ha un figlio?
E il figlio la lascia morire così, come se fosse una cagna? Ah, i
figli, i figli, peggio dei mariti! Gli scrivano, per carità; gli
scrivano che è proprio agli estremi! Questa sera stessa le faccio
dare i sacramenti... Siamo cristiani, sì o no? E` carne battezzata!
-
Vengo con lei, - disse Marta, levandosi da sedere.
La
madre e Maria si voltarono a guardarla.
-
Vuoi andar tu? - domandò la madre. - Ti senti così male, Marta, e
con questo tempo...
-
Lasciami andare... - insisté Marta, avviandosi per la camera.
La
signora Agata non s'oppose più; ammirò la figlia che rispondeva
così, con un atto di generosità, al male che il marito le aveva
fatto. E le parve che con quella visita alla suocera moribonda Marta
volesse rispondere al pentimento del marito, e suggellare la pace.
Marta, invece, cercando il cappellino e lo scialle nella camera al
bujo, pensava tra sé: «Sarà una vittima anche lei. Voglio vederla,
conoscerla...».
-
Eccomi pronta.
- Si
appunti bene il cappellino, anzi lo lasci, dia ascolto a me, - le
suggerì donna Maria Rosa. - Lo scialletto in capo, come ho fatto io.
Don
Fifo attendeva sul pianerottolo del secondo piano, morto di freddo,
con le mani in tasca, il bavero alzato.
Appena fuori su la via, Marta sentì la straordinaria furia del vento
che ruggiva per la strada, come se volesse portarsi via tutte le
case. Guardò in alto, il cielo sconvolto, corso da enormi nuvole
squarciate, tra cui la luna, scoprendosi di tratto in tratto, pareva
fuggisse impaurita, precipitosamente. La via era quasi al bujo:
alcuni fanali erano stati spenti dal vento, che sul poggetto del
Papireto aveva anche spezzato un albero e gli altri agitava,
storceva. Le vesti impedivano alle due donne, curve contro la furia,
d'andare speditamente. Don Fifo teneva con ambo le mani le tese del
cappelluccio sprofondato fin su la nuca.
Alla
svolta del Duomo, sul Corso, un non mai visto spettacolo: un
fragoroso torrente, crescevole sempre, di foglie secche rovinava
vorticosamente, come se il vento avesse strappato tutte le foglie
delle campagne e via con impeto di rabbia, in un veemente eccesso di
distruzione se le trascinasse da Porta Nuova giù, giù, fino al mare,
in fondo.
Le
due donne e don Fifo furono presi dal turbine a le spalle e spinti
di corsa in giù, quasi sollevati con le foglie. A un tratto don Fifo
cacciò un grido, e Marta lo vide saltare come un grillo e
precipitarsi dietro il cappello sparito in un attimo tra le foglie,
nel turbine.
-
Lascialo, Fifo! - gli gridò dietro la moglie.
Ma
anche don Fifo sparve nel turbine delle foglie, nel bujo.
- Di
qua, di qua! - disse la Juè a Marta, scantonando per via
Protonotaro, che non imboccava il vento e in cui una moltitudine di
foglie s'era come rifugiata. - Andrà a ripigliarsi il cappello a
Porta Felice, se pure lo arriva! Ci voleva anche questa, ci voleva!
Il cappello nuovo!
Traversarono la piazzetta dell'Origlione, e presto furono in via
Benfratelli.
-
Ecco, entri, è qua, - riprese la Juè, cacciandosi in un portoncino.
Salirono la scala erta e stretta al bujo, fino all'ultimo piano. La
Juè trasse dalla tasca una grossa chiave, vi soffiò nel buco, cercò
a tasto la serratura e aprì la porticina. Subito, aprendo, gridò:
-
Gesummaria! Le finestre!
Le
tre stanze, che componevano la miserrima dimora della moribonda,
erano invase dal vento che aveva sforzato le imposte e rotto i
vetri. La candela nella camera da letto s'era spenta, e nel bujo
rantolava spaventata Fana Pentàgora.
- I
vetri! anche i vetri... tutti rotti! A voi l'offro, Signore, in
penitenza dei miei peccati! - esclamava la Juè mettendo nelle
braccia tutta la forza per richiudere le imposte contro il vento.
Marta era rimasta su la soglia raccapricciata, con gli orecchi
intenti al rantolo mortale della moribonda.
