Marta avrebbe voluto rifare tanto alla madre quanto a Maria la
vita comoda e lieta d'una volta, allor che il padre viveva, e
prosperava la concerìa. E non risparmiava sacrifizii e lavoro.
Aveva ottenuto dalla Direttrice del Collegio di dare lezioni
particolari alle piccole convittrici delle classi inferiori; e
quel che traeva da queste lezioni e lo stipendio mensile dava
intatto alla madre, a cui proibiva di lamentarsi della troppa
fatica alla quale si sottoponeva giornalmente, senza godere più
nulla dei frutti. Ma la madre s'ingannava. Marta non godeva? O
non erano frutti del suo lavoro la rinata fiducia nella vita
tanto della madre quanto della sorella, e la presente pace? non
era premio al suo lavoro il sorriso che ora ritornava spontaneo
alle loro labbra? Avrebbe dato il sangue delle vene per vederle
ancora più contente, per godere della vista d'altri sorrisi su
le loro labbra. E in fondo al cuore si sentiva inebriata della
propria generosità, giacché ella nell'intimo suo non s'era mai
acchetata all'offesa che il padre le aveva fatto, condannandola
cecamente e precipitando la famiglia nella miseria.
L'unica passione di Maria pareva la musica? Ebbene, un
pianoforte a Maria, quasi nuovo, da pagare a un tanto al mese.
Tenere nella piccola dispensa le derrate per tutto un mese
contribuiva a rendere più quieta e paga la madre? Ebbene,
contenta anche la madre; e la piccola dispensa era sempre ben
provvista.
Don Fifo Juè e la moglie salivano qualche sera a tenere
compagnia alle tre donne, e il defunto Dorò continuava a fare le
spese della conversazione.
Per loro mezzo Marta venne a sapere che la signora Fana, moglie
del Pentàgora, viveva ancora nella più squallida miseria.
- Noi abbiamo una casa in via Benfratelli, signora mia, - disse
una sera donna Maria Rosa, - e nell'ultimo piano, in due
stanzette, abita una povera donna divisa dal marito. Il marito è
un regnicolo delle loro parti... Forse loro lo conosceranno...
si chiama... di', Fifo, ti rammenti?
- Fana: Stefana, - rispose Fifo spiccicandosi.
- No, dico lui, il marito...
- Ah, sì... aspetta, Pentàgono!
Maria rise involontariamente.
- Pentàgora, - corresse la signora Agata, per scusare il riso
della figlia.
- Lo conoscono?
Donna Maria Rosa volle sapere che uomo fosse, e parlò a lungo
della moglie infelice... Né Marta né la signora Agata riuscirono
a farle cangiar discorso per quella sera.
Maria s'era ridata con fervore allo studio del pianoforte; e la
sera, dopo cena, sonava, mentre la madre cuciva, e Marta nella
stanza attigua correggeva i còmpiti di scuola.
Così chiusa, non vista dalla madre e dalla sorella, spesso Marta
sospendeva l'ingrato lavoro e, coi gomiti appoggiati sul
tavolino e la testa tra le mani, rimaneva attonita, quasi in
un'ansia d'ignota attesa, o s'inteneriva fino alle lagrime alla
patetica musica di Maria. Una profonda malinconia le stringeva
la gola. Non pensava a nulla, e piangeva. Perché? Vago, ignoto
dolore, pena d'indefiniti desiderii... Si sentiva un po' stanca,
non di spirito, ma nel corpo: stanca... Mentre la madre e la
sorella lodavano il suo coraggio, la paragonavano al padre per
l'energia, per la volontà; a lei, quelle sere, quasi non
riusciva ingrata la sua amarezza, quell'intenerimento indefinito
che la faceva piangere e quel languore greve a cui abbandonava
con triste voluttà le membra rilassate; la coscienza infine che
in quel momento ella si faceva d'esser debole e donna... No, no:
non era forte... E infatti, perché piangeva così? Oh, via, via:
sciocchezze da bambina... E cercava il fazzoletto, scotendosi; e
si rimetteva al lavoro, con nuova lena.
Di questa condizione di spirito di Marta né la madre né Maria
s'accorgevano. Ella si guardava bene dal lasciarla trapelare;
cercava anzi con ogni arte di non venire mai meno al concetto
ch'esse si erano formato di lei. Il suo còmpito era questo,
doveva esser questo. E aveva finanche nascosto alla madre una
lettera di Anna Veronica, in cui si parlava a lungo di Rocco,
delle furie di costui dopo la loro partenza, di minacce di nuovi
scandali, di pazzie...
