-
Qua. Ho inteso tutto, - riprese Marta, vibrante di sdegno.
- E
che ho detto io? - balbettò Gregorio Alvignani quasi tra sé.
- Mi
sono tenuta le mani per non aprire, per non entrare a smascherarti
davanti a quell'imbecille! Di qui stesso avrei voluto gridargli:
«Non gli creda! Io sono qua, in casa sua!».
-
Marta! Sei impazzita? - gridò Gregorio. - Che volevi che dicessi?
Son io forse cagione, se egli è venuto a parlarmi di tuo marito?
- E
t'ha chiesto forse che gl'insegnassi il miglior modo di prendermi al
laccio, di presentarmi la proposta? Ah, ne sei contento? Davvero?
-
Io? Ebbene, sì; per te!
-
Per me? E quale altra viltà vorresti farmi commettere adesso? Per
me, dici? E che sono diventata io? Ora che ti sei stancato, di' un
po', vorresti respingermi nelle braccia di mio marito?
-
No, no! Se tu non vuoi! - negò forte Gregorio.
-
Voglia o non voglia: è forse più possibile, ora, dopo quello che è
avvenuto fra te e me? Hai potuto sperarlo, rallegrartene? Dio! Che
hanno fatto di me... Che sono divenuta io? Mi hai aspettata; ci sono
venuta, qua, in casa tua, coi miei piedi; e, ora che mi hai avuta,
me ne posso pure andare da quell'altro?
-
Come sospetti bassamente di me! - esclamò l'Alvignani, avvilito.
-
Ah, io di te? E tu di me che pensi, se hai potuto sperare che... Ma
non sai il peggio ancora! Ah, la mia testa... la mia povera testa...
E
Marta si premette forte le tempie con le mani che le tremavano.
- Il
peggio? - fece Gregorio Alvignani.
-
Sì, sì: per me non c'è più scampo, ormai. Sappilo! La morte sola.
-
Che dici?
-
Sono perduta! M'hai perduta... Sono venuta apposta per dirtelo.
-
Perduta? Che dici? Spiègati!
-
Perduta: non capisci? - gridò Marta. - Perduta... perduta...
Gregorio Alvignani restò come basito, guardando fisso, con terrore,
Marta, e balbettò:
- Ne
sei certa?
-
Certa, certa... Come ingannarmi? rispose Marta, lasciandosi cadere
su una seggiola. - Sono venuta per dirti questo. Come nasconderò a
mia madre, a mia sorella il mio stato? Se ne accorgeranno... No, no:
prima morire! Per forza io ora debbo morire. Non mi resta più altro.
-
Che sbaraglio! - mormorò l'Alvignani annichilito, coprendosi la
faccia con le mani.
-
Che riparo? che rimedio? - fece Marta disperatamente, tra le
lagrime.
-
Non piangere così! Cerchiamo insieme...
-
Ah, tu, per te, lo so: per te, l'avevi trovata la via d'uscita!
-
Per me? Come? No... no... Non rimproverarmi ancora... Come potevo
supporre? Perdonami! Senti: corro a raggiungere il Blandino. Gli
dirò che... la verità!... Che non si occupi più...
-
Come! E poi?
- Tu
verrai con me...
-
Daccapo? Vuoi straziarmi l'anima inutilmente? O me lo dici perché
sai che non posso volerlo?
- E
dàlli con la diffidenza! Marta, perdio, non vedi che il mio dolore è
sincero? Non puoi volerlo: ma tu devi, adesso! Che vuoi fare?
-
Non lo so... non lo so... Venire con te, sì, io sì, potrei ormai:
sono perduta... Ma la mamma? mia sorella? Sai che vivono di me.
Posso trascinarle nell'obbrobrio? Non intendi questo? Non sai chi è
mia madre?
- E
allora? - domandò Gregorio con voce irritata, cercando di rialzarsi
dall'avvilimento con la forza della ragione. - Non intendi che non
c'è più altro scampo? O con me, o con lui, con tuo marito!
Marta si levò in piedi, alteramente.
-
No! - disse. - Quest'ultima viltà, no! non la commetterò mai!
- E
allora? - ripeté Gregorio.
Dopo
un momento di silenzio, riprese:
-
Con me, no; con lui, neppure; mentre egli te ne offre l'occasione,
provvidenzialmente... Lasciami dire! Pensa: non hai il coraggio di
venire con me... per tua madre e per tua sorella, è vero? Sta bene.
Come ripari allora? O ti sacrifichi tu per loro, riunendoti con tuo
marito, o si sacrifichino loro per te, e tu vieni con me. Ma dimmi:
hai forse cercato tu, adesso, il riparo che ti si offre? No. Egli,
tuo marito, viene a offrirtelo, spontaneamente.
-
Sì, - oppose Marta. - Ma perché? perché mi sa senza colpa, com'ero
prima, e perché è pentito d'avermi punita ingiustamente.
- E
non t'ha punita davvero ingiustamente?
-
Sì.
- E
dunque? Perché hai quasi l'aria di difenderlo adesso?
-
Io? Chi lo difende? - gridò Marta. - Ma non posso più accusarlo ora,
capisci?
-
Ora accusi me, invece...
- Ma
te, me stessa, tutti, la mia sorte infame... - seguitò Marta.
Gregorio Alvignani si strinse nelle spalle.
Inizio pagina
- Ti stendo la mano... la respingi... Hai pure ascoltato ciò che
ho detto di là al Blandino. Se tuo marito fosse morto, t'avrei
fatta mia... Qual'altra prova potrei darti dell'onestà delle mie
intenzioni? Ma tu vuoi per forza vedere in me uno... uno che si
sia approfittato della tua sciagura! Ebbene, no! io non sono
quello che tu mi stimi. Sono pronto, ora come sempre, a fare per
te tutto quello che vorrai... Che altro posso dirti? Perché
m'accusi?
- Me sola accuso, - disse Marta, cupamente. - Me sola, che sono
diventata la tua amante...
L'Alvignani, a questa parola, ebbe uno scatto improvviso;
s'accostò a Marta, la prese per le braccia.
- La mia amante? No, cara! Ah, se io vedessi in te, nei tuoi
occhi, un po' d'amore! Andrei da tuo marito; gli direi: «Tu
l'hai scacciata senza colpa, infamata senza ragione, rovinata,
perché io l'amavo? e ora che lei mi ama, tu la rivorresti?
Ebbene, no! ora ella è mia, mia per sempre, tutta mia: uno di
noi due è di troppo!». Ma tu mi ami? No... La mia amante, no! E
ben per questo ho potuto accogliere con piacere la proposta
inaspettata di una riconciliazione con tuo marito. Ho pensato
che tu non potevi durare più oltre nella condizione che io
t'avevo fatta, insopportabile per te che non mi amavi, non per
me che ti amo, intendilo! Tu non mi hai mai amato: non hai amato
nessuno, mai! o per difetto tuo, o per colpa d'altri; non so. Tu
stessa l'hai detto: ti sei sentita spinta da tutti nelle mie
braccia... E ora, vedi, vedi, sarebbe questa la vera vendetta,
questa; e se io fossi in te, non esiterei un solo minuto!
Pensaci! Innocente, ti hanno punita, scacciata, infamata; e ora
che tu, spinta da tutti, perseguitata, non per tua passione, non
per tua volontà, hai commesso il fallo - per te è tale! - il
fallo di cui t'accusarono innocente, ora ti riprendono, ora ti
rivogliono! Vacci! Li avrai puniti tutti quanti, come si
meritavano!
Lo sdegno eloquente, impetuoso dell'oratore stordì Marta lì per
lì. Rimase un tratto a guardarlo, poi gli occhi le andarono alla
finestra della camera e avvertirono subito l'ombra sopravvenuta.
Balzò in piedi.
- Già sera? E come faccio? E` bujo... Oh Dio, e che dirò a casa?
Che scusa troverò?
- Quel che bisogna trovare è il rimedio, - disse l'Alvignani,
cupo, non badando alla costernazione di Marta per l'ora tarda. -
Pensa, pensa a ciò che t'ho detto!
- Tu ragioni, - sospirò Marta, - tu puoi ragionare... io...
Lasciami, lasciami andare, ora... debbo andare... è già sera...
- T'aspetto qui, domani - le disse l'Alvignani. - Qualunque cosa
tu decida, sappilo: pronto a tutto. Addio! Aspetta... i
capelli... rasséttati un po' i capelli almeno...
- No, no... ecco, così... Addio!
Marta scappò via stropicciandosi gli occhi, ravviandosi i
capelli, pensando alla scusa da addurre per il grande ritardo
con cui rincasava.
Allo svolto della via, nella semioscurità, si trovò
improvvisamente di fronte Matteo Falcone.
- Di dove viene?
- Lei! Che vuole da me?
- Di dove viene? - ripeté il Falcone, quasi sul volto di Marta.
- Mi lasci passare! Chi le dà il diritto d'insolentire la gente
per istrada? Fa la spia?
- Io la svergogno! - ruggì tra i denti il Falcone.
- Villano! Si approfitta d'una donna sola?
- Di dove viene? - fece ancora una volta il Falcone, fuori di sé
dalla gelosia, tentando di ghermire un braccio di Marta.
- Mi lasci, villano! o grido!
- Gridi, lo faccia venir giù! Sono così, ma ho polsi, perdio, da
storcergli il collo come a un galletto! E` quel biondo
mingherlino dell'altra volta?
- Sì, mio marito! - fece Marta. - Vada a trovarlo!
- Suo marito? Come! Quello è suo marito? - esclamò il Falcone,
interdetto, stordito.
- Mi si tolga dai piedi... Non ho da rispondere a lei...
Marta prese la via precipitosamente, seguita dal Falcone.
- E` suo marito? Senta... senta... Mi perdoni....
- Vuol mettermi alla disperazione? - gli gridò Marta voltandosi
e fermandosi un istante.
- Non si disperi... Sono io il disperato! Mi perdoni, abbia
pietà di me... merito compassione, non disprezzo... Non sono io
il mostro, il mondo è un mostro, mostro pazzo che ha fatto lei
tanto bella e me così... Mi lasci gridar vendetta! Ripari lei,
in odio a questo mondo pazzo! Faccia lei la mia vendetta! E` una
vendetta... è una vendetta...
Marta tremava tutta, di sdegno, di paura, correndo: s'era
lasciato dietro il Falcone, che gridava gestendo in mezzo alla
via deserta:
- Vendetta! Vendetta!
Le finestre si schiudevano, la gente usciva dalle case terrene:
in breve il Falcone fu circondato.
- Un pazzo! - si gridò dalle finestre.
Marta si voltò un momento, e vide nell'ombra come una mischia:
il Falcone inveiva contro la gente che tentava d'afferrarlo,
vociando; urlava, divincolandosi. La strada s'animò
d'accorrenti. Marta si diede a correre in giù, in giù, verso
casa, mentre nella suprema agitazione, un pensiero sciocco,
puerile le suggeriva: «Dirò che mi sono sentita male, al
Collegio...».
Quando si fu di molto allontanata, già presso Porta Nuova, si
fermò un tratto, come se la paura avesse dato a tutto il suo
corpo un freno violento. Non avrebbe fatto il Falcone, nella
pazzia sopravvenuta, il nome di lei?
Marta sentì aprirsi come un abisso dentro il petto, e, nella
turbinosa dissociazione d'idee e di sentimenti, restò perplessa
un attimo, se tornare indietro o proseguire verso casa.
Un'incosciente energia la sorresse: non pensava, non sentiva più
nulla; riprese ad andare in giù, come seguendo il pensiero che
dentro il cervello le ripeteva: «Dirò che mi sono sentita male,
al Collegio...».
Inizio pagina