Richiuse le imposte, quel rantolo divenne, nel silenzio,
insopportabile.
- E
i fiammiferi? - esclamò donna Maria Rosa. - Ce l'ha Fifo che corre
dietro al cappello e lascia noi qua al bujo, nell'imbarazzo. Ah che
uomo! Tutto l'opposto, certe volte, di suo fratello, sant'anima!
Vado a cercare in cucina...
Marta si accostò al letto, a tentoni, quasi attirata dal rantolo.
Fece per appoggiare le mani sul letto e subito le ritrasse, con
vivissimo ribrezzo: aveva toccato il corpo della giacente; si chinò
su lei e la chiamò sottovoce:
-
Mamma... mamma...
Solo
il rantolo angoscioso le rispose.
-
Sono la moglie di Rocco... - riprese Marta.
-
Rocco... - parve a Marta d'udir balbettare dalla moribonda, nel
rantolo.
- La
moglie di Rocco... - ripeté. - Non abbia più paura: ci sono qua io,
ora.
-
Rocco, - fece questa volta veramente la moribonda, sospendendo il
rantolo.
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Il silenzio diventò pauroso.
- Zitta, zitta! - riprese Marta in tono d'amorevole ammonimento.
- C'è la padrona di casa...
Uno zolfanello acceso, riparato da una mano, si moveva nel bujo,
come un fuoco fatuo.
- Dov'è il lume? Eccolo!
Donna Maria Rosa, acceso il lume, rimase con le dieci dita delle
mani aperte per aria.
- Dio, che schifezza! Mi sono tutta insozzata in cucina...
Guardate, guardate che babilonia qui!
I frantumi dei vetri della finestra erano schizzati fino in
mezzo alla camera.
Intanto Marta osservava con raccapriccio la moribonda che moveva
lentamente la testa affondata nei guanciali, cercando con gli
occhi smorti, attoniti, nella camera, come stupita dal lume e
dal silenzio, dopo la tenebra e l'urlo del vento. Aveva una
grossa maglia nella luce dell'occhio destro, e la pelle tutta
della faccia e specialmente il naso punteggiato di nerellini,
che spiccavano nell'estremo pallore, madido, opaco del volto. I
capelli grigi, ruvidi, ricciuti, abbondantissimi erano arruffati
sul guanciale ingiallito. Gli occhi di Marta si fermarono su le
mani enormi, da maschio, che la moribonda teneva abbandonate sul
lenzuolo, più sporco della camicia aperta sul seno secco,
ossuto, orribile a vedere.
- Rocco... - mormorò ancora una volta la moribonda, fissando
lungamente gli occhi in volto a Marta, come assetata.
- Che dice? - domandò la Juè curva, con la veste alzata fin
sopra il ginocchio, mentre si tirava sopra la gamba tozza,
tosta, la calza ricaduta su la fiocca del piede.
- Chiama il figlio... - rispose Marta, riaccostandosi alla
giacente, per dirle: - Verrà, non dubiti... Ora gli scrivo che
venga subito...
Ma la moribonda non comprese e ripeté con fievolissima voce,
cercando con gli occhi intorno per la stanza:
- Rocco...
- Un telegramma, è vero? - disse la Juè. - Andrà Fifo al
telegrafo... Non c'è tempo da perdere. Ecco, qui nel cassetto ci
dev'essere carta e l'occorrente per scrivere... Mio Dio, che
puzzo... sente? Che è che puzza così in questa camera?
Era sul tavolino, presso la finestra, un bicchiere a metà pieno
d'una mistura verdastra, esalante un pestifero odore.
- Ah, tu? - fece la Juè, additando con l'indice tozzo il
bicchiere, - adesso ti butto via!
Marta accorse:
- No, che è?
- Sarà veleno, - fece donna Maria Rosa, notando l'ansia di
Marta.
- Può servire...
- Che vuole che serva più, cara lei... Ci appesterebbe tutta la
notte inutilmente...
E andò a buttarlo in cucina.
Marta s'appressò al tavolino per scrivere il telegramma. Scrisse
semplicemente così, quasi senza pensare: «Tua madre sta male.
Vieni subito. MARTA».
- Ah, lo conoscete intimamente? - osservò la Juè, leggendo il
telegramma. - Sono forse parenti?