Perché affliggere la madre con tali notizie? E Marta aveva
risposto ad Anna Veronica, che ella non si curava né voleva più
sentir parlare di colui, prima sciocco, adesso pazzo; tristo
prima e adesso.
Vedeva intanto la madre e la sorella ritornate alle abitudini,
alla calma d'una volta, alla vita semplice e tranquilla di
prima; e maggiormente, per forza di contrasto, sentiva
penetrarsi dal convincimento che lei sola era l'esclusa, lei
sola non avrebbe più ritrovato il suo posto, checché facesse;
per lei sola non sarebbe più ritornata la vita d'un tempo. Altra
vita: altro cammino... La pace, la felicità dei suoi, lo studio,
la scuola, le alunne: ecco quello che le restava, ecco la meta
del nuovo cammino... - null'altro!
Se ne doleva? No: erano momenti di passeggera tristezza. Dopo la
fosca invernata, durante la quale il colore del tempo s'era
accordato coi suoi pensieri, si ridestava adesso per quella
nuova via al gaio sole di primavera, di cui un raggio era
penetrato a frugare, a sommuoverle la torbida posatura di tanti
dolori in fondo al cuore: ed era triste per questo; o era
effetto della lettera di Anna Veronica o della musica di Maria?
Non voleva più curarsi di sé. La madre si era rimessa a
pettinarla ogni mattina; ma lei non voleva che perdesse tanto
tempo ad acconciarla.
- Basta, mamma, lascia, così va bene...
E allontanava lo specchietto a bilico che teneva sul tavolino,
quasi infastidita della propria immagine, dello splendore
intenso degli occhi, delle labbra accese. Se poi la madre la
costringeva a stare ancora seduta, sotto il pettine, sbuffava
dall'impazienza, diventava irrequieta, smaniosa, come se
sottostesse a una tortura. Perché, a che pro, adesso, tanto
studio e tanto amore per la sua acconciatura? Non intendeva la
madre che a lei, adesso, non doveva importare proprio nulla di
comparire più o meno bella?
E un giorno che la madre volle provarle i ricci sulla fronte,
non ostante le vivaci ripulse, terminata l'acconciatura, Marta
piangeva.
- Come? Piangi? Perché? - le domandò, sorpresa, la madre.
Marta si sforzò di sorridere, asciugandosi gli occhi.
- Per nulla... Non ci badare...
- Santa figliuola, ma perché? Ti stanno tanto bene...
- No, non voglio... Disfa', disfa'... Sta meglio senza.
Non era una crudeltà incosciente della madre? E intanto, ella,
che bambina! Piangere così, per nulla, in presenza di lei...
Durante il giorno si mostrò più vivace del solito, per
cancellare l'impressione di quelle lagrime nell'animo della
madre.
Provava un turbamento nuovo, un incomprensibile timore,
un'apprensione strana, adesso, nel vedersi sola, senza nessuno
accanto, per le vie aperte, tra la gente che la guardava.
Nessuno, è vero, l'aveva molestata; ma si sentiva ferita da
tanti sguardi; le pareva che tutti la guardassero in modo da
farla arrossire; e andava impacciata, a capo chino, mentre gli
orecchi le ronzavano e il cuore le batteva forte. Perché? E come
mai, tutt'a un tratto, la sua presenza di spirito s'era
rintanata così in quello sciocco timore? di che temeva? non
aveva tante volte riso di certe zitellone che avevano ritegno a
uscire sole per la città paventando a ogni passo un attentato al
loro pudore?
Pure, appena entrata nel Collegio, si rinfrancava. E la presenza
di spirito le ritornava di fronte ai tre professori, che spesso
trovava in sala, e coi quali scambiava qualche parola, prima che
ciascuno si recasse a impartire la propria lezione nelle varie
classi.
S'era accorta che due di essi intendevano farle velatamente, e
ciascuno a suo modo, la corte. E non che temerne, ne rideva tra
sé; fingeva di non accorgersi proprio di nulla, e pigliava a
goderseli segretamente, notando il vario effetto che il suo
contegno produceva in quei due.
