Matteo Falcone, quella mattina, non s'era recato al Collegio.
Se Marta, il giorno avanti, si fosse voltata nel salire, avrebbe
avuto forse un po' di pietà per lui rimasto sul portoncino come
impietrito. Certo egli aveva sperato ch'ella, salendo, gli
rivolgesse almeno uno sguardo: poi s'era mosso sotto la pioggia,
quasi barcollando, attirando gli sguardi della gente.
Non aveva provato mai tanto e così feroce odio contro se stesso.
Ne ghignava forte e squassava l'ombrello fin quasi a spezzarne
il fusto e borbottava: - Io, l'amore! Io, l'amore! - e altre
parole inintelligibili. E poi, forte, lì in mezzo alla via, col
volto contratto e gli occhi fissi biecamente in faccia a qualche
passante:
- Meno male che non ha riso di me!
Ne rideva lui invece, orribilmente; e la gente si voltava a
mirarlo, stupita, come si guarda un pazzo.
Alla fine, fradicio di pioggia, s'era ridotto a casa.
Abitava, con la madre e una zia, decrepite e stolide entrambe,
una vecchia e vasta casa tutta ingombra di masserizie senza
valore, allineate lungo le pareti e alcune anche rammontate le
une su le altre, come in un magazzino di mobilia: armadii enormi
di legno dipinto, tavolini d'ogni forma e d'ogni dimensione,
cassettoni, cassapanche, stipetti, mensole, attaccapanni,
seggiole impagliate e imbottite, dalla stoffa stinta, e poi
certi canapè d'antica foggia con due rulli alla base delle
testate.
Le due sorelle, facendo casa comune, dopo la morte dei loro
mariti, non avevano voluto privarsi di nessuna masserizia
appartenente alla propria casa maritale: donde quell'inutile
abbondanza: ingombro più che ricchezza.
Nella loro stolidaggine le due vecchie non ricordavano più
d'aver avuto marito, e ciascuna aspettava la morte dell'altra
per andare a nozze con un loro sposo immaginario.
- Perché non muori? - si domandavano contemporaneamente sul
muso, ogni qual volta s'incontravano appoggiate alla spalliera
delle seggiole con le quali si strascinavano a stento per le
camere.
Vivevano separate l'una dall'altra, ai lati opposti della casa.
E di tanto in tanto, lungo la giornata e spesso anche durante la
notte, l'una domandava all'altra, facendo un verso lungo e
lamentoso:
- CHE ORA è?
E l'altra invariabilmente rispondeva con voce lunga e cupa:
- SETT'OOòRE!
Sempre sett'ore!
A qualche vicina che saliva in casa per ridere alle loro spalle,
le due vecchie consigliavano, levando le braccia e scotendo in
aria le mani aggrinzite:
- Maritatevi! Maritatevi!
Pareva non ci fosse per loro altro scampo, altra salvezza nella
vita. E sapeva loro mill'anni che il giorno sospirato delle
nozze giungesse alla fine. Ma l'altra, ahimè, l'altra non voleva
morire! E frattanto si facevano acconciare, parare dalle vicine
con gli abiti del loro bel tempo; e le vicine sceglievano
apposta quelli di stoffa più chiara, i più goffi, i più antichi
e stridenti con la vecchiezza delle due povere dissennate; e
siccome i corpetti andavano loro adesso troppo larghi, legavano
alla vita a questa un boa spelato, a quella un gran nastro; e
fiori di carta mettevano loro in capo e foglie di cavolo o di
lattuga e capelli finti, e poi cipria in faccia, o imporporavano
loro le gote squallide, cascanti, con uva turca:
- Così! così sembra proprio una ragazzina di quattordici anni!
- Sì, sì... - rispondeva la vecchia, gongolando, ridendo con la
bocca sdentata davanti allo specchio e forzandosi a tener ferma
la testa, perché l'edificio di quella acconciatura non
crollasse. - Sì, sì, ma chiudi subito l'uscio! Adesso egli
verrà, e non vorrei che quella lì lo vedesse entrare... Chiudi!
chiudi!
Matteo Falcone, rincasando, le trovava spesso così goffamente
mascherate, immobili sotto l'incubo dell'enorme acconciatura.
- Oh mamma!
- Va' di là, va' di là! tua madre è di là! - gli rispondeva
stizzita la madre mascherata. - Io non ho figli! Ventott'anni
ho... Non sono maritata...
E così pure gli rispondeva la zia, per cui egli aveva anche
rispetto e compatimento filiale.
- Ventott'anni... Non sono maritata!