Marta arrossì, confusa, e chinò più volte il capo in segno
affermativo. Donna Maria Rosa notò quella confusione improvvisa
e quel rossore e sospettò che ci dovesse esser sotto qualche
cosa.
- E già... paesani... - disse. E, quasi per cancellare la
domanda indiscreta, aggiunse: - Venisse subito, almeno...
Udirono picchiare alla porta.
- Ecco Fifo!
Don Fifo entrò col capo scoperto, i capelli per aria, esclamando
esasperato, con larghi gesti delle braccia:
- Non era cappello, era diavolo!
- Sì, va bene... - gli disse la moglie. - E adesso scappa al
telegrafo! Ci sono anche i vetri della finestra rotti!
Don Fifo diede un balzo indietro.
- Io? al telegrafo? adesso? Neanche se mi fanno papa!
- Sciocco! Ti dico che ci sono anche i vetri della finestra
rotti! - ribatté arrabbiandosi donna Maria Rosa. - Scappa al
telegrafo!
- Oh Cristo mio! - sclamò don Fifo. - Fuori ci sono tutti i
diavoli dell'inferno scatenati... Dove vuoi che vada? Debbo
andare senza cappello?
- Ti metterai in capo il mio scialle...
Don Fifo guardò Marta e aprì la bocca a un sorriso da scemo:
- Sì, lo scialle... per far ridere la gente...
- Chi vuoi che ti veda, a quest'ora, con questo tempo? Sù, sù.
E gli buttò lo scialle in capo, aggiungendo:
- Poi te n'andrai a casa, a dormire.
- Solo? - domandò don Fifo, rassettandosi in capo lo scialle.
- Hai paura?
- Paura, io? Non so che voglia dire... Ma tu qua, io là...
niente, guarda, piuttosto me ne starò li in quel cantuccio...
Abbi pazienza: vado e torno.
Scappò. Tornò dopo circa mezz'ora. Marta spiava acutamente la
moribonda, che s'era ancora inabissata nel letargo. La Juè,
all'altro lato del letto, erta sul busto protuberante, già
pisolava. Don Fifo la guardò un poco, poi si rivolse a Marta e
disse piano:
- Se Dio liberi, si mette a ronfare...
Scosse forte le braccia con le pugna chiuse, e soggiunse:
- Trema la casa!
Non aveva finito di dirlo, che donna Maria Rosa tirò il primo
ronfo, spalancando la bocca. Don Fifo accorse e la chiamò,
scotendola lievemente:
- Mararrò... Mararrò...
- Ah... che è?... che vuoi?... Hai spedito il... Va bene...
- No... ti dico... - osservò timidamente don Fifo. - Fa'
piano... ecco, la malata...
- Non mi seccare, Fifo! - lo interruppe donna Maria Rosa,
ricomponendosi a dormire.
Don Fifo si strinse nelle spalle e alzò gli occhi al soffitto,
sospirando.
Poco dopo, dormiva anche lui, presso la moglie che ronfava
formidabilmente; e anche lui a poco a poco si mise a ronfare, ma
d'un debole timido ronfolino accompagnato da un tenero sibilo
del naso. Moglie e marito parevano, quella un bombardone, questi
un violino con la sordina.
Marta rimase assorta nella contemplazione della moribonda;
orribile immagine dell'imminente suo destino.
«Domani egli verrà» pensava. «Mi vedrà qui; crederà che io
voglia e possa accettare la sua proposta. Non ho pensato a lui,
venendo; ma egli forse, quando saprà tutto, sospetterà ch'io sia
venuta apposta per intenerirlo. No, no, domattina, prima ch'egli
giunga, andrò via... per non farmi vedere... Andrò via...»
Si levava da sedere; si accostava in punta di piedi alla
giacente che pareva già morta; si chinava con l'orecchio su lei
per accertarsi se respirava ancora, e tornava a sedere, a
pensare:
«Com'è placida! E muore... La morte è già dentro di lei, dentro
il suo corpo dormente... Andar via? No, io non posso andar
via... debbo prima parlargli... a ogni costo... Col mio
sacrifizio debbo ottenere ch'egli faccia il suo dovere: ajuti
mia madre. Dunque, mi trovi qui, presso la sua! Gli dirò
tutto... tutto...»