Il professor Mormoni, Pompeo Emanuele Mormoni, autore di ben
quattordici volumi in ottavo di Storia Siciliana, CON APPENDICE
DEI NOMI E DEI FATTI PIù MEMORABILI, CON DATE E LUOGHI, alto,
grasso, bruno, dai grand'occhi neri e dal gran pizzo qua e là
appena brizzolato come i capelli, dignitoso sempre nella sua
napoleona e col cappello a stajo, si gonfiava dal dispetto come
un tacchino e, così gonfio, pareva volesse dire a Marta: «Oh,
sai, carina? se tu non ti curi di me, neanch'io di te: non
t'illudere!». Ma se ne curava, invece, e come! e quanto! Certi
momenti pareva fosse lì lì per scoppiare. Aveva finanche
perduto, sedendo, i suoi atteggiamenti monumentali, per cui
tutte le seggiole diventavano quasi tanti piedistalli per lui:
«SCOLPITEMI COSì!».
Marta di tanto in tanto sentiva scricchiolare la seggiola, su
cui il Mormoni stava seduto, e tratteneva a stento un sorriso.
Tutte le seggiole della sala d'aspetto, da un mese a quella
parte, erano sfilate; a una era saltata la cartella, a un'altra
qualche stecca.
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Attilio Nusco, l'altro insegnante, chiamato comunemente nel
Collegio il PROFESSORICCHIO, era al contrario fino fino,
piccolo, gracile, timido, tutto vibrante, tutto impacciato.
Povero Nusco, come se diffidasse di trovare il suo posticino
nella vita, pareva che con lo sguardo, coi sorrisi, con
gl'inchini frettolosi della miserrima personcina, volesse
accaparrarsi il favore degli altri, per non essere cacciato via.
E occupava, sedendo, il minor posto possibile (SCUSI! SCUSI!);
parlando, la voce gli tremava; non contraddiceva mai nessuno;
era come imbarazzato sempre dall'eccessiva sua compitezza.
Avrebbe voluto pesare su gli altri meno che un fuscellino di
paglia. E intanto, il cuore... Ah, quella Marta: non s'accorgeva
proprio di nulla?
Il poveretto si provava man mano a uscire un tantino dalla
propria timidezza, come dalla tana una lucertolina insidiata:
prima la punta del musetto; poi un altro tantino, fino agli
occhi; poi tutta la testina, quasi aspettando d'esser colta dal
cappio alla posta.
Si era spinto a temerità inaudite: fino a domandare a Marta,
sudando: - SENTE FREDDO STAMANI? -. Portava a scuola qualche
primo fiore della stagione; ne rigirava il gambo tra le gracili
dita irrequiete; ma non ardiva offrirlo.
Marta notava tutto ciò, e ne rideva.
Un giorno egli volle dimenticarsi il fiore sul tavolino della
sala d'aspetto: dopo un'ora, vi ridiscese: il fiore non c'era
più. Ah, finalmente! Marta aveva capito e se l'era preso... Ma,
ridisceso in sala dopo l'altra ora, disinganno crudele: il fiore
era all'occhiello della napoleona di Pompeo Emanuele.
- Ciao, cardellino! Ciao, violetto mammolo!
Eppure il Nusco non era uno sciocco: laureato in lettere,
giovanissimo ancora, occupava per concorso il posto di
professore d'italiano al liceo e insegnava anche per incarico
nel Collegio Nuovo; scriveva poi in versi con gusto e gentilezza
non comuni.
Marta lo sapeva; ma che volevano da lei tanto il Nusco quanto il
Mormoni?
Il terzo professore pareva non si fosse ancora accorto della
presenza di lei. Si chiamava Matteo Falcone; insegnava disegno.
Pompeo Emanuele Mormoni lo chiamava l'ISTRICE e, da imperatore
romano, lo avrebbe condannato AD PURGATIONEM CLOACARUM.
Era veramente d'una bruttezza mostruosa, e aveva di essa
coscienza, peggio anzi: un tragico invasamento. Sempre cupo,
raffagottato, non levava mai gli occhi in faccia a nessuno,
forse per non scorgervi il ribrezzo che la sua figura destava;
rispondeva con brevi grugniti, a testa bassa e insaccato nelle
spalle. I lineamenti del suo volto parevano scontorti dalla
rabbiosa contrazione che gli dava la fissazione della propria
mostruosità. Per colmo di sciagura aveva anche i piedi sbiechi,
deformi entro le scarpe adattate alla meglio per farlo andare.
Il Mormoni e il Nusco erano già avvezzi ai modi di lui, più
d'orso che d'uomo, e non ne facevano più caso; Marta, nei primi
giorni, ne fu urtata, non ostanti le prevenzioni della
Direttrice. In fondo in fondo, mentr'ella non badava alle
smorfie e ai lezii degli altri due, se non per riderne, provava
una certa stizza per la noncuranza quasi sprezzante di quel
terzo per lei affatto innocuo.
In quel po' di tempo che si tratteneva in sala, aspettando l'ora
precisa della lezione, egli s'immergeva nella lettura d'un
giornale, senza badare a nessuno. Spesso Marta volgeva uno
sguardo fuggevole alla fronte di quell'uomo sempre contratta, e
poi si dava a immaginare che sorta di pensieri sotto tal fronte
dovesse albergare quel testone ispido: - sciocchi, no,
certamente; ma forse brutali.
Una sola volta aveva udito la voce di lui, e fu una mattina, in
cui, avendole il Mormoni accennato con gli occhi l'ISTRICE
sprofondato al solito nella lettura del giornale, ella, per non
condividere l'ironia ch'era in quell'accenno e per fare stizza
al «grand'uomo», si lasciò sfuggire dalle labbra
inconsultamente:
- Buon giorno, professor Falcone.
- Riverisco, - grugnì in risposta colui, senza levare gli occhi
dal giornale.
Un'altra mattina, Marta, entrando in sala, fu molto sorpresa di
trovarvi accesa una disputa tra il Falcone e il Nusco. Questi,
col volto infiammato, un sorriso nervoso su le labbra e le mani
tremolanti, cercava di far valere la propria opinione con molti
SARà, MA... investiti dalla dura voce del Falcone, il quale
senza dar retta all'avversario seguitava a parlare con gli occhi
al giornale spiegato davanti. Il Mormoni ascoltava in uno dei
suoi atteggiamenti monumentali, non degnando di una parola
quelle «scempiataggini».
Il Falcone s'era scagliato contro quei letterati che inacidivano
i loro versi e le loro prose d'una certa ironia, mentre poi in
fondo rimanevano ossequentissimi alle opinioni imperanti nella
società.
- Le opinioni sono false? Le credete ingiuste e dannose?
Ribellatevi, perdio, invece di scherzarci sù, di farvi sù
sgambetti e smorfie, camuffando l'anima da pagliaccio! No: voi
da un canto piegate il collo al giogo, e deridete dall'altro la
vostra supinità. E` arte da tristi buffoni!
- Sarà, ma... - ripeteva il Nusco. E avrebbe voluto osservare
come anche il ridicolo fosse un'arma, e che il Dickens, Heine...
Ma il Falcone non lo lasciava dire:
- Tristi buffoni! Tristi buffoni!
- Sentiamo la signora Ajala, - propose il Mormoni con un gesto
consentaneo alla magnificenza dell'atteggiamento.
- La donna per sua natura è conservatrice, - sentenziò
bruscamente il Falcone.
- Conservatrice? Per me, ferro e fuoco! - esclamò Marta con tale
espressione, che il Falcone alzò gli occhi a guardarla per la
prima volta in faccia.
Marta rimase profondamente turbata da quegli occhi che
illuminarono un volto affatto nuovo, occhi d'una belva
sconosciuta, intelligentissimi.
Un'altra mattina, poco tempo dopo, il Falcone entrò in sala
d'aspetto col cappello ammaccato e impolverato, la falda rotta
sul davanti, il naso sgraffiato, pallidissimo in volto e pur con
un tristo sorriso che gli si storceva sulle labbra in orribile
smorfia; strappata la giacca sul petto e anch'essa impolverata.
- Che le è accaduto, professore? - esclamò il Mormoni, vedendolo
in quello stato.
Marta e il Nusco si voltarono a guardarlo con paurosa
maraviglia.
- Una lite?
- No, niente... - rispose il Falcone, con voce tremante, ma con
la smorfia del riso ancora su le labbra. - Mi trovavo a passare
sotto la chiesa di Santa Caterina da tre anni puntellata...
Questa mattina santa madre chiesa aspettava proprio me per
rovesciarmi addosso un pezzo del suo cornicione.
Marta, il Nusco, il Mormoni allibirono.
- Sì... - continuò il Falcone. - Mi è caduto addosso proprio
così: a radermi il corpo... E intanto - (aggiunse con un ghigno
atroce, accennando i piedi sbiechi deformi) - ammirate la
provvida natura! Lei, Nusco, a quest'ora non ce li avrebbe avuti
più codesti piedini da ballerino. Invece io, i miei, ce l'ho
ancora, e m'arrabatto!
Così dicendo, s'avviò per la lezione.
Parve quella veramente al Falcone una tremenda risposta della
«provvida natura» a tutte le imprecazioni ch'egli le aveva
scagliate a causa della propria deformità? Sentì veramente come
una voce che gli avesse detto: «Lodami dei piedi che t'ho dati»?
Certo, da quel giorno, cominciò a poco a poco a uscire dalla
cupezza abituale. O non piuttosto operava il miracolo la
presenza di Marta?
Questo era il sospetto del Mormoni.
- Perché, vedi, - diceva al Nusco, - noi due, è vero, adesso ci
saluta pure; ma grugnisce come prima; non ci dice: «OSSEQUIO,
SIGNOR NUSCO!» con la stessa voce per dir così domenicale, con
cui dice: «OSSEQUIO, SIGNORA AJALA!». Morbidezza setolosa,
capisco, ma... E poi, hai notato? Colletti nuovi, oh! , come
usano adesso, abito nuovo! cappello nuovo! Evviva il cornicione
di Santa Caterina.
Né l'uno né l'altro potevano seriamente ingelosirsi del Falcone,
il quale faceva loro finanche pietà, via! Ma né il Mormoni
s'ingelosiva del Nusco, né questi del Mormoni. Per il Nusco il
gran Pompeo Emanuele era troppo grosso, troppo sciocco, ed egli
aveva troppa stima dell'ingegno di Marta da temerlo; il Mormoni
invece aveva troppa stima del gusto di Marta da temere il
piccolo Attilio con quell'animella sempre spaventata. Così,
tutti e due s'appajavano per commiserare «il povero Falcone» e
segretamente poi si commiseravano l'un l'altro.
Intanto, la scoperta di quell'animo nuovo del Falcone verso di
lei produsse a Marta ribrezzo e timore insieme. Sapeva e sentiva
di non poter ridersi di lui, come degli altri due. La bruttezza
di quell'infelice pur così sdegnoso le destava pietà e le
incuteva orrore a un tempo. Probabilmente colui non aveva mai
amato alcuna donna.
Se Marta pensava che il Falcone, non ostante la coscienza della
propria deformità, poteva pretendere amore da lei, si sentiva
offesa e sdegnata; ma d'altro canto intendeva che quella
passione, forse la prima germogliata in quel cuore, poteva
essere così forte da vincere e ottenebrare quella coscienza
stessa, per quanto tragicamente invasata.
Ma un pensiero la rassicurava, che cioè non aveva fatto nulla,
proprio nulla, perché quest'affetto mostruoso nascesse.
Ora, quasi ogni giorno sul tramonto, vedeva il Falcone passare
per la via del Papireto e alzare gli occhi al balcone della sua
stanza. Il primo giorno, volle mostrarlo a Maria; non
s'aspettava ch'egli dovesse alzare il capo a guardare.
- Guarda qua? Come mai?
Così ebbe la prima prova di quell'amore, a cui già per tanti
segni men chiari non aveva saputo né voluto prestar fede.
D'allora in poi, non si lasciò più scorgere dietro la vetrata;
ma di nascosto vedeva il Falcone ripassare ogni giorno e
guardare in alto, due, tre volte.
Adesso, dopo i sogni della notte gravi d'incubi e di visioni
strane, agitati da continue smanie; dopo il duro urto nel
riaprire gli occhi stanchi alla realtà nuda e monotona della sua
esistenza, in mezzo a quel rifiorire fascinoso della stagione;
ogni mattina l'apprensione di sentirsi sola le cresceva; i nervi
le vibravano, andando, quasi fosse sotto l'imminenza d'ignoti
pericoli; né sapeva più rinfrancarsi appena entrata nel
Collegio.
Come contenersi di fronte al Falcone? Mostrargli che si fosse
accorta, non voleva; ma come dissimulare, se ogni mattina era
ancora invasa dall'orrore dei sogni, nei quali la figura del
Falcone le appariva quasi sempre e talvolta meno mostruosa della
realtà? A trattarlo come prima, temeva che quella passione non
si nutrisse di qualche lusinga, di qualche inganno pietoso.
Né il Mormoni la divertiva più come nei primi giorni. La sola
vista di lui ora le produceva anzi tal rabbia, che lo avrebbe
schiaffeggiato. E stizza e fastidio le cagionava la timidezza
angosciosa del Nusco.
«Lei non mi secchi!» avrebbe voluto gridargli in faccia, sicura
di sprofondarlo con quelle quattro parole un palmo sotterra,
dalla vergogna.
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