La lettera di Gregorio Alvignani era, come ogni altra
manifestazione de' suoi sentimenti, sincera in parte.
Veramente a Roma aveva sentito ciò che nella lettera chiamava
«la voce sincera della nostra natura...».
Il troppo lavoro sedentario, l'attività mentale incessante, la
persistenza prolungata, ininterrotta di sforzi a cui era
costretto non solo per sostenere quella vita signorile ch'era
abituato a condurre, ma anche per nutrire, giustificare e
imporre altrui la pronta sua ambizione ai poteri politici; non
compensati dal sonno necessario, dai necessarii riposi
intermittenti, lo avevano alla fine stremato, gli avevano
cagionato un gran perturbamento nervoso.
E una mattina, davanti allo specchio, gli era avvenuto di notare
il pallore del volto quasi disfatto, le rughe alla coda degli
occhi, la piega triste delle labbra, i capelli di molto
diradati, e se n'era rammaricato profondamente. Entrato poi
nello studio e sedutosi davanti alla scrivania tutt'ingombra di
pesanti incartamenti disposti con ordine, non aveva saputo
metter mano al proseguimento d'alcun lavoro cominciato. Gli
s'era imposta così, d'un tratto, la coscienza della propria
incapacità d'agire, e aveva pensato che un lungo riposo gli era
addirittura indispensabile.
In quei giorni, per giunta, era disgustato della guerra bassa e
sleale che alcuni suoi colleghi movevano trivialmente, sia
nell'aula del Parlamento, sia nei giornali, al Ministero, di cui
anch'egli era oppositore. L'aggressione di quei pochi in mala
fede minacciava di coinvolgere tutta l'opposizione nel disgusto,
nella nausea della pubblica opinione. Aveva preveduto che la
Camera si sarebbe chiusa tra breve con la proroga della sessione
parlamentare. E difatti la chiusura era avvenuta pochi giorni
dopo.
Divisò allora d'allontanarsi da Roma per ricostituire col riposo
le forze e prepararsi così alla prossima lotta. Parlò anche lo
specchio ai penosi sentimenti che lo agitavano. Era già su
l'altro declivio della vita: s'era messo a discendere: temeva di
precipitare; sentiva il bisogno d'aggrapparsi a qualche cosa.
Nella breve carriera parlamentare era stato molto fortunato.
S'era messo subito in vista; aveva suscitato invidie e simpatie,
destato serie speranze; s'era guadagnate preziose amicizie.
Ottenuta così, troppo agevolmente, la vittoria, le immancabili
amarezze della politica, molte disillusioni lo avevano afflitto
tanto più in quanto che nessuno intorno a lui aveva intimamente
gioito dei suoi trionfi, come nessuno adesso lo confortava delle
amarezze. Era solo.
Fatti in fretta i preparativi della partenza, appena in viaggio,
aveva provato un subitaneo sollievo quasi insperato, come se le
nebbie gli si fossero a un tratto diradate attorno. Ecco il
sole! ecco il verde nuovo delle campagne! E il treno volava.
Bevendo a larghi sorsi l'aria mossa, sibilante, dal finestrino
della vettura, aveva già gridato a se stesso, prima che a Marta:
«Vivere! vivere!». E l'esaltazione era cresciuta durante tutto
il viaggio. Gli era parso di vedere il mondo, la vita, quasi
sotto un aspetto nuovo: senza flesso, sotto il sole, nella
beatitudine immensa, azzurra e verde del cielo, del mare, della
campagna.
Trovò, pochi giorni dopo l'arrivo a Palermo, la casa che in quel
momento gli conveniva meglio, in una via deserta, fuori Porta
Nuova: in via Cuba, lontana dal centro della città, quasi in
campagna.
Era una palazzina d'un sol piano, di signorile aspetto, con un
balcone in mezzo e due finestre per ciascun lato.
- Un paradiso! Non ci si può morire... - gli disse il portinajo
nell'aprire il portoncino sotto il balcone.
Appena attraversato l'androne, Gregorio Alvignani, nel porre il
piede sul primo dei tre scalini d'invito che mettevano in una
specie di corte, larga, ammattonata, cinta di muri e scoperta,
sussultò improvvisamente a una strepitosa volata di colombi, che
andarono ad allinearsi in capo ai due muri di cinta, grugando.
- Quanti colombi!
- Sissignore. Sono del padrone del casino. L'ho in custodia
io... Se vossignoria non li vuole, si portano via.
- No, per me, lasciateli; non mi disturbano.
- Come vuole. Vengo io a dar loro da mangiare, due volte al
giorno, e a far pulizia.
E il vecchio portinajo li chiamò con un suo verso particolare e
col frullo delle dita. Prima uno, poi due insieme, poi tre, poi
tutti quanti scesero nella corte al noto richiamo, tubando,
allungando il collo, scotendo le testine per guardare di
traverso.
Inizio pagina
A sinistra, accostata al muro, esteriormente sorgeva la scala in
due brevi branche molto agevoli. Questa scala a collo, in quella
corte, con quei colombi, dava all'abitazione un'aria villereccia
molto modesta e allegra.
- Non c'è soggezione di sorta. Vossignoria può guardare tutt'in
giro. Nessun occhio ci vede qua dentro: solo Dio e le creature
dell'aria, - spiegò il vecchio portinajo.
Salirono a visitare la casa internamente. Erano otto stanze
ammobiliate con una certa pretensione d'eleganza. L'Alvignani ne
rimase contento.
- Il signorino ha famiglia?
- No, solo.
- Ah, bene. E allora, se volesse cambiato questo letto a due,
con uno piccolo... I padroni abitano qui a due passi, sul Corso
Calatafimi. Se volesse mangiare in casa, fanno anche pensione.
Potrà avere insomma ciò che vorrà.
- Sì, sì, c'intenderemo... - disse l'Alvignani.
- Aspetti: il terrazzo! Deve vederlo: una delizia. Le montagne,
signorino mio, si possono toccare così, con le mani.
Ah sì, sì: quello era il rifugio che ci voleva per lui: lì, al
cospetto dei monti, alla vista della campagna.
Due giorni dopo vi prese alloggio.
- Qua mi riposerò.
Scendendo ogni mattina in città per il Corso Calatafimi, passava
davanti al Collegio Nuovo; guardava il portone, le finestre del
vasto edificio; pensava che Marta era là, e si prometteva che
l'avrebbe riveduta, non foss'altro, per curiosità. Ma bisognava
trovar l'occasione. Pensava: «Potrei entrare, anche adesso;
farmi annunziare, vederla e parlarle. No. Così all'improvviso,
no. Sarà meglio prevenirla. Ella non sa neppure ch'io sia qui,
tanto vicino a lei. Chi sa come la ritroverò? Forse non sarà più
come prima...».
Passava oltre, lieto d'avere ancora un buon tratto di via
deserta davanti a sé, prima d'entrare in città, dove avrebbe
senza dubbio incontrato tanti seccatori.
Era profondamente persuaso del proprio valore, della sua
importanza; ma intanto, per ora, l'aria di spigliatezza un po'
petulante a cui s'abbandonava lontano da Roma e dagli affari,
modificava a gli occhi altrui piacevolmente quanto d'assoluto
era in quella persuasione.
Non aveva ancora ben definito come avrebbe occupato il tempo del
suo soggiorno a Palermo. In ozio, no: ozio e noja erano per lui
sinonimi. E l'ozio inoltre gli sarebbe riuscito molto
pericoloso. Già, da quand'era arrivato, non aveva che un solo
pensiero, o (come diceva) una sola curiosità: rivedere Marta.
«Comprerò qualche libro nuovo di letteratura. Leggerò.
Continuerò poi, se me ne verrà voglia, i miei appunti su l'ETICA
RELATIVA. Basta, vedrò.»
Non voleva fermarsi a lungo sopra alcun pensiero. Il suo spirito
sonnecchiava nel benessere e si ristorava.
«Non si vuol morire; sfido! Anche quando il cervello è
annebbiato di pensieri, il corpo trova tanta ragione di godere:
nella mitezza della stagione; in un bel bagno, d'estate; accanto
a un buon foco, d'inverno; dormendo, desinando, passeggiando.
Gode, e non ce lo dice. Quando parliamo noi? quando riflettiamo?
Solamente quando vi siamo costretti da cause avverse; mentre poi
in quelle che ci dànno diletto il nostro spirito riposa e tace.
Pare così che il mondo sia soltanto pieno di mali. Un'ora breve
di dolore c'impressiona lungamente; un giorno sereno passa e non
lascia traccia...»
Questa riflessione gli parve giustissima e originale, e sorrise
di compiacimento a se stesso. Ma come trovare l'occasione, il
mezzo di rivedere Marta? Per quanto cercasse di distrarsi,
ritornava col pensiero sempre lì; e sempre si ritrovava intento
a escogitare il modo d'ottenere quell'incontro, senza
compromissione né per sé né per lei.
Usciva di casa. E camminando, pensava: «Se potessi vederla
almeno per istrada, prima, senza farmi scorgere. Ma, e se poi
s'accorge di me? Dal primo incontro dipenderà tutto...».
Tutto - che cosa? Gregorio Alvignani rifuggiva dal pensarlo.
«Dal primo incontro dipenderà tutto...»
L'occasione a un tratto gli s'offerse, e gli parve molto
propizia. Fu invitato a tenere una conferenza sopra un soggetto
di sua scelta nell'aula magna dell'Università. Quantunque non
avesse con sé che pochi libri e si trovasse affatto impreparato,
pure accettò, dopo essersi lasciato molto pregare. Un largo,
eloquente esame della coscienza moderna lo aveva sempre tentato:
aveva con sé gli appunti per uno studio iniziato e interrotto su
le TRASFORMAZIONI FUTURE DELL'IDEA MORALE: se ne sarebbe
giovato. Dall'esame della coscienza intendeva passare all'esame
delle varie manifestazioni della vita, e principalmente di
quella artistica. - ARTE E COSCIENZA D'OGGI - ecco il titolo
della conferenza.
«Le scriverò. La inviterò ad assistere alla conferenza. Così la
vedrò, l'avrò davanti a me, parlando.»
Era sicuro del buon successo che non gli era mai mancato, e lo
solleticava molto il pensiero che Marta lo avrebbe riveduto lì,
tra gli applausi d'un numeroso uditorio.
Tracciò lo schema della conferenza, lo meditò punto per punto,
poiché avrebbe parlato e non letto; e quand'ebbe chiara la linea
e intero il concetto, soddisfatto di sé, scrisse a Marta la
lettera d'invito.
Il trionfo oratorio rispose quel giorno alla conferenza, come e
forse più che l'Alvignani stesso non si fosse aspettato; ma non
rispose Marta. Egli la cercò con gli occhi nell'ampia sala zeppa
di gente; scorse la Direttrice del Collegio, sola: Marta non era
venuta. E, come se non avesse inteso, dimenticò di rispondere a
gli applausi con cui l'immenso uditorio lo accolse su l'entrare.
Inizio pagina