Il lume moriva sul tavolino lì accanto. Le ombre dei due
dormenti s'ingrandivano e balzavano di tratto in tratto al
singultare della fiammella, su la parete. Marta ebbe paura del
bujo imminente e si alzò per svegliare la Juè.
- Il lume Si spegne...
- Che fa? Ah, si spegne?... Facciamo così...
Si alzò, andò barcollando al tavolino e soffiò sul lume,
soggiungendo:
- Puzza... Non c'è petrolio... Dov'è la mia seggiola?
- Ahi! - strillò don Fifo. - M'hai assassinato un piede!
- La mia seggiola... Eccola! Pazienza, Fifo mio: domani sera
speriamo di dormire nel nostro letto... Tanto, sarà giorno tra
poco...
Un gallo, infatti, cantò poco dopo nel silenzio. Marta, involta
nel bujo, tese l'orecchio. Un altro gallo rispose da più
lontano, all'appello; poi un terzo, ancora da più lontano. Ma
non appariva indizio di luce attraverso le fessure delle
imposte.
Finalmente spuntò il giorno. La Juè Si svegliò, stiracchiandosi
e quasi nitrendo; poi domandò a Marta notizie della moribonda.
Don Fifo, in un cantuccio, con la testa china sul petto, le
braccia conserte, le gambe unite, miserino, restò a trar solo,
scompagnato, il timido ronfo col sibiletto in fine.
- E` fredda! è fredda! - fece la Juè ancor mezzo insonnolita,
con una mano su la fronte della moribonda. - Bisogna mandar
subito per un prete... Fifo! Fifo, svégliati!
Don Fifo si svegliò.
- Corri subito qua a santa Chiara... o questa infelice morirà
senza sacramenti... Mi senti, Fifo?
Don Fifo s'era levato in piedi e messo a svariare per la camera
con gli occhi ammammolati.
- Che cerchi?
- Cerco il... Ah, già! senza cappello, santo Dio! Avessi almeno
un berrettino... Vado così?
- Va'! va'! corri... Non c'è tempo da perdere, - gli gridò donna
Maria Rosa, e aggiunse rivolta a Marta: - Noi intanto
rassettiamo un tantino la camera: ci verrà il Signore!
Marta guardò la Juè come stordita. Il Signore? Le si affacciò
subito alla mente Anna Veronica, e quasi la cercò in quella
camera, e la vide quasi in se stessa, in quel momento supremo.
Inginocchiare la sua colpa e il suo pudore per ottenere il
perdono di Dio, come Anna aveva fatto? Ah, no! no! Poiché il
Signore tra poco sarebbe venuto lì, ella, inginocchiata, lo
avrebbe soltanto pregato per la salute dell'anima.
La moribonda, mentre la Juè aggiustava un po' il letto, schiuse
gli occhi velati, senza sguardo. Marta osservò quegli occhi e
quel volto già come soffuso di sovrumana serenità: solo il corpo
esausto pareva su quel letto, senza più percezione ormai della
circostante miseria; senza dolore, senza memorie.
Venne finalmente, inavvertito dalla morente, il Viatico. Fana
Pentàgora guardò il prete con gli occhi stessi con cui aveva
guardato il soffitto della camera, e nulla rispose alle domande
di lui. Gli astanti si erano inginocchiati intorno al letto e
mormoravano preghiere; Marta piangeva con la faccia nascosta.
Poco dopo, la funzione era finita. Marta levò la faccia
lacrimosa, e si guardò intorno disillusa, quasi nauseata, come
se avesse assistito ad una inconcludente, volgarissima scena.
Quella, la visita del Signore? Un biondo, freddo, insulso prete
goffamente parato... E lei per un momento aveva potuto pensare
di buttarsi in ginocchio e invocare pietà...
- Ho paura che non arrivi a tempo... - sospirò la Juè, alludendo
al figlio della morente.
Don Fifo, dopo il Viatico, s'era allontanato dalla camera e
passeggiava nella saletta, costernato con le braccia conserte,
sbuffando di tratto in tratto e aspettando che la moglie venisse
ad annunziargli la morte della pigionante. Impaziente, allungava
dalla soglia la faccia sparuta verso il letto, e con un cenno
del capo domandava: - Vive ancora?
Donna Maria Rosa spiegò a Marta:
- Dopo la morte di Dorò, buon'anima, quell'uomo lì non può più
veder morire nessuno